FISICA/MENTE

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

68a SEDUTA

GIOVEDI' 18 MAGGIO 2000

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

indi del vice presidente GRIMALDI

prima parte

seconda parte

 

Seconda parte

Indice degli interventi

PRESIDENTE
PIPERNO
BIELLI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), deputato
FRAGALA' (AN), deputato
MANCA (Forza Italia), senatore
MAROTTA (Forza Italia), deputato
TARADASH (Misto-P.Segni-RLD), deputato

 

MANCA. Professor Piperno, prima di formulare la mia domanda, vorrei fare una considerazione riferita a come si è svolto finora il nostro incontro. Noi svolgiamo queste audizioni nella speranza di aggiungere nuovi tasselli al mosaico. Devo dire che la sua audizione ha portato a confermare alcuni tasselli che avevamo, ma di fronte a nuovi tasselli lei si è trincerato dietro a problemi di coscienza. Non so dove può portare la coscienza in questo caso, se a coprire o a prevenire eventuali complicazioni, oppure ad aiutare questa Commissione, che lavora da anni e anni e dalla quale gli italiani si attendono qualcosa di nuovo.

Presidenza del vice presidente GRIMALDI

(Segue MANCA). Ho fatto questa introduzione di carattere generale, per poi entrare nel particolare, anche per specificare che molte delle domande che volevo porle io sono già state formulate dal Presidente, il quale spesso ci prende in contropiede e fa anche le domande che noi ci siamo preparati. Allora, farò adesso una domanda che esula un po’ dal caso Moro, però a noi interessa per ricostruire altre fasi. Mi riferisco in particolare a Potere operaio. Lei è stato indubbiamente uno dei leader indiscussi del movimento di Potere operaio.

PIPERNO. Discusso, veramente!

MANCA. Però era un leader.

PIPERNO. Sì, certo.

MANCA. Chi pagava oppure metteva a disposizione di Potere operaio la sede romana di via dell’Anima?

PIPERNO. Lei vuol dire via dell’Umiltà. Era la sede nazionale del gruppo; l’affitto costava 70.000 lire ed era pagato grazie alle quote dei militanti. Tra l’altro, l’elenco recante i nominativi e le relative quote versate era affisso proprio all’ingresso della sede di via dell’Umiltà. Questo era anche un modo di pressare quelli che non pagavano.

MANCA. Che ruolo ha avuto, nella messa a punto e nell’organizzazione del movimento, Giangiacomo Feltrinelli?

PIPERNO. Del movimento nessuno, però egli, nella sua generosità leggendaria, ci ha aiutato, nel senso che le librerie Feltrinelli compravano un certo numero di copie del giornale, che allora era un settimanale, e poi le distribuivano. Di quel periodo mi sono interessato io, perché avevo il contatto con Giangiacomo Feltrinelli e per questo posso essere molto preciso. Mille copie di "Potere operaio" venivano comperate direttamente dalla rete di distribuzione di Feltrinelli e vendute nelle librerie Feltrinelli. Questo era per noi un grande vantaggio, perché voleva dire avere mille copie assicurate. Un po’ come faceva La Malfa con "La Voce Repubblicana"…

MANCA. Lei prima ha avuto modo di confermare che conosceva soprattutto il marito della Conforto. È vero?

PIPERNO. No, ho detto che ho conosciuto Giuliana tramite il marito, però conoscevo anche lei.

MANCA. Ma conosceva il marito prima di conoscere Giuliana.

PIPERNO. Sì, ma quello è un fatto cronologico.

MANCA. Con lui ha avuto modo di organizzare il nucleo originario di Potere operaio?

PIPERNO. Con Corbò? No, assolutamente. Corbò non è mai stato in Potere operaio.

MANCA. Bene, questa è una conferma. Adesso veniamo al delitto Moro e torniamo sulla questione della qualità dell’apparato dello Stato repressivo e di intelligence. Infatti, su questo c’è una contraddizione tra varie testimonianze. Si tratta di un punto molto importante, perché - come sa - il compito istituzionale della Commissione stragi è quello di verificare le ragioni per cui non sono stati individuati i responsabili delle stragi. Lei ci ha confermato che tutto era più o meno allo sbando, invece alcuni autorevoli magistrati hanno affermato che, se è vero che loro erano all’inizio di un’avventura a cui non erano abituati e perciò non sapevano effettivamente da dove iniziare, è però altrettanto vero che la stessa cosa non si poteva dire delle forze dell’ordine. In sostanza, le forze di polizia e di intelligence avevano una loro qualificazione, anche perché non si può passare in pochi mesi da un ruolo secondario, addirittura ridicolo, ad uno invece importante. Infatti, subito dopo ci sono stati la questione di via Monte Nevoso, come ha ricordato il Presidente, l’arresto di Morucci e Faranda e il caso Dozier, che ha una connotazione di capacità operativa notevole. Cosa ci può dire su questo?

Presidenza del presidente PELLEGRINO

PIPERNO. Per quanto riguarda l’ultima domanda, ero in Canada quando è stato sequestrato il generale Dozier, ma l’idea che mi sono fatto è che in quel caso, più che l’abilità dei nostri, ha contato la pressione degli americani. Quindi, mettiamolo un attimo da parte quell’episodio. Per quanto riguarda invece la mia esperienza di sovversivo, che era cominciata quando avevo sedici anni a Catanzaro nella FGCI, era proseguita a Pisa e poi a Roma e a Milano, posso dirle che avrò subìto almeno un centinaio di interrogatori e la cosa per me di gran lunga più allarmante era l’incapacità di questi organi di rendersi conto di quello che accadeva, a mio parere anche per il modo in cui questi organi funzionavano. Infatti, erano abituati non a fare delle indagini, ma a stabilire fin dall’inizio chi erano i colpevoli e poi a costruire… Posso testimoniare con i miei stessi processi.

MANCA. La teoria dei teoremi?

PIPERNO. Sì, esattamente. Del resto, il capostipite del teorema, a cui il Presidente del suo Gruppo continuamente si rivolge a proposito dei teoremi, è Calogero, magistrato la cui buona fede peraltro non metto in dubbio. Ma è questo che mi preoccupa di più.

MANCA. Ma io volevo escludere la classe dei magistrati, perché, come le ho detto, questa differenza fra le forze di polizia e di intelligence e la magistratura ce l’hanno indicata i magistrati stessi. Loro hanno detto che erano impreparati, non viceversa.

PIPERNO. Forse i magistrati erano talmente impreparati che pensavano che i carabinieri fossero preparati rispetto alla loro impreparazione.

MANCA. Quindi lei dice che è tutto relativo.

PIPERNO. Appunto, io che vivevo in quella situazione posso dirle che mi consta personalmente l’impreparazione. Per indagare su fenomeni di questo genere ci vuole della cultura, della capacità. Mi sono andato a rileggere le cose che facevano i giudici fascisti, per esempio, ed erano assolutamente più preparati a proposito delle indagini.

PRESIDENTE. Però, professore, quando si è dentro i fenomeni è facile avere l’impressione dell’incomprensione da parte di chi ne è fuori. Penso per esempio che lei sottovaluti questo problema delle Brigate rosse di oggi.

PIPERNO. Io penso che voi lo sopravvalutate (ma può darsi che io mi sbagli), non nel senso della gravità, su cui sono d’accordo con lei, ma della consistenza politica, che è nessuna.

PRESIDENTE. Il tempo darà ragione.

PIPERNO. Ecco. È già successo.

MANCA. Vorrei farle una domanda che per me è rituale, nel senso che la rivolgo a tutti, perché tengo molto alla questione della seduta spiritica. Poi le rivolgerò una domanda specifica su tale argomento. Debbo confessarle che la qualità del suo apporto è notevole. In definitiva, lei non crede, come qualcuno ha detto, che il delitto Moro sia un delitto in appalto?

PIPERNO. Assolutamente.

MANCA. Veniamo allora alla seduta spiritica. Ormai è chiaro che essa è stata una invenzione. Al di là dei due protagonisti che abbiamo avuto l'occasione di ascoltare e che hanno detto che erano in buona fede ed hanno creduto nella seduta spiritica, del terzo, Prodi, che non siamo riusciti ancora ad ascoltare, tutte le altre cui abbiamo posto la domanda affermavano che fosse da escludere tale ipotesi. La seduta spiritica era un sistema per nascondere la fonte, da cui avevano avuto la notizia. Era ora che si dicesse la verità. Qualcuno dice che questa fonte provenisse dagli ambienti universitari di Bologna anche perché i protagonisti della seduta erano tutti professori universitari. Lei, che sembra acuto osservatore e, come ha detto il Presidente, un intellettuale raffinato, ci dica quale è la sua versione del fenomeno.

PIPERNO. A me sembra difficilissimo che qualcuno appartenente agli ambienti universitari di Bologna conoscesse per tempo il luogo in cui era trattenuto Moro.

PRESIDENTE. E' via Gradoli; non via Montalcini.

PIPERNO. Mi scusi; che cosa è Gradoli? Non è il luogo dove era tenuto Moro?

PRESIDENTE. Via Gradoli è il covo abbandonato, essendosi trovata la doccia ancora aperta, lo stesso giorno in cui esce un falso comunicato del lago della Duchessa.

PIPERNO. Questa seduta spiritica o presunta tale si è svolta durante il sequestro?

PRESIDENTE. Sì.

PIPERNO. Per il modo di muoversi delle Brigate rosse in quei mesi, a me sembra totalmente da escludere che potesse esserci qualcuno dell'ambiente universitario di Bologna (salvo che non fosse qualcuno che avesse partecipato non solo alle BR, ma direttamente alla preparazione ed alla realizzazione dell'agguato) che conoscesse il posto e l'indirizzo dove Moretti o qualsiasi protagonista di quell'agguato avesse alloggio o asilo.

PRESIDENTE. Perché allora questi professori fanno il nome di Gradoli?

PIPERNO. Lo chieda ai professori.

PRESIDENTE. Ci hanno risposto dicendoci che il bicchiere si muoveva.

PIPERNO. E' una risposta degna di professori.

BIELLI. E' un professore anche lei.

PIPERNO. Conosco i miei polli! Perciò glielo dico.

PRESIDENTE. Quindi sarà d’accordo con me nel ritenere che mi sembra sia un modo trasparente per coprire una informazione.

PIPERNO. Tutto è possibile ma a me sembra estremamente improbabile che un professore, un ricercatore o un assistente dell'università di Bologna conoscesse il luogo in cui si trovava Moretti. Essendomi dato da fare in quei mesi per fare arrivare loro messaggi - ero in fondo uno il cui passato testimoniava a favore di una certa riservatezza - mi sembra estremamente improbabile che esistesse uno venuto a conoscere il luogo in questione.

PRESIDENTE. Non era il luogo in cui si trovava Moretti; era una delle centrali operative del sequestro.

PIPERNO. Ebbene, a me sembra difficilissimo che questo potesse essere conosciuto da persone, persino delle BR, che non partecipassero al sequestro. Aggiungo che non so neanche bene quando la storia di via Gradoli ha luogo. Non sono un esperto del tema. Ciò che dico lo conosco per averlo anch'io appreso dai giornali. Peraltro non credo alle sedute spiritiche ed avrei escluso fin dall'inizio che si potesse davvero trattare di una cosa seria.

PRESIDENTE. Non resta pertanto che dedurne che la notizia era filtrata negli ambienti universitari. Tenga presente infatti che quello era un appartamento presso il quale in un momento precedente avevano vissuto Morucci, Faranda; insomma, una buona parte di Autonomia.

PIPERNO. Mi pare difficile che possano entrarvi elementi di Autonomia.

PRESIDENTE. Questa è cosa certa. Si tratta di un appartamento che diventa disponibile per le BR da un certo momento in poi; prima era occupato da persone che non ne facevano parte.

PIPERNO. A via dell'Umiltà oggi vi è Berlusconi; prima Toni Negri; ma anche volendo mi sembra difficile fare un collegamento fra i due. E' possibile che qualcuno di Autonomia fosse stato là ma onestamente non lo so.

PRESIDENTE. Magari qualche ragazzo ha detto che a Roma vi era un appartamento nel quale non sapeva che vi fossero le BR, ma se ci si andava qualcosa poteva venir fuori. Magari il figlio di qualche famiglia alto-borghese come quella di cui lei parlava prima.

PIPERNO. Nel caso dell'agguato di via Fani credo che la selezione che i brigatisti hanno fatto, come peraltro risulta dagli atti giudiziari, sia stata così severa che vedo con difficoltà un nipotino di Prodi essere messo a parte di questo segreto. E' possibile che si tratti semplicemente, come spesso accade nel caso italiano, di disinformazione. In realtà, la storia di via Gradoli è venuta fuori dopo.

PRESIDENTE. E' certo che avviene prima per ammissione degli stessi protagonisti.

PIPERNO. Non potrei proprio aiutarla; non sono bolognese né frequento Prodi. La mia è solo un'opinione.

MANCA. Lei però era in un certo tipo di ambiente. Non ha mai avuto sentore che vi fossero propaggini all'università di Bologna?

PIPERNO. No, nel modo più assoluto e le do la mia parola d'onore che non avevo la minima idea che quelli stessero a via Gradoli o a via Montalcini o altrove. A me sembra quella notizia talmente riservata che, pur avendo avuto contatti in un periodo in cui era necessario far loro pervenire messaggi, il tipo di filtro che avevano le BR rendeva improbabile che qualcuno conoscesse quell'indirizzo, se non per un fatto casuale che effettivamente vi era stato; prima vi abitava uno di Autonomia e poi un altro. Questo è possibile ma non mi fido dell'informazione dei giornali e vorrei sapere esattamente chi era quello di Autonomia che c'era prima; vorrei conoscere il nome e il cognome. Di tutto questo nei giornali non ho mai letto; e in questa seduta continua ad essere vago il racconto.

MANCA. Lei conosceva Luciana Bozzi, la proprietaria dell'appartamento di via Gradoli?

PIPERNO. No. Non l'ho mai conosciuta; è possibile che la conoscessi fisicamente ma il nome non mi dice assolutamente nulla.

MANCA. Non l'ha conosciuta neanche insieme alla Conforto, sua amica?

PIPERNO. No. Che fosse amica della Conforto è possibile ma ho frequentato la Conforto a Frascati, presso i laboratori. Non ero un suo amico personale. L'ho conosciuta attraverso il marito Corbò. Il nome di questa amica della Conforto non mi dice niente; però, per onestà, non potrei escludere che vedendola mi venga magari in mente; il suo nome però non mi dice niente né mi sembra sia una militante, almeno nota, di Autonomia.

FRAGALA'. Poco fa rispondendo ai colleghi ha detto che l'idea che aveva Craxi secondo cui le BR avevano collegamenti con i servizi segreti dell'Est, del KGB o cecoslovacchi gli veniva dal generale Dalla Chiesa. Ha mai saputo da Craxi che di questi argomenti ne aveva parlato con Renzo Rossellini, il direttore di Radio Città Futura?

PIPERNO. Conosco anche personalmente Renzo Rossellini. Ho incontrato Craxi una sola volta. Questo è avvenuto dopo l'assassinio dell'onorevole Moro; più o meno nello stesso periodo in cui ho visto Moretti, verso il mese di luglio di quell'anno. E' lì che ho avuto la sensazione, peraltro espressa direttamente da Craxi – ma altri interlocutori presenti assieme a me non l'hanno avuta - che fosse stato il generale Dalla Chiesa a convincere Craxi, già all'epoca delle trattative. Un piccolo particolare che non ho detto è che Signorile mi disse che una delle difficoltà intervenute era che Craxi, dopo aver incontrato a Milano nei giorni immediatamente precedenti l'omicidio Moro il generale Dalla Chiesa, era uscito da questi colloqui con la sensazione che i brigatisti fossero emanazione, sia pure indiretta, dei regimi dell'Est. Questa opinione lui se l’era fatta attraverso i colloqui con il generale Dalla Chiesa. Una volta che Craxi si è fatta questa opinione, a dire di Signorile, è come se avesse lui stesso un po’ allentato quell’iniziativa che aveva intrapreso, che diciamo era un’iniziativa umanitaria socialista. Le dico questo perché poi mi è stato tutto confermato dal senatore Landolfi, che, ora che ricordo, è anche la persona che mi ha condotto alla segreteria dell’onorevole Craxi, che era in una traversa di via del Corso. Forse però non ho risposto alla sua domanda .

FRAGALA’. Ha risposto, la ringrazio. Le farò altre domande su questo argomento. In effetti, l’indicazione che le BR avevano questo tipo di collegamento era stata data a Craxi a più riprese dal contatto che lui ebbe immediatamente, a partire dal 16 marzo, con Renzo Rossellini, il quale tutto questo lo descrive in due interviste che rilascia nell’ottobre del 1978, quindi quando Moro era già stato assassinato, al quotidiano parigino "Le Matin". L’intervista e altri atti sono naturalmente depositati in Commissione. Non so se lei è a conoscenza di questo particolare o lo ricorda; la mattina stessa del 16 marzo, 45 minuti prima dell’assalto di via Fani, Radio Città Futura, per voce di Renzo Rossellini, preannunciò che quel giorno le BR avrebbero fatto un assalto spettacolare al cuore dello Stato e avrebbero probabilmente attentato contro Aldo Moro. Quindi, 45 minuti prima che Moro venisse rapito, Rossellini annunciava a Radio Città Futura di Roma il rapimento e Moro poi venne effettivamente rapito. A questo punto ambienti socialisti contattarono Rossellini e lo portarono direttamente da Craxi, che naturalmente volle subito sapere da dove Rossellini aveva avuto questa informazione. Rossellini nell’intervista racconta cosa disse a Craxi. Le leggo le sue testuali affermazioni per darle un’informazione corretta: "Tengo a precisare che l’ipotesi del rapimento Moro circolava da più giorni negli ambienti vicini all’estrema sinistra. Noi sapevamo come tutti che il 16 marzo si doveva presentare alla Camera il primo Governo sostenuto dal Partito comunista. Era evidente per noi dell’estrema sinistra che questa era l’occasione attesa dai brigatisti. Il solo problema era: dobbiamo o no fare presenti le nostre inquietudini?". Rossellini pensò che invece queste inquietudini le doveva fare presenti alla radio quella stessa mattina prima del rapimento. Le chiedo: lei ha mai saputo di questi fatti e secondo lei quanto afferma Rossellini è attendibile? Che valutazione dà di questa fonte?

PIPERNO. Mi sembra assai improbabile che Radio Città Futura abbia potuto trasmettere un annuncio di questo genere il 16 mattina, per cui vorrei poter sentire questa parte della trasmissione. Io reputo che Radio Città Futura abbia parlato, cosa che effettivamente un po’ circolava nel movimento, del fatto che si pensava, ed eravamo tutti anche abbastanza preoccupati, ad una possibile iniziativa delle BR. A mio parere era però assai difficile che qualcuno fosse a conoscenza che questa iniziativa si riferisse a Moro, anche perché, da quello che mi risulta, i brigatisti avevano diverse opzioni possibili. Cioè, ex post, hanno colpito Moro perché voleva mettersi d’accordo con il PCI, ma, ex ante, loro in realtà hanno studiato diversi piani possibili e poi ne hanno scelto uno piuttosto che un altro, anche in base a considerazioni di natura militare, se la parola non è eccessiva, ma comunque relative alle tecniche di agguato.

FRAGALA’. Quindi lei conferma che nell’ambiente dell’estrema sinistra…

PIPERNO. Temevamo un’iniziativa, questo è sicuro. Questo avviene già dopo Bologna. A Bologna, nel settembre del 1977, ci fu l’ultima grande manifestazione di massa del movimento. Nel movimento circolava una forte preoccupazione. Quello era il punto più alto raggiunto dal movimento ma tutti noi temevamo che i brigatisti, che guardavano con diffidenza quell’iniziativa di massa di Bologna, avrebbero compiuto, ovviamente non delle manifestazioni di massa ma delle azioni di agguato violento, militare. Questa era effettivamente una preoccupazione, però mi sembra assai improbabile che Rossellini sapesse che l’obiettivo era Moro.

FRAGALA’. Io allora le confermo che quell’annuncio di Rossellini è stato registrato e gliene fornirò la trascrizione.

PIPERNO. Lei la ha ascoltata?

FRAGALA’. No.

PRESIDENTE. In essa non si fa il nome di Moro.

FRAGALA’. No, che loro pensavano a Moro lo dice nell’intervista.

PIPERNO. Allora va bene; l’intervista però è successiva.

FRAGALA’. Nell’intervista lui dice anche: "Quindici giorni prima del dramma sono andato a trovare un membro della direzione socialista al quale ho rivelato le nostre preoccupazioni. Naturalmente non mi ha prestato attenzione. E’ stato soltanto il 16 marzo, a mezzogiorno, dopo il rapimento, che il segretario generale del Partito socialista, Bettino Craxi, mi ha telefonato e mi ha convocato". Allora il giornalista gli chiede di che cosa avessero parlato e Rossellini risponde: "In linea di massima abbiamo parlato dei legami delle Brigate rosse con i servizi segreti sovietici. Esiste in Italia, io gli ho detto, oggi un autentico partito sovietico che cerca di destabilizzare il Paese per tenere il Partito comunista italiano segregato all’opposizione. Il terrorismo all’interno di questa strategia diventa un fenomeno più militare che politico. Prendiamo un esempio: perché non è apparso nulla sulla stampa delle clamorose rivelazioni che le Brigate rosse ci annunciavano in seguito al processo Moro? Ebbene ciò è probabilmente imputabile al fatto che il loro scopo consisteva non nel renderle pubbliche, poiché le BR in quel momento giocavano soprattutto un ruolo di informazione in senso classico. Questa è del resto la ragione per cui Moro è stato immediatamente e inevitabilmente condannato a morte. Questo è ciò che ho detto a Bettino Craxi fin dal primo incontro del 16 marzo". Poi Rossellini continua facendo una analisi che ovviamente ha un certo interesse: "Tutto è cominciato durante l’ultima guerra, quando una frazione importante della Resistenza italiana passò sotto il controllo dell’Armata rossa. Questa frazione, dopo la guerra, conservò le armi e divenne una base logistica nella strategia dei servizi sovietici nel Paese. Il nucleo fu poi rivitalizzato alla fine degli anni ’60, quando in esso confluirono tutti gli elementi pro-cubani legati alla Tricontinentale. Fu così che questo fenomeno attraversò tutta la sinistra e l’estrema sinistra a partire dal PCI, in cui sussiste una forte minoranza pro-sovietica, fino all’autonomia, terreno di grande infiltrazione. E’ chiaro che io schematizzo, ma questa è l’origine delle Brigate rosse e oggi esse hanno alle loro spalle l’apparato militare dei Paesi dell’Est di cui sono una delle emanazioni". Ora, io le chiedo, nell’ambiente dell’estrema sinistra, se Rossellini non è uno che recita a soggetto, queste notizie effettivamente filtravano, se ne discuteva e se ne dibatteva, anche per confutarle? Erano argomenti di discussione negli ambienti dell’estrema sinistra?

PIPERNO. No. Non è mai stato neanche oggetto di discussione, salvo beninteso per il fatto che alcuni dei nostri interlocutori, le citavo prima Craxi, avevano… Leggendo la prosa di Rossellini mi sono ricordato che molte di queste cose sono le stesse che mi ha detto Craxi nell’incontro con lui. Per cui credo che questa sia stata la versione alla quale faceva riferimento, in buona fede immagino, però con un certo interesse politico, a mio parere evidente, il segretario generale del Partito socialista e quelli che gli stavano attorno, tra cui Rossellini. Credo che questa fosse la versione che avanzava questa parte politica. Però negli ambienti dell’estrema sinistra – che poi in realtà tale non era – l’ipotesi che questi fatti avessero origine nei paesi dell’Est era completamente scartata.

PRESIDENTE. Adesso che in base ad alcuni documenti dei servizi segreti cecoslovacchi si può stabilire che almeno qualcuno dei brigatisti aveva effettivamente rapporti con la Cecoslovacchia, lei continua a pensare ciò che pensava allora?

PIPERNO. Sì, signor Presidente. La storia della formazione della lotta armata in Italia…

PRESIDENTE. Perché i servizi segreti cecoslovacchi dovrebbero sostenere cose che non sono vere?

PIPERNO. Bisognerebbe prima capire esattamente cosa è scritto. Poi bisogna anche tenere conto del fatto che in genere i servizi segreti, da che mondo è mondo, forniscono le versioni…

PRESIDENTE. Le sto soltanto fornendo i riscontri a nostra disposizione. Ci sono documenti di provenienza cecoslovacca, secondo i quali in quel paese si addestravano terroristi provenienti da tutto il mondo, quindi non esclusi anche brigatisti rossi.

PIPERNO. Non esclusi o compresi?

FRAGALA’. Compresi, anche se non vengono fatti nomi.

PRESIDENTE. Mitrokhin ci porta poi carte del servizio segreto russo in base alle quali si percepisce la preoccupazione del KGB per queste iniziative in qualche modo "autonome" del servizio segreto cecoslovacco. Pur non essendo d’accordo su questo punto con l’onorevole Fragalà, perché non penso che le Brigate rosse non fossero un fenomeno nazionale, ma certamente che alcuni di loro potessero avere avuto dei contatti con uomini dei servizi segreti orientali, conoscendo il mondo di allora mi sembrerebbe strano che non li avessero avuti. Riterrei quasi inverosimile che non fosse così. Perché lo si deve escludere a priori?

PIPERNO. A mio parere, lo si deve escludere.

PRESIDENTE. In un mondo diviso in due tutti gli apparati di intelligence non facevano che cercare di entrare in contatto con quelle realtà. Come ha ricordato anche il dottor Pace, negli ambienti della sinistra la storiella del treno blindato di Lenin era un fatto noto a tutti. Non esiste rivoluzionario che non metta in conto il rischio di poter essere strumentalizzato e se ha fiducia nelle sue capacità di rivoluzionario tende a capovolgere il rapporto di strumentalizzazione. Perché in questo caso ciò non deve essere avvenuto?

FRAGALA’. Lenin è andato in Unione Sovietica in un carro blindato dei tedeschi.

PIPERNO. L’accordo non è stato preso con il servizio segreto, ma attraverso qualcuno che ha preso accordi direttamente con i socialdemocratici tedeschi, quindi con il governo tedesco. Non escludo che qualcuno sia stato a Praga, del resto io stesso sono stato a Varsavia. Per quanto mi riguarda sono stato in Unione Sovietica una sola volta, nonostante provenissi dagli ambienti della FGCI. Poi mi è stato negato il visto.

PRESIDENTE. Lei, però, è stato negli Stati Uniti.

PIPERNO. Certamente, vi ho anche lavorato. È possibile che qualcuno di essi, Franceschini ad esempio, sia stato a Praga. È possibile per alcuni di quelli che provenivano dal filone del Partito comunista italiano. Escludo però, una volta formatesi le BR, che abbiano avuto rapporti con dei paesi che apertamente criticavano. D’altro canto, questi paesi avevano tutti motivo di diffidare profondamente della deriva castrista, guevarista che questi pubblicamente assumevano e che non coincideva in niente con quella sorta di socialismo burocratico per bene che i regimi dell’Est tentavano di accampare. Detto questo, non sono in grado di escludere questa ipotesi, come non sono in grado neanche di escludere che nell’attuale direzione dei Democratici di sinistra vi sia qualche cecoslovacco. Cosa vuol dire non poter escludere. Non si può partire dal fatto che una cosa non si può escludere, per dire che essa è vera.

FRAGALA’. Che ruolo aveva in Potere operaio Jaroslav Novak?

PIPERNO. Jaroslav Novak l’ho conosciuto nella FGCI a Roma, nel momento in cui da Pisa mi trasferii in quella città, e quindi per tempo. Quando poi si è formato Potere operaio è entrato in quella organizzazione. Era figlio di profughi cecoslovacchi scappati dalla Cecoslovacchia all’indomani del mutamento di regime avvenuto in quel paese, quando ci furono quelle elezioni piuttosto dubbie che diedero la maggioranza al Partito comunista cecoslovacco. Il padre non l’ho conosciuto perché era già morto, mentre ho conosciuto la madre.

FRAGALA’. Che ruolo ha avuto in Potere operaio?

PIPERNO. A Roma si è occupato per un certo periodo del giornale, "Potere Operaio del lunedì", poi…

PRESIDENTE. L’articolo "Oroscopone" non l’ha scritto lui.

PIPERNO. Sicuramente no, non è la sua prosa. Non credo che il Novak sia stato in "Metropoli". Egli, finché è durato Potere operaio, è rimasto con noi, poi non più.

FRAGALA’. La stessa inquietudine e le stesse informazioni che aveva Renzo Rossellini le hanno avute nel 1974 al massimo livello della direzione nazionale del Partito comunista italiano, tanto è vero che hanno deciso di inviare il responsabile dell’ufficio esteri del Partito comunista in Cecoslovacchia. Questo responsabile si chiamava Cacciapuoti. In Commissione abbiamo avuto gli originali dei verbali del Comitato centrale del partito comunista cecoslovacco in cui si descrive la visita del Cacciapuoti che, a nome della direzione nazionale del PCI, dice che la devono smettere di addestrare, finanziare e sorreggere.

PIPERNO. Questo avviene nel 1974?

FRAGALA’. Sì

PRESIDENTE. In pratica lui domanda in maniera pressante se fosse vera la notizia della quale era in possesso anche il PCI, secondo cui dietro le BR, o almeno alcuni dei loro brigatisti, ci potessero essere… e i cecoslovacchi lo rassicurano.

FRAGALA’. Addirittura Cacciapuoti usa un suo argomento per avvalorare questa notizia. Sostiene che un amico del PCI avrebbe detto che gli organi di sicurezza italiani non possono più mantere la notizia al loro interno perché hanno perquisito senza preavviso la casa del Franceschini e vi hanno trovato un passaporto con il visto cecoslovacco. Egli conclude ribadendo la necessità di fare attenzione perché se si fosse continuato su questa linea la situazione sarebbe diventata estremamente pericolosa. Dal momento infatti che in Italia i brigatisti sono considerati dei banditi che organizzano rapimenti e ammazzano le persone, si può scatenare una campagna di aggressione non soltanto alla Repubblica socialista cecoslovacca, ma anche allo stesso PCI per i rapporti che noi abbiamo con loro. Alcuni anni dopo tale questione viene ripresa pedissequamente in un intervento dell’onorevole Amendola. Quindi, sulla base di questi fatti documentati, mi sembra che in effetti in quella sinistra, sia quella estrema che quella rappresentata dal PCI, preoccupazione relativa alla notizia che i brigatisti fossero legati ai servizi segreti dell’Est, tanto condivisa che vi erano numerose iniziative, sia ufficiali che segrete, per bloccare ciò.

PRESIDENTE. Aggiungo pure la nota querelle giudiziaria tra Sciascia, Berlinguer e Guttuso.

FRAGALA’. Lei la ricorda?

PIPERNO. No, non la ricordo.

PRESIDENTE. Sciascia disse di aver saputo da Berlinguer che dietro le BR poteva esserci la Cecoslovacchia, Berlinguer lo querelò ed entrambi chiamarono come testimone Guttuso che sostenne che ad aver ragione era Berlinguer in quanto lui non aveva mai detto una cosa del genere a Sciascia. Dal quel momento Sciascia e Guttuso non si salutarono più. Le carte in nostro possesso ci dicono che invece aveva ragione Sciascia.

FRAGALA’. Io sono deputato di Palermo e ho frequentato il liceo classico "Garibaldi" di Palermo.

PIPERNO. So di cosa sta parlando.

FRAGALA’. Sono anche ottimo amico del senatore Macaluso. In un dibattito che ho organizzato a Palermo, il senatore Macaluso ha portato a testimonianza questa vicenda relativa a Sciascia, Guttuso e Berlinguer sostenendo che ad aver ragione era stato Sciascia e che quella volta Guttuso non aveva detto la verità. In pratica, i rapporti tra la Cecoslovacchia e le Brigate rosse erano un argomento che a quell’epoca era assolutamente conosciuto da tutti. Berlinguer querelò Sciascia per tentare di impedire che questa notizia venisse fuori, Guttuso non ebbe il coraggio di dire la verità, ma tutti coloro che conoscevano la vicenda andarono da Berlinguer – lo disse anche Macaluso – a chiedere spiegazioni sul perché avesse querelato Sciascia se la verità era quella che aveva sostenuto? E Berlinguer disse: "Lo devo fare, altrimenti saremo aggrediti da tutti". Era una questione di patriottismo di partito. Se le notizie erano comune patrimonio non soltanto dei dirigenti ma addirittura dei militanti della Sinistra, perché lei afferma che non si parlava del collegamento tra le BR e i servizi segreti dell’Est e addirittura che si trattava di un argomento del tutto sconosciuto al dibattito politico interno alla Sinistra italiana di quegli anni?

PIPERNO. La mia opinione è che il PCI avesse una preoccupazione riguardante la Cecoslovacchia. Lì, infatti, a Radio Praga c’era una parte di quei partigiani che avevano avuto guai giudiziari. Sapevamo dell’esistenza di quell’ambiente. In particolare io ne ero a conoscenza attraverso Giangiacomo Feltrinelli, che aveva un rapporto cordiale con alcuni di questi ex partigiani, li stimava. Non vi so dire i nomi perché non li ricordo. Si trattava di persone che Giangiacomo frequentava abbastanza assiduamente. La preoccupazione di Berlinguer conferma il fatto che il PCI, come tutte le altre forze politiche, era assolutamente disinformato su quanto accadeva in Italia. Ciò testimonia che il PCI non rendendosi conto del fatto che si andavano formando dei nuclei pronti alla lotta armata sia nelle fabbriche sia, a volte, nelle sue sezioni, pensava di poter risalire a chi teneva i fili riprendendo il discorso degli ex partigiani. E’ senz’altro vero che nell’ambito della Sinistra extraparlamentare circolava l’informazione che in Cecoslovacchia c’erano dei nuclei di ex partigiani che criticavano la linea del PCI. Tuttavia, avverto che Rossellini è dell’estrema sinistra come io sono di Forza Italia. Rossellini dice le cose che dice Craxi.

FRAGALA’. Ma è lui che le dice a Craxi.

PIPERNO. No, secondo me non è vero. Sono sicuro che nella trasmissione di Radio Città Futura, cui lei fa riferimento, non ci sono le indicazioni chiare che sono state ricostruite a posteriori. L’intervista di Rossellini si riferisce all’ottobre del 1978. Io, nel luglio 1978, ho incontrato Craxi che ha fatto una ricostruzione, suffragata autorevolmente da Dalla Chiesa, nel corso della quale mi disse che le mie conoscenze si riferivano ai colonnelli delle BR; infatti, per quanto riguardava i livelli decisionali veri, io non mi rendevo conto che questi erano altrove e in particolare nei paesi dell’Est. Sono parole di Craxi. A mio parere più che a Rossellini la responsabilità di questa informazione risale al generale Dalla Chiesa, senza nessuna prova.

FRAGALA’. Professore, le fornisco ora un altro elemento di valutazione. Quando è stato pubblicato, tra l’altro per iniziativa della nostra Commissione, l’archivio Mitrokhin, il professor Tritto, primo assistente di Moro nel 1978, si è recato dal giudice Priore dopo aver scritto una lettera nella quale rivelava una circostanza importante. La circostanza era la seguente: un mese prima del marzo 1978 Moro fu avvicinato da un sedicente borsista russo che gli chiese di seguire le sue lezioni, nel corso delle quali tenne un atteggiamento piuttosto strano: s’informò sulle abitudini di Moro e della sua scorta tant’è che Moro disse al professor Tritto di informarsi su quel ragazzo per scoprire se si trattava di una spia del KGB. Il professor Tritto allertò l’onorevole Lettieri, allora sottosegretario, per avere informazioni al riguardo. Questo giovane sedicente borsista frequentò Moro fino al 15 marzo chiedendo addirittura di essere invitato il 16 marzo alla tribuna del pubblico in Parlamento per assistere alla seduta dell’insediamento del governo Andreotti, quello del compromesso storico. Naturalmente il 16 marzo né Moro né il sedicente borsista russo si presentarono in Parlamento. Ebbene, Tritto ha ricordato questo fatto, in relazione al quale vi sono gli atti delle indagini di Lettieri, perché il nome di questo borsista russo compare di lì a qualche anno nell’archivio Mitrokhin come ufficiale del KGB. E’ un ulteriore elemento che dimostra l’attenzione del KGB verso la persona di Moro, attenzione che ci è stata testimoniata solo grazie alla pubblicazione dell’archivio Mitrokhin. Anche le attenzioni negative nei confronti del senatore Macaluso le abbiamo apprese dalla pubblicazione dell’archivio Mitrokhin grazie al quale abbiamo capito anche come uno dei massimi dirigenti del PCI a quarant’anni è stato messo da parte dalla nomenclatura del Partito comunista.

PIPERNO. Ma il senatore Macaluso non è stato mai messo da parte, magari voleva una parte ancora maggiore.

FRAGALA’. A mio avviso il senatore Macaluso, che a quarant’anni dirigeva l’ufficio organizzazione del Partito comunista italiano dell’epoca, doveva aspirare ad una condizione dirigenziale di protagonismo all’interno del PCI, diversa da quella che ha ricoperto successivamente.

PIPERNO. Mi scusi, ma questo vuol dire che forse il senatore Macaluso non era abbastanza apprezzato e non che vi fossero di mezzo i servizi segreti russi per impedirgli di fare carriera nel PCI. Comunque tutto è possibile. Tuttavia Macaluso ne sa più di me.

FRAGALA’. La mia domanda è questa: quale è la sua opinione circa l’ulteriore elemento dell’attenzione di un ufficiale del KGB nei confronti di Moro per un mese intero prima del 16 marzo.

PIPERNO. La mia opinione è che i brigatisti non si sono certo serviti di questo per seguire le mosse di Moro, perché altrimenti non vi sarebbero riusciti. Non c’è alcuna ragione perché i brigatisti abbiano dovuto ricorrere ad un infiltrato che parlava italiano con forte accento russo, quindi una macchietta, alle lezioni dell’onorevole Moro. Sarebbero stati dei folli a ricorrere ad un agente di questo tipo per fare quanto potevano tranquillamente fare da soli.

FRAGALA’. A suo avviso è un’ulteriore coincidenza.

PIPERNO. No, penso che i servizi segreti russi avranno fatto il loro mestiere, ma mi sembra estremamente improbabile che, se fossero stati loro a organizzare la cosa, si scoprivano così, mandando direttamente da Moro uno che con il suo stentato italiano gli dice di voler seguire le sue lezioni, allertando il sospetto pugliese di Moro. Dovevano essere degli sciocchi: saranno stati anche impreparati, ma escludo che fossero così sciocchi.

FRAGALA’. Quali sono state le divergenze più significative tra lei e la linea politica seguita dal professor Toni Negri?

PIPERNO. Si tratta di divergenze relative al modo di concepire la lotta politica. Se vuole mi inoltro, ma diventa un comizio. E’ totalmente irrilevante rispetto all’oggetto di questa discussione.

FRAGALA’. Volevo chiederle se le risulta che Toni Negri intrattenesse fin dalla fine degli anni ‘60 importanti e ramificati contatti con organizzazioni e movimenti rivoluzionari internazionali, soprattutto in America latina, Francia e Germania.

PIPERNO. Abbiamo cominciato a fare le nostre riunioni, appena siamo sorti come gruppo, a Firenze, ospitati, tra l’altro, dai gesuiti; presso il cui istituto abbiamo svolto almeno cinque riunioni. Ad esse hanno partecipato personaggi dell’Ira, dell’Eta, dell’America latina e molti altri. Quindi, credo di sì, credo che il professor Toni Negri, oggi come ieri, continui ad intrattenere rapporti con tutte le forze rivoluzionarie nel mondo. Io non lo faccio semplicemente perché conosco meno lingue di lui, altrimenti lo farei anch’io. Tutti quelli che pensano ad una liberazione umana tentano di intrattenere rapporti con il massimo possibile di forze rivoluzionarie.

PRESIDENTE. Mi faccia capire: in contatti di questo genere quale affidamento poteva avere una persona come Negri sulla genuinità degli interlocutori? Come poteva escludere che ci potesse essere qualche infiltrato?

PIPERNO. E’ un problema che ci siamo posti ma su questo abbiamo seguito quella che era la linea dei movimenti rivoluzionari. Poiché facevamo cose pubbliche, tanto è vero che ci riunivamo presso i gesuiti, le stesse dichiarazioni che facevamo ai nostri interlocutori stranieri erano quelle che comparivano poi sui nostri giornali. Non complottavamo per nessun attentato. Per quanto riguarda la linea politica abbiamo appoggiato l’Ira e l’Eta, ovviamente si trattava di dichiarazioni pubbliche se sostenevamo tanto nelle riunioni più ristrette che in quelle generali. Tra l’altro, abbiamo conosciuto Adams, che ora è interlocutore di Blair, esattamente in quegli anni quando la Sinistra italiana aveva un atteggiamento di ritrosia e di sospetto. Noi avevamo rapporti con l’ala dell’Ira meno militarista ed è quella che oggi speriamo porti ad una soluzione di questo terribile problema irlandese.

FRAGALA’. Lei ha letto il libro autobiografico di Valerio Morucci presentato a Roma qualche mese fa?

PIPERNO. No.

FRAGALA’. Allora non le posso fare la domanda. Quando lo leggerà dovrà valutare se si riconoscerà in alcuni passi, naturalmente sotto nome di fantasia, dove Morucci racconta gli incontri con Feltrinelli.

PIPERNO. Penso che Morucci era assolutamente informato e quindi in grado di descrivere questi incontri con Feltrinelli. Stimo Morucci, da questo punto di vista, penso quindi che è molto probabile che, attraverso un nome fittizio, abbia adombrato i miei contatti con Giangiacomo Feltrinelli.

PRESIDENTE. Morucci proprio nella sua audizione in Commissione ci ha detto: fatevi dire da Moretti chi era l’irregolare che batteva le carte di Moro a Firenze, fatevi dire da Moretti chi era il padrone di casa presso cui ci incontravamo a Firenze. Lei che idea si è fatta in proposito?

PIPERNO. E’ la prima volta che sento queste cose e non ho idea. Credo siano segreti delle Brigate rosse e conviene interrogare loro. Onestamente non ne so niente, non ho mai partecipato ad una sola riunione delle BR.

FRAGALA’. Cosa le dice il nome di Douglas Bravo.

PIPERNO. Assolutamente niente, salvo il sospetto che sia un latino-americano figlio di un inglese.

FRAGALA’. E’ uno dei capi storici della guerriglia in Venezuela tra gli anni ‘60 e ‘70 ed è più volte citato nel house organ di Potere operaio diffuso nel mondo universitario.

PIPERNO. Che cosa è questo house organ?

FRAGALA’. E’ un giornale interno di Potere operaio italiano.

PIPERNO. Non è mai esistito. A cosa fa riferimento?

FRAGALA’. Faccio riferimento a un ciclostilato di Potere operaio diffuso nell’ambiente universitario in cui si parlava spesso di Douglas Bravo, che era uno dei capi storici della guerriglia in Venezuela. Lei non ha idea di chi fosse?

PIPERNO. Se lo era, sarà stato citato, ma non c’era un organo interno di Potere operaio. Sa, siamo stati federalisti per tempo, non abbiamo aspettato Bossi, e quindi ogni nostra sezione organizzava le sue attività. Dovrebbe essere più preciso sul ciclostilato, non so da quale sezione provenga. Di questo Douglas Bravo non ricordo, ma se era un capo rivoluzionario sarà stato certamente citato.

FRAGALA’. Lei ha mai avuto notizia che il padre di Giuliana Conforto, Giorgio…

PIPERNO. Ho letto davvero con attenzione questa notizia qualche mese fa. Voglio essere onesto fino in fondo: ho avuto perfino difficoltà a convincere mia madre, perché lei ritiene questo non possibile, ma le assicuro che non ho mai visto il padre di Giuliana Conforto, non ho mai avuto idea che fosse un militante di sinistra. Giuliana Conforto e suo marito Corbò sono persone che conosco, quando da Pisa vengo a fare la tesi a Frascati… Era vero che soprattutto in Massimo, ma anche in Giuliana, c’era un’attenzione verso i fatti dell’America latina, tanto è vero, se non mi sbaglio (nel qual caso chiedo scusa a questi due signori), che a un certo punto sono andati anche in America latina, in Venezuela, quindi hanno avuto non solo una simpatia ma anche penso dei contatti con i movimenti rivoluzionari di questi Paesi, ma di cosa facesse il padre di Giuliana non ho la minima idea.

FRAGALA’. Lei ricorda che in uno degli interrogatori di Carlo Fioroni, nell’ambito dell’inchiesta sul sequestro Saronio, egli riferì che in alcuni ambienti della struttura di vertice di Potere operaio circolavano insistenti voci su contatti piuttosto preoccupanti con servizi informativi dell’Est da parte di Emilio Vesce?

PIPERNO. Le posso dire che ho incontrato meno di un anno fa Fioroni e mi ha detto che dovevo comprendere che tutto quello che aveva scritto in quel periodo era stato sotto dettatura dei comunisti della federazione di Padova. Gli stessi che hanno organizzato il teorema Calogero.

FRAGALA’. Quindi gli dettavano queste informazioni.

PIPERNO. Dettavano anche al giudice per la verità, come del resto succedeva anche con Caselli a Torino dove a dettare era Ferrara, che mi pare ora sia vicino alle vostre posizioni, ma allora era capogruppo consiliare del PCI a Torino. Tutta quella vicenda è stata organizzata direttamente in prima persona dalle federazioni del Partito comunista a Padova e a Torino.

FRAGALA’. Continuo a fare riferimento all’articolo l’"Oroscopone" perché è come se tale articolo lanciasse a quella federazione di Padova e a chi dettava al giudice Calogero un messaggio con il quale si diceva "o questi escono entro due anni oppure vi roviniamo perché nominiamo il soggetto del PCI che è a capo della BR".

PIPERNO. Avevo suggerito per tempo ad un suo collega di leggere anche un altro giornale, "Il Male", nel quale il problema è stato affrontato direttamente. Noi siamo stati intervistati ed abbiamo raccontato che il vero capo di tutte le vicende era Asor Rosa. E’ un articolo pubblicato e preso in seria considerazione dal procuratore Gallucci il quale ha pensato che si trattasse di una vera e propria rivelazione.

FRAGALA’. Come veniva finanziato "Metropoli"?

PIPERNO. Tutti i nostri giornali erano sempre in passivo; "Metropoli" era l’unico in attivo. In particolare, l’articolo che riportava quel fumetto ha venduto 40.000 copie e durante la mia latitanza a Parigi insieme a Pace ed altri siamo tutti vissuti con l’introito derivante dalla vendita di quel numero di "Metropoli"."Metropoli", infatti, per merito dell’attenzione rivolta da Spadolini e da altri personaggi politici è andato a ruba nelle edicole. E’ un dato che può essere controllato dai conti riportati nelle indagini della magistratura.

BIELLI. In merito a "Metropoli", come spiega il fatto che Pace in questa sede abbia riferito che la rivista è stata finanziata anche tramite le rapine mentre lei ora sta riferendo che "Metropoli" era un giornale in attivo? Per quale motivo Pace avrebbe dovuto sostenere una cosa del genere?

PIPERNO. Si è trattato semplicemente di una boutade. E’ inutile che continuate ad insistere su questo punto.

PRESIDENTE. Lei sta dicendo che non è vero.

PIPERNO. Ci sarà stato un equivoco. Poiché tra le tante accuse ci è stata rivolta anche quella di esserci finanziati con le rapine mentre il processo ha dimostrato che questo non era vero; ritengo che Pace - che è un bon vivant - abbia approfittato della situazione per fare una battuta e considero grave che dei senatori e dei deputati della Repubblica non se ne rendano conto.

PRESIDENTE. Noi partiamo dal presupposto che le persone che vengono qui a riferire abbiano una certa considerazione del luogo e della fatica che noi facciamo nell’occuparci di questi problemi e ritengano che non sia opportuno fare delle boutade. Probabilmente abbiamo sopravalutato il dottor Pace nel comprendere questo spirito.

PIPERNO. L’ipotesi delle rapine è assolutamente esclusa.

PRESIDENTE. Leggo dal resoconto stenografico ciò che ha riferito Pace: «’Metropoli’ era la sommatoria di più componenti: c’erano i romani, i milanesi che avevano loro contatti e può darsi che abbiamo raccolto fondi da questo De Stefani».

PIPERNO. De Stefani?

PRESIDENTE. Era stato chiesto se un certo Stefano De Stefani, cognato di Feltrinelli, fosse uno dei finanziatori di "Metropoli".

PIPERNO. Io lo escluderei.

PRESIDENTE. Invece Pace non lo ha escluso.

PIPERNO. Quale cognato di Feltrinelli? Esistevano cinque mogli. In una indagine non si può parlare così superficialmente.

PRESIDENTE. Il senatore Mantica ha chiesto: "E’ vero che Stefano De Stefani, presidente delegato della Skoda Italia, finanziò nel 1979 "Metropoli" con 70 milioni? Stefano De Stefani è anche cognato di Feltrinelli e aveva rapporti e legami politici con Feltrinelli, era al crocevia di molti movimenti di liberazione africani, ha vissuto molto tempo in Angola". Pace ha risposto: «"Metropoli" era la sommatoria di più componenti: c’erano i romani, i milanesi che avevano loro contatti e può darsi che abbiamo raccolto fondi da questo De Stefani. La fonte principale era costituita da lavori illegali, da forme di autofinanziamento attraverso piccole rapine che si facevano in questa specie di autonomia diffusa, di illegalità presente nel nord, perché a Roma non era così. Ciò in parte è stato acclarato anche dai magistrati. Ci sono poi state anche vendite importanti con cui abbiamo ottenuto finanziamenti, siamo arrivati a vendere 30.000 copie».

PIPERNO. Si trattava di 40.000 copie. Vede come sbaglia?

PRESIDENTE. Pace continua: "Però la parte essenziale del finanziamento proveniva da piccole rapine e furti ad opera di centinaia di compagni". Le sembra una boutade? (Ilarità). Lei non può essere tautologico. Sarei curioso di sapere se un domani un eventuale storico dei lavori parlamentari, leggendo questo resoconto, potrà avere l’impressione che si tratti di una boutade.

PIPERNO. Poiché sono abituato ai verbali, avrei chiesto a Pace di sottoscrivere il resoconto.

FRAGALA’. L’ha letto, corretto e sottoscritto.

BIELLI. Professor Piperno, se la pensa diversamente ha tutto il diritto di alterarsi.

PRESIDENTE. Lei non può sostenere che noi non abbiamo capito che si trattava di una boutade, perché non lo era.

BIELLI. Di fronte ad affermazioni di questo tipo, è difficile pensare che sia stata una battuta di un buontempone. E’ legittimo che noi abbiamo avuto almeno il dubbio.

PIPERNO. Gliene do atto e vi porgo le mie scuse ma quando noi abbiamo ricevuto i mandati di cattura per "Metropoli" siamo stati accusati anche del fatto che attraverso rapine effettuate da persone in Libano, nei posti più svariati della terra, ci fossero pervenuti dei soldi per finanziare la rivista. Di fronte a questa accusa – e ricordo che ci siamo difesi di fronte ad un giudice – noi abbiamo spiegato che i conti erano visibili. Posso proporre alla Commissione un modo per uscirne onorevolmente convocando l’amministratore di "Metropoli", Giorgio Accascina, colui che curava i conti, imputato con noi al processo; a lui è possibile chiedere punto per punto come stanno i fatti. Riconoscendo la vostra buona fede e porgendovi ancora le mie scuse, continuo a ritenere che, in maniera irresponsabile, si tratti tuttavia di una battuta.

BIELLI. Io prendo atto della sua posizione ma le assicuro che tutti facciamo fatica a pensare che si sia trattato di una battuta. Sicuramente come battuta non fa ridere.

PIPERNO. Non fa ridere neanche me.

BIELLI. Lei ha fatto riferimento ad una militanza in qualche modo nella FGCI.

PIPERNO. Non in qualche modo: in tutti i modi, a Pisa, a Catanzaro e a Roma.

BIELLI. Anch’io ho fatto quell’esperienza.

PIPERNO. E’ quello che sospettavo.

BIELLI. In questa sede faremmo meglio ad evitare le battute. Io ho fatto parte della FGCI come lei e non ho mai pensato che questo significasse essere dei sovversivi, ma ciò fa parte di una certa cultura. Lei sa quanto me che per i comunisti era quanto mai impossibile recarsi negli Stati Uniti proprio perché il fatto di essere comunisti impediva di andare negli Stati Uniti. Lei è riuscito a viaggiare, a recarsi negli Stati Uniti e nel Canada, pur avendo fatto in qualche modo questa esperienza cui ha fatto riferimento. Come si spiega questa sua facilità di recarsi all’estero quando a noi tale possibilità era inibita?

PIPERNO. Poiché sono stato nella FGCI anch’io…

BIELLI. Io prendo le cose in modo serio e di questo può essere certo.

PIPERNO. Onorevole Bielli, ho fatto parte della FGCI a Roma, a Catanzaro e a Pisa; e lo stesso tipo di militanza che avevo nella FGCI (attaccando i manifesti durante la notte, venendo fermato dai carabinieri, viaggiando sui treni con i biglietti degli onorevoli falsificati con la scolorina) rappresentava un atteggiamento che faceva parte del nostro costume morale, del costume morale della FGCI dei miei tempi e non solo: ricordo che quando a Pisa abbiamo manifestato per Grimau, nella piazza, a fornirci i sassi, sono stati gli appartenenti alla federazione di Livorno che erano venuti a manifestare con noi. Nel resto della mia vita ho continuato a manifestare come avevo imparato con i braccianti di Catanzaro, con i portuali di Livorno e a Roma con gli edili di Frascati.

BIELLI. Ma la domanda era un’altra!

PIPERNO. Lei però ha accennato che la sua FGCI era diversa. Io le dico, innanzitutto, che probabilmente c’erano tante FGCI. In secondo luogo, quando mi occupavo di plasma a Frascati, mi è stato rifiutato il visto dall’ambasciata del Canada. Ho vinto un posto per fare il PhD a Toronto ma, dopo che mi avevano dato il visto, sono stato richiamato dall’ambasciata canadese e il mio visto è stato cancellato. Nel 1978, sono andato per la prima volta negli Stati Uniti, invitato dalla Società Americana di Fisica, per presentare un lavoro sul rallentamento della luce nei bosoni. Ho ottenuto il visto presentando l’invito formale per la mia relazione al congresso di San Francisco. In Canada ci sono andato dopo, quando ero già in Francia, e lì ho chiesto lo statuto di rifugiato politico. Sono rimasto in Canada per otto anni e, a partire dal terzo anno di permanenza, ho lavorato prima all’università di Montreal e poi a quella dell’Alberta. Questo è successo a molti comunisti, naturalmente a quelli che, oltre ad essere comunisti, avevano qualche altra qualifica. Gli Stati Uniti difficilmente accettavano un comunista che andasse lì a far propaganda, un agit-prop come si diceva una volta. Posso fornirle un elenco di almeno venti fisici comunisti che sono stati negli Stati Uniti e vi hanno lavorato.

PRESIDENTE. Però nel suo caso c’era l’ulteriore fatto negativo di sua moglie, che era stata addirittura arrestata come possibile concorrente dell’uccisione della scorta di Aldo Moro.

PIPERNO. Fiora Pirri era stata accusata di questo nei mesi necessari al Governo di emergenza per indicare qualche colpevole. Tenete presente che l’onorevole Macaluso era il padrino di Fiora Pirri; ho avuto la possibilità di frequentarlo proprio in quel periodo e non mi pareva che fosse particolarmente informato sulle questioni dell’Est, come potrebbe risultare oggi.

PRESIDENTE. Però, se non sbaglio (se è un errore di memoria me ne scuso), poi la sua ex moglie ebbe problemi di terrorismo.

FRAGALA’. Ed è stata condannata.

PIPERNO. Però la condanna è stata per associazione sovversiva. Anch’io sono stato condannato per associazione sovversiva. Mi vanto del fatto che diversi italiani sono stati condannati per associazione sovversiva e che negli altri paesi, per esempio il Canada (dove ho subìto cinque processi, fino alla Corte suprema), l’articolo del codice Rocco è considerato totalmente ingiusto e nocivo per le libertà.

PRESIDENTE. Gli altri paesi non hanno nemmeno la norma sull’associazione mafiosa. Non conoscono i reati associativi.

PIPERNO. Però, Presidente, lei che è un giurista ricorderà che l’articolo sull’associazione sovversiva è stato introdotto dal fascismo esattamente per colpire i comunisti e i socialisti.

PRESIDENTE. Penso che storicamente il nostro sia un paese particolarmente difficile…

PIPERNO. E quindi avevano ragione i fascisti ad introdurre quell’articolo!

PRESIDENTE. No, voglio dire che la categoria dei reati associativi nasce dalla storia di questo paese. Lei oggi proporrebbe l’abolizione del reato di associazione mafiosa?

PIPERNO. No, io stavo parlando del reato di associazione sovversiva, che è una vergogna. Sono uno dei pochi italiani condannati solo per associazione sovversiva.

PRESIDENTE. Lei è un fisico; mi consenta di parlare nella mia professionalità specifica. Se riteniamo ammissibili i reati associativi, sono ammissibili il reato di associazione mafiosa, il reato di associazione a delinquere semplice e quello di associazione sovversiva. Gli altri paesi non conoscono i reati associativi.

PIPERNO. In Francia c’è l’associazione di malfattori, che costituisce…

PRESIDENTE. Ma devono commettere reati.

PIPERNO. Ma anche nel senso di avere aderito ad un’associazione di malfattori. Invece da noi è prevista specificamente – in Francia non c’è – l’associazione sovversiva, cioè il fatto di voler cambiare, non di fare dei delitti violenti.

PRESIDENTE. Restituiamo la parola all’onorevole Bielli, altrimenti ci perdiamo in una disquisizione di politica criminale.

BIELLI. Sono rimasto sorpreso dall’irritazione del professor Piperno.

PIPERNO. Le chiedo scusa, ma è solo una questione di passione.

BIELLI. Tra di noi, anche fra i parlamentari, c’è un clima sereno, anche perché queste audizioni sono tante. La cosa mi ha un po’ sorpreso, ma non è un problema, tanto ognuno rimane delle proprie opinioni. In alcune sue interviste, c’è un elemento che mi ha dato da pensare, perciò le chiedo di chiarirmi la sua opinione in merito. Lei rimprovera ai comunisti il fatto di non essersi adoperati per la salvezza di Moro. Mi sembra che in un’intervista del 1996 lei dica che ha quasi un odio verso i comunisti, perché non si sono adoperati tanto quanto sarebbe stato utile. Non conosco in politica – ma questo è un mio problema – il termine "odio".

PIPERNO. Non penso di aver usato questa parola.

BIELLI. C’è nell’intervista, ma il problema è un altro. Se facciamo riferimento a un modo di operare di una certa cultura politica e anche ad alcune parti dello Stato, scopriamo che il fenomeno delle Brigate rosse, di cui lei dice di non aver mai fatto parte, a differenza di Pace, che invece - come lei afferma - ne aveva fatto parte…

PIPERNO. È lui che lo dice.

BIELLI. Però qui l’ha quasi negato. Le opinioni a volte sono diverse.

PIPERNO. Ha detto che c’è stato per poco tempo, ma questo…

BIELLI. Mi consenta di andare avanti. Noto in queste sue affermazioni un dato. Lei rimprovera ad apparati dello Stato di non aver fatto tutto il possibile nel condurre una certa battaglia per la loro inefficienza.

PIPERNO. Non rimprovero, constato.

BIELLI. Ma la difficoltà più grande nel combattere il terrorismo non è stata quest’area contigua che ha allevato le BR e poi forniva loro le condizioni per galleggiare nel paese con atteggiamenti di copertura? Riflettendo su tutto ciò, non si rende conto che, se questa parte dello Stato ad esempio fosse stata più attenta a coloro che erano contigui alle Brigate rosse (penso a personaggi come Pace, ma anche ad un certo modo di far politica, come ha fatto lei), noi saremmo arrivati ad esse? Pace ci dice che non è stato possibile pedinarlo per un certo tipo di tecnica; lei ci ha parlato dei suoi incontri. Pensi, sarebbe stato sufficiente aver pedinato in maniera opportuna molti di voi. Aggiungo che sarebbe stato sufficiente anche che voi vi foste resi conto di come fosse possibile combattere la degenerazione della lotta politica, dando una mano ed un contributo. Lei dice che si è adoperato per la salvezza di Moro e ha fatto alcune considerazioni. E se l’oggetto della trattativa fosse diventato non la salvezza di Moro, ma anche il fatto di colpire i brigatisti, avreste avuto lo stesso atteggiamento?

PIPERNO. Mi scusi, ma non faccio mica il poliziotto. Ho vissuto nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta e penso che quella che sta alla base di fenomeni degenerativi come la lotta armata sia una profonda ragione sociale. Mi sorprende, proprio perché vengo da quella cultura, che un partito come quello comunista si sia interamente affidato a servizi segreti e giudici, piuttosto che ingaggiare uno scontro e una lotta politica con militanti o cittadini presi da passione; i quali commettevano sì dei delitti, ma nello stesso tempo rappresentavano una situazione che nel paese era reale. Bisogna ricordarsi (perciò accennavo all’inizio ad una profonda distinzione rispetto alla situazione odierna) che gli elementi di violenza erano profondamente presenti nello scontro sociale, per come si svolgeva allora. Era su quello che bisognava intervenire. Nego di aver usato la parola "odio". In ogni caso, se questa parola viene riportata la responsabilità è del giornalista. Dichiaro qui pubblicamente che per me è un problema di scelta politica cui mi sento completamente avverso. Non solo però non odio nessuno; credo di avere ancora oggi dei buoni amici tra i dirigenti comunisti.

PRESIDENTE. Ho letto con attenzione il pre-print di "Metropoli"; non emerge da lì con chiarezza che lei condannasse la lotta armata; sembrava piuttosto che condannasse l'organizzazione della lotta armata fatta dalle BR perché sembrava più favorevole ad una violenza diffusa e di massa.

PIPERNO. Una cosa è la violenza e l'omicidio; un'altra è l'illegalità. Non conosco nessun movimento sociale nella storia che si sia potuto fare avanti rispettando la legalità e, soprattutto, non ne conosco di certo nella tradizione comunista. Non ho mai conosciuto un solo movimento che abbia potuto farsi avanti senza affrontare il problema della illegalità. Fra illegalità ed omicidio politico ritengo vi sia una differenza culturale che non ha a che fare con le leggi ma con la cultura politica. Per me l'omicidio politico è sbagliato come mezzo, ma non per rispetto ai poliziotti piuttosto per le posizioni della rivoluzione.

BIELLI. Lei ha vissuto in Francia; quali erano i suoi rapporti con l'istituto Hyperion?

PIPERNO. Non ne avevo. Sono stato in Francia a casa di Felix Goittary; ho lavorato presso l'Istituto Poincarré con il professor Viger e, tre mesi dopo che ero in Francia, poiché avevo una buona offerta negli Stati Uniti ho preso l'aereo per andare al MIT, dove avevo vinto una borsa di lavoro di un anno. Sono passato dal Canada dove sono andato a trovare un mio grande amico medico che viveva là. Era il mese di agosto. Alla frontiera tra Canada e Stati Uniti, situata nella stessa città di Montreal, sono stato fermato dagli americani che mi hanno detto che il mio visto di lavoro non era più valido; dico questo sempre a proposito dei rapporti con gli Stati Uniti; impedendomi di entrare negli Stati Uniti sono rimasto in Canada. Appena giunto in Canada gli autori del teorema hanno trovato il modo di mandare gli stessi mandati di arresto, che la Francia aveva rifiutato, in Canada. Quindi, per sei mesi sono stato fermo là perché fossero svolti tutti i processi a mio carico. Mi hanno accusato prima di aver ucciso la scorta, ma non Moro; poi di aver ucciso Moro, ma non la scorta; alla fine il risultato è che i giudici canadesi hanno detto che non vi era proprio niente. Non mi sembra in fondo che il Canada sia legato ai regimi dell'Est.

BIELLI. Al di là delle opinioni di ciascuno, apprezzo lo sforzo da lei compiuto per fornirci le risposte alle nostre domande. Quanto alla famosa trattativa per il caso Moro lei ha detto che non era in grado e non voleva per ragioni sue (nel senso che dice che vi era stato un impegno morale che vuole mantenere che personalmente ritengo legittimo) dire delle cose; io non le chiederò di fare nomi ma le chiedo quanto segue: nel momento stesso in cui si discute su come impostare una trattativa ci può dire qualcosa di più sulle modalità che potevano essere messe in atto? Su quello che era possibile fare? Capisco la sua reticenza rispetto al discorso delle persone; le assicuro che sono tra coloro che avrebbero preferito che lei avesse fatto i nomi anche perché credo che dopo ventidue anni vi sono troppe ombre sul caso Moro e troppi stanno dicendo che abbiamo scoperto tutto. Invece, a mio parere, bisogna scoprire ancora tanto e credo che persone come lei potrebbero darci una mano, ma questo dipende dalla sua volontà. Cosa potrebbe dirci circa le modalità, le cose che si potevano fare? Come potevano essere presi dei contatti?

PIPERNO. Lei mi chiede attraverso quali forme potevo ritenere che quei messaggi fossero arrivati alle BR? Personalmente non ci sono mai arrivato durante le trattative Moro. Non ho mai visto i brigatisti. Tra l'altro, l'onorevole Signorile sapeva, così come sapeva il generale dei carabinieri, consigliere del Presidente della Repubblica (messo a parte della cosa avendo seguito tutta la fase delle trattative); era chiaro che non avevo alcun rapporto diretto con loro, ma solo indiretto che si svolgeva attraverso dei militanti che ritenevo plausibilmente legati alle BR, anche se non interni alle stesse. Attribuivo a Pace una posizione analoga altrimenti non sarei stato così imprudente d'accompagnarmi con lui. Questa chiarificazione è già avvenuta davanti al giudice. Come Pace vi erano altri militanti non solo di Roma che ritenevo plausibilmente fossero in contatto con persone di cui mi fidavo e non ritenevo fossero certo dei cialtroni. L'altra cosa che facevo era di rendere pubblica una posizione di critica nei confronti delle BR a proposito del sequestro e del possibile omicidio dell'onorevole Moro. Ho fatto questo non solo nelle assemblee; ho anche scritto a questo proposito - giusto in quei mesi - perché dal mio punto di vista mi sembrava che il modo più efficace per impedire questo omicidio era criticarlo, tenendo conto degli argomenti strategici che si ponevano le BR. Se le BR volevano fare la rivoluzione e non un colpo di Stato, uccidere un ostaggio sarebbe stato dal loro stesso punto di vista - cosa di cui sono convinto tuttora - un errore. Naturalmente questo sempre per il fatto che riconosco alle BR una appartenenza alla stessa area in cui ho militato anch'io come sempre peraltro è successo nella storia dei movimenti sovversivi. L'elemento di terrorismo, del delitto politico è sempre stato al fianco dei movimenti sovversivi come una disgrazia, una tragedia sempre presente. Ogni volta che vi è un movimento radicale tocca fare i conti con questi illusi del corto circuito che pensano che le cose si affrettano tramite il delitto politico. In Italia ci trovavamo nella stessa situazione ma una prospettiva di questo genere era condivisa da centinaia, per non dire migliaia di persone. Questo era il vero problema. Io credo di aver fatto più del suo partito, naturalmente con tutte le proporzioni messe in conto, ben inteso, a proposito del problema da affrontare: la tragedia della lotta armata. L'ho fatto ovviamente dal mio punto di vista cercando non solo di impedire che Moro fosse ucciso, ma anche che venissero commessi dopo Moro altri delitti e l'ho fatto unicamente perché condividevo una scelta di sovversione e di rivoluzione sociale. Non l'ho fatto in nome della legalità, ma della coerenza alle idee per le quali avevo militato.

BIELLI. Spero che ognuno si tenga le proprie considerazioni su chi si è mosso meglio o peggio in quel periodo rispetto al fenomeno drammatico. Se avessimo avuto la forza politica di combatterle meglio forse anche le BR sarebbero state sconfitte. Lo pensavo ieri ma lo penso anche oggi rispetto anche ad affermazioni da lei fatte sul pericolo del terrorismo oggi. Lei oggi dice che noi lo sopravvalutiamo. Credo che dobbiamo oggi, rispetto al terrorismo, avere un atteggiamento secondo cui non si debbono tollerare nello Stato democratico tentativi di interpretazione per cui si ritiene si possa sovvertire lo Stato con atti di quel tipo. Se vi fosse una cultura politica di tutti contro i terroristi oggi, secondo me, anche la faccenda D'Antona avrebbe un altro significato. Ma questa è una considerazione tutta personale. Lei conosce molte storie inerenti a Potere operaio: le risulta di riunioni fatte nel famoso covo di via Gradoli da esponenti di Potere operaio? Tenga presente che di tale questione ne parla Squadrani.

PIPERNO. Chi è Squadrani?

BIELLI. E’ uno di questi pentiti.

PIPERNO. Ma pentito di cosa? Cosa ha fatto per pentirsi? Cioè è un brigatista, un mafioso, un PCI?

BIELLI. E’ un ex brigatista. Sempre a proposito di via Gradoli, risulta che in qualche modo abbia avuto a che fare con questo covo un ex militante di Potere operaio, Giulio De Petra. Lei lo conosce?

PIPERNO. De Petra lo conosco benissimo. E’ il vice presidente o il direttore generale - mi posso sbagliare sulla carica - dell’agenzia italiana per il controllo sull’informatica pubblica. L’acronimo non me lo ricordo, ma si tratta di quell’istituzione che è stata messa in piedi cinque o sei anni fa e che dovrebbe occuparsi dell’informatica pubblica. Lo conosco, è stato certamente militante di Potere operaio. E’ persona che grandemente stimo, malgrado poi sia diventato un militante del PCI; addirittura uno potrebbe pensare dall’esterno che ha un posto di sottogoverno di quelli proprio "scaldati" dal PCI. Quindi, lei lo conoscerà meglio di me.

BIELLI. Lei disistima tutti quelli che in qualche modo…

PIPERNO. Non ho detto questo. Ripeto che stimo De Petra, ma se lei mi fa una domanda su De Petra che sta a via Gradoli, le posso rispondere che essendo nel suo partito glielo deve chiedere lei. L’ho detto prima, credo totalmente di poter escludere che ci siano state delle persone di Potere operaio a via Gradoli, ma non ne so più di voi su via Gradoli.

BIELLI. La ringrazio per quanto ha detto. Vorrei fare un’osservazione. Noi possiamo sbagliare nel porre le domande; abbiamo delle convinzioni che non possono collimare con le sue. Però chi viene qui, come è venuto lei, credo dovrebbe cercare di "darci una mano" a capire qualcosa. L’impressione è che quando si parla di qualcosa che le risulta sgradevole questo viene considerato quasi un atto di accusa; ma contro chi? Si renda conto che noi stiamo qui cercando di svolgere un servizio per questo Paese. Lei ha detto di aver dato una disponibilità: in qualche modo si sarà anche sentito in dovere di dire qualcosa, di contribuire. Se tutto questo diventa altro, le dico che poteva starsene benissimo a casa.

PIPERNO. Io sono venuto qui davanti ad una Commissione dopo un lungo percorso. Per dodici anni sono stato accusato di cinquanta omicidi. Lei allora dovrebbe tener conto del fatto che in questa tragedia noi siamo stati coinvolti personalmente. Io sono venuto qui malgrado diffidi profondamente del fatto che le stesse organizzazioni politiche che hanno dato luogo al comportamento governativo di quegli anni possano oggi stabilire la verità. Sono venuto perché, a mio modo, sono dipendente dello Stato italiano e credo sia mio dovere, se convocato, venire a parlare davanti ad una Commissione. Poi ho detto quella che considero la verità.

PRESIDENTE. Quando lei è stato convocato, ha detto: "finalmente". I motivi per cui personalmente ho pensato di convocarla sono da collegare a quell’intervista uscita su "La Stampa" di cui ho detto. Forse avremmo fatto meglio a limitarci a questo suo incontro con Moretti perché tutte le altre cose che ci ha detto facevano parte di sue posizioni già note ed ampiamente documentate agli atti della Commissione. Prendo atto di ciò. Do ora la parola all’onorevole Taradash per un commento.

PIPERNO. Presidente, mi ero scordato di dire che ho incontrato anche dei radicali in quel periodo.

TARADASH. Magari Aurelio Candido.

PIPERNO. No, no, diciamo Marco.

TARADASH. Io volevo fare essenzialmente due domande sulle due novità che lei ha portato, sulle quali però non abbiamo fatto molti passi in avanti. Secondo me, le audizioni fatte in questo modo, per ricostruire la storia in Italia, servono a molto poco. Se invece arriva un testimone di fatti è su questi che noi dovremmo insistere. Ad esempio, lei giustamente si è meravigliato, e qualcosa di più, per il fatto che nessuna autorità giudiziaria le ha mai fatto domande sull'incontro con Moretti. Io non avevo nemmeno letto l’intervista all’origine di questa audizione. Quando ne ho avuto conoscenza in questa sede anch’io sono rimasto…

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Taradash, l’Ufficio di Presidenza però decide…

TARADASH. Me ne ero dimenticato; infatti è stato nostro merito aver deciso su questa base. Credo allora che qualcosa di più ci dovrebbe dire rispetto a questo incontro con Moretti, visto che lei stesso ha detto che si aspettava che l’autorità giudiziaria facesse domande. Ora, noi non possiamo ovviamente esercitare il potere dell’autorità giudiziaria, però in questa sede è legittimo chiederle qualcosa di più. Come è nata la possibilità di questo incontro? Chi lo ha favorito? Dove è avvenuto? Chi ha partecipato? Lei può dirci che non vuole rispondere, però se c’è un interesse a tale audizione è esattamente questo. Pertanto queste domande io gliele riformulo tutte.

PIPERNO. Presidente, l’onorevole Bielli si è allontanato; mi sono ricordato ora che egli in realtà mi aveva posto una domanda simile ed io non avevo risposto. Devo dire sul mio onore che nessuna di queste cose su cui io taccio ha, beninteso a mio giudizio, alcuna rilevanza ai fini della ricostruzione. Cioè, non c’era, per dire, all’incontro con Moretti, il musicista russo. Cioè, non è che sto tacendo…

PRESIDENTE. Questa è una domanda che le avremmo dovuto fare mentre rispondeva all’onorevole Mantica. Lei lo ha mai conosciuto?

PIPERNO. No, assolutamente no. Quando dico che mi sono meravigliato che l’autorità giudiziaria non mi ponesse dei quesiti, non è che stavo sollecitando il procuratore Vecchione a convocarmi nuovamente vent’anni dopo. Queste cose io le ho dette già nell’’80, nell’’81 e nell’’82. Vi cito le pubblicazioni dei giornali: "L’Espresso" dell’ottobre 1982, in un’intervista fatta da Scialoja mentre ero in Canada. Sicché, quando sono tornato in stato di arresto in Italia per rispondere davanti ai giudici mi aspettavo che almeno un procuratore mi ponesse quella domanda perché io l’avevo detto. Dal 1982 ad oggi ci sono diciotto anni. L’ho detto diciotto anni fa. Non avrei detto questa cosa al giornalista de "La Stampa" se non l’avessi già detta prima. L’avevo detta diciotto anni fa e, malgrado mi abbiano posto tutte le domande possibili, non mi hanno mai chiesto niente su questo aspetto al quale io stesso avevo fatto riferimento. Aggiungo che mi sembra assolutamente irrilevante dal punto di vista della ricostruzione della dinamica di quei fatti che io vi dica a chi apparteneva la casa. Vi ho detto che dalla provenienza sociale di quel proprietario si possono dedurre delle cose che hanno un valore di ricostruzione storica.

TARADASH. Il proprietario sapeva che era Moretti?

PRESIDENTE. Se no, non avrebbe senso tutto quello che ci ha detto.

PIPERNO. Guardi, io questo non glielo posso dire. Quello che le posso dire è che l’incontro si svolgeva in una casa alto-borghese di Roma e che era stato organizzato non da me, ma su sollecitazione dei brigatisti che avevano un problema nei riguardi di Morucci e Faranda e anche di altri fuoriusciti delle BR: temevano che questi costituissero un gruppo appoggiandosi a "Metropoli" per far concorrenza sul piano della lotta armata. Io ero fortemente interessato a smentire questo e fortemente incuriosito in ordine al fatto se i miei contatti del mese di aprile fossero effettivamente andati a buon fine o no. Ho constatato che l’equivoco di Morucci e Faranda è stato sciolto, che tutti i messaggi inviati erano arrivati, perlomeno a Moretti e all’altra persona delle Brigate rosse che accompagnava Moretti.

PRESIDENTE. Era un brigatista non noto?

PIPERNO. No, era una brigatista nota.

PRESIDENTE. E perché non ce ne può fare il nome?

PIPERNO. Perché penso che sia una questione dei brigatisti. Ho parlato di Moretti proprio perché in questo caso c’è stata una presa di responsabilità pubblica.

PRESIDENTE. Non avrebbe conseguenze, non è che la possono condannare un’altra volta perché è stata brigatista.

PIPERNO. Ho capito, però preferisco…

TARADASH. Quando è avvenuto l’incontro?

PIPERNO. Nel luglio dell’anno in cui è stato ucciso Moro, però non le so dire il giorno.

PRESIDENTE. Era Balzerani, probabilmente.

PIPERNO. Mentre su Moretti sono sicuro nel senso che lo conosco e l’ho rivisto in carcere, non sono sicuro sul nome dell’altra, visto, peraltro, che in forse ce ne è più di una.

TARADASH. Quindi è un incontro che avviene, mettiamo ai Parioli, visto che era una casa alto-borghese.

PIPERNO. Io ho già detto dove, avviene a piazza Cavour, nel quartiere Prati diciamo.

PRESIDENTE. Una piccola curiosità. Parteciparono personaggi politici a questo incontro?

PIPERNO. Assolutamente no. Vi partecipai io, Pace e alcuni brigatisti.

TARADASH. Quest’aspetto non ha alcuna importanza per la ricostruzione dei fatti criminosi delle Brigate rosse, ma ha una certa importanza perché un episodio del genere poteva avvenire in piena Roma, a pochi mesi di distanza dall’assassinio di Aldo Moro. Lei aveva avuto una funzione di un certo rilievo in quei mesi e quindi si poteva pensare che fosse sotto osservazione. I brigatisti hanno corso un grosso rischio invitandola.

PIPERNO. Si sono occupati loro di farmi arrivare lì e io mi sono fidato della loro capacità organizzativa.

TARADASH. Può raccontarci come è arrivato?

PIPERNO. Sono arrivato in macchina, ma non conoscevo il nome dell’autista e anche conoscendolo non potrei rivelarlo.

TARADASH. Non è mia intenzione conoscerlo, anche perché non faccio il poliziotto. Voglio soltanto ricostruire un evento che è completamente sfuggito all’epoca alle forze di polizia e successivamente all’attenzione dei magistrati chiamati ad indagare.

PIPERNO. È possibile che l’attenzione dei magistrati fosse rivolta ad altro.

TARADASH. Sarà sfuggito alla loro attenzione, anche se sicuramente non è sfuggito alla loro disattenzione. Noi siamo preoccupati sia dell’attenzione, quando è carente, sia della disattenzione, quando è eccessiva. Mi sembra questo il caso. Quell’appartamento era un appartamento di riferimento delle Brigate rosse.

PIPERNO. Non credo. Onorevole Taradash, se lei vuole entrare nel merito della questione, evidentemente non si pone un problema di ricostruzione storica bensì di ricostruzione giudiziaria.

TARADASH. Non ho problemi né di ricostruzione storica né giudiziaria.

PIPERNO. Quella casa non apparteneva ad un brigatista, né a qualcuno che era simpatizzante delle Brigate rosse.

TARADASH. Questo è chiaro. Sto tentando di capire, secondo quelle che sono le regole di questa Commissione, come mai gli apparati dello Stato, di fronte ad una vicenda del genere, siano stati totalmente disattenti prima, durante e dopo, negli anni successivi. Altrimenti lei mi dovrebbe spiegare perché si è così meravigliato di non essere mai stato interrogato su tale vicenda. È evidente che anche lei dà una certa importanza a tale fatto.

PIPERNO. Mi sono interrogato più volte su tale questione. Credo che la risposta sia sempre dello stesso tipo. Nello stesso modo in cui mi avevano coinvolto in cinquanta omicidi che non era materialmente possibile compiere, così non si sono preoccupati di un dato di fatto che peraltro non ho mai tenuto segreto. Questa è sempre stata una mia regola proprio allo scopo di proteggermi. I motivi sono gli stessi per cui mi hanno falsamente attribuito cinquanta omicidi. Non erano importanti le indagini bensì continuare in un teatrino che va avanti ancora oggi. Ciò che accade oggi avveniva anche allora perché nessuno si interessava davvero dei fatti.

TARADASH. Su questa riflessione abbiamo un'opinione molto simile. Voglio ora fare riferimento al periodo in cui si cercava di trovare una strada per evitare l’omicidio di Aldo Moro. Com’è noto io appartengo alla schiera di chi ritiene che le Brigate rosse fossero una realtà italiana, che andassero lette per quello che dicevano e facevano e che il gioco dei servizi segreti che certamente ci sarà stato, non abbia avuto un’importanza né decisiva né poco decisiva, praticamente che non abbia avuto importanza alcuna se non per gli scenari che - come accade per il mondo politico - anche i servizi segreti amano ricostruire a posteriori. Il fatto che, come lei ci ha detto stasera, anche nel PCI, che era così tassativo nel definire quello che doveva essere il percorso delle forze di polizia e dei partiti in quegli anni, che impediva al Parlamento di discutere del caso Moro, che studiava le strategie per falsificare sin dall’inizio qualsiasi posizione che fosse provenuta dal carcere delle Brigate rosse – vi sono ormai i documenti dell’archivio del PCI che lo comprovano, vale a dire una verità che era nota a tutti coloro che volessero guardare i fatti senza spiare dal buco della serratura altre prospettive – vi fosse una serie di persone, anche dei parlamentari, sensibili alla prospettiva della trattativa, perché evidentemente ritenevano che il senso dello Stato non si esaurisse…

PRESIDENTE. Non mi sembra che abbia parlato di una serie di persone, bensì di aver incontrato una persona.

PIPERNO. No, ho incontrato alcuni dirigenti del PCI, ma semplicemente per caso e per un’antica frequentazione e non perché fossi andato ad attenderli sotto casa.

TARADASH. Vi erano alcuni che identificavano lo Stato con il compromesso storico. Non credo possa essere considerata una slealtà il fatto di dire chi fossero queste persone.

PIPERNO. Onorevole Taradash, se lo desiderano saranno loro stessi a parlare. Non capisco perché lei lo chieda a me.

TARADASH. Lo chiedo a lei perché nel corso di questa audizione lei ci ha detto due cose che noi non conoscevamo. La prima è quella di cui abbiamo precedentemente parlato, mentre la seconda è proprio questa.

PIPERNO. Non ho mai incontrato dirigenti della DC, anche perché in precedenza non ne avevo mai conosciuti. Se mi fosse capitato avrei esposto loro le stesse considerazioni che ho raccontato in questa sede e che vent’anni fa esposi ad alcuni dirigenti del PCI - non necessariamente tutti parlamentari - che mi capitò di incontrare in quei giorni terribili. Ho incontrato frequentemente anche dei dirigenti del PCI, ma anche dei radicali e dei socialisti e a tutti ho ripetuto le stesse cose. Le persone che parlavano con me probabilmente avevano qualche dubbio, non nel senso che erano favorevoli alle BR…

TARADASH. Questo non è assolutamente in discussione, semmai è il contrario.

PIPERNO. Erano persone che ritenevano che la strategia della fermezza praticata in quella maniera portasse ad un vicolo cieco ed erano quindi interessate ad un’altra possibilità. Non erano degli eroi o altro.

TARADASH. Le ho rivolto questa domanda perché forse attraverso queste persone potremmo avere anche una lettura ulteriore rispetto agli eventi politici di quei giorni e di quelle settimane. E’ stata possibile una lettura attraverso i comportamenti del Partito socialista, in qualche misura anche attraverso quelli dei radicali che poi soprattutto successivamente si sarebbero mossi con più decisione, differenziandosi in quel periodo dai socialisti - i radicali chiedevano il dialogo e non la trattativa posizionandosi su una linea diversa -, mentre del Partito comunista conosciamo soltanto la linea della fermezza e della cortina di ferro.

PRESIDENTE. Sulla base delle carte a nostra disposizione forse potremmo fare un nome.

TARADASH. Forse Barca e Bufalini.

PRESIDENTE. Barca riferisce di una perplessità di Bufalini.

PIPERNO. Io non ho incontrato Barca.

PRESIDENTE. Bufalini l’ha incontrato?

PIPERNO. Ho detto solo che non ho incontrato Barca.

TARADASH. Se non altro abbiamo una pista. L’ultima questione riguarda le famose carte di via Monte Nevoso. In questo caso mi trasformo anch’io per un momento nell’intervistatore, nell’opinionista, ma solo per poter esprimere un mio dubbio anche rispetto ad una certa impostazione della Commissione che non condivido, almeno di una parte di essa e del Presidente, vale a dire che il retroscena dell’assassinio di Moro fosse collegato agli interessi di un’entità sovranazionale che non voleva che certe carte fossero scoperte, interpretazione cui se ne contrappone un’altra secondo la quale l’entità non sarebbe…

PRESIDENTE. Io non penso questo. Ritengo che le carte abbiano avuto un loro ruolo.

TARADASH. C’è chi sostiene che fossero gli Stati Uniti ad avere interesse alla morte di Aldo Moro a causa di quelle carte, mentre altri sostengono che fosse l’Unione Sovietica a volere la sua morte. Io non penso questo. Ritengo però che l’Unione Sovietica fosse al corrente dell’esistenza di Gladio. Tra le cose che Moro aveva rivelato una era abbastanza chiara, l’esistenza di una struttura clandestina, vale a dire Gladio. Penso che l’Unione Sovietica fosse al corrente di tutto e pertanto non aveva alcuna necessità di fare carte false per arrivare a conoscere attraverso le Brigate rosse quello che già sapeva per altre vie. Forse però la scoperta dell’esistenza di Gladio nel clima politico del compromesso storico avrebbe potuto turbare in modo drammatico il rapporto che si tentava di instaurare tra Democrazia cristiana e Partito comunista. In questo senso si può parlare di duplice ostaggio, che era però lo stesso Aldo Moro, il quale se fosse tornato alla luce dalle catacombe delle Brigate rosse avrebbe messo in crisi il tentativo politico che veniva effettuato in quel periodo. Ho usato strumentalmente la domanda al professor Piperno per mettere a verbale quello che penso.

PIPERNO. Per ricostruire il clima di quegli anni, desidero riferirvi che più o meno nello stesso periodo in cui sono stato negli Stati Uniti sono andato anche in Polonia per incontrare Adam Michnik di Solidarnosc. Avevo un visto di quindici giorni. Mi recai in Polonia con la mia compagna, Marta Petrusevic, professoressa di storia che ora insegna negli Stati Uniti ma che allora insegnava in Italia. La mia compagna ha fatto parte dei dissidenti polacchi, è stata legata agli ambienti di Solidarnosc e ha trascorso due anni in prigione in Polonia. Sarebbe interessante che la Commissione si rendesse conto che nello stesso numero di "Metropoli" in cui c’è il fumetto di Moro appaiono anche un’intervista ad Adam Michnik e un documento della "Solidarnosc Operaia" - occorre ricordare che Solidarnosc era anche un movimento politico complessivo con al suo interno preti ed altro – nel quale era evidente quanto condividevamo del suo programma politico relativo alle fabbriche.

PRESIDENTE. Costituivate un tramite tra i socialisti e Solidarnosc?

PIPERNO. No, anzi noi avevamo sconsigliato, tanto ad Adam Michnik quanto al signore che è stato candidato alla presidenza della Polonia ma di cui non ricordo il nome, i rapporti con i socialisti di cui non ci fidavamo troppo.

MAROTTA. Intervengo per chiedere semplicemente alcune precisazioni e porre due domande. Per la verità tutte queste elucubrazioni non mi sono congeniali. Sono solito partire da dati di fatto incontestabili, altrimenti è tutto inutile. Pertanto, anziché parlare del passato ritengo opportuno parlare di oggi. C’è stato il delitto D’Antona attribuito alle nuove Brigate rosse. Il professor Piperno ha detto però che queste sono un’altra cosa: la passione che c’era prima non c’è più. Possiamo anche essere d’accordo su questo, ma egli ha aggiunto che anche oggi ci sono gli stessi motivi per ribellarsi. Ma allora, se ci sono gli stessi motivi per ribellarsi, sia pure in tono minore - e d’altra parte l’onorevole Bertinotti dopo questo omicidio pur condannando il fatto ha espresso delle considerazioni, che potrebbero essere in linea con le sue, per le quali è stato rimproverato -, come fa ad affermare che questo movimento non avrebbe nessuna consistenza politica? La consistenza politica potrebbe essere dimostrata anche dal fatto che gli ultimi avvenimenti rivelerebbero addirittura implicazioni di carattere istituzionale. Questa è la prima domanda con la quale le chiedo di precisare la sua affermazione circa l’inconsistenza politica di questo movimento a fronte del fatto che ci sono gli stessi motivi di allora per ribellarsi, motivi ai quali lei è molto sensibile.

PIPERNO. Questo lo dice lei, io non l’ho affermato. Non vorrei che fosse come la storia di Pace. Ho detto semplicemente che i motivi per ribellarsi ci sono ancora.

MAROTTA. Nella seconda domanda mi rifaccio a quanto ho sempre sostenuto in ordine al caso Moro, in disaccordo con il Presidente. Concordo con le affermazioni del professor Piperno. Ormai sappiamo tutto del delitto Moro. Conosciamo gli assassini, e ciò non viene contestato da nessuno. Sappiamo anche chi ha preparato l’agguato. Il professor Piperno ha detto che non c’è nessun delitto del quale si conosca tutto come nel delitto Moro. Ci sono alcuni fatti che non tornano, ma questo rientra nell’ordine delle cose. Nessun fatto si presenta totalmente limpido, senza nessuna ombra. Questa è la verità. La scorsa volta durante l’audizione di Imposimato dissi che molte volte le cose si svolgono non logicamente e noi pretendiamo di ridurle con la logica alla nostra opinione. Dal momento che le cose che non tornano sono del tutto marginali e premesso che sappiamo che le BR sono le autrici di questa vicenda, che esse erano rosse e non sedicenti tali e che lo Stato, inteso non come apparato investigativo e di sicurezza, può aver omesso qualcosa o molto, mi chiedo cosa rimane di queste lacune ed omissioni in mancanza di prove circa l’esistenza di un complotto tra gli organi dello Stato e le cosiddette Brigate rosse. Esse rimangono tali: omissioni, lacune, inefficienze.

E’ inutile insistere su queste cose se non si contesta il punto fondamentale, vale a dire il fatto che sono state le Brigate rosse a sequestrare ed uccidere Moro. A mio giudizio è inutile perdere tempo. Chiedo quindi al professor Piperno, che mi pare d’accordo circa il presupposto, cosa hanno omesso di fare, a suo avviso, gli apparati investigativi e, qualora qualcosa sia stato omesso, se ciò sia dovuto a connivenze, atti dolosi oppure a semplici inefficienze che possono capitare in qualsiasi situazione. Queste sono le due domande che intendevo rivolgerle. La prima è la più importante, quella sul fenomeno delle nuove Brigate rosse, visto che ci sono anche oggi motivi per ribellarsi, come ha detto lei.

PIPERNO. Sulla prima domanda cosa vuole che le dica: penso che sia sbagliato scambiare una spiegazione per una giustificazione, questo è un elemento ricorrente della vita politica italiana. Quando affermo che ci sono elementi per ribellarsi tendo a capire e non a fare una predica dicendo che non dobbiamo più tollerare che in democrazia si usi la violenza: alla fine questa è una predica. Tentare di capire quali sono i motivi per cui magari negli stessi ambienti del sindacato si determinano forme di contrapposizione esasperata a mio parere è più intelligente che predicare sul fatto che la violenza, dal momento che c’è il Parlamento, non va usata. Il Parlamento c’è dà un sacco di tempo e la violenza viene usata.

PRESIDENTE. A volte serve e molto spesso è completamente inutile. Le rivoluzioni sbagliate sono quelle che non riescono, questo vale per le Brigate rosse, per Potere operaio, per Autonomia operaia.

MAROTTA. La domanda era questa: lei ha detto che non hanno consistenza politica.

PIPERNO. C’è una differenza tra l’esistenza di motivi per ribellarsi e il fatto che la ribellione abbia luogo. Sparare ad un professore consigliere di Bassolino è, a mio parere, un atto disperato, che ha ovviamente dei suoi motivi per la ribellione, ma è un atto politicamente disperato. Ai tempi delle Brigate rosse le cose non stavano così; lei chiede cosa avrebbero potuto fare gli apparati dello Stato, io le rispondo che in primo luogo non avrebbero potuto fare niente: il fenomeno era talmente di massa, talmente sconvolgente per la società italiana e anche per quella di altri Paesi, come la Germania, che non sarebbe mai stato possibile affrontarlo solo con servizi segreti più efficienti. Con questi forse sarebbe stato arrestato prima Moretti ma al suo posto ce ne sarebbe stato un altro. Io cerco, dal mio punto di vista, per il mio Paese, di aiutarvi a capire che era un fenomeno in cui la violenza era un elemento di senso comune e, proprio per questo, era difficile arrestarla; per cui spiegarlo in termini di inefficienza dell’apparato a mio parere sarebbe sbagliato, ancorché questa inefficienza c’era e c’è, ma la differenza è che con questa non si spiega il fenomeno della lotta armata perché quest’ultima non dipende dal fatto che i carabinieri non sanno fare il loro mestiere ma che una parte consistente, ancorché minoritaria, della società italiana si è ribellata. E per me questa è la spiegazione: che poi questa ribellione sia giusta o meno è un’altra valutazione, io ammetto che sia stata sconfitta, altrimenti non mi troverei in questa sede ad ascoltare le vostre domande. Sicuramente è stata sconfitta, è evidente. Vorrei suggerire al Presidente di ricordarsi che, in generale, le vittorie si ottengono dopo molte sconfitte e quindi fa parte dell’evolversi della storia che ci siano delle sconfitte. Ridurre il fenomeno della lotta armata ad un fenomeno criminale è un errore che impedisce di capire il nostro Paese; cercare una spiegazione con la CIA o il KGB è un doppio errore perché nasconde la realtà e da questo punto di vista, come cittadino italiano, faccio una critica al modo in cui l’indagine sul delitto Moro è stata portata avanti. E’ una mia opinione, probabilmente mi sbaglio.

MAROTTA. Le risposte non sono congrue.

PIPERNO. Forse non mi sono ricordato più quali erano le domande. Le chiedo scusa.

MAROTTA. Lei risponde a se stesso. Ho domandato semplicemente questo: siccome oggi ci sono gli stessi motivi per ribellarsi non può affermare, a mio avviso, che queste nuove Brigate rosse non abbiano consistenza politica. Lei così ha detto rispondendo al Presidente che molto argutamente aveva richiamato circa il rischio di sottovalutare il fenomeno di oggi. Per quanto riguarda Moro sono d’accordo con lei che sarebbe ora che la Commissione chiudesse ogni discussione. Quando si parte da punti fermi come quelli che ho detto io, e cioè che sono state le Brigate rosse, le famose omissioni dello Stato, dei poteri investigativi avrebbero un senso se si potesse ritenere che erano in complotto con le Brigate rosse, altrimenti rimangono inefficienze. Forse lei è d’accordo con me in questo punto.

PIPERNO. Non sono d’accordo sul fatto che i motivi per ribellarsi…

MAROTTA. Lo ha detto lei. Se lei ritira questa premessa io ritiro la domanda.

PIPERNO. Affermo che motivi per ribellarsi, in un Paese dove ci sono giovani di 34 anni che non hanno conosciuto una giornata di lavoro, ci sono; ma questo non vuol dire che la ribellione è effettivamente un processo in atto. Lo era negli anni ‘70 e non era cominciata sparando a qualcuno, ma con cortei, occupazioni di università, con il manganellaggio della polizia, con la reazione a questi fatti e così via. Tutto questo oggi non c’è, anche se i motivi per ribellarsi ci sono sempre: c’è di mezzo anche la guerra, che non dovete sottovalutare perché in un Paese che vive una vita normale, alla D’Alema, e poi manda i bombardieri, sia pure mascherati, a bombardare un altro Paese, i motivi per ribellarsi ci sono. Con questo vorrei evitare, come succedeva vent’anni fa, che, per la proprietà transitiva, quello che affermo vuol significare che sto giustificando l’omicidio D’Antona: non solo non affermo questo ma reputo questo un delitto tanto più grave perché di nessun fiato e possibilità politica, quindi un fatto interamente e totalmente negativo. Sto facendo un tentativo di capire perché questo succede e non dire soltanto che sono belve, perché poi quando li arrestano si vede che non sono tali, magari era un normale telefonista di un sindacato, pur ricordando che l’indagine non è conclusa.

MAROTTA. Non è lui l’autore.

PIPERNO. Non è lui, ma quando si trovano si scopre che non sono belve. Sforzarsi di capire non vuol dire in alcun modo suffragare quello che hanno fatto.

MAROTTA. Non ho detto questo.

PIPERNO. Le chiedo scusa. Spero di aver risposto.

MAROTTA. La questione è questa: ha detto o no il professor Piperno che ci sono gli stessi motivi per ribellarsi?

PIPERNO. Non ho detto gli stessi, ho detto che ci sono motivi per ribellarsi come c’erano ieri.

PRESIDENTE. Ha detto che anche oggi ci sono motivi per ribellarsi, ma non c’è la stessa situazione di conflitto sociale dichiarato, di guerra civile quasi dichiarata che c’era negli anni ‘70.

MAROTTA. Signor Presidente, lei ricorderà che il fenomeno delle Brigate rosse ha avuto un crescendo.

PIPERNO. Non è vero, sono cominciate prima le lotte e poi ci sono state le Brigate rosse. In questo momento non ci sono lotte ma c’è solo il gesto disperato di qualcuno.

MAROTTA. Signor Presidente, ho fatto riferimento ad una sua opinione quando ha detto di non sottovalutare gli episodi di oggi. Non addebito al professor Piperno il fatto di aver giustificato qualcosa. Non ho detto questo. Ho chiarito solo la mia posizione.

PRESIDENTE. Vorrei ribadire che esiste una legge istitutiva della Commissione che tra gli oggetti di indagine ha inserito anche il caso Moro. Condivido quanto detto dall’onorevole Bielli perché anch’io non ritengo che del caso Moro sia stato chiarito tutto. Infatti – come ha sostenuto l’onorevole Taradash – mentre in una serie di altri casi la magistratura si è occupata non solo del fatto criminale che giustificava l’apertura dell’indagine, ma ha a lungo indagato anche sulle distorsioni istituzionali nate intorno al caso, una delle caratteristiche della vicenda giudiziaria Moro è che si è esaminato solo il fatto criminale ma non si è indagato su altro; si sono svolte indagini sul numero dei terroristi presenti in via Fani, sul percorso della macchina, sulla prigione di Moro e su altri dati simili. Se poi domando chi ha emanato il comunicato del lago della Duchessa, il professor Piperno risponde che sono stati i Servizi, ma è una risposta che non dice nulla. Quali erano i rapporti fra Toni Chichiarelli e gli apparati di sicurezza italiani? Perché a distanza di anni Toni Chichiarelli ha compiuto la rapina alla Brink’s Securmark? Ovviamente gliela fanno compiere e lui fa capire questo. Nella vicenda si è innescato un aspetto forse marginale e non decisivo che però non esclude il fatto che siano state le Brigate rosse a rapire Moro e che - come sostenuto dal professor Piperno - le Brigate rosse fossero una punta avanzata di un movimento sterminato che coinvolgeva un’intera generazione. Sugli altri aspetti però la verità è ancora carente e tale carenza risale anche alla prima Commissione parlamentare che ha indagato sul caso Moro. Le indagini giudiziarie non hanno portato ad alcuna conclusione e noi ci sforziamo di fare chiarezza soprattutto su altri aspetti, piaccia o non piaccia, perché se si prova a fare chiarezza intervengono gli eredi di figure nobili dello Stato italiano che scrivono lettere al Presidente della Repubblica (cento deputati) lamentando che noi conduciamo un’indagine ma sbagliamo; si trascura il fatto che esiste un modo semplicissimo per chiudere questa indagine e cioè una legge del Parlamento con la quale stabilire che questa Commissione non deve più occuparsi del caso Moro. In questo modo verrebbe ufficializzato che non ci sono altri aspetti di cui vale la pena occuparsi. Vorrei rivolgere al professor Piperno un’ultima domanda. Lei conosceva l’architetto Moroni?

PIPERNO. Sì.

PRESIDENTE. Ha incontrato Signorile in casa dell’architetto Moroni?

PIPERNO. No. Avrei dovuto incontrare Signorile in casa dell’architetto Moroni, ma credo ci fu un disguido e lo incontrai in casa di un’altra persona di cui non conosco il nome, ma potete chiedere all’onorevole Signorile.

PRESIDENTE. L’onorevole Signorile però ci ha fornito una risposta completamente diversa. Chi ha incontrato quindi Signorile in casa dell’architetto Moroni?

PIPERNO. Questo non lo so.

PRESIDENTE. Ha mai incontrato Signorile e Moroni insieme?

PIPERNO. Sì; ma quando abbiamo effettuato quel tentativo, rivelatosi poi inutile, l’incontro si è svolto in una casa che non era quella di Moroni.

PRESIDENTE. Hanno partecipato altre persone a questo incontro?

PIPERNO. A volte sì. Ritengo che l’onorevole Signorile, il quale organizzava gli incontri, possa rispondere con maggiore precisione. Io potrei fare un nome che può non corrispondere alla persona effettiva. Sono passati venti anni. L’onorevole Signorile mi assicurò che formalmente io non stavo commettendo alcun reato. Io sono meridionale e avevo sempre timore per il mio posto di lavoro. L’onorevole Signorile però mi assicurò che quanto stavamo facendo non era illegale; e così sembrava a me. Lo stesso Presidente della Repubblica, attraverso il suo consigliere militare, ne era informato. Questa è stata la dichiarazione dell’onorevole Signorile il quale a volte si è presentato agli incontri insieme ad altre persone, ma probabilmente si trattava dei padroni di casa. Ritengo sia preferibile chiedere precisazioni all’onorevole Signorile. Signor Presidente, vorrei fare una precisazione in merito a quanto ho dichiarato prima. Ricordo solo ora il nome dell’altro leader polacco che abbiamo incontrato in quel periodo: si trattava di Kuron.

PRESIDENTE. La ringrazio. Nell’incontro fra lei e Signorile cui ha partecipato Moroni …

PIPERNO. Non è così. Credo di avere conosciuto Moroni già prima, indipendentemente da Signorile, ma potrei sbagliarmi. Ho conversato con l’onorevole Signorile e con Moroni insieme, ma non abbiamo parlato della vicenda.

PRESIDENTE. Quindi, durante questo incontro non può esserci stato nulla che abbia turbato l’architetto Moroni?

PIPERNO. Per quanto riguarda l’incontro che ha avuto con me, lo escludo totalmente; al contrario, scherzando lo abbiamo risollevato. Non abbiamo sicuramente parlato della vicenda.

PRESIDENTE. C’è stato riferito che durante il funerale dell’architetto Moroni, in quale morì poco dopo, si diceva che Moroni si trovava in uno stato di preoccupazione proprio per aver fatto da tramite nell’incontro tra lei e Signorile.

PIPERNO. I rapporti tra Signorile e Moroni erano molto intimi perché si conoscevano da diverso tempo. Non so cosa Signorile abbia detto a Moroni. Posso escludere che si trattava di qualcosa che era derivata dalla mia presenza. Io non ho mai parlato della vicenda Moro con l’architetto Moroni e con Signorile insieme.

PRESIDENTE. Ringrazio il professor Piperno per la sua disponibilità e dichiaro chiusa l’audizione.

Avverto che martedì 23 maggio, alle ore 20, la Commissione procederà all’audizione del colonnello Bonaventura e, alle ore 21,30, all’audizione del dottor Lupacchini e che mercoledì 24 maggio, alle ore 20, si procederà all’audizione del prefetto Andreassi.

La seduta termina alle ore 21,40.

Fine seconda parte

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seconda parte

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