FISICA/MENTE

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

66a SEDUTA

MARTEDI 21 MARZO 2000

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

Indice degli interventi

PRESIDENTE
BAGLIONE
CALABRO’
BIELLI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), deputato 1- 2 - 3
FRAGALA' (AN), deputato 1 - 2 - 3 - 4 - 5
MANCA (Forza Italia), senatore 1
MANTICA (AN), senatore 1 - 2
PARDINI (Dem. di Sin.-L'Ulivo), senatore 1- 2 - 3 - 4

 

La seduta ha inizio alle ore 19,40.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.

Invito il senatore Pardini, segretario f.f., a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

PARDINI, segretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta del 14 marzo 2000.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

 

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE

PRESIDENTE. Comunico che, dopo l'ultima seduta, sono pervenuti alcuni documenti il cui elenco è in distribuzione e che la Commissione acquisisce formalmente agli atti dell'inchiesta.

Informo altresì che il professor Vincenzo Cappelletti ed il dottor Ferdinando Pomarici hanno provveduto a restituire, debitamente sottoscritti ai sensi dell'articolo 18 del regolamento interno, i resoconti stenografici delle loro audizioni rispettivamente del 23 febbraio 2000 e del 1° marzo 2000, dopo avervi apportato correzioni di carattere meramente formale.

 

SULL'ORDINE DEI LAVORI

BIELLI. Signor Presidente, qualche agenzia di stampa ha riportato che il dottor Cappelletti avrebbe fatto pervenire alla Commissione alcuni documenti in seguito alla sua audizione. Questa notizia corrisponde al vero o si può invece dire che non abbiamo ricevuto alcuna documentazione?

PRESIDENTE. Effettivamente il professor Cappelletti aveva promesso di farci pervenire una documentazione, che però fino ad ora non è ancora giunta.

 

INCHIESTA SUGLI SVILUPPI DEL CASO MORO: AUDIZIONE DEL DOTTOR TINDARI BAGLIONE.

Viene introdotto il dottor Tindari Baglione.

PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Tindari Baglione di aver accolto il nostro invito. I colleghi, ma credo anche l'audito, conoscono le ragioni che ci hanno spinto a prevedere l'audizione odierna. La Commissione fra i suoi tanti compiti ha anche quello di riferire al Parlamento sugli ultimi sviluppi relativi al rapimento e all'omicidio di Aldo Moro. Nell'ambito di questa inchiesta eravamo stati colpiti dalla circostanza che sulle modalità con cui i carabinieri giungono al covo di via Monte Nevoso, che per noi assume rilevanza perché è l'unico luogo in cui documentazione di Moro proveniente dal sequestro è stata poi ritrovata, vi era una versione ufficiale che nasceva da un rapporto di polizia giudiziaria dei carabinieri di Milano che poi sostanzialmente era stata trasfusa anche nella sentenza del primo processo Moro, nella sentenza del consigliere Abbate. Lentamente era cominciata ad affiorare nel tempo una versione diversa sullo svolgimento dell'attività indagativa che aveva portato all'individuazione del covo. Dapprima il generale Dalla Chiesa, audito dalla Commissione Moro, aveva sostenuto che i fatti non erano andati esattamente nel modo conosciuto. Anzi, lui dice rispetto a come era stata "venduta la cosa; la questione è più complessa, è una grossa operazione che noi abbiamo fatto, indipendentemente dal pentimento di Peci", e aveva cominciato a raccontare una certa storia. Ricordo poi un libro di memorie del generale Morelli in cui veniva raccontata una storia diversa e, infine, due brevi rapporti delle autorità di pubblica sicurezza che raccontavano un'altra storia ancora. Nel corso di un'audizione che avevamo disposto per la vicenda di Ustica, avemmo modo di sentire il generale Bozzo, all'epoca dei fatti colonnello e collaboratore del generale Dalla Chiesa, che ci diede una versione che, pur avvicinandosi molto a quella fornita dal generale Dalla Chiesa, la completava. Il generale Bozzo ci spiegò le ragioni della diversità delle altre versioni; ci disse che in realtà "l'operazione venne portata a termine dai nuclei del generale Dalla Chiesa. I carabinieri che fecero il rapporto di polizia giudiziaria non eravamo noi che non funzionavamo da polizia giudiziaria" e quindi non erano compiutamente informati dei fatti. Il generale Morelli ha scritto un libro di memorie per sentito dire riportando informazioni non del tutto precise. Il generale Dalla Chiesa ha raccontato i fatti più vicini alla verità, pur non completamente, perché quando veniva audito dalle Commissioni di inchiesta non accettava - come è stato riferito dal generale Bozzo - di presentarsi con un testo già scritto; preferiva parlare a braccio per cui necessariamente il suo racconto non è stato completo.

Posso così riassumere la versione che ci ha dato il generale Bozzo: negli ultimi giorni del mese di luglio a Firenze su un autobus viene ritrovato un borsello che conteneva una pistola, dei documenti di circolazione di un ciclomotore, delle ricevute di uno studio dentistico, appunti e munizioni. I documenti relativi allo studio dentistico e le indagini svolte presso la casa costruttrice del ciclomotore, portano a Milano. I carabinieri svolgono un'indagine rapidissima e ottengono sia dal meccanico dell'officina che riparava il motoveicolo, sia dal personale dello studio dentistico, l'individuazione fotografica del paziente che si era sottoposto a cure dentarie e dell'acquirente del motorino nel brigatista Lauro Azzolini. In più, secondo il meccanico quel motorino - tra l'altro un motorino raro di cui in circolazione se ne vedevano pochi modelli - era stato visto, sempre guidato da questo giovane che descrive con precisione, in zone vicine a via Monte Nevoso. Questo è il motivo per cui le indagini si appuntano su via Monte Nevoso. Poiché nel borsello fu ritrovato anche un mazzo di chiavi, l'utilizzazione di queste chiavi consentì nel tempo l'individuazione di un immobile e di un appartamento al suo interno. A seguito di lunghi appostamenti il 1° ottobre si effettua il blitz che consente nel frattempo, per un'estensione dell'indagine, l'individuazione di altri covi. Per una verifica di queste modalità secondo cui sembravano essersi svolti i fatti, ci siamo anche domandati cosa nel frattempo fosse successo a Firenze, città in cui era nato l'incarto penale relativo al ritrovamento del borsello. Abbiamo avuto delle iniziali difficoltà perché secondo ciò che mi fu comunicato dagli uffici giudiziari di Firenze, questo borsello stava in un archivio difficilmente accessibile perché pericolante, finché un nostro consulente, un magistrato con cui abbiamo la fortuna di poter collaborare da un po' di tempo a questa parte a tempo pieno, ha svolto su nostro incarico un'indagine completa nell'ambito della quale ha ripercorso tutta la vicenda sia dal côté giudiziario fiorentino sia da quello milanese. L'impressione che aveva avuto il nostro consulente era che i carabinieri ai magistrati di Milano non avessero raccontato la verità, quanto meno non avessero raccontato per intero la verità, e avessero quindi prodotto un rapporto di polizia giudiziaria non interamente veridico. Successivamente i dottori Pomarici e Spataro di Milano hanno invece sostenuto che quanto a noi poteva sembrare una forma di depistaggio, in realtà tale non era perché questo scarto tra il rapporto di polizia giudiziaria e il reale svolgimento delle indagini, che è stato confermato essere quello di cui ci aveva parlato il generale Bozzo e che era stato più compiutamente ricostruito dal nostro consulente, era stato in qualche modo da loro autorizzato per la necessità di proteggere le identità di alcuni testimoni di giustizia, vale a dire i funzionari dello studio dentistico che avevano individuato Azzolini e il meccanico dell'officina in cui era stato riparato il motorino e che poi aveva portato all'individuazione della zona di via Monte Nevoso. Al di là di polemiche a mio avviso pretestuose, in realtà la nostra idea che quel depistaggio potesse essere stato fatto per coprire delle fonti confidenziali, degli informatori, in questa nuova verità che abbiamo accertato si è tradotto invece in una modalità di protezione di alcuni testimoni che i carabinieri vengono invece autorizzati a trattare come se fossero fonti confidenziali.

Per poter completare questa indagine abbiamo avuto la necessità di sentire lei dottor Baglione che era il titolare, come pubblico ministero, del fascicolo penale 6722/78 che abbiamo accertato, tramite l'attività del nostro consulente, essersi concluso con l'archiviazione perché i reati sarebbero stati compiuti ad opera di ignoti. Dall'incarto penale relativo che abbiamo esaminato ci siamo resi conto che in un primo tempo c'era un'informativa dei carabinieri che dava una versione abbastanza precisa dello svolgimento delle indagini, facendo riferimento sia a ciò che si era appreso dal personale dello studio dentistico di Milano, sia da ciò che si era saputo dal meccanico dell'officina in cui era stato riparato il ciclomotore. Quel primo rapporto si chiudeva con un appunto in cui si diceva che era stato arrestato, tra gli altri, il brigatista Lauro Azzolini, ma, di fronte ad una sua precisa richiesta in cui lei chiedeva certezza del fatto che il borsello fosse stato smarrito da Azzolini, la risposta è stata negativa; le viene riferito che questa certezza non c’era e da ciò discende la sua richiesta di archiviazione, che il giudice istruttore ha accolto. Fatta quest’ampia premessa, che spero sia stata sufficientemente esatta, le chiedo quali erano le ipotesi di reato, che poi si archiviano perché ad opera di ignoti, quale era la rilevanza penale del ritrovamento del borsello.

BAGLIONE. La risposta è molto semplice, i reati erano quelli di porto e detenzione di pistola comune da sparo calibro 7,65 con matricola abrasa.

PRESIDENTE. Si trattava dunque di un delitto relativo alla disciplina delle armi.

BAGLIONE. Sì, ma vorrei fare una premessa. Quando i vostri uffici mi hanno telefonato parlandomi di un fascicolo, risposi "nebbia". Questa poteva essere sgombrata soltanto dalla visione del fascicolo, per cui ho chiesto il tempo per ricercarlo. Il fascicolo è stato trovato, e non è stato facile; dopo di che ne ho informato i vostri uffici. Ergo: tutto quello che dico è di tipo documentale, niente per ricordo diretto. Il collega consulente, oggi, può aver ricostruito meglio di me, allora, come si sono svolti i fatti. Non si tratta di sciatteria. A quell’epoca, come i vecchi magistrati sanno, collaborando con la polizia, io mi occupavo di Brigate rosse, del comitato toscano, della famosa macchina ciclostile. Nel 1978, con un codice diverso, gli approcci erano diversi: con il vecchio codice cioè il processo era unico. La rivoluzione del 1989 è che si stabilisce "tanti processi quanti sono i soggetti e quanti sono i reati"; tant’è che i vecchi pubblici ministeri cosa facevano con le armi? Si prende la pistola? Scardino il processo, faccio la direttissima, si propinano dieci anni di reclusione e poi si discute, e si fanno le indagini di terrorismo. In questo caso successe esattamente il contrario: Azzolini era stato arrestato nell’ottobre del 1978, la procura della Repubblica di Firenze venne informata dei fatti in data 9 dicembre 1978, a cose avvenute. Il cancelliere scrisse al procuratore aggiunto dicendo che della segnalazione 8 agosto 1978 non si era trovato nulla. Ora, con il senno di poi, mi può sorgere il dubbio di essere stato preso in giro, ma con il vecchio codice chi ha contezza delle procure della Repubblica non si meraviglia nemmeno dei fascicoli nei sotterranei a Roma; io, invece, mi meraviglio pur avendo esperienza di procura della Repubblica. Sta di fatto che il rapporto cui accennava il Presidente arriva il 9 dicembre; per quanto riguarda i corpi di reato (l’ufficio corpi di reato era in tribunale, non in procura, come adesso) arrivano il 13 dicembre 1978. Io vengo fuori il 23 dicembre, quando stilo un verbale di ricognizione di corpi di reato in cui si parla delle chiavi, di un libretto e degli appunti; non c’era nessuna risoluzione strategica. Fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, perciò decisi di andarli a prendere e li allegai al fascicolo. Nel rapporto arrivato il 9 dicembre, a me pervenuto tra il 9 e il 23 dello stesso mese, si dice che hanno fatto tutto i carabinieri di Milano e che i colleghi milanesi sanno tutto e indagano loro. Io chiedo ai carabinieri se i rivenditori del motorino e il personale dello studio dentistico di Milano sono in grado di riconoscere Azzolini e di collegare la pistola a lui perché così, nel migliore dei casi, potevo incriminare Azzolini a causa della pistola. Ma, attenzione, si trattava del vecchio codice: ho fatto qualcosa di più di quello che mi spettava, perché il pubblico ministero era il notaio delle indagini, non il commissario che va a cercare le prove. Quindi, sono andato oltre i miei compiti, perché potevo fare l’istruzione sommaria o delegare le indagini e stavo delegando allo stesso organo referente indagini sulle quali mi aveva già risposto. Il 12 giugno mi rispondono "nebbia" per cui ho archiviato. Ma con il vecchio codice archiviare non significava chiudere perché, mentre con il nuovo codice per disarchiviare ci vuole l’autorizzazione del GIP, con il vecchio si poteva riaprire quando si voleva. Inoltre e, non dimenticatelo, nella parte conclusiva del rapporto di Milano non c’era scritto che avevano arrestato Azzolini ma che "le indagini sono state svolte dal reparto operativo dei carabinieri di Milano, che ha riferito alla competente autorità giudiziaria", il che significa che se ne occupavano loro. A questo punto si è verificato quello che era inevitabile. Dopo questa archiviazione, per mia fortuna, con il consenso di tutti i magistrati d’Italia – fui il più votato –, fui eletto al Consiglio superiore della magistratura. All’epoca l’ipotesi dei fascicoli unici è concreta ed infatti tale dottor Lombardi Antonio chiese la pistola e io la inviai per la perizia.

PRESIDENTE. La interrompo per precisare il fatto in modo che risulti nel verbale perché la Commissione non ne è informata. Un giudice istruttore di Milano, il dottor Lombardi, che indagava per un omicidio commesso da Azzolini, chiese a Firenze la pistola perché sospettava che potesse essere l’arma con cui l’Azzolini aveva commesso quello specifico omicidio. La sottopose a perizia balistica concludendo che non era l’arma di quell’omicidio e quindi la restituì a Firenze.

BAGLIONE. Poiché a quell’epoca i capi d’imputazione per le Brigate rosse erano molto vasti, per esempio, per quanto riguarda le armi, tutte quelle che venivano trovate, può essere che Azzolini per questa pistola, piaccia o meno, sia stato giudicato a Milano. E’ successo quello che il vecchio codice imponeva, cioè un solo processo, e che noi pubblici ministeri cercavamo di scardinare. Per la verità, ho saputo tutto questo leggendo questo articolo dal titolo "Firenze archivia", pubblicato dopo i miei contatti telefonici con i vostri uffici, e che non mi è piaciuto molto.

PRESIDENTE. Perché ha la certezza che Azzolini sia stato processato? Abbiamo visto il processo cui viene sottoposto Azzolini a Milano e il possesso di quella pistola non gli viene mai contestato, viene processato per la detenzione di altre armi, ma non di quella specifica pistola.

BAGLIONE. Le ho già detto quello che facevamo a quei tempi. O si aveva subito la pistola e si faceva il processo per direttissima, mettendo anche questo nel carniere, oppure ai fini di contestare il reato di associazione si considerava tutto.

PRESIDENTE. Lei ha archiviato il caso perché non le era stata data la certezza…

BAGLIONE. Mi è stato negato. Mi è stato detto che la pista che cercavo era secca. In esito alla richiesta, il 12 giugno 1979 mi è stata data questa risposta che poi mi è pervenuta il 16 giugno.

PRESIDENTE. La risposta è chiara.

BAGLIONE. Pertanto, non avendo i nomi non potevo nemmeno compiere una ricognizione personale. Tutti sono d’accordo sul fatto che le cose stavano così. Infatti, il 21 marzo 2000 il "Corriere della Sera" ha pubblicato una dichiarazione di Azzolini il quale ha affermato che la pista della motoretta "era secca" e che quella motoretta gli era stata rubata.

PRESIDENTE. Quindi, il magistrato che ha archiviato non aveva prove sul fatto che quel borsello fosse in possesso di Azzolini.

BAGLIONE. C’è di più. Dopo aver pensato: "me lo hanno imboccato loro" era, tuttavia, chiaro che non vi era la prova si trattasse proprio di lui.

PRESIDENTE. Ha mai parlato di questa vicenda con il dottor Chelazzi?

BAGLIONE. Non ne ho mai parlato. C’era una busta con le chiavi che recava la dicitura "Sostituto procuratore dottor Gabriele Chelazzi s.p.m.". Per mia memoria mi sono appuntato che si trattava di un pacchetto che conteneva delle chiavi. Il numero riportato su quella busta era quello del G.I. ed è lo stesso, scritto con la stessa calligrafia, indicato sulla copertina del fascicolo processuale.

PRESIDENTE. Le ho posto questa domanda perché i suoi colleghi di Milano dottor Spataro e dottor Pomarici ci hanno fatto capire che lei non sapeva niente e ci hanno detto che chi sapeva esattamente come si erano svolti i fatti a Firenze era il dottor Chelazzi, ma io non ho capito quale sia stato il suo ruolo in tutta la vicenda.

BAGLIONE. Nel corso di questi episodi il dottor Chelazzi si trovava a Milano credo in qualità di procuratore della Repubblica. Nell’autunno del 1978 è stato trasferito a Firenze ove eravamo io e il dottor Vigna ad occuparci di terrorismo.Era stato ideato un attentato al ministro della difesa del tempo, onorevole Lagorio; in viale Rosselli furono catturate delle persone che si dichiararono subito prigionieri di guerra - comitato toscano delle Brigate rosse. Quella sera eravamo tutti ospiti del maresciallo dei carabinieri di Vigna. Io ero di turno e dal momento che il caso si rivelava di una certa importanza bisognava decidere chi doveva affiancarmi. Tutti guardavano me e si chiedevano chi avrei scelto. Io scelsi il dottor Chelazzi, che era il più giovane e l’ultimo arrivato, e quella notte procedemmo agli interrogatori e alle perquisizioni. In questo modo Chelazzi fu introdotto nel terrorismo. Quando il sottoscritto è stato trasferito, non per volontà popolare ma per volontà dei magistrati italiani, è stato naturale che del caso si occupasse Chelazzi, ma non so cosa abbia fatto. E’ altresì vero che non ho mai visto il dottor Spataro e che non gli ho mai chiesto il voto per il Consiglio superiore della magistratura mentre Chelazzi e Spataro si conoscevano da prima, da quando erano a Milano. Che poi ci fossero anche accordi con i carabinieri è qualcosa che dovete dimostrare voi.

PRESIDENTE. Mi dispiace che non ci sia il senatore Mantica che su questo argomento ha prodotto un interessante atto di sindacato parlamentare perché in quelle carte che le sono state mandate relative al primo rapporto del 9 dicembre c’era qualche riferimento sull’origine della pistola Beretta.

BAGLIONE. Si diceva che ad un armaiolo era stata venduta una partita; ne mancavano solo quattro, ma tutte erano state distribuite in Italia e destinate in Giordania, in Medioriente.

PRESIDENTE. Se lei avesse saputo che il borsello era di Azzolini, quella informazione avrebbe potuto rappresentare una pista indagativa che poi sarebbe stata approfondita per capire come era stato possibile che una pistola di quella partita era pervenuta ad Azzolini. Oppure il problema dei flussi di rifornimento delle armi delle Brigate rosse non era particolarmente importante a quell’epoca?

BAGLIONE. Per un altro processo io giunsi in Svizzera dove le Brigate rosse pagavano in contanti i bazooka e con un bazooka venne ucciso a Roma il generale dell’aviazione Giorgieri. Figuriamoci se, disponendo di una ghiotta pista sulle armi, io non l’avrei percorsa. Lei mi ha chiesto quale fosse la mia competenza. Essa riguardava la detenzione o comunque il porto illegale di arma clandestina. Per quanto riguarda tutto il resto, il messaggio è stato che avevano indagato i carabinieri di Milano e a Milano hanno riferito. Io non potevo compiere altre indagini e al massimo potevo trasmettere il fascicolo al giudice competente.

MANCA. Intendo approfondire la sua attività relativa alle Brigate rosse a Firenze. La città di Firenze ha avuto sempre un certo ruolo nella storia delle Brigate rosse e addirittura è stato detto che lì risiedesse una sorta di "grande vecchio" che dirigeva l’organizzazione. A prescindere dalla vicenda di Azzolini, cosa può riferirci sul ruolo di Firenze nell’ambito delle Brigate rosse?

Ultimamente, il professor Cappelletti, che faceva parte di un gruppo di esperti che affiancava il Ministro dell’interno durante il sequestro Moro, ha fatto riferimento ad un vuoto assoluto di idee di questi organismi e, soprattutto, al vuoto esistente all’interno delle forze preposte all’investigazione. Questa posizione è stata parzialmente corretta dal dottor Spataro e dal dottor Pomarici, i quali hanno riferito che se esisteva una istituzione che in quel momento barcollava era proprio la magistratura mentre le forze dell’ordine erano molto preparate e svolgevano il loro ruolo fondamentale. Probabilmente questa era la realtà di Milano. Qual era la situazione a Firenze?

Lei era un esperto del fenomeno delle Brigate rosse. Come si spiega lei che un brigatista come Azzolini, accreditato, dotato di capacità di un certo rilievo, abbia perso il borsello, non si sia preoccupato di abbandonare il covo e non abbia assolutamente sospettato che l’eventuale ritrovamento del borsello avrebbe potuto indirizzare le indagini in un certo senso, come poi è accaduto? Questo mi sembra molto strano ed è l’unico punto che non ho ben chiaro. Se è vero che i carabinieri erano molto preparati, è anche vero che Azzolini in quel momento non è stato coerente con il ruolo che gli si è voluto affidare.

BAGLIONE. Io sono una persona modesta ed umile e le mie indagini le ho portate avanti con umiltà e modestia. Glielo dico subito come eravamo allora. In una di queste indagini, in cui tutti i brigatisti si dichiaravano prigionieri politici, c’era un siciliano che cominciò a parlare con me. Io mi chiamo Tindari e con ciò tradisco le mie origini. Il procuratore Vigna era favorevolmente impressionato dal fatto che costui parlasse con me. Ebbene, questo signore, nativo di Carlentini, era stato preso in un appartamento di Borgognissanti. Poiché la polizia ne sapeva più di me, un importante personaggio di cui non faccio il nome perché è tutt’oggi una persona di rilievo (ma vi potete togliere la curiosità andando a controllare gli organici della DIGOS dell’epoca) mi disse "Dottor Baglione, sa chi c’è in quell’appartamento? Un certo professor Senzani. Occorre che qualcuno gli telefoni e lo avverta". Io gli dissi che non avrei telefonato a nessuno. Poi qualcuno lo chiamò dicendogli di fare attenzione a chi si metteva in casa. Questa è la mia conoscenza dei fatti. Tuttavia con molta umiltà mi misi a studiare ed ecco perché mi portai quegli appunti. Si afferma anche che in quel santuario a "Firenze Nova" sia stato trovato il ciclostile con cui venivano fatte le rivendicazioni. Può essere. Chelazzi e Vigna hanno studiato più di me la questione e quindi sanno più di me. All’epoca noi eravamo degli apprendisti stregoni. I carabinieri e la polizia sicuramente ne sapevano più di noi, tant’è che mi facevo portare a spasso da loro, ma ragionando sempre con la mia testa. Anche qui il problema era che non volevo togliere le indagini ai carabinieri perché si diceva che andavo d’accordo più con la polizia.

MANCA. Quindi lei conferma la versione dei magistrati Spataro e Pomarici?

BAGLIONE. Non so cosa abbiano detto e quindi non confermo nulla.

MANCA. Non conferma comunque la versione di Cappelletti secondo il quale c’era il vuoto ovunque tanto che sembrava di stare in un deserto. Le domande che le ho rivolto nascono dal fatto che in questa sede stiamo svolgendo numerose audizioni perché desiderosi di rispondere ad un quesito postoci dal Capo dello Stato. Vorremmo capire se dietro i colonnelli delle Brigate rosse c’erano i generali. Poiché Firenze è stata sempre nominata, lei conferma che all’epoca era a digiuno di tutto, era un apprendista stregone? In sostanza, non si è mai posto il problema di capire se Firenze potesse essere la sede di questi famosi generali?

BAGLIONE. Non vorrei accreditare la sensazione che io sia un "giufà", e chi è siciliano sa cosa significa. All’epoca si faceva esperienza tutti i giorni. Ora, la questione della direttissima sulla pistola sembra l’uovo di Colombo, è come quando Vigna ora dice di processare prima e subito coloro che non hanno alcuna condanna all’ergastolo passata in giudicato. Sono escamotage per tirare a campare. E’ sempre il solito discorso. Io il computer l’ho avuto solo un anno fa. Sapete che all’epoca non c’erano i fax? Ce l’aveva solo il capo della DIGOS ed era un cassettone enorme. Questa è la verità, piaccia o non piaccia.

MANCA. La tecnologia non è essenziale per avere idee o altre risorse. Faccio questa affermazione perché ci tengo molto a capire, in nome del nostro mandato, quali sono le ragioni per le quali non sono stati scoperti gli autori di queste vicende. Se non si ricostruiscono esattamente le capacità delle istituzioni preposte alle indagini, come facciamo a rispondere a questa domanda? Ecco perché ogni particolare e ogni occasione è buona per rispondere alla domanda principale che giustifica la nostra esistenza.

BAGLIONE. Quanto alla seconda domanda, possiamo dare per scontato che Firenze è una città piccola e che quindi ci si conosce tutti. Mia moglie è stata vittima di una rapina per cui le hanno preso la borsa e al suo interno c’erano le chiavi di casa e documenti contenenti il nome Baglione, e a Firenze con questo nome ci sono solo io. In quella occasione la fervida fantasia del procuratore generale e della moglie partorì un'unica idea: cambiare le chiavi di casa. Azzolini ha fatto la stessa cosa, ha cambiato le chiavi di casa. Anch’io ho cambiato le chiavi dell’appartamento e non quelle del portone, sperando che non venissero a rubare e per ora non sono venuti.

MANCA. Ma lei è una persona normale, Azzolini invece era un brigatista.

BAGLIONE. Ma badate che se noi eravamo impreparati, loro non erano tanto meglio. Io li ho visti e ci ho parlato. Erano uomini come noi in carne ed ossa. Per farvi capire meglio vi racconto un episodio. Io sono stato condannato a morte da Prima linea. Sono stati trovati gli atti del processo a Porto Azzurro. Sono stato condannato a morte senza saperlo perché alle Caldine, comune di Fiesole, c’era stata una rapina da parte di un certo Pernazza, quello che poi uccise l’agente Dionisi, che era figlio di un maresciallo della finanza come mio padre. Sono stato condannato a morte per aver mostrato senso di umanità nei confronti di questo ragazzo. Questi erano i grandi terroristi. Erano "carusi". Ripeto, eravamo impreparati noi, ma anche loro non erano granché. L’ideologo era Senzani che faceva il consulente per il caso Moro.

PARDINI. Chi glielo ha riferito?

BAGLIONE. Non lo ricordo. Comunque all’epoca mi fu detto che il professor Senzani era un esperto di queste vicende. Mi dissero che il professor Senzani era un uomo delle istituzioni e che quindi doveva stare attento.

PRESIDENTE. A noi risultava che fosse un consulente del Ministero di grazia e giustizia, e più su questioni carcerarie che su problemi riguardanti la vicenda Moro.

BAGLIONE. Sono piuttosto abbottonato nelle mie dichiarazioni perché il reato di calunnia sapeste come corre!

PARDINI. Vorrei ritornare all’episodio delle informazioni e delle indagini di polizia giudiziaria che aveva richiesto a Milano. Il borsello viene trovato il 28 luglio 1978 e vi sono atti che dimostrano che il primo agosto 1978 a Milano si sapeva già tutto. A lei in realtà viene riferito più tardi – come ci ha ricordato adesso – che Azzolini non era stato riconosciuto né dai dentisti né dal meccanico. In poche parole dalla procura di Milano le viene detto che non c’era modo di confermare che quanto ritrovato a Firenze fosse riconducibile ad Azzolini. Il dottor Spataro, diversamente da quanto ricorda il senatore Manca, quando venne in questa sede disse "Se un anno dopo Formato dice ancora quella cosa, cioè che non è possibile rivelare il nome di Azzolini e affermare che sia il meccanico sia la signorina dello studio dentistico lo hanno riconosciuto, lo fa per tutelare quel segreto e non dice la verità. Non mi permetto di interferire con le vostre scelte istruttorie, ma non escludo che Firenze sia stata informata di tutto, sostanzialmente come noi, anche se documentalmente abbia come noi ricevuto un rapporto parziale. Personalmente sono certo di questo. A questo punto le posso rispondere facilmente che a Firenze erano informati come noi e quindi la spiegazione è la stessa". I casi sono allora due: o voi a Firenze eravate stati informati che in realtà Azzolini era stato riconosciuto dal meccanico e dai dentisti oppure no. Voi sapevate o no la verità?

BAGLIONE. Senatore Pardini, lei si può essere fatto qualunque idea di me oggi; ma crede che se io sapevo qualcosa andavo a chiedere in giro se si era in grado di riconoscerlo o non riconoscerlo… "Se ero di balla", con i carabinieri (che a Firenze significa se ero d’accordo), avrei "abbozzato", cioè mi sarei accontentato delle loro conclusioni e non avrei disposto un supplemento di indagini.

PARDINI. Lei conferma che non è stato informato. Quindi, quanto ha affermato il dottor Spataro e cioè che era sicuro che Firenze era stata informata come Milano di quanto era stato scoperto dai carabinieri di Milano non è vero.

BAGLIONE. Io non so se sia vero o no. Io so che Tindari Baglione non era stato informato. Tenga presente che poco fa ho detto che quando mi occupavo delle Brigate rosse lo facevo più con la polizia.

PRESIDENTE. Per noi l’importante è che non fosse a conoscenza di questo Tindari Baglione, perché era lui il titolare dell’inchiesta, la quale, ad esempio, avrebbe potuto approfondire le indagini sulla provenienza della pistola, perché oggi è questo il problema che abbiamo. Nessun altro poteva farlo.

BAGLIONE. Vorrei però chiarire Presidente, che, anche se avessi trovato Azzolini, il discorso della provenienza della pistola l’avrei passato a Milano, perché il discorso passa da lì. Avrei trasmesso per competenza.

PRESIDENTE. Però, a quel punto avrebbe innescato un meccanismo per cui Milano avrebbe dovuto approfondire l’indagine, mentre adesso questa si è fermata ad un punto morto.

BAGLIONE. La sua domanda fa riferimento all’apertura della mia intervista. Che reati c’erano? Porto e detenzione di arma clandestina; processo per direttissima sia nel nuovo sia nel vecchio rito significa senza indagini. In tale processo si parte dal presupposto che non sono necessarie indagini e non si devono fare.

PARDINI. Mi sembra che quanto da lei detto sia chiaro e chiarisca una volta per tutte questa polemica che purtroppo a mio parere è stata artatamente montata nei confronti della Commissione stragi; ne abbiamo stasera la conferma. Tralasciamo il caso specifico, ma in un caso del genere in cui un magistrato titolare di un’indagine viene informato di fatti diversi da quelli che sono in realtà, per cui poi alla fine è costretto a prendere un provvedimento di archiviazione, lei considera questo tipo di informazione un atto di depistaggio, di disinformazione?

BAGLIONE. Senatore, lei dà giudizi politici, vero? Io faccio processi e nel fare questo applico la regola che le valutazioni si fanno con giudizio ex ante, non ex post. Ex ante i fatti erano questi. Tra l’altro, lei è giunto a delle conclusioni che, con riferimento all’annotazione del mio cancelliere, le ho detto che potevano accadere - ecco perché non mi allarmai - in tutte le buone famiglie. Ho poi fatto l’ipotesi, in cui mi sarei allarmato, dei fascicoli nei sotterranei di un palazzo di giustizia; lei si immagina una segnalazione di rapporto? Visto che stiamo ragionando di procedura penale, lei sa che attraverso una cosiddetta legge Carotti oggi per gli ignoti si riferisce di mese in mese, come per lo stipendio degli statali? E poi si archiviano dei fascicoli alti così? Cioè l’ignoto non si archivia ignoto per ignoto; ogni mese la questura ti invia gli ignoti e tu prendi questa "balla" e sopra ci scrivi "ignoti". E cosi vanno al GIP. Questo è il trattamento che l’attuale sistema giudiziario riserva alle pratiche degli ignoti. Dopodiché si può fare tutto. Gli ignoti devono rimanere tali, altrimenti il sistema non regge, ma non perché non ci sono i magistrati, che sono anche troppi, ma perché è il sistema organizzativo, dalla polizia fino alla cancelleria, che non regge. Ogni sistema, nella sostanza, ha una funzione intimidatoria: la funzione preventiva della pena; poi si parla della rieducazione.

FRAGALA’. Dottor Baglione, vorrei innanzi tutto ringraziarla della sua disponibilità e del contributo che sta portando ai nostri lavori. Vorrei ora chiederle una cosa che riguarda una sua affermazione di poco fa. Lei ha dichiarato che Giovanni Senzani ha fatto da consulente per il caso Moro. Voglio sapere da lei che cosa vuol dire con questa affermazione.

PRESIDENTE. Tenga presente, consigliere, che se lei desidera non affrontare il rischio della calunnia abbiamo la possibilità di passare in seduta segreta.

BAGLIONE. Di segreto non c’è nulla. Per rispondere all’onorevole Fragalà, con questa affermazione volevo dire che questo ragazzo, tale Bombaci, che era il figlio di un maestro di Carlentini, risiedeva a Tavarnelle Val di Pesa, ma venne arrestato in un appartamento di Borgognissanti. Mi fu detto dalla molto più preparata questura – ufficio DIGOS (quindi non c’è scritto da nessuna parte ma è il mio ricordo) che questo appartamento era nella disponibilità del professor Senzani, un grosso criminologo che aveva espresso delle ipotesi a livelli molto alti, non mi ricordo se sul luogo di cattura. Non è che sono reticente è che non si tratta di fatti documentali; fu un discorso del tipo: "Lo vogliamo avvisare Senzani di chi si mette in casa?". Io risposi che non avrei avvisato nessuno, perché facevo il magistrato e non il telefonista. Quindi è in questi termini che il discorso va posto. Alla domanda se eravamo più preparati noi o loro, la mia risposta, con una battuta, potrebbe essere che avevamo gli stessi consulenti, cioè il Senzani.

FRAGALA’. Ma lei a chi passò questa informazione, al dottor Vigna?

BAGLIONE. No. La appresi da uno della DIGOS e, per rispetto all’alta carica, non vorrei far nomi.

FRAGALA’. E lei dopo questa informazione ha mai saputo di attività di consulenza che il professor Senzani aveva svolto per conto della DIGOS?

BAGLIONE. Mai visto e conosciuto.

FRAGALA’. Lei ha mai condotto indagini sul covo o sul nascondiglio del comitato esecutivo delle Brigate rosse, riunito a Firenze durante e dopo il sequestro Moro?

BAGLIONE. Ne ho già parlato di questo; probabilmente sì ma senza rendermene conto. Si tratta di due questioni. Ad un covo credo che ci arrivammo e trovammo il ciclostile ed era a Firenze Nova, ma lo collegavamo solo ed esclusivamente… ecco perché io dico l’umiltà: poi tutti avevano intuito, compreso forse qualche mio collega. Io non avevo intuito nulla. Quello era un covo caldo del comitato toscano delle Brigate rosse. Poi si parlò di un altro, ma io di questo non me ne sono mai occupato, vicino al carcere di Sollicciano. Ma di questo non ne so niente. Tenga presente che allora il carcere non c’era.

FRAGALA’. Ho ben presente la località di Sollicciano. In altre audizioni sul caso Moro e sulle Brigate rosse, soprattutto sulla casa che avrebbe ospitato il comitato esecutivo, è venuto fuori che a Firenze era voce comune e corrente che esisteva un certo settore dell’aristocrazia il quale simpatizzava per l’estrema sinistra e per le Brigate rosse e addirittura li chiamavano a Firenze "podere operaio", per dire che erano i grossi proprietari terrieri che stavano accanto a questi estremisti e a questi terroristi. Ora le chiedo se, nelle sue indagini, è mai venuta fuori un’indicazione, un sospetto nei confronti di un’importante famiglia, un grosso nome della Firenze aristocratica che potesse ospitare le Brigate rosse o addirittura il comitato esecutivo durante le sue riunioni.

BAGLIONE. L’ho letto sul giornale solo un anno fa, però ribadisco quello che ho detto per incidens.

PRESIDENTE. Lei sul giornale, un anno fa, avrà letto del musicista Markevitch, ma penso che l’onorevole Fragalà si riferisca ad altro.

BAGLIONE. Come vede, non so nemmeno di che cosa sta parlando. Tenga, però, presente un altro fatto: già all’epoca in cui ci occupavamo di terrorismo eravamo in tre, ossia Vigna, Baglione e Chelazzi e vi ho raccontato il reclutamento di Chelazzi. Poi fui eletto al Consiglio superiore e, quindi, non sostenni nemmeno la pubblica accusa al dibattimento; feci tutta "la sommaria". Da ciò si spiega come ci sia quella busta con la scritta: "Consigliere Chelazzi".

FRAGALA’. Consigliere Baglione, lei conosce il giudice istruttore di Firenze di allora, Vincenzo Tricomi?

BAGLIONE. Lo conosco e per me è una gran persona per bene. Anche lui è siciliano.

FRAGALA’. Esatto. Ci può riferire qualcosa sull’inchiesta condotta dal dottor Tricomi come giudice istruttore su un traffico d’armi fra palestinesi e terroristi di Prima linea con la mediazione della Libia di Gheddafi?

BAGLIONE. In quel periodo dovevo essere a Roma. Non abitavo più a Firenze.

FRAGALA’. Quindi, non sa nulla di questo.Sa che il rapporto dei carabinieri di Firenze del dicembre 1978 dice, a proposito dello stock di armi cui apparteneva la pistola di Azzolini, che non ci sono state né denunce di furto né di smarrimento?

BAGLIONE. Voglio dire che cosa dissero a me. Poiché non ricordavo più nulla, quando gli uffici di segreteria della Commissione mi hanno contattato sono andato a riguardare gli atti che, regolarmente autorizzato, ho fotocopiato. Li ricordo quasi tutti, tranne una parte. In essi vi è scritto che: "Le stesse fanno parte di uno stock venduto in due tempi, e precisamente in data 4 aprile e 11 maggio, all’armeria Sacchi Eugenio di Milano, via Bruletto n. 44 – come vede, tutto porta a Milano e, quindi, dovevo mandare lì le indagini – e dirette in Giordania. Delle 99 pistole solo 4 risultano vendute in Italia e precisamente 3 più una. Le 4 armi, all’atto dell’accertamento, risultavano ancora in possesso degli acquirenti". Quindi, si disse di andarle a cercare in Giordania.

FRAGALA’. Esatto. Tuttavia, questo rapporto, se lei continua…

BAGLIONE. Sì, continua come segue: "Per esse non esiste alcuna denuncia di furto né di smarrimento", ma per le italiane.

FRAGALA’. Allora il problema è il seguente. La pistola di Azzolini, della quale è stato ricostruito il numero di matricola, risulta appartenere a questo stock di 99 pistole, di cui 4 – secondo i carabinieri – erano in possesso dei legittimi proprietari, mentre le altre rimanenti non erano state né rubate né smarrite ed erano – secondo il SISMI – dirette a Cipro e facevano parte di un intenso traffico d’armi su Cipro destinato ad organizzazioni di sinistra. Allora le chiedo, naturalmente in base ai documenti in suo possesso, quanto segue. Se queste armi non erano state né rubate né smarrite; le 4 erano in possesso dei legittimi proprietari; il SISMI aveva segnalato che esse erano state vendute alla Giordania ma lì non vi erano mai arrivate perché si trattava di società fantasma che le avevano evidentemente comperate per un traffico di armi, questo traffico di armi diretto ad organizzazioni di sinistra, dalle indagini dei carabinieri ha saputo mai come fosse pervenuta la pistola ad Azzolini?

BAGLIONE. No. Le faccio una battuta: l’avrei chiesto ai carabinieri.

PRESIDENTE. Non ho capito.

BAGLIONE. La battuta spiritosa è che avrei commissionato un rapporto ai carabinieri.

FRAGALA’. Vede consigliere, il problema è che oggi in un’agenzia stampa il dottor Spataro sostiene che forse era un’arma rubata – i brigatisti ne avevano tante di armi rubate – e, quindi, ipotizzare che fosse di pertinenza dei servizi segreti è assurdo; poi prosegue dicendo altre cose. Il quesito che le pongo è se queste armi in effetti non erano rubate secondo i carabinieri di Firenze ed erano…

BAGLIONE. Non di Firenze. A tal proposito bisogna stare attenti.

FRAGALA’. Il rapporto è di Firenze.

BAGLIONE. Onorevole Fragalà, legga come chiude il rapporto. Ci hanno rivenduto quello di Milano. A Firenze non è stato fatto nulla. Le indagini sono state svolte dal reparto operativo di Milano, che ha riferito alla competente autorità giudiziaria. Questi sono solo passacarte.

FRAGALA’. Ancora meglio. Se i carabinieri di Milano hanno fatto le indagini - quindi si tratta di quelli che hanno scoperto il covo, arrestato Azzolini, smantellato la Walter Alasia, scoperto tutte le armi e via dicendo - non c’è dubbio che scrivono che le armi non sono state oggetto né di furto né di smarrimento e che erano dirette fittiziamente in Giordania; poi dal SISMI sappiamo che, invece, si trattava di un traffico di armi diretto a Cipro, che doveva alimentare il terrorismo di sinistra in Italia. Le chiedo e mi chiedo come i carabinieri di Milano non siano riusciti a ricostruire la provenienza diretta della pistola che era nel borsello di Azzolini.

BAGLIONE. Onorevole, lei sa più fatti di me e, quindi, l’ascolto con molto interesse.

FRAGALA’. Il dottor Spataro evidentemente ha un ricordo erroneo, perché dice che forse la pistola era stata rubata e, invece, non risulta rubata.

Le offro un altro elemento, anche al fine di poter ricostruire a lume di logica più che sui documenti. L’appunto dice che: "Fonti attendibili segnalano essere in corso un intenso traffico d’armi su Cipro, destinato probabilmente ad organizzazioni di sinistra - lo dice il SISMI -. Il 16 marzo la polizia greco-cipriota ha sequestrato 4 scatoloni in transito contenenti 400 pistole, perché la destinazione delle armi non venne ritenuta convincente dalle autorità doganali di Lanarca, Cipro. Si è segnalato che la motonave Sere, nel 18 aprile ultimo scorso, è stata notata in rada di Marina di Carrara con asserita provenienza dalla Turchia e che sarebbe ripartita il giorno successivo per destinazione non nota". In pratica questa nota dimostra che l’armeria in questione aveva venduto fittiziamente le armi alla Giordania attraverso delle società fantasma. Queste armi, invece, erano dirette ad un traffico su Cipro che alimentava il terrorismo di sinistra e, poiché tutto questo era stato già segnalato dal SISMI, il problema è il seguente. Come mai su questo non si sono fatte delle indagini per ricostruire il circuito del rifornimento di armi che – attraverso, addirittura, la fonte italiana è Cipro - arrivava ai brigatisti rossi? Questo è il tema che, però, evidentemente…

BAGLIONE. Onorevole, se avessi saputo tutte queste cose, la situazione cambiava di poco, perché archiviavo per ignoti Azzolini, per il quale il dubbio mi rimaneva, e mandavo a Milano per quanto di competenza.

PRESIDENTE. Ma, se il Presidente può interloquire per un attimo, il punto qual è? Io personalmente non ho motivo per non credere al dottor Spataro e al dottor Pomarici quando ci hanno detto che la non perfetta corrispondenza al vero del rapporto di polizia giudiziaria che loro acquisiscono dai carabinieri, che poi entra addirittura nella verità processuale della prima sentenza Moro, fu fatta per la finalità commendevole di proteggere l’identità di alcuni testimoni. Quello però che noi abbiamo accertato è che se anche le cose sono andate così e io non ho motivo, allo stato, per ritenere che non siano andate così, a questo si è pagato un prezzo, perché questa pistola poteva essere più o meno importante, ma le cose che nascono da un atto di sindacato parlamentare del senatore Mantica, che l’onorevole Fragalà ha ripreso nel farle queste domande, dimostrano che quella era una pista che perlomeno doveva essere percorsa e che invece non viene percorsa perché doveva farlo Milano, ma non la percorre perché tutta questa realtà che era stata costruita per proteggere i testimoni fa in modo che la pistola venga a Firenze dove, per quello che noi sappiamo, è stata addirittura rottamata.

BAGLIONE. Non mi dica.

PRESIDENTE. Sembrerebbe che abbiamo accertato questo: dopo che è stata periziata dal dottor Lombardi con una conclusione negativa, questa pistola non si trova più perché sarebbe stata distrutta. Per lo meno noi possiamo dire che a questa finalità benefica di proteggere i testimoni sia stato pagato questo prezzo. Questa è una conclusione a cui arriviamo e saremmo arrivati de plano, senza scandali, senza polemiche se non fossimo in qualche modo allarmati da tutte le polemiche che ci sono state. E’ chiaro che questo pezzo piccolo di verità, che non cambia la storia complessiva del caso Moro, ma è un piccolo contributo che noi abbiamo dato è emerso per effetto di questa nostra insistenza. L’unica cosa che non riesco a spiegarmi è perché questo abbia sollevato scandali, stracciamento di vesti, conferenze stampa, accuse di dietrologia e, soprattutto, perché tutto questo debba essere visto come un modo per voler gettare ombra sulla memoria del generale Dalla Chiesa.

BAGLIONE. Non mi sento destinatario...

PRESIDENTE. Lo so, non ce l’ho con lei, sto parlando per il verbale. Parrebbe che lo scandalo nasca dal fatto che il Presidente di questa Commissione è certo che Dalla Chiesa avesse degli infiltrati nelle Brigate rosse. Questo è vero: il Presidente di questa Commissione è certo che Dalla Chiesa avesse degli infiltrati nelle Brigate rosse, per il semplice motivo che Dalla Chiesa lo scrive a Rognoni in due lunghissimi rapporti in cui spiega come e perché rientrasse nei suoi poteri, che coinvolgevano potere di intelligence, potere di polizia e potere di polizia giudiziaria, anche quello di operare infiltrazioni. Perché questo debba essere considerato scandaloso è una delle cose che mi domando. Ovviamente non a lei ma alle persone che sentiremo dopo porremo questo problema: se oggi, a distanza di tanti anni, i nomi di questi infiltrati possono essere conosciuti per ricostruire meglio questa storia.

BAGLIONE. Per quanto riguarda l’arma rottamata, non c’è da meravigliarsi: basta conoscere il codice di procedura penale e si sa benissimo che i corpi di reato che possono essere rimessi nel circuito si vendono, e la gente li compra, quelli che non possono essere…

PRESIDENTE. Io ho registrato un fatto oggettivo: oggi ulteriori accertamenti su quell’arma non si possono fare, non perché non doveva rottamarsi ma perché è l’esito a cui ha portato tutta la vicenda.

BAGLIONE. Vede Presidente, un giudice attento o ne ordina la distruzione (ecco la rottamazione) oppure la manda al museo che esiste al Ministero della giustizia rendendo scontenti tutti quelli del museo, perché nessuno le vuole. Le cose che possono avere un rilievo culturale e storico, ci ho provato una volta a mandarle. Per l’amor di Dio, mi telefonò una volta il segretario del Ministro dicendomi: "Che cosa ci hai mandato? Abbiamo le stanze piene".

FRAGALA’. Le pongo un ultimo problema. Da quanto lei ci ha detto questa sera, certamente la procura di Firenze non soltanto non si è sentita privata dell’inchiesta sul borsello, sulla pistola e sul ritrovamento nel tram di Firenze, ma comunque avrebbe in ogni caso, sia per le regole del vecchio codice, sia per un problema di competenza, rimandato gli atti a Milano perché Milano – lei ci ha detto questa sera – sarebbe stata competente per tutte le vicende scaturenti dal ritrovamento del borsello e al massimo si sarebbe potuta fare una direttissima per porto abusivo d’armi a Firenze.

BAGLIONE. Con le parole "al massimo" sì.

PRESIDENTE. Qualche indagine del tipo di quelle che suggerivano le domande precedenti l’intervento dell’onorevole Fragalà si sarebbe anche potuta fare.

FRAGALA’. Sì ma non a Firenze, a Milano.

BIELLI. Dottor Baglione, lei su alcune questioni ci sta dando un contributo vero, quindi non è solo un ringraziamento per le cose che ci dice, perché credo che abbia un atteggiamento giusto rispetto al lavoro che sta svolgendo questa Commissione. Noi stiamo cercando di acquisire elementi che ci possano permettere di evidenziare la verità dei fatti che nasce da dati oggettivi. Lei ci sta aiutando molto e io gliene sono grato. Allora, proprio perché ci sta aiutando le chiedo questo: Firenze – già il vice presidente Manca lo ha ricordato – rimane per noi, per la Commissione stragi uno di quei luoghi e di quei punti in cui sono più i misteri che non i dati certi. Lei questa sera quando ha ricordato Senzani ha riportato fuori un personaggio che non è stato secondario per quanto riguarda la storia delle Brigate rosse. Lei ci ha detto che, rispetto alle indicazioni che ci ha dato, non può andare oltre; io chiedo se ci può dare qualche elemento in più, cioè chi è che in qualche modo aveva fornito questa informazione su Senzani, sull’opportunità di informare Senzani che a casa sua c’era un terrorista.

PRESIDENTE. Che era Bombaci.

BIELLI. Allora, poiché siamo in condizione di poter segretare le cose che lei dice, non le sembra, a distanza di oltre vent’anni da episodi così delittuosi, che sia possibile incominciare anche a fornirci qualche elemento in più che permetta a tutti noi di riuscire a sviluppare ancora di più le indagini in corso? Noi non siamo qui con l’intendimento di voler perseguire nessuno, ma stiamo cercando di dimostrare agli italiani che è possibile trovare dei punti di verità. Se lei ci può aiutare, come ha già fatto, ancora di più le saremmo grati.

BAGLIONE. Onorevole Bielli, non si possono mica segretare le chiacchiere. Io le sto dicendo che in quella occasione, e lo ribadisco, mi venne detto: "Non sarà mica il caso di avvertire Senzani, che è una persona brava, che ha belle conoscenze, che ha dato dei pareri sul caso Moro?". Pareri sul caso Moro ne abbiamo dati tutti. A chi il parere? Magari a quello lì. Lei crede che io, con l’alto senso che ho della storia e delle istituzioni, per cui mi sono sentito onorato di essere venuto qui a dirvi tutto quello che non so e quello che so, farei delle storie oggi? Se io sapessi che questo signore ha svolto attività, eccetera, mi creda, nella coscienza di gentiluomo e nel rispetto della vostra onestà intellettuale, io lo ribadisco fermamente, sia chiaro: non sono un maresciallo dei carabinieri, io sono un giudice e ribadisco giudice e non pubblico ministero di questa Repubblica.

BIELLI. Continuo a dirle grazie per le cose che ci ha detto; se poi era possibile andare oltre non mi sarebbe dispiaciuto. Le rivolgo un’altra domanda: lei avrà notato che in questa audizione abbiamo insistito molto sui rapporti tra Firenze e Milano. In questa Commissione il dottor Spataro, nell’audizione cui è stato presente, fa un’affermazione in cui dice che: "Per quanto riguarda Firenze, volevo dire che conosco molto bene il dottor Chelazzi" di cui lei ci ha detto qualcosa e, andando avanti, afferma: "al quale ho parlato di questa audizione. Egli mi ha detto di essere pronto a riferire in qualsiasi momento, se necessario, che venne avvertito del ritrovamento del borsello quando le indagini partirono e quando i carabinieri di Firenze andarono a Milano. Venne dunque avvertito prima di noi per la semplice ragione che noi non lo sappiamo". In base a quale ragione si avverte Chelazzi e non lei?

BAGLIONE. Qui c’è qualcosa che non torna perché, secondo quanto ricordo, nell'agosto del 1978 - e sono pronto a giocarmi il dito mignolo su questo punto - il dottor Chelazzi era a Milano. In precedenza ho ricordato una circostanza relativa ad un arresto di appartenenti al comitato toscano BR al quale partecipò insieme a me il dottor Chelazzi perché io lo scelsi tra tutti gli altri sostituti; infatti era inverno, ci trovavamo tutti insieme a mangiare una pizza quando arrivò la notizia ed io, che ero di turno, decisi di portare con me il più giovane di tutti noi, cioè il dottor Chelazzi. Quindi Chelazzi nell’agosto del 1978 era sostituto procuratore non a Firenze ma a Milano; la mia è una ricostruzione logica…

BIELLI. La sua risposta è estremamente logica. Cosa ne pensa del fatto che la polizia giudiziaria abbia in qualche modo negato qualche informazione all'autorità giudiziaria preposta a seguire quelle indagini? Lei in precedenza ha detto che bisognava fare riferimento al vecchio codice. Non le sembra che anche il vecchio codice di fronte a fatti simili possa comunque configurare una sorta di reato? Il suo sorriso è già una risposta.

BAGLIONE. Siamo ancora alla fase degli ignoti. Non si sa ancora chi abbia compiuto il reato. Chi ha operato non si sa. Firenze o Milano? Milano polizia giudiziaria? Polizia giudiziaria o quei carabinieri che non sono né carne né pesce? Da lì siamo poi arrivati ai servizi segreti che guarda caso sono autorizzati a non dirmi nulla. Ecco perché non hanno voluto vedermi.

BIELLI. Mi permetto di chiederle soltanto un chiarimento che non so se lei sia in grado di fornire.

BAGLIONE. Mi scusi se la interrompo, ma alla domanda se c'è il reato, le rispondo che se non mi hanno riferito i servizi segreti non c'è reato. Se non mi hanno riferito il questore o il generale dei carabinieri non c'è reato, ma se non mi ha riferito il maresciallo Fabbri il reato sussiste.

BIELLI. La sua risposta è molto precisa. Le faccio un'ultima domanda che poi si ricollega alla questione Senzani. Lei ha per caso qualche informazione sul fatto che Senzani sia stato borsista dell'USIS.

BAGLIONE. Mi scusi, cosa vuol dire USIS?

BIELLI. United States Information Service.

BAGLIONE. Mi dispiace, ma io conosco solo il francese.

BIELLI. Le assicuro, dottor Baglione, che lei è stato molto chiaro nelle sue risposte e soprattutto ha fatto in modo che nella nostra Commissione si siano anche sdrammatizzate certe tensioni che in passato invece hanno impedito di discutere con la serenità di cui lei ci ha dato l'opportunità questa sera.

PRESIDENTE. Mi unisco al ringraziamento che le è stato rivolto dall'onorevole Bielli, in particolare per il tono cordiale ed umano con cui è riuscito a riportare una serie di polemiche degli ultimi giorni alle loro reali dimensioni. Spesso nel nostro Paese si agitano tempeste in un bicchier d'acqua. Approfitto di questa opportunità per farle un'ultima domanda. Da quanto ho capito lei è stato un magistrato fiorentino che si è particolarmente impegnato nelle indagini sul terrorismo di sinistra, tanto da essere stato condannato a morte…

BAGLIONE. Me ne sono occupato fino al 1980.

PRESIDENTE. Le indagini sul terrorismo di sinistra sono state innumerevoli. Noi ne abbiamo acquisito gran parte, anche se certamente nel copioso archivio della Commissione non sono comprese tutte le pagine processuali. Non penso che si pecchi di dilettantismo se non si riescono a conservare nella propria memoria o non si è riusciti a leggere per intero tutte le carte che fanno parte del nostro archivio che conta quasi un milione e mezzo di pagine. Oggi, l'onorevole Giovine, del Gruppo Forza Italia, che mi sembra persona intelligente e informata delle vicende che stiamo trattando, ha fatto le seguenti dichiarazioni: "Quanto all'opera di esegèsi dei verbali di Moro, che i brigatisti avrebbero svolto in quelle settimane, è molto probabile che essa fosse fatta a Firenze sugli originali degli interrogatori che, però, non sono mai stati trovati". La dichiarazione dell'onorevole Giovine è una mia ipotesi; da una serie di elementi che sarebbe troppo lungo riassumere in questa sede, sono convinto di questo. Dal momento che non posso conoscere tutti gli atti relativi alle indagini che lei ha condotto, le chiedo se nelle sue inchieste le sia mai risultato qualcosa che possa corroborare o smentire questa tesi?

BAGLIONE. Spesso sono suggestivo e quindi rischio di non essere chiaro. Credevo di aver risposto già all'onorevole Fragalà quando, con riferimento al fatto che anche noi magistrati eravamo ignoranti, ho sostenuto che eravamo cresciuti. Ho ritenuto che fosse il caso di sdrammatizzare perché, una volta stabiliti i tempi, Firenze era tagliata fuori. Lo stesso vale per l'argomento da lei richiamato. Queste notizie sono venute fuori successivamente agli anni '80, mentre noi eravamo in prima linea a fare le perquisizioni di notte e con le minacce di incidenti stradali. Stiamo parlando del 1978. In due anni, ve lo assicuro, si cresce tanto, sia dal punto di vista dell'esperienza che dal punto di vista degli archivi. Pur non esistendo i computer, esistevano i quaderni.

PRESIDENTE. In pratica lei risponde negativamente al fatto che in nessuna delle perquisizioni che faceste allora incappaste in incartamenti.

BAGLIONE. Successivamente mi è stato detto che quel ciclostile era in qualche modo collegato al caso Moro. Mi è stato detto successivamente.

PRESIDENTE. Penso di esprimere il sentimento complessivo della Commissione nel rinnovarle il ringraziamento e nel salutarla.

 

La seduta sospesa alle ore 20,55 riprende alle ore 21,05

 

INCHIESTA SUGLI SVILUPPI DEL CASO MORO: AUDIZIONE DELLA DOTTORESSA MARIA ANTONIETTA CALABRÒ.

Viene introdotta la dottoressa Maria Antonietta Calabrò

PRESIDENTE. Vorrei spiegare alla Commissione i motivi per cui è stata aggiunta l’audizione della dottoressa Calabrò a quella del dottor Baglione. Avevo saputo qualche giorno fa, mi sembra giovedì o venerdì della scorsa settimana, che la dottoressa Calabrò, che tutti conosciamo perché è una nota giornalista del "Corriere della Sera", aveva intervistato Lauro Azzolini sulle vicende del borsello. Nei giorni successivi, però, evidentemente per mancanza di spazio perché la direzione del giornale non riteneva l’argomento importante, ho visto che l’intervista non usciva. Voi sapete che Azzolini non è venuto in Commissione, per cui sapere, sia pure attraverso una fonte mediata, cosa egli avesse dichiarato sulla vicenda del borsello mi sembrava importante e, quindi, mi sono sentito implicitamente autorizzato da voi ad aggiungere anche l’audizione della dottoressa Calabrò, alla quale abbiamo comunicato ieri la convocazione ed ha subito aderito, e di questo la ringrazio. Stamattina, però, l’intervista è stata pubblicata sul "Corriere della Sera". Ho pensato di mantenere l’audizione perché forse è il caso di chiedere alla dottoressa qualche chiarimento, almeno su alcuni aspetti che mi sono sembrati interessanti. Nell’intervista, Azzolini, genericamente raccontando dove aveva smarrito il borsello, dice: "sul tram, mi sembra che fosse una cosa del genere". Alla domanda: "lei allora stava a Firenze" egli risponde: "no, in quel momento passavo da Firenze. Era la prima volta che ci andavo perché c’era una riunione dell’esecutivo delle Brigate rosse in una delle case che poi furono scoperte dagli inquirenti". Vorrei sapere se lei ha trascritto fedelmente la risposta, in particolare quando dice che era la prima volta che andava a Firenze.

CALABRO. La risposta di Azzolini è una sintesi delle varie risposte a diverse mie domande che si riferivano al fatto di Firenze. Con Azzolini ho avuto un colloquio molto lungo di circa un’ora e mezza. Ovviamente gli rivolgevo domande sempre più particolareggiate ogni volta che mi forniva delle risposte. Egli ha detto esattamente "la prima volta".

PRESIDENTE. E’ interessante perché in realtà, quando venne fuori quello che ci disse Morucci, cioè che il comitato esecutivo si riuniva a Firenze e pose il problema di chi fosse, e se ci fosse, un anfitrione, un irregolare che a Firenze batteva a macchina le carte di Aldo Moro, Azzolini disse che Morucci era un depistatore perché il comitato esecutivo non si era mai riunito a Firenze, ma a Rapallo. Ma, che il comitato esecutivo durante i 55 giorni si riunisse a Firenze, per lo meno in un primo periodo, e poi a Rapallo, lo afferma Moretti nel libro-intervista a Rossana Rossanda e Carla Mosca. Pertanto, se Azzolini smarrisce il borsello il 31 luglio ed è la prima volta che si reca a Firenze, Moretti a Firenze, prima, con chi si riuniva, visto che Azzolini faceva parte del comitato esecutivo delle BR?

CALABRO. Azzolini è stato preciso su questo e ha ripetuto che mai, durante il sequestro Moro, il comitato esecutivo si era riunito a Firenze.

PRESIDENTE. Il problema resta quello di chi incontrò Moretti a Firenze.

CALABRO. Ho cercato di circoscrivere il posto in cui lui si recava, nel senso che il borsello, dal complesso del racconto che ha fatto, doveva essere stato smarrito su un mezzo pubblico nei pressi della casa che ospitava questa riunione. Infatti, egli mi ha parlato non del centro storico ma della periferia. Doveva essere un mezzo pubblico nei pressi della casa della riunione, dalla quale probabilmente era uscito. Questa, almeno, è l’impressione che è emersa dal racconto.

PRESIDENTE. L’altro aspetto che mi ha colpito è la risposta di Azzolini ad una sua domanda: "Guardi, quella motoretta mi era già stata rubata, era già via, non ci poteva essere alcun meccanico che poteva farla risalire a me. Non eravamo così stupidi". Il dottor Pomarici, ascoltato dalla Commissione, aggiungendo un particolare (egli ha detto proprio così) riferisce che i carabinieri, in realtà, individuano con precisione l’immobile di via Monte Nevoso in cui poi viene trovato il covo perché vedono il motorino posteggiato lì davanti per cui provano prima da una parte, ma la chiave non apriva, poi dall’altra e la chiave apre e quindi individuano lo stabile. Dunque, Azzolini smentisce questa ricostruzione.

CALABRO. In maniera tranciante. Vi narro come è andata l’intervista. Ho fatto il resoconto della conferenza stampa di Nando Dalla Chiesa di giovedì 16 marzo. Poiché, anche se non lo ha detto nel corso della conferenza stampa, il retropensiero dello stesso Dalla Chiesa era che la Commissione potesse pensare che il padre aveva degli infiltrati nelle Brigate rosse in quel momento, io ed altri colleghi abbiamo fatto ulteriori domande, ed io in particolare ho posto questa domanda: "se il generale Dalla Chiesa aveva degli infiltrati nelle Brigate rosse faceva tutto sommato il suo mestiere, non vedo quale sia lo scandalo". Nando Dalla Chiesa invece ha risposto "no, perché parlare di infiltrati tra i capi …", ed io ho sottolineato "chi lo dice?" "la Commissione stragi lavora nell’ipotesi, che è indimostrata certezza, che questo infiltrato è Lauro Azzolini". Nel mio pezzo comparso sul "Corriere della Sera" il 17 marzo ho riferito di questo "sospetto" che Nando Dalla Chiesa attribuiva alla Commissione stragi e la mattina dopo, presto, verso le dieci, Lauro Azzolini ha chiamato in redazione cercando di me perché voleva smentire questo fatto dell’infiltrato. Nel corso dell’intervista, però, ho trovato una contraddizione nel senso che, da una parte, egli smentisce in modo totale e completo, rivendicando la sua storia politica e la sua adamantina coerenza di militante, sia pure ex, come egli precisa, oggi, e dall’altra ha fornito elementi di fatto che contraddicono la verità ufficiale come sta emergendo dalle dichiarazioni dei pubblici ministeri di Milano.

PRESIDENTE. Su questo sono d’accordo. Preciso che personalmente non penso affatto che Azzolini fosse un infiltrato. Non ho difficoltà a riconoscere in Azzolini uno dei brigatisti che ha avuto uno dei comportamenti più coerenti. Penso – è un’ipotesi che dovrei verificare, non fa parte delle mie certezze – che Azzolini abbia un’idea abbastanza precisa su chi possa essere stato l’infiltrato o, comunque, la fonte che ha potuto consentire il monitoraggio delle carte da Firenze a Roma, ma è un’ipotesi che – devo ammettere – non è verificata e, allo stato delle cose, non è ancora verificabile. Quanto al problema che il generale Dalla Chiesa disponesse di infiltrati, i quali sicuramente non erano figure di vertice delle Brigate rosse, le dico per sua informazione che io ho una certezza basata su quanto scritto dal generale Dalla Chiesa al ministro Rognoni nel redigere il rapporto sulla attività da lui svolta: "infiltrazione e penetrazione: considerata l’importanza determinante che l’acquisizione di notizie riveste sia ai fini conoscitivi, sia ai fini operativi, sono stati compiuti notevoli sforzi sia nel settore dell'infiltrazione che in quello della penetrazione. Tale azione, rivelatasi inizialmente molto ardua per la particolare impenetrabilità delle organizzazioni eversive, caratterizzate oltre che da un'alta percentuale di fanatismo di base, da sofisticate compartimentazioni, ha richiesto accorgimenti per i quali sono state profuse, senza limitazioni di sorta, costanti energie; ha interessato vasti settori della vita nazionale, con particolare riferimento a quelli industriali, universitari e culturali in genere". Che Dalla Chiesa avesse infiltrati nelle Brigate rosse da un certo momento in poi è addirittura scritto nella relazione conclusiva della Commissione Moro.

Pertanto, l’onorevole Nando Dalla Chiesa ha ragione quando dice che su questo argomento io ho delle certezze, ma queste sono dovute al rispetto che devo alla figura di suo padre che emergeva anche nell’audizione precedente. Il dottor Baglione implicitamente ha affermato che i carabinieri del generale Dalla Chiesa, per effetto del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, del Ministro dell’interno e del Ministro della difesa, cumulavano compiti di intelligence, di polizia e di polizia giudiziaria; indubbiamente, quindi, l’attività di infiltrazione rientrava nei suoi doveri istituzionali e proprio perché ho stima del generale Dalla Chiesa ritengo che l’abbia svolta molto efficacemente. La versione di Azzolini però non combacia pienamente con la complessa realtà della scoperta del covo di via Monte Nevoso che la Commissione sta faticosamente ricostruendo, anche facendo riferimento alla vicenda del motorino.

CALABRO. Per quanto riguarda il motorino, è Azzolini a dire che gli era stato rubato. Nella mia intervista ho posto ad Azzolini il problema del borsello perso e gli ho chiesto innanzitutto se il borsello fosse effettivamente suo. Lui mi ha confermato questo dato anche se con una certa esitazione. Mi ha detto che avendo le mani occupate da altre borse perse il borsello, ma il borsello potrebbe appartenere anche a qualcuno che era con lui, magari una persona non identificata che Azzolini non intende rivelare. In sostanza, Azzolini si attribuisce la paternità del borsello; questa è la mia impressione. Dopodiché io gli pongo un problema: essendo un capo della brigata Walter Alasia, del logistico dell’esecutivo delle Brigate rosse doveva quindi attenersi a minime regole di prudenza; gli ho chiesto per quale motivo, avendo perso le chiavi dell’appartamento, non solo avevano mantenuto il covo e avevano continuato a frequentarlo ma ci avevano anche trasportato il materiale di Moro. A questo Azzolini ha replicato che di questo problema aveva avvisato l’organizzazione e tutti sapevano che il covo era in qualche modo a rischio ma avevano adottato una serie di precauzioni per cui quel rischio non poteva impensierirli. Io gli ho fatto presente che nel borsello c’erano i documenti del motorino, ma lui mi ha risposto che quel motorino gli era stato rubato molto tempo prima.

PRESIDENTE. Dalle indagini svolte da un nostro consulente risulta che quando Azzolini andò a comprare il motorino nel maggio 1978 disse al venditore che gli serviva con urgenza un motorino nuovo perché il precedente gli era stato rubato. La fase però è così delicata che mi sembra difficile che Azzolini abbia confuso i due furti.

CALABRO. Azzolini non mi ha parlato mai di due motorini, ma ha fatto riferimento solo a quello relativo ai documenti. Pertanto, si poneva il problema di un legame tra i documenti trovati nel borsello e il motorino rubato che poteva consentire la sua identificazione. Su questo aspetto Azzolini è decisamente tranchant tanto che aggiunge la frase che poi è stata riportata e cioè che non c’era alcun meccanico che avrebbe potuto riconoscerlo.

PRESIDENTE. Sembra invece che ci sia stato. Lei, inoltre, ha posto ad Azzolini il problema delle chiavi che, una volta trovate nel borsello perso, avrebbero potuto permettere alle forze di polizia di entrare nel covo. Azzolini ha risposto che "neanche le chiavi erano un problema perché su" – cioè nel covo di via Monte Nevoso – "cambiammo subito la serratura". Questo fa pensare che ovviamente non abbiano potuto cambiare la serratura del portone.

CALABRO. Azzolini mi ha detto che non cambiarono la chiave del portone perché anche quella non rappresentava un problema. Nel racconto Azzolini ha fornito un altro particolare dicendo che nel borsello c’era anche un ticket della metropolitana di Milano obliterato nella stazione di Lambrate in base al quale era possibile individuare il percorso – e quindi il passaggio per la fermata di Lambrate – di colui che aveva perso il borsello.

PRESIDENTE. Questo dato a noi non risulta.

CALABRO. In base al ragionamento di Azzolini e degli altri responsabili, i brigatisti pensarono che nel territorio di Milano gli investigatori avrebbero potuto al massimo cerchiare la zona di Lambrate in cui esistevano migliaia di stabili e l’individuazione del portone del covo in base alla chiave aveva una probabilità statistica infinitesima. Azzolini e gli altri erano tranquilli sulla copertura del covo e cambiarono solo la serratura dell’appartamento. Mi era sembrato di capire che poi la porta dell’appartamento fosse blindata o comunque rafforzata e, quindi, non fosse dotata di una semplice serratura a tamburo. Pertanto, ho chiesto ad Azzolini come è stato possibile cambiare la serratura di una porta blindata. Azzolini mi ha risposto che la porta non era blindata ma aveva solo un rinforzo metallico nella parte posteriore, così, nel caso in cui gli investigatori fossero arrivati al covo, loro avrebbero avuto a disposizione dieci o quindici minuti per fare confusione.

PRESIDENTE. E’ lo stesso motivo per cui montano le sbarre al covo di via Montalcini, secondo la versione di Maccari.

CALABRO’. Per loro era importante avere quindici minuti di tempo.

PRESIDENTE. Anche questa però è una contraddizione perché in un processo istruito per calunnia a carico del carabiniere Perrelli, uno dei carabinieri afferma con precisione: "comunque, prima con le chiavi, una volta che avevamo scoperto il portone di ingresso, alcune notti dopo andammo a provare anche all’appartamento del covo e la chiave apriva la serratura però non si apriva la porta perché dietro c’era una sbarra di ferro, ma questo prima dell’irruzione". Questo è un altro particolare: se loro avessero cambiato la chiave la dichiarazione di questo carabiniere non sarebbe vera. Egli racconta che la chiave apriva. Quindi, quanto riferito da Azzolini vale per quanto riguarda la porta ma circa la serratura egli smentisce quanto dichiarato ai magistrati italiani dal carabiniere Ambrosino Angelo, il che non significa che Azzolini non dica bugie. Lei possiede un testo integrale dell’intervista?

CALABRO’. Sì.

PRESIDENTE. Potrebbe farlo avere alla Commissione?

CALABRO’. Sì, non credo che ciò comporti un problema deontologico, nel senso che non si tratta di un pezzo in cui riporto informazioni che apprendo da fonti riservate. Si tratta di un colloquio per un’intervista, che per sua natura è destinata alla pubblicazione. Non credo quindi che vi siano problemi deontologici.

PRESIDENTE. Nemmeno io, per la verità.

CALABRO’. Mi sembra piuttosto evidente che non vi siano problemi, anche perché fu Azzolini a cercarmi.

PRESIDENTE. Questo è molto importante. E’ lui che l’ha cercata?

CALABRO’. Sì.

PRESIDENTE. Allora non ha alcun dovere di riservatezza. In realtà il giornale le avrebbe potuto assegnare tre pagine e credo che a lei avrebbe fatto piacere.

CALABRO’. Certamente. Tuttavia mi rendo conto che una cosa è l’interesse di indagini di una Commissione, altro è l’interesse puramente giornalistico sorto a seguito di una polemica di cui c’eravamo già occupati nei giorni precedenti.

FRAGALA’. Lei ha detto, e lo ha anche scritto, che Lauro Azzolini l’ha cercata e nel prologo dell’intervista riferisce quanto afferma Azzolini. Egli vuole "smentire qualsiasi calunniosa ipotesi di chi impunemente vorrebbe giocare offendendolo su presunte infiltrazioni di vertici delle Brigate rosse da parte di strutture che a quei tempi erano preposte a combatterle. Mi chiedo il perché di questi depistaggi". Vorrei sapere se Azzolini le ha spiegato il motivo per cui ritiene che la tesi dell’infiltrato ai vertici delle Brigate rosse da parte di Dalla Chiesa è un depistaggio di chi oggi la sostiene e per quale motivo.

CALABRO’. Lui non ha spiegato perché si tratta di un depistaggio. Egli ritiene che l’unica verità sulle Brigate rosse sia quella dei militanti, quella scritta sui volantini, nelle rivendicazioni, nelle azioni di fuoco. Tutto il resto a suo avviso non è la verità delle Brigate rosse. Lui si pone dal punto di vista del soggetto politico. Ad un certo punto disse che non gli interessava mettere il coltello nella piaga, né voler fare delle suture storiche. Dal punto di vista storico, la storia delle Brigate rosse non è finita per un borsello ma per motivi geopolitici. Fece una dichiarazione sul crollo del muro di Berlino e sul fatto che essi delle Brigate rosse rappresentavano l’ultima resistenza di un mondo che stava franando. Si tratta ovviamente di una posizione ideologica, di un giudizio generale sulla situazione geopolitica dell’epoca.

FRAGALA’. Quindi non ha usato il termine depistaggi in senso processuale, ma in senso politico.

CALABRO’. Sì, almeno così si evince dal complesso delle sue dichiarazioni. Lui ammette anche che tutti si potevano inserire nelle Brigate rosse e che tutti potevano pensare in un modo o nell’altro. Gli chiesi anche cosa pensava del fatto che il padre di Giuliana Conforto fosse un agente del KGB. Lui rispose che stando nel gioco era possibile essere strumentalizzati.

PRESIDENTE. Il treno di Lenin. Ciò faceva parte della cultura di tutti i gruppi della sinistra di quel periodo. Essi raccontavano spesso la vicenda di Lenin che andato in Russia con i soldi dei tedeschi, che pensavano di strumentalizzarlo, alla fine era stato lui a strumentalizzarli riuscendo a creare l’impero sovietico. Era tipica della cultura dell’epoca l’idea di poter essere strumentalizzato. A tal fine si stava al gioco per capovolgere poi il rapporto di strumentalizzazione.

FRAGALA’. Dottoressa, lei ha chiesto a Lauro Azzolini se ha riconosciuto come sua la pistola nel borsello?

CALABRO’. Sì. Lui l’ha attribuita a se stesso. Gli chiesi anche da dove veniva la pistola, dal momento che al riguardo era stata presentata un’interrogazione parlamentare. Mi rispose che le armi le compravano nelle armerie. Nelle Brigate rosse esisteva una sezione armamento che incaricava i compagni nelle varie città di approvvigionarsi.

PRESIDENTE. La questione della pistola non mi è ancora chiara. In base all’interrogazione del senatore Mantica è impossibile che l’arma sia stata comprata.

MANTICA. Sì, è impossibile. Tra l’altro la questione è stata confermata anche dal procuratore Baglione. Esiste un rapporto in cui si parla di queste 99 pistole che passano attraverso l’armeria Sacchi di Milano, in via Provetto, 44. Di queste 99 pistole quattro vengono trovate presso l’armeria titolare perché invendute. Inoltre, nessuna viene venduta in Italia ma tutte hanno l’autorizzazione da parte dei servizi segreti per essere esportate in Giordania. Quest’ultima dichiara però che le società titolari dei permessi sono assolutamente fasulle, non esistono. C’è inoltre un rapporto del SISMI che dichiara che all’epoca era in atto un traffico di armi nei confronti di Cipro. In base a tutto ciò si evince che non sono state comprate, ma non sono state nemmeno rubate. L’unica pista da seguire – di qui l’interrogazione – sembra quella di considerare queste pistole, di cui il SISMI accorgendosi che sono indirizzate a Cipro ordina il sequestro, come una dotazione del SISMI in quanto corpo di reato. Dopodichè, come quando accade che infilino una bustina di cocaina per far passare qualcuno per uno spacciatore, viene infilata una pistola a qualcuno per dire che è sua. Brutalmente è questo il senso dell’interrogazione. La certezza è che non fossero né comprate né rubate.

PRESIDENTE. A meno che non sia vera l’intuizione della dottoressa Calabrò, cioè che Azzolini in realtà si attribuisca il borsello che qualcun altro ha smarrito. Il problema allora diventa capire chi è questo qualcuno, che potrebbe essere anche la persona che gli mette il motorino davanti casa, visto che il motorino era stato rubato.

MANTICA. La cosa non si può escludere, considerando che per anni hanno coperto il quarto uomo.

PRESIDENTE. Il motorino, secondo quanto ci ha riferito il dottor Pomarici, viene ritrovato sotto il portone di via Monte Nevoso ad agosto, mentre Azzolini ha detto alla dottoressa che ad agosto lui non era a Monte Nevoso. Poteva quindi trattarsi di un segnale. Ovviamente siamo nel campo delle ipotesi.

MANTICA. L’interrogazione nasce proprio da questo presupposto. Nessuno ha rubato le armi e nessuno le ha comprate e ricordo che per l’esportazione d’armi ci vuole l’autorizzazione dei Servizi.

FRAGALA’. Ha mai chiesto ad Azzolini se è stato interrogato dai magistrati o dai carabinieri su quella pistola?

CALABRO’. Mi ha riferito che è stato condannato per tutte le pistole, ma non è entrato nello specifico parlandomi di quell’arma.

FRAGALA’. Azzolini le ha riferito che secondo lui quella pistola era stata comprata, non le ha detto dove?

CALABRO’. Mi ha detto che i brigatisti si approvvigionavano nelle armerie, ma ha fatto un discorso generico sulla struttura dell’organizzazione citando la sezione armamento che in considerazione delle necessità incaricava magari tre compagni, a Roma, due a Milano e uno a Cagliari di comprare delle armi. Tuttavia era un discorso generico che non riguardava il caso specifico.

FRAGALA’. Le ha spiegato perché non era possibile risalire dal borsello perso a Firenze al covo di via Monte Nevoso?

CALABRO’. Sul punto è stato tranciante. Gli ho riletto in un secondo momento la parte dell’intervista riguardante questo aspetto e dato che c’era il discorso del ticket della metropolitana di Lambrate egli ha affermato che si trattava di un indizio labile, generico dal momento che la zona era molto vasta. Egli sosteneva che non avrebbero potuto rintracciarlo. Stesso discorso valeva per il biglietto del dentista e per il meccanico. Era sicuro che non potessero rintracciarlo.

FRAGALA’. Quindi, fu un errore di Azzolini.

CALABRO’. Comunque, l’unico tratto identificativo di questa persona era un neo sulla guancia sinistra. C’era stato uno scontro a fuoco a Biella – non ho però controllato le date – in cui morì un vice questore e in quell’occasione furono sequestrate delle carte di identità con la sua foto in cui aveva questo neo. Cioè, lui dà questa spiegazione della sua identificazione, però loro devono averne parlato tra brigatisti dopo l’irruzione nel covo ed hanno escluso assolutamente questa possibilità.

FRAGALA’. Lei ha chiesto ad Azzolini se durante il sequestro Moro la sua base era in via Monte Nevoso? Dove stava Azzolini?

CALABRO’. Questo io non gliel’ho chiesto. A me ha impressionato molto questa mancanza di agosto; nel senso che viene banalizzato con il fatto delle ferie, però dopo un’azione come quella del caso Moro, con tutto quanto era avvenuto, lui non mi parla di ferie ma del fatto che era andato a ripassare le lezioni.

PRESIDENTE. Effettivamente questo è un passo interessante.

PARDINI. Se era la prima volta che andava a Firenze, lei non ha chiesto o lui non ha detto dove si riunivano fino a quel momento e perché eventualmente hanno smesso di farlo decidendo di andare a Firenze? Quale era il motivo per cui quella era la prima volta?

CALABRO’. Il motivo della prima volta non lo ha detto, lui ha localizzato questa cosa nella periferia di Firenze. Mi ha detto che non sapeva bene dire dove, perché era appunto la prima volta che andava e quindi la città non la conosceva.

PARDINI. Non le ha detto però fino a quel momento dove si riunivano.

CALABRO’. Durante il sequestro Moro... lui ha parlato di Rapallo.

PRESIDENTE. E Moretti prima dice Firenze e poi Rapallo. Durante quell’agosto Azzolini aveva una folta barba; infatti in tutte le descrizioni dei carabinieri viene descritto come un giovane alto e con la barba.

FRAGALA’. Lei ha chiesto ad Azzolini se nell’ottobre 1979, al carcere dell’Asinara, quando il SISDE fece un’intercettazione ambientale tra due capi delle Brigate rosse che si raccontano i particolari della prigionia di Moro, dell’interrogatorio e via dicendo, lui era uno dei due interlocutori?

CALABRO’. No

FRAGALA’. Ha chiesto dei rapporti fra le Brigate rosse ed i servizi segreti dell’Est, cecoslovacchi, sovietici eccetera?

CALABRO’. No, l’unico punto di contatto con i servizi segreti è questa domanda sulla figura di Conforto; quella è la spiegazione che lui ha dato.

FRAGALA’. Lui è intervenuto varie volte nelle interviste su Morucci, quando questo ha detto di chiedere a Moretti dell’anfitrione di Firenze e dove si riuniva il comitato esecutivo delle Brigate rosse, ed è intervenuto anche sulla storia del pianista, quando sorse la polemica.

CALABRO’. Questo me lo ha ricordato dicendo che lui ritiene che questa cosa sia fantascientifica, cioè senza alcun legame reale.

FRAGALA’. Quindi è ritornato su questo.

CALABRO’. Sì, perché ha detto che ogni tanto escono fuori queste cose. Lui parte sempre da questa rivendicazione della sua identità, per cui questo lo sottolinea molto.

FRAGALA’. E sugli interrogatori di Moro le ha detto qualcosa?

CALABRO’. Lui ha detto che erano andati fuori ad agosto, perché avrebbero ripetuto le lezioni e avrebbero visto cosa fare alla ripresa autunnale. Gli ho allora fatto presente che tre giorni prima dell’irruzione nel covo erano arrivate le carte di Moro. Lui mi ha precisato che c’era una compagna che faceva parte della struttura delle Brigate rosse, chiamata Fronte della controrivoluzione, che doveva organizzare un piccolo libro con queste carte. Cioè, loro lo volevano pubblicare.

PRESIDENTE. Quindi, conferma che il blitz avviene tre giorni dopo l’arrivo delle carte a via Monte Nevoso?

CALABRO’. Sì, e che lo scopo era che si era deciso nel corso dell’estate di utilizzare le carte, facendone un libro, un pamphlet, cioè non un ciclostilato. Lui parla di un libro e del fatto che Nadia Mantovani aveva questo compito perché faceva parte del Fronte della controrivoluzione, che era quello che doveva analizzare ed avere informazioni sul nemico. Quindi, erano loro che dovevano analizzare – questo lo dice diverse volte – questi elaborati da cui si traevano informazioni dal nemico.

PARDINI. E degli originali non ha detto niente?

CALABRO’. Sul problema originali o copie non siamo entrati. Siamo tornati sulla storia del pannello del 1990, quindi il secondo ritrovamento; lui disse che le carte erano state trovate dove le avevano messe loro, nello stato in cui le avevano messe loro. Quindi, sono coevi al 1978, con i soldi, le armi e tutto. A parte il piccolo particolare che la prima copia è dattiloscritta e l’altra è la fotocopia di una manoscritta, quindi scritta di pugno. Pertanto, tutto il discorso sul fatto se Moro fosse cosciente, sindrome di Stoccolma e quant’altro, vedendo questa scrittura di pugno fa un altro effetto. Le stesse affermazioni scritte di pugno possono avere un effetto psicologico diverso e può anche essere questo il motivo per cui erano state messe da parte. Il problema è che lui, invece, sottolinea il fatto che erano coevi e che, quindi, non c’è stata alcuna manomissione.

FRAGALA’. O aggiunta.

CALABRO’. Secondo lui, chi ha fatto l’irruzione nel covo nel 1978 è stato sommerso da una quantità infinita di materiale che si trovava sui tavoli, perché la Mantovani doveva studiare, e lì si è fermato.

PARDINI. Non ha mai detto se vi erano originali?

CALABRO’. No, ma non gli ho posto la domanda.

PRESIDENTE. Resta il problema di "chi abbia recepito tutto ciò", come disse il generale Dalla Chiesa nel corso di una sua audizione presso la Commissione d’inchiesta sul caso Moro.

CALABRO’. Tra l’altro, seguendo i vostri lavori, ho preso delle carte dal mio archivio.

PRESIDENTE. La ringraziamo per questa sua attenzione.

CALABRO’. Ho trovato un mio articolo, che vi ho portato e che sottopongo alla vostra attenzione, che feci subito dopo l’irruzione del 1990 nel covo di via Monte Nevoso. Ritrovai un interrogatorio del 1981 o 1982, sulla storia del covo di Monte Nevoso, reso dall’allora tenente colonnello Bozzo, ma non a Pomaraci o a Spataro, bensì ai giudici Turone e Colombo nell’ambito dell’inchiesta sul crack Sindona. Non so se voi siete a conoscenza del fatto che io ho scritto un libro sul Banco Ambrosiano e quindi, nell’ambito delle ricerche per tale libro, avevo anche questo materiale. Quando esce fuori il secondo ritrovamento nel covo di via Monte Nevoso, mi rendo conto che questo verbale può avere un’attinenza, perché nelle sue dichiarazioni Bozzo (si tratta di lunghissimi verbali) parla della divisione Pastrengo.

PRESIDENTE. E’ un tema che ha ripreso in un’audizione in questa sede.

CALABRO’. Parla di una linea doppia di comando all’interno della divisione e del fatto che Palombi, l’ala piduista – per intenderci – aveva innescato una Monte Nevoso 2. Rapportata al momento in cui fu scoperta la seconda parte del memoriale nel 1990, per me… Lui dice che ci fu una contro azione della parte deviata – per così dire – nella Pastrengo su Monte Nevoso e fece una Monte Nevoso-bis. E’ una cosa rimasta lì. È un articolo pubblicato su "Il Corriere della Sera".

PRESIDENTE. Se ce lo consegna, ci fa un piacere, perché mi era sfuggito.

CALABRO.Tutti gli ufficiali della Pastrengo – per così dire – deviata, di derivazione piduista…

FRAGALA’. Deviata secondo Bozzo, perché Bozzo e Dalla Chiesa sono deviati secondo gli altri.

CALABRO’. Questa line di comando all’interno della divisione Pastrengo è composta da ufficiali di provenienza toscana (nel senso che tutti vengono dalla Toscana), tra cui il colonnello Mazzei che fece la contro operazione Monte Nevoso-bis, dal quale sono stata anche querelata e per questo motivo ho ricordato la storia che è andata avanti negli anni. Il colonnello Mazzei fu poi allontanato dall’Arma, perché ebbe un provvedimento disciplinare.

BIELLI. In che cosa consiste l’operazione?

CALABRO. Ne riferisce nel 1981. E’ un’operazione parallela della divisione…

BIELLI. Non sappiamo che cosa sia stata.

PARDINI. E’ interessante capire che cosa voglia dire Monte Nevoso-bis, se è una seconda ispezione…

CALABRO’. Esatto.

PARDINI. …ispezione nel 1981…

CALABRO’. No. Ne parla nel 1981 ai giudici Turone e Colombo che indagano sul crack Sindona, perché Mazzei poi divenne il capo della sicurezza del Banco Ambrosiano. Pensi che storia! Venne allontanato dall’Arma con un provvedimento disciplinare ed era in contatto con uno ritenuto il capo dell’eversione in Lombardia, uno di Prima linea. Fu accusato di favoreggiamento di questo terrorista di Prima linea.

PRESIDENTE. Per come scrive lei l’articolo, l’operazione Monte Nevoso-bis sembrerebbe la risposta a "chi abbia recepito tutto ciò", nel senso che gli originali sarebbero stati recepiti da quest’altra linea dei carabinieri. Sto ora leggendo l’articolo e, con la mia lettura fotografica, ho capito subito tutto! Secondo quest’articolo, in sostanza Bozzo vi avrebbe suggerito che siano stati altri carabinieri a recepire…

CALABRO’. Non a me, ma l’ha detto ai giudici Turone e Colombo. Io ho trovato i verbali nella documentazione ufficiale della P2.

PRESIDENTE. Sarebbe, quindi, quest’ala piduista e toscana dei carabinieri a recepire tutto ciò. Questo lo sta dicendo lei e non vorrei che Dalla Chiesa pensasse che me lo sono inventato io.

CALABRO’. Io riferisco di Bozzo, per carità. In ogni caso, parla del super C, che doveva essere parallelo al super SISMI: il super SISMI doveva essere, cioè, una struttura parallela creata all’epoca all’interno del SISMI, mentre super C all’interno dei carabinieri. Sono tutti ufficiali di origine toscana.

PRESIDENTE. La ringraziamo di questo contributo che ci farà riflettere. Acquisiamo agli atti l’articolo.

BIELLI. Per quanto riguarda l’intervista con Azzolini, ci ha parlato di molte cose, tra l’altro anche interessanti, che ci aiutano. Rispetto alla "maledetta" (lo dico tra virgolette) Firenze, di cui parliamo tanto ma più ad essa ci avviciniamo più scopriamo che si tratta di un mistero, non è per caso che in qualche modo il fatto che Azzolini dica che è la prima volta che ci va stia a significare anche qualcos’altro; che non il "grande vecchio", non il pianista ma che ci potesse essere una presenza significativa di qualche Brigatista (lo dico con la lettera b maiuscola) che sulle vicende Moro potesse essere stato quello che influenzava i colloqui fatti con Moro stesso che, in qualche modo, dirigeva. Da questo punto di vista – ad esempio – non a Markevitch o ad altri, ma a personaggi italiani legati alle BR non ha fatto riferimento alcuno?

CALABRO’. No. Non l’ho intervistavo su tutto il caso Moro, perché purtroppo mi dovevo maggiormente concentrare sulla vicenda del borsello, dati di fatto che potevano confermare o smentire essendo nata una polemica nei giorni precedenti.

BIELLI. Come valuta il fatto che Azzolini non vuole essere identificato come l’infiltrato? In verità è lui che la cerca per dire che, se si pensa ad una strada di questo tipo, essa è sbagliata.

CALABRO’. Azzolini disse che, dal momento che doveva tornare in carcere tutte le sere e che stava nella cella con boss mafiosi… E’ come se abbia detto che rischiava e che lo si rovinava, perché il boss mafioso poteva pensare che, se prima era un infiltrato… Sono situazioni rischiose.

BIELLI. Cercavo di fare un’altra considerazione, che è la seguente. Azzolini vuole evidenziare il fatto di non essere lui l’infiltrato e ribadisce la propria coerenza politica con tutti i ragionamenti a cui ha fatto riferimento. Tuttavia, le dichiarazioni di Azzolini stanno a significare che sia convinto che il lavoro che stiamo facendo – mi riferisco a noi della Commissione stragi – in qualche modo non solo debba essere realizzato, ma che incominci ad andare in una direzione nella quale dice che ci si può andare, ma che è bene sapere che non è lui; in qualche modo "prende atto" (lo dico tra virgolette) di un lavoro della Commissione che sta disvelando qualche mistero che non vuole dire, ma sicuramente sa che ci potrebbe essere qualcosa di interessante.

CALABRO’. Ho notato la contraddizione tra la negativa assoluta e l’allontanamento totale dell’ipotesi dell’infiltrato e via dicendo e le circostanze di fatto che raccontava. Comunque, si tratta di circostanze di fatto che ovviamente pongono delle domande o inducono ad ulteriori approfondimenti sul caso. Ho visto questo, anche perché ha fatto delle modifiche proprio in sede di realizzazione dell’intervista.

PRESIDENTE. Sembrerebbe quindi che Azzolini voglia da un lato dire non sono io, ma nello stesso tempo, nel dire una serie di cose che non coincidono con le versioni che noi avevamo avuto sulla vicenda del ritrovamento del borsello, ci lancia un messaggio dicendo che la pista non è sbagliata.

CALABRO’. Questa è un’interpretazione. Lui mi ha fatto cambiare perché mi ha detto che: "No guardi, secondo me dal borsello non ci potevano arrivare".

MANTICA. Essendo stato molte volte a Firenze, non ho mai visto un tram. C’è qualcuno disposto a giurare che c’è un tram a Firenze?

BIELLI. Qualcuno in periferia può esserci, ma sono rari. Se fossi stato un brigatista me ne sarei ricordato.

MANTICA. Devo dire che molte delle domande che intendevo porre sono state già fatte, anche perché correttamente la dottoressa Calabrò ci ha detto che, essendo andata con un motivo che era quello del ritrovamento del borsello non è che ha fatto un interrogatorio ad Azzolini sul caso Moro.

CALABRO’. Non sono andata, si è trattato di un’intervista telefonica. Quindi, anche per il mio interlocutore, se vuole, è stata un’intervista meno libera.

MANTICA. Vorrei a questo punto fare una domanda curiosa legata a quest’intervista. Signor Presidente, forse sarebbe il caso di passare in seduta segreta.

PRESIDENTE. Passiamo quindi in seduta segreta.

I lavori proseguono in seduta segreta alle ore 21,55.

...omissis…

I lavori riprendono in seduta pubblica alle ore 21,58.

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori. Riagganciandomi alla domanda dell’onorevole Bielli, devo dire colpevolmente che solo adesso sto riflettendo sul titolo dell’intervista. L’ex brigatista Lauro Azzolini: "Su di me bugie e depistaggi, non ero la spia di Dalla Chiesa". Sono proprio parole sue?

CALABRO’. No, questa è una sintesi fatta dal titolista, però coglie il senso.

PRESIDENTE. Coglie il senso come se Azzolini volesse dire che la spia di Dalla Chiesa non era lui, però c’era, era un altro.

CALABRO. Per la verità a quell’epoca, nel discorso ampio che abbiamo avuto, Dalla Chiesa – secondo lui – non aveva infiltrati.

PRESIDENTE. Mentre li avrebbe avuti successivamente.

CALABRO’. Esatto. A quell’epoca, dice che non avrebbe avuto infiltrati.

PRESIDENTE. Ringraziamo la dottoressa Calabrò per la sua disponibilità. Se potesse mandarci il testo dell’intervista ci farebbe un piacere. L’audizione comunque è stata utile e le siamo grati. Dichiaro pertanto conclusa l’audizione.

La seduta termina alle ore 22,00.

 

Torna alla pagina principale