FISICA/MENTE

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

64a SEDUTA

MERCOLEDI 1° MARZO 2000

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

indi del Vice Presidente MANCA

prima parte

seconda parte

 

Seconda parte

Indice degli interventi

PRESIDENTE
SPATARO
BIELLI (Dem. di Sin.-L’Ulivo), deputato 1 - 2 - 3
DE LUCA Athos (Verdi, l'Ulivo), senatore 1 - 2
DOLAZZA (Lega Nord Padania), senatore 1 - 2
FRAGALA' (AN), deputato 1 - 2 - 3
MANCA (Forza Italia), senatore 1
MANTICA (AN), senatore 1 - 2
PARDINI (Dem. di Sin.-L'Ulivo), senatore 1

 

MANCA. Inizio con il fare questa considerazione: la professione di molti parlamentari, soprattutto la militanza in questa Commissione, porta a volte a delle convinzioni amare in quanto spesso si sospetta, non si crede alla veridicità di documenti o ricostruzioni anche fatte ad opera di uomini delle istituzioni. Questo è successo per il caso Moro, ma anche e soprattutto per il caso Ustica.

Detto questo, un colpo mortale al comportamento dell’istituzione, agli apparati di intelligence dello Stato in generale, mi riferisco al periodo del sequestro Moro, è stato portato per ultimo dal professor Cappelletti. Intanto ricordo che il professor Cappelletti faceva parte e addirittura guidava un gruppo di esperti che affiancava il senatore Cossiga ai tempi del rapimento Moro. Altri ancora, oltre a Cappelletti, ci hanno riferito che l’apparato di intelligence dello Stato al momento del rapimento e del sequestro Moro era disastroso. C’era, a detta del professor Cappelletti, il vuoto. A questo punto la rapidità e l’efficacia delle operazioni di via Monte Nevoso, che hanno portato all’arresto di nove brigatisti, dove sono stati anche sequestrati armi e documenti, e l’efficienza di questi reparti , sono in contrasto con lo stato di dichiarata inefficienza ed impotenza dell’apparato dello Stato al momento del sequestro Moro. A suo parere, qual era il livello di preparazione e di operatività delle forze dei carabinieri e di polizia al momento del sequestro Moro, al momento in cui voi avete preso in mano l’inchiesta? Anche perché questa sera, essendo uomo delle istituzioni, provengo da una delle istituzioni, sono stato un po’ rinvigorito per il fatto che finalmente non è tutta una bugia, non è tutta una sequela di atti criminali quello che compiono uomini delle istituzioni, che coprono a loro volta altre istituzioni, addirittura paesi stranieri, ma adesso sto uscendo fuori dal caso Moro.

La seconda domanda è relativa ad un articolo di Giorgio Bocca del 6 ottobre 1978: "il generale sa, il giudice ignora", e in questo articolo è scritto che le carte di Moro furono esaminate da personalità politiche e militari prima che dai magistrati. Vorrei sapere qualcosa in merito.

Ultima domanda: è vero che Dalla Chiesa, per i contrasti tra Arma territoriale e nuclei anticrimine interruppe le indagini, le operazioni di perquisizione passando le consegne all’Arma territoriale?

SPATARO. Grado di preparazione: ho iniziato ad occuparmi a tempo pieno del terrorismo da settembre del 1978; prima avevo seguito solo in dibattimento, il processo al nucleo storico delle Brigate rosse a Milano, a Curcio e compagni. Nel momento in cui ho iniziato ad occuparmi a tempo pieno della materia, ho verificato innanzitutto un’impreparazione dell’autorità giudiziaria, meno della polizia giudiziaria e spiego perché. La polizia giudiziaria era articolata in reparti specializzati. Credo che lei, come tutti, ricorderà le polemiche che, per la verità, c’erano state prima con lo smantellamento dei nuclei speciali che operavano in Piemonte, dopo la cattura di Curcio; c’è stata poi certamente una fase di calo di attenzione specifica, ma all’epoca del sequestro Moro io credo di poter dire (all’epoca avevo soprattutto rapporti con la polizia giudiziaria di Milano, ma poi anche con altri reparti di altre sedi) che le DIGOS delle questure e anche e soprattutto i reparti dei carabinieri avevano un livello di professionalità apprezzabile, non così posso dire per l’autorità giudiziaria. Posso ricordare, ero giovanissimo all’epoca, che su mia iniziativa fu costituito in procura un gruppo di pubblici ministeri specializzati, esisteva forse solo a Torino presso l’ufficio istruzione, non presso la procura, immagini un po’. Quindi noi ci siamo specializzati nel tempo e si è creata nel tempo quell’effettiva conduzione della polizia giudiziaria da parte dell’autorità giudiziaria, del pubblico ministero in particolare, che è poi nel nostro ordinamento. Quindi io ravviso questo. Quanto al professor Cappelletti, che non ho il piacere di conoscere, non so per la verità all’epoca cosa facesse, da dove traesse le sue convinzioni.

PRESIDENTE. Era direttore dell’Enciclopedia italiana.

SPATARO. Forse non aveva esattamente frequenza delle questure e dei nuclei operativi.

PRESIDENTE. Non era stato messo nemmeno in contatto con Caselli e gli altri magistrati o con Dalla Chiesa perché gli potessero spiegare che cosa erano le Brigate rosse.

SPATARO. Non lo metto in dubbio, ma è la prima volta che lo sento, questa sera, eppure eravamo in tanti a lavorare intorno a queste cose. Certamente appoggerà le sue conclusioni e le sue analisi su dati che evidentemente a me sono sconosciuti. Con questo non voglio dire che il livello di preparazione della polizia giudiziaria fosse elevato al massimo, sicuramente lo era quello del reparto di cui ho parlato, questo lo possiamo dire perché abbiamo fatto negli anni innumerevoli operazioni. Comunque, ripeto, sottolineo una insufficienza della struttura dell’autorità giudiziaria, tanto che proprio da quel momento si creò un gruppo di specialisti, fummo in tutto una trentina e qualcuno poi, verso la fine del terrorismo, ci accusò di aver costituito una loggia. Ricordo il Manifesto: "la loggia dei trentasei". In realtà noi abbiamo creato, senza le strutture previste dalle leggi, eccetera, un sistema di collegamento e coordinamento. Poi un brigatista, che fu anche intervistato da Zavoli, disse esattamente, che nel momento in cui loro, dal carcere, capirono che l’autorità giudiziaria si era raccordata alla polizia giudiziaria e si era specializzata, compresero pure che la fine del terrorismo si avvicinava.

Carte esaminate: per quanto possa apparire il mio un atto di fede, certamente affermo che non sono state sottratte dal generale Dalla Chiesa o da alcuno carte trovate in via Monte Nevoso, sottratte all’autorità giudiziaria e portate altrove. Che poi il generale Dalla Chiesa, come avrei fatto anch’io, abbia pregato i suoi sottoposti di fare delle fotocopie che lui avrebbe portato al Ministro o al Presidente del Consiglio lo trovo non normale, ma doveroso. Quindi escludo che altri abbiano potuto esaminare le carte prima di chi ci entrò, cioè il collega Pomarici e, ovviamente, le forze di polizia giudiziaria. Non è assolutamente vero che Dalla Chiesa abbia mai interrotto le operazioni di perquisizione per intromissioni di altri corpi o di chicchessia. Dalla Chiesa non era uomo certamente da reagire in questa maniera.

MANCA. Prendo atto di quello che ci ha precisato il senatore Giorgianni, che è magistrato anche lui, ma lei che è qui, in questa Commissione, che si affanna per ricostruire la verità, un parere ce lo può dare: come si spiega questa inefficienza anche delle forze di polizia durante il sequestro Moro?

SPATARO. Ricordo, con il senno di poi (una convinzione che ho maturato quando acquisii un minimo di esperienza), che tra le foto dei brigatisti ricercati per il sequestro Moro ne furono inserite alcune che non erano neppure di brigatisti. Forse lei lo ricorderà per aver visto la televisione o letto i giornali, ma c’erano nove o dieci fotografie di latitanti delle Brigate rosse ricercati come responsabili del sequestro tra cui Giustino De Vuono, che era un criminale comune. Certamente all’epoca ci siamo scontrati con una struttura complessiva che solo nel tempo è andata progredendo verso livelli di qualità. Una qualità che non era di tutti i reparti, magari in un corpo vi era un livello di specializzazione che non vi era presso altri corpi.

MANCA. Vuol dire che Roma era meno efficiente di Milano?

SPATARO. Non voglio dire questo, lungi da me. Per esempio, ho lavorato moltissimo con l’equivalente di Roma dei carabinieri antiterrorismo di Milano, cioè con il maggiore Di Petrillo. Si trattava di un reparto di elevatissima qualità. A Torino probabilmente erano più avanti che a Milano, perché a Torino avevano introitato un’esperienza che noi non avevamo.

Certamente vi era una preparazione a macchia di leopardo, non uniforme, che però si andò uniformando, devo dire modestamente, quando si riuscì a connettere l’attività della polizia giudiziaria e quella dell’autorità giudiziaria. Ricordo – scusi se faccio questo esempio – che ereditai tutti i fascicoli relativi a Prima linea a Milano. Uno era relativo ad un attentato con rapina ad una stazione in cui era scappato un ragazzo ed era stato trovato un documento di identità sui binari; c’era un altro fascicolo relativo al ferimento di un medico, dove era stata notata un’autovettura fuggire, con la targa intestata allo stesso ragazzo. Nessuno aveva mai operato il collegamento dei due fascicoli per la semplice ragione che non c’era stato un unico pubblico ministero o un gruppo di pubblici ministeri che seguissero quelle indagini. Quella fu probabilmente una colpa dell’autorità giudiziaria, perché gli organi di polizia intervenuti erano diversi. Ma anche loro non erano reciprocamente informati dell’esito delle rispettive indagini.

MANCA. Si potrebbe concludere che, al limite, tutto il fallimento del sequestro Moro sia dovuto non tanto alle forze di polizia ma a chi dava ordini, a chi le coordinava, a chi le doveva gestire.

SPATARO. Mi chiama ad una valutazione che non sono in grado di fare. Non conosco le vostre carte.

MANCA. Allora la faccio io.

PRESIDENTE. Quel che posso evidenziare io è l’assoluta assenza dell’autorità giudiziaria romana in tutta la vicenda dei 55 giorni del sequestro. Viene sostanzialmente esautorata e lo accetta.

SPATARO. Quando ci rapportammo alle varie autorità giudiziarie e creammo quel gruppo di specializzati, più che di specialisti, per molto tempo non avemmo interlocutori nella procura di Roma, bensì nell’ufficio istruzione, con i colleghi Priore, Imposimato, che però entrarono in ballo in una fase successiva.

PRESIDENTE. Devo dire che il collega Priore non crede affatto alle verità ufficiali.

SPATARO. Lo so benissimo.

FRAGALA’. Con Guasco avete avuto rapporti?

SPATARO. No, perché se non sbaglio era alla procura generale. Quando ad un certo punto fu avocata l’indagine, avemmo rapporti con l’ottimo Vecchione, che seguì come procuratore generale sostituto l’indagine avocata.

MANCA. Per quanto mi compete, posso dire che questa sera – per esempio – ci sono state dette cose più positive nei riguardi di uomini che hanno servito sempre lo Stato e spesso hanno pagato le colpe degli altri. Noi abbiamo anche questa funzione di difesa morale di alcuni uomini delle istituzioni.

PRESIDENTE. Vorrei un chiarimento che non ho fatto in tempo a richiedere al dottor Pomarici. Se ho ben capito, egli ci ha detto che altre copie dei dattiloscritti di Moro sono stati rinvenuti in altri covi delle Brigate rosse.

SPATARO. Escludo che sia avvenuto a Milano. Quel che ricordo è che, nell’ambito dei procedimenti che abbiamo trattato negli anni, vi sono stati sicuramente dei collaboratori che hanno riferito come alle varie colonne delle Brigate rosse…

PRESIDENTE. La mia domanda era un’altra. Ci sono stati altri covi in cui sono state trovate copie?

SPATARO. Non sono in grado di dirlo. Non lo ricordo.

PRESIDENTE. Come lei sa, i due ritrovamenti a via Monte Nevoso sono stati oggetto di analisi filologiche.

SPATARO. Abbiamo avuto modo di polemizzare con il senatore Flamigni.

PRESIDENTE. Questa polemica non c’entra. Addirittura l’analisi ha consentito di ricostruire a quali domande Moro rispondesse. Se ci fossero altre versioni del memoriale che potessero integrare il collage sarebbe estremamente importante.

SPATARO. Non lo so. So per certo che furono date copie a tutte le colonne per il dibattito interno. Erano maniaci di queste cose.

PARDINI. Vorrei riportare un po’ di serenità nel confronto sulla relazione del nostro collaboratore Bonfigli, che per certi versi ha provocato questa stessa audizione.

SPATARO. Di cui ovviamente vi ringraziamo.

PARDINI. Vorrei riportare serenità anche perché mi pare che fin dall’inizio si sia creata una tempesta in un bicchiere d’acqua, perché stiamo dicendo tutti le stesse cose. All’inizio dell’audizione, il dottor Pomarici ha detto: se mi si chiede se formalmente si è trattato di un falso, di un falso si è trattato.

SPATARO. Non lo riteniamo tale.

PARDINI. Ho appuntato questa considerazione. Il dottor Pomarici ha detto che si è trattato di un falso, magari per omissione.

PRESIDENTE. Ci ha detto che in qualche modo era autorizzato; sia pure verbalmente gli raccontarono la storia.

PARDINI. Ho premesso che vorrei portare serenità all’audizione.

In realtà nella relazione sono state messe in evidenza alcune incongruenze. Il borsello viene trovato il 28 luglio 1978 e già tre giorni dopo si sa tutto sul suo proprietario, dove abita. Nella relazione Bonfigli sono citati dei rapporti che dicono che il 31 luglio e il 1° agosto già si sapeva tutto su chi era il proprietario. Lei conosce i rapporti tra le sezioni speciali anticrimine di Milano e di Firenze all’epoca? Quali comunicazioni e scambi di notizie avvenivano tra le due sezioni? Il capitano Arlati, allora comandante della sezione anticrimine di Milano, durante il dibattimento contro il brigatista Terrelli del 1993 e del 1994, nega che vi fossero. Soprattutto, come spiega il comportamento tenuto negli atti formulati dal comandante del reparto operativo di Milano, maggiore Formato, che in una nota del 1979 a Firenze, su richiesta precisa di riferire, in relazione al ritrovamento del borsello, tutto quanto era possibile, non dice assolutamente nulla di quanto l’anno prima era stato oggetto di indagine?

Se tutto questo, a un anno di distanza, avveniva per coprire i tre che avevano riconosciuto Azzolini, mi basta questa spiegazione: i carabinieri di Milano hanno mentito perché dovevano, per coprire l’identità di quei tre e a Firenze non comunicano mai la verità, anzi comunicano il falso. In realtà la procura di Firenze è costretta ad archiviare perché gli viene detto che di Azzolini non si riesce a conoscere mai l’identità per tali ragioni. Lei conferma questa ricostruzione?

SPATARO. Non la confermo. Mi consentirà di contraddirla garbatamente. Lei sa benissimo quanto la stimi e quanto le sia amico. Né ho interesse ad attaccare la relazione di Bonfigli; mi interessa soltanto offrirvi degli elementi di verità. Le sue domande mi consentono di indicare dei punti che avrei avuto a cuore di chiarirvi.

La relazione parte da un assunto clamorosamente errato, cioè che vi siano quattro versioni diverse. Si parla di Morelli come di uno dei principali artefici dell’operazione; non è così ed egli scrive delle cose ampiamente imprecise: parla di una rapina a Firenze avvenuta solo nella sua fantasia.

PRESIDENTE. Ci mette anche un motorino.

SPATARO. E’ una cosa completamente fasulla, che non sta né in cielo né in terra.

Bozzo e Dalla Chiesa – come ha ricordato il Presidente – dicono cose sostanzialmente analoghe con qualche imprecisione di Dalla Chiesa, dovuta al fatto che egli era al vertice della piramide, mentre Bozzo era più vicino agli operativi. Si cita come fonte un telex della polizia di stato che non è in alcun modo considerabile fonte. La prima ragione è legata al fatto che si tratta di un atto burocratico-amministrativo. La polizia deve dare atto al Ministero, con un telex e non con un rapporto, che a Milano è accaduto quanto sappiamo. C’erano giornalisti sguinzagliati in tutta la città con sparatorie ovunque.

Perché la polizia abbia parlato di fonte confidenziale? C’è chi parla di invidia per sminuire. Personalmente ritengo che in un primo contatto informale i carabinieri non abbiano detto nulla alla polizia, visto quello che stava accadendo, e che la polizia si sia arrogata poi questo diritto, anche se non con intenzioni ingannevoli, quello di parlare erroneamente di fonte confidenziale. Quindi, se scremiamo le fonti, partendo da Morelli che non sa nulla fino ad arrivare alla polizia di stato che sa ancora meno, non abbiamo quattro diverse fonti.

In secondo luogo, sempre a proposito della relazione, quando vi si dice che tra il 28 e il 31 luglio si arriva all’individuazione di Azzolini e della casa, si sbaglia nuovamente, perché confonde clamorosamente – e questo un pubblico ministero come il relatore lo dovrebbe fare – tra l’individuazione dell’area ove la casa si collocava, resa possibile dalle indicazioni del Crea, cioè del meccanico, e l’esatta individuazione dell’appartamento. Quest’ultima invece è frutto del lavoro, che a voi potrà sembrare inverosimile e che è avvenuto non in un’unica notte ma in più notti, con l’aiuto delle chiavi.

PRESIDENTE. Qui, però, le cose non tornano. La vicenda delle chiavi ci è stata raccontata da Bozzo, invece il dottor Pomarici questa sera ha detto qualcosa di diverso. Egli ha affermato che, visto il motorino posteggiato, si andò a vedere se le chiavi aprivano.

SPATARO. Non ha detto però che il motorino fu visto la prima sera delle ricerche.

PRESIDENTE. Della versione fa parte il fatto che per più notti girarono portone per portone?

SPATARO. Sicuramente questa è la verità. Lei avrà un’altra opinione, ma per me questa è la verità.

PRESIDENTE. Questa sarebbe la verità nel momento in cui avessimo una serie di riscontri, ma non lo avete fatto voi e non lo abbiamo fatto neanche noi.

PARDINI. Mi riferivo ad un documento datato Milano, 3 agosto 1978, in cui si dice che a Crea Antonio e al meccanico erano state mostrate delle foto e tra queste riconoscono senza ombra di dubbio l’identità di Azzolini.

SPATARO. L’identità sì, ma non è vero che la casa è stata individuata in tre giorni. Alla casa si perviene dopo un po’ di giorni. Tenete presente che ad agosto i brigatisti vanno in ferie ma noi no. Ad agosto, però, la casa viene completamente abbandonata.

PRESIDENTE. In sostanza, il 3 agosto accade che il ragazzo dell’officina dice di aver visto il motorino in quella zona.

SPATARO. No, ha detto di aver visto il tizio con il ciclomotore che si aggirava in quella zona e di aver concluso che doveva essere di quelle parti. Aveva indicato di averlo visto proprio lì.

PRESIDENTE. Se io giro in una strada devo necessariamente abitare su quella strada?

SPATARO. Questo è quanto ha riferito il ragazzo, tant’è che i carabinieri si sono recati lì notte tempo e l’hanno trovata. Del resto il meccanico l’aveva visto più volte non una sola volta.

PARDINI. A questo punto sappiamo che il proprietario del borsello è Azzolini, il proprietario del motorino è Azzolini, sappiamo che abita dalle parti di via Monte Nevoso, ma non conosciamo esattamente il numero civico. A questo punto è sufficiente pedinarlo per poterlo scoprire.

SPATARO. Ma dove lo troviamo, senatore Pardini? Mi consenta, non vorrei apparirle irriguardoso ma non dovete pensare che i pedinamenti si fanno come nei film, soprattutto per quanto riguarda i brigatisti che facevano i contropedinamenti. Sappia – perché è documentato – che i brigatisti facevano i contropedinamenti, quindi non solo prendevano lo stesso pullman cinque volte in una direzione e nell’altra, ma avevano anche degli altri brigatisti che li seguivano alle spalle. I carabinieri non sono così scemi che appena vedono una persona sospetta gli si appiccicano per ventiquattro ore al giorno. Non solo i carabinieri, per la verità. Quindi, c’è questa imprecisione perché si individua l’area ma non si individua esattamente la casa.

Per quanto riguarda i rapporti tra la sezione di Milano e quella di Firenze, posso dirle quali erano ordinariamente i rapporti vigenti tra le varie sezioni, nella fattispecie non ero presente quando le sezioni di Milano e Firenze si sono scambiate le notizie. L’indagine, come sappiamo, parte da Firenze. E’ chiaro che il sottufficiale Negroni, non è, come sostenuto nella relazione, il principale artefice dell’indagine, in quanto fa semplicemente il passacarte, il trait d'union tra i carabinieri di Milano che compiono le indagini e Firenze che giustamente vuole avere notizie. I rapporti, quindi, sono quelli di una informativa continua. Immagino – perché non ero presente – che Negroni abbia partecipato a qualche accertamento. Le faccio anche un altro nome, il maresciallo Saracini che, anche se non è citato, a Firenze è un personaggio storico. Avranno partecipato all’investigazione in piena armonia e gaiezza. Intanto vorrei precisare che Arlati non è il comandante. All’epoca il comandante era il capitano Bonaventura ed Arlati era l’ufficiale a cui faceva capo quell’indagine. Il capitano Ruffino invece seguiva le indagini di Alunni, che era stato arrestato il 13 settembre. Tenete presente il sovrapporsi delle investigazioni.

Infine, mi chiedete come mi spiego il comportamento di Formato. Se si parte dall’affermazione che abbiamo confermato che il rapporto è falso, mi si consentirà di smentirla. Il falso si ha quando si nasconde qualcosa a chi ha diritto di conoscerla. In questo caso vi è la consapevole convergenza di autorità giudiziaria e polizia giudiziaria sulla necessità di tutelare la vita di alcune persone. Pochi mesi dopo a Torino verrà ucciso il barista Cividate, che aveva chiamato la polizia avendo visto due sospetti, Caggegi e Barbara Azzaroni. Viene ucciso per questo.

PRESIDENTE. Scusi se la interrompo. Tutto questo avviene nel 1978. Nel 1982 le Brigate rosse sono ancora attive, ma allora perché Dalla Chiesa non si pone questa preoccupazione quando parla alla Commissione Moro?

SPATARO. Ricordo personalmente che Dalla Chiesa venne a riferire alla Commissione Moro che i suoi uomini avevano una traccia investigativa concreta che avrebbe portato all’individuazione di Marco Barbone come autore dell’omicidio Tobagi. Non fece il nome di Barbone ma fece riferimento ad un gruppo che proveniva da una scissione della FCC e questo fu oggetto di una pubblicazione sull’Espresso che ci portò – e fui io ad ordinarlo – a fermare Barbone che stava scappando. Quindi, all’epoca, Dalla Chiesa poteva avere anche delle legittime riserve sulla possibilità di mantenere un segreto. All’epoca avevamo i morti per le strade, senatore Pardini.

PRESIDENTE. Tutto questo nasce dal fatto che Dalla Chiesa va alla Commissione Moro e racconta una storia diversa da quella contenuta nel rapporto.

SPATARO. Ma l’esigenza è la stessa ed è quella che induce Formato, un anno dopo, a mantenere ferma quella versione.

PRESIDENTE. Sembra quasi che Dalla Chiesa nel 1982 non si preoccupasse più di mantenere segreta l’identità dell’uomo che aveva identificato il motorino.

SPATARO. Intanto il nome non viene fatto, fino a quando egli non ritiene giunto il momento di dire qualcosa. Evidentemente avevo inteso la domanda in senso opposto. Senatore Pardini, tenga presente che quando Formato riferisce a Firenze noi dobbiamo ancora celebrare i dibattimenti. Noi non avevamo paura soltanto della reazione dei brigatisti, temevamo anche che nei processi tramite gli avvocati, alcuni dei quali sono stati condannati definitivamente per partecipazione a banda armata, si potesse disvelare quel retroterra che un tecnico dei processi avrebbe potuto comprendere meglio di un brigatista. Quindi, se un anno dopo Formato dice ancora quella cosa lo fa per tutelare quel segreto. Non mi permetto di interferire con le vostre scelte istruttorie, ma non escludo che Firenze sia stata informata di tutto, sostanzialmente come noi, anche se documentalmente abbia, come noi, ricevuto un rapporto parziale. Personalmente sono certo di questo, escludendo che il maresciallo Saracini o Negroni potessero tacere a Chelazzi, che era il dominus, insieme a Vigna, di tutte quelle investigazioni quello che i carabinieri di Milano avevano detto a noi. A questo punto le posso rispondere facilmente che a Firenze erano informati come noi e quindi la spiegazione è la stessa.

PARDINI. Per quanto mi riguarda le spiegazioni sono più che esaurienti e le prendo per buone. Esse mi confermano il fatto che la relazione non dice niente di diverso da quello che dite voi. Semplicemente voi date una spiegazione a delle incongruenze che la relazione evidenzia. Essa mette in evidenza un rapporto falso o incompleto dell’autorità giudiziaria.

PRESIDENTE. Ciò che stasera stiamo comprendendo è che l’autorità giudiziaria di Milano era fin dall’origine informata di una versione diversa.

PARDINI. Perché le dico questo? Vorrei che questo servisse a riportare il clima giusto tra di noi se fosse necessario. Lei deve anche pensare che questa Commissione sta lavorando sul caso Moro che, tra i tanti buchi neri, ha quello enorme che si chiama Firenze. Il fatto che su Firenze non si riesca mai a dimostrare o a chiarire nulla; che intorno a Firenze ruoti uno dei grandi misteri del sequestro Moro; il fatto che su Firenze, come ha ricordato il Presidente, lo stesso Morucci abbia detto quello che ha detto; che a Firenze venga trovato un borsello che innesca un rapporto non falso ma omissivo…

PRESIDENTE. Aggiungiamo che i ROS e gli UCIGOS di oggi…

SPATARO. …quelli di oggi non sono come quelli di ieri.

PRESIDENTE. …che meritano non meno fiducia di quelli di ieri ci hanno detto che probabilmente se si fosse indagato meglio in Toscana forse le BR non sarebbero rinate.

SPATARO. Questa è responsabilità di chi l’ha detto. Io non lo credo.

PARDINI. Mettere tutti questi elementi insieme costituisce un elemento di dubbio ulteriore.

SPATARO. Se è dubbio mi inchino di fronte alla vostra altissima attività. Non so se mi riterrete scorretto per quello che sto per dire però questa relazione, fatta da un consulente che io rispetto…

PRESIDENTE. Non ammetto né la domanda né la risposta.

SPATARO. Quello che voglio dire è che mi sarei aspettato che venissero sentiti, come era stato richiesto seppure informalmente, i diretti protagonisti di questa vicenda perché sulla stampa qualcuno è stato infangato.

PRESIDENTE. Vorrei riportare la discussione ad una correttezza istituzionale. Tutto sommato, mi sembra molto meglio che siate venuti voi a dirci tutto questo, invece del dottor Bonfigli, se glielo aveste riferito. Malgrado la fama di garantista che ho sia immeritata, penso che oggi a qualche garantista si sarebbero drizzati i capelli se avesse saputo che ci sono rapporti di polizia giudiziaria ed informazioni diverse, verbalmente date all’autorità giudiziaria, e che questa non le verbalizzi.

SPATARO. Avrei voluto vedere quel garantista a rischiare la vita al posto del meccanico Crea.

PRESIDENTE. Questo potrebbe avvenire anche oggi in altri tipi di processi: che ci siano cioè agenti di polizia giudiziaria che raccontano una storia ai magistrati senza che questi la verbalizzino anche se capisco che, data la specificità del momento, formalizzarsi forse non è giusto.

PARDINI. Il problema è che tutto questo riguarda l’unico ritrovamento parziale del memoriale Moro avvenuto in due tempi, in maniera del tutto da chiarire. Lei capirà che, messo tutto insieme, un verbale parzialmente vero – il che equivale a dire parzialmente falso - non poteva passare inosservato. E’ giustificata l’audizione in questo senso.

Infine, le risulta che quando sono state rinvenute le carte di Moro e lette sia arrivato da Roma il dottor Vitalone e che costui abbia partecipato alla riunione in cui si è data per la prima volta lettura delle carte di Moro? In caso affermativo, perché ciò è avvenuto?

SPATARO. Ricordo sicuramente il dottor Gallucci; non ricordo Vitalone. Tenga presente che io e Pomarici ci scambiavamo i ruoli e personalmente seguivo la vicenda Alunni. Se era presente Vitalone certamente non è stata sua la prima lettura. La prima lettura è stata la nostra. Non so se nello stesso articolo citato prima di Bocca o in uno precedente costui affermava che da via Monte Nevoso è scappato Moretti; è matematicamente certo. Bocca affermava questo, ma all’epoca si lasciava passare tutto. Non so se Bocca sappia delle cose. Penso che lo abbiate ascoltato o comunque lo farete.

Quanto a Firenze, Morucci è certamente un personaggio sulla cui serietà e dissociazione attuale credo abbastanza: quando il sequestro Moro è in corso Morucci viene cacciato dalla BR oppure va via lui, portando con sé un po’ di armi. Da un certo momento in poi perde i rapporti con la vita delle BR. Non so se Morucci sapesse o abbia inteso alludere o abbia fatto delle ipotesi: a Firenze operavano all’epoca come magistrati i dottori Vigna e Chelazzi; come forza di polizia giudiziaria operava non solo un ROS ad alto livello ma anche una DIGOS diretta dal dottor Fasano, attualmente un alto funzionario o addirittura direttore del SISDE. A Firenze vi è stata poi, grazie alla capacità di lavorare, una messe di risultati e di collaboratori che hanno portato a chiarire anche il passato. Credo che queste persone vi potranno chiarire tutto. Il senatore giustamente dice: proponiamo una possibile spiegazione che alluda ad uno scopo nobile. Mi rendo conto che i carabinieri avrebbero dovuto e potuto solo proteggere un informatore; però, in certe tesi come quelle della relazione, si intuisce che quello è un passaggio per arrivare ad altre conclusioni.

PRESIDENTE. Non è vero.

SPATARO. Sì, perché se diciamo, come si dice, che uno come Azzolini non può perdere il borsello, allora si dice che Azzolini è un infiltrato. Perché lo si dice? Evidentemente vi è sempre sullo sfondo la convinzione, sia pure del tutto legittimamente formatasi, che vi sia dietro un mistero, quale quello delle carte sparite di Moro. Capisco i misteri dell’Italia ma credo che ai tanti misteri d’Italia corrispondano poche certezze. Questa pagina è, a mio avviso, certa e luminosa.

MANTICA. Vorrei svolgere una breve premessa per arrivare a Monte Nevoso anche se l’episodio che cito rientra solo in un momento successivo in Monte Nevoso: il 18 marzo del 1978 alle 12,30 esce il primo comunicato delle BR in cui si dice: il prigioniero collabora pienamente. Alle 20,30 dello stesso giorno a Milano vengono ammazzati Fausto e Iaio nella zona Lambrate. Non so se hanno presente la storia e la vicenda di questi due giovani del Centro sociale Leoncavallo che vengono uccisi e che costituiscono uno dei misteri d’Italia. Nessuno capisce bene questo omicidio.

Stranamente – lo dico perché è l’unica volta (che mi risulti) che in un documento delle BR si citino persone che non ne facciano parte – nel secondo comunicato delle BR si fa riferimento a Iaio e Fausto, rendendo onore ai compagni Fausto e Iaio, vittime di sicari di Stato. E’ un fatto strano; Fausto e Iaio non appartengono alle BR. Nessuno l’ha mai detto eppure vengono citati dal comunicato BR.

Nel terzo comunicato delle BR si parla delle famose trattative imposte dallo Stato con oscuri intermediari che le BR denunciano. Perché la domanda? Nel 1990, nel mese di novembre, quindi dopo l’irruzione nel covo di via Monte Nevoso - sono carte agli atti della Commissione stragi; poi darò un documento alla Commissione stragi che non è agli atti – nelle indagini, tra l’altro condotte dal dottor Pomarici che mi dispiace non essere presente, un nucleo di polizia giudiziaria viene mandato ad interrogare gli inquilini abitanti in via Monte Nevoso n. 9, perché situato di fronte a Monte Nevoso n. 8. Vanno, interrogano tutti gli inquilini sulla base di un elenco fornito dall’avvocato Cesare Porzio Giovanola, che è l’amministratore dello stabile, in cui si indicano tutti gli abitanti residenti nel 1978. Questo è un documento agli atti della Commissione. Quello che non è agli atti è un documento storico-anagrafico del comune di Milano dal quale risulta che in via Monte Nevoso 9 abitava Fausto Tinelli, uno dei due uccisi. Dal documento della questura non risulta il nome di Fausto Tinelli come residente in via Monte Nevoso 9: questo invece è un documento storico-anagrafico del comune di Milano in cui risulta che invece vi abitava.

SPATARO. I documenti hanno la stessa data?

MANTICA. Questo documento è di ieri, me lo sono andato a prendere, ma il documento storico-anagrafico del comune di Milano dice che è entrato nel 1959 ed è uscito nel ’78, poveretto, che era proveniente da Trento, figlio di Giovanni e di Angeli Danila, cittadinanza italiana, c’è anche il codice fiscale e così via. Tutto questo può darsi che appartenga ai misteri di questa storia d’Italia, comunque è ben strano.

PRESIDENTE. O alle dietrologie, direbbe l’onorevole Fragalà.

FRAGALA’. Questi sono fatti.

MANTICA. La prima domanda è che senso ha avuto andare ad interrogare gli inquilini dello stabile di fronte, anche perché la Fulgor Cavi si trova in via Monte Nevoso 13 e ci avete spiegato prima che quello stabile si trova più direttamente di fronte a Monte Nevoso 8. Eppure, la questura di Milano, su incarico del dottor Pomarici, si reca in via Monte Nevoso 9 con lo scopo di contattare gli inquilini ivi abitanti in ordine alle indagini relative al noto covo di via Monte Nevoso 8. Gli abitanti, si afferma, non hanno fornito notizie utili su circostanze sospettose, comunque note.

La prima domanda è dunque per quale motivo via Monte Nevoso 9, cosa ci si aspettava. Inoltre, Fausto e Iaio non è un episodio di incidente stradale qualunque: è una storia complessa milanese, ne hanno parlato i giornali per anni, ovviamente sono stati i fascisti ad ucciderli, ci sono stati cortei e celebrazioni. Possibile che a nessuno è mai venuto in mente di scoprire dove abitava Fausto Tinelli, che abitava in via Monte Nevoso 9? E quando si vanno a fare le perquisizioni in quello stabile nessuno si ricorda di questa vicenda? La vicenda peraltro è ancora misteriosa perché ancora nessuno ha trovato i responsabili. Inoltre - non voglio fare il dietrologo, finora ho fornito fatti - è strano questo collegamento dell’onore ai compagni Fausto e Iaio. La procura di Milano, su un comunicato, il secondo delle Brigate rosse, avendo l’omicidio di Fausto e Iaio in casa, ha pensato che si rendesse "onore ai compagni caduti" solo perché erano due ragazzi del centro sociale Leoncavallo? Non è un segnale tra le Brigate rosse e chi ha ammazzato Fausto e Iaio?

SPATARO. Credo di poter essere abbastanza preciso su Iaio e Fausto, di dover invece formulare delle ipotesi su via Monte Nevoso 9, ma con riserva di far pervenire una nota scritta dal dottor Pomarici.

Per quanto riguarda Iaio e Fausto, ne parlo a ragion veduta perché me ne sono occupato io come pubblico ministero (quello del 1978 fu un settembre tremendo: ci fu la morte del pilota Ronni Petterson a Monza, l’arresto di Alunni, le indagini su Iaio e Fausto e altre vicende). Ricordo molto bene quella indagine e ricordo, pur non essendo all’epoca anziano, di avere svolto un volume di attività investigativa, unitamente alla DIGOS di Milano, che poche volte mi è poi capitato di produrre; per la verità, purtroppo, con esiti – come lei ha ricordato – negativi. Ad un certo punto formalizzai l’indagine e nell’atto di formalizzazione al giudice istruttore scrissi che, dopo quella mole di attività, ritenevo giusto che ci fosse un altro magistrato, un giudice, che iniziasse a tirare le fila delle tante piste emerse: fu quindi quasi una dichiarazione di sconfitta, lo affermo con franchezza, ancora mi brucia per il clamore di quella vicenda. Posso dirle che tuttora incontro spesso i genitori e i comitati, che, forse, bontà loro, hanno capito che ce l’ho messa tutta, e tuttora dico agli stessi che non vi sono elementi certi per potersi affermare che i due furono uccisi da gruppi estremistici di destra, che purtroppo vi era anche una pista – spero non susciterà polemiche – che parve addirittura molto concreta, che si trattasse di omicidio legato al traffico di stupefacenti, sia pure di basso cabotaggio. Certamente è vero che nell’immediatezza, per il tipo di clamore, di attività messa in campo dai gruppi del Leoncavallo operanti in quella zona, il duplice omicidio passò all’esterno come un omicidio di marca fascista e possiamo dire che è rimasto tale, anzi certe convinzioni si sono maggiormente radicate per cui poi, come forse il senatore Mantica saprà, qualche collaboratore, soprattutto di area romana, di gruppi della destra romana ha riferito di aver saputo da Tizio che a sua volta aveva saputo da Caio che quei ragazzi erano stati uccisi da romani in trasferta. Quest’ipotesi è stata seguita a lungo dal giudice istruttore Salvini, con il quale ho continuato a lavorare, ma alla fine, purtroppo, non si è raggiunto alcun risultato.

Sul comunicato delle Brigate rosse, l’interpretazione che io, in prima persona, diedi all’epoca e che tuttora mi convince è questa: poiché il fatto nell’opinione pubblica era passato come di matrice fascista e vi era un grande movimento della sinistra extraparlamentare, ma non solo, attorno a questa vicenda, poteva essere utile sul piano della propaganda cercare di agganciare, dimostrando sensibilità, eventuali simpatie nell’area dell’extrasinistra per il movimento brigatista.

MANTICA. Perché "sicari di Stato"?

SPATARO. Spesso, con un’equazione che non condivido, si dice che i fascisti, soprattutto nei fatti di strage, siano in qualche modo collegati agli apparati statuali. Sia ben chiaro che sto parlando di slogan che neppure lontanamente condivido, ma evidentemente ci fu una scelta propagandistica delle Brigate rosse, probabilmente azzardata ma che, a mio avviso, ha una logica. In quel periodo si ricordi che, intanto, inizia a montare la reazione dopo Moro; c’è da un lato una frangia che è ammirata dalla potenza geometrica che, secondo qualcuno, era stata dispiegata in via Fani, ma qualcun altro inizia a prendere le distanze anche dall’atteggiamento "né con lo Stato né con le BR" perché era successo un fatto così clamoroso. Adduco questa spiegazione e interpretazione.

Non vi furono indagini particolari sul contenuto di questo volantino, lo acquisimmo agli atti, lo abbiamo anche tenuto presente non tanto per andare a individuare perché mai vi fosse scritto questo, ma perché tra le ipotesi venne anche formulata quella di una sorta di esecuzione nei confronti di ragazzi dissidenti rispetto alla scelta eversiva, ma francamente di minor rilievo rispetto ad altre ipotesi. Questa è la mia interpretazione della vicenda e del perché le BR citano questo duplice omicidio.

PRESIDENTE. Metodologicamente ritiene che quei documenti delle BR meritino un’analisi accurata? La mia impressione è che loro pesassero le parole, se dicono "sicari di Stato", non voglio contraddire la sua interpretazione, ma indubbiamente prima di scriverlo ci hanno pensato. Ne parlavamo l’altro giorno con il professor Cappelletti, che avrebbe dovuto analizzare questi comunicati, ma non sembrava molto approfondito nell’analisi. Nel comunicato numero 4 si parla di "trattative segrete e di intermediari misteriosi", secondo me significa qualcosa. Non sono parole che Moretti scriveva a caso.

SPATARO. Per quanto riguarda il lessico delle Brigate rosse e i contenuti dei loro documenti posso affermare, forse peccando di presunzione, che all’interno di tutto il gruppo dei magistrati che seguiva il terrorismo, io, forse perché ero il più giovane, avevo il compito di fare un’analisi sommaria ovviamente, come può farlo un pubblico ministero.

PRESIDENTE. Chiediamo collaborazione: l’espressione trattative segrete e intermediari misteriosi cosa può significare?

SPATARO. Sul primo punto, nonostante l’attenzione che si deve al lessico, non voleva significare null’altro che sposare uno slogan suscettibile di determinare popolarità. I brigatisti accusano i fascisti e lo Stato, e i brigatisti sono contro lo Stato…

PRESIDENTE. Per quanto riguarda le trattative segrete?

SPATARO. Qui francamente ci addentriamo nel campo delle ipotesi. Credo che sia patrimonio ormai comune a tutti che vi erano esponenti del partito socialista che avevano in corso dei contatti, non so quanto radicati all'epoca del comunicato numero 4. Ritengo quindi che potrebbero aver alluso a questo.

PRESIDENTE. Quindi lei ritiene inverosimile ad esempio quello che è apparso oggi sul quotidiano "Il Messaggero", mi riferisco all'intervista a Carlos che ha parlato di un aereo dei servizi pronto a Beirut per finalizzare la trattativa su Moro.

SPATARO. Assolutamente sì, signor Presidente, forse la deludo, ma non posso dire altro.

PRESIDENTE. Non viene da me la richiesta di audire Carlos.

SPATARO. Riguardo alla domanda su via Monte Nevoso, 9, la mia ipotesi è questa. Come è noto scoppiò la polemica in merito al fatto che ci fosse stata una "manina" o una "manona" che aveva rimesso i documenti al loro posto per poi richiudere il nascondiglio. Al riguardo, posso dire che nel frattempo l'appartamento in questione era stato disabitato e sigillato e si ricorderà che si fecero determinate scoperte perché il nuovo proprietario aveva effettuato dei lavori di ristrutturazione, non escludo quindi che un'indagine così a vasto raggio sia stata disposta da Pomarici proprio per verificare se qualcuno nella zona - magari proprio gli inquilini di fronte - avessero notato dei lavori all'interno dell'appartamento. Tuttavia, dal momento che si tratta di una ipotesi e se la Commissione lo consente, vi farò avere una nota scritta a cura del dottor Pomarici in cui verranno spiegate le ragioni dell'investigazione.

PRESIDENTE. Per quanto riguarda questo aspetto, anche in base a relazioni precedenti della Commissione, il problema della "manina" e della "manona " è stato risolto perché alcune perizie hanno dimostrato…

SPATARO. Che l'intervento era dell'epoca.

PRESIDENTE. Mi riferisco però al fatto che la perquisizione non fu fatta bene.

SPATARO. Su questo, signor Presidente, ha ragione. Certamente, se non fu scoperto il 1° ottobre del 1978 quel nascondiglio è evidente che è stato compiuto un errore. Sono stato in quell'appartamento e comunque vi posso dire che il muro sottostante alla finestra sembrava tale da potersi rompere anche con un semplice colpo di martello. Non era così, ed evidentemente si è trattato di un errore.

BIELLI. Da quanto risulta da un settimanale, in una intervista è stato affermato che è stato eseguito un lavoro, mattonella per mattonella.

SPATARO. È stato effettuato un lavoro su tutte le superfici ad eccezione di quel tratto di muro, del resto le pareti portavano i segni dei martelli.

BIELLI. Da una parte si dice che è stato fatto un lavoro mattonella per mattonella e dall'altra lei afferma che forse in quel particolare posto non è stato effettuato, ma allora non fu eseguito un lavoro mattonella, per mattonella. Dico ciò per una ragione: nell'audizione di questa sera quello che sinceramente mi ha sorpreso è il fatto che abbiate manifestato tutte sicurezze; poi però dopo si scopre che se aveste avuto qualche dubbio forse i misteri avrebbero avuto anche la possibilità se non proprio di essere scoperti per lo meno di trovare una chiave di lettura.

PRESIDENTE. La virtù laica del dubbio!

BIELLI. Allora, rispetto ad una affermazione come quella secondo cui il lavoro è stato condotto mattonella per mattonella che cosa posso pensare, che il dottor Pomarici ha detto il falso?

SPATARO. L'intervista a cui lei fa riferimento, è stata rilasciata dal dottor Pomarici per spiegare perché non era stato sperimentato quel particolare pezzo di muro; non mi sembra, infatti, che il collega Pomarici abbia affermato che era stato saggiato anche quel pezzo di mattone. Ripeto, il dottor Pomarici ha dichiarato che era stato fatto tutto quello sembrava si dovesse fare e lo ha fatto proprio per spiegare perché non fosse stato trovato il nascondiglio.

BIELLI. Le sembra che io possa accettare la sua spiegazione?

SPATARO. Lei può accettarla o meno...

BIELLI. Si vuole spiegare la ragione per cui non è stato svolto un lavoro in un determinato punto del muro e nel momento in cui si viene accusati di non aver fatto un buon lavoro la risposta è: "perché non lo si è fatto ". C'è un qualcosa che non riesco a capire. Non riesco a comprendere che cosa si voglia coprire.

SPATARO. Niente onorevole Bielli, assolutamente niente. Lei è liberissimo di non credermi, per quanto mi riguarda tra le mie pochissime virtù ho quella del dubbio, probabilmente questa sera non l'ho manifestata, forse perché rispetto a quel caso ho delle certezze. Le posso dire che se fossi stato io il brigadiere che doveva battere i muri non avrei saggiato quella parte delle pareti che sembrava una sfoglia, naturalmente, però avrei sbagliato.

BIELLI. E questo nonostante Flamigni vi avesse detto che bisognava controllare, perché in quella intervista Flamigni vi dice anche che era stata proposta una interrogazione parlamentare in cui si indicava la necessità di controllare. Quando parlavo dell'opportunità di avere perlomeno qualche dubbio…

SPATARO. A seguito di quella interrogazione i carabinieri erano andati a battere i muri di quella abitazione mattone per mattone. Aggiungo, inoltre, che sapevamo anche che i nascondigli dei brigatisti erano collocati proprio dietro i termosifoni dove conservavano soprattutto le armi proprio per evitare che i carabinieri potessero scoprirli attraverso i metal detector. Non ho quindi alcun dubbio a dire, con la stessa certezza, che non aver bucato anche quel muro sia stato comunque un errore.

BIELLI. Prendo atto che finalmente abbiamo scoperto questo errore perché fino a questo momento non sono state manifestate che certezze. Ma lei crede che per chi sta cercando di svelare i misteri d'Italia un errore di questo genere possa essere considerato da poco? Ecco perché anche rispetto ad altre questioni vorremmo che ci aiutaste a dirimere il dubbio e tutte queste vostre certezze a mio avviso non ci aiutano.

SPATARO. Mi dispiace.

BIELLI. Non ci aiutano per una ragione: perché rispetto ai misteri non portano nulla di nuovo lasciandoli tutti come prima. Pertanto credo che quelle che lei considera certezze assolute dovrebbero essere valutate anche sulla base di qualche nuovo elemento, questo potrebbe rappresentare un contributo per aiutarci ad andare oltre, altrimenti rimarremo sempre allo stesso punto.

 

Presidenza del vice presidente Manca

SPATARO. Onorevole Bielli, lo dico con lo stesso spirito, e senza nemmeno lontanamente voler da parte mia invertire i ruoli, tuttavia mi piacerebbe comprendere un aspetto. Se siete convinti, sulla base di una perizia e delle dichiarazioni dei brigatisti che quel pannello era lì dal 1978 e non è stato rimosso, né alterato allora vorrei capire dove si va a parare. Le sto dicendo che evidentemente chi ha operato ha compiuto un errore a non bucare in quella parte di muro. Pertanto o ritenete che questo errore sia stato compiuto in mala fede, per coprire una rimozione, oppure ritenete che il pannello sia stato rimosso e poi rimesso; ma solo in questo caso posso comprendere un particolare accanimento investigativo come del resto anche io ho mostrato mille volte in altre vicende. Tuttavia se arriviamo alla convinzione che quel pannello c'era, allora mi consenta che tutto questo è solo un'indagine che stiamo facendo tanto per parlare.

MANTICA. La questione è abbastanza delicata ed ecco perché desideriamo che ci facciate pervenire una nota scritta per quanto riguarda via Monte Nevoso, 9. I relativi fascicoli sono conservati qui presso la Commissione e si tratta di documenti recuperabili anche da parte vostra; nel fascicolo in nostro possesso è contenuto l'elenco degli inquilini dello stabile di via Monte Nevoso e c'è anche il nome del proprietario dello stabile, l'avvocato Cesare Porzio Giovanola. Ebbene, risulta stupefacente il fatto che non si faccia menzione di Fausto Tinelli di cui ho il certificato anagrafico storico. Anche in questo caso non voglio fare il dietrologo, però veramente si tratta di una sfortuna incredibile il fatto che proprio il nome di Fausto Tinelli, abitante in via Monte Nevoso 9 non sia…

SPATARO. L'atto su cui non risulta il nome di Fausto Tinelli che data porta?

MANTICA. Il documento a cui è allegato questo atto è datato 14 novembre 1990 mentre l'allegato, non porta data. In esso si dice: "il proprietario dello stabile forniva a questo ufficio l'elenco degli inquilini che hanno abitato nello stabile in questione dal 1978 a oggi di cui si allega copia". Infatti, è effettivamente allegata una copia di un documento dove però non compare il nome di Tinelli. Tra l'altro questo atto viene dalla questura di Novara.

SPATARO. Non saprei dirle, forse si è trattato di un errore del proprietario. Posso invece dire che credo addirittura di essermi recato in questo stabile perché sono andato a trovare la mamma di Tinelli.

MANTICA. La mamma abitava in quello stabile perché lui vi abitava con la famiglia. C'è un documento delle Brigate rosse, mi riferisco al terzo comunicato, in cui si dice esattamente: "denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro ciò che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti". Allora io mi chiedo a che cosa si riferisce questo mascheramento dei fatti, forse all'uccisione di Fausto e Iaio ad opera dei sicari di Stato che avvertono le Brigate rosse di sapere tutto di loro e del covo di via Monte Nevoso? Altrimenti non c'è spiegazione.

SPATARO. Direi di no.

MANTICA. Dottor Spataro, non glielo sto chiedendo, la mia è solo una riflessione.

SPATARO. La riflessione che sento di fare è questa: rapportando il contenuto del documento con quello che scrivevano i giornali lei ricorderà che all'epoca si indicavano le Brigate rosse come portatrici di precise richieste e di trattative nei confronti dello Stato - ricordo anche dei documenti dei brigatisti proprio in questi termini - quindi probabilmente essi volevano affermare il fatto che erano loro a condurre la danza e ad essere custodi di Moro e che erano gli altri a dover fare le richieste.

MANTICA. A questo punto stiamo andando a ruota libera. Tuttavia la mia domanda nasceva dal fatto che siccome questo omicidio di Fausto e Iaio è rimasto misterioso, non sono stati disegnati nemmeno dei mosaici che avrebbero potuto in qualche modo indicare un riferimento, desidero segnalare che combinazione tutto ciò avviene durante il rapimento Moro, anzi nei primi giorni di quel sequestro perché tale omicidio risale al marzo 1978. Combinazione i due vengono citati in un comunicato delle Brigate rosse, combinazione Fausto risiede a via Monte Nevoso 9, di fronte a via Monte Nevoso 8. Si tratta quindi di una serie di concause sfortunate che però ci fanno pensare che ci sia un collegamento. Quando poi si va a fare una perquisizione a via Monte Nevoso, 9, non per colpa della Questura ma, anche qui per una serie di fatti sfortunati, quel nome non è nell’elenco degli inquilini; la somma di tutte queste casualità crea una valanga di dubbi.

 

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

SPATARO. Sarebbe però anche difficile ipotizzare che la questura abbia voluto omettere la citazione di un fatto così clamoroso. Si sapeva che viveva lì.

MANTICA. Risulta strano anche a me. Fausto e Iaio frequentavano un circolo sociale, il Leoncavallo; certamente non fanno parte delle BR, ma dell’acqua in cui i pesci si muovono. Fausto, per combinazione, vive vicino al covo di via Monte Nevoso, 8; può darsi che sapesse o non sapesse, capisse o non capisse; muore durante il rapimento Moro ed i brigatisti scrivono: "onore ai compagni caduti, vittime di sicari di Stato". Non ci avete mai pensato?

SPATARO. Ci abbiamo pensato. Ho detto che si pensava anche ad una esecuzione a scopo di sanzione per comportamento dissidente. Direi di no anche perché l’omicidio di Fausto Iaio era addirittura di molto antecedente al rinvenimento del borsello. Francamente non riesco ad ipotizzare un nesso. Tra l’altro, i ragazzi furono indagati anche sotto il profilo socio-politico anche se non sembravano di spessore tale da essere utilizzati in attività illegali, clandestine, eversive, soprattutto se di alto livello.

PRESIDENTE. Li avrebbero potuti uccidere anche le Brigate rosse, magari perché avevano capito qualcosa che non dovevano capire.

MANTICA. Il dottor Spataro conosce meglio di me la dinamica dei fatti, ma sembrò da subito un’esecuzione.

SPATARO. Certamente. Le tesi che alla fine si portarono avanti, almeno quella più accreditata più da parte degli organi di stampa che dagli inquirenti, forse anche dal giudice istruttore, era quella di un gruppo di destra che, per rendersi visibile e per rivendicare la morte di Franco Anselmi a Roma durante una rapina ad un’armeria, va a Milano e uccide due persone a caso, senza movente. Questa è una prima ipotesi, perché l’omicidio di destra è collegato ad una mancanza di movente specifico, e solo a questo. La seconda ipotesi era relativa allo spaccio. Si venne a sapere che esistevano dei dissidi con un certo spacciatore della zona su cui abbiamo indagato molto. Alcuni di questi, per la verità, gravitano anche nell’ambito dell’estrema destra, anche se scollegati da attività politiche. Una terza ipotesi, con minori possibilità di essere creduta, era l’ipotesi della faida, anche se è un termine improprio, all’interno dei gruppi extraparlamentari di sinistra, magari anche a carattere brigatistico. In realtà, in questo senso non vi è stata alcuna conferma, al di là di questo possibile collegamento.

PRESIDENTE. Prima di dare la parola all’onorevole Bielli, perché continuo a riflettere come spesso accade sul senso complessivo dell’odierna audizione, mi sembra di aver capito da quanto ci avete detto che il vero modo con cui viene individuato il covo di via Monte Nevoso sta nella versione Bozzo, salvo quel particolare del contrasto che avete corretto, che nell’indagine foste informati di questa versione nell’immediatezza del fatto lo stesso 1° ottobre, che riteneste che tutto ciò non era rilevante ai fini dello sviluppo dell’indagine e che il problema che si era arrivati a via Monte Nevoso e quello delle fotografie erano tutti fatti legati all’esigenza di coprire le identità di alcuni cittadini. Questa verità emerge poi lentamente prima nella dichiarazione del 1992 fatta da Dalla Chiesa alla Commissione Moro, poi nelle dichiarazioni degli altri carabinieri nel 1993-1994 nel processo che è citato nella consulenza Bonfigli e poi in base a quello che Bozzo ha raccontato alla Commissione. Come mai ne conservate un ricordo così preciso? Ne avete continuato a parlare con in carabinieri?

SPATARO. Assolutamente sì, signor Presidente, perché quell’esperienza umana e professionale ha segnato la nostra vita. Le posso raccontare parola per parola tutte le indagini di terrorismo che abbiamo svolto insieme ai carabinieri, alla DIGOS. Sono fatti che nell’esperienza di una persona che ha dato, lo dico con modestia, quello che era capace di dare, rimangono indelebili. Questo non lo sto dicendo per retorica.

PRESIDENTE. Ne avete continuato a parlare con i carabinieri? Se mi viene detto il nome di un dentista o di un’infermiera dopo un certo tempo lo dimentico.

SPATARO. Non ricordavo i nomi di quelle persone, ricordavo il nome del meccanico Crea dal momento che possedevo una motocicletta e quindi ogni tanto ci passavo. Comunque, mi riferisco a fatti accaduti dieci anni dopo. Conoscevo il nome del meccanico, ma gli altri nomi non me li ricordavo assolutamente. Sapevo dell’esistenza di uno studio dentistico, ma non ricordo i nomi.

PRESIDENTE. Con i protagonisti di quell’indagine ne avete continuato a parlare man mano che la storia diventava più chiara?

SPATARO. Assolutamente sì. Questa storia è stata per noi chiara sin dall’inizio.

PRESIDENTE. Intendevo dire che diventava pubblica.

SPATARO. Sì. Tenga presente che il capitano Arlati è poi andato via ed è stato coinvolto in vicende penali di non poco rilievo relativamente ai fatti di "Mani pulite", in quanto aveva assunto la direzione di un’agenzia di investigazione privata. Ne abbiamo continuato a parlare con gli ufficiali e con i sottufficiali. Tenga presente che il ROS, che all’epoca era la sezione anticrimine, aveva un’ossatura di sottufficiali di prim’ordine e con alcuni di essi abbiamo condiviso anni di lavoro.

PRESIDENTE. Anche con i carabinieri di Firenze?

SPATARO. Conosco il maresciallo Saracino, uno dei sottufficiali sui quali potrei mettere la mano sul fuoco e conoscevo il maresciallo Galletta – oggi capitano – che comanda i carabinieri di Gallarate. La storia di quegli anni è fatta anche di particolari non noti. Voglio rivelarne un altro che ritengo oggi si possa raccontare. Relativamente alle indagini su via Monte Nevoso, proprio per non dare nell’occhio rispetto ad eventuali curiosi e soprattutto brigatisti, talvolta in quella via i sottufficiali si recavano con le proprie mogli fingendo di essere una coppia di passanti normali. Le mogli, pur non appartenendo all’arma dei carabinieri, lo hanno fatto per dedizione.

PRESIDENTE. Lei ha mai conosciuto il capitano Pignero?

SPATARO. L’ho conosciuto pochissimo perché lasciò la struttura dei carabinieri nei primissimi anni in cui ci occupammo di terrorismo.

PRESIDENTE. Può dirci se è ancora vivo?

SPATARO. Non lo so, ma credo che sia passato ai servizi segreti.

PRESIDENTE. Non parli di servizi segreti perché altrimenti attira l’attenzione di molte persone.

SPATARO. Certamente entrò nei servizi segreti.

BIELLI. Voglio rivolgerle due domande partendo da queste premesse. In primo luogo, lei ha affermato - e ne sono profondamente convinto - che rispetto alla cosiddetta relazione Bonfigli si è sentito in dovere di intervenire per tutelare l’Arma dei carabinieri e anche il generale Dalla Chiesa. Credo che il problema della tutela dell’Arma dei carabinieri ci riguardi tutti e credo che nessuno in questa sede ha una volontà persecutoria verso nessuno, tanto meno verso il generale Dalla Chiesa al quale dobbiamo essere tutti grati per quanto ha fatto per il nostro Paese. La tutela dell’Arma, qualunque essa sia, è un problema che riguarda anche noi. Stiamo cercando di svolgere un’operazione che riguarda tutti i settori dello Stato, della vita sociale e civile. Se si scopre che in un determinato settore c’è qualcuno che sbaglia e riusciamo ad individuarlo, tuteliamo meglio quel settore. La difesa tout court secondo cui tutto va comunque bene non tutela nessuno. Noi stiamo cercando di indagare su questioni su cui i dubbi sono tanti e stiamo cercando di dirimerli. Per cui stia certo che, per quanto riguarda la tutela dell’Arma e del generale Dalla Chiesa non sarà e non è solo.

Seconda questione. Prima lei ha ricordato il capo dell’anticrimine di Milano dell’epoca, Bonaventura, che oggi è il capo della prima divisione del SISMI, dei Servizi segreti, nel senso che scopriamo si tratta di personaggio sicuramente di grande valore. Poi lei ha fatto altre affermazioni come quella su Morucci, che sarebbe stato cacciato dalle Brigate rosse prima dell’omicidio Moro.

PRESIDENTE. In realtà viene cacciato dopo. Lui è tra quelli che partecipano al trasporto della salma.

BIELLI. Faccio queste premesse per dirle che proprio quello che io chiamo il bisogno del dubbio rispetto alle affermazioni che facciamo ci può permettere di capire qualcosa di più, altrimenti affermazioni come quelle che lei ha fatto alla fine danno delle certezze che poi non risultano tali. Vado adesso al merito delle questioni che le voglio porre. La prima riguarda il discorso degli infiltrati: lei esclude il fatto che in quel momento ci fossero degli infiltrati che in qualche modo hanno avuto un ruolo importante rispetto poi agli atti che voi avete fatto, agli atti giudiziari che avete portato avanti. Il generale Bozzo ci dice delle cose un po’ diverse, ma io aggiungo che il tema degli infiltrati è una di quelle questioni in cui noi, lavorando su tali problemi, scopriamo che ce n’erano, ce ne sono e aggiungo anche che gli stessi carabinieri, l’anticrimine di Milano, negli anni successivi abbiamo scoperto che agiva anch’essa con degli infiltrati. Lei esclude tutto questo: perché questa certezza?

SPATARO. Vorrei che fosse più preciso, se lo può: quali sono gli infiltrati cui lei allude?

BIELLI. Io ho fatto prima un accenno e lei giustamente mi ha detto che era in un’altra epoca.

SPATARO. Lei dice che ci sono stati, ma quali? Forse padre Girotto?

BIELLI. Io sto parlando dopo quell’epoca.

SPATARO. A chi si riferisce? Siccome non me ne risultano, se lei lo sa me lo dica.

BIELLI. Io lo chiedo a lei, poi, a seconda della sua risposta, può darsi che le dica qualcos’altro.

Come ultima questione ritorno un attimo sulla famosa vicenda di via Monte Nevoso per la ragione che il 3 novembre del 1986, ma credo forse anche nel 1985, l’onorevole Flamigni fa una richiesta rivolgendola direttamente alla Procura della Repubblica di Milano e la fa a seguito di alcune interviste fatte anche con Bonisoli e con altri. Flamigni dà indicazioni molto precise, sulla base anche di affermazioni che gli erano state fatte da brigatisti detenuti in carcere con cui aveva dei rapporti, circa l’esistenza, in via Monte Nevoso, di altro materiale e documenti che lui dice riconducibili a Moro. Avanza una richiesta di perquisizione supplementare, ma gli fu opposto il rifiuto. Lei sa chi è che assunse questa decisione e quali furono le motivazioni adottate? Non mi sembrano questioni secondarie.

Infine, sempre in riferimento a via Monte Nevoso, prima le ho parlato di alcune affermazioni fatte dal dottor Pomarici. Nell’intervista all’Espresso il dottor Pomarici oltre a "mattonella per mattonella" usa anche un altro termine: "abbiamo scarnificato i muri". Se le parole hanno un senso, scarnificato vuol dire che non ci doveva essere un pezzo che rimaneva al di fuori della scarnificazione. Lei ha detto che si tratta di un errore, ma io su questo tema dell’errore continuo a chiederle il perché sono state fatte affermazioni di quel tipo, in cui si escludeva in maniera assoluta che ci potesse essere qualcosa. Questo non riesco a comprenderlo. Inoltre, come vengono scoperti i documenti Moro? Non sulla base, in qualche modo, di un lavoro vostro a seguito di tutta questa operazione, ma sulla base di un fatto casuale.

Allora visto che lei ha parlato prima di errore, che cosa debbo arguire io di fronte al fatto che non si tratta di un semplice errore? C’è una richiesta esplicita di supplemento di indagine, di fare la perquisizione. Dopo dodici anni scopriamo un’opinione di questo tipo. Aggiungo però che il signor Gennaro Bernardo, quello che ha buttato giù il muro, trova segni anche di effrazione sul sigillo posto all’appartamento dal 1978. Su questo episodio avete indagato? Era a vostra conoscenza? Si indagò su coloro che hanno avuto la disponibilità dell’appartamento dal 1978 al 1990? Sono queste le risposte che ci possono permettere di dirimere i dubbi - anche lei ha detto "parliamo dei misteri d’Italia"- che io credo sia legittimo avere.

SPATARO. Parto dalla prima affermazione: ovviamente sono certo, certissimo che la Commissione come organo, e singolarmente i componenti, sono interessati alla tutela del generale Dalla Chiesa e soprattutto dell’azione delle forze di polizia giudiziaria, che hanno operato correttamente. Certamente non tutela l’onore di queste persone il fatto che sia apparsa, senza smentita, una notizia sulla stampa in cui si dice che i carabinieri hanno scritto il falso per delle finalità che evidentemente non vengono neanche chiarite. Non voglio minimamente muovere alcun rilievo, ma mi consenta soltanto di dirle che io ho ritenuto di dovermi muovere, non è stata la prima volta per la verità, individualmente, perché francamente mi sarei aspettato un’affermazione un po’ più argomentata e più prudente giacchè devo dirle…

PRESIDENTE. Quello però era un documento interno che veniva dato a noi.

SPATARO. Ma questo non è stato spiegato alla stampa, Presidente. Si parla di conclusioni della Commissione. Poi, sarà colpa del giornalista, per carità, però voglio dire che voi, come me, lo so per certo, siete interessati alla tutela dell’onore. In quel caso ho ritenuto di dovermi muovere perché non si erano mossi altri. Poi, onorevole Bielli, non capisco a cosa alluda quando fa riferimento al fatto che il colonnello Bonaventura è oggi direttore della prima divisione SISMI; non lo comprendo, per cui vado avanti.

BIELLI. È un personaggio importante.

SPATARO. È un personaggio importante e quindi questo testimonia la sua eccezionale qualità. Se poi c’è dell’altro vorrei che mi fosse spiegato, perché non può che confermare quello che voglio dire io, e cioè che stiamo parlando degli ufficiali migliori che ci sono stati sul territorio.

PRESIDENTE. Il problema è che le logiche operative dell’intelligence non sono o non dovrebbero essere le stesse logiche della polizia giudiziaria.

SPATARO. Esattamente.

PRESIDENTE. Noi ogni tanto ci domandiamo se nell’attività di polizia giudiziaria non emergano, anche per fini nobili, atteggiamenti che dovrebbero essere più propri dell’intelligence. Quando arriveremo poi al punto degli informatori aggiungerò qualcosa.

SPATARO. La mia valutazione è che certamente quando il Bonaventura agì come comandante della sezione lo fece in pieno rispetto delle sue prerogative di ufficiale di polizia giudiziaria e in pieno accordo con l’autorità giudiziaria, io ritengo – come ho detto prima – anche di Firenze, ma questo dovrete eventualmente accertarlo voi. Sugli infiltrati, egregio onorevole Bielli: trascuro del tutto il discorso su Silvano Girotto, alias Frate Mitra, che appartiene ad un’epoca in cui forse non ero nemmeno in magistratura, credo che sia il 1974. Per me è preistoria.

PRESIDENTE. Io l’ho conosciuto da uditore giudiziario nel 1975.

SPATARO. Da quello che so io, secondo me fu utilizzato impropriamente, perché forse si sarebbe potuto stroncare con più decisione quello che allora stava nascendo. Comunque, non so niente. Quando lei mi dice che il generale Bozzo avrebbe dichiarato qualcosa di diverso da quello che ho detto io sull’uso degli infiltrati, e che ci sarebbero stati degli infiltrati dopo, non so bene a cosa si riferisce; mi permetto sommessamente di chiedere qualche specificazione, sempre in nome del garantismo a cui alludeva il Presidente. A me risulta unicamente quello che sto per dirle: vi fu una volta un confidente, che apparteneva ai Reparti comunisti di attacco, che diede qualche indicazione dopo essere stato arrestato; se non mi sbaglio, si tratta del Marocco Antonio, che fu perquisito ed ebbe una sorta di reazione intimorita, per cui diede qualche indicazione. L’infiltrato è cosa diversa. L’infiltrato è persona che, mentre opera in un’organizzazione, riferisce. E’ autorizzato ad agire, legalmente. Per esempio, il sistema statunitense prevede che gli undercovered agents, possano essere addirittura autorizzati a partecipare a rapine e a fatti gravi; in Italia questo non è possibile. Se ci sono delle altre specificazioni, sarà così cortese da dirmele. A me non risulta null’altro.

PRESIDENTE. Una delle accuse che la Commissione Moro rivolse al sistema istituzionale fu che l’esperienza di Santillo e Dalla Chiesa non era stata utilizzata nella vicenda Moro, perché i due nuclei investigativi erano stati sostanzialmente smantellati. Noi, che partivamo da questo giudizio, abbiamo notato che questo almeno in parte è ingiusto, perché abbiamo acquisito dal Viminale con grande fatica una documentazione da cui risulta che furono costituiti due distinti gruppi (uno informativo e l’altro operativo) delle cui sedute plenarie ci hanno però mandato solo due verbali: uno datato 10 aprile e l’altro 14 aprile 1978. Ad entrambe queste sedute parteciparono sia Santillo sia Dalla Chiesa.

Le leggo un brano di un mio documento istruttorio: "Di particolare interesse appare poi alla Commissione, anche in relazione a ciò che in seguito si dirà, il contributo dato da Dalla Chiesa nella seconda delle due riunioni, di cui è stato acquisito il verbale, in cui il generale sottolineò il problema dell’estendersi del terrorismo nelle regioni meridionali e prospettò la possibilità di collegamenti tra estremisti e mafia, fece riferimento a contatti, che si riprometteva di sviluppare, con alcuni informatori detenuti in carcere per ottenere importanti notizie sulle BR; aggiunse che secondo sue informazioni alla stesura delle risoluzioni strategiche delle BR contribuivano anche professori universitari appartenenti alle stesse".

Se oggi le domandassi chi erano gli informatori di Dalla Chiesa detenuti in carcere, quali erano le fonti delle sue informazioni, per cui alla stesura delle risoluzioni strategiche delle BR contribuivano anche professori universitari appartenenti alle stesse, lei mi saprebbe dare oggi una risposta precisa?

SPATARO. Intanto mi consentirà di dire che informatori significa confidenti, che sono cosa ben diversa dagli infiltrati.

PRESIDENTE. Non ci formalizziamo.

SPATARO. Non è una questione di lessico, è cosa molto diversa. Non so chi fossero gli eventuali informatori. Tenga presente che all’epoca Dalla Chiesa non era ancora il responsabile del nucleo costituito - mi sembra - a fine agosto, ma era responsabile delle carceri. Evidentemente confluivano sul suo tavolo, immagino, informative, segnalazioni del personale carcerario; se poi vi fossero informatori credibili, attendibili o meno non ho la minima idea.

PRESIDENTE. Ne parla Dalla Chiesa in una riunione al Viminale, quando si cercava di salvare Moro.

SPATARO. Voi siete portati ad attribuire ad un’affermazione di carattere generico, che può fare riferimento a qualsiasi tipo di informatore, il valore e il crisma della verità assoluta.

PRESIDENTE. Le dico in maniera distesa che noi non siamo l’autorità giudiziaria. L’impressione un po’ desolante che ho è che su tutta questa vicenda proprio le indagini giudiziarie non si siano fatte come si doveva.

La settimana scorsa abbiamo sentito un professore universitario italiano che ci ha detto di aver organizzato un gruppo di esperti presso il Viminale. Il problema è che questo professor Cappelletti fino all’altra settimana non l’aveva ascoltato mai nessuno. E a Roma siamo al processo Moro sexties! Secondo me della vicenda Moro il 90 per cento è già conosciuto; il 10 per cento che non lo è; e fa pensare a chissà cosa ci sia di sommerso. Quel che si dovrebbe conoscere sono i rapporti tra sistema e antisistema, che ci sono in tutte le parti del mondo, di cui gli atti della Commissione grondano di esempi e che sarebbe singolarissimo che non ci fossero stati nella vicenda delle BR e del sequestro Moro.

SPATARO. Questo segna con chiarezza proprio la differenza tra i vostri altissimi compiti e i nostri. Se il professor Cappelletti, che – ripeto – sento oggi nominare per la prima volta, fosse venuto da me all’epoca di queste indagini, a parte che io non conoscevo quelle su Moro, ovviamente avrei chiesto innanzitutto le sue credenziali e, una volta accertate queste, mi creda che avrei avuto francamente dei seri dubbi ad accoppiarlo ad un ufficiale di polizia giudiziaria nell’analisi non capisco bene di che cosa.

PRESIDENTE. Questa scelta non l’abbiamo compiuta noi, ma il Ministro dell’interno di questa Repubblica.

SPATARO. Era una scelta riguardante le sue competenze politiche, tanto è vero che escludo ci sia stato un magistrato in Italia che abbia mai sentito parlare di questo professor Cappelletti. Lo escludo, dato che ci sentivamo ogni giorno con i colleghi. Forse se il Ministro dell’epoca ci avesse parlato di questo, avremmo preso in considerazione l’utilità di servirci anche di lui. Presidente, tenga presente che siamo nel 1978 e stiamo vivendo gli albori delle indagini antiterrorismo, perché quel che era avvenuto prima era acqua fresca rispetto a ciò che avvenne dal sequestro Moro in avanti.

PRESIDENTE. Non è vero, perché Franceschini e Curcio erano stati arrestati nel 1974; e Curcio era evaso con la semplicità che sappiamo. Il gruppo delle Brigate rosse nel 1975 era stato quasi debellato e il generale Maletti, che noi abbiamo ascoltato a Johannesburg, e ci è sembrato tutto sommato un militare tutto di un pezzo, in un rapporto del 1975 aveva sostenuto che le Brigate rosse si stavano trasformando e stavano diventando diverse, non sapeva nemmeno se da quel momento in poi si potevano definire veramente di sinistra.

SPATARO. Ho detto prima che innanzitutto vi è stata un’impreparazione dell’autorità giudiziaria, perché la specializzazione, eccetto Torino, nasce dopo la vicenda Moro.

Detto questo, rispondendo anche all’osservazione dell’onorevole Bielli, non voglio dare l’immagine di una procura, di più procure o di singoli magistrati infallibili. No, io sono qui umilmente a raccogliere le vostre valutazioni, però in maniera altrettanto convinta voglio offrire delle certezze che ci sono, anche se talvolta sono accompagnate da dubbi. Rispondendo alla domanda, posso dire che Dalla Chiesa aveva l’idea fissa di trovare le "meningi", usando una sua espressione. Ricordo un incontro iper riservato che facemmo clandestinamente in una caserma di Alessandria, al quale partecipammo noi di Milano, la DIGOS, i carabinieri, mi pare i responsabili di Torino per impostare ex novo un’indagine che partisse – come diceva Dalla Chiesa – "a monte" e non "a valle", cioè pensare a due o tre grandi intellettuali (emerse il nome di un tale Piero Del Giudice, poi incriminato con Prima linea, responsabile di omicidi). Era una sua preoccupazione, ma non solo sua, bensì anche nostra; abbiamo compiuto un’indagine analoga anche con Tobagi.

PRESIDENTE. Di quel sospetto di cui ha parlato Bozzo, che Dalla Chiesa pensasse ad una centrale unica del terrorismo di destra e di sinistra, ha mai parlato?

SPATARO. No. Se non lo sapete, il generale Dalla Chiesa ha fatto compiere delle lunghe indagini, mobilitando i suoi uomini, su un ufficiale dei carabinieri che si chiamava Achille Foggetti, comandante dell’antidroga, perché un informatore aveva detto che era il comandante delle Brigate rosse. Dalla Chiesa faceva indagini su tutto.

BIELLI. Vuole che passiamo in seduta segreta?

SPATARO. No, anche se ovviamente ci sono nomi che vanno tutelati per privacy, perché si trattava di un eccellente ufficiale. Dico questo per dimostrare quanto alto fosse lo scrupolo del generale. Se un informatore qualsiasi faceva il nome di un suo ufficiale, faceva compiere indagini. Probabilmente lo diceva anche nelle sedi ufficiali. Da qui a dar corpo sul piano investigativo e probatorio alle ipotesi di partenza ce ne corre. Rispondo all’ultima domanda dell’onorevole Bielli. Comprendo che lei abbia di nuovo ripreso questo argomento. Io forse non sono stato chiaro. Le dico intanto che alcune affermazioni, anche quando riferisce di alcuni colloqui, del senatore Flamigni sono contestabili, però dovrei avere il libro davanti. Peraltro ricordo di essere entrato in una stanza quando egli stava parlando con Pomarici, di aver salutato e di aver presenziato solo per pochi secondi.

Ripeto ancora una volta che, anche sulla base degli impulsi del senatore Flamigni e su disposizione dell’autorità giudiziaria di Milano, sono stati compiuti di nuovo quegli accertamenti in quella casa, battendo i muri e – come ha detto Pomarici con un po’ di enfasi – scarnificando le piastrelle. E’ stato accertato ex post che non si è battuto lì, e questa è stata una lacuna, non di Pomarici, non del generale Dalla Chiesa, ma di chi evidentemente non ha battuto in quel posto col martello. Se torniamo su questo, vuol dire soltanto affondare il coltello nella piaga. Questo non significa che i dubbi non alberghino nel nostro animo, ciò avviene, ma non su questi argomenti. Le posso dire che Bonisoli, Azzolini ed altri, sentiti dal senatore nel 1985, non erano affatto quei dissociati attendibili che sono oggi. Erano persone diverse. Pomarici ha ricordato un episodio, ora ne ricordo uno io. Sappiate che quando chiesi ad uno di questi brigatisti il luogo di residenza mi rispose dandomi l’indirizzo della mia abitazione. I personaggi erano questi. Se uno oggi vuol fondare le sue teorie su quanto hanno detto Bonisoli ed Azzolini nel 1985 è liberissimo di farlo. Liberissimo di non credere alle certezze dei magistrati.

PRESIDENTE. Qualche volta però Flamigni ha indovinato.

SPATARO. Quando?

PRESIDENTE. Ad esempio su via Monte Nevoso ed anche sul quarto uomo. Flamigni è stato uno dei primi a sostenere, con una serie di argomentazioni logiche, perché aveva avuto informazioni da Azzolini e Bonisoli, che in via Montalcini c’era un quarto uomo. Con ciò voglio sostenere che pure il lavoro intellettuale di Flamigni merita rispetto. Dobbiamo prendere atto di questo. Sulla presenza del quarto uomo a via Montalcini egli ha avuto ragione, anche se in una relazione del 1995 io dissi che a mio avviso l’ipotesi del quarto uomo non era convincente. Ma lui ha avuto ragione ed io torto.

SPATARO. E’ uno studioso che ha analizzato a fondo le carte, come pochi altri hanno fatto in Italia. Tuttavia la storia di queste indagini è fatta di tanti fatti casuali che voi neppure immaginate. Forse non sapete quanti latitanti sono stati presi con un sistema che probabilmente ignorate. I pentiti sono stati utilizzati per le dichiarazioni rese in dibattimento, come tutti sanno, e per questo si sono beccati diversi anni di carcere, ma a volte sono stati anche disponibili a salire in macchina con le forze di polizia giudiziaria per battere i quartieri da loro frequentati insieme ai compagni. Questo per la semplice ragione che la fotografia di un latitante, anche se poi lo incontro viso a viso, difficilmente può dirmi qualcosa, mentre per i pentiti era facile individuarli. A Milano mi è capitato di arrestare Sergio Segio, il numero uno di Prima linea, per quanto mi riguarda più pericoloso di Moretti, grazie ad un pentito che lo ha individuato. Lo abbiamo mai scritto questo? Questo non è stato scritto perché un conto è parlare di un pentito che rende dichiarazioni in dibattimento e si assume faccia a faccia le sue responsabilità verso i suoi ex compagni, cosa diversa invece, nella loro ottica, è macchiarsi di un’infamità tale da salire sulla macchina di un carabiniere. Signor Presidente, questa è storia ma forse il collega Bonfigli non la conosce.

BIELLI. Perché deve parlare sempre di Bonfigli? Lo ritengo estremamente inopportuno.

SPATARO. Perché la relazione è stata pubblicizzata e porta il suo nome. Comunque le chiedo scusa, anche perché ho già ascoltato le sue ramanzine, che incasso. Tuttavia, mi creda, quando parlo di questo consulente in realtà parlo di un amico al quale però avevo richiesto di rappresentarvi certe esigenze.

BIELLI. L’amicizia può essere anche critica, ma in questo caso la critica è eccessiva.

SPATARO. Non è una personalizzazione e se ho dato questa idea me ne scuso.

DOLAZZA. Scusate, sono un po’ stralunato da tutto questo discorso. Fa tanto piacere al nostro vice presidente di Commissione quando si parla di Ustica. Al riguardo, se andiamo a vedere il numero dei testimoni scopriamo che la maggior parte sono morti e non di morte naturale. Parlando di Moro scopriamo invece che molte persone che hanno partecipato alle indagini, giudici, commissari e così via, hanno fatto carriere fulgide diventando magistrati di primo livello. Con ciò hanno dimostrato di avere una grande preparazione e una notevole forza nel compimento della loro attività.

Tuttavia, quando andiamo ad esaminare lo svolgimento delle indagini scopriamo che sono state commesse delle banalità. Quando il collega dice che questo è il certificato storico in cui si dimostra che la tale persona uccisa abitava al numero 9 e, d’altra parte, mi si dice che la lista di quelli che abitavano in quel palazzo è stata fornita dall’avvocato Tizio o Caio, mi chiedo se non era possibile per l’autorità giudiziaria andare a prendere i certificati storici in comune. Dal momento che il comune ha rilasciato il certificato, perché la polizia non ha cercato la certificazione relativa alle persone indagate?

SPATARO. Non lo so.

DOLAZZA. Quando vuole la polizia utilizza gli organi normali. In questa sede Silvano Girotto, alias Frate Mitra ha detto "Mi cercavano ed io ero a casa mia. Avevo un contratto del gas, uno della luce ed ero sull’elenco telefonico. Eppure sono rimasti sorpresi quando sono venuti e mi hanno trovato". A questo proposito mi viene da pensare che è strano che la polizia, scoperta la zona interessata (il 3 agosto), via Monte Nevoso, che tra l’altro non è molto lunga, impieghi tre mesi per individuare l’appartamento.

SPATARO. No, impiegano pochi giorni.

DOLAZZA. Va bene, ma dopo impiegano molti mesi per scoprire chi va e chi viene da quell’appartamento. Non riesco a capire come sia stato possibile, essendo lì da tre mesi, non vedere che i brigatisti stavano erigendo un muro sotto la finestra, in pratica armeggiavano sopra il calorifero. Infatti, se creo un nascondiglio sotto la finestra e dall’altra parte mi stanno sorvegliando e fotografando, posso anche chiuderla, ma come è possibile che nessuno si accorga di nulla? Ammettiamo che si tratti di un errore. Consideriamo però anche altri fatti: in alcune fotografie abbiamo alcuni brigatisti e altri no; scopriamo che il magistrato per proteggere testimoni produce rapporti parzialmente veri. Tutto questo comporta un meccanismo in cui esiste una certa discrezionalità da parte degli organi inquirenti e dei magistrati e la cosa mi spaventa. Questa discrezionalità, infatti, non ha limiti. Solo nel momento in cui essa viene sottoposta a verifica, si può dimostrare qualcosa. Ma se non sono in grado di sottoporre a verifica tutto, quanta di questa discrezionalità conosco? Lei prima mi dà delle certezze affermando che i carabinieri sostenevano che i fatti erano andati così. Poi mi dice che il magistrato di Firenze probabilmente sapeva esattamente quello che sapeva lei, anche se sulla carta non risulta. Questo magistrato non ha mai detto che sapeva, o forse qualcuno non glielo ha mai chiesto. Ma a questo punto, se io non ho chiesto, quante altre cose i magistrati non mi hanno detto? La mia domanda è che se non ho chiesto, perché non mi è venuto il dubbio, quante altre cose i magistrati e i carabinieri non mi hanno detto? E quali altri documenti non mi hanno dato? Vorrei che lei mi confermasse che quanto è stato dichiarato in questa sede è onestamente la verità. A questo punto non so più se credere o meno. Non conosco il livello della sua discrezionalità e fin dove l’ha gestita.

SPATARO. Senatore Dolazza, tralascio di commentare la sua prima affermazione circa i progressi in carriera di qualche magistrato.

DOLAZZA. Progressi che comunque mi lasciano sconcertato.

SPATARO. In proposito però non ho titolo per intervenire. Quanto al ritardo dell’intervento dei carabinieri, mi sembrava un punto chiaro ma se non lo è chiariamolo. La scelta viene fatta consapevolmente per la semplice ragione che probabilmente si sarebbe potuto arrestare Azzolini già il 5 agosto, quando, dopo il 3 agosto, con le chiavi si individua l’appartamento. Oggi credo che qualcuno legittimamente – forse anche lei – potrebbe affermare che è strano che i carabinieri avendo tra le mani un pezzo da novanta abbiano arrestato Azzolini precludendosi la possibilità di arrestare tutti gli altri. Quindi come fai sbagli. Credo che in questo caso sia stata fatta la scelta corretta: la colonna delle BR – abbiamo saputo poi dai pentiti brigatisti – fu azzerata; non si è più ripresa; solo con tale Vittorio Alfieri e Pasqua Aurora Betti si riprese nel 1982. Quindi, quanto al ritardo, la scelta fu consapevole e frutto, come ha detto il dottor Pomarici, di una prassi che in altri campi ed indagini si è ripetuta.

Sulla discrezionalità mi rendo conto della delicatezza del suo discorso: mi permetterei di dire intanto di farlo di volta in volta in relazione a casi specifici perché questo consente di individuare il limite di quella discrezionalità cui lei allude perché non si tratta di una discrezionalità senza limiti; è una discrezionalità che ha il suo contrappeso, in un sistema di bilanciamento, nel principio di responsabilità, addirittura in questo caso non politica, come quella che caratterizza le vostre attività, ma penale. Faccio un esempio: mi è capitato nel 1996 questo fatto: riusciamo ad individuare un latitante della ’ndrangheta, importante a Milano. Un pentito ci dice: guardate che questo è in contatto con i numeri 1, 2 e 3. In tal caso mi sono assunto la responsabilità non farlo arrestare subito; se il latitante avesse commesso un delitto ne avrei risposto io. Il latitante fortunatamente è stato seguito dalla Criminalpol, una volta, in Spagna ma lo si è perso al confine; un’altra volta nuovamente in Spagna; si individua una base. Da quell’unica persona siamo riusciti ad arrestare 25 persone in tutta Europa, ed in particolare i numeri 1, 2 e 3 della ’ndrangheta a livello nazionale. Non sono certo nomi conosciuti come quello di Riina, ma sono stati presi a Madrid. Se avessi arrestato il latitante avrei fatto il mio dovere; nessuno avrebbe potuto dirmi nulla.

La discrezionalità dunque si esercita motivatamente; ciascuno di noi poi ne parla con i capi degli uffici che, soprattutto nelle procure oggi, hanno il ruolo di vertice di una struttura gerarchica. Vi è un principio di assunzione di responsabilità che evidentemente, quando è necessario, bisogna mettere in piazza. Quindi, per quanto mi riguarda, in questa come in qualsiasi altra indagine le dico che riteniamo di aver motivatamente scelto di non far scrivere nei rapporti le citazioni di quei testi. Mi creda, senatore, deve rapportarsi a quegli anni. Sono stati uccisi alcuni testimoni; non è un’ipotesi. Un barista soltanto per aver chiamato la polizia perché ha visto a Torino i due ragazzi sospetti è stato ucciso una settimana dopo. Non era stato scritto da nessuna parte che aveva chiamato la polizia ma quelli di Prima linea lo avevano capito. Ciò la angoscia? Per la verità, posso anche comprenderlo. Spero che conti anche il retroterra di ciascuno di noi, di chi vi parla. Con ciò non voglio accreditare nulla se non il fatto di essere uno che ha fatto insieme ai carabinieri il suo dovere, null’altro. Ma se lei mi dice di farle sapere la verità, senatore, posso confermarle che quello che ho detto è la verità. Di più non posso dire. Valuterete voi le competenze in sede politica.

DOLAZZA. Quello che mi preoccupa è forse che non vorrei trovare in altri campi la filosofia della discrezionalità. Parto dal principio che l’Italia è costituita da un sistema di corde ed elastici: nel momento in cui si taglia una corda o un elastico, come disgraziatamente è successo al Parlamento che ha tolto determinati tipi di immunità ai parlamentari, non vorrei ritrovarmi di fronte ad una situazione tale per cui mentre da un lato domande posso farne e dall’altro no, finisce che chi fa domande ed ha un certo potere discrezionale può intervenire in tutti i luoghi.

SPATARO. Cosa avrebbe fatto lei? Avrebbe detto di scrivere? E se poi avessero ammazzato i cittadini che avevano dato notizie ai carabinieri?

DOLAZZA. Sono convinto che molte operazioni effettuate ufficialmente da forze dell’ordine forse sono state fatte da personale specializzato.

SPATARO. Potremmo discuterne di volta in volta e per quanto mi riguarda posso dire che anche recentemente – non posso rivelarlo anche perché non rientra nelle vostre competenze – ho denunciato – sono stato sentito come testimone in una certa inchiesta – una serie di operazioni deviate compiute da un certo corpo di polizia.

DOLAZZA. Sono estremamente preoccupato perché il concetto di discrezionalità - in questo caso sta venendo alla luce - viene giustificato; viene alla luce il verbale, il motivo, l’operazione anche se sono trascorsi molti anni. Se il concetto si protrae le persone che l’hanno attuato e che continuano a stare ai loro posti possono continuare a farlo. Il problema è se quei verbali che oggi leggo sono veri, non lo sono o lo sono parzialmente.

SPATARO. Mi auguro che almeno per questa sera possa fidarsi.

DOLAZZA. Parlo anche perché alcuni miei colleghi sono stati accusati di tentativo di rivoluzione dello Stato.

FRAGALA’. Desidero ringraziare per la disponibilità, la pazienza e la cortesia con cui ha quasi subìto un interrogatorio di terzo grado, mentre noi dovremmo, al contrario, esprimere un apprezzamento nei suoi confronti non solo per quello che ci ha detto a chiarimento di questa vicenda ma anche per quello che lei ha detto nei confronti dell’Arma dei carabinieri e del generale Dalla Chiesa che in questi anni, da varie parti politiche e giudiziarie, sono stati oggetto di campagne vere e proprie di aggressione e di diffamazione.

Credo che quanto lei stasera ha chiarito ponga una pietra tombale su una serie di dubbi che potevano senz’altro essere legittimi ma che certamente non potevano arrivare a qualificare come falso un rapporto che invece è assolutamente legittimo e trasparente sia per le indagini sia per i rapporti con l’autorità giudiziaria di Milano e quella di Firenze. Devo dirle anche che già dall’audizione che abbiamo fatto del generale Bozzo, allora colonnello, si era capito ampiamente che il generale una serie di affermazioni le faceva per un antagonismo spiccato che aveva nei confronti del generale Palumbo.

PRESIDENTE. Per la verità lo fece in seduta segreta.

FRAGALA’. Sì, signor Presidente. Non le aveva per la questione della P2 perché, durante quella audizione si fece notare che anche il generale Dalla Chiesa aveva aderito alla P2 e certamente non aveva avuto da parte dello stesso generale Bozzo motivi di antagonismo o di contrasto così forte come quello che lui riservò al generale Palumbo. Peraltro, lei stasera ha chiarito un aspetto che riguarda, dal punto di vista dell’efficacia finale, l’insufficiente perquisizione del covo di via Monte Nevoso. Il generale Bozzo la attribuì, durante l’audizione, al fatto che il nucleo antiterrorismo aveva un contrasto con l’Arma territoriale per cui dovette fare la perquisizione di fretta e abbandonare rapidamente l’appartamento. Personalmente, a questa storia del generale Bozzo non credetti, anzi gliela contestai perché i tempi della perquisizione parlavano chiaro: non era assolutamente vero che era stata superficiale perché c’era quel contrasto e dunque avevano fatto in fretta. La verità è sicuramente quella che lei oggi ci ha riferito, che rispetto all’abbattimento di tutti i muri si è evitato, per un motivo assolutamente casuale, di abbattere quel muro e, quindi, solo per questo motivo, non sono venuti fuori allora i documenti e i denari. La prima domanda che le rivolgo è la seguente: quando durante il processo i terroristi Bonisoli, Azzolini e così via accusarono i carabinieri di essersi impossessati del denaro, come avete reagito dal punto di vista di un accertamento, di una verifica, di un’indagine o di qualcos’altro?

SPATARO. Se ne occupò certamente il collega Pomarici che seguiva gli sviluppi dell’inchiesta, ovviamente convocando i responsabili del reparto antiterrorismo e chiedendo loro di fare ulteriori accertamenti interni. L’esito fu che i soldi non c’erano, sembrò come un voler gettare fango da parte dei brigatisti sulla correttezza dei carabinieri. Mi pare di ricordare che ci fu anche una risposta un po’ risentita da parte dell’allora procuratore Gresti al presidente Santiapichi. Su questo potrebbe riferire il giudice Abate che, era giudice a latere, e attualmente è sostituto procuratore generale presso la Cassazione. Credo che fu una donna, la Brioschi se non mi sbaglio, a tirare fuori questa storia. Non pensammo certo che avesse potuto esserci un luogo non esplorato dove stavano quei soldi ed altro, non ci pensammo proprio.

FRAGALA’. Ma la circostanza che i soldi non furono trovati e i brigatisti accusarono apertamente i carabinieri di essersene impadroniti, alla luce del ritrovamento è una conferma che nessuno sapeva nulla.

SPATARO. Sono stati riascoltati tutti, Bonisoli, Azzolini e così via. Nel 1990 avevano cambiato atteggiamento, non erano più i duri irriducibili, anche perché andavano ormai tutti fuori, c’era un atteggiamento più moderato, più dialogante. Ascoltati da Pomarici dissero che effettivamente era a quei soldi che alludevano, viste le fotografie e i rilievi riconobbero che era il nascondiglio che avevano fatto. Del resto, non vorrei interpretare io le parole del Presidente ma mi sembra che sia una convinzione cui siete pervenuti anche grazie alle perizie che Pomarici dispose, anche sui tempi di costruzione fisica del pannello. E’ un fatto assolutamente matematico, si può discutere, chiamiamola una forma di superficialità, è vero, ma che quel pannello esistesse e nascondesse esattamente quelle cose dal 1978, che nessuno l’avesse rimosso e ricollocato è per noi un fatto pacifico.

FRAGALA’. La seconda domanda riguarda la prima battitura del memoriale Moro su cui, come lei sa, c’è stata una campagna politica e anche un’aggressione giudiziaria alla memoria del generale Dalla Chiesa per attribuirgli comportamenti sleali nei confronti delle istituzioni o della magistratura su cui lei, e di questo la ringrazio, ha dato stasera una decisiva e definitiva risposta in senso negativo. Come è stato ricordato poco fa, nell’audizione del generale Dalla Chiesa alla Commissione Moro, che avvenne prima che egli andasse a Palermo ad assumere l’incarico di prefetto antimafia, si dice che questa prima battitura, questo memoriale Moro in originale ci deve essere da qualche parte, qualcuno lo deve avere recepito. C’è poi un’intervista, non so se lei la conosce, di un esponente della sinistra extraparlamentare romana, Renzo Rossellini (quello che annunciò a Radio Città Futura il sequestro Moro quarantacinque minuti prima che avvenisse), al quotidiano parigino "Le Matin", nell’ottobre del 1978 in cui, ad una domanda specifica del giornalista su che fine avesse fatto quel memoriale, la prima battitura del memoriale Moro, Renzo Rossellini rispose in questi termini: il fatto che i brigatisti avessero annunciato che avrebbero usato politicamente i risultati, i verbali del processo del popolo, degli interrogatori di Moro, e poi non lo fecero può significare soltanto che i brigatisti, in effetti, fecero attraverso il sequestro Moro un’operazione informativa in senso classico, diedero cioè questo memoriale ad un servizio segreto dell’Est per un’utilizzazione di tipo spionistico. Queste sono le due analisi che si fanno del memoriale. Ora, dalle vostre indagini qual è l’ipotesi o addirittura il fatto più concreto per dare una risposta sul dove e sul come sia stato utilizzato il memoriale Moro nella prima battitura, quella originale?

PRESIDENTE. Questa è una domanda molto importante perché, in realtà, cerchiamo sempre di rispondere all’interrogativo del generale Dalla Chiesa: "vorrei sapere chi ha recepito tutto ciò."

SPATARO. Non credo che quando Dalla Chiesa dicesse "vorrei sapere chi ha recepito" affermasse delle certezze, tipo convinzioni che a qualcuno estraneo al mondo brigatista siano stati consegnati quei memoriali, né che esprimesse altro che la curiosità dell’investigatore sulla sorte di questi originali dei memoriali. Ma questa è una mia interpretazione che può essere diversa da quella che altri possono dare. Posso dire qualcos’altro. Non so Renzo Rossellini o altri esegeti dell’ultima ora, anche di ore recentissime, su cosa fondino le loro convinzioni.

PRESIDENTE. Era un esegeta in contemporanea.

SPATARO. Anche se, per la verità non è esattamente vero che avesse annunciato il sequestro Moro, sarebbe stato incriminato, ma aveva annunciato che qualcosa si muoveva. Vi è sempre stata, nell’ambito dei movimenti eversivi di sinistra, e anche all’interno delle Brigate rosse, una frangia… Penso a Franceschini, che non reputo personaggio serio e attendibile come brigatista. E’ stato arrestato molto tempo addietro, per tanti anni quindi può avere soltanto ascoltato cose all’interno del carcere, sia pure immagino attendibili, poi è uscito, è stato onorato in molte circostanze ed è diventato il commentatore ufficiale o quasi dell’attività delle Brigate rosse. Franceschini, in più di un’occasione, sempre con quel tipo di allusioni che certamente non hanno diritto di cittadinanza nelle aule giudiziarie, ha cercato di mettere in cattiva luce Moretti, soprattutto, e anche Azzolini. Si parla, per la verità, di motivazioni particolari: in alcuni verbali di collaboratori si dice che Franceschini abbia sempre maturato un particolare livore verso chi era libero per aver deciso di non attuare la campagna di liberazione dei detenuti ma di colpire altri obiettivi e questo non sarebbe stato gradito ai detenuti storici, ma non ci avventuriamo in questa ipotesi. Di certo, non so se il memoriale fisicamente sia stato battuto a Firenze o altrove, chi lo abbia avuto e chi eventualmente nascosto o distrutto. C’è qualcuno – mi pare Savasta – che afferma che è stato distrutto.

PRESIDENTE. Su questo volevo richiamare la sua attenzione, su questa inverosimiglianza, cioè di dire che si era distrutto l’originale, perché non doveva costituire prova del coinvolgimento diretto, mentre si fanno le copie in giro.

SPATARO. La distruzione, intanto, potrebbe essere stata determinata da circostanze contingenti, far sparire qualcosa che poteva bruciare. Onestamente, non vorrei avventurarmi in ipotesi perché, non avendo raccolto quelle dichiarazioni dei brigatisti, non avendo seguito questo filone di indagine non ho i ricordi molto chiari, purtroppo sono passati degli anni, so tutto e ricordo tutto di Milano, meno del resto. Di una cosa però sono certo: Moretti, Azzolini erano brigatisti seri, non Franceschini, ovviamente secondo l'ottica con cui si può ritenere serio un criminale. Pertanto, l'idea che Moretti, Azzolini o i brigatisti di via Monte Nevoso disponessero di un documento scottante, con rivelazioni clamorose, capace se non di minare alle radici, perlomeno di incrinare la democrazia e decidessero di non utilizzarlo, per quanto mi riguarda è del tutto folle. Per questa ragione la mia personale convinzione è che i documenti trovati in via Monte Nevoso esaurissero il conosciuto dei brigatisti e che quel conosciuto non fosse affatto clamoroso, né sconvolgente. In tal senso, quindi non credo che i brigatisti possano aver dato i documenti, sia quelli di via Monte Nevoso e magari altri ancora più clamorosi, ai servizi segreti, ai potenti locali, o ai politici per un qualche utilizzo che loro non avrebbero fatto. Non credo, quindi, che questa sia una ipotesi reale perché significherebbe sostenere che le Brigate rosse erano eterodirette cosa che non è reale.

FRAGALA'. Riguardo a questo aspetto condivido la sua opinione; tuttavia la mia domanda riguardava il motivo per cui i brigatisti non utilizzarono questo interrogatorio pubblicamente - come avevano preannunciato - per fare una campagna politica.

SPATARO. Per questa ragione. Innanzi tutto, come ha affermato il collega Pomarici e secondo quanto rivelato nel corso degli anni dalla Mantovani, questi documenti erano ancora oggetto di studio e di analisi e quindi vennero dati alle colonne per trarne dei significati politici.

PRESIDENTE. La decisione di non pubblicare le carte, è contenuta nel comunicato numero 6, in cui i brigatisti dichiararono che erano stati rivelati tutti i crimini della Democrazia cristiana e gli autori delle stragi, affermando altresì che però non si trattava di "clamorose rivelazioni". Mi sembra che in questo vi sia una contraddizione, dal momento che la parte iniziale del comunicato sembrerebbe attestare che vi fossero invece clamorose rivelazioni. Tra l'altro, il ritrovamento del nascondiglio dietro al pannello ha consentito di accertare che Moro aveva parlato anche della struttura Gladio.

FRAGALA'. Tuttavia i brigatisti non lo avevano capito.

PRESIDENTE. Vedo una strana concordanza tra le opinioni del dottor Spataro, le sue e quelle di Rossana Rossanda…

FRAGALA'. E Barbara Balzerani…

PRESIDENTE. I brigatisti dichiararono che era venuto il momento di fare una scelta contraddicendo tutto quanto avevano detto nei comunicati precedenti e affermarono che non avrebbero reso pubblici i documenti ma che li avrebbero affidati ai mezzi di diffusione dell'organizzazione clandestina.

SPATARO. Ed infatti questa documentazione circolò all'interno delle colonne. Credo pertanto che la risposta a questo problema sia un mix. Mi riferisco ad una incapacità di lettura tra le righe di fronte ad un personaggio di elevato spessore, indipendentemente dall'opinione che si possa avere del profilo politico dell'onorevole Moro; ad una mancanza di tempo e cioè all'impossibilità di completare in quei pochi mesi l'analisi politica delle Brigate rosse. Per i brigatisti, infatti, sostenere che la Democrazia cristiana rappresentava il centro del potere politico rappresentava evidentemente una ovvietà e sarebbe stato opportuno trovare qualcosa di clamoroso.

Per quanto riguarda la contraddizione sottolineata dal Presidente posso dire che individuo ancora una volta il contrasto tra la parte propagandistica - ossia il messaggio attraverso il quale loro debbono comunque comunicare che hanno ucciso Moro per un qualche motivo e perché sono venuti a conoscenza di fatti importanti - e la realtà. In caso contrario non solo i brigatisti stessi, ma l'intero paese avrebbe potuto trarre un ben magro bilancio rispetto ad una operazione di questo tipo che pure aveva determinato la morte di tante persone. Torno quindi a ripetere che vi era un contrasto tra la fase propagandistica e la realtà.

PRESIDENTE. Non condivido questa opinione, giacché suffragarla significherebbe fare torto a Moro che in quel memoriale è addirittura profetico…

SPATARO. Lei vi ha riscontrato aspetti sconvolgenti?

PRESIDENTE. Moro descrive in anticipo "Tangentopoli" e "Mafiopoli", parla di Gladio e dichiara che da parte del sistema c'era stata una campagna di cloroformizzazione…

FRAGALA'. Se descriveva "Tangentopoli" non era profetico, ma coerente al suo tempo.

PRESIDENTE. Descrive ciò che sarebbe avvenuto negli anni '80, dopo la sua morte. I brigatisti non compresero l'importanza di quel memoriale, sta di fatto che anche nella prima versione - mi riferisco al primo ritrovamento - la stessa opinione pubblica reagì come se Moro non avesse detto niente. Invece, ripeto, quel documento conteneva effettivamente una serie di denunce e di giudizi durissimi, forse quella reazione era dovuta al fatto che nel frattempo era nata l'idea che non fosse Moro a parlare, magari perché esisteva la "sindrome di Stoccolma" di cui il professor Cappelletti ci ha parlato a lungo.

FRAGALA'. A questo non credeva nessuno, solo il professor Cappelletti.

PRESIDENTE. Il problema, però, sta nel fatto che politicamente questo memoriale non fu utilizzato da nessuno, nemmeno dalle opposizioni.

FRAGALA'. Questo aspetto lo hanno spiegato tanti brigatisti e si tratta di una tesi che credo possibile, mi riferisco cioè al fatto che i brigatisti si aspettavano da Moro di conoscere i legami con lo Stato imperialista delle multinazionali.

SPATARO. Se Moro avesse detto che la strage di piazza Fontana era attribuibile al generale…

PRESIDENTE. Moro su piazza Fontana dichiara che: "la strategia della tensione che ha insanguinato il paese e che ha avuto connivenze e indulgenze all'interno del mio partito".

SPATARO. Ecco perché i brigatisti, che forse sono più seri dei magistrati nel trovare riscontri, dicono di aver saputo cose importanti ma non avendo i riscontri… che posso dirle, signor Presidente!

PRESIDENTE. Tuttora viene ritenuta una verità non dicibile. Che la strategia della tensione avesse connivenze e indulgenze all'interno della Democrazia cristiana è tuttora una cosa che non ci sentiamo di affermare in termini di sicurezza.

FRAGALA'. Tuttavia, i brigatisti che erano intrisi di marxismo-leninismo quando ebbero di fronte Moro si resero conto che si trattava di un personaggio completamente diverso da quello che si aspettavano e quindi ritennero che quelle dichiarazioni fossero acqua fresca e che non combaciassero con il loro schema ideologico.

PRESIDENTE. Lei, dottor Spataro, ritiene che la versione del memoriale che nasce dal mix del primo e del secondo ritrovamento sia completa?

SPATARO. Penso di sì. Tuttavia, non avendo poi condotto delle indagini sul sequestro Moro non mi sento di dirlo con certezza. Quello che posso affermare con sicurezza è che ho letto quel materiale e anche io non l'ho trovato esplosivo. Ovviamente posso anche sbagliare, magari la mia è stata una lettura superficiale. In ogni caso a mio avviso è probabile che quella documentazione esaurisca tutto quello che ha detto Moro, proprio perché quel materiale è circolato tra le varie colonne, ma dove sia l'originale non so proprio dirlo.

PRESIDENTE. Ha mai interrogato il giornalista Scialoja? In un articolo dello stesso vengono citati addirittura brani del memoriale di Moro che non sono stati trovati.

SPATARO. Tengo a ribadire che non abbiamo indagato sul sequestro Moro, ma sui riflessi, lavoravamo nell'indagine su via Monte Nevoso. Ad un certo punto, anzi, tutta la parte relativa a questa indagine, una volta giudicati i brigatisti per quanto riguarda i reati connessi alla detenzione di armi, passò alla autorità di Roma.

PRESIDENTE. Durante i mesi di agosto e settembre, nel covo di via Monte Nevoso le risulta che entrassero e uscissero solo i brigatisti che alla fine furono catturati?

SPATARO. La Mantovani era stata vista solo pochi giorni prima. Sono certo di poter dire che nell'agosto il covo venne quasi del tutto abbandonato, non vi fu visto nessuno, forse Azzolini una sola volta.

PRESIDENTE. La mia domanda era però questa: in un periodo così lungo è possibile che non ci sia stato nessun brigatista che poi non risultasse tra quelli catturati?

SPATARO. Non so dirle, certamente sono stati fotografati alcuni personaggi che lei vede in questi documenti. Mi riferisco per esempio a Bonisoli che non si sapeva assolutamente chi fosse.

PRESIDENTE. Però fu catturato.

SPATARO. Non credo che vi siano stati altri. Posso dire soltanto che altri brigatisti arrestati altrove non si erano mai recati a via Monte Nevoso e quindi è vero il contrario. Non mi risulta quindi che ci siano state persone che sono andate a via Monte Nevoso e che non siano state poi arrestate. Desidero però sottolineare, facendo riferimento a quanto ho prima affermato, che questo tipo di pedinamento ed anche le osservazioni in un posto fisso quale poteva essere un appartamento dovevano essere svolte con la massima prudenza. E’ impossibile fotografare eventuali lavori fatti nell’appartamento…

PRESIDENTE. Quando fu catturato Moretti l’indagine la condusse lei?

SPATARO. Con Moretti intervenni proprio io. Fu un’indagine strana e casuale.

DOLAZZA. Mi scusi, ma le voglio portare un ragionamento da ragazzo di campagna. Una persona che deve studiare dei documenti in primo luogo non capisco perché li metta dietro un muro che poi sigilla. Se era necessario studiare tutta questa documentazione non la si può nascondere dietro un muro.

PRESIDENTE. Una possibile risposta è che disponevano dei dattiloscritti. Il vero problema è che i dattiloscritti non corrispondono per intero a quanto si è trovato all’interno del muro.

DOLAZZA. Inoltre, stiamo parlando di una superficie posta sotto una finestra con davanti un calorifero.

SPATARO. Non ricordo se vi fosse un calorifero, ma non mi sembra che vi fosse.

DOLAZZA. Quello a cui voglio arrivare è che per fare un muro non ci vuole un attimo. Sono necessarie pitture e la rimozione di eventuali calcinacci che poi vengono buttati nella spazzatura. Se si fa una verifica su quanto si sta facendo nell’appartamento la sera si può verificare quanto viene buttato. Il fatto che non ci si accorga che si stiano facendo dei lavori sui muri, mi sembra difficile da credere, ma ciò che mi sembra più tragico è che quando si fa la bonifica di un appartamento si parte dallo smontaggio degli interruttori e poi si fanno passare i cavi per le linee necessarie all’appartamento. Il fatto che lei mi dica che le martellate sono state date a un metro e ottanta d’altezza e non sulla pavimentazione in particolare relativa a quell’angolo di finestra…

SPATARO. Non so se abbiano sollevato parte della pavimentazione.

DOLAZZA. …mi sembra la dimostrazione o di un lavoro fatto da dilettanti o del fatto che c’era qualcuno che non si voleva veramente cercare.

SPATARO. Possiamo affrontare questo discorso mille volte, ma certamente questo pannello esisteva e quanto vi era all’interno non è mai stato rimosso.

FRAGALA’. Su questo punto ha ampiamente risposto il generale Bozzo che ha sostenuto che era tale e tanto il materiale visibile, in quanto si trattava di un covo pieno di armi e di documenti, che immaginare che ci fosse qualcos’altro era veramente difficile.

PRESIDENTE. Mi sembra che dal verbale non risulti che lei abbia contestato la versione di Bozzo su come avvenne il sequestro, sul fatto che non avessero litigato con i carabinieri e che lei non ci avesse creduto. Dal verbale della riunione non risulta.

SPATARO. A meno che non l’abbia sentito da qualcun altro. Era pieno di materiale. I verbali furono scritti da carabinieri che furono obbligati a non uscire dal covo fino a quando ogni cosa non fosse stata elencata nei verbali del sequestro. Non vi fu soluzione di continuità e rimasero chiusi lì dentro per giorni.

Rispetto a Moretti fui chiamato dal dottor Putomatti, all’epoca - siamo nel 1981 - vice dirigente della DIGOS, che mi mise al corrente del fatto che il dottor Filippi della questura di Pavia si era precipitato da Pavia a Milano alla DIGOS sostenendo che un suo confidente, un balordo che si chiamava Longo, da loro arrestato aveva fatto la seguente proposta: "Voi non mi arrestate e io vi faccio catturare Mario Moretti con cui ho un appuntamento a Milano". Quando io venni chiamato e mi fu detta questa cosa mi sganasciai dalle risate. Chiesi chi fosse questo Longo e mi si rispose che si trattava di una persona con precedenti penali per traffico di stupefacenti e rapine. Questo Longo raccontava che i brigatisti in quel momento erano alla ricerca di nuovi adepti e quindi avevano cominciato a contattare lui e un gruppetto di due o tre persone, tutte di basso livello, in vista di una nuova affiliazione, dell’ingresso nell’organizzazione.

PRESIDENTE. E’ una versione nota.

SPATARO. Mi trovo fisicamente in questura durante questo appostamento. Ricordo che arrivarono in questura spingendo queste due persone ed eravamo tutti sicuri che insieme a Moretti fosse stato arrestato Senzani.

PRESIDENTE. Lei ci può assicurare che durante quei due mesi in agosto Moretti non sia mai stato nel covo di via Monte Nevoso?

SPATARO. Posso senz’altro assicurarle che se Moretti è stato in via Monte Nevoso non è stato identificato come tale. Se Moretti per qualche ragione dovesse essere sfuggito alla cattura ciò non è sicuramente avvenuto per una scelta dei carabinieri. Personalmente sarei portato ad escludere che Moretti sia mai stato visto in via Monte Nevoso. Comunque, non ho questa certezza perché non mi trovavo lì e mi risulta che in quel periodo anche i carabinieri allentarono il servizio.

PRESIDENTE. Si sa che i brigatisti erano in ferie.

SPATARO. Certamente più di noi.

PRESIDENTE. Distinguevano le campagne di primavera da quelle autunnali perché nel frattempo c’erano di mezzo le ferie.

SPATARO. Alcune ferie di studio le hanno passate in Spagna; Prima linea ha svolto un corso con l’ETA, anche se poi vacanze vere e proprie le hanno fatte nei Pirenei.

FRAGALA’. Le voglio rivolgere ora un’ultima domanda sui rapporti internazionali delle Brigate rosse, sempre in riferimento al covo di via Monte Nevoso. Come lei sa i carabinieri del generale Dalla Chiesa rintracciarono nel covo di via Monte Nevoso un’ingentissima quantità di materiale documentale, tra cui numerose carte indicative di collegamenti tra le Brigate rosse e i terroristi della RAF, Rote Armee Fraktion; tra l’altro, vennero rinvenuti i seguenti documenti: il resoconto di un dibattito svoltosi all’interno del carcere di Stammein tra i terroristi detenuti, dichiarazioni di Baader-Meinhoff, di Ensslin e di Jan Carl Raspe, rese durante i processi di Stoccarda e di Berlino, un biglietto delle ferrovie tedesche, una cartella contenente documenti relativi alla storia della RAF e una cartella contenente trenta fogli dattiloscritti sulle strategie eversive della stessa RAF. Ebbene, rispetto a quanto rintracciato dal nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa, il SISDE nel 1982 scriveva: "sussistono elementi tali da poter affermare che appartenenti alla RAF tedesca si siano più volte recati in città del nord e del centro Italia, Milano e Roma, allo scopo di entrare in contatto con elementi delle Brigate rosse e organizzare un incontro internazionale delle formazioni clandestine onde concertare forme di cooperazione sul piano offensivo e difensivo anche in vista di operazioni congiunte a livello europeo. I contatti con le Brigate rosse" - continua il SISDE – "dovevano avvenire probabilmente per il tramite di un esponente di Soccorso Rosso". Oggi su " Il Messaggero" viene riportata un’intervista attribuita al noto terrorista Carlos, in questo momento detenuto a Parigi, il quale afferma che: "a Milano si tentò una riunione tra rivoluzionari stranieri per cercare una trattativa con uomini dello Stato, ma ci fu un blitz della polizia che aveva già identificato questi terroristi i quali sfuggirono per un soffio alla cattura". Desidero che lei riferisca alla Commissione quali indagini, a seguito della scoperta di questo materiale risalente alla RAF, avete fatto sui collegamenti tra le Brigate rosse e i gruppi eversivi internazionali.

SPATARO. Anche a questa domanda Pomarici avrebbe potuto rispondere meglio in quanto io seguii un altro filone investigativo. Credo, comunque, di poterle dire qualcosa. Tenga presente che all’epoca non disponevamo di collaboratori processuali. Piaccia o non piaccia è uno strumento che contro il terrorismo soprattutto, ma non solo, è stato decisivo. All’epoca i rapporti con organizzazioni straniere erano dati per scontati. Dicevo prima che pochi giorni prima, nel covo di Alunni in via Negroli a Milano furono trovati quattordici quaderni di terroristi del Fronte Comunisti Combattenti, non di Prima linea, che erano stati in Spagna, avevano fatto un corso sull’uso di esplosivi, c’erano anche annotazioni in spagnolo, quindi era pacifico.

Quel ritrovamento confermò questa ipotesi. Posso anche dire che vi erano rapporti costanti con il BKA tedesco, io stesso sono stato in Germania in quegli anni per uno scambio di informazioni, di documenti, eccetera. Loro, tra l’altro, erano molto informati, lo sono ancora, su tutto quello che avviene in casa nostra. Quindi, dirle che da quel rinvenimento e da queste ovvie, elementari intuizioni si sia passati poi ad individuare la persona fisica del terrorista della RAF che abbia potuto consegnare, scambiare informazioni o documenti, no, questo non è mai avvenuto e non era possibile, non c’era una possibilità investigativa per arrivare a questo: non un documento falso, non una fotografia, non una grafia, per quello che io ricordi. Posso dirle, in relazione a quello che più in generale lei ha ricordato come attribuibile al SISDE, che certe note del SISDE, ma non solo di quest’organo, spesso vengono arricchite, si basano talvolta sulla lettura degli stessi appunti interni che fanno gli organi di polizia giudiziaria, che vengono poi riciclati in appunti dei Servizi e poi ritornano all’origine, quindi c’è un giro continuo. Ma lasciamo stare questo, fortunatamente non succede sempre, c’è anche chi lavora seriamente. Però quella affermazione del SISDE io la posso confermare per una parte: mi sono occupato della cattura, a Milano, di una terrorista latitante tedesca, non mi ricordo assolutamente il nome né purtroppo l’anno, però si tradusse quell’arresto nell’operazione appunto di cattura di un latitante sottoposto poi a procedimento estradizionale, non ne scaturì alcun elemento che dimostrasse un collegamento attuale con le Brigate rosse, Prima linea o altro. Non c’è mai stato uno sviluppo.

Invece, per quanto riguarda l’ipotesi di un collegamento tramite Soccorso Rosso tra varie entità terroristiche agenti a livello internazionale, penso che questo possa essere verosimile. Ricorderei che Sergio Spazzali, avvocato poi morto a Parigi, è stato condannato in via definitiva sia come appartenente alle Brigate rosse, in quanto esponente dell’ala legale, sia per il trasporto in Italia di un centinaio di mine antiuomo. Stiamo parlando degli anni 1971-1972, credo, era ancora l’epoca di Carlo Fioroni. L’avvocato Sergio Spazzali, che è morto latitante all’estero, era in contatto notorio con Petra Krause, coinvolta anche lei in attività illegali in Italia ed era sicuramente in contatto con terroristi tedeschi. Credo che lei stessa sia stata incriminata anche in Germania. Quindi, questa è una cosa più che verosimile. Che io ricordi, faccio ammenda di eventuali errori, non abbiamo mai avuto tracce concrete che Azzolini, Tizio si sia incontrato con Caio a Milano e abbiano progettato azioni in comune. Questo mai.

FRAGALA’. E di Carlos non ha mai saputo niente?

SPATARO. Assolutamente no.

FRAGALA’. Lei ci ha ribadito poco fa, o il dottor Pomarici, che il generale Dalla Chiesa ebbe ad avvertirvi anticipatamente del giorno e dell’ora in cui si sarebbe fatto il blitz nel covo di via Monte Nevoso, in modo che voi magistrati foste disponibili a presenziare fin dal primo attimo.

SPATARO. Sicuramente sì.

FRAGALA’. Quindi è assolutamente escluso quanto qualcuno ha tentato di sostenere, anche in sede giudiziaria, che i carabinieri e il generale Dalla Chiesa fecero questo blitz all’insaputa dell’autorità giudiziaria e che i magistrati della procura di Milano furono chiamati soltanto dopo, a cose fatte.

SPATARO. Come già ha detto il dottor Pomarici, bisogna ricordare il diverso periodo storico. Ancora la fase di collaborazione stretta tra pubblici ministeri, o giudici istruttori, e polizia giudiziaria era in itinere; peraltro non esisteva alcun obbligo formale, da parte della polizia giudiziaria, nel corso delle indagini di dare notizia di reato come è previsto adesso. Inoltre i carabinieri, durante tutta la fase investigativa che nasce dal borsello, quindi dal mese di luglio, non avevano mai avuto modo di rivolgersi all’autorità giudiziaria per ottenere, per esempio, decreti di intercettazione telefonica, perquisizioni. Quindi, era tutta una attività di iniziativa della polizia giudiziaria, i carabinieri. Nel momento in cui si decise l’intervento, il procuratore Gresti venne pregato di partecipare ad un incontro con Dalla Chiesa che gli disse che l’indomani ci sarebbe stata una grossa operazione e quindi pregò lui di avvertire il sostituto di turno di essere pronto e disponibile, cosa che Gresti fece con Pomarici. Aggiungo, per quello che io poi ho saputo, che ovviamente era particolarmente gradito ai carabinieri che quel giorno fosse di turno un magistrato come Pomarici, che già conosceva quella materia e che quindi sarebbe stato una garanzia sotto molti punti di vista. Per cui i carabinieri avvertirono prima. Ricordo che Pomarici poi intervenne, fui chiamato anch’io, anche perché vi furono delle sparatorie.

Ritorno a quello che diceva il presidente Pellegrino: in via Olivari ci fu un altro latitante, Savino, che era uno grosso, che non era mai stato visto. I carabinieri vanno in via Pallanza, in una casa a cui si era arrivati con pedinamenti a partire dall’appartamento di via Monte Nevoso; per cui si scopre quest’altra casa e contestualmente i carabinieri vanno in quella via. L’ufficiale che entra in via Pallanza, altra eccellente persona che attualmente comanda la sezione di polizia giudiziaria di Milano, l’attuale colonnello Ruffino, vede uscire un personaggio e ha un’intuizione, soltanto l’intuizione di andare dal portiere per chiedergli di quella persona. Il portiere risponde che quel signore che è appena uscito abita nella casa che interessa i carabinieri, e l’ufficiale, facendo due più due, si precipita fuori, va per arrestarlo e questo spara. Nasce una sparatoria ma viene catturato Savino, che all’epoca era un brigatista latitante del livello di Azzolini e Bonisoli. Voglio dire che si è trattato di un fatto casuale, i carabinieri non l’avevano mai visto. Quindi fu chiamato Pomarici che intervenne e poi intervenni anch’io, fin dall’inizio.

DE LUCA Athos. Anch’io mi associo al ringraziamento per la sua disponibilità e la loquacità rispetto a questi temi. Naturalmente tutte queste argomentazioni hanno chiarito alcune circostanze. Una circostanza che io credo non sia stata chiarita ha delle somiglianze per noi della Commissione con la seduta spiritica che non ci ha mai convinto.

PRESIDENTE. Altra verità giudiziaria della quale è lecito dubitare.

SPATARO. Non posso dare certezze perché non ne so nulla.

DE LUCA Athos. Non pretendevo che lei ci illuminasse su quella vicenda. Però per noi è un po’ come la seduta spiritica questo fatto dell’abbattitura dei muri di Via Monte Nevoso. Lei ci deve dare atto, con grande franchezza, che forse se fosse dalla nostra parte nutrirebbe la stessa incertezza e sospetto, o comunque diffidenza rispetto ad una tesi di questo tipo. Comunque, non sto a ripetere le argomentazioni svolte dai colleghi. Vorrei quindi domandare: secondo lei c’è o non c’è una contraddizione nella sua narrazione, nelle cose che ci ha detto rispetto al fatto che da una parte si tende a dire che l’autorità giudiziaria, gli inquirenti hanno fatto tutto in modo anche approfondito, efficiente, senza trascurare nulla, eccetera, e poi mi pare che lei stesso ci abbia detto che in realtà la polizia incominciò a funzionare dopo il caso Moro?

SPATARO. Più l’autorità giudiziaria, ho detto, per la verità, perché i reparti specialisti c’erano già.

DE LUCA Athos. Allora, uno scenario nel quale l’autorità giudiziaria ha cominciato a funzionare dopo il caso Moro, lei dice?

SPATARO. Dopo il sequestro Moro, in pratica.

DE LUCA Athos. Prima non ha funzionato?

SPATARO. Adesso si tratta di dare un giudizio un po’ troppo categorico. Diciamo che il salto di qualità c’è stato dopo. Abbiamo iniziato a riunirci, onorevole, abbiamo cominciato a scambiarci carte; i verbali dei pentiti in tempo reale passavano da un ufficio all’altro anche senza necessità di inchieste specifiche e lo abbiamo fatto spontaneamente, non c’è stato bisogno di una legge che istituisse la direzione nazionale antiterrorismo.

DE LUCA Athos. Questo è un dato che comunque rimane agli atti della Commissione su questo periodo della nostra storia recente. Vorrei chiederle: si è fatto una ragione, ha una sua idea da fornirci sul perché le Brigate rosse avrebbero dovuto avere due copie difformi della stessa documentazione?

SPATARO. No, onestamente no. Non mi sono posto il problema. Tenga presente che probabilmente vi erano anche dei nastri da trascrivere e quindi vi è anche un problema di trascrizione. Vi è un problema anche di possibile derivazione da duplicazione di nastri. Non mi è sembrato un interrogativo decisivo fra quelli mossi sul piano giudiziario.

PRESIDENTE. Perché lei parla di nastri? Il ritrovamento delle fotocopie ha dimostrato che in realtà la dattiloscrittura non avveniva da nastro ma dal manoscritto di Moro. Maccari ha detto che queste registrazioni iniziarono e poi furono abbandonate.

SPATARO. Maccari mi pare credibile.

PRESIDENTE. Allora lo è anche sulla circostanza che Moretti abbia portato le domande, cui Moro doveva rispondere, già preparate. Resta il problema di chi gliele abbia preparate.

SPATARO. Se lo aveva fatto qualcuno. Poteva anche avere svolto "i compiti a casa".

PRESIDENTE. Diciamo che il tipo di domande che gli pongono non sembrano appartenere alla cultura di Moretti. Cosa gli poteva interessare la Montedison?

SPATARO. Credo che Moretti sia un personaggio di grossissimo spessore culturale, di grosso livello, non bisogna farsi fuorviare dal fatto che fosse di origine operaia.

PRESIDENTE. Condivido su questo il suo punto di vista. Il nodo è che Moretti dice che non pubblicarono il memoriale di Moro perché aveva raccontato una serie di cose che non interessavano. Non si capisce allora perché gliele avessero chieste.

SPATARO. Forse si aspettavano delle risposte più interessanti, forse sono state deludenti. Per quanto riguarda l’inefficienza, ricordo alcuni casi, senza voler puntare il dito su alcuno. In relazione all’omicidio Alessandrini, il 29 gennaio, ordiniamo una serie di perquisizioni e casualmente due notti dopo, in una casa di un tizio che faceva il portiere di notte, viene trovato Diana Calogero, un altro personaggio latitante di altissimo livello. Vengo chiamato di notte – non ricordo quali atti stessi compiendo – e la mattina mi reco alla DIGOS e chiedo di esibirmi i reperti. Mi rispondono che non c’è niente, a parte una pistola e un’agendina, che era stata sigillata presso gli uffici della questura. Chiedo di vederla, faccio aprire la ceralacca e nei fogli della settimana successiva era scritto, come avrebbe potuto fare un bambino di cinque anni, al contrario: ore 9, edicola piazza Libia. Ipotizzo che si tratti di un appuntamento e, siccome si sapeva che spesso i brigatisti non sapevano reciprocamente dove abitavano, capisco che poteva trattarsi di un appuntamento strategico. Mi rispondono di aver già dato la notizia alla stampa; controbatto che mi dispiace e che dopo una settimana ci si sarebbe recati egualmente all’appuntamento perché magari si sarebbero dovuti incontrare brigatisti che non avrebbero saputo come incontrarsi a loro volta, anche se Diana Calogero era stato arrestato.

Per farla breve, fu presa la colonna Walter Alasia, ricostituitasi nel frattempo. Furono arrestati a quell’appuntamento tre brigatisti, tra cui la Brioschi, e i poliziotti arrivarono in questura gridando in maniera pazzesca la loro gioia per avere effettuato gli arresti. Si è trattato di un fatto casuale, non voglio dire di essere stato bravo, forse l’avrebbe fatto qualcun altro. Purtroppo anche la storia di queste indagini è costellata non solo di momenti belli ed esaltanti, ma anche di errori e di lacune, non sto dicendo il contrario. Se tutti fossimo stati perfetti, lo Stato italiano non avrebbe passato quel che ha passato. In quel caso si è trattato dell’esame superficiale di un ispettore della DIGOS che ha messo da parte l’agendina.

DE LUCA Athos. Non possiamo liquidare queste vicende come errori che succedono. Stiamo parlando di organi la cui professionalità è costituita proprio dalla metodologia di lavoro.

PRESIDENTE. Non ci può dare questa garanzia assoluta su tutto.

SPATARO. La sto dando solo su questo, sulla operazione di via Monte Nevoso.

PRESIDENTE. I verbali della collaborazione di Peci, che penso lei ritenga un momento importante nella lotta al terrorismo, furono consegnati ad un giornalista, che li pubblicò, da un alto funzionario della polizia di Stato.

SPATARO. Due delinquenti, che mi pare siano stati condannati.

PRESIDENTE. Secondo lei, perché lo fecero? Si sente di escludere che anche nell’amministrazione non ci fosse qualcuno che tutto sommato non voleva portare le indagini fino in fondo, perché poteva essere interessato ad una situazione di destabilizzazione in Italia?

SPATARO. Intanto, il danno che ne derivò fortunatamente non fu catastrofico, perché in parte le dichiarazioni erano state utilizzate. Che Peci collaborasse lo si seppe appena dopo l’operazione di Genova. Ne ho conosciuti di funzionari e magistrati infedeli, non è che abbia conosciuto solo persone di cui mi onoro di essere amico, come quelle che ho ricordato prima.

PRESIDENTE. Erano banali infedeltà, un giornalista che aveva pagato, o c’era una strategia complessiva?

SPATARO. A questo punto, rispondo come cittadino che ha avuto un’esperienza particolare. Ritengo che il sequestro Moro, come peraltro mi pare lei abbia detto poco fa, sia uno dei pochi fatti chiari della storia italiana. Questo è il mio pensiero, quindi non ritengo che vi siano state delle strategie. Altro discorso è chiedersi se vi sono stati personaggi annidati nelle istituzioni, in qualche partito, in qualche servizio deviato che avessero interesse a che accadesse quanto è successo, cioè che Moro fosse ucciso. Sarebbe francamente sbagliato da parte mia dire che a tutti andava bene l’opera leale delle istituzioni, però dire che coloro ai quali poteva stare a cuore una qualche deviazione istituzionale abbiano poi diretto le investigazioni, formulato complotti ed altro, per la mia esperienza non lo posso sostenere.

PRESIDENTE. Mi sembra strano che lei lo escluda con sicurezza con riferimento alla vicenda Moro, che resta una delle più complesse.

SPATARO. Onestamente, per non apparire un’altra volta presuntuoso – tutto voglio essere stasera meno che questo – ribadisco come io non abbia condotto, come del resto Pomarici, l’indagine sul sequestro Moro. Vorrei che fosse chiaro che esprimo su questo punto delle valutazioni molto personali, mentre i fatti di via Monte Nevoso sono documentati e oggettivi.

PRESIDENTE. Ha letto il libro del fratello di Aldo Moro?

SPATARO. Solo una parte.

PRESIDENTE. Lui pone dei dubbi.

SPATARO. Capisco l’atteggiamento, soprattutto dei congiunti e dei parenti.

Scusate se citerò una situazione personale. Ho un po’ pagato sulla mia pelle la vicenda Tobagi, con tutte le polemiche. Me la sono presa con tutti, ho querelato in ogni sede, ottenendo la condanna di alcuni parlamentari socialisti che avevano strumentalizzato quella vicenda. Però ho rispettato le affermazioni del padre di Tobagi, perché secondo me i parenti e i congiunti sono gli unici che hanno il diritto di dire qualsiasi cosa per dare una giustificazione più alta della morte di un congiunto.

Parlando di un’altra vittima, pensare che Alessandrini sia stato ucciso da quattro ragazzi di Prima Linea sembrava assurdo ad amici e colleghi, come Gerardo D’Ambrosio e Fiasconaro, nonostante lo dicesse chi, come me, era stato incaricato di quell’indagine perché quel tragico giorno ero di turno. Avevo una conoscenza ancora relativa del terrorismo, però avvisai che era sbagliato pensare che quell’omicidio fosse il frutto delle indagini di Alessandrini su piazza Fontana e che Prima linea era quella che diceva di essere. Poi gli anni mi hanno dato ragione. Certe volte non c’è superficialità, anzi il contrario. Certe volte si cerca una spiegazione più alta di morti assurde. Pensando che Alessandrini fosse stato ucciso dai servizi segreti e non da quattro ragazzi di Prima linea, non l’avrebbe fatto tornare in vita, ma una moglie, un figlio forse se ne sarebbero fatti una ragione. Guido Galli viene ucciso quando il terrorismo sta per finire. Se fosse stato arrestato Sandalo quindici giorni prima, Galli sarebbe in vita. Per la verità la famiglia Galli la pensa come me. Comunque lasciamo stare, sono fatti personali.

DE LUCA Athos. Un aspetto sul quale ho sempre formulato un giudizio negativo e severo sia rispetto ai politici sia rispetto ai magistrati sia rispetto ai protagonisti di questa tragica vicenda è la tendenza a giustificare un po’ tutto, a dire che le indagini in realtà furono svolte, c’erano dei limiti, che la polizia non era la stessa, come se tutto fosse normale. Come se non vi fossero responsabilità, perché l’Italia era fatta in quel modo. Una sorta di autoassoluzione di tutta questa vicenda. Il nostro scopo, invece, è quello di capire se vi siano responsabilità. Sulla vicenda Moro - nonostante sia abbastanza chiara, a parte alcuni interrogativi ancora in sospeso - ciò che non siamo riusciti a capire e che vorremmo comprendere è se dietro vi fossero delle precise volontà.

SPATARO. A questa domanda non sono in grado di rispondere. Con molta modestia e umiltà mi sono permesso di dire che anziché dar voce ad un pazzo, il brigadiere Demetrio Perelli, vi do la mia testimonianza. Poiché stiamo parlando di un pazzo, che viene invece accreditato come una fonte di valutazione, vi confermo, forse non modestamente, che sarebbe più utile credere ai carabinieri, a me ed a Pomarici. Poi potete valutare quello che vi abbiamo raccontato e sostenere che non è credibile per altre ragioni e che i pazzi siamo noi. Aspetto ancora di sentire dall’onorevole Bielli chi sono gli infiltrati, giacché fino a questo momento non l’ha detto.

PRESIDENTE. Non abbiamo certezze. Stiamo cercando. Le ho letto un brano di un documento di Dalla Chiesa nel quale si parla di fonti informative, anche se non sappiamo dare un nome a queste fonti, così come non riusciamo a dare un nome ai professori universitari che probabilmente hanno scritto i documenti delle Brigate rosse.

SPATARO. L’onorevole Bielli si riferisce per caso a Rocco Ricciardi?

BIELLI. Lei sa che il generale Dalla Chiesa sulla distinzione che lei ha fatto, afferma che si tratta di una sottigliezza e che il confine è molto labile. Posso aver sbagliato chiamandoli infiltrati o informatori, comunque mi pare che un nome l’abbia fatto anche lei.

SPATARO. Io ho fatto il nome di Marocco, lei quello di Ricciardi. A proposito di quest’ultimo abbiamo risposto ad interrogazioni parlamentari presentate dal partito socialista e dall’onorevole Craxi. Questo personaggio diede una sola indicazione. Consentitemi innanzi tutto di correggere quanto ho detto prima, perché ho accavallato i ricordi. Colui che fu perquisito e si intimorì per la perquisizione, temendo di essere in qualche modo incriminato e arrestato, non fu Marocco ma Ricciardi. Marocco fu arrestato a Bagnolo Cremasco nel febbraio del 1980 dopo una rapina. Portato in carcere fece qualche timida confidenza.

Ricciardi, invece, quando fu perquisito accettò un rapporto confidenziale con il sottufficiale che lo aveva perquisito, rivelando, ad esempio, che i Reparti comunisti di attacco – un’organizzazione ormai sciolta – avevano avuto in passato delle attenzioni nei confronti di alcuni obiettivi tra i quali il giornalista Tobagi. Credo che parlò anche di me e di un’altra persona. Qualche tempo dopo il giornalista Tobagi venne ucciso e ciò emerse in sede processuale. Questo accadde perché Ricciardi, nel frattempo arrestato, assunse un atteggiamento di piena collaborazione processuale rivelando, forse per volersi accreditare, di aver fatto delle confidenze in precedenza. Ricciardi, comunque, va considerato tutt’altro che un infiltrato. Egli aveva detto non un decimo, ma un millesimo di quello che sapeva, anche se fornì delle indicazioni confidenziali senza avere nulla in cambio, perché non poteva essere arrestato quando fu perquisito. Comunque non fu un infiltrato.

BIELLI. Non è detto che debbano aver avuto qualcosa in cambio, ci sono infiltrati che sono in carcere e vi rimangono.

DE LUCA Athos. Come spiega l’arrivo del magistrato romano Claudio Vitalone?

SPATARO. Ribadisco quanto ho detto poco fa. Non ricordo se Vitalone venne a Milano dopo la vicenda di via Monte Nevoso, ma non lo escludo. Pomarici copriva l’indagine a 360 gradi; io coprivo a 360 gradi l’indagine Alunni FCC, anche se ci intersecavamo. Non posso escludere la cosa, ma non la ricordo. Posso dirle con certezza matematica che Vitalone non ha partecipato neppure una volta nel corso degli anni ad uno solo degli incontri che i pubblici ministeri e i giudici istruttori organizzavano per aggiornarsi sulle indagini relative al terrorismo. Probabilmente non lo avremmo neanche accettato – e non perché avevamo stipulato una conventio ad excludendum -, ma per la semplice ragione che a quelle riunioni partecipavano solo i veri esperti di terrorismo. Tuttavia potrei chiedere a Pomarici se egli incontrò Vitalone.

DE LUCA Athos. Vorrei chiederle un’ultima cosa. Rispetto al sequestro Costa, Morucci disse di aver ricevuto banconote da lire 100.000 e 50.000 e che era sicuro che non vi fossero banconote da lire 10.000 o 20.000. Poiché risulta che non fosse così e che egli dichiarò il falso, vorrei sapere cosa può dirci in proposito.

SPATARO. Non ho seguito nulla del sequestro Costa e quindi non posso dirle niente. Tra l’altro ignoravo le circostanze alle quali ha fatto riferimento.

FRAGALA’. Mi scusi, dottor Spataro, volevo sapere se corrisponde al vero che l’edificio di via Monte Nevoso, dove era allocato il covo delle Brigate rosse, era stato fatto oggetto di attenzione da parte delle forze dell’ordine dal momento che lì vi era la sede di una società di import–export sospettata di attività di riciclaggio. In sostanza, vorrei sapere se a via Monte Nevoso si è verificata la medesima situazione di via Gradoli.

SPATARO. E’ un fatto che sento ora per la prima volta. Questa vicenda sarebbe emersa prima della scoperta del covo?

FRAGALA’. Sì. Può prendere un appunto per chiedere al dottor Pomarici se egli abbia mai saputo che l’edificio era stato attenzionato dalle forze dell’ordine per via di questa società di import–export sospettata di riciclaggio?

PRESIDENTE. Prima di concludere l’audizione, per dare un senso – mi corregga se sbaglio – a quello che complessivamente ci è stato detto dal dottor Pomarici e da lei, vorrei riassumere il tutto in poche parole. Delle complesse indagini che avevano portato i carabinieri, a seguito del ritrovamento del borsello di Firenze, a via Monte Nevoso, l’autorità giudiziaria di Milano fu immediatamente informata. Voi però riteneste, d’accordo con i carabinieri, che questa attività non dovesse essere riportata interamente nel rapporto giudiziario per la necessità di tutelare cittadini che avevano fornito confidenzialmente un contributo a quelle indagini. Lei ci ha anche detto che sulla verità di tutto questo non sono state fatte verifiche, tant’è che ha invitato la Commissione, a distanza di tanti anni, ad operare i necessari controlli.

SPATARO. Questo va un po’ oltre quello che abbiamo detto. Secondo me i riscontri li abbiamo fatti, perché tutti i racconti sull’andamento dei fatti sono pervenuti da fonti diverse interne ai carabinieri, quindi non solo da un generale o da un comandante, ma dall’insieme del reparto che ha proceduto alle indagini. Se intende dire che non abbiamo mai sentito i cittadini che avevano reso dichiarazioni confidenziali, glielo confermo. Ma non ce n’era assolutamente bisogno. Non c’era alcuna ragione di dubitare di quanto da più fonti ci veniva confermato, anche perché – come ho detto prima – avevamo una documentazione fotografica sui pedinamenti e sugli arresti.

PRESIDENTE. In più ci ha detto che non è improbabile – non lo può dire con certezza – che medesime informazioni i carabinieri abbiano dato all’autorità giudiziaria di Firenze e che abbiano avuto la stessa adesione da parte della stessa che pure richiese ed ottenne l’archiviazione del processo n. 6722/78, perché erano rimasti ignoti gli autori del reato; mentre la conclusione sarebbe stata diversa se all’autorità giudiziaria di Firenze fosse stata "incartata", come si dice in gergo forense, l’identità di Azzolini come il possessore del borsello. E’ così?

SPATARO. Sì, anche se ho letto nella famosa relazione che comunque si fa riferimento ad un rapporto dei carabinieri in cui si cita il riconoscimento di Azzolini, sia pure in via probabilistica e non di certezza assoluta.

PRESIDENTE. Poiché penso che di tutto questo ne terremo conto ed abbiamo già deliberato di sentire il comandante generale dell’Arma dei carabinieri per una panoramica più ampia su tutte queste vicende vorrei porle quest’ultima domanda: vi sono vicende di questo tipo che potrebbero essere interessanti per la Commissione, di attività indagative che non sono state consacrate in atti giudiziari perché esistevano analoghe esigenze di sicurezza o l’esigenza di coprire fonti confidenziali, o di coprire informatori di cui lei è a conoscenza in tutta la sua attività oppure è stato un episodio isolato?

SPATARO. Farò uno sforzo ulteriore e se qualcosa di rilevante per la Commissione troverò lo scriverò o lo dirò in un’altra audizione. Sicuramente ho fatto riferimento prima alla cattura di alcuni latitanti con l’aiuto di pentiti; cosa che è avvenuta a Milano, Torino e a Roma. Pentiti che si sono trasformati in veri e propri appartenenti ai carabinieri ed alla polizia e che giravano nelle macchine con polizia e carabinieri. Sono pressoché sicuro che di questo non è mai stato dato atto per non esporre ad ulteriori rischi di ritorsioni i pentiti stessi. Di questo ne sono abbastanza sicuro; cito il caso di Segio per Milano; anche a Roma vi è stato un episodio con sparatorie; anche a Torino. Di così clamoroso, palpabile, interessante per voi però lo escluderei.

PRESIDENTE. A qualche identificato brigatista si sono lasciate le redini lente sul collo?

SPATARO. Lo escludo nel modo più assoluto, per quanto a me noto.

Spero di non aver ecceduto con la mia ansia. Credo di aver detto tutto quello che mi animava. Mi permetterei sommessamente di dire, pur con il rispetto che si deve all’attuale comandante generale dell’Arma dei carabinieri, che forse sarebbe anche importante sentire, se lo riterrete opportuno, per esempio il colonnello Bonaventura e, da lui, fino in fondo tutta la scala dei sottufficiali che hanno fatto questi accertamenti così come su Firenze i colleghi, soprattutto Chelazzi.

PRESIDENTE. Ricordo che noi siamo una Commissione parlamentare d’inchiesta; tutti noi siamo impegnati in tante altre attività parlamentari; abbiamo tempi, limiti e soprattutto una debolezza rispetto all’attività giudiziaria: tutte le indagini che facciamo finiscono per essere prevedibili nei loro sviluppi. Quindi, sentire testimoni non a sorpresa – perché questi testimoni sarebbero ampiamente preavvertiti – o compiere atti a sorpresa, che potremmo fare solo dopo averli formalmente deliberati sarebbe una inutile fatica. Cerchiamo di svolgere un’attività complessiva di analisi; di fronte ad una serie di sue certezze troviamo un Capo dello Stato che in alto luogo istituzionale si è domandato se altre intelligenze non fossero dietro al sequestro Moro. Abbiamo ripreso l’indagine su Moro partendo dal fatto che l’allora Capo dello Stato, il presidente Scalfaro, parlando alla Camera, si è posto questo interrogativo. Abbiamo una legge che ci impone di continuare ad indagare sul caso Moro. Non abbiamo né verità precostituite, né la volontà di dire a tutti i costi che ci sono misteri, dove non ve ne sono. Penso che nel momento in cui ci fossimo tutti convinti che tutto è chiaro e non vi è niente da indagare non continueremmo: non le hanno mai parlato per esempio di quale rapporto ci fosse tra il noto Chichiarelli ed i carabinieri?

SPATARO. L’ho letto sui giornali. Non me ne sono mai interessato.

PRESIDENTE. Questi sono i punti che cerchiamo di capire.

SPATARO. Chiedo al Presidente di prendere atto del fatto che deposito agli atti della Commissione una nota datata 24 febbraio 2000 dei carabinieri della Sezione anticrimine di Milano, cui sono allegate fotografie ed annotazioni sui pedinamenti di Monte Nevoso ed una nota dei carabinieri di Firenze sulle indagini delegate da quella procura.

PRESIDENTE. Ne prendiamo atto e attendiamo ulteriori contributi scritti che ci potrà far pervenire. Dichiaro conclusa l’audizione.

La seduta termina alle ore 00,10 del 2 marzo 2000.

Fine seconda parte

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seconda parte

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