FISICA/MENTE

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

51a SEDUTA

Martedì 20 aprile 1999

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

Indice degli interventi

PRESIDENTE
SIGNORILE
BERTONI (Dem. di Sinistra-l’Ulivo), senatore 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7
FRAGALA' (AN), deputato
MANTICA (AN), senatore 1 - 2 - 3
TASSONE (Misto), deputato 1 - 2

 

La seduta ha inizio alle ore 20,35.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.

Invito la senatrice Bonfietti a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

BONFIETTI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 17 marzo 1999.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

 

COMMEMORAZIONE DEL SENATORE ANTONIO LISI

PRESIDENTE. Colleghi, inizio questa seduta con animo turbato, perché pochi minuti fa mi è giunta la notizia della morte del senatore Antonio Lisi, che è stato membro di questa Commissione nella scorsa legislatura.

Nino Lisi è stato per me un avversario politico; il nostro rapporto ebbe anche momenti di confronto, persino aspro, però fu sempre nutrito da una stima reciproca e da parte mia, negli ultimi tempi, da un sentimento che non era soltanto di stima, ma era di ammirazione per la forza con cui riusciva ad affrontare la difficile situazione personale in cui era venuto a trovarsi a causa della malattia, poi rivelatasi incurabile, che l'aveva colpito. Desidero ricordare non soltanto l'impegno con cui il senatore Lisi ha seguito nella precedente legislatura i lavori di questa Commissione, ma soprattutto l'impegno che egli ha posto nel corso di questa legislatura nel suo lavoro: la sua presenza costante nella Commissione bicamerale per le riforme e il grosso apporto che diede ai suoi lavori, nonché la presenza costante e l'apporto che ha dato, finché le forze lo hanno sorretto, con una forza d'animo, una serenità ed una lucidità davvero ammirevoli, al lavoro della 1a Commissione, e più in generale al lavoro parlamentare.

Penso di esprimere i sentimenti della Commissione inviando i sensi del cordoglio mio personale e dell'intera Commissione alla famiglia, al figlio che è un assessore della mia città, ed anche alla forza politica di cui il senatore Lisi ha fatto parte e quindi per essa all'onorevole Fini e al senatore Maceratini.

 

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE.

PRESIDENTE. Comunico che, dopo l’ultima seduta, sono pervenuti alcuni documenti, il cui elenco è in distribuzione e che la Commissione acquisisce formalmente agli atti dell’inchiesta.

Informo inoltre che in data 14 aprile 1999 il Presidente del Senato della Repubblica ha chiamato a far parte della Commissione il senatore Raffaele Bertoni, in sostituzione del senatore Libero Gualtieri. Sostituire Libero Gualtieri non è facile e non sarebbe stato facile per nessuno, ma per come conosco il senatore Bertoni sono convinto che egli sia il migliore sostituto possibile del senatore Gualtieri al quale era legato da un rapporto intensissimo di amicizia e - a mio parere - anche da alcune affinità caratteriali. Dò pertanto di cuore il mio benvenuto al senatore Bertoni in questa Commissione.

BERTONI. Grazie, signor Presidente.

PRESIDENTE. Purtroppo l’onorevole Paolo Corsini non è più membro di questa Commissione perché ha cessato dall’esercizio del suo mandato parlamentare per intervenuta incompatibilità con la sua carica di sindaco di Brescia. Questa circostanza pone un problema alla rappresentanza del Gruppo Democratici di Sinistra - L'Ulivo: poiché l'onorevole Corsini era il responsabile del Gruppo, invito la senatrice Bonfietti e gli altri membri dei Democratici di Sinistra qui presenti a comunicarmi quanto prima il nome di chi dovrà sostituirlo nell'Ufficio di Presidenza, anche perché quest'ultimo deve riunirsi al più presto per assumere decisioni importanti.

Per quanto concerne i consulenti della Commissione, il dottor Domenico Rosati ha fatto pervenire un elaborato che è a disposizione dei membri della Commissione ed anche il professor Ilari sta lavorando ad un suo elaborato di sintesi, di cui ha avuto la cortesia di farmi vedere la prima parte: mi è sembrato che tale contributo - come quello del dottor Rosati - sia di notevole importanza e ne dovremo tenere conto. Il professor Bradley Smith ci ha fatto pervenire un elaborato di studio: ne discuteremo in sede di Ufficio di Presidenza, ma vorrei che i colleghi lo valutassero perché personalmente l'ho trovato estremamente deludente. Innanzi tutto tale studio si ferma ad un'epoca che per la nostra Commissione assume scarso rilievo, in quanto riguarda soprattutto l'immediato dopoguerra, ed inoltre riferisce questioni che già sapevamo. Mi sono sorpreso che da una consultazione degli archivi americani compiuta in prima persona non ci siano state fornite, addirittura, alcune notizie di cui eravamo già in possesso: mi riferisco, ad esempio, all'operazione Chaos, alla Commissione Rockfeller su questa operazione e a quel recente documento, che abbiamo acquisito, sul colloquio tra Kissinger ed i dirigenti cinesi in cui, fra l'altro, si parlava dell'onorevole Moro.

Comunico inoltre che il signor Steve Pieczenik si è reso protagonista di una vicenda singolare e prego i colleghi di visionare la corrispondenza che è intercorsa tra noi. Pieczenik ci ha scritto una lettera il 9 aprile 1999 dichiarandosi disponibile a venire davanti a questa Commissione e ci ha indicato anche le date possibili, che però erano estremamente ravvicinate. Mi sono allora permesso, senza consultare l'Ufficio di Presidenza, di rispondere che proprio domani - che era uno dei giorni da lui indicati - la Commissione era pronta ad ascoltarlo. Pieczenik ha risposto con una lettera molto stringata il 14 aprile 1999, comunicando che non ha più intenzione di venire. Bisognerebbe domandarsi da cosa dipenda, se non è dovuto a fatti caratteriali, questo improvviso mutamento di intenzione.

 

INCHIESTA SUGLI SVILUPPI DEL CASO MORO: AUDIZIONE DELL'ONOREVOLE CLAUDIO SIGNORILE.

Viene introdotto l'onorevole Claudio Signorile.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione dell'onorevole Claudio Signorile, che è con noi e ringrazio della sua disponibilità. L'audizione odierna si inserisce nell'inchiesta che stiamo approfondendo sulle vicende relative all'omicidio dell'onorevole Moro ed alla strage della sua scorta. Abbiamo compiuto - come tutti ricorderete - una serie di audizioni: abbiamo ascoltato uno dei collaboratori di Moro, il dottor Ancora, poi l'onorevole Barca, successivamente il figlio di Moro (il professor Giovanni Moro), l'avvocato Guiso ed infine il signor Franceschini. Un filo lega le diverse audizioni e conduce per ora all'audizione dell'onorevole Signorile.

L'incontro con Franceschini ha avuto un'ampia eco sulla stampa perché un settimanale ne ha pubblicato quasi per intero il contenuto. Nel numero successivo dello stesso settimanale, però, un autorevole opinionista non solo ha demolito quanto Franceschini ci ha detto, tacciandolo di inverosimiglianza, ma in qualche modo, ha rivolto critiche a questa Commissione e a chi parla per avere recepito quanto detto da Franceschini. E' evidente che non attribuiamo funzione oracolare a quello che ha detto Franceschini ed effettivamente alcune delle cose che ha dichiarato si situano al limite dello verosimiglianza, però Franceschini ha fornito per quasi tutto quello che ha detto delle possibilità di riscontro oggettivo. Ritengo che faccia parte del nostro dovere istituzionale verificare se tali riscontri oggettivi effettivamente sussistano o meno ed infatti mi sto muovendo in questa direzione.

Personalmente desidero sottolineare soltanto che sono profondamente convinto che le Brigate rosse siano una parte della storia della Sinistra italiana, una sua pagina tragica, quello che, però, ci domandiamo è se all'interno delle BR ci fosse qualcosa che non era soltanto BR. Come voi ricorderete, soprattutto nella scorsa legislatura ci siamo interrogati se in una serie di errori e di inerzie nella risposta dello Stato all'azione delle Brigate rosse potesse esserci qualche cosa addirittura di voluto e di intenzionale e non vi fossero soltanto esiti naturali dell'impreparazione e della disorganizzazione dello Stato.

Su questo punto abbiamo sottoposto uno specifico quesito ad un consulente la cui collaborazione è stata acquisita in questa legislatura dalla Commissione, il dottor Nordio, il quale in linea generale ha escluso che le debolezze, che pure sono chiaramente riscontrabili nella risposta dello Stato, siano attribuibili ad altro se non a fenomeni di disorganizzazione, però ha fatto una riserva per il caso Moro. Lo stesso Nordio ha affermato, infatti, che nel caso Moro gli errori e le sottovalutazioni sono tali e tante che se non autorizzano una risposta positiva al quesito, quanto meno rendono doveroso continuare ad indagare in quella direzione. Ed è quello che stiamo facendo proprio con tutte queste audizioni che ho voluto ricordare. In qualche modo questo lavoro testardo e tenace per reperire altri pezzi di verità che possano in parte correggere la verità acquisita ogni tanto ci dà qualche riscontro positivo. In particolare, qualcosa è oggi emerso e di questo volevo informare la Commissione. I colleghi ricorderanno la versione corrente, confermata anche in sede di audizione in questa Commissione, secondo la quale durante i 55 giorni del sequestro Moro, il prefetto Napoletano, segretario del CESIS, si dimise. Cercai a lungo di ottenere la lettera di dimissioni, senza riuscirvi. Poi se ne capì il perché: la lettera non esisteva. Infatti il prefetto non si era dimesso, ma era stato revocato dall’incarico. Oggi noi abbiamo acquisito dal Presidente del Consiglio, che ringrazio, la copia del decreto di revoca dell’incarico di Napoletano da segretario del CESIS. In essa c’è un richiamo al un parere del comitato, che dovremo acquisire per verificare quale siano state le ragioni per le quali, in una fase così delicata, questa neonata struttura di coordinamento tra servizio civile e servizio militare conobbe questo mutamento di vertice. Può non significare nulla, può significare qualcosa o può significare molto. Io non mi sento depositario di una verità acquisita a priori, però penso che sia un nostro dovere istituzionale quello di far chiarezza su questi punti. E’ in questa direzione che oggi si svolge l’audizione dell’onorevole Signorile, che voglio ringraziare per la sua disponibilità, il cui ruolo nella vicenda Moro è noto ai commissari.

I nostri consulenti hanno predisposto un capitolato di domande. Preannuncio che me ne servirò poco e che lo lascerò alla disponibilità dei colleghi, che potranno integrarlo con altre domande nel seguito dell’audizione.

Onorevole Signorile, ormai sono passati tanti anni dai fatti e alcune ferite sono state naturalmente addolcite dal balsamo del tempo, mi auguro che cose che fino ad oggi non sono state dette, diventino dicibili. Vorrei capire come maturò all’interno del PSI la posizione della trattativa, tenendo presente che questa posizione non fu quella originaria. Infatti, questa all’inizio non si discostava dalla posizione delle altre forze politiche, soprattutto da quelle che sostenevano il neocostituito Governo Andreotti: quella della fermezza. Anche Craxi disse che con gli stragisti non si trattava. Poi Guiso ci ha spiegato come lentamente, nel progredire della vicenda, sia nata una posizione diversa, più favorevole alla trattativa, che si ufficializzò in una direzione del partito del 21 aprile. Quindi, per 30 dei 55 giorni la posizione del PSI non si scostò tanto da quella della Democrazia Cristiana, da quella del Partito Repubblicano o da quella del Partito Comunista. Teniamo presente che pochi giorni prima di questa presa di posizione del PSI più favorevole alla trattativa si svolsero gli oscuri episodi del comunicato BR n.7, quello del lago della Duchessa e la complessa vicenda di via Gradoli (prima la seduta spiritica, poi l’incursione nel paese di Gradoli e, a distanza di una decina di giorni, la scoperta in circostanze singolari del covo di via Gradoli). Come vennero valutati dal PSI questi oscuri episodi? In che modo eventuali percezioni della realtà che era alle spalle di questi episodi hanno potuto influire nel maturare la decisione del PSI di aprire questo fronte della trattativa e di assumere questa posizione? Ricordo un aspetto comunicatoci da Guiso: all’interno di quel partito ci si rese conto che da una parte non si voleva trattare e che dall’altra non si faceva nulla di serio per cercare la prigione di Moro e per liberarlo.

SIGNORILE. Signor Presidente, intendo ringraziarla anche per le considerazioni iniziali. Entrerò subito nel merito della domanda che mi è stata rivolta, facendo precedere alla risposta un’ovvia premessa. La mia attenzione sarà volta ad evitare di far ricadere sulla memoria, probabilmente anche labile, di quei giorni tutte le cose di cui si venne successivamente a conoscenza. Il presidente Pellegrino ha parlato degli oscuri episodi di Gradoli o del lago della Duchessa, ma ricordatevi che in quei giorni questi non erano sentiti come oscuri, ma solo episodi senza buon fine. Il lago della Duchessa era evidentemente una sorta di tentativo di confondere le acque, mentre la questione di via Gradoli non si comprendeva nella sua esatta dimensione.

Effettivamente, all’inizio la posizione dei socialisti non fu simile a quella delle altre forze politiche, ma coerente con l’atteggiamento che complessivamente le forze di Governo avevano assunto. Non dimentichiamo poi, perché perderemmo il senso delle vicende di quel periodo, che il rapimento di Moro coincise con la formazione del Governo Andreotti, di un Governo nuovo anche nei suoi equilibri e nella sua composizione, tormentato nella sua formazione, in forse fino all’ultimo nello schieramento parlamentare che finì per sostenerlo. Personalmente ricordo, facevo parte dell’area ristretta della trattativa politica, che il precipitare degli eventi segnò anche la convinzione politica di dover uscire comunque e rapidamente da un impasse politico nel quale nei giorni precedenti, proprio per la formazione del Governo e del suo programma, le forze politiche che dovevano convergere si erano venute a trovare.

Dico questo per far capire come nei primi giorni del rapimento di Moro prevalesse una condizione di estrema prudenza e di grande attenzione da parte delle forze politiche per non intaccare quel rapporto di convergenza che si era verificato e che dopo lunghe e complesse trattative aveva vissuto quel sanguinoso momento di prima verifica. Ancora, dico questo per ribadire all’attenzione dei commissari un altro concetto. La posizione del PSI non si allineava a quella degli altri partiti, bensì ad una posizione di Governo, perché, avvenuto il rapimento, la prima attenzione era rivolta nei confronti degli atti di Governo, ossia nei confronti di cosa le strutture esecutive del paese (l’intelligence, i servizi, le attività connesse con il Ministero dell’Interno, quindi le attività di polizia, le attività connesse con le Forze armate, quindi l’intelligence delle stesse) potessero realizzare affinché, quello che fin dall’inizio era stato chiaramente individuato come un nodo politico, venisse affrontato adeguatamente.

Presidente Pellegrino, mi scusi se lo dico, ma sarebbe un errore di prospettiva storica parlare come se fin dall’inizio ci fosse un discorso di "trattativa sì" o di "trattativa no". Questo perché la prima questione consisteva nel chiedersi che cosa facesse il Governo, quali fossero le sue azioni concrete e non quelle clamorose e visibili, non le dichiarazioni al Parlamento (con tutto il rispetto), non le posizioni ufficiali ed ovvie delle autorità preposte al governo di questi settori della vita nazionale. Fu il primo passaggio importante, perché, dopo un periodo di legittimo assestamento e di legittimo rodaggio, a quei pochi di noi che erano incaricati di seguire le vicende di Governo, ed organizzare il sistema complesso della non sfiducia, attraverso una sorta di comitato di programma che rappresentava il polmone politico del Governo, era possibile capire molte cose. La sensazione graduale sempre più visibile fu quella non tanto di una cattiva volontà ma di una grande incertezza; non confusione ma diversità di indirizzi, ed una pesante mancanza di efficace coordinamento e di obiettivi visibili di intervento.

Ricordo una polemica violentissima che in quei giorni si sviluppò. In un mio articolo pubblicato su "L’Avanti" sostenni una tesi – non sono un giurista ma vengo da una buona scuola storica - con la quale tendevo a dire: "Lo Stato è evidentemente al di sopra e al di fuori di ogni possibile commistione, di ogni possibile trattativa."- allora si ricominciava a usare questo termine – "Ma non è questo il problema: lo Stato non può e non deve in alcun modo essere toccato, ma il Governo è una parte dello Stato, è il suo Esecutivo; il Governo si esprime attraverso i Servizi, l’Intelligence, le strutture di Polizia. In che modo altrimenti si manifesta la sua attività esecutiva? Per usare termini chiari, gli infiltrati, l’intervento attraverso la presenza nelle prigioni, le contiguità che potevano consentire di conoscere o di sapere cose, perché non vengono esercitate?". La polemica fu: lo Stato ed il Governo si identificano, quindi non si deve fare nulla. Devo ringraziare il presidente Saragat che disse di stare attenti perché costituzionalmente erano cose diverse. Il Governo fa parte ed è naturalmente il braccio esecutivo dello Stato, ma per sua natura deve fare cose che altri settori dello Stato non debbono fare altrimenti perde questo suo carattere particolare. Ricordo questo perché fu proprio da tale mancanza di esecutività – non che non si facesse nulla ma si facevano molte cose disordinatamente – che cominciò ad emergere l’impressione che, al di là della buona o della cattiva volontà (io francamente ritengo inutile entrare in polemiche di questa natura) si era determinata una situazione, da un lato, di paralisi agghiacciante per quelle che potevano essere le iniziative, badate bene, non di trattativa, non di commistione, ma proprio le azioni che visibilmente portassero a qualcosa di diverso da quella che è la normale amministrazione di Polizia e, dall’altro lato, una pericolosa filosofia che tendeva sostanzialmente a teorizzare questa come una condizione di – qualcuno di noi allora usò questo termine – "immobile attesa", di tetragona e anche stupida posizione, sapendo che poi l’unico sbocco di tutto ciò sarebbe stato un cadavere che ci si sarebbe trovati davanti.

Dico questo perché il concetto errato – e spiegherò tra un momento perché – di trattativa non emerse, non è mai emerso nella fase, chiamiamola così, della luna di miele del Governo; è cominciato ad emergere dopo il nostro congresso da questa considerazione: in una realtà nella quale l’azione di Governo era obbiettivamente carente, il sistema politico che sorreggeva tale Governo non poteva configurarsi come maggioranza, quindi non c’era la possibilità di fare una riunione dei partiti della maggioranza. Non dimenticate mai questo, altrimenti si ha una idea sbagliata della situazione; allora era la "non sfiducia", il collante del Governo, quindi ogni partito stava per sé. Il maggior partito, la Democrazia cristiana, di cui Moro era il presidente, era tormentato dalla difficile situazione, che capisco bene, di essere responsabile in toto del Governo, e anche questo era un elemento che confondeva. Noi certe volte dimentichiamo che il Governo Andreotti era monocolore; in esso la DC era l’unico partito presente nell’Esecutivo, però era sostenuto da una maggioranza in cui era evidentemente determinante e decisivo l’allora PCI, così come decisivo e determinante per aspetti non numerici ma politici erano il PSI, i partiti laici e quant’altro. Era quindi difficile trovare una sede politica in cui esercitare il confronto; anche di ciò vorrei si tenesse conto perché altrimenti non si capiscono le cose come sono andate realmente.

In questa situazione non venne fuori l’idea della trattativa, ma l’idea dell’iniziativa, una cosa diversa.

PRESIDENTE. La vostra è una posizione nota.

SIGNORILE. Eravamo pochissime persone, due tre, il segretario Craxi, io, che ero vice segretario e pochi altri che ci guardavamo "nelle palle degli occhi" avendo anche diverse opinioni sulla cosa; io ad esempio ero un convinto sostenitore del fatto che la solidarietà nazionale, così si chiamava allora, fosse una politica che doveva essere perseguita perché non avevamo altri sbocchi proprio rispetto al terrorismo, alla crisi economica. La gente dimentica che avevamo l’inflazione a due cifre; la situazione non era brillante ma pesantissima da vari punti di vista. Mentre altri compagni di partito avevano idee non coincidenti rispetto al fatto che in una situazione – badate, erano passati 30 giorni - in cui erano in atto le lettere di dichiarazione di morte presunta, si verificavano episodi strani e comunque non comprensibili; avevamo comunque la certezza di un mancato coordinamento, di una mancata iniziativa penetrante, efficace...

PRESIDENTE. Guiso ci ha detto che lui vi avvertì subito che il comunicato n. 7 delle BR sul Lago della Duchessa era chiaramente un falso, perché era stato riconosciuto come tale dai brigatisti storici.

SIGNORILE. Su questo Guiso dice cose molto interessanti, però troppo ricondotte ad un’area, quella dei brigatisti storici, molto utili però poco incidenti, come i fatti dimostrarono, e poco informati, purtroppo. Questo è vero, ma la cosa più vera - in una situazione in cui c’era il Governo che vi ho descritto prima, di cui eravamo responsabili tutti, una situazione politica che si era impantanata, si era sostanzialmente bloccata e dalla quale non si poteva venir fuori, perché mancavano gli strumenti politici per farlo - era quella di assumersi la responsabilità di una iniziativa che in qualche maniera mettesse tutti coloro che potevano esercitare qualche ruolo nelle condizioni di dover dire "sì", "no" ed altro connesso. L’iniziativa che cosa significava? Prendere sul serio le formulazioni di alcune lettere, le formulazioni che coloro che erano esperti di questo mondo in qualche modo suggerivano. Poi si manifestò, nelle forme che sapete meglio di me, l’atto umanitario e via dicendo, però il dato importante era l’iniziativa.

Quindi, in conclusione: attenzione, il passaggio del PSI da una situazione di pura e semplice azione di sostegno del Governo ad un’azione autonoma, e sottolineo autonoma, di iniziativa fu la conseguenza della presa d’atto di uno stato di assoluta inefficienza da parte di coloro che avevano responsabilità nei confronti di tale problema. Da questo si svilupparono poi le iniziative che conoscete, che immagino saranno oggetto di altre domande.

PRESIDENTE. Ma questo atteggiamento del PSI, che naturalmente fece clamore perché fu il sasso gettato nello stagno - l’uniformità di atteggiamento politico viene ad interrompersi con la rottura di una sostanziale uniformità di atteggiamenti - determinò pressioni sul PSI?

SIGNORILE. Enormi, non ne parliamo neanche: vi furono pressioni politiche legittime, nulla che non fosse legittimo, ma pressioni di varia natura. Io in quel momento mi trovavo nella situazione – forse qualcuno lo ricorderà – di essere l’uomo del PSI per le relazioni politiche e per le relazioni esterne; ero il vice segretario, avevo una certa posizione nota all’interno del PSI e mi trovai ad essere bersaglio di una serie di interventi, legittimi, lo sottolineo, volti a dire "ma state sbagliando non è questa la strada"; al di là delle posizioni che assunsero nobilissime figure del Partito socialista o dell’area culturale democratica o di Sinistra che, ripeto, a mio giudizio affermavano cose giuste ma che non erano corrispondenti allo stato delle cose. Lo stato delle cose richiedeva un’iniziativa; un partito, una forza che avesse convinzione di questo aveva il dovere politico e morale di prendere questa iniziativa. Noi la prendemmo e questo cercai di spiegare, da un lato - vorrei sottolinearlo perché è importante, alcuni non l’hanno colto bene - ribadendo la legittimità, l’importanza, l’opportunità e l’utilità di questa iniziativa come poi i fatti hanno dimostrato, dall’altro ribadendo che questa non doveva e non poteva in alcun modo mettere in discussione gli equilibri politici e di Governo. Le cose erano troppo importanti per essere mescolate, sia l’una che l’altra.

PRESIDENTE. Pero’, non vi furono pressioni non legittime?

SIGNORILE. No, onestamente su di me no; debbo dire la verità.

PRESIDENTE. Ma fonti giornalistiche, sia pure non controllabili, parlano addirittura di una pressione su Craxi con la minaccia di sgradevoli rivelazioni sul sequestro De Martino.

SIGNORILE. Signor Presidente, il sequestro De Martino fu uno dei fatti su cui si è esercitata maggiormente la fantasia del giornalismo italiano; sono state dette molte sciocchezze e molte cose vere. La mia convinzione – per essere stato presente in quel momento e perché fui tra coloro che fecero la raccolta per la liberazione di Guido De Martino – è che del sequestro De Martino si sa quasi tutto e che non c’erano cose che potessero in qualche modo essere rivelate suscitando chissà quale dramma. Per onestà, debbo dire (e non dimentichiamolo perché si tratta di una cosa importante) che in quel periodo – e vorrei essere ben compreso – Craxi non aveva nel partito quella posizione assolutamente dominante che ebbe a partire dal 1982. Quindi, era un segretario importante, di grande autorità ma che correttamente operava e rispondeva al suo gruppo dirigente. Quindi, non confondete anche qui le cose, magari con l’idea che "Craxi ha voluto" oppure "Craxi non ha voluto". No, in quella fase, in realtà soprattutto dopo il congresso di Torino, con gli equilibri che vi erano nel Partito Socialista, il gruppo dirigente decideva e operava collegialmente, e il segretario era espressione del medesimo gruppo dirigente.

PRESIDENTE. Però, sta nei fatti che il gruppo dirigente del PSI non fa quella che secondo l’onorevole Pannella – che noi abbiamo audito – sarebbe stata la mossa giusta e probabilmente decisiva.

SIGNORILE. Cioè?

PRESIDENTE. Cioè chiedere un dibattito parlamentare, perché in quei giorni il Parlamento è completamente bypassato.

SIGNORILE. L’onorevole Pannella come al solito è un uomo intelligente e come al solito è un uomo al quale gli equilibri politici e la loro vicenda restano del tutto indifferenti ed estranei. In quel momento, con un Governo che si reggeva non su una maggioranza bensì su una "non sfiducia", fare un dibattito parlamentare non avendo la certezza dei suoi esiti sarebbe stato un atto di suicidio politico che soltanto uno sprovveduto avrebbe potuto seguire. Quindi, non lo facemmo consapevolmente. Non dimentichiamo quale era la situazione del paese in quel momento, quale era la situazione della maggioranza parlamentare e di un Parlamento che era effettivamente angosciato ma anche consapevole del fatto di non poter trarre dal suo dibattito indicazioni esaustive, perché diverse erano le anime che rappresentava la maggioranza del Governo.

PRESIDENTE. In questi giorni ho riletto l’audizione dell’onorevole Craxi alla Commissione Moro; egli però sembra estremamente cauto. Direi che la posizione che assume lui personalmente davanti a quella Commissione è molto all’interno, ad esempio, dei toni che userà la relazione di minoranza del PSI in quella Commissione.

SIGNORILE. Sì, certo.

PRESIDENTE. Che spiegazione può darci?

SIGNORILE. E perché non doveva essere cauto? Vorrei che fosse ben compreso che la posizione che noi prendemmo allora non fu una posizione di spettacolo, né una posizione eversiva: fu una posizione che cercava di ottenere dei risultati, e non li ebbe in realtà …

PRESIDENTE. Sì, però dalla Commissione Moro viene sentito quando ormai il dramma si era compiuto.

SIGNORILE. Ma che cosa doveva dire?

PRESIDENTE. Il tipo di giudizi che dà oggi sulla stessa vicenda.

SIGNORILE. Gli anni passano e forse i giudizi assumono caratteristiche diverse.

PRESIDENTE. Poteva anche derivare dalla prudenza di non scavare un solco all’interno di un rapporto tra lui e le altre forze politiche.

SIGNORILE. Questo è addirittura ovvio e naturale, ma tenete conto anche del fatto che in quel momento e in quella situazione il solco tra le forze politiche era già scavato. Di fatto noi non avevamo rapporti – se non quelli che intrattenevo io personalmente –con le altre forze politiche, e ciascuno si teneva molto all’interno della sua realtà. Ricordo in particolare un incontro con la delegazione democristiana – in tutto ne avemmo due – come un’esperienza abbastanza pesante, cioè di incomunicabilità sostanziale, e comprendo anche il perché. Quindi, il solco c’era già e d’altro canto quest’ultimo sapevamo tutti che doveva essere mantenuto nell’ambito del problema che avevamo affrontato, perché tutti quanti sapevamo che una crisi degli equilibri di Governo sarebbe stata devastante.

PRESIDENTE. Veniamo ora alle altre domande che lei ovviamente si attendeva, perché ce lo ha anche detto. Per esempio, Craxi è molto riduttivo sui contatti che poi anche lei ebbe con l’area dell’Autonomia, quindi con Piperno e con Pace. In quella logica sembrava quasi che si parlava con Piperno e con Pace come con persone che potevano avere un orecchio adusato ad un tam tam del movimento, niente di più.

SIGNORILE. Sì.

PRESIDENTE. Oggi invece sappiamo per rivelazioni successive che specialmente Pace aveva intensissimi contatti con Piperno, ma aveva anche frequenti contatti con Morucci e Faranda. Ce lo hanno confermato anche in questa sede durante la loro audizione sia Morucci che Faranda, dicendo che all’inizio avevano minimizzato parlando dapprima di un solo incontro, mentre in quel momento riconoscevano che invece si incontravano spessissimo. Quindi, ciò che siamo riusciti a ricostruire è che in pratica questo rapporto di Pace e Piperno con voi, di Morucci e Faranda con Pace consentiva indirettamente ad una parte delle Brigate rosse di avere un’interlocuzione politica. Ora, la domanda che non solo io, ma molti membri di questa Commissione si fanno, è la seguente: perché di questo non viene detto nulla né alla Polizia né alla magistratura? Sia pure ex post oggi possiamo dire che un attento pedinamento di Pace avrebbe portato a Morucci e Faranda e questi ultimi avrebbero portato in via Gradoli. Il dottor Priore ci ha detto che se fossimo arrivati prima in via Gradoli e avessimo capito che cosa essa era, la vita di Moro sarebbe stata salvata e probabilmente la storia del paese sarebbe stata diversa.

SIGNORILE. Io darei una risposta….

PRESIDENTE. Le dico subito che nel pormi da solo questo interrogativo ho sempre dato due risposte …

SIGNORILE. Posso rispondere?

PRESIDENTE. Successivamente. Do due risposte: la prima è che ad un certo punto voi stessi avevate non solo sfiducia nell’azione degli apparati di sicurezza e nella loro inefficienza, ma direi anche nella loro inaffidabilità; in altre parole, che ci potesse essere, sia in voi sia nella famiglia, la preoccupazione che un’azione militare finalizzata alla salvezza di Moro si potesse concludere tragicamente. Quindi, si voleva sviluppare maggiormente un canale di trattativa, evitando di procedere ad azioni militari, che si sa come cominciano ma non si sa come finiscono. L’altra ipotesi poteva essere proprio una scelta di carattere politico, e cioè non fare nulla che poteva favorire la liberazione di Moro come conseguenza della strategia della fermezza, cercando invece di portare fino in fondo la trattativa. Oppure, vi può essere una terza risposta che lei ora ci fornirà.

SIGNORILE. Non è vera né la prima e men che meno la seconda, che è quasi offensiva, se lei mi consente, perché significherebbe avere una visione cinica e miserabile delle cose che invece non avevamo. Errori ne abbiamo fatti sicuramente, ma certamente non di questo tipo. Il punto è un altro ed è il seguente. Ritorno innanzi tutto a quanto ho detto all’inizio: attenzione, anch’io oggi so che Morucci e Faranda intrattenevano dei rapporti con Pace. Non lo sapevamo e non lo sapevo allora. Non solo, ma Pace fu una specie di convitato di pietra, nel senso che nei due o tre incontri – non ricordo bene – che ebbi con Piperno in cui c’era anche Pace, quest’ultimo non disse nulla, perché parlava solo Piperno. Ricordo che io stesso dissi a Craxi che vi era questa figura – non mi ricordavo neanche come si chiamava – che, a mio giudizio, era qualcosa di diverso da quello che ci volevano far credere. Poi, lui incontrò Pace con Antonio Landolfi. Ma il dato sul quale mi consentirete una rapida ricostruzione, e spero chiara, potrebbe essere esposto in questo modo: il rapporto con Piperno si stabilì nel modo che voi conoscete, e Scialoja – non io – lo ha ripetuto in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera e ne ha parlato anche Livio Zanetti. Noi ci trovavamo nella fase dell’iniziativa, alla ricerca di tutto ciò che poteva derivare come informazione e una delle teorie – riassunta molto bene dal presidente Pellegrino – era quella dell’eco, del tam tam. Sapevamo, anche per le precedenti esperienze di politica universitaria o quant’altro, quanto fosse possibile ottenere attraverso l’area dell’Autonomia dei segnali di fumo, delle comprensioni di ciò che avveniva sul versante del cosiddetto braccio armato dell’estremismo di sinistra e Piperno, sotto questo aspetto, era senza dubbio uno degli uomini più intelligenti. Pertanto, da questo punto di vista, il problema non era soltanto quello di ottenere delle consulenze ma anche quello di capire se, attraverso lui, si potevano inviare dei messaggi e ricevere delle idee.

Non se ne è parlato alla polizia perché non c’era alcuna ragione per farlo. Non stavamo conducendo una relazione con un pentito o con un infiltrato; in quel momento non si capiva perché se ne sarebbe dovuto parlare. Non ci venne neanche in mente perché non c’era nulla da dire. Signor Presidente, già allora sapevo di essere seguito. Era comprensibile, per carità. Ho avuto poi personalmente delle prove che il mio telefono era tenuto sotto controllo, quindi sapevo di essere seguito, anche per motivi di sicurezza personale. Non dimentichiamo, infatti, di quale periodo stiamo parlando. Pertanto, non consideravo scandaloso questo pedinamento di cui ero a conoscenza ed in ordine al quale mi venivano continuamente riferite notizie; il mondo romano è quello che è. Chi mi seguiva sapeva chi incontravo e chi avevo incontrato - e di questo ho le prove – e lo sapeva allora.

PRESIDENTE. Disponiamo di documenti da cui risulta che quest’area (Piperno, Pace) era monitorata dal Viminale, almeno dai tre anni precedenti la formazione della colonna romana delle Brigate rosse.

SIGNORILE. Meglio ancora. Conferma quello che sto dicendo. Al di là del monitoraggio, io sapevo di essere sottoposto a forme di sorveglianza, di controllo, e non solo io ma anche altri dirigenti politici di altri partiti, e questo per motivi di sicurezza. In quei giorni era noto – naturalmente, io riferivo al segretario del partito – che stavamo sviluppando questo tipo di iniziativa. Si sapeva chi avevo incontrato e queste persone potevano essere tranquillamente pedinate ove qualcuno avesse voluto farlo, ma non è stato fatto. La seconda considerazione – il presidente Pellegrino la conosce perché ne abbiamo già parlato – è che tutti quanti si sono soffermati particolarmente sull’aspetto iniziale: il contatto con Piperno, con Pace, le possibilità di cogliere, di capire, uno contro uno, la questione umanitaria, e quant’altro. Oltretutto, non c’era alcun segnale visibile che ci consentisse di affermare che effettivamente questi soggetti rappresentavano il canale, né loro – lo dico per onestà – si sono mai presentati come portatori di qualcosa.

C’è un momento però che io voglio richiamare alla vostra attenzione. Eravamo alla fine di questa disperata vicenda e ad un certo punto prese corpo l’esigenza che fosse assunta una posizione forte da parte di un leader democristiano ed era un’esigenza che mi venne trasmessa da Piperno e che io colsi per quella che era, cioè qualcosa di più di una semplice intuizione. Sono responsabile di aver pensato a Fanfani che era l’unico dei leader democristiani – non il solo, e io lo so perché avevo rapporti con diversi esponenti di quel partito – che aveva manifestato una sua reale ed umana disponibilità. Ci trovavamo in periodo elettorale. Non dimenticate che io ero seguito e la gente sapeva quello che facevo. Parlai con Fanfani e gli feci presente che sarebbe stata di grande utilità – questa era la nostra impressione e Fanfani era discretissimo – una sua presa di posizione che non aprisse ad alcuna trattativa ma dichiarasse, almeno, una maggiore attenzione all’ipotesi umanitaria. Fanfani mi fece presente che per la prima volta era convocata per il martedì la direzione democristiana e lui mi promise che sarebbe intervenuto in quella sede sviluppando un ragionamento rispettosissimo delle posizioni del suo partito ma aperto all’ipotesi umanitaria. Considerate che il discorso sulla disponibilità del presidente Leone è vero. In mia presenza Fanfani chiamò Bartolomei e concordò con lui un intervento, un resoconto. Mi congedai dalla riunione con Fanfani e partecipai ad un comizio, ma non ricordo se era sabato o domenica. Telefonicamente informai il segretario del mio partito di questa importante novità. Ripeto che si trattava della prima riunione democristiana in cui il presidente del Senato, "cavallo di razza", - non dimentichiamo che in quel momento Fanfani era realmente un uomo di grande peso politico e morale, non organizzativo, all’interno della DC – avrebbe pronunciato un discorso che, in qualche modo, cominciava a inviare segnali di riferimento rispetto alla nostra iniziativa e che, probabilmente, avrebbe dato vita ad alcuni problemi. Mi ha sorpreso il fatto che nessuno abbia evidenziato come meritava la riunione della direzione democristiana che avrebbe rappresentato una svolta decisiva della vicenda perché per la prima volta una voce autorevole democristiana avrebbe detto qualcosa di diverso dal puro e semplice "aspettiamo" e, per quanto io possa affermarlo in base ai miei contatti personali che avevo con alcuni dei massimi dirigenti democristiani, non sarebbe stata una voce senza eco.

L’onorevole Moro è stato ucciso la mattina in cui si sarebbe dovuta riunire la direzione della Democrazia Cristiana, non prima o dopo. Ciò che mi ha tormentato, personalmente angosciato è che mi sono sentito in qualche maniera responsabile per non avere imposto un’accelerazione alle vicende, avendo intuito, per merito di Piperno - anche se io in quel momento non sapevo che si trattava di notizie ma pensavo fossero solo sensazioni - che gli avvenimenti stavano precipitando. Mi sono sempre chiesto perché il cadavere di Moro fosse stato collocato a via Caetani la mattina in cui si sarebbe dovuta riunire la direzione democristiana; infatti, si sapeva che quella riunione avrebbe rappresentato un passaggio importante della situazione. Non era più un partito minoritario, come il partito socialista, non erano più singoli esponenti, non erano più uomini di buona volontà, magari collocati in posti importanti, come il Ministero di grazia e giustizia o la stessa Presidenza della Repubblica. Dopo il rapimento di Moro, per la prima volta, si riuniva non la delegazione, che si era sempre riunita, ma la direzione democristiana e io avevo notizia, che telefonicamente trasmettevo imprudentemente, di un segno di novità che si sarebbe manifestato in quella sede.

Moro venne ucciso in quel momento e mi sono sempre chiesto perché, perché non due giorni prima o un giorno dopo. Quale connessione c’era. Ecco perché mi permetto, Presidente, di rovesciare la sua domanda: non bisogna chiedere perché "non ne avete parlato a", ma per quale ragione, essendo in una casa di vetro, essendo visti, ascoltati, controllati e monitorati non è stato fatto nulla per impedire quello che poi alla fine è successo.

PRESIDENTE. Devo dire che quello che ci ha detto adesso è molto importante. In qualche modo non ci coglie impreparati.

SIGNORILE. Lo immagino, perché sono fatti.

PRESIDENTE. Oggi sono venuto in Commissione, per questa audizione, portando il noto fumetto del mensile "Metropolis", nel quale questo suo colloquio con Fanfani viene descritto quasi con le stesse parole che lei ha usato.

SIGNORILE. Io non l’ho detto a nessuno se non …

PRESIDENTE. Gli esiti del suo colloquio con Fanfani li ha riferiti a Piperno?

SIGNORILE. Sì, gli esiti.

PRESIDENTE. "Metropolis" è Piperno, quindi è Piperno che evidentemente dà i contenuti al noto fumetto.

SIGNORILE. Erano esiti dal loro punto di vista positivi, cioè si muoveva qualcosa.

PRESIDENTE. Lei dice: "L’esecuzione può essere sospesa se entro 48 ore un autorevole esponente della DC prenderà apertamente posizione in favore della trattativa".

SIGNORILE. Dell’iniziativa umanitaria.

PRESIDENTE. Corrisponde abbastanza a quello che ci ha detto. Fanfani le dice: "Gli amici della segreteria marciano d’intesa con il PCI; è necessaria una prova concreta che una dichiarazione aperturista serva a qualcosa". Lei poi risponde: "Forse una prova è possibile averla, ma non c’è tempo da perdere. Presidente, lei dovrebbe uscire allo scoperto".

SIGNORILE. Non in modo così becero!

PRESIDENTE. Ma somiglia abbastanza. Poi Fanfani telefona a Bartolomei e gli dice di fare quell’apertura.

SIGNORILE. Lei ci crede se le dico che non ho mai visto il fumetto di "Metropolis"?

PRESIDENTE. Invece noi lo studiamo perché è pieno di strani messaggi. Poi le farò anche qualche altra domanda. Adesso non rivolgo la domanda all’onorevole Signorile di allora, ma all’onorevole Signorile di oggi, dopo che sono passati tanti anni e che tante altre cose si sono sapute. Lei oggi dice che allora non si rendeva conto di quanto fosse intenso il rapporto tra Piperno, Pace e le Brigate rosse, anche se indubbiamente le cose che diceva Piperno erano abbastanza precise, perché lei dice: "Guardi che la situazione sta precipitando, non c’è tempo da perdere".

SIGNORILE. Questo era vero da 15 giorni, ce lo dicevamo ogni giorno.

PRESIDENTE. Era noto anche al di fuori, c’erano state anche la condanna ed una serie di comunicati che scandivano il rotolare della vicenda verso l’esito tragico. Oggi lei cosa pensa, qual è l’idea che se n’è fatta?

SIGNORILE. Che si è arrivati ad un passo…

PRESIDENTE. Craxi, nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Moro, disse: "Secondo me addirittura arrivano altre persone che uccidono l’ostaggio".

SIGNORILE. Mi sono fatto la convinzione successiva che avevamo colto bene il fatto che dentro le Brigate rosse ci fosse una spaccatura. Questo è un ragionamento che è stato fatto nel cosiddetto nucleo strategico. Feci questo ragionamento che poi venne assunto come metodo di lavoro: se non lo hanno ammazzato dopo 30 giorni, significa che non sono d’accordo. Questa è una cosa elementare per chi ha un minimo di professionismo politico. Se non sono d’accordo, come risultò poi evidente, c’è una divisione – questo lo abbiamo sempre pensato – fra il cosiddetto braccio politico ed il cosiddetto braccio militare, cioè fra lo logica politica e quella militare. Eravamo stati istruiti, credo, anche da Guiso e da tutti coloro che seguivano queste vicende sul fatto che dentro il brigatismo c’era questa diarchia, questa duplicità di posizioni. Nel momento in cui questa divaricazione, questa diversità di opinioni e di scelte intuivamo che si era manifestata, il problema era come dare forza e argomenti alla parte "politica" (uso questo termine fra virgolette). Quindi, da qui il ragionamento dell’iniziativa umanitaria.

PRESIDENTE. Se la chiamassimo "movimentista", saremmo più precisi. Probabilmente era pure in gioco la leadership politica.

SIGNORILE. Infatti, era il ragionamento che facevamo, almeno che feci io. Poi ci sono le vecchie esperienze universitarie, per cui molti di questi venivano da una matrice del movimento studentesco di cui avevamo fatto parte un po’ tutti, quindi ci si conosceva, li conoscevo bene. Erano generazioni successive alla mia, però si sapeva chi erano. Che ci fosse una lotta di leadership era molto probabile; figure e persone che poi sarebbero diventante importanti, allora non si sapeva neanche chi fossero. Quindi, da questo punto di vista sfuggiva anche un’esatta valutazione del fenomeno.

Il dato però era che esisteva in quel momento (era questo il ragionamento al buio) uno scontro, una diversità di opinioni, di cui era visibile la non esecutività della condanna a morte, e allora bisognava dare argomenti a chi riteneva che lo sbocco doveva essere politico o movimentista. Senza fare il ragionamento primitivo – se mi consentite di definirlo così – della trattativa (perché sapevamo benissimo che era impossibile, impolitico ed incostituzionale), bisognava valutare tutte le iniziative che diventassero, come poi i fatti hanno dimostrato, argomento e motivazione per determinare quella spaccatura, quella non esecutività del processo a Moro, che per un lungo periodo di tempo di fatto ha dimostrato di poter essere perseguita. I fatti successivi hanno dimostrato che questa impostazione politica era giusta e lungimirante, perché quando poi le vicende sono state lette dall’altra parte, si è visto che la spaccatura era vera, che nella battaglia per la leadership all’interno di questa realtà c’era chi seguiva una linea e chi seguiva un’altra strada, che l’argomento che era stato portato era uno degli argomenti forti e che, ad un certo punto, l’uccisione di Moro è stata politica, di politica interna alle Brigate rosse. Io credo meno, da questo punto di vista, agli aspetti del "grande vecchio". Credo molto al fatto che ci sia stata una resa dei conti all’interno delle Brigate rosse.

Sono anche convinto che di questa resa dei conti abbiano in qualche modo fatto parte realtà esterne al brigatismo. Questa è una valutazione che faccio senza particolari elementi o riscontri, se non una certa conoscenza del mondo dei servizi dell’intelligence nazionali e soprattutto internazionali, così come si muoveva in quegli anni, che rendeva quasi impensabile ed impossibile che un episodio come questo non fosse attraversato – lo sottolineo, attraversato – da intelligence di altri paesi. Non dimentichiamo che siamo alla fine degli anni Settanta ed in un mondo molto diverso da quello che adesso siamo abituati a conoscere.

PRESIDENTE. Se mi consente, ad appena quattro anni dalla strage di Brescia.

SIGNORILE. Esatto. Voi state facendo questo lavoro e siete in grado quindi di comprendere meglio di me il significato delle parole.

PRESIDENTE. A proposito di questo attivismo nel territorio nazionale di apparati di intelligence esteri, i riferimenti più facili, più ovvii sono sempre stati all’intelligence americana e a quella sovietica.

SIGNORILE. A quella ceca.

PRESIDENTE. Ma come quella ceca era probabilmente il braccio operativo dell’intelligence sovietica, alcuni indizi che emergono, per lo meno alla mia personale riflessione, fanno pensare che lo stesso ruolo, nella logica occidentale, svolgesse il Mossad.

SIGNORILE. Non si tratta dello stesso ruolo. Il Mossad svolgeva un ruolo autonomo.

PRESIDENTE. Però era un ruolo attivo.

SIGNORILE. Sì, molto attivo. Chiunque pensi al Mossad come ad uno strumento dell’intelligence americana non ha capito niente. Il Mossad svolgeva un ruolo autonomo ed il suo compito fondamentale era quello di indebolire, destabilizzare e combattere qualsiasi presenza politica che avesse caratteristiche – chiamiamole così – filoarabe, cioè che rappresentasse una componente di diversità o comunque di dialogo rispetto al mondo arabo ed allo scontro arabo-israeliano. Non ho elementi per dare un giudizio particolare sul Mossad nella vicenda Moro. Ribadisco che è impensabile che la vicenda Moro non sia stata attraversata da intelligence esterne. Significa non capire come era il mondo in quel periodo. Ho invece elementi …

PRESIDENTE. Sono perfettamente d’accordo, ma non è un’opinione generalizzata nella Commissione.

SIGNORILE. Non si tratta di un problema di opinione; ad un certo punto gli storici faranno il loro dovere.

Si poteva realmente pensare che un paese di frontiera come l’Italia, segnato da caratteristiche strategiche essenziali, nel quale viene rapito il suo uomo politico più importante, non sia teatro di una intensa attività di intelligence straniera. Che avvenga un episodio così destabilizzante mentre gli altri si occupano di altro? Siamo dei bambini se ragioniamo in questo modo. Se poi questa presenza è decisiva o meno, non lo so. La mia opinione è che probabilmente la vicenda delle Brigate Rosse è stata molto più interna nel suo esito finale di quanto non si pensi. Ma se si pensa che in essa non ci sia stato un processo di attraversamento, di congiunzione, di contatti, di contaminazioni e quanto altro, significa essere infantili.

Per quanto riguarda la vicenda del Mossad, ho invece elementi di riscontro della sua presenza – per esempio – in un’altra importante vicenda alla quale – ne sono uscito completamente libero - sono stato in qualche modo accostato, che è quella dell’ENI Petronim. Uno dei dossier che girarono allora era fatto dal Mossad; questi svolse un ruolo importante, perché l’ENI aveva rotto il fronte delle Sette Sorelle ed era la prima delle grandi compagnie occidentali ad aver accettato rapporti con la rivoluzione dell’Iran e, quindi, con il petrolio iraniano; aveva accettato quello che allora era un fatto rivoluzionario, ossia la percentuale sul greggio per il Movimento di liberazione palestinese. Nessuno dice queste cose, però bisogna ricordarle, dal momento che si tratta di fatti che segnarono la svolta rispetto agli equilibri nel mondo petrolifero. Pertanto, da questo punto di vista, senza fare la fantapolitica – perché considero troppo seria la politica per immergerla in ricostruzioni fantastiche - devo dire che considerazioni di questo genere sono storiche, oggettive e che la loro evoluzione deve essere ricostruita.

PRESIDENTE. Alle sue riflessioni vorrei aggiungere quello che – ciò risulta - hanno detto diversi brigatisti, e da ultimo ciò che a noi ha detto Franceschini. Questi ci ha riportato che, quando furono contattati da agenti del Mossad, il Mossad diede una sua spiegazione logica dell’interesse in termini di geopolitica. Disse che aveva interesse che la situazione dell’Italia non fosse stabile e che essa doveva creare apprensione, perché ciò bastava loro per rendere più importante la posizione di Israele nello scacchiere complessivo del Mediterraneo.

SIGNORILE. La questione è stata in un certo senso semplificata da Franceschini, perché era un po’ più complicata. In ogni caso, rimane sempre in questa chiave il compito istituzionale del Mossad, che è quello di fare in modo che qualsiasi posizione filoaraba, dovunque e in qualsiasi maniera si manifesti, venga indebolita. Questo è il concetto; d’altronde, è oggettivamente nelle condizioni di Israele e nel tipo di battaglia che ha dovuto fare, soprattutto in quegli anni; è perfettamente comprensibile, altrimenti che razza di intelligence doveva fare?

PRESIDENTE. Lei ci ha detto di non credere al Grande Vecchio. Tuttavia, senza pensare al Grande Vecchio, nel fumetto di Metropoli, che è estremamente realistico, si rileva una singolarità, che è quasi un messaggio: mi riferisco al fatto che dell’uomo che interroga Moro non viene disegnato il volto.

SIGNORILE. Evidentemente è un volto collettivo.

PRESIDENTE. Vorrei sapere se ha mai letto il memoriale di Moro.

SIGNORILE. Sì. Tuttavia devo dire che, dopo questa vicenda, ho scelto di non occuparmene più, essendo stato coinvolto anche emotivamente. Dalle riflessioni che ho svolto potete capire che razza di ragionamento ho fatto ed anche la scelta di non occuparmi più di tutta la vicenda e di non leggere tutte le cose in merito. Devo dire che voi sicuramente conoscete meglio di me tutta questa vicenda. Comunque, ho letto il memoriale di Moro.

PRESIDENTE. Una singolarità del memoriale è, innanzitutto, il fatto che le Brigate rosse non lo hanno pubblicato. La giustificazione che hanno dato è che in realtà Moro disse loro una serie di cose non utili alla loro analisi e che avrebbero, invece, voluto che parlasse dello Stato imperialista.

SIGNORILE. Si, perché avevano una visione primitiva e rozza delle cose e non capivano.

PRESIDENTE. La singolarità è che, chi ha fatto analisi attente del memoriale, ha rilevato che Moro risponde sempre ad una serie di domande. Allora, le chiedo: chi faceva le domande? Se quelle erano notizie che non interessavano alle Brigate rosse, perché gli rivolgevano determinate domande? L’immagine è quella che le mostro.

SIGNORILE. Me la ricordo. Da quel poco che mi ricordo, le domande erano precostituite, nel senso che erano costruite fuori.

PRESIDENTE. Per esempio, alcune vicende dell’ENI e della Montedison erano completamente al di fuori del tipo di riflessione politica delle Brigate Rosse. Tuttavia, gli vengono rivolte certe domande e, quindi, sembrerebbe chiaro che, chi fa quelle domande, non appartiene al gruppo conosciuto dei brigatisti.

SIGNORILE. Presidente, faccio un’altra osservazione e anche a tal riguardo da interno alla vicenda politica.

Tutto il sistema delle domande sull’ENI, sulla Montedison e via dicendo, rivela una grande ingenuità, una visione in un certo senso infantile della politica, come se questa fosse fatta da grandi misteri, da oscuri complotti; invece, sappiamo che tutte le vicende più oscure magari accadono, ma difficilmente possono essere formulate in domande ed espresse in giudizi. Tutto il ragionamento e le domande rivolte a Moro derivano - secondo me - da una persona che ha una visione esterna, formale e in un certo senso precostituita dei processi politici e del rapporto fra politica e potere. Ritengo – per esempio – che, se veramente ci fosse stato qualche grande vecchio intelligente capace in quegli anni, non avrebbe dovuto rivolgere domande sulla Montedison o comunque domande comiche; avrebbe dovuto, invece, rivolgere domande su che cosa stava succedendo nel mondo finanziario - mi sembra che al riguardo non ci siano domande; non dimenticate che stiamo alla fine degli anni settanta – e su che cosa volesse dire la finanza internazionale dell’ENI, che è quella sulla quale avvengono negli anni successivi grandi stravolgimenti, sconvolgimenti. Quello che colgo, nella tipologia delle domande e nelle attese, è che Moro doveva fare la grande rivelazione, ma qual è la grande rivelazione? Il Governo italiano aveva preso gli ordini… si tratta di una visione in un certo senso primitiva del rapporto tra politica e…

PRESIDENTE. Non sono queste le domande. Sono articolate da una persona…

SIGNORILE. Sono ingenue.

PRESIDENTE. Non lo so.

SIGNORILE. Non colgono gli aspetti più significativi della politica, del potere.

PRESIDENTE. Le faccio notare una cosa: il fumetto di Metropoli inizia con le note dichiarazioni di Moro sullo scandalo Lockheed. Su tale scandalo non gli rivolgono nessuna domanda.

SIGNORILE. Quali domande bisognava fare? Si trattava di una normale questione; avrebbero dovuto, invece, chiedere perché la Lockheed e non la Douglas, o per quali ragioni l’Alitalia era stata portata su certi aerei… Queste domande non le fanno, ma rivolgono solo quelle da giornalista. Avrei rivolto la seguente domanda: che cosa significa scegliere Lockheed anziché Douglas? A quel tempo ciò significava qualcosa: significava, infatti, entrare in un sistema di alleanze, che poi ha segnato una grande ed importante svolta. Lo scandalo Lockheed nasce non dal fatto di aver preso le mazzette, ma dallo scontro tra questi due gruppi. In questo senso non mi è sembrato un fatto sconvolgente ed oltretutto - per parlare in maniera più chiara - se uno avesse avuto veramente questo tipo di conoscenza dei problemi, probabilmente, per dircela tutta, non era Moro, perchè non era l’uomo più adatto a dare le risposte. Io ero fra i pochi non democristiani che frequentava lo studio di via Savoia: non era sicuramente Moro l’uomo in grado di dare determinate risposte penetranti, ma solo di dare delle risposte di quadro, di scenario.

PRESIDENTE. Le rivolgo le ultime domande e poi lascio la parola ai membri della Commissione. Essendo lei stato al vertice di uno dei principali partiti italiani, vorrei sapere quale valutazione facevate in merito al tipo di risposta data dallo Stato in relazione al tempo concesso alle BR. E’ noto un rapporto di vicinanza tra il generale Dalla Chiesa e Craxi. Avete mai valutato l’idea, cioè, che ogni tanto si spingeva sull’acceleratore e poi volontariamente si mollava per dare spazio di riorganizzazione alle Brigate rosse?

SIGNORILE. Signor Presidente, onestamente le darei una risposta impropria; innanzi tutto non era questione della quale mi sia sinceramente particolarmente occupato ed in secondo luogo noi in realtà esercitammo un ruolo critico rispetto alle leggi speciali - questo lo ricordo bene - ed esprimemmo una posizione che i fatti successivamente hanno rilevato essere forse più lungimirante di altre, nel senso che era giusto fare alcune cose, ma probabilmente …

PRESIDENTE. Non ha niente da dire sulla rapidità con cui il generale Dalla Chiesa è arrivato a Via Monte Nevoso e ha trovato le carte di Moro?

SIGNORILE. Non le posso fornire una risposta perché non ho un'idea che non sia quella tratta dalla lettura dei giornali e pertanto quello che posso dire è irrilevante.

PRESIDENTE. Non vi colpì il fatto - che in effetti mi colpì sin dall'inizio - che mentre non si è riusciti a trovare Moro, nonostante probabilmente si sapesse che era prigioniero a Roma, le sue carte, invece, sono state ritrovate immediatamente?

SIGNORILE. Signor Presidente, ho una mia personale convinzione, ossia che a quel punto siano arrivate delle "soffiate" guidate, però è un ragionamento giornalistico, non una considerazione seria.

PRESIDENTE. Onorevole Signorile, le offro questa riflessione: sul modo con cui si è arrivati a Via Monte Nevoso esistono, a livello ufficiale, cinque versioni ed una è più inverosimile dell'altra. La più verosimile, quella che ha riferito a questa Commissione il generale Bozzo è inverosimile anch'essa, in verità, perché presupponeva che trovandosi un certo borsello a Firenze, attraverso alcune ricevute di un'assicurazione si è arrivati ad un determinato quartiere di Milano nelle cui strade notte tempo si sono aggirati alcuni sottufficiali dei carabinieri finché non hanno trovato una porta che veniva aperta…

SIGNORILE. Probabilmente avevano avuto una "soffiata"; il problema è che la dovevano avere prima. La critica che faccio, che ho sempre fatto e che feci anche allora anche a chi aveva responsabilità non è di aver avuto delle "soffiate" improprie o di aver stabilito determinati rapporti, è di non averlo fatto mentre sarebbe stato il loro compito.

PRESIDENTE. Ovviamente la valutazione è un'altra: come mai queste "soffiate" non si sono avute durante i 55 giorni di prigionia di Moro?

SIGNORILE. Esattamente signor Presidente. Cinquantacinque giorni sono due mesi: si è stati fermi per 55 giorni, è allucinante!

PRESIDENTE. Devo riconoscere, per oggettività, che il senatore Luciano Barca, per esempio, ha posto alla Commissione un ulteriore problema: perché il Partito Comunista non ha attivato una rete informativa di cui sicuramente disponeva?

SIGNORILE. In quel momento il Partito comunista era sicuramente in grado di fare molto meglio di noi, su questo non ho alcun dubbio. Aveva, però una posizione politica che non era quella di Pecchioli, ma quella di Berlinguer che, a parte i suoi difetti politici era una persona seria, nel senso che quando esprimeva una posizione cercava di renderla una sorta di baluardo; vi è comunque una responsabilità oggettiva perché Pecchioli era persona di grandissima onestà sia individuale che politica, ma in quel periodo era probabilmente circondato male, ossia aveva un quadro di consiglieri e di collaboratori esterni al partito, che come i fatti poi hanno dimostrato per altre vicende, gli fornivano una versione distorta di alcuni passaggi.

PRESIDENTE. Onorevole Signorile, conosceva l'architetto Moroni?

SIGNORILE. Sì, era un mio carissimo amico.

PRESIDENTE. Gli incontri con Piperno e con Pace sono avvenuti a casa di Moroni?

SIGNORILE. Sì, fu una scelta compiuta da me perché mi fidavo di Moroni il quale non partecipò agli incontri, ma ci dette solo la sua casa.

PRESIDENTE. C'è stato però riferito che da questo ne aveva tratto un turbamento.

SIGNORILE. No, signor Presidente.

PRESIDENTE. Però deve averlo raccontato perché una persona che ha partecipato ai funerali di Moroni ci ha raccontato che un altro partecipante (di cui non ricordava l'identità) disse che Moroni sapeva degli incontri avvenuti a casa sua relativi alla vicenda Moro e che questo fatto lo aveva messo in una situazione di angoscia. In ogni caso lei conferma gli incontri; con chi esattamente sono avvenuti?

SIGNORILE. Con Piperno e poi con Piperno e Pace, non ho mai incontrato Pace da solo ed in realtà non ho mai più parlato con lui.

BERTONI. Era Landolfi che vedeva Pace.

SIGNORILE. Sì e fu poi lui che lo portò da Craxi.

BERTONI. Signor Presidente intendo rivolgere alcune brevi domande all'onorevole Signorile che hanno una loro consequenzialità.

Onorevole Signorile, voi membri del gruppo dirigente del Partito socialista credevate alle lettere di Moro, ossia credevate che a scriverle fosse Moro, o ritenevate, come affermavano gli esponenti democristiani, perlomeno pubblicamente (molti li ho sentiti io con le mie orecchie), che chi scriveva non era Moro ma uno costretto a scrivere quelle lettere? Le rivolgo questa domanda perché ritengo che il vostro atteggiamento probabilmente avesse origine anche da questa diversità di giudizio sulla veridicità delle lettere di Moro e di quanto diceva.

Lei ha parlato di inefficienza di quanto facevano gli apparati. Chi viveva allora a Roma, come me, vedeva la città presidiata: era impossibile muoversi anche per persone conosciute senza essere costretti ad esibire documenti; quindi quando lei parla di inefficienza degli apparati si riferisce al fatto che l'apparato che doveva essere efficiente, ossia il Ministero dell'interno, malgrado questo spiegamento di forze in effetti non faceva niente di utile per la ricerca di Moro, o ritiene addirittura che fosse inaffidabile per questa ricerca?

La terza domanda è la seguente: ad un certo punto la segreteria del Partito Socialista Italiano creò una commissione (che se non ricordo male era presieduta da Vassalli) di cui facevano parte giuristi ed anche un giudice che, oltre tutto, era distaccato dal Ministero di grazia e giustizia. Che compiti aveva questa commissione? Aveva il compito che io credo avesse, ossia quello di valutare quale scambio fosse possibile? In sostanza, il partito che è stato definito "della trattativa" con questa commissione e con la sua azione politica principale, preminente, che stava dietro a detta commissione, cercava un punto di scambio con i brigatisti che fosse giustificato o almeno giustificabile dal punto di vista giuridico, anche in considerazione di quanto Leone diceva più o meno esplicitamente in pubblico e chiaramente ad esponenti del Governo?

Il quarto quesito è il seguente: il CESIS emise dei comunicati a proposito dell'atteggiamento del Governo nel rapporto con i brigatisti ai fini della liberazione di Moro. Lei o qualcuno vicino a lei con cui ha parlato, ha mai notato in qualcuno di questi comunicati una frase, una parola o qualche cos'altro che stesse a significare che l'atteggiamento della fermezza stava cambiando nella direzione di aprire uno spiraglio per invitare a non domandare più la liberazione dei 17 o dei 7 brigatisti chiesta con la prima lettera, ma qualcosa di più fattibile? Ad un certo punto si prospettò la possibilità di dare la libertà ad una brigatista, Paola Besuschio, e ciò precedette di pochissimo il momento in cui si sarebbe dovuta riunire la direzione della Democrazia Cristiana. Sicuramente vi furono degli interventi governativi - mi risulta personalmente - ma le domando: vi furono anche interventi da parte vostra per favorire da parte dell'autorità giudiziaria la liberazione della Besuschio in cambio del rilascio di Moro?

L'ultima domanda: il memoriale di Moro è cosa che lascia il tempo che trova, perché fu trovato dietro un tramezzo, perché ci si andò apposta per trovarlo, perché qualcuno aveva detto dove stava e voleva che quel ritrovamento si verificasse in quel momento. Si tratta di cosa dietrologica che non mi affascina molto, invece pare accertato che ci fu una votazione nel gruppo dirigente delle Brigate rosse. Ritiene che questa votazione precedette di molto o di pochissimo il momento dell’esecuzione di Moro?

Lei ci ha detto che questa votazione fu una resa dei conti interna delle Brigate rosse, probabilmente è così, però è certo che tale organizzazione aveva detto fin dal primo comunicato che avrebbe pubblicato ciò che Moro diceva per far capire chi governasse l’Italia. Convengo con lei sul fatto che tutto quello che fecero dire a Moro e tutte le domande che gli rivolsero rispondevano alla logica rozza di chi parlava del SIM, di questo stato imperialistico delle multinazionali e non rispondeva ad una logica raffinata. Allora, la mancata pubblicazione dell’interrogatorio, perché a questo impegno che le BR avevano preso vennero meno, e questo prescindeva dall’uccisione o meno di Moro, fu conseguenza del fatto che qualcuno li fece rendere conto che tale azione non avrebbe avuto alcun significato, salvo la vertenza che il memoriale aprì con un alto esponente, che lo è tuttora, della Democrazia Cristiana, o fu dovuto ad altro?

SIGNORILE. Consideravamo le lettere di Moro vere nel senso quasi ovvio che questa parola può assumere. Egli si trovava in una condizione di costrizione ed era, nello stesso tempo, chi lo ha conosciuto bene sa che ciò che sto dicendo è vero, un uomo di grande lucidità e di grande freddezza. Quindi, l’idea era che Moro venisse costretto a fare o dire cose improprie, ma che utilizzasse questo modo di comunicare in tali forme per far arrivare i messaggi giusti; questa è stata l’idea base da cui noi siamo partiti. Quindi, alla debolezza di chi nella Democrazia Cristiana, ma anche altrove, diceva che si trattava di lettere da non prendere in alcuna considerazione, si potrebbe rispondere dicendo che quelle lettere andavano lette per quello che erano, scritte da un uomo intelligente, lucido e politicamente complesso che, in una situazione di costrizione, tentava di stabilire un rapporto di comunicazione con l’esterno. Dentro le sue lettere, ciò avveniva, quindi quando le si legge in questa chiave non possono che essere ritenute vere. Io le ho sempre considerate come un contributo importante, attivo e positivo, non come testimonianza di un uomo imprigionato, ma di un uomo che cercava, cosa angosciante di cui abbiamo avuto conferma, disperatamente di vivere, perché voleva vivere. Questo è il fatto fondamentale. Quindi, dava fondo alla sua intelligenza, alla sua capacità di adattamento e alla sua freddezza per consentire a chi stava fuori di ricevere il massimo delle informazioni possibili e trasmettibili, naturalmente, nelle condizioni in cui si trovava. E’ evidente che non potesse comunicare dove veniva tenuto prigioniero. Questa è la prima considerazione che mi porta ad essere vent’anni dopo, dentro di me, duramente polemico con i colleghi, gli amici ed altri che in quel periodo non accettarono questa logica di affrontare le cose.

BERTONI. Onorevole Signorile, in questa logica esagerata c’erano altre persone che credevano a Moro quando chiedeva di fare qualcosa, che erano in grado di fare, anche per la sua liberazione. Si trattava delle persone a lui più vicine, la parte trattativista della sua famiglia, moglie e figli erano su questa posizione, mentre il fratello, che inizialmente rappresentava la famiglia stessa, fu messo da parte probabilmente perché non vi si trovava. Ebbe mai rapporti con la famiglia Moro?

SIGNORILE. Raramente. Questi venivano tenuti da Craxi e da altri esponenti del mio partito. Ne ho avuto solo uno, ma personale. Per quanto riguarda il Ministero dell’Interno, non parlerei di inaffidabilità morale, ma di inaffidabilità tecnica. Per una serie di circostanze, dovute in parte alle vicende politiche (era un momento di grande confusione e di cambiamento), in parte al fatto che stavamo affrontando una fase di vero e proprio smantellamento dei servizi (qualcuno lo ricorderà), probabilmente la cosa accadde, dal punto di vista delle capacità dell’intelligence di operare, nel momento peggiore. A questo punto però devo dire che le vicende successive di avvenimenti di cui voi vi siete occupati hanno dimostrato che all’interno di questa inaffidabilità tecnica, le cui ragioni sono politiche e storiche che sto cercando di richiamare alla vostra attenzione, c’era qualcosa in più, c’era cioè una presenza di personaggi e di figure al livello della struttura che in qualche maniera interpretavano in modo molto rigoroso…

PRESIDENTE. Possiamo dire che si trattava della P2.

SIGNORILE. …il concetto della fermezza. Io uso poco il termine P2, perché è diventato una specie di cappello universale. Abbiamo situazioni nelle quali la cosiddetta fermezza veniva interpretata come immobilismo o non attività. Abbiamo compiuto delle verifiche in proposito e non abbiamo alcun dubbio che ciò sia avvenuto. In realtà, dopo i primi giorni di attesa e di incoraggiamento, l’idea che ci trovassimo di fronte a strumenti che non operavano secondo le loro funzioni istituzionali, vuoi per incapacità, per debolezze, per difficoltà o per mancanza di organizzazione, vuoi per una condizione soggettiva, in noi si era fortemente radicata e ci portò a quella che io chiamo l’iniziativa.

Senatore Bertoni, la commissione creata dalla segreteria del PSI alla quale ha fatto riferimento, in realtà, aveva carattere tecnico, nel senso che essendo composta da giuristi, anche di grande livello, aveva il compito di verificare la compatibilità di ciò che si poteva fare con le leggi vigenti. Lavoravano sul serio e fecero cose anche commoventi, come l’elenco dei detenuti presenti, le caratteristiche e le schede. Alla fine, vennero estrapolati quei nomi che si riteneva potessero servire. Su questo aspetto voglio richiamarmi a cose che ho già detto e che voglio ripetere. Abbiamo sempre avuto chiaro che l’iniziativa che noi non ci limitavamo a dichiarare, ma che concretamente stavamo portando avanti, aveva una possibilità di esito positivo soltanto nella misura in cui fosse risultata vera la valutazione da noi fatta di una spaccatura delle BR. Per essere chiari, non è che noi fossimo così ingenui da pensare che nel momento in cui avessimo liberato la Besuschio, Moro sarebbe stato liberato. Lo dico rispondendo ad Andreotti, la cui intelligenza è stata ottimamente applicata in altri campi, ma che su questo aspetto pecca, perché non può pensare che un atto unilaterale, tra l’altro di scarso peso per lo Stato, di liberazione o di grazia alla Besuschio, noi lo potessimo interpretare come il fatto che di per sé rappresentasse lo scambio. No, però nella nostra idea - forse i fatti ci avrebbero dato torto, però quello che abbiamo saputo ha dimostrato che forse avevamo ragione - collegata ad una posizione, che nella Democrazia Cristiana cominciava ad emergere, avrebbe rappresentato quasi sicuramente, molto probabilmente – diciamo così, perché sembra che noi abbiamo la verità in tasca mentre non l’abbiamo – il punto sul quale questa divaricazione di opinioni e di scelte all’interno delle Brigate Rosse si poteva manifestare e precipitare positivamente per Moro. Lo ribadisco questo perché altrimenti daremmo l’impressione di un gruppo di imbecilli i quali ritengono che poi un dramma come questo di Moro poteva risolversi con la liberazione della Besuschio. Non è così, né il termine "scambio" è stato mai usato da noi. Se lei ricorda, e ricorderà sicuramente, la frase che usavamo, e che Craxi usò ad un certo punto quasi ossessivamente, era il cosiddetto "atto unilaterale umanitario", sapendo benissimo che atto unilaterale significava mettere quella che in termini volgari si chiama la "zeppa" in una situazione politica di crisi che ritenevamo, a torto o a ragione – i fatti hanno dimostrato a ragione –, fosse nata. Se avessimo avuto con noi altre forze probabilmente il processo sarebbe stato positivo.

Io non ricordo nei documenti del CESIS che ci sia stata da parte nostra una considerazione volta a fare qualcosa di più, anche perché la nostra riflessione, i fatti lo hanno dimostrato, è che non fossero tanto le tecnicalità o gli aspetti particolari ad essere importanti quanto la capacità di dimostrare a quella parte delle Brigate Rosse che non voleva ammazzare Moro e voleva tenere aperta una situazione che sull’altro versante c’era qualcosa che si muoveva; questo era l’elemento principale, poi il resto sarebbe venuto dopo.

Un’altra considerazione. Si, il problema della Besuschio fu oggetto di interventi di varia natura. Il Ministro di grazia e giustizia di quel periodo, lei lo sa benissimo, era favorevole e disponibile e il Presidente della Repubblica, devo darne atto, con grande senso dello Stato, disse che avrebbe fatto tutte le cose che erano legittime e che il suo cuore era aperto a questa possibilità che però non è stato possibile realizzare.

Circa il problema della votazione, io non credo molto alla ricostruzione che è stata fatta anche in questa Commissione della votazione delle Brigate rosse, di come si sono pronunciate eccetera. Nel senso che, quel po’ di esperienza politica che ho e che molti di voi hanno mi porta a pensare che votazioni di questo genere sono la classica "pelle di Zigrino", cioè sono affidate a chi le gestisce e a come vengono gestite, e questa è una mia personale convinzione. Alcuni dei maggiori protagonisti di queste vicende sul versante brigatista che sono state da voi auditi non hanno detto tutta la verità, nel senso che ci sono delle cose che a me risultano molte oscure, a dir poco. Non c’è alcun dubbio che da questo punto di vista il precipitare finale della vicenda di Moro e del suo assassinio, l’ho detto prima e lo ripeto, sia stato segnato da altro tipo di valutazioni, a mio avviso fortemente legate al fatto che si era alla vigilia di una svolta o comunque di un fatto politico nuovo rispetto al quale bisognava affrettarsi a dare una risposta mortale e la risposta fu data.

Un’altra considerazione: la mancata pubblicazione. La mia personale convinzione su questo, l’ho detto prima e lo ripeto, è che loro avevano l’idea che Moro gli potesse raccontare che lo Stato italiano era servo degli americani e che prendevano praticamente i soldi per uccidere i bambini. Invece Moro diceva delle cose che tutto sommato potevano leggere su qualsiasi giornale, magari dette in maniera diversa e forse anche più vivace. Però c’è un’altra considerazione che vorrei fare. La vicenda per come si è evoluta e per l’importanza che hanno assunto altri aspetti politici rendeva irrilevante la pubblicazione del memoriale di Moro, perché l’assassinio di Moro, come tutti quanti gli storici del periodo affermano, ha segnato anche la morte politica delle Brigate rosse.

PRESIDENTE. Io devo dire, anche per il verbale, che su questa sua ultima valutazione non sono affatto d’accordo. Moro nel suo memoriale dice cose gravissime. Egli rivela l’esistenza di Gladio; noi non abbiamo mai dato molta importanza alla struttura costituita…

SIGNORILE. Non c’è bisogno di Moro per questo.

PRESIDENTE. Noi dobbiamo pensare agli effetti che la rivelazione di Gladio ha avuto nel 1990 in Italia; immaginiamoci che cosa sarebbe successo se si fosse saputo nel 1978 quando tutto sommato quella rete continuava a servire, dobbiamo dire la verità, e serviva in ambito occidentale. Posso anche ammettere che, per come Moro lo dice, i brigatisti non percepiscano l’importanza dell’informazione, ma se si leggono le pagine di Moro sulla strategia della tensione qualcuno mi dovrebbe pure spiegare perché non erano importanti. Moro dice che la strategia della tensione che ha insanguinato il Paese – quindi riconosce che c’era una strategia della tensione -, che per fortuna non ha conseguito il suo obiettivo politico – poi spiega pure quale era -, ha avuto responsabilità istituzionali italiane e probabilmente anche estere e connivenze ed indulgenze all’interno del suo partito. Questo lo scrive quattro anni dopo la strage di Brescia. Perché non è importante? Se fosse uscito sui giornali non sarebbe stato importante?

SIGNORILE. No, per una ragione pratica; il Governo di solidarietà nazionale e delle cosiddette convergenze e della cosiddetta non sfiducia avvenne proprio per questa ragione, quindi non c’era nulla di nuovo in questo. Noi facemmo un Governo di solidarietà nazionale sulla base del fatto che c’era una strategia della tensione che doveva essere superata, un terrorismo rosso che si stava manifestando, una crisi economica e sociale.

PRESIDENTE. Ma lei non deve pensare all’effetto che avrebbe determinato su di lei ma a quello che avrebbe determinato su di me, all’epoca: io sarei rimasto sbalordito.

SIGNORILE. Ma in quel momento, lei, come tanti altri, era…

PRESIDENTE. Guardi che tuttora storici italiani fanno polemiche con questa Commissione perché crediamo nella strategia della tensione. Moro lo dice nel 1978.

SIGNORILE. Non sto dicendo che non c’era la strategia della tensione, ne sono convinto, ma sto dicendo un’altra cosa: attenti, Moro stava svelando il segreto di Pulcinella. Lo dico non perché era oggetto di dibattito tra storici o fra giornalisti ma perché le forze politiche nell’Italia del 1974, 1975 e 1976, in cui c’era il Partito comunista italiano, maggiore partito comunista dell’Occidente - non una democrazia della Sinistra o la Bolognina, ma il Partito comunista italiano - la Democrazia cristiana, partito legato ad una realtà internazionale con certe caratteristiche ed altri partiti come il Partito socialista, facevano in un paese di frontiera dell’occidente un Governo insieme. E questo è un argomento di dibattito dei giornali? Moro parla della strategia della tensione e svela che cosa? Si faceva questo Governo e basta ricordarsi gli articoli dei giornali, il dibattito e la spiegazione che ne veniva data, perché queste cose venivano spiegate. Lo stesso Moro, in quel suo studio di via Savoia, me lo ricordo, probabilmente nessuno se lo ricorderà, si vedeva uno ad uno i deputati democristiani ed anche i giovani spiegando loro perché questa cosa si doveva fare; e si usciva in questo modo in un momento nel quale, lo ribadisco, non c’era la caduta del muro di Berlino o quant’altro ma una condizione internazionale segnata dal fatto, che ancora era in piedi in Unione Sovietica tutta la struttura brezneviana. Quindi si facevano cose politiche. Lo dico per sottolineare l’importanza politica di certe scelte dolorose, lo sottolineo. E dietro di questo, Presidente, c’era la strategia della tensione. C’erano delle valutazioni e delle scelte che erano rese pubbliche. Andatevi a leggere i giornali del tempo; Moro dice delle cose che sono il segreto di Pulcinella, lo ribadisco. Certo, Gladio era una cosa che non si conosceva, però, signori, siamo seri: con tutto il rispetto, Gladio è veramente un fatto sconvolgente in una realtà come quella italiana e con le alleanze di cui l’Italia fa parte?

PRESIDENTE. Un uomo politico italiano sostiene che i guai giudiziari che ha avuto nel 1992 dipendevano probabilmente dal fatto che non gli veniva perdonato di aver parlato di Gladio.

SIGNORILE. Questo perché probabilmente ognuno tende poi a dare risalto alle cose che dice e fa, però consentitemi, come persona che tutto sommato ha vissuto in maniera non marginale la vita politica di trent’anni se dovessi dire che tutte le vicende dell’Occidente o dei cosiddetti filoamericani in Italia erano legate al lavoro di Gladio direi una cosa della quale mi vergognerei un attimo dopo.

PRESIDENTE. Su questo non c’è dubbio.

SIGNORILE. Ci sono fatti ben più pesanti; quindi, parliamo di altre cose ben più pesanti e importanti che sono accadute e che magari accadono ancora oggi. Comunque, si tratta di altre questioni. Ho voluto richiamare questo fatto, perché a tutti quanti, anche al vostro dibattito - se me lo consentite - sembra sia secondario il fatto che il rapimento di Moro avviene nel momento in cui in Italia si pone in essere un atto politico fortissimo…

PRESIDENTE. Assolutamente; non ci sembra affatto secondario.

SIGNORILE. …che ha le sue origini nelle ragioni di crisi di cui state parlando.

BERTONI. Lo conosciamo tutti benissimo; anche l’atteggiamento di Kissinger.

SIGNORILE. Si, ma non è solo Kissinger. Lei sa benissimo che presso il Dipartimento di Stato vi furono opinioni diverse su questa vicenda italiana. Ebbi poi la circostanza …

PRESIDENTE. Debbo dire che sono soddisfatto della sua risposta, anche se non la condivido. Lei mi ha detto che la strategia della tensione è un segreto di Pulcinella. Spero che questa Commissione nella sua globalità se ne convinca; in fondo adempiremmo ad un compito sufficiente se rivelassimo in atti ufficiali parlamentari questo segreto di Pulcinella.

SIGNORILE. Signor Presidente, vorrei confortarla di una considerazione: sarebbe abbastanza infantile ritenere che tutta una serie di avvenimenti siano stati incidentali e casuali. Perbacco, sono tutti avvenimenti che hanno una loro consequenzialità.

PRESIDENTE. Una cosa che mi ha sempre colpito è che in tutta la relazione Anselmi sulla P2 il problema dell’oltranzismo atlantico non viene mai neppure sfiorato. Ci si interroga a lungo su quale possa essere la piramide rovesciata, ma non viene fatto mai un riferimento ad un quadro internazionale.

TASSONE. Signor Presidente, tanto per iniziare con una valutazione che forse non ha nulla a che vedere con una precisa domanda, vorrei dire che in quegli anni, anche prima del sequestro di Aldo Moro – io lo ricordo ma forse altri lo ricorderanno meno – già si parlava della strategia della tensione, anche perché tale sequestro giunse dopo alcuni efferati fatti che colpirono il nostro paese. Non è che la violenza inizia con il sequestro di Aldo Moro; ovviamente essa tocca il momento più alto, però vi sono stati dei fatti che hanno evidenziato una situazione certamente non "tranquilla".

Vorrei fare qualche considerazione e rivolgere alcune domande all’onorevole Signorile. Quando avviene il sequestro Moro, ovviamente ad opera delle Brigate rosse, queste ultime venivano ad essere considerate da molti di noi come un qualche cosa di impalpabile, di irraggiungibile, eppure – lo ripeto – le Brigate rosse si erano già macchiate di alcuni delitti. Però, con il sequestro Moro sembrava che i brigatisti rossi fossero degli abitanti venuti non dico da Marte, bensì da un qualche sistema solare diverso dal nostro. Ricordo che già i rapporti che ebbe il PSI e l’onorevole Signorile con Piperno e Pace furono anche eclatanti, ovviamente seguiti con molta attenzione da parte di chi era a favore della trattativa, del soccorso umanitario, per un’iniziativa umanitaria - chiamiamola come vogliamo -. Non c’è dubbio che questi contatti furono ovviamente seguiti moltissimo dai servizi - anche se questi attraversavano un momento difficile a causa della loro ristrutturazione e riorganizzazione - e dalle forze di sicurezza e di polizia.

E’ possibile che questa incapacità da parte delle strutture preposte alla sicurezza impedì di costruire qualche filo conduttore che riportasse ad individuare momenti seri anche per quanto riguarda l’azione delle Brigate rosse. Nessuno parlava, vi era questo filo sottile che non era gestito soltanto dall’onorevole Signorile perché era cogestito da chi intratteneva i rapporti - soprattutto le letture di quanto si diceva - e i contatti, visto e considerato poi che Pace aveva intessuto rapporti a livello più alto con i brigatisti rossi. E vengo ad un’altra considerazione. A differenza di lei, onorevole Signorile, Franceschini non ha escluso la presenza di un Grande Vecchio in tutta la vicenda. Anzi, ad una mia precisa domanda ha fatto un nome ed un cognome durante la sua audizione presso questa Commissione: se non ricordo male ha parlato di Giulio Andreotti. Ovviamente è di moda, perché cambiano i vestiti, cambiano le mode, ma non cambia il nome.

MANTICA. Però, in senso molto ironico; almeno io l’ho compreso in questo modo. Si è trattato di una battuta.

TASSONE. Può darsi che si viene in questa Commissione a fare delle battute; ne prendiamo atto.

PRESIDENTE. Per la verità, lo disse in senso ironico.

TASSONE. Signor Presidente, possiamo rileggere anche il resoconto stenografico, dal momento che credo che questo sia un passaggio significativo, perché se in questa Commissione si viene anche in senso ironico e si risponde ad una domanda con una boutade, allora l’intero interrogatorio di Franceschini o di altri può anche essere inficiato e sospettato di grande debolezza intrinseca o volontaria.

Un’altra domanda: quali sono stati i reali rapporti tra PSI e PCI su questa vicenda? A mio avviso, questo è un passaggio interessante. Il PSI assunse qualche iniziativa, però non si arrivò mai ad una posizione eclatante e forte tra il partito della trattativa o quanto meno dell’iniziativa umanitaria ed il resto del Governo. Questa in fondo veniva ad essere sollecitata da alcuni ambienti sicuramente vicini alla famiglia di Aldo Moro.

Un’altra domanda e concludo. Onorevole Signorile, questa Commissione ha più volte chiesto, invano, di ascoltare l’onorevole Craxi, anche perché quest’ultimo aveva dichiarato la propria disponibilità. Era già stato organizzato il viaggio e ognuno di noi aveva il biglietto in tasca. Questo viaggio ad Hammamet non si è mai fatto, questa visita a Craxi non ha avuto mai luogo: è stata sollecitata, rinviata, poi vi è stato l’assenso e poi è stato di nuovo rinviato; tutto questo si è disperso nelle nebbie. Visto e considerato che lei era il vice segretario nazionale del PSI in quel momento, accanto alla propria disponibilità Craxi aveva dichiarato anche di essere pronto a fornire qualche elemento nuovo su questa vicenda, non dico uno scoop, non parlo di rivelazioni. Senza far riferimento al dato specifico, lei ritiene che Craxi possa sapere qualcosa di più e di diverso dalle cose che lei ha vissuto e che ci ha gentilmente e cortesemente riferito in quest’audizione? Craxi ha detto più volte, almeno qualche mese prima della nostra iniziativa di ascoltarlo ad Hammamet, di avere degli elementi e delle rivelazioni da fare.Visto e considerato che avete vissuto insieme questa esperienza – ripeto un po’ il concetto espresso poc’anzi – da posti di responsabilità all’interno del PSI, vorrei sapere se questa disponibilità è una boutade oppure può racchiudere qualche elemento che non è ancora venuto fuori.

SIGNORILE. Le domande sono molto chiare e spero di fornire risposte altrettanto chiare.

Per quanto riguarda l’iniziativa del Governo, richiamo l’attenzione dei commissari sul fatto che noi eravamo ben consapevoli che il Governo non poteva fare sostanzialmente niente come tale se non porre in essere quegli atti – il senatore Bertoni prima ha colto molto bene questo aspetto – istituzionalmente corretti e compatibili, ad esempio il Ministro di grazia e giustizia che firma una grazia, e qualsiasi azione avesse compiuto in più avrebbe determinato una crisi politica. Infatti, - e rispondo alla domanda relativa al rapporto con il partito comunista – la posizione del PCI era senza riserve, tetragona. Avevo un ottimo rapporto con colui che in quel momento era il numero due del partito comunista, il senatore Chiaromonte che molti di voi avranno conosciuto. Oltre ad un’amicizia personale ci legava un rapporto istituzionale continuo ed il senatore Chiaromonte, anche per cultura, era una delle persone più sensibili ad una visione articolata, quindi ragionavamo non da esponenti formali dei rispettivi partiti. Proprio dal senatore Chiaromonte io avvertivo la difficoltà del partito comunista di compiere qualsiasi altro atto che esulasse dal mantenimento della posizione cosiddetta della fermezza. Questo ci portò a dare importanza al rapporto con la DC. Se il Governo non poteva muoversi in quanto suo partner fondamentale era il partito comunista che nella posizione della fermezza in quel momento aveva il suo collante, l’unico modo per dare vita ad una situazione di movimento era quello di portare la DC su una posizione più articolata, cosa che noi tentammo di fare in tutti i modi, anche attraverso lo storico incontro che si tenne a Piazza del Gesù e da cui scaturì un comunicato generico, non cattivo ma che venne immediatamente smentito dalle dichiarazioni dell’onorevole Galloni, allora vicesegretario.

Questo può farvi capire perché io utilizzavo – scusate la personalizzazione, ma era così – i buoni rapporti personali con Fanfani e anche con Donat-Cattin, per esempio, il quale aveva una posizione lealissima rispetto al partito ma che, per sua antica amicizia con Moro e con la sua famiglia, era persona con la quale si poteva parlare; lo stesso dicasi zper altri autorevolissimi esponenti della Democrazia cristiana appartenenti al gruppo doroteo ed io sapevo che questi, mantenendo una posizione di grande lealtà rispetto al partito – lo ribadisco perché altrimenti se ne avrebbe una visione distorta –, ove la situazione avesse preso i crismi e le caratteristiche della legalità, della legittimità, della possibilità, avrebbero probabilmente prestato un orecchio più attento alle nostre argomentazioni.

TASSONE. La classe dirigente democristiana, secondo lei, avvertiva un forte condizionamento da parte della segreteria nazionale del PCI?

SIGNORILE. Sì, indiretto, in un senso duplice. Senza alcun dubbio. Da un lato c’era la posizione politica della componente che in quel momento aveva la responsabilità della direzione della DC, cioè la sinistra democristiana. Io non considero in maniera sprezzante le preoccupazioni di perdere il contatto con il partito comunista; considerate, infatti, che era stata compiuta un’operazione politica rilevante – scusate se prima mi sono espresso con una certa enfasi – ed un’operazione del Governo basata sulle convergenze era importante in quel momento perché portava il maggior partito comunista dell’Occidente ad assumere una particolare posizione all’interno dell’alleanza atlantica. Posso sostenere questo perché credo di essere stato l’unico uomo politico della sinistra in quel periodo, in qualità di vice segretario del partito, a compiere un viaggio negli Stati Uniti con il cui mondo democratico avevo dei buoni rapporti. Negli Stati Uniti cercai di spiegare cosa stava succedendo in Italia e ricordo bene la posizione critica assunta anche da persone come Ted Kennedy tradizionalmente aperte a determinate posizioni. Ted Kennedy non solo non capiva, ma si espresse criticamente rispetto a ciò che stava accadendo in Italia, pertanto era necessario fornire delle spiegazioni. Per questo io capisco ma non condivido ovviamente, e mi sono battuto per contrastarla, la posizione di questa parte della Democrazia cristiana.

PRESIDENTE. Quindi, a livello dei circoli più radicali repubblicani l’opposizione era stata massima.

SIGNORILE. In modo assoluto. Era anche abbastanza interessante la sua evoluzione, e non era la prima volta che mi recavo negli Stati Uniti. Il tipo di rapporto che avevo stabilito con il mondo politico americano, in particolare con lo staff carteriano, mi consentì di capire molti aspetti. Ad esempio, ebbi un incontro molto interessante con D’Amato, il senatore repubblicano di New York, uomo dell’estrema destra che fece un ragionamento agghiacciante affermando che gli Stati Uniti non avrebbero mai consentito una politica come quella che si stava delineando in Italia. Ma questi sono aspetti che fanno anche parte dello spettacolo della politica perché solo dopo scattano gli interessi veri, quelli autentici. Ho voluto sottolineare tutto questo per dare il senso della situazione che mi sembra molte volte manchi. Infatti, chi testimonia poi sono persone che, pur brillanti ed importanti, non hanno vissuto la politica di quegli anni e non si sono rese conto interamente di ciò che stava accadendo e di ciò che poteva accadere.

Pertanto, da una parte c’era la preoccupazione politica di non perdere il contatto con il gruppo dirigente comunista che aveva operato uno strappo – non dimentichiamolo –, aveva segnato una rottura molto meno visibile di quanto poi in realtà non sia stata, ma una rottura o l’impostazione di una rottura rispetto alla tradizione del mondo comunista. Dall’altro lato, si posizionava la parte democristiana di governo che riteneva il problema del Governo principale rispetto a qualsiasi altra cosa e, quindi, qualsiasi evento potesse comportare turbamenti o rotture negli equilibri veniva guardato con preoccupazione e diffidenza.

PRESIDENTE. Il Ministro dell’interno dell’epoca ha affermato a questa Commissione che si dimise dalla sua carica proprio per favorire la permanenza del Governo ed evitare una crisi politica.

SIGNORILE. Io mi trovavo nella stanza di Cossiga la mattina in cui è stato trovato il cadavere di Moro. Credo di essere stata la prima persona alla quale il ministro Cossiga disse di volersi dimettere. Mi trovavo lì per motivi, per circostanze assolutamente improprie, nel senso che andavo a perorare da Cossiga… gli dicevo che ci sarebbe stata la direzione della Democrazia Cristiana, facevo il mio ragionamento tipico; proprio quella mattina alla radio fu data la notizia che era stato trovato il corpo di una nota personalità (secondo queste formule burocratiche). Cossiga mi disse subito che doveva dimettersi e gli risposi che faceva bene, che non avrebbe potuto fare altrimenti. E fece bene a comportarsi così, al di là delle considerazioni di altra natura.

Concludendo questo ragionamento, vorrei dire che la posizione della Democrazia cristiana era questa ed era comprensibile, cioè non c’era da parte mia un atteggiamento inconsapevole dei problemi. C’era la convinzione che questi problemi non sarebbero esplosi; questa era una mia convinzione forte, da persona che fa politica. In sostanza, pensavo, sono troppo forti le ragioni del Governo, le ragioni politiche della svolta per essere messe in discussione da una questione che ha altra natura ed altre caratteristiche. Questo era l’argomento che usai molto con gli amici democristiani del tempo, che erano parecchi, ed anche con il Partito Comunista, che però trovai impossibilitato, culturalmente e mentalmente, a fare qualsiasi altra cosa in quel momento.

Per quanto riguarda la domanda su Craxi, devo dire che, essendo persona che ha continuato a seguire la questione Moro e che raccoglie documenti, è molto probabile che egli abbia molti elementi interessanti che sono sopravvenuti.

PRESIDENTE. Per questo volevamo sentirlo, ma purtroppo non è stato possibile. E’ una decisione che è stata criticata ma che ritenevo utile.

SIGNORILE. Non so se può esistere una sorta di rogatoria anche per la vostra Commissione o una teleconferenza.

PRESIDENTE. Si potrebbe pensare all’autorizzazione ad un colloquio investigativo.

SIGNORILE. Si tenga presente che in quel periodo egli aveva tutta una serie di rapporti e faceva cose che non sapevo. Quindi, è probabile che egli possa fornire elementi aggiuntivi e diversi da quelli che vi ho dato.

TASSONE. Raccolti proprio in quel periodo?

SIGNORILE. Può anche darsi. Infatti, in quel periodo non esercitavo prevalentemente questo tipo di attività, nel senso che avevo sostanzialmente la responsabilità globale del rapporto del Partito Socialista con il Governo.

TASSONE. Non era della stessa corrente di Craxi?

SIGNORILE. No, assolutamente, ma questo non vuol dire niente. In quel momento eravamo alleati; ero vicesegretario unico, con tutto quello che ciò significava. Inoltre, nella ripartizione degli incarichi, la mia funzione era quella di seguire la globalità dell’azione di Governo, quindi ero molto impegnato sugli aspetti del programma. Pertanto, mi impegnai nella vicenda Moro su questo aspetto specifico di cui vi sto parlando, seguendola naturalmente anche sul piano politico generale per quelle che furono le attività di segreteria e di commissione. In questo senso, è molto probabile che egli sappia cose che io non so.

MANTICA. Mi è difficile fare delle domande, anche se me ne sono appuntate diverse, perché mi sembra che l’audizione dell’onorevole Signorile questa sera si sia spostata da un piano meramente tecnico alla descrizione di uno scenario che - devo dirlo onestamente - molte volte forse abbiamo sottovalutato o dimenticato nelle nostre audizioni. Se ho capito bene, con molta attenzione, con molti riguardi, l’onorevole Signorile ci sta dicendo che nei primi 30 giorni del rapimento Moro, con un Governo monocolore della Democrazia Cristiana, sostanzialmente le altre forze politiche attendono iniziative governative, perché se qualcuno si deve muovere è proprio il partito di Governo, cioè la Democrazia Cristiana. Fin a questo punto le cose corrispondono. Ci sono due o tre questioni, però, che si sviluppano in questi primi 30 giorni e che hanno sollevato molte critiche, molte obiezioni, molte attenzioni sempre sul problema dell’efficacia e dell’affidabilità dei nostri Servizi e della nostra capacità investigativa. Per esempio, si dice subito da parte del Governo "noi non trattiamo".

SIGNORILE. Non si poteva dire nient’altro.

MANTICA. Molti dicono, invece, che in un rapimento una simile dichiarazione è suicida; è legittima la decisione di non trattare, però, dovendo operare, è preferibile dichiarare di voler trattare. Del resto, si dice così anche per guadagnare tempo. Dimentichiamo un attimo Moro, perché altrimenti tutto è più difficile. In qualunque rapimento, si dice che la tecnica migliore è quella di aprire comunque una trattativa, al di là della volontà di chiuderla o meno, per cercare di ottenere il maggior tempo possibile, perché dall’altra parte le strutture investigative stanno cercando il luogo, la sede, i responsabili e così via. Tutto ciò non accadde nel caso Moro. La nostra Commissione non ha il compito di individuare i colpevoli; non sta a noi decidere chi ha ammazzato Moro fisicamente, questo è un compito che spetta alla magistratura. Il nostro compito è quello di capire perché non si è arrivati alla ricerca di una verità.

Questo fatto si unisce a ciò che ha dichiarato il senatore Bertoni - e che lei ha sottolineato con un sorriso -, cioè che gli apparati erano per le strade, ma non era questo che serviva nel caso Moro. Questa valutazione non è mia, ma di un consulente americano, che tra l’altro in un primo momento pensavamo fosse una "sciacquetta", invece poi abbiamo scoperto che era un grande personaggio responsabile dell’area…

PRESIDENTE. Purtroppo non è voluto venire.

MANTICA. Gli americani non ci hanno mandato uno qualunque, ma il capo degli uffici operativi del Mediterraneo e dell’area del Medioriente, il quale resta subito stupito di come sia partito male il discorso. Allora, quando voi - forze politiche, ma anche uomini attenti - vi siete resi conto di questo, vi siete preoccupati, avete avuto dei dubbi sull’efficacia e sull’affidabilità del sistema complessivo che era stato messo in piedi?

Non voglio dare responsabilità al Ministro dell’interno di allora, ma riflettere sull’attività del Ministero dell’interno e sulla capacità di questa struttura di Governo di compiere la sua azione, che era quella di cercare Moro, perché al di là di tutto l’obiettivo era salvare Moro non politicamente, ma con le strutture. Allora, vi siete accorti di tutto questo, vi siete preoccupati, avete fatto pressioni sul Governo, oppure avete aspettato i famosi 30 giorni (dicendo che il Governo non si muoveva più e che la DC era paralizzata)? Questa è la prima domanda. Si tratta di un passaggio estremamente delicato, perché poi potremmo aggiungere una serie di episodi che hanno sconvolto la Commissione, come il fatto che qualcuno, a livello governativo, risponde che via Gradoli non è sull’elenco delle strade di Roma. Questa è ancora la risposta ufficiale che viene data alla famiglia Moro. Oppure, abbiamo ancora un ex Presidente del Consiglio e futuro Presidente della Commissione Europea, il quale sostiene che un tavolino si è messo a ballare ed ha indicato il nome di Gradoli.

PRESIDENTE. Un piattino, non un tavolino.

SIGNORILE. E’ il segno dei tempi!

MANTICA. Ma anche dopo 22 anni egli insiste nel dire che si tratta di un piattino, non ha ancora cambiato idea.

PRESIDENTE. Non è ancora venuto, però, in Commissione.

MANTICA. Onorevole Signorile, lei è l’unico, almeno da ciò che ci risulta, che in qualche modo, attraverso Piperno e Pace, non dico che "parla" con le Brigate rosse, ma fa arrivare loro dei messaggi. Evidentemente, lei dice delle cose ed ottiene delle risposte. Allora, forse può avere più di ogni altro la possibilità di capire come mai Moro sa tutto, o almeno gran parte di ciò che avviene all’interno della DC.

BERTONI. Riceveva le visite di un prete.

MANTICA. Ma allora questo prete era molto informato delle faccende democristiane, perché la domanda non era se sapeva se aveva vinto la Juve o il Milan.

PRESIDENTE. Su questo fatto che abbia ricevuto le visite del sacerdote non c’è certezza. Il sacerdote non ha voluto accogliere il nostro invito a venire in Commissione.

MANTICA. Dal momento che l’onorevole Signorile, almeno tra coloro che abbiamo audito, è l’unico che ha un qualche rapporto indiretto di comunicazione, vorrei domandargli se si è fatto un’idea di come mai Moro era così informato delle vicende interne del suo partito. Potrei anche pensare – non glielo domando, perché l’onorevole è persona troppo intelligente – se non era lui che, attraverso Piperno, gli diceva quello che avveniva all’interno della DC. Al limite, poteva anche essere possibile. Le rivolgo la terza domanda. Non so se Franceschini abbia detto il vero o abbia romanzato, se abbia costruito un’immagine delle Brigate rosse ovviamente confacente a sé, avendo anche lui qualche problema – credo – con gli altri capi storici. Tuttavia, in sostanza ha confermato, o quanto meno ha contribuito a confermare, l’ipotesi che la colonna romana delle Brigate rosse in qualche modo rispondeva ad un comando strategico che non era Roma; si è parlato di Firenze, di Parigi e via dicendo. Le rivolgo la seguente domanda: vorrei sapere se, nei suoi contatti, ha avuto la sensazione che i livelli gerarchici delle Brigate rosse erano molto complessi o si risolvevano in sede locale romana. Secondo lei, cioè, il processo interattivo di decisioni era semplice o ha avvertito che, invece, alle spalle vi erano altri centri decisionali? Può essere vera l’ipotesi che ci fosse un comando strategico a Firenze o addirittura a Parigi?

Presidente, posso fare all’onorevole Signorile una domanda su Ustica?

PRESIDENTE. Sì, la può fare.

MANTICA. Le rivolgo una domanda su Ustica, essendo stato lei Ministro dei trasporti per molto tempo. Al di là del problema del missile o meno, ci siamo resi conto che, con le nomine dell’onorevole Forlani a Presidente del Consiglio dei ministri nell’ottobre del 1980 e dell’onorevole Formica al Ministero dei trasporti, la vicenda di Ustica conosce un altro livello, al di là di quello militare, che abbiamo definito come livello di intreccio politico con una realtà che è quella dell’ITAVIA. In pratica, abbiamo ricostruito l’ipotesi che la copertura, o quanto meno l’utilizzo del missile in questa vicenda, servisse poi ad un percorso che ha portato l’ITAVIA ad avere la soppressione delle concessioni, ad avere una sua storia, per cui essa fino ad oggi è ancora una società commissariata in amministrazione controllata, cioè in liquidazione, che attende il risultato del processo per poter accertare l’importo del danno (qualcuno parla di 3.000 miliardi di danni, alcuni di 2.000, ma in ogni caso si tratta di cifre importanti).

Quando lei è stato Ministro dei trasporti, ha mai sfiorato questa vicenda ITAVIA? Secondo lei, quale ruolo potrebbe aver avuto il Ministero dei trasporti nell’avallare una tesi che, per altro, contraddiceva le stesse dichiarazioni di alcuni personaggi politici che allora, in prima istanza, si erano espressi per il cedimento strutturale? La domanda non verte sul cedimento strutturale o meno o sul missile, ma le chiedo se le risulta che questa vicenda ITAVIA abbia avuto ascolto nel Ministero dei trasporti, in tutti questi rapporti tra Davanzali e Governo.

SIGNORILE. Rispondo alla prima domanda.

Non siamo stati fermi 30 giorni, perché nei rapporti di Governo – ne sono testimone diretto – il ragionamento, secondo il quale si diceva che l’intelligence serviva o ci si domandava cosa stesse facendo, era una costante con la prudenza necessaria, dovuta al fatto che sapevamo quali posizioni si stavano assumendo. Noi ci siamo gradualmente convinti della difficile percorribilità della strada tecnica per vari motivi, forse oggettivi; per la debolezza del sistema dei servizi; per quello che precedentemente era successo e che aveva creato una situazione di sconquasso, quando ci siamo orientati – ne abbiamo tra noi parlato – sul fatto che l’iniziativa doveva essere presa da qualcuno attivamente o che dovevamo noi fare quello che avrebbero dovuto compiere settori del Governo. Erano cose anche un po’ infantili, perché nascevano dall’improvvisazione. Ci trovavamo in una situazione allucinante; pertanto, l’unica cosa in movimento era che la mattina si leggevano le dichiarazioni di impavidi padri della patria, i quali spiegavano che non si poteva fare assolutamente niente.

Ripeto fino alla noia che non si trattava di una stupida idea di scambio, ma di un ragionamento che aveva un suo fondamento politico. Mi dispiace disilluderla in qualche maniera, ma bisogna fare attenzione: non mi dovete attribuire, con il senno di poi, un ruolo più importante di quanto poi non avessi realmente. Mi sono reso conto come tutti, purtroppo con il senno di poi, che quella era una strada reale di contatto; tuttavia, ad un certo punto – credo che l’abbia detto Craxi o l’abbia mandato a dire – dicemmo che, se avevano dei contatti, ci dovevano far avere un segnale, ossia un biglietto scritto da Moro: "misura per misura". E’ questo un fatto noto. Tuttavia, il biglietto non è mai arrivato. Quindi, da un lato, c’era la convinzione che comunque, conoscendo io i miei polli, attraverso Piperno – elimino Pace, perché era in un certo senso il convitato di pietra – arrivassero dei segnali, dei messaggi attraverso tortuose strade. Bene o male, il mondo dell’estrema sinistra, in particolare quello universitario, aveva - a mio avviso - la capacità di penetrazione. Quindi, le domande dovevano essere semplici. Ad un certo punto ci arroccammo sul discorso del partito dello Stato, la DC, perché il segnale stava assumendo queste caratteristiche e i fatti hanno dimostrato che era vero. Non si trattava, però, del rapporto, del messaggio, della possibilità di stabilire un contatto; se fosse stato questo, le assicuro – lo si può dire vent’anni dopo – che anche il mio atteggiamento sarebbe stato molto diverso e che avrei spaccato il mondo per riuscire a portare qualcosa a compimento. Non avevamo la certezza del ritorno. Ripeto e sottolineo che questa è stata una delle cose che mi hanno più angosciato. Avrei insistito molto su Fanfani, affinchè facesse lui quel giorno le dichiarazioni, se avessi avuto contezza di quello che realmente stava succedendo e che abbiamo poi saputo anni dopo. Dico questo perché deve capire che la risposta che sono in condizione di dare alla domanda che mi ha rivolto, in merito al fatto se avevo o meno il senso della complessità strategica, è negativa. Non avevo questo senso, ma quello di un complesso e tortuoso sistema di comunicazioni, dovuto al fatto che questi vivevano nella clandestinità. Non avevo personalmente una grande considerazione politica e culturale delle Brigate rosse; non avevo nessuna considerazione ed oltretutto, essendo per mia natura abituato a leggere, devo dire che conoscevo i loro testi sin dall’inizio.

BERTONI. Tanta gente si è sbagliata.

SIGNORILE. Non mi emozionava, nè ritenevo - come i fatti hanno poi dimostrato - che loro avessero una qualche dimensione strategica, una loro capacità organizzativa. Erano una scheggia – non so se impazzita – di un settore della sinistra culturalmente morente, la quale poteva fare danni proprio perché rappresentava il momento terminale di una determinata impostazione data dalla sinistra al problema del potere in un paese industriale, in particolare in Italia. Molti di quelli – per esempio – nascono da un tipo di pubblicazioni - alcuni di voi ricorderanno i Quaderni rossi – che avevano già una tensione culturale maggiore e che hanno rappresentato un dato dal quale poi, via via, si sono spente le stelle o stelline che di volta in volta hanno segnato la vicenda dell’estrema sinistra italiana. Quindi non era un problema che mi ponevo: non li ritenevo - per essere ancora più chiaro - in alcun modo pericolosi dal punto di vista politico, anche se certamente lo erano da un punto di vista personale, nel senso che potevano uccidere. Come sapete, infatti, i dirigenti politici in quel periodo dovevano girare con la pistola per obbligo dei Servizi segreti.

TASSONE. Vi addestravano anche, non è vero?

SIGNORILE. Come il presidente Pellegrino sa, io sono un cacciatore e quindi non avevo bisogno di essere addestrato, però il clima era questo; dovevamo vivere, ad esempio, in case con due ingressi - queste cose si dimenticano ma sono accadute - e dovevamo uscire dall'uno o dall'altro in maniera non programmata. Alcuni di noi non sono stati rapiti proprio perché avevano, per loro fortuna, una vita non regolare. Era questo il clima, ciò segnava senza dubbio un dato di pesantezza e di difficoltà, erano gli "anni di piombo", ma io appartenevo a coloro che ritenevano che comunque non fosse in discussione la democrazia. Il motivo per cui ritenevamo che le leggi speciali dell'emergenza fossero qualcosa di più rispetto a quanto dovesse essere fatto era la convinzione che il sistema, la vita politica, con tutti i suoi difetti, le debolezze e le difficoltà fosse comunque in grado - come poi ha dimostrato oggettivamente - di reggere il colpo e di superare la fase difficile.

Ribadisco, non si ricorda che la vicenda Moro avviene in un momento in cui in Italia vi erano l'inflazione con un tasso a due cifre, il terrorismo rosso, grandi scontri sociali e una situazione economica difficile; se non la si colloca in questo quadro la vicenda Moro non si capisce nel suo significato complessivo; la mia non è una ricostruzione storica ma un richiamo ai fatti di una cronaca che è stata vissuta.

Per rispondere con molta chiarezza, la sensazione che avevamo era quella di una struttura di tipo gerarchico; si avvertiva dunque il sentore di qualcosa che poteva essere, ecco perché personalmente ero convinto che bisognava compiere ogni sforzo per superare la prima fase: superata tale fase, stabilito in qualche modo uno strumento per "interrompere i termini", come si usa dire, dall'altro versante c'era già chi poteva essere l'interlocutore. Non so se è chiaro quanto sto cercando di dire: l'impressione era che ci fosse, quali fossero poi le sue caratteristiche, il suo ruolo, il suo spessore a Firenze o a Parigi, erano problemi che non ci ponevamo neanche e di cui non percepivamo neppure il senso. Sapevamo solo che si trattava di una struttura a carattere nazionale perché erano state compiute operazioni a Genova, a Milano, a Bergamo e a Roma, e pertanto tutti quanti sapevamo che si trattava di una realtà con caratteristiche nazionali. Mi auguro di aver risposto alle domande del senatore Mantica.

Per quanto riguarda le informazioni a disposizione di Moro, quello che ho capito e che so è che veniva informato dai brigatisti stessi e che aveva accesso alle informazioni della stampa e della radio. A ben vedere Moro, comunque, non sapeva cose tanto difficili da scoprire: era a lui noto che Craxi stava compiendo un'iniziativa, ma questa notizia era riportata da tutti i giornali che insultavano Craxi, i socialisti e me ogni giorno. Moro inoltre dimostra di non sapere esattamente cosa succede nella Democrazia Cristiana: attribuisce, ad esempio, a Riccardo Misasi posizioni che questi in quel periodo non sosteneva più, ma che aveva manifestato precedentemente, tant'è vero che Misasi è stato poi costretto a compiere un profondo esame di coscienza ed è diventato per noi, proprio su indicazioni di Moro, un potenziale interlocutore all'interno della DC, però certamente non lo era in quel periodo e in quella fase. Moro, quindi, non era esattamente informato: mescola cose che sa (che derivano dalla sua esperienza), alla sua intuizione e intelligenza ed alle cose che recepisce e vede.

PRESIDENTE. Onorevole Signorile, qualcuno, credo lo stesso Andreotti, ha riferito a questa Commissione che, in un incontro riservato, in effetti Misasi assunse una posizione forte a favore della trattativa.

SIGNORILE. Sì, ma dopo: inizialmente no. Mettetevi nei panni del gruppo dirigente democristiano in quel periodo: avevano compiuto un'operazione politica che era talmente debole, labile e combattuta che ogni cosa poteva metterla in crisi. Questo non è cinismo, perché certamente non volevano la morte di Moro, ma avevano la preoccupazione di muoversi con prudenza e da questo punto di vista conseguono lo stallo, l'inesperienza e le difficoltà.

Spero che le mie parole non vengano fraintese: sto cercando non di dare una giustificazione, ma di spiegare che alcune posizioni non devono essere considerate sprezzanti o facilone in quanto rispondono anche a determinate esigenze e condizioni. Analogamente, la stessa posizione di Misasi non costituisce un tradimento; Misasi cambia la sua posizione, ma solo in un secondo momento: inizialmente lui, che era uno degli uomini forti della Sinistra della Democrazia Cristiana, tiene la linea che in quella fase impropriamente è detta "della fermezza" e che diventa veramente "della fermezza" successivamente, quando si sviluppa il problema dell'iniziativa, cui si risponde, appunto, con la fermezza.

Per quanto riguarda il tema dell'ITAVIA, mi ricordo un episodio avvenuto poco dopo il mio arrivo al Ministero dei trasporti che mi consente innanzi tutto di confermare che effettivamente la questione dell'ITAVIA venne portata con eccessiva facilità sul versante del cedimento tecnico: ero buon amico del generale Rana, che fu presidente del RAI, e quando divenni Ministro dei trasporti lui mi ricordò che aveva presentato un tracciato da cui risultava, a suo giudizio, la presenza di un missile, o comunque di una componente esterna nell'incidente del DC9 dell'ITAVIA. Il generale insistette molto affinché la sua posizione venisse considerata e pertanto, proprio sulla base di ciò, detti incarico ai miei collaboratori di recuperare tali elementi e ricevetti anche il presidente dell'associazione dei parenti delle vittime dell'incidente di Ustica, un bolognese di cui non ricordo il nome.

Non mi sento di dire nulla di più di quanto sto affermando ora, ma ho l'impressione che la questione, che assunse poi la dimensione politica e giudiziaria che tutti conoscete, venne in un certo senso frenata dalla burocrazia del Ministero. Non era, però, una questione della quale in quel momento, sinceramente, mi potessi rendere pienamente conto perché - voi potete capire - si trattava di un segnale che proveniva a me da un amico; diedi comunque indicazioni di andare oltre e so che la cosa ha avuto i suoi frutti ed è diventata parte importante dell'inchiesta. Se dovessi fornire una risposta, che - non me ne vogliate - è il risultato essenzialmente di sensazioni e di ricostruzioni ex post, è che non vi era un grande entusiasmo nel ricercare la componente esterna dell'incidente.

BERTONI. C'era proprio il contrario!

SIGNORILE. Ormai il cedimento era avvenuto. In questo atteggiamento incide tutta una serie di elementi, ma consentitemi di non approfondirli adesso: la posizione di tensione esistente allora nell'ambito dei vettori ed il fatto che l'ITAVIA, a torto o a ragione, cercava di occupare uno spazio che in quel momento sembrava impossibile ottenere; era una fase in cui dovevamo compiere battaglie disperate per aprire un po' il mercato italiano e non potete neanche immaginare le figure ignobili che facevamo a livello di Comunità europea perché l'Italia era il paese più protezionista dal punto di vista della politica dei vettori, infatti non aprivamo ai voli interregionali e per riuscire ad inserire nel paese altre compagnie sembrava necessario un intervento divino. Era pertanto una condizione difficile, fortemente e pesantemente incidente sulla struttura del Ministero e sulla burocrazia. Se devo dunque fornire una risposta lo faccio in questi termini: vi era una componente fattuale ed il generale Rana sosteneva la sua tesi sulla base di una considerazione opinabile, perché non era un tracciato così netto.

PRESIDENTE. Si trattava di un tracciato radaristico, non è vero?

SIGNORILE. Sì, era presidente del RAI. Sin dall'inizio ha sempre sostenuto la tesi - ed infatti ha avuto ragione - che nell'incidente vi fosse il contributo di un missile o comunque di un fatto esterno e non si trattasse di un cedimento tecnico. Poi nel periodo in cui ero Ministro ci fu il salto di qualità, tutte le carte vennero date al magistrato affinché conducesse le indagini e la vicenda assunse i connotati che conoscete.

BERTONI. Onorevole Signorile, vedeva Cossiga con una certa frequenza?

SIGNORILE. Abbastanza spesso.

BERTONI. Visto che lei ha detto qualcosa di importante sulla struttura del Ministero…

SIGNORILE. Lo dicevo anche a lui.

BERTONI. Gli ha chiesto quindi perché non mandasse via tutte quelle persone?

SIGNORILE. No, non potevo metterla in questi termini. Chiedevo a lui che cosa facessero quelle persone.

BERTONI. Cossiga soffrì in modo bestiale il sequestro.

SIGNORILE. Sì. Comunque, glielo ho detto molte volte.

BERTONI. Cosa rispondeva Cossiga?

SIGNORILE. Non me lo ricordo.

BERTONI. Non può essere che non se lo ricordi.

SIGNORILE. Si trattava solo di risposte di occasione.

BERTONI. Ma quando uno gli diceva che c’erano due commissioni, composte da certi uomini…

SIGNORILE. Ma lei crede veramente che in un arco di tempo così breve, in quella situazione, con un Ministero dell’interno in quelle condizioni, il Ministro, non voglio difendere Cossiga, avesse poteri di decisione cosi rilevanti?

BERTONI. Ma fu lui a creare quelle strutture ed ebbe il tempo per intervenire.

SIGNORILE. Sì, 55 giorni.

BERTONI Era più facile farle che disfarle. Ma lei insisteva con Cossiga?

SIGNORILE. Certamente. Mi veniva risposto che si faceva il possibile.

BERTONI. E per le commissioni cosa le rispondeva?

SIGNORILE. Non è che mi dovesse dare delle risposte, egli era Ministro dell’interno, io esponente di un partito. Si trattava di aspetti di cui egli portava la responsabilità, ed erano iniziative che dimostravano che ci si stava dando ad fare. Personalmente le contestavo, perché consideravo molto più opportuna, rispondo così indirettamente a domande poste precedentemente, una politica mirata degli infiltrati, una scelta, perché già allora se ne parlava, sui pentiti, ma non si fece nulla in proposito. L’operazione infiltrati la conducemmo noi con Curcio, che era tagliato fuori da tutto. Certo, erano altri quelli sui quali occorreva andare.

BERTONI. Secondo me il fatto del Ministero dell’Interno era importante. Il Presidente ne ha fatto il nome, io ho grande rispetto per la sua memoria e sono stato con lui alcuni anni. Secondo lei, Dalla Chiesa arrestò un brigatista di grande livello, non ne faccio il nome, per poi rilasciarlo?

SIGNORILE. Non le so dare una risposta. Gliene potrei dare una sbagliata, perché è per sentito dire.

BERTONI. Anch’io l’ho sentito dire, volevo solo sapere se lei avesse qualche notizia in più.

SIGNORILE. No, è un sentito dire.

FRAGALA’. Onorevole Signorile, credo che fino adesso non sia stato affrontato un aspetto risultato alla nostra Commissione in più di un’audizione. E’ vero che Dalla Chiesa, su disposizione di Craxi, ha svolto durante i 55 giorni del sequestro Moro un’indagine parallela e segreta che ha portato i suoi frutti dopo l’uccisione di Moro, quando riuscì a venire a capo in poco tempo sia del covo di via Monte Nevoso sia della struttura centrale dei brigatisti che lo avevano sequestrato? Non mi sembra che questa domanda le sia stata posta.

PRESIDENTE. Almeno per la prima parte no.

SIGNORILE. Che Dalla Chiesa avesse rapporti con Craxi è vero, ma che questi fosse in grado di dare al primo degli ordini è assolutamente improprio. Ve lo dico perché attribuite a Craxi un’immagine, un potere ed una identità che è successiva a quegli anni. In quel periodo Craxi era stato eletto segretario del Partito Socialista da soli due anni, un partito che si trovava in una fase delicata e difficile di conquista di uno spazio di potere. Il rapporto con Dalla Chiesa esisteva, ma dovuto alle consuetudini milanesi, e solo successivamente divenne molto più forte. Che poi il generale in questa vicenda particolare abbia potuto svolgere indagini proprie, io non lo so. Dovreste chiederlo ad altre persone.

BERTONI. Dalla Chiesa si interessava di un aspetto particolare, della sicurezza penitenziaria.

SIGNORILE. Ricordo che ci trovavamo nel 1978 e non nel 1982.

FRAGALA’. C’è un elemento preciso su cui sono state raccolte delle testimonianze. Per gli incontri riservati tra Craxi e Guiso, nei quali si parlava delle iniziative di quest’ultimo su indicazione del primo (il viaggio a Torino, il colloquio con Curcio, cui avrebbe dovuto seguire un messaggio per la liberazione di Moro), Dalla Chiesa veniva chiamato per ascoltare dalla stanza accanto cosa venisse detto. Ripeto, è fatto accertato.

SIGNORILE. Non ne sono a conoscenza, né mi sembra aspetto particolarmente importante. Credo che Craxi volesse, saggiamente, che Dalla Chiesa venisse a conoscenza delle informazioni senza veder coinvolto né lui né Guiso in un rapporto diretto. Credo si sia trattato di un atto di prudenza, ma non so dirle di più. Bisogna poi tener presente che Guiso non era portatore di informazioni sconvolgenti.

FRAGALA’. Era un tramite con Curcio!

SIGNORILE. Ma Curcio cosa sapeva? Ma vi rendete conto? Guiso era un avvocato di buon livello. Ci comunicò determinate informazioni, ma teneva rapporti con la "generazione dimenticata".

BERTONI. Curcio non sapeva nulla.

FRAGALA’. Ma questo si può dire col senno di poi.

SIGNORILE. No, sapevamo anche allora che Curcio non era in condizioni di stabilire alcun rapporto. Egli stesso ci disse che non avrebbe potuto darci più che dei segnali, una chiave di lettura dell’universo brigatista o delle dichiarazioni pubbliche. Fu leale e onesto.

PRESIDENTE. Abbiamo capito questo da Guiso, che in realtà sia lui che Curcio venivano utilizzati come chiavi di lettura dell’universo brigatista.

SIGNORILE. Dico questo per evitare che si diano a questi aspetti significati particolari. Il fatto che Dalla Chiesa ascoltasse i colloqui di Craxi con Guiso non mi sembra importante. Anzi, mi viene da ridere, perché quelle informazioni le conoscevo anch’io. È probabile comunque che ciò sia avvenuto.

FRAGALA’. Però, onorevole Signorile, dopo l’assoluta inefficienza dimostrata dagli apparati investigativi durante i 55 giorni, Dalla Chiesa con la bacchetta magica…

SIGNORILE. Ma lei non può pensare invece che Dalla Chiesa, che sapeva fare il suo mestiere, si fosse costruito un sistema di informatori? Ha avuto messaggi e soffiate, ma da altri settori e solo quando è stato ritenuto che il muro del silenzio dovesse essere violato. È più pensabile questo che non il rapporto…

FRAGALA’. La seconda questione è la seguente. Noi abbiamo ascoltato in audizione il professor Stefano Silvestri, che ora è molto intervistato sulla guerra del Kosovo.

SIGNORILE. Ogni volta che c’è una guerra viene giustamente intervistato.

FRAGALA’. Il professor Silvestri ci ha detto che in effetti Cossiga non formò nessun Comitato di crisi ma chiese separatamente e singolarmente ad alcuni amici e ad alcune persone a lui vicine alcuni pareri sulla conduzione della vicenda del sequestro. Soprattutto Silvestri ci ha detto che il famoso esperto americano in sequestri mandato dagli Stati Uniti per contribuire alla liberazione di Moro andò via dopo 15 giorni perché si rese conto che in Italia non soltanto vi era un immobilismo assoluto dal punta di vista della ricerca del prigioniero, ma soprattutto vi era una volontà politica di non trovare il prigioniero per difendere il cosiddetto quadro politico. La stessa cosa ci ha confermato Cossiga, che con assoluta lealtà ci ha detto che loro avevano il problema del quadro politico; la trattativa o l’iniziativa, come l’ha chiamata lei durante questa audizione, avrebbe fatto crollare un quadro politico che era stato costruito con grande difficoltà.

Ora io le chiedo: è possibile che in effetti il cosiddetto partito della fermezza avesse due motivazioni politiche concorrenti: quella della Democrazia cristiana e della sinistra DC, di difendere il quadro politico del compromesso storico, e quella del Partito comunista, di evitare che l’eventuale trattativa facesse tracimare la base del PCI verso le Brigate Rosse, considerando che a quell’epoca il mare di contiguità e di simpatie nella base della Sinistra e dell’estrema Sinistra a favore delle Brigate rosse era abbastanza vasto? E’ possibile che vi erano queste motivazioni politiche, a prescindere dall’inefficienza e dall’inadeguatezza degli apparati investigativi?

SIGNORILE. Mi scusi onorevole, detta così è troppo cruda, nel senso che farebbe pesare su uomini politici in maniera molto sgradevole, immagino, una specie di giudizio morale che francamente mi sembrerebbe… Io la metterei in quest’altro modo. Diciamo che la vicenda del Governo e della sua formazione, nel modo anche rapido, improvvisato, legato molto alla situazione di emergenza segnata dal rapimento di Moro e dall’assassinio della scorta, ha imprigionato le due maggiori forze politiche in ciò che esse avevano subito dichiarato. Non so se è chiaro ciò che sto cercando di dire. Cioè il rapimento Moro è diventato il collante del Governo che segnò l’improvvisa votazione immediata, nella stessa mattinata. Mi ricordo che il giorno prima del rapimento di Moro vi erano state ore terribili ; sembrava fosse saltato tutto e che poi tutto stesse rientrando. Il collante rappresentato dal rapimento di Moro è diventato poi la prigione dei partiti che in qualche maniera l’avevano evidenziata e rafforzata.

Il secondo passaggio è stato che la posizione del dire che noi non potevamo, come primo atto - le parlo delle cose di questa alleanza - fare un qualcosa che sarebbe stato interpretato come un atto di debolezza e di arrendevolezza, come il cedimento o l’indebolimento dello Stato, nel momento in cui apre ai comunisti; perché poi di questo si trattava, era un’apertura ai comunisti, perché significava che in una situazione, in una struttura tetragona… Non si pensi al Governo formale ma a quello sostanziale; cioè il Governo del Paese passava attraverso incontri che venivano tenuti regolarmente dalla maggioranza di Governo attraverso le persone che rappresentava; quindi, i comunisti attraverso Giorgio Napolitano, che allora partecipava con me ed altre persone alla riunione presso lo studio nel quale si definivano, ovviamente ogni 10-15 giorni i termini strategici del Governo di non sfiducia.

Lei allora deve cogliere questo fatto. Tale situazione venne a mio giudizio impropriamente evidenziata. La mia convinzione, che i fatti hanno dimostrato, è che questa è stata poi anche il principale fattore di debolezza e di crisi di quella soluzione politica di quel Governo, che non a caso è andato in crisi un anno dopo; ha fatto le elezioni, le ha perse e poi si è aperta la stagione delle ritrovate alleanze proprio per non aver saputo cogliere il significato più profondo e più serio di quello che stava avvenendo. Che ci fosse allora una cinica visione nel dire "non ci muoviamo perché così è", questo sinceramente no; che ci fossero queste considerazioni che sto cercando di sintetizzare e che ho sottolineato prima quando cercavo di trasmettervi l’esperienza di quei giorni e di quei fatti non c’è alcun dubbio. Cioè, la componente politica, nel senso nobile del termine non in quello piccino e meschino, nel comportamento del Partito comunista e della Democrazia cristiana nella vicenda Moro non c’è dubbio che c’è stata. Però lo dico in questa chiave, in questo contesto. Qui ha ragione Barca; che dentro il Partito comunista ci fosse un arrovellamento rispetto ad una situazione che essi stessi sentivano per loro obbligata ma molto pesante e difficile non c’è dubbio; che nella Democrazia cristiana ci fosse un tormentato ed anche costante esame critico ed autocritico di ciò che stava succedendo ma anche un’impossibilità a muoversi, anche qui…

Noi, devo dire la verità, anche su questo in qualche modo puntavamo quando…

MANTICA. Eravate liberi?

SIGNORILE. Eravamo liberi. Nella Sinistra nessuno ci poteva contestare; da questo punto di vista eravamo più liberi, però in questo si inseriva anche lo stesso atteggiamento mentale che ci portava poi ad essere critici nei confronti delle leggi speciali, pur ritenendo valida la battaglia al terrorismo, che è quella che ha fatto poi dei socialisti in quel periodo, a torto o a ragione, una componente di movimento della politica. Questo è il dato. E’ un dato che ha pesato poi perché alla fine il risultato è stato che noi abbiamo sviluppato un’iniziativa debole. Con tutto il rispetto che posso avere per me stesso e per gli altri, noi eravamo deboli. Cioè, potevamo arrivare fino ad un certo punto. Nello stesso tempo, questa situazione che si era andata consolidando e che rendeva prigionieri i due maggiori partiti non consentiva nessun atto concreto. L’inefficienza delle strutture di Governo era il risultato di un’inefficienza organizzativa e di una riserva mentale, un mal pensiero, una deviazione che era senza alcun dubbio presente.

A questo aggiungo un’altra considerazione; diciamo la verità, tutta questa vicenda poteva avere, lo ripeto ancora adesso, il suo punto di svolta, il suo snodo, il suo momento di movimento nella Direzione democristiana di quel martedì, la mattina del quale è stato fatto trovare apposta il cadavere di Moro. Poteva essere ucciso prima o dopo; perché è stato ucciso quel giorno quando si sapeva – lo sapevano in pochi ma si sapeva – che stava avvenendo qualcosa di nuovo? Qualcosa si stava muovendo in una situazione che era completamente immobile; e non si muovevano i socialisti, che ormai si erano mossi e quello che pesavano si sapeva e non era tantissimo, si muoveva qualche altra cosa.

PRESIDENTE. Le do atto della lucidità di quest’analisi. In realtà, se ho ben compreso, è la fragilità del quadro politico che determina taluni comportamenti; comunque, la storia si ripete. Mi domando se fra qualche anno non dovremo poi fare una riflessione analoga sul momento difficile che stiamo vivendo.

MANTICA. Spero senza alcun rapimento.

SIGNORILE. Vi è una guerra in corso.

PRESIDENTE. A questo volevo riferirmi. Un’ultimissima domanda: lei conosce il dottor Cappelletti, direttore dell’Enciclopedia Italiana?

SIGNORILE. In un certo senso lo conosco.

PRESIDENTE. Secondo lei, cosa ci faceva nel comitato di crisi di Cossiga?

SIGNORILE. Nulla di particolare, se non in qualità di organizzatore. Lui aveva capacità organizzative e un ottimo rapporto con Cossiga.

PRESIDENTE. Ringraziamo l’onorevole Signorile per la sua disponibilità.

Ricordo ai componenti del Gruppo della Sinistra Democratica-L’Ulivo che fanno parte di questa Commissione di designare il loro Capogruppo e di comunicarmelo, per poter procedere alla immediata convocazione dell’Ufficio di Presidenza.

Dichiaro conclusa la seduta.

La seduta termina alle ore 23,30.

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