FISICA/MENTE

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

39ª SEDUTA

MERCOLEDI 22 LUGLIO 1998

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

Indice degli interventi

Audizione on. Galloni

Audizione on. Rognoni

PRESIDENTE PRESIDENTE
GALLONI ROGNONI
CORSINI (Dem.di Sin.-l'Ulivo) deputato 1 - 2 - 3 FRAGALA' (AN), deputato 1 - 2
DE LUCA Athos (Verdi - l'Ulivo), senatore 1- 2 - 3 GUALTIERI (Dem. di Sin.-l'Ulivo), senatore
FRAGALA' (AN), deputato STANISCIA (Dem.diSin.-l'Ulivo), senatore
GUALTIERI (Dem. di Sin.-l'Ulivo), senatore TARADASH (Forza Italia), deputato 1 - 2
MANCA (Forza Italia), senatore ---------------
MANTICA (AN), senatore ---------------
TARADASH (Forza Italia), deputato 1 - 2 ---------------
TASSONE (Misto CDU), deputato ---------------
UCCHIELLI (Dem. di Sin.-l'Ulivo), senatore ---------------

 

La seduta ha inizio alle ore 19,25.

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.

Invito la senatrice Bonfietti a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

BONFIETTI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 15 luglio 1998.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

 

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE

PRESIDENTE. Comunico che, dopo l'ultima seduta, sono pervenuti alcuni documenti, il cui elenco è in distribuzione, che la Commissione acquisisce formalmente agli atti dell'inchiesta.

Comunico altresì che l'onorevole Umberto Giovine ha provveduto a restituire, debitamente sottoscritto ai sensi dell'articolo 18 del regolamento interno, il resoconto stenografico della sua audizione svoltasi il 15 luglio 1998, dopo avervi apportato correzioni di carattere meramente formale.

 

INCHIESTA SUGLI SVILUPPI DEL CASO MORO: AUDIZIONE DELL’ONOREVOLE GIOVANNI GALLONI

Viene introdotto l'onorevole Giovanni Galloni

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'inchiesta sugli sviluppi del caso Moro, l'audizione dell'onorevole Giovanni Galloni. Ringrazio l'onorevole Galloni per la sua presenza e non indugio nella sua presentazione perché se lo facessi recherei torto a lui e a noi stessi. Ricordo solo che l'onorevole Galloni, oltre che vice presidente, per un'intera consigliatura, del Consiglio superiore della magistratura, è stato ministro della pubblica istruzione dal 28 luglio 1987 al 13 aprile 1988 nella X legislatura e ancora nella X legislatura dal 14 aprile 1988 al 22 luglio 1989. Egli era inoltre uno degli esponenti più autorevoli della Democrazia Cristiana all'epoca dei fatti oggetto dell'inchiesta.

L'audizione è stata determinata da una recente intervista rilasciata al quotidiano "la Repubblica", nella quale l'onorevole Galloni Fra ricordato che ebbe, pochi mesi prima del rapimento, un colloquio con l'onorevole Moro sul terrorismo e che in quell'occasione l’onorevole Moro gli disse che gli americani e gli israeliani erano in possesso di informazioni sul terrorismo che però non passavano ai nostri apparati di sicurezza, come per la volontà di non dare armi decisive allo Stato italiano nella lotta contro il terrorismo.

A questo punto, come di consuetudine, io dovrei porre delle domande all'onorevole Galloni e lasciare poi che a farlo siano i colleghi. Poiché però il senatore Manca mi ha segnalato una sua personale urgenza di lasciare i nostri lavori, se i colleghi sono d'accordo, potremmo derogare rispetto all'iter normale delle nostre sedute e lasciare che sia il senatore Manca a porre subito le sue domande. Poi farò altrettanto io e gli altri colleghi che desiderano intervenire.

Non facendosi osservazioni cosi rimane stabilito.

MANCA. Un grazie non formale come quello che si usa quando il Presidente dell'Assemblea dà facoltà a un onorevole o a un senatore di prendere la parola. Questa volta il grazie è autentico, di cuore, perché in genere è la sensibilità a distinguere l'uomo.

PRESIDENTE. Estendo questo grazie anche gli altri colleghi che hanno consentito una deroga alla prassi.

MANCA. Davvero grazie, quindi. Onorevole Galloni, prima ancora di rivolgerle delle domande specifiche, che prendono le mosse dalle interviste da lei rilasciate, non solo al quotidiano "la Repubblica", vorrei che lei mi togliesse una curiosità. Il 16 marzo 1978, il giorno in cui, purtroppo, avvenne il rapimento dell'onorevole Moro e il massacro della sua scorta, l'allora ministro dell'interno Cossiga convocò, a quanto risulta, alle 11.30, il così chiamato Comitato tecnico-operativo, l'organismo cioè preposto a decidere le linee strategiche e operative relative al fatto e a coordinare l'azione delle forze di polizia e di sicurezza. Di questo Comitato facevano parte, ovviamente, lo stesso Cossiga, il ministro della difesa Vito Lattanzio, quello delle finanze Franco Maria Malfatti, il ministro di grazia e giustizia Bonifacio, un Sottosegretario all'interno e i vertici delle Forze di polizia, dei Servizi segreti e delle Forze armate, tutti legittimati a far parte dell'organismo che gestì o che doveva gestire la crisi. Risulta però che a quella riunione e alle altre che seguirono e che sembra siano state quotidiane partecipò, inspiegabilmente, anche lei che allora non ricopriva alcun incarico governativo, ma era solo vice segretario della Democrazia Cristiana. La prima domanda che sorge istintiva è come mai e a quale titolo prese parte a quelle riunioni e perché non fecero altrettanto altri esponenti politici ad eccezione di lei.

GALLONI. Non mi risulta di aver partecipato alla riunione delle ore 11.00 del giorno del sequestro dell'onorevole Moro. Quel giorno, come vice segretario vicario della Democrazia Cristiana, mi trovavo insieme all'onorevole Zaccagnini a palazzo Chigi. Ci stavamo coordinando affinché la seduta parlamentare continuasse e anzi mi adoperavo per avere un colloquio con tutti i partiti per raggiungere questo scopo. Volevamo che la seduta si tenesse e rapidamente e si chiudesse in serata con il voto di fiducia; e di questo avviso era anche l'onorevole La Malfa. Quindi ero impegnato in questo. Al Ministro dell'interno però fui di casa durante i 55 giorni e mi recavo lì giornalmente per avere notizie e cercare elementi, in colloquio continuo, col Ministro dell'interno. In quei cinquantacinque giorni ho fatto letteralmente la spola tra Piazza del Gesù e il Ministero dell'interno. Non ricordo se nel pomeriggio del giorno seguente o di due giorni dopo si tenne una riunione di altissimi esponenti del Servizi segreti, del Capo di stato maggiore dell'Esercito, del Comandante generale dell'Arma dei carabinieri e di diversi altri, dello staff operativo, insomma. Io mi trovavo lì e Cossiga mi chiese di partecipare. Ovviamente obiettai di non avere alcun titolo per, farlo. Cossiga però col suo modo di fare, sempre premente, che conosciamo mi disse: "Tu sei la parte lesa in questa situazione. Sei il rappresentante, sei qui ufficialmente a rappresentare la Democrazia Cristiana. Quindi devi entrare". Di malavoglia lo accontentai, rimasi zitto e assistei alla riunione. Partecipai quella volta sola, alle altre non volli partecipare. Devo dire per la verità che di istinto in quella occasione mi resi conto di quanta impreparazione c'era. Giravano a vuoto. Mi aspettavo invece che questi comandanti, questi vertici dei servizi segreti, dell'Esercito, della Polizia, dei carabinieri, fossero tutte persone che conoscevano il fatto loro e avessero già in mente una strategia. Mi resi conto invece che di strategia noti ce ne era alcuna. Questo mi depresse molto e dissi che non volevo più partecipare a tali riunioni.

La cosa ebbe un seguito: mentre ero ministro, nei primi mesi del 1988, senza convocarmi alla procura venne ad interrogarmi al Ministero il procuratore aggiunto di Roma che mi rivolse due domande. Per prima cosa mi chiese se era vero che avessi partecipato alla riunione di cui mi parla anche lei. E conoscete già la risposta che ho dato. Ci fu poi una seconda domanda, evidentemente consequenziale alla prima ed era se a quella riunione avesse partecipato Licio Gelli. La domanda mi sorprese ma mi fu fatto presente che dagli elementi in possesso della procura risultava la presenza anche di Licio Gelli. A mia volta feci presente che non ero in grado di dare una risposta perché allora Licio Gelli non lo conoscevo, non lo avevo mai visto, come non l'ho mai visto neanche dopo, di non averlo mai contattato e quindi fisicamente di non conoscerlo. Non potevo dire quindi se c'era o no. Non conoscevo tutti i partecipanti alla riunione; naturalmente i personaggi più illustri mi erano noti, ma c'erano persone che non conoscevo e che pertanto non potevo dare una risposta precisa. La mia deposizione si fermò lì e credo che l'inchiesta poi sia stata archiviata.

DE LUCA Athos. Gelli c'era o non c'era?

GALLONI. Non lo so. Non posso rispondere su questo perché non lo conoscevo. Anche se ci fosse stato non lo avrei dunque riconosciuto. Non posso dire con certezza né che c'era né che non c'era.

MANCA. Lei dunque non era un membro di quel comitato?

GALLONI. Vi partecipai una volta sola su insistenza del ministro Cossiga.

MANCA. Passo ora alle domande specifiche, conseguenza delle sue interviste. Innanzitutto debbo puntualizzare che come lei certamente saprà - la Commissione stragi ha intensificato i lavori sul caso Moro al punto da istituire una "sessione speciale" dopo le note frasi pronunciate dal Capo dello Stato a Montecitorio i primi di maggio, quando il presidente Scalfaro lasciò capire che su questo caso c'era ancora da esplorare in particolare sul versante delle intelligenze, delle menti che avevano guidato tutta l'operazione. Questo concetto è stato poi ripreso e chiarito meglio dallo stesso Capo dello Stato, quando in sede di incontro con la Commissione stragi ha parlato di possibili gradi di una pseudogerarchia militare nell'ambito delle Brigate rosse, di colonnelli brigatisti e di generali, cioè personaggi che esprimevano le linee strategiche e che non erano ancora noti. Ho fatto questa premessa, onorevole, perché lei sapesse lo scopo principale di questa fase delle nostre audizioni, cioè andare alla ricerca di elementi che portassero poi ai "generali". C'è una corrente di pensiero secondo cui i brigatisti rossi non hanno mai rivelato nulla spontaneamente, ma hanno spesso confermato e ratificato le acquisizioni da parte della magistratura. La stessa corrente di pensiero è anche del parere che ci sono particolari della vicenda Moro ancora non noti, nonostante sia trascorso un ventennio dai fatti ed un decennio dalla fine del fenomeno terrorismo. Tutto ciò, in altri termini, porterebbe a poter dire che l'eventuale rivelazione di alcuni particolari potrebbe mettere in discussione l'intera ricostruzione. Venendo a lei, ci risulta che in un'intervista rilasciata a "Panorama", del 20 gennaio 1986, lei si pose un interrogativo inquietante dicendo: "si sta forse cercando di proteggere qualcuno?". Allora, messa insieme la mia premessa sulla fase attuale della Commissione Stragi, con quanto accreditato da una corrente di pensiero secondo cui alcuni particolari non sono stati rivelati dai brigatisti perché, se lo facessero, si potrebbe mettere in discussione l'intera ricostruzione del caso Moro, e infine con il suo interrogativo di cui all'intervista a "Panorama" del 20 gennaio 1986, le chiedo se ritiene ancora valido il suo interrogativo, quindi l'ipotesi che quel qualcuno che si sta cercando di proteggere sia uno dei generali cui si è riferito il Capo dello Stato.

GALLONI. A questa domanda non so rispondere, perché non ho elementi. Ho fatto delle supposizioni logiche, che espressi anche in alcuni colloqui che ebbi in carcere con alcuni dei capi brigatisti qui a Roma, quando già negli anni 1984-1985 i brigatisti sostenevano che ormai era venuto il tempo di fare un'amnistia, di rivedere la posizione. Io allora ero il direttore del quotidiano della democrazia cristiana "Il Popolo" e mi pronunciavo contro queste possibilità di amnistia. In alcuni colloqui che ebbi anche con loro dissi che secondo me pensare ad un'amnistia non era possibile finché non ci fosse stata la chiarezza assoluta su tutta la vicenda Moro. E secondo me dal primo processo - c'era stato il primo e il secondo processo - non era emersa questa chiarezza. C'erano ancora molti lati oscuri. Secondo me, rimanevano oscure le vere prigioni di Moro: l'ultima prigione di Moro non so se sia stata la vera prigione di Moro; poi, non si sapeva se c'erano ancora alcuni elementi che avessero dato protezione e che erano sfuggiti alla giustizia. Quindi, primo, bisognava far chiarezza e, secondo, bisognava che tutto il fenomeno delle Brigate rosse fosse interamente estinto nel paese; siccome né l'una, né l'altra delle condizioni si erano ancora verificate, dalle colonne de "Il Popolo" sostenevo la tesi che non si potessero fare né amnistie, né condoni, né atti di perdono. Le uniche agevolazioni erano quelle previste dalla legge: che i brigatisti che avessero collaborato con la giustizia avessero avuto un trattamento migliore. Io non mi ricordo quella intervista a "Panorama", ma sicuramente rispondeva - in quel momento a quella mia posizione. Personalmente non ho mai creduto alla tesi che mi esponeva, anche personalmente, Craxi, quando diceva: c'è un qualcuno, c'è il grande vecchio. Alla tesi del grande vecchio, inteso come un grande personaggio politico, non ho mai creduto; non la ritenevo una tesi sostenibile, non vedevo su quali basi potesse reggersi. L'unica mia impressione - che rivelai subito a Cossiga nel corso delle indagini - era che, avendo fatto la guerra partigiana, mi accorgevo che alcune tecniche militari dei brigatisti erano le medesime che nel periodo clandestino usavano i gruppi di azione partigiana (GAP). Si trattava di gruppi di tre giovani, esperti in armi, che in bicicletta aggredivano di volta in volta e uccidevano capi nazisti o capi fascisti. E’ la tecnica con cui fu ucciso, ad esempio, Giovanni Gentile.

PRESIDENTE. "Uomini e no", un romanzo di Vittorini.

GALLONI. Non facevo parte allora dei comitati di liberazione perché ero troppo giovane, ma ne facevano parte i miei amici più autorevoli, come, per esempio, Angelo Salizzoni, che è stato un vecchio deputato - non so se qualcuno lo ricorderà - che era il rappresentante della democrazia cristiana in periodo clandestino nel comitato di liberazione di Bologna. Ricordo bene però che tutte le volte che succedevano fatti di questo genere noi protestavamo; perché non servivano ai fini della resistenza. Ai fini della resistenza servivano le azioni di combattimento, l'interrompere le comunicazioni del fronte. Questi fatti suscitavano solo azioni violente di rappresaglia, per cui per ogni ucciso c'erano poi dieci o venti innocenti che venivano trucidati sulle strade. Inoltre, corne cattolici ci trovavamo in quel momento in una situazione di particolare difficoltà, perché a Bologna avevamo un cardinale, Nasale Rocca, che non c'era molto amico e che tutte le volte che avvenivano questi fatti usciva fuori con comunicati contro queste uccisioni, mettendo in difficoltà la nostra truppa, i nostri uomini della resistenza di parte cattolica. Quindi noi protestavamo nei comitati di liberazione, dicevamo che questo secondo noi non era il metodo giusto. Però, la tecnica era quella: tre - allora - in bicicletta, che facevano prima un'indagine sui percorsi, sulle abitudini del personaggio che prendevano di vista e poi lo aggredivano e lo uccidevano. Le differenze da allora erano queste: che invece delle biciclette adesso usavano le motociclette e nei gruppi c'era sempre una donna, mentre allora non c'erano le donne; tranne questo le tecniche usate erano le stesse. Noi sapevamo che le tecniche di questi GAP venivano dalla Jugoslavia, erano partigiani che si erano istruiti in Jugoslavia o anche in Cecoslovacchia. Allora di qui l'idea che le Brigate Rosse non potessero avere appreso queste tecniche, se non da vecchie esperienze partigiane, oppure da insegnamenti in scuole d'oltrecortina. Questo era il ragionamento.

MANCA. Onorevole, è vero quello che lei dice; però è anche vero che, mettendo insieme quello che lei ha detto a "La Repubblica" - riportando il fatto dei Servizi, della confidenza di Moro, eccetera - con quello che ha detto a "Panorama" nel 1986 e con quello che ha detto nel 1980 su "Il Messaggero"...

GALLONI. E cioè?

MANCA. Lei dice: "Noi vogliamo sapere chi, e per quale motivo, ha ordinato l'esecuzione di Moro proprio quando si attendevano le decisioni della direzione della Democrazia Cristiana".

GALLONI. Questo ce lo siamo chiesto sempre tutti.

MANCA. Come vede, lei è molto attivo in questa vicenda e sembra essere molto interessato alla strada da seguire per arrivare poi al mandante. In considerazione di questi fatti, le chiedo se ha un'idea in merito agli ambienti sui quali questa Commissione deve indirizzare le sue ricerche per scoprire qualche "generale" e forse l'intera verità su Moro.

GALLONI. Sui generali, ripeto, non ho elementi, faccio solo dei ragionamenti. I miei ragionamenti sono che non abbiamo scoperto tutta la verità. E questo non lo dico solo io, lo dice anche un magistrato di grande valore e che stimo molto, il pubblico ministero dell'ultimo procedimento su Moro, Marini. Anche Marini diceva la stessa cosa e mi disse personalmente di avere questa sensazione, quando ero presidente del Consiglio superiore della magistratura, in un colloquio amichevole. Poi ha ripetuto ufficialmente, credo anche in una dichiarazione in TV, questa sua convinzione. Qualcosa c'è che ancora non sappiamo. Che sia qualcuno che ancora non è stato ricercato e individuato dalla Polizia, qualcuno che vogliono difendere, che ci siano cose più grosse? Ad esempio, non si hanno certezze su dove sia stato rinchiuso Moro. Non c'è logica e non è possibile che l'ultima sede in cui è stato rinchiuso sia quella che dicono (lo dice molto bene in un libro il fratello di Moro) perché Moro non poteva stare cinquantacinque giorni in una stanza di un metro e mezzo per un metro e mezzo. Quando hanno fatto l'esame autoptico hanno riscontrato che era in perfette condizioni fisiche. Un uomo come Moro, che era abituato a percorrere tre chilometri al giorno di passeggiata, non poteva stare cinquantacinque giorni in un lettino in un ambiente di un metro e mezzo per un metro e mezzo senza deteriorarsi fisicamente. Poi ci sono altre cose che non quadrano, come la sabbia nei pantaloni. I brigatisti dicono di averla messa apposta per depistare, ma è poco credibile.

PRESIDENTE. C'è anche la sabbia sotto la R4 rossa.

GALLONI. Tra l'altro identica. E’ logico che chi guarda a questi aspetti affermi che c'è ancora da indagare. Dove, non so dare una risposta, perché non sono un poliziotto e non mi sono mai dedicato a queste indagini; ho fatto solo politica e quindi so dare solo impressioni di carattere politico. Però mi rendo conto che c'è ancora da indagare e c'è una strada lunga da percorrere. Le dichiarazioni che ho fatto, e che lei ha riportato, le confermo tutte, forse in una forma un po’ diversa, ma la sostanza è la stessa, perché si trattava di una dichiarazione a voce che poi la giornalista ha riassunto con parole sue. In quel periodo, circa due mesi prima del sequestro Moro, avevo l'ufficio di fronte al suo. In un corridoio di piazza del Gesù io avevo l'ufficio a sinistra e lui a destra; quindi colloqui avvenivano tutti i giorni. La mattina c'era stato uno dei tanti omicidi delle BR, non so se di un giornalista o di un magistrato, e ricordo che proprio nel corridoio discutevamo di questo e Moro mi disse, e le parole mi sono rimaste scolpite nella mente: "La cosa che mi preoccupa è che io ho elementi per pensare che i Servizi segreti americani e israeliani abbiano elementi sulle Brigate rosse che ci sarebbero utili per le nostre indagini, ma non ce li hanno detti, nonostante il vincolo di amicizia che in fondo questi paesi dovrebbero avere nei confronti dei nostro". Questa frase mi è rimasta impressa, poi mi è ritornata alla mente sempre più forte man mano che si è ritornati a discutere su Moro, soprattutto dopo le ultime dichiarazioni del Presidente della Repubblica. Infatti Moro non era uomo che diceva di avere elementi se non li aveva. Dove erano questi elementi? Non sono risultati mai da nessuna parte. Io collego questo ad un altro elemento. E’ vero o no che tre giorni prima del sequestro Moro in modo criptico, che non si capisse, la famosa agenzia giornalistica O.P. di Pecorelli riportò di fatto il preannuncio di questo rapimento? Da dove prendeva queste notizie O.P., che era notoriamente legata ai Servizi segreti deviati italiani o quelli americani? Questo è un secondo elemento che fa pensare. Io non ho elementi positivi da dare alle vostre indagini, ma collego semplicemente questi elementi e dico che probabilmente quel che mi disse Moro aveva un suo fondamento; però come facciamo ad individuarlo?

MANCA. Ringrazio l'onorevole Galloni e ringrazio anche il Presidente.

PRESIDENTE. Salutiamo il vicepresidente Manca e riprendiamo l'ordine tradizionale di queste nostre audizioni.

Onorevole Galloni, ho ascoltato e ho letto con piacere quanto ha detto oggi a noi e precedentemente alla stampa, perché queste sue ipotesi ricostruttive, che si fondano su valutazioni, coincidono pienamente con una ricostruzione della vicenda Moro che io avevo fatto in una proposta di relazione che avevo consegnato alla Commissione nella scorsa legislatura e che non penso lei abbia letto.

GALLONI. Non l'ho letta.

PRESIDENTE. Questo mi fa piacere, perché dà più valore alla coincidenza. Le linee portanti di questa ricostruzione sono che le BR sono un fenomeno italiano, sono quello che dicono di essere ed effettivamente alcuni moduli operativi originavano dalla Resistenza, da quel tipo di cultura. Vado a memoria, ma ritengo che addirittura la sigla GAP fu ripresa da alcuni gruppi terroristici, soprattutto napoletani, negli anni Settanta. Quindi anch'io non credo ad una eterodirezione delle BR. Ho avanzato però nella proposta di relazione l'ipotesi che le Brigate rosse non siano state contrastate come dovevano. In gran parte per problemi di disorganizzazione tutti italiani, ma forse anche in parte per volontà di non intervento. Ho visto anche che lei dà della P2 una lettura che corrisponde a quella che io ho provato a dare, nel senso che fosse un luogo di rifugio di un certo oltranzismo atlantico. Quando parlo di oltranzismo atlantico non voglio riferirmi al Governo degli USA, tanto meno all'amministrazione Carter che era al Governo nel periodo del sequestro Moro, ma a settori dell'amministrazione americana, in particolare i Servizi. Lei oggi ha aggiunto anche che, essendo noti i rapporti di contiguità o di sostanziale dipendenza dagli americani da parte dei nostri Servizi, ciò che si può attribuire ai Servizi americani difficilmente non può essere attribuito anche a persone dei Servizi italiani, dato il rapporto che c'era fra gli uni e gli altri. Tutto questo mi fa piacere perché in questa stessa sala non molto tempo fa un autorevole esponente del suo partito (anzi lui disse: "del mio ex partito") ha sostenuto che queste cose che ho detto fino adesso fossero delle vere e proprie mascalzonate politiche dovute ad un settarismo di parte. Il fatto che invece queste mie valutazioni coincidano con le sue mi mette almeno al riparo da questa accusa.

GALLONI. Per lo meno, coinvolge anche me.

PRESIDENTE. C'era un discorso di vincitori e vinti, che nel suo caso non sarebbe sicuramente applicabile.

Le voglio porre delle domande un po' più precise. Lei dunque ha partecipato solo una volta in questa maniera un po' informale al comitato di crisi. Si redigeva un verbale della riunione di quel comitato?

GALLONI. Non so nulla. Ho partecipato perché quasi spinto di forza dal Ministro, dopo aver opposto quasi resistenza.

PRESIDENTE. Ebbe l’impressione che ci fosse un verbalizzante?

GALLONI. Immagino che ci fosse.

PRESIDENTE. Una delle stranezze è che questi verbali non si ritrovano. A questa riunione partecipava il segretario deì Cesis, dottor Napoletano?

GALLONI. Io questo non glielo so dire, ma certamente c'erano tutti i vertici. Poi lì nasce quel problema P2; io allora non lo sapevo ma poi quando vennero fuori gli elenchi di Castiglion Fibocchi emerse che non dico la metà ma più di un terzo dei presenti a questa riunione appartenevano alla P2. Nasce allora il problema: l'inefficienza era naturale? In larghissima parte lo era perché c'era un'impreparazione grandissima. La nostra Polizia si era addestrata fino a allora sulle piazze per comprimere i fenomeni di piazza, non per comprimere quelli di tipo brigatista. Quindi, c'era un impreparazione assoluta. Era una impreparazione derivante dal fatto o dalla non volontà di operare? Questo non lo sapremo mai, però certo che quando vediamo che alcuni di quei vertici appartenevano alla P2 qualche sospetto può nascere.

PRESIDENTE. Però il dottor Napoletano, che era il segretario generale del Cesis, non era iscritto alla P2 e si dimette durante i 55 giorni del sequestro Moro, sa per quale ragione?

GALLONI. No, Cossiga non me ne ha parlato.

PRESIDENTE. L'altra stranezza è che non rintracciamo nessuna documentazione, nemmeno embrionale, delle sue dimissioni e della sua sostituzione con il prefetto Pelosi, che invece era iscritto alla P2.

GALLONI. Ricordo che in quei 55 giorni più volte Cossiga mi diceva che stavano facendo dei piani eccetera ma mi sembravano tutte cose fantastiche; ricordo che una volta mi misi a ridere davanti a lui, pur essendo un momento drammatico, perché lui mi aveva detto di voler fare un piano "pollo", che poi mi illustrò. Poi lui cambiava le sigle, aveva una enorme fantasia questo Ministro, ma vedevo però che c'era solo fantasia e dietro a questa anche buona volontà da parte sua ma mancavano le strutture e gli strumenti. C'erano grandi manifestazioni: si fermavano le persone per le strade, si perquisivano le case ma poi se queste si trovavano chiuse non si entrava dentro. Insomma, non c'era una impostazione scientifica del problema, per lo meno da professore questa è la mia impressione. Poi sapevo benissimo qual era l'atteggiamento; qui mi permetto di completare l'impostazione che ha dato il Presidente.Io ero stato negli Stati Uniti d'America più volte, anche per preparare il viaggio di Zaccagnini che andò in visita in quel paese, ed ebbi dei contatti ad altissimo livello.

PRESIDENTE. Anche durante l'amministrazione Carter?

GALLONI. Si, ma non cambia niente in America con tale amministrazione. Infatti negli Stati Uniti mi continuavano sempre a dire che noi italiani non capivamo niente dell'America perché pensavamo che tutto il potere fosse del Presidente, mentre il potere era nel Parlamento: in America non si fa niente se il Parlamento non lo vuole e tutti gli orientamenti nascono dal Parlamento, soprattutto dai servizi segreti che sono una cosa molto più importante di quanto non pensiamo. Noi pensiamo alla CIA come ad una istituzione molto deteriore, ma i capi della CIA sono i veri cervelli politici in America, non c'è dubbio. Mi dicevano che nella Russia sovietica era la stessa cosa, i veri cervelli politici stavano nel KGB.

PRESIDENTE. Le autocitazioni sono sempre ineleganti, ma questa è una delle cose che avevo provato a scrivere.

GALLONI. In quel viaggio, tanto per darvi una idea di cosa significa avere tutti questi sospetti sulla P2, feci una conferenza, innanzi tutto al Centro di studi strategici di Washington, che è un po' la centrale intellettuale di democratici e di repubblicani, piena di elementi di vertice della CIA. Quando io parlai delle nostre ipotesi, del Governo di solidarietà nazionale eccetera, mi dissero che erano presenti personaggi molto importanti della Segreteria di Stato e poi mi fece il contraddittorio, addirittura in italiano, un elemento che poi capii che in realtà era un po' squalificato, un certo Ledeen e gli argomenti che furono portati sono interessanti. Infatti mi si diceva che la mia tesi era ineccepibile dal punto di vista politico, l'Italia nella sua autonomia poteva fare quel che voleva, la Democrazia cristiana poteva fare i Governi con chi voleva, però tutto il mio ragionamento era viziato dal punto di vista strategico. Cioè il Pentagono nei suoi piani militari sosteneva che se l'Unione sovietica avesse attaccato l'Europa, con la superiorità militare che aveva sul piano terrestre, era in grado di invaderla in 15 giorni, facendo un blitz e arrivando ad occupare tutta la Francia e forse anche la Spagna in brevissimo tempo; l'unica possibilità che avevano gli Stati Uniti di evitare questo blitz erano le basi militari in Italia, perché da queste si potevano colpire immediatamente i centri di partenza di questa offensiva e bloccarli. Quindi, l'entrata dei comunisti in Italia nel Governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, "life or death" come dissero, per gli Stati Uniti d'America, perché se fossero arrivati i comunisti al Governo in Italia sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel, che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere.

PRESIDENTE. Questo nel 1976?

GALLONI. Si. Mentre le colombe, tra cui il Presidente di questo Centro di studi, un certo Cline, una persona molto intelligente, mi diceva che bisognava ragionarci sopra: se noi facevamo un Governo con i comunisti era probabile una reazione a livello politico e diplomatico molto violenta da parte loro. C'era però l'esempio francese. Anche in Francia avevano fatto un Governo con i comunisti e loro avevano reagito duramente, ma siccome ritenevano di essere garantiti in Francia dalla presenza del partito socialista poi alla fine avevano ripreso i rapporti. Quindi anche in Italia se avessimo fatto un Governo con i comunisti la prima reazione sarebbe stata durissima, ma poi dopo ...

CORSINI. Lei ha parlato di falchi. Tra questi c'era un esperto di politica europea, al tempo osservatore della politica italiana, che si chiamava Sonnenfeldt, che era lo studioso con il quale Kissinger costruiva la sua posizione?

GALLONI. Non lo ricordo. Certamente i falchi erano della linea Kissinger ed erano gli elementi più violenti della CIA, però con quelle reazioni. Fui ricevuto per tre giorni di seguito: il primo giorno dall'esperto della Segreteria di Stato per la politica italiana; il secondo giorno da quello per la politica europea; il terzo da quello per la politica occidentale. Tutti e tre praticamente mi dissero che c'erano questi problemi e queste perplessità, non certamente nella forma volgare e violenta con cui me lo disse Ledeen in quel dibattito pubblico, ma certamente questi erano gli elementi. Questi elementi Moro li conosceva, perché quando tornai da quella visita gliene parlai subito e lui disse che questa situazione la conosceva: sapeva che non avevano nessuna stima del lavoro che stavamo facendo per la realtà italiana. Quindi questa era la situazione. Che cosa era la P2? A quel tempo non sapevo che si chiamasse così perché non la conoscevo, ma c’erano collegamenti tra ambienti americani e italiani affinché queste ultimi fossero portatori della lirica politica sostenuta dagli americani. La P2 emerge infatti nel momento in cui sorge questo pericolo, nel 1968; in seguito si attenua e si manifesta nuovamente quando si cominciò a parlare di Governo di solidarietà, nazionale e di dialogo con il Partito comunista.

PRESIDENTE. Onorevole Galloni, lei sa che Ledeen, da lei citato, frequentava abbastanza intensamente il Viminale nel periodo del sequestro di Moro?

GALLONI. No, se l'avessi visto avrei detto a Cossiga che era un elemento di cui non fidarsi. Ho visto invece un altro americano, Pieczenik, che però non mi fece una grande impressione. Si sperava che ci fornisse aiuto mettendo a disposizione i servizi segreti americani per effettuare ricerche; egli invece si limitò ad affermare che facevamo bene a seguire la linea della fermezza e che in tutti i paesi del Sud America, dove erano accaduti episodi del medesimo genere, questa linea aveva sempre dato buoni risultati. Non disse altro.

GUALTIERI. Onorevole Galloni, non le rivolgerò domande sui particolari dei 55 giorni di prigionia di Moro perché ritengo che lei possa fornirci altri elementi di valutazione. Ritengo importante che lei abbia chiarito alcuni aspetti, in libri, documenti ed interviste, sul Comitato tecnico operativo istituito da Cossiga. Questa sera ci ha detto che ha partecipato una sola volta alle riunioni del Comitato all'inizio della sua attività, - che non è stato un frequentatore abituale.

GALLONI. Vi ho partecipato una sola volta.

GUALTIERI. Lei rivestiva incarichi importanti nella Democrazia cristiana e nella vita politica di quel periodo; il suo ufficio era accanto a quello di Moro, di cui era amico e con il quale parlava veramente. Dal 1976 al 1978 si prepara una grande operazione politica di inversione degli equilibri del Paese - quasi una rivoluzione - nell'ambito della quale soprattutto Moro, insieme ad altri esponenti del principale partito dell'area democratica, è deciso ad introdurre il PCI nella maggioranza di Governo. Lei ci ha parlato, a tale proposito, delle logiche preoccupazioni di settori internazionali e in uno dei suoi ultimi articoli, che se non sbaglio fu pubblicato da "Il Giorno", lo stesso Moro descrive le preoccupazioni degli americani per il nascente atto politico. Ora, io mi domando se è plausibile che non si valutassero i Aschi della grande operazione politica, che Moro e Berlinguer portarono avanti dal 1976 al 1978 per cambiare l'equilibrio di governo di un paese che nel 1976 era allo sfascio per la caduta del cambio, nella consapevolezza della sua necessità di fronte alla pressione di una violenza tale per cui lo Stato agonizzava. à pensabile che i principali attori di un'operazione, della cui complessità e difficoltà si era consapevoli, non fossero protetti?

Cossiga diventa Ministro dell'interno nel 1976 e aveva la funzione di proteggere per così dire le spalle di questa operazione, Un Ministro dell'interno deve proteggere istituzionalmente un'operazione politica di tale complessità e profondità: questo è il problema! Non posso continuare a sentir dire che le autorità furono colte impreparate e che c'era confusione: questo discorso non è sostenibile. Innanzitutto non erano impreparati gli uomini che furono colpiti perché da due anni stavano conducendo un'operazione di cui conoscevano i rischi. In secondo luogo, impreparato non era lo Stato: non è vero infatti che le forze di polizia non erano addestrate ad operazioni antiterroristiche. Dal 1976 al 1978 infatti le forze di polizia, le Brigate rosse e i terroristi neri si scontrarono duramente; a partire dal 1976 si comincia a sparare e ad uccidere: in quell'anno furono uccisi Coco e la sua scorta nonché Occorsio a Roma; nel 1977 Cossiga si fece promotore delle leggi antiterroristiche e dichiarò in Parlamento, che le leggi speciali erano necessarie perché esisteva il pericolo del terrorismo. Se si assumono iniziative di questo tipo è segno che si valuta l'esistenza di un pericolo: come si fa dunque ad affermare che lo Stato era impreparato? Il generale Dalla Chiesa era a capo di una complessa struttura dei carabinieri; Santillo era a capo di una unità antiterroristica della polizia: le forze dell'ordine disponevano dunque di uomini abili: quale significato ha l'affermazione secondo la quale si effettuavano soltanto rastrellamenti?

GALLONI. Santillo non c'era più.

GUALTIERI. Questi uomini non furono impiegati: a Dalla Chiesa fu rifiutato il comando dell'unità antiterrorismo nazionale, lo si tenne nel Nord ad occuparsi di carceri; Santillo fu estromesso e fu creato l'Ucigos. Ciò significa che si aveva la sensazione del pericolo e di una fase, storica difficile. Come fa, onorevole Galloni, ad affermare dunque che foste colti di sorpresa? Gli uomini in prima linea dovevano godere di protezione ed è un delitto che essa sia mancata. Signor Presidente, dobbiamo giudicare il complesso comportamento della macchina istituzionale prima, dopo e durante quei 55 giorni per valutare il grado di preparazione. Ripeto che una Commissione di inchiesta non può continuare ad operare se non riesce a procurarsi tutti i documenti di quel periodo da sottoporre alla nostra attenzione: annovero tra questi tutti i verbali dei Comitati e delle riunioni svoltesi in quel periodo; i verbali di come operavano le strutture della polizia; i mattinali dei Carabinieri; quanto veniva trasmesso dai servizi; le lettere che intercorrevano tra questi; i verbali del Consiglio dei ministri. Tutti questi elementi non possono scomparire nel nulla; esiste una norma del codice penale che stabilisce pene severissime per coloro che sottraggono i documenti dello Stato; ricordo che inizialmente tale reato era sanzionato con la pena di morte. E’ possibile non riuscire ad avere i documenti risalenti a quel periodo?

PRESIDENTE. Vorrei farle presente, senatore Gualtieri, che questo è un problema concernente i rapporti tra la nostra Commissione ed il Governo.

GUALTIERI. Ho sollevato questo problema ritenendo un dovere farlo come atto istituzionale della nostra Commissione. Vorrei che come Commissione presentassimo una denuncia contro ignoti perché ci vengano consegnati documenti che non riusciamo ad avere. E’ assurdo, ad esempio, che non vi siano i verbali dei 55 giorni né i mattinali dei carabinieri di tutti i giorni o che i servizi segreti non abbiano tenuto traccia di quanto facevano in quei giorni. E’ mai possibile che una Commissione di inchiesta non sia riuscita ad avere spontaneamente un documento?

All'onorevole Galloni ho fatto comunque un'altra domanda: avendo vissuto quei momenti drammatici di preparazione di questa grande operazione; conoscendo Moro mi chiedo se non avessero la sensazione di entrare in un tunnel oscuro in quel momento; non è possibile dire che furono tutti colti di sorpresa; era una operazione politica che implicava dei rischi e Moro li conosceva così come posso dire che La Malfa li conosceva perché lo stesso Enrico Berlinguer ne era a conoscenza: montarono una tale operazione proprio per evitare che questi rischi finissero per travolgerli. Oggi ci concentriamo soltanto sui fatti di quei 55 giorni ma la preparazione di quel periodo deve essere oggetto di un nostro approfondimento: perché si arrivò a questo? Nel giorno in cui scattò la più grande operazione che doveva cambiare la faccia dell'equilibrio politico in Italia Moro viene ucciso. Questo è il problema che ha la Democrazia e che deve ancora capire.

GALLONI. Ho capito la domanda ma non posso fornire alcuna risposta esauriente perché le nostre preoccupazioni erano allora soprattutto di ordine politico: avevamo il problema di portare avanti quella operazione evitando questi due rischi che, secondo noi, sarebbero stati politicamente mortali comportando la spaccatura verticale della democrazia cristiana da un lato e la rottura verticale con gli Stati Uniti d'America dall'altro. Ci muovevano politicamente, con una operazione difficile, per evitare ambedue i rischi. Queste erano le difficoltà di dialogo tra lo stesso Moro e Berlinguer: se quest'ultimo avesse capito fino in fondo i problemi non avrebbe insistito come ha fatto anche La Malfa per un ingresso immediato dei comunisti al Governo. Moro diceva che più di quello che era stato fatto non si poteva fare; altrimenti ci sarebbe scoppiata l'operazione in mano, comportando la spaccatura della DC e la rottura dei rapporti internazionali; cercava di trovare una soluzione che ci facesse uscire da queste nebbie attraverso un meccanismo nuovo; che Moro come noi fossimo convinti che ormai la vecchia formula di centro sinistra era finita è pacifico.

GUALTIERI. Non vi rendevate conto degli interessi colpiti?

GALLONI. Certo, che ci rendevamo conto ma noi come partito guardavamo all'aspetto politico e non a quello istituzionale.

GUALTIERI. Cosa pensava il Ministro dell'interno?

GALLONI. Questa domanda va fatta al Ministro dell'interno d'allora e ai successivi; non potete certo farle a me perché su queste domande devo obbligatoriamente rispondere che tali aspetti non rientravano nelle mie competenze.

PRESIDENTE. L'onorevole Galloni ha detto che rimase sorpreso negativamente dello stato di preparazione che verificò in quel pomeriggio. Vi è un aspetto che lei richiama nella sua intervista sul quale, per la verità, non mi sento di consentire: lei ha attribuito rilievo al problema della borsa sparita di Moro. Che costui potesse avere carte estremamente delicate e segrete mi sembra del tutto ovvio e sarebbe sorprendente se così non fosse: poiché era molto vicino all'onorevole Moro, vorrei chiederle pertanto che logica potesse avere Moro per pensare di tenersele in borsa?

GALLONI. Moro era un uomo sospettosissimo; non lasciava niente in giro; tutte le cose delicate ed importanti le portava con sé. Era solito girare con tre borse: in una erano contenuti i suoi documenti universitari (tesi di laurea e così via); in un'altra le medicine perché su questo Moro era un uomo scrupolosissimo; in un'altra ancora portava altro materiale visto che non possedeva un archivio; dalle nostre conversazioni a volte egli diceva di essere come me: non ho mai annotato tutti i fatti politici né ho mai tenuto documenti; non dispongo di un archivio; era solito dirmi che non annotava niente e che le cose che gli servivano le portava con sé. Non era certamente un personaggio politico come altri che dispongono di schedari, di cartelle contenenti tutti i documenti necessari.

PRESIDENTE. E’ ipotizzabile l'idea secondo cui i documenti delicati potessero essere stati rinvenuti nella abitazione di Moro, nel suo studio?

GALLONI. No. Temo proprio di no. Per non dire poi che Moro non utilizzava mai l'abitazione per incontri politici; non è mai risultato che un amico politico sia stato ricevuto in casa, forse perché la moglie non voleva, forse perché lui era prudente; sta di fatto che era l'unico uomo politico che conoscessi che non riceveva nessuno a casa. Comunque quella della borsa è una pura ipotesi. Poiché si è parlato tanto di una borsa non ritrovata poteva darsi infatti che qualche documento fosse in questa contenuto.

PRESIDENTE. L'ho chiesto perché si può ritenere possibile invece che documenti riservati Moro preferisse piuttosto tenerli in banca; nella cassetta di sicurezza.

GALLONI. No.

PRESIDENTE. Nel comitato cui lei ha partecipato quel pomeriggio erano presenti figure istituzionali. Si era mai posto il problema di come venissero selezionati gli altri esperti del Ministro dell'interno?

GALLONI. Erano scelti dal ministro; egli disponeva di una sua segreteria molto particolare composta da suoi amici sardi, persone anche intelligenti ed era in quella sede che predisponeva questi piani, pseudopianificazioni che a me sembravano non dico infantili - per non offendere nessuno - ma certamente non meditate, non scientifiche.

GUALTIERI. Infatti, Moro non è stato trovato.

PRESIDENTE. Vorrei chiederle se conosceva il dottor Cappelletti, direttore dell'Enciclopedia italiana.

GALLONI. Sì.

PRESIDENTE. Secondo lei che ruolo poteva svolgere nel comitato di esperti?

GALLONI. Non lo so nel modo più assoluto.

PRESIDENTE. Una delle mie curiosità era proprio che cosa ci facesse un enciclopedico in questo ambito.

GALLONI. Lo conosco, lo stimo ma non lo so.

PRESIDENTE. Capisco la presenza di Ferracuti perché era un criminologo; aveva una sua veste professionale ma non mi capacito proprio del direttore dell'Enciclopedia italiana. Francamente ciò mi fa sorgere un interrogativo a cui non so dare risposta.

FRAGALA’. Credo che Vincenzo Cappelletti sia un semiologo e che fosse stato convocato per l'analisi delle lettere.

PRESIDENTE. La semiologa era un'altra; comunque, lo vedremo.

MANTICA. Onorevole Galloni, credo sia abbastanza difficile rivolgerle delle domande precise, anche per come lei, con grande lealtà, ci ha descritto uno scenario, alcuni aspetti della personalità di Moro.

Vorrei riportare la sua attenzione su due o tre affermazioni secondo me molto importanti che lei ha fatto e che hanno provocato in me un profondo stupore, tenendo conto del fatto che vengono da un uomo "dentro" le cose di Governo e, tra l'altro, avendo lei ricordato che uno dei due grandi problemi che vi ponevate era quello della rottura dei rapporti con gli Stati Uniti d'America, il pericolo di una crisi forte con gli Stati Uniti. Quello che mi stupisce è che lei si stupisca del fatto che un personaggio probabilmente discutibile come Michael Ledeen, ma comunque interprete di una cultura abbastanza diffusa negli Stati Uniti, ponesse quelle domande. L'interrogativo che mi viene spontaneo, infatti, è: il Governo italiano conosce l'importanza delle basi americane? Sa quale ruolo strategico hanno? Sappiamo noi che cosa abbiamo sul nostro territorio? Se non lo sappiamo, o non lo sapevate, forse queste affermazioni anche un poco volgari - posso convenirne con lei - dovevano per lo meno ingenerare la curiosità di scoprire perché gli americani erano così preoccupati di questa iniziativa. Dalle sue parole, devo dirlo francamente, emerge in qualche modo la sensazione di uno Stato a sovranità limitata; è come se noi non sapessimo quale fosse l'importanza della base di Aviano, di quella della Maddalena, se avessimo o meno in Italia testate nucleari, se avessimo bombardieri B-52 a largo raggio o meno. Se non lo sanno le persone che sono al Governo, chi dovrebbe sapere queste cose? E se voi non le sapevate, non le sembra questa una notizia sconvolgente? Noi ci apprestiamo in Italia - ha ragione Gualtieri - a modificare profondamente il quadro politico; al di là del fatto o meno che i comunisti fossero strettamente legati all'Unione Sovietica, certamente rappresentavano o potevano rappresentare agli occhi degli americani la "quinta colonna", il pericolo all'interno del Paese, lo avvertivate anche voi. Ma allora si gestisce questo rapporto nella misura in cui si conosce l'importanza che può avere per gli Stati Uniti un interesse specificamente italiano; e non penso agli interessi economici delle multinazionali, parlo di strategia, di basi militari americane.

La domanda allora è questa, e a questo punto me la pongo ancora oggi, perché quando poi si verificano episodi del tipo di quello del Cermis scopro che due terzi dei politici italiani non sanno, ad esempio, che il tribunale giudicante per fatti del genere risiede negli Stati Uniti e che è assolutamente inutile fare richieste diverse perché così è scritto nei patti che esistono fra gli Stati Uniti d'America e l'Italia. Veramente noi non sappiamo qual è la loro importanza strategica; ovviamente, forse oggi molto meno, ma allora, in quel momento? Sto parlando di un periodo nel quale, se non vado errato, (non riesco a collocare bene la data) ci fu la crisi dei missili, c'era il problema delle basi missilistiche in Italia; noi operiamo un rapporto politico di questo tipo e non conosciamo l'importanza che possono avere le basi strategiche degli americani in Italia, e quindi ci stupiamo che ci facciano delle osservazioni, magari anche in maniera forte, come a dire: non vi rendete conto che noi stiamo rischiando tutto? Perché quando le vengono a raccontare che solo dalle basi italiane possono fermare l'ipotetica avanzata dei carri armati sovietici, vuol dire che evidentemente le basi in Italia hanno un ruolo determinante, molto più delle basi in Germania e in Inghilterra, che pure esistono. Ma è possibile che lei sia andato negli Stati Uniti a trattare la visita di Zaccagnini, la visita del segretario della Democrazia Cristiana - credo anche per preparare un certo clima, un certo rapporto - e ci sia andato quasi senza sapere l'argomento che andiamo a sollevare? Questo è ciò che mi stupisce, perché è chiaro che in questo quadro... io non sono dell'opinione, tanto perché lei lo sappia, che P2, americani, CIA hanno pilotato o fatto finta di non pilotare la questione Moro.

GALLONI. Non ci credo neanch'io.

MANTICA. Però indubbiamente sentendo le cose come lei me le ha raccontate, qualche dubbio mi viene: come a dire che se non conosciamo l'importanza delle basi americane forse non sappiamo nemmeno come questi si sarebbero potuti muovere sul nostro territorio. Questa è la domanda.

GALLONI. Alla domanda che ha formulato le rispondo che la sorpresa che lei enuncia fu la stessa mia sorpresa il giorno dopo Via Fani. Riunimmo la direzione subito dopo; non mi ricordo se il pomeriggio dello stesso giorno o immediatamente dopo, facemmo alla Camilluccia una riunione d'urgenza della direzione del partito. La mia preoccupazione era: che cosa possono estorcere, le Brigate rosse che hanno catturato Moro, di segreti di Stato o di cose di grande interesse per la nazione che possano metterci in difficoltà? Feci tale domanda; erano presenti in quella riunione della direzione, che era forse un po' allargata, tutti coloro che erano stati dopo De Gasperi Presidenti del Consiglio. Ma voi, Presidenti del Consiglio, che notizie riservate e delicate avete avuto in mano tali che, se con torture alla tedesca ve le avessero volute estorcere, avreste potuto mettere in pericolo la sicurezza dello Stato? Perché questa era la mia preoccupazione. Tutti candidamente mi risposero: nessuna. Tutti coloro che erano stati, uno dopo l'altro, Presidenti del Consiglio. Io mi meravigliai come si è meravigliato lei adesso ed esclamai: ma come? Come può succedere questo? E allora mi sono chiesto tante volte: questo problema dei servizi segreti deviati non ce lo siamo posto malamente, e questi servizi segreti sono in realtà personaggi addetti a servizi segreti che ad un certo momento ritengono che debba essere prevalente l'obbedienza alla CIA piuttosto che l'obbedienza al Governo italiano? Questo è stato: il servizio segreto deviato è un servizio segreto normale, in cui l'esponente del servizio segreto ritiene che l'interesse fondamentale non sia quello che gli suggerisce gerarchicamente il Ministro della Difesa, il Ministro degli Interni o il Presidente del Consiglio, ma prevalga quello che gli suggerisce un altro soggetto. Questa è la vera tragedia italiana.

TARADASH. Può fare qualche nome di esponenti di questi servizi segreti che rispondono alla CIA?

GALLONI. Io non li conosco. Posso dire che il problema è questo. Quando si parla di servizi segreti deviati, in realtà sono deviati fino ad un certo punto; si tratta veramente di una cosa grave che è subentrata nel nostro paese e che c'è, è nel quadro generale del nostro paese. D'altra parte, è dal 1968 in poi che con il Parlamento stiamo andando avanti sui problemi dei servizi segreti: li sfasciamo, li riduciamo, li riorganizziamo e i problemi rimangono sempre.

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Galloni: salvo Fanfani, almeno una bugia le fu detta in quella occasione: che Gladio era un segreto che poi Moro racconta alle Brigate rosse nel memoriale.

GALLONI. Gladio non era un segreto secondo me. Non consisteva nient'altro che nei piani che fanno i militari. Nella guerra moderna non contano solamente le forze armate esterne, ma dopo l'esperienza dei partigiani nell'ultima guerra mondiale si sa che quando un paese viene occupato in esso la resistenza continua in altre forme. Gladio secondo me non era altro che una impostazione strategica: nell'ipotesi in cui - i militari fanno questo tutto il giorno, non devono far altro che fare queste ipotesi - il nostro paese fosse stato occupato dai sovietici, fosse diventato comunista ma perché occupato dai sovietici, si sarebbe creata una forza interna di resistenza. Punto e basta. Questa era Gladio, non poteva essere che questa. Poi se ne è fatta una montatura con cose che, secondo me, hanno portato a una deviazione. Era un argomento che si conosceva. Moro lo conosceva e lo conoscevano tutti. Io che non ero Moro mi rendevo conto che queste cose c'erano. Il pericolo era che strutture come Gladio, che avevano una funzione solo in caso di una terza guerra mondiale, di un'invasione del nostro paese da parte dei sovietici, fossero strumentalizzate in senso deviante e utilizzate come struttura di lotta politica. Questo è il grave, non che esistesse Gladio.

TARADASH. Ed è successo che fossero utilizzate così?

GALLONI. Non è successo, ma quando se ne è parlato la polemica si è aperta su questo.

MANTICA. Prendo atto di quanto ci ha detto.

CORSINI. Io vorrei rivolgerle due domande e poi fare una considerazione di carattere politico. Nella parte della stia audizione che io ho ascoltato, lei, onorevole Galloni, faceva riferimento al fatto che l'onorevole Cossiga ipotizzava la realizzazione di alcuni piani, di alcune risposte. Non le ha mai parlato di un piano che, peraltro era già stato elaborato e che poteva essere utilizzato? Del piano Paters?

GALLONI. Non mi ha mai fatto questo nome. Mi ha parlato invece una volta del piano "Pollo" ed io quasi quasi gli risi in faccia. Non riuscivo a capire che cosa fosse. Se potete interrogarlo chiedetelo a Cossiga.

PRESIDENTE. Lo abbiamo già fatto.

MANTICA. Per otto ore.

CORSINI. La mia potrebbe essere una deduzione del tutto arbitraria, ma il fatto che non gliene abbia parlato non significa che Cossiga noti fosse stato a conoscenza dell'esistenza o comunque della possibilità di utilizzare il piano Paters.

GALLONI. Non era obbligato a farlo.

CORSINI. Resta il fatto che dalla sua testimonianza deduco che mentre ipotizzava l'attivazione di un fantomatico, chiamiamolo così, piano Pollo, in realtà non era interessato o comunque non sottoponeva a lei l'opportunità di attivare il piano Paters che invece esisteva.

PRESIDENTE. Se c'era un piano che non serviva a niente per salvare l'onorevole Moro, era proprio il piano Paters. Lo lasci dire a noi che lo abbiamo studiato. Quel piano partiva dal presupposto che si sapesse dove era tenuto prigioniero, l'ostaggio per dare inizio ad una operazione fra il militare e di polizia.

GALLONI. Se di questo si trattava, senza dargli il nome di piano Paters, qualche volta con Cossiga si diceva che, appena individuato dove si trovava Moro, c'era un piano per recuperarlo e metterlo in salvo. C'era anche il particolare, che deviato fu ripreso dalla stampa, che, appena recuperato, Moro dovesse essere salvato dai giornalisti e messo un poco al riparo...

GUALTIERI. Piano Victor e Piano Mike.

GALLONI. ...fino a che i sanitari non avessero assicurato che era a posto completamente, per poi rimetterlo nella vita quotidiana. Alcuni interpretarono questo nel senso che si voleva mettere Moro in un sanatorio, o chissà dove. Di queste cose mi aveva parlato, così come parlavamo spesso del problema delle trattative. Eravamo d'accordo in pieno su tutto. Sulle trattative non mi avete chiesto nulla ma io ugualmente voglio parlarne. All'epoca passavo come uno dei più rigidi antitrattativisti, però in parte non era così. Mi opponevo invece con tutte le mie forze a trattative che avessero implicato violazione di leggi dello Stato. A questo mi opponevo in modo netto. Se ci fosse stata la possibilità che si accontentassero di una somma di denaro, come è stato detto o si fosse capito cosa volevano, il mio atteggiamento sarebbe stato diverso. Mettendo sempre in chiaro però che tutto potevamo fare tranne che violare una sola legge dello Stato. Lo scontro con Craxi fu su questo, quando venne fuori la richiesta della liberazione degli "ostaggi", o anche di uno solo di essi. Anche una sola liberazione comportava, infatti, un atto illegale. Nonostante il presidente della Repubblica, Leone, avesse dato qualche affidamento, non poteva concedere grazie in quelle condizioni e il ministro della giustizia Bonifacio era fermo in proposito. Era rigidissimo, affermando che non avrebbe potuto dare un parere favorevole su alcuno di quei casi, perché non si possono concedere grazie se non a condannati per cui la sentenza sia passata in giudicato. Nessuno di quanti era nel famoso elenco, nemmeno la famosa Besuschio era in quelle condizioni.

Ricordo uno scontro violento fra la delegazione democristiana e quella socialista venuta a Piazza del Gesù quando Craxi ci disse che intendeva capire se noi volevamo o non volevamo in qualche modo la liberazione di Moro. Io risposi che tutte le forze politiche in Parlamento avevano deciso per la non trattativa e che lo stesso Craxi e il suo Partito avevano all'inizio accettato tale linea. Feci presente che dopo che c'erano stati cinque morti non potevamo aprire una trattativa che, peraltro, comportava una violazione di leggi. Non avremmo comunque potuto aprirla perché ci saremmo dovuti presentare in Parlamento per far approvare una legge in deroga a quelle esistenti e in Parlamento non c'era la maggioranza per farlo né ci sarebbe stata mai. "Sono tutte fantasticherie che tu metti in giro unicamente per mettere in difficoltà la Democrazia Cristiana", dissi a Craxi. Ci fu uno scontro violentissimo soprattutto personale fra Craxi e me in quella riunione. "Sei d'accordo o non sei d'accordo che non si possono violare le leggi dello Stato, neanche per casi di questo genere? Che figura ci facciamo davanti alla popolazione? Che figura ci facciamo rispetto a quanti sono stati uccisi? Mettiamo in ginocchio lo Stato davanti alle Brigate rosse", dissi a un certo punto a Craxi. Lui mi rispose che noi avevamo il potere e sapevamo quello che c'era da fare. Mi arrabbiai ancora di più e la riunione finì molto male, con una rottura molto chiara. Non è però che noi non volessimo alcuna trattativa. Se avessero fatto delle proposte decenti le avremmo valutate.

MANTICA. Ma non c'era volontà...

GALLONI. Non c'era la volontà da parte delle Brigate rosse di avviare le trattative.

MANTICA. Ma non c'era la volontà di aprire comunque...

GALLONI. Ma noi eravamo pronti ad aprire una trattativa se fosse stato possibile farlo nei termini che ricordavo. Tanto è vero che abbiamo inviato una delegazione a Londra per avere l'intermediazione di Amnesty Internatíonal perché ci mettesse in contatto con le Brigate rosse. La cosa fallì. A un certo momento le Brigate rosse chiesero un contatto con il portavoce della Democrazia Cristiana. In quel momento l'incaricato della propaganda e stampa della DC era Bodrato e dissero che volevano parlare con lui. Noi su tutti i giornali e su tutte le televisioni diffondemmo i numeri di telefono a cui poteva essere rintracciato. Era un numero della Charitas. Bodrato rimase ad aspettare per tre giorni e per tre notti e non arrivò nessuna telefonata. Era evidente che non volevano una trattativa vera, decente, possibile. Volevano una trattativa che piegasse lo Stato, che comportasse da parte del Governo, o comunque da parte della Democrazia Cristiana, una violazione palese delle leggi dello Stato e questo non potevamo accettarlo.

CORSINI. All'interno della Democrazia Cristiana c'era una componente che aveva una certa presenza nel Gruppo parlamentare, che faceva riferimento ad un Movimento per l'Italia libera nella libera Europa (MILLE). Ne era stato promotore, se ben mi ricordo, a Milano un parlamentare abbastanza sconosciuto che si chiamava Mario Usellini. Questa componente, all'interno della Democrazia Cristiana, che valutazione, che giudizio dava? Quale tipo di lotta politica aveva nei confronti dell'onorevole Moro?

GALLONI. Era una componente - diciamo così - della destra democristiana, quindi rientrava tra quelle componenti che osteggiavano il tipo di operazione politica che si andava facendo. Quella componente per la quale noi facemmo il dibattito dei Gruppi parlamentari che si risolse poi con la nostra vittoria, ma che fino all'ultimo momento fu abbastanza incerto: c'erano molte forze, i vari Segni, eccetera, non erano certamente dalla parte del MILLE, ma c'era una componente piuttosto forte che poteva arrivare al 30-40 per cento.

Ricordo che Moro ebbe un piccolo scontro di opinioni con me, perché lui voleva convocare, durante quella crisi di Governo, il consiglio nazionale della DC, dicendo che era una svolta troppo importante e non la potevamo assumere solo con la responsabilità della direzione. Io gli obiettavo che da sempre nella prassi della DC, durante le crisi di Governo non si riuniva il consiglio nazionale perché si assumeva tutta la responsabilità la direzione e poi il consiglio nazionale si riuniva per la ratifica. Moro diceva che questo mio ragionamento non era valido, che bisognava assolutamente avere un organo più autorevole che autorizzasse quel Governo. Dopodiché ci vedemmo a Piazza del Gesù e trovammo un compromesso: quello di riunire, anziché il consiglio nazionale o la sola direzione, i Gruppi parlamentari al completo di Camera e Senato. In quella sede si fece un largo dibattito, io feci una relazione, poi fece un intervento Moro e alla fine si concluse, ma con grande, non con poca, fatica per dare il via a quel Governo. In seguito Moro per cercare di evitare fratture, fece qualcosa che - devo dire - in quel momento non apprezzai molto: gli uomini della DC che entravano in quel Governo furono in prevalenza della destra e non della sinistra, ma Moro lo fece proprio con l'intenzione di coinvolgere i consensi di tutta la DC.

PRESIDENTE. Qual era la posizione di Cossiga in questo contrasto?

GALLONI. Cossiga non entrava in quel dibattito. In quel periodo Cossiga faceva il Ministro dell'interno, punto e basta.

CORSINI. Le sue argomentazioni conclusive mi hanno confermato in una opinione che da tempo vado maturando, per cui io non ho invece ragione di stupirmi delle sue affermazioni. Le sue affermazioni sono da me largamente condivise, anzi, come valutazione politica, direi che sono assolutamente coincidenti sotto questo profilo. Uno o due mesi prima del rapimento e poi dell'uccisione di Moro era stata pubblicata una delle prime storie organiche della Democrazia Cristiana sotto un profilo scientifico non particolarmente probante (era: "La storia della DC", pubblicata da Laterza), ma il suo autore, Giorgio Galli...

GALLONI. Molto romanzo.

CORSINI. Sì, è un articolo di "Panorama" lungo cinquecento pagine, niente di più: nessuna documentazione archivistica, nessuna fonte inedita. Un articolo di "Panorama".L'autore sosteneva una tesi, che ho cominciato a criticare fin da subito, cioè la lentocrazia di Moro come espressione del carattere pachidermico della DC. In realtà, secondo me Moro era perfettamente consapevole del carattere destabilizzante a livello internazionale della strategia del compromesso storico e quindi si muoveva con estrema pazienza e prudenza. L'orditura della tela politica che Moro andava costruendo in quegli anni era ispirata ad una consapevole riserva circa i rischi che la strategia che si riprometteva di portare a compimento avrebbe prodotto anche sullo scacchiere internazionale. La strategia di Moro era destabilizzante per gli USA, per le ragioni evidenti che lei ha detto; aveva valenze destabilizzanti all'interno del paese, perché metteva in crisi tutto quel mondo, molto frastagliato e articolato, che rispondeva a un criterio di doppia lealtà: la lealtà formale alla Costituzione formale, la lealtà materiale alla Costituzione materiale e dei rapporti di forza del tempo. Ma paradossalmente io qui sostengo una tesi, che non so se i miei colleghi di partito - io sono aderente al Gruppo Democratici di sinistra - l'Ulivo - possano condividere, cioè che quella strategia era destabilizzante anche per l'Unione sovietica...

GALLONI. Certo!

CORSINI. ...perché introduceva un ulteriore vulnus nella stabilità di Yalta, non c'è dubbio. Tant'è vero - questa è un'altra tesi che mi è capitato di sostenere in uno scritto e cui ho dato, credo, un qualche supporto di tipo scientifico - che lo stesso PCI del compromesso storico, cioè il PCI in una fase di progressiva occidentalizzazione, pagava lo scotto di un non ancora sufficiente grado di distacco dall'URSS, perché doveva tranquillizzare l'Unione sovietica in ordine anche alla strategia del compromesso storico. Ed, infatti, il processo di ulteriore occidentalizzazione del PCI si afferma con la strategia dell'alternativa perché essa rimuove, o contribuisce a rimuovere, il fattore K, in quanto il fine che persiste nel fattore K è che i comunisti in Italia non andranno mai - appunto - al Governo.

Queste sue argomentazioni, che ho cercato in qualche modo di fare mie, ripeto, mi confermano in una valutazione più globale e generale che do del periodo e della vicenda politica. E conferma vieppiù non traggo dalla sua testimonianza, cioè dalla testimonianza di un protagonista e di un testimone autorevole della vita politica italiana dell'epoca; non traggo conseguenze dietrologiche e neanche conferme di ipotesi che vanno tutte vagliate alla prova dei fatti. Resta però il fatto che quella sua missione in America e i contatti che lei ha avuto documentano che, non in tutti, ma in vasti settori dell'amministrazione americana la strategia del compromesso storico era vista come un rischio, un pericolo, e che la miopia dì alcuni osservatori e leader politici americani non consentiva loro di capire che in realtà l'occidentalizzazione del PCI era un fenomeno da favorire, non da contrastare.

GALLONI. Rispetto ai miei viaggi in America avrei qualcosa da dire, perché dell'argomento del Partito comunista discussi a lungo. Anzi, fui io il primo ad introdurre successivamente, in quel centro di studi strategici, un incontro-dibattito dove per la prima volta partecipò un comunista, e lo fecero proprio su mia insistenza. Avevano chiesto un rappresentante del Partito comunista, e Berlinguer indicò Tatò, uno del Partito socialista, e Craxi indicò Amato che in quel momento si trovava in America, e poi c'ero io. Si fece un dibattito sui nuovi orientamenti delle coalizioni in Italia e lo si fece proprio in quella sede dominata dalla CIA. Io fui il primo - questo mai nessuno me lo ha riconosciuto, né nel vecchio Partito comunista, né nel nuovo - a portare in una sede qualificata - perché c'erano stati tanti viaggi nelle università, ma mai una sede qualificata politica - il primo comunista in America. I discorsi che mi facevano gli esponenti americani erano questi: ma voi ci credete al partito comunista? Su questi processi di cui vi parlavo, perché si era avuto appena il voto alle Camere del Partito comunista sulla NATO e sull'Europa, loro mi dicevano: ma queste sono tutte finzioni, le fanno d'accordo con il Cremlino; siccome il Cremlino vuole penerare in Italia per levarci le basi, dice ai suoi amici comunisti di usare questa tattica. Io dicevo loro: ma voi non avete esperienza di che cosa sia un partito di massa; un partito di massa non può fare queste operazioni perché si distrugge se fa operazioni di questo genere. Ma loro erano così, questo era il loro atteggiamento.

CORSINI. Mi rendo conto che il mio accordo con lei è estremamente sospetto, ma anche su questo sono d'accordo con lei. Traggo l'ultima considerazione. La testimonianza che lei ha reso questa sera viene reputata da parte mia particolarmente utile perché porta ulteriori elementi a suffragare la tesi secondo la quale chi ha ucciso Aldo Moro non intendeva rafforzare il sistema di potere in Italia ma esattamente destabilizzare la democrazia italiana.

DE LUCA Athos. Non avevo mai sentito alcuno riferirsi al coinvolgimento, alla presenza e al ruolo svolto dal partito americano come ha fatto in modo chiaro l'onorevole Galloni. Colgo però una contraddizione nella sua tesi. Lei dice che non davano le informazioni preziose di cui erano in possesso perché non volevano che in qualche modo lo Stato italiano vincesse in quel momento, quella situazione era funzionale per loro.

GALLONI. Non l'ho detto io. Io ho riferito la frase di Moro.

PRESIDENTE. Però ha ragione il collega che questo farebbe pensare che la presenza del terrorismo veniva vista come elemento di stabilizzazione verso il centro della situazione politica italiana.

GALLONI. Allora nascono tutti gli altri problemi delle bombe a Milano, a Bologna, sui treni. Il problema si allarga all'infinito.

PRESIDENTE. E l'oggetto dell’inchiesta della nostra Commissione.

DE LUCA Athos. Poi lei dice di non credere che gli americani abbiano guidato o gestito in qualche modo le BR. Inoltre dice di essere andato a quella riunione. A proposito, quante persone partecipavano?

GALLONI. Venti o trenta.

DE LUCA Athos. Lei non conosceva Gelli e quindi non l'ha riconosciuto, ma dopo ha visto la faccia di Gelli e non se l'è ricordata.

GALLONI. C'erano trenta persone, probabilmente non c'era, ma se anche ci fosse stato...

DE LUCA Athos. Sarebbe significativo se a un comitato del genere avesse partecipato Gelli. Quando ha letto l'elenco della P2, ha detto di aver riscontrato che moltissime persone che parteciparono a quel comitato facevano parte della loggia massonica. La domanda e la contraddizione è questa. In uno scenario di questo tipo, nel quale al comitato di crisi partecipavano tutti questi piduisti e non si sa se c'era Gelli, nel quale il nostro alleato - gli USA - non ci dava le informazioni e non aiutava lo Stato a risolvere questo problema del terrorismo, vuol dire che il potere delle BR, il fatto che abbiano potuto andare avanti, che abbiano effettuato quell'attacco alla scorta lasciando tutti stupefatti per l'efficienza e la potenza di fuoco, era legato al fatto che un partito italiano e un partito americano lavoravano in modo determinato, scientifico, chiaro e palese perché quella vicenda non fosse risolta. Il ruolo del Ministro degli interni di allora Cossiga, è francamente molto singolare. Anche se in modo scherzoso, ma anche rispettoso lei ha dipinto quasi un Ministro fantoccio, che le parlava di tanti progetti e di tante cose ma era completamente inconcludente e non riusciva a gestire nemmeno la sicurezza del Presidente del Consiglio, tanto da sospettare che questa inconcludenza in realtà facesse parte di questo disegno nel quale bisognava dimostrare che ci si agitava, che si compivano azioni di facciata - come qualcuno ha ricordato - ma nella sostanza non si voleva andare a fondo della vicenda. Chiedo a lei cosa ne pensa di questa impressione che mi ha dato. Vi è una contraddizione. Lei dipinge uno scenario, ma non trae la conclusione che a me pare chiara. Se lo scenario che lei dipinge è vero, che operava un partito trasversale italiano-americano (nei Servizi segreti lei ha detto in modo chiaro che la deviazione consisteva nel fatto che rispondevano più agli americani che non a noi), come potevamo vincere quella battaglia contro le BR? C'era un altro Stato, forse più potente e organizzato del nostro, che lavorava in senso opposto.

GALLONI. In realtà la battaglia con le BR l'abbiamo vinta, perché sono state distrutte. Fra poco sentirete Rognoni, che è stato proprio il Ministro che ha avuto l'onore e l'onere di quella fase. Io ho fornito le mie impressioni, non posso trarre delle conclusioni. Prima di tutto, perché il mio rapporto di amicizia con Cossiga allora non mi consentiva di avere su di lui alcun sospetto. Mi rendevo conto dei suoi lati umani, che erano quelli che erano: ognuno ha la sua personalità. Non potevo dire di non apprezzare il Ministro dell'interno perché si divertiva a giocare con apparecchiature elettroniche. Non potevo dare un giudizio sul Ministro per queste cose o per certe uscite. Sulla coerenza e sulla lealtà di Cossiga in quel periodo non avevo dubbi. Non ho avuto elementi concreti che mi dimostrassero il contrario. In ogni caso, le dimissioni di Cossiga dopo il rapimento di Moro sono la prova che anche lui si è reso conto di non aver fatto tutto quanto poteva e doveva fare un Ministro, altrimenti non si sarebbe dimesso.

CORSINI. Mi incuriosisce molto il fatto che lei dica che in quel periodo (ha usato questo termine) lei non aveva motivi di nutrire dubbi.

GALLONI. Poi le vicende della storia politica sono tali che quando sono andato al Consiglio superiore della magistratura - come tutti sanno - ho avuto anche degli scontri duri con Cossiga, che sono andati al di là del rapporto di amicizia. Questo non toglie che ogni tanto mi telefonava dicendo: "Giovanni, tu sei amico mio, come fai a dire queste cose?". Io rispondevo: "Le dico perché sono giuste e ritengo di doverle dire nella mia funzione".

UCCHIELLI. Voglio porre due domande, anche se una è stata forse già formulata.

La sensazione è che in verità i nostri Servizi di sicurezza, il nostro sistema di difesa nazionale non fossero così come vengono dipinti. La sensazione è che una parte della Democrazia cristiana e Craxi avessero come obiettivo quello di far fallire quella strategia politica del compromesso storico e parte di essa operò in direzione opposta rispetto a quanto stabilito. Lei stesso ha detto che una parte della destra entrò nel Governo. Anche all'interno della Democrazia cristiana, sulla base delle sensazioni e del dibattito interno, quali sono stati i personaggi che, insieme ad ambienti americani che lei ci ha raccontato, hanno operato in maniera diversa rispetto alle deliberazioni della Democrazia cristiana stessa? La seconda domanda. Lei ha detto di non ricordare se a quel comitato di crisi così strano, al quale ha partecipato anche lei come vicesegretario della Democrazia cristiana e molti piduisti che facevano parte dei nostri Servizi e di altre organizzazioni, fosse presente anche Licio Gelli. E’ evidente che una figura come Licio Gelli, poi successivamente, è nota a tutti, quindi uno può fare un po' mente locale. La può escludere questa presenza?

GALLONI. Non posso né escluderla, né affermarla. Io non lo conoscevo, non l'ho visto e non me lo ricordo, quindi non lo posso dire. Le rispondo in questa sede dicendo quello che ho già detto al magistrato inquirente: le mie deposizioni sono acquisite in una procedura.

PRESIDENTE. Tenendo presente che la conclusione di quell'indagine giudiziaria è stata nel senso che manca qualsiasi prova della partecipazione di Gelli, perlomeno a queste riunioni ufficiali.

GALLONI. Non so se avete il potere di ottenere gli atti di quell'indagine che è stata avviata alla procura di Roma; probabilmente vi possono essere inviati.

PRESIDENTE. Le conclusioni sono richiamate in una relazione che questa Commissione ha già consegnato al Parlamento nella X legislatura.

GALLONI. Per quanto riguarda la prima domanda, devo rispondere che io ero vicesegretario del partito e curavo i rapporti con tutte le sue componenti. Certo, la battaglia fu aspra nella Democrazia cristiana tra chi voleva il Governo di solidarietà nazionale e chi non io voleva; una volta però che quella battaglia fu vinta e la linea fu decisa non vi furono osservazioni da parte di nessuno. Io come vicesegretario dirigevo praticamente una combinazione di uffici di partito che erano distribuiti tra tutte le correnti dello stesso e quindi anche tra uomini della Destra della DC i quali collaborarono con me lealmente. Non mi fecero ma; questioni di non volere accettare le deliberazioni prese. I Ministri che vennero nominati furono tutti leali. Uno degli uomini che era più leale a quelle linee fu per un certo periodo Piccoli. Poi, ad un certo momento, in un congresso della Democrazia cristiana del 1980 le posizioni si rovesciarono e vinse il "cosiddetto preambolo" e quindi le cose proseguirono in modo diverso; ma già quel congresso avvenne dopo che c'era stata la svolta di Salerno del partito comunista e dopo una serie di fatti ed episodi e dopo che io, che ero presidente del Gruppo della Democrazia cristiana alla Camera dei deputati, fui battuto da Gerardo Bianco che rappresentava l'altra ala. Quindi, ci fu un rovesciamento interno di posizioni; in altri termini quelle posizioni che all'epoca di Moro erano di maggioranza della Sinistra, dopo divennero di minoranza. Ma questo non vuol dire che all'interno della Democrazia cristiana ci fossero delle sbavature o dei tentativi di non rispettare i principi, le regole ed i programmi assunti che si dovevano realizzare. Il programma del Governo Andreotti del 17 marzo era stato elaborato da una commissione di partiti di cui ero di fatto segretario che portarono avanti quel programma attraverso l'accordo con il Partito comunista. Ricordo allora i contatti continui che avevo con il braccio destro di Berlinguer, Chiaromonte, che ora poverino è morto. Chiaromonte era il mio corrispondente nel Partito comunista. Insieme con loro, con i repubblicani e con gli stessi socialisti portavamo avanti quel programma e i Ministri di quel Governo lo rispettarono. Non ci sono problemi di questo genere.

Nella prima riunione della Democrazia cristiana un giorno dopo la cattura di Moro all'unanimità si deliberò che bisognava tenere una linea di fermezza, compreso Fanfani. Lui iniziò a sollevare questi probleini dopo la grande polemica nei confronti di Craxi intorno al 15-20 aprile. Fino a quella data però non c'era stato alcun dissenso; poi anche allora i dorotei continuavano ad essere d'accordo con noi ed avevamo concordato che in quella riunione della direzione, che poi ci doveva essere il 9 maggio, ci sarebbe stata una relazione introduttiva di Zaccagnini e un intervento di Fanfani che avrebbe affrontato il problema delle richieste che venivano dai socialisti di allentare la posizione dì rigidezza; infine vi doveva essere una nostra replica - probabilmente si sarebbe conclusa. all'unanimità quella riunione - in cui dicevamo che si potevano avviare trattative che non comportassero violazioni di leggi dello Stato. Eravamo infatti disponibili, non eravamo chiusi a ogni trattativa perché volevamo la morte di Moro. Questo avremmo detto in quella riunione ma non lo potemmo fare, perché, come tutti sappiamo, appena le Br si resero conto che stavamo arrivando a quella conclusione ci fecero trovare il cadavere di Moro. Non c'era però nessuna volontà da parte delle Brigate Rosse, o forse vi era solo in qualche settore marginale, di fare vere trattative. C'era la volontà di piegarci, di ottenere un grosso successo, di dimostrare che loro erano forti quanto lo Stato; forse potevano chiedere l'intervento delle Croce Rossa internazionale come se vi fosse stato un conflitto aperto ed una guerra civile in Italia; tutte cose che noi non potevamo assolutamente accettare e consentire.

TASSONE. Signor Presidente, io ho raggiunto la Commissione in ritardo ma eravamo impegnati con il voto di fiducia critica. Lo dico perché in effetti non siamo due momenti diversificati, signor Presidente: il voto di fiducia è un adempimento verso il quale i deputati sono impegnati; si lavora anche in tempi spasmodici, purtroppo è così e forse andrebbe anche rivista l'organizzazione dei nostri lavori. Volevo quindi chiedere scusa all'onorevole Galloni perché mi introduco solo in questo momento nella discussione.

Io volevo fare una semplice domanda. Onorevole Galloni, nel periodo del sequestro Moro lei era uno dei responsabili del partito della Democrazia cristiana, non era una figura di seconda o terza fila ma di prima fila. Lei ha fatto riferimento all'impegno del Ministro dell'interno. C'erano anche molti giovani parlamentari che in quella occasione forse nutrivano qualche perplessità e qualche dubbio sia sull'operato della segreteria nazionale della Democrazia cristiana sia sull'operato degli organi di Governo. Se lei aveva qualche dubbio o qualche perplessità, glielo chiedo in questo momento, perché, essendo lei autorevole figura e avendo anche una tribuna che le consentiva di avere elementi, dati eccetera, non ha indicato un limite, cioè quello della attività e dell'operosità del Ministro dell'interno? Io ricordo bene, lei lo ricorderà meglio di me, che in effetti ci furono delle polemiche nei confronti del Ministro dell'Interno rintuzzate in termini radicali, violenti, precisi e forti da parte della segreteria nazionale della Democrazia cristiana.

GALLONI. Di che genere?

TASSONE. C'era qualcuno che ovviamente nutriva qualche dubbio sull'attività del Governo nel suo complesso e su quella del Ministero dell'interno e la segreteria della Democrazia cristiana fece quadrato su tale attività.

GALLONI. Adesso la maggioranza dell'Ulivo non lo farebbe per il Governo attuale?

TASSONE. Noi stiamo parlando di quel periodo.

PRESIDENTE. Non ho capito se queste polemiche avvennero dopo la tragica conclusione della vicenda.

TASSONE. No, avvennero durante; ci furono 55 giorni di ricerche a vuoto e si trovò nella segreteria della Democrazia cristiana una difesa sull'attività e sull'operato del Governo e sulle scelte politiche di fondo e quindi della non trattativa portata avanti da parte della direzione della Democrazia cristiana. Lei ha risposto a qualche collega che le ha posto il problema del gruppo dei MILLE: a tale proposito le constano responsabilità di altri parlamentari o ex parlamentari, oltre all'onorevole Segni? Non conosco la ratio della domanda cui lei ha risposto con dovizia di particolari, ma le chiedo di essere più completo: vorrei sapere se qualche componente dell'ala destra del partito della Democrazia cristiana ha qualche responsabilità affinché le nostre valutazioni siano più serene.

Per quanto riguarda ì servizi segreti, onorevole Galloni, le chiedo se giudica negativamente la contezza del fatto che fossero condizionati, dipendenti, pilotati o fortemente ipotecati da parte degli Stati Uniti d'America. Lei aveva responsabilità di governo o all'interno del partito di maggioranza relativa che vantava un gran prestigio e una forte autorevolezza: per quale ragione allora questi limiti e queste commistioni nell'ambito delle strutture di sicurezza che attentavano all’indipendenza del nostro Paese non sono mai state denunciate ed evidenziate se non in questo particolare momento?

Per quanto riguarda il compromesso storico vi furono una serie di chiusure interne ed esterne. Gli esponenti del Partito Comunista erano persone attente, di grande cultura e di grande spessore morale; secondo lei, non già all'interno dello schieramento di sinistra in generale ed in termini astratti ma nel PCI si stava organizzando una qualche forma di opposizione, negli anni dal 1968 al 1970, nell'ambito delle manifestazioni studentesche del cosiddetto arco costituzionale o dei partiti antifascisti, alle quali partecipava anche il movimento giovanile del suo partito? C'è stata qualche organizzazione che partiva dal PCI e che si opponeva sia al disegno moroteo sia al disegno fatto proprio da tutta la Democrazia cristiana?

GALLONI. Non ho alcuna difficoltà ad indicare i nomi. Ho citato Segni ma non intendevo riferirmi esclusivamente a lui. La posizione del gruppo dei MILLE era allora abbastanza insignificante all'interno del partito. Larghissimi settori delle correnti democristiane esprimevano dubbi e lo stesso Donat-Cattin, che faceva parte della Sinistra DC, aveva assunto una posizione critica. Le riunioni della direzione del partito erano molto difficili e per arrivare a comunicati unitari dovevamo ricorrere a molte mediazioni. Il nostro compito politico era molto difficile in quel momento: vivevamo una situazione tutt'altro che tranquilla e stabile all'interno della Democrazia cristiana, una situazione che successivamente esplose in occasione della "maggioranza del preambolo" e del congresso del 1980. Questa realtà si registrava anche in Parlamento: io fui eletto presidente del Gruppo ma, nell'elezione successiva, sia pure per pochi voti, fu eletto Bianco, che faceva parte di un gruppo che allora si chiamava dell'Hilton che aveva il suo peso all'interno della Democrazia cristiana., Non ho voluto nascondere alcunché, ma ho voluto difendere anche gli esponenti dell'ala destra perché indubbiamente, quando si prendevano decisioni, erano leali nell'accettarle e nel portarle avanti.

TASSONE. E cosa ci dice a proposito di Cossiga?

GALLONI. Era ovvio che di fronte alle critiche rivolte al Ministro dell'interno la segreteria del partito lo difendesse e non poteva fare altrimenti.

TASSONE. In che modo il Ministro dell'interno ha condizionato il suo lavoro in quella fase?

GALLONI. Non lo ha condizionato assolutamente. Io facevo la spola tra piazza del Gesù e il Ministero dell'interno per apprendere notizie. Cossiga svolgeva la sua funzione che era indipendente dai compiti del partito. Mi ricordo che vi furono perplessità soprattutto per la violenza con cui, nell'ultima fase dei 55 giorni di prigionia di Moro, l'onorevole Craxi portava avanti la sua polemica sulla trattativa, seguita ovviamente dai familiari e da alcuni amici di Bari di Moro. La questione ci creò imbarazzo e dolore: non era facile per noi, che eravamo stati sul piano personale ed umano gli amici più stretti di Moro, passare di fronte all'opinione pubblica come coloro che lo volevano morto. Era una circostanza non facilmente sopportabile anche sul piano morale. In una situazione difficile ci troviamo d'altronde ancora oggi perché quest'ombra è rimasta e rimarrà, non si avrà chiarezza sulla vicenda.

PRESIDENTE. Perché la situazione di subalternità di spezzoni degli apparati di sicurezza americani non creò mai allarme e non diede luogo ad interventi politici?

GALLONI. Quali interventi politici avrebbero potuto essere promossi? Esisteva sempre il problema della inafferrabilità delle tremende vicende e degli attentati che accaddero in Italia negli anni '70. Le Brigate rosse non furono certamente protette e coperte dalle strutture ufficiali, nemmeno quelle della CIA i cui dirigenti sono persone rispettabili e politicamente qualificate. Esistono poi degli spezzoni, esiste una zavorra che ne combina di tutti i colori!

DE LUCA Athos. I servizi segreti non operano in questo modo.

GALLONI. Operano secondo input generali ma riescono sempre a sfuggire alle loro responsabilità e a far svanire le prove di questi legami.

DE LUCA Athos. Una tesi del genere non è sostenibile.

GALLONI. E’ questo il metodo dei servizi segreti: bisognerebbe condurre una battaglia non per eliminare gli armamenti ma per eliminare i servizi segreti perché fino a quel momento non avremo pace.

PRESIDENTE. Pur avendo sottolineato personalmente la situazione di subaltenità o di sovranità limitata vorrei chiarire che non intendevo connotarla negativamente. Il mondo era diviso in due imperi e le logiche imperiali prevedono che in tanto esiste l’impero in quanto i regni sono limitati: rex in regno suo dicitur imperator. Quando faccio riferimento a situazioni di questo genere non esprimo una valutazione politica negativa ma registro una situazione storica che riguardava il PCI da una parte - lo ha riguardato intensamente per un lungo periodo e successivamente in maniera decrescente - e il mondo occidentale dall'altra. Non possiamo riscrivere la storia.

STANISCIA. Auspicherei che si procedesse a fare delle domande ed evitare lunghe premesse altrimenti si finisce per fare dei processi nel tempo.

PRESIDENTE. Sono d'accordo ma non direi che le domande non abbiano riguardato la questione di Moro.

TARADASH. Concordo con il collega; ritengo che queste riunioni rischino di essere una lunga perdita di tempo molto interessante per chi si diletta di storia e di patria ma poco interessante per un parlamentare della Commissione stragi.

Lei ha detto, onorevole Galloni, che i servizi deviati erano al servizio della CIA e degli Stati Uniti. Personalmente, dubito della verità assoluta di questa affermazione perché vi sono state numerose deviazioni che difficilmente si possono ricondurre a logiche imperiali: chi sceglieva i capi dei sevizi? Non sono d'accordo con il Presidente Pellegrino quando giustifica ciò nell'ennesima pacificazione nazionale tra il comunismo ed il fascismo guerrafondaio prima; tra il partito comunista e la democrazia cristiana poi. Non sono d'accordo. Se questi servizi rispondevano alla CIA qualcuno sceglieva e la responsabilità di chi permetteva che i servizi rispondessero alla CIA era responsabilità politica e tradimento nei confronti della nazione; e non ci sono giustificazioni che tengano; altri paesi europei vivevano all'interno di Yalta. Tutti i paesi europei ma il tradimento che si è verificato ripetutamente nel nostro paese non è avvenuto altrove perché la responsabilità politica era precisa e forte; cosa che invece in questo paese non è stato; quindi, non condivido affatto la tendenza della Commissione stragi. Lei ha detto che i servizi erano deviati in quanto dipendevano dalla CIA: chi erano allora i responsabili delle scelte politiche, ciano questi condizionati dall'impero americano nella loro scelta o, come Biancaneve, i vari Ministri dell'interno o della difesa scoprivano all'improvviso che i servizi, i generali, gli ufficiali da loro scelti si sottraevano dalle responsabilità in modo tale che nessuno poteva prevederlo? E tutto questo poteva accadere anno dopo anno, decennio dopo decennio e tutti erano belli addormentati nel bosco che avevano bisogno del bacio, della strage per svegliarsi e scoprire l'esistenza di questa eventualità?

GALLONI. A questa domanda non posso rispondere perché non sono mai stato Presidente del Consiglio. So che alcune scelte che venivano fatte erano condivisibili ed altre no; per esempio, nel periodo immediatamente precedente alla storia di Moro la estromissione di un funzionario eccezionalmente bravo, Santillo, che conoscevo, mi fece molta impressione perché al posto suo furono messi elementi che poi risultarono appartenere alla P2. Queste scelte non avvenivano consapevolmente; si basavano sulla competizione come avvengono oggi tutte le scelte di queste nomine; uno propone un nome; uno l'altro e alla fine la maggioranza sceglie uno piuttosto che l'altro. Alla domanda se coloro che hanno scelto quel nome - risultato poi essere della P2! - fossero consapevoli di questo fatto e che l'avessero fatto appositamente, non posso rispondere perché non ho elementi; che sia vero che vi fossero dei servizi segreti deviati che ubbidivano più che all'Italia all'America, o meglio a strutture paradeviate in essa presenti è ancora una ipotesi. Quando si accertano questi fatti le punizioni devono esserci: si tratta di tradimento nei confronti della nazione e su questo noti vi è alcun dubbio. Non difenderei mai nessuno di questi personaggi quando si accertano le verità dei fatti.

PRESIDENTE. Il vicepresidente Manca non è più presente, ma una volta ha reso una sorta di testimonianza: la logica dell'alleanza creava delle vere e proprie catene gerarchiche formalizzate dai trattati.

TARADASH. Sotto un controllo politico ed una responsabilità politica.

PRESIDENTE. Potrebbe darsi che vi siano state strategie della subalternità. Su questo non avrei alcun dubbio.

TARADASH. Si dovrebbe spiegare la politica di Andreotti o quella di Craxi a Sigonella.

PRESIDENTE. Maletti, ad esempio, ha riferito alla Commissione che fu ad un certo momento silurato - almeno a suo parere - perché era andato in collisione con i servizi americani.

GALLONI. Andreotti in America non aveva in certi periodi migliore stampa di quanta non ne avesse Moro. Degli amici americani una volta mi chiesero se Andreotti fosse davvero un uomo leale e non si stesse accordando con la Russia per rovesciare tutto il sistema tradizionale. La mia risposta fu che erano completamente fuori strada; però esistevano questi sospetti.

FRAGALA’. Quando il 18 aprile del 1978 fu scoperto clamorosamente il covo di via Gradoli i diligenti della Democrazia cristiana al Governo o al partito chiesero conto al professor Romano Prodi o al professo Clò di quella seduta spiritica del 2 aprile e del nome Gradoli che venne fuori anche se in modo assolutamente inverosimile, attraverso l’indicazione di don Sturzo?

GALLONI. Io sono responsabile; lo dico con molta sincerità. I fatti furono questi: una mattina, mentre ero nel mio ufficio a Piazza del Gesù, scese il capo ufficio stampa di Zaccagnini, Cavina, per riferirmi dì una novità dicendomi quanto segue: è venuto Prodi, non Romano, Paolo Prodi quello che era stato professore a Trento, quasi ridacchiando e dicendo che per scrupolo si sentiva costretto a riferire una cosa che gli pareva comunque assurda e cioè: "Mi hanno detto che a Bologna si è fatta una seduta spiritica e si è fatto il nome di Gradoli; la risposta del medium è stata Gradoli, Moro si trova a Gradoli sulla Cassia". Io commisi un errore imperdonabile: essendo deputato di quel collegio conoscevo benissimo l'esistenza di un paese di nome Gradoli situato sulla Cassia mentre non sapevo affatto dell'esistenza di una via Gradoli. Dissi pertanto a Cavina di fare una segnalazione al Ministero dell'interno; del resto ne avevamo fatte tante perché tutti i giorni giungevano persone un po' di tutti i tipi, dicendo che Moro si trovava in un quartiere o in un altro e partivano le indagini che poi si concludevano nel nulla. Come tutte le altre volte partì anche questa indagine: setacciarono Gradoli e non trovarono nulla. Successivamente, verificata la veridicità di questa informazione, la mia impressione fu che si trattò di una spiata che purtroppo non andò a buon fine; perché evidentemente qualcuno aveva fatto una spiata e per coprire la fonte aveva inventato questa storia. L'errore mio, però anche l'inettitudine del Ministero dell'Interno, di coloro che facevano le indagini, fu di non rendersi conto che c'era anche una Via Gradoli e non solamente un paese Gradoli; queste sono le manchevolezze. Comunque, per quanto riguarda quella vicenda le cose, sono meno fantasiose e meno romanzate di quanto sembra. I fatti furono questi, se poi dietro di essi vi siano state altre manchevolezze nelle indagini, non lo so.

FRAGALA’. Ma il 18 aprile, quando si scoprì il covo di Via Gradoli voi non chiedeste a Prodi Paolo o a Prodi Romano...

GALLONI. Ma loro non ci poterono dire niente, loro ci riferirono solamente, ma non credo che avessero... Romano non c'entra per niente: c'entra Paolo.

FRAGALA’. Romano non c'entra, c'entra Paolo?

GALLONI. Venne Paolo Prodi a Piazza del Gesù; secondo me, però, lo avevano detto a Paolo Prodi, ma anche a lui così, perché venisse a riferire. Probabilmente era tutto un giro di informazioni - questa è un'ipotesi - che venivano attraverso quella centrale della facoltà di sociologia di Trento di cui Paolo Prodi era stato un docente, quindi probabilmente era un tentativo di fare una spiata; però chi ha fatto questa spiata ha fatto di tutto per coprire la fonte e quindi ce l'ha fatta arrivare in questo modo. Questa è la mia ipotesi; è un'ipotesi possibile.

FRAGALA’. La ringrazio. Una seconda domanda: come dirigente della Democrazia Cristiana, si è posto il problema durante il sequestro che vi fosse il cosiddetto "canale di ritorno", che cioè Moro sapesse direttamente attraverso qualcuno che andava a riferire alle Brigate Rosse quali erano i temi dei conversari più privati dell'establishment del gruppo di Governo o del gruppo dirigente di partito? Moro era informatissimo, lo dimostrano le sue lettere e l'indirizzo delle sue lettere.

GALLONI. Infatti su questo ebbi proprio una crisi. Una volta, chiacchierando e conversando fra amici nella mia stanza a Piazza del Gesù, presente Misasi, si parlava della linea della fermezza e così via dicendo; e Misasi, con quel l'atteggiamento sempre suo tipico, venne fuori con questa espressione: "però, certo che da un punto di vista sentimentale io qualche cosa di più farei in questa direzione". Disse solamente questo; ed eravamo quattro o cinque persone in quella stanza.

FRAGALA’. Chi eravate?

GALLONI. Adesso è inutile tirare fuori dei nomi perché vengono fuori delle questioni molto delicate, ma non eravamo più di quattro o cinque persone. Immediatamente Moro lo venne a sapere, tanto è vero che mandò una lettera a Misasi incaricandolo di convocare il Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana. Quindi io ebbi...

DE LUCA Athos. A questo punto, però, Presidente, le chiediamo di dirci i nomi.

PRESIDENTE. Onorevole Galloni, la pregherei, semmai passando anche in seduta segreta, di farci i nomi. Le faccio prima un'altra domanda: di questo colloquio che avevate avuto...

FRAGALA’. Privato.

GALLONI. Era nella mia stanza.

PRESIDENTE. Privato. Nei rapporti, nella dialettica con il PSI al PSI ne parlaste?

GALLONI. Come, nella dialettica con il PSI?

PRESIDENTE, Di questo colloquio che avevate avuto e quindi del fatto che Misasi avesse assunto tale posizione, uomini del PSI potevano essere informati?

GALLONI. Potevano essere informati anche da qualcuno di coloro che erano presenti in quella stanza, perché eravamo quelli. A meno che non ci fossero le microspie nella stanza, non lo so.

FRAGALA’. Mi scusi, onorevole Galloni, è vero che Moro scrisse la lettera a Riccardo Misasi immediatamente dopo quella vostra riunione?

GALLONI. Dopo tre o quattro giorni.

FRAGALA’. Signor Presidente, tre o quattro giorni dopo quella conversazione privata arrivò la lettera di Moro a Riccardo Misasi.

PRESIDENTE. Su questo personalmente non ho dubbi. A mio avviso però la spiegazione può essere che se ciò che era avvenuto in quel colloquio in sede politica perviene ai socialisti, poi il canale è facile, ridiventa: Pace, Morucci, Brigale rosse.

FRAGALA’. Tre giorni.

GALLONI. Tre, quattro giorni. Le notizie arrivavano. Ma loro avevano dei contatti non diretti, i socialisti.

FRAGALA’. Mi scusi, ma lei cosa ha pensato personalmente: che il "canale di ritorno" fosse nella cerchia del gruppo dirigente della DC o dei socialisti?

GALLONI. No, io rimasi sbalordito, veramente non sapevo dare una risposta.

FRAGALA’. Non si diede una spiegazione.

DE LUCA Athos. Signor Presidente, insisto.

FRAGALA’. Passiamo in seduta segreta.

PRESIDENTE. Passiamo in seduta segreta.

I lavori proseguono in seduta segreta dalle ore 21,45.

omissis...

I lavori riprendono in seduta pubblica alle ore 21,47.

FRAGALA’. Presidente Galloni, lei sa che Moro scrisse due ultime lettere, una a Zaccagnini, alla Democrazia Cristiana, ed una sul tradimento, secondo lui, del Partito Comunista, entrambe molto dure. In queste lettere parla dei comunisti come di coloro che volevano cementare con il suo sangue la presa dei potere; dei democristiani dice che praticamente stanno facendo della politica della fermezza e del rigore un buon affare. Addirittura in una di queste lettere dice: "Per i comunisti il rigore, il rifiuto della flessibilità e umanità, è un certificato di ineccepibile condotta; per la DC, è il contrassegno di un buon affare". Moro in altre lettere scrive: non dite che sono pazzo, io ragiono. Chi legge adesso le lettere sa benissimo che quello era Moro.

GALLONI. Certo, io non ho mai avuto dubbi, perché ne conoscevo lo stile.

FRAGALA’. Ora io dico questo: siccome il senatore, Cossiga è venuto a dirci che il partito della fermezza era a quel punto quello del non cedere neppure per quanto riguardava la liberazione della brigatista ammalata, era un fatto eli salvaguardia del quadro politico o addirittura di salvaguardia del PCI? Siccome è venuto in Commissione anche il professor Silvestri, uno dei saggi allora chiamati da Cossiga, a dirci che gli americani attraverso Pieczenik ebbero l'impressione - e Pieczenik per questo se ne andò - che più che liberare Moro e condurre una trattativa, anche fasulla, per cercare di prendere tempo i dirigenti del Governo e dei partiti volevano esclusivamente difendere con la politica della fermezza la stabilità del quadro politico? Queste considerazioni sono da Moro, grande conoscitore della politica italiana, sia della DC che dei PCI, calati interamente in queste lettere. Le chiedo: lei che valutazione ha fatto? E’ stato d'accordo cori Moro rispetto alla valutazione che la politica della fermezza alla fine servi più a salvare il quadro politico, a stabilizzare il compromesso storico (anche se poi tutto franò dopo la morte di Moro) invece che essere uno strumento per la liberazione di Moro? Vorrei la sua valutazione dopo vent'anni da quei tragici fatti, dal terribile assassinio del leader democristiano.

GALLONI. Proprio riflettendo su quegli avvenimenti, posso dire che la nostra sensazione precisa era che si voleva la trattativa per strumentalizzarla e rovesciare il quadro politico.

FRAGALA’. I socialisti?

GALLONI. I socialisti. Avete interrogato i membri della commissione di giuristi nominata da Craxi per trovare le soluzioni che consentissero la salvezza di Moro?

PRESIDENTE. No.

GALLONI. A Piazza del Gesù giunsero delle voci che certamente non contribuirono a instaurare buoni rapporti con il Partito socialista. Giunse voce cioè che all'atto dell'insediamento di quella commissione Craxi avrebbe detto: "Il vostro è un compito molto importante, perché se riusciamo a trovare una soluzione per la trattativa e la salvezza di Moro, attraverso questa strada ci guadagniamo almeno due milioni di voti". In quel clima la cosa mi diede la sensazione di una gravità assoluta. Noi volevamo evitare che crollasse lo Stato, non la maggioranza che si era andata a costituire. Ma vi rendete conto di cosa avrebbe significato in questo paese?

FRAGALA’. Io sto ripetendo gli argomenti di Moro.

GALLONI. Io so che Moro ha scritto quelle lettere, ma Moro, dentro quella prigione, stava facendo l'avvocato di se stesso. Lo dimostrano alcune sue deposizioni che poi sono state ritrovate. Cercava, sperava di ottenere dai brigatisti la libertà, convincendoli che ucciderlo era ormai inutile perché sarebbe uscito comunque definitivamente dalla vita politica. Tutte le considerazioni vanno viste anche in questa ipotesi.

FRAGALA’. Un'ultimissima domanda. Tra il 1974, 1976 e 1978, lo Stato smobilitò tutti i nuclei antiterrorismo, soprattutto quelli di Dalla Chiesa e di Santillo. Smantellò gli apparati investigativi. Lei crede che questo avvenne per l'influenza politica del Partito comunista che non consentiva si indagasse a Sinistra e soprattutto riteneva che le Brigate rosse fossero sedicenti tali o dei fascisti travestiti? In Italia quindi non c'era più nessuno disposto ad indagare a Sinistra per fermare il terrorismo rosso. Gli unici rimasti erano Santillo e Dalla Chiesa e per questo i loro nuclei furono smobilitati.

GALLONI, A questa domanda non so rispondere e non ho elementi per farlo. Posso solo dirvi che fui molto negativamente colpito quando seppi della sostituzione di Santillo che ritenevo uomo molto valido. Anche di Dalla Chiesa avevo una valutazione molto positiva, tanto è vero che - mi dispiace se non sono umile - il nome di Dalla Chiesa per l'incarico in Sicilia lo feci io che all'epoca ero capogruppo della DC. Lo feci in una riunione a cui partecipava anche l'onorevole Andreotti e in cui si diceva che era necessario dare il segno di una ripresa in grande.

TARADASH. Quindi non fu Andreotti a mandarlo in Sicilia per farlo ammazzare?

GALLONI. Fui io a fare il nome di Dalla Chiesa, a dire che l'uomo migliore che avevamo era lui. Anche i rappresentanti degli altri Partiti che partecipavano alla riunione si dissero d'accordo e fu mandato in Sicilia lui.

PRESIDENTE. Ma perché questo uomo, il migliore, viene utilizzato subito dopo la morte di Moro e non durante i 55 giorni del sequestro?

GALLONI. Durante quel periodo mi dicevano i responsabili degli uffici che stava svolgendo un lavoro ottimo. E poi, fondamentalmente, le basi dei brigatisti erano al Nord, mica a Roma. Lo sapevamo tutti che le strutture fondamentali dei brigatisti erano fra Genova...

PRESIDENTE. Lei dunque riteneva che stesse cooperando alle indagini?

GALLONI. Era molto efficiente. Almeno così risultava dai dati in nostro possesso.

PRESIDENTE. Chiudiamo qui l'audizione dell'onorevole Galloni che ringrazio.

Adesso facciamo una breve sospensione per far accomodare l'onorevole Rognoni.

I lavori, sospesi alle ore 21.55, vengono ripresi alle ore 22.

INCHIESTA SUGLI SVILUPPI DEL CASO MORO: AUDIZIONE DELL’ONOREVOLE VIRGINIO ROGNONI

Viene introdotto l’onorevole Virginio Rognoni.

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori cori l'audizione dell'onorevole Virginio Rognoni.

Solo per il verbale ricordo brevemente che egli fu nominato ministro dell'interno il 13 giugno 1978, in sostituzione dell'onorevole Cossiga, dopo un breve interim del presidente Andreotti. Poi l’onorevole Rognoni è rimasto alla responsabilità di ministro dell'interno, sostanzialmente senza soluzione di continuità, fino al 1983. In periodi successivi, che vanno al di là dell'ambito di competenza di questa Commissione, è poi stato ministro di grazia e giustizia e della difesa. La ragione ultima, non l'unica, della decisione dell'Ufficio di Presidenza di udire l'onorevole Rognoni, che ringrazio per la disponibilità dimostrata, sta nelle interviste da lui rilasciate dopo le recenti dichiarazioni del Capo dello Stato nel ventesimo anniversario della morte dell'onorevole Moro, dichiarazioni che hanno riattivato un faro, ci hanno spinto ad accentrare la nostra attenzione su questo ambito.

Debbo personalmente una spiegazione all'onorevole Rognoni, che una lettera pubblicata sul "Corriere della sera" si è domandato da dove avessi tratto la conoscenza di un commento del presidente degli Stati Uniti Reagan dopo il rapimento del generale Dozier. Noi nell'altra legislatura procedemmo a delle audizioni seminariali con dei consulenti che avevamo nominato e in particolare sul terrorismo di Sinistra ci siamo avvalsi della consulenza del professor Giorgio Galli. Le leggo brevemente il passo della consulenza da cui ho tratto quell'affermazione: "Il presidente Reagan, a proposito del sequestro Dozier, espresse personalmente la sua indignazione per il fatto che in una paese alleato "quattro straccioni vagabondi" - è questa la traduzione delle sue parole - potessero impunemente rapire un generale". La fonte era quella. Ho chiesto al professor Galli che mi fornisse la fonte documentale di questa sua affermazione ma non ho ancora avuto risposta.

Come di consueto io farò le mie domande e poi passerò la parola ai colleghi. La mia prima domanda è questa: il 9 agosto 1978 - perlomeno a quello che risulta - lei, il ministro della difesa Ruffini, e il Presidente del Consiglio: "riuniti a Merano, conferirono al generale Dalla Chiesa compiti speciali operativi nella lotta al terrorismo, sui quali doveva riferire direttamente al Ministro dell'interno, con decorrenza dal 10 settembre 1978. Le chiedo innanzitutto se questo è esatto?

ROGNONI. Sì, certamente.

PRESIDENTE. Allora, vorrei sapere perché fu scelto Dalla Chiesa, se nei contatti che aveste con Dalla Chiesa avete avuto l'impressione che lui avesse delle fonti informative personali, se nel dargli l'incarico si parlò del problema di ritrovare le carte dell'onorevole Moro (cioè la documentazione della prigionia di Moro che era in possesso delle Brigate Rosse, di cui le Brigate Rosse avevano preannunciato la pubblicazione, ma che in quel momento non era ancora avvenuta) e poi quale valutazione fece lei della rapidità con cui, poco dopo aver ricevuto l'incarico, Dalla Chiesa entra nel covo di Via Monte Nevoso e lì rintraccia tutta la documentazione di Moro. Sono rimasto sempre personalmente colpito dal fatto che in 55 giorni gli apparati di sicurezza non riescono a rintracciare la prigione di Moro -- benché fosse forte la probabilità che Moro non fosse uscito dalla città di Roma - e invece con grande rapidità il generale Dalla Chiesa, investito dei poteri, trova le carte di Moro in via Monte Nevoso. La mia impressione, cioè, è che Dalla Chiesa avesse dei suoi canali di informazione e che addirittura questo gli abbia consentito in qualche modo di monitorare il percorso delle carte di Moro; perché Bonisoli, nel processo Metropolis, riferisce che le carte erano arrivate nel covo via Monte Nevoso appena due giorni prima del blitz dei carabinieri. Da una serie di altre documentazioni, tra cui anche un libro autobiografico del generale Morelli, noi sappiamo che tra Dalla Chiesa e Morelli era nato un contrasto sul momento in cui doveva scattare il blitz, perché Morelli lo vuole far scattare e invece Dalla Chiesa lo rinvia finché non decide di dare il via all'operazione che porta a rintracciare le carte di Moro; quindi, quasi come se lui avesse monitorato il percorso delle carte e quindi sapesse di poter colpire con sicurezza nel covo di via Monte Nevoso.

ROGNONI. Le domande sono diverse. Comincerò partendo dalla domanda: perché Dalla Chiesa?

Io arrivo al Viminale il 13 giugno 1978. La mia prima preoccupazione era di introdurre nella lotta contro il terrorismo un elemento, per quanto e possibile, di discontinuità rispetto al passato. A me premeva che l'opinione pubblica fosse rassicurata dagli sforzi determinanti che lo Stato doveva necessariamente compiere per rimontare la china, perché indubbiamente i 55 giorni della prigionia di Moro furono - come del resto documenta l'atto stesso di dimissioni del ministro Cossiga - una sconfitta per lo Stato. Si trattava ad un tempo di rassicurare l'opinione pubblica e di mettere in qualche modo inquietudine dentro le formazioni brigatiste. Non solo, ma mi accorgevo che c'era anche una certa, non dico impreparazione, ma comunque la polizia di Stato, la pubblica sicurezza, mi sembrava fosse, quanto meno nella rappresentazione che ne aveva la gente, al di sotto del livello di professionalità dei carabinieri. Si trattava di guadagnare tempo ed ecco, allora, che l'idea di un gruppo interforze cominciò a farsi strada. Perché Dalla Chiesa? In un primo tempo avevo una rosa di nomi: il generale Dalla Chiesa, il generale Ferrara (generale dei carabinieri che poi andò al Quirinale), e poi, per quanto riguarda il versante della polizia, i questori Macera e Santillo, ma questi era piuttosto anziano. La scelta cadde su Dalla Chiesa, che in quel momento dirigeva il servizio delle carceri ed era stato protagonista anche di una prima fase della lotta contro il terrorismo, quella che portò all'arresto di Curcio e di Franceschini. Quindi, Dalla Chiesa. Vado con il ministro della difesa Ruffini a Merano (erano i primi di agosto) dove il Presidente del Consiglio Andreotti era in vacanza e propongo questa nomina. Andreotti consente alla nomina di Dalla Chiesa, lasciandolo libero di strutturare come meglio crede questo gruppo costituito da un centinaio di persone della pubblica sicurezza, dei carabinieri, della guardia di finanza. Dalla Chiesa accetta questo incarico.

Non ebbi mai da lui l'impressione che avesse delle indagini in corso. La sua seconda domanda era: vi siete mai accorti che Dalla Chiesa avesse delle fonti? No. Dalla Chiesa certamente aveva delle fonti, era un comandante dei carabinieri, aveva informazioni. Era scontato che egli avesse tutto un patrimonio che portava con sé, proprio per questo Dalla Chiesa era stato scelto per quella sua storia personale all'interno dell'Arma, per quell'attività nei confronti delle Brigate rosse, agli inizi degli anni Settanta, per tutto questo. Demmo l'incarico al generale di cercare le carte? Certamente no. Avevamo l'obbligo di mettere le mani sugli assassini, non c'è ombra di dubbio, anche perché io mi accorgevo che la mia attività di Ministro dell'interno si svolgeva in uno scenario molto diverso dal precedente. I cinquantacinque giorni sono stati vissuti sotto l'incubo della condanna a morte di Moro, preannunciata dalle BR. C'è stato tutto il problema di decifrare le carte di Moro, dalle quali si pensava dovessero uscire delle indicazioni. Ogni giorno che passava era un giorno perduto per la salvezza di Moro. Noi ci trovavamo fuori da questo scenario; quella dannata sentenza purtroppo c'era già stata e al limite il nostro lavoro poteva essere svolto con maggiore riflessione e maggiore calma, però gli assassini di Moro erano ancora fuori. In Parlamento dicevo che c'era una. pregiudiziale Moro da rimuovere perché il terrorismo passava di lì; c'era prima, passava attraverso l'assassinio di Moro e verosimilmente sarebbe andato oltre. Quindi l'obiettivo di trovare le carie era secondario, rientrava nelle indagini ma non è che fossimo preoccupati delle carte di Moro: eravamo preoccupati di consegnare ai giudici della Repubblica gli assassini di Moro e gli autori della strage di via Fani.

Ci furono immediati successi. Prima ancora dell'irruzione a via Monte Nevoso del 1° ottobre 1978 da parte degli uomini del generale Dalla Chiesa, ci fu anche l'arresto di Alunni a Milano il 13 settembre da parte della polizia. Ricordo quella sera, quando il capo della polizia Parlato mi venne a dare notizia di questo arresto. Certamente l'operazione più importante fu quella di via Monte Nevoso del 1° ottobre 1978. Lei mi chiede, Presidente, perché è stata così rapida la rimonta. Però la sconfitta politica e militare delle BR viene molto dopo. Se dovessi fissare il momento nel quale collocare la sconfitta delle BR, indicherei la liberazione del generale Dozier. Quindi la rimonta è stata lunga, la strada difficile. Sapevo che ci sarebbe stata una operazione importante da parte degli uomini di Dalla Chiesa; avevo una consuetudine di incontri con il generale piuttosto frequente. A metà settembre, Dalla Chiesa mi dice che forse c'era una pista buona, quella che poi portò all'operazione del 1° ottobre. Io ero a Pavia, la mia città (molti avvenimenti di quel periodo sono accaduti di domenica), la mattina alle 7,30 mi telefona Dalla Chiesa dicendo che mi doveva parlare in relazione a quella operazione. Ci diamo appuntamento alla caserma dei carabinieri di Tortona. Mi dice che in quel momento i carabinieri sono in via Monte Nevoso e che è arrivato anche Pomarici, il magistrato. Dopo qualche giorno ricevo da Dalla Chiesa quelle quarantanove pagine che sono trovate nel covo; ma anche dal punto di vista psicologico per le forze dell'ordine che erano entrate in quel covo e avevano catturato tutta la commissione strategica...

PRESIDENTE. Viene decapitato il vertice.

ROGNONI. Credo che se avessero potuto esultare per qualche cosa, lo avrebbero fatto per la cattura di questi signori piuttosto che per aver trovato le carte. Questo è indubbio dal punto di vista psicologico.

PRESIDENTE. Ho riguardato gli articoli di stampa dell'epoca. Per l'opinione pubblica il fatto che fosse stato decapitato il vertice delle BR trasparì poco.

ROGNONI. Non so se trasparisse poco o no, ma si trattava di cinque brigatisti. Naturalmente l'opinione pubblica si concentrò sulle carte, è naturale. Tenga presente che l'opinione pubblica era stata interessata alle carte di Moro per lunghi cinque mesi. Nei cinquantacinque giorni c'era stata una lettura continua delle lettere che uscivano dal carcere, con la polemica se fossero autentiche o meno. Quindi si capisce come i titoli di questo o quel giornale o della stampa in genere sottolineassero l'importanza di questo ritrovamento, ma dal punto di vista della lotta contro il terrorismo la cattura dei brigatisti e la loro consegna ad un giudice della Repubblica era più importante.

PRESIDENTE. Quindi il Governo escludeva che Moro avesse potuto dare alle Brigate Rosse informazioni importanti per la sicurezza dello Stato?

ROGNONI. La mia responsabilità durante quei 55 giorni era quella di Vice Presidente della Camera, quindi...

PRESIDENTE. Ma nel momento in cui lei assume la responsabilità del Ministero dell'interno non ha la preoccupazione che in mano ai brigatisti potessero esservi documenti importanti per la sicurezza dello Stato?

ROGNONI. No, non avvertii questa preoccupazione.

PRESIDENTE. Se vuole possiamo anche passare in seduta segreta. In vicende processuali temporalmente molto più vicine a noi è stata avanzata l'ipotesi che Dalla Chiesa non fa sequestrare da Pomarici l'intera documentazione che rintraccia in via Monte Nevoso, ma fa una cernita preventiva.

ROGNONI. Io ho sempre rifiutato questa interpretazione.

PRESIDENTE. Lei sa che è un'ipotesi giudiziaria?

ROGNONI. Come no, ma ho sempre rifiutato questa ipotesi sulla base della lealtà e delle dichiarazioni del generale Dalla Chiesa e sulla base della lealtà e delle dichiarazioni dei giudice Pomarici. Quelle carte furono trovate; erano carte importanti; oltre a quelle famose 49 pagine c'erano alcune lettere, molte delle quali erano già venute a conoscenza dell'opinione pubblica durante i 55 giorni. Forse una o due lettere erano inedite. Ma ancora oggi ho il convincimento che tutte quelle carte furono consegnate alla magistratura che le ebbe a repertare e poi consegnate al Governo. Tra l'altro ci fu la polemica se pubblicarle o no e poi alla fine decidemmo di pubblicarle. Io proposi al Presidente del Consiglio di pubblicare queste cartelle per evitare che le notizie venissero centellinate; attraverso l'autorizzazione di Gallucci, allora procuratore della Repubblica di Roma, si ebbe l'autorizzazione; feci una conferenza stampa, predisposi un certo numero di copie e le consegnai alla stampa. Come si fa a rispondere a questa domanda?

PRESIDENTE. Perché per esempio il brano in cui Moro parla di Gladio non sta in quelle pagine; viene poi trovato dietro il pannello di via Monte Nevoso, non molto tempo dopo le dichiarazioni che l'onorevole Andreotti fece in Senato sull'esistenza di Gladio.

ROGNONI. Io mi ricollego alla domanda che lei mi ha fatto. Lei mi ha chiesto se ho avuto l'impressione che Dalla Chiesa si fosse trattenuto qualche carta? Rispondo, se avesse trattenuto qualche carta, queste non sarebbero state dietro quel pannello.

PRESIDENTE. Era il luogo ove si potevano far trovare in qualsiasi momento quando si aveva interesse di farle uscire..

ROGNONI. Ma quanti luoghi c'erano di più segreti e riservati!

PRESIDENTE. Poi c'è stata anche una perizia che ha accertato che il pannello è stato proprio là per quel periodo.

ROGNONI. Non solo, c'erano anche diversi milioni. Teniamo poi presente quel che ho detto poc'anzi che è sempre stata la ragione del mio convincimento; io scrissi una lettera di fuoco su "La Repubblica". In quei giorni - ero Ministro della difesa ottobre del 1990 - si parlò di "manine" e di "manone", con un linguaggio irritante per me. Ma insomma questi Carabinieri entrano e trovano i componenti della commissione strategica; può anche darsi, come molte volte accade, che un'irruzione, in questo caso un'irruzione in un covo caldissimo, non abbia avuto tutti i seguiti che poteva avere, come ad esempio l'esame dei muri e di ogni altro particolare. Può anche darsi che vi sia stata una svista o una noncuranza da parte dei Carabinieri.

PRESIDENTE. Almeno questo è stato.

ROGNONI. Certamente. Io ritengo ed è mio convincimento che quelle carte non furono trovate allora ma furono trovate nel 1990; erano lì nascoste da 10 anni a questa parte. In questo senso c'è stato anche un giudizio da parte del tribunale di Milano.

PRESIDENTE. E’ una questione aperta, perché lei sa che c'è una testimonianza dell'onorevole Evangelisti, quasi in extremis, e una testimonianza della suocera di Dalla Chiesa sul possesso da parte di quest'ultimo di carte che poi spariscono alla prefettura di Palermo e che si riferivano al caso Moro. C'è un'ipotesi giudiziaria a Palermo su questo fatto.

ROGNONI. Si, per quanto io sappia l'indagine che stanno facendo i giudici non è arrivata ad una certezza. La mia certezza è che il 1° ottobre del 1978 quelle 49 carte, soltanto quelle - mi riferisco al memoriale Moro -, furono trovate. Tra l'altro, queste 49 carte sono un po’ una sintesi di quelle 200, o non so quante pagine, che furono trovate nel 1990. Praticamente, in nuce c'è già in questo primo ritrovamento tutto ciò che si ritroverà nel 1990.

PRESIDENTE. Per quanto riguarda questa Commissione, manca il passaggio su Gladio; il passaggio sulla strategia della tensione è molto meno incisivo rispetto a quello del 1990; manca una serie di riferimenti all'allora Presidente del Consiglio che verranno poi rinvenuti nelle carte dietro il pannello.

ROGNONI. Lei ha fatto un riferimento al Presidente del Consiglio; già le 49 carte contenevano dei giudizi durissimi nei suoi confronti.

PRESIDENTE. Sempre sotto la sua responsabilità al Viminale in realtà la lotta alle BR continua, ma soprattutto con la liberazione del generale Dozier dopo vi sono solo dei "colpi di coda" di un esercito, quello delle Brigate rosse, ormai in rotta e disfatto. Nel momento in cui le personalità dei capi brigatisti sono divenute note, penso ad esempio ad un personaggio come Savasta che collabora quasi nell'immediatezza della cattura, lei che valutazione ha fatto tra il livello di offensività dei brigatisti e le loro personalità? Come lei sa il Presidente della Repubblica su questo ha fondato un giudizio sulla possibilità dell'esistenza di un livello ulteriore.

ROGNONI. Ritengo che il grado di offensività delle Brigate rosse fosse tale da giustificare certamente i fatti che esse hanno commesso, via Fani e tutto il resto. Questa domanda può anche essere riferita ai documenti che le Brigate rosse durante i 55 giorni e successivamente facevano uscire. Non dobbiamo infatti mai dimenticare che le Brigate rosse si sono sempre qualificate come partito armato. Armato perché ammazzavano e gambizzavano, partito perché volevano cercare consenso. E’ molto più facile portare una valigia piena di tritolo in una stazione e farla esplodere. Le BR no; esse hanno adottato la tecnica del sequestro che le esponeva enormemente. Ma perché il sequestro? Sequestrano Moro e fanno il processo a Moro per fare il processo alla DC e, siccome la DC era il partito di maggioranza relativa, fanno il processo allo Stato, all'organizzazione politica del paese.

PRESIDENTE. Lanciavano delle vere e proprie campagne mediatiche.

ROGNONI. Perché le Brigate rosse sono sempre state una formazione che aveva, a suo modo, una propaganda, una propaganda ossessiva, le BR parlavano e parlavano, cercando di collegarsi con quella parte dell'opinione pubblica che aveva, per così dire, uguale convincimento. Certo quest'ultima era costituita da gente che non ammazzava ma che aveva uguale convincimento circa la debolezza del sistema politico, la democrazia bloccata, come allora si diceva, e così via, Sequestrano quell'esemplare cittadino che fu l'ingegner Taliercio per mettere sotto processo il modo di produzione capitalista, cercando quindi di collegarsi con quella parte, anche presente in Parlamento, antagonista del capitalismo, dell'opinione pubblica. Sequestrano Dozier e in quella occasione mettono sotto processo la Nato e il sistema integrato europeo. Le Brigate rosse, insomma, hanno sempre tentato di avere dei riferimenti, non li hanno mai ottenuti ma si sono mobilitate per farlo. Adesso è facile affermare che l'obiettivo era la cattura e la sconfitta delle Brigate rosse ma io ricordo che quando arrivai in Parlamento sentivo ancora l'eco dello slogan "Né con lo Stato né con le BR". Si trattava di governare il bisogno di sicurezza rimanendo uno Stato democratico.

PRESIDENTE. Ma lei ha avuto la sensazione che fino al sequestro Moro vi furono una serie di omissioni e, per così dire, una caduta di tensione? E’ stato nominato ad esempio il generale Dalla Chiesa: è come se si avesse un corpo scelto e lo si impiegasse nella guerra dopo che la battaglia campale è stata perduta. Sono personalmente convinto che le Brigate rosse erano quello che dicevano di essere e che certe verità avrebbero potuto essere scoperte prima nei loro comunicati se non fossero stati giudicati con troppa facilità farneticanti. In ogni caso emerge che le BR non furono combattute fino in fondo. Abbiamo ascoltato l'attuale generale Bozzo, uno degli uomini di fiducia di Dalla Chiesa, il quale ha affermato di essere stato chiamato a Roma, insieme al gruppo di Dalla Chiesa, per non fare alcunché e che per ingannare il tempo andava al cinema!

ROGNONI. Il gruppo antiterrorismo di Dalla Chiesa ancora non esisteva.

PRESIDENTE. Mi riferisco al gruppo che lo precedette e che catturò Curcio e Franceschini. Per usare una metafora calcistica, non le sembra che, rispetto ad una partita decisiva, si scelga di lasciare il migliore centravanti in panchina? Naturalmente le sto chiedendo un giudizio.

ROGNONI. Il nostro Paese, come tutte le democrazie, era impreparato quando è scoppiato il fenomeno terroristico delle BR in tutta la sua virulenza, basti pensare al fatto che nel 1977 i servizi segreti vengono riformati. Era una stagione difficile per il Ministero dell'interno dal punto di vista dell'ordine pubblico: si pensi alla morte di Giorgiana Masi, all'assassino di Carlo Casalegno e ad altri assassinii che preannunciavano l'offensiva culminata con il rapimento e l'uccisione di Moro. Non è un giudizio ex-post ma una valutazione abbastanza generalizzata quella secondo cui lo Stato si presentava abbastanza impreparato al momento dello scoppio più violento del fenomeno terroristico. Dalla Chiesa venne a Roma per introdurre un elemento di discontinuità.

PRESIDENTE. Discontinuità rispetto ad una fase precedente di assoluta inefficienza e di scarsa utilizzazione delle risorse disponibili?

ROGNONI. Non so risponderle. Dopo 55 giorni di prigionia e l'assassinio di Moro non erano emersi elementi di svolta nelle indagini. In qualità di Ministro dell'interno proposi la costituzione di un gruppo di interforze perché a mio giudizio le forze disponibili erano scarsamente impiegate. Ho premesso che si è trattato certamente di una sconfitta dello Stato; non vi è ombra di dubbio. Molti giorni sono stati contrassegnati dal tentativo di decifrare le lettere di Moro come se potessero suggerire delle piste. Quando sono arrivato al Viminale ho trovato un'enfasi esagerata sull'interpretazione delle lettere come veicolo per indirizzare le indagini ed ho pensato che fosse meglio ricorrere alla memoria storica di polizia e carabinieri, ricorrere per così dire all'artigianato.

PRESIDENTE. Condivido pienamente questa valutazione: il guaio è che "questo artigianato" non si è mosso. Resto del parere che il pedinamento di un personaggio noto come Lanfranco Pace avrebbe potuto consentire di arrivare a Morucci e alla Faranda e, in tal modo, al covo di via Gradoli. E’ nota la spiegazione che lei ha dato circa l'informativa ricevuta dall'onorevole Remo Gaspari che condusse alla scoperta del covo di via Montalcini. Recenti indagini del dottor Mastelloni, che partendo da un'istruttoria su Argo 16 ha indagato a 360 gradi su vicende molto interessanti, condurrebbero ad una versione diversa, seppur in termini non assolutamente chiari e certi.

I lavori proseguono in seduta segreta dalle ore 22,37.

...omissis...

I lavori proseguono in seduta pubblica alle ore 22,40.

PRESIDENTE. Non mi sembra che i successi che ha ottenuto come Ministro dell'interno siano in discussione ma ha mai avuto l'impressione nel periodo precedente, ma anche durante la sua direzione al Viminale che questo suo impegno non fosse universalmente condiviso e che vi fossero momenti di caduta di efficacia nell'insieme degli apparati di sicurezza da poter legittimare l'idea che questi potessero essere volontariamente voluti?

ROGNONI. Non per quanto riguarda la mia gestione. Ricordo che dovevo andare assai di frequente in Parlamento a difendere la struttura a cui avevamo preposto Dalla Chiesa perché vi erano colleghi in Parlamento che evidentemente riflettevano una certa opinione pubblica contraria a questa struttura extra ordinem; ricordo, per esempio, le polemiche che anche in Parlamento vi furono con il collega Giacomo Mancini: la costituzione di questa struttura certamente speciale rispondeva più ad esigenze di sicurezza che non a quelle di garanzia dei cittadini. Naturalmente le garanzie dei cittadini sono un valore che il Governo e questo ministro certamente avevano a cuore ma che non venivano affatto scalfite a nostro giudizio - mentre potevano esserlo a giudizio di altri - da questa struttura straordinaria e tanta fu la fatica nel difenderla e l'esperienza che ne ebbi che poi mi guardai bene nel corso della lotta al terrorismo di predisporre qualcosa di analogo per altri casi specifici. Quando vi fu il sequesto di Dozier qualcuno propose di mettere in piedi una struttura speciale; vi erano anche gli americani a spingere - attraverso l'ambasciatore Rabb direttamente - per l'utilizzo di Dalla Chiesa. Personalmente ribadivo che in quell'occasione intendevo usare la struttura ordinaria e mandai a Padova ed in genere incaricai specificamente di questo problema la Ucigos, la struttura ordinaria perché, tra l'altro, la nomina di Dalla Chiesa aveva creato per tanti aspetti situazioni contraddittorie anche all'interno dell'Arma.

PRESIDENTE. Questo aspetto si riallaccia ad una affermazione di Cossiga; in realtà, l'utilizzazione di Dalla Chiesa precedentemente non era stata possibile per le gelosie ed i contrasti che una personalità come quella di Dalla Chiesa aveva all'interno stesso dell'Arma.

ROGNONI. Questo non lo so. Certamente ricevevo lamentele a partire dal generale Corsini. Quando all'Arma c'era Corsini, e via via i comandanti a lui succeduti, le lamentele arrivavano perché la mattina questi generali aprivano il giornale e leggevano: "gli uomini di Dalla Chiesa". Che significa uomini di Dalla Chiesa? Sono carabinieri; essi dicevano. In verità, la lotta al terrorismo era generale: richiedeva la mobilitazione di tutti, polizia, carabinieri, giudici; quindi, la eccessiva personalizzazione era assai pericolosa. Quindi, dopo l'esperienza della struttura di Dalla Chiesa, mi guardai bene ad inventare altre strutture straordinarie. Dalla Chiesa era un personaggio spigoloso; vi era il timore che Dalla Chiesa rispondesse direttamente al Ministro dell'interno ma non al Ministro della difesa o comunque sfuggisse all'Arma. Poi sono tutte storie perché personalmente ricevevo Dalla Chiesa come Corsini. Era un discorso corale. Però indubbiamente tale questione esisteva tanto è vero che molti erano contrari alla nomina di Dalla Chiesa a comandante della divisione Pastrengo. A questo riguardo devo dire che fu l'insistenza di Dalla Chiesa a costringere il Governo a nominarlo comandante della Pastrengo; il gruppo interforze era un fatto straordinario e non potevamo tenere in piedi una struttura del genere sapendo che chi la comandava era tutto teso a coronare la sua carriera come comandante generale della Pastrengo tanto che in quella occasione - siamo nel dicembre 1969 - Dalla Chiesa dette dei giudizi circa lo stato di avanzamento nella lotta al terrorismo a mio giudizio un po' ottimistici tanto che il terrorismo durò fino al 1981.

PRESIDENTE. La Commissione è impegnata in questo compito non facile di dare una valutazione di carattere generale sia sul contrasto al brigatismo, al terrorismo di sinistra ma in particolare al contrasto su tutta la vicenda Moro. Lei era Ministro dell'interno quando si scoprono gli elenchi di Castiglion Fibocchi. Avendo rivisitato ex post tutta la vicenda ritiene che il fatto che i vertici dei servizi, degli apparati di sicurezza - tutte persone presenti in quegli elenchi - abbia potuto determinare non una eterodirezione delle brigate rosse ma un volontario non contrasto per la vicenda del sequestro Moro?

ROGNONI. Avevo iniziative e comando nei confronti per esempio del generale Grassini, direttore dei Sisde. Vedendo ex post sono ancora oggi del convincimento che la lealtà e l'appartenenza alla P2 dì Grassini sarebbe caduta quando fosse stata in conflitto con la lealtà verso lo Stato; egli avrebbe scelto la lealtà verso lo Stato. Questo è il mio convincimento. Ho avuto l'impressione che Grassini desse la giusta collaborazione come servitore dello Stato ad un Ministro che glielo chiedeva. Ciò non toglie assolutamente un giudizio severissimo nei confronti della P2. Io ero all'epoca d'accordo con l'allora Presidente del Consiglio, Spadolini, perché mi domando per quale ragione questo personaggio potesse in base ad una telefonata avere da lì a poco tempo in casa sua quindici, venti ufficiali dei carabinieri. Non vi è ombra di dubbio, il fenomeno è molto inquietante.

PRESIDENTE. Però lei ritiene che non abbia influito. A che serviva, in fondo? Solo a fare carriera, ad aprire prospettive di carriera.

ROGNONI. Sì; molti generali vi andavano per ragioni anche e soprattutto di carriera, sotto promozione, questo è indubbio. Anche il generale Dalla Chiesa; c'è stata un'interruzione, il generale Dalla Chiesa compare. La spiegazione che mi diede è che egli - ha usato questo termine - si era "affacciato" al suo interno per capire che cosa accadesse.

FRAGALA’. Adesso Bozzo ci ha detto che lo ha fatto per essere promosso.

ROGNONI. Non glielo so dire.

PRESIDENTE. La ringrazio; per quanto mi riguarda ho finito.

TARADASH. Volevo farle quattro domande. Anzitutto, in una recente riunione di questa Commissione un teste degno di fede ci ha detto che il Segretario del Partito Socialista Craxi durante il periodo del sequestro Moro utilizzò il servizio del generale Dalla Chiesa per la ricerca di contatti con le Brigate rosse. E’ una notizia che francamente non credo fosse nota; a lei risulta, il generale Dalla Chiesa gliene ha parlato?

ROGNONI. No. Il generale Dalla Chiesa era in buoni rapporti con Craxi, questo lo so perché me lo diceva. Aveva anche cura di dirmi: domani ho un incontro con Craxi. Me lo diceva, come per dovergli dire: prego, lo faccia. Ma che Dalla Chiesa mi avesse detto che qualcosa del genere era avvenuta durante il sequestro, questo no, non mi ha mai detto nulla a questo riguardo.

TARADASH. Seconda domanda. Il Presidente Cossiga ha riferito che nel momento della scelta dei dirigenti dei servizi segreti, che poi sarebbero stati tutti P2, venne avanzata la candidatura del generale Dalla Chiesa - per il Sisde, se non ricordo male - e ci fu un veto del Partito Comunista Italiano. Le risulta?

ROGNONI. No. Questo doveva avvenire nel 1977.

TARADASH. E’ avvenuto nel 1977. Lei poi non ha saputo niente, però questo è agli atti della Commissione. Terza domanda. L'onorevole Galloni poco fa ci ha dato una sua spiegazione sui servizi deviati, affermando che i servizi deviati erano tali in realtà perché i dirigenti di questi servizi, nel momento in cui deviavano, obbedivano ad un'altra autorità, cioè quella della NATO o del partito americano, degli Stati Uniti, della CIA. Nel periodo in cui lei è stato Ministro dell'Interno, ha avuto la sensazione che ciò avvenisse?

ROGNONI. No, perché - torno a ripeterlo - sulla vicenda del generale Grassini ho ancora quel convincimento di allora, e poi i fatti che si sono succeduti, che certamente abbiamo registrato a partire ... non voglio fissare una scansione temporale, ma è certo che l'assassinio di Moro, così esposto com'era tutto il gruppo delle Brigate rosse, è stato il culmine della loro efficienza ed il principio della loro fine, questo è indubbio. Di conseguenza i successi sono stati tali da non creare le occasioni per riscontrare una deviazione sul tipo di quella che lei ha prospettato. No.

PRESIDENTE. Penso che la domanda di Taradash, però, non riguardasse specificamente Grassini, ma più in generale volesse accertare se lei ritiene che doppi vincoli di fedeltà o tripli - se alla fedeltà atlantica e a quella alla Repubblica si aggiungeva anche la fedeltà al giuramento massonico - abbiano potuto avere poi influenza concreta nel modo di agire di parti di apparati istituzionali: servizi, apparati di sicurezza, più in generale apparati di forze, e quindi soprattutto le forze armate, in cui poi il vincolo gerarchico era anche determinato dalla logica dell'alleanza.

ROGNONI. La mia impressione è sempre stata che il servizio, soprattutto quello militare che veniva dal SID, dal SIFAR, eccetera, per le vicende politiche del nostro paese avesse come obiettivo da contrastare il "rosso". La guerra fredda si rifletteva anche all'interno del paese - e come si è riflettuta! -; credo che i servizi portassero questa loro opzione di fondo storicamente. Tuttavia questa cultura si modificava via via con il corso della vita politica.

TARADASH. Comunque non ci sono casi in cui lei ha avvertito che, oltre alle direttive del Governo nazionale, potessero esservi delle direttive di altre fonti?

ROGNONI. No, perché le indicazioni e le direttive che noi davamo venivano realizzate, quindi non ho mai avuto la sensazione che esse incontrassero ostacoli o interferenze.

TARADASH. L'ultima domanda riguarda la liberazione del generale Dozier, che lei indica come momento di svolta effettivo, di sconfitta delle Brigate rosse. C'è sempre stata un po' di sorpresa nell'opinione pubblica per il fatto che il nostro Stato sia riuscito a funzionare così bene quando venne catturato dalle Brigate rosse un generale degli Stati Uniti. Mi può dire qual è stata la partecipazione del Governo degli Stati Uniti, o di altri enti, alla liberazione dei generale Dozier?

ROGNONI. Intanto vorrei premettere che è un paese un po' strano il nostro, in quanto l'opinione pubblica è sempre stata molto "pendolare" nel nostro paese. Arrivo al Viminale: ma insomma, voi non ce la fate, siete impreparati, dove stanno gli assassini di Moro? Si prendono tre o quattro degli assassini di Moro, si prendono tutti o quasi gli assassini di Moro, e poi dopo, e poi dopo ancora. Perché si è riusciti a liberare il generale Dozier? Non tutte le operazioni di polizia riescono bene, quella è riuscita bene. Per quanto riguarda il rapporto tra l'amministrazione italiana e gli Stati Uniti, è un rapporto molto difficile. Tenga però presente che l'Amministrazione americana è sempre stata molto attenta alle nostre vicende, si capisce, anche a quella del terrorismo in un paese alleato; e c'era molta diffidenza nei confronti della nostra capacità. Quando fu sequestrato Dozier... tra l’altro, il sequestro di Dozier mi portò, come dire, ad un contrasto di valutazione con l'indimenticabile presidente Pertini, con il quale ho sempre avuto una consuetudine di incontri straordinaria. E’ il generale Dozier, mi disse, quindi ci dev'essere un collegamento internazionale: vediamo, indaghiamo a 360 gradi. Io continuo ad essere dell'opinione che le Brigate rosse fossero un fenomeno autoctono di questo paese; certo espressione della violenza che in Europa si era scatenata in quel momento; in Italia quella era la forma che essa aveva assunto. L'amministrazione americana voleva mandarci le teste di cuoio, ma io ho risposto di no. Dove è stato rapito il generale Dozier? In Italia? Spetta a noi. Certo che mentre lo dicevo mi venivano un po' i brividi nella schiena perché se non fossimo riusciti...

TARADASH. Mi scusi, aveste delle informazioni dagli Stati Uniti?

ROGNONI. No, no. L'operazione Dozier è stata squisitamente della polizia italiana. Tenga presente che siamo nel 1982 quando il fenomeno del pentitismo aveva portato a una serie di piste che, altrimenti, sarebbero state raggiunte molto più tardi. E’ stata un'operazione squisitamente italiana.

TARADASH. Ancora un'ultimissima domanda che mi delega Fragalà. E’ stato scoperto che il condominio di via Gradoli, di cui si è parlato anche prima, in cui c'era il covo delle Brigate rosse, era in larga misura di proprietà del Ministero dell'interno. A lei risulta?

ROGNONI. L'ho saputo leggendo i giornali.

PRESIDENTE. La vicenda di Russomanno che passa al giornalista Isman il verbale di interrogatorio di Peci avviene mentre lei è al Viminale?

ROGNONI. Sì.

PRESIDENTE. Che valutazione ne diede allora?

ROGNONI. Pessima. Russomanno era un poliziotto capace, bravo. Mi sono doluto che fosse incappato in quella vicenda, perché non avrebbe dovuto passare nulla.

PRESIDENTE. Questa è una valutazione piana, ma quale fine ulteriore poteva avere?

ROGNONI. Quel difficile rapporto che a volte c'è. Quel poliziotto era stanco. Non vedo quale potesse essere il fine.

PRESIDENTE. Un segnale ai brigatisti del pericolo del pentitismo.

ROGNONI. Ma i brigatisti questo segnale se lo registravano senza che ad indicarglielo fossero gli altri. Lo capivano da soli. Il pentitismo è nato...

PRESIDENTE. ...con Peci.

ROGNONI. No, in parte, prima, con Fioroni.

PRESIDENTE. Questa lettura possibile della vicenda Russomanno lei la esclude?

ROGNONI. Sì, la escludo. Intanto perché i terroristi pentiti sono sempre stati terroristi che avevamo catturato. Solo dopo diventavano pentiti. Non si è mai verificato il caso di un terrorista che si presentasse spontaneamente.

PRESIDENTE. Per la verità anche adesso.

FRAGALA’. Capita lo stesso con i mafiosi.

ROGNONI. Sono d'accordo con il Presidente e mi permetto di utilizare un suo inciso. Spesso si è sottovalutato il fatto che le Brigate rosse si autodefinissero partito armato. Si consideravano partito armato. Volevano la rivoluzione.

PRESIDENTE. Lei dice che il pentitismo nasce quando la prospettiva politica diventa impraticabile?

ROGNONI. Nasce quando il terrorista delle Brigate rosse capisce che siamo uno Stato democratico, che la violenza non paga. Quando capiscono che non potranno un domani diventare uomini del nuovo regime, dopo la "rivoluzione" vanno in crisi. Un conto è essere clandestini per sei, dieci anni, un conto esserlo per tutta la vita, affrontare il carcere, eccetera. C'è questa crisi. Il pentitismo nasce anche da lì, dalla prospettiva di annientamento che il terrorista noti poteva non avere.

PRESIDENTE. Con il dottor D'Amato che rapporti ha avuto?

ROGNONI. Quando io ho assunto la responsabilità del Viminale, l'Ufficio affari riservati era già stato sciolto. Qualche volta D'Amato mi veniva a trovare. L'avrò visto due o tre volte l'anno. Quattro volte l'anno.

PRESIDENTE. Agli atti della Commissione, e penso fosse indirizzata a lei, abbiamo una lettera di D'Amato. L'abbiamo letta al senatore Andreotti che l'ha definita impressionante. In questa lettera D'Amato dice: "deve essere chiaro che nella mia attività ho sempre agito nell'interesse dello Stato, ma se questa mia attività dovesse essere inquadrata malevolmente, ho avuto rapporti con il terrorismo, i palestinesi, l'eversione di destra e di sinistra ... ". Sembra quasi una lettera di risposta ad una contestazione disciplinare.

ROGNONI. La conosco quella lettera. Credo sia stata inviata a seguito della vicenda P2.

PRESIDENTE. Infatti è allegata agli atti della P2.

ROGNONI. Nella lettera dice di essere sempre stato consultato dai Ministri che si sono succeduti, perché continuava a fare il suo lavoro. In realtà, istituzionalmente, quello non era il suo lavoro. Certo, quando veniva a trovarmi, avendo davanti un personaggio con quella storia, lo interrogavo. Gli chiedevo cosa pensasse, quali fossero le sue considerazioni. Si trattava di conversazioni, dalle quali, peraltro, non mi è mai arrivata una "dritta". Non mi è mai stato detto, sul caso Dozier, ad esempio, "Guardi, Ministro, che le cose stanno così, Dozier è in Austria, in Francia o ancora in Italia." D'Amato non mi ha mai dato queste indicazioni.

PRESIDENTE. E’ una lettera inquietante, a metà tra la chiamata in correità nei confronti, non suoi, ma di tutto un sistema di potere politico e il salvacondotto di Richelieu ne "I tre moschettieri". Sembra voler dire è per vostro ordine che ho fatto quello che ho fatto, però sia chiaro che se mi viene contestata la mia azione spiegherò che me l'avete chiesta voi.

ROGNONI. Per me D'Amato non ha fatto nulla. Se ha fatto qualcosa probabilmente è avvenuto quando era titolare degli Uffici affari riservati in cui aveva l'iniziativa e gli spazi di lavoro che quell’incarico gli consentiva.

GUALTIERI. Quando andò via dagli Affari riservati fu messo a capo…

PRESIDENTE. ... di una struttura che in realtà…

GUALTIERI. Lui dice che i Ministri...

PRESIDENTE. ...dice che, benché stesse apparentemente in quella posizione, in realtà aveva continuato a fare il lavoro che faceva sempre.

GUALTIERI. Questo spiega la lettera che ha mandato dopo. E’ la copertura del lavoro che ha fatto.

ROGNONI. Non mi ha mai prestato questi servizi, né li ho mai sollecitati, al di fuori delle conversazioni che si potevano avere quando mi veniva a trovare o io lo mandavo a chiamare.

PRESIDENTE. Lei torna al Viminale nella immediatezza della chiusura della vicenda Moro. Ha trovato i verbali del Comitato?

ROGNONI. No.

PRESIDENTE. Già allora non c’erano più? Perché noi li cerchiamo affannosamente senza riuscire a trovarli. Il senatore Gualtieri ne ha fatto quasi un obiettivo specifico, giustamente.

GUALTIERI. Voglio denunciare i Ministri che li hanno perduti.

PRESIDENTE. Delle dimissioni del prefetto Napoletano da segretario del CESIS e della sua sostituzione con Pelosi cosa può direi? Perché questa è un'altra documentazione che non riusciamo ad avere.

ROGNONI. Mi pare che quando io arrivo al Viminale Napoletano è al CESIS.

PRESIDENTE. No, viene sostituito con Pelosi durante i 55 giorni.

ROGNONI. Credo che Pelosi venga dopo. Ho l'impressione che, quando il 13 giugno venga nominato ministro dell'interno, al CESIS ci sia ancora Napoletano.

GUALTIERI. Per pochi giorni.

ROGNONI. Sì, per pochissimo. Tanto è vero che io non ho mai avuto rapporti con lui, che poi diventa prefetto di Roma. Credo che sia andato via immediatamente, alla fine di giugno.

TARADASH, Quindi nei 55 giorni c'era Napoletano?

ROGNONI. Dovrà risultare dalle carte.

GUALTIERI. C'è per pochi giorni.

TARADASH. Ma l'onorevole Rognoni ci dice che quando lui arriva al Viminale Napoletano c'era ancora.

ROGNONI. Forse era in corso la sostituzione. Io non incontrai immediatamente Pelosi.

GUALTIERI. All'inizio del 1978 cominciano a lavorare sia il SISDE sia il SISMI.

PRESIDENTE. A noi risulta che Napoletano si sia dimesso il 24 aprile e che quindi sia stato sostituito durante i 55 giorni col prefetto Pelosi. Lei sa perché si è dimesso?

ROGNONI. No. So per sentito dire che accusava disagio. Che non si sentiva fatto per quel posto. Che se ne voleva andare ma non conosco i motivi.

PRESIDENTE. Le chiedo una valutazione. Non trova singolare che non ci sia traccia nell'amministrazione italiana delle dimissioni di un segretario generale del CESIS e della sua sostituzione con un'altra persona?

ROGNONI. Sì, lo trovo molto singolare. Pelosi viene quindi nominato il 24 aprile?

PRESIDENTE. Questo per lo meno è quello che ci risulta. Se avessimo le carte potremmo essere più sicuri. Ritornando a D'Amato, i due passi importanti della lettera sono questi: "A quel momento" - cioè nel giugno 1974, quando va alla polizia di frontiera - "compivo esattamente 30 anni di lavoro svolto ininterrottamente nella polizia di sicurezza o polizia politica che dir si voglia, (…) Dal Ministro dell'interno e dal Capo della Polizia dell'epoca (e con l'implicita conferma da tutti i successori nei detti incarichi) mi fu fatto presente che, pur nelle nuove funzioni, io non avrei potuto esimermi dal continuare a mettere al servizio dello Stato, certamente con modalità diverse, il mio personale patrimonio di esperienza e di conoscenze" - poi spiega che ha fatto tutto da solo e conclude - "Operando - come ho detto - il modo autonomo e personale, ho preso contatto ed ho sviluppato rapporti in tutti i settori e con ogni persona che giudicavo utile a tali fini. Se le mie frequentazioni dovessero essere interpretate con una scelta, io (come chiunque, peraltro, svolga compiti del genere) potrei essere considerato, caso per caso, fiancheggiatore di Autonomia Operaia o del terrorismo palestinese, agente dei servizi americani o sovietici, emissario di questo o di quel partito politico".

ROGNONI. Io credo che questa lettera sia carica - come del resto è stato il mio primo convincimento - di presunzioni e di vanterie: io, D'Amato, personaggio che sono stato sempre in questo mondo, eccetera, ho un patrimonio culturale dentro di me di conoscenze, di rapporti...

PRESIDENTE. Quindi, lei esclude che lui potesse avere conservato una serie di rapporti all'interno dell'apparato del Ministero dell'interno, per cui avesse una specie di rete personale...

ROGNONI. No, al Ministero dell'interno no, assolutamente.

PRESIDENTE. Io, per l'idea che mi sono fatto di D'Amato, che potesse svolgere personalmente compiti di fiancheggiatore di Autonomia Operaia ce lo vedo molto poco. Un bon viver qual era, con Autonomia Operaia...

ROGNONI. No, non mi pare. Aveva certamente rapporti con colleghi di Servizi stranieri, questo sì. Però sotto la mia gestione, sul tavolo del Ministro non arrivò mai una indicazione che fosse utile per la lotta al terrorismo da parte di D'Amato.

FRAGALA’. Onorevole Rognoni, il 27 dicembre 1979 - quindi lei era Ministro già da un anno e mezzo abbondante - sul suo tavolo, alla segreteria speciale del Ministro dell'interno, arriva un'intercettazione ambientale fatta dal SISDE, che viene poi mandata dal Comitato esecutivo per i servizi di informazione e di sicurezza (CESIS). Questa intercettazione ambientale viene fatta all'interno del carcere dell'Asinara fra due noti brigatisti - uno dei quali pare appartenesse al comitato esecutivo - che parlano - e vengono intercettati per questo motivo - del sequestro Moro e di tutta una serie di aspetti assolutamente segreti e inediti su tale sequestro: che Moro viene trattato benissimo, che gli si concede di fare quattro docce al giorno, che quando gli si fa una domanda impiega un'ora per rispondere, che viene considerato con molto rispetto da parte dei brigatisti. Le chiedo intanto se ricorda questo importantissimo appunto che le è stato sottoposto con l'intercettazione ambientale della conversazione fra questi due capi.

ROGNONI. Non ricordo questo documento.

FRAGALA’. Le faccio comunque una domanda, per quello che lei naturalmente ha possibilità di rispondere. In questa intercettazione a un certo punto il brigatista A dice: "Pure i compagni erano preparati, sapevano la storia della Democrazia Cristiana, della sua corrente", cioè, è chiaro che ad interrogarlo era gente preparata. Poi dicono che Moro gli parla del traffico d'armi, di come funzionavano i rapporti tra la politica e la Fiat, gli parla dei finanziamenti della politica, eccetera; cioè tutta una serie di elementi che poi non vengono rassegnati né nel memoriale - prima e seconda versione di via Monte Nevoso - né nelle lettere. Però, sia lei che io sappiamo che molte lettere sono rimaste inedite, perché i destinatari non le hanno rese note, e a quanto pare anche una parte del memoriale e delle bobine - anzi, le bobine senz'altro - non sono stati pubblicati. Quindi, gli aspetti dell'interrogatorio - la Fiat, il finanziamento, il traffico d'armi, eccetera - non vengono fuori. Siccome questi due brigatisti dicono chiaramente che le persone che interrogavano Moro erano molto preparate, molto intelligenti, sapevano tutto della Democrazia Cristiana, della sua corrente, eccetera, mentre poi abbiamo visto - il Presidente gliene ha fatto oggetto nella sua prima domanda - che i personaggi di Via Montalcini - Moretti, la Braghetti, Maccari - non sono delle aquile politiche, lo stesso famoso quarto uomo, che abbiamo inseguito per tanti anni, alla fine è un personaggio di nessun rilievo, una specie di...

PRESIDENTE. Direi che non aggiunge nulla alla storia delle Brigate rosse già conosciuta.

FRAGALA’. Ecco, siccome qui è venuto Morucci a dirci: chiedete alla sfinge, a Moretti che non parla mai, chi era l'anfitrione del comitato esecutivo a Firenze...

PRESIDENTE. Ringrazio l'onorevole Fragalà, che le sta facendo questa domanda, perché questa è un'altra risposta che le dovevo. In quell'intervista al "Corriere della Sera" lei si è domandato perché io ponessi questo problema: perché è l'unica cosa che ci ha detto Morucci.

FRAGALA’. Morucci ci ha detto: chiedete a Moretti, che fa la sfinge, che non parla, chi era l'anfitrione di Firenze, chi ospitava il comitato esecutivo delle Brigate Rosse che si riuniva a Firenze, durante il sequestro Moro, per concordare la strategia, gli interrogatori, le domande e tutto il resto. A lei non sfuggirà - Ministro dell'interno per tanti anni e durante il terrorismo - quale posta in gioco dovesse esserci, affinché una serie di personaggi in clandestinità si muovessero da Roma, da Milano, eccetera, per raggiungere Firenze e riunirsi in una determinata casa, evidentemente rischiando anche di essere intercettati: Moretti usciva da Via Gradoli la mattina alle 7, prendeva il treno e andava a Firenze. Ora, se lei fa un collage (lo faccio io per lei e le pongo la domanda), i due brigatisti intercettati parlano di compagni molto preparati che sapevano la storia della DC e della sua corrente, che naturalmente non sono identificabili né in Moretti, né in Maccari, né nella povera Laura Braghetti, né in Prospero Gallinari, cioè il quartetto. Adesso Morucci ci dice in tono allusivo: chiedete chi è l’anfitrione, perché è il personaggio chiave, è quello che ospitava il comitato esecutivo e aiutava a preparare le domande (è questo il senso alla fine). Di questo interrogatorio molto importante abbiamo qui degli stralci che non compaiono né nelle lettere né nei due memoriali ritrovati, uno dal muratore e uno dal generale Dalla Chiesa. Le pongo un problema. Non so se lei ricorda che ci sono delle informative del Servizio segreto militare dell'epoca del sequestro che parlano di un intellettuale, poi di un medico che prepara le domande, che addirittura va in via Montalcini. Poi ci sono altre informative che parlano di un personaggio nobile, un intellettuale di alto livello di Firenze che avrebbe ospitato i brigatisti. L'altra volta è venuto l'onorevole Giovine a dirci che a Firenze questa era una cosa notoria (lui è di Firenze) perché addirittura Potere operaio si chiamava Podere operaio, per dimostrare che una serie di personaggi dell'aristocrazia fiorentina fiancheggiavano le BR o comunque l'eversione di sinistra. Rispetto a tutti questi elementi, lei, che naturalmente è stato al centro dell'apparato investigativo negli anni cruciali della morte dì Moro (perché deve anche ricordare che le BR hanno continuato a uccidere per dieci anni, Ruffilli è stata l'ultima vittima nel 1988, lo Stato è riuscito a piegarle dopo dieci anni di assassinii e delitti impuniti) di questo tema di cui abbiamo tante tracce ufficiali dei Servizi, del CESIS, del SISDE e altro, di questo personaggio dell'intellighentia, questo fiancheggiatore di alto livello delle BR che avrebbe preparato le domande, che avrebbe ospitato il comitato esecutivo, che sarebbe stato nevralgico rispetto allo stesso comitato, avete avuto concretamente elementi? Siete stati sulle piste di questo personaggio? Avete tentato di individuare questo tipo di rapporti che - come lei vede - sono documentati non solo da informative ma anche da intercettazioni ambientali?

ROGNONI. Posso fare a mia volta una piccola domanda?

FRAGALA’. Certamente.

ROGNONI. La dichiarazione che Morucci ha fatto in questa Commissione, l'ha fatta anche davanti ai giudici nei vari processi che si sono succeduti?

FRAGALA’. No, è la prima volta che la fa, e in sede politica.

PRESIDENTE. In una deposizione molto chiusa; questo e un altro sono gli unici spiragli che ci ha aperto.

FRAGALA’. Aggiungo un altro elemento per capire meglio. La Faranda, che lei sa essere un personaggio ancora più preparato di Morucci, più colto, ci ha detto una cosa ancora più allarmante e cioè che in effetti la colonna romana, le Brigate romane durante il sequestro Moro erano formate da quaranta studenti in corso e fuori corso. La Faranda veniva dalle suore del Sacro Cuore di Palermo, appartiene ad una famiglia borghese. Ci ha raccontato di avere imparato a sparare...

ROGNONI. ...dalle suore ? (Ilarità).

FRAGALA’. Il problema delle suore riguarda una domanda successiva che le farò riguardo i cattolici che militavano nelle BR. Quindi non c'è da ridere, ma da piangere. Tutti parlavano della geometrica potenza, tutti si chiedevano chi fossero queste Brigate rosse e la Faranda ci ha risposto che erano costituite a Roma da quaranta ragazzotti. In effetti i protagonisti di via Montalcini sono questi quattro personaggi certamente del livello che tutti quanti noi conosciamo.

PRESIDENTE. La domanda!

FRAGALA’. La domanda è questa: nelle vostre investigazioni, affidate anche al generale Dalla Chiesa, vi siete posti il problema perché questo comitato esecutivo si riuniva a Firenze? Oltre alle intercettazioni ambientali, qualcuno vi ha riferito di questo anfitrione di Firenze, di questo personaggio dell'intellighentia? Ad un certo punto si è parlato di un professore, che ha sporto querele e le ha vinte tutte. Non ripeto il nome, altrimenti potrebbe presentare querela anche contro di me. Si tratta di un professore dell'intellighentia di sinistra; si disse potesse essere lui, fece querele e le vinse tutte. Adesso abbiamo tutta una serie di tasselli per renderci conto che questo personaggio era centrale rispetto al sequestro e all'interrogatorio di Moro, nonché rispetto all'ospitalità e alla protezione che venne data al comitato esecutivo in quel periodo. Su questi elementi, i Servizi, gli apparati investigativi, Dalla Chiesa, e altri, hanno dato una qualche risposta e una qualche luce in più?

ROGNONI. Se ai Servizi, a Dalla Chiesa, agli apparati investigativi fosse pervenuta questa notizia...

FRAGALA’. E’ pervenuta.

ROGNONI. Si tratta di una dichiarazione di Morucci.

FRAGALA’. No, ci sono queste intercettazioni ambientali che il CESIS e il SISDE hanno passato alla sua segreteria speciale il 27 dicembre 1979. C'è la firma del Capo di gabinetto.

ROGNONI. Parlano dell'anfitrione di Firenze?

PRESIDENTE. No, però si parla di questi compagni particolarmente preparati.

ROGNONI. Allora si tratta di una cosa completamente diversa. Dell'anfitrione di Firenze non ho saputo mai nulla. Ecco perché chiedevo se la dichiarazione di Morucci che voi avete raccolto fosse già stata resa ai giudici nei vari processi. Per quanto riguarda il grado di preparazione, penso che conoscere la storia della Democrazia cristiana e l'articolazione delle sue correnti fosse abbastanza facile. Tenga presente che questi personaggi di via Montalcini, tra cui Gallinari e Moretti, erano in dimestichezza con la politica da almeno quindici anni. E’ inutile accennare a interpretazioni che sono state date in maniera diversa del fenomeno brigatista: schegge impazzite; risultato di una democrazia bloccata; album di famiglia. Comunque si trattava di gente che, magari ammazzando, comunque era in politica, Gallinari in particolare. Ho sempre avuto il convincimento che il grado di preparazione di Moretti e Gallinari fosse tale da giustificare le risposte di Moro e quel che poi si è saputo essere avvenuto in quel dannato covo di via Montalcini. Anche qui si tratta di quel grado di offensività di cui parlava il Presidente, sia pure riferito alla documentazione. Erano capaci le BR di dire quelle cose che ci risulta abbiano detto? La mia risposta è sì: erano in condizione di farlo, perché si trattava di una cultura ripetitiva, ossessiva, reiterata, gridata. Loro ripetevano accuse alle multinazionali, che bisognava sconfiggere questo Stato. La storia della Democrazia cristiana era tutta lì squadernata, non credo che per conoscerla ci fosse bisogno di gente particolarmente preparata.

FRAGALA’. Sempre con l'aiuto di queste intercettazioni ambientali, mi permetto di dissentire un poco dalla sua interpretazione. In queste intercettazioni i due brigatisti, intanto, definiscono e spiegano perché Moro sia il capo della destra democristiana. Mentre io ho fatto politica dal 1966 in poi, ho fatto il '68 anche se ero dall'altra parte rispetto alla Sinistra, e naturalmente non mi è mai passato per la mente che Moro fosse il capo della Destra democristiana, anzi ho sempre pensato che fosse un esponente della Sinistra democristiana. Poi, consideri questo aspetto, ad un certo punto il brigatista B dice: "Cioè sarebbe stato il loro capo". Il brigatista A dice: "I giornali, poi il patto di Arafat e di Breznev... ".

ROGNONI. Si sanno i nomi?

FRAGALA’. I nomi ancora non si sanno; uno dei due dovrebbe essere Azzolini: siamo cioè al comitato esecutivo.

GUALTIERI. Signor Presidente, vorrei fare una richiesta. Sono tre volte che sentiamo parlare di questo anfitrione e siccome non viene dato il nome forse lo potremo acquisire in seduta segreta di modo che anche noi potremo fare degli approfondimenti. E’ possibile che per tre volte sentiamo parlare dell'anfitrione delle Brigate rosse...

PRESIDENTE. La domanda che l'onorevole Fragalà vuol fare all'allora Ministro dell'interno è se nell'attività del Viminale sia stata mai fatta questa ipotesi, cioè che ci potesse essere un livello delle BR, sempre interno a queste, non noto, costituito soprattutto da persone di cultura e preparazione superiore a quella dei brigatisti conosciuti. Mi sembra che la domanda fosse pertinente.

GUALTIERI. Anche quella di sapere chi è l'anfitrione.

PRESIDENTE. Ma lui non lo sa.

FRAGALA’. No, io no lo so.

GUALTIERI. Ha detto di aver dato querela.

FRAGALA’. No quello che è stato indicato come l'intellettuale che preparava gli interrogatori di Moro eccetera ha dato querela ed ha vinto.

PRESIDENTE. L'onorevole Fragalà nelle vari sedute ci ha dato versioni diverse di questo possibile anfitrione.

GUALTIERI. L'altra volta ha parlato del Conte rosso.

PRESIDENTE. Il Conte rosso non può più fare domande perché e morto.

FRAGALA’. Appunto. Onorevole Rognoni, guardi poi cosa risponde il brigatista: "I giornali, poi, il patto di Arafat e di Breznev ... ".

PRESIDENTE. Facciamo rispondere l'onorevole Rognoni alla prima domanda.

ROGNONI. Io sono costretto a rispondere richiamando quello che ho già detto e cioè che tutti ci siamo posti il problema se al di là delle Brigate rosse ci fosse qualcuno che preparasse le domande, che Moretti avrebbe poi rivolto a Moro e così via. Ma la mia conclusione è che il grado di preparazione dei personaggi che conosciamo e che sono stati catturati, consegnati e processati dai giudici della Repubblica, era più che sufficiente per formulare quelle domande. Lei mi ha chiesto: possibile che questi signori, se mi consente Presidente, questi quattro cialtroni, sapessero queste cose? Come potevano conoscere la storia della Democrazia cristiana (a parte l'errore di considerare Moro il capo della Destra che probabilmente dipende dal punto di osservazione: rispetto alle Br tutto è Destra, questo è fuori di dubbio)? Io credo di sì: Gallinari veniva da certe esperienze politiche; conoscevano la storia di questo paese.

PRESIDENTE. Però, a supporlo della domanda di Fragalà, c'è una contraddizione nella posizione delle Br. Alla domanda che pure noi abbiamo fatto a quelli che abbiamo ascoltato circa il perché non avessero mai pubblicato come avevano preannunciato le carte del processo popolare cui Moro veniva sottoposto, la loro risposta è stata che non lo hanno fatto perché Moro gli diceva una serie di cose che a loro non interessavano. A loro interessava il SIM e Moro del SIM non gli diceva niente, quindi loro ritenevano che li prendesse in giro e che non servisse alla loro campagna la pubblicazione di quelle carte. A questo punto c'è una contraddizione: perché gli venivano fatte alcune domande? Cioè gli fanno una serie di domande, lui risponde assertivamente e poi loro dicono che quelle risposte non gli interessavano. Ma allora l'obiezione è: perché gliele facevano? Cioè, il Viminale e la Polizia hanno fatto di quel memoriale un oggetto di analisi testuale per riuscire ad individuare ad esempio quali erano le domande cui Moro rispondesse?

ROGNONI. C'è stata una riflessione lunga su questo memoriale, ma essa non ha portato all'individuazione di livelli superiori che potessero appagare questo bisogno di chiarezza o di verità. Personalmente riterigo che Moretti e Gallinari fossero in condizione di poter tirare fuori dal sacco della loro conoscenza diretta e personale quello che poi hanno tirato fuori.

FRAGALA’. Passiamo ad un altro argomento. Lei si è posto come Ministro dell'interno la domanda del perché tra il 1974 e il 1978, cioè mentre le BR avevano un livello dì capacità offensiva eccezionalmente rilevante, sono stati smantellati i due nuclei antiterrorismo di Dalla Chiesa e di Santillo, nonostante che entrambi avessero inferto colpi durissimi alle BR? Perché questo Stato si ritrova il 16 marzo in via Fani praticamente "in mutande", con le armi della scorta di Moro chiuse nel portabagagli, cioè totalmente impreparato dopo che aveva smantellato questi due nuclei antiterrorismo di eccezionale rilevanza, tanto è vero che lei poi ridà a Dalla Chiesa quello che gli era stato tolto appena poco tempo prima? Perché - si è dovuti arrivare a via Fani per registrare quest'allarme e poi i 10 anni susseguenti di omicidi e delitti. Se lo è posto questo problema?

ROGNONI. Sì, me lo sono posto. Per quanto riguarda la struttura di Santillo la spiegazione che mi è stata data è che essa viene smantellata perché a ridosso, mi sembra, del 1976-1977 e in relazione anche alla nuova disciplina dei Servizi, c'era stata una ristrutturazione sia orizzontale che verticale. Furono predisposte delle strutture che prima non esistevano, cioè l'Ucigos e la Digos. Queste strutture furono predisposte dal mio predecessore, il ministro Cossiga. Quindi la spiegazione che è stata data è che la struttura di Santillo veniva praticamente assorbita da queste nuove strutture organizzative. L'Ucigos era praticamente un servizio operativo ma anche un servizio di informazione. Questa era la ragione formale: cioè - si era detto - noi procediamo ad una ristrutturazione sia in senso orizzontale, cioè a livello territoriale, sia in senso verticale e naturalmente le altre strutture per evitare confusione e sovrapposizioni vengono eliminate. Però il patrimonio di conoscenza della struttura di Santillo veniva messo sulle spalle di queste nuove organizzazioni. Per quanto riguarda Dalla Chiesa non le so dire; lui nel 1974 era a Torino quando arrestò Curcio e Franceschini.

FRAGALA’. Li arrestò due volte?

ROGNONI. No. Curcio poi evase e fu arrestato una seconda volta nel 1975.

FRAGALA’. Poi nel 1976 si smobilita tutto, perché?

ROGNONI. Le do la risposta dell'amministrazione, almeno quella che mi è stata data.

FRAGALA’. Ma qual è la risposta politica? Lei si è posto il problema politico del perché si azzerano gli apparati investigativi?

ROGNONI. Non è che si azzerassero gli apparati investigativi, ma si riteneva più opportuno organizzarli secondo una nuova struttura, l'Ucigos o la Digos, in presenza di un nuovo scenario dei servizi.

FRAGALA’. Non so se lei conosce la tesi, sostenuta da persone vicine a Moro, secondo la quale una delle cause della morte di Moro fu lo scontro all'interno della Guardia di finanza tra la cordata dei generali Giudice e Lo Prete e quella del generale Oliva. Vorrei sapere se lei, in qualità di Ministro dell'interno, dispose accertamenti su questo scontro, che fu legato allo scandalo dei petroli, al finanziamento della corrente dell'onorevole Moro, alla scoperta che Freato era intestatario di beni immobiliari dei valore di diversi miliardi e al suo arresto.

ROGNONI. Non ho ben compreso la domanda: lei ha parlato di questo episodio in termini di concausa della morte di Moro?

FRAGALA’. Ambienti vicini all'onorevole Moro hanno sostenuto questa tesi.

ROGNONI. Non so risponderle, ma non mi risulta.

FRAGALA’. Vi fu un'attività di dossieraggio sulla Guardia di finanza ed indagini sugli ufficiali arrestati?

ROGNONI.. Non mi sembra che questa vicenda avesse attinenza con il caso Moro.

FRAGALA’. I generali Lo Giudice e Lo Prete erano vicini all'onorevole Moro?

ROGNONI. Non mi risulta.

FRAGALA’. Quando i brigatisti che erano in carcere, cominciarono a dissociarsi e a collaborare, vi fu da parte del Ministero dell'interno un'attività investigativa per approfondire una serie di vicende legate al terrorismo di Sinistra? Il nucleo investigativo specializzato ottenne dei risultati? Adesso sono previsti i colloqui investigativi che allora non erano consentiti.

ROGNONI. Se ho ben capito la domanda lei mi sta chiedendo se all'interno delle carceri venivano condotte delle indagini.

FRAGALA’. Le sto chiedendo se all’interno delle carceri operavano gruppi investigativi del Ministero dell'interno.

ROGNONI. Occorre tener presente che l'universo brigatista era costituito da detenuti, regolari ed irregolari. Curcio ad esempio, nel 1978, era un detenuto; c'erano inoltre, tra i clandestini, brigatisti regolari e brigatisti coadiuvanti, i cosidetti irregolari, che avevano un piede dentro e un piede fuori dall'organizzazione. E’ evidente che vi erano investigazioni su ciò che poteva capitare nelle carceri, per esempio le manifestazioni all'interno delle carceri in occasione di certi eventi esterni, quando dal brigatismo veniva inferto un colpo a uomini dello Stato come poliziotti, carabinieri e giudici. I fatti interni al carcere erano oggetto di esame e di investigazione, ma non esistevano informatori specifici.

FRAGALA’. Esisteva una rete, comprendente direttori del carcere e collaboratori penitenziari, adibita dai servizi di informazione o dal Ministero dell'interno ad un'attività informativa antiterroristica?

ROGNONI. Non fu creato un corpo speciale delle carceri per cogliere ciò che potevano pensare o dichiarare i brigatisti detenuti ma su di loro vi era una normale vigilanza. In definitiva, sono sempre stato del parere che il rapporto tra il Ministro dell'interno e gli apparati investigativi e di sicurezza è un rapporto politico, di direzione, di comando, di guida. Il Governo recepisce le aspettative della gente, ma non è compito di un Ministro conoscere il nome degli informatori: tra l'informatore e il Ministro si interpone il filtro dei responsabili. Al Ministro compete promuovere ad incarichi di responsabilità persone leali, capaci, professionalmente attrezzate che diano affidamento e sicurezza allo Stato.

STANISCIA. Signor Presidente, rinuncio a porre le mie domande, considerata l'ora tarda. Vorrei sollecitare nuovamente la Presidenza affinché, nelle sedi opportune, si stabilisca che le domande agli auditi siano precedute da una brevissima premessa, diversamente ciascuno di noi interviene alla seduta per ascoltare i colleghi anziché gli ospiti.

PRESIDENTE. Ha ragione, senatore Staniscia e mi scuso con lei; ma le assicuro che non è facile presiedere la seduta: non posso conoscere in anticipo le domande che verranno poste per decidere il momento in cui posso interrompere l'oratore. Pongo un'ultima domanda all'onorevole Rognoni. Lo spettro di indagine della Commissione è estremamente ampio: va dalla strage di piazza Fontana a quella del treno n. 904. In occasione di una recente audizione dell'attuale Ministro dell'interno gli ho chiesto se non ritenga che uno degli obiettivi politici del Governo possa essere quello di fare ulteriormente luce rispetto agli oggetti della nostra inchiesta. Il Ministro mi ha risposto di ritenere che questo compito non spetti a lui ma all'autorità giudiziaria e a questa specifica Commissione parlamentare di inchiesta. La risposta mi ha parzialmente soddisfatto, tuttavia do atto al Ministro dell'interno che le vicende sulle quali indaghiamo sono molto lontane nel tempo: il sequestro Moro risale a 20 anni fa e la strage di piazza Fontana a quasi 30 anni fa. Lei, onorevole Rognoni, viene nominato Ministro dell'interno nel 1978, quando dalla strage di piazza della Loggia sono trascorsi soltanto 4 anni. Ha poc'anzi affermato di aver fatto oggetto di studio il memoriale di Moro.

ROGNONI. Sì.

PRESIDENTE. Vorrei leggerle un brano: "Mi rendo conto delle accuse rivoltemi per quanto riguarda la strategia della tensione che per anni ha insanguinato l'Italia, pur senza conseguire i suoi obiettivi politici. Non possono non rilevarsi, accanto a responsabilità che si collocano fuori dall'Italia, indulgenze e connivenze di organi dello Stato e della Democrazia cristiana in alcuni suoi settori". Lei si pose il problema d'individuare se nell'apparato del Viminale potesse esserci la fonte delle indulgenze e delle connivenze tenendo presente che in quegli anni era vivissima l'aspettativa della gente di fare chiarezza su fatti che allora non appartenevano ad un passato remoto ma estremamente recente remoto? Erano, cioè, ferite che sanguinavano ancora. Il brano che ho letto è ripreso dalle 49 pagine del Memoriale di Moro.

ROGNONI. Le abbiamo esaminate e credo che i miei successori abbiano fatto altrettanto per le altre duecento pagine ritrovate nel covo di via Monte Nevoso dieci anni dopo. Per quanto mi riguarda escludo che all’interno dell’amministrazione del Viminale fossero state individuate responsabilità, devianze e così via, pur essendoci state attenzioni particolari anche in relazione alle conseguenze che dovevamo tirare dalle osservazioni dell’onorevole Moro; ho sempre ritenuto infatti che le lettere dell'onorevole Moro fossero autentiche e che anche il memoriale fosse l’espressione di Moro sia pure nella condizione in cui si trovava. Quindi, sulla base di attente letture, esami, analisi, congetture, le devianze o fatti di responsabilità non sono state individuate.

PRESIDENTE. Mi riferisco alla domanda precedente: quando si legge una cosa di questo genere, pensare che Russomanno cada in una tentazione casuale nel passare l’interrogatorio di Peci a Isman mi sembra una valutazione benevola; non potevano essere quelle le connivenze e le indulgenze con il terrorismo rosso che fossero la filiazione delle connivenze e delle indulgenze che vi erano state prima con il terrorismo di altro colore. Oggi dalle indagini giudiziarie recenti questo sta emergendo in assoluta chiarezza: abbiamo fatto riunioni seminariali con consulenti che abbiamo voluto questa volta nominare su indicazioni delle forze politiche presenti nella Commissione e almeno fino agli anni ’74, ’75 il quadro ci risulta enormemente chiaro. Lei, che ha pure il merito di aver diretto il Viminale nel momento in cui grossi risultati contro il terrorismo rosso furono conseguiti, non pensa che se ci fosse stata una maggiore volontà di bonificare la chiarezza si sarebbe potuta fare molto prima?

ROGNONI. Con le cose che sono accadute dopo si sarebbe dovuto farlo. Ho cercato, una volta arrivato al Viminale, di introdurre elementi di discontinuità ma dopo i 55 giorni mi sono trovato di fronte al personale dei 55 giorni (il questore di Roma era il questore di Roma; il capo della polizia era il capo della polizia). Quindi, per le motivazioni che ho detto, ho introdotto quella struttura speciale, ma l’episodio Russomanno è un episodio rilevante. Non credo però che da quell’episodio si possa argomentare una sorta di messaggio che Russomanno, abituato a certe connivenze ipotizzate, voleva mandare in varie direzioni.

PRESIDENTE. Non poteva esserci l’intenzione di pensare che con il 1974 tutto questo era finito? E’ inutile andare a rivangare.

ROGNONI. Sarebbe stato un giudizio azzardato. Sono molto più chiare probabilmente le vicende del caso Moro di quanto non lo siano quelle del ’74 o di piazza Fontana. Le cose non sono finite adesso così come non lo erano finite allora.

PRESIDENTE. Dichiaro conclusa la seduta.

La seduta termina alle ore 23,55.

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