FISICA/MENTE

Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi

38ª SEDUTA

MERCOLEDI 15 LUGLIO 1998

Presidenza del Presidente PELLEGRINO

prima parte

seconda parte

 

Seconda parte

Indice degli interventi

PRESIDENTE
FRATTASIO
CORSINI (Dem.di Sin.-l'Ulivo) deputato 1 - 2 - 3
FRAGALA' (AN), deputato 1 - 2
MANCA (Forza Italia), senatore 1 - 2
TARADASH (Forza Italia), deputato

 

INCHIESTA SUGLI SVILUPPI DEL CASO MORO: AUDIZIONE DEL DOTTOR ANTONIO FRA TTASIO

Viene introdotto il dottor Antonio Frattasio

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca ora, sempre nell'ambito dell'inchiesta sugli sviluppi del caso Moro, l'audizione del dottor Antonio Frattasio. Mi scuso con il notaio Frattasio per il ritardo della sua audizione, che era fissata per le ore 21, ma l'audizione precedente ha avuto un sviluppo più lungo di quello che aveva pensato l'Ufficio di Presidenza nel fissare le due audizioni nella stessa giornata.

Il notaio Frattasio, che ringrazio per la sua presenza, avrà capito le ragioni per cui l'Ufficio di Presidenza ha deciso di fare questa audizione. Si riferiscono a dichiarazioni del notaio Frattasio che sono apparse sull'agenzia Adnkronos il 17 giugno 1998. Vorrei innanzitutto che il notaio Frattasio mi confermasse il contenuto di queste dichiarazioni. L'agenzia riporta: "Durante il sequestro Moro al Viminale c'era una talpa che informava le Brigate rosse. Lo afferma l'ex commissario di Ps, Antonio Frattasio, in servizio presso la sala operativa della Questura di Roma nei giorni della strage di via Fani e del rapimento del presidente della Dc. L'ex funzionario, che risiede ad Udine, dove svolge la professione di notaio, in una dichiarazione al settimanale "Friuli", ha affermato inoltre: "Quella mattina del 16 marzo al timone della sala operativa della Questura di Roma c'era un ufficiale di Ps, e fu lui a dare l'ordine di spostare l'autoradio di Montemario in via Fani. Documenti che lo provano sono ora in mano alla procura di Udine". In una seconda dichiarazione, una lettera al giornale pubblicata 1'11 giugno 1998, Frattasio aggiunge che il caposcorta di Moro, maresciallo Oreste Leonardi, "prendeva ordini e comunicava direttamente con la sala operativa del Viminale. Anche dopo tanti anni" - prosegue - "sarebbe importante individuare la possibile talpa del Viminale. Non certo per conoscere uno o più fiancheggiatori dei brigatisti. In questi venti anni costoro avranno fatto carriera, vuoi nella stessa Amministrazione, vuoi potrebbero avere assunto importanti cariche istituzionali. Da ciò, dagli appoggi di carriera, dalle relazioni personali, sarebbe possibile, come di fatto ha segnalato la signora Moro, capire chi è quell'intelligenza che ha suggerito, magari tramite un canale internazionale, di colpire l'onorevole Moro". Frattasio ipotizza che "ci potesse essere un gruppo di persone che facevano capo al KGB, servizio che non aveva meno interesse degli americani a far fuori Aldo Moro".Vorrei sapere innanzitutto se lei conferma queste dichiarazioni, naturalmente rendendosi conto della loro gravità, perché provengono da un ex funzionario del Ministero dell'interno.

FRATTASIO. Confermo innanzitutto le dichiarazioni, tranne ovviamente lo spunto del KGB, che è una piccola deduzione fatta dalla giornalista e che comunque è consequenziale a delle mie esternazioni. Signor Presidente...

PRESIDENTE. Mi scusi, non avevo finito. Quindi lei può dire alla Commissione chi era al timone della sala operativa della Questura di Roma, l'ufficiale di pubblica sicurezza che diede l'ordine di spostare l'autoradio di Montemario in via Fani?

FRATTASIO. Signor sì.

PRESIDENTE. Perché un'autoradio che fosse rimasta in via Montemario avrebbe intercettato la via di fuga dei brigatisti, mentre spostandosi in via Fani lascia in realtà libero il canale di fuga dei brigatisti che avevano rapito Moro.

FRATTASIO. Sì, ma il fatto più grave è come sono venuto a conoscenza, i motivi per cui sono venuto a conoscenza, che vorrei illustrare a questa Commissione in pochi minuti perché non credo che stiamo discutendo di caporali. Vorrei quindi, Signor Presidente, enunciare la mia vicenda per chiarire, perché non è un numero, non è un nome, ma è come mai c'è questo nome, come mai questo nome non è stato mai fatto, come mai questo nome è stato invece sostituito con ipotesi nei miei confronti da tanti anni; questa è la gravità. Ma soprattutto, la gravità in totale, è che non era un piccolo cialtrone, un "qualcunetto", un giornalista, eccetera, ma una persona che, a mio giudizio, ha rivestito e quindi nella specie riveste una funzione istituzionale somma. Lei, ad esempio, signor Presidente, adesso riveste una funzione istituzionale somma, tra dieci anni potrà essere un cittadino privato, ma comunque, se parlerà della Commissione Stragi, a mio giudizio lei svolgerà una funzione istituzionale somma. Questa è la mia opinione.

PRESIDENTE. Somma forse è un'esagerazione. Diciamo che svolgo una funzione istituzionale.

FRATTASIO. Lo so, ma dal punto di vista giudiziario mi dica un po' lei...Comunque, il senatore Flamigni mi coinvolge personalmente e direttamente nel caso Moro in due ipotesi che sono contenute in tre documenti: un primo documento è la lettera da lui spedita il 18 marzo 1998 al presidente della Corte di appello di Trieste, il secondo è un brano del suo ultimo libro, il terzo è un'intervista da lui rilasciata il 28 maggio di quest'anno al settimanale "Friuli" di Udine, intervista che è confermata da una successiva lettera pubblicata. Signor Presidente, le ipotesi - tolti i se, i condizionali tipici, che sono strumentali per effetti di carattere giudiziario - le espongo in questa maniera. La prima ipotesi è che io, dottor Antonio Frattasio, all'epoca commissario di pubblica sicurezza in servizio presso la sala operativa della Questura di Roma, la mattina del 16 marzo 1978 - secondo il senatore Flamigni - sarei stato di turno.

PRESIDENTE. Mentre lei ha sempre opposto che aveva fatto il turno la sera prima e quella mattina era andato a casa.

FRATTASIO. Perfetto. Su questa base...

PRESIDENTE. Mi scusi, notaio. Se fosse stato per le dichiarazioni di Flamigni avrei personalmente detto che ritenevo inutile la sua audizione.

FRATTASIO. No, signor Presidente, la mia audizione non è inutile e gliene spiegherò sinteticamente i motivi.

PRESIDENTE. Quello che vorrei chiarire è che io non le sto contestando quello che le ha attribuito Flamigni. Vorrei avere chiarimenti su quello che lei ha affermato.

FRATTASIO. Adesso ci arriviamo, signor Presidente, non si offenda.

PRESIDENTE. Non mi offendo.

FRATTASIO. Su questa base il senatore Flamigni sostiene che io, con la presenza di Antonio Esposito - piduista, eccetera eccetera - ho dato l'ordine di spostare l'autoradio del commissariato Montemario da via Bitossi, che era di servizio posto fisso presso la casa di un magistrato, in via Fani. Ciò facendo, ho agevolato, ho contribuito al trasbordo dell'onorevole Moro dalla Fiat 128 ad un furgoncino che è avvenuto lì nei pressi. La seconda ipotesi, molto più interessante signor Presidente, è che io, sempre quella mattina di turno, ho dato la disposizione dell'itinerario da seguire alla scorta dell'onorevole Moro e che l'autoradio dell'onorevole Moro era collegata con la sala operativa della Questura di Roma.

PRESIDENTE. Questo è noto, come sono state fino ad ora note le sue risposte in replica a Flamigni. Questa volta però lei ha aggiunto due cose che prima non aveva detto mai: che sapeva chi era la persona che diede l'ordine e che Leonardi rispondeva al Viminale per cui la talpa, se c'è, è al Viminale. Il problema - per la Commissione - è come facevano i brigatisti ad essere sicuri che Moro sarebbe passato da via Fani, quando era noto che la scorta seguiva tragitti diversi.

FRATTASIO. Dirò due cose di più, per quanto riguarda la Commissione di inchiesta sulla strage di via Fani di cui l'onorevole Flamigni rappresentava la minoranza e quindi era molto più importante della maggioranza. Devo informare questa Commissione di due cose: primo, che sono stato coinvolto in ipotesi del caso Moro fin dal 1° settembre 1991; in secondo luogo, che nei miei confronti è stata posta in essere un'operazione a doppio binario; un'operazione giudiziaria in senso lato volta ad attribuirmi una personalità criminale. Mi spiego: se fosse stato vero, come dice Flamigni, che io avessi dato l'ordine di spostare la macchina, sarei un cretino e quindi meno male che ora faccio il notaio e non il commissario. Se invece si tenta di far acquisire che avrei rapporti con la P2, con Gladio, con i trafficanti d'armi, è chiaro che in questo caso la mia presenza nello scenario della strage dà adito ad ipotesi di complotto. Ma non vorrei farle perdere tempo, signor Presidente.

PRESIDENTE. Non vorrei che lei fraintendesse il senso di questa audizione.

FRATTASIO. Parto dall'istanza di appello presentata dal noto avvocato Livio Bernot a Trieste per la condanna di due suoi difesi a seguito di una querela per diffamazione da me fatta: infatti sono stati condannati in primo grado (e la sentenza è stata confermata in appello) l'ex senatore del partito comunista Stojan Spetic quale direttore responsabile e Luigi Grimaldi quale autore del libro che contiene la diffamazione, il quale, tra l'altro, ha la introduzione di Felice Casson. Da questo punto di vista nell'istanza i due mi attribuiscono tre ipotesi di coinvolgimento nel caso Moro. La prima, la madre di tutte le ipotesi, è che io ero il capo della scorta di Moro, ero Leonardi, tanto per intenderci, e che in quel frangente sono andato a sparacchiare ai miei colleghi, ho preso le borse di Moro. Questa è la prima ipotesi, quella lanciata nel 1991 dalla Digos di Udine.

PRESIDENTE. Questa mi era sfuggita.

CORSINI. C'è un'altra persona che lo dice.

FRATTASIO. Non si preoccupi, sistemeremo tutti quelli che lo dicono. Comunque questa è un'ipotesi un po' trascurata ed è emersa soltanto perché le due persone che ho citato prima sono state condannate per diffamazione. Il cavallo di battaglia è la seconda ipotesi, quella secondo la quale io quella mattina dissi di andare lì e così sistemai la scorta di Moro e feci il trasbordo. C'è poi una terza ipotesi, appena abbozzata, ma, se non è zuppa, è pan bagnato: siccome sono amico di tizio, che è amico di caio, che è amico di Delfino, che ha rapporti con la ‘ndrangheta, potrei essere una di quelle ombre che sono state individuate attorno a Via Fani. Se volete particolari su queste ipotesi, posso lasciare agli atti la mia denuncia alla procura di Udine, nella quale tutti gli elementi sono riportati. L'unico punto emerso nella sentenza di primo grado è che Grimaldi ha consegnato, tramite il senatore Flamigni, il rapportino di fine turno del 17-18 marzo. Alla fine di ogni turno in sala operativa veniva redatto un rapportino che si portava all'ufficio di gabinetto, che conteneva un riassuntino di tutte le cose più importanti. La firma era di competenza non del dirigente di turno, ma del dirigente della sala operativa, che all'epoca era il dottor Sucato. Il funzionario di turno era abilitato a firmare quando Sucato non c'era. Ovviamente, signor Presidente, alle sette del mattino Sucato non si faceva mai vedere. Il fatto che lo abbia firmato io il giorno 18 dimostra che quel giorno ero in sala operativa e che ho diretto il turno.

PRESIDENTE. Quindi lei sostiene che, avendo firmato quel rapporto, lei non c'era nel turno successivo perché era andato a casa.

FRATTASIO. Esatto. Io credevo nella buona fede dei membri della precedente Commissione d'inchiesta. Pensavo che dicessero che Frattasio era lì perché non c'erano i documenti, perché non c'era la prova del contrario. Cerco allora una prova indiretta. Come posso procurarmi la prova indiretta? Chiedo una dichiarazione della sala operativa che specificasse quale era la procedura ed il ritmo del turno e chi era presente a cavallo tra il 17 e il 18 per dimostrare quale era il mio turno e quale era la mia cadenza. Ho chiamato la sala operativa; tenga conto, signor Presidente, che era la prima volta che parlavo con la segreteria perché io non ho mai intrallazzato. Ho parlato con un sottufficiale che mi ha detto: venga, ma prima gentilmente ci faccia una domanda. Dopo un po' di tira e molla, faccio la domanda e mi dicono di andare. Nel frattempo avevo inviato una sorta di relazione per spiegare cosa volevo in modo da non nascondere niente sulla serietà della questione. Tenete conto che in quel momento ero commissario di pubblica sicurezza dipendente dalla sala operativa, ma questa era dipendente dalla Squadra mobile ed il mio capo, dopo Sucato, era l'attuale capo della polizia. Pensavo che tutto sommato dire che un commissario potesse essere implicato in questa storia potesse essere abbastanza imbarazzante. Invece, arrivato a Roma non vengo ricevuto dal signor questore, perché aveva troppe cose da fare: non vengo ricevuto dal capo di Gabinetto, dottor Tagliente (all'epoca dei fatti capitano Tagliente), non vengo ricevuto da nessuno e questo mi sembrava strano. Vengo invece ricevuto dal dirigente della sala operativa che mi consegna un pezzo di carta nel quale si attestava che avevo prestato servizio lì. Ma lo volevo i turni e loro l'avevano capito. Per strada ho incontrato un certo Mocavero, mio dipendente operatore del canale 13, quello dell'autoradio. Ho scambiato qualche battuta cercando di capire il più possibile ed il quadro è cominciato a divenire più chiaro. Tornato ad Udine, poiché dovevo sapere qualcosa, mi sono letto il libro di Flamigni, "La tela del ragno", quell'opera letteraria interessante e molto culturale. Da lì sono riuscito a capire che in Commissione c'erano i verbali. Attraverso Internet mi sono fatto inviare tre o quattro raccolte di atti e, signori miei, nel volume 29, da pagina 989 a pagina 1026, ho trovato tutti i documenti che dimostrano chi dirigeva il turno quella mattina del 16 marzo 1978. Vogliamo scherzare? Ci sono sei schedine del 113, le fotocopie di entrambi i brogliacci di due canali, il 13 ed il 23, i rapportini di fine turno. C'è la schedina delle 9,03 che manda l'autoradio che è firmata da una sigla. C'è la schedina delle 9,06 quella dalla quale risulta che la macchina è arrivata e gli agenti dicono che sono tutti morti. La firma è identica, è sempre lo stesso funzionario. C'è poi la schedina delle 10,10: ditemi voi se questa non è la firma di Tagliente!

FRAGALA’. Era il capitano Tagliente?

FRATTASIO. Dire che c'era Tagliente vuol dire rovinare la carriera di un funzionario. A mio avviso Flamigni sapeva fin dall'inizio che il dirigente di turno quella mattina non era Frattasio. E non lo sapeva per considerazioni generali, non perché la Commissione parlamentare deve conoscere tutti gli atti; non perché nel suo libro riporta esattamente la dizione della schedina delle 9,03, allertata dai testimoni della strage. Lui consegna il fine rapporto del turno 17-18 con la mia firma (e la mia firma si riconosce). Lui consegna all'udienza del 10 gennaio 1996 la fotocopia della relazione del dirigente del CCT; pagina 992, il turno 14-19, il mio turno, che non è firmato da me ma dal dottor Cocola...

FRAGALA’. Ma il Flamigni?

FRATTASIO. Sì, che consegna tramite Grimaldi tale fotocopia del documento pubblicato agli atti della Commissione Moro, alla pagina 992 e che precede le schede delle telefonate pervenute al 113, da pagina 994 a pagina 998, del turno della mattina. Tale consegna è confermata nella nota all'appello a pagina 40. A comprova, l'avvocato Bernot, nel ricorso a pagina 40, scrive: "Il fatto è che il brogliaccio delle novità relativo all'ora dell'azione terroristica inviato all'autorità di pubblica sicurezza e alla Commissione parlamentare d'inchiesta non è firmato" - il che è vero - "e, come ha assicurato a Grimaldi il senatore Sergio Flamigni, capogruppo delegazione del PCI nella Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro, finora non si è scoperto chi realmente fosse al timone della sala operativa al momento del sequestro". Ma come? Se è vero quanto ha affermato Grimaldi, il Flamigni allora, che conosce il rapporto di pagina 991 che non reca la firma e che consegna quello di pagina 992, come può ignorare le schede delle telefonate pervenute al 113 normalmente firmate dal dirigente il turno la mattina del 16 e accluse alle pagine 994-998? Per ultimo, nel suo libro "Convergenze parallele", a pagina 202, egli cita espressamente il volume 29, pagina 984, che è il rapporto del turno del 18 aprile 1978, che sarebbe quello che mi ha dato il turno a me: io oggi ricevo e lui mi dà il turno. Dice che è firmato da Esposito; poi la questione sua e di Esposito a me non passa neanche per la testa.

PRESIDENTE. Cerchiamo di fissare il punto. Lei ci sta dicendo che dai documenti acquisiti dalla commissione Moro che noi studieremo - nessuno di noi conosce tutti i documenti acquisiti dal nostro archivio, che ammontano a circa un milione di pagine, ed io ogni tanto ho il sospetto che alcune verità che cerchiamo probabilmente stanno lì e non ce ne siamo avveduti, ma questo purtroppo è il dramma di qualsiasi attività di ricerca e di inchiesta - risulta che il capitano Tagliente è il funzionario che con ogni probabilità avrà dato la disposizione all'auto scorta che stava in Via Monte Mario di spostarsi in Via Fani.

FRATTASIO. , l'autoradio è andata in Via Fani.

CORSINI. Quindi questa disposizione non proviene dal Viminale ma dal dottor Tagliente?

FRATTASIO. Certo, lei sta dicendo una cosa che è evidente; stiamo parlando della sala operativa della Questura.

CORSINI. Sì, però questo contraddice quello che lei ha detto in un'altra occasione, 17 giugno del 1998, e cioè che il maresciallo Leonardi prendeva ordini e comunicava direttamente con la sala operativa del Viminale.

FRAGALA’. Ma noi stiamo parlando dell'autoradio.

PRESIDENTE. Sono due profili diversi.

FRATTASIO. Comunque ci arrivo. Questo argomento è molto più interessante perché stiamo parlando non di caporali, ma di generali.

PRESIDENTE. Mi faccia capire una cosa. Lei ritiene che ci sia stata da parte del capitano Tagliente una volontarietà nel dare quest'ordine? Intendo non rispetto all'ordine, che era indubbiamente volontario, ma rispetto al fatto di far spostare la macchina da Via Monte Mario a Via Fani.

FRATTASIO. E’ l'unica cosa sulla quale concordo con Flamigni. Cioè, in quel momento se non ci fosse stato il dottor Sucato per poter sostituire un ordine di servizio dell'Ufficio gabinetto, che era quello di posto fisso presso il giudice in Via Bitossi, e far spostare in Via Fani la macchina occorreva l'intervento di una massima autorità che poteva essere soltanto il funzionario di turno o il dirigente, dottor Sucato. Né un operatore, né un sottoufficiale si poteva permettere di superare un ordine del Gabinetto che equivale ad un ordine del questore. Poteva farlo solo un funzionario, è l'unica cosa sulla quale son d'accordo con Flamigni.

TARADASH. Ma il Presidente intendeva chiederle se c'era un'intenzione malevola o no.

FRATTASIO. Il problema è questo, signori miei, qui il fatto è: c'è stata la saturazione dei mezzi nell'invio a Via Fani? Dalla lettura del brogliaccio radio 23 si è visto che sono state inviate tutte le volanti, comprese gli ufficiali e i sottoufficiali, la beta 4 e la beta 3; quindi una fase di saturazione degli altri equipaggi. C'è stata la decisione dell'autoradio competente per territorio di essere inviata, decisione che - poi siete voi la Commissione, io vi dico soltanto qual è la risposta tecnica -personalmente...

PRESIDENTE. Quindi, secondo lei quest'ordine può essere stato determinato da una scelta tattica sbagliata di far confluire tutte le macchine che c'erano a disposizione nelle vicinanze su Via Fani, benché in fondo arrivando in Via Fani potessero fare solo confusione al punto in cui erano arrivate le cose.

FRATTASIO. , son d'accordo con lei, c'era un problema di saturazione e un problema d'invio. Ripeto, non voglio "dare la croce" a nessuno, sono d'accordo sulle modalità di intervento delle volanti in questo caso. Lo dico sinceramente, ma era per una questione di carattere tecnico che non ha niente a che vedere in quel momento con il caos, la paura e le decisioni. Tenete conto che il dottor Tagliente non era neanche il dirigente di turno, che era il capitano Militello. Quindi, se era lui non era neanche all'altezza. Poi non sempre gli ufficiali erano all'altezza di assumere queste decisioni e si arrivava a mettere dei funzionari; comunque queste sono piccole beghe che deciderete voi.

PRESIDENTE. Invece la domanda dell'onorevole Corsini tendeva all'altro aspetto della sua dichiarazione, cioè che il comandante Leonardi non dipendesse dalla sala operativa...

FRATTASIO. Certo.

PRESIDENTE. ... e dipendesse invece direttamente dal Viminale.

FRATTASIO. Arriviamo subito a questo punto, signor Presidente. Eliminiamo dal brano le vistose difformità di cui ho detto; ci sono poi delle "chicche" interessanti sul dottore Esposito che poi se vogliamo farci due risate vi posso raccontare. Togliamo queste cose. Il Flamigni allora viene a casa mia in Friuli e il 28 rilascia un'intervista - io ho sempre cercato di evitare di coinvolgere in questa storia perché nei numerosi esposti-denuncia che ho fatto alla Procura ho sempre detto che era il Grimaldi a dire queste cose, anche se incominciava a starmi sullo stomaco per tutte queste ragioni - afferma che il maresciallo Leonardi - si parlava del discorso dell'itinerario A o B - era andato al telefono in sala operativa - perché per evitare intercettazioni, avendo i brigatisti le radio, ci chiamava per telefono - e aveva detto a Frattasio di andare sull'itinerario A e che erano in contatto via radio. Io, che nel frattempo, viste le mie modeste condizioni, ero riuscito a procurarmi 10-15 dei numerosi volumi - sono 120, signor Presidente - della commissione Moro, non perché mi diverte la cosa essendo una lettura estremamente noiosa, ma giusto perché c'erano alcuni spunti che mi interessava scoprire, mi sono allora ricordato, sto parlando del 28 maggio di quest'anno, che il Flamigni spunta anche con la quarta ipotesi: perché sono quattro le ipotesi che mi coinvolgono. Signor Presidente, guardi qui la sorpresa che abbiamo in questo volume sesto, da pagina 65 a pagina 79: udienza 7/11/80, dottor Zecca, dirigente dell'ispettorato del Viminale. Bisogna dire che a differenza di qualche altro componente della Commissione, quella serata l'onorevole senatore Flamigni era particolarmente vispo perché è intervenuto 26 volte. Cosa si è scoperto? Che nella sala della questura del Viminale non c'è stata un'inchiesta amministrativa per sapere se questa telefonata era stata fatta o no. A pagina 72 si evince che le scorte erano in contatto permanente con la sala operativa del Viminale via radio. C'è anche il brogliaccio delle comunicazioni radio in quell'occasione. Sempre per fortuna, anche per un piccolo aspetto della questione che lei ha accennato, onorevole, sempre nel famoso volume 29 - questo meraviglioso volume, che ho visto anche che è vicino alla sua stanza, Presidente - a pagina 91 veniva depositato il regolamento delle scorte e si legge che la richiesta dell'itinerario era rivolta alla sala operativa del Viminale. Adesso, signori miei, vorrei avere una risposta. Io sono molestato sin dal 1991, e poi ad un certo punto...

PRESIDENTE. Questo non è un problema di cui lei può far carico alla Commissione. Noi la ringraziamo delle risposte che ci sta dando e per il fatto che richiama la nostra attenzione su documenti di cui già siamo in possesso.

FRATTASIO. Posso lasciarvi questo materiale, signor Presidente?

PRESIDENTE. Certo, cosi ci aiuterà nell'individuazione dei passaggi in questione. Comunque abbiamo già acquisito a verbale le indicazioni corrispondenti. Vorrei però chiederle: perché lei in questa dichiarazione alla ADN-Kronos lancia questo grave sospetto che ci sia potuta essere una talpa?

FRATTASIO. Possiamo parlare in termini un po' tecnici in materia di pubblica sicurezza? Penso di sì, in quanto voi, come massima espressione del nostro potere politico, avete queste conoscenze. Noi abbiamo un continuo, sistematico trasferimento di attenzione nei confronti della sala operativa della questura di Roma, nella quale io, essendo un noto... "tutto", potevo aver dato queste disposizioni. Ad un certo punto, la persona che sa dovrebbe sapere anche che in realtà certe cose dipendevano dalla sala operativa del Viminale.

PRESIDENTE. Quindi è l'insistenza sulla sala della questura che le ingenera il sospetto che si volesse coprire la sala del Viminale?

FRATTASIO. Questa è l'intuizione investigativa corretta, signor Presidente.

PRESIDENTE. Semel abbas, semper abbas, quindi poliziotto una volta, poliziotto per tutta la vita.

FRATTASIO. Esatto, ma questa è l'intuizione, è una strada. Premettendo che è difficile fare il poliziotto (a parte che ora fanno soltanto i fermacarte), ho scritto all'epoca al questore pensando di dargli una mano; era vero che io non c'entravo nulla, ma mi dispiaceva rovinare la carriera a qualcuno. Ho allora posto l'interrogativo su qual era il punto centrale perché un'operazione militare potesse avere effetto spostando un obiettivo che controllava una zona libera.

PRESIDENTE. Qui torniamo sulla questione dell'autoradio?

FRATTASIO. Esatto. L'obiettivo nasceva dalla tempestività. Infatti, non ha senso spostare la macchina da Via Bitossi se il convoglio, che parte da Via Fani caricando il soggetto, è in zona e la vettura è ancora lì. Quindi, se si riteneva necessaria questa operazione, si doveva essere sicuri di questo. Avendo evidenziato questo fatto, la necessità della conoscenza tempestiva dell'itinerario è fondamentale. A questo punto una mente intelligente si rende conto che la questione dello spostamento della macchina non può durare a lungo a fronte di questa obiezione. Può durare soltanto nel caso in cui nella sala operativa sapevano anche l'itinerario. Quindi la necessità di spostare anche la conoscenza dell'itinerario e farli scoprire completamente nasce dal poter sostenere la tesi tecnica e tattica dello spostamento da Via Bitossi. D'altronde, non esistevano i telefonini: come avrebbe potuto sapere il funzionario di turno se spostare la macchina, se l'operazione non era iniziata? Se la spostava prima, veniva scoperto: se la spostava dopo, era inutile. Soltanto se lui sapeva già il percorso poteva, alla prima segnalazione del 113, spostare la macchina.

PRESIDENTE. Questo però è il ragionamento che lei attribuisce a chi ha voluto depistare l'attenzione dalla sala del Viminale alla sala operativa della questura?

FRATTASIO. Esatto, signor Presidente.

PRESIDENTE. Io però mi domando: premesso che la macchina da Via Bitossi la fa spostare la sala operativa della questura, e che questo è potuto avvenire anche perché lei ci ha spiegato che il capitano Tagliente non era il responsabile e quindi nella confusione del momento poteva aver dato questo ordine sbagliato, perché lei poi lancia invece questo sospetto sul Viminale?

FRATTASIO. Dobbiamo partire dal presupposto che noi riteniamo che esiste una certezza preventiva da parte delle Brigate rosse, che in effetti ha un elemento oggettivo nel fatto che hanno bucato le gomme della macchina del fioraio; questo è un dato di fatto, perché se avevano bucato le gomme e non fossero passati il giorno dopo, avrebbero avuto dei problemi; pertanto questa certezza preventiva può nascere soltanto o dalla certezza dell'itinerario, o del fatto che, quando loro salgono in macchina, essendo in contatto con la sala operativa del Viminale, sanno bene dove dirigersi.

PRESIDENTE. Ci potrebbe essere un'altra spiegazione. Personalmente, nella scorsa legislatura mi fu imposta la scorta. In genere, quando cambiavano la scorta, perché ogni tanto gli uomini si alternavano, il primo giorno seguivano un certo itinerario, il secondo giorno ne seguivano un altro, dal terzo giorno facevano sempre lo stesso che era il più breve tra i due. Posso quindi dire che probabilmente non vi era la certezza, ma un'elevata probabilità che quel giorno sarebbero passati da Via Fani. A meno che lei non mi dice di avere la certezza che invece, per una scorta delicata come quella dell'onorevole Moro, i percorsi cambiavano quasi ogni giorno.

FRATTASIO. Questo è impossibile. Io sono stato in polizia pochi anni, ma devo dire, senza offesa per nessuno, che i poliziotti non hanno professionalità, né gliela vogliono fare avere. Il problema è serio. Per questo all'epoca c'erano i funzionari, perché quelli funzionavano.

PRESIDENTE. Ma l'itinerario veniva stabilito dal Viminale o veniva di volta in volta stabilito dalla scorta, per cui era più facile che ci fosse la persistenza di un'abitudine? Questo per altro farebbe il paio con le armi tenute nel bagagliaio.

FRATTASIO. La persistenza di un'abitudine è possibile. Non è che io voglia difendere a spada tratta la sala operativa della questura di Roma, perché ho conosciuto solo persone per bene, però effettivamente, se c'è qualcuno, quella mattina stava lì.

CORSINI. Prima di passare ad una serie di domande di merito, sono interessato a conoscere la personalità che viene audita. Lei, dottor Frattasio, si è dimesso dalla polizia il 24 aprile 1979 e poi è diventato notaio. Ora, è indubbio che gli studi per l'accesso alla professione di notaio sono estremamente impegnativi; posso dire che conosco molti laureati che si impegnano in vista di questa carriera ed impiegano molti anni per sostenere il concorso, e a volte non lo superano. Quando ha fatto il concorso lei?

FRATTASIO. La ringrazio della domanda perché persone che probabilmente le hanno suggerito questa domanda...

PRESIDENTE. Questo lei non lo può dire!

CORSINI. E’ una domanda che viene istintiva a tutti.

FRATTASIO. Comunque alcune persone mi hanno detto che sono roppo intelligente per essere un notaio. Quello che lei mi dice adesso mi ridimensiona dal punto di vista umano, ed io la ringrazio perché effettivamente ho sacrificato moltissimo. Certamente esiste un problema di strategie mentali, che è un'acquisizione culturale abbastanza diffusa tra persone intelligenti. Vi è anche un notevole sacrificio, nel non perdere tempo in cose futili, che tuttora mantengo. Nel momento in cui lei cita il momento in cui io ho dato le dimissioni e sono diventato notaio dimostra forse di non avere esattamente dimestichezza dei meccanismi. Io ho avuto la nomina a notaio non perché, avendo le borse di Moro, hanno pensato di mandarmi da qualche parte, ma perché a giugno avevo avuto la notizia di aver superato gli scritti. Poi ho superato gli orali, con grande sacrificio, rinunciando alle ferie e subendo un trasferimento incredibile dalla sala operativa all'ordine pubblico (I Distretto). Ciò nonostante mi sono classificato sufficientemente bene; certo l'orale non è stato all'altezza dello scritto. Dopo di che, una volta nominati i notai, noi , fino a quando non abbiamo l'assegnazione della sede, possiamo sostituire i colleghi. Quindi, ho dato le dimissioni perché un notaio romano si era fatto male e mi è stato chiesto di sostituirlo. Questa sostituzione - ecco l'intelligenza della sua domanda - ha permesso che fossi salvato dalla strage di Piazza Nicosia; avendo dato le dimissioni si è liberata la macchina di un autista; il dottor Corrias ha organizzato una specie di pattuglietta: ad un certo punto vi è stata la segnalazione di spari di Piazza Nicosia; il mio maresciallo ed il sottufficiale - non mi ricordo i nomi ma è un lapsus emotivo - sono morti. In questura si commentava: hai deciso di fare il notaio; hai fatto i soldi; io rispondevo: se non avessi fatto il notaio probabilmente a quest'ora sarei morto con i miei colleghi a Piazza Nicosia. Piazza Nicosia è diventata poi via Fani.

PRESIDENTE. Lei ha fatto pratica notarile da funzionario del Ministero?

FRATTASIO. E’ proibito. Ho fatto pratica notarile in precedenza a Roma; dopo averla terminata, ho provato due o tre volte gli esami prima di riuscire a superarli.

PRESIDENTE. Quando ha fatto la pratica notarile?

FRATTASIO. Dopo essermi laureato in legge ho fatto pratica notarile e poi sono entrato al Ministero dell'interno.

CORSINI. Quando ha vinto il concorso?

FRATTASIO. I risultati dello scritto sono stati resi noti nel giugno 1978.

PRESIDENTE. Utilizzando la pratica notarile, fatta anteriormente al servizio, provava gli esami scritti fino all'ammissione all'orale.

FRATTASIO. La prova scritta risale al 1977.

PRESIDENTE. Ha fatto le prove durante il servizio.

FRATTASIO. Bisogna dire che l'amministrazione era molto generosa perché mi concedeva cinque giorni di ferie.

CORSINI. Nella risposta che mi ha dato ha fatto riferimento ad un dato per me abbastanza interessante: risulta che nell'ottobre del 1978 fu trasferito al primo distretto a svolgere attività di ordine pubblico; cosa che per un funzionario di polizia può costituire una sorta di declassamento. Per quale motivo fu trasferito?

FRATTASIO. Non lo so ma le dico ancora di più: non sono stato neanche ricevuto dal mio dirigente; si sono permessi di trasferirmi con un ordine interno; questo è stato uno dei motivi fondamentali che mi ha spinto di studiare tanto per superare gli orali del concorso ed andarmene; era un fatto inammissibile tutto ciò per un funzionario che aveva sempre avuto il massimo dei punteggi e di giovane età.

PRESIDENTE. Era forse mal visto per la sua ambizione di lasciare il servizio per diventare notaio?

FRATTASIO. L'hanno saputo all'ultimo momento: si diceva che vi erano degli scontri; è inutile che si fa finta di niente: con Esposito non andavo affatto d'accordo. Questa è la verità; non potevamo vederci.

CORSINI. Torneremo sulla figura di Antonio Esposito perché lei ha già dichiarato che non vi potevate vedere o meglio ha dichiarato che Esposito aveva animosità nei suoi confronti mentre lei lo considerava sostanzialmente un amico. Posso leggerle brani in cui lei dichiara ciò. Questo non è un grande problema perché a me interessa la questione di Esposito. Per inquadrare la sua persona, lei ha avuto parecchie archiviazioni ed inchieste per traffico d'armi. Ne ha ancora di aperte?

FRATTASIO. Non mi sembra.

CORSINI. Ha avuto recentemente perquisizioni su mandati nel suo studio?

FRATTASIO. No. Posso spiegare questi mandati: il siluro parte il 7 dicembre 1991; (rapporto Digos di Udine; ispettore Bomben): costui recupera una informativa dell'Ucigos di Gorizia; inchiesta durata due anni, alla fine della quale non risultano tracce di reato. La ragioniera Motta, divenuta vice questore, dice a Bomben di fare indagini: dichiarano che ero capo della scorta dell'onorevole Moro e ricordano il mio ingresso e la mia uscita dall'amministrazione (giorno, mese ed anno). Nel processo il giudice chiede la fonte della notizia secondo cui Frattasio era a capo della scorta di Moro; viene detto che la fonte era un certo Tanzilli, un ispettore che a sua volta l'aveva saputo da me. Lei può immaginare che io abbia detto a questo maresciallo che ero capo scorta di Moro rendendogli noto il giorno, il mese e l'anno della mia entrata ed uscita dell'amministrazione?

PRESIDENTE. Per quale motivo essere stato capo della scorta di Moro - notizia non vera - la indiziava come possibile trafficante di armi?

FRATTASIO. Dopo quanto ho detto si racconta di un mio colloquio nel 1989 con una certa Franca Fink sull'argomento di Star Trek; in base a ciò, segue l'indagine sul traffico d'armi.

CORSINI. A dire il vero, dalla registrazione della telefonata da lei intrapresa con questa signora si parlava anche di altro.

FRATTASIO. Certamente: stiamo parlando di traffico d'armi ora connessa alla perquisizione.

PRESIDENTE. Per poter registrare una sua telefonata deve esserci un provvedimento dell'autorità giudiziaria che non poteva nascere dal semplice fatto che era capo della scorta di Moro perché tale motivazione mi sembrerebbe un po' forzata.

FRATTASIO. Per questo parlo di doppio binario: il capo della scorta di Moro parla di Star Trek; si pensa quindi al traffico d'armi; decidono quindi di mettermi sotto intercettazione: il 6 marzo il magistrato mi mette sotto intercettazione; il 6 giugno autorizza la perquisizione per riciclaggio di denaro sporco. Perché? Io tengo anche la cassa cambiali, signor Presidente: alcune cooperative avevano cambiali in sofferenza; avendo dei crediti verso la regione decidono di cedere i crediti della regione ad una finanziaria e con i soldi recuperati di pagare le cambiali; concordo con loro su questo fatto avvertendoli di fare attenzione perché gli assegni devono essere intestati alle cooperative: poiché però l'intenzione è di pagarli a noi questi assegni devono essere frazionati per cifre inferiori a 20 milioni per essere trasferibili; capisco che la legge era in vigore soltanto da un anno e la Digos di Udine avrebbe potuto avere problemi di aggiornamento legislativo; comunque le mie dichiarazioni furono interpretate come il tentativo di evitare la trasmissione alla Banca d'Italia dell'importo; si pensa quindi al riciclaggio di denaro sporco; di conseguenza, mi sequestrano le bollette dei pagamenti. Questa vicenda concernente il mio traffico d'armi, di bollette e cambiali è stata ampiamente archiviata.

CORSINI. In un processo per diffamazione tenutosi davanti al tribunale di Udine Antonio Esposito ha dichiarato di aver lasciato il servizio al Cot nel febbraio 1977. Nell'udienza del 7 luglio 1985 lei invece ha dichiarato di essere stato trasferito a causa dell'Esposito nell'ottobre 1978; evidentemente vi è una contraddizione nella dichiarazione di Esposito che dice di essere rimasto in quella sede fino al mese di febbraio 1977 quando poi diventa responsabile del suo trasferimento nell'ottobre del 1978.

FRATTASIO. No, non è così, perché io ritenevo che l'Esposito volesse rientrare nella sala operativa, e per fare questo doveva liberarsi della dirigenza di turno, e quindi scaricare me e rientrare lui.

CORSINI. A me non interessa il problema suo. A me interessa che lei mi testimoni e mi dica a sua memoria il dottore Esposito fino a quando è stato in servizio. E’ stato in servizio fino al febbraio del '77, o anche fino alla tarda primavera - inizio estate del 78?

PRESIDENTE. L'impressione che ho avuto fino adesso è che stasera stiamo facendo due audizioni che muovevano da due dichiarazioni fatte alla stampa, che sembravano voler riferire fatti di cui si era a conoscenza. Sia nella precedente audizione che in questa sembra emergere che si fanno dichiarazioni alla stampa perché si formulano ipotesi.

CORSINI. Esattamente, però la questione di Esposito è abbastanza interessante per almeno tre ragioni. La prima perché Esposito è un iscritto alla P2, la seconda perché c'è nella perquisizione che viene fatta mi pare in via Giulio Cesare il ritrovamento di un biglietto di Morucci che annota nome, cognome e numero di telefono di Esposito, e questo è abbastanza interessante. Ma c'è un terzo punto che invece riguarda direttamente il dottor Frattasio e che è interessante, a mio avviso. Io non faccio nessuna illazione, faccio semplicemente delle domande per avere dei chiarimenti. Esposito testimonia l'impostazione dei turni della cinquina, e c'è difatti un brogliaccio delle novità, di cui ho visto le fotocopie, dal quale emerge la presenza del dottor Frattasio nella sala dalle 23,30 alle 7 del 18. Se noi prendiamo per buona questa affermazione, che evidentemente va documentata e provata, dalla ricostruzione a ritroso, studiando il meccanismo dei turni, qualcuno ha voluto ipotizzare che in realtà (questo a partire dalle dichiarazioni di Esposito e dalla strutturazione dei turni), contrariamente a quello che il dottor Frattasio ha dichiarato prima, egli avrebbe fatto il turno dalle 7 alle 14 del giorno 16, cioè del giorno nel quale la mattina alle 9,05 si verifica l'attentato. Questa ricostruzione di Esposito, secondo lei, è fondata oppure no?

FRATTASIO. No, è sbagliata. Adesso le dico esattamente quali sono i turni del 113; tra l'altro questa è la querela denuncia che ho presentato alla pretura di Udine il 5 dicembre 1997 contro Grimaldi e soci. I turni sono questi, da quello che è ormai il dato definito, parlo del mio turno: giorno 15, 19-23,30; giorno 16, 14-19; giorno 17, 7-14; giorni 17 e 18, 23,30-7. Il mio è il secondo turno della sala operativa all'epoca, diretta dal dottor commissario Antonio Frattasio.

CORSINI. Lei evidentemente conosce Mario Zaccolo: che rapporti ha avuto lei con Zaccolo?

FRATTASIO. Pessimi.

CORSINI. In relazione a quali attività, a quali problemi, alla gestione di quali affari?

FRATTASIO. Il punto centrale è questo. Nel 1987-88, siccome questi andava dicendo che faceva affari con me, gli ho detto : caro Zaccolo, tu qui non ti fai più vedere. Punto e a capo. Qualche anno dopo so che è stato coinvolto in un traffico d'armi, però è a piede libero, si reca ogni tanto a Milano, alla stazione, così mi dicono i paesani, torna con qualche centinaia di migliaia di lire e così campa.

PRESIDENTE. Se torna con qualche centinaio di migliaia di lire, non va al di là dei fucili ad aria compressa.

FRATTASIO. Ma forse va a chiacchiere; perché lui si vanta di amicizie, si vanta di essere amico di Di Pietro.

CORSINI. Però lei ha avuto contatti con Zaccolo anche quando Zaccolo era in Sudafrica? Perché c'è un certo Rossi, che era in albergo a Johannesburg con Zaccolo, che testimonia di una sua telefonata a Zaccolo. Lei ha contatti con il Partito conservatore sudafricano?

FRATTASI0. Assolutamente no.

CORSINI. Questo giornale mi ha suscitato quasi un colpo; io non sapevo di queste attribuzioni che le venivano in qualche misura assegnate. Leggo da "Il Friuli" del 7 luglio 1998 che "un certo Mario Zaccolo, definito uomo di fiducia del notaio udinese, avrebbe detto che le borse di Moro scomparse in via Fani erano finite proprio ad Udine".

FRATTASIO. Vorrei leggere qualche cosa che ha detto Zaccolo di me. Ha detto che lo facevo concorrenza con Anghessa, con i soldi organizzavo esperimenti atomici a Manzano; io ho 10.000 uomini, ho scatenato la guerra di Jugoslavia. Io le devo raccontare queste cose, io sono un agente dei servizi, la criptografia, il mercurio rosso... ho 5.000 uomini, li ho ereditati da mio padre... vuole altre cose da me?

PRESIDENTE. Quello che emerge è che lei ha qualche conoscenza sbagliata.

FRATTASIO. Quando me ne sono accorto è stato troppo tardi; che ci devo fare? Mi devono dire che sono coinvolto nel caso Moro perché ho avuto amico Zaccolo? Forse proprio per questo vogliono mettermi nel caso Moro, perché conosco Zaccolo probabilmente. E lì hanno sbagliato, secondo me.

CORSINI. Lei ha avuto ancora contatti, rapporti, conoscenza col generale Delfino?

FRATTASIO. Buona questa! Bisogna dire che è tempestiva questa cosa, è forte!

CORSINI. Guardi che le ho solo fatto una domanda.

PRESIDENTE. Risponda, notaio.

FRATTASIO. Presidente, qui bisogna anche superare il ridicolo. Sempre nel famoso ricorso in appello, il senatore Spetic, ex PCI, e Grimaldi, tramite il Bernot, mi fanno questo ricorso in appello. Lui presenta una relazione della volante 1, e tra l'altro, avendo io chiesto al questore di darmene una copia, lui dice che è proibito. In questa relazione si dice che "venivano identificati i partecipanti ad un incontro svolto per caso in una via della stazione di Udine, con Conti Nevio, Gennari Giambattista e Grob Leo. Frattasio conosce Gennari. Gennari incontra per strada Grob. Grob è coinvolto marginalmente con la DIA di Catania e ha come riferimento nei rapporti istituzionali Walter Beneforti. Walter Beneforti, già ex commissario di PS, è in contatto col generale Francesco Delfino. Il pentito Saverio Morabito ha dichiarato che Antonio Nirta, detto "due narici", sarebbe stato infiltrato dal generale Delfino nel commando che sterminò la scorta di via Fani. Dunque, Frattasio è coinvolto nel caso Moro".

CORSINI. Nel corso delle conversazioni che lei ha avuto con Zaccolo, le è mai capitato di sentire da lui qualche indicazione in ordine al fatto che Zaccolo ha sostenuto in passato che Moro in realtà sarebbe stato tenuto prigioniero a Magliano Sabina, in un'azienda di proprietà di un certo conte Marchetti?

FRATTASIO. No. Come ripeto, Zaccolo l'ho buttato fuori a calci dallo studio nel 1988. Devo dire però che la fonte di questo Zaccolo è un morto, noto personaggio romano che conosceva attori, attrici, banche, eccetera, vale a dire il tenutario di un'autorimessa. Questa è la fonte di Zaccolo.

CORSINI. Quest'affermazione è interessante perché non soltanto un personaggio come Zaccolo che ha le caratteristiche che lei ci illustra, ma anche l'onorevole Cazora ha avuto modo di dichiarare che dopo il falso comunicato del lago della Duchessa Moro sarebbe stato spostato da Viscovio (che è appunto in località Magliano Sabina) in una zona della Magliana. In proposito mi interesserebbe capire se lei ha qualche informazione.

FRATTASIO. Questa sua dichiarazione secondo me è molto intelligente e "fa fuochino". Lo Zaccolo, che praticamente è fallito dal 1982, che è stato coinvolto nel traffico di missili ed è a piede libero, se ha delle idee può averle avute perché qualcuno gliele avrà dette; sarebbe molto più interessante sapere chi ha detto allo Zaccolo che quelli stavano a Magliano Sabina. Consideri che la prima intervista fatta dal Grimaldi allo Zaccolo fu fatta esattamente il 23 gennaio 1993 e fu indicata per registrazione come la n. 2, perché la n. 1, quella fatta dopo, ebbe luogo a mio giudizio dopo la pubblicazione del libro. In questa prima registrazione non solo lo Zaccolo si inventa Magliano Sabina, ma butta là un discorso relativo a Signorelli, che poi non ritorna più. Nella seconda intervista, del 9 luglio 1993, in cui dice di me peste e corna, ad un certo punto mi coinvolge nel caso Moro, cosa che non è avvenuta nella prima intervista, quando il Grimaldi si fa accompagnare, signori miei, da un poliziotto della Digos; per uno che è un sospetto trafficante d'armi c'è un poliziotto della Digos che va a fargli fare l'intervista a Grimaldi.

PRESIDENTE. Mi scusi, dottor Frattasio...

FRATTASIO, Lei avrà una pessima idea di me, signor Presidente.

PRESIDENTE. No, notaio, è che rivivo un copione già visto. Mi sembra che spessissimo in tutte queste vicende vi siano delle guerre personali che si trascinano negli anni, dove persone che vengono dal loro punto di vista raggiunte da sospetti ingiusti non si limitano a dimostrare l'inconsistenza di questi sospetti, ma a loro volta ne rilanciano degli altri.

FRATTASIO. Io non ho rilanciato nessun sospetto.

PRESIDENTE. Eccome; lei ha fatto delle dichiarazioni gravissime. Lei ha affermato che al Viminale c'era una talpa; ha lanciato un sospetto che forse al timone della sala operativa c'era il capitano Tagliente e che forse è stato lui a dare l'ordine di spostare le macchine; lei lancia dei sospetti gravissimi.

FRATTASIO. I sospetti gravissimi sono nelle cose, perché non credo che un rappresentante come Flamigni che fin dall'inizio sa che io non sono nella sala operativa vada a dire che io sono nella sala operativa; se volete così, lei mi dice che vede una rappresentazione. Io non vedo questa grande rappresentazione nuova; se stiamo cercando intelligenze, se cerchiamo dei generali, allora cerchiamo dei generali.

CORSINI. La sua dichiarazione rilevante ripresa dalla stampa circa la cosiddetta "talpa del Viminale" è del 17 giugno 1998. Lei aveva già rilasciato questa dichiarazione oppure ha aspettato vent'anni a farla?

FRATTASIO. No. Ripeto, ho fatto la dichiarazione quando, avendo sollevato il Flamigni la quarta ipotesi...

CORSINI. Quindi l'ha fatta nel 1991.

FRATTASIO. Altro che 1991: l'ho fatta adesso la scoperta. Adesso vado a rileggermi l'intervista del Flamigni, oltre al discorso di chi aveva spostato la macchina vedo che aggiunge una quarta ipotesi, che l'itinerario era fornito dalla sala operativa.

PRESIDENTE. Quindi l'essere stato oggetto di un sospetto ingiusto l'ha portata a dire che tutto questo legittima sospetti diversi.

CORSINI. Ma a prescindere da questo, la cosa che voglio capire è la seguente: come mai il dottor Frattasio ha aspettato, per formulare i suoi sospetti circa la talpa al Viminale, la pubblicazione del volume di Flamigni? Siccome del caso Moro stiamo discutendo da vent'anni, se il dottor Frattasio era a conoscenza di questa notizia, come mai ha aspettato la pubblicazione del libro di Flamigni, ha dovuto cioè subire la provocazione di Flamigni per esprimere questa sua convinzione?

FRATTASIO. Ma che sta dicendo?

PRESIDENTE. Dottor Frattasio, siamo in una Commissione parlamentare e lei è un notaio; non riusciamo a mantenere quest'audizione in un tono parlamentare.

FRATTASIO. Mi scuso, signor Presidente. Io penso di avere in questi anni studiato un po' d'intelligenza artificiale ed un po' di logica, e cerco di rappresentarmi gli eventi, tenendo conto del fatto che sono di fronte ad una delle più grandi assise del mio paese. Io ho giurato fedeltà sette volte a questa Repubblica e adesso mi si dice che ho aspettato vent'anni. Per dire che cosa? Che ho scoperto otto giorni fa che c'era questo documento, che Flamigni lo aveva sotto il naso da vent'anni e viene a raccontare a me che ho dato io l'ordine di spostare le macchine?

CORSINI. Ma io non sto dicendo questo, non la sto accusando di niente. Le sto domandando...

PRESIDENTE. La sua spiegazione però è chiara. Il notaio dice che questa insistenza nel formulare a suo carico sospetti ingiusti ha ingenerato in lui il sospetto che si voglia coprire qualche cosa. Questo è il senso della sua dichiarazione.

CORSINI. Qualcosa di più di un sospetto; mi pare una dichiarazione. Questa sera...

PRESIDENTE. E’ stata lanciata un'accusa grave.

CORSINI. Però - è l'ultima osservazione che le rivolgo perché non voglio approfittare della sua pazienza - al processo a Udine del 7 luglio 1995, il processo n. 225/94, lei ha dichiarato di non aver mai saputo da chi dipendesse il servizio scorte, mentre successivamente ha affermato che in realtà veniva organizzato dal Viminale.

FRATTASIO. E’ esatto.

CORSINI. Ma allora come mai prima dice che non lo ha mai saputo e adesso invece afferma di sapere che è organizzato dal Viminale?

FRATTASIO. Ma questa è la sostanza con la quale il signor Grimaldi attraverso l'Ansa ha detto che mi denuncerà per falso, perché io il 7 luglio 1995, dovendo pensare soltanto che ero capo della scorta di Moro, il Bernot mi dice: ma lei sapeva da chi dipendeva l'affare Moro, la scorta, eccetera? No, non lo sapevo, né mi interessava saperlo dopo diciannove anni.

PRESIDENTE. E allora com'è che adesso sa che dipendevano Viminale?

FRATTASIO. Ma perché l'ho letto nei vostri libri!

CORSINI. Questi libri non sono nostri, io non li ho scritti; ne ho scritti altri. Voglio capire questo problema, perché è un problema serio.

PRESIDENTE. La risposta è che per poter dimostrare la falsità dei sospetti di Flamigni, il dottor Frattasio ha studiato le carte della Commissione Moro e ha scoperto che da quelle carte risultava che il servizio scorte, che Leonardi dipendeva direttamente dal Viminale.

CORSINI. Io ho fatto una piccola ricerca personale con un tecnico, il quale mi spiegava - però non so che affidabilità abbia, io non sono un tecnico di queste cose mentre vedo che lei è molto competente - che la sala del Viminale in realtà era una sorta di sala cieca e sorda, perché non era in grado di fornire percorsi alternativi a quello prefissato, contrariamente al centro operativo delle telecomunicazioni della questura che aveva la possibilità tecnica di dare queste indicazioni. La sala del Viminale è una sala che non ha modo di conoscere se è in corso una manifestazione, se vi sono incidenti e quindi può in qualche misura suggerire percorsi alternativi. Lei è d'accordo con questa spiegazione oppure no?

FRATTASIO. Non lo so: so solo di questa storia da quello che ho ricavato qui, il resto non mi interessava e non lo so, continuo a non sapere niente come non lo sapevo nel 1995; so solo questo.

CORSINI. Ma se queste mie supposizioni, ripeto, confermate dal supporto di un tecnico, fossero fondate, allora bisogna tornare al centro operativo delle telecomunicazioni, non si può fissare l'attenzione sulla sala del Viminale che non è in grado di dare percorsi alternativi, e del resto...

FRATTASIO. Chi lo dice?

PRESIDENTE. Il tecnico che ha consultato l'onorevole Corsini.

FRATTASIO. Se c'è una talpa lì, è chiaro che questi dicano che non c'è niente. Bisogna andare lì a vedere.

CORSINI. Ma chi le dice che io ho consultato un tecnico del Viminale?

FRATTASIO. Lo ha detto il presidente Pellegrino.

CORSINI. Lo ha detto il Presidente, ma ha fatto un'illazione. Va bene, la ringrazio.

PRESIDENTE. Dottor Frattasio, in questa dichiarazione ADN-Kronos c'era una parte finale che non le avevo letto. "Non solo: Frattasio era nel gruppo di assalto di volontari che avrebbero dovuto fare irruzione nell'ambasciata cecoslovacca di Roma, che una segnalazione indicava come sede della prigione di Moro". Poi il giornalista apre le virgolette: "ci dissero che ci sarebbe stato un enorme volume di fuoco e che ci sarebbero state molte perdite; dieci incursori della marina ci avrebbero coperto le spalle. All'ultimo momento tutto si fermò perché dissero che Moro non era lì. Capii allora che la sua sorte era segnata". Lei conferma anche questa dichiarazione?

FRATTASIO. Sì, tutto, tranne che gli incursori dovevano essere almeno una trentina.

PRESIDENTE. Perché noi sapevamo che era stato allertato il Comsubim, ma per un'operazione sulla posta, non per un'operazione all'Ambasciata cecoslovacca.

FRATTASIO. A noi dissero: guardate che dobbiamo andare ad assaltare l'Ambasciata cecoslovacca; niente giubotti antiproiettile perché dobbiamo fare in fretta. Sarete protetti con le armi tese dagli incursori, quindi avrete la copertura del tiro teso, dentro niente tiro teso, quindi pistole quelle che avete; se riuscite ad arrivare dove volete arrivare, bene, altrimenti daremo la pensione alle vedove.

PRESIDENTE. E non era una maniera un po' artigianale di preparare un assalto ad una Ambasciata?

FRATTASIO. Molto artigianale, signor Presidente. Non avevamo le planimetrie, non sapevamo dove erano disposte le persone, non si sapeva niente: era un massacro.

PRESIDENTE. Ma perché non utilizzare reparti scelti per un'operazione del genere, invece di poliziotti senza nemmeno giubotti antiproiettile?

FRATTASIO. Perché i poliziotti sono poliziotti, i funzionari sono funzionari. Giustamente spettava a noi funzionari dover entrare, perché se si deve morire, deve morire il funzionario, non può morire il poliziotto che è pure ignorante. La scelta del funzionario era giusta.

MANCA. Quanti anni è stato in polizia?

FRATTASIO. Quattro o cinque anni: dall'aprile del 1974 al 1979.

MANCA. Come funzionario lei in questi anni ha mai avuto modo di gestire personalmente gli itinerari di scorte, magari di suoi dipendenti?

FRATTASIO. Assolutamente no.

CORSINI. Ma un funzionario che opera alla centrale operativa perché dovrebbe essere coinvolto in un assalto? Lei ha fatto dei corsi particolari, ha un'esperienza professionale? A me non chiederebbero mai di partecipare ad un assalto perché farei ridere i polli.

FRATTASIO. Ma vede, il problema non è di saper sparare, spara la mente prima di tutto.

CORSINI. Chi ha dato quest'ordine?

FRATTASIO. Non era un ordine. Ci fu una richiesta di volontari.

PRESIDENTE. Sì, ma da chi proveniva?

FRATTASIO. So che proveniva dal massimo vertice, perché c'erano un po' tutti i dirigenti dei Servizi, della Digos, della Mobile.

CORSINI. Ma fu tenuta una riunione per programmare questa iniziativa?

FRATTASIO. Sì, ci venne detto: guardate, abbiamo bisogno di dieci funzionari per fare questa operazione.

CORSINI. Mi sembra molto strano, perché un assalto del genere dovrebbe essere condotto suppongo da corpi speciali, da persone attrezzate che hanno una preparazione, che hanno un addestramento...

FRATTASIO. Sì, forse nei film americani. Da noi a quell'epoca non c'era niente.

CORSINI. Non nei film americani, ma nelle azioni dalla polizia italiana.

FRATTASIO. La polizia italiana?

PRESIDENTE. A via Gradoli mandarono l'Esercito, perché all'Ambasciata cecoslovacca i funzionari di polizia?

CORSINI. Lei ha presente gli altri nomi delle persone che erano disponibili con lei?

FRATTASIO. Assolutamente no. E’ un ricordo molto vago, che ho in parte anche rimosso perché, diciamo la verità, avevamo tutti un po' paura.

CORSINI. Ritengo abbastanza incredibile che si faccia una riunione nella quale si sparge la voce se sono disponibili dei volontari a compiere un'azione del genere. Vuol dire che lei aveva altri contatti, aveva già una sua fisionomia riconoscibile, che era una persona molto affidabile anche sotto questo profilo.

PRESIDENTE. Che era un commissario scelto, diciamo.

CORSINI. Perché se io mi offro volontario, non mi prendono sicuramente. Nel suo caso invece...

FRATTASIO. Che fortuna essere parlamentare, vede!

PRESIDENTE. No, la domanda ha un senso. Come ho detto prima, sembra una cosa di una tale artigianalità da essere inverosimile anche nell'atmosfera del tempo.

FRATTASIO. Va bene sarà inverosimile, che posso dire di più? Che poi mi era sfuggito: quando la dottoressa ha detto: ma lei del caso Moro? Guardi - ho risposto - io dell'onorevole Moro non ne so niente, non ho mai fatto niente, l'unica volta è stata quella; e sembra che ho scoperto l'America. Poi può darsi che non fosse dell'Ambasciata e a noi ci avevano detto invece l'Ambasciata, ma può darsi anche che fosse stato il Gabinetto della Questura, che ne so io?

CORSINI. Però trovo una contraddizione nelle sue risposte, perché noto che lei ha una memoria molto efficace per quanto riguarda una serie di problemi, in questo caso mi sembra strano che lei non ricordi il nome dei funzionari, dei dirigenti, che le hanno chiesto questa disponibilità.

FRATTASIO. Guardi che per riuscire ad avere degli squarci di memoria su questi eventi ho fatto una fatica incredibile e ho preso anche delle medicine, non dica sciocchezze.

CORSINI. Non dico sciocchezze, faccio supposizioni.

PRESIDENTE. Notaio!

FRATTASIO. Sono passati diciannove anni, sto prendendo anche dei medicinali per cercare di ricordarmi squarci di cose che oltretutto sinceramente neanche mi interessavano.

CORSINI. Quindi vuol dire che questo non è un fatto eccezionale ma lei lo rubrica sotto una normale possibile attività che lei poteva svolgere. Perché, se fosse un fatto eccezionale, si ricorderebbe chi gli ha dato queste disposizioni?

FRATTASIO. Verissimo. Le dico che le disposizioni arrivavano dal massimo livello. Da quello che ho capito, c'era il contatto diretto tra il questore e Cossiga.

CORSINI. Cossiga? Questo è interessante.

PRESIDENTE. Bè, un assalto ad un'Ambasciata deve avvenire almeno a livello di Ministro dell'interno.

CORSINI. Non mi meraviglio affatto, dico che è molto interessante.

PRESIDENTE. Si violano non so quante norme di Trattati internazionali per assaltare un'Ambasciata.

MANCA. Quindi, lei è stato quattro o cinque anni in polizia e non ha mai gestito itinerari, non sa nemmeno come dei poliziotti che erano alle sue dipendenze, incaricati di fare la scorta, si dovevano comportare per cambiare itinerario?

FRATTASIO. Assolutamente no.

MANCA. Lei ritiene che un itinerario fa parte di un foglietto che viene dato di volta in volta alla scorta, oppure si dice al caposcorta: cambia itinerario perché è giusto che non si sappia, e che l'itinerario si cambia anche in funzione della volontà di colui che viene scortato? Lei ritiene che sia giusta questa versione, o no?

FRATTASIO. Sì. Tenga conto però che le uniche scorte che si facevano alla sala operativa, per cui forse qualcuno ha preso qualche cantonata leggendo i brogliacci, erano quelle ai furgoni postali. Qualcuno ha preso questa cantonata: leggendo nel brogliaccio la voce "scorte", ha pensato che fossero le scorte dei politici mentre erano quelle dei furgoni postali.

MANCA. Quindi, non si offende se dico che lei brancola nel buio?

FRATTASIO. Assolutamente no.

MANCA. Però, per un funzionario della polizia, brancolare nel buio in questo modo non è che sia molto...

FRATTASIO. No, perché non era il mio settore.

MANCA. Risulta che lei ha fatto riferimento ad una "intelligenza" che suggerì, magari tramite un canale internazionale, di colpire Moro. Conferma questo?

FRATTASIO , lo confermo.

MANCA. A chi si riferisce? Ha qualche idea o qualche informazione da darci a questo proposito?

FRATTASIO. Il problema è questo: certamente, se sviluppiamo l'ipotesi di concentrare l'attenzione sulla sala operativa della Questura di Roma, in cui io certamente non ero di turno quella mattina, e gli si attribuiscono funzioni della sala operativa del Viminale, prende corpo l'ipotesi investigativa della signora Eleonora Moro circa una certezza preventiva e a questo punto, colui il quale si assume la responsabilità di deviare l'interesse da un posto ad un altro, evidentemente un motivo ce l'avrà, che io non ho.

PRESIDENTE. Resto però meravigliato che, su vicende così gravi, si vada alla stampa e si faccia un ipotesi. Perché a questo punto tutti i cittadini italiani potrebbero mettersi a fare ipotesi, a dire la loro. Se ci fosse una maggiore prudenza nei contatti con i mezzi di informazione, forse questa audizione non l'avremmo fatta. Personalmente l'ho ritenuta inutile fino ad ora.

MANCA. Sono d'accordo anch'io con il Presidente, ma per altre vicende, non per quella di Moro. Invece, purtroppo, dobbiamo registrare che ci sono migliaia di persone in Italia che hanno tanta di quella fantasia, che dichiarano cose non vere sui giornali...

PRESIDENTE. Non abbiamo altri fronti aperti questa sera.

MANCA. Torno alla vicenda dell'irruzione nell'ambasciata cecoslovacca. Chi pilotò l'operazione?

FRATTASIO. C'era tutta la dirigenza, vale a dire la Digos, la squadra mobile e poi c'era la sala operativa.

FRAGALA’. E c'era il questore.

FRATTASIO. Sicuro.

MANCA. Si è mai chiesto da dove venisse la soffiata, cioè la notizia che Moro fosse prigioniero lì?

FRATTASIO. Non ci fu rivelato.

MANCA. Ma perché non se ne fece più nulla?

FRATTASIO. Perché ci dissero che avevano avuto assicurazioni l'onorevole Moro non era lì.

PRESIDENTE. Perché da questo lei dedusse che Moro non sarebbe più stato salvato?

FRATTASIO. Perché ritenni che la notizia dell'attacco all'ambasciata sarebbe trapelata e che quindi c'era la necessità di chiudere rapidamente i conti con Moro.

FRAGALA’. Vorrei sapere se fu personalmente il questore De Francesco a chiedere volontari per questa incursione nell'ambasciata cecoslovacca.

FRATTASIO. De Francesco aveva un carattere un po' complicato ma era certamente una persona che aveva il massimo di autorità e quindi non si muoveva niente senza che lui avesse voce in capitolo. Era pertanto lui che aveva dato il via a questa ricerca.

FRAGALA’. E questa riunione si tenne soltanto tra funzionari della questura di Roma?

FRATTASIO. .

FRAGALA’. Solo funzionari dovevano partecipare a questo assalto?

FRATTASIO. Sì.

FRAGALA’. Ma le dissero che era il posto dove poteva essere tenuto prigioniero Moro o dove potevate trovare documenti utili a rintracciarlo?

FRATTASIO. Ci dissero che avremmo trovato o Moro o documenti che ci potevano indirizzare alla prigione di Moro.

FRAGALA’. A lei personalmente non apparve una iniziativa disperata, azzardata quella di mandare funzionari di polizia ad assaltare con le armi da fuoco in pugno una ambasciata straniera?

FRATTASIO. Era un'azione quasi suicida. Lo sapevamo.

FRAGALA’. Ma se aveva questa consapevolezza perché accettò di far parte di questo commando?

FRATTASIO. In quel momento accettai un po' per spirito di corpo un po' per interrompere il clima che si stava instaurando. In Italia dovevamo dare un monito nei confronti del terrorismo.

FRAGALA’. Dalle tante audizioni di questa Commissione e dalle parole del procuratore generale della corte di appello di Roma di allora, dottor Pascalino, alla Commissione Moro quando è stato audito si ricava la netta, chiara sensazione che lo Stato si presentò all'appuntamento di via Fani con il suo apparato investigativo praticamente disarmato, con un abbassamento delle guardia assolutamente allarmante in termini di contrasto al terrorismo rosso. Il dottor Pascalino ha dichiarato alla Commissione che durante il sequestro lo Stato invece di scegliere la strada investigativa e dell'intelligence per arrivare a liberare Moro, scelse di mostrare i muscoli con le parate, naturalmente senza alcun effetto. Lei era un funzionario di polizia ed un operatore - a questo punto possiamo dirlo - di prima linea in quella situazione: ci può dare qualche informazione sui motivi per i quali secondo lei lo Stato arrivò a quell'appuntamento in una condizione di disarmo totale?

FRATTASIO. Le risponderò molto semplicemente, facendo sempre un discorso terra terra. Se uno riusciva a catturare un terrorista di destra, riceveva premi e faceva carriera; se uno arrestava un terrorista di sinistra veniva completamente abbandonato.

CORSINI. A vedere le inchieste di alcuni magistrati veneti non sembrerebbe così.

FRATTASIO. Parlo di Roma. Se uno prendeva un terrorista di destra aveva i premi e faceva carriera; dalla cattura di un terrorista di sinistra derivavano solo guai.

PRESIDENTE. Ma ne prendevate molti; mentre Delle Chiaie probabilmente fu allertato una volta che venne clandestinamente in Italia e mentre stava per essere catturato riuscì a scappare.

FRAGALA’. Però prendevano Signorelli e lo mandavano in galera ingiustamente, prima di fargli il processo e giungere alla fine all'assoluzione.

PRESIDENTE. Anche il "teorema Calogero" portò la cattura di intelligenze che poi non si rivelarono tali.

FRATTASIO. Quando Berlinguer disse basta, potemmo cominciare a muoverci. E per questo che ho grande stima di lui.

FRAGALA’. Cosa significa quest'affermazione?

FRATTASIO. Da quel momento avemmo anche...

FRAGALA’. ...l'autorizzazione ad indagare a sinistra?

FRATTASIO. Non solo, anche una maggiore considerazione. Questo avvenne dopo che Berlinguer disse basta e quindi sono personalmente grato a Berlinguer.

FRAGALA’. Lei è parente del generale Frattasio?

FRATTASIO. Era mio padre. E’ stato l'unico ufficiale generale iscritto al Partito comunista italiano. Dopo le dimissioni, intorno al 1976-1977, si iscrisse al partito e visse un periodo di grande entusiasmo, come tutti i neofiti. Frequentava la federazione di Casal Palocco. Quando sentì che stava per morire mi chiese due cose: di non iscrivermi alla massoneria e di non far del male ai comunisti. Morì di infarto, povero e solo: mi manca. Fu eroe di Nicolaijevka. Nel '43 riuscì a tenere il reparto unito e a non farlo scappare. Liberò Cormons Gorizia dai titini che "infoibavano". Poi arrivarono le SS e gli chiesero di collaborare, ma lui non accettò. E’ stato l'unico ufficiale italiano cui i tedeschi hanno concesso l'onore delle armi. Venne deportato, fuggì e divenne partigiano in Friuli.

FRAGALA’. Io le ho chiesto se era un parente e veniamo a scoprire che è addirittura il figlio.

Lei è a conoscenza della fibrillazione o addirittura della rivoluzione interna agli alti gradi della Guardia di finanza proprio a seguito del sequestro e dell'uccisione dell'onorevole Moro?

FRATTASIO. perché la mia famiglia ha una tradizione nella Guardia di finanza. Mio nonno è stato maggiore ed è stato l'unico comandante della Guardia di finanza capo di una brigata partigiana che ha combattuto all'estero, in Kosovo.

FRAGALA’. Dove ha combattuto all'estero?

FRATTASIO. Nel Kosovo; fu l'unica divisione Garibaldi all'estero. Venne decorato, però gli dissero che non poteva accettare gli aumenti di carriera e fu relegato nel sud. Sono piccole questioni di famiglia.

Subito dopo il sequestro Moro, siamo sempre nell'ambito della storia della finanza, coloro i quali erano stimati dall'onorevole Andreotti, rispetto a quelli che erano stimati dall'onorevole Moro, decisero di tentare la scalata. C'era da una parte Lo Prete, dall'altra, mi sembra, Oliva. Nella lotta che c'è stata si è verificato un caso interessantissimo, perché mentre mio nonno, Antonio secondo - io sono Antonio quarto - combatteva con onore e gloria, dopo aver combattuto la prima guerra mondiale - fu l'ufficiale della Guardia di finanza più decorato in Italia - nel 1944, nella stessa pagina dell'Unità in cui si riportavano i combattimenti nel Kosovo fu indicato un tenente di cui non vorrei dire il nome che qui a Roma fucilava i partigiani e mi sembra abbia fucilato anche un prete.

FRAGALA’. E chi era questo tenente?

FRATTASIO. Non mi faccia dire il nome.

FRAGALA’. Ma era un tenente della Guardia di finanza?

FRATTASIO. Sì. Mi sembra che questa persona sia diventata vice comandante della Guardia di finanza subito dopo il caso Moro, per quello dico che la nostra storia è fatta così: di servitori dello Stato che devono subire in pace e in guerra gli oltraggi dei camaleonti.

FRAGALA’. Mi scusi, dottore, questo è un aspetto interessante. Questa domanda l'avevo fatta prima all'onorevole Giovine e la farà, spero, anche ad altri audiendi di questa Commissione. Io desidero verificare, e per questo ho chiesto se era parente del generale, se lo scontro interno che si verificò nella Guardia di finanza quando Moro uscì di scena e quindi le persone che gli erano vicine caddero in disgrazia, fu il frutto di un'operazione politica, come anche l'inchiesta giudiziaria, e se va a confermare tutta una serie di articoli criptici che scrisse Pecorelli proprio in quel periodo.

PRESIDENTE. E cosa ci fa capire questo del problema dell'onorevole Moro?

FRAGALA’. Ci fa capire che l'onorevole Moro, proprio per una serie di contatti e una serie di finanziamenti che riceveva la sua corrente da parte di settori dell'imprenditoria petrolifera attraverso Freato eccetera eccetera, per caso aveva anche altro tipo di nemici politici e personali che determinarono nei suoi confronti un certo atteggiamento dello Stato fino a farlo abbandonare a se stesso. Questo è un tema che desidero verificare, naturalmente attraverso chi queste cose può sapere o sa.

FRATTASIO. Confermo ciò che lei dice. Per quello che so nella nostra famiglia per gli ufficiali della Guardia di finanza durante il sequestro Moro è avvenuta una richiesta di regolamento, perché mi sembra che Lo Prete, pur essendo leggermente più giovane avesse scavalcato in graduatoria Oliva. Ci fu un'immediata operazione che tese a far giungere presso un certo magistrato Vaudano tutta una serie di dossier. Molti di questi ufficiali furono addirittura incarcerati presso questi contrabbandieri che approfittavano di loro in modo non naturale. Quindi, raccontavano un po' tutto.

PRESIDENTE. La ringrazio, penso che possiamo concludere qui la sua audizione.

La seduta termina alle ore 23,50.

Fine seconda parte

prima parte

seconda parte

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