FISICA/MENTE

150 ANNI DI SOLITUDINE

Il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels considerato oggi j

 

  Paolo Giussani

 

Se è solo per questo, di spettri ne girano svariati anche oggi per l'Europa, anzi per il mondo intero, peccato che appartengano ad una specie diametralmente opposta a quella del loro mitico collega di 150 anni orsono. E più che di fantasmi, da tempo si tratta di dati di fatto: la fine senza remissione dei movimenti denominati comunisti e/o socialisti nati e sviluppatisi nei secoli XIX e XX. Tuttavia, assieme a ciò ma molto più terrificante, davanti a noialtri si sta ergendo nientemeno che la minaccia di una débâcle definitiva della classe dei lavoratori salariati da parte del capitale, con la possibile conseguente trasformazione, già in corso, della società contem­poranea in una riedizione più barbara e più mostruosa dello schiavismo antico. Ognuno può quindi considerare dove siano finite le rodomontanti dichiarazioni contenute nel pamphlet composto alla fine del 1847 da Marx ed Engels (M&E) per esporre le ragioni e gli intenti della nuova Lega dei Comunisti: 'Qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco!', verrebbe proprio fatto di commentare, riprendendo il nostro caro poeta, che al momento dell'emersione del noto spettro era scomparso solo da pochi anni.[1]

Ma non sarebbe questa un'osservazione del tutto equa. Oltre al tono ed alle annunciazioni profetiche, ed anzi proprio per sostenerle in qualche modo, il Manifesto contiene uno schizzo dello svolgimento storico umano, una sommaria analisi della politica dei secolo XVIII e XIX, ed alcuni dettami guida della condotta dell'opposizione rivoluzionaria al capitalismo. Oltre al pamphlet vero e proprio, vi sono poi altri testi accessori, ad es. di carattere programmatico, ad esso collegati, che pure andrebbero esaminati per cercare di formulare un apprezzamento il meno unilaterale possibile di quello che, al medesimo rango di Don Giovanni, Sacra Bibbia, Coca Cola ed interpretazioni del principe de Curtis, sembra proprio essere un best seller incorruttibile dal trascorrere del tempo.

 

Il fascino indiscreto del Manifesto

Dalle notizie riguardo alla sua vita e da svariate sue affermazioni è noto che a Marx sarebbe molto piaciuto essere un grande scrittore, ed in un certo qual modo si può dire che la cosa gli sia riuscita. Bisogna riconoscere che una parte consistente del fascino che il Manifesto ha esercitato e continua ad esercitare proviene proprio dal fatto che si tratta di un'opera letterariamente indovinata, come il suo stile testimonia, soprattutto nel primo capitolo intitolato Borghesi e Proletari.

In meno di dieci paginette di questo primo capitolo M&E riescono a tratteggiare in maniera veramente epica l'intera nascita del capitalismo e le caratteristiche della fase attraversata nella prima metà del secolo. Il lessico è semplice ma vario ed elegante, decisamente antiretorico, un po' del tipo di quello usato da grandi scrittori russi della parte centrale del secolo. Una penetrante e distruttiva ironia di stampo diderotiano pervade l'esposizione; non è previsto l'uso di alcun tipo di gergo mandarinesco; e frequente è la presenza di metafore sovente tratte dalla letteratura. I periodi sono abbastanza brevi, con poche subordinate complicate; molto spesso vengono spezzati in sottoperiodi che hanno in comune il soggetto oppure soggetti sottintesi; un procedimento, col quale sembra che uno stesso agente compia una sequenza ininterrotta di azioni una più sconvolgente dall'altra, che consente di ricreare il senso di una dinamica incalzante, corrispondente all'immane - in effetti il più grande della storia umana - rivoluzionamento attuato dalla borghesia industriale. Di tanto in tanto, poi, l'argomentazione si fa più calma e riflessiva, momenti in cui il lettore riceve dettagli analitici ponderati ed oggettivi.

Nondimeno, i soli aspetti estetici e stilistici non basterebbero minima­mente a rendere conto dell'attrattiva continuamente esercitata da questo libercolo. E chiaro che lo stile, del tutto opposto al laido 'si­nistrese' inventato dai buroguru della sinistra dei nostri pallidi giorni, da solo non  può bastare; però unito ai toni profetici ed alla raffigurazione di un meccanismo storico deduttivo, e quindi ineluttabile, produce effetti quasi irresistibili. Tutta quanta la lettura del primo capitolo del Manifesto infonde l'idea che lo sviluppo della vita degli uomini associati sia retto da un meccanismo storico elementare, analogo al principio della selezione naturale nella teoria evolutiva ultradarwinista, il quale lavora a semplificare progressivamente gli antagonismi sociali fino a condurli alla fase definitivamente ultima per mezzo della quale la ristrettissima cerchia degli espropriatori sarà espropriata e la società umana potrà entrare in uno stadio di relativo equilibrio (la fine della lotta fra le classi).

 

La lotta di classe

Il prologo sullo spettro che si aggira per l'Europa è seguito da quattro capitoli. Del primo (Borghesi e Proletari) si è detto; nel secondo (Proletari e Comunisti, lungo la metà del primo) si spiegano le caratteristiche del nuovo movimento e come agirà la classe rivoluzionaria moderna, e vengono esposti i punti del suo programma generale; nel terzo (Letteratura Socialista e Comunista, un poco più lungo) si fanno spietatamente i conti con le varie tendenze del socialismo (reazionario, borghese e critico-utopista); e nell'ultimo, assai breve (Posizione dei comunisti di fronte ai diversi partiti dell'opposizione), si delineano le relazioni fra il nuovo movimento e gli altri raggruppamenti impegnati nelle rivoluzioni democratico-borghesi ancora in corso alla meta del secolo.

L'apertura del primo capitolo è una delle frasi celebri della storia letteraria moderna:[2]

La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. (p.7)

Non vi è forse mai stato principio più noto e più riaffermato ogni due per tre dai seguaci di Marx (i marxisti) e, al tempo stesso, più da essi medesimi disconosciuto. A parte una piccola pleiade di studiosi, soprattutto storiografi, sparsi a casaccio nello spazio e nel tempo e resisi responsabili di lavori veramente scintillanti, a parte questi nessuno, letteralmente nessuno nella sinistra marxista ha mai creduto nella veridicità della proposizione generale sulla lotta di classe. Nell'ambiente degli pseudopoliticanti di sinistra ed ultrasinistra, e dei loro meschini teorizzatori, sempre e dovunque tutti lo hanno sostituito con un'altra, molto diversa ed assai più metafisica proposizione, che deve suonare pressappoco così

La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte fra gli individui eminenti - i capi, i rappresentanti ideo­logici e politici, gli uomini di potere, in una parola 'le avanguardie' - che in queste lotte si sono tirati dietro le classi, infinitamente malleabili e manipolabili.

Quasi nessun famoso 'marxista' venuto dopo Marx, esegeta e/o applicatore e/o estensore del Pensiero del Maestro, è mai venuto meno a questo insano e ridicolo principio di natura esclusivamente ideologica, piuttosto alieno al Moro di Treviri ma, tanto per citare l'esempio più noto e più chiaro, molto chiaramente codificato nella incredibile teoria della 'coscienza esterna' esposta da Lenin nel Che fare? del 1903.[3]

L'interrogativo che chiunque si porrebbe è come un principio derivato dal più vieto e volgare senso comune ("le persone istruite hanno la responsabilità di guidare la società") abbia sentito il bisogno ed abbia potuto cogliere l'opportunità di associarsi con una teoria dell'evoluzione storico-sociale basata su di un meccanismo puramente oggettivo-spontaneo. La risposta è che quest'ultima teoria è stata ed è sovente presentata - un esempio lo si ha proprio nel Manifesto - come uno schema filosofico-deduttivo e non come una generalizzazione ricavata dall'osservazione e dallo studio dell'esperienza. Una filosofia della storia che, come ogni costruzione di tipo ideologico,[4] necessita

 dei suoi officianti, la cui presenza e funzione viene esplicitamente prevista nel secondo capitolo del Manifesto:

Quindi in pratica i comunisti sono la parte progressiva più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, e quanto alla teoria essi hanno il vantaggio sulla restante massa del proletariato, di comprendere le condizioni, l'andamento e i risultati generali del movimento operaio.  (p. 23)

Dalle prove che  i cosiddetti comunisti hanno di sé nel corso della storia moderna non si direbbe proprio che abbiano capito alcunché dell'andamento del mondo e men che meno che lo strumento magico in loro possesso (appunto l'unilineare ed hegelianeggiante filosofia della storia contenuta nel Manifesto) fosse in grado di fornire simili soprendenti vantaggi, ma tant'è…

Non solo l'intera storia umana nel primo capitolo viene esposta come una transizione dal complesso al semplice, ma segnatamente la storia della società moderna basata sul capitale viene caratterizzata come una evoluzione continua dalla dispersione all'aggregazione del proletariato che, raggiunta fatalmente una quantità di moto incontrollabile, deve finire con l'abbattere il dominio dei detentori del capitale:

La condizione più importante per l'esistenza e per il dominio della classe borghese è l'accumularsi della ricchezza nelle mani dei privati, la formazione e la moltiplicazione del capitale; condizione del capitale é il lavoro salariato. Il lavoro salariato poggia esclusivamente sulla concorrenza degli operai tra di loro. Il progresso dell'industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all'isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall'associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, viene tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili.  (p. 20)

In tutto il capitolo l'idea difesa da M&E è che, a causa della concorrenza fra i lavoratori, per la classe salariata non sia possibile alcun progresso all'interno del capitalismo, che ogni lotta sia puramente difensiva tranne quella finale, l'unica vittoriosa, innescata dal superamento di una certa soglia critica, abbastanza misteriosa, nel processo di concentrazione del capitale che fa a sua volta passare i lavoratori 'dalla concorrenza all'associazione' e quindi alla 'unione rivoluzionaria'. È perfino troppo ovvio osservare che il successivo svolgimento storico non ha minimamente confermato le asserzioni del Manifesto.[5]

Invece di venire a formare un'opposizione rivoluzionaria sempre più densa e compatta, nel corso di questi 150 anni la classe dei lavoratori salariati si è completamente volta al miglioramento delle condizioni di vendita e di uso della forza-lavoro, costituendosi parallelamente come base del sistema politico elettorale-parlamentare, demandato a gestire gli affari correnti del capitale. Non che non abbia sviluppato una forza crescente, tutt'altro; ma tale potenza le è servita a garantire la prosecuzione dell'esistenza del capitale e a ricavare vantaggi di vario genere dalla crescita economica, e non a trascendere il modo di produzione capitalista nel quale si è anzi completamente sciolta. Laddove i lavoratori hanno manifestato atteggiamenti esteriormente antagonistici non è stato in ragione di un tendenziale passaggio all'opposizione rivoluzionaria al capitalismo ma come reazione alla mancanza di integrazione economico-politica, vero obbiettivo dei loro movimenti. E quando una prolungata fase di stagnazione-depressione economica si è saldamente insediata a condizionamento della vita della grande parte del genere umano, la classe dei lavoratori ha reagito, se era possibile, allontanandosi ancora di più da ogni e qualsivoglia prospettiva rivoluzionaria per immergersi a fondo in un autodistruttivo bellum omnium contra omnes di cui non si riescono ancora a scorgere il termine e l'esito.

Dal lato puramente economico l'evoluzione del capitale non ha condotto al crescente isolamento di una cerchia sempre più piccola di proprietari di mezzi di produzione ma alla socializzazione della proprietà ed alla pura e semplice sparizione dei proprietari privati di tipo tradizionale.[6] Con l'immensa

 socializzazione del capitale e del processo produttivo avvenuta nell'ultimo secolo, e la connessa trasformazione di tutte le funzioni del capitale in funzioni salariate, l'evoluzione del sistema economico ha dato vita ad una società costituita dalla articolazione di un'unica classe che in gran parte contro se stessa gestisce la sopravvivenza dei rapporti di produzione capitalistici, ed i cui conflitti avvengono in larga misura fra i segmenti di questa artico­la­zione. Invece di produrre i propri becchini, il capitalismo ha finito con il generare i propri infermieri.

Tutto questo, per quanto sia tutt'altro che incompatibile con la teoria e le osservazioni contenute nel Capitale o in altri lavori di Marx, si trova ad essere completamente estraneo allo schemino filosofico del Manifesto, il cui svolgimento unilineare dipende unicamente dalla infausta necessità, che é sempre parte integrante della politica, di mostrare agli adepti che ci si trova dalla Parte Giusta della Storia.

È del resto piuttosto banale osservare che nei lavori successivi di Marx l'idea che la storia sia puramente e semplicemente costituita da lotte di classi verrà abbandonata, almeno nella forma lapidaria del Manifesto, per essere sostituita con altre vedute. Nella celeberrima prefazione del 1859 a Per la critica dell'economia politica, che rimane l'insuperata esposizione di una metodologia scientifica per l'analisi dell'evoluzione della società umana, Marx asserisce che la lotta di classe emerge e gioca un ruolo cruciale solo nei periodi rivoluzionari, prodotti e definiti, indipendentemente e prima dell'azione della lotta di classe, dall'interazione di forze produttive e rapporti di produzione ogniqualvolta i rapporti di produzione non siano più in grado di ospitare un ulteriore accrescimento delle forze produttive.

Il capitalismo

Altrettanto banale è rimarcare la relativa lontananza dalle ricerche storiche e dal materiale empirico disponibile, nonché dalle opinioni che Marx si doveva formare successivamente, del resoconto della emergenza del capitalismo offerto da M&E:

L'esercizio dell'industria, feudale o corporativo, in uso fino allora non bastava più al fabbisogno che aumentava coi nuovi mercati. Al suo posto subentrò la manifattura. Il medio ceto industriale soppiantò i maestri artigiani; la divisione del lavoro fra le diverse corporazioni scomparve davanti alla divisione del  lavoro nella singola officina stessa.

Ma i mercati crescevano sempre, il fabbisogno saliva sempre. Neppure la manifattura era più sufficiente. Allora il vapore e le macchine rivoluzionarono la produzione industriale. All'industria manifatturiera subentrò la grande industria moderna; al medio ceto industriale subentrarono i milionari dell'industria, i capi di interi eserciti industriali, i borghesi moderni.  (p. 8)

In una decine di righe vengono compendiati circa otto secoli di storia, che trasportano dall'artigianato esercitato nel maniero feudale alla grande industria moderna, grazie alla spinta evolutiva fatta originare dalla forza chiamata 'espansione del mercato'.  Tuttavia, il mercato (che nel testo è quasi confuso assieme al 'fabbisogno') come faceva nel frattempo ad allargarsi a sua volta?[7]

  Bisogna chiederselo perché in tutte le circostanze ci si trovi a parlare con qualcuno aderente al generico senso comune 'di sinistra', altrettanto invariabile del rintocco delle campane di Sant'Ambrogio a mezzodì costui vi tirerà fuori l'allargamento e/o la contrazione del mercato per spiegare virtualmente qualsiasi fenomeno considerabile di tipo economico.[8]

Al contrario, è stato lo sviluppo della produzione nell'artigianato feudale e costituire la base e la spinta del suo distacco dalla sfera curtense, così come è stata la trasformazione indipendente della tecnica manifatturiera in tecnica industriale (Inghilterra centrosettentrionale) a creare il mercato moderno e a renderlo mondiale. L'azione autonoma del mercato, espressa per esempio nel ceto dei capitalisti puramente mercantili, ha esercitato più che altro un azione frenante se non addirittura retrograda nei confronti dello sviluppo del modo di produzione, come è fra l'altro testimoniato dalla circostanza che nazioni e regioni (Germania, Russia) dove la prevalenza del capitale mercantile era schiacciante, riuscirono solo tardi e con difficoltà a pervenire alla grande industria tipica del capitale. Ancora una volta una spiegazione monotonica finisce per fabbricare uno schemino di pronto uso, e neanche tanto occasionale dal momento che lo si è sentito ripetere e visto scrivere innumerevoli volte.

Nell'attuale revival di popolarità e vendite del Manifesto molti amano riconoscerci un nuovo bisogno di idee rivoluzionarie originato delle analogie con la fase attuale dell'economia mondiale:

Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un'impronta cosmopolitica alla produzione ed al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi della grande industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo nel paese stesso. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All'antica autosufficienza e all'antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, un'interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L'unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature e locali si forma una letteratura mondiale.

Con il rapido miglioramento dei tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l'artiglieria pesante con la quale essa spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe a introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà cioè a diventare borghesi. In una parola Essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza. (pp. 10-11)

Tutto ciò è brillantemente espresso nel famoso passo:

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l'immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l'ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l'incertezza e il movimento esterni contraddi­stin­guono l'epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. (p. 10)

Una pertinente rappresentazione della congiuntura attraversata dalla nostra epoca avrebbe piuttosto bisogno di un rovesciamento della dinamica narrata dal Manifesto del 1848. Impressionati dal crollo dell'URSS e dalla sua conseguente trasformazione in un capitalismo primitivo puramente gangsteristico, dalla fine delle politiche di welfare, dalla disgregazione delle organizzazioni sindacali di ogni tipo, età e nazione, dall'inarrestabile evaporazione dei vantaggi conseguiti negli ultimi 50 anni, i cittadini della sinistra si immaginano che questo processo dipenda da un impetuoso ed ulteriore stadio di estensione del capitalismo che strappa beni e servizi alla sfera del 'puramente sociale' (che sarebbe quindi precapitalistica, come l'artigianato dei paesi arretrati del Manifesto) per convertirli in merci vendibili onde lucrarci sopra dei profitti misurabili.

La realtà è che il capitalismo contemporaneo non sa che farsene di quote crescenti del globo e dell'umanità e di porzioni sempre più cospicue della produzione; che è il processo esattamente opposto alla potente eruzione dagli oceani del Krakatoa del capitalismo industriale moderno offerta dalla vivida prosa di M&E. Nonostante i diffusissimi pregiudizi circa la fase attuale del progresso tecnico, i funzionari del capitale, completamente dominati dalla dinamica e dalle esigenze della speculazione su scala mondiale, non possono oggi continuare ad esistere senza conservare e fissare ad aeternum tanto le tecniche quanto i rapporti di produzione e conseguentemente tutti i rapporti sociali. La maggiore incertezza rispetto alla fase precedente non deriva da un processo di accumulazione accelerata bensì, al contrario, da una accumulazione di capitale decelerata e quasi inesistente, i cui effetti si riversano interamente sui venditori di forza-lavoro. A questo proposito non solo le descrizioni del Manifesto non possono mantenere alcun legame con il presente, ma, malgrado l'efficacia della presentazione dei due autori, proprio il risveglio immaginativo dell'epoca della infernale fanciullezza del sistema economico provocato dalla lettura del primo capitolo risulta sommamente fuorviante del giudizio riguardo alla sua vampiresca senescenza attuale; ma di questo M&E non possono portare alcuna responsabilità che ricade unicamente sugli indistruttibili pregiudizi del popolo della sinistra.

 

Il Sol dell'Avvenire

Nel secondo capitolo il Manifesto assume la sua forma più appropriata e naturale; dopotutto, si tratta di un testo concepito non come un trattato o un compendio analitico ma fondamentalmente come un appello alla lotta secondo determinate linee, e, malgrado ogni tipo di rava e di fava, queste linee bisognava pur enunciarle.

Il Manifesto dichiara con estrema chiarezza che quello che il partito comunista persegue come obbiettivo generale della lotta di classe è l'abolizione della proprietà privata.

Quel che contraddistingue il comunismo non è l'abolizione della proprietà in generale, bensì l'abolizione della proprietà borghese.

Ma la proprietà privata borghese moderna è l'ultima e più perfetta espressione della produzione e dell'appro­priazione dei prodotti che poggia su antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri.

In questo senso i comunisti possono riassumere la loro teoria nella frase: abolizione della proprietà privata. (p. 24)

La proprietà privata borghese moderna - vale a dire quella tipica o dominante nel secolo XIX cioè la proprietà privata individuale dei mezzi di produzione - non è stata l'ultima e più perfetta espressione della produzione e della appropriazione poggiante su di un antagonismo di classe e sullo sfruttamento. Qui il loro schema storico aprioristico trae in inganno M&E. Altre forme di proprietà, ugualmente connesse alla produzione di valore e plusvalore, dovevano apparire successivamente: la proprietà azionaria (che Marx avrebbe in seguito etichettato come "comunismo nell'ambito del capitalismo") e la proprietà statale. Più tardi, dalla proprietà azionaria semplice si sarebbe evoluta la proprietà azionaria puramente collettiva dei fondi comuni comprendenti anche i fondi pensionistici, che è una forma ancor più socializzata.

In verità l'assunto del Manifesto dipende dal significato dell'espressione 'antagonismo di classe'. Nell'insieme della produzione letteraria di Marx invano si cercherà una definizione precisa di cotale antagonismo. Talvolta Marx sembra intendere la semplice contrapposizione e/o la generica opposizione di interessi fra la classe dei capitalisti e quella dei salariati, come quando loda Ricardo per avere disvelato nella sua teoria economica, in cui si contempla che allorché i salari aumentano i profitti calano e viceversa, gli antagonismi fra operai e padroni. In altri momenti pare attribuire all'antagonismo capitale/lavoro un contenuto assai più vasto, assegnando ai lavoratori la funzione di incorporare in nuce un nuovo tipo di organizzazione sociale, per quanto però questa idea possa facilmente essere interpretabile come il risultato di un ragionamento teleologico che ancora una volta implica lo schema storico già menzionato: se la storia si svolge semplificando continuamente la situazione onde isolare e quindi far abbattere i detentori del capitale da parte della loro negazione, allora i salariati privi di proprietà devono incarnare il polo assolutamente antagonista al capitale (la 'negazione della negazione'!?).

In realtà l'antagonismo fra capitale e lavoro salariato pare essere uno dei più deboli e relativistici della storia delle società classiste fondate sullo sfruttamento. Gli schiavi antichi rappresentavano un pericolo permanente per l'élite terriera e schiavista nonché un fattore relativamente passivo del lavoro produttivo, che poteva venire messo in movimento solo con l'ausilio di svariate forme di pressione anche violenta. Disponendo di propri mezzi di produzione i contadini medievali costituivano un mondo a sé stante rispetto all'economia ed alla vita nobiliari; venivano posti in collegamento forzato con i signori unicamente usando la forza armata e in maniera del tutto unilaterale per ricavarne prelievi di lavoro o di prodotti. L'esplodere tanto delle rivolte schiavili che delle jacqueries faceva periodicamente tremare dalle fondamenta tutta la società molto più di quanto abbai mai potuto fare qualsiasi lotta operaia.

Sarebbe semmai più esatto asserire che i pericoli per la permanenza del capitalismo derivano piuttosto proprio dalla relativamente limitata forma di antagonismo su cui la sua fisiologia si erige. L'intrinseca evoluzione sia dello schiavismo, che della società asiatica,  che del feudalesimo non poteva lasciare alcuno spazio ai produttori diretti sfruttati; e difatti non fu a causa della lotta di classe da essi espressa che questi antichi modi di produzione vennero superati da altri superiori. Nel capitalismo la contrapposizione fra i lavoratori e gli agenti del capitale è limitata proprio dal fatto che i lavoratori medesimi costituiscono una delle forme funzionali del capitale: non germogliando dal proprio seno nuovi ed alternativi modi di produzione, è piuttosto logico pensare che la decadenza del capitale lasci come unica alternativa concepibile (e praticabile) una differente organizzazione dell'impiego delle risorse produttive da parte dei produttori diretti.

In questo contesto l'abolizione della proprietà privata tradizionale (ed una di altro genere ai tempi del Manifesto non esisteva), tappa che si realizza assai pianamente con la statizzazione, può al massimo essere un obbiettivo transitorio puramente formale. Farne il centro e il fulcro della lotta di classe equivale a concepire i lavoratori salariati moderni, ossia il moderno proletariato, come una classe sociale esterna al sistema capitalistico, un po' alla stregua delle classi sfruttate che l'hanno preceduta; e le risorse produttive create ed impiegate nel capitalismo come di per sé non gestibili direttamente dai produttori mediante una forma non mercantile, ma da un sistema di funzionari, magari emanazione di quella presunta élite che ha saputo conquistarsi "l'intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme".

L'articolazione del programma politico dei comunisti nel secondo capitolo (vedi p.32) è del resto abbastanza coerente con l'obiettivo generale. Si tratta di dieci misure che, prese sia una per una che tutte assieme, configurano un sistema economico in cui il capitale continui ad esistere ma venga gestito, in modo inizialmente indiretto e poi sempre più direttamente, dall'amministrazione pubblica ('lo stato caduto in mano al proletariato'). I primi due punti dimostrano che i rapporti capitalistici e le corrispondenti categorie di reddito (profitti, rendite) continuano sussistere

1.     Espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego della rendita fondiaria per le spese dello stato.

2.     Imposta fortemente progressiva.

Anche la proprietà privata non fondiaria continua ovviamente a sussistere, altrimenti non vi sarebbe motivo di decretare il carattere fortemente progressivo dell'imposizione. Nulla pero è detto circa la gestione delle unità produttive e distributive, elemento che diviene comunque più chiaro con il terzo, il quarto (reminiscenza della rivoluzione francese) e, soprattutto, il settimo punto:

3.    Abolizione del diritto di successione

4.    Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli    […]

7.  Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano collettivo

Il modello è derivato da quello degli ateliers nationaux introdotti con la rivoluzione parigina del febbraio 1848, senza che tuttavia vengano spiegati i dettagli concernenti i rapporti fra le fabbriche nazionali e fra questo settore ed il settore privato - fintantoché quest'ultimo continua ad esserci. Il quinto ed il sesto punto stabiliscono puramente e semplicemente un sistema di capitalismo di stato per i rami più socializzati, ovvero credito e trasporti,

5.    Accentramento del credito in mano dello stato mediante una banca nazionale con capitale dello stato e monopolio esclusivo

6.    Accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano dello stato

Gli ultimi tre punti stabiliscono infine misure coercitive riguardo al lavoro ed al suo impiego - il punto 8 è chiaramente connesso al 7:

8.    Eguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l'agricoltura

9.    Unificazione dell'esercizio dell'agricoltura e dell'industria, misure atte ad eliminare gradualmente l'antagonismo fra città e campagna

10.   Istruzione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale. Combinazione dell'istruzione con la produzione materiale e così via.

A parte taluni aspetti oscuri,[9] tanto i provvedimenti per il lavoro quanto

 l'introduzione dell'istruzione obbligatoria per i bambini contribuiscono al quadro di insieme di un sistema economico-sociale[10] fondato su di una sorta di

capitalismo di stato, che si avvicina rudimentalmente alla fisionomia che il capitalismo privato (o misto) ha assunto in certi paesi del terzo mondo oppure in occidente durante le guerre, specialmente nel corso della seconda guerra mondiale.[11]

Ma, tutto questo di quale politica dovrà valersi?

Abbiamo già visto sopra che il primo passo sulla strada della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il proletariato si eleva a classe dominante, cioè nella conquista della democrazia.

Il proletariato adoprerà il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive.

Naturalmente ciò può avvenire, in un primo momento, solo mediante interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione cioè per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell'economia; ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell'intero sistema di produzione. (p.31)

La conquista della democrazia e l'ascesa a classe dominante da parte del proletariato sono concepiti come sinonimi se non identici. Nel 1848 la democrazia poteva essere soltanto una repubblica a suffragio universale vale a dire il moderno sistema rappresentativo-parlamentare, che è uno dei sottoprodotti della rivoluzione borghese (che era ancora in fieri). La credenza che il suffragio universale conduca al dominio politico del proletariato dipende dall'assunto implicito che, costituendo questa classe la maggioranza della cittadinanza ossia dell'elettorato attivo, i suoi rappresentanti dovranno automaticamente guadagnare le elezioni.

I successi elettorali delle socialdemocrazie hanno in un certo modo ed entro certi limiti confermato questa previsione; ma non i paragrafi successivi, che costituiscono un non sequitur.[12] Nella storia

 contemporanea il dominio politico, ossia il controllo dell'esecutivo, conseguito da partiti fondati sul consenso dei salariati, non ha portato via tutto il capitale alla borghesia (una parte sì, però) ed è fondamentalmente servito a gestire l'insieme del funzionamento del capitalismo; e soltanto in talune zone arretrate del mondo (e massimamente nell'ex-impero zarista) si è posto l'obbiettivo esplicito della 'moltiplicazione del forze produttive' - traguardo che testimonia di uno stato arretrato e ristagnante dello sviluppo capitalistico (come era ad es. in Germania nella prima metà del secolo XIX) perché normalmente questo dovrebbe essere un lavoro spettante al capitale ed alla borghesia, altrimenti perché mai sono venuti al mondo?

Ma, come si passerà poi alla fase storica ulteriore, quella della nascita di un superiore modo di produzione? Sia per effetto dell'accrescimento continuo delle forze produttive sia mediante l'uso della forza cioè dello stato, che è la forza organizzata.

Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell'evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un'altra. Il proletariato unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce assieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni di esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe.  (p. 32)

Il contenuto di quest'ultimo paragrafo è abbastanza illusorio. La forza potrà anche servire ad eliminare la proprietà giuridica borghese e a consegnare le forze produttive al controllo dei lavoratori, ma nulla più di questo. Soprattutto non può avere alcuna parte nella costruzione di un nuovo tipo di organizzazione e di rapporti economico-sociali, ciò di cui solo può consistere l'autentico processo di trasformazione rivoluzionaria del capitalismo.[13]

Dopo 150 anni appare chiaro che, a parte gli accenni retorici ad una nuova società, il Manifesto del Partito Comunista esprime il programma politico-economico del moderno proletariato come classe guida della rivoluzione democratico-borghese in supplenza della borghesia e presupponendo condizioni di stagnazione dello sviluppo e dell'allargamento della produzione basata sul capitale. Non solo il programma del Manifesto è stato largamente realizzato dall'evoluzione successiva senza bisogno che la classe salariata impiegasse la forza, ma per certi aspetti appare limitato e perfino arretrato; e comunque assurdamente ridicolo se proposto ai nostri giorni.

È ben noto che nei decenni successivi Marx cambiò completamente idea su molte cose che si trovano scritte nel Manifesto.[14] Si dedicò quasi del tutto ad

 altre cose, abbandonando altresì molto presto ogni fiducia nella democrazia

 rappresentativa e nelle possibilità di utilizzare lo stato (borghese); teorizzò la creazione di nuovi tipi di organismi politici (suggeritigli anche dalla brevissima esperienza della Comune parigina), e lasciò da parte la possibilità di valersi di misure militaristiche tipo gli eserciti industriali. E sebbene rimase per lungo tempo illusoriamente, ed assai stranamente, speranzoso nell'arrivo della rivoluzione mondiale, tuttavia verso la fine della sua vita divenne oltremodo sanamente scettico su tutto e tutti. Nel frattempo, però, il marxismo era infaustamente venuto al mondo, e proprio come espressione ideologica di quel ceto di funzionari legati al proletariato moderno che avrebbero dovuto dirigere l'elevamento a classe dominante dei lavoratori, e che stavano appunto inaugurando il nuovo business dell'integrazione, attività recentemente posta in liquidazione. Lo schema storico-evolutivo del Manifesto, di sapore vagamente vichiano-hegeliano,  aprioristico ed incompatibile con il metodo scientifico, forniva loro un comodo breviario che sarebbe durato molto, troppo a lungo.

" … una rosa è una rosa; con qualsiasi nome la si chiami, non perderà il suo profumo… " Ed il nome 'comunismo', diffuso inizialmente proprio dal Manifesto, nel corso del tempo ha cambiato designazione cessando di indicare un processo, "il movimento che abolisce lo stato di cose presente", per finire col significare uno stato: dal lato reale il sistema economico, sociale e politico esistente in Unione Sovietica, e dal lato ideale la sua giustificazione. Una certa parte del popolo della sinistra e dei suoi rappresentanti intellettuali marxisti, soprattutto i militanti degli ambienti marginali dell'ultrasinistra, ha sempre dimostrato e continua a dimostrare un incredibile attaccamento a questo sostantivo, il cui semplice uso è nel frattempo diventato contrario all'emancipazione umana; e non certo perché essa non sappia che i nomi nascono, muoiono e variano in relazione all'uso che si fa di essi e non per via di scelte fatte a tavolino, ma proprio perché si tratta di persone attaccatissime alla raffigurazione che ai loro occhi il nome evoca nel linguaggio moderno: una società diretta e dominata dalle avanguardie politico-intellettuali (i marxisti) e fondata sulla proprietà statale e sulla gestione amministrativa dei mezzi di produzione.[15]

 Qualcosa che è teorizzato nel Manifesto come fase finale della rivoluzione democratico-borghese e/o passaggio transitorio, per quanto misterioso, verso un sistema di cose superiore, e che si è rivelato vagamente corrispondente a fenomeni reali solo in parti del mondo dove il capitalismo non riusciva a svilupparsi ed in momenti relativamente propizi per la crescita economica in generale.

 

Quel che resta di Marx

Il Manifesto del Partito Comunista del 1848 è un interessante connubio di elementi eterogenei. Accanto alla divulgazione di analisi storiche brillanti, alla polemica distruttiva nei confronti delle svariate tendenze socialiste dell'epoca, alla demolizione di capisaldi della corrente ideologia borghese, esso trasmette frammenti di scienza filosoficamente deduttiva, proponimenti politici talvolta oscuri e talvolta contingenti falsamente ritenuti indici di nuove fasi storiche, nonché appelli retorico-ideologici non tanto dissimili da quelli in esso stesso criticati. Nel computo qualitativo e quantitativo dell'opera di Marx, il Manifesto certamente conta poco o niente, però è abbastanza indicativo come piccolo esempio di qualcosa che nelle vere opere di Marx si ritrova su scala assai più ampia e drammatica: l'originale intreccio e l'assolutamente insanabile contrasto fra metodo induttivo e metodo deduttivo.

Con la nascita della conoscenza scientifica moderna la questione dei rapporti fra i due metodi si sistemò in modo del tutto naturale. Il procedimento induttivo, connesso direttamente alla raccolta e all'osservazione dei fenomeni, costituisce la base della conoscenza, mentre il procedimento deduttivo serve alla elaborazione ipotetica di teorie. In Marx - e si tratta di un retaggio filosofico - ogni tanto (vedi ad es. il primo libro del Capitale) il metodo deduttivo tenta di sostituirsi a quello induttivo e di crearsi i suoi propri fenomeni. È così che sono nate molte interminabili, angoscianti controversie fra marxisti, condotte avanti in base a parole magiche e totalmente indecidibili; autentici esempi di scienza medievale, ovviamente un po' fuori tempo massimo. È così che, sfruttando questo lato metafisico del lavoro di Marx, il marxismo è nato, si è sviluppato e si é diffuso emanando attorno a sé un grandissimo disprezzo per il mondo e per i fenomeni da studiare e spiegare, ma nei tempi recenti finendo anche per diventare l'ideologia oscurantista di un gruppo di intellettuali declassati in cerca di un 'ruolo', e che spesso toccavano e toccano tipologie da ospedale psichiatrico. Il servizio reso all'insieme della produzione marxiana non poteva riuscire più maligno.[16] Se si pensa che dalle opere

 di Marx si può fra l'altro ricavare - circostanza non da poco - una teoria

 eccellente, anzi l'unica in grado di consentire una potente illuminazione della dinamica della fase di lungo periodo attraversata dal capitalismo contemporaneo, si può misurare quale sia stato il detrimento che l'apriorismo deduttivo ha portato alla colossale produzione dell'uomo di Treviri.

Credere di disporre di una filosofia che ci illumina il cammino altrimenti buio, e credere anche che sia una bella cosa possederla non è solo un'illusione medievalistica,[17] è soprattutto qualcosa di incompatibile con qualsivoglia lotta

 per l'emancipazione umana. La dinamica deduttivistica avrebbe già scritto tutto quanto nel libro dell'ineluttabile destino,[18] come si dice presso gli indiani e

come garantisce ogni religione che si rispetti, e il superamento della preistoria, il raggiungimento della condizione di esseri umani, non sarebbe più qualcosa da conquistarsi duramente in relazione allo svolgimento effettivo delle cose del mondo ma semplicemente da rimandare escatologicamente all'altrettanto ineluttabile aldilà.

È cosa vana e da psicolabili sentire il bisogno di uno schema, necessariamente ideologico, che procuri lo stupefacente di una garanzia di vittoria finale; tendenza tipica di situazioni ed uomini che non possono condurre a nessuna vittoria di nessun genere dovendo ancora raggiungere la maggiore età. Fra la teoria di Marx e la sua prospettiva di emancipazione umana[19] non vi è

 alcun legame necessario; fra nessuna teoria e nessuna prospettiva di emancipazione umana vi può essere alcun legame necessario, nel senso che nessuno ha mai dimostrato e mai dimostrerà, eccezion fatta per il mondo dei preti, dei cialtroni e dei venditori di elisir di lunga vita, che la vittoria dei lavoratori e il conseguente avvento di una società umana[20] siano l'esito

 ineluttabile di un preordinato meccanismo storico di cui il 'pensiero' di Marx (o di chiunque altro) o, peggio, quella religione chiamata "marxismo" costituirebbero la chiave fatata. Esiste al contrario un legame naturalmente inscindibile fra la possibilità di una prospettiva di liberazione umana e il ricono­scimento aperto e franco delle realtà di fatto per mezzo dell'uso sistematico del cervello, essendo difficile, molto difficile anzi assolutamente impossibile immaginarsi un processo rivoluzionario di superamento del capitalismo e di costruzione del controllo degli uomini sulle proprie condizioni di esistenza che sia accompagnato da una ideologizzazione crescente e non dal fenomeno esattamente contrario. In nulla credere, è questa la summa del pensiero rivoluzionario del futuro. D'altro non c'è bisogno.

 

Milano, Settembre 1998


j 1998 © Paolo Giussani. (106642.534@compuserve.com).  Testo stampato in proprio.

[1] In più di uno scritto di Marx ci si imbatte in proclami profetici, che sorprendono incredibilmente in un personaggio di quella portata, soprattutto considerando che il suo motto preferito pare che fosse 'de omnibus dubitandum est'; e che, letti oggi, non possono mancare di destare un senso fra il ridicolo ed il deprimente. Si veda ad es. il seguente, del 1867, tratto dalla prefazione alla prima edizione del I libro del Capitale: «Come la guerra d'indipendenza americana del secolo xviii ha suonato a martello per la classe media europea, così la guerra civile americana del xix secolo suona a martello per la classe operaia europea. In Inghilterra il processo di rivolgimento può esser toccato con mano. Quando sarà salito a un certo livello esso non potrà non avere un contraccolpo sul continente: e quivi si muoverà in forme più brutali o più umane, a seconda del grado di sviluppo della classe operaia stessa» (Il Capitale I, Editori Riuniti, Roma, 1964, p.33)

[2] L'edizione del Manifesto utilizzata - ed alla quale si riferiscono i numeri di pagina fra parentesi - è la traduzione italiana di Emma Cantimori Mezzomonti del testo critico del Marx-Engels-Lenin Institut di Mosca, curata da Bruno Bongiovanni (Torino, Einaudi, 1998).

[3] Naturalmente non è solo Lenin ad aver sostenuto princìpi del genere. Tranne rarissime eccezioni, tutti gli esponenti letterario-dirigenziali (veri, presunti o aspiranti) del cosiddetto movimento operaio storico hanno sublimato la volgarissima idea del vile senso comune - secondo la quale è del tutto parte dell'ordine naturale delle cose che siano "le persone più dotate e/o che hanno studiato a dover dirigere le cose e i comuni mortali, che non hanno studiato e/o che non sono dotati" - in qualche espressione verbale più o meno astrusa, che ha poi servito e serve da giustificazione per l'esistenza di partitini e partitucoli (le avanguardie), che nel mondo contemporaneo si sono ridotte a larvali microsette di tipo mistico, siffattamente procurando una fine davvero gloriosa al 'marxismo' ed alla ipotesi di superiore raziocinio conseguibile con gli studi od ottenuta per talento di natura.

[4]  È curiosa la sorte toccata al sostantivo 'ideologia'. Definito ed utilizzato da Marx come sinonimo di 'falsa coscienza', è stato in seguito trasformato dagli intellettuali di professione (che appunto esercitano il mestiere di vendere l'ideologia) in qualcosa come 'concezione del mondo' o ' impostazione o metodo generale' per affrontare i fenomeni. L'ideologia è connaturata ad un sistema sociale solo per il fatto che gli uomini ci vivono dentro senza controllarlo, e debbono quindi concepirlo metafisicamente come un sistema naturale che non possiede una determinata dinamica evolutiva studiabile; come tale l'ideologia costituisce il maggior ostacolo all'analisi scientifica dei rapporti sociali. Qui ovviamente si usano il termine ideologia e i derivati nel significato originario.

[5] In tutta la sua opera Marx è abbastanza ambiguo sulla funzione ed i limiti della lotta economica dei venditori di forza-lavoro e sui mutamenti di lungo periodo delle condizioni di vendita ed impiego produttivo della forza-lavoro. Talvolta afferma che questo tipo di lotta è necessariamente solo difensivo. In altri testi emerge l'idea che la posizione degli sfruttati possa migliorare relativamente sia nel breve che nel lungo periodo (in Salario, prezzo e profitto, e nel cap. 23 del primo libro del Capitale), il che farebbe pensare che le lotte economico-rivendicative non siano solo difensive, a meno di non avere chiaro il significato preciso degli aggettivi offensivo e difensivo. Comunque sia, non ha molta logica sostenere che i lavoratori debbono fatalmente subire in eterno l'azione della concorrenza mentre la forza di questa stesso fattore viene fatta scemare continuamente per effetto della crescente concentrazione del capitale la quale fa invece aumentare altrettanto costantemente la forza della classe salariata, onde porla in grado, al momento giusto,  di vibrare il colpo finale ai capitalisti. Se in virtù del continuo aumento del grado di concentrazione il proletariato acquisisce una forza tale da consentirgli di rovesciare la classe opposta, è del tutto ragionevole pensare che anche prima di pervenire ad un tale punto critico, vale a dire durante la fase di innalzamento della concentrazione del capitale, si troverà ad accumulare un livello di forza sufficiente ad infliggere altri colpi, meno critici ma efficaci per ricavare altre cose, riassumibili in un sostanziale e graduale allungamento della catena da schiavi. La visione mistica di un proletariato che subisce costantemente attendendo l'ora X della palingenesi, ad esso dischiusa da un certo valore magico del livello di concentrazione del capitale, dipende dall'aderenza di Marx ed Engels allo schema preordinato (sovra)storico, simile al dispiegamento dello spirito assoluto hegeliano o qualcosa del genere. È probabilmente proprio per un continuo attaccamento da parte di Marx durante una certa parte della sua vita (non tutta, però) ad un modulo di questo tipo che egli continuò ad aspettarsi e a prevedere una rivoluzione proletaria mondiale, esercizio che aveva un fondamento nullo nell'osservazione e nello studio dei fatti contemporanei.

[6] Quantunque per altre vie e con altri mezzi, ciò facendo ha, ironicamente, realizzato il programma del Manifesto.

[7] Frasi occasionali come questa citata, e ancor di più come la famosa asserzione contenuta nel III libro del Capitale ("Causa ultima di ogni crisi è la miseria delle masse") - che si è recentemente scoperto non essere di Marx che l'aveva posta fra parentesi quadre nel testo, parentesi eliminate poi da Engels nella sua edizione dei manoscritti marxiani - hanno costituito la base psicologica di un gruppo di teorie dell'accumulazione denominate sottoconsumiste.

[8] Una topica quasi etnografica è ormai da considerarsi la continua litania che i cittadini del 'popolo di sinistra' usavano innalzare subito dopo la fine del muro e il crollo dell'est per immaginarsi le prospettive del capitalismo: l'espansione dei nuovi mercati all'est avrebbe procurato al capitale occidentale una nuovo boom di lungo periodo. Chissà dove sono finiti adesso quelli che dicevano queste cose? Mi piacerebbe reincontrarne qualcuno. Sarebbe bello organizzare una rimpatriata, magari assieme anche a qualche tifoso dell'idea che il sudest asiatico fosse la nuova frontiera del capitalismo mondiale.

[9]  Il punto 9 è fra questi. Che sarà mai 'l'esercizio unificato di agricoltura ed industria', e come ci si arriva?

[10]  Il punto 10 è piuttosto gretto. La frase "eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nella sua forma attuale" è sibillina. Vuol forse intendere che in un'altra forma potrebbe invece andar bene? E, quale forma? La 'combinazione dell'istruzione con il lavoro produttivo' suona tanto progressista ma di per sé potrebbe anche voler dire che l'istruzione viene limitata a ciò che serve per la produzione. E siccome al riguardo le conoscenze necessarie sono decisamente poche e meschine ne consegue un'istruzione miserevole. Non a caso gran parte del presente schieramento politico odierno sostiene punti di vista formalmente analoghi a quello del punto 10.

[11] Lo stabilimento dell'istruzione obbligatoria è una misura che hanno adottato progressivamente tutti i governi, ed i governi autoritari talvolta più rapidamente ed efficacemente di altri; come ad es. i generali sudcoreani dopo il loro colpo di stato del 1961, che servì da prodromo alla fase di crescita economica accelerata di questa nazione.

[12]  Se prendiamo la parte più sviluppata del vecchio mondo, e se con l'espressione 'rappresentanti del proletariato' intendiamo la socialdemocrazia, per la quale molti salariati usavano votare, la previsione del Manifesto si è realizzata nel corso del xx  secolo, almeno in una certa parte. Ma questo processo ha implicato precisamente l'opposto di quello che è indicato nel Manifesto, ossia la riduzione del proletariato moderno ad una classe non rivoluzionaria, ed anzi completamente integrata nel sistema politico ed economico fondato sui rapporti capitalistici.

[13]    I presunti rivoluzionari del passato che hanno sempre enfatizzato il ruolo della violenza e della forza, lo hanno fatto per far scordare che il vero processo di trasformazione concerne i rapporti di produzione e i rapporti sociali che su questi si fondano e non il potere politico, e per giustificare ideologicamente la nascita di un nuovo ceto di amministratori pubblici (emergenti appunto grazie alla forza) che sostituisse i detentori del capitale.

[14]  I devoti al culto della personalità di (San) Marx potrebbero riflettere almeno sulla circostanza che al momento di scrivere il Manifesto, Marx aveva solo 29 anni (ed Engels 27), ossia qualcuno meno di quanti ne avesse Gesù Cristo al principio del suo periodo militante (e finale).

[15] In realtà è assai peggio di così. Molti di quelli che sono rimasti attaccati alla parola magica comunismo, sono tranquillamente diventati molto possibilisti sulle riforme economiche presenti, che consistono essenzialmente in un grado maggiore di spremitura della forza-lavoro salariata, e perfino riguardo alle privatizzazioni, che formalmente sono il contrario del comunismo; a patto però che il nome resti e che la sopravvivenza di partiti con questo nome venga salvaguardata. Per costoro la parola comunismo designa unicamente la propria posizione di potere e/o pseudopotere, cioè quella conformazione di élite che, molto stupidamente, credono di possedere. Del resto, dal punto di vista dei comunisti osservati nella storia contemporanea, tanto dell'est come dell'ovest, la proprietà statale e la gestione amministrativa dell'economia costituivano unicamente una garanzia del mantenimento del proprio potere politico e non un fatto in sé positivo per gli eventuali benefici all'insieme della società. Non appena le condizioni economiche sono mutate producendo una forte spinta verso le privatizzazioni e la riduzione dei servizi sociali pubblici, accortisi che permanendo nella difesa della proprietà e gestione pubblica avrebbero perso tutto, i comunisti si sono  adeguati in un lampo al nuovo andazzo. Ad ovest, come si sono immantinente levati di dosso lo scomodo nome seppur un dì tanto amato, così hanno puramente e semplicemente abbandonato qualsivoglia, grande o piccolo, 'ideale' connesso alla proprietà ed al controllo pubblici accettando di buon grado di adattarsi alle attuali tendenze economiche; mentre ad est hanno fatto assai di meglio, volgendosi come iene ad arraffare le proprietà pubbliche per autoprivatiz­zarsele e divenire l'anima della nuova classe dominante di banditi da strada.

Diverso è il discorso che si applica ai microrimasugli di ultrasinistra ancora sopravvissuti. Costoro, suddivisi in varie sottospecie di culto orientale della personalità (leninisti, trotskisti, bordighisti, maoisti, luxemburghisti, etc.), sebbene tutte più o meno remote diramazioni del phylum della rivoluzione d'ottobre, e quindi del controllo statale dell'economia in un paese semifeudale e di una sorta di paleocapitalismo di stato e quindi della sua espressione politica più vasta, lo stalinismo, mantengono il nome per salvaguardarsi quella che essi ritengono essere la verginità originaria e la vera purezza rivoluzionaria, ossia una cosa che nel migliore dei casi non è mai esistita giacché si riferisce nominalmente ad un fenomeno - un processo rivoluzionario che ha avuto luogo in qualche momento e luogo simili alle storie dell'isola-che-non-c'è - legato ad una mitica età dell'oro rivoluzionaria che non ha mai avuto nemmeno inizio.

 

[16]  A mio modo di vedere ci sono pochi dubbi che a Marx la permanenza di un deduttivismo tratto dalla filosofia classica tedesca e l'assurdità di una esposizione impegnata a civettare con la dialettica hegeliana siano state potentemente suggerite se non imposte dai legami fra la sua attività scientifica ed il movimento politico operaio. Condizionamenti che si sono rivelati assolutamente rovinosi per lo sviluppo dei risultati delle sue ricerche, e più in generale per il vigoroso diffondersi della conoscenza scientifica nel campo della società umana in opposizione alle laide e patetiche costruzioni dell'ideologia - borghese, ovviamente, altre non ce n'è - e della propaganda socioeconomica sparsa dai media, le quali hanno sempre avuto campo comodamente liberissimo soprattutto proprio negli ambienti 'di sinistra', quelli desiderosi di essere legati ai lavoratori.

[17] È interessante osservare come, prese nel gorgo della decadenza economico-sociale e costrette e diventare forze puramente ideologiche, anche le scienze naturali e quelle presunte esatte stiano più o meno velocemente involvendo verso il modello della scienza aprioristica medievale antiempirica ossia verso il modello costituito ed offerto dalla cosiddetta teoria economica che è sempre stata pura propaganda ideologica in forma esteriormente scientifica.

[18] «Il suo tramonto (della borghesia, nda) e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili» (p. 20)

[19] Quella riassumibile nella nozione di libera associazione dei produttori diretti, adombrata nel Manifesto stesso: «Una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti» (p.32)

[20] Non è neppure dimostrabile che ad una 'vittoria dei lavoratori' - qualsiasi cosa si intenda con questa espressione - debba necessariamente conseguire l'avvento di una società confacente a tutte le potenzialità umane.


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