FISICA/MENTE


http://www.strano.net/stragi/tstragi/relmp2/index.html


 

COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SULLA LOGGIA MASSONICA P2

(Legge 23 settembre 1981, n. 527)

RELAZIONE DI MAGGIORANZA

dell'onorevole

TINA ANSELMI

COMPOSIZIONE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SULLA LOGGIA MASSONICA P2


Presidente: on. Tina Anselmi (DC)

Componenti:


 

INDICE:

 

INTRODUZIONE

La valutazione e l'esatta comprensione delle conclusioni che la Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia massonica P2 consegna al Parlamento al termine dei suoi lavori, richiedono alcune preventive precisazioni intorno al metodo ed ai criteri secondo i quali la presente relazione è stata redatta.
Il problema fondamentale con il quale la Commissione nel corso dei suoi lavori ed il relatore nella stesura del documento finale si sono dovuti confrontare è stato quello della vastità della materia oggetto di indagine, che non solo interessa i più svariati campi della vita nazionale, intrecciandosi altresì con argomenti oggetto di altre inchieste parlamentari, ma si estende inoltre lungo l'arco di un periodo di tempo più che decennale.
Sta a testimonianza di questa peculiare natura del fenomeno analizzato l'ampiezza dei lavori della Commissione, protrattisi per oltre trenta mesi, secondo un impegno che pochi dati statistici bastano ad evidenziare in modo eloquente.
La Commissione ha effettuato un totale di 147 sedute, nel corso delle quali sono state ascoltate testimonianze, per un totale di 198 persone che hanno, a vario titolo, collaborato ai lavori di inchiesta in sede di audizione. Valendosi dei poteri concessi dalla legge istitutiva, la Commissione ha ordinato l'effettuazione di 14 operazioni di polizia giudiziaria, tra le quali particolare rilievo hanno assunto quella diretta ad accertare la situazione reale dell'assetto proprietario relativo al Corriere della Sera, nonché quelle effettuate presso le comunioni massoniche maggiormente accreditate al fine di verificare, in termini ultimativi, sia la consistenza della Loggia massonica P2, sia la natura dei vari legami con l'ambiente massonico. Nel corso dei suoi lavori la Commissione ha infine accumulato una mole di documenti, valutabile nell'ordine di alcune centinaia di migliaia di pagine, che risulta in parte formata direttamente da attività della Commissione, in parte acquisita da fonti esterne, ovvero, oltre che da privati, da autorità giudiziarie ed amministrative di ogni ordine e grado, che hanno prestato la loro collaborazione, sia autonomamente, che su impulso della Commissione.
I dati esposti offrono da soli, nella loro sintetica enunciazione, un quadro significativo dell'importanza del fenomeno e della sua ramificazione. Si vuole qui ricordare, infine, che la materia oggetto di indagine, o suoi aspetti particolari, è altresì oggetto di numerose inchieste giudiziarie attualmente in corso, nelle quali sono rinvenibili presenze non marginali di uomini ed ambienti che nella Loggia P2 trovavano espressione.
Le considerazioni esposte rendono palese che il primo problema che la Commissione ha dovuto affrontare in sede di conclusione dei propri lavori è stato quello di delimitare l'ambito del proprio documento conclusivo, al fine di consentire al Parlamento ed ai cittadini uno strumento atto a comprendere e valutare il fenomeno nella sua portata reale, nella convinzione che dilatare indiscriminatamente il discorso oltre un certo limite equivarrebbe, in ultima sostanza, a perdere il significato reale dell'evento. Quando si ponga mente alla varietà e qualità delle persone affiliate alla loggia, alla estensione dei campi di attività che esse rappresentavano, alla durata nel tempo della sua accertata operatività, appare evidente che una scelta metodologica che avesse privilegiato il criterio di inseguire il fenomeno nelle sue molteplici ramificazioni non avrebbe avuto altro esito che quello di riprodurre descrittivamente, nel migliore dei casi, una determinata situazione, senza peraltro pervenire ad una comprensione politicamente apprezzabile della sua genesi, della sua sostanza e delle finalità ad essa prefissate.
La Commissione, facendosi carico del grave compito assegnatole dal Parlamento e della vigile attenzione con la quale l'opinione pubblica ha seguito questa vicenda, ha ritenuto che una simile scelta si sarebbe risolta in un sostanziale fin de non-recevoir politico, eludendo la vera sostanza del problema, che è, ed altro non potrebbe essere, quella di identificare la specificità dell'operazione piduista.
Si tratta in altri termini di verificare se sia possibile individuare, indagando quella che il Commissario Battaglia ha definito la natura polimorfa di tale organizzazione, un filo conduttore che attraverso la molteplicità degli aspetti e degli eventi riconduca ad una interpretazione unitaria il fenomeno. In tale prospettiva il relatore ha proceduto, ponendosi di fronte al corpus testimoniale e documentale a disposizione, con l'intento di operare una selezione tra i fatti e i documenti che si presentavano, contrassegnati da maggiore interesse e per i quali era possibile stabilire un apprezzabile collegamento avente significato interpretativo. La enucleazione di questi momenti di analisi di maggior pregio si è posta come intervento pregiudiziale ed indispensabile alla necessaria opera di interpretazione dei dati, nella quale si è proceduto alla verifica di una possibile ricostruzione generale del fenomeno, dando rilievo preminente, in tale operazione, alla verosimiglianza interpretativa dei risultati raggiunti, considerati soddisfacenti quando confortati dalla logica della conclusione proposta, ovvero dalla sua congruità a fornire una spiegazione coerente alla massa indistinta di dati sottoposti alla nostra attenzione.
In questo contesto, la Commissione ha operato uno sforzo nel tentare di capire e di interpretare non solo ciò che veniva sottoposto alla sua attenzione, ma altresì ciò che ad essa veniva celato, quanto le carte e le testimonianze dicevano in termini espliciti e quanto esse rivelavano, e spesso era il più, implicitamente, attraverso i silenzi e le omissioni.
Le conclusioni alle quali si è pervenuti sono pertanto ritenute attendibili e come tali meritevoli di essere portate all'esame del Parlamento, poiché ricevono supporto, oltre che dalla documentazione in nostro possesso, dalla constatazione che gli elementi relativi trovano coerente sistemazione e logica spiegazione.
Una siffatta operazione ha comportato l'emarginazione di alcune situazioni istruttorie, che pure avevano nel corso dei lavori della Commissione trovato adeguata attenzione, ma alle quali in sede conclusiva si è dato più circoscritto rilievo o perché nulla aggiungevano di significativo ai risultati ai quali si è pervenuti o perché l'approfondimento analitico relativo non ha raggiunto ancora livelli che si possano giudicare sufficientemente stabiliti. Tale ad esempio la ricostruzione della vicenda del presidente dell'Ambrosiano, Roberto Calvi, oggetto di inchieste giudiziarie ancora in corso, che peraltro, ai fini della presente relazione, può dirsi sufficientemente conosciuta ed inquadrata nell'ambito del sistema di relazioni che si incardinavano nella Loggia P2 e ruotavano intorno al suo Venerabile Maestro, Licio Gelli.
Si intende pertanto che la scelta operata dalla Commissione è stata, piuttosto che di circoscrivere l'ambito del proprio operato in sede conclusiva, quella di qualificarlo funzionalmente, nell'intima convinzione che quanto il Parlamento ed il Paese da essa si attendono è una risposta chiara e precisa di fronte ad un fenomeno che nella sua stessa costruzione avvia ad una rete complessa di falsi obiettivi e di illusorie certezze, giocando sull'ambiguità ed elevando a sistema di potere le allusioni e le mezze verità e quindi l'intimidazione ed il ricatto che su di esse si possono innestare.
E’ proprio la natura polimorfa di tale organizzazione che ne spiega quella che il Commissario Battaglia ha definito la sua pervasività, e chiarisce come primario obiettivo sia quello di fornire una risposta politica precisa che individui la specificità del fenomeno; perché, come ha rilevato il Commissario Petruccioli, questa distinzione costituisce il presupposto politico imprescindibile per l'estirpazione definitiva del fenomeno.
La presente relazione rappresenta pertanto uno sforzo di sintesi e di interpretazione diretto alla individuazione, attraverso la poliedrica realtà del fenomeno e la sua voluta ambiguità, della connotazione specifica e della peculiarità propria che hanno contraddistinto la costruzione della Loggia P2 e la sua operatività.
E’ convincimento del relatore che finalizzare il proprio lavoro nel senso esposto abbia costituito il modo più adeguato per ottemperare al dettato della legge istitutiva, la quale, nel momento di istituire la Commissione, ha fissato l'obbligo di presentare una relazione al Parlamento sulle risultanze delle indagini.
La Commissione ha tratto da questa previsione normativa la precisa indicazione dell'ambito della sua competenza e del suo ruolo nel quadro prefissato dei poteri costituzionali, entro i quali essa si colloca come un momento, sia pure di incisivo rilievo, proceduralmente coordinato alla competenza ultima del Parlamento cui spetta di esaminare e deliberare, nella sua plenaria responsabilità, in ordine ad ogni aspetto che attenga alla vita della Nazione. A questo fine la relazione della Commissione mira ad inserirsi in tale articolato procedimento; e, lungi dal pretendere di esaurire in modo definitivo l'esame e la valutazione di un fenomeno che ha interessato gli aspetti più qualificati della società civile, si pone l'obiettivo di consentire che il dibattito su questi problemi e sul complesso delle implicazioni e delle responsabilità ad essi inerenti sia argomentato e documentato nel modo più serio e costruttivo. In questa prospettiva ed entro i limiti indicati, è convincimento di questa Commissione parlamentare di inchiesta che, pur nella naturale perfettibilità delle cose umane, i risultati del proprio lavoro, che vengono rassegnati nella presente relazione, potranno adempiere la funzione che è loro propria di costituire la base ragionata per un sereno ma fermo dibattito nel Parlamento e tra i cittadini, a conferma - e del resto ne è testimonianza l'esistenza stessa di questa Commissione - dell'intatta forza della democrazia italiana.


La massoneria di Palazzo Giustiniani e le altre "famiglie" massoniche

L'organizzazione ispirata e guidata da Licio Gelli, denominata Loggia Propaganda Due, nasce e si sviluppa nell'ambito della maggiore comunione massonica esistente in Italia: il Grande Oriente di Italia di Palazzo Giustiniani. Si rende pertanto necessaria una breve disamina della presenza massonica nel nostro paese e delle sue strutture al fine di comprendere e valutare nella sua esatta dimensione il fenomeno della Loggia massonica P2, oggetto di un apposito provvedimento di scioglimento votato dal Parlamento.
La massoneria italiana si compone di due maggiori organizzazioni o "famiglie", comunemente indicate con il sintetico riferimento alla sede storicamente occupata, come di Palazzo Giustiniani e di Piazza del Gesù; questa si configura a sua volta come promanazione della prima a seguito di una scissione intervenuta nel 1908, in ragione di contrasti attinenti l'atteggiamento da assumere
sulla legislazione concernente l'insegnamento religioso nelle scuole.
Accanto a questi due gruppi di rilievo nazionale - la cui consistenza è valutabile tra i 15-20 mila iscritti per Palazzo Giustiniani e tra i 5-10 mila per Piazza del Gesù - sono presenti altri minori gruppi locali con una consistenza valutabile, per ognuno di essi, nell'ordine di alcune centinaia di iscritti.
Prendendo in esame le due organizzazioni principali. va messo in rilievo, ai fini che qui interessano, che il modello strutturale assunto è quello di una distribuzione degli iscritti secondo una scala gerarchica modulata per gradi. Questa scala gerarchica conosce una divisione fondamentale tra Ordine, comprendente i primi tre gradi, e Rito, comprendente i gradi dal quarto al trentatreesimo, talché, mentre tutti coloro che fanno parte del Rito sono necessariamente membri dell'Ordine, non necessariamente vale l'assunto contrario. Trattasi in altri termini di due livelli collegati ma non coincidenti, l'uno sopraordinato all'altro secondo un modello di struttura verticalizzata che presiede a tutta l'organizzazione massonica, all'interno della quale poi la mobilità degli iscritti nella gerarchia è regolata dalla stretta applicazione del principio di cooptazione che determina ogni passaggio di grado, nonché l'ingresso nell'Ordine e poi nel Rito.
Gli iscritti, a loro volta, sono raggruppati in logge aventi base territoriale; e la domanda di iscrizione ad una loggia è requisito fondamentale per l'ingresso di un "profano" nella massoneria, per cui, in linea di principio, non si può appartenere alla massoneria se non attraverso il momento comunitario della iscrizione ad una loggia. La massoneria di Palazzo Giustiniani con altre "famiglie" contemplava, oltre a tale situazione, la possibilità di accedere all'Ordine per iniziazione operata direttamente dal responsabile supremo - il Gran Maestro - senza pertanto sottostare alla votazione che sancisce l'ingresso dell'iniziando nell'organizzazione. I "fratelli" che venivano iniziati "sul filo della spada" si venivano pertanto a trovare in una posizione particolare ("all'orecchio" del Gran Maestro) sia per non avere una loggia di appartenenza, sia per il carattere riservato della loro iniziazione, intervenuta al di fuori delle ordinarie forme di pubblicità statutariamente previste; essendo pertanto la loro iniziazione nota solo all'organo procedente, il Gran Maestro, tali iscritti venivano designati come "coperti" ed inseriti d'ufficio in una loggia anch’essa "coperta" comprendente, per l'appunto, la lista degli iscritti noti solo al Gran Maestro.
Tale loggia veniva designata come loggia "Propaganda"; ogni loggia poi essendo contrassegnata da un numero oltre che da un nome, la loggia "Propaganda" avrebbe avuto in sorteggio il numero due. Tale almeno è la spiegazione fornita dai responsabili massonici sull'origine di questa denominazione.
Dalla vasta documentazione acquisita dalla Commissione nell'ambito di operazioni di perquisizione e di sequestro di documenti, secondo i poteri attribuiti dalla legge, è emerso che il fenomeno della "copertura" era comune alle altre famiglie ed interessava sia singoli iscritti che intere logge, rivestendo portata più ampia di quanto non rappresentato in questa prima schematica descrizione.
E’ accertato che, sia in sede centrale che in sede periferica, era assai frequente l'uso di denominazioni fittizie per mascherare verso l'esterno, verso il mondo "profano", la presenza di strutture massoniche. Così ad esempio era prassi consueta intitolare a generici Centri studi i contratti dì affitto per i locali necessari all'attività della loggia; ed è dato rilevare come gli statuti di tali organismi non contenessero alcun riferimento alla massoneria e alle attività massoniche nel designare l'oggetto dell'attività dell'ente, salvo poi riscontrare una perfetta identità personale tra gli iscritti al Centro studi ed i membri della loggia. Nella linea del fenomeno descritto si poneva pertanto il Gelli quando intestava le varie sedi successivamente occupate dalla Loggia P2 ad un Centro studi di storia contemporanea che fungeva, anche a fini di corrispondenza tra gli iscritti, da copertura per l'organismo massonico da lui guidato. La tecnica impiegata realizzava una forma di copertura rivolta verso l'esterno, verso il mondo "profano", accanto alla quale deve essere esaminata una seconda forma di copertura rivolta in tutto od in parte all'interno della stessa organizzazione. Sono stati infatti rinvenuti documenti che fanno riferimento a logge coperte periferiche, ad una loggia coperta nazionale numero uno (presso l'organizzazione di Piazza del Gesù), ad un Capitolo nazionale riservato (presso il Rito Scozzese Antico ed Accettato di Palazzo Giustiniani).
Sono stati inoltre acquisiti registri di appartenenti a logge (piedilista) nei quali gli iscritti venivano elencati invece che con il proprio nome, con soprannomi o pseudonimi di copertura. La documentazione in possesso della Commissione, ancorché frammentaria, testimonia in modo certo un modus procedendi all'interno delle organizzazioni massoniche improntato a connotazioni di riservatezza volte a salvaguardare le attività degli iscritti, o di alcuni settori, dall'indiscrezione e dall'interessamento non solo degli estranei all'istituzione, ma anche a parte, maggiore o minore, degli stessi affiliati alla comunione. Tale costume di vita associativa è stato dai massimi responsabili della massoneria rivendicato come una forma di riservatezza propria dell'istituzione, motivata dal rinvio ai contenuti esoterici che sarebbero propri della dottrina massonica, nonché dal richiamo a situazioni storiche di persecuzione degli affiliati. Ai fini che interessano nella presente relazione, va posto in rilievo che i fenomeni di copertura indicati erano comunque largamente invalsi nella vita delle varie famiglie massoniche con riferimento al periodo anteriore alla legge di scioglimento della loggia P2 e traevano alimento, oltre che nelle ragioni storiche addotte, largamente superate al presente, nell'assenza di un preciso quadro di riferimento normativo che desse attuazione alla norma costituzionale in materia di libertà di associazione. E’ sintomatico peraltro che, posteriormente all'approvazione della legge di scioglimento della Loggia P2, gli elementi più sensibili della massoneria si siano posti il problema della ortodossia di tali modelli organizzativi, risolvendolo nel senso di alcune modifiche statutarie, con la conseguente soppressione di organismi quali il Capitolo riservato e la Loggia nazionale coperta numero uno, come avvenuto presso la comunione di Piazza del Gesù.
Accanto alla connotazione della riservatezza altra peculiarità dell'organizzazione massonica generalmente considerata, sulla quale soffermare l'indagine, è quella dello spiccato interessamento delle varie comunità massoniche verso le attività del mondo "profano". Se è pur vero che uno dei Iandmarks fondamentali della originaria massoneria inglese, che fungono da pietra miliare per le comunità massoniche di tutto il mondo, contiene il divieto di occuparsi di questioni politiche, una abbondante documentazione in possesso della Commissione dimostra che l'attività delle logge non è volta soltanto allo studio ed all'approfondimento di questioni esoteriche, ma abbraccia un vasto campo di interessi che trovano il loro momento di unificazione nella pratica massonica della solidarietà tra fratelli. La solidarietà esplica la sua funzione per le attività dell'affiliato nel mondo "profano", giungendo sino all'appoggio esplicito per i fratelli candidati, formalizzato in circolari tra gli iscritti, in occasione di consultazioni elettorali. Particolarmente significativo al riguardo è l'esempio di un modello organizzativo verificato presso la comunione di Piazza del Gesù: le camere tecniche professionali. Si tratta di organismi settoriali che, su iniziativa e propulsione del centro, raccolgono gli iscritti in ragione della professione esercitata. Viene pertanto affiancato al modello delle logge, che funzionano su base territoriale ed interprofessionale, un sistema di raggruppamento degli affiliati parallelo alla struttura delle logge ed organizzato su base nazionale, avente quale momento unificativo gli interessi e le attività "profane".
Secondo tale schema troviamo così raggruppati i medici, i professori universitari e i militari, esempio questo degno di particolare attenzione, ove si consideri che la relativa "camera" rivestiva carattere di riservatezza. Va peraltro posto in rilievo che una ragione non ultima della pluralità di famiglie massoniche esistenti va probabilmente ricercata - oltre che in ragioni dì ordine puramente teorico - in una diversa consonanza di opinioni e di interessi in materie estranee alle questioni di esclusivo profilo esoterico. La stessa massoneria d'altronde rivendica a proprio merito l'aver rivestito un ruolo importante in vicende storiche del nostro paese, anche se, purtroppo, osta ad una esatta valutazione di tali affermazioni il carattere di riservatezza della istituzione, di cui si è trattato.
Nasce da questa propensione all'intervento nelle attività "profane" ed in essa trova ragione di esistere, l'istituto tipicamente massonico della "solidarietà" tra gli affiliati, ovvero della mutua assistenza che essi si garantiscono nell'esercizio delle loro attività professionali e comunque delle vicende personali estranee alla vita associativa. La solidarietà tra fratelli rappresenta l'estensione al di fuori della comunione del vincolo associativo, che viene di tal guisa ad esplicare una efficacia di rilevante portata e nel contempo di difficile valutazione, attesa la riservatezza che gli affiliati mantengono nel mondo "profano" sull'esistenza del rapporto di reciproco affratellamento. La solidarietà massonica sanzionata in forma solenne al momento dell'iniziazione, costituisce infatti un elemento che potrebbe in sé considerarsi non solo legittimo ma perfettamente naturale, poiché appare. logico che individui che dichiarino di condividere i medesimi convincimenti morali ed esistenziali in ordine ai problemi fondamentali dell'uomo si sentano legati da un forte vincolo che per l'appunto viene chiamato "fraterno".
Quello che induce non poche perplessità nell'osservatore esterno l'accentuata riduzione in termini pratici e concreti di tale affratellamento e la sua coniugazione con un radicato costume di riservatezza. Non è in altri termini la solidarietà in sé e per sé considerata a destare legittime riserve, quanto piuttosto la sua non avvertibilità sociale. Una avvertibilità che tanto più dovrebbe essere consentita quanto più chi ne è protagonista attribuisce ad essa effetti, di immediato rilievo terreno.
In definitiva e per concludere sembra doversi rilevare il rischio che la solidarietà massonica, quando si traduca in una occulta agevolazione di successi personali, possa rendersi incompatibile con non poche regole della società civile, specie quando tale forma di solidarietà operi all'interno di carriere pubbliche.
Ultima connotazione di ordine generale utile ai nostri fini è la rilevanza dell'aspetto internazionale della massoneria, che si pone come un contesto di organizzazioni nazionali fortemente legate tra di loro secondo due schieramenti, che, per quanto concerne l'Europa, possono identificarsi in una parte a primazia britannica verso la quale è orientata la comunione di Palazzo Giustiniani, ed una parte di orientamento cosiddetto latino egemonizzata dalla massoneria francese, alla quale si ispira la famiglia di Piazza del Gesù. In un più ampio contesto argomentativo si può dire che la massoneria vive sotto l’egida del mondo anglosassone, nell'ambito del quale il primato attribuito agli inglesi per motivi di tradizione è confrontato dalla grande potenza organizzativa della massoneria nord americana.
Ai nostri fini il dato che viene particolarmente in luce è la connessione tra la massoneria statunitense e la comunione di Palazzo Giustiniani. Traccia di questi legami si rinviene nella presenza di tale Frank Gigliotti in momenti particolarmente qualificati nella storia recente della comunione di Palazzo Giustiniani.
L'artefice del primo riconoscimento del Grande Oriente da parte della prestigiosa Circoscrizione del Nord degli USA (il iconoscimento da parte della Gran Loggia Unita di Inghilterra verrà soltanto nel 1982) fu infatti nel 1947 Frank Gigliotti, già agente della Sezione italiana dell'OSS dal 1941 al 1945, e quindi agente della CIA.
Più tardi Gigliotti fu presidente del "Comitato di agitazione" costituitosi negli Stati Uniti per rispondere all'appello lanciato dai fratelli del Grande Oriente impegnati nella contestata opera di riappropriazione della casa massonica di Palazzo Giustiniani confiscata durante il periodo fascista, a seguito dello scioglimento autoritario dell'istituzione. Il compromesso tra il Grande Oriente e lo Stato italiano, patrocinato dai fratelli americani, fu siglato il 7 luglio 1960. L'atto di transazione fu sottoscritto dal ministro delle finanze Trabucchi e dall'allora Gran Maestro Publio Cortini, e vedeva presenti, al tavolo della firma di una stipula tutta italiana, l'ambasciatore americano, J. Zellerbach, e Frank Giglíotti.
Sempre nel 1960 i fratelli americani intervennero attraverso il Gigliotti nell'operazione di unificazione del Supremo Consiglio della Serenissima Gran Loggia degli ALAM del principe siciliano Giovanni Alliata di Montereale (il cui nome sarà legato alle vicende del golpe Borghese, a quelle della Rosa dei Venti, alle organizzazioni mafiose), poi finito nella Loggia P2, con il Grande Oriente. Sembra che quella dell'unificazione del Grande Oriente con la massoneria di Alliata, di forte accentuazione conservatrice, sia stata la condizione posta da Gigliotti in cambio dell'intervento americano nelle trattative con il Governo italiano concernenti il Palazzo Giustiniani.
L'unificazione comportò l'estensione al Grande Oriente del riconoscimento che aveva già dato alla Serenissima Gran Loggia di Alliata la Circoscrizione Sud degli USA, nonché numerosi elementi di prestigio nell'ambiente massonico. Non solo si deve rilevare, secondo quanto emerge da queste vicende, che il progetto di unificazione della massoneria italiana sembra corrispondere ad interessi non esclusivamente autoctoni, ma risalta altresì alla nostra attenzione la comparsa di Gelli sulla scena quando Gigliotti scompare, secondo una successione di tempi ed una identità di funzioni che non può non colpire significativamente. Si deve infine sottolineare come la denegata giustizia - nella quale sostanzialmente si concretò la mancata restituzione del palazzo confiscato dal fascismo - ebbe l'effetto di rendere la massoneria italiana indebitamente debitrice di quella nord americana.
Nell'ambito del quadro sinora sinteticamente tracciato va vista e studiata l'attività di Licio Gelli e della Loggia Propaganda Due, mirando ad accertare quanto di tale fenomeno sia addebitabile all'impulso organizzativo ed alla intraprendenza personale del Gelli, ed in tal caso con la protezione e l'appoggio di quali organi e di quali personaggi nell'ambito dell'ambiente massonico o eventualmente estranei ad esso. Quanto qui preme riassuntivamente segnalare è che l'organizzazione e l'attività massonica sembrano contrassegnate, ai fini che al nostro studio interessano, dall'adozione di forme di riservatezza, interne come esterne, sia della vita associativa, che dell'appartenenza individuale. Tale riservatezza si appalesa poi come posta a tutela, oltre che dell'attività di indagine esoterica propria dell'istituzione, di attività volte eminentemente ad intervenire in vario modo nella vita extra-associativa degli iscritti, in applicazione della pratica della solidarietà tra fratelli.


La prima fase della Loggia P2: dal 1965 al 1974

Quando si passi ad esaminare il ruolo ricoperto da Gelli nella massoneria e la portata dell'influenza da lui esercitata nell'ambito dell'istituzione, e fuori di essa valendosi della sua posizione massonica, il dato al quale occorre in primo luogo dare adeguato rilievo è quello relativo alla data relativamente recente della sua militanza massonica. Il Gelli infatti, personaggio che domina la scena massonica dalla fine degli anni sessanta sino all'inizio degli anni ottanta, entra in massoneria solo nel 1965 e apparentemente non senza contrasti, poiché la sua domanda di ammissione viene fermata per un anno prima di essere messa in votazione. Ma già l'anno successivo il Gran Maestro aggiunto, Roberto Ascarelli, segnala Licio Gelli al Gran Maestro, Giordano Gamberini, raccomandandolo come elemento in grado di portare un contributo notevole all'istituzione, in termini di proselitismo di persone qualificate. E’ così che il Gelli, ancora fermo al primo grado della gerarchia (apprendista), viene prima cooptato dalla originaria Loggia Romagnosi alla Loggia riservata Hod che fa capo allo stesso Ascarelli - con un provvedimento di avocazione del fascicolo personale preso direttamente dal Gran Maestro Gamberini - per essere quindi nominato nel 1971 segretario organizzativo della Loggia Propaganda che diventa "Raggruppamento Gelli-P2".
Se il procedimento di cooptazione è, come prima rilevato, tipico della organizzazione massonica, bisogna pertanto constatare che esso funziona, nel caso di Gelli, in modo particolarmente accelerato, poiché successivamente al primo trasferimento ricordato, già di per sé anomalo, il Gelli appare già nel 1969 investito di delicate mansioni che concernono questioni di massimo rilievo per l'intera comunità massonica nazionale. Pur senza infatti rivestire alcuna carica ufficiale nel vertice di Palazzo Giustiniani, il Gelli nel 1969 ha l'incarico, secondo un documento in possesso della Commissione, di operare per la unificazione delle varie comunità massoniche, secondo l'indirizzo ecumenico proprio della gran maestranza di Gamberini, che operava sia per la riunificazione con la comunione di Piazza del Gesù, sia per far cadere le preclusioni esistenti con il mondo cattolico.
Licio Gelli quindi, a pochi anni dal suo ingresso in massoneria, appare ricoprire un ruolo di rilievo, d'intesa con il vertice dell'Istituzione ed in modo del tutto personale, sia per la portata delle questioni affidate alla sua gestione, sia per la posizione affatto speciale che gli viene attribuita.
La posizione di preminenza assunta con rapida ascesa da Licio Gelli nella comunione di Palazzo Giustiniani non è in realtà spiegabile se non attraverso l'analisi dei rapporti che questi riuscì ad intrattenere con i dirigenti dell'organizzazione ed in particolare con i Gran Maestri, a cominciare dal Gamberini, che patrocinò l'ascesa iniziale di Gelli, in sintonia con il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli. Terminata la Gran Maestranza del Gamberini nel 1970, a questi succedeva, all'insegna della continuità, il medico fiorentino Lino Salvini, il quale provvedeva a ritagliare al predecessore un proprio spazio di influenza, affidandogli l'incarico retribuito di sovrintendere alle pubblicazioni della comunione, nonché quello di tenere i rapporti con le massonerie estere e, secondo vari testimoni, con la CIA. Di fatto quindi il Gamberini veniva ad assumere il ruolo di plenipotenziario per i contatti internazionali del Grande Oriente conservando nell'istituzione una posizione di personale prestigio e influenza, che gli avrebbe consentito di traversare indenne, a differenza del suo successore Salvini, le vicende burrascose e le aspre polemiche, spesso poco "fraterne", che contrassegnano la vita della comunità negli anni settanta. Sarà comunque il Gamberini, all'uopo retribuito dal Gelli, a presenziare, nella sua qualità di Gran Maestro, alle iniziazioni che si tenevano presso l'Hotel Excelsior ed è ancora il Gamberini che - secondo un documento in possesso della Commissione (debitamente periziato) - provvede a redigere la minuta della lettera con la quale il Salvini eleva nel 1975 il Gelli alla dignità di Maestro Venerabile; un documento, questo, che getta una luce invero rivelatrice sulla natura dei rapporti che correvano tra Gelli e la Gran Maestranza, quale ne fosse il titolare, palesando una continuità di indirizzo per la quale è legittimo chiedersi quali radicate motivazioni essa avesse e quali ambienti ne fossero la reale fonte ispiratrice. Non meno stretti sono peraltro i rapporti di Gelli con il Gran Maestro Salvini che egli dichiarava, agli inizi degli anni settanta, di poter distruggere in qualsiasi momento. A testimonianza del legame non certo limpido tra i due personaggi vale a tal fine ricordare l'attacco che il Gelli, manovrando dietro le quinte, fece portare da Martino Giuffrida al Gran Maestro nel corso della Gran Loggia di Roma (1975). L'operazione sostanziata da una serie di. precise accuse sul piano della correttezza e moralità personali, venne fatta cadere solo dopo un incontro riservato tra il Gelli ed il Salvini, intervenuto a seguito della mediazione dell'onnipresente Gamberini. Quanto infine ai rapporti con il successore del Salvini, generale Battelli, basti qui ricordare i documenti - in possesso della Commissione - che riportano le dichiarazioni scritte di testimoni, secondo le quali il Battelli ed il suo Gran Segretario, Spartaco Mennini, erano finanziati dal Gelli per le spese di campagna elettorale, oltre che regolarmente retribuiti.
In questa cornice di rapporti, che si svolgono sotto il segno della prevaricazione e della compromissione reciproche, vanno inquadrate la carriera massonica di Licio Gelli e lo sviluppo della Loggia Propaganda Due, l'una e l'altra strettamente connesse, poiché vedremo che non solo la presenza e l'opera di Licio Gelli nella massoneria si risolvono sostanzialmente nella sua gestione
della Loggia P2, ma altresì che l'organizzazione e la consistenza di questa seguono di pari passo la storia personale del suo Venerabile Maestro e le vicende che lo vedono protagonista, al di dentro come al di fuori della istituzione. La costante relazione tra il personaggio e l'organismo a lui affidato, che viene alla fine a risolversi in una sostanziale identificazione, costituisce non solo, come vedremo, un valido strumento ìnterpretativo ma si pone altresì come fonte di preziose considerazioni in sede conclusiva.
Il punto di partenza di questa duplice vicenda, dopo i prodromi descritti, va fissato con l'inizio della Gran Maestranza di Lino Salvini (1970), il quale, tre mesi dopo la sua elezione, delegava al Gelli "la gestione" della Loggia P2, conferendogli altresì la facoltà di iniziare nuovi iscritti. Provvedimento questo del tutto inusitato nell'istituzione massonica, essendo il potere di iniziazione, a norma degli statuti, esclusivamente riservato al Gran Maestro e ai Maestri Venerabili, o in caso di loro impedimento, a chi già aveva ricoperto tali cariche.
Nel settembre dell'anno successivo il Salvini provvedeva quindi a nominare Licio Gelli "segretario organizzativo della Loggia P2", incaricandolo di "voler predisporre uno studio per la ristrutturazione della stessa"; ed a tal proposito è interessante rilevare che, pochi mesi dopo (19 novembre 1971), Salvini si esprime, in una lettera a Gelli, nei termini seguenti: "prima che le cose entrino in funzione, avremo un faticoso lavoro di assestamento per i residui della passata gestione".
I dati esposti si prestano ad alcune osservazioni di rilievo non secondario. E’ d'uopo innanzi tutto osservare che la carica di segretario organizzativo non è compresa in alcun modo tra quelle componenti il "Consiglio delle luci" (dirigenti della loggia) ed è appositamente escogitata da Salvini per attribuire un incarico fiduciario e personale a Licio Gelli nell'ambito dell'organismo che, da quel momento, assume connotati di spiccata personalizzazione anche nella denominazione, che diviene quella di "Raggruppamento Gelli - P2".
Assistiamo, in buona sostanza, con le iniziative esposte al concreto inserimento di Gelli nella Loggia P2; ed è interessante notare come esso si accompagni ad una prima ristrutturazione dell'organizzazione, realizzata al di fuori dell'ortodossia statutaria. E’ questo il primo esempio concreto, secondo il rilievo esposto in premessa, del peculiare incardinamento di Licio Gelli nella Loggia Propaganda e della circostanza che esso si accompagna immediatamente ad un intervento che incide non marginalmente nelle strutture e nella natura stessa della Loggia.
Va in proposito sottolineato come questa operazione contrassegni la Gran Maestranza del Salvini sin dal suo primo esordio; ed appare significativo come lo spiccato interesse del nuovo Gran Maestro verso i "fratelli coperti" non si esaurisca con l'adozione dei provvedimenti studiati, poiché, nel 1971, il Gran Maestro firma la bolla di fondazione di un'altra organizzazione coperta, la Loggia P1, che nelle intenzioni del Salvini doveva essere ancor più segreta ed elitaria: di essa infatti avrebbero potuto far parte solo coloro che nell'amministrazione dello Stato avessero raggiunto il grado quinto. Criterio, questo, di proselitismo sufficientemente rivelatore della reale natura di questi organismi. Non è dato allo stato attuale della documentazione esprimere un avviso definitivo sull'esistenza di questa organizzazione, ma quello che più conta è rilevare che nel mentre Salvini dava avvio ad un processo di sostanziale spossessamento da parte del Grande Oriente della Loggia Propaganda, tentava di costituire o meglio ricostituire nell'ambito della comunione una struttura analoga a quella che aveva ceduto in delega a Licio Gelli.
Il senso dell'operazione appare ancor più chiaro quando si pensi che pochi mesi dopo il provvedimento concernente la Loggia Propaganda Uno il Salvini aveva, durante una seduta della Giunta esecutiva del Grande Oriente, esternato le sue crescenti preoccupazioni per quanto stava accadendo nella Loggia P2, per il gran numero di generali e colonnelli affidati ad un uomo come Licio Gelli, che, a detta del Gran Maestro, stava preparando un colpo di Stato.
A completare il quadro descritto va ricordato che sempre nel luglio del 1971 Gelli aveva affermato, di fronte a Benedetti e Gamberini, di avere "la possibilità di girare l'interruttore e di rovinarlo" (Salvini) - vedremo in seguito la conseguenza di questo episodio - e va infine rilevato che Gelli pervenne ad entrare nel progetto salviniano della Loggia P1, facendosi in essa riconoscere l'incarico di Primo Sorvegliante.
Il complesso dei dati offerti all'attenzione e le vicende che attraverso essi si dipanano consentono al relatore di fornire un quadro abbastanza preciso dei rapporti che sin dall'inizio si instaurano tra Licio Gelli e Lino Salvini e, tramite questi, tra Licio Gelli e il Grande Oriente. Grazie al successore di Giordano Gamberini, Gelli compie infatti un sostanziale secondo passo in avanti nella
comunione giustinianca, che gli consente questa volta, dopo i primi progressi iniziali dianzi esaminati, di entrare direttamente in armi nel cuore più riposto dell'istituzione, la Loggia Propaganda, dando avvio ad un processo di appropriazione personale della sua più tutelata ed efficiente struttura di intervento nel "mondo profano". In realtà il carteggio Ascarelli-Gamberini ci mostra che Gelli non solo aveva avallato il proprio ingresso in massoneria ed il suo successivo passaggio alla Loggia P2 dimostrandosi in grado di avvicinare e reclutare "gente qualificata" (1), ma altresì di avere sin dall'inizio piani precisi di ampia portata in materia di organizzazione delle strutture massoniche. La rapida ascesa, agevolata dal Gamberini, porta Gelli, nel giro di pochi anni e attraverso posizioni di rilievo strategico, a pervenire al centro della comunione di Palazzo Giustiniani e vede come esito conclusivo di questa prima fase il provvedimento ricordato con il quale il Salvini delega al Gelli la funzione di "rappresentarmi presso i Fratelli che ti ho affidato, prendere contatto con essi, esigere le quote di capitazione, coordinare i lavori, iniziare i profani ai quali è stato rilasciato regolare brevetto".
Una delega di poteri di così vasta portata illumina meglio di ogni altra considerazione la posizione affatto speciale che Licio Gelli viene ad occupare nella massoneria, per consapevole volontà dei massimi responsabili della comunione, i quali, attraverso successivi provvedimenti, consegnano la Loggia Propaganda ad un elemento che dimostra sin dagli esordi di avere idee ben precise sull'impiego al quale si può pervenire di uno strumento di tal fatta.
La Loggia Propaganda è in questa prima fase un organismo contrassegnato da una connotazione di accentuata riservatezza che confina (se non probabilmente rientra) con una situazione di vera e propria segretezza. Licio Gelli non solo procede ad accentuare tali caratteristiche - come si evince dalla circolare 20 settembre 1972 nella quale viene data notizia che "con l'elaborazione degli
schedari in codice, è stata ultimata l'organizzazione della nuova impostazione, adeguandola alle più recenti esigenze" - ma soprattutto dà all'organizzazione un nuovo impulso di attività. Così nel medesimo testo è dato leggere: "Nonostante il nostro Statuto non preveda riunioni, a seguito di sollecitazioni pervenute è stato disposto un calendario di incontri fra elementi appartenenti allo stesso settore di attività".
Un'azione questa di vasto respiro che il Gelli porta avanti in piena intesa con la Gran Maestranza del Grande Oriente, come ci dimostra a sua volta la circolare (2) con la quale Lino Salvini comunica agli iscritti: "Sono lieto di informarti che la P2 è stata adeguatamente ristrutturata in base alle esigenze del momento oltre che per renderla più funzionale, anche, e soprattutto, per rafforzare ancor più il segreto di copertura indispensabile per proteggere tutti coloro che per determinati motivi particolari, inerenti al loro stato, devono restare occulti. Se fino ad oggi non è stato possibile incontrarci nei luoghi di lavoro, con questa ristrutturazione avremo la possibilità ed il piacere, nel prossimo futuro, di avere incontri più frequenti, per discutere non solo dei vari problemi di carattere sociale ed economico che interessano i nostri Fratelli, ma anche di quelli che riguardano tutta la società".
La Commissione ha agli atti il verbale di una di queste riunioni. Da essa ci è dato apprendere: vanno annoverati "la situazione politica ed economica dell’Italia, la minaccia del Partito comunista italiano, in accordo con il clericalismo, volta alla conquista del potere, la carenza di potere delle forze dell'ordine, il dilagare del malcostume, della sregolatezza e di tutti i più deteriori aspetti della moralità e del civismo, la nostra posizione in caso di ascesa al potere dei clerico-comunisti, i rapporti con lo Stato italiano". Inviando il verbale della riunione agli iscritti che ad essa non avevano potuto prendere parte, Licio Gelli così si esprime: "Come potrai osservare, la filosofia è stata messa al bando, ma abbiamo ritenuto, come riteniamo, di dover affrontare solo argomenti solidi e concreti che interessano la vita nazionale"; ed aggiungeva: "Molti hanno chiesto - e non ci è stato possibile dar loro nessuna risposta perché non ne avevamo - come dovremmo comportarci se un mattino, al risveglio, trovassimo i clerico-comunisti che si fossero impadroniti del potere: se chiuderci dentro una passiva acquiescenza, oppure assumere determinate posizioni ed in base a quali piani di emergenza".
Un'altra circostanza di estremo interesse al fine di valutare il clima politico della Loggia P2 in questa sua prima fase organizzativa - e la natura dell'attività attraverso essa condotta da Licio Gelli - è la testimonianza di una riunione tenuta presso il domicilio aretino del Gelli (villa Wanda) nel 1973. Partecipano a tale riunione il generale Palumbo, comandante la divisione carabinieri Pastrengo di Milano, il suo aiutante colonnello Calabrese, il generale Picchiotti, comandante la divisione carabinieri di Roma, il generale Bittoni, comandante la brigata carabinieri di Firenze, l'allora colonnello Musumeci, il dottor Carmelo Spagnuolo, procuratore generale presso la corte d'Appello di Roma. Licio Gelli si rivolse agli astanti, affermando che la situazione politica era molto incerta; esortandoli a tenere presente che la massoneria, anche di altri Stati, è contro qualsiasi dittatura di destra e di sinistra e che la Loggia P2 doveva appoggiare in qualsiasi circostanza un governo di centro, il Venerabile invitava infine i presenti ad operare a tal fine con i mezzi a loro disposizione e pertanto a ripetere il discorso ai comandanti di brigata e di legione alle loro dipendenze. In questo contesto di discorsi fu altresì ventilata l'ipotesi di un governo presieduto da Carmelo Spagnuolo, sulla quale, come sull'intero episodio, ci si soffermerà più
diffusamente in seguito. Altra riunione della quale è di un certo interesse, ai nostri fini, fare menzione è quella tenuta il 29 dicembre 1972, presso l'Hotel Baglioni di Firenze, dallo stato maggiore della Loggia P2. Dal verbale agli atti della Commissione, si evidenzia un'intensa attività organizzativa e di solidarietà, la previsione di una articolazione in "gruppi di lavoro atti a seguire situazioni e problemi attinenti alle varie discipline di interessi", la proposta dell'invio "ad alcuni Fratelli di una lettera in cui si chiede di voler fornire quelle notizie di cui possano venire a conoscenza e la cui diffusione ritengano possa tornare utile... le notizie raccolte, previo esame di un non precisato "comitato di esperti" dovrebbero essere poi passate all'Agenzia di Stampa O.P ".
Tale ultima proposta non venne accettata per la decisa opposizione del generale Rosseti, uscito poi dalla Loggia P2 in aperta polemica con Licio Gelli.
I dati proposti all'attenzione ed i documenti relativi consentono alla Commissione di delineare in termini sufficientemente definiti il quadro di intenti e di attività entro il quale si muove la Loggia P2 durante questa prima fase di espansone. Ci ritroviamo di fronte ad un'organizzazione caratterizzata da una forma di riservatezza - innestata con connotati accentuativi nell'ambito della riservatezza rivendicata come propria dalla comunione di Palazzo Giustiniani - che evolve verso forme di indubbia segretezza quale certamente denotano l'adozione di appositi codici per gli iscritti nonché di un nome di copertura, "Centro studi di storia contemporanea", per indicare l'organismo La loggia si muove comunque ancora nell'ambito della tradizione massonica e conserva sostanziali legami strutturali ed operativi con l'istituzione che ad essa ha dato origine. Ne sono testimonianza la presenza di un forte numero di militari - a due di essi, De Santis e Rosseti, sono tra l'altro assegnate le funzioni di segretario amministrativo e di tesoriere - che s'inquadra nella tradizionale propensione della massoneria verso tali ambienti, nonché il ruolo ancora centrale del Gran Maestro nella gestione della loggia, pur se esercitato in condominio con il personaggio emergente che all'organismo ha dato nuovo impulso: il segretario organizzativo Licio Gelli.
Quello che appare invece affatto nuova è l'accentuata connotazione politica dell'organizzazione, che, sotto il profilo operativo, si rivela come in tutto dedita alla gestione e all'intervento nelle attività "profane" inquadrate nell'ambito di una ben definita connotazione politica e gestite ad un livello di impegnativo rilievo. A tal proposito è di primario interesse rilevare che la Loggia P2, formalmente e sostanzialmente strutturata come loggia massonica, non conduce peraltro nessuna attività di tipo rituale, quale correntemente esplicata dalle logge massoniche; la vita della loggia infatti, "messa al bando la filosofia", si palesa del tutto incentrata nella gestione della solidarietà tra affiliati e, in un più ampio contesto, nell'attenzione rivolta alle vicende politiche del Paese. Il progetto politico sottostante a tale contesto organizzativo potrebbe apparire informato ad una generica visione di stampo conservatore, di per sé non particolarmente allarmante e perfettamente lecita, se non fosse accompagnata da due elementi meritevoli di particolare attenzione. Il primo è rilevabile nella posizione di rilievo assunta nella vita della loggia da elementi di spicco della gerarchia militare, che divengono così destinatari dei discorsi politicamente contraddistinti in modo univoco tenuti nelle riunioni di loggia, secondo quanto ci documenta la riunione tenuta ad Arezzo nel 1973: un dato questo che impone di prestare la dovuta attenzione a quelle che altrimenti potrebbero essere considerate banalità prive di concreto valore politico.
La seconda osservazione è relativa alla connotazione marcatamente antisistematica della loggia, i cui affiliati svolgono un discorso che denuncia una posizione di critica generalizzata nei confronti di tutto il sistema politico, sbrigativamente identificato nella formula clerico-comunista, e delle soluzioni legislative che da esso promanano nei più vari campi: dalla magistratura alla politica sindacale, dalla riforma dei codici alla riforma scolastica, che, si legge sempre nel documento citato, avrebbe dovuto essere preceduta da un piano di riforme elaborato "non da politici, ma da tecnici".
Lo sviluppo della Loggia Propaganda nell'ambito della comunione di Palazzo Giustiniani, secondo le linee tracciate, non mancò peraltro di provocare ripercussioni all'interno della famiglia, poiché le iniziative di Salvini determinarono, sin dal primo momento, la reazione di un gruppo di dissidenti interni che sotto le insegne della denominazione: "massoni democratici", raccolse la parte politicamente meno retriva della comunione giustinianea, conducendo una serrata battaglia contro la coppia Gelli-Salvini. Questo gruppo esercitò una notevole influenza nel portare a conoscenza dell'opinione pubblica fatti e trame destinati altrimenti a restare ignoti, grazie alla copertura fornita dai vertici di Palazzo Giustiniani, anche se non è del tutto chiaro il senso dell'operazione, poiché alcuni almeno degli oppositori di Gelli ne conoscevano i trascorsi fascisti sin dal momento del suo ingresso in massoneria, che peraltro non vollero o non poterono contrastare in modo risolutivo. I cosiddetti "massoni democratici" si fecero promotori di due iniziative di portata ufficiale nell'ambito massonico, decisamente avverse alla gestione Gelli: la prima era incentrata in una tavola di accusa firmata da Ferdinando Accomero, membro della Giunta esecutiva del Grande Oriente. Il documento era relativo alle affermazioni del Gelli sul suo potere di ricatto nei confronti del Gran Maestro Salvini, nonché alle attività di Gelli a danno dei partigiani, durante la guerra di liberazione. Il Salvini decise per un sostanziale non luogo a procedere, non ritenendo colpa massonica i fatti addebitati e disponendo che gli atti del procedimento restassero nell'archivio personale del Gran Maestro. La seconda iniziativa si sostanziò nella denuncia del "caso Gelli", effettuata dal Grande Oratore, Ermenegildo Benedetti, nel corso di uno dei momenti più significativi della vita dell'istituzione: la Gran Loggia Ordinaria (1973).
Anche questa seconda operazione non condusse peraltro a nessuna conseguenza immediata, rimanendo priva di eco nella comunione la denuncia effettuata in una occasione particolarmente solenne da colui che ne era pur sempre uno dei massimi dignitari.
Il punto che a tale proposito è da valorizzare è che mentre la requisitoria di Benedetti non sortì effetto alcuno, ci è dato constatare che, nell'anno seguente (1974), il Grande Oriente delibera di prendere le distanze dalla Loggia P2 e dal suo capo, Licio Gelli. Sul rilievo politico che quell'anno assume nella nostra storia ci si soffermerà più diffusamente in seguito, ma rileviamo per il momento che in un anno che vede giungere al suo apice quella che fu definita la strategia della tensione, con gli episodi dell'Italicus e di Piazza della Loggia, Lino Salvini confida al confratello Sambuco di ritenere opportuno non allontanarsi per l'estate da Firenze perché è stato informato da Gelli sull'eventualità di possibili soluzioni politiche di tipo autoritario.
Non si può per il momento non sottolineare, salvo l'approfondimento successivo, che è proprio a chiusura di una fase politica così travagliata e di un anno così denso di eventi eccezionali che i Maestri Venerabili riuniti nella Gran Loggia di Napoli decretano la "demolizione" della Loggia P2. Come questo voto rimarrà disatteso nella sostanza, è materia che verrà studiata nella sezione
successiva; l'elemento di grande interesse è la coincidenza riscontrabile tra eventi di così grave rilievo politico ed il manifestarsi di una precisa volontà da parte dei rappresentanti più qualificati del "popolo massonico" di sbarazzarsi di Licio Gelli, la cui presenza era ormai avvertita, anche all'interno di Palazzo Giustiniani, come un peso ingombrante, per le sue collusioni con eventi politici di segno inquietante.
Il voto della Gran Loggia di Napoli denuncia, al di là di ogni dubbio, da un lato la effettiva consistenza dei rapporti equivoci di Gelli e della sua loggia con ambienti e situazioni fuori della legalità politica, che verranno in seguito analizzati diffusamente, dall'altro che tale realtà non era ignota all'interno della famiglia giustinianea, secondo una conoscenza che certamente coinvolgeva in maggiore misura i vertici della comunità, ma che era comunque sufficiente a rendere avvertito il "popolo massonico" dei pericoli cui la "famiglia" poteva andare incontro per il peso che in essa aveva acquistato il Venerabile Maestro della Loggia P2.

NOTE:

  1. Lettera dell’11 agosto 1966.
  2. Circolare in data 11 dicembre 1972.

La seconda fase della Loggia P2: dal 1974 al 1981


Gli anni che corrono dal 1975 al 1981 segnano il periodo cruciale nella storia della Loggia P2 per le vicende che essa attraversa sia all'interno della massoneria che al di fuori di essa. Per la comprensione di tali avvenimenti vanno premesse alcune considerazioni di ordine generale senza le quali risulta difficile la lettura dell'ampia documentazione in possesso della Commissione.
Si deve in primo luogo ricordare che è proprio in questi anni che va posto il culmine di espansione della loggia; sono questi anni nei quali, sia in termini quantitativi che in termini qualitativi, l'attività di proselitismo del Gelli perviene a dimensioni che trascendono di gran lunga la portata ridotta della antica Loggia Propaganda, tradizionalmente conosciuta dal Grande Oriente. Salvo quanto in seguito si dirà sulla reale consistenza della associazione, il numero degli affiliati arriva a rappresentare comunque una quota oscillante tra il 10 e il 20 per cento dell'intero organico degli iscritti attivi al Grande Oriente. Ben si intende quindi come questo fenomeno trascenda ampiamente la ristretta cerchia di "casi di coscienza" che, secondo l'espressione del Gamberini, giustificava la creazione di una loggia riservata. Ancor più rilevanti sono i risultati ai quali si perviene sotto il profilo qualitativo delle adesioni, tra le quali si annoverano figure eminenti in campo nazionale nei settori della pubblica amministrazione, sia civile che militare, dell'economia, dell'editoria ed infine del mondo politico.
Altra considerazione, dalla quale non si può prescindere, è quella relativa al graduale venire a conoscenza presso l'opinione pubblica dell'esistenza del personaggio Gelli e della sua organizzazione, che vengono posti all'attenzione, con connotati non rassicuranti, da parte di organi di stampa qualificati, i quali, pur nella approssimatività delle informazioni, sottolineano la pericolosità del fenomeno ed il suo collegamento con attività illecite, di criminalità sia comune che politica.
Non va infine scordato che sono questi gli anni contrassegnati da una fase politica di estremo interesse che segue ai risultati elettorali del 1976 e dal nuovo ruolo che, in conseguenza di essi, assume il partito comunista nel quadro politico nazionale: è quindi entro queste coordinate di riferimento, sia interne che esterne alla massoneria, che vanno studiati lo sviluppo e l'assetto della
Loggia P2 e le vicende di Licio Gelli.
Il punto di partenza è costituito dalla Gran Loggia di Napoli del dicembre 1974 quando i Maestri Venerabili del Grande Oriente votano quasi all'unanimità la "demolizione" della Loggia Propaganda. In esecuzione di tale deliberato il Gran Maestro Salvini decreta (30 dicembre 1974) la abrogazione dei "regolamenti particolari governanti attualmente la Risp. Loggia P2 e le deleghe e norme
organizzative ed amministrative da essi derivanti". Il Salvini chiedeva altresì ai fratelli coperti se intendessero mantenere tale posizione, rivelando in tal modo che la vera finalità dell'operazione era quella di mantenere in vita la Loggia P2, espellendone peraltro Licio Gelli.
Interviene in tale momento la vicenda della Gran Loggia all'Hotel Hilton, sopra ricordata, con gli attacchi portati al Salvini e poi ritirati e il nuovo accordo Gelli-Salvini, garantito dal Gamberini; sta di fatto che subito dopo tali eventi, in data 12 maggio 1975, il Salvini decreta la ricostituzione della Loggia P2, stabilendo, tra l'altro, che essa "non apparterrà per il momento, a nessun Collegio Circoscrizionale dei Maestri Venerabili e sarà ispezionata dal Gran Maestro o da un suo Delegato". La nuova Loggia P2 ha un piè di lista ufficiale dal quale si rileva che di esso fanno parte sette fratelli: pochi giorni dopo il Salvini, con procedura del tutto anomala, eleva il Gelli alla carica di Maestro Venerabile della ricostituita loggia. Le minute, sia del decreto di ricostituzione, sia della lettera di nomina, come già accennato, firmati dal Salvini, sono di pugno del sempre presente Gamberini, nume tutelare della vita massonica di Licio Gelli.
Al tirar delle somme si constata quindi che questa prima fase si apre con la presa di posizione di Maestri Venerabili che votano la eliminazione dal corpo massonico della Loggia Propaganda per chiudersi con una sua ristrutturazione il cui effetto sostanziale è quello di rendere ancora più riservata l'organizzazione che ha adesso un pièdi lista ufficiale, mentre come precisa il Gelli scrivendo al Gran Maestro "rimane inteso che detta loggia avrà giurisdizione nazionale ed i fratelli, per la loro personale situazione, non dovranno essere immessi nella anagrafe del Grande Oriente".
A questa prima ristrutturazione doveva seguirne nel giro di un anno una ancor più radicale.
Accadeva infatti nel frattempo che il Gelli e la Loggia Propaganda venivano a trovarsi al centro di campagne di stampa di ampia risonanza che mettevano gli ambienti della loggia in contatto con eventi di malavita, quali i sequestri di persona, e con ambienti dichiaratamente di destra. Si vedano al proposito sia le disavventure giudiziarie dell'avvocato Minghelli, compreso nel citato
piè di lista ufficiale, arrestato per riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri, sia gli articoli apparsi su l'Unità e su altri quotidiani che ponevano in relazione Gelli e Saccucci e la lettera di smentita che Gelli invia al quotidiano nel maggio del 1976, dopo essersi fatto rilasciare da Italo Carobbi un terzo certificato di benemerenza partigiana. Gelli e la sua loggia costituiscono sempre più un peso non facilmente tollerabile per una organizzazione come il Grande Oriente, mentre nel contempo possono ormai dirsi ben lontani i tempi dell'assoluta ignoranza e disattenzione presso l'opinione pubblica nei confronti della massoneria e nelle sue vicende organizzative interne. E’ lo stesso Gelli a chiedere allora l'inusitato provvedimento, non contemplato dagli statuti e dalla pratica massonica, della sospensione dei lavori della Loggia P2: la domanda viene accolta (26 luglio 1976) con la concessione della "sospensione dei lavori a tempo indeterminato". Ma la cautela della Gran Maestranza del Grande Oriente va oltre provvedendo ad una più radicale, sterilizzazione amministrativa della ingombrante figura del Gelli al quale viene comminata la sospensione dall'attività massonica per tre anni.
Nell'autunno del 1976 viene infatti incardinato un procedimento massonico a carico di Gelli e di vari altri personaggi per i fatti relativi alla Gran Loggia di Roma tenuta un anno e mezzo prima.
Questa vicenda giudiziaria massonica merita una attenzione particolare, infatti è doveroso ricordare che i processi massonici a carico di Gelli erano due: oltre a quello già citato, era stato instaurato presso il Tribunale del Collegio Circoscrizionale Lazio-Abruzzo un processo massonico per le ormai pubblicamente note e sospettate collusioni tra Loggia P2, eversione nera e anonima sequestri. L'azione del Grande Oriente in tale congiuntura fu quella di avocare presso la Corte centrale - superando le vive resistenze dell'organo periferico che gli atti ampiamente documentano - questo processo di ben più grave contenuto e di unificarlo a quello relativo alle offese al Gran Maestro; a questo contesto procedimentale vennero altresì annessi i processi relativi ai cosiddetti "massoni democratici", anche in questo caso espropriandone il Collegio Circoscrizionale, dopo una contrastata ulteriore procedura di avocazione.
Il risultato finale di questa complessa operazione fu il seguente:

  1. il primo processo a carico di Gelli, relativo a sole vicende massoniche, si concluse con la censura solenne per le offese al Gran Maestro;
  2. l'altro processo, relativo a situazioni di grave rilievo esterno, scomparve, perché di esso non vi è traccia nella sentenza;
  3. il processo a carico del gruppo dei "massoni democratici", anch'esso avocato, si concluse con l'espulsione dall'Ordine di Siniscalchi, Bricchi, eccetera

Il senso dell'operazione appare chiaro quando si consideri che il processo che portò alla censura di Gelli fu incardinato dopo più di un anno dall'episodio che ne costituiva il presupposto – concludendosi poi nel giro di due soli mesi - evidentemente all'esclusivo scopo di creare in sede centrale il presupposto processuale per le avocazioni del grave e più compromettente processo a carico di Gelli, instaurato in sede circoscrizionale, e del processo, sempre in tale sede avviato, a carico dei cosiddetti "massoni democratici".
L'esito della sentenza conferma l'interpretazione proposta, quando si consideri che Gelli venne subito dopo graziato dal Salvini, con un provvedimento interno al quale non venne peraltro data pubblicità alcuna.
Non si può non sottolineare a tale proposito che questa sottile strategia giudiziaria è imputabile in modo esclusivo alla sede centrale del Grande Oriente e che fu attuata solo superando le vivaci resistenze della sede circoscrizionale, con palesi violazioni degli statuti massonici. Ma il risultato ancor più rilevante è che la sospensione del Gelli comportava, come abbiamo detto, la sospensione
per tre anni, poneva cioè una certa distanza di sicurezza tra il Venerabile ed il Grande Oriente, ma solo nell'apparenza delle cose perché noi sappiamo che nella sostanza l'intreccio Salvini-Gelli-Gamberini continuava come sempre ad operare, pur tra i noti contrasti, nella stessa immutata direzione di sostegno e di incentivazione dell'operazione piduista. A stretto rigore di ortodossia
statutaria si dovrebbe comunque fermare la storia massonica della Loggia P2 al termine del 1976.
E’ a tale artificiosa situazione procedurale che evidentemente si fa riferimento quando si afferma che la Loggia Propaganda 2 altro non è che un gruppo privato del Gelli da questi organizzato all'insaputa del Grande Oriente, attivata valendosi abusivamente delle insegne di questo: tale assunto sarebbe comunque valido limitatamente al periodo di sospensione citato, che decorre dal luglio 1976, ma in realtà anche in tale più circoscritta accezione questa tesi non può essere accettata.
Ostano infatti a tale interpretazione alcune circostanze che risultano provate da atti in possesso della Commissione.

  1. In primo luogo il 20 marzo 1979 il Gelli scrive al nuovo Gran Maestro, Ennio Battelli, quanto segue: "In relazione a quanto concordato in data 14 febbraio 1975 con il Tuo illustre predecessore, mi pregio confermare che i nominativi al VERTICE del R.S.A.A.(1) non appariranno "nel piè di lista" del R.L. Propaganda 2 (P2) all'ORIENTE di ROMA.
    Resta ben inteso che della R.L. continuerà ad avere giurisdizione nazionale ed i Fratelli non potranno essere immessi nell'anagrafe del G.O., mentre le capitazioni saranno da me pagate".
    Si noti in tale documento il richiamo alla lettera del 14 febbraio 1975 sopra citata, che denota una continuità mai interrotta di rapporti tra il Grande Oriente e la Loggia P2 e denuncia in maniera inequivocabile la natura fittizia e strumentale del piè di lista ufficiale.
  2. Altrettanto esplicito è il significato della seguente lettera inviata da Lino Salvini a Licio Gelli in data 15 aprile 1977: "Ti delego ai rapporti con i FFr. inaffiliati, ossia a quei FFr. che non risultano iscritti ai ruoli, né delle Logge come membri attivi né del Grande Oriente come membri non affiliati.
    Sono dunque i FFr., nella tradizione massonica italiana chiamati Massoni a memoria, quelli di cui dovrai curare i contatti, ai fini di perfezionarne la vocazione e la preparazione massonica.
    Per effetto dì tale delega, risponderai soltanto a me per quanto farai a tale scopo, promuovendo e sollecitando quelle realtà che Tu stesso reputerai di interesse e di utilità per la Massoneria.
    Sono sicuro che Tu svolgerai questo importante ruolo con l'animo intrepido che hai rivelato di fronte ai proditori attacchi dei traditori della Istituzione".
  3. In terzo luogo è provato che sia il Salvini che il Battelli non cessarono di consegnare al Gelli tessere in bianco per procedere ad iniziazioni in assoluta autonomia.
  4. Queste iniziazioni erano per lo più celebrate dal Gamberini nella sua qualità di passato Gran Maestro, la quale, d'altronde, lo abilitava a partecipare ai lavori della giunta direttiva del Grande Oriente.
  5. Nel 1980 il Gelli invia al Grande Oriente la somma di lire 4 milioni quale versamento delle quote degli iscritti per il triennio precedente.
  6. Si aggiunga infine a tali elementi, la normativa predisposta nell'autunno del 1981, con la quale si fissavano da parte del Grande Oriente le modalità per il reinserimento degli iscritti alla Loggia P2 nel circuito ordinario della vita massonica.

Ma al di là dei riferimenti testuali e documentali, pur inequivocabili, da inquadrare peraltro nella assoluta disinvoltura con la quale il Grande Oriente gestiva le procedure, quello che va realisticamente considerato è che non appare assolutamente credibile sostenere che l'attività massiccia di proselitismo portata avanti in questi anni dal Gelli - che coinvolgeva alcune centinaia di persone, per lo più di rango e cultura di livello superiore - sia potuta avvenire frodando allo stesso tempo ed in pari misura il Grande Oriente e gli iniziandi. Né appare dignitosamente sostenibile che tutto ciò si sia verificato senza che il primo venisse mai a conoscenza del fenomeno ed i secondi non venissero mai a sospettare della supposta frode perpetrata a loro danno, consistente nell'affiliazione abusiva ad un ente totalmente all'oscuro di tale procedura.
Sembra invece più ragionevole ritenere che la sospensione decretata nel 1976 rappresentò una più sofisticata forma di copertura, alla quale fu giocoforza ricorrere perché Gelli e la sua loggia costituivano un ingombro non più tollerabile per l'istituzione. Si pervenne così al duplice risultato di salvaguardare nella forma la posizione del Grande Oriente, consentendo nel contempo al Gelli di continuare ad operare in una posizione di segretezza che lo poneva al di fuori di ogni controllo proveniente non solo dall'esterno dell'organizzazione ma altresì da elementi interni. A tal proposito si ricordi che non ultimo vantaggio acquisito era quello di avere eliminato dall'organizzazione il gruppo dei cosiddetti "massoni democratici", avversari di lunga data del Gelli e dei suoi protettori.
La situazione che si delinea al termine del lungo processo sin qui ricostruito è pertanto contrassegnata da due connotati fondamentali:

  1. Gelli ha acquisito nella seconda metà degli anni settanta il controllo completo ed incontrastato della Loggia Propaganda Due, espropriandone il naturale titolare e cioè il Gran Maestro;
  2. la Loggia Propaganda Due non può nemmeno eufemisticamente definirsi riservata e coperta: si tratta ormai di una associazione segreta, tale segretezza sussistendo non solo nei confronti dell'ordinamento generale e della società civile ma altresì rispetto alla organizzazione che ad essa aveva dato vita.

Rileviamo inoltre che le due ristrutturazioni seguite alla "demolizione", votata dalla Gran Loggia nel 1974, furono strettamente interdipendenti alle vicende personali di Licio Gelli tanto nella loro genesi, quanto nel loro risultato finale, secondo quella logica di identificazione tra la Loggia Propaganda e Licio Gelli che, sin dall'ingresso di questi in massoneria, fu dai massimi dirigenti di
Giustiniani programmata e perseguita secondo una non smentita linea di comportamenti. Furono infatti i responsabili della comunione che, manovrando statuti e procedure interne, crearono una situazione nella quale le insegne della massoneria venivano a fungere da schermo o, se si preferisce, da pretesto ad un organismo avente natura e finalità affatto peculiari. Ma sia ben chiaro che tali anomalie altro non furono se non il frutto di processi interni alla istituzione che a questa organizzazione aveva dato origine, che aveva consentito si evolvesse verso l'assetto finale, guidandone con accorta regia lo sviluppo, che ne aveva infine tutelata la forma particolare di organizzazione raggiunta.
Concludendo la ricostruzione di queste vicende la Commissione può pertanto affermare che la Loggia P2 può a buon diritto essere definita una loggia massonica, secondo la terminologia adottata dalla legge di scioglimento votata dal Parlamento, per la primaria considerazione che la sua forma degenerativa rispetto alla comunione di appartenenza fu dalla stessa, nella espressione dei suoi vertici elettivi, consapevolmente voluta e realizzata.

NOTE:

  1. Rito Scozzese Antico ed Accettato.

LICIO GELLI, LA LOGGIA PROPAGANDA DUE E LA MASSONERIA. CONCLUSIONI

Volendo capire le ragioni che sottostanno all'abnorme situazione che abbiamo delineato - anche al fine di evitare l'espressione di sommari giudizi che finirebbero per coinvolgere, con suo ingiusto danno, chi per tali vicende non porta responsabilità alcuna o comunque ha una responsabilità estremamente limitata - è necessario formulare alcune considerazioni finali di ordine generale.
Va in primo luogo dichiarato che il ruolo e le attività di Licio Gelli erano conosciuti, anche se in modo parziale e frammentario, nell'ambito dell'intera comunità massonica, presso la quale il fenomeno Gelli e le sue possibili implicazioni erano in qualche modo note e non pacificamente accettate, poiché è certo che esse costituirono punto di dissenso e di scontro all'interno della famiglia massonica: ne fanno fede la mai sopita lotta condotta dai cosiddetti "massoni democratici", nonché il voto dei Maestri Venerabili che decretarono la demolizione della Loggia P2 nel corso della Gran Loggia di Napoli.
Se dunque si pervenne alla situazione dianzi delineata fu in sostanza soprattutto, come si è dimostrato, grazie all'influenza che Gelli riuscì ad esercitare sui vertici del Grande Oriente. I rapporti non chiari di reciproca dipendenza, se non di ricatto, che egli instaurò con i Gran Maestri e con i loro collaboratori diretti, ampiamente documentati presso la Commissione, offrono un quadro di compromissione degli organi centrali di governo della famiglia massonica giustinianea che ampiamente giustifica e spiega le tormentate vicende ripercorse nelle pagine precedenti.
Sono vicende queste che richiedono un approfondito esame del rapporto tra Licio Gelli e la massoneria, per il quale dobbiamo, come punto di partenza, muovere dalla affermazione, prima ribadita, che la Loggia Propaganda è una loggia massonica inserita a pieno titolo nella comunione massonica di più antica tradizione e di più vasta affiliazione di aderenti. La realtà dei fatti è incontestabilmente quella di un organismo presente nella comunione di appartenenza come entità integrata secondo peculiari prerogative che ad essa venivano riconosciute dagli statuti e dalla pratica stessa di vita dell'associazione: la connotazione della Loggia P2, secondo l'ordinamento massonico, era quella di essere una loggia coperta. Come poi questa copertura sia stata gestita dai dirigenti responsabili, anche in violazione degli statuti dell'associazione, evolvendo verso forme di vera e propria segretezza, questo è argomento che nulla inferisce nel nostro discorso, poiché è palese che quanto viene stabilito nello specifico ordinamento massonico e quanto in esso viene operato, anche in sua violazione, nessuna influenza esplica nell'ambito dell'ordinamento giuridico generale, alle cui sole previsioni normative ci si deve riportare in sede di analisi giuridica e di valutazione politica del problema. A tal fine possiamo affermare che l'adozione di forme di copertura dirette verso l'esterno come verso l'interno della comunione di appartenenza costituisce indubbia connotazione di segretezza ed è soltanto a fini di mera confusione che si può spostare il tema del discorso sulla presunta segretezza o meno della massoneria, poiché se è certo, secondo la pregevole notazione di un autore, che la massoneria non è una associazione segreta, è per altro certo che essa è una associazione con segreti, e uno di questi era la Loggia Propaganda Due.
Appare alla Commissione incontrovertibile secondo l'analisi sinora condotta, che la Loggia P2 era

  1. una loggia massonica,
  2. dotata di segretezza,

ma la posizione di queste due affermazioni non esaurisce il problema ed anzi potrebbe, se ci si arrestasse a questa prima soglia interpretativa, condurre ad una rappresentazione dei fatti monca se non del tutto inesatta.
Bisogna infatti riconoscere che una spiegazione della Loggia P2, risolta tutta in chiave massonica, non spiega il fenomeno nella sua genesi più profonda e nel suo sorprendente sviluppo successivo.
Per rendere esplicita questa affermazione non si può non riconoscere come Licio Gelli appaia, sotto ogni punto di vista, un massone del tutto atipico: egli non si presenta cioè come il naturale ed emblematico esponente di una organizzazione la cui causa ha sposato con convinta adesione, informando le sue azioni, sia pur distorte e censurabili, al fine ultimo della maggior gloria della famiglia; Licio Gelli, in altri termini, non sembra sotto nessun profilo, nella sua contrastata vita massonica, un nuovo Adriano Lemmi, quanto piuttosto un corpo estraneo alla comunione, come iniettato dall'esterno, che con essa stabilisce un rapporto di continua, sorvegliata strumentalizzazione.
Ci soccorre a tal fine il rilievo cui dianzi si accennava, quando notavamo come il procedimento di cooptazione, proprio della massoneria, ebbe a funzionare per Licio Gelli con inaspettata e sorprendente celerità, secondo quanto ci dimostrano due dati a noi provenienti dalla documentazione in nostro possesso.
Il primo è che Licio Gelli ha dovuto subire un periodo di attesa, al suo ingresso in massoneria avvenuto nel 1965, di oltre un anno; il secondo è che una volta entrato nell'istituzione i tempi per l'apprendista Gelli si abbreviano singolarmente, poiché nel 1969 egli ci appare nelle vesti, secondo un documento già citato, di tessitore di una delicata operazione di riunificazione delle varie famiglie massoniche: una operazione di vertice che coinvolge tutta la massoneria italiana. Tra queste due date, sappiamo, corre l'operazione di ascesa nella comunione pilotata dall'Ascarelli e dal Gamberini in favore di un personaggio che, come il primo non manca di sottolineare al secondo in una lettera agli atti, ha a disposizione un folto gruppo di domande di iniziazione "di gente estremamente qualificata".
Ponendo questi dati in parallelo - e coordinandoli con le osservazioni svolte in ordine all'inserimento di Licio Gelli nella Loggia Propaganda, operato subito dopo dal Salvini - non si può non vedere come l'ingresso e l'ascesa di Licio Gelli, massone di fresca data, si svolgano sotto l’egida di una accorta regia che, dopo aver superato le resistenze frapposte all'acquisto di questo nuovo fratello, ne pilota la carriera massonica con tempestivo e felice esito di risultati. E non è chi non veda come il nome che compare come centrale in questa operazione sia quello del Gran Maestro che sarà il vero nume tutelare della vita massonica di Licio Gelli, quel Giordano Gamberini che, come abbiamo ampiamente dimostrato, ritroviamo nella veste di accorto consigliere e di fine stratega in tutte le vicende che vedono il Gelli al centro delle contrastate decisioni della comunione che lo interessano.
Possiamo quindi affermare che tutti gli elementi a nostra disposizione inducono a ritenere come la presenza di Gelli nella comunione di Palazzo Giustiniani appaia come quella di elemento in essa inserito secondo una precisa strategia di infiltrazione, che sembra aver sollevato nel suo momento iniziale non poche perplessità e resistenze nell'organismo ricevente, e che esse vennero superate
probabilmente solo grazie all'interessamento dei vertici dell'istituzione i quali, questo è certo, da quel momento in poi appaiono in intrinseco e non usuale rapporto di solidarietà con il nuovo adepto. Questa infiltrazione inoltre fu preordinata e realizzata secondo il fine specifico di portare Licio Gelli direttamente entro la Loggia Propaganda, instaurando un singolare rapporto di identificazione tra il personaggio e l'organismo, il quale ultimo finì per trasformarsi gradualmente in una entità morfologicamente e funzionalmente affatto diversa e nuova, secondo la ricostruzione, degli eventi proposta.
Quanto detto appare suffragare l'enunciazione dalla quale eravamo partiti, perché il rapporto tra Licio Gelli e la massoneria viene a rovesciarsi in una prospettiva secondo la quale il Venerabile aretino, lungi dal porsi rispetto ad esso in un rapporto di causa ed effetto, come ultimo prodotto di un processo generativo interno di autonomo impulso, assume piuttosto le vesti di elemento indotto, di programmato utilizzatore delle strutture e della immagine pubblicamente conosciuta della comunione, per condurre tramite esse ed al loro riparo quelle operazioni che costituirono l'autentico nucleo di interessi e di attività che la Loggia P2 venne a rappresentare.
Ci troviamo in altri termini di fronte ad un complesso rapporto che non può semplicisticamente ridursi in sommarie attribuzioni di responsabilità, in forme di addebitamento più o meno generalizzate che come tali non rientrano nell'ambito degli interessi di questa Commissione, il cui primo compito è quello di studiare la genesi dei fenomeni e la loro ragione di essere e di svilupparsi, affinché il Parlamento possa su tali basi pronunciare il proprio giudizio ed assumere le eventuali deliberazioni conseguenti. Quello che per la Commissione è di primario interesse sottolineare è che la massoneria di Palazzo Giustiniani è venuta a trovarsi, nel seguito della vicenda gelliana, nella duplice veste di complice e vittima, essendone inconsapevole la base e conniventi i vertici.
Non v'ha dubbio infatti che la comunione di Palazzo Giustiniani in senso specifico e la massoneria in senso lato abbiano negativamente risentito dell'attenzione, tutta di segno contrario, che su di esse si è venuta a concentrare, ma altrettanto indubbio risulta che l'operazione Gelli, sommatoriamente considerata, abbia in quegli ambienti trovato una sostanziale copertura - per non dire oggettiva complicità - senza la quale essa non avrebbe mai potuto essere, non che realizzata, nemmeno progettata. Quando parliamo di complicità - pur sostanziale che sia - non si vuole peraltro fare riferimento soltanto a quella esplicita dei vertici dell’associazione, peraltro espressione elettiva della base degli associati, ma altresì a quella più generale situazione risolventesi in una pratica di riservatezza, sancita dagli statuti, ma ancor più da una concreta tradizione di radicato costume massonico degli affiliati tutti, che ha costituito l'imprescindibile terreno di coltura per l'innesto dell'operazione. Perché certo è che Licio Gelli non ha inventato la Loggia P2, né per primo ha contrassegnato l'organismo con la caratteristica della segretezza, ed altrettanto certo è che non è stato Gelli ad escogitare la tecnica della copertura, ma l'una e l'altra ha trovato funzionanti e vitali nell'ambito massonico: che poi se ne sia impossessato e ne abbia fatto suo strumento in senso peggiorativo, questo è particolare che ci interessa per comprendere meglio Licio Gelli e non la massoneria.
Il discorso sui rapporti tra Gelli e la massoneria è approdato a conclusioni che si ritengono sufficientemente stabilite e tali da consentire, a chi ne abbia interesse, di trarre le proprie conclusioni.
Sia ciò consentito anche al relatore perché l'argomento e l'occasione sono tali da meritare una qualche considerazione di più ampia portata su un tema che vanta di certo una pubblicistica di non trascurabile impegno e valore, e che ha interessato sinora non solo il nostro ordinamento.
La storia della Loggia P2 ha il pregio, a tal fine, di svelare l'equivoco sul quale stanche polemiche si trascinano intorno alla distinzione tra segretezza e riservatezza. La certa segretezza della loggia, al di là di sofismi cartolari e notarili, trova infatti radice ed al tempo stesso costante e vitale alimento nella riservatezza della comunione intera. Sollevandoci ad un più generale livello di
considerazioni che prescinda dalla soluzione normativa concreta che gli ordinamenti vogliano dare a tale situazione, ci è consentito rilevare, in via di principio, che i due concetti si pongono, pur in teoria ed in pratica diversi, in rapporto di reciproca interazione e funzionalità tali che la segretezza senza riservatezza non ha modo di esistere e la riservatezza, non posta a tutela di una
intima più ristretta segretezza, non ha ragione di essere.
Sono questi argomenti che ci conducono al cuore del problema e che allargano il tema sulla riservatezza massonica ad un più ampio contesto di considerazioni in ordine al ruolo che questa associazione può svolgere legittimamente nell’ambito dell’ordinamento democratico. Chi infatti guardi al contenuto dottrinale proprio di questa forma associativa, il suo conclamato richiamarsi al trinomio di princìpi Libertà – Fratellanza - Uguaglianza (art. 2 delle Costituzioni massoniche), non può non constatare come questo sia verbo al quale mal si appongono forme di culto riservato e quanto piuttosto chieda di essere con orgoglio portato nella società degli uomini, nella quale è messaggio che non può porsi che come fonte di benefiche influenze.
E’ avviso di questa Commissione parlamentare che una terza soluzione non sia data tra i due corni di questo dilemma: o infatti questo, o altro lecito, è il cemento morale della comunione ed allora non v'ha luogo a riservatezza alcuna nel godimento dei diritti garantiti dalla Costituzione repubblicana a tutti i cittadini; o piuttosto la ragione d'essere dell'associazione è di diversa natura
e va allora revocata in dubbio la sua legittimità in questo ordinamento.
Passando, poi, dal piano generale della logica corrente a quello più specifico della logica giuridica, e con riferimento alla normativa sulle associazioni segrete, il dilemma deve porsi in questi diversi termini: o la comunione esclude ogni possibile interferenza con la vita pubblica dalla sua sfera di interessi (come dovrebbe essere in base alle regole originarie), ed allora indulga quanto crede al rito esoterico del segreto, o vuol piuttosto partecipare in toto al divenire della nostra società. Se è vera la seconda alternativa sarà giocoforza che essa rinunci alle coperture, alle iniziazioni sul filo della spada, alle posizioni "all'orecchio". Riti tutti che hanno il fascino dei costumi misteriosi di tempi lontani, ma che l'esperienza ha purtroppo dimostrato essere fertile terreno di cultura per
illeciti di tempi recenti.


IL SEQUESTRO DI CASTIGLION FIBOCCHI

L'esame dell'operazione di sequestro effettuata presso gli uffici e la residenza di Licio Gelli dalla Guardia di Finanza su ordine dei giudici Turone e Colombo, nell'ambito dell'inchiesta loro affidata sull'affare Sindona, precede logicamente l'analisi del problema relativo alla veridicità delle liste, poiché elementi di sicuro interesse ai nostri fini possono essere tratti dall'esame degli eventi che precedettero ed accompagnarono il loro ritrovamento.
Ricordiamo in primo luogo che il generale Orazio Giannini, all'epoca comandante generale della Guardia di Finanza, telefonò al colonnello Vincenzo Bianchi che stava effettuando la perquisizione e lo invitò a prestare attenzione a quello che faceva poiché nella lista dei nomi vi erano "tutti i vertici" e che l'operazione avrebbe potuto essere di estremo pregiudizio per il Corpo.
Interrogato poi dalla Commissione, il generale Giannini non ha saputo fornire persuasive spiegazioni circa la sua conoscenza di un'attività di polizia giudiziaria che sappiamo gli organi procedenti avevano cautelato con la massima cura e che il loro operato e la loro integrità ci garantiscono coperta dal più assoluto segreto istruttorio. Il generale Giannini non è stato in grado di spiegare le ragioni che lo indussero a comportarsi nel modo descritto né, particolare ancora più significativo, di rivelare la fonte della sua effettiva conoscenza del contenuto degli elenchi.
Numerose e concordanti risultanze generano poi legittime perplessità sugli antefatti dell'operazione di sequestro degli elenchi di cui si discute e, quindi, sulla sorpresa, in via generale, che essa abbia potuto costituire per Licio Gelli. Testimonianze in questo
senso sono state rese da vari personaggi al corrente delle vicende inerenti alla Loggia P2: tali infatti le dichiarazioni del colonnello Massimo Pugliese al giudice istruttore di Trento, da Placido Magrì, la cui fonte dichiarata fu in proposito Francesco Pazienza, ed infine dall'ingegner Francesco Siniscalchi.
Questi accenni e queste indiscrezioni trovano conferma in un esame analitico dell'operazione e dell'epoca in cui intervenne. Le operazioni di sequestro ordinate dai giudici di Milano si pongono come conclusivo episodio di una vicenda di contorni non chiari, ma di significato generale abbastanza definito.
Il sistema gelliano di potere sembra infatti entrare in crisi alla fine degli anni Settanta, secondo quanto denunciano alcuni avvenimenti che intervengono in quel periodo. Così il processo che Salvini subisce negli Stati Uniti da parte della massoneria americana, motivato proprio in ragione delle sue compromissioni con Gelli; processo, questo, del tutto anomalo, ma che non può non colpire significativamente perché è comunque un dato di fatto che Salvini pone termine anticipatamente al suo mandato, presentando le dimissioni da Gran Maestro, con un gesto invero inusuale per un personaggio che si era dimostrato quanto mai restio a simili passi. Così ancora è nel 1979 che i Servizi segreti consegnano a Pecorelli l'informativa COMINFORM perché questi ne faccia uso: senza anticipare le conclusioni che su questo punto verranno tratte nel capitolo apposito, è questo un atto che non sì può non interpretare come indubbio segno di incrinamento nel rapporto tra Gelli e questo apparato.
Così ancora infine è nel 1979, secondo le testimonianze, che compare presente in Italia Francesco Pazienza, uomo legato ai Servizi segreti in ambienti internazionali, di non ben certa origine; il Pazienza è elemento comunque sicuramente legato ai Servizi segreti italiani, ed in particolare al generale Santovito, e ricopre un ruolo che non si riesce ad interpretare chiaramente se si ponga in termini di vicarietà o successione, consensuale o meno, rispetto a Licio Gelli. In questa prospettiva il Commissario Crucianelli ha sottolineato l'autonomia acquisita dalla Loggia P2, come struttura obiettiva che ha messo in moto meccanismi che prescindevano anche dagli stessi protagonisti soggettivi: tale appunto Francesco Pazienza che vediamo subentrare a Gelli, quasi automaticamente, nei rapporti con Roberto Calvi e con il generale Santovito.
L'elemento connotativo di questa situazione, nella quale il potere del Venerabile sembra patire elementi di disturbo, se non di cedimento, è certamente l'intervista che Licio Gelli rilascia al Corriere della Sera nel 1980, una iniziativa invero sorprendente per un uomo che si era sempre mosso nella riservatezza più assoluta e che in essa aveva trovato una delle armi più efficaci.
L'intervista di Gelli, letta attraverso l'ostentata sicurezza delle dichiarazioni, sembra in realtà un messaggio che il capo della Loggia P2 invia all'esterno come all'interno dell'organizzazione; di quell'organizzazione che aveva cautelato con gli stratagemmi che abbiamo studiato nel precedente capitolo, è ora egli stesso a svelare l'esistenza ed i contenuti, quasi a voler avvertire che il riserbo di cui tutti si erano sino ad allora giovati poteva un giorno, in parte od in tutto, cadere ad opera del suo stesso artefice.
Il quadro dì eventi che abbiamo disegnato fa da cornice alla perquisizione di Castiglion Fibocchi ordinata dai giudici di Milano, titolari dell'inchiesta su Michele Sindona, ai quali l'avviso della pista Gelli, inserito in un ampio contesto istruttorio testimoniale e documentale, era stato fornito da un personaggio notoriamente legato al finanziere siciliano per il quale aveva gestito in Sicilia
l'operazione di finto rapimento. Quale segno sia da attribuire a questa iniziativa nei confronti di Gelli non può essere chiarito, ma certo essa si iscrive nel complesso rapporto Gelli-Sindona, mostrando che la collaborazione tra i due si era seriamente incrinata: l'interrogatorio reso da Miceli Crimi, in data 26 febbraio, ai giudici milanesi, mostra, al termine di una lunga, ostinata reticenza, la chiara volontà di denunciare il Gelli.
Prendendo adesso in esame il materiale sequestrato proveniente alla Commissione come frutto dell'operazione eseguita a Castiglion Fibocchi, un dato sopra ogni altro colpisce l'attenzione dell'osservatore: la constatazione che il nucleo della documentazione avente valore fondamentale ai fini dell'indagine non era contenuto nella cassaforte dell'ufficio, suo naturale luogo di deposito, ma in una valigia. Questa valigia conteneva, oltre ad una lista degli iscritti alla Loggia P2, tutta una serie di documenti che denunciavano in quali attività e di quale rilievo la Loggia era implicata; si noti che qualora infatti la Guardia di Finanza avesse provveduto al sequestro del solo materiale contenuto nella cassaforte - nella quale erano altre copie dei soli elenchi - il dato conosciuto agli investigatori sarebbe stato soltanto quello relativo all'appartenenza ad una Loggia massonica di un certo gruppo di eminenti personalità.
Il materiale contenuto nella valigia ha invece la natura di denunciare al contempo l'esistenza della Loggia, poiché contiene una ulteriore serie di elenchi, nonché la sua valenza politica, per la natura dei documenti a quegli elenchi annessi. Rimane pertanto dimostrato che il blocco di documentazione a noi pervenuta ha una intrinseca reciproca funzionalità, perché la valigia che li conteneva, oggetto invero strano per collocare materiale di tal fatta, aveva un suo autonomo valore di eccezionale significato.
Avendo riguardo a queste considerazioni, l'importanza intrinseca dei documenti contenuti nella valigia, esaminati nella loro reciproca correlazione, porta a ritenere che questo materiale era verosimilmente inserito in un processo di trasferimenti dell'archivio di Licio Gelli, che l'incerta e contrastata ultima fase della vicenda del Venerabile, prima tratteggiata, rende attendibile ed al quale siamo indotti a pensare sia per la costituzione, da far risalire a questo periodo., della cosiddetta Loggia di Montecarlo, intesa da Gelli come alternativa alla localizzazione italiana del centro delle sue attività, sia dall'esistenza di una duplicazione dell'archivio in questione nella residenza uruguayana del Venerabile.
Questa ricostruzione, che non possiamo collocare nell'ambito delle certezze acquisite per l'incompletezza di informazioni su tale ultimo periodo, peraltro riveste certamente connotati di estrema attendibilità. Quel che è fuori dubbio è che comunque essa ci consente di affermare che la documentazione in possesso della Commissione non può che essere presa in attenta e seria considerazione per la primaria constatazione che essa si trovava al centro di un complesso gioco nel quale i protagonisti le attribuivano altissimo valore, e tra essi va ricordato il Comandante generale della Guardia di Finanza, autore del maldestro tentativo di insabbiamento già ricordato.
Le considerazioni esposte sono riferite naturalmente agli attori espliciti di questa vicenda ed ai suoi retroscena, ed in nulla attengono alla integrità ed attendibilità dell'inchiesta giudiziaria e della operazione di sequestro in sé considerata, come si evince se non altro dalle modalità di esecuzione predisposte dall'organo inquirente ed attuate da quello procedente, delle quali è testimonianza eloquente la denuncia che il colonnello Bianchi effettuò dell'indebita ingerenza tentata nei suoi confronti dal superiore gerarchico.


AUTENTICITÀ ED ATTENDIBILITÀ DELLE LISTE

La risposta al quesito circa la veridicità e completezza delle liste precede logicamente ogni altro problema ed esso sarà da verificarsi, tenendo ben presenti l'oggetto e le finalità della legge istitutiva che all'articolo 1 demanda alla Commissione di accertare, tra l'altro, "la consistenza dell'associazione massonica denominata Loggia P 2".
Questo compito postula non già l'esigenza di analitici riscontri individuali sulla effettiva appartenenza alla loggia dei singoli iscritti, riscontri che invece sono propri dell'inchiesta giudiziaria finalizzata all'accertamento di responsabilità individuali, ma richiede, per contro, un giudizio complessivo inerente al numero e alla qualità degli affiliati che consenta di delineare "la consistenza" della loggia, al fine di poterne poi valutare i contenuti.
Quando si passino in rassegna le risultanze acquisite sul punto, pare corretto distinguere quelle emergenti da accertamenti riferibili all'autorità giudiziaria o ad altre autorità, da quelle desumibili da indagini disposte dalla Commissione o da documenti acquisiti.
Quanto alle prime, si ricorda che la sentenza emessa dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della magistratura nei confronti dei magistrati iscritti nella lista ha dichiarato la "complessiva attendibilità" degli elenchi e della documentazione; nella requisitoria del procuratore della Repubblica di Roma, l'estensore mostra invece di non credere "alla veridicità delle liste degli iscritti"; a sua volta il Comitato amministrativo di inchiesta costituito a suo tempo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri esprime il dubbio che la lista non sia un "puntuale elenco di coloro che avevano effettivamente aderito alla P2"; infine, nell'appello proposto avverso la sentenza del giudice istruttore di Roma, il procuratore generale presso la corte d'appello muove dal presupposto della "attendibilità complessiva di elenchi e documentazione sequestrati salvo riscontri negativi".
Vi è poi da considerare che la "Relazione informativa sulla Loggia P2", effettuata dal SISDE, per la parte relativa all'analisi strutturale dell'elenco dei novecentosessantadue (962) presunti affiliati, si sofferma sulla eterogenea e contraddittoria compresenza di alcuni componenti, postulando la esigenza di integrare le risultanze con il dato relativo alle domande di ammissione, ma esclude l'ipotesi di una falsificazione dell'elenco medesimo.
Con riferimento alle indagini disposte dalla Commissione, si premette che un primo accertamento riguarda l'epoca in cui presumibilmente sono stati formati gli elenchi in questione: tale arco di tempo può collocarsi con sufficiente approssimazione dal 1979 al 1981 in base alle risultanze desumibili:

  1. dalla corrispondenza intercorsa tra Gelli e i capigruppo della loggia, da cui emerge che intorno al 1979 vi fu una generale revisione degli elenchi degli iscritti, una ripartizione degli effettivi tra i capigruppo e quindi l'aggiornamento e la riscrittura degli elenchi medesimi;
  2. dagli esiti della perizia tecnica disposta dalla Commissione sul nastro della macchina da scrivere sequestrata a Castiglion Fibocchi. Di tale perizia, consistente nella decifrazione dei caratteri impressi sul nastro rimasto inserito nella macchina da scrivere della segretaria del Gelli, inequivocabilmente si evince che gli elenchi furono redatti con la macchina in questione e che furono ultimati in data precedente l'8 marzo 1981, con la inclusione degli ultimi 18 iscritti per i quali la data di iniziazione era stata programmata per il successivo 26 marzo 1981.

Tenendo conto di questo riscontro temporale, il primo problema da affrontare in ordine logico è quello relativo alla individuazione della natura del documento in esame, secondo una rilevazione esterna che attenga ai connotati funzionali del reperto studiato al fine di verificare se possa essere considerata autentica quella che appare essere ictu oculi la sua natura di elenco di iscritti ad una associazione data: nella specie la Loggia massonica P2.
A tal fine è primaria argomentazione rilevare che le liste di Castiglion Fibocchi trovano riscontro in ulteriori reperti, antecedenti o contemporanei, che accompagnano, con significative concordanze, i dati relativi.
Elementi di riscontro in ordine ai dati contenuti nelle liste sono stati infatti successivamente acquisiti dai documenti dell'archivio uruguaiano di Gelli, pervenuti alla Commissione nel corso dei lavori, comprendenti anche un duplicato (con annotazioni in lingua spagnola) della lista generale, nonché 109 fascicoli personali di altrettanti iscritti, contenenti sicure conferme documentali sull'appartenenza alla loggia. L'esistenza di un secondo archivio dell'organizzazione gelliana denuncia la non episodicità dei reperti sequestrati a Castiglion Fibocchì, e comunque denota una significativa e non improvvisata sistematicità di archiviazione.
Inoltre l'autenticità dell'elenco è comprovata dal riscontro con altri analoghi documenti ad esso anteriori. In particolare la lista con cinquecentoundici (511) nominativi di cui si compone l'elenco degli iscritti alla disciolta loggia P2 consegnato al giudice Vigna di Firenze da Gelli e Lino Salvini separatamente e con il libro matricola, che consta di cinquecentosettantatre (573) effettivi, sequestrato dalla Commissione presso la comunione di piazza del Gesù, che porta a nostra conoscenza la composizione della loggia P2 durante l'arco di tempo che corre dall'anno 1952 fino al 1970. Questi elenchi rappresentano un secondo elemento di indubbio significato perché dimostrano che la lista di Castiglion Fibocchi non costituisce un unicum, ma si pone invece come il
prodotto ultimativo di una stratificazione di documenti la cui redazione si è protratta lungo un arco di tempo più che decennale: considerazione che indebolisce significativamente la ipotesi di una artata prefabbricazione delle liste o della loro natura di documento informale e conduce anch'essa, come la precedente osservazione, ad una rassicurante valutazione in ordine alla
sistematicità dell'archiviazione dei dati al nostro studio.
Argomento, poi, che si ritiene di estremo rilievo in ordine alla natura degli elenchi, secondo quanto osservato dal Commissario Mattarella, è quello che si ricava dalle conclusioni della seconda perizia ordinata sulle liste stesse dalla Commissione, non preceduta in questi suoi riscontri da alcuna consimile attività da parte di altri organi inquirenti.
I periti, rispondendo ai quesiti loro posti, hanno specificato che le liste non sono state compilate in un unico contesto, ma risultano il frutto di successive, diverse operazioni di battitura; in particolare l'analisi peritale condotta partitamente su ogni pagina del documento dimostra che molte delle annotazioni apposte in margine ad ogni singolo nome non furono battute contestualmente al nome relativo. Questa conclusione dimostra, al di là di ogni verosimile dubbio, che le liste sequestrate erano in sostanza quello che ad un primo esame denunciano di essere: un documento nel quale veniva registrata la gestione amministrativa e contabile della loggia. Si vuole infine osservare che tali argomentazioni collimano con i risultati della prima perizia, dianzi citata, dai quali emerge che gli ultimi nominativi (di affiliati per i quali era da perfezionare l'iniziazione) vennero inseriti nelle liste poco prima della effettuazione della perquisizione, essendo i loro nominativi impressi nel nastro ancora inserito nella macchina da scrivere in uso nell'ufficio di Gelli. Si osserva da ultimo che la constatazione dei periti che alcune delle annotazioni furono riportate invece contestualmente al nome relativo, vale a indicare che gli elenchi sequestrati non costituivano l'unico documento anagrafico in uso presso la segreteria di Gelli, ponendosi piuttosto come una copia od un estratto del documento di segreteria per il quale vi era correntezza di uso da parte del personale addetto.
Le conclusioni desumibili dalle perizie sono suffragate dalla testimonianza della segretaria di Gelli, la quale, pur rendendo la non verosimile dichiarazione di ignorare il significato delle sigle contenute nel documento, ha peraltro affermato che tali annotazioni venivano da essa effettuate meccanicamente, sotto diretta dettatura del Gelli. Tale affermazione contiene dunque l'indiretta ammissione che l'elenco veniva usato per apporvi le indicazioni del caso, al momento nel quale se ne manifestava la necessità, ed è suffragata dalle annotazioni riportate in un foglio tra le quali il Gelli, sotto la voce "Memoria x Carla" ricordava tra l'altro alla segretaria di "finire gli elenchi per settori con aggiornamento".
Ultimo riscontro relativo alla rilevazione esterna del documento è quello relativo alla coincidenza tra le sigle apposte in margine ad ogni nome e le ricevute contenute negli appositi bollettari, le annotazioni del registro di contabilità, nonché i versamenti sul conto intestato a Licio Gelli presso la Banca Popolare dell'Etruria, nel senso che ogni registrazione consegnata in uno di questi
documenti risulta generalmente apposta, con la sigla relativa, sulle liste in esame, che pertanto, anche sotto questo profilo, risultano frutto di puntuali aggiornamenti contabili.
Conclusivamente i dati peritali e documentali e quello testimoniale convergono nel denunciare la rilevata natura funzionale e non meramente dimostrativa del reperto e - considerati unitamente alle argomentazioni che verranno esposte successivamente - consentono alla Commissione di affermare che le liste sequestrate a Castiglion Fibocchi sono il documento, o uno dei documenti, in uso presso la segreteria della loggia che conteneva, con adeguati aggiornamenti, la rappresentazione, nel suo dato oggettivo e personale, della organizzazione massonica denominata Loggia Propaganda 2.
Questa conclusione, relativa alla funzione del reperto sequestrato, viene dalla Commissione ritenuta di decisivo rilievo al fine della valutazione inerente alla autenticità dell'elenco considerato nella sua natura di documento che rappresentava, secondo l'espressione del Commissario Mattarella, "la vita della loggia".
Secondo la distinzione, sempre da tale Commissario argomentata, il discorso sulla autenticità delle liste precede logicamente quello relativo alla loro attendibilità, in quanto concettualmente distinguibile da esso. Una volta infatti posto l'assunto che le liste di Castiglion Fibocchi sono, come documento, direttamente riferibili in modo certo alla Loggia P2, in quanto contenenti la rappresentazione del dato personale ed anagrafico di tale organismo, il problema della attendibilità delle liste viene di conseguenza a porsi, in modo più circoscritto, nei termini seguenti: se esse siano la puntuale ed esatta configurazione della Loggia P2 o se piuttosto possano essere ritenute inesatte per eccesso o per difetto. A tal fine è necessario premettere che il discorso inerente alla attendibilità non può comunque mai essere trasformato in una argomentazione sulla esistenza o meno della Loggia P2. L'esistenza della Loggia P2 come organismo operante nei più svariati e qualificati settori della vita nazionale è infatti ampiamente documentata, oltre ogni invocabile dubbio, dal complesso della documentazione in possesso della Commissione che dimostra l'esistenza di legami tra gruppi di individui, inseriti in rilevanti posizioni, che hanno operato in sintonia di intenti e di azioni durante un ragguardevole arco temporale. Sarebbe dunque procedimento logicamente capzioso voler scindere i due dati, quello documentale e quello sostanziale, per procedere ad una analisi separata, argomentando infine da una supposta non attendibilità delle liste la non esistenza della loggia o, per contro, da una non ritenuta credibile esistenza, la falsità degli elenchi. Vero è piuttosto che procedimento logico corretto appare alla Commissione quello di considerare e valutare il dato formale e quello sostanziale congiuntamente, poiché essi concorrono entrambi, pur se partitamente analizzati per comodità espositiva, a formare base delle conclusioni alle quali pervenire. Le argomentazioni in questa sede vanno pertanto lette e considerate unitamente alla complessiva analisi delle attività della loggia e del progetto che essa si poneva, diffusamente esaminati nei due capitoli successivi.
Partendo dalla premessa esposta, e riportandosi alle conclusioni dianzi argomentate, è dato quindi ribadire che il problema dell'attendibilità degli elenchi si risolve nel più ridotto problema della loro puntuale attendibilità, e a tal fine possiamo in primo luogo sottolineare che esistono non pochi elementi o indizi di prova che militano a favore della ipotesi di un'incompletezza delle liste che, pertanto, non comprenderebbero nomi di altre persone, oltre quelle elencate, pur ugualmente affiliate alla Loggia. Gli argomenti in proposito possono essere elencati secondo l'ordine seguente:

  1. l'intervista rilasciata da Gelli al settimanale L'Espresso del 10 luglio 1976, secondo la quale l'organico della Loggia ammontava all'epoca a ben duemilaquattrocento (2.400) unità(1);
  2. l'audizione del dignitario massonico Vincenzo Valenza (27 settembre 1983), il quale, sulla base di dati desunti dalla numerazione degli iscritti, afferma recisamente che la lista è veritiera, ma incompleta;
  3. le risultanze, testimoniali e non, riferentesi a persone formalmente non iscritte negli elenchi, ma indicate come appartenenti alla P2: è il caso del generale Mino, defunto comandante generale dell'Arma dei carabinieri;
  4. la lettera del 20 marzo 1979, già citata, indirizzata da Gelli al Gran Maestro Ennio Battelli che, confermando precedenti intese intercorse con il predecessore Lino Salvini, dichiara che i nominativi di otto persone "al VERTICE del RSAA" (Cicutto, De Megni, Gamberini, Motti, Salvini, Sciubbà, Stievano, Tomaseo) non sarebbero apparsi nel piè di lista della P2 pur facendovi parte: tali nominativi non risultano invece nell'elenco di Castiglion Fibocchi;
  5. la raccomandata inviata dal generale Battelli alla scadenza del suo mandato nella quale alcune centinaia di fratelli alla memoria venivano invitati a decidere sulla loro destinazione (due dei nominativi in questione risultano essere iscritti alla Loggia P2);
  6. la lettera inviata da Licio Gelli al capogruppo Bruno Mosconi con la quale, alla richiesta di istruzioni in ordine alla nuova Gran Maestranza del generale Battelli, il Venerabile della Loggia così si esprimeva: "Per quanto riguarda il Gruppo, come ti accennai ad Incisa, l'esame dello schedario centrale non è ancora terminato e, inoltre, se non trovi alcuni degli elementi da te segnalati, è per motivi che ti spiegherò al nostro prossimo incontro durante il quale ti indicherò anche le ragioni per cui ti sono stati affidati alcuni elementi che non erano stati segnalati da te. Con l'elezione del Gran Maestro Ennio Battelli nulla è cambiato nei confronti del Grande Oriente perché nulla poteva cambiare. Perciò tutto procede come procedeva con le precorse Grandi Maestranze, anzi, meglio, perché devo dirti che l'attuale Gran Maestro ha dimostrato maggior intuito ed intelligenza degli altri, dandoci una maggior valorizzazione. Mi chiedi se abbiamo molti candidati: ti rispondo che il proselitismo che abbiamo avuto in questi ultimi tre anni è stato veramente massiccio: nel 1979 siamo arrivati ad oltre quaranta iniziazioni al mese".

I due documenti da ultimo citati pongono il problema se in via generale - e comunque in particolare nella seconda fase della Loggia P2, caratterizzata dalla totale acquisizione all'orbita di influenza gelliana - le due categorie degli affiliati alla Loggia Propaganda e degli affiliati alla memoria del Gran Maestro fossero in tutto coincidenti o meno. Il quesito, riportato al contesto dei rapporti tra Licio Gelli ed i Gran Maestri, si, risolve nell'accertare se il Grande Oriente fosse riuscito a preservare una propria quota di fratelli coperti, di fronte al potere acquisito dal Venerabile Maestro della Loggia P2. Si tratta di quesito al quale non è consentito, allo stato degli atti, dare una risposta definitiva in un senso o nell'altro, attesa la gestione tortuosa ed inaffidabile delle norme statutarie e delle procedure proprie del Grande Oriente: rimane pertanto aperta la possibilità che alcuni o tutti i nominativi ricompresi nella raccomandata del Gran Maestro Battelli fossero altresì membri della Loggia P2.
Possiamo adesso prendere in esame il secondo aspetto del problema denunciato: se cioè le liste siano da considerare non attendibili per eccesso ovvero se in esse possano considerarsi inclusi nominativi che nulla avevano a che vedere con la Loggia Propaganda.
A questo fine la Commissione ha proceduto ad un censimento di riferimenti relativi ad ogni nominativo presente nelle liste in esame, preordinato, sempre secondo l'assunto metodologico premesso, alla valutazione generale del documento complessivamente considerato.
Prendendo in primo luogo in esame i documenti contabili, la Guardia di Finanza ha effettuato uno studio analitico del conto intestato a Licio Gelli presso la Banca Popolare dell'Etruria (conto "Primavera") ed ha riscontrato che sia le ricevute che le annotazioni contenute nel libro contabilità, sequestrati in Castiglion Fibocchi, trovavano puntuale riscontro in versamenti che venivano contestualmente effettuati nel conto "Primavera", secondo una continuità temporale che va dal maggio 1977 al febbraio 1981. Questo dato consente di escludere l'ipotesi di una artata prefabbricazione della documentazione contabile (come tale eccessivamente macchinosa e non verosimile) e consente alla Commissione di rilevare che da tale contesto documentale emerge che per duecentosettantasei nominativi (276) esiste il triplice riscontro del rilascio della ricevuta, della notazione nel registro di contabilità e del versamento, alla stessa data o il giorno successivo, degli importi relativi sull'apposito conto bancario.
Il valore di questo dato deve essere posto in adeguata evidenza, poiché, se pur esso non si riferisce a tutti i nominativi compresi nell'elenco generale, per quasi un terzo di essi possiamo affermare che esiste una prova documentale inconfutabile sulla loro iscrizione alla loggia, suffragata paradossalmente dalle versioni fantasiose e palesemente non credibili che gli interessati hanno
fornito alla Commissione in sede di audizione a giustificazione di tali versamenti.
Altro riscontro di estremo rilievo è quello relativo alle prove di appartenenza provenienti dai diretti interessati, ed in specie dall'esistenza di una firma apposta in calce ad una domanda di iscrizione, anche come presentatore, ad un giuramento o ad un assegno incassato dal Gelli: tale prova è riscontrabile in duecentosessantadue (262) casi, secondo la documentazione attualmente
in possesso della Commissione.
Altro dato che si vuole sottolineare è quello relativo a trecentodieci (310) nominativi che, compresi nelle liste in esame, sono altresì presenti nelle altre liste sopraindicate (libro matricola ed elenchi consegnati ai giudici Vigna e Pappalardo): viene così suffragato il rilevante argomento della stratificazione dei documenti anagrafici della loggia, che corrisponde fedelmente alla sua accertata
operatività lungo un arco di tempo più che decennale.
Si vuole infine ricordare che dei seicentosettantuno (671) affiliati ascoltati dal magistrato, duecentotrentacinque (235) soltanto hanno negato di appartenere alla Loggia P2. La Commissione peraltro è in possesso di prove documentali (ad esempio, firme su assegni) che inducono a ritenere questa dichiarazione non vera per centosedici (116) delle situazioni indicate, ovvero per circa la metà dei casi.
I riscontri statistici accennati, che prescindono da ulteriori riscontri di tipo sostanziale, relativi ad alcune centinaia di nominativi, alcuni dei quali rientrano in più di uno dei riscontri proposti (che pertanto non sono da sommare tra loro) dimostrano che le liste si inseriscono in un corpus documentale più ampio nell'ambito del quale trovano puntuale riscontro e che sottostante ad esse è pertanto rinvenibile una griglia di riferimenti incrociati che suffragano l'attendibilità generale del documento.
Tutti i dati enunciati devono naturalmente essere poi interpretati, secondo l'assunto metodologico dianzi premesso, alla stregua del presuntivo, ma qualificante, argomento di prova costituito dal potere acquisito da Gelli nei più delicati settori ed ai più alti livelli della vita nazionale: tale acquisita influenza è indirettamente, ma univocamente, dimostrativa dell'esistenza di un esteso, autorevole e capillare apparato di persone del quale il Gelli, appunto nella sua qualità di Maestro Venerabile della loggia, poteva disporre e quindi rappresenta una obiettiva conferma della attendibilità della consistenza della Loggia P2 emergente dai documenti fin qui esaminati.
Non è azzardato, anzi, ritenere - proprio sulla base delle riferite circostanze, concomitanti all'esecuzione del sequestro, nonché di quant'altro attinente all'incompletezza della lista - che la forza e la capacità operativa della loggia, acquisite mediante la penetrazione nei più importanti settori delle istituzioni dello Stato e nei centri economici, fossero maggiori di quanto documentano
gli elenchi, i quali sarebbero quindi approssimativi per difetto rispetto all'effettiva consistenza della Loggia P2 anche per queste più generali considerazioni di merito, che si aggiungono ai riscontri obiettivi dianzi citati.
Né deve essere trascurato il rilievo che a tali conclusioni la Commissione è potuta giungere pur senza aver consultato la maggior parte dell'archivio uruguaiano di Gelli, che avrebbe fornito esaurienti riscontri e puntuali verifiche sugli organici della loggia, come è dimostrato dall'importanza e dall'affidabilità dei contenuto di quei pochi documenti dell'archivio medesimo pervenuti alla Commissione.
Si ricorda infine che lo stesso Licio Gelli ha, in un suo scritto di recente inviato alla Commissione, ribadito l'affermazione che le liste rappresentano un elenco di iscritti, di simpatizzanti e di amici. Volendo così sminuire il dato formale dell'iscrizione, affermazione alla quale peraltro la Commissione, secondo quanto sinora detto, presta credito relativo(2), il Venerabile della loggia ha confermato indirettamente la connessione di tutti coloro che appaiono nelle liste con le proprie attività. D'altro canto si può rilevare che la detta tripartizione, giudicata in tale contesto ininfluente dai Commissari Battaglia e Petruccioli, potrebbe tutt'al più condurre, secondo l'osservazione del secondo Commissario, alla conclusione di una maggiore censurabilità, dal punto di vista sostanziale, del comportamento del simpatizzante, il quale in quanto tale non potrebbe dedurre a giustificazione del proprio comportamento il motivo della errata conoscenza del fenomeno.
Il discorso sinora svolto conduce all'univoca conclusione che le liste sequestrate a Castiglion Fibocchi sono da considerare:

  1. autentiche: in quanto documento rappresentativo della organizzazione massonica denominata Loggia P2 considerata nel suo aspetto soggettivo;
  2. attendibili: in quanto, sotto il profilo dei contenuti, è dato rinvenire numerosi e concordanti riscontri relativi ai dati contenuti nel reperto.

Conclusivamente la risposta all'iniziale quesito circa la veridicità del piè di lista, di cui la Commissione doveva farsi non può che essere ampiamente affermativa, in conformità molteplici e persuasive ragioni fin qui illustrate, con la conseguenza che "la consistenza dell'associazione massonica denominata P2" - cui si riferisce la legge istitutiva - si identifica meno con il dato numerico e qualitativo del complesso iscritti.
Si deve naturalmente ribadire, a tal punto, riprendendo il discorso già accennato in apertura di capitolo, come esuli dai compiti della Commissione ogni e qualsiasi analisi di responsabilità a livello individuale, restando confinate le funzioni di una Commissione di inchiesta parlamentare all'accertamento di situazioni e responsabilità, trascendenti i singoli accertamenti di innocenza o di
colpevolezza.
Avuto riguardo infine alle competenze proprie della Commissione che la legge istitutiva finalizzata all'accertamento della consistenza della Loggia P2 ed alla valutazione del suo rilievo politico, rimane irrilevante la eventuale abusiva menzione di qualcuno che con Gelli abbia simpatizzato e non sia stato ritualmente affiliato alla loggia.
Il complesso contesto di documenti, nell'ambito del quale le liste abbiamo visto si inseriscono con puntuale riscontro, consente di affermare come il margine di dubbio è da circoscrivere a coloro che risultano menzionati nella lista e per i quali non si rinvengono ulteriori riscontri dell'appartenenza alla loggia né di attività in qualche modo riconducibili alla stessa: rilievo questo che, a prescindere dalla estrema esiguità dei casi, alla luce delle considerazioni fin qui svolte, appare sicuramente insufficiente a smentire l'attendibilità generale dell'intero compendio documentale sequestrato al Gelli, dal quale ha preso le mosse l'inchiesta parlamentare.
Dovere di questa Commissione era esprimere, in termini di ragionevole convincimento basato su prove, su concordanti elementi indiziari e sulle argomentazioni logiche che da tale quadro si possono trarre un giudizio complessivo di attendibilità, al quale la Commissione ritiene doveroso aggiungere che l'ipotesi che singoli casi possano sfuggire in via di eccezione alla affermazione di principio non può certo essere esclusa, poiché la sfortunata coincidenza di un accumularsi di indizi fuorvianti è evento astrattamente ben ipotizzabile anche se statisticamente improbabile.
Il problema della veridicità degli elenchi va tenuto distinto dal problema dell'appartenenza alla massoneria degli iscritti alla Loggia P2, e proprio equivocando sui termini di tale discorso la generalizzata linea difensiva sostenuta in sede di procedimenti disciplinari e giudiziari da parte degli affiliati è stata quello o di negare in toto ogni forma di iscrizione o di affermare che essi ritenevano di affiliarsi alla massoneria e non ad una sua loggia retta da regime particolare, in essa ricompresa.
Bisogna permettere in proposito il rilievo proposto dal Commissario Gabbuggiani relativo alla provenienza degli affiliati alla Loggia P2, che la documentazione in nostro possesso ci mostra reclutati anche presso comunioni massoniche diverse da quella di Palazzo Giustiniani. L'esistenza comprovata di logge coperte presso le famiglie di minor rilievo e la contemporanea iscrizione di alcuni soggetti presso più organizzazioni ci mostra un aspetto peculiare della Loggia P2, che veniva in un certo senso a porsi come la struttura più qualificata di questo variegato mondo sommerso. L'individuazione di questa complessa realtà complica peraltro l'analisi delle posizioni singole. Per fare chiarezza in questo discorso la Commissione ha effettuato due operazioni di sequestro di documenti, acquisendo le schede di tutti gli iscritti alle comunioni di Palazzo Giustiniani e di Piazza del Gesù. La conoscenza dei dati, sia globali, sia analitici che ne è seguita non consente peraltro di risolvere in via definitiva il complesso problema, i cui termini vanno chiariti adeguatamente sulla scorta della ricostruzione effettuata nel capitolo precedente. Si è dovuto infatti constatare che in entrambe le organizzazioni non esiste una forma di tenuta dei registri degli iscritti tale da consentire di affermare con certezza se una persona data sia o meno appartenente a quelle comunioni. Centrando il discorso sulla famiglia di Palazzo Giustiniani (ma in termini del tutto analoghi esso vale per la famiglia di Piazza del Gesù) si è riscontrato che gli iscritti venivano nominativamente classificati in appositi schedari con schede mobili non numerate in ordine progressivo, né secondo altro criterio che garantisse la non alterabilità del metodo adottato. Ad un successivo livello di analisi - e sulla scorta di informazioni pervenute in possesso della Commissione - si è appurato che agli affiliati viene attribuito al momento dell'iscrizione un numero progressivo che distingue il brevetto massonico consegnato singolarmente ad ogni iscritto. E’ questo l'unico documento, al di là anche della tessera di appartenenza, che attribuisce la qualifica di massone e che come tale viene internazionalmente riconosciuto. La Commissione avendo avuto notizia dell'esistenza di registri contenenti le varie progressioni dei numeri di brevetto, la cui esistenza è anche logicamente deducibile, ha provveduto ad una seconda ispezione che ha dato risultati non apprezzabili perché, non solo dei registri in parola è stata negata l'esistenza, ma in loro sostituzione sono stati esibiti dei bollettari relativi ad alcuni anni recenti, in serie non completa perché alcuni risultavano mancanti ed in loro vece era inserita la notazione: "consegnati alla Loggia P2".
Dalla narrativa di questi fatti emerge l'impossibilità concreta di stabilire con certezza, ai fini della nostra indagine, la consistenza della comunione massonica di Palazzo Giustiniani, nonché di avere dati certi sulle affiliazioni massoniche di molti iscritti alla Loggia P2, perché non è stata trovata in possesso di tali organizzazioni nessuna forma di documentazione certa, sulla tipologia del registro dei soci nelle società commerciali.
Al fine di mettere ordine nella materia, la Commissione ritiene di osservare quanto segue.
Premesso che comunque i fratelli coperti affiliati "sul filo della spada" non venivano inseriti nei registri ordinari degli affiliati si può comunque identificare un primo consistente gruppo di iscritti (175) alla Loggia P2 per i quali siamo in possesso di dati che confermano l'iscrizione alla massoneria, al di là delle dichiarazioni degli interessati. Per i restanti nominativi non si è in grado di confermare se l'affiliazione alla Loggia P2 avvenne direttamente presso Gelli, con eventuale successiva trasmissione dei dati al Grande Oriente, o in alternativa si trattò di affiliazioni alla comunione trasmesse poi alla Loggia P2.
Il problema non è nel suo significato reale una questione di ordine meramente anagrafico, poiché si inserisce nel contrasto che, come sappiamo, ha contrassegnato i rapporti tra Licio Gelli ed i Gran Maestri sino al definitivo impossessamento della Loggia P2 da parte del suo Venerabile Maestro ed alla sua attività di affiliazione diretta, materialmente officiata dal Gamberini, che aveva come punto di riferimento i recapiti romani della sede di Via Condotti e dell'Hotel Excelsior; questa attività era resa possibile dalla consegna di tessere in bianco da parte dei Gran Maestri, che rappresentava una forma di delega incontrollata, segno della loro resa al potere gelliano. Questa situazione, di indubbio riscontro nella nostra ricostruzione, ribalta i termini del problema perché è certo che, nella seconda fase della Loggia P2, coloro che si accostavano a Gelli erano mossi dall'intento di aderire ad una organizzazione la cui presenza era certo meno ignorata in ambienti qualificati, di quanto lo fosse presso il grosso pubblico; un'organizzazione che - per l'indipendenza che si era acquistata nell'ambito di una comunione che le prestava ormai solo formale copertura - esentava l'affiliato dall'osservanza di rituali ed adempimenti di indubbio impaccio per l'iniziando mosso da più terrestri motivazioni. Appare di palese evidenza infatti che la pratica inesistenza di attività massonica di ordine rituale nell'ambito della Loggia P2, non poteva che chiarire agli affiliati oltre ogni dubbio che l'iscrizione veniva effettuata presso un organismo di natura affatto
particolare quale la loggia P2. Vero è quindi che la eventuale non formalizzazione dell'iscrizione avvenuta presso la segreteria del Grande Oriente era, dal punto di vista degli affiliati ininfluente, attenendo essa ai rapporti interni tra la loggia e l'organismo di cui essa era emanazione.
Rimane da ultimo da ricordare che alcuni iscritti alla Loggia P2, per i quali sono state rinvenute le schede di appartenenza alla massoneria, recano poi l'indicazione anagrafica di essere usciti dall'organizzazione per passare ad altra loggia. La Commissione in proposito rileva che sono stati rinvenuti pie’ di lista di logge coperte (Emulation, Zamboni De Rolandis) alle quali appartenevano
"fratelli" affiliati peraltro contemporaneamente alla Loggia P2; e del resto il principio della doppia appartenenza appare sanzionato dalle Costituzioni massoniche (art.15). Queste considerazioni, unitamente alle perplessità più volte espresse sulla regolarità della tenuta dei registri e della gestione delle procedure, non consente pertanto di dare pieno e definitivo affidamento a queste registrazioni e non esclude che elementi che appaiono in transito nella Loggia P2 fossero in realtà rimasti nell'ambito dell'organizzazione realizzando, attraverso l'exeat ad altra loggia, una forma ulteriore di copertura della loro appartenenza.
La Commissione ritiene in proposito di rilevare che la disinvoltura con la quale la massoneria di Palazzo Giustiniani ha gestito la propria segreteria ha finito per risolversi in un sostanziale danno per gli affiliati, concretando in tal modo un lampante esempio di come la salvaguardia della sfera dei diritti dei singoli vada ricercata, con primaria considerazione, nella trasparenza di ogni forma di vita associativa.

NOTE:

  1. L'affermazione non manca di provocare richieste di delucidazione in sede di Giunta esecutiva del Grande Oriente.
    Dal verbale, acquisito dalla Commissione, risulta che il Salvini ed il Mennini affermarono che il testo da loro visionato
    era diverso da quello pubblicato; assicurarono inoltre che il "fratello" Gelli, per l'inesattezza del testo pubblicato, aveva
    sporto querela contro il settimanale. Da riscontri effettuati presso il Tribunale risulta per contro che tale querela non
    venne mai presentata.
  2. Vedi le pagine sui rapporti tra il Grande Oriente e la loggia.

LA STRUTTURA ASSOCIATIVA DELLA LOGGIA P2

Il complesso di documentazione pervenuto alla Commissione consente di formare un quadro sufficientemente preciso in ordine alle strutture organizzative della Loggia P2.
Il primo dato che emerge a tal fine dai documenti è l'assenza di quel fondamentale momento di vita associativa costituito dall'assemblea degli aderenti all'organizzazione, dalla riunione cioè nella quale i soci dibattono i problemi dell'associazione, tirano i consuntivi dell'attività svolta, programmano la vita futura ed infine procedono alla elezione delle cariche sociali. In una associazione regolarmente costituita e fisiologicamente funzionante, questa complessa attività interviene secondo scadenze prefissate in astratto, sulle quali il vertice non può influire ad arbitrio, ed è sottratta altresì ad un eventuale potere derogatorio dei soci, promanando dallo statuto sociale.
Nulla di tutto questo è dato riscontrare nella Loggia P2. I documenti al nostro studio, non abbondanti ma esaurienti ai nostri fini, e le testimonianze raccolte consentono di affermare che non solo una consimile attività collegiale non ha mai avuto luogo, sia pure in modo episodico, ma che di essa non si è nemmeno mai prospettata l'esigenza o quanto meno contestata la mancanza.
Questa incontrovertibile constatazione può condurre a due diverse soluzioni: ritenere non qualificabile la Loggia P2 come associazione o per converso riconoscerle natura associativa, tale peraltro da essere confinata nella patologia di tale forma di vita di relazione.
La Commissione considera che questa sia la soluzione da accogliere, per una serie di ragioni che possiamo elencare secondo l’ordine seguente.
E’ in primo luogo accertato che la Loggia P2 conosceva momenti assembleari di parziale portata. Sono infatti in possesso della Commissione documenti che testimoniano di riunioni di gruppi di affiliati che per altro non avvenivano secondo una calendarizzazione prefissata, caratteristica tra l'altro di tutte le logge massoniche, quanto piuttosto per impulso episodico del vertice dell'organismo. In secondo luogo è dato di sicuro riscontro la presenza di strutture stabili che garantivano la funzionalità dell'organizzazione in quanto tale, assicurando i contatti tra settori di soci variamente identificati: sono questi i diciassette gruppi costituiti nella seconda fase, ai quali si aggiungeva il gruppo centrale guidato da Gelli. Sotto il profilo strutturale è altresì da rilevare che l'organizzazione aveva un vertice, ovvero un capo riconosciuto come tale dagli affiliati e che questo vertice, modellato secondo una tipologia strettamente personalizzata andava individuato nella figura di Licio Gelli, poiché i riferimenti ad un vertice più allargato, che viene indicato come direttorio, non trovano pratica attuazione secondo i documenti in nostro possesso. Terzo rilievo è che appare acclarato come una conoscenza interpersonale tra i soci, in quanto tali, fosse certamente garantita dalle riunioni di gruppo: è pacifico cioè che gli affiliati entravano in contatto con altri affiliati, riconoscendosi reciprocamente tale qualifica. Il quarto argomento è relativo all'esistenza di un indubbio momento qualificato, particolarmente solennizzato nella iniziazione, attraverso il quale l'affiliato riconosceva di aderire alla associazione accettandola in quanto tale. Va da ultimo sottolineato, con riferimento alla sede, come dato certo, che la loggia in quanto tale ha usufruito sempre di un punto di riferimento stabile in modo continuativo (Via Lucullo, Via Cosenza, Via Condotti, Via Vico, Via Romagnosi). Per altro a tale sede può farsi riferimento nell'ultima fase, solo per la sessantina di iscritti che figurano nel pie’ di lista ufficiale. E’ certo infatti che durante questo periodo, quello di maggior significato e di più grande sviluppo, la gestione amministrativa e contabile venne a trovare il suo punto di riferimento presso la segreteria personale del Gelli, negli uffici personali di Castiglion Fibocchi, mentre il vero centro di attività del Venerabile e della loggia andava localizzato nella suite da questi occupata presso l'Hotel Excelsior, meta assidua di pellegrinaggi di affiliati (e non) secondo le concordi testimonianze. Questa duplice localizzazione della reale sede della loggia ben rappresenta il rapporto di totale predominio che Gelli aveva infine raggiunto nella Loggia Propaganda, anche nei confronti della comunione di Palazzo Giustiniani.
Gli argomenti che abbiamo esposti ci consentono di affermare non solo che la Loggia P2 era oggettivamente costituita come struttura associativa ma che, in quanto tale, essa era soggettivamente considerata dagli aderenti.
Il successivo passaggio è pertanto quello di stabilire secondo quali modalità questa associazione si organizzava relativamente alle peculiarità del tutto singolari del suo concreto operare e delle sue finalità, quali ci vengono mostrate dai documenti.
Riprendendo gli argomenti sopra esposti ci è dato osservare che una connotazione ad essi comune è la settorializzazione dei rapporti tra gli affiliati: non è tanto cioè che manchino del tutto strutture e modelli propri di una associazione normalmente funzionante ad assumere rilievo, quanto piuttosto che essi sono presenti in forme che tendono ad escludere la circolarità delle relazioni intersociali. Così manca l'assemblea generale, ma esistono assemblee di gruppo; così pure è assicurata la conoscenza personale tra gli affiliati, ma è negato al socio il possesso del dato conoscitivo relativo alla totalità degli altri associati: altro elemento questo, si noti, assolutamente caratterizzante una associazione di tipo regolare. Questi rilievi ci consentono di osservare come la prima manifestazione della patologia associativa della Loggia P2 risieda nella sua struttura, modellata al fine di realizzare una sostanziale parcellizzazione della vita sociale e dei rapporti tra i soci(1).
Tale assunto ci consente di pervenire all'acquisizione di un ulteriore risultato interpretativo di estremo interesse. Non è chi non veda che una struttura parametrata al modello descritto può avere possibilità di concreto funzionamento solo postulando una direzione di vertici che, superando la parzialità delle relazioni sociali ed in sé assumendole, consenta all'organizzazione di estrinsecare i propri contenuti. L'assenza infatti di un fondamentale momento di vita associativa quale l'assemblea, comporta di necessità l'esistenza di un modello funzionale nel quale il vertice provveda a quanto non realizzato dalla base: determinare, cioè, le linee generali di azione della organizzazione.
Tale modello era per l'appunto quello della Loggia P2 nella quale il Venerabile Maestro assumeva configurazione di dominus assoluto dell'associazione, non trovando di fronte a sé alcuna forma dì espressione consorziata della volontà degli affiliati. Come tale Licio Gelli non ripeteva la sua posizione da procedimenti elettivi, dei quali non si ha traccia alcuna, mentre per converso ci è noto che il Salvini ne decretò, su impulso del Gamberini, l'elevazione al rango di Maestro Venerabile rigidamente elettiva secondo gli statuti massonici.
Lo schema di funzionamento sociale, che abbiamo individuato ci consente di affermare che la Loggia P2 si pone come una associazione di assetto piramidale caratterizzato dall'assenza o dall'estrema labilità dei rapporti orizzontali tra i soci. Ad essa corrisponde l'individuazione, estremamente significativa, di una serie di rapporti verticali instaurati tra la base ed il vertice, tra gli affiliati ed il Gran Maestro, ampiamente documentati, in univoco senso, alla documentazione epistolare e dai riscontri testimoniali.
Questo modello funzionale era del resto esplicitamente portato a conoscenza degli affiliati, secondo quanto si ricava da una lettera circolare dal Gelli inviata ai nuovi iscritti, nella quale è dato leggere: "Colgo l'occasione per ricordarti che per qualsiasi tua necessità dovrai metterti sempre in contatto diretto con me e che nessuno che non sia stato da me esplicitamente autorizzato – della qualcosa ti darò preventiva comunicazione - potrà venire ad importunarti: qualora si dovesse verificare la deprecabile ipotesi che del resto è assai remota, per non dire impossibile - di un tentativo di avvicinamento da parte di persona che si presenti a te facendo il mio nome, sarei grato se tu respingessi decisamente il visitatore e mi dessi immediata notizia dell'accaduto".
Il testo citato offre alla nostra attenzione un duplice dato conoscitivo, perché, oltre alla puntuale descrizione della situazione di verticalizzazione dei rapporti sociali individuata come caratteristica strutturale della Loggia P2, ci conduce alla prospettazione in termini conclusivi del problema della segretezza dell'organizzazione.
La ricostruzione proposta della storia della loggia nell'ambito del Grande Oriente ci ha consentito di affermare che, attraverso il processo di ristrutturazione che intervenne a partire dalla Gran Loggia di Napoli del 1974, la Loggia P2 venne a porsi in una condizione di segretezza non più assimilabile alla riservatezza propria della tradizione massonica e tale da consentirci di definire
l'organizzazione come contrassegnata da una connotazione oggettiva, ovvero strutturale, di segretezza. Quando adesso si considerino le raccomandazioni agli iscritti contenute nella circolare riportata ci si avvede che in seconda analisi esse altro non sono che una modalità attuativa della segretezza della loggia, riportata all'estrinsecarsi delle relazioni sociali. La segretezza della loggia vale cioè non solo nei confronti dell'esterno, ma permea essa stessa la vita dell'associazione, trovando nella figura del Maestro Venerabile l'elemento esclusivo di contatto tra gli affiliati ovvero l'arbitro ultimo delle relazioni sociali e della loro stessa riconoscibilità nell'ambito della organizzazione.
Quanto all'esterno dell'organizzazione, nei confronti del mondo "profano", la segretezza veniva sanzionata da un documento che fissava le regole di comportamento dei soci. In questo singolare testo, intitolato "Sintesi delle norme", è dato leggere che l'affiliato deve evitare di cadere in situazioni che possano condurlo ad "infrangere - anche se involontariamente - la dura regola del silenzio". Una regola, questa, che l'affiliato accettava sin dal momento del suo ingresso nella loggia, quando, prestando giuramento, si impegnava a non rivelare i segreti dell'iniziazione muratoria.
I riferimenti documentali riportati, richiamati dal Commissario Bellocchio, ci consentono pertanto di affermare conclusivamente, completando il discorso impostato nel primo capitolo, che non solo la Loggia P2 era organizzazione oggettivamente strutturata come segreta, ma che essa, come tale, era soggettivamente riconosciuta ed accettata dagli iscritti.
Dopo aver studiato la struttura dell'associazione, vediamo adesso come essa si ponesse in relazione al perseguimento dei fini associativi, nonché quali fossero la compartecipazione programmatica e la conoscenza reale dei soci in ordine agli scopi ultimi dell'organizzazione alla quale avevano scelto di aderire.
Anticipando qui argomenti e conclusioni che costituiscono lo sviluppo successivo del presente lavoro, possiamo affermare che la Loggia P2 si delinea nettamente alla nostra attenzione come una complessa struttura dedita ad attività di indebita, se non illecita, pressione ed ingerenza sui più delicati ed importanti settori, ai fini sia di arricchimento personale, sia di incremento di potere, tanto personale quanto della loggia(2).
Questa ramificata azione, perturbatrice dell'ordinato svolgimento delle istituzioni e degli apparati, interessava i campi più svariati della vita nazionale: dalla politica all'economia, dall'editoria ai ministeri.
Questa enunciazione consente alla Commissione di affermare, con riferimento alla finalità immediata della Loggia P2, che essa era come tale non solo conosciuta dagli aderenti, ma si poneva come motivo primo della loro adesione alla associazione. Entrare a farvi parte, infatti, altro non denunciava se non la dichiarata e consapevole volontà di concorrere a tale azione perturbatrice per la parte di rispettiva competenza, ad essa apportando il patrimonio personale della propria capacità professionale, delle proprie relazioni e delle influenze esercitabili. In questa prospettiva possiamo affermare che la finalità immediata della Loggia P2 era, come tale, in pari modo conosciuta da tutti i membri dell'associazione e da tutti, con pari impegno, perseguita, le differenze riscontrabili, rispetto a tale fine concreto, avendo ragione di essere solo per il diverso ruolo da essi membri ricoperto nella società civile.
Possiamo osservare da ultimo che l'identificazione della ragione associativa con questa finalità immediata altro non costituisce se non lo sviluppo del tradizionale concetto di solidarietà massonica, che il Gelli, dando notizia agli iscritti della costituzione dei gruppi, così efficacemente individuava: "...solidarietà che, come sai, rappresenta il trave maestro della nostra Istituzione...".
Notiamo allora che lo specifico apporto gelliano, nel consolidato quadro di vita massonica, risiede nello sviluppo, sino alle estreme conseguenze, di fenomeni prima di lui esistenti: come dalla riservatezza si passa per gradi alla definitiva segretezza, con un compiuto salto di qualità, così dalla tradizionale solidarietà, funzionale ad operazioni di piccolo cabotaggio, si arriva alla dimensione affatto nuova di una operazione generalizzata di interferenza nella vita del Paese. E’ facile allora osservare come i due fenomeni, secondo quanto ci mostra lo studio della vicenda della loggia, corrano in parallelo secondo un legame di intrinseca reciprocità, il primo essendo funzionale alla ambizione di propositi del secondo.
Accanto, o meglio oltre, questo fine immediato la Loggia P2 si poneva un fine mediato o ultimo al quale il primo era subordinato, e che verrà analizzato e studiato nel capitolo concernente il progetto politico della Loggia Propaganda: possiamo già dire, in tale sede, che il fine ultimo della organizzazione risiedeva nel condizionamento politico del sistema.
Il problema che ci poniamo è quello di rilevare quale reale conoscenza vi fosse presso gli affiliati in ordine a tale ultimo fine della Loggia P2, se e con quale grado di intensità fosse in loro presente la percezione che il concorso complessivo delle loro azioni, unificate dal vincolo associativo della loggia, tendeva al perseguimento del fine politico indicato: se cioè essi fossero avvertiti della subordinazione del fine immediato, da tutti condiviso, al fine ultimo della Loggia P2.
Dall'esame degli atti e della documentazione in nostro possesso non risulta che il concorso della solidarietà tra affiliati pervenisse al riconoscimento esplicito di questo collegamento; questa finalità ultima, peraltro, secondo l'ampia analisi che svolgeremo in seguito, costituisce la connotazione generale del fenomeno piduista, più che come professata dichiarazione intenzionale, in termini di
implicita, sottesa direzione delle azioni della loggia e dei suoi aderenti. A riprova di quanto affermato notiamo che il piano di rinascita democratica, del quale si farà analisi particolareggiata, delinea lucidamente tale strategia, ma ad essa non fa mai esplicito riferimento, come del resto è lecito attendersi attesa la gravità dell'obiettivo.
Tale premessa ci consente di affermare in via induttiva, ma con verosimiglianza di risultato, che la consapevolezza del fine ultimo della loggia non poteva che essere graduata a seconda del ruolo rivestito dagli affiliati e - trattandosi di finalità squisitamente "profana", per restare nella terminologia - non poteva che assumere a metro di paragone il loro ruolo "profano", ovvero gli incarichi e le funzioni da essi ricoperti nella società. In via esemplificativa ci sembra di poter evidenziare che, rispetto a tale ultimo fine, il coinvolgimento del direttore dei Servizi segreti fosse ben diverso da quello di un ufficiale subalterno.
Di pari evidenza risulta che, per quanto invece attiene al fine immediato dell'organizzazione, diversa era la conoscenza delle attività della loggia a seconda dei settori di appartenenza; talché, tenendo anche conto del grado di espansione delle attività, quanto avveniva nel settore editoria coinvolgeva certamente gli appartenenti del gruppo Rizzoli, ma non in pari misura, ad esempio, gli esponenti di vertice del mondo militare i quali, pur essendo a conoscenza della penetrazione nel settore, ricorrevano alla intermediazione del Gelli per i contatti reciproci, secondo quanto dimostrano vari episodi di ingerenza nel Corriere della Sera, gestiti, verosimilmente, dal Trecca.
Possiamo allora concludere che a livello di fini dell'associazione, immediati o ultimi che siano, si riscontra lo stesso fenomeno di parcellizzazione tra i soci rilevato a livello strutturale; conclusione questa che, per la convergenza dei risultati interpretativi, non solo arricchisce il nostro patrimonio conoscitivo, ma attribuisce connotazioni di verosimile attendibilità alla ricostruzione proposta.
Rimane da ultimo da precisare che il modello organizzativo studiato, anche a livello di finalità dell'associazione, presupponeva che il possesso completo della loro conoscenza risalisse soprattutto alla figura che vi fa capo e quindi al Venerabile Maestro, la cui infaticabile attività è testimoniata da tutte le fonti e che risulta ben spiegabile in un contesto associativo così organizzato. La Loggia P2 ci appare allora, in tutta la sua funzionale essenzialità, patologica, certo, rispetto ai modelli normali di associazione, ma assolutamente idonea quale strumento destinato alla gestione di una generale operazione di inserimento nel sistema a fini di condizionamento e controllo. Il modello assunto è stato definito "per cerchi concentrici" dall'onorevole Rognoni e tale espressione ben rappresenta la settorialità di strutture e di relazioni sociali proprie dell'organizzazione.
Non è infine chi non veda come questa tipologia associativa, pur patologica, non sia peraltro del tutto nuova. Il Procuratore generale della Repubblica, nei motivi di appello avverso la sentenza del Giudice istruttore del tribunale di Roma, ha infatti affermato, con riferimento al problema di segretezza, che "sembra quasi di vedere enunciate, per tabulas, le regole del silenzio, omertà e sicurezza a cui si dovevano attenere gli appartenenti ad organizzazioni terroristiche o mafiose o camorristiche".
Analogo riferimento è proposto dalla sentenza del Consiglio Superiore della magistratura. Questi rilievi possono essere allargati ad un più generale contesto interpretativo, poiché ci è dato osservare che da tali organizzazioni, che si muovono nell'illegalitàin forma organizzata, la Loggia P2 mutua quella frammentazione dei rapporti sociali e quella non conoscibilità, nei gradi intermedi, dei fini ultimi dell'organizzazione, che la stessa non liceità di tali fini rende indispensabili connotati strutturali.

NOTE:

  1. "Sintesi delle norme": "Per una maggiore e più assoluta sicurezza non sarà mai indicato il numero degli iscritti che
    prestino servizio nello stesso ente, organismo o amministrazione... tutt'al più l'elemento preposto a quel determinato
    ente dovrà venire a conoscere i nominativi di circa un cinque per cento degli iscritti a lui sottoposti".
  2. v. "Sintesi delle norme": "...tra i compiti principali dell'ente vi sono sia quello di adoperarsi per far acquisire agli
    amici un grado sempre maggiore di autorevolezza e di potere perché, quanta più forza ognuno di essi potrà avere,
    tanto maggior potenza ne verrà all'organizzazione stessa, intesa nella sua interezza, sia quello di elargire ai
    componenti la massima assistenza possibile".

LA POSIZIONE PERSONALE DEGLI ISCRITTI

L'analisi della struttura associativa che abbiamo sviluppato ci consente di affrontare il problema delle responsabilità degli affiliati in termini corretti, evitando di dare adito a controproducenti polemiche. Partendo infatti dalla distinzione tra fine immediato e fine ultimo della loggia ci sembra naturale concludere che tutti gli affiliati erano responsabili di appartenere ad una associazione che aveva il fine evidente di interagire nella vita del paese in modo surrettizio.
Rispetto al fine ultimo invece, cui tale inquinamento era diretto, si può affermare che la media degli affiliati ne era sostanzialmente non avvertita, per lo meno quanto alla sua concreta effettiva natura di pericolo grave per la società civile. Questa generale esenzione non va peraltro estesa a tutti coloro per i quali è lecito presumere che l'elevato incarico ricoperto (pubblico o privato che fosse), ovvero la natura delicata delle funzioni svolte non consentono errori di valutazione così macroscopici o compromissioni di sorta nell'adempimento del proprio dovere.
Proseguendo nell'analisi del problema va ricordato che, in sede di procedimento disciplinare, alcuni ufficiali hanno addotto a giustificazione della loro adesione l'invito loro rivolto da ufficiali gerarchicamente sopraordinati, i quali avrebbero fatto intendere, più o meno velatamente, che l'ingresso nell'organizzazione costituiva passaggio obbligato per lo sviluppo della carriera. Se è di palese evidenza che un simile comportamento costituisce una aggravante per coloro che hanno esercitato simili forme di pressione, lo spunto in esame si offre ad alcune considerazioni di più ampio respiro.
Il modulo di domanda per l'affiliazione alla Loggia P2 conteneva, oltre alle richieste di informazione che è dato attendersi in consimili occasioni, un'illuminante postilla: "...eventuali ingiustizie subite nel corso della carriera: ...; ...danno conseguente: ... ; ... persone, istituzioni od ambienti a cui si ritiene possano essere attribuiti: ...".
Questi dati ci pongono di fronte all'esemplificazione palese del viziato rapporto associativo che sottostava a questo organismo, al malsano intreccio di interessi che sin dal primo momento il Venerabile Licio Gelli proponeva e gli affiliati accettavano, quale base della mutua collaborazione futura. La sottoscrizione di questa domanda suona a disdoro per tutti coloro che vi hanno apposto la loro firma, perché essi hanno così denunciato la loro sfiducia nell'ordinamento quale fonte di tutela e garanzia dell'individuo, affidandosi a tal fine ad una organizzazione parallela e clandestina.
Soccorre qui naturale il richiamo alle organizzazioni mafiose, già proposto, e alla loro collaudata tecnica di porsi allo stesso tempo come fonte di illegalità e di protezione contro l'illegalità da esse stesse creata, che costituisce il cardine di una sostanziale operazione tentata di avocazione di poteri statuali, nella quale va individuata la maggior ragione di pericolo di tali forme associative
per la collettività. Analogamente la Loggia P2 sperimentava nei confronti di coloro che venivano individuati come elementi utili per l'organizzazione, quando recalcitranti, forme di pressione delle quali sono testimonianza, ad esempio, l'esperienza dell'onorevole Cicchitto, che ha denunciato di essersi iscritto dopo una persistente opera di pressione intimidatoria e le denunce degli ufficiali
subalterni, sopra ricordate.
La valutazione della responsabilità degli iscritti va poi riportata, secondo quanto ha osservato il Commissario Battaglia, al momento di appartenenza alla Loggia P2, distinguendo tra coloro che ad essa appartenevano prima dell'ingresso di Licio Gelli nell'organizzazione e coloro che ad essa hanno aderito durante il periodo della gestione gelliana, con particolare riferimento alla seconda fase caratterizzata dalla sostanziale emancipazione dalle strutture massoniche che funzionavano oramai da semplice copertura formale.
Contrariamente a quanto sostenuto dagli iscritti in sede di esami testimoniali, lo studio delle vicende del rapporto tra la loggia e le istituzioni massoniche che ad essa avevano dato vita, consente di affermare che chi si affiliava alla Loggia P2 intendeva, soprattutto nel secondo periodo di sviluppo, accedere piuttosto che alla massoneria, per l'appunto all'organizzazione guidata da Licio Gelli.
In questo senso, come abbiamo affermato che Gelli era un massone atipico, così è dato osservare che gli affiliati alla Loggia P2 sono anch'essi massoni atipici tra i quali è dato distinguere una varia articolazione di individui che va da veri e propri massoni ovvero da coloro che accedevano alla massoneria, accettandone per altro le peculiarità organizzative della copertura - ed erano questi coloro che appartengono alla loggia prima dell'arrivo di Licio Gelli – a coloro che entrano nella Loggia P2 sotto l’egida della gestione gelliana e che hanno un rapporto con l'istituzione massonica via via più labile, secondo la rilevata progressiva emancipazione della loggia.
Questa valutazione, che ci si ritiene in dovere di fornire sul comportamento degli iscritti, attiene alla valutazione politica, propria come tale della Commissione ed alla quale la Commissione è doverosamente tenuta, ed in nulla interferisce sulle deliberazioni che verranno prese in proposito dai tribunali civili e militari, i quali sono tenuti, nella loro sovrana prerogativa giudiziaria, ad assumere criteri di giudizio di diversa natura e di diverse conseguenze.
La Commissione, giunta al termine dei suoi lavori, ritiene per altro doveroso affermare, con riferimento all'elemento della posizione personale degli iscritti, che non ci si può sottrarre all'impressione, ricavabile soprattutto dal contesto delle audizioni effettuate, che l'elemento della scarsa affidabilità e la approssimativa deontologia di comportamento di molti affiliati abbiano giocato un ruolo determinante nella creazione del sistema di potere gelliano. In questo senso la storia della Loggia P2 è una storia di uomini sbagliati - una categoria del costume l'ha definita il Commissario Mora – di uomini che non hanno risposto alla fiducia che in loro veniva riposta dalla società. Durante le audizioni la Commissione ha riscontrato atteggiamenti negatori che contestavano emergenze istruttorie suffragate prima ancora che da innegabili riscontri documentali, dalla logica stessa dei fatti ed ha potuto constatare che tale atteggiamento accomunava, con sorprendente identità di tecniche e di forme, uomini che avrebbero dovuto apparire del tutto diversi tra loro per rango occupato nella società. Questo comune porsi di fronte alla Commissione in posizioni di palese reticenza è del resto, vada detto in loro danno, ulteriore conferma dell'ampiezza del fenomeno e della sua eccezionale gravità.
Una precisazione finale è d'obbligo: la peculiarità della struttura associativa e organizzativa della Loggia P2 e la distinzione sulla consapevolezza dei fini - immediati e ultimi - enunciata, comportano la ricostruzione di un modello funzionale che non consente di ritenere ciascun componente partecipe e responsabile di tutte le attività della loggia. Se è vero, infatti, da un lato, che la compromissione degli affiliati con un organismo di accertata illecita natura è complessivamente certa, vero è anche, dall'altro, che tale compromissione varia tra il minimo della consapevolezza del fine immediato (propria della media di base) ed il massimo della programmazione del fine ultimo eversivo, propria dei vertici.
Di più: il tipo di organizzazione per settori verticali, operanti il più delle volte con il sistema dei compartimenti stagni propri della Loggia P2, fa sì che l'attribuzione alla loggia di determinate attività debba intendersi riferita non già all'intera associazione, sibbene solo al settore competente nella relativa materia (così come, ad esempio, editoria, magistratura, commercio con l'estero, forze
armate, eccetera).
In definitiva e per concludere, ogniqualvolta si voglia risalire a responsabilità personali per attività imputabili alla loggia, occorrerà procedere innanzitutto alla individuazione del "settore" dell'organizzazione competente per materia e quindi all'individuazione dei singoli affiliati che di quel settore facevano parte.


Segue

Torna alla pagina principale