FISICA/MENTE

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI ASSISE DI ROMA
(1 dicembre 1994)

 

SENTENZA DEL PROCESSO
"MORO QUATER"

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INDICE


- Gli imputati
- Svolgimento del processo
- Motivi della decisione
- Dibattimento del processo
- Dispositivo


Presidente: Dott. Severino SANTIAPICHI;
Giudice: Dott. Fernando ATTOLICO;
Pubblico Ministero: Dott. Antonio MARINI;
Segretario: Celsa NEGRINI.

Giudici popolari:
Sig. Sig. Armando TIPA';
Sig. Vito DI NITTO;
Sig. Luigi ARTEBANI;
S.ra Margherita RINALDUZZI;
S.ra Maria FACCIOLA';
S.ra Irma DE ANGELIS.


Di tutto quanto precede sono riuscito a recuperare le pagine che seguono. Continuerò a cercare ed a integrare. Chiunque disponesse delle pagine mancanti è pregato di farmelo sapere.


 

 

NOTA INTRODUTTIVA

 

La sentenza istruttoria del giudice Priore per il processo Moro quater viene depositata il 20 agosto 1990. Priore ricostruisce l'intera storia dei cinquantacinque giorni per mostrare quanto poco fosse ormai fuori dalla conoscenza generale acquisita e, in un certo senso, per confrontarsi, dissipandole, con le allusioni ai 'misteri' e ai 'complotti' che intanto da allora continuavano a proliferare. Tra questi, il percorso compiuto per giungere a via Cateani la mattina del 9 maggio 1978, le responsabilita' di Casimirri e Lojacono, il numero e il ruolo dei brigatisti a via Montalcini, e se via Montalcini fosse stato l'unico luogo dove venne tenuto prigioniero l'onorevole Moro. Infine, quali fossero davvero state le 'interferenze' della loggia P2 nella gestione della crisi e nel determinarne quell'esito; su quest'ultimo punto, le conclusioni di Priore non si discostano significativamente da quelle a cui giunge la Commissione parlamentare 'Anselmi'.
Il 9 ottobre 1990, durante dei lavori di ristrutturazione interna, viene scoperto il nascondiglio brigatista nell'appartamento di via Monte Nevoso a Milano. Denaro, proiettili, armi e un'enorme quantita' di fotocopie, fogli, dattiloscritti: e' il cosiddetto 'memoriale Moro'. L'impressione e' enorme, il carteggio viene pubblicato quasi integralmente, si riaprono interrogativi e dubbi caratterizzati ancora da un'ossessione dietrologica.
Un anno dopo la Corte d'Assise di Roma, presieduta dal giudice Santiapichi, inizia l'ennesimo processo in un'aula semideserta e con scarsa attenzione da parte dell'opinione pubblica. Dopo la pausa festiva di fine anno, la Corte torna a riunirsi il 23 gennaio 1992. Intanto sui quotidiani filtrano notizie a proposito di una nuova indagine giudiziaria, centrata in particolare sul 'quarto uomo' in via Montalcini, che sara' la specifica materia di un nuovo processo, il quinquies.
Ma altri e piu' importanti fatti accadono intersecandosi con il processo guidato da Santiapichi. Anzitutto il pool di giudici di Milano mette in cantiere quell'insieme di indagini, interrogatori e rivelazioni che andra' sotto il nome di 'Tangentopoli' e che assestera' un colpo mortale alla partitocrazia italiana. E i magistrati di Palermo, indagando sui delitti di Cosa Nostra, spiccheranno nel marzo 1993 un avviso di garanzia nei confronti di Andreotti, sulla base delle dichiarazioni di pentiti di mafia che lo associano ad attivita' delittuose. In particolare, Marino Mannoia e Tommaso Buscetta accostano la mafia al caso Moro, e Andreotti all'omicidio Pecorelli attraverso delle carte che avrebbe posseduto il generale dalla Chiesa, tratte appunto dal 'memoriale' di Moro.
Nell'ottobre 1993 una perizia balistica rimetteva in discussione la ricostruzione dell'agguato di via Fani fatta da Morucci, trovando non convincente la dinamica e per il numero dei componenti il commando e per la quantita' di  armi usate. Morucci tornava a testimoniare e a spiegare. In quello stesso periodo due fatti trovano spazio sui giornali: la presenza di un uomo della 'ngrangheta calabrese nell'agguato di via Fani, ipotizzata da un pentito, e che rilanciava le suggestioni complottarde sulle infiltrazioni e sulla strumentalizzazione delle Brigate Rosse; e la dichiarazione di Adriana Faranda sull'identita' del 'quarto uomo' in via Montalcini, Germano Maccari.
Ancora, il quotidiano "il manifesto" pubblicava un estratto della lunga intervista che Carla Mosca e Rossana Rossanda avevano fatto a Mario Moretti. Moretti ricostruiva via Fani, non discostandosi sostanzialmente dalla deposizione di Morucci, insisteva sulla totale indipendenza delle Brigate Rosse, ammetteva l'esistenza di un 'quarto uomo' che pero' considerava irrilevante ai fini della conoscenza storica degli accadimenti, e si assumeva ogni responsabilita' personale nell'uccisione di Moro, smentendo quanto fino a quel momento si era supposto, ovvero che fosse stato Gallinari l'esecutore.
Alla fine di novembre, Anna Laura Braghetti e Barbara Balzerani testimoniano al processo Moro quater. L'una e l'altra deposizione acquistano rilevanza, rispettivamente, riguardo la conoscenza dei cinquantacinque giorni a via Montalcini e la definitiva conferma che quello sia stato l'unico luogo dove Moro fu prigioniero, e per il periodo precedente il sequestro oltre che per via Fani stessa.
Dopo sospensioni e lentezze, il processo si conclude il 1 dicembre 1994. Esso acquisisce definitivamente i ruoli di Casimirri, Lojacono e Algranati la mattina del 16 marzo, oltre la conoscenza di quanto accaduto in via Montalcini.


INDICE

- Gli imputati
- Svolgimento del processo
- Motivi della decisione
- Dibattimento del processo
- Dispositivo


 

- Dibattimento del processo

p. 26

 

In un processo, come questo "seriale" (nel senso di una "successione" di processi aventi come oggetto lo stesso fatto o gruppi di fatti), le indagini e le situazioni precedenti (vale a dire, effettuate o decise nei processi "antecedenti") sono necessariamente "rivisitate" e ne possono derivare precisazioni e, nei limiti della cosa giudicata, anche rettificazioni.
Il collegamento tra l'uno e l'altro processo è ancora più stretto nel caso in cui un imputato (comune ai vari successivi processi) sia stato già giudicato come appartenente ad un gruppo (in ipotesi, eversivo) al quale si faccia risalire la responsabilità per l'ideazione e la realizzazione di un "programma" criminoso i cui singoli fatti esecutivi formano, però, a loro volta, la ragion d'essere della "serie" procedimentale. Se, sul punto relativo all'appartenenza di un singolo al gruppo in questione, è intervenuta una sentenza definitiva è chiaro che al riguardo la decisione sbarra con l'autorità del giudicato ulteriori accertamenti e pronunzie.
Nel caso in esame, quanto all'imputato Loiacono, il fatto che questo abbia fatto parte e non da "partecipe" ma in pieno, della banda armata "Brigate rosse" e che in tale sua veste, egli abbia commesso anche singoli crimini ideati dall'organizzazione a momenti citata risulta così da due sentenze, entrambe passate in cosa giudicata.
 

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La prima, nell'ordine temporale, di queste decisioni è la pronuncia adottata da questa corte d'assise il 24.1.1983 (alligata in copia degli atti di questo processo).
Con la sentenza in questione, la corte accertò la riferibilità appunto al Loiacono oltreché dell'adesione piena alla banda armata anche di un omicidio, quello del dr. Girolamo Tartaglione nonché dei reati connessi a questo delitto e relativi alla detenzione e al porto delle armi impiegate per consumare l'assassinio.
Al riguardo, la motivazione (vol. IV. pp 1230 e ss) della sentenza muove dall'ingresso del Loiacono nelle "Brigate rosse" (attraverso l'intermediazione del duo Morucci-Faranda e sulla scorta di una "credenziale" di tutto rispetto costituita dall'attività precedente svolta dal neofita testimoniata dal certificato del casellario giudiziale) a far data dal 1977. La posizione raggiunta dall'imputato nell'interno del sodalizio via via si rafforza dall'assunzione di un nome di battaglia "Otello", un'assunzione che è indice di piena appartenenza ed operatività, alla conquista di un inserimento nella "colonna romana" a fianco di Prospero Gallinari, Adriana Faranda, "Marzia", "Camillo" ed altri nell'ambito di una struttura fondamentale per la vita del gruppo ed il programma di questo, la "Triplice" che si occupava di carceri, polizia, carabinieri e magistratura, d'indagini su questi apparati e, quindi, di scelte per azioni terroristiche e motivazioni delle stesse. Sino alla partecipazione (del Loiacono) all'uccisione di un magistrato, il dr. Girolamo Tartaglione, nell'ambito di un
 

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progetto di disarticolazione del vertice burocratico degli istituti "di pena".
"... individuati", scrive l'estentore della sentenza, "nei giudici Alfredo Vincenti e Girolamo Tartaglione - addetti al Ministero di grazia e giustizia - gli elementi della "magistratura antiguerriglia" da colpire, il Loiacono portò a termine, prima da solo, e poi, con la collaborazione di Cianfanelli Massimo, delle accurate "indagini" per acquisire i dati necessari sulle abitudini e sugli itinerari dei probabili bersagli.
"A tal fine, indicò proprio al Cianfanelli sia l'abitazione del dr. Vincenti, sita nel quartiere "don Bosco", sia il percorso da costui solitamente seguito per recarsi in ufficio, in modo che si scegliesse il punto più adatto per un vile attentato.
Dopo la decisione di Gallinari, all'epoca, "capo colonna", di cambiare obiettivo, ritenendosi che il ruolo di Girolamo Tartaglione avesse "maggior rilievo", iniziò una seconda "inchiesta" che completò ancora con il Cianfanelli.
"A Giorgio" mostrò la casa di viale delle Milizie, affermando che le finestre aperte erano indice della sicura presenza, nell'appartamento, della vittima designata, della quale accertò gli orari di uscita e di rientro.
Il Loiacono partecipò ad una riunione preparatoria che si tenne al "Caffè du Parc" sull'Aventino, con Gallinari, Faranda, "Camillo", Cianfanelli e "Marzia".
Inoltre, intervenne, in una località isolata nei pressi della "via Portuense", ad un'esercitazione con armi, insieme a Cianfanelli e a "Camillo", al quale era stato dato l'incarico di sparare materialmente al magistrato. In quell'occasione, il Loiacono e
 

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"Camillo" si addestrarono con lo "Skorpion" di Morucci e lo stesso "Camillo" esplose alcuni colpi con la Glisenti 1910, che, poi, sarebbe stata impiegata contro Tartaglione.
"Il 10 Ottobre 1978, verso le ore 14, il Loiacono prese parte, secondo il piano prestabilito, all'agguato mortale svolgendo compiti di copertura all'interno dell'edificio.
Egli indossava una sahariana, un basco, aveva baffi finti ed era in possesso di una Smith & Wesson 39-2 e della Skorpion che era stata usata nell'operazione Moro.
"Compiuto" l'omicidio, fuggì con "Camillo" e Faranda, raggiungendo Cianfanelli che era in attesa alla giuda della Fiat 128 rubata qualche tempo prima.
"Il giorno successivo, il Loiacono incontrò i suoi complici in un bar nei pressi del Ministero per la pubblica istruzione e ricostruì l'azione nei dettagli, raccontando tra l'altro, che, subito dopo l'uccisione, al portiere che gli aveva chiesto se avesse udito colpi d'arma da fuoco, aveva risposto che non gli sembrava".
"In seguito, non mancò di dimostrare le sue "virtù militari" in altre imprese rivendicate dalla banda e intervenne, con Gallinari e Faranda, all'agguato in danno degli agenti della scorta dell'on. Galloni".
Per una più chiara intelligenza del testo a momenti riportato è bene precisare che, alla luce di successivi giudicati, "Marzia" risultò il nome di battaglia assunto dall'Algranati e "Camillo” il nome di battaglia dato (o datosi) (d)al Casimirri (sentenza 11.10.1988 della Corte d'assise di Roma).
 

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Appunto, e Rita Algranati ed Alessio Casimirri furono condannati per concorso nell'omicidio del dr. Girolamo Tartaglione, cioè correi, dunque, del Loiacono.
Può darsi, allora con assoluta tranquillità, che l'adesione di Alvaro Loiacono alle "Brigate rosse", il suo nome di battaglia ("Otello"), il suo inserimento in una struttura di grande rilievo, il suo addestramento nell'uso delle armi, la sua capacità di svolgere "inchieste", la sua specifica partecipazione a "fatti di sangue" (Tartaglione, scorta Galloni) sono dati di fatto incontrovertibili perché risultanti da "giudicati".
Questi si riverberano ovviamente anche sulla data d'ingresso del Loiacono nelle "Brigate rosse" consentendone la fissazione nell'anno 1977.
L'uno e l'altro giudicato, cioè, le due citate sentenze delle (due) sezioni della corte d'assise romana, costituiscono, poi, conclusioni inoppugnabili quanto al nucleo fondamentale delle accuse formulate in questo processo nei confronti dell'imputato che ne occupa. Se, per la centralità del punto e la grande complessità dell'attività istruttoria predibattimentale e dibattimentale svolta, la sentenza del Marzo 1983 assume un rilievo preponderante, pure la successiva sentenza, quella, vale a dire, che definì il c.d. Moro ter, "rivisitando" gli accadimenti di via Fani, il sequestro e l'omicidio dell'on. Aldo Moro, acquisendo e valutando elementi probatori ulteriori, ha un significativo rilievo dal quale non può prescindersi nella ricostruzione dell'eccidio necessaria per il corretto giudizio sulla partecipazione dell'odierno
 

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imputato e sulla concreta attività alla - quale ha dato luogo questa partecipazione.
Di tal che, si deve, anzitutto, muovere dalla ricostruzione operata dalla prima sentenza per poi richiamare le "messe a punto" (che di questo si è trattato) operate nel corso del processo c.d. Moro ter ed esposte nella motivazione della relativa sentenza. Al fine anche di controllare se, in ipotesi, gli elementi ulteriormente acquisiti nel corso di questo quarto processo "Moro" consentano, suggeriscano o addirittura impongano, nella finalità esclusiva di giudicare sulle contestazioni elevate a carico del Loiacono, ricostruzioni diverse (quivi, il giudicato non estendosi al Loiacono essendo quelle due sentenze, quanto alle imputazioni della strage di via Fani, al sequestro e all'omicidio dell'on. Moro, res inter alios, insuscettibile di operare preclusioni).
Incidentalmente, va notato, sul punto, che alcuni rilievi contenuti, quanto al Loiacono, nei documenti in questione, segnatamente nella seconda delle due decisioni, costituiscono indicazioni per una indagine da svolgere ulteriormente nella sede competente: indagini in prosieguo effettivamente svolte.
Orbene, la sentenza di questa Corte che definì il c.d. Moro uno (ma anche il "bis") riassume, nei termini seguenti, le modalità dell'eccidio di via Fani e il sequestro dell'on. Moro: all'improvviso, davanti alla macchina dell'on. Moro si parò la Fiat 128 familiare targata C.D. 19707, che, dopo avere effettuato una brusca manovra di retromarcia da via Stresa, si arrestò all'altezza del segnale di "stop".
 

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"Domenico Ricci, con una pronta sterzata, tentò di evitare la collisione e di passare sulla sinistra, essendo sulla destra la strada occupata da un'auto in sosta.
Tutto fu inutile ed, anzi, anche l'Alfetta dell'ispettorato generale presso il Viminale rimase coinvolta nell'incidente, in quanto Rivera Giulio non ebbe il tempo di accorgersi della presenza dell'ostacolo e non riuscì ad impedire che avvenisse il tamponamento".
"A questo punto, secondo le testimonianze raccolte, i dati tecnici rilevati in sede di sopralluogo, e gli esiti delle perizie balistiche, due brigatisti - "l'autista e la persona che gli sedeva accanto" - scesero dalla Fiat 128 e si avvicinarono a entrambi i lati della vettura dello statista.
"Costoro infransero i vetri degli sportelli anteriori e scaricarono le loro pistole lunghe nell'abitacolo, uccidendo Ricci Domenico e Leonardi Oreste, mentre quattro complici, che indossavano divise di compagnia aerea, sbucarono dalle aiole antistanti il bar "Olivetti" e cominciarono a far fuoco "quasi automaticamente" con mitra verso i militari della scorta, i quali, sorpresi, non furono in grado di mettere in atto una valida reazione".
"In pratica, solo Iozzino Raffaele, che era sul sedile posteriore, si gettò fuori dell'Alfetta impugnando il revolver d'ordinanza con cui sparò due colpi, ma fu subito "freddato" da una serie di proiettili esplosi dalle armi imbracciate da due altri assalitori "in borghese" che avevano velocemente "aggirato" il mezzo.
 

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"Al centro dell'intersezione con via Stresa, si piazzarono una donna "con una paletta in mano" e due individui che erano a cavalcioni di una moto "Honda"...
"Al di là dell'incrocio, una seconda ragazza con un mitra "m 12" ed un uomo "senza berretto" ma in uniforme provvidero a bloccare tutti coloro che provenivano dalla parte bassa di via Fani.
Neutralizzati gli agenti, i malviventi aprirono la portiera posteriore sinistra della Fiat 130, prelevarono il parlamentare e lo trascinarono sul sedile posteriore destro di una Fiat 132 bleu con la targa Roma P.79560 che, con due persone a bordo, si era affiancata al veicolo bloccato in precedenza..."
A questa ricostruzione dell'eccidio di via Fani, la sentenza successiva sempre (ma in diversa sezione) della corte d'assise di Roma, che ebbe modo, ovviamente, di tener conto dell'esito del giudizio d'appello del primo processo (il c.d. Moro uno), un giudizio in occasione del quale, ci fu anche un apporto di Morucci e Faranda, due tra i principali imputati, aggiunge:
"... il nucleo operativo di via Fani è indicato nella sentenza di primo grado in undici persone. Nella sentenza d'appello, si prospettano dubbi sul numero e sulla composizione del nucleo, sulla base delle dichiarazioni di Morucci e Faranda.
Invero, il dubbio va risolto proprio in forza delle accuse o meglio delle chiamate in correità sostanziali elevate da Morucci, nel corso di questo dibattimento, chiamate che sono pienamente attendibili proprio perché tortuose e reticenti.
 

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"In queste dichiarazioni, si staglia" con certezza la partecipazione all'operazione di via Fani di due brigatisti conosciuti come tali ma non come componenti di quel nucleo operativo e cioè di "Otello", Loiacono, e di "Camillo", Casimirri. In conseguenza, all'eccidio parteciparono nove brigatisti. Casimirri, Loiacono, e gli altri sette già indicati da Savasta, Pecci, Morucci, Faranda nel primo processo, e cioè Moretti, Gallinari, Fiore, Morucci, Seghetti, Balzerani e Bonisoli.
"L'attendibilità di questa ricostruzione è anche logica. Rimangono fuori dal nucleo soggetti come Faranda ed Azzolini che non traggono alcun vantaggio da queste dichiarazioni, in quanto la loro responsabilità penale non è né esclusa né limitata ma accertata in modo definitivo per altro contributo strumentale e causale da essi dato all'operazione.
"D'altra parte, Bonisoli, che si è limitato a confermare in dibattimento l'intervista rilasciata al Corriere della Sera il 16 Ottobre 1985, sostanzialmente limita i componenti del nucleo operativo a nove persone": inizialmente, si accennò a undici persone, poi, il numero diminuì per l'abolizione, la semplificazione di alcuni ruoli del tutto secondari...
"Si può, quindi, concludere che il nucleo di fuoco che opera in via Fani è costituito da nove persone... senza per questo escludere che altri brigatisti fossero presenti, con compiti di copertura e di fiancheggiamento in altri luoghi, sulla via di fuga... (pp 372 e ss).
Come una preclusione ad accertamenti successivi in ordine alla partecipazione di altre persone (in aggiunta, vale a dire, a quelle giudicate) sia soltanto null'altro che una previsione
 

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va detto a proposito della fissazione del numero dei componenti il nucleo operativo in via Fani risulterà, in prosieguo, evidente dall'affiorare almeno di un altro soggetto. Così, avanti questa corte (ma il punto risultava già in precedenza) come per sopperire ad una "insignificante" lacuna, Morucci il 25.10.1993 ad esempio, che in via Fani c'era, sì, ancora un'altra persona, dunque, una decima, una "donna che, dalla distanza di 150 metri circa dall'incrocio, avrebbe dovuto garantire che la 128 giardinetta riuscisse ad anticipare le macchine di Moro, altrimenti l'azione non si sarebbe potuta svolgere..." (processo verbale del dibattimento pp. 17.18 della trascrizione). In effetti, in processi per fatti così gravi, il numero delle persone che, a titolo di protagoniste, vi sono coinvolte è necessariamente dipendente dalle "conoscenze" allo stato degli atti.
A riprova ulteriore si veda pure l'episodio dei due (uno somigliante ad un noto attore napoletano, nell'opinione di un teste) che, su una moto Honda, fecero fuoco sul teste Marini, senza che, sinora, sia stata possibile la loro identificazione (il fatto, per quanto smentito da tutti i componenti del nucleo operativo, quelli s'intende che hanno reso dichiarazioni avanti questa corte) è un accertamento inoppugnabile per forza di giudicato.
Quanto è stato trascritto dalle sentenze precedenti, se consente, da un lato, di fissare le modalità esecutive dell'azione terroristica posta in essere in via Fani, tuttavia, dall'altro, non consente, per i limiti dei due giudicati di pervenire ad una conclusione in ordine alla partecipazione di Loiacono all'eccidio in questione (e anche
 

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al sequestro e, quindi alla sorte dell'on. Moro) e al ruolo concreto svolto dal Loiacono nell'occasione.
Il primo elemento probatorio che si riferisce a questa partecipazione e alla specifica condotta dell'imputato che ne occupa è costituito, per passare all'esame delle specifiche risultanze del processo, dal c.d. "memoriale" Morucci ("e Faranda") una versione dei fatti pervenuta al vertice dello Stato e rifluita nell'ufficio del giudice istruttore.
Il "memoriale" riepiloga, per quello che qui rileva, le varie fasi dell'operazione "Moro", l'ideazione, la preparazione, l'esecuzione e, in questa, i compiti a ciascuno dei componenti il nucleo operativo assegnati e, talvolta, con qualche variante (la condotta di Moretti, ad esempio), in concreto, svolti.
I componenti sono indicati ognuno con un numero ma, entro parentesi, di volta in volta, è indicato il singolo nominativo. Su questa indicazione, le perplessità manifestate dalla difesa, il dubbio, cioè, che essa sia il frutto di una spuria interpelazione, sono fugati dalle successive affermazioni di Valerio Morucci.
Appunto, Valerio Morucci, confesso autore (e, per alcuni punti, con la Faranda, coautore) dell'elaborato che ne occupa, ha chiarito, avanti la terza sezione penale del Tribunale di Roma, nell'udienza del 2.10.1991 (processo n. 2625/91) che anche l'aggiunta dei nomi era stata opera sua pur precisando che, se come "dissociato egli non aveva alcun obbligo di specificare quei nomi a titolo personale, egli pur poteva, indicarli in un suo scritto".
 

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"Di quest'ammissione di paternità" di tutto il documento, comprese le parentesi, al Morucci non c'è, quindi, alcuna valida ragione per contestarla".
Nella ricostruzione offerta nel documento: "alle ore 8.45 del 16 Marzo 1978, un gruppo composto da 9 Br si portò all'incrocio tra via Fani con via Stresa disponendosi in varie posizioni, secondo il piano elaborato nel villino di Velletri dalla direzione della colonna romana e approvato dal comitato esecutivo delle Br...
"Sul luogo dell'azione, la mattina del 16 Marzo, erano presenti uomini e auto disposti nel modo seguente (partendo dalla parte alta di via Fani e scendendo verso l'incrocio fatale con via Stresa), un br contraddistinto dal numero 1 (Moretti) era in via Fani con la Fiat 128 giardinetta (veicolo A) targata CD sulla destra di via Fani subito dopo via Sangemini, venendo da via Trionfale e con il muso dell'auto in direzione dell'incrocio con via Stresa”.
"I br n. 2 e 3 (Loiacono e Casimirri) erano a bordo della Fiat 128 bianca (veicolo b) sulla stessa parte di via Fani, poco più avanti della Fiat 128 targata CD.
"La Fiat 128 bleu (veicolo c) era posteggiata con una persona a bordo (br n. 4 Balzerani) al lato opposto di via Fani, superato l'incrocio con via Stresa e in direzione contraria, con il muso dell'auto rivolto verso la direzione di provenienza delle auto di Moro.
"Una quarta autovettura, la Fiat 132 blu (veicolo d) con un altro brigatista (il numero 5 Seghetti) era ferma in via Stresa, parcheggiata contro mano sul lato sinistro, a qualche metro dall'incrocio di via Fani, con la parte posteriore verso
 

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l'incrocio, pronta a portarsi in retromarcia accanto alla 130 di Moro.
Una quinta autovettura (veicolo e), una A 112 senza persone a bordo era parcheggiata in via Stresa, sul lato destro della strada, a venti metri da via Fani, in direzione di via Trionfale.
"Io (id est. Morucci) ed altri tre brigatisti (rispettivamente i numeri 7.8 e 9 - Fiore, Gallinari, Bonisoli) eravamo dietro le siepi antistanti il bar Olivetti, situato all'incrocio tra via Fani e via Stresa.
"L'azione si è sviluppata in questo modo".
"Appena la Fiat 130 blu con Moro, seguita dall'alfetta, ha imboccato via Fani proveniente da via Trionfale, la Fiat 128 bianca targata C.D. condotta dal bierre n. 1 (Moretti) si è immessa nella carreggiata e si è diretta verso l'incrocio via Fani-via Stresa.
"Lo stesso bierre n. 1 (Moretti), dopo aver bloccato la 128 poco prima dello stop, facendosi tamponare dalla Fiat 130 seguita dall'alfetta, è rimasto per qualche tempo, quasi fino alla fine della sparatoria, sulla stessa auto che si è spostata in avanti a causa dei ripetuti tamponamenti da parte dell'autista del 130 che cercava di guadagnare un passaggio sulla destra verso via Stresa.
"La presenza casuale di una Mini minor in via Fani, proprio all'altezza dell'incrocio con via Stresa, può avere in parte contribuito ad impedire la manovra di svincolo della 130.
Dopo il tamponamento della Fiat 128 da parte della 130 di Moro - a sua volta tamponata dall'alfetta di scorta - si è posta dietro questa, trasversalmente rispetto alla strada, la 128 bianca con i bierre n. 2 e 3 (Loiacono e Casimirri) che
 

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avevano il compito di bloccare il traffico da via Fani e rispondere entrambi ad eventuali attacchi delle forze di polizia".
"Nel frattempo il br n. 4 (Balzerani), disceso dalla Fiat 128 blu, parcheggiata sull'altro lato dell'incrocio si è portato al centro dell'incrocio di via Fani con via Stresa, per bloccare il traffico proveniente dalle diverse direzioni.
"Io (Morucci) e i br n. 7.8.9 (dal basso, Fiore, Gallinari, Bonisoli), portatici sulla strada, abbiamo sparato contro gli uomini della scorta di Moro, in modo da evitare che venisse colpito Aldo Moro”.
"Io (Morucci) e il br n. 7 (Fiore) abbiamo sparato contro gli uomini a bordo della 130. I br n. 8 e 9 (Bonisoli e Gallinari) hanno sparato contro i tre uomini che erano sull'alfetta di scorta".
"Nell'azione, si sono inceppate diverse armi tra cui l' F.N.A. in mio possesso e l'M 12 in possesso di uno degli altri tre uomini (Fiore che sparava anch'egli sulla 130)".
"In conseguenza dell'inceppamento della mia arma, per non intralciare gli altri, mi sono portato verso via Stresa ed ho impiegato del tempo per disinceppare l'arma. Subito dopo, sono tornato accanto alla 130 ed ho sparato altri colpi, ma l'auto era già ferma. Notai che il n. 1 (Moretti) non era ancora sceso dalla 128 C.D. I br 8 e 9 (Gallinari e Bonisoli) usarono anche le pistole in loro dotazione, perché s'incepparono anche i loro mitra.
Nel frattempo, il br 1 (Moretti), invece di portarsi al centro dell'incrocio, come previsto dal piano di attacco, per appoggiare la Balzerani nella difesa dell'incrocio, si è portato
 

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accanto alla 130 di Moro e insieme ai br 7 e 8 (Fiore e Gallinari) ha prelevato l'ostaggio e lo ha caricato sul sedile posteriore della Fiat 132 che, nel frattempo, facendo retromarcia da via Stresa a via Fani, si era affiancata alla Fiat 130 di Moro.
Dopodiché, lo stesso bierre n. 1 (Moretti) è salito accanto all'autista (br n. 5 - Seghetti) mentre sul sedile posteriore ha preso posto accanto a Moro il br 7 (Fiore).
"Caricato Moro, che fu coperto con un plaid, la fiat 132 ha preso verso via Stresa in direzione di via Trionfale: i br 2 e 3 (Loiacono e Casimirri), risaliti sulla 128 bianca, che aveva sbarrato via Fani dietro l'alfetta di scorta, hanno raccolto il br n. 8 (Gallinari) e si sono accodati alla Fiat 132 su cui Moro veniva portato via".
Segue la indicazione delle armi in dotazione a ciascun brigatista (con la specificazione che Loiacono aveva un fucile automatico cal. 30 M.I.).
In questa ricostruzione della luttuosa vicenda di via Fani, il Loiacono scorta l'auto con a bordo l'ostaggio e, dopo il trasferimento dell'on. Moro nell'interno di un furgone, in via Bitossi, abbandona la Fiat 128 in via Licinio Calvo allontanandosi a piedi per la scala sottostante che conduceva a viale delle Medaglie d'oro-Piazza Belsito.
Ma ancora il compito di Loiacono non è finito perché in piazza delle Medaglie d'oro, Fiore e Bonisoli si liberano dei giubbotti antiproiettili, degli impermeabili... e delle borse con i mitra consegnando il tutto agli altri della colonna romana lì ripiegati (cioè Balzerani, Casimirri e Loiacono
 

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mentre Gallinari si era subito allontanato per raggiungere via Montalcini)...
Un ulteriore apporto probatorio relativamente all'eccidio di via Fani e alla strutturazione del gruppo operativo delle brigate rosse che lo eseguì, è costituito dalle dichiarazioni rese avanti questa corte da Barbara Balzerani all'udienza del 2.12.1993.
Anzitutto, alla domanda sul numero dei componenti il nucleo operativo br, la Balzerani ha specificato che il gruppo era composto di dieci persone (p.v. di udienza.f 105). Poi ha indicato nei termini seguenti i singoli ruoli:... "a iniziare dal basso, dall'incrocio con via Stresa in mezzo all'incrocio c'ero io, e, nella prosecuzione della strada c'era un'altra persona in macchina che era la macchina che doveva, facendo marcia indietro, prendere l'on. Moro.
"... era un uomo. Poi c'era un'altra persona a bordo della macchina che ha bloccato il convoglio... un altro uomo.
"Poi c'erano quattro persone che sono intervenute sugli agenti, quattro uomini, due sul 130 e due sull'alfetta. Poi, c'erano altre due persone che chiudevano la strada in cima. Facevamo da cancelletto".
Presidente: cancelletto superiore?
"Balzerani: si ...e copertura".
"Presidente: uomini o donne?"
"Balzerani: due uomini. La decima persona aveva una funzione di staffetta, avvisò dell'arrivo delle due macchine e se ne andò subito dopo immediatamente".
"Presidente: uomo o donna?"
"Balzerani: una donna?"
 

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"Presidente: due donne: È così?"
"Balzerani: sì."
"Presidente: diciamo che erano otto uomini e due donne?"
"Balzerani: sì”.
In più, rispetto a tutte le precedenti ricostruzioni dell'uccisione dell'on. Aldo Moro, la Balzerani ha fornito un elemento di fatto denso di significato.
Alla domanda formulata dal difensore delle parti civili Moro, avv. Acquaroli, in ordine all'eventuale "interpello" sulla sorte dell'ostaggio prima dell'assassinio, Barbara Balzerani ha risposto che tutti e sette i componenti la colonna romana che avevano partecipato all'azione di via Fani furono interpellati in proposito:

"Balzerani: i militanti delle Brigate rosse sono stati interpellati tutti e quindi anche i sette di via Fani".
"Avv. Acquaroli: è certa, quindi, che tutti i componenti della colonna romana che presero parte alla strage; all'aggressione, di via Fani, furono interpellati?"
"Balzerani: sì”.
"Avv. Acquaroli: e circa la loro risposta è in grado d'informare la corte?"
"Balzerani: io le..."
"Avv. Acquaroli: di questi sette, quante persone - penso che lei non voglia fare i nomi, naturalmente - si espressero per l'esecuzione dell'on. Moro, quante altre, invece dissentirono?"
"Balzerani: mah che mi risulti, fra i componenti la colonna romana che parteciparono a via Fani, uno si espresse negativamente." Va subito precisato che di quell'uno si sa


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che era Morucci il cui dissenso sul punto costituisce uno dei nuclei centrali della sua diaspora dalle brigate rosse”.
Ove si rifletta sul fatto, chiarito dalla Balzerani (f. 112 del processo verbale dianzi indicato), che le due donne che avevano partecipato all'azione di via Fani erano appartenenti alla colonna romana, i restanti cinque, eccezion fatta per Morucci, si pronunciarono per l'uccisione dello statista.
La ricostruzione fornita dalla Balzerani è in linea con quella già data da Morucci s'intende con la successiva precisazione della presenza (che si assume anche dalla Balzerani, marginale) del decimo componente, una donna.
Anche la strutturazione dei due "cancelletti", il superiore e l"'inferiore, coincide, tant'è che sono due i brigatisti che occupano il cancelletto "superiore" e uno (anzi, una) quello che agisce da cancelletto "inferiore". Appunto, Casimirri e Loiacono e, in basso, la Balzerani.
Nella ricostruzione di quest'ultima, tutta la "colonna romana" delle br, eccezion fatta per la "staffetta" (una donna) di via Fani, era stata in precedenza coinvolta nelle "inchieste sull'on. Moro, sugli itinerari da questo abitualmente percorsi in auto, sulle lezioni universitarie e sui momenti dedicati dall'uomo politico ai doveri di cattolico.
C'è, sul punto, una ulteriore specificazione in ordine all'aggregazione al direttivo della colonna romana di due irregolari.
Rileva il fatto che, a domanda del Pubblico Ministero, la Balzerani chiarì che questi due irregolari assunsero, dopo, nella strage, il ruolo di cancelletto
 

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"superiore". Erano, dunque, Casimirri e Loiacono ("irregolari" secondo quanto, peraltro, risulta dalle due sentenze passate in giudicato dianzi citate).
A questi due contributi dall'interno delle Brigate rosse, segnatamente da due soggetti che parteciparono alla strage e al sequestro, si deve ulteriormente aggiungere, ma, qui per "interposta persona", l'affermazione di Mario Moretti, uno dei leaders delle Brigate rosse (almeno, dall'angolazione visuale degli osservatori esterni che colloca anch'egli il Loiacono nel "cancelletto superiore".
La testimonianza, dunque, "indiretta", proviene da una giornalista, Carla Mosca, che, assieme ad una scrittrice, ebbe ad intervistare Mario Moretti condensando successivamente in un volume il frutto dei vari colloqui.
Su questi colloqui, la giornalista ha inviato al Pubblico Ministero un appunto, da lei riconosciuto in udienza, alligato agli atti di questo processo (processo verbale dell'udienza dell'11.2.1994 f.108) che è opportuno trascrivere.
"Appunto per i dott. Marini e Ionta".
" Le bobine n. 6.7.8 e 9 (di questa solo la facciata A perché la B non è stata utilizzata) contengono il racconto dei 55 giorni, da via Fani all'epilogo. Moretti era molto teso, per di più è una di quelle persone che fanno fatica a ricordare con precisione nomi e date. Ecco perché - come potrete osservare - ad un certo punto, si confonde nell'indicare i nomi dei nove componenti il comando. Tuttavia alla fine dei nostri colloqui, quando abbiamo proceduto alle precisazioni, ha elencato con esattezza i nomi dei nove, confermando che sono quelli indicati nelle sentenze. L'unica novità è la presenza
 

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della decima persona, una donna che aveva il compito di fare la segnalazione dell'arrivo delle auto. La precisazione sui nomi dei nove non è stata registrata, ho preso io degli appunti. Mi premeva soprattutto non fare adito ad equivoci: i nomi dei nove sono esatti. Carla Mosca. Roma 27 Ottobre 1993".
Nel corso della testimonianza resa nell'udienza dell'11.2.94, la teste ha precisato (sempre con riferimento all'assunto di Mario Moretti) anche il ruolo svolto da Loiacono in via Fani e lo indica come "speculare" rispetto a quello svolto da Barbara Balzerani.
"Il ruolo di Loiacono equivale a quello della Balzerani, dall'altra parte; secondo la descrizione di Moretti, erano speculari.  Cioè, Loiacono era nella parte alta della strada, ovviamente allo scopo di fermare il traffico e la Balzerani era nella parte bassa" (loc. cit.f 121).
Balzerani e Morucci bloccano dunque, l'ultima attività del Loiacono quanto a via Fani a via Medaglie d'oro, luogo in cui il Loiacono ricevette in consegna giubbotti ed armi per la riconsegna a chi "di diritto" nell'organizzazione terroristica.
Sull'ulteriore sviluppo del sequestro dell'on. Moro, la Corte ha, poi, acquisito un contributo di eccezionale spessore sia per la personalità di chi lo ha dato sia perché la persona in questione è stata ininterrottamente nell'interno della prigione. Si tratta, in particolare, di Anna Laura Braghetti, intestataria dell'appartamento di via Montalcini, un covo predisposto appunto come "prigione del popolo".
Come premessa e, anche, se non esclusivamente, "giustificazione" della sua disponibilità a
 

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rendere una dichiarazione, Anna Laura Braghetti, anzitutto, ha precisato (udienza 24.11.1993 f 61 del p.v.):
"...il mio intento... un intento di assunzione ancora una svolta, come ho già fatto al momento dell'arresto, di responsabilità come militante, all'epoca, delle Brigate rosse, e l'altro intento era di dire alla corte, poi, di dirlo anche alla gente comune, che l'on. Moro è entrato nell'appartamento di via Montalcini la mattina del 9 Marzo 1978 e che, a mia conoscenza, nessuna persona è entrata nell'appartamento durante la prigionia dell'on. Aldo Moro se non quattro persone, militanti delle brigate rosse che erano responsabili di quella casa e della gestione del sequestro dell'on. Moro. Questo è il mio intento principale" ma, poco prima (ivi.f 57) aveva precisato: "una delle motivazioni che mi ha spinta a venire a rispondere a queste domande, alla sue domande, è proprio questa: cioè, le brigate rosse, la storia che io conosco, alla quale ho partecipato, non hanno mai avuto contatti con la 'ndrangheta né con altre organizzazioni criminali: questo per me è limpido... io sono in carcere con l'ergastolo; un conto è però travalicare questa cosa e cercare di farci passare come dei poveri beoti eterodiretti da qualcuno insomma. Su questo il mio è un osso duro" (va aggiunto, per correttezza che l'assoluto diniego di contatti con la 'ndrangheta" o con altre organizzazioni criminali è stato, durante tutta la fase istruttoria dibattimentale, un punto fermissimo di tutti gli imputati "di reati connessi" venuti a rendere dichiarazioni).
 

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Sulle condizioni nelle quali fu tenuto l'on. Moro, la Braghetti ha precisato:
...penso che l'on. Moro parli meglio di qualunque altro... di come lui vivesse dentro quella casa sequestrato. Questo... era un luogo molto piccolo, non c'erano scrivanie, non usciva di lì per andare a scrivere a tavolino ed è evidente che fosse in sé quando scriveva... (ivi.f 71)" e ancora, tra l'altro, con questo registratore l'on. Moro sentiva la messa" (f.73). e ulteriormente, a f 27, alla domanda del presidente:

...noi, fino a questo momento, in tutti i processi, abbiamo avuto una voce dall'interno di questo gruppo che ci disse com'era stato tenuto l'on. Moro, lei ricorderà che ci fu qui una persona che disse che l'on. Moro era stato tenuto come un cane...
La Braghetti rispose: "queste persone erano in mala fede" e, poi, f. 39, sempre sulle condizioni nelle quali si trovava il "prigioniero", la Braghetti precisò  "voleva scrivere, voleva scrivere alla sua famiglia, scriveva, gli erano stati dati dei libri da leggere, poteva leggere..., all'inizio (f.40) gli furono dati dei testi di marxismo-leninismo, poi, gli furono dati dei libri gialli e altri libri, romanzi.

Domanda: bisognava indottrinarlo l'on. Moro? Risposta: No, bisognava presentargli una ideologia (il testo ha "credologia").
Tra gli altri volumi, fu consegnata allo statista una Bibbia. Sugli ultimi momenti di vita di Aldo Moro, Anna Laura Braghetti ha, anzitutto, precisato che, all'interpellanza rivolta anche ai "quattro" che detenevano il "prigioniero" in ordine al destino di quest'ultimo, uno solo rispose che non era d'accordo "non era d'accordo perché l'onorevole aveva già subito... era una
 

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questione umanitaria se così la vogliamo leggere: aveva già subito un lungo periodo di prigionia che l'aveva, credo, profondamente segnato... la condanna a morte veniva vissuta come un aggravio di questo patimento che lui aveva già subito... io non ero d'accordo (ivi.f27)", aggiungendo, poi, "...se c'è qualcuno in questi anni che è stato accusato dell'omicidio di Aldo Moro e non l'ha commesso, ebbene sì, c'è una persona che è stata accusata dell'omicidio di Aldo Moro e non l'ha commesso... accusato.. di avere eseguito materialmente l'omicidio". Il riferimento della Braghetti e a Prospero Gallinari che, quindi, in base all'attendibile dichiarazione resa da chi fu presente, non ebbe a sparare su Moro.
Prosegue la Braghetti (ff 30 ess). All'on. Moro fu detto che sarebbe uscito. L'on. Moro sapeva che, contro di lui, le Brigate rosse avevano emesso una sentenza di morte, gli era stato detto diversi giorni prima: lui sapeva pure dei tentativi che venivano fatti per condurre una trattativa e la mattina del 9 Maggio gli fu detto che sarebbe uscito. Innegabile dire che l'on. Moro sapeva che sarebbe morto. Cioè, lui, di lì, già sapeva che era stata emessa contro di lui una condanna a morte... gli furono restituiti i suoi vestiti quella mattina. "Per quanto concerne le tracce di sabbia del litorale romano trovate dagli inquirenti (e, poi, sottoposte a perizia) sulla Renault rossa, la Braghetti ha precisato (f 32) furono messe con le mani della sabbia e della flora mediterranea per, appunto, allontanare dalla città la ricerca della base".
La mattina del 9 Maggio, sempre in questa ricostruzione, Moro fu svegliato verso le ore sei circa, gli furono bendati gli
 

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occhi, salutò i presenti, fu collocato dentro una cassa e uscì vivo dall'abitazione, trasportato, dentro la cassa, da due persone sino al garage dell'appartamento.
È da precisare che la dichiarazione di Anna Laura Braghetti, quanto alla cassa, trova riscontro nei processi verbali dei pedinamenti effettuati, dopo la morte dell'on. Moro, dalla Polizia a carico della Braghetti. In uno di questi processi verbali, appunto, c'è l'indicazione di una cassa trasportata, per conto della Braghetti, in occasione dello sgombero del "covo" di via Montalcini.
Ancora, le dichiarazioni in questioni sono in linea con quelle rese da Morucci e da Balzerani, ne costituiscono un ulteriore controllo di attendibilità sulla "gestione" del sequestro. Esse, tuttavia, non fanno cenno di Alvaro Loiacono e non evidenziano alcun ruolo di quest'ultimo imputato successivamente alla chiusura dell'"operazione" di via Fani e al ricevimento e all'ulteriore trasporto delle armi impiegate nell'azione terroristica. A proposito di queste ultime è da precisare che l'M.I che il Loiacono aveva nel momento della strage di via Fani fu, poi, sequestrato nel "covo" di viale Giulio Cesare.
Anche se di un'attività svolta nel perdurare del sequestro dell'on. Moro e in relazione specifica a questo sequestro in atto (a parte, la risposta, dianzi accennata, data in termini di volontà di uccidere alla domanda sulla sorte dell'ostaggio - che pure è un dato di particolare rilievo che specificamente collega al Loiacono il destino di morte del "prigioniero" con la "suita" di una decisione) non ci sono in processo elementi probatori specifici - c'è, però, il permanere del Loiacono in
 

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seno alla struttura terroristica, la continuazione di un'attività omicidiaria come realizzazione del progetto del gruppo, non c'è dubbio, quanto alla partecipazione dell'imputato in questione alla strage di via Fani e al sequestro dell'on. Aldo Moro. Far da "cancelletto" implicava la funzione di sbarrare (e l'assunto è specifico in Morucci ma anche in Balzerani) l'intervento della polizia ricorrendo all'uso delle armi, una funzione, quindi, essenziale a copertura di chi materialmente doveva effettuare la strage e prelevare l'ostaggio. Ed essenziale era pure la "scorta" armata alla 132 a bordo della quale si trovava il "prigioniero", assicurarne il trasbordo per eliminare le tracce della precedente operazione e mettere al sicuro i giubbetti antiproiettili e le armi: insomma, una divisione di compiti tale da assicurare il buon esito di quella che, in seguito, fu definita "Potenza geometrica".
Le fonti al riguardo sono costituite, dal "memoriale" e dalla dichiarazione di Morucci, da quella resa da Barbara Balzerani, l'uno e l'altro, certamente, non portatori di un interesse specifico ad accusare e addirittura la seconda disinteressata a qualsiasi "beneficio" e solo preoccupata di dare un contributo alla verità al fine di evitare "speculazioni" sul "percorso politico" suo e del suo gruppo, di quello che era il suo gruppo. Si aggiunga, infine, la testimonianza indiretta di Mario Moretti e il quadro delle accuse risulta esaustivo. Tenendo anche conto del fatto che l'inserimento del Loiacono nelle Brigate rosse risulta, anche in relazione al ruolo, da precedenti giudicati.
Alle fonti a momenti indicate è da aggiungere la dichiarazione resa avanti questa corte da un altro
 

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protagonista dei luttuosi fatti di via Fani: Franco Bonisoli, in occasione del processo c.d. Metropoli (alligata al "memoriale" Morucci c'è in copia questa dichiarazione ai f. 176 e ss). Anche Bonisoli ha riferito sui due cancelletti il superiore e l'inferiore affermando testualmente: "...c'erano delle persone che dovevano bloccare la strada verso l'alto... C'era un'altra persona che doveva bloccare l'incrocio con via Stresa".
Alla luce delle risultanze sopra indicate le "persone" che dovevano bloccare la strada verso l'alto erano due e una di queste persone era Casimirri mentre all'incrocio con via Stresa, la terza persona era Barbara Balzerani. Il piano operativo dell'eccidio di via Fani prevedeva, come mezzo al fine di sequestrare l'on. Moro, proprio "l'annientamento" della scorta. Più volte, nel corso dell'attività istruttoria anche dibattimentale, i giudici hanno insistito al riguardo sulla ragion d'essere di questa decisione di uccidere "tutti", nessuno escluso (e di questa decisione è riprova la sorte toccata a Iozzino "freddato" immediatamente"), una soluzione adottata prima di compiere l'azione e, ogni volta, da quelli tra i protagonisti che hanno reso dichiarazione, (i giudici) hanno avuto come risposta l'assoluta necessità avvertita dal gruppo di evitare rischi, il pericolo, cioè, di reazioni da parte degli uomini della scorta. Ci fu, è vero, uno scrupolo di evitare un intralcio all'azione, bucando le gomme del furgone del fioraio Spiriticchio, ma non ci fu alcuna preoccupazione per la vita degli uomini di scorta a Moro.
Il solo "prigioniero" da fare era l'on. Moro, non più, quindi, come ad esempio, nel precedente progetto di
 

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sequestrare l'on. Moro nella chiesa di Santa Chiara. Qui, cioè, in questo progetto, la scorta doveva essere immobilizzata e solo in linea eccezionale era previsto il ricorso all'uso delle armi ma si trattava di un sequestro da effettuare in un luogo chiuso impiegando, tra l'altro, più del doppio delle persone poi impiegate in via Fani (si vedano i dettagli di questo progetto nel "memoriale" Morucci e nelle dichiarazioni di quest'ultimo e di Adriana Faranda).
In via Fani, il gruppo terroristico fece fuoco immediatamente dopo il tamponamento dell'auto con a bordo l'on. Moro, non già per il sopraggiungere di una evenienza imprevista ma in esecuzione di un progetto studiato con quelle modalità in precedenza.
In una situazione come questa non può esserci conseguentemente alcun dubbio sulla responsabilità di Alvaro Loiacono per l'eccidio di via Fani e il sequestro dell'on. Moro: sbarrare l'ingresso delle forze di polizia con l'uso delle armi mentre gli altri concorrenti uccidevano gli uomini della scorta, a pochi metri di distanza appunto dal Loiacono, era assicurare a questi altri protezione, libertà di manovra; "copertura", un compito essenziale nell'economia dei delitti. Ed essenziale ancora sin dal momento della progettazione, pure la "scorta" armata al convoglio con il "prigioniero" e il recupero delle armi e dei giubbotti antiproiettile. In un quadro caratterizzato non soltanto dalla sorte dell'on. Moro ma anche dalla morte di altre persone.
"...l'operazione Moro inizia con cinque morti che sono i cinque agenti della scorta. Questo non è, a mio parere, un dato irrilevante: cioè, dà un certo segno all'operazione stessa, nel
 

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senso che non è richiudibile facilmente al fatto della figura dell'on. Moro e a quello che rappresentava dentro lo schieramento politico, quindi, era un tipo di battaglia, dal nostro punto di vista, che si collocava ad un livello molto alto e che non poteva chiudersi, per esempio, per capirci, il tipo di posizione espresso dal Vaticano, cioè, un atto umanitario: rilasciatelo senza condizioni (Barbara Balzerani loc. cit.f 101).
L'"annientamento" della scorta era nel piano e questo piano fu scrupolosamente eseguito con la piena partecipazione dell'imputato Loiacono che assicurò libertà d'azione agli "avieri" bloccando ogni eventualità d'intervento delle forze dell'ordine, consentendo, sotto il suo vigile sguardo, il sequestro dell'on. Moro e, infine, assicurando il trasporto dell'"ostaggio" e la fuga dei complici, qualcuno di questi, con l'aiuto appunto del Loiacono, in condizione di fuggire senza l'ingombro delle armi e dei giubbotti. Dunque, quella di Alvaro Loiacono fu una partecipazione materiale all'eccidio e al raggiungimento della se non esclusiva (la dimostrazione della "potenza geometrica", l'innalzamento dello "scontro" anche questi aspetti non sono da sottovalutare), fondamentale, finalità dell'"azione": il sequestro dell'on. Moro.
Un sequestro conclusosi con l'assassinio dell'"ostaggio" dopo cinquantacinque giorni di "prigionia" "gestiti" dalle Brigate rosse a vario titolo, dalle varie strutture di queste, per il raggiungimento di un obiettivo comune. Anche questo omicidio, materialmente, com'è pacifico, consumato da altri
 

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appartenenti alle BR, è stato addebitato al Loiacono. Una imputazione corretta sulla quale è bene soffermarsi.
La costituzione della "colonna romana" delle brigate rosse, l'inserimento a pieno titolo di queste nella capitale, i primi insuccessi, l'avvio e la raggiunta operatività sono ampiamente descritti tanto nella motivazione della sentenza che definì il processo c.d. Moro uno, quanto nella motivazione della sentenza relativa al c.d. Moro ter (in quest'ultima, anche con dettagli che concernono direttamente il Loiacono). E in queste due decisioni è dato ampio rilievo alla "centralità" dell'operazione Moro, la più "alta", come livello di scontro, tra quelle sino allora poste in essere dalle Brigate rosse, ma anche quella più direttamente tendente ad incidere (recidendo la libertà e, poi, la vita dello statista) sul destino del paese.
Sulle scelte politiche di questo.
In questa prospettiva, l'eccidio di via Fani dava la prova dell'"efficienza" raggiunta dal gruppo e, per questo, già poco tempo prima, in una risoluzione della direzione strategica, le Brigate rosse avevano proclamato l'inutilità di bunker e di "gorilla", l'innalzamento del "tiro".
Realizzava, inoltre, la finalità della "cattura" di un "imputato" da sottoporre a "processo" (in che cosa, poi, in effetti, questo ed altri "processi" consistessero e in che senso il termine processo indicasse un'accusa, una difesa, una ricostruzione processuale della realtà non è molto difficile dire perché, sul punto, l'attività istruttoria dibattimentale ha chiarito che non si trattò di un "processo" e neanche di una indagine di tipo istruttorio).
 

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Così, nel comunicato n. 1 del 16 Marzo 1978, le Brigate rosse annunciano: "Giovedì 16 Marzo un nucleo armato delle Brigate rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana".
"La sua scorta armata, composta di cinque agenti dei famigerati corpi speciali, è stata completamente annientata... Sia chiaro quindi che con la cattura di Aldo Moro, ed il processo al quale verrà sottoposto dal Tribunale del popolo, non intendiamo "chiudere la partita" né tantomento sbandierare un simbolo...".
Nel secondo comunicato, quello del 25 Marzo 1978, si dà, anzitutto, atto che è in corso "l'interrogatorio" di Aldo Moro e si specifica che questo "interrogatorio" verte a chiarire le politiche imperialiste antiproletarie di cui la D.C. è portatrice; a individuare con precisione le strutture internazionali e le filiazioni nazionali della controrivoluzione imperialista: a svelare il personale politico-economico-militare sulle cui gambe cammina il progetto delle multinazionali, ad accertare le dirette responsabilità di Aldo Moro per le quali, con i criteri della Giustizia Proletaria, verrà giudicato".
Nel comunicato n. 3. "Aldo Moro, che oggi deve rispondere davanti ad un Tribunale del Popolo, è perfettamente consapevole di essere il più alto livello delle politiche antiproletarie... e sa che su tutto questo il proletariato non ha dubbi, che si è chiarito le idee guardando lui e il suo partito... e che il Tribunale del Popolo saprà tenerlo in debito conto..."
 

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Ultimato l'"interrogatorio", non ci sono dubbi. Aldo Moro è colpevole e viene pertanto condannato a morte (comunicato n. 6 del 16 Aprile 1978).
La morte, la condanna a morte, dunque, come pena era già implicita nelle finalità perseguite con la "cattura". La eventuale "liberazione" dopo la "sentenza" era una sorta di grazia concessa per una "contropartita".
Una eventualità. Di talché, nell'arco della progettazione dell'azione di via Fani, la morte del sequestrato era già nella prospettazione delle finalità del sequestro, ne abbracciava la "gestione" e la conclusione. Anche se materialmente eseguito da altri (per rispetto delle regole e delle esigenze del gruppo terroristico a garanzia della sopravvivenza dello stesso) l'azione di via Fani, la cattura dell'"imputato" era già collegata anche soggettivamente al processo e alla morte come conclusione dello stesso. Salva l'ipotesi eventuale di una "grazia" da concedere in relazione all'atteggiamento degli "altri", appunto, una mera eventualità che non sposta di un millimetro il concorso pieno del Loiacono nell'omicidio.
La responsabilità dell'imputato a momenti indicato è chiara anche per i reati "satelliti" che gli sono stati contestati, tutti strumentali alla commissione dell'eccidio, del sequestro e dell'uccisione dell'on. Moro. Sempre all'imputato Loiacono Alvaro è stato contestato, al capo 1, l'omicidio aggravato in danno del magistrato di cassazione, Riccardo Palma, commesso in Roma il 14.2.1978 e i reati satelliti elencati nei successivi capi 2.3.4.5 e 6. Il dr. Riccardo Palma, magistrato di cassazione in servizio presso il Ministero di grazia e giustizia, fu assassinato il mattino del 14 Febbraio 1978, a Roma,
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all'angolo tra via Forlì e via Bari. I due attentatori fuggirono utilizzando una Fiat 128 color verde targata Roma 46903 a bordo della quale li attendeva un altro complice (Fasc 2 cart. 44 .f I e ss. Sentenza Moro uno. pp 311 e ss).
Poco dopo, la redazione romana dell'A.N.S.A. ricevette il seguente messaggio: "qui le brigate rosse. Abbiamo giustiziato Palma Riccardo, servo delle multinazionali. Seguirà un comunicato". Sempre in questa mattinata, i carabinieri localizzarono, in via Paolo Zacchia, la Fiat 128 già richiamata rinvenendo nell'interno della stessa 14 bossoli cal. 32 (altri due furono rinvenuti a terra vicino l'autovettura).
Si trattava dello stesso veicolo impiegato il 21 Aprile 1976 per bloccare l'autovettura di Theodoli Giovanni, nell'occasione, attinto, in un attentato rivendicato dalle Formazioni armate comuniste, da numerosi colpi di arma da fuoco alle gambe.
Per la verità, c'era identità di targa tra le auto impiegate nei due attentati.
Nei due casi risultate rubate e con le targhe originali sostituite.
Secondo il comunicato, poi, diffuso in varie città italiane, dalle Brigate rosse, il magistrato assassinato era "dirigente capo dell'ufficio ottavo che si occupa della costruzione e ricostruzione delle carceri" con lo scopo  di perseguire una progettazione scientifica della distruzione totale dei comunisti e dei proletari detenuti, attraverso l'applicazione nelle carceri delle più moderne tecniche sperimentate dall'imperialismo internazionale". Dagli accertamenti tecnici eseguiti risultò:
 

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a) che il killer, con la mano a contatto dell'arma nascosta nella borsa, aveva iniziato a far fuoco a raffica, nell'istante in cui Riccardo Palma si apprestava a sedersi al posto di guida della sua autovettura;
b) che la persona era stata raggiunta da 17 colpi, 9 dei quali trattenuti nel corpo, sparati con assoluta precisione;
c) che i bossoli e le pallottole repertati appartenevano a cartucce Browning esplose da una stessa arma munita di silenziatore di tipo artigianale e, cioè, una Skorpion 61 cal. 7.65;
d) che la dicitura E c/c postali 4 Roma Prati 416, 5 Settembre 1977 apposta sul contrassegno della tassa di circolazione rinvenuto sull'autovettura Fiat 128... era stata impressa con un timbro ad inchiostro sequestrato nell'appartamento di via Gradoli, recante identica legenda. Un altro esemplare era stato scovato anche in viale Giulio Cesare (sentenza Moro uno.ivi.315.316).
L'omicidio di Riccardo Palma fu organizzato, secondo le affermazioni di Adriana Faranda al G.I. il nove Aprile 1988, su proposta del Fronte nazionale della Contro, che a sua volta era stato sollecitato da militanti detenuti, ed eseguito dal settore romano della Contro. All'epoca, componevano questo settore, oltre me, Gallinari, Casimirri, Algranati, Loiacono e un sesto. Costui nell'operazione aveva il compito di sparare direttamente sulla persona. Non se la sentì e si tirò indietro. Subentrò immediatamente Gallinari che aveva il compito di copertura ravvicinata o sull'uomo.
"Questa persona fu allontanata dal settore e fu mantenuta come semplice contatto della colonna... Tale persona escludo
 

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che sia Loiacono". La dichiarazione della Faranda si inserisce e ne trova conferma ma di attendibilità nelle risultanze dei due giudicati più volte in precedenza citati. Da questi giudicati risulta l'appartenenza di Loiacono alle Brigate rosse e il suo collocamento nell'ambito della struttura romana della "CONTRO" istituzionalmente destinata (si vedano sul punto le affermazioni di Savasta, Libera, Cianfanelli, Morucci e Faranda) a progettare e a porre in essere attentati contro magistratura polizia e carabinieri. Appunto Riccardo Palma era un magistrato e la relativa "inchiesta" (premessa indispensabile dell'agguato e finalizzata a questo, al successo di questo, con il minor rischio per gli aggressori) fu compiuta dalla "contro". Questa, esaurita l'inchiesta (ed accertata, quindi, la fattibilità dell'attentato), propose l'omicidio alla struttura sovraordinata della banda e, avutane l'approvazione, eseguì materialmente l'assassinio. Che è, peraltro, in linea con quello commesso in danno del magistrato Girolamo Tartaglione, accomunato a Palma non soltanto dall'appartenenza all'ordine giudiziario, ma anche dal ruolo svolto nell'ambito del Ministero di grazia e giustizia: un delitto, questo su Tartaglione, commesso pure dal Loiacono come accertato con sentenza definitiva. In conseguenza la penale responsabilità di Alvaro Loiacono va affermata anche per l'omicidio del dr. Riccardo Palma e relativi reati satelliti.
C'è, poi, un evidente rapporto di continuazione criminosa tra tutti questi reati e quelli per i quali il Loiacono è stato condannato da questa corte di assise con sentenza del 24.1.1983 e la identità del disegno criminoso alla cui
 

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che le singole condotte costituirono l'esecuzione del programma dell'organizzazione della quale, come elemento di rilievo, il Loiacono faceva parte.
Tra tutti questi reati, il reato più grave è l'eccidio previsto dal capo 7 delle odierne imputazioni e la pena da infliggere per questo capo è quella dell'ergastolo con in più, in virtù della continuazione, l'isolamento diurno per un anno.
Le condotte delittuose del Loiacono hanno prodotto indubbiamente danni alle parti civili, danno che, in questa sede, non è possibile quantificare. Spetta alle stesse parti civili il rimborso delle spese processuali liquidate, secondo note e tariffa, nei termini previsti dal dispositivo.
Quanto agli altri imputati:
a) Padula Sandro deve rispondere del delitto previsto dal n. 71 del capo d'imputazione, la falsità di una carta d'identità falsamente confezionata. Il fatto risulta chiaramente dal processo verbale di arresto dell'imputato (sentenza Moro ter, rapporto G/C 51.F.a.f 14-26.C 6.f 17.f 4232-4254) trovato in possesso della falsa carta d'identità e dichiaratosi appunto come Rantucci Giorgio (l'intestatario della carta d'identità falsamente formata). Il delitto è con tutta evidenza strumentale a quello di appartenenza alla banda armata ed è, quindi, legato dal nesso della continuazione con i più gravi reati per i quali il Padula è stato condannato da questa corte con la più volte citata sentenza del 24.1.1983. L'aumento di pena da irrogare nella misura di mesi due di reclusione
 

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resta assorbito nella pena dell'ergastolo inflitta con la sentenza teste richiamata.
b) Novelli Luigi e
c) Petrella Marina in questo processo, rispondono dei reati indicati nei capi 72,73 e 74 della rubrica. Si tratta di armi sequestrate al momento dell'arresto e di documenti falsi trovati nel possesso degli imputati. Entrambi questi due prevenuti sono stati, tuttavia, già giudicati e condannati: il Novelli con sentenza della Corte di assise di Roma del 12.10.1988, e la Petrella con sentenza, sempre della Corte di assise di Roma del 24.1.1983, per delitti più gravi di quelli oggi giudicati, tali, comunque, da esser legati dal vincolo della continuazione trattandosi, in ogni caso, di reati commessi come realizzazione delle finalità perseguite con l'adesione alle Brigate rosse. Per effetto della continuazione, le pene inflitte con le due citate sentenze vanno aumentate di tre mesi di reclusione lire 200.000 di multa.
d) Capuano Marcello deve rispondere dei reati specificati nei capi 65 e 66.
I fatti che hanno dato luogo a queste contestazioni risultano dal rapporto dei carabinieri che ebbero ad incontrare il latitante Capuano Marcello, in compagnia di altre persone, il 29 Maggio 1982 a Roma in via di S. Francesco a ripa. Il Capuano riesce a fuggire esplodendo colpi di arma da fuoco contro i carabinieri (Cappelli Roberto, viene, invece arrestato). Si impossessa con minaccia di una pistola e di una "Vespa" senonché, subito dopo, in via della Luce, è tratto in arresto. È in possesso, nel momento dell'arresto, di una pistola con matricola abrasa. L'avere
 

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esploso vari colpi di arma da fuoco contro i carabinieri a distanza ravvicinata integra il delitto di tentato omicidio
continuato e l'avere con la minaccia di una pistola puntata sottratto al proprietario lo scooter integra il contestato delitto di rapina.
Il Capuano è stato condannato con sentenza della Corte di assise di Roma del 12.10.1988 alla pena dell'ergastolo per reati più gravi di quelli per i quali si è proceduto nel presente processo e a questi ultimi legati da vincolo di continuazione trattandosi di sviluppi dell'adesione dell'imputato alle Brigate rosse. La condanna ulteriore si traduce nell'aggiungere alla pena dell'ergastolo l'isolamento diurno per un anno.
Alla condanna consegue l'obbligo del Capuano di risarcire i danni subiti dalle parti civili Presidenza del Consiglio dei Ministri e Ministero dell'interno, danni da liquidarsi in separata sede, salvo il rimborso delle spese processuali liquidate come da nota corrispondente alla tariffa forense.




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