FISICA/MENTE

 

Il sito http://www.apolis.com/moro è sparito e con esso tutti i documenti cui facevo riferimento solo due mesi fa (giugno 2006). Tenterò una ricerca di quanto è andato perso, anche per colpa mia per non aver copiato quelle pagine.


 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI ASSISE
(12 ottobre 1988)

 

SENTENZA DEL PROCESSO
"MORO TER"

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http://www.apolis.com/moro/

 


INDICE

L'eccidio di via Fani
Il nucleo operativo
La pretesa presenza di uno straniero nel nucleo
La prigione di Aldo Moro
Il comunicato sul Lago della Duchessa
Il filmato su Moro
La gestione politica del sequestro


Presidente: Dott. Sergio SORICHILLI;
Giudice: Dott. Pasquale PERRONE;
Pubblico Ministero: Dott. Nitto Francesco PALMA;
Segretario: Enzo GIAMMARINI.

Giudici popolari:
Sig.ra Mara GRIPPAUDO
Sig.ra Clara MULLIRI
Sig. Alberto DI FELICE
Sig. Massimo TORELLI
Sig.ra Gianna COLANGELI
Sig. ra Paola DI PIETRO


Di tutto quanto precede sono riuscito a recuperare le pagine che seguono. Continuerò a cercare ed a integrare. Chiunque disponesse delle pagine mancanti è pregato di farmelo sapere.


Nota introduttiva

 

Il processo "Moro ter" si basa sull'istruttoria condotta dal giudice Priore, completata il 3 agosto 1984, che consiste in sette volumi e 2112 pagine e riguarda tutta la storia della colonna romana delle Brigate Rosse. L'istruttoria dichiara come già acquisiti gli sviluppi più importanti sul caso Moro e considera "con ragionevole grado di certezza" che il luogo dove era stato tenuto prigioniero Moro fosse un appartamento di via Montalcini a Roma. Sebbene molti dubitassero della possibilità che da questo nuovo procedimento emergesse qualche novità sostanziale, altre deposizioni e testimonianze di 'pentiti' e 'dissociati' erano state aggiunte agli atti.
Il dibattimento e l'escussione dei testi cominciò nell'autunno del 1986, con presidente il giudice Sorichilli, assistito dal giudice a latere Perrone; pubblico ministero era il giudice Palma. Il processo fu lungo e prolisso, in una sequela di pentiti che raccontavano la propria storia ma poco dicevano del sequestro Moro, mentre all'esterno continuavano le ultime azioni delle Brigate Rosse. Nel frattempo, nell'aprile 1987, Curcio e Moretti, insieme a Jannelli e Bertolazzi, redigono un documento in cui dichiararono conclusa l'esperienza della lotta armata, pur senza per questo sottoscrivere "alcuna abiura o forma di rinnegamento".
Dopo una pausa estiva, il processo riprese il 22 settembre 1987, con uno strascico di polemiche sollevate da Flaminio Piccoli a proposito di un possibile filmato delle Brigate Rosse sulla prigionia di Moro. Mentre continua l'escussione dei testi, vengono pubblicate diverse testimonianze: il libro di Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, che ricostruisce, tra l'altro, la prima 'inchiesta' su Andreotti e presenta il proprio ruolo durante il sequestro Moro come quello di detenuto ininfluente sebbene fortemente critico sulla conduzione da parte di Moretti; un libro di Fenzi, sulle responsabilità collettive e sulle comuni radici tra sinistra, rivoluzionari, intellettuali e brigatisti a proposito della lotta armata; due interviste, a Craxi ed Andreotti sui giorni del rapimento. Intanto, ci sono ancora attentati mortali da parte di quel che resta dell'organizzazione armata.
 Il 12 ottobre 1988 vengono depositate le motivazioni della sentenza. Le novità riguardano una maggiore conoscenza del commando di via Fani (che esclude qualsiasi presenza straniera) e la quasi certezza che l'appartamento di via Montalcini fosse stata la 'prigione del popolo'.




SENTENZA
nella causa penale
CONTRO

- ABATANGELO Pasquale nato il 2.11.1950 a Firenze
E altri


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CAPO XXIV

L'ECCIDIO DI VIA FANI - IL SEQUESTRO E L'OMICIDIO DELL'ON.MORO
Capi da 13 a 13/15, 59/8, 59/9

Roma: 16.8.1978, via Fani:
un nucleo di brigatisti sequestrano l'on. Moro ed assassinano gli uomini della scorta: il maresciallo Leonardi Oreste, il brigadiere Zizzi Francesco, l'appuntato Ricci Domenico, le guardie Rivera Giulio e Raffaele Iozzino.
L'operazione viene rivendicata con vari comunicati. L'ultimo in ordine di tempo, quello del 5 maggio, preannuncia la fine del "processo proletario" con la condanna a morte dello statista. Il 9 maggio, in via Caetani, in una Renault rossa, viene rinvenuto il cadavere dell'on. Moro crivellato da ben 11 proiettili, tutti esplosi a distanza ravvicinata da una Skorpion Vz 61, poi rinvenuta nella base di viale Giulio Cesare, ad eccezione di un proiettile riferibile ad una pistola Astra spagnola.
Poche ma importanti le verità di rilievo acquisite nel corso di questo processo, nel quale verranno affrontate le questioni incidenti sulla posizione dei singoli imputati ed i punti rimasti oscuri nel precedente giudizio al quale si rinvia per la ricostruzione esauriente dei fatti.

IL NUCLEO OPERATIVO
di via Fani è indicato nella sentenza di primo

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grado in undici persone. Nella sentenza di appello si prospettano dubbi sul numero e sulla composizione del nucleo, sulla base delle dichiarazioni di Morucci e Faranda. Invero, il dubbio va risolto proprio in forza delle accuse o meglio delle chiamate in correità sostanziali elevate da Morucci, nel corso di questo dibattimento, chiamate che sono pienamente attendibili proprio perché tortuose e reticenti. In queste dichiarazioni, si staglia con certezza la partecipazione all'operazione di via Fani di due brigatisti, conosciuti come tali ma non componenti di quel nucleo operativo, e cioè di "Otello" Loiacono e di "Camillo" Casimirri.
In conseguenza, all'eccidio partecipano nove brigatisti: Casimirri, Loiacono e gli altri sette, già indicati da Savasta, Peci, Morucci e Faranda, nel primo processo e cioè: Moretti, Gallinari, Fiore, Morucci, Seghetti, Balzerani e Bonisoli.
L'attendibilità di questa ricostruzione è anche logica. Rimangono fuori, dal nucleo, soggetti, come Faranda ed Azzolini, che non traggono alcun vantaggio da queste dichiarazioni in quanto la loro responsabilità penale non è né esclusa né limitata, ma accertata in modo definitivo per altro contributo strumentale e causale da essi dato all'operazione.
D'altra parte, Bonisoli, che si è limitato a confermare, in dibattimento, l'intervista rilasciata il 16 ottobre 1985 al Corriere della Sera, sostanzialmente limita i componenti del nucleo operativo a nove persone:
"Inizialmente si accennò a undici persone, poi il numero
 

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diminuì per l'abolizione, la semplificazione di alcuni ruoli del tutto secondari. E poi oggi che importanza ha sapere che c'era una persona in più o in meno?"
Si può quindi concludere che il nucleo di fuoco che opera in via Fani è costituito da nove persone, tra i quali Loiacono e Casimirri, senza per questo escludere che altri brigatisti fossero presenti, con compiti di copertura e di fiancheggiamento in altri luoghi, sulla via di fuga.
 

LA PRETESA PRESENZA DI UNO STRANIERO NEL NUCLEO.

Sulla base di alcune dichiarazioni di testi, presenti in via Fani, che avrebbero sentito un brigatista impartire ordini in "modo stretto e secco", in lingua straniera, probabilmente in tedesco, si è sempre prospettata l'ipotesi della presenza di un terrorista tedesco nel nucleo operativo. Ebbene, il giudice istruttore ha ritenuto di dare soluzione al problema attraverso le dichiarazioni de relato di Marocco. Questi riferisce di aver appreso da Ghiringhelli che. in via Fani, era presente anche Piancone che, essendo nato in Francia, avrebbe impartito in lingua francese, ordini secchi intesi dai testi come se fossero espressi in tedesco. Questa ipotesi non può essere accettata in quanto Piancone non è indicato da nessuna fonte come componente del nucleo operativo. Peraltro il Morucci esclude espressamente la sua presenza in via Fani.
 

LA PRIGIONE DI MORO

E' una verità processuale quella che lo statista sia stato tenuto in cattività nell'appartamento di via Montalcini n. 8.

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E' un fatto storico che la Braghetti, come riferisce una nota informativa dei servizi di sicurezza, redatta il 16 ottobre 1978 e trasmessa all'autorità giudiziaria il successivo 30 luglio, acquista un appartamento in via Montalcini, nel giugno del 1977, per la somma di lire 45 milioni. La casa viene abbandonata nel giugno del 1978 a seguito di un asserito viaggio di tale Luigi Altobelli, convivente della Braghetti che trasferisce i mobili, parte in via Laurentina, nell'abitazione del fratello, e parte in via Rosa Raimondi Garibaldi, presso la zia Cambi Gabriella.
Su questo fatto storicamente certo si impiantano le verità processuali deduttive, certamente logiche e che hanno la forza del sillogismo, ma che tali rimangono soprattutto perché soltanto Moretti, e nessun altro soggetto, neppure i componenti del Comitato Esecutivo, sa, al momento del sequestro, dove è custodito Moro. Morucci e gli altri sanno soltanto dell'esigenza di reperire un appartamento da destinare a base e prigione dell'on. Moro e che il "prestanome" è gestito direttamente dall'Esecutivo.
Tutto il resto è una ricostruzione ex post, sia pure sillogistica, ed è in fondo la ricostruzione che fanno Savasta, Libera, Morucci e Faranda anche attraverso notizie indirette e fatti oggetto di rivelazioni da parte della stessa Braghetti e di altri. Il sillogismo è il seguente: Gallinari e Braghetti convivono da 1977. Gallinari ed una donna gestiscono la "prigione del popolo"

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dove è custodito Moro ed il primo esegue anche la condanna a morte dello statista. Ergo, la casa dove è tenuto in cattività Moro è l'appartamento di via Montalcini, preso in locazione per l'Organizzazione dalla Braghetti, estremamente compartimentato a tutti gli altri brigatisti che ne vengono a conoscenza soltanto dopo la scoperta.
A questa ricostruzione sillogistica e storica si oppongono apparentemente alcune risultanze delle indagini svolte dai Servizi di Sicurezza, riportati nella relazione del 16 ottobre I978, trasmessa all'autorità giudiziaria nel luglio 1979. Ebbene, in questa relazione si afferma che Ottaviani Gianfranco, precedente conduttore dell'appartamento di via Montalcini, aveva mantenuto la disponibilità della cantina fino all'agosto del 1978, e che la Braghetti, esasperata, ne aveva scardinato la porta con conseguente reazione del primo che avrebbe fatto intervenire una Volante della polizia. Si afferma, inoltre che il box annesso all'appartamento era stato utilizzato da altro inquilino con il consenso della Braghetti. Quest'ultima circostanza, se vera, metterebbe seriamente in dubbio la individuazione della prigione nella casa di via Montalcini. Da una parte, perché la perizia balistica stabilisce che l'on Moro viene colpito da numerosi proiettili esplosi a distanza ravvicinata quando la vittima è già stata fatta accovacciare nella Renault, nella posizione finale nella quale viene trovata cadavere. Dall'altra parte, perché Morucci ritiene di individuare la prigione di Moro in quell'appartamento di via Montalcini anche in considerazione delle caratteristiche della casa, da lui accertate nel corso di ricostruzioni eseguite con il Giudice istruttore, caratteristiche richieste da Moretti per l'affitto della base:

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ubicazione a pian terreno, presenza di un box, presenza di un passaggio dal box al palazzo, vicinanza del box all'appartamento. La verità processuale, però, non è incrinata dalla relazione dei servizi di sicurezza che non è affidabile per varie ragioni. Perché il riferimento all'uso del box da parte di altra persona è estremamente generico, indeterminato nel tempo e non controllato:
"Si è anche appreso che la Braghetti ha consentito l'uso del box ad altro inquilino dello stabile fino a quando non ha acquistato la sua Citroen Ami 8"
Il fatto costituisce una forzatura logica perché l'argomento, come si vedrà, viene utilizzato per escludere che l'on. Moro sia stato custodito e ucciso in quell'appartamento. E' una forzatura logica e storica, non idonea per giungere a quelle conclusioni, in quanto nella stessa relazione si afferma che la Braghetti ha acquistato la Citroen nel gennaio 1978, cioè in epoca di molto anteriore al sequestro ed all'omicidio.
Non è attendibile, inoltre, perché l'ignoto estensore materiale della relazione rivela l'interesse a dimostrare l'infondatezza della segnalazione che doveva indicare - come si desume agevolmente dal contenuto della nota informativa e degli accertamenti svolti - la Braghetti ed il convivente Altobelli Luigi come terroristi possessori della Renault rossa dove era stato rinvenuto il cadavere dell'on. Moro.
Questo interesse è evidente nei vari passi della relazione, nei punti in cui sostanzialmente si esclude, nell'assunto che la Braghetti aveva consentito ad altri l'uso del box e della cantina, scardinandone la porta nell'agosto del 1978, che l'on. Moro sia stato tenuto in cattività e ucciso in quell'appartamento. Nella nota informativa si afferma, tra

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l'altro:
"Nulla è emerso in ordine all'auto Renault R/4 di color rosso".
La relazione, inoltre, é inattendibile perché rivela l'inaffidabilità delle indagini che non raggiungono, infatti, nonostante la specifica nominativa segnalazione, la terrorista Braghetti e il convivente Altobelli, alias Gallinari, capo della Colonna Romana, che terroristi già erano all'epoca, come si è accertato aliunde ed ex post.
Il fatto è, di eccezionale gravità, non soltanto perché la relazione, che è datata 16 ottobre 1978, viene inviata all'autorità giudiziaria soltanto nel luglio del 1979, ma anche e soprattutto perché rivela la superficialità inqualificabile degli accertamenti e la scarsa professionalità di chi ebbe materialmente ad eseguire le indagini che consentirono alla Braghetti di abbandonare comodamente l'appartamento nel mese di ottobre del 1978 e, poi, di darsi alla clandestinità. Quelle indagini hanno un solo effetto, quello di mettere in allarme la donna che, infatti, come dice Morucci, in quel periodo abbandona l'appartamento perché si sente pedinata. La ritroviamo quasi nell'immediatezza di quel trasloco, alla fine del I978, nella casa di via San Giovanni in Laterano n.28, int.13, insieme al capo colonna Gallinari, preso in affitto per conto dell'Organizzazione da Rizzuti Rosario alias Pirimpelli.
 

IL COMUNICATO SUL LAGO DELLA DUCHESSA.

E' una verità processuale quella della falsità del comunicato n.7 fatto rinvenire, lo stesso

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giorno della scoperta della base di via Gradoli, dietro il monumento di G.Belli, a Trastevere, con il quale si dà notizia dell'avvenuta esecuzione della condanna a morte dell'on Moro "mediante suicidio" e si dà l'esatta indicazione del luogo - lago della Duchessa sito in provincia di Rieti - di giacitura del cadavere. Il comunicato viene smentito con altro vero, avente la stessa numerazione, con allegata una fotografia dell'on. Moro con in mano una copia del giornale "Repubblica". Questa smentita e quelle successive, anche di Morucci, non risolvono il problema in quanto astrattamente e logicamente - per l'esistenza di voci nel processo, quali quelle di Cianfanelli e di Savasta che attribuiscono proprio a costui la falsificazione e divulgazione del documento - sono possibili varie ipotesi. E' possibile che le Brigate Rosse abbiano voluto saggiare la reazione delle istituzioni alla notizia della uccisione dell'on. Moro. E' improbabile, - ma astrattamente possibile - è questa l'ipotesi prospettata da Morucci, Faranda e dalle stesse Brigate Rosse che parlano di "una lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica" - che i "servizi" abbiano falsificato e diffuso il documento per preparare la popolazione all'evento che sembrava inevitabile. Entrambe le ipotesi non possono essere seguite perché contrastate da quella, basata sulle risultanze delle indagini, di cui vi è traccia in questo processo, dell'attribuzione del falso alle stesse persone, aventi collegamenti inquietanti, legate agli autori della rapina alla Brink Securmak di Valle Aurelia, che fanno rinvenire, ancora una volta dietro la statua di Gioacchino Belli, il 26.3.84, schede dattiloscritte relative ad una operazione denominata ANA, a Pecorelli Nino ed altri.

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Si assume che il falso dovrebbe essere attribuito anche alle stesse persone che fanno rinvenire, o dimenticano, il 14.4.79, in un taxi, un borsello contenente una pistola, una testina rotante IBM identica a quella che sarà sequestrata a tale Cincarelli, nell'agosto del 1979, copie delle schede rinvenute in originale dietro la statua di Gioacchino Belli e scritti apparentemente delle BR, asseritamente identici a quelli sequestrati nella base di via Gradoli.
Sul punto, è opportuno non procedere a valutazioni essendo pendente un presso.
Invero, gli elementi acquisiti al processo, valutati ed approfonditi attraverso un coordinamento storico e logico degli avvenimenti, impongono un'unica ipotesi possibile, verosimile, seria e cioè quella di un serio tentativo di salvare la vita dell'on. Moro con un documento falso che, nelle intenzioni, doveva rompere la diabolica strategia di tensione morale e politica creata dalle Brigate Rosse nel paese, quella astuta regia e quello stillicidio continuo di minacce. Nelle intenzioni, con quel documento si prospetta, concretamente, ai teorici deliranti delle Brigate Rosse che l'omicidio dello statista non può determinare nella gente, nelle istituzioni e nella collettività altro che quel diffuso senso condanna morale verso un atto cosi spietato e folle. Il falso documento vuole portare gli invasati a riflettere, a toccare la reazione unanime della gente alla notizia dell'omicidio, vuol prospettare loro in concreto la realtà del paese nel caso di effettivo assassinio dello statista. Con quel documento, si dice sostanzialmente a Moretti ed agli altri compagni che vogliono vestirsi da boia, che quell'omicidio è inu-

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tile, è un atto di barbarie che come tale viene vissuto dalla collettività, che non è destabilizzante perché rafforza i vincoli di solidarietà nazionale tra la gente, i partiti, le istituzioni che si distaccano, proprio per quella follia, da una strategia di posizione per giungere ad un movimento di mezzi e idee che possono distruggere il fenomeno terroristico.
Le Brigate Rosse, però, non riflettono, non hanno il tempo di riflettere perché, immediatamente promulgano il comunicato di smentita. Dirà Morucci, nel corso del dibattimento, che quel falso comunicato rende irreversibile la condanna a morte dell'on. Moro, accelerandone i tempi di esecuzione. Questa è una tesi inaccettabile che è propria delle Brigate Rosse. E' un tentativo subdolo, miserevole di trasferire su altri la responsabilità morale dell'omicidio, tentativo che non è il fatto psicologico di chi avverte il peso di un'azione cosi nefanda e vuole rimuoverla dalla coscienza ma tipico di chi, macerato da una ideologia di morte ed invasato dalla follia sanguinaria, non avverte la colpa di aver ucciso e giustifica il proprio gesto con l'ideologia e le pretese colpe altrui. Morucci e gli altri brigatisti sanno di aver assassinato Moro, non per quel comunicato, bensì perché ormai gli idealisti si sono trasformati in sciacalli capaci soltanto di colpire a tradimento uomini inermi ed inerti che li sovrastano per dignità anche nell'affrontare la morte.
 

IL FILMATO SU MORO

Si sostiene, sulla base di interrogazioni parla-

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mentari, articoli di stampa, interviste, quale quella dell'on. Piccoli al Corriere della Sara - e la circostanza è poi entrata nel processo attraverso istanze di accertamento formulate dalle parti - che i 55 giorni della cattività di Moro e il "processo proletario" al quale era stato sottoposto lo Statista erano stati filmati dalle Brigate Rosse. Il filmato, si assume, rinvenuto nella base di via Stazione di Tor Sapienza, dove viene arrestato Senzani, non era stato mai repertato e quindi, non era stato trasmesso all'autorità giudiziaria.
La circostanza non è processualmente vera.
E' probabile che la voce sul filmato sia sorta sulla base delle dichiarazioni di Buzzatti il quale soffermandosi sui preparativi della costruzione della prigione destinata al giudice D'Urso, riferisce che, al momento dell'applicazione di un occhio magico sulla porta, Moretti disse:
"Ci siamo ridotti male. con Moro avevamo messo le telecamere a circuito chiuso"
Questa dichiarazione de relato deve essere stata evidentemente interpretata male perché dalla stessa si desume chiaramente ed esclusivamente che, nella prigione di Moro, era stata impiantata una televisione a circuito chiuso. E' astrattamente possibile che la cattività dell'on. Moro sia stata filmata, ma di questo Moretti non parla assolutamente a Buzzatti, che, in tal senso precisa in dibattimento, il de relato. Morucci, peraltro, specificamente interrogato sul punto, afferma che non è circostanza corrispondente a verità o comunque, da lui cono

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sciuta quella sull'uso di una televisione a circuito chiuso nel luogo di attività dell'on. Moro. Certo Morucci può avere interesse a mentire però questa è la realtà processale che non si presta neppure ad una ipotesi di sottrazione del filmato al momento della scoperta della base di via della Stazione Tor Sapienza, ipotesi che, lungi dall'essere avvalorata dal teste Candi Francesco, cade nel nulla proprio per effetto del giornalismo fumettistico e privo di professionalità portato avanti da costui. In ogni caso, vi è contrapposizione netta ed inconciliabile tra le ipotesi prospettate nel processo. Da una parte, si sostiene e l'ipotesi è legittima che Moretti e pochi altri siano depositari di verità mai rivelate del filmato sulla prigionia di Moro, verità e filmato gelosamente custoditi per essere prodotti e gestiti in un futuro e più opportuno momento politico. Contestualmente, si afferma che il filmato non è stato mai repertato, sebbene rinvenuto nella base di Senzani, ed è stato sottratto. Quest'ultima ipotesi, peraltro non ancorata a nessun elemento processuale, appare illogica perché coloro che sono interessati a gestire, in futuro, eventuali segreti sul caso Moro, avrebbero già fatto sentire la loro voce se effettivamente il filmato fosse stato sottratto dai militari operanti o da altri soggetti appositamente intervenuti al momento della scoperta del covo.
 

LA GESTIONE POLITICA DEL SQUESTRO MORO

Il problema va trattato perché investe alcune posizioni di imputati - Di Cera, Palamà, Perrotta, Baciocchi -.
Le B R. si autodefiniscono la prima Organizzazione di propaganda

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armata. Infatti, mira a "realizzare la finalità della banda la guerra civile ed il sovvertimento delle istituzione democratiche e costituzionali attraverso le masse che devono essere educate ad imbracciare il fucile e reclutate dopo costruttiva opera di sensibilizzazione e proselitismo. In questa prima fase di costruzione del partito combattente, la propaganda armata si articola in più forme. E' propaganda la stessa azione delittuosa compiuta. Sotto questo profilo, l'azione più utile per propagandare le finalità e la forza dell'Organizzazione è il sequestro di persona che, per lo stato emotivo che crea nella popolazione e per la tensione morale e politica generata negli uomini delle istituzioni, è la più efficace come elemento di destabilizzazione e come momento di proselitismo. La propaganda armata viene poi attuata con la gestione politica del sequestro che, come dice il Perrotta, é più importante del sequestro stesso, gestione che è riservata esclusivamente al Comitato Esecutivo, dalla DS del "75, per quanto riguarda la formulazione dei "comunicati e la responsabilità politica della stampa".
Eseguito il sequestro, il Comitato Esecutivo, infatti, che siede in permanenza in una località sita nelle vicinanze di Firenze, lo gestisce politicamente con nove comunicati. Nel comunicato n. 1 del 16 marzo 1978, fatto rinvenire a Roma ed in altre città, le Brigate Rosse rivendicano l'eccidio di via Fani e annunciano che l'on. Moro sarà processato dal "Tribunale del Popolo". Nel comunicato n. 2 del 25 marzo, fatto rinvenire in più copie a Roma, Milano, Genova e Torino, si informa che è in corso l'interrogatorio

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dello statista.
Al comunicato n. 3, diffuso a Roma, Torino e Genova, è allegata una lettera autografa di Moro all'on. Cossiga, ministro dell'interno, con la quale si prospetta la possibilità di uno scambio di prigionieri.
Con il comunicato n. 4 del 4.4.78 al quale è allegata una lettera autografa di Moro all'on. Zaccagnini, si afferma che è stata una iniziativa del sequestrato l'invito a Cossiga circa la possibilità di uno scambio di prigionieri. Copie del comunicato vengono diffuse anche a Torino, Genova e Milano.
Al comunicato n. 5, fatto rinvenire il 10 aprile a Roma Genova, Torino, è allegata una fotocopia di una lettera autografa dell'on. Moro, senza destinatario, di polemica con l'on. Taviani circa le "idee in materia di scambio di prigionieri".
Con il comunicato n. 6 del 15 aprile, ritrovato a Roma, Milano e Genova, si annuncia che il processo è terminato e che Aldo Moro è stato dichiarato colpevole e condannato a morte.
Nel comunicato n.7 del 20.4.78 le Brigate Rosse pongono l'ultimatum di 48 ore per lo scambio dei prigionieri, condizione per salvare la vita all'on. Moro.
Nel comunicato n. 8 del 24 aprile, si indicano i prigionieri comunisti che devono essere liberati quale condizione per il rilascio dell'on. Moro: :Notarnicola Sante, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Ausgusto Viel, Delli Veneri Domenico, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Mauzizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio e Cristofaro Piancone.
Nel comunicato n. 9 del 5 maggio si afferma che la "battaglia inizia-

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ta il 16 marzo si concludeva eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro era stato condannato".
Il 9 maggio, nella Renault Rossa, a seguito di telefonata, viene rinvenuto il cadavere dell'on. Moro, in via Caetani.
Tutti i comunicati vengono diffusi in tutte le città dell'Italia. Centinaia e centinaia di copie vengono lasciate in ogni zona. Savasta si reca a Milano a ritirare pacchi dei comunicati. Tutte le brigate della colonna romana vengono attivate. Roma viene inondata dai volantini che vengono lasciati in gran numero all'università, a Centocelle, al Quarticciolo, nelle assemblee , ad Ostia. E' questa la gestione politica del sequestro che si affianca a quella ufficiale che, con sapiente regia, le Brigate Rosse fanno attraverso i giornali ai quali fanno rinvenire i comunicati. La propaganda effettuata clandestinamente dai militanti ha un duplice scopo, di destabilizzare lo Stato e le istituzioni e di proselitismo. Non a caso, nei vari comunicati e, in particolare, in quello n. 9, le Brigate Rosse si riservano di far pervenire "al Movimento Rivoluzionario ed alle Organizzazioni Combattenti Comuniste, attraverso gli strumenti della propaganda clandestina" le risultanze dell'interrogatorio di Moro.
Coloro che diffondono questi comunicati sono colpevoli di concorso nell'omicidio e nel sequestro dell'on. Moro. La loro posizione non è diversa, da quella di chi si inserisce in un sequestro per estorsione allo scopo di determinare i congiunti della vittima al pagamento del riscatto. Vi è un inserimento concreto in un reato permanente,

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che è in itinere, con la propaganda apologetica di comunicati contenenti le condizioni estorsive per la liberazione dello statista.
Vi è concorso, sotto il profilo dell'elemento oggettivo e soggettivo, anche nell'omicidio in quanto quei soggetti, che hanno accettato l'ideologia di morte e la linea politica delle Brigate Rosse, diffondendo i comunicati sanno che lo statista è sottoposto a "processo proletario" che può essere ucciso, qualora non vengano accolte le condizioni estorsive contenute in quei documenti.
Si richiamano, in merito, i fatti esposti e le considerazioni svolte nei capi della sentenza relativi a Di Cera, Perrotta, Baciocchi, Palamà. Qui va soltanto aggiunto che, durante il sequestro, tutte le brigate vengono interpellate e tutte esprimono parere favorevole all'omicidio:
"Alle nostre brigate - Centocelle ed universitaria - tale richiesta fu portata da Seghetti. Ci riferì che alcuni membri della Direzione di colonna (Morucci e Faranda) avevano optato per il rilascio dell'ostaggio mentre la linea della maggioranza della direzione di colonna era per l'uccisione. Nelle altre colonne, come nell'Esecutivo, vi era una totale unanimità per la linea dell'esecuzione. Le brigate di cui ero responsabile si pronunciarono in conformità della linea della DS (Direzione Strategica) e del C.E. (Comitato Esecutivo) cioè per la linea dura".
E Morucci e Faranda confermano sostanzialmente la circostanza quando affermano che nella riunione di Piazza Re di Roma, inutilmente si tenta di far desistere gli altri dalla decisione di eseguire la condanna a morte. La maggioranza si dichiara, portatrice della linea vincente del dibattito, perché tutte le colonne si sono pronunciate per l'uccisione dell'on. Moro.
E, invero è utile ricordare che la Suprema Corte fa rilevare, a proposito della struttura stampa e propaganda messa in moto durante il

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sequestro dell'on. Moro, l'importanza e l'incidenza concreta e giuridica
della propaganda
"destinata a servire da cassa di risonanza delle varie imprese delittuose che, in difetto, avrebbero assunto scarsa rilevanza sul progetto di realizzazione di uno dei fini per i quali la banda armata era stata costituita ... la mobilitazione delle varie strutture e particolarmente di quella propagandistica costituiva il principale obiettivo della colonna romana delle Brigate Rosse. Un punto di riferimento essenziale ed esclusivo per il raggiungimento delle finalità politica dell'operazione"
La qualificazione giuridica dei fatti di cui ai capi 13/1 e 13/14 va precisata in quanto la finalità di eversione e terrorismo qualifica il sequestro Moro e diviene elemento costitutivo del reato di cui all'art. 289 bis C.P., introdotto con il D.L. 21 marzo 1978 n.59, convertito nella Legge 18.5.78 n.191 in vigore dal 23 marzo 1978. All'epoca, il sequestro, reato permanente, è in atto. Il sequestro e l'omicidio (capi 13/1 e 13/14) vanno quindi unificati e qualificati nel delitto di cui all'art. 289 bis, I e III comma CP, aggravato ai sensi degli artt. 110, 112 n.1 e 61 n. 10 CP.
Le responsabilità, possono essere precisate. attraverso un'analisi complessiva di tutti gli atti del processo e delle dichiarazioni di Savasta, Libera, Morucci, Faranda, Peci, Ginestra, Bonísoli, Di Cera, Buzzatti, Perrotta, Palamà, Baciocchi ed altri, dichiarazioni che si integrano e si verificano a vicenda e con gli elementi di spe-

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cifica e di generica, e possono cosi essere articolate:

COMITATO ESECUTIVO:
Moretti, Micaletto, Azzolini e Bonisoli.

FRONTE NAZIONALE DELLA CONTRO:
Micaletto, Piancone, Bonisoli, Nicolotti, Gallinari.

FRONTE ROMANO DELLA CONTRO:
Gallinari, Faranda, Casimirri, Algranati, Loiacono.

FRONTE LOGISTICO NAZIONALE:
Moretti, Fiore, Morucci, Azzolini, e Dura.

DIREZIONE DI COLONNA:
Moretti, Morucci, Faranda, Gallinari, Seghetti, Balzerani.

NUCLEO OPERATIVO DI VIA FANI:
Moretti, Morucci, Gallinari, Fiore, Seghetti, Balzerani, Bonisoli, Casimirri, Loiacono.

NUCLEO DEL LUOGO DI CATTIVITA' E DELL'OMICIDIO DELL'ON.MORO:
Moretti, Gallinari, Braghetti.

SUPPORTO LOGISTICO E PROPAGANTISTICO:
Savasta, Libera, Mariani, Mariani, Cacciotti, Spadaccini, Triaca, Di Cera, Perrotta, Baciocchi, Palamà ecc.




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