FISICA/MENTE

COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUL TERRORISMO IN ITALIA E SULLE CAUSE DELLA MANCATA INDIVIDUAZIONE DEI RESPONSABILI DELLE STRAGI

IL TERRORISMO, LE STRAGI ED IL CONTESTO STORICO-POLITICO
http://www.apolis.com/moro/

 

PROPOSTA DI RELAZIONE

redatta dal Presidente della Commissione, senatore Giovanni Pellegrino
 
 

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CAPITOLO X
 

IL CASO MORO
 

1. L'agguato di via Fani, l'eccidio della scorta ed il sequestro dell'onorevole Moro, lo scenario tragico dei luoghi della strage appena consumata, la rivendicazione e i successivi comunicati delle BR, la prigionia di Moro in un luogo sconosciuto e il processo cui questi veniva sottoposto, gli appelli sempre più pressanti e drammatici dell'ostaggio, il disconoscimento ufficiale della loro "autenticità", il rifiuto della trattativa, la sterile polemica che si aprì tra i fautori di questa e i sostenitori della fermezza, l'inane mobilitazione dell'apparato istituzionale di sicurezza, il senso di vittoriosa impunità degli autori del sequestro, l'avvitarsi della vicenda verso il suo tragico epilogo, il macabro rinvenimento della salma di Moro in un luogo centrale della capitale dello Stato, equidistante dalle sedi dei due maggiori partiti presenti in Parlamento, le dimissioni del Ministro dell'Interno: sono queste le tessere che hanno composto un mosaico visibile degli eventi, dove il delitto Moro, valutato come fatto storico, apparve come il momento di maggiore intensità offensiva del partito armato e, specularmente, come il momento in cui lo Stato si rivelò più impotente nel dare risposta appena adeguata all'aggressione eversiva. Ma se furono questi i contenuti della percezione che la pubblica opinione ebbe del fatto storico nell'immediatezza del suo accadimento, ben presto una più approfondita riflessione è venuta ad attivarsi ponendo in luce, via via più chiara, l'esistenza di uno scenario occulto e sotterraneo meritevole di essere investigato e disvelato ai fini di una sua migliore comprensione nel contesto della complessiva vicenda nazionale. E' una riflessione che prese le mosse da un memorabile scritto di Leonardo Sciascia dell'agosto del 1978, dove esemplarmente già nell'intitolazione il delitto Moro diviene l'affaire Moro, tappa iniziale di una presa di coscienza
 

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collettiva che è andata a mano a mano approfondendosi attraverso indagini giudiziarie, inchieste parlamentari, e stimolanti contributi di una nutrita pubblicistica. Lo stesso susseguirsi dei processi aventi a specifico oggetto il delitto Moro e la strage di via Fani (si è ormai giunti al Moro quinquies) costituisce sul piano storico il riscontro di una vicenda complessa articolata su più piani che dopo quasi in ventennio possano dirsi già sondati in profondità, ma non ancora disvelati nella loro interezza.

2. La realtà di un percorso verso la verità che si snoda per tappe successive, non può essere negata; e smentisce le affermazioni di quanti nel tempo hanno sostenuto essersi in presenza di una conoscenza ormai completa, bollando come frutto di deteriore dietrologia il persistere dell'impegno indagativo. Di tanto peraltro inequivoca conferma costituiscono le stesse iniziative che il Parlamento ha assunto in ordine alla vicenda Moro. Si pensi innanzitutto alla pluralità, natura e ampiezza degli oggetti dell'inchiesta che la legge 23 novembre 1979, n. 597, determinò di affidare ad una apposita commissione bicamerale. Sul punto, e a mero titolo di esempio, valga il riconoscimento (esplicito nella lettera f dell'art. 1 della legge istitutiva di quella commissione) della possibilità che non solo privati cittadini, ma anche esponenti politici e pubbliche autorità avessero posto in essere iniziative o atti, al fine di stabilire contatti diretti o indiretti con i rapitori e/o rappresentanti di movimenti terroristici allo scopo di ottenere la liberazione di Aldo Moro. Analogamente ad attestare la consapevolezza che il percorso verso la verità fosse ancora incompiuto, sta l'attribuzione (operata dall'articolo 1, lettera c, legge 17 maggio 1988, n. 172) a questa Commissione del compito specifico di accertare nuovi elementi idonei ad integrare le conoscenze già acquisite dalla pregressa commissione Moro.
 

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A tale compito specifico la Commissione ha già adempiuto nella X legislatura attraverso una approfondita inchiesta affidata ad un apposito gruppo di lavoro, che ha condotto alla redazione e approvazione al termine della legislatura di un'ampia relazione (22 aprile 1992). Nella stessa, la Commissione prendendo le mosse dagli elementi di conoscenza desumibili e dai processi allora in corso, il Moro-ter e Moro-quater, dal ritrovamento dei documenti in via Monte Nevoso e dagli apporti rivenienti dalla varia memorialistica dei brigatisti rossi, ha individuato come problemi ancora aperti una più precisa ricostruzione della dinamica dell'agguato, la sparizione di documentazione fotografica dei luoghi della strage nell'immediatezza di questa, blocco delle linee telefoniche nella zona al momento del sequestro, il numero dei carcerieri, l'identità precisa del sedicente ingegner Altobelli, il falso comunicato n. 7, conosciuto come "del lago della Duchessa". Nell'XI legislatura, la Commissione riprese l'inchiesta cui dedicò un'ampia parte della relazione del 28 febbraio 1994. Nella stessa si è preso atto dell'avvio di un nuovo procedimento giudiziario, il cosiddetto Moro-quinquies, di nuove dichiarazioni dei brigatisti e, muovendo da una serie di interrogativi sollevati dal pubblico ministero Antonio Marini in una intervista giornalistica, sono stati sottolineati:
- una ancora insoddisfacente ricostruzione della dinamica dell'agguato, con specifico riferimento all'accertata presenza in Via Fani, durante l'eccidio, di una moto Honda, e quindi della consistenza del nucleo d'attacco, reputandosi scarsamente credibile che un'azione così grave; complessa potesse essere stata realizzata soltanto da nove brigatisti;
- dubbi e perplessità in ordine alla mancata estradizione di Alessio Casimirri, un brigatista presente in Via Fani;
- la possibilità che l'onorevole Moro non fosse stato ucciso in Via Montalcini;
- dubbi non solo sul ritrovamento delle carte di Via Monte Nevoso, ma sulla gestione di tale documentazione.
 

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La conclusione cui giungeva la relazione era che nel complesso emergesse una realtà ancora tutt'altro che definita, anche in considerazione di ciò che nel frattempo veniva alla luce da altre inchieste giudiziarie non direttamente relative al caso Moro che andavano ponendo in luce - sia pure ancora al livello di ipotesi accusatorie - l'attivarsi, a valle del sequestro dell'uomo politico, di una opaca vicenda di conflitti e tensioni cui non sarebbero stati estranei settori istituzionali e la criminalità organizzata siciliana, calabrese e romana. In questa legislatura la Commissione ha ripreso ed approfondito l'inchiesta ed ha preso atto di nuove acquisizioni processuali che in parte tendono a completare, in parte a correggere il quadro complessivo degli eventi, così come ricostruito sulla base delle acquisizioni anteriori. In particolare la Commissione ha potuto rilevare come non appaia più vera la ricostruzione che pure per anni era stata accettata, del tragico epilogo della vicenda, che identificava il Prospero Gallinari l'esecutore materiale dell'omicidio Moro. Lo stato delle acquisizioni attuali consente ora invece di identificare gli uccisori di Moro in Mario Moretti (in termini di certezza) e in Germano Maccari (almeno in termini di ipotesi accusatoria). In Maccari (che pur si professa innocente) sarebbe stato inoltre identificato, il quarto carceriere di Moro (della cui esistenza si era a lungo dubitato) come pure il sedicente ingegnere Altobelli (anch'esso a lungo identificato in Gallinari), coniuge apparente di Annalaura Braghetti e locatario dell'appartamento di via Montalcini. Della presenza di Maccari in via Montalcini per l'intera durata del sequestro Moro hanno parlato tanto la Faranda (interrogatorio in data 20 ottobre 1993) quanto Morucci (interrogatorio in data 21
 

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ottobre 1993). La Faranda ha anche precisato (interrogatorio in data 10 ottobre 1993) che l' "ingegner Altobelli" era un militante "irregolare" delle Brigate rosse che aveva preso parte al sequestro a partire dal trasbordo della cassa di legno in cui era stato rinchiuso Moro sulla Ami 8 della Braghetti, con cui fu condotto in via Montalcini. Ciò malgrado Maccari è rimasto fermo sulla propria posizione, confermando le precedenti dichiarazioni d i totale estraneità al sequestro Moro e, più in generale, alle Brigate rosse. Effettivamente desta qualche perplessità la circostanza che nella struttura verticistica e compartimentata delle Br un ruolo così importante come quello del quarto carceriere di Moro sia stato affidato ad un personaggio marginale e cioè un "irregolare" della struttura. A ciò si aggiunga che la stessa personalità del Maccari (un idraulico) appare inadeguata al ruolo, e cioè a giustificare perché un compito così importante sia stato affidato a un non appartenente al vertice operativo. Certo è che però che Faranda e Morucci indicano in Maccari il quarto uomo. Di tanto va preso atto; con l'ovvia conseguenza che, se le affermazioni di Faranda e Morucci non risultassero veritiere, la vera identità dell'ingegnere Altobelli costituirebbe una "chiave" idonea a consentire una lettura totalmente diversa dell'intera vicenda, con esiti probabilmente clamorosi. Altri aspetti della vicenda, che pur avevano suscitato perplessità e attivato un impegno indagativo ulteriore, ricevono invece dalle più recenti acquisizioni conferma e non smentita; così ad esempio l'individuazione del covo di via Montalcini come luogo della esecuzione della condanna di Moro.

3. Peraltro alla Commissione è apparso opportuno, nella logica complessiva che ispira la presente relazione, che la riflessione sull'affaire Moro fosse inserita nell'ambito di una valutazione del contesto più vasto in cui si iscrivono i fenomeni dell'eversione di sinistra e del terrorismo rosso; e che tali
 

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fenomeni consideri nel complesso della realtà storica del periodo. E' una scelta di metodo che tende a verificare, appunto in funzione del contesto, la possibilità di illuminare molte delle zone d'ombra che residuano o almeno di verificare la possibilità di colmare i vuoti di conoscenza con ipotesi ricostruttive che, in virtù del contesto in cui si collocano, assumano un elevato grado di probabilità, scartando invece quelle che non attingano a tale livello e, in tali limiti, ammettendo il permanere di ambiti di inconoscibilità. Nella scelta di metodo operata la Commissione ha quindi ritenuto di dover attribuire rilievo alla circostanza ipotizzata da più parti sia pure con differenti angolature, che il tragico epilogo della vicenda Moro non sia stato soltanto il risultato di una sconfitta militare e/o politica subita dallo Stato, bensì la risultante del coagire di un complesso di tensioni, di forze comunque non interessate alla salvezza del prigioniero delle BR; di queste quindi si è ipotizzata al riguardo la possibilità di una eterodirezione o quantomeno la loro suscettibilità ad essere influenzate e condizionate, più o meno intensamente. Sono ipotesi queste - pur se non ancora verificate su basi oggettive di tranquillante certezza - con le quali la Commissione è tenuta a misurasi, soprattutto una volta che l'ipotesi ricostruttiva più radicale le è stata direttamente offerta, nella deposizione resa il 6 giugno 1995, da uno dei più stretti collaboratori di Aldo Moro, il dottor Corrado Guerzoni.

4. Secondo l'ipotesi Guerzoni il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro sarebbero stati un delitto in appalto, voluto da circoli reazionari stranieri e italiani e finalizzato alla liquidazione della politica della solidarietà nazionale e in particolare della partecipazione comunista al governo. Il Guerzoni ha portato a sostegno della sua ipotesi una serie di argomentazioni: il documentato contrasto tra Moro e il Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger; l'ostilità di Schmidt e di Giscard d'Estaing all'ingresso dei comunisti italiani al governo, il rifiuto dell'amministrazione
 

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statunitense a collaborare, in un primo momento, alle indagini sul rapimento e il successivo invio di un unico esperto in sequestri che lavorò presso il Ministero dell'interno, le contraddizioni logiche e politiche della ricostruzione che i brigatisti, e in particolare Mario Moretti, fanno della vicenda del rapimento; l'inafferrabilità dei brigatisti nel periodo del sequestro; l'insufficienza dimostrata dallo Stato a livello operativo; le posizioni espresse dal Ministero dell'interno circa la sindrome di Stoccolma e il preventivato ricovero in clinica dell'onorevole Moro in caso di rilascio; l'intervento del Presidente del Consiglio Andreotti perché fosse inserita, nella lettera del Pontefice agli uomini delle Brigate Rosse, l'espressione "senza condizioni" (ed è questa una circostanza precedentemente pressoché sconosciuta); la scomparsa dei documenti relativi al comitato di crisi del Ministero dell'interno; la vicenda di via Gradoli; il ritardo con cui fu scoperto il covo di via Montalcini; la pressione dello stesso Ministero dell'interno italiano presso l'analogo dicastero svizzero per bloccare l'iniziativa dell'avvocato Payot. L'ipotesi implica un passaggio logico che Guerzoni ha così sintetizzato: "Moretti ha stabilito con qualcuno una convenienza reciproca per la gestione del sequestro e Moretti ha potuto viaggiare tranquillo per l'Italia senza che nessuno lo fermasse. Nessuno ha avuto interesse a trovare l'onorevole Moro; il Presidente della D.C. interessava morto anche da quest'altra parte". Osserva in merito la Commissione che le valutazioni di Guerzoni fondano un'ipotesi teorica, nel senso che essa non nasce da precisi riscontri esistenti nelle carte processuali o in altra documentazione, ma costituisce la riflessione di un intellettuale che visse con grande intensità la vicenda del rapimento (in contatto con la famiglia, fu tra coloro che alimentarono il partito della trattativa) e che negli anni successivi ha continuato a meditare su quell'evento. Tuttavia va riconosciuto che si tratta di ipotesi perfettamente logica e plausibile, non contraddetta o smentita da elementi di fatto nel senso che tutte le circostanze riportate a sostegno dell'enunciato sono vere e inoppugnabili. Essa
 

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resta però un'ipotesi largamente teorica nel senso che non è neppure possibile, allo stato delle conoscenze, concatenare i fatti allegati in modo coerente con la configurazione di un progetto criminoso nel quale le Brigate Rosse siano state strumento di un più ampio disegno politico. E peraltro l'ipotesi stessa suggerisce un percorso indagativo su cui la Commissione ritiene di incamminarsi per adempiere al compito assegnatole dal Parlamento, impegnandosi in una verifica in cui appare peraltro opportuno operare da subito una separazione tra due momenti differenti: il primo, la eventualità che il sequestro sia stato programmato da "forze diverse" dalle Brigate Rosse e di cui queste siano state strumento; il secondo, invece la possibilità che alla gestione del sequestro e al suo esito cruento abbiano contribuito "forze diverse" dalle Brigate Rosse.

5.1. Come si è già accennato, nell'agguato di via Fani le B.R. dimostrano una capacità militare di aggressione che costituisce un unicum nella storia del partito armato, non soltanto perché una impresa così complessa non fu mai tentata (tanto meno con successo) né prima né dopo, ma anche perché l'efficacia dell'azione militare dimostrata in via Fani stride con il grado di relativa preparazione militare dei brigatisti. Da ciò l'iniziale sospetto di altre presenze in via Fani, che avrebbero apportato all'agguato quella capacità tecnica di intervento difficilmente accreditabile ad un gruppo non altamente specializzato. Da ciò, inoltre, l'insoddisfazione in ordine alla iniziale ricostruzione dell'agguato, che identifica soltanto in sette brigatisti (Mario Moretti, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore, Valerio Morucci, Bruno Seghetti, Barbara Balzerani e Franco Bonisoli) i componenti del gruppo d'attacco. In realtà nel primo processo Moro la sentenza di primo grado, pur accertando le anzidette presenze in via Fani, non sembrava escludere la probabilità di presenze ulteriori, che la complessità dell'agguato rendeva del tutto
 

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plausibili. Ma nel processo d'appello fu attribuita ben altra consistenza all'affermazione di Morucci secondo cui erano stati soltanto sette gli uomini del commando, sicché la dinamica dell'azione si ritenne definitivamente ricostruita. Gli sviluppi processuali successivi hanno invece smentito in termini di certezza tale ricostruzione e la ritenuta attendibilità del Morucci, costretto a ritrattare allorché dovette ammettere la presenza in via Fani anche di Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri; Morucci continuò però a negare la partecipazione all'agguato di Rita Algranati, partecipazione che ha invece successivamente ammesso (e che è stata implicitamente confermata da Mario Moretti) solo dopo aver assicurato alla donna, con la prima versione, una definitiva impunità. Osserva peraltro la Commissione che non è soltanto il carattere reticente di apporti ricostruttivi forniti, per approssimazioni successive, dai brigatisti, a fondare in termini di certezza l'avviso che il numero dei partecipanti all'agguato fu più alto di quello (dieci) fin qui accertato. E' conclusione questa che si fonda anche su altre certezze processuali, con particolare riferimento alla deposizione resa dal teste Alessandro Marini, presente in Via Fani a bordo di un ciclomotore, che descrisse la presenza nella dinamica dell'agguato di una "moto Honda di colore bleu di grossa cilindrata sulla quale erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna scuro e quello dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra, sparò alcuni colpi nella mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino" .
 

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Tale testimonianza fu dal Tribunale ritenuta "una versione lucida degli eventi" tanto da determinare la condanna dei partecipi all'agguato anche per concorso nel tentato omicidio di Alessandro Marini. La presenza degli individui a bordo della Honda è una certezza processuale che non ritenersi scalfita dalle reiterate smentite dei brigatisti (Morucci e Moretti in particolare), sia per i limiti di attendibilità, già sottolineati, dei loro apporti collaborativi (Morucci) o ricostruttivi (Moretti), sia perché la circostanza ha trovato ulteriori conferme sia nel processo Moro-quater nella ricostruzione del ruolo svolto da Alvaro Lojacono nell'agguato, che nell'istruttoria del processo Moro-quinquies. Alcune testimonianze infatti attestavano la presenza della moto Honda e di due uomini in divisa, prima dell'agguato, presso il bar dal quale si sarebbero poi mossi gli sparatori (testimonianza di Paolo Pistolesi) e durante l'agguato (testimonianza del poliziotto Giovanni Intrevado, che vide il calcio di un mitra che spuntava dalla giacca di uno dei motociclisti in divisa). Ma soprattutto il fatto è confermato dalle dichiarazioni di Raimondo Etro, il brigatista che ha confessato d i aver svolto la prima verifica circa la possibilità di eseguire il rapimento di Aldo Moro presso la chiesa di S. Chiara e che ha ammesso di aver custodito le armi usate in Via Fani. Etro nell'interrogatorio reso il 15 settembre 1994 ha dichiarato: Ricordo anche di aver appreso, da Casimirri, che era successo qualcosa di imprevisto che potrebbe riguardare una moto e chi la guidava. Ricordo che mi disse: 'sono passati due cretini con la moto' o forse 'sono passati quei due cretini con la moto'. Di questi miei ricordi però non sono sicuro, quindi non posso essere più preciso". D'altro canto è la stessa dinamica dell'agguato e la preparazione puntigliosa che lo ha preceduto e che ne ha determinato il successo, a fondare almeno in termini di elevata probabilità l'ipotesi di una più numerosa composizione del commando, sia per quanto riguarda la fase dell'avvistamento delle autovetture di Moro e della scorta (dove verosimilmente un ruolo rilevante avrebbero avuto i due brigatisti a bordo della Honda, con funzione di staffetta
 

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rispetto alle autovetture oggetto dell'agguato e, poi, di retroguardia rispetto alle autovetture delle BR in fuga con l'ostaggio), sia per quanto riguarda altri aspetti delle ulteriori fasi esecutive del sequestro. In particolare ai magistrati inquirenti direttamente auditi dalla Commissione è apparso poco credibile - valutazione condivisa dalla Commissione - che il furgone in cui l'onorevole Moro, appena catturato, fu trasferito rinchiuso in una cassa, sarebbe rimasto a lungo incustodito fino all'arrivo di Morucci, mentre alcune testimonianze attestano la presenza a bordo di almeno un'altra persona in attesa.

5.2. Tuttavia se può affermarsi, almeno in termini di elevatissima probabilità, che all'agguato parteciparono altri componenti del commando oltre a quelli sino ad ora accertati, le acquisizioni disponibili non consentono alla Commissione di affermare che in via Fani vi siano state "altre forze" che delle BR abbiano innalzato il grado di efficienza operativa. Certamente non mancano indizi in tal senso, ai quali in seguito si farà cenno; e tuttavia gli stessi non acquisiscono ancora quella consistenza atta a soddisfare la scelta di metodo che la Commissione ha operato: fondare le proprie valutazioni soltanto su elementi che appaiono certi o su ipotesi che abbiano carattere di elevatissima probabilità. Gli elementi di sospetto cui innanzi si accennava aprono tuttavia direzioni indagative che meritano di essere enunciate perché suscettibili in futuro di essere utilmente percorse. Tali ad esempio:
a) La presenza in via Fani di un Colonnello del SISMI, Camillo Guglielmi, presenza che non ha mai ricevuto una accettabile spiegazione. Il Guglielmi riferì di aver ricevuto un invito a pranzo presso un collega; quest'ultimo confermò di averne ricevuto la visita, ma non la circostanza dell'invito a pranzo, che
 

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comunque non avrebbe potuto giustificare la presenza del Guglielmi in via Fani alle nove del mattino (211).
b) La testimonianza di Saverio Morabito sulla presenza in via Fani di un elemento di spicco della 'ndrangheta calabrese, Antonio Nirta. Verso la fine del 1992 Saverio Morabito, uomo di punta della 'ndrangheta, decideva di collaborare con la giustizia e veniva pertanto interrogato nel carcere di Bergamo, dal sostituto procuratore della repubblica di Milano Alberto Nobili. Morabito (la cui attendibilità è supportata dall'avere egli consentito, con le sue dichiarazioni, il successo dell'operazione "Nord-Sud", che ha portato all'esecuzione di centoquaranta arresti) ha fornito un apporto collaborativo che riempie diverse centinaia di pagine, largamente incentrate su episodi di criminalità comune, ma che su un punto interessa le problematiche su cui la Commissione è impegnata. "Non è certo un caso - dichiara il Morabito - che taluni dei membri di maggior spicco della "ndrangheta" si dice siano inseriti nella massoneria ufficiale, come ad esempio la famiglia Nirta di San Luca, facente capo a Giuseppe e Francesco Nirta e che annovera Antonio Nirta, detto "due nasi" data la sua predilezione per la doppietta che, in Calabria, viene appunto denominata "due nasi". Di Antonio Nirta avrò modo di parlare così come del suo doppio ruolo, dato che ritengo sia persona che abbia ruotato in ambiti contrapposti e cioè che abbia avuto anche contatti con la Polizia o con i servizi segreti. Potrà sembrare non credibile ma appresi da Papalia Domenico e da Sergi Paolo, come dirò, che il Nirta Antonio fu uno degli esecutori materiali del sequestro dell'onorevole Aldo Moro". E più avanti la circostanza veniva ribadita e Nirta "due nasi" veniva collocato dal Morabito tra "quelli che hanno operato materialmente in via Fani cioè non so se abbia preso parte al rapimento materiale o è stato uno di quelli che sparava; l'ho appreso nel 1988 o '87 da Paolo Sergi fratello di Sergi Francesco,
 

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perché ormai era divulgata la notizia che Antonio Nirta era un delatore un confidente dei Carabinieri e dei Servizi e via dicendo, ormai era cosi sputtanata la cosa che dire una cosa in più o dire un suo segreto ormai non era più un segreto". Non è agevole, allo stato delle conoscenze, giudicare del valore di questa testimonianza, che inserisce l'attività della malavita in un complesso ambito di complicità: "Secondo me - afferma sempre Morabito -, anche il Papalia Domenico o altri come lui qui vogliono far credere di essere dalla parte della malavita pura, ognuno all'insaputa dell'altro ha dei contatti con personaggi che gravitano nei servizi o nella Criminalpol, o nella Questura e nei Carabinieri, ognuno la fa all'insaputa dell'altro, naturalmente agli occhi dei gregari ognuno cerca di dare di sé una facciata pulita, parla male dell'altro, parla male di quell'altro, perciò per Papalia Domenico sapere da Antonio Nirta che lui avrebbe preso parte al rapimento Moro non credo che Papalia Domenico si sia stupito più di tanto". Trattasi di un apporto collaborativo che allo stato deve ritenersi non ancora supportato da adeguati riscontri e che tuttavia può essere posto in relazione con la registrazione della telefonata del I maggio 1978 tra Benito Cazora e Sereno Freato, nella quale il primo dice: "Dalla Calabria mi hanno telefonato per informarmi che in una foto presa sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio noto a loro"; ciò avvalorerebbe inoltre l'ipotesi della non casualità dello smarrimento del rullino di fotografie scattate immediatamente dopo la strage, la cui sottrazione, favorita dalla grande concitazione del disordine di quei giorni, sembra interpretabile come funzionale a cancellare le prove della presenza non casuale della mafia calabrese.
c) Le resistenze che i magistrati inquirenti hanno riferito alla Commissione di aver incontrato e di continuare ad incontrare da parte dei brigatisti quanto ad una
 

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ricostruzione compiuta e credibile dell'agguato e cioè la persistenza di un atteggiamento di chiusura che perdura al di là dei già segnalati cedimenti ed abbandoni di più antiche versioni, ormai di provata inattendibilità; è un atteggiamento che gli inquirenti giudicano sproporzionato rispetto al fine di coprire altri brigatisti restati sconosciuti e che sembrerebbe invece rivelare la volontà di occultare la presenza in Via Fani di "forze diverse" e quindi di difendere il carattere "puro" (ovviamente dal punto di vista rivoluzionario) dell'azione.
d) Le resistenze e gli scarsi apporti collaborativi che gli stessi inquirenti hanno riferito di avere incontrato da parte di settori istituzionali italiani ed esteri nell'estradizione di alcuni brigatisti, la cui partecipazione all'agguato è ormai accertata, come Lojacono e Casimirri.

6. Non sussistono quindi ad avviso della Commissione elementi che consentano di fondare su basi di certezza o almeno di elevata probabilità l'affermazione che nell'agguato di via Fani abbiano cooperato con le BR forze diverse idonee ad innalzarne il grado di efficienza militare. Analogamente e in una prospettiva più ampia la Commissione ritiene di dover riaffermare, anche con riferimento allo specifico della vicenda Moro, che non esistono, allo stato delle acquisizioni, elementi che consentano di fondare, almeno in termini di elevata probabilità, l'affermazione di una eterodirezione delle BR. Anche in tale suo momento di più alta offensività il partito armato continua a configurarsi, almeno in forma del tutto prevalente, come fenomeno autoctono ed autosufficiente, le cui menti direttive e i cui canali di comando sono ormai sufficientemente noti anche se in ordine agli stessi permangono marginali aree d'incertezza e di dubbio (che peraltro si accentuano a valle della vicenda Moro e con specifico riferimento alla complessa e non limpida figura di Senzani).
 

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In tale prospettiva, sia l'individuazione dell'obiettivo sia la deliberazione di sopprimerlo appaiono alla Commissione del tutto coerenti con la logica e lo spirito delle BR; o almeno dell'ala militarista che in quel momento, attraverso Moretti, aveva assunto il sopravvento. Sul punto la Commissione ritiene pienamente condivisibile, come esito della sua complessiva riflessione, la valutazione espressa da Magistrati che a lungo hanno indagato sulla vicenda, secondo il cui avviso nella prima fase del sequestro le BR erano ben determinate a giungere sino all'eliminazione dell'ostaggio. Le regole del processo a cui l'onorevole Moro veniva sottoposto erano tali da determinare necessariamente la più severa delle condanne; sicché l'ostaggio non poteva non essere giustiziato secondo uno sviluppo coerente e logico della vicenda. E' solo in un momento successivo che attraverso Morucci e Faranda si inserisce un impulso esterno alla trattativa e proveniente da Scalzone, Piperno, Pace e dai vari ambienti legati al progetto "Metropoli". Sicché sembra arbitrario alla Commissione dedurre - come il dottor Guerzoni deduce - che sarebbe dovuta ad eterodirezione la decisione di Moretti di giustiziare l'ostaggio, nel momento in cui l'apertura di una trattativa sembrava farsi più concreta. Ed infatti, tale decisione di Moretti sembra ancora pienamente giustificabile secondo una logica interna al gruppo brigatista: Moretti riafferma la sua leadership sul gruppo, accelerando l'esecuzione dell'ostaggio, anche per impedire che l'opposta fazione prenda il sopravvento. Con l'esecuzione dell'ostaggio, infatti, quest'ultima è sconfitta, come dimostrerà l'evoluzione immediatamente successiva dei rapporti tra il vertice delle BR, ancora saldamente militariste, e l'ala movimentista di Morucci e Faranda. Non sussistono quindi, ad avviso della Commissione, elementi probanti che consentono di affermare che nella vicenda Moro le BR siano state eterodirette.
 

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7. Peraltro, se deve escludersi, perché non verificabile, l'ipotesi che le BR siano state eterodirette e che ad esse il sequestro e l'uccisione di Moro siano stati affidati in appalto, ben altro grado di verificabilità ha, ad avviso della Commissione, un'ipotesi diversa (in parte coincidente con la prima, ma di portata indubbiamente minore) che, pur attribuendo all'autonomia delle BR l'iniziativa del sequestro e la sua sanguinosa conclusione, affermi che nella gestione dell'affaire coagirono forze diverse che contribuirono all'avvitarsi della vicenda verso il suo tragico epilogo; contribuirono cioè ad impedire che validi tentativi venissero posti in essere ed attuati perché Moro venisse salvato. Di una certa intensità appaiono gli elementi che spingono la Commissione ad affermare che l'ipotesi Guerzoni sia quindi verificabile in una prospettiva minore: non un delitto appaltato, ma un delitto non sufficientemente contrastato per evitare che giungesse alle sue ultime estreme conseguenze; e tutto ciò per ragioni non molto diverse da quelle che avrebbero sorretto l'ipotesi estrema del delitto in appalto, nutrite da settori anche politici e istituzionali e riconducibili prevalentemente alla zona grigia di cui si è già detto e su cui in seguito più ampiamente si tornerà.

8.0. A fondare sul punto l'anzidetta valutazione da parte della Commissione sta una pluralità di elementi indiziari, ciascuno in sé considerato indubbiamente inidoneo a fondare l'ipotesi innanzi descritta; ma nel loro complesso indubbiamente idonei ad attribuire all'ipotesi medesima almeno un grado di probabilità sufficientemente elevato.

8.1. Il primo rilievo concerne la valutazione di una permanente permeabilità dell'organizzazione delle BR anche durante il sequestro Moro, così come nel complesso dell'intera storia del partito armato.
 

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Di tale relativa permeabilità sussistono indici numerosi dei quali appare opportuno alla Commissione fornire una segnalazione sia pur limitata. Sono materiali indagativi noti, già attentamente vagliati e in sede giudiziaria e in sede di inchiesta parlamentare, che qui appare opportuno far oggetto di un esame di insieme, nella prospettiva di confermare, anche con riferimento alla vicenda Moro, quella affermazione di permeabilità che la Commissione ha già operato in via generale per le BR e le altre organizzazioni eversive, fondandovi un giudizio di inadeguatezza della risposta istituzionale dello Stato; e spingendosi di tale inadeguatezza ad investigare le ragioni.

8.2. a) Lo stesso giorno dell'eccidio di via Fani alle ore otto di mattina la notizia che stava per essere compiuta un'azione terroristica ai danni di Moro fu diffusa da un'emittente radiofonica, Radio Città Futura, da parte del suo animatore Renzo Rossellini. Poiché non può pensarsi ad una divinazione, né appare credibile che si trattasse della conclusione di un ragionamento politico collegato agli avvenimenti parlamentari che nella stessa giornata sarebbero avvenuti (l'inizio del dibattito alla Camera dei deputati sulla fiducia al governo di solidarietà nazionale), non resta che concludere che, nonostante la rigida compartimentazione di tipo militare che caratterizzava le BR (il famoso cubo di acciaio, di cui ha parlato tra gli altri Gallinari) da qualche crepa notizie sulla preparazione dell'agguato fossero filtrate nell'area magmatica degli ambienti dell'autonomia. E' una valutazione la cui esattezza è stata confermata a questa Commissione dai magistrati che più a lungo hanno indagato sulla vicenda Moro e sui crimini commessi dall'eversione di sinistra nell'ambito della competenza territoriale degli organi giudiziari romani.

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b) Uomini politici del partito socialista, certamente non provvisti di un apparato di intelligence, riescono ad entrare in contatto con Lanfranco Pace e a convincerlo a farsi tramite presso le BR per un'apertura della trattativa. Pace contatta Morucci e Faranda ed apre all'interno delle BR una contraddizione che dopo l'uccisione di More determina la fuoriuscita di Faranda e Morucci dall'organizzazione e quindi in breve tempo il loro arresto e il rinvenimento di una delle armi con cui Moro era stato ucciso. Tutto questo fa parte delle certezze storiche e conferma il giudizio di una ben relativa impermeabilità delle BR. Il punto appare alla Commissione di estremo rilievo, così come non appare privo di rilievo che Morucci e Faranda abbiano sostenuto per anni che gli incontri con Pace fossero stati del tutto casuali e in numero limitatissimo; e che solo a distanza di anni e in sede memorialistica la Faranda abbia riconosciuto che quegli incontri non erano casuali, ma preordinati, ben fissa ti negli orari e nei luoghi, e che furono più di uno. Ne consegue che una normale attività di pedinamento avrebbe consentito di passare da Pace a Morucci e Faranda (questi ultimi in clandestinità e già indiziati di vicinanza se non di appartenenza al vertice delle BR), da Morucci a Moretti e da quest'ultimo addirittura a Moro. Si è obiettato che di questi contatti fra i parlamentari socialisti e Lamberto Pace non furono informati né l'autorità giudiziaria, né le forze di Polizia e che se tanto fosse avvenuto i pedinamenti probabilmente vi sarebbero stati. Ma l'obiezione non coglie nel segno, una volta che è certo che contatti volti all'instaurarsi della trattativa vi furono anche tra il Sostituto procuratore generale della Repubblica, dottor Claudio Vitalone, e Daniele Pifano, esponente di spicco del collettivo di via dei Volsci e quindi dell'Autonomia romana. Udito sul punto dalla specifica Commissione di inchiesta nell'VIII legislatura, il dottor Vitalone, nel frattempo divenuto senatore, ha reso ampia
 

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testimonianza dei contenuti del colloquio con Pifano ed ha tra l'altro affermato, da un lato, che all'epoca del contatto non era stata ancora accertata l'elevatissima pericolosità del Pifano (poco tempo dopo Pifano verrà arrestato mentre trasportava missili per i terroristi del Fronte di liberazione della Palestina), dall'altro che un pedinamento di Pifano non sarebbe stato possibile o se possibile non si sarebbe rivelato produttivo. Osserva la Commissione che se la prima valutazione può anche accettarsi, non altrettanto la seconda, contraddetta da quanto riferito alla Commissione da altro magistrato che a lungo si occupò dell'inchiesta (il dottor Priore), il quale ha affermato, sia pure con riferimento a Lamberto Pace, che il pedinamento era possibile e che sarebbe stato utilissimo. D'altro canto il dottor Vitalone fonda le sue valutazioni sull'affermazione di una assoluta impermeabilità non soltanto delle BR, ma anche dell'area magmatica dell'Autonomia romana. Affermazione questa che la Commissione non ritiene assolutamente di condividere per quanto innanzi ampiamente riferito in ordine ad una costante infiltrazione dell'area di Autonomia oggi pacificamente riconosciuta; sicché almeno sorprendente è che ciò fosse ignoto al dottor Vitalone che pur sul fenomeno aveva a lungo indagato.
c) Analogo rilievo meritano le modalità con cui il nome "Gradoli" venne ad inserirsi nell'inchiesta. Non è assolutamente credibile che il nome sia venuto fuori (pure è questa la versione ufficiale!) in una seduta spiritica in cui sarebbe stato evocato lo spirito dell'onorevole La Pira perché rivelasse il luogo in cui Moro era tenuto prigioniero. Dovuto è invece ritenere che il nome Gradoli fosse filtrato negli ambienti dell'autonomia bolognese; e che il riferimento alla seduta spiritica fosse una singolare, quanto trasparente, espediente di copertura della fonte informativa.
 

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Così come storicamente è certo che la informazione fu pessimamente utilizzata dagli apparati di sicurezza, mediante un'inutile azione di rastrellamento militare del paese di Gradoli, in provincia di Viterbo, trascurando, dopo il negativo esito del rastrellamento, la pressante segnalazione della famiglia Moro secondo la quale il nome Gradoli indicava una via romana, che fu invece ritenuta inesistente. Viceversa in via Gradoli vi era la principale base operativa delle BR abitata dalla Balzerani e frequentata da Moretti, già oggetto di un primo tentativo di perquisizione, che andò vanificato dal semplice fatto che nessuno rispose agli agenti che bussavano alla porta! Fonte di ancor più intense perplessità e di ancor più gravi valutazioni è poi la circostanza recentemente emersa nelle indagini sull'omicidio Pecorelli, in cui un professionista ha riferito al magistrato inquirente di aver fornito ad un alto ufficiale dei carabinieri, poi vittima delle Br , informazioni utili all'individuazione del covo in via Gradoli, che sarebbero state sottovalutate. Sono dati allarmanti che potrebbero consentire una lettura ben più cupa delle singolari modalità con cui il covo delle Br fu poi abbandonato a dodici giorni di distanza dall'inutile rastrellamento di Gradoli; lettura in cui le modalità dell'abbandono del covo si situerebbero in un contesto di ambigui messaggi di non impossibile decrittazione. E' una ipotesi estrema, che come tale non rientra nel canone che la Commissione si è dato; e cioè quello di limitarsi alla enunciazione di ipotesi soltanto se dotate di elevata probabilità. Ma è segnalazione che si è voluto operare una volta che, come ha dichiarato esemplarmente alla Commissione in sede di audizione uno dei magistrati che conduceva l'inchiesta, se l'operazione Gradoli fosse stata condotta con un minimo di diligenza "forse la storia del
 

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sequestro e dell'organizzazione delle BR sarebbe stata del tutto diversa, anche la storia d'Italia in un certo senso... via Gradoli era il centro, era il cuore delle BR, era la centrale operativa del sequestro, quindi se via Gradoli fosse stata individuata" come era agevolmente possibile "e fosse stata ben gestita, perché non c'era necessità di intervenire e operare arresti, si sarebbero ottenuti dei risultati perché quella era la sede dove Moretti tornava; dove la Balzerani viveva e continuava ad organizzare operazioni durante il sequestro Moro".
d) Una serie di inequivoci indizi spingono inoltre la Commissione a ritenere almeno probabile che tra la famiglia dell'uomo politico prigioniero e i brigatisti si siano attivati momenti di contatto. Trattasi di un profilo che risulta ben poco investigato anche in sede giudiziaria e sul quale il dottor Guerzoni ha reso alla Commissione testimonianza diretta assolutamente convincente sia in merito alla facilità dei contatti, sia pure epistolari, che intervennero tra la famiglia e i sequestratori, sia sul ruolo svolto da un sacerdote, don Antonello Mennini, che la Commissione avrebbe voluto audire ma che ha rifiutato di essere ascoltato trincerandosi dietro lo status di cittadino del Vaticano ed il ruolo ivi ricoperto. Un comportamento quest'ultimo che la Commissione non può omettere di valutare almeno a livello indiziario, per affermare dotata di probabilità, sia pur non elevata a certezza, l'ipotesi che tra la famiglia Moro e le BR si fosse stabilito un cosiddetto "canale di ritorno". E', com'è noto, profilo su cui a lungo si soffermò la relazione di maggioranza della Commissione Moro; affermando sin da allora di non potere escludere che tale "canale di ritorno" vi fosse stato, ed insieme chiarendo come l'atteggiamento dei familiari e dei collaboratori dell'onorevole Moro, nutrito da
 

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una non immotivata sfiducia negli apparati, fosse stato scarsamente collaborativo determinando la perdita di preziose possibilità di giungere alla prigione di Aldo Moro e di tentarne la liberazione. Tuttavia anche tali ultime notazioni che riguardano il comportamento dei familiari e dei più stretti collaboratori dell'onorevole Moro concorrono a rafforzare la convinzione di una permeabilità delle BR, tale da rendere sorprendente, come osservato anche in sede di pubblicistica estera, che in un sequestro durato cinquantacinque giorni, fitti scambi di lettere, di telefonate di contatti tra sequestratori, sequestrato e mondo esterno, sia pure indiretti, non sia stato possibile ad un apparato di sicurezza appena mediocre individuare il luogo di prigionia dell'ostaggio e provare a liberarlo. Vuol dirsi, cioè, che una più attenta e globale analisi della vicenda, accentua l'incomprensibilità di quello che da subito fu percepito come uno scacco cocente dei servizi di sicurezza; ed infatti l'accertata permeabilità delle BR avrebbe dovuto consentire una risposta istituzionale più adeguata che attraverso l'identificazione del luogo di prigionia portasse alla liberazione del prigioniero senza spargimento di sangue come più tardi avvenne per il generale Dozier.

9.1. L'impegno degli apparati di sicurezza durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro fu indubbiamente imponente. Basti pensare che da una relazione della Direzione generale di Pubblica Sicurezza inviata al Ministro dell'Interno in data 10 giugno 1980, emergono in ordine cronologico tutti gli interventi effettuati (perquisizioni, ispezioni accertamenti, controlli, blocchi stradali, battute con unità cinofile, ecc.) ed il quadro che ne risulta fornisce una media giornaliera di 1294 posti di blocco (157 nella cinta urbana di Roma), 1881 pattugliamenti (444 a Roma), 673 perquisizioni domiciliari (173 a Roma), per un totale di quasi 6.500.000 persone controllate. Per altri versi un rapporto elaborato dal Sismi sempre nel 1980 attesterebbe una documentabile solerzia, sia nel raccogliere le informazioni dalle
 

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varie fonti istituzionali (Arma dei carabinieri, Ministero degli affari esteri e rappresentanze diplomatiche, Ministero dell'interno, i Sios), dagli organi di informazione anche stranieri e dai reperti (comunisti, volantini ecc.), sia nel ricercare gli elementi informativi utili attraverso i molti canali dell'intelligence: controllo delle radio trasmissioni e del traffico marittimo e aereo, interscambi di informazioni con la Polizia e i servizi collegati ecc. Se tutto ciò va riconosciuto, altrettanto dovuta è peraltro la constatazione già operata a livello conclusivo dalla Commissione Moro: nonostante lo sforzo imponente di uomini e di mezzi messi in campo (da qualcuno peraltro definito "di parata"), nessun risultato fu conseguito durante i cinquantacinque giorni del sequestro, al fine di assicurare alla giustizia i responsabili della strage, come nessun risultato di rilievo fu conseguito ai fini dell'individuazione della prigione dell'onorevole Moro e della liberazione dell'ostaggio.

9.2. La spiegazione che di tale clamoroso insuccesso è stata data, è nota e può ritenersi esemplarmente riassunta nelle valutazioni del Ministro dell'Interno rese alla Commissione Moro: "Le forze di Polizia potevano fronteggiare episodi sporadici di terrorismo, ma lo Stato nel suo complesso non era preparato ad affrontare fenomeni terroristici tipo caso Moro da un punto di vista ordinamentale e organizzativo. Mancava una politica della sicurezza relativa al terrorismo, cioè una dottrina della sicurezza basata su una analisi del fenomeno, non esistevano nel nostro apparato statuale adeguati ausili di carattere moderno anche se tutti quanti hanno dato tutto quello che potevano dare". E' una valutazione che alla Commissione non appare condivisibile, almeno nella sua globalità. Ed infatti se è vero che il rapimento Moro costituì per le azioni terroristiche un obiettivo di livello fino a quel momento impensabile e se, quindi, può comprendersi l'angoscia e la confusione che naturalmente seguirono a tale attacco inatteso, tuttavia un'analisi complessiva del fenomeno,
 

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che la Commissione ha già compiuto, conviene che in epoca sia precedente, sia immediatamente successiva al sequestro Moro, lo Stato era apparso e apparirà ancora in grado di dare risposta ben più adeguata all'attacco eversivo del partito armato. D'altro canto la stessa Commissione Moro, mentre sottolineava nella vicenda del sequestro, quale causa dello scacco, la mancanza di una strategia nell'antiterrorismo e di una politica della sicurezza elaborata in relazione alla peculiarità dell'organizzazione eversiva, dovette necessariamente riconoscere di non aver potuto trovare risposte convincenti sul perché fossero stati disciolti nel pieno boom del terrorismo l'ispettorato antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, costituito nel maggio dello stesso anno presso il Comando Carabinieri Torino. In tale prospettiva, con specifico riferimento alla vicenda Moro, vi è un ulteriore dato oggettivo che merita di essere adeguatamente sottolineato, per smentire o almeno fortemente ridurre la valutazione del grado di impreparazione complessiva dei sistemi di sicurezza: e cioè la circostanza che dopo appena tre giorni la Questura di Roma era in grado di indicare diciotto possibili autori della strage includendovi numerosi componenti, ormai accertati, del gruppo di fuoco e comunque uomini del vertice delle BR responsabili del sequestro; attestazione irrefutabili di un'attività investigativa già approfondita e che avrebbe potuto portare a risultati ben diversi da quelli, assai prossimi allo zero, che invece si realizzarono.

9.3. Certamente momenti di forte disorganizzazione vi furono anche a livello di coordinamento dell'attività di Polizia giudiziaria. Solo a seguito della vicenda Moro gli uffici giudiziari romani iniziarono ad agire in pool e cioè secondo un modulo operativo già utilizzato da altri uffici giudiziari settentrionali nella lotta al terrorismo.
 

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Così come non vi è dubbio che in momenti decisivi della vicenda, tale ritardo di preparazione ed organizzazione, ebbe effetto esiziale (si pensi ad esempio al ritardo nell'individuazione dei covi non solo di via Gradoli, ma anche di via Montalcini). E tuttavia, pur senza voler indugiare su molti altri aspetti già posti in luce in inchieste parlamentari anteriori (così ad esempio l'assoluta prevalenza di uomini della P2 ai vertici dei servizi di sicurezza, che durante il periodo del sequestro diedero alle indagini un contributo praticamente nullo) appare indiscutibile il fatto che, come nella complessiva risposta data dallo Stato all'aggressione del partito armato è riscontrabile un oggettivo succedersi di momenti d'efficacia e di momenti d'inerzia, così nella vicenda Moro coincidono, come da più parti rilevato, la punta più alta dell'attacco terroristico con la punta più bassa di funzionalità degli apparati di sicurezza e dei servizi d'informazione. Da ciò il ragionevole dubbio che come tale alternanza di efficacia e d'inerzia, sia stata il frutto non di una casualità della storia, bensì di una voluta logica di stop and go nella reazione dello Stato al brigantismo; così nella vicenda Moro la volontà di non infliggere subito al terrorismo la pur possibile decisiva sconfitta coincise con l'obiettivo di non contribuire alla liberazione di un leader, di cui erano noti quanto sgraditi gli intenti con riferimento all'evoluzione della situazione politica italiana.

10. A tutte le già ricordate ragioni che sorreggono l'ipotesi Guerzoni, alla Commissione sembra opportuno aggiungere il rilievo che indubbiamente deve essere attribuito a più recenti acquisizioni che attengono vuoi al probabile inserimento del crimine organizzato nella vicenda del sequestro Moro, vuoi al comportamento delle BR che subito dopo l'eliminazione dell'ostaggio perde di

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linearità ed appare - anche alla stregua di nuove emersioni - abbastanza incomprensibile. Sono infatti tali ulteriori elementi che spingono ora ad una revisione del giudizio a suo tempo formulata dalla Commissione Moro su una discrasia, che già all'epoca parve chiara, tra la raggiungibilità dell'obiettivo (la liberazione di Moro) e la constatazione innegabile che tale obiettivo, pur con un imponente spiegamento di forze, non fu raggiunto. L'inchiesta parlamentare nella relazione di maggioranza ritenne che la discrasia potesse essere spiegata con la mancanza sia nelle forze dell'ordine, sia nella magistratura di una strategia d'intervento specifico diretta a liberare Moro e ad arrestare i suoi rapitori. Tuttavia la stessa relazione di maggioranza non mancò di evidenziare come molti attori della vicenda si fossero comportati come se la stessa potesse sbloccarsi da sola, eventualmente in sede extraistituzionale, o come se il suo tragico epilogo fosse già segnato sin dall'inizio. Sul punto quella commissione si interrogò sulla possibilità che tali lacune fossero attribuibili al fatto che ai vertici di molti apparati preventivi e repressivi vi erano uomini che sarebbero poi apparsi tra gli appartenenti alla P2, acutamente rilevando come questa organizzazione avesse tendenze politiche ed interessi materiali che sarebbero stati fortemente colpiti se il programma politico che Moro incarnava si fosse realizzato. E tuttavia la relazione di maggioranza, pur avendo affermato che erano documentate gravissime negligenze apparentemente inspiegabili, se non motivate da un interesse a non veder risolto positivamente il dramma che era in corso, ritenne conclusivamente non raggiunta la prova dell'intenzionalità delle omissioni verificatesi. E' conclusione questa che la Commissione ritiene di non poter condividere appieno atteso che nuove emergenze e nuove acquisizioni consentono di ritenere certo o almeno altamente probabile (come già affermato in alcune delle relazioni di minoranza della Commissione Moro, in particolare
 

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quella dell'onorevole Sciascia) il carattere intenzionale di almeno alcune delle omissioni, di almeno alcune delle inerzie che contribuirono al tragico epilogo della vicenda Moro.

11. A fondare tale valutazione concorrono elementi che provengono da inchieste giudiziarie che hanno avuto oggetti (l'omicidio del giornalista Pecorelli, le attività di Cosa Nostra e della banda della Magliana, ecc.) totalmente diversi dalla strage di via Fani e dall'omicidio Moro. Sicché la circostanza che nell'ambito di tali diverse indagini l'affaire Moro abbia assunto rilievo ne conferma la centralità in un più ampio contesto, dove vennero ad incrociarsi flussi e tensioni in gran parte occulte e che va investigato nel suo insieme per poter fare piena luce sul rapimento e la tragica fine di un uomo politico intorno alla cui figura già oltre un decennio prima tensioni sotterranee si erano attivate con un indubbio effetto di torsione sul corso visibile delle vicende nazionali.

12. Sussistono ormai, nelle ricordate indagini giudiziarie, diverse e numerose fonti convergenti nel fondare la convinzione che la criminalità organizzata si sia attivata autonomamente e sia stata attivata da impulsi esterni in una logica iniziale di favorire l'individuazione del luogo di prigionia dell'onorevole Moro o comunque di giungere alla liberazione dell'ostaggio. Le medesime fonti convergono peraltro nel convincere che tale possibile intervento della criminalità organizzata sia stato successivamente bloccato sia da valutazioni di non convenienza interne alle organizzazioni criminali, sia da contrordini esterni che annullarono gli inputs originari. E' sulla base di iniziali ammissioni di Francesco Marino Mannoia, nel 1991, in parte riscontrate, in parte arricchite da Tommaso Buscetta, due anni più tardi, che il ruolo della criminalità organizzata nel sequestro di Aldo Moro ha assunto spessore e consistenza tali da divenire elemento di indagini giudiziarie e di riflessione storica.
 

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Secondo Mannoia, Stefano Bontade sia per propri convincimenti, sia per sollecitazioni che gli provenivano da ambienti politici italiani, sottopose al vertice di Cosa Nostra (la cosiddetta "commissione") l'opportunità di attivarsi per la liberazione di Aldo Moro. Nel vertice mafioso tale decisione fu contrastata da Pippo Calò, consultato quale conoscitore dell'ambiente romano, che avrebbe manifestato contrarietà e rivolto a Bontade avrebbe affermato: "Stefano, ma ancora non l'hai capito, uomini politici di primo piano del suo partito non lo vogliono libero". Malgrado la contrarietà del Calò in quella sede fu deciso "di operare affinché il Buscetta fosse spostato in un carcere del Nord, sì da poter contattare alcuni terroristi di sinistra che aveva conosciuto durante la detenzione". Tommaso Buscetta, allora detenuto, ha confermato sostanzialmente le dichiarazioni di Mannoia, affermando altresì di aver ricevuto anche sollecitazioni ad operare per la liberazione di Moro provenienti da fonte diversa; e cioè da Ugo Bossi (uomo del gruppo facente capo a Francis Turatello, gangster milanese con forti contatti romani), cui Buscetta fece presente l'opportunità di essere trasferito dal carcere di Cuneo a quello di Torino per poter contattare i vertici brigatisti che vi erano detenuti. La domanda di trasferimento del Buscetta però non ebbe esito positivo, ed il Buscetta suppose che fosse stato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa responsabile della sicurezza negli istituti di pena, ad opporsi al trasferimento. Un'accurata indagine svolta dalla Procura romana ha consentito di riscontrare l'attendibilità di tali fonti, chiarendo altresì come l'attivazione del Bossi e dal gruppo Turatello nascesse da sollecitazioni di Edoardo Formisano, consigliere regionale dell'M.S.I. a sua volta in contatto con funzionari del Ministero dell'interno e ufficiali dell'Arma, nonché con il dottor Vitalone, allora sostituto procuratore generale della Repubblica in Roma. Anche dal Bossi
 

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Buscetta avrebbe avuto successivamente conferma di una contrarietà politico-istituzionale alla liberazione di Moro. Altre fonti attesterebbero che sulla cessazione dell'attivazione di Cosa Nostra per la liberazione di Moro, (che le indagini della Procura romana situerebbero intorno al 10 aprile) abbiano influito valutazioni interne alla stessa associazione criminale, con specifico riferimento ad una iniziativa di Frank Coppola e cioè di un anziano esponente di Cosa Nostra vicino alla mafia statunitense. Testimonianze dell'onorevole democristiano Benito Cazora e del giornalista parlamentare Giuseppe Messina attesterebbero altresì analoghe iniziative della 'ndragheta calabrese ed inoltre un ruolo centrale nella vicenda del faccendiere sardo Flavio Carboni, legato a Licio Gelli e alla P2, che secondo un collaboratore di giustizia appartenente alla criminalità romana avrebbe svolto il ruolo di "anello di raccordo fra noi della banda della Magliana, la mafia di Pippo Calò e quegli esponenti della Massoneria (Licio Gelli e la P2)". Carboni si sarebbe offerto all'onorevole Cazora e a Giuseppe Messina come latore di un messaggio degli ambienti direttivi della mafia siculo-americana: quello di voler collaborare alla liberazione di Moro per riportare l'Italia ad uno stato di normalità. Peraltro il Carboni, dopo un'iniziale attivazione, avrebbe comunicato al Messina che la dirigenza della mafia era tornata sulla propria decisione e non voleva più occuparsi dell'affaire Moro, probabilmente perché, ad avviso di Carboni, "la mafia è molto anticomunista e Moro è indicato come persona molto favorevole al governo con i comunisti". Più recenti acquisizioni processuali nell'ambito delle indagini svolte dalla Procura di Perugia sull'omicidio Pecorelli avrebbero confermato, con specifico riferimento alla banda della Magliana, gli interventi di Carbone, Formisano e Vitalone sul clan Turatello affinché intervenisse sul sequestro Moro per favorire la liberazione dell'ostaggio, iniziativa romana che sarebbe stata successivamente fermata dagli stessi committenti.
 

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Potrebbe osservarsi che trattasi di una pluralità di elementi indiziari sparsi all'interno di indagini diverse che non hanno ancora avuto il necessario vaglio dibattimentale. E tuttavia la Commissione non può omettere di osservare che la concordanza delle varie fonti (a quelle già richiamate, si aggiungono le dichiarazioni del maresciallo Incandela e di Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata) è davvero impressionante e tale da poter fondare in termini di elevatissima probabilità la convinzione, già innanzi espressa, che inizialmente la criminalità organizzata si sia attivata e sia stata attivata dall'esterno per favorire la liberazione di Moro: e che tale intervento si sia arrestato per valutazioni interne alla criminalità organizzata e per inputs esterni probabilmente coincidenti. Analogamente impressionante è la convergenza di tali indicazioni, anche alla stregua degli ulteriori elementi che verranno subito chiariti, verso la individuata "zona grigia"; e cioè verso l'intreccio fitto - e non ancora pienamente disvelato - di ambigui rapporti che legarono in ambito romano uomini di vertice delle organizzazioni mafiose e della criminalità locale al mondo di uno oscuro affarismo, ad esponenti politici, ad appartenenti alla Loggia P2 (autorevolmente individuata come luogo di "oltranzismo atlantico"), a settori istituzionali, in particolare dei servizi.

13. Vi è infatti un ulteriore e ancora più inquietante episodio che ad avviso della Commissione esemplarmente attesta il groviglio di interessi e tensioni che sotterraneamente si attivò intorno al sequestro Moro: ed è l'episodio relativo al falso comunicato n. 7 del "Lago della Duchessa". Alle ore 9,30 del 18 aprile, in seguito ad una telefonata anonima, un redattore del quotidiano "Il messaggero" rinveniva in un cesto per rifiuti in piazza Belli un comunicato delle BR, nel quale si affermava che la salma di Aldo Moro giaceva "impantanata" nei fondali del Lago della Duchessa, in località Cartore di Rieti.
 

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La comunicazione apparve abbastanza presto non veritiera: il lago della Duchessa era gelato, il manto nevoso che ne ricopriva la superficie intatto e cioè non segnato da orme. Moro era ancora vivo, come gli sviluppi della vicenda abbastanza presto chiarirono. Anche sull'autenticità del comunicato sorsero subito dubbi. Le BR quasi immediatamente la negarono, considerandolo una "provocazione del potere". Incomprensibile apparivano anche le finalità per cui la falsa informazione era stata resa, sia che la stessa provenisse dalle BR o da ambienti a queste vicine o da terzi. L'interpretazione più attendibile apparve quella data a caldo dalla signora Moro: "una prova generale (dell'uccisione di Moro) per vedere come avrebbe reagito l'opinione pubblica". La Commissione Moro, sulla base degli elementi fino a quel momento acquisiti, non ritenne l'episodio suscettibile di un'interpretazione univoca. E tuttavia ritenne di dover "in proposito ricordare che l'idea di diffondere comunicati da parte dei servizi di sicurezza per controllare le reazioni dei terroristi fa avanzata dal dottor Vitalone sostituto addetto alla Procura generale della Repubblica e discussa con Polizia e Carabinieri". Ora nuove emersioni, ancora una volta provenienti da indagini giudiziarie affatto diverse da quelle che hanno avuto ad oggetto la strage di via Fani e l'omicidio Moro, consentono una ben più chiara - ed ancora più inquietante - lettura dell'episodio. Può infatti ritenersi certo che autore del falso comunicato della Duchessa sia stato Antonio Chichiarelli, un falsario romano di arte moderna, vicino agli ambienti della Banda della Magliana. Il Chichiarelli è con altrettanta certezza individuato come organizzatore ed autore della rapina del marzo 1984 alla Brink's Securmark, un deposito di sicurezza, che fruttò un bottino di circa 30 miliardi di lire e numerosi gioielli.
 

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Pochi mesi dopo tale rapina il Chichiarelli fu ucciso da ignoti in maniera estremamente violenta (anche la sua convivente venne gravemente ferita e una bambina piccolissima che stava con loro riuscì a salvarsi per caso). In tale concatenazione di eventi due ulteriori episodi si inseriscono a rendere l'intreccio complessivo più fosco e insieme più leggibile. A Chichiarelli possono ormai con certezza attribuirsi due "messaggi", che nella immediatezza apparvero del tutto oscuri. Il ritrovamente apparentemente casuale nell'aprile del 1979 di un borsello contenente oggetti che alludevano, connettendo insieme gli episodi, all'omicidio Pecorelli, al sequestro Moro e al depistaggio del Lago della Duchessa. Ancor più inquietante è che il Chichiarelli sostanzialmente "firmò" la rapina alla Brink's Securmark rivendicandola, due giorni dopo il suo compimento, con un "pacchetto", il cui contenuto chiaramente alludeva a quello del borsello fatto ritrovare cinque anni prima. L'unica lettura possibile che attribuisca un senso logico al concatenarsi di tali eventi non sembra alla Commissione potersi discostare da questa: il falso comunicato del Lago della Duchessa fu commissionato a Chichiarelli da ambienti istituzionali o almeno da ambienti a questi vicini (strettissimo amico di Chichiarelli era Luciano Dal Bello confidente dei Carabinieri); Chichiarelli riteneva di aver acquisito un credito di impunità per la collaborazione resa, in tale prospettiva lancia dapprima messaggi ai propri committenti e quindi firma la rapina alla Brink's! La gravità dell'episodio appare alla Commissione innegabile, anche perché un'approfondita riflessione convince che la conseguenza del falso comunicato fu sull'opinione pubblica l'annuncio dell'assassino del leader democristiano, messaggio che anticipando il lutto rispetto al reale svolgimento degli accadimenti, rendeva l'intera società pronta ad accogliere con minor resistenza e minor sofferenza una morte che dipendeva ancora da una molteplicità di circostanze, e sollecitava di fatto i brigatisti a percorrere la via cruenta e risolutiva. Lo stesso Moro nel Memoriale sembra interpretare in questo
 

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senso l'episodio, allorché scrive dell'unilateralità del comportamento della stampa italiana a proposito della "macabra grande edizione sulla mia esecuzione".

14. Già nelle relazioni 22 aprile 1992 e 28 febbraio 1994 la Commissione ha sottolineato l'importanza che assumono ai fini di una nuova e più approfondita lettura dell'affaire Moro le acquisizioni documentali consentito dal ritrovamento (apparentemente casuale) nel covo di via Monte Nevoso nel 1990 di una copia di lettere di Moro, tra cui alcune inedite e soprattutto una copia manoscritta del memoriale, più ampia del dattiloscritto rinvenuto nello stesso covo del 1978 e trasmesso all'Autorità giudiziaria. La Commissione ha anche rilevato come l'intervenuto accertamento giudiziario della datazione al 1978 dell'occultamento della documentazione in via Monte Nevoso non implica affatto l'identificazione degli autori dell'occultamento nei brigatisti che occupavano il covo; e cioè non esclude affatto che l'occultamento sia stata opera di qualcuno che - dopo la perquisizione ma nello stesso arco di tempo - avrebbe ritenuto inopportuna la divulgazione di documenti che vennero per questo occultati. E' un dubbio che si rafforza una volta che in altre indagini giudiziarie, tuttora in attesa di una verifica dibattimentale, è stata avanzata l'ipotesi di un possesso di carte non note relative all'affaire Moro da parte del Generale Dalla Chiesa e di una sua attività per portarle a conoscenza dell'onorevole Andreotti e cioè dell'uomo politico che più di altri sarebbe stato danneggiato dalla divulgazione dei documenti, che sarebbero stati poi trovati in via Monte Nevoso. Analogamente è stato già sottolineato dalla Commissione nelle sedi indicate che ulteriori perplessità nascono dall'ipotesi avanzata che il giornalista Pecorelli (i cui contatti con il Generale Dalla Chiesa possono ormai ritenersi certi) poco prima della morte era in attesa di ricevere e pubblicare inediti relativi all'affaire Moro.
 

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Peraltro nella presente sede conclusiva ciò che alla Commissione sembra dovuto ribadire e sottolineare è che il ritrovamento degli inediti di Moro obbliga, per il profilo considerato, ad una lettura della vicenda del sequestro notevolmente diversa da quella operata dalla Commissione Moro. Quest'ultima infatti, operò la lettura del sequestro e della sua tragica conclusione muovendo dal presupposto - che allora poteva essere condiviso - che Moro nel processo cui fu sottoposto dai brigatisti "non avesse parlato". Sicché la decisione di sopprimere l'ostaggio fu individuata come la tappa finale di un percorso non lineare all'interno delle BR, determinato anche dalla delusione di queste sugli esiti del processo. E' una conclusione questa che cede dinanzi ai contenuti delle carte rinvenute in via Monte Nevoso nel 1990, che da un lato consentono di collegare l'esecuzione non solo ad una logica interna, ma anche all'esito del processo, dall'altro pone il problema di spiegare perché le BR rinunciarono al vantaggio politico di rendere noti, come pure si erano impegnate a fare, i risultati dell'interrogatorio cui Moro era stato sottoposto. (Il memoriale Moro è infatti questo; e nella relazione del 28 febbraio 1994 la Commissione ha anche specificatamente indicato i sedici temi sui quali l'interrogatorio fu imperniato). Appaiono sul punto non convincenti le spiegazioni date sino ad ora dai brigatisti (in particolare e da ultimo da Moretti) sulle ragioni per cui gli interroganti ritennero non utile rendere pubblici i contenuti dell'interrogatorio. Non resta quindi sul punto che un'unica ipotesi che appaia logica ed accettabile; e cioè quella di un contatto, eventualmente mediato, tra le BR e settori istituzionali, in cui le prime potessero prospettarsi un qualche possibile vantaggio dalla mancata pubblicazione dei documenti.

15. Sono queste quindi le nuove emergenze e le nuove acquisizioni che spingono la Commissione - che si interroga sui contenuti e la qualità della
 

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risposta dello Stato all'aggressione del partito armato - di ritenere almeno fortemente probabile il carattere intenzionale di almeno alcune delle omissioni, di almeno alcune delle inerzie che contribuirono al tragico epilogo della vicenda Moro. Una simile conclusione è destinata a rafforzarsi nell'analisi complessiva della vicenda nazionale (già in parte operata e che verrà completata nelle pagine successive) in cui la morte di Moro appare coerentemente inserirsi nel complesso di un obiettivo strategico più ampio. E se lo specifico disegno politico di cui Moro era portatore può ancora oggi ritenersi neutro quanto all'iniziativa brigatista, non vi è dubbio che lo stesso assuma un decisivo rilievo nell'intento di quanti ritennero che l'epilogo annunciato della vicenda non meritasse di essere sino in fondo contrastato.



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