FISICA/MENTE

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RELAZIONE DI MINORANZA DEL SENTORE
RANIERO LA VALLE
(Gruppo parlamentare della sinistra indipendente del Senato)
http://www.apolis.com/moro/

 

Onorevoli Colleghi,

con la presente relazione di minoranza si intende illustrare le ragioni per le quali la minoranza che si è astenuta nel voto finale sulle conclusioni della Commissione, cioè il gruppo della Sinistra Indipendente del Senato, non ha ritenuto possibile né associarsi alla maggioranza che ha espresso voto favorevole, né giungere, come altre minoranze manifestatesi nella Commissione, al voto contrario. L'astensione peraltro non significa rinuncia o passività o equilibriamo nel giudizio, giudizio che in questa relazione si intende per l'appunto esprimere.
Le ragioni di un voto non contrario sono presto dette. Le conclusioni della Commissione non sono da respingere nel loro complesso, perché rappresentano una utile ricostruzione dei fatti, un risultato già in qualche modo apprezzabile dello sforzo compiuto in quattro anni per confrontare e avvicinare le diverse posizioni, una severa denuncia delle disfunzioni, delle insufficienze e delle inammissibili anomalie di condotta degli apparati dello Stato, una attentata ricostruzione della strategia e delle finalità delle Brigate Rosse, ed una porta lasciata aperta ad ulteriori approfondimenti sul problema decisivo della possibile connessione tra delitto Moro e scelte di politica internazionale di altri Stati sovrani. La relazione di maggioranza può pertanto essere assunta come appropriata base di discussione e come strumento di lavoro per le riflessioni future.
Ciò non ha comportato tuttavia, a parere di chi scrive, la possibilità di un voto favorevole. Non solo per le serie riserve che suscitano alcuni punti qualificanti della relazione, come per ciò che riguarda l'interpretazione delle lettere dell'On. Moro o il mancato trascendimento, culturale e politico, della rigida contrapposizione tra le cosiddette linee della "fermezza" e della "trattativa", ma soprattutto perché è impossibile considerare concluso, con tale relazione, e nemmeno giunto a un avanzamento significativo rispetto a quanto già si era delineato nei 55 giorni, il processo di approfondimento e di riflessione aperto da quel tragico evento. Anzi il meritorio lavoro della Commissione è valso a mettere in maggiore evidenza i nodi rimasti aggrovigliati e gli aspetti rimasti oscuri della vicenda Moro, senza peraltro avere la possibilità o la capacità di scioglierli e chiarirli. E come l'eredità politica e morale di Moro non può restare chiusa nella sua tomba, così il mistero e il dramma della sua morte non possono restare chiusi in tale relazione. In altre parole, il segno di contraddizione che la vicenda Moro ha rappresentato nella storia della società e dello Stato in Italia, non è stato risolto, ed è bene che non venga né esorcizzato né rimosso, ma che rimanga come salutare motivo di inquietudine e di ricerca nella coscienza nazionale e nella cultura politica delle istituzioni, fino a quando una maggiore conoscenza dei fatti e un più maturo giudizio storico non saranno possibili.
 

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La domanda fondamentale, resa più pressante da quanto anche successivamente al delitto si è appreso (ad esempio grazie al lavoro svolto dalla Commissione sulla P2) è se il delitto Moro sia interamente riconducibile, non solo nella sua gestione ad esecuzione, ma anche nei suoi moventi e nei suoi obiettivi, alle Brigate Rosse, o se esse non abbiano altresì funzionato da interpreti - in modi tutti da chiarire, che vanno dalla casualità alla complicità - di altre forze nazionali ed internazionali, interessate, con altri moventi e obiettivi, alla distruzione fisica c/o politica di Moro.

Una gestione inadeguata della crisi.

Questa domanda non esclude altre domande o riflessioni su responsabilità specifiche e comportamenti inadeguati che hanno contrassegnato la gestione della crisi.
1) C'è da chiedersi il perché della sottovalutazione, fino al 15 marzo 1978, del fenomeno terroristico, da parte degli apparati dello Stato, sottovalutazione ammessa da tutti i responsabili politici dell'epoca, benché il terrorismo avesse fatto irruzione già da dieci anni nella vita politica italiana con la strage di Piazza Fontana e presentasse uno stato di servizio tutt'altro che trascurabile e benché non mancassero elementi di conoscenza apprezzabili nel patrimonio informativo delle forze di polizia.
2) C'è da interrogarsi su quello che potrebbe chiamarsi un basso profilo nella gestione politica della crisi da parte di uno degli organi istituzionali dello Stato, cioè del Governo inteso nella sua collegialità come Consiglio dei Ministri, che al caso Moro dedicò nei 55 giorni, come risulta dai verbali, rare e rapidissime attenzioni, delegando la questione al Comitato interministeriale per la sicurezza, organo politico-burocratico formato da un certo numero di ministri e di alti funzionari dello Stato, integrato per l'occasione dal Ministro Morlino, e ad organi prevalentemente tecnici, come il cosiddetto gruppo tecnico-operativo del Ministero degli Interni. Il Consiglio dei Ministri, come tale, fu per la prima volta investito della questione subito dopo il sequestro e la strage, in una febbrile riunione di venti minuti, tra le 11 e le 11.20 del 16 marzo 1978. La decisione politica detta della "fermezza", che il Governo adottò e poi sempre mantenne, non fu discussa e prescelta in quella sede, né successivamente fu oggetto di discussione e deliberazione da parte dell'organo collegale di Governo. Essa venne data per presupposta e per ovvia. Nel secondo Consiglio dei Ministri dopo il sequestro, il 21 marzo, come si legge nella lettera che accompagna i verbali, "l'argomento non risulta trattato".Nel successivo Consiglio dei Ministri del 30 marzo il Presidente del Consiglio diede notizia dell'arrivo della lettera di Moro a Cossiga, ma trattandosi di "cosa delicata" ritenne che non fosse il caso di discuterne quel giorno, riservandosi di convocare il Consiglio se ci fossero state decisioni da prendere. Ma non ce ne furono, e il Consiglio non tornò a riunirsi che il 14 aprile. Quel giorno il Ministro degli Interni Cossiga riferì sugli incontri con i colleghi tedesco, austriaco e svizzero; nella successiva riunione del 21 aprile assicurò che le indagini proseguivano, nei Consigli dei Ministri del 28 aprile e del 5 maggio l'argomento non venne trattato, nel Consiglio dei Ministri del 9 maggio infine venne commemorata la figura dell'onorevole Moro e, in luogo di indire celebrazioni pubbliche non gradite dalla famiglia, fu dichiarata l'intenzione di istituire borse di studio in suo onore.
 

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3) Vanno ulteriormente precisate le responsabilità specifiche delle gravi deficienze ed omissioni sul piano operativo, a cominciare dalla inadeguatezza dei mezzi messi a disposizione dei magistrati inquirenti (il telefono a gettoni!) come ampiamente si documenta nella relazione conclusiva della Commissione.
4) Ci si può chiedere se non ci fu una valutazione squilibrata dell'evento; venne dato in effetti il massimo risalto al sequestro come attentato allo Stato democratico, nella sua figura complessiva di ordinamento giuridico fondato sulla certezza e imparzialità del diritto; venne dato il massimo risalto all'attentato alla persona dell'on. Moro come individuo appartenente alla specie umana, e come cittadino meritevole di tutela come ogni altro cittadino ingiustamente minacciato o colpito; venne dato il minimo rilievo al significato peculiarissimo dell'attentato alla persona dell'on. Moro come portatore di un ruolo e di un disegno politico assolutamente cruciali e determinanti in quella particolare fase della vita del nostro Paese, ben al di là della rilevanza della stessa carica pubblica che egli in quel momento materialmente rivestiva, con la conseguenza di graduare e proporzionare la risposta operativa e politica dello Stato ai primi due significati della sfida, e di lasciare invece senza adeguata risposta la terza, che pur era, dal punto di vista degli attentatori, la più importante e la ragione stessa dell'attacco.
5) Ci si può chiedere infine se non ci fu una inadeguata percezione non tanto e non solo delle connessioni internazionali del terrorismo, quanto del quadro internazionale in cui la vicenda veniva a collocarsi, e da cui traeva il suo pieno significato.
Su questi ultimi due punti, a cui non mancano accenni, tuttavia non sufficienti, nella relazione di maggioranza, si intendono suggerire qui alcune riflessioni.

Un delitto infungibile.

Per condurre queste riflessioni occorre rifiutare qualsiasi sdrammatizzazione del fatto, ogni tentativo di ricondurre il delitto Moro nella "normalità", sia pure la "normalità" segnata dallo sviluppo e dall'incrudelirsi del fenomeno terroristico. In effetti, per la vita della società italiana, il sequestro e l'assassinio di Moro hanno rappresentato una svolta, una crisi, uno di quegli "eventi maggiori" la cui portata si rivela più chiaramente via via che esso si allontana nel tempo, e l'attenzione è sollecitata e sospinta a concentrarsi sull'essenziale.
In questo senso pare al relatore di minoranza che si debba ulteriormente sottolineare il significato del fatto che oggetto dell'attentato sia stata proprio la persona dell'on. Moro, e come quell'attentato, a differenza di tutti gli altri che perseguivano nelle vittime, prese anche casualmente dalla magistratura, dalla polizia, dai carabinieri, dal giornalismo, un "simbolo" del potere o delle istituzioni che si intendevano colpire, apparisse connotato da una caratteristica di assoluta infungibilità: esso assumeva il suo intero significato dal nome e dalla identità della vittima e pertanto dalla linea politica a cui essi venivano unanimemente associati. Si trattava di una linea politica non semplicemente ripetitiva di impostazioni del passato, ma fortemente innovativo, soprattutto per quanto atteneva ai rapporti tra le

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forze politiche in Italia; essa rimetteva in discussione luoghi comuni, abitudini mentali e prassi politiche inveterate, ed era pertanto controversa e difficile, quando non addirittura ragione di scandalo: ma se era generale la consapevolezza di tale difficoltà, era altresì largo il credito che si faceva alla capacità dell'on. Moro di realizzare quella linea politica, anzi era diffusa la convinzione che egli fosse tra le persone il cui apporto sarebbe stato decisivo per la sua attuazione. Si può affermare pertanto, indipendentemente dal giudizio di merito sulla prospettiva perseguita dall'on. Moro, come, nelle particolari condizioni dell'Italia del tempo, egli fosse portatore di una alta potenzialità politica e incorporasse, per così dire, una ingente dose di destino nazionale; la sua vita non poteva essere considerata disgiunta dal corso che era destinata ad avere la vita del Paese; e come la sua figura travalicava i confini nazionali, così l'attentato contro di lui veniva ad assumere un significato di rilievo nella grande storia mondiale in cui interagiscono la storia e la lotta dei singoli popoli, e raggiungeva lo spessore e la portata, anche internazionale, degli altri grandi delitti politici di questi decenni, come quelli contro i due Kennedy, Lumunba, Luther King, Allende, Mons. Romero, Sadat, delitti in cui si è colpito o tentato di colpire, con accuratissima e perfino perversamente geniale scelta della vittima, una prospettiva di novità coinvolgente intere comunità o popoli, prospettiva di cui la vittima era considerata o era l'interprete e l'espressione più elevata e precisa.
Ciò che accomuna infatti questi grandi delitti politici moderni, da John Kennedy ad Allende a Moro, è che, a differenza di quanto avveniva negli antichi regicidi, dove si colpiva il potere in quanto espressione di immutabilità e conservazione, in queste vittime si è invece voluto colpire il potere in quanto fattore di cambiamento; e un'altra caratteristica è che il cambiamento, contro cui si sono rivolti questi delitti, insorgendo in punti particolarmente influenti o critici della situazione mondiale, aveva rilevanza non solo per la comunità o il popolo cui il leader colpito apparteneva, ma per la situazione internazionale nel suo complesso; e quindi è inevitabile che tali delitti evochino immediatamente il fantasma di una iniziativa o di un coinvolgimento internazionale nella loro predisposizione ed esecuzione.
Ed infatti anche per il delitto Moro si è ripetutamente posta una simile questione, su cui la Commissione parlamentare è stata specificamente invitata ad indagare dalla legge che l'ha istituita. Tale questione è senza dubbio di difficile soluzione; tuttavia in via preliminare e generale, e prima di qualsiasi esame di merito, si deve sottolineare come sia del tutto legittimo e plausibile porsela, alla luce della esperienza di analoghe vicende del passato, e alla luce altresì di un fenomeno che sta diventando sempre più marcato ed allarmante nel presente, quello cioè della crescente contraddizione e interferenza tra la politica interna degli Stati e la politica estera di altri Stati; quel fenomeno cioè per cui gli sviluppi politici interni di uno Stato sono considerati materia di cruciale importanza per la sicurezza o gli "interessi vitali", come vengono chiamati, di altri Stati, che pertanto fanno della politica interna altrui un capitolo della politica estera propria, la cui esecuzione viene affidata ai normali canali politici e diplomatici, o ai servizi segreti, o in ultima istanza al risolutivo intervento delle forze armate. Ingerenza o interferenza nella vita politica di altri Stati sovrani, che rientra purtroppo nella prassi delle maggiori potenze, ma che non di rado è esercitata anche da potenze intermedie e minori.
 

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Terrorismo e Servizi segreti nelle relazioni tra gli Stati.

Impossibile rievocare, sia pure sommariamente, la lunga teoria di queste interferenze: tutta la storia internazionale di questo dopoguerra, per non andare più lontano, è stata in larga misura una storia di interferenze, dall'intervento anglo-russo in Iran nel 1941 contro lo Scià Reza Khan, all'inserimento di jugoslavi ed inglesi, e relativi alleati, nella lotta tra i comunisti di Markos e la monarchia greca nell'immediato dopoguerra, al colpo di Stato organizzato dagli Stati Uniti in Guatemala nel 1954 fino all'aperto appoggio dato dall'Unione Sovietica alla repressione militare in Polonia, e al rifiuto del Presidente Reagan di negare che tra le attuali "opzioni" degli Stati Uniti ci sia il rovesciamento del legittimo governo del Nicaragua (1).
Quello che occorre notare, è che questi interventi non sono sempre così plateali ed espliciti, come sono gli interventi di carattere militare, del tipo di quelli compiuti, ad esempio, dall'Unione Sovietica per determinare le sorti dell'Ungheria nel 1956, della Cecoslovacchia nel 1968, dell'Afganistan nel 1979-80, o di quello compiuto dagli Stati Uniti a Santo Domingo nel 1965; spesso gli interventi sono coperti e clandestini, ed è sotto questa forma che essi possono avere dei punti di contatto con il fenomeno del terrorismo. In questo senso si esprimeva il Ministro degli Interni Rognoni in una sua relazione del 21 gennaio 1982 alla Direzione della Democrazia Cristiana.
"L'esame obiettivo del complesso di indizi e di circostanze finora emerse - diceva il Ministro - fanno ritenere verosimile - prima ancora di essere vero - il fatto che il terrorismo sia o finisca per essere, o possa essere utilizzato come una forma di moderna aggressione dall'esterno contro le istituzioni dei Paesi nei quali esso autonomamente si è manifestato e si manifesta per ragioni e cause diverse (2).
"Mi sembra chiaro però in linea di principio - e lo dovrebbe essere a tutti - che un'azione destabilizzante attraverso l'uso del terrorismo che altri Paesi possono esercitare sulla nostra e su altre aree europee, sarebbe un'azione imputabile ai Servizi. Sono, in altre parole, i servizi segreti che possono esercitare questa azione che per una sua natura tende a rimanere
 

(1) Dalla conferenza stampa del Presidente Reagan del 18 febbraio 1982:
Domanda:Signor Presidente, ha Lei approvato attività clandestine per destabilizzare il presente governo del Nicaragua?
Risposta:No, noi lo stiamo sostenendo. Oh, aspetti un minuto, aspetti un minuto. Mi scuso. Stavo pensando al Salvador, a causa della precedente domanda, quando lei ha chiesto del Nicaragua. Qui, di nuovo è qualcosa che ricade nell'interesse della nostra sicurezza nazionale. Non farò commenti...
Domanda:Se posso continuare, lei approva, o lei si preoccupa di definire la politica che consiste in operazioni americane clandestine volte a destabilizzare qualsiasi governo esistente, senza specifico riferimento al Nicaragua?
Risposta:Si. Vorrei dire che questo è come discutere le opzioni. No comment, su questo.
Servizio Quotidiano dell'International Communication Agency, U.S. Embassy, febbraio 1982.
In seguito, la pressione americana per il rovesciamento del governo di Managua è giunta fino allo spiegamento della flotta e al sostegno politico e militare all'invasione tentata dalle formazioni somoziste appoggiate dall'Honduras.
(2) Identica affermazione, senza però la successiva specificazione riguardante i Servizi, il Ministro Rognoni faceva il 12 ottobre 1982 a New York, in una conferenza alla facoltà di giurisprudenza della Columbia University.

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clandestina e protetta; è impensabile - concludeva il Ministro - che un'azione del genere possa, infatti, essere esercitata direttamente dai governi." In quanto opera dei servizi segreti è assai difficile naturalmente rinvenire le tracce di tali azioni. Quello che però si può dire è che l'ipotesi astrattamente avanzata dal Ministro Rognoni, trova il suo fondamento in quanto si conosce del comportamento dei servizi segreti nel passato e nel presente, sia riguardo a tentativi di orientare in un determinato modo, ma in forme non cruente, la vita politica di determinati Paesi, sia riguardo a delitti tentati o effettivamente eseguiti. Notizie di questo tipo è più facile attingerne nell'ambito dei Paesi di democrazia occidentale, dove gli stessi servizi segreti sono sottoposti ad un qualche controllo dei Parlamenti e dell'opinione pubblica, che non nei Paesi socialisti dell'Est, dove nulla viene fatto trapelare dell'attività dei medesimi servizi. Gli esempi che è più agevole fare sono quindi necessariamente relativi ad attività dei servizi segreti occidentali. Come esempio di una azione "politica" dei Servizi con l'intento di influire sulla situazione interna di un Paese, si può citare l'azione condotta in Italia dal 1953 al 1958 dalla locale "stazione" della CIA, secondo quanto riferito dall'ex direttore della "stazione" e poi direttore della stessa CIA William Colby, nelle sue memorie (3). L'attività della CIA consisteva in quel tempo nel potenziare in Italia la lotta anticomunista, mediante un "aiuto clandestino alle forze democratiche"; il successo di quella azione, secondo il direttore di quel servizio americano, "dimostrò che gli Stati Uniti possono condurre tale lotta sul piano politico anziché attendere fino a quando diviene necessario portarla sul piano militare" (4).
Un altro esempio di lotta sul piano politico in modo però assai più violento e lesivo degli ordinamenti investiti, è stato l'operazione "Track Il" mediante la quale nel 1970 in Cile "la CIA cercò di realizzare un golpe militare, per ordine diretto del Presidente Nixon" (5).
I fatti sono noti perché sono stati oggetto di inchiesta e di informazione al pubblico da parte di numerose Commissioni del Congresso degli Stati Uniti. Secondo la rievocazione dell'ex direttore della CIA, il Presidente Nixon, "furioso" per la vittoria elettorale di Allende in Cile, convocò nello Studio Ovale della Casa Bianca l'allora direttore della CIA, Helms, e alla presenza del consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger e del procuratore generale John Mitchell, "ordinò chiaramente ad Helms di impedire che Allende entrasse in carica". L'azione denominata "Track Il" doveva rimanere segreta, al punto che il Presidente ordinò ad Helms di non parlarne a nessuno, "al di fuori della CIA", nemmeno all'Ambasciatore degli Stati Uniti a Santiago, né ai Segretari di Stato e della Difesa e ai loro dipartimenti, né alla Commissione parlamentare di controllo. L'azione fallì, perché il generale René Schneider, comandante dell'esercito cileno, non era disposto a fare intervenire l'esercito per bloccare la procedura costituzionale di conferma del Presidente eletto. Schneider fu sequestrato "da un gruppo con cui la CIA era stata in contatto" (ma secondo Colby, non con il suo accordo) oppose resistenza e morì in conseguenza delle ferite riportate. "Allende venne insediato regolarmente, e la CIA chiuse Track Il"; tre anni dopo Allende veniva rovesciato ed ucciso nelle circostanze ben note.
 

(3) William Colby, "La mia vita nella CIA", Mursia, 1981, cap. IV, "Politica segreta in Italia".
(4) Op. cit., pag. 103
(5)Op. cit., pag. 226.
 

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Esempi di coinvolgimento dei Servizi in veri e propri delitti politici tentati o realizzati, sono ancora offerti dalle indagini parlamentari sulla CIA e dalle memorie di Colby. Riguardano i tentativi di assassinio di Castro, e le uccisioni di Lumumba e Trujillo; episodi dei quali, chiamata in seguito in causa la CIA, il suo direttore, fatti i dovuti accertamenti, non poté "smentire recisamente" che una attività rivolta ad assassini politici fosse mai avvenuta (6); direttive perché questo non dovesse accadere mai più nel futuro furono date alla CIA nel 1972-73; nel 1976 la Commissione Church del Senato americano concludeva la sua inchiesta affermando che "nessun leader straniero è stato ucciso in seguito a complotti avviati da funzionari degli Stati Uniti" e il Congresso emanò nuove norme volte a regolamentare le attività dei servizi segreti.
Per citare gli interventi di altri Servizi occidentali, si può ricordare quanto pubblicato sul New York Herald Tribune del 2/2/1982, sulle attività del Mossad israeliano, nei riguardi della Turchia, dell'Iran, del Vaticano e persino di funzionari del governo degli Stati Uniti, "per ridurre al silenzio le fazioni anti-israeliane in Occidente", secondo quanto è risultato da documenti segreti caduti in mano dei militanti iraniani che occuparono l'ambasciata degli Stati Uniti a Teheran nel novembre 1979. E un tentativo del Mossad di strumentalizzare le Brigate Rosse italiane, per destabilizzare il nostro Paese e rendere insostituibile Israele come partner degli Stati Uniti del Mediterraneo, è stato asserito da numerosi brigatisti processati, come ampiamente è illustrato nella relazione di maggioranza di questa Commissione.
Una denuncia degli inquinamenti prodotti sullo svolgersi delle politiche interne da prassi scorrette di rapporti internazionali, veniva espressa il 3 febbraio 1981 dal Presidente del Consiglio Italiano allora in carica, on. Forlani, nella sua risposta alla Camera a interpellanze e interrogazioni su eventuali collegamenti internazionali del terrorismo in Italia. L'on. Forlani riconosceva come di fatto esistente la situazione patologica per cui il terrorismo si configurava come uno dei possibili mezzi del rapporto tra gli Stati, citava in proposito lo studio di un esperto in materia, ed esplicitamente metteva in relazione l'acuirsi della tensione internazionale con taluni sgradevoli sviluppi delle situazioni interne di diversi Paesi.
Diceva il Presidente del Consiglio Forlani: "Robert Copperman, uno dei massimi esperti in materia, in un rapporto commissionato dal CESIS nell'ottobre 1980, afferma che il terrorismo e la guerra per procura saranno un problema strategico del prossimo decennio, perché la guerra convenzionale e quella nucleare sono troppo dispendiose e pericolose.
"Il terrorismo in sostanza si è rivelato in una serie di circostanze come un nuovo elemento nei rapporti tra gli Stati. In questo scenario, che risulta per altro composito e con fondali di segno politico diverso e qualche volta contrastante, nasce e si sviluppa un intreccio di difficile individuazione e che di volta in volta è stato e viene diversamente analizzato, commentato e propagandato, anche a seconda delle diverse convinzioni politiche di chi vi si cimenta e delle conclusioni che intende trarre".
Dopo aver inquadrato la questione del terrorismo nel processo di deterioramento in atto "della distensione e della consistenza pacifica di sistemi diversi", e aver stabilito una probabile diretta relazione di causa ed effetto

(6) Op. cit., pag. 231.
 

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tra l'aggravarsi della tensione internazionale e la fine della democrazia parlamentare in Turchia, nonché aver evocato il Libano come tragico esempio di correlazione tra condizionamento esterno e devastazione interna, l'on. Forlani aggiungeva: "Quando parliamo di collegamenti internazionali del terrorismo non possiamo non inquadrare l'analisi sullo sfondo delle vicende che caratterizzano la scena internazionale e non considerare in modo attento e obiettivo le azioni che hanno concorso a realizzare la destabilizzazione di varie regioni del mondo. Sono queste azioni ad alimentare il sospetto che sussistano o si inseriscano strategie internazionali dirette ad alimentari situazioni di crisi". Il Presidente del Consiglio concludeva dicendo che il Governo pur essendo "consapevole del fatto che il terrorismo in Italia è in larga misura fenomeno interno, ha prevalenti origini interne e deve essere battuto soprattutto all'interno del Paese, non intende per questo chiudere gli occhi sui supporti internazionali dei quali possa giovarsi"; ed anzi, affermando questa volontà, intendeva "rendere avvertito chi per avventura avesse mano in questa vicenda all'esterno del Paese, che noi non intendiamo rassegnarci ed arrenderci".
Questi giudizi, nella misura in cui collocano semplici supposizioni o ipotesi su complicità nei singoli episodi, nel quadro di una più generale valutazione politica, pongono un problema politico di carattere oggettivo: pertanto se essi possono essere formulati a proposito del terrorismo in generale, tanto più possono essere evocati a proposito del delitto Moro, che ha rappresentato l'apice della carica eversiva del terrorismo italiano e il momento della sua massima rilevanza internazionale.
Tuttavia anche per la scarsa o nulla collaborazione dei Servizi italiani, all'epoca del delitto Moro diretti da personalità rivelatesi poi affiliate alla Loggia P2, la Commissione Parlamentare di inchiesta non è stata in grado di andare molto avanti nell'indagine su questa materia.

Il mercato comune delle armi.

I dati più rilevanti che la Commissione ha raccolto a questo proposito, riguardano la provenienza delle armi usate dai terroristi, per una grande quantità delle quali è accertata la provenienza dall'estero, e in particolare dal Medio Oriente. Sul flusso delle armi alle organizzazioni terroristiche italiane è in gran parte fondata anche l'argomentazione contenuta nella ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Imposimato riguardo alle responsabilità di servizi segreti o di Governi stranieri nelle attività del terrorismo italiano (capo. XVII, pag. 216 e segg.: pag. 231).
Al proposito si può rilevare come senza dubbio il capitolo delle armi assuma una grande rilevanza; le armi permettono la materiale esecuzione dei delitti, pertanto chi fornisce le armi interviene nella catena delle cause che preludono al delitto. Tuttavia indagare sulle armi non dà una risposta sufficiente, ed anzi, in certi casi, può dare una risposta deviante, alla domanda relativa alle responsabilità straniere nel terrorismo italiano. E ciò per due ordini di ragioni.
Il primo è che la circolazione internazionale delle armi è talmente vorticosa e spesso sommersa, che alcuni passaggi finiscono per sfuggire, così che i relativi vuoti devono venire colmati con le ipotesi o con la fantasia, ciò che in materia così delicata è indubbiamente rischioso. Ad esempio,
 

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per spiegare la provenienza di mitragliatori Sterling venduti dall'Inghilterra alla Tunisia e rinvenuti in covi delle BR, il giudice Imposimato, "dovendosi escludere, per l'assoluta mancanza di qualsiasi dato al riguardo, l'esistenza di rapporti fra le Brigate Rosse e la Tunisia" dichiarava che "è solo possibile formulare una ipotesi, anche se pienamente fondata" e cioè che sarebbe "molto probabile che le suddette armi siano state asportate dai libici durante conflitti di frontiera con la Tunisia"; in seguito "i predetti Sterling potrebbero essere stati consegnati a terroristi italiani direttamente dai libici o da organizzazioni palestinesi" (pag. 224). Ma si tratta, appunto, solo di una ipotesi. Allo stesso modo, il luogo di imbarco delle armi di per sé non sempre è probatorio dell'identità del fornitore; ad esempio per le armi destinate alle Brigate Rosse e a Prima Linea imbarcate, come risulta da varie fonti, al largo del Libano, al confine con Israele, si può rilevare che il confine del Libano con Israele è controllato militarmente dalle forze armate israeliane, che sono le uniche ad avere mezzi navali per il pattugliamento delle coste e delle acque territoriali; su tale zona peraltro insistevano, all'epoca, sia gli israeliani, sia i palestinesi, sia i maroniti del secessionista maggiore Haddad, sicché il solo riferimento geografico, se non suffragato da altri elementi, non sarebbe bastato ad indicare univocamente il fornitore.
Un secondo ordine di ragioni per cui non si può stabilire l'equazione tra l'origine materiale delle armi e le responsabilità politiche del terrorismo, è di carattere più generale ed attiene alla natura del commercio e della circolazione delle armi nel mondo d'oggi; circolazione e commercio che rivelano una spiccata autonomia rispetto alle politiche ufficiali dei fornitori, e che rispondono a leggi di mercato, indipendenti dalle scelte politiche che gli Stati di origine delle armi dicono di seguire. Esiste una sorta di extra-territorialità del mercato delle armi, che fa sì che si rifornisca di armi il Sud Africa nel momento stesso in cui se ne condanna il regime, oppure che si forniscano armi contemporaneamente a Paesi tra loro nemici, come gli Stati Uniti fanno con l'Arabia Saudita, la Giordania, l'Egitto e Israele, come fanno armando sia la Cina che Formosa, o come l'Italia fa, rifornendo di armi contemporaneamente la Tunisia e la Libia, vicini tra loro antagonisti. Il commercio internazionale delle armi è fortemente aumentato nell'ultimo decennio e risponde sempre più a criteri economici e di convenienza, soprattutto per quanto attiene agli scambi tra i maggiori Paesi industrializzati e i Paesi del Terzo Mondo; nel caso dei Paesi fornitori di petrolio si stabilisce una dipendenza reciproca, fondata sullo scambio armi contro petrolio. Dice uno studioso di questo problema: "anche se il nuovo decennio si apre sotto la minaccia di un riarmo generalizzato e di drammatiche proporzioni, il commercio e la proliferazione di armamenti, in particolare del Terzo Mondo, hanno acquisito il carattere di un fenomeno strutturale già nel corso degli anni '70, come fonte della più ampia guerra economica condotta dai Paesi industrializzati per neutralizzare la ridistribuzione di potere in atto a livello mondiale a partire dal 1973" (7).
E ancora: "toccando un ritmo di incremento annuo del 15% nei primi anni '70, l'aumento delle esportazioni di grandi sistemi d'arma al Terzo Mondo ha raggiunto un tasso annuo del 25% nel quinquennio 1974-78. Con

(7) Fabrizio Battistelli, "Armi: nuovo modello di sviluppo?", Einaudi, Torino 1982, pag.241.
 

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poco meno della metà del totale delle importazioni del Terzo Mondo nel 1978, il Medio Oriente conferma il ruolo ininterrottamente ricoperto nell'ultimo ventennio di protagonista del riarmo alimentato dalle superpotenze e dai loro alleati".
Le esportazioni d'armi a Paesi del Terzo Mondo provengono nell'ordine, dagli Stati Uniti, dall'URSS, dalla Francia, dall'Italia, dalla Gran Bretagna, e in minima parte da altri Paesi. Esse hanno raggiunto nel quinquennio 1977-78, secondo dati SIPRI, il valore di 47 miliardi 825 milioni di dollari. I Paesi fornitori di tali armi rifiuterebbero di essere considerati politicamente responsabili del modo del loro uso da parte degli acquirenti. L'Italia, ad esempio, che come ricordano recenti denunzie dell'F.L.M. e della rivista missionaria "Nigrizia" è tra i maggiori fornitori di armi al Sudafrica (8), nega di essere responsabile del terrorismo esercitato in quell'area dalla minoranza bianca contro la maggioranza negra. Ma allora non può meravigliare che questa stessa filosofia che separa l'arma dal suo uso, accompagni le armi in tutti i loro passaggi e anche nel passaggio dai canali ufficiali a quelli clandestini; né può meravigliare che le armi, che i Paesi industrializzati e particolarmente occidentali riversano abbondantemente nel Terzo Mondo e soprattutto nel Medio Oriente, dal Terzo Mondo e dal Medio Oriente ritornino in Occidente sotto forma di acquisti per le organizzazioni terroristiche e clandestine. La proliferazione degli armamenti e la rapidità della loro circolazione hanno un andamento ormai inflazionistico, che finiscono per produrre una abbondanza dell'offerta perfino superiore alla domanda. Pensare che il terrorismo possa essere tenuto lontano o escluso dal libero mercato internazionale delle armi è illusorio; è necessario pertanto sapere che le politiche rivolte al riarmo e al rifornimento internazionale delle armi, necessariamente includono, pur se tale effetto non è voluto, il rifornimento internazionale di armi al terrorismo e alla criminalità comune.
In questa situazione non è possibile stabilire una relazione di causalità o di dipendenza tra terrorismo italiano ed entità straniere sulla sola base dell'origine delle armi; questo spiega la prudenza con cui tutte le autorità responsabili interpellate dalla Commissione hanno fatto riferimento ad eventuali responsabilità e connessioni internazionali del terrorismo italiano e la perentorietà con cui il generale Lugaresi, direttore del SISMI, ha concluso che "attraverso l'esame delle armi non possiamo dire niente". Affermazione che è stata così motivata dinanzi alla Commissione dal generale Lugaresi: "Per quanto riguarda il tema dei collegamenti internazionali cominciamo a vedere se ci sono dei fatti specifici. Ci sono dei fatti che vengono fuori dalle armi, altri fatti che vengono fuori dalle persone, dagli uomini noi abbiamo trovato armi possiamo dire di tutti i Paesi.
"Durante l'evento Moro le armi erano prevalentemente cecoslovacche, non esclusivamente, perché c'erano anche armi italiane. Durante quel periodo 1977-78 erano armi Skorpion, ma c'erano anche bombe a mano del tipo USA che molte industrie di altri Paesi riproducono regolarmente.
"Viceversa, per quanto riguarda il caso Dozier, che ha molte similitudini con il caso Moro, troviamo lanciarazzi russi, troviamo lanciarazzi francesi ed ancora armi italiane, troviamo fucili automatici leggeri calibro 7.62 che armano la NATO, di produzione belga e che, viceversa, troviamo in

(8) Cfr. "Adista", 27-29 giugno 1983, n. 13331.
 

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mano ai terroristi. Allora l'arma è indicativa per poter stabilire la provenienza di una offesa? Direi assolutamente no. L'arma è il prodotto di una attività commerciale e noi sappiamo che c'è un traffico che non investe soltanto il mondo del terrorismo - il terrorismo è l'utilizzatore - il traffico investe il mondo degli interessi economici per cui non dobbiamo stupirci che in questo traffico troviamo, per esempio, la mafia che in alcune regioni italiane controlla le operazioni di importazione ed esportazione. Quindi, attraverso l'esame delle armi non possiamo dire niente".

Il contesto internazionale e la posizione americana.

In mancanza di altri riscontri obiettivi, la domanda su eventuali coinvolgimenti internazionali di gruppi illegali, di Servizi segreti o di governi nel delitto Moro, è destinata perciò a rimanere senza risposta. Ma il solo fatto che tale domanda possa essere posta, senza escludere alcuna ipotesi, è l'indice di un profondo malessere e di una percezione diffusa di una mancanza di lealtà nelle relazioni internazionali. La sola ipotesi di un complotto politico con complicità internazionali ai danni dell'On. Moro, anche se infondata, si basa sulla esperienza di una politica, e di una politica internazionale, troppe volte ridotta a complotto, come dimostrano innumerevoli esempi, presenti e passati. La nuova questione da porre, in sede di principio, contro ogni rassegnazione ai fatti compiuti e alle prassi consolidate, è se uno Stato sovrano abbia non solo il diritto alla guerra, come recitano le vecchie dottrine, ma anche il diritto di destabilizzare, rovesciare o mantenere artificialmente al potere il governo di un altro Paese, servendo i propri interessi mediante la manipolazione del regime politico interno degli altri Stati.
Se questo è illegittimo, allora, anche senza arrivare al complotto, molti comportamenti oggi in uso nei rapporti tra gli Stati, e soprattutto tra gli Stati più forti e quelli più deboli, sono da considerarsi illegittimi. E' quello che Moro cercava di dire, con la consueta prudenza, nell'articolo poi non ;'pubblicato su Il Giorno, quando a proposito dei "giudizi americani sulla politica italiana", mentre riconosceva la legittimità di giudizi anche polemici formulati in America sulla politica italiana, scriveva che "le cose sono un po' diverse se le valutazioni siano formulate in sede di governo (o dietro sigle trasparenti) e fatte conoscere senza vincoli di discrezione."
In tale quadro si collocano le vive inquietudini sollevate nell'on. Moro da quanto accadde nel corso del suo ultimo viaggio negli Stati Uniti nel settembre 1974, inquietudini che giunsero fino a fargli maturare il proposito di un ritiro dalla vita politica. Sul contesto politico in cui avvenne quella visita e sugli "avvertimenti" che Moro vi ricevette, la relazione di maggioranza riferisce elementi di indubbio interesse.
Si discute se lo scontro, da cui Moro fu turbato, fu effettivamente con il Segretario di Stato Kissinger; ma non c'è dubbio che l'oggetto dello scontro, del divario, del dissenso tra Moro, Ministro degli Esteri di uno Stato sovrano, e l'"establishment" americano, era la prospettiva di un processo politico difficile che l'Italia avesse il diritto di condurre sotto la propria responsabilità e in piena autonomia, processo politico di cui i dirigenti americani di allora negavano non solo la opportunità, ma perfino la legittimità. Ed anzi, nell'ottica tutta americana tipica del loro approccio ai pro-
 

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blemi degli altri Paesi, ne facevano una questione di sicurezza interna degli Stati Uniti e di salvaguardia del loro ruolo internazionale.
Che questo fosse l'atteggiamento di Kissinger, lo si ricava da un discorso che egli, non più Segretario di Stato, teneva un anno prima del delitto Moro, alla "Conferenza sull'Italia e sull'eurocomunismo." In quel momento Kissinger non è più Segretario di Stato, ma il suo discorso viene stampato il 28 giugno 1977 nel "Congressional Record" del Senato americano, su richiesta del senatore Baker, richiesta motivata dal fatto che "la partecipazione comunista ai governi dell'Europa occidentale minaccia direttamente la sicurezza degli Stati Uniti". In effetti Kissinger, con linguaggio più articolato, aveva detto in quel discorso che la partecipazione dei comunisti al Governo anche in uno solo dei Paesi dell'Europa Occidentale, avrebbe sovvertito "la struttura del mondo quale noi lo conosciamo dal dopoguerra ad oggi e i rapporti dell'America con le sue più importanti alleanze."
Vale la pena riferire le tesi fondamentali di questo discorso Kissingeriano, perché sicuramente sono quelle che avevano ispirato la sua azione come Segretario di Stato e che, al di là delle incompatibilità caratteriali, erano state alla base del suo dissidio con Moro.
1)La premessa dell'ex Segretario di Stato era che la alleanza degli Stati Uniti con l'Europa e il Giappone non fosse un dato transitorio, ma permanente della politica americana. Essa era stata una costante di tutti i governi da Truman a Carter; anzi era stata "la prima permanente alleanza di sicurezza in tempo di pace nella storia americana"; questa alleanza, estendendosi dalla difesa alla politica della energia, delle risorse, alla determinazione del sistema economico internazionale, ai rapporti coi Paesi Comunisti e col Terzo Mondo, aveva strutturato tutto un assetto mondiale postbellico. Essa non era quindi contingente, in quanto determinata dalla minaccia sovietica, ma essenziale: era (lasciava intendere Kissinger) la forma moderna dell'Impero.
2) Non solo la conquista del potere, ma anche l'associazione di comunisti al potere in un solo Paese dell'Europa Occidentale "avrebbe un effetto psicologico sugli altri, facendo apparire i partiti comunisti rispettabili o suggerendo che il corso della storia in Europa si muove nella loro direzione". Pertanto essa "rappresenterebbe un massiccio cambiamento nella politica europea" che metterebbe in gioco tutta la struttura internazionale uscita dalla seconda guerra mondiale. Nella visione di Kissinger, dunque, l'accesso dei comunisti al potere in Italia sarebbe stato non solo un dato politico esterno, con cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare i conti, ma un rovescio interno alla politica americana, in quanto capace di compromettere il sistema mondiale che l'America faceva proprio e una cooperazione tra Stati Uniti e alleati che aveva raggiunto una estensione mai conosciuta prima.
3) Kissinger diceva di non credere né alla indipendenza dei partiti comunisti dell'Europa Occidentale dall'Unione Sovietica, né alla loro scelta democratica; a suo parere i conflitti restavano interni al comunismo, come tra un dogma e l'eresia, e la formula di Gramsci della "egemonia della classe operaia" non era che una "frase più elegante" che copriva lo stesso concetto "di dittatura del proletariato."
4) Ma il punto decisivo dell'argomentazione di Kissinger era che se anche i comunisti al Governo in un Paese dell'Europa occidentale fossero effettivamente indipendenti dall'Unione Sovietica, così da "porre nuovi
 

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problemi per Mosca", questo non basterebbe affatto, perché "il punto chiave non è quanto i comunisti europei sarebbero indipendenti, ma quanto sarebbero comunisti". Infatti la loro politica interna ed estera, per la quale avrebbero avuto il voto degli elettori, sarebbe incompatibile con gli obiettivi comuni dell'Alleanza Atlantica. Tutto il seguito del discorso Kissingeriano era rivolto a dimostrare questo assunto.
5) Il carattere dell'Alleanza diverrebbe equivoco per il popolo americano. I firmatari del Patto Atlantico hanno affermato nel 1949 di essere "determinati a salvaguardare la libertà, il comune retaggio e la civiltà dei loro popoli, fondati sui principi della democrazia, sulla libertà individuale e il ruolo della legge". Se i Comunisti entrano nei governi dei Paesi alleati, l'impegno a mantenere la bilancia delle forze militari in Europa perderebbe la base morale su cui si è retto per una generazione. Al popolo americano si chiederebbe di mantenere il proprio impegno nell'Alleanza sulla base di due presupposti altamente incerti e non dimostrati: che c'è un nuovo corso del comunismo che nel tempo lo dividerà da Mosca, e che l'Occidente sarà in grado di manipolare le divisioni prodottesi a proprio vantaggio. Ambedue queste proposizioni - affermava Kissinger - sono aperte ai più seri dubbi.
6) "Anche se tale divisione si producesse - ciò che certo richiederebbe degli anni - difficilmente diminuirebbe il pericolo per le attuali relazioni alleate. Nel frattempo il danno alla struttura della NATO sarebbe probabilmente divenuto irreparabile. Il carattere delle relazioni atlantiche sarebbe totalmente tra sformato, anche se gli Stati Uniti dovessero decidere per proprie ragioni, di sostenere un comunismo revisionista. Mentre gli Stati Uniti - sosteneva Kissinger - non possono in nessun caso essere indifferenti all'estensione dell'egemonia sovietica nell'Europa occidentale, lo stazionamento permanente delle forze americane in Europa potrebbe difficilmente essere mantenuto con l'obiettivo di difendere qualche governo comunista contro altri governi comunisti. Tale sviluppo potrebbe essere giustificato solo sulla base della più cruda bilancia di potere, ciò che sarebbe incompatibile con la tradizione americana e con il sentimento pubblico americano."
7) "La NATO cambierebbe struttura, diverrebbe soprattutto una alleanza tedesco-americana. Questo spettro potrebbe essere usato in altri Paesi europei per minare ciò che resta dalla coesione atlantica; l'equilibrio di potere tra Est e Ovest in Europa sarebbe minacciato, l'unità europea compromessa, il Mercato Comune sarebbe spinto verso più strette relazioni con le economie di Stato dell'Est europeo e verso le "estremistiche" richieste del Terzo Mondo per un "nuovo ordine economico internazionale".
8) Governi comunisti nell'Europa Occidentale, per quanto indipendenti da Mosca essi possano essere nei rapporti interpariitici, dimostrerebbero le loro fondamentali convinzioni comuniste sui maggiori problemi internazionali. Nella migliore delle ipotesi assumerebbero posizioni più vicine "al cosiddetto blocco non allineato e in una direzione anti-occidentale". Anche la Jugoslavia ha fatto così: "perché dovremmo aspettarci che i partiti comunisti europei occidentali sarebbero più amichevoli verso di noi del più indipendente degli Stati Est-europei che è stato impegnato per quasi trent'anni in una aperta disputa con Mosca?"
Insomma, concludeva Kissinger, sarebbe la crisi dell'intero sistema, e un rovesciamento di tutte le relazioni atlantiche.
 

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Nessuno potrebbe certo negare la legittimità, per un ex Segretario di Stato, di esprimere simili opinioni. Tuttavia la drammatizzazione che Kissinger faceva dell'eventualità di un accesso dei comunisti al governo in Italia, fino a considerarlo un sovvertimento dell'interno sistema internazionale del dopoguerra, un rovesciamento delle relazioni atlantiche, una minaccia agli Stati Uniti, non potevano non portarlo a considerare uno statista occidentale che non vi si opponesse o lo favorisse, o come uno sprovveduto o come un nemico e traditore dell'Occidente; e questo può appunto spiegare, in chiave politica, e non certo "complottista", la natura delle difficoltà e degli "avvertimenti" di fronte a cui l'onorevole Moro si trovò negli Stati Uniti. E del resto, a parte i discorsi di Kissinger, ci furono gli espliciti "veti" della Casa Bianca.
Se si ricordano queste cose, non è dunque per costruire sulla base di pure induzioni e ipotesi, tanto più dopo negative esperienze analoghe, "piste" straniere, ma per ricordare che la politica di cui l'on. Moro, a torto o a ragione era assurto a simbolo, era al centro di un grosso scontro, di portata veramente storica, non solo interno ma internazionale; ed è in questo scontro che con tutta la loro rozzezza e la loro ferocia si inserirono le Brigate Rosse risolvendo la partita con un puro esercizio di violenza bruta. Ma quanto meno si può osservare che più discreti e delicati atteggiamenti nei rapporti tra gli Stati, e di rispetto verso i rispettivi autonomi processi politici interni, priverebbero il terrorismo, così come ogni altro tentativo di risolvere con la violenza i conflitti politici, del suo terreno di coltura e di crescita.

Il contesto interno e il trauma della discontinuità.

Del resto, non minore alimento all'audacia delle Brigate Rosse nell'attaccare il punto nevralgico del processo politico italiano, fu dato dalla profondità delle avversioni che la politica di Moro aveva suscitato, all'interno, nelle forze interessate al mantenimento dei vecchi equilibri e dei vecchi assetti di potere, o semplicemente immerse nelle certezze di una vecchia cultura.
Bisogna ricordare in effetti come per decenni la legittimità stessa del sistema politico italiano fosse stata identificata con la sua capacità di escludere i comunisti dal potere, e come la Democrazia cristiana fosse stata assunta quale strumento e garanzia di tale esclusione, per misurare la natura del trauma provocato in molti dall'immagine del leader storico del maggior partito italiano, intento al disegno di aprire ai comunisti le porte di una corresponsabilità di governo. Bisognerebbe dimenticare come la discriminante dell'anticomunismo non solo avesse segnato il processo di formazione del partito cattolico - dalla definizione di Pio XI del comunismo come "intrinsecamente perverso" alla lettera con cui Mons. Montini nel novembre 1946, ammoniva De Gasperi a nome di Pio XII che se la DC non avesse preso netta posizione nei confronti dei comunisti "sarebbe stata considerata come un partito filonemico" (9) - ma avesse determinato anche la costruzione di tutto il sistema di alleanze della DC dal centrismo al centro-sinistra, per non apprezzare il salto di discontinuità, non solo di
 

(9) P. Scoppola, "Gli anni della Costituente fra politica e storia", Bologna, 1980, pag. 114.
 

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tattica o strategia, ma di cultura politica, a cui Moro, aderendo alle realtà nuove del Paese, chiamava sia il suo partito, sia quelli alleati, sia vaste zone ancora immature dell'opinione pubblica italiana. Non si può dire pertanto che in quel momento Moro fosse un leader "indiscusso"; non solo la sua azione eccitava risposte anti-sistema come quella delle BR ("disarticolare il progetto portato avanti dalla borghesia con la solidarietà nazionale") o quella di Gelli e del Generale Picchiotti a Villa Wanda, ma il "sistema" stesso era riluttante e si sentiva condotto dove non voleva. Né bisogna dimenticare che nelle aggregazioni politiche e sociali le inimicizie più forti sono riservate non agli avversari, ben contrapposti nella dialettica delle parti, ma a chi, appartenendo alle proprie file, è considerato allontanarsi dalle leggi e dagli interessi del gruppo, per perseguire interessi più generali, non riconosciuti dal gruppo, ciò che viene percepito come una trasgressione o un tradimento. Ciò dice come il disegno perseguito da Moro e sostenuto da un larghissimo schieramento politico e sociale, in realtà urtava contro resistenze antiche e profonde, forzava una situazione, come la cultura forza la natura, ed era di delicata e difficile attuazione, pur senza il brutale intervento delle Brigate Rosse. E spiega, anche senza bisogno di ricorrere alle "spiegazioni psicanalitiche" evocate dal Commissario Sciascia, il perché di una relativa solitudine di Moro, solitudine che era ben precedente ai 55 giorni, si accentuò nei 55 giorni, e divenne anche la solitudine della sua famiglia.
Ma questa memoria dei fatti vale anche a rifiutare alle Brigate Rosse l'accreditamento di una capacità quasi demiurgica di determinare o rovesciare, con i loro delitti, il corso stesso della politica italiana. Se esse conseguirono il risultato di colpire, sopprimendone il protagonista, la politica di Moro, non colpirono una fortezza inespugnabile, ma una costruzione che se aveva già solide fondamenta, aveva ancora solo precarie e incipienti elevazioni. Perciò esse furono senza dubbio determinanti, come "soggetto politico" perverso, nell'immediato. Ma quelle fondamenta, radicate nella difficile e feconda storia del nostro Paese, nella crescita della sua coscienza civile e nelle lotte delle masse popolari, ben più che nelle riflessioni ed azioni di qualche leader, le Brigate Rosse non potevano né poterono distruggerle, e sono rimaste come intatta base per nuove e diverse costruzioni ed elevazioni.
 

Le due linee.

In questo più ampio contesto, viene anche a ridimensionarsi la portata della contrapposizione, che durante il sequestro Moro fu dominante in Italia, fino ad occupare quasi tutta la scena, fra le due linee della "fermezza" e della "flessibilità". Anche su questo sarebbe necessaria una più approfondita riflessione. Un trascendimento di quella contrapposizione, in una sintesi politica più comprensiva e dinamica, sarebbe infatti stato probabilmente più adeguato alla gravità della posta in gioco. Nelle lettere di Moro, più che l'appassionata difesa di una delle due linee, si può forse scorgere l'avvio di un tentativo di tale trascendimento, nella misura in cui esse cercavano non tanto di contrapporre un volontarismo umanitario alla linea politica della fermezza, quanto di elaborare una piattaforma politica e una concezione
 

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del diritto che permettessero allo Stato di assumere un atteggiamento più creativo, e più imbarazzante per le stesse BR, nella conduzione dello scontro con i terroristi.

Le lettere di Moro.

Al di là dell'emozione e del tormento che tradivano, le lettere di Moro cercavano in effetti di fornire alla classe politica, ponendosi sul suo stesso terreno, argomenti e ragioni giuridiche, politiche e morali, che a partire dalle sue stesse motivazioni, potessero condurla a scelte e comportamenti diversi. Moro recepiva ad esempio il motivo della ragion di Stato, e suggeriva un'altra ragion di Stato (evitare la spirale di sangue, il prolungamento del processo, l'indurimento dell'immagine delle forze politiche, ecc.); recepiva il principio della inviolabile legalità, e suggeriva di attuarlo tenendo presente altresì il principio giuridico formale dello stato di necessità, il principio sostanziale della giustizia come contenuto e fine della legalità, quello dottrinale della storicità del diritto e del rapporto tra astrazione della norma e giuridicità concreta; recepiva l'argomento politico della fermezza come estremo argine contro le Brigate Rosse, e suggeriva un'altra metodologia politica a suo avviso più efficace nella tragica partita apertasi tra lo Stato e il terrorismo; recepiva la distinzione tra piano politico e piano umanitario, e suggeriva di non confondere "umanitario" con gratuito o a buon mercato, chiedendo alla stessa politica di assumersi il carico delle intenzioni umanitarie.
Evocando questi contenuti delle lettere di Moro, non si vuole qui entrare nel merito di essi, per accettarli o respingerli. Ma è importante ricordare che di questo parlavano le lettere, di una tematica cioè propria al mondo della politica e delle istituzioni, comune a Moro e ai destinatari delle lettere, e del tutto estranea invece alla cultura, alla mentalità e alle metodologie delle Brigate Rosse; sicché a parte ogni altra considerazione, riesce impossibile schiacciare le parole di Moro su quelle delle BR, considerandole articolazioni di un unico discorso. Piuttosto è da rilevare che la insistenza di Moro nello scrivere una così grande quantità di lettere, più che il segno di una concitata volontà di salvare la vita, era indice della fiducia che egli manteneva verso coloro cui scriveva, della convinzione della loro buona fede, e della persuasione che attraverso la riflessione e il ragionamento essi potessero essere portati a determinazioni diverse. Altrimenti Moro avrebbe smesso di scrivere. E questa fiducia nella utilità di un rapporto a cui mai rinunciare, anche nelle condizioni più difficili, questa strenua fiducia nella capacità del pensiero, del ragionamento, del dialogo a cambiare le menti e a mutare le cose, questa fedeltà alla mediazione tentata fino alla fine, anche quando tutto era contro di essa, è forse una delle non ultime lezioni venute dal prigioniero.
In quanto non si identificavano con nessuna delle due linee che allora si contrapponevano, le tesi di Moro avrebbero potuto fungere come termine di confronto e di interazione per ambedue. Ma la rimozione delle lettere di Moro, come a lui non ascrivibili, evitarono ad ambedue le linee di misurarsi con quella posizione di Moro, col risultato che esse apparvero, ambedue, insufficientemente motivate, capaci di garantire solo alcuni, ma non tutti i valori in gioco, e di fatto subalterne al terreno di scontro o di mediazione
 

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imposto dalle Brigate Rosse. Quel trascendimento della rigida contrapposizione tra le due linee non è stato possibile nemmeno nel confronto tra le forze politiche ripetutosi nel corso dei lavori della Commissione Parlamentare, il che spiega il perché degli schieramenti che si, sono formati nel voto finale della relazione e spiega ulteriormente il perché della nostra astensione.

Roma, 30 giugno 1983



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