FISICA/MENTE

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RELAZIONE DI MINORANZA DEL DEPUTATO
LEONARDO SCIASCIA
(Gruppo parlamentare radicale)

 http://www.apolis.com/moro/

Numerosa di quaranta membri più il presidente, nel succedersi di tre presidenti, l'ultimo dei quali - il senatore Valiante - nominato quando già le acquisizioni erano ingenti, e necessitato dunque a informarsene, la Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e la strategia e gli obiettivi perseguiti dai terroristi, si è mossa in questa prima parte dei suoi lavori, soprattutto devoluti al caso Moro, con inevitabili ritardi, lentezze e dispersioni. Il fatto che la presenza dei componenti si riducesse di media tra la metà e i due terzi, le è stato di minima agevolazione nelle audizioni, sempre troppo lunghe e in parte ripetitive. A ciò va aggiunta la latente e a volte esplicita conflittualità, tra i membri della Commissione, che riproduceva quella manifestatasi tra i partiti del cosiddetto arco costituzionale - e specialmente tra il, comunista e il democristiano da un lato, il socialista dall'altro - nei giorni del sequestro Moro ed oltre, fino al sequestro e al rilascio del magistrato D'Urso: e cioè sulla posizione detta "umanitaria" dei socialisti, che affermava la necessità di trattare coi terroristi, pur tenendo presenti i limiti del possibile cedimento, e quella detta "della fermezza", sostenuta da comunisti, democristiani e altri, di assoluta e inscalfibile intransigenza. Tali posizioni vi si ripetevano nella Commissione col perseguire da una parte la dimostrazione che un minimo cedimento, conseguente alle trattative con le Brigate Rosse, avrebbe potuto salvare la vita di Aldo Moro (così come poi la chiusura del carcere dell'Asinara e l'intervento di parlamentari presso i brigatisti carcerati si ritenne - ma non da tutti, e non da noi - avesse salvata quella del magistrato D'Urso); e dall'altra che la disponibilità a trattare del Partito Socialista, nonché incrinare la cosiddetta "solidarietà nazionale" fondata sulla fermezza, non solo non poteva portare alla salvezza di Moro, ma si configurava - nella ricerca di un contatto particolare e riservato con le Brigate Rosse, negli incontri tra esponenti socialisti ed esponenti dell'Autonomia romana che si credeva potessero fare da tramite (e si è visto poi che potevano) - come un vero e proprio reato, visto che i magistrati inquirenti non ne erano stati informati. Questa conflittualità, che ad evidenza corre nei verbali della Commissione, anche se mai espressa nei termini netti in cui noi li riassumiamo, è stata nel lavoro della Commissione - a parere nostro - una grave remora, una incommensurabile perdita di tempo. Da ciò, per esempio, le inutili udienze dedicate al caso Rossellini-Radio "Città futura": se Rossellini aveva o no dato notizia dell'avvenimento di via Fani almeno mezz'ora prima che si verificasse (e se si fosse riusciti a provarla, ne sarebbe venuta la conseguenza che Rossellini era "dentro", e dunque i suoi contatti coi socialisti diventavano automaticamente gravi: beninteso per i socialisti). Ma Rossellini non poteva aver dato quella notizia: poiché - se ne ha l'impressione - aveva ben studiato gli scopi e i comportamenti delle
 

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Brigate Rosse, poteva avere, se mai, azzardato una ipotesi. Comunque, la domanda se Moro si poteva o no salvare attraverso trattative, finisce con l'apparire gratuita e irrilevante, dopo tante ore di audizioni e migliaia di pagine di verbali. Gratuita e irrilevante, diciamo, ai fini di una Commissione Parlamentare d'inchiesta; mentre la si può considerare non gratuita e non irrilevante in una inchiesta tra le Brigate Rosse, dentro le Brigate Rosse e da loro condotta: poiché a loro era possibile la scelta di rilasciare Moro invece che di assassinarlo; e dalla scelta di assassinarlo ha avuto principio, nel dissenso tra loro insorto, la crisi che va portandole alla disgregazione, all'annientamento. La domanda prima ed essenziale cui la Commissione ha il dovere di rispondere, a noi appare invece questa: perché Moro non è stato salvato nei cinquantacinque giorni della sua prigionia, da quelle forze che lo Stato prepone alla salvaguardia, alla sicurezza, all'incolumità dei singoli cittadini, della collettività, delle istituzioni?
Ovviamente, né si poteva evitare, altro tempo si è perso nell'inseguire una risposta alla domanda posta dal punto a) articolo I, della legge che istituiva la Commissione ("se vi siano state informazioni, comunque collegabili alla strage di via Fani, concernenti possibili azioni terroristiche nel periodo precedente il sequestro di Aldo Moro, e come tali informazioni siano state controllate ed eventualmente utilizzate"). Intorno a tale domanda si sono accagliate insondabili mitomanie, scarti della memoria, incontrollabili giri di tempo (e ne fa parte anche il caso Rossellini-Radio "Città futura"). Né meno inutile è stato il lavoro della Commissione per rispondere al punto b) della legge: "se Aldo Moro abbia ricevuto, nei mesi precedenti il rapimento, minacce o avvertimenti diretti a fargli abbandonare l'attività politica"; poiché è da credere che ogni uomo politico di preminente ruolo ne riceva, ma anonimamente e non, come consiglio o come minaccia; e specialmente ne avrà ricevuto - ne ha ricevuto - Aldo Moro, i cui intendimenti non sempre decifrabili potevano facilmente dar luogo a fraintendimenti. Ma anche l'avvertimento (o minaccia) che ebbe mentre presumibilmente si trovava in un paese "amico", e da parte di una personalità in quel paese autorevole, non crediamo sia possibile collegarlo alla sua eliminazione: e per il fatto stesso che c'è stato. Cose del genere - lo si sa persino proverbialmente - si fanno senza dirle; il non dirlo è anzi la condizione necessaria per farle. Era invece rigorosamente prevedibile - a rigore del loro cercare e colpire i gangli e le personalità dello "Stato delle multinazionali ", del sistema democratico e capitalistico - che le Brigate rosse puntassero alla cattura e all'eliminazione di un uomo come Moro, al vertice della Democrazia Cristiana e sul punto - si credeva - di allargarle intorno il consenso e comunque di renderla più duttile, più prensile, più durevolmente sicura (e però nella misura in cui più duttili si, ma meno prensili e meno sicure diventavano le forze d'opposizione). Ma che secondo i loro schemi, piuttosto rigidi ed elementari, le Brigate Rosse facessero una diagnosi della situazione che portasse alla cattura e/o all'eliminazione di Aldo Moro, si era ben lontani, negli organi che ne avevano il dovere, dal prevederlo; e figuriamoci dal prevenirlo. Sicché alla domanda che pone il punto c) della legge ("le eventuali carenze di adeguate misure di prevenzione e tutela della persona di Aldo Moro"), si può nettamente rispondere che non solo le carenze ci furono, ma che ai tentativi della Commissione per accertarle sono state opposte denegazioni così assolute da apparire incredibili. A renderle incredibili è la personalità del maresciallo Leonardi, capo della scorta di
 

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Moro, per come concordemente, da diversi punti di vista, ci è stata descritta. Giudicandola la scorta di Moro dentro l'università, l'ex brigatista Savasta dice: "lo ho notato tre uomini, fra cui uno anziano... Erano tre molto visibili, tra cui questo anziano, che era il più bravo di tutti perché si muoveva nella folla... Si, era il maresciallo Leonardi, che si muoveva meglio di tutti, perché la ressa era molto grossa per partecipare alle lezioni di Aldo Moro. Nonostante questa riusciva a tenere sotto controllo la situazione. Mi colpì questo aspetto specifico anche per capire che tipo di scorta c'era, cioè se era una scorta proforma o una scorta reale... L'atteggiamento del maresciallo Leonardi era quello di una scorta reale, molto preparata: era quel tipo di scorta che non eravamo abituati a vedere. C'è un modo che si capisce subito: prima il fatto che erano sempre pronti a prendere la pistola; secondo, poi, come si muovevano tra la gente. Cioè era un modo diverso. Se la scorta è proforma, non si sta molto a guardare; quando è reale, si capisce subito, cioè come si guarda la gente, come si vedono gli spostamenti delle altre persone. Sembrava una scorta reale ... ". Nel loro lavoro di osservazione, i brigatisti erano dunque arrivati al giudizio che tutte le scorte fossero proforma; e perciò la meraviglia di scoprire invece reale - anche se in un determinato luogo - quella di Aldo Moro. Ma il merito era tutto di quell'anziano "molto bravo", che "riusciva a tenere sotto controllo tutta la situazione". Questo giudizio, di innegabile competenza, concorda con quello del generale Ferrara: "Leonardi era un sottufficiale eccellente sotto ogni riguardo: austero, serio, distintissimo, fisicamente prestante, costantemente sicuro di sé; era un ragazzo coraggioso e sempre pronto, tiratore scelto, cintura nera ... ". Questi giudizi ci portano a considerare veridiche tutte le testimonianze sulle preoccupazioni del maresciallo Leonardi in ordine alla sicurezza dell'onorevole Moro (e alla propria); e specialmente quella della moglie. Leonardi aveva chiesto altri uomini, al Ministero dell'Interno: forse in più, forse in sostituzione di quelli che già aveva e che non gli pareva fossero "ben preparati per il servizio che dovevano svolgere". Questa richiesta, che la signora Leonardi colloca tra la fine del '77 e il principio del '78, non ha lasciato traccia né nei documenti né nella memoria di chi avrebbe dovuto riceverla. E pure non può non esserci stata: proprio in quel periodo le abitudini e i comportamenti di Moro e della sua scorta venivano sappiamo - studiati dalle Brigate rosse; e ciò non sfuggiva all'attenzione di Leonardi. La sua preoccupazione cresceva a misura che, per certi segni, vedeva il pericolo avvicinarsi. Si era anche accorto che lo seguivano, ne aveva parlato alla moglie e ad altri aveva precisato che lo seguiva una 128 bianca. Negli ultimi tempi era così preoccupato, teso, dimagrito, si sentiva talmente insicuro da far dire alla moglie che "non era più lo stesso". E quasi tutti i pomeriggi, quand'era libero andava, dice la moglie, "a conferire col generale Ferrara, sempre per motivi di servizio." Ma il generale Ferrara decisamente nega, avvalorando la sua negazione col preciso ricordo di un solo incontro con Leonardi: il 26 gennaio 1978, e per motivi non di servizio. Con chi dunque parlava Leonardi, a chi faceva i suoi rapporti? Che li facesse, la signora se ne dice "sicura al cento per cento". Ma il generale Ferrara, pur ammettendo che Leonardi "aveva contatti con tutta la scala gerarchica", afferma: "il maresciallo Leonardi non ha mai mandato rapporti a chicchessia... abbiamo svolto un'inchiesta per controllare presso tutti i comandi gerarchici della capitale se Leonardi avesse fatto un cenno anche verbale: non risultò niente... nessuna richiesta, né di personale né di rinfor-
 

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zi di uomini e di mezzi, era mai stata inoltrata". Il che, ribadiamo, non ècredibile: Leonardi può non aver parlato col generale Ferrara, ma con qualcuno dei "comandi gerarchici della capitale" ha parlato di certo. Che ne sia scomparsa ogni traccia e che lo si neghi è un fatto straordinariamente inquietante.
Uguale immagine di preoccupazione, di nervosismo, di paura dà del marito la vedova dell'appuntato Ricci. Non parlava molto del servizio, in casa: ma poiché faceva da autista, diceva dei guai che la 130 che gli avevano affidata dava ("si rompeva continuamente") e sospirava all'arrivo della 130 blindata. Alla fine del '77, disse alla moglie che finalmente arrivava: il che vuol dire che era stata richiesta e promessa. Ma non arrivò. Da ciò, forse, verso il mese di febbraio, un più accentuato nervosismo ("appariva nervoso e si comportava in maniera strana"): che corrispondendo al comportamento del maresciallo Leonardi, vuol dire che condividevano la stessa preoccupazione, scorgevano gli stessi segni. Ma così come per i rapporti di Leonardi, nessuno sa nulla della richiesta di una macchina blindata; è stato anzi detto alla Commissione che se fosse stata richiesta sarebbe stata data senza difficoltà. Ma com'è che, non richiesta, la si aspettava e, ad un certo punto, non la si aspettò più?
"Reale", dunque, dentro l'università, la scorta di Moro diventava "pro forma" fuori, nella deficienza e insicurezza dei mezzi: il che certamente non sfuggì alla osservazione delle Brigate Rosse. Il dire, oggi, che una macchina blindata e meglio funzionante per Moro; altra coi freni a posto per la scorta che lo seguiva; armi di sicura efficienza e addestramento a prontamente usarle, non sarebbero stati elementi di dissuasione o di non riuscita al piano delle Brigate Rosse, è altrettanto insensato che affermare lo sarebbero stati. In azioni come quella attuata per il sequestro di Moro, basta che una piccola cosa funzioni o non funzioni per decidere la riuscita o il fallimento. E comunque, quel che non funziona suppone delle responsabilità, che vanno accertate e individuate. Ma nella ricerca delle responsabilità che sono sempre individuali anche se estensibili e concatenate - la Commissione si è sempre fermata un po' prima, al limite di scoprirle, di accertarle: per ragioni formali, per difficoltà interne ed esterne.
Il punto d) della legge che istituisce la Commissione d'inchiesta, richiede si faccia luce su "le eventuali disfunzioni od omissioni e le conseguenti responsabilità verificatesi nella direzione e nell'espletamento delle indagini, sia per la ricerca e la liberazione di Aldo Moro, sia successivamente all'assassinio dello stesso, e nel coordinamento di tutti gli organi e apparati che le hanno condotte"; ma il materiale raccolto dalla Commissione a tal proposito è così vasto che conviene estrarne i fatti essenziali o emblematici, conferendo importanza ad alcuni che sembrano non averne e rovesciando. il significato e il valore di certi altri cui si è voluto invece dare importanza. Per esempio: sembrano importanti, e se ne parla come di uno "sforzo imponente" da riconoscere e da elogiare, le operazioni condotte dalle forze dell'ordine nel giro dei cinquantacinque giorni che vanno dal sequestro all'assassinio di Moro. Si tratta davvero di uno sforzo imponente, e ne trascriviamo il compendio: 72.460 posti di blocco, di cui 6.296 nella città urbana di Roma; 37.702 perquisizioni domiciliari, di cui 6.933 a Roma; 6.413.713 persone controllate, di cui 167.409 a Roma; 3.383.123 automezzi controllati, di cui 96.572 a Roma;, 150 persone arrestate 400 fermate. In queste operazioni erano impegnati quotidianamente 13.000 uomini, 4.300 nella
 

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città di Roma. Sforzo imponente, ma per nulla da elogiare. Prevalentemente condotte "a tappeto" (e però, come si vedrà, con inconsulte eccezioni) le operazioni di quei giorni erano o inutili o sbagliate. Si ebbe allora l'impressione - e se ne trova ora conferma - che si volesse impressionare l'opinione pubblica con la qualità e la vistosità delle operazioni, noncuranti affatto della qualità. E si trattò propriamente di una scelta subito fatta, di un criterio (paradossalmente consistente nella mancanza di un criterio effettuale) subito assunto: ci riferiamo a quell'ordine, diramato alle questure dalla direzione dell'Ucigos di attuare, subito dopo il sequestro di Moro, il "piano zero". Il "piano zero" esisteva soltanto per la provincia di Sassari; ma il dirigente dell'Ucigos, che era stato questore a Sassari credeva esistesse per tutte le provincie italiane. Ne nacque un convulso telefonarsi di questori tra loro, prima che si arrivasse a capire che il piano non esisteva. Ma il punto non è quello dell'errore e del comico che ne derivò; il punto è come mai si pensò che l'attuazione di un "piano zero" in tutte le provincie italiane potesse avere un qualche effetto. Che senso aveva istituire posti di blocco, controllare mezzi e persone, la mattina del 16 marzo, a Trapani o ad Aosta? Nessuno: se non quello di offrire lo spettacolo dello "sforzo imponente". Si partì dunque - per volontà o per istinto - verso effetti spettacolari e forse confidando nel calcolo della probabilità (che non funzionò). Ed è comprensibile che per conseguire tali effetti si sia trascurato l'impiego di forze meno imponenti ma più sagaci per dare un corso meno vistoso ma più producente alle indagini: a tal punto che la Commissione si è sentita rispondere dall'allora questore di Roma che mancava di uomini per un lavoro di pedinamento che non ne avrebbe richiesto più di una dozzina; mentre solo a Roma 4.300 agenti spettacolarmente ma vanamente annaspavano. Ma torneremo su questo punto. Aggiungiamo, intanto, che la nostra opinione sulla vacuità delle operazioni di polizia è condivisa e trova autorevole conferma in questa dichiarazione del dottor Pascalino, allora procuratore generale a Roma: "in quei giorni si fecero operazioni di parata, più che ricerche". Ed è incontrovertibile che chi volle, chi assentì, chi nulla fece per meglio indirizzare il corso delle cose, va considerato - nel grado di responsabilità che gli competeva - pienamente responsabile.
Curiosamente, a queste operazioni di parata, corrisponde un contraddittorio segno di preparazione e di efficienza, da parte della polizia, che non è stato giustamente valutato: e riguarda la segnalazione dei ricercati in quanto presunti brigatisti; segnalazione che, attraverso la diffusione di fotografie sulla stampa o per televisione, fu fatta appena qualche giorno dopo l'eccidio di via Fani. Si segnalarono ventidue individui: ma subito si scoprì che due di loro erano già in carcere, uno notoriamente residente in Francia, un altro regolarmente registrato nell'albergo in cui alloggiava. Questi errori - che crediamo trovino giustificazione nella endemica incomunicabilità, nel nostro paese, delle istituzioni tra loro - impedirono all'opinione pubblica di vedere quel che invece c'era di positivo nella segnalazione: e cioè che su diciotto individui la polizia non si era sbagliata. Giustamente un funzionario di polizia (il dottor Improta) ha rivendicato, davanti alla Commissione, la preparazione e la prontezza dimostrata dalla questura di Roma in questo fatto, che invece l'opinione pubblica valutò al contrario e arrivando quasi al dileggio. Lo Stato non era impreparato, se dopo tre giorni la questura di Roma era in grado di indicare - precorrendo acquisizioni più certe, provate e confessate - diciotto brigatisti, alcuni dei quali

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facenti parte del gruppo di via Fani, e se conosceva benissimo gli elementi più attivi dell'arca extraparlamentare (e persino nelle loro differenziazioni ideologiche e strategiche, di prassi, di temperamento). Il concorde coro di funzionari, e uomini politici, sull'impreparazione dello Stato a fronteggiare l'attacco terroristico, è dunque da accettare con beneficio d'inventario. Il fatto che le precedenti "risoluzioni" delle Brigate Rosse e gli scritti dei loro teorici e fiancheggiatosi non fossero stati convenientemente studiati, dalla polizia e dai servizi di sicurezza, non pone come conseguenza necessaria l'incertezza, la confusione, i disguidi, le omissioni, le vuote operazioni che si sono verificate durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro. Bastava una normale, ordinaria professionalità investigativa. Anche senza lo studio dei testi (che peraltro sarebbe stato più utile alla prevenzione che di fronte al fatto compiuto), si aveva il vantaggio di conoscere approssimativamente la natura e il fine di un'associazione per delinquere denominata Brigate Rosse; si era già arrivati a individuare un congruo numero di affiliati; si aveva sufficiente informazione sul tessuto protettivo di cui l'associazione poteva godere. Se l'operazione di via Fani fosse stata a solo fine di lucro e da un'associazione per delinquere mai manifestatasi, oscura, improvvisata, lo svantaggio sarebbe stato indubbiamente più forte. Ma appunto dei vantaggi non si è saputo fare alcun uso.
Ma andiamo per ordine, attenendoci strettamente ai fatti in cui disfunzioni e omissioni (e "conseguenti responsabilità" sempre) più vistosamente appaiono. Nel pomeriggio dello stesso giorno 16 in cui era avvenuto l'eccidio della scorta e il rapimento di Aldo Moro, la Fiat 132 in cui Moro era stato trasportato viene ritrovata in via Licinio Calvo: ciò vuol dire che nella zona stessa in cui era accaduto il fatto, poche ore dopo, goliardicamente i brigatisti potevano avventurarsi indenni a bordo di una segnalatissima automobile. La beffarda restituzione, segno di un sicuro muoversi dei brigatisti nel quartiere, avrebbe dovuto far nascere il sospetto che vi abitassero, e quindi incrementare ed acuire la vigilanza. Ma così non fu, e altre due macchine che erano servite per l'operazione venivano trovate, nella stessa via, il 17 e il 19. Rischio che sarebbe da considerare corso abbastanza scioccamente dai brigatisti: ma evidentemente sapevano quel che facevano e che senza danno ne sarebbero usciti. Si procedeva intanto - 17 marzo al fermo di polizia giudiziaria per Franco Moreno, su cui sembrava gravassero indizi probanti di una partecipazione all'impresa: provvedimento non del tutto comprensibile anche nel caso ci si fosse trovati a indagare soltanto sull'eccidio, ma del tutto incomprensibile trattandosi anche di un sequestro di persona. Poiché il Moreno era in quel momento, a giudizio degli investigatori, il solo elemento visibile dell'associazione, il suo fermo non solo veniva a recidere un possibile tramite per raggiungere gli altri e il luogo in cui Aldo Moro era detenuto, ma poteva anche essere fatale per la vita del sequestrato. Ma forse anche in questo caso il criterio della parata prevalse su quello della professionalità, della ponderata investigazione. Ma gli indizi che sembravano (e, a rileggerne l'elenco, sembrano) gravi, si dissolsero non sappiamo come nell'esame del magistrato; e tre giorni dopo il Moreno veniva rilasciato. Intanto il giorno 18 - il terzo dei cinquantacinque - la polizia, nelle sue operazioni di perquisizione a tappeto, arrivava all'appartamento di via Gradoli affittato a un sedicente ingegnere Borghi, più tardi identificato come Mario Moretti. Vi arrivò: ma si fermò davanti alla porta chiusa. E qui bisogna osservare che per quanto si voglia le operazioni fosse-
 

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ro di parata, tant'è che si facevano; e in ordine all'istinto e al raziocinio professionale una porta chiusa, una porta cui nessuno rispondeva, doveva apparire tanto più interessante di una porta che al bussare si apriva. E tanto più che il dottore Infelisi, il magistrato che conduceva l'indagine, aveva ordinato che degli appartamenti chiusi o si sfondassero le porte o si attendesse l'arrivo degli inquilini. Ordine eseguito in innumerevoli casi, e con gran disagio di cittadini innocenti; ma proprio in quell'unico caso (unico per quanto sappiamo), che poteva sortire a un effetto di incalcolabile portata, non eseguito. Pare che l'assicurazione dei vicini che l'appartamento fosse abitato da persone tranquille, sia bastata al funzionario di polizia per rinunciare a visitarlo: mentre appunto tale assicurazione avrebbe dovuto insospettirlo. E' pensabile che le Brigate Rosse non si comportassero tranquillamente e anzi più tranquillamente di altri, abitando piccoli appartamenti di popolosi quartieri?
Esattamente un mese dopo - il 18 aprile - l'appartamento di via Gradoli di cui la polizia aveva preso atto come abitato da persone tranquille, fortuitamente si rivelava covo delle Brigate Rosse. Ma il nome Gradoli era già corso nelle indagini, e vanamente, grazie a una seduta spiritica tenutasi nella campagna di Bologna il 2 aprile. E non meravigli che negli atti di una commissione parlamentare d'inchiesta si parli, come in una commedia dialettale, di una seduta spiritica: ma dodici persone, come si suol dire, degne di fede, e per di più appartenenti al ceto dotto della dotta Bologna, sono state sentite una per una dalla Commissione e tutte hanno testimoniato della seduta spiritica da loro tenuta e da cui è venuto fuori il nome Gradoli. Non una di loro si è dichiarata esperta o credente riguardo a fenomeni del genere; tutte hanno parlato di un'atmosfera "ludica" che attorno al "piattino" e agli altri elementi necessari all'evocazione, si era stabilita in un pomeriggio uggioso: di gioco, dunque, di passatempo. E non solo tutti sembravano, nel riferire alla Commissione, credere alla semovenza del "piattino"; ma di fatto ci credettero, se l'indomani ne riferirono alla DIGOS di Bologna e, successivamente, al dottor Cavina, capo dell'ufficio stampa dell'onorevole Zaccagnini. Tra i farfugliamenti del "piattino", un nome era venuto fuori nettamente: Gradoli. Poiché c'è in provincia di Viterbo un paese di questo nome, la polizia vi si recò in forze, presumibilmente facendovi le solite perquisizioni a tappeto; e senz'alcun risultato, si capisce. Il suggerimento della signora Moro, di cercare a Roma una via Gradoli, non fu preso in considerazione; le si rispose, anzi, che nelle pagine gialle dell'elenco telefonico non esisteva. il che vuol dire che non ci si era scomodati a cercarla, quella via, nemmeno nelle pagine gialle: poiché c'era.
All'appartamento di via Gradoli abitato dal sedicente ingegnere Borghi, si arriva finalmente, e per caso, alle 9,47 del 18 aprile: a tamponare una dispersione d'acqua, non a sorprendervi dei brigatisti. E qui è da notare che una specie di fatalità idricá incombe sulle Brigate Rosse, non essendo quello di via Gradoli il solo caso in cui un covo viene scoperto per la disfunzione di un condotto. E del resto abbiamo parlato di spiriti, potremmo anche parlare di veggenti che nella vicenda hanno avuto un certo ruolo: perché non parlare della fatalità? Vi Arrivarono primi i pompieri, naturalmente; e capirono e segnalarono di trovarsi in un covo. E a questo punto altro garbuglio, altro mistero: i giornalisti arrivarono prima della polizia; i carabinieri seppero della scoperta soltanto perché riuscirono a intercettare una comunicazione radio della polizia; il giudice inquirente apprese la noti-
 

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zia due ore dopo: non dalla polizia, ma dai carabinieri. E fu costretto, il giudice Infelisi, a ordinare il sequestro dei documenti trovati nel covo, a far si che anche i carabinieri ne prendessero visione (ma il questore De Francesco nega di aver posto il veto a che i documenti li vedessero i carabinieri e dice di ignorare il sequestro ordinato dal giudice: contrasto rimasto irrisolto). Non si provvide, inoltre, al rilevamento delle impronte digitali nel covo; né pare sia stato prontamente e accuratamente inventariato e vagliato il materiale rinvenuto. Il qual materiale, a giudizio del dottor Infelisi non apportava alcuna indicazione relativamente al luogo in cui poteva trovarsi Moro; ma sente il bisogno, il giudice, di mettere questo inquietante inciso: "almeno quello di cui io ho avuto conoscenza": così aprendo come possibile il fatto che possa esserci stato del materiale sottratto alla sua conoscenza. Insomma: tutto quel che intercorre dal 18 marzo al 18 aprile intorno al covo di via Gradoli attinge all'inverosimile, all'incredibile: spiriti (che in una lettera inviata dall'onorevole Tina Anselmi alla Commissione appaiono molto meglio informati di quanto poi riferito dai partecipanti alla seduta), provvidenziale dispersione d'acqua (ma la Provvidenza aiutata, per distrazione o per volontà, da mano umana), assenza della più elementare professionalità, della più elementare coordinazione, della più elementare intelligenza.
E ancora abbiamo da fermarci su altri episodi. Sorvoliamo su quello del Lago della Duchessa: in cui, non credendo al comunicato, e perdendo tempo a stabilirne l'inautentica-autenticità o l'autentica-inautenticità, si agì come credendoci, con conseguente distrazione e dispersione di forze; e fissiamoci per un momento su quello della tipografia Triaca.
La prima segnalazione, relativa a persone che gravitavano intorno alla tipografia, e comunque di persone sospettate di avere a che fare con le Brigate Rosse l'UCIGOS la ebbe il 28 marzo. Ma passò giusto un mese prima che fosse in grado di farne rapporto alla DIGOS: il 29 aprile. Tanta lentezza crediamo dovuta principalmente a quello che il dottor Fariello (dell'UCIGOS) chiama "pedinarnento a intervalli": che sarebbe il pedinare le persone sospette, a che non si accorgano di essere pedinate, quando si e quando no. il che equivale a non pedinarle affatto, poiché soltanto il caso può dare effetto a una siffatta vigilanza. Come se il recarsi in luoghi segreti, gli incontri clandestini e tutto ciò che s'appartiene all'occulto cospirare e delinquere, fosse regolato da abitudini ed orari. Né la possibilità che la persona si accorga di essere oggetto di vigilanza viene dall'assiduità con cui la si segue, ma dall'accortezza o meno con cui l'operazione viene eseguita.
Passa dunque un mese - e Moro sempre chiuso nella "prigione del popolo,, - perché la segnalazione, resa più consistente dalla fortuna che finalmente arride al "pedinamento a intervalli", arrivi dall'UCIGOS alla DIGOS. Il I' maggio si ha cognizione della tipografia Triaca, in via Pio Foà. Lo stesso giorno, la Digos chiede di poter effettuare controlli telefonici, otto giorni dopo l'autorizzazione a perquisire. La perquisizione si sarebbe dovuta effettuare il 9, il giorno stesso in cui le Brigate Rosse consegnano il cadavere di Moro: e perciò viene rimandata al 17. E qui si può anche essere d'accordo col dottor Fariello: che tanto valeva attendere ancora. Moro ormai assassinato, una vigilanza non ad intervalli, ma continua e sagace intorno alla tipografia avrebbe persino consentito la cattura di Moretti: ma tanto il dirigente dell'UCIGOS che il questore De Francesco ammettono di aver dovuto precipitare l'operazione per "la pressione dell'opinione pubblica".
 

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Dall'operazione al tempo stesso tardiva e precipitosa presso la tipografia Triaca dirama una rivelazione che ancora ci costringe a usare la parola incredibile: nella tipografia venivano rinvenute una stampatrice proveniente dal Raggruppamento Unità Speciali dell'Esercito e una fotocopiatrice proveniente dal Ministero dei Trasporti. Per quanto riguarda la fotocopiatrice, nessun elemento si è riusciti ad acquisire per capire come dal Ministero dei Trasporti sia finita nella tipografia delle Brigate Rosse: il che può dare al Parlamento e all'opinione pubblica (quella che non preme per operazione di parata e sa essere attenta) sufficiente idea delle difficoltà incontrate dalla Commissione. Per quanto riguarda la stampatrice, si sono avute si delle risposte: ma non servono a formularne una sicura sull'iter della macchina dal Raggruppamento Unità Speciali (RUS) - che è poi parte del SISMI, e cioè dei servizi segreti con tal sigla rifondati sulla dissoluzione del SID - alla tipografia Triaca. Che nelle amministrazioni dello Stato sia uso alienare come "ferrivecchi" macchine che, irrisoriamente acquistate da privati, miracolosamente tornano a funzionare, può anche - nel disordine delle cose - ammettersi; ma che proprio vadano a finire in mano alle Brigate Rosse, è un po' troppo; e merita una severa inchiesta.
Altro fatto da segnalare, sempre in relazione "alle disfunzioni, alle omissioni e alle conseguenti responsabilità verificatesi nella direzione e nell'espletamento delle indagini", è l'avere trascurato quello che sarebbe stato un vero e proprio filo conduttore per arrivare all'individuazione e alla cattura di un certo numero di brigatisti e, con tutta probabilità, al luogo in cui Aldo Moro era detenuto. A ciò noi arriviamo col senno del poi; ma la polizia avrebbe potuto e dovuto arrivarci col senno di allora. Dice l'allora questore di Roma De Francesco (e la sua convinzione è pienamente condivisa dal dottore Improta, che era stato a capo della divisione politica): "L'area dell'Autonomia è stata forse privilegiata nelle indagini, anche precedenti al sequestro dell'onorevole Moro, poiché ritenevo e sono tuttora convinto che si trattasse dell'area più pericolosa della capitale... Sul problema dell'Autonomia fin dal primo giorno, cioè dal 16 marzo, ho insistito perché quella - a mio avviso - era l'area nella quale alcune unità delle Brigate Rosse avevano potuto trovare un supporto essenziale." Ma non si riesce a vedere come la privilegiasse, come insistesse, se non devolveva sorveglianza alcuna ai capi del movimento, che pure conosceva benissimo. Noi ora sappiamo quel che allora il questore era in grado di sospettare, conseguentemente alle sue convinzioni, e di accertare: che i rapporti tra almeno due brigatisti e i "grossi esponenti" dell'Autonomia romana c'erano e si mantennero durante i cinquantacinque giorni e oltre. E si concretizzavano in incontri. Un'accorta sorveglianza - e soprattutto senza intervalli - di Piperno e Pace avrebbe consentito l'individuazione di Morucci e Faranda, i due brigatisti che avevano preso parte all'azione di via Fani, che con ogni probabilità continuavano a frequentare il luogo in cui Moro era detenuto e con tutta certezza ad avere incontri con coloro che lo detenevano. Ma a chi, in Commissione, si meravigliava non avere la polizia presa una così elementare misura, come quella di far sorvegliare i capi dell'Autonomia, il questore De Francesco rispondeva che mancava di uomini. E ne teneva impegnati più di 4000 in operazione di parata!
A questo breve catalogo di omissioni e disfunzioni va aggiunto come esemplare l'episodio riferito dall'allora comandante la Guardia di Finanza: il giorno 16 poco dopo l'azione di via Fani, "un individuo, fermo in via
 

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Sorella Marchisio, ha notato due persone: una più magra, di statura 1,70-1,75, vestita con una uniforme di pilota civile, l'altra di corporatura robusta, tarchiata, più bassa, con barba folta. La prima sorreggeva la seconda per un braccio, stringendolo fortemente aldisopra del gomito. Provenivano da via Pineta Sacchetti, angolo via Montiglio; hanno percorso un tratto di via Sorella Marchisio, raggiunto via Marconi, svoltato verso via Cogoleto... In quella zona c'è una clinica". Riversata subito l'informazione alla DIGOS, l'ordine di perquisire la clinica arrivò alla Guardia di Finanza "qualche settimana dopo". E tutto lasciava sospettare che quel che l'anonimo informatore aveva visto fosse da mettere in connessione con quel che pochi minuti prima era accaduto in via Fani.
Ci si chiede da che tanta estravaganza, tanta lentezza, tanto spreco, tanti errori professionali possano essere derivati. Si dice: l'impreparazione di fronte al fenomeno terroristico e, particolarmente, di fronte a un'azione così eclatante nei mezzi, nell'oggetto, negli scopi, come quella di via Fani. Ma non è una giustificazione convincente: abbiamo visto come si fosse in grado di segnalare subito un certo numero di brigatisti, alcuni dei quali siamo ora certi che hanno partecipato all'azione, e come si avessero precise convinzioni riguardo alle aree di complicità o di più o meno diretto sostegno. E si può anche ammettere una impreparazione più generale e remota di fronte a fatti delinquenziali che scaturiscono da associazioni protette dalla paura e dal silenzio dei cittadini, da un lato; dagli addentellati reali o supposti col potere, dall'altro. Ma non è che una spiegazione parziale. Bisogna, per il caso Moro, metterne avanti altre: che sono insieme politiche, psicologiche, psicanalitiche. Certamente quel che si fece di sbagliato - e che impedì si facessero più producenti e giuste azioni - fu in parte dettato dal condizionamento dei "media" (non diremmo dalla pressione dell'opinione pubblica: l'opinione pubblica, quando davvero c'è e si fa sentire, è meno informe, meno disponibile ad appagarsi di qualsiasi cosa: capace, insomma, di critica e di scelta): operazioni di parata, come (direbbe Machiavelli) da un "luogo alto" le giudica il dottor Pascalino (ma fece qualcosa, accorgendocene, per farle finire?). Queste operazioni, che per apparire, per rendersi a spettacolo, dovevano essere ben consistenti nell'impiego di uomini e di mezzi, bisogna ribadire che impedirono se ne facessero altre di necessarie, di essenziali, per una ponderata, continua e rapida investigazione. E senza dire (cioè dicendolo ancora) che nell'unico caso in cui fortuitamente le operazioni di parata avrebbero potuto raggiungere un effetto, non funzionarono: davanti alla porta chiusa dell'appartamento di via Gradoli, il 18 marzo.
Ma crediamo che l'impedimento più forte, la remora più vera, la turbativa più insidiosa sia venuta dalla decisione di non riconoscere nel Moro prigioniero delle Brigate Rosse il Moro di grande accortezza politica, riflessivo, di ponderati giudizi e scelte, che si riconosceva (riconoscimento ormai quasi unanime: appunto perché come postumo, come da necrologico) era stato fino alle 8,55 del 16 marzo. Da quel momento Moro non era più se stesso, era diventato un altro e se ne indicava la certificazione nelle lettere in cui chiedeva di essere riscattato, e soprattutto per il fatto che chiedeva di essere riscattato.
Abbiamo usato la parola decisione: formalmente imprecisa ma sostanzialmente esatta. Spontanea o di volontà, improvvisa o gradualmente insorgente, di pochi o di molti, è stata certamente una decisione - e per il fatto

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stesso che se ne poteva prendere altra. E ci rendiamo conto della impossibilità di provare documentalmente che una tale decisione - ufficialmente mai dichiarata - abbia potuto avere degli effetti a dir poco diluenti sui tempi e i modi dell'indagine. Possiamo anche ammettere che gli effetti non furono a livello di coscienza e di consapevolezza - e insomma di malafede; ma non si può non riconoscere - e basta rivedere la stampa di quei giorni - che si era stabilita un'atmosfera, una temperie, uno stato d'animo per cui in ciascuno ed in tutti (con delle sparute eccezioni) si insinuava l'occulta persuasione che il Moro di prima fosse come morto e che trovare vivo il Moro altro quasi equivalesse a trovarlo cadavere nel portabagagli di una Renault. Si parlò dapprima, a giustificare il contenuto delle sue lettere, di coercizioni, di maltrattamenti, di droghe; ma quando Moro cominciò insistentemente a rivendicare la propria lucidità e libertà di spirito ("tanta lucidità, almeno, quanta può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetti"), si passò ad offrire compassionevolmente l'immagine di un Moro altro, di un Moro due, di un Moro non più se stesso: tanto da credersi lucido e libero mentre non lo era affatto. Il Moro due in effetti chiedeva fossero posti in essere, per salvare la propria vita, quegli stessi meccanismi che il Moro uno aveva, nelle sue responsabilità politiche e di governo, usati o approvati in deroga alle leggi dello Stato ma al fine di garantire tranquillità al Paese: "non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione ... ". Simili meccanismi, di cui l'opinione pubblica non era al corrente, erano stati adoperati - evidentemente - nel silenzio del governo, dei partiti al governo, del Parlamento; e si poteva rispondere a Moro che tutt'altro che in silenzio, e anzi con sicuro clamore e perdita di prestigio e credibilità, vi si poteva ricorrere nel suo caso. Si preferì invece sminuire, invalidare e smentire i suoi argomenti da un punto di vista clinico invece che politico, relegandoli alla sua delirante condizione di prigioniero. Da ciò la nessuna importanza conferita dagli investigatori alle sue lettere. L'onorevole Cossiga, allora Ministro dell'Interno, ha escluso nel modo più netto che sia stata tentata una decifrazione dei messaggi di Moro: "Una decifrazione non fu fatta durante il sequestro. Procedevamo con metodi artigianali. Furono invece eseguite analisi linguistiche sui messaggi delle Brigate Rosse ... "(in che consistessero i metodi artigianali e quali risultati dessero le analisi linguistiche, lo si è intravisto anche allora). Ma lo stesso Cossiga, dopo aver detto che sulle lettere di Moro si possono esprimere "giudizi contrastanti ed anche dolorosi" finisce col riconoscere che in esse "Moro, nella sua lucidità, nella sua intelligenza, con tutti i suoi argomenti avesse capito che era questo che in realtà volevano coloro che colloquiavano con lui: essere riconosciuti come parte che può essere fuori dello Stato, ma che è nella società e con la quale è possibile un rapporto dialettico". Appunto: e Moro, senza prescindere dalle sue convinzioni più radicate (che Cossiga ha ben riassunto: e si vedano, di Moro, le lezioni sullo Stato), non poteva che assecondarne il gioco, a guadagnar tempo e a darne alla polizia a che lo trovasse. Non si vede perché Moro, uomo di grande intelligenza e perspicacia, avrebbe dovuto comportarsi come un cretino: se gli era consentito di guadagnar tempo e di comunicare con l'esterno, di queste due favorevoli circostanze non poteva non approfittare. E anche se la speranza che manifestava era
 

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soltanto quella dello scambio, è da credere - in tutta ovvietà - che ne nutrisse altra: che le forze dell'ordine arrivassero al luogo in cui era segregato. Conseguentemente, deve avere tentato di dare qualche indicazione sul posto in cui si trovava: nascondendola si capisce, cifrandola. Chiunque l'avrebbe tentato: a Moro invece, di fatto, questa capacità e questo intento sono stati pregiudizialmente negati. Ed era invece, per l'attenzione che sapeva dedicare alle parole, per l'uso anche tortuoso che sapeva farne, la persona più adatta a nascondere (per dirla pirandellianamente) tra le parole le cose.
La cifra dei suoi messaggi poteva, per esempio, essere cercata nell'uso impreciso di certe parole, nella disattenzione appariscente. Quando Cossiga e Zaccagnini, per dire delle condizioni in cui Moro si trovava, citano la frase di una sua lettera (quella, appunto, diretta a Cossiga ministro dell'Interno): "mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato", è curioso non si accorgano che proprio questa contiene una incongruenza e che non definisce precisamente il tipo di dominio sotto cui Moro si trovava. Che vuol dire, infatti, "incontrollato"? Chi poteva o doveva controllare le Brigate Rosse? E perciò appare attendibilissima (e specialmente dopo le rivelazioni degli ex brigatisti) la decifrazione che ci è stata suggerita: "mi trovo in un condominio molto abitato e non ancora controllato dalla polizia". E probabilmente anche le parole "sotto" e "sottoposte" erano da intendere come indicazione topografica. Ma nonché decifrare non si è voluto nemmeno essere attenti all'evidenza: come in quel "qui" - sfuggito forse all'autocensura che Moro non poteva non imporsi e certamente alla censura delle Brigate Rosse - che inequivocabilmente è da leggere "a Roma" ("si dovrebbe essere in condizioni di chiamare qui l'ambasciatore Cottafavi"). E non era indicazione da poco, considerando con quanto spreco lo si cercava fuori Roma. Non si è fatto alcun credito, insomma, all'intelligenza di Moro: da valutarla quanto meno superiore a quella dei suoi carcerieri. Si poteva, senza venir meno a posizioni di fermezza, continuare a dialogare con lui: sia pubblicamente - nell'opporre ragioni alle sue: che erano ragioni e non farneticazioni - sia segretamente cercando nelle sue lettere quei messaggi che era probabile e possibile nascondessero. Gli esperti sono stati invece adibiti a studiare il linguaggio delle Brigate Rosse: e non c'era bisogno di esperti per scoprirlo poveramente pietrificato, fatto di slogans, di "idées recues" dalla palingenetica rivoluzionaria, di detriti di manuali sociologici e guerriglieri. E che l'italiano maneggiato dalle Brigate Rosse sia di traduzione da altra o da altre lingue è questione da lasciar cadere. L'italiano delle Brigate Rosse è semplicemente, lapalissianamente, l'italiano delle Brigate Rosse. Ipotesi di ben diverse "traduzioni" si possono formulare. Ma che allo stato attuale, e forse anche nel più vicino futuro, restano e resteranno come ipotesi. E si può anche muovere, nel formularle, da questa frase di una delle ultime lettere di Moro: "Con queste tesi si avalla il peggior rigore comunista ed a servizio dell'unicità del comunismo"; frase cui finora non si è data l'importanza, l'attenzione e l'analisi che merita.
Le tesi cui Moro si riferisce sono quelle del non trattare, della fermezza: e si capisce che le attribuisca al peggior rigore comunista corso a sostegno della Democrazia Cristiana, partito che lui ben conosce come non rigoroso. Ma "l'unicità del comunismo" che cosa può voler dire? Non è possibile abbia voluto adombrare in questa espressione il sospetto, se non la certez-
 

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za, di un qualche legame delle Brigate Rosse col comunismo internazionale o con qualche paese di regime comunista?
La ricerca di un simile legame (e non necessariamente, s'intende, col comunismo e coi paesi comunisti, ma con quei paesi, regimi e governi che potevano e possono avere un qualche interesse alla "destabilizzazione" italiana) è tra i compiti demandati dal Parlamento alla Commissione, precisamente ai punti g) e h) della legge. La risposta, per quanto riguarda i collegamenti con gruppi terroristici stranieri, si può dare senza esitazione: ci sono stati, anche se non se ne conosce esattamente la frequenza, la continuità e la rilevanza. Ma sulle trame, i complotti, i collegamenti internazionali al di là e al disopra degli avvicinamenti, comunicazioni e scambi dei gruppi terroristici tra loro, una risposta sicura non si può dare. E si capisce: le risposte sicure, in questo genere di cose, vengono alla distanza di anni, dagli archivi, sotto gli occhi dello storico. Possiamo dire che ci sono nomi di paesi stranieri che tornano con una certa frequenza, con una certa insistenza. E con più frequenza e insistenza quelli di paesi del Medio Oriente, della Cecoslovacchia, della Libia e - recentemente - della Bulgaria. Ma sono, per dirla col linguaggio degli uomini di governo cui la Commissione ne ha domandato, "voci". Si sarebbe portati a credere che non si basasse su "voci" l'onorevole Andreotti, allora presidente del Consiglio, quando al Senato, nella seduta del 18 maggio 1973, parlò di un paese in cui dei giovani italiani erano stati addestrati a un determinato tipo di guerriglia e quando, alle proteste del senatore Bufalini che credeva volesse alludere all'Unione Sovietica, precisò che si trattava della Cecoslovacchia. Si basava invece su "voci", se il 23 maggio 1980 dava alla Commissione una versione estremamente riduttiva di quel che sette anni prima, come presidente del Consiglio, aveva perentoriamente affermato: "Alcuni terroristi, infatti, che erano accusati di atti di terrorismo, risultò che fossero stati anche in Cecoslovacchia. In Cecoslovacchia, però, ci vanno decine di migliaia di persone, né risultò assolutamente che vi potesse essere un rapporto diverso di quello che può essere di ordine turistico." Evidentemente, l'onorevole Andreotti non aveva sentito la "voce" che, tra le decine di migliaia d'italiani che vanno in Cecoslovacchia "en touriste", i servizi di sicurezza ne avevano selezionato 600 circa che potevano essere considerati meno turisti degli altri. E questa "voce" viene da un rapporto del CESIS (Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e di Sicurezza), certamente redatto dopo il settembre 1979, che raccogliendo altre "voci" del SISMI, del SISDE e del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri, affermava: "almeno 2000 italiani (dai rilevamenti effettuati da varie fonti) dal '48 ad oggi hanno frequentato corsi riservati ad attivisti estremisti, in Cecoslovacchia ed in altri Paesi. Di questi sono noti al SISMI circa 600 nominativi". E riguardo alla Cecoslovacchia precisava: "In particolare a Milano e a Roma risiedono elementi italiani del servizio segreto cecoslovacco di contatto con i vari gruppi terroristici. Essi provvedono alla raccolta di un'accurata documentazione sui candidati, tutti volontari, che trasmettono all'Ambasciata cecoslovacca, che la inoltra successivamente a Praga. A questo punto gli elementi ritenuti di maggior spicco per fanatismo, aggressività e attitudine militare vengono avviati a veri e propri corsi paramilitari, in Cecoslovacchia o in altro paese, forniti di passaporti falsificati nelle nazioni ospiti. Una volta superato il ciclo addestrativo, i terroristi fanno ritorno in Italia con un bagaglio notevole di nozioni teoriche e pratiche sulla guerriglia, che
 

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possono a loro volta riversare sugli altri elementi delle organizzazioni di appartenenza." E se questo passo del rapporto, così particolareggiato, è da considerare una "voce", bisogna dire che CESIS, SISMI, SISDE e Arma dei Carabinieri non fanno che raccogliere "voci" ed essere non altro che "voci". Il che, per il contribuente italiano, è constatazione tutt'altro che rassicurante. O è da concludere come conclude il dottor Lugaresi, direttore del SISMI: "Su questi collegamenti internazionali vorrei dire questo: c'è un forte commercio di armi che non è facile colpire perché è come il commercio della droga: non investe tanto la matrice politica quanto la convenienza commerciale. C'è uno scambio di uomini fra coloro che hanno obiettivi di destabilizzazione comune. Potrà esserci un indirizzo di carattere politico-strategico. Ma queste deduzioni dalle informazioni singole che noi giornalmente forniamo non possono essere tratte che in sede politica ... ". Appunto.
E' da notare a questo proposito che il generale Dalla Chiesa, che nella sua prima deposizione inclinava a considerare anche lui "voci" quel che si diceva riguardo ai collegamenti delle Brigate Rosse con servizi segreti stranieri e a ritenere Moretti la personalità di vertice delle Brigate, a distanza di quasi due anni, nella seconda deposizione, a una domanda sulla persistenza delle sue convinzioni di allora, così rispondeva: "In questi giorni mi è sorto un dubbio... Mi chiedo oggi (perché sono ormai fuori dalla mischia da un po' di tempo e faccio in qualche modo l'osservatore che ha alle spalle un po' di esperienza) dove sono le borse, dov'è la prima copia (del cosiddetto memoriale Moro). Nulla che potesse condurre alle borse, non c'è stato brigatista pentito o dissociato che abbia nominato una cosa di questo tipo, né lamentato la sparizione di qualcosa... lo penso che ci sia qualcuno che possa aver recepito tutto questo... Dobbiamo pensare anche ai viaggi all'estero che faceva questa gente. Moretti andava e veniva."
E' rallegrante che il dubbio gli sia venuto; un po' meno che gli sia venuto al momento che si è trovato "fuori dalla mischia".
Un ultimo particolare si vuole mettere in evidenza, a dimostrare come la volontà di trovare Moro veniva inconsciamente deteriorandosi e svanendo. Subito dopo il rapimento, venne istituito un Comitato Interministeriale per la Sicurezza che si riunì nei giorni 17, 19, 29, 31 del mese di marzo; una sola volta in aprile, il 24; e poi nei giorni 3 e 5 maggio. Ma quel che è peggio è che il Gruppo politico-tecnico-operativo, presieduto dal ministro dell'Interno e composto da personalità del governo, dai comandanti delle forze di polizia e dei servizi di informazione e sicurezza, dal questore di Roma e da altre autorità di pubblica Sicurezza, si riunì quotidianamente fino al 31 marzo, ma successivamente tre volte per settimana. Solo che di queste riunioni dopo il 31 non esistono verbali e "non risultano agli atti nemmeno appunti". Ed era il gruppo - costituito con giusto intento - che doveva vagliare le informazioni, decidere le azioni, avviarle e coordinarle.

Roma, 22 giugno 1982
 
 

P.S. Consegnata nel giugno 1982 (poiché entro quel mese si era dapprima stabilito si dovessero consegnare le relazioni), questa mia relazione richiede, oggi, sulle bozze, due rettifiche dovute a tardive acquisizioni da parte della Commissione.
 

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1) L'iter delle due macchine rinvenute nella tipografia Triaca è stato finalmente ricostruito, per come si legge nella relazione di maggioranza. Va dunque ascritto alla fatalità che macchine alienate come ferrivecchi da enti di Stato siano finite, funzionanti, alle Brigate Rosse. 2) Il rapporto che era stato attribuito al CESIS si ritiene ora prodotto dal SISMI. Leggendolo, permane però l'impressione che provenga da un organismo di cui il SISMI era parte.



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