FISICA/MENTE

 

Il sito http://www.apolis.com/moro è sparito e con esso tutti i documenti cui facevo riferimento solo due mesi fa (giugno 2006). Tenterò una ricerca di quanto è andato perso, anche per colpa mia per non aver copiato quelle pagine.


 

RELAZIONE DI MINORANZA DEI DEPUTATI COVATTA, MARTELLI, BARSACCHI E DELLA BRIOTTA (gruppo parlamentare del PSI).


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http://www.apolis.com/moro/

INDICE

- PREMESSA

- CAPITOLO I

Se vi siano state informazioni, comunque collegabili alla strage di via Fani, concernenti possibili azioni terroristiche nel periodo precedente il sequestro di Aldo Moro, e come tali informazioni siano state controllate ed eventualmente utilizzate

- CAPITOLO II

Se Aldo Moro abbia ricevuto, nei mesi precedenti il rapimento, minacce o avvertimenti diretti a fargli abbandonare l'attività politica.

- CAPITOLO III

Le eventuali carenze di adeguate misure di prevenzione e tutela della persona di Aldo Moro.

- CAPITOLO IV

Le eventuali disfunzioni ed omissioni e le conseguenti responsabilità verificatesi nella direzione e nell'espletamento delle indagini, sia per la ricerca e la liberazione di Moro, sia successivamente all'assassinio dello stesso, e nel coordinamento di tutti gli organi e apparati che le hanno condotte.

- CAPITOLO V

Quali siano state le iniziative e le decisioni, comunque assunte da organi dello Stato, per attribuire particolari poteri, funzioni e compiti di intervento anche al di fuori delle ordinarie competenze di istituto.

- CAPITOLO VI

Quali iniziative od atti siano stati posti in essere da pubbliche autorità, da esponenti politici e da privati cittadini per stabilire contatti diretti o indiretti con i rapitori e con rappresentanti di movimenti terroristici o presunti tali, durante il sequestro di Moro, al fine di ottenerne la liberazione, o dopo l'assassinio. Quali eventuali risultati abbiano dato tali contatti, se ne siano state informate le autorità competenti e quale sia stato l'atteggiamento assunto al riguardo.

- CAPITOLO VII

Quali siano stati i motivi e i criteri che hanno determinato la continua graduale divulgazione di notizie, fatti e documenti, ivi compresi le lettere scritte da Aldo Moro durante il sequestro, quali fatti e documenti siano ancora rimasti eventualmente segreti, nonché quale fondamento abbiano le dichiarazioni pubblicamente rese su trame, complotti e collegamenti internazionali attinenti all'assassinio di Aldo Moro e al terrorismo in genere.

- CAPITOLO VIII

Gli eventuali collegamenti, connivenza e complicità interni e internazionali, con gruppi terroristici, che abbiano favorito, coperto e sostenuto in qualsiasi modo l'operazione criminale ed eversiva che si è conclusa con l'assassinio di Aldo Moro; con quali altri fatti terroristici tale operazione sia eventualmente collegata.

Di tutto quanto precede sono riuscito a recuperare le pagine che seguono. Continuerò a cercare ed a integrare. Chiunque disponesse delle pagine mancanti è pregato di farmelo sapere.


 

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CAPITOLO I
 

"Se vi siano state informazioni, comunque collegabili alla strage di via Fani, concernenti possibili azioni terroristiche nel periodo precedente il sequestro di Aldo Moro, e come tali informazioni siano state controllate ed eventualmente utilizzate".
 

L'episodio più inquietante, tra i molti affiorati nel corso delle indagini, è stato riferito alla Commissione dalla signora Moro.
Poche settimane prima di via Fani, il maresciallo Leonardi le disse che la polizia era venuta a conoscenza che i brigatisti di altre città erano confluiti a Roma. La stessa polizia - sempre secondo quanto Leonardi aveva riferito alla signora Moro - aveva chiesto alle autorità superiori se dovesse fermare o seguire questi individui. La risposta fu di "lasciare stare", di non preoccuparsi di queste presenze estranee; Leonardi ne rimase indignato e in questi termini ne parlò alla moglie dello statista.
La Commissione non ha indagato con la dovuta determinazione su questo gravissimo episodio che perciò è rimasto affidato all'economiabile impegno della signora Moro. Noi riteniamo invece che esso sia di fondamentale importanza, ben più grave ed inquietante di altri episodi che pure riferiamo qui di seguito per dovere di cronaca. Il caso sul quale esistono maggiori dettagli è quello del cieco Giuseppe Marchi di Siena.
La sera del 15 marzo egli, mentre attendeva il ritorno del cane momentaneamente lasciato libero, udì una persona straniera pronunciare in italiano la frase: "Hanno rapito Moro e le guardie del corpo". Secondo alcuni testimoni, ai quali egli la sera stessa riferì l'episodio, la frase sarebbe stata ancora più precisa: "Hanno rapito l'onorevole Moro e ammazzato le guardie di scorta". Cioè esattamente quello che avvenne il giorno dopo. L'indomani l'episodio fu riferito alla DIGOS, che svolse immediatamente indagini: il Marchi confermò l'episodio e riferì che, dopo cena, aveva raccontato della conversazione udita in un bar-trattoria. Convocati gli avventori del bar, questi confermarono il racconto e precisarono l'esatta frase riferita dal Marchi.
Va detto, a completamente, che il Marchi era noto come "Beppe il bugiardo", e che non è stata mai individuata la persona che ha avvertito la DIGOS.
Un episodio, come si vede, sconcertante; di fronte al quale è possibile solo avanzare congetture: che il Marchi abbia capito "hanno rapito" e "ammazzato" in luogo di "rapiranno" e "ammazzeranno"; oppure che qualcuno abbia voluto, tramite il Marchi, far trapelare la notizia perché la si
 

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divulgasse. Le due ipotesi Possono integrarsi, ma resterebbe da spiegare perché mai, se veramente qualcuno voleva far trapelare la notizia, affidare cosa tanto rilevante ad un cieco.
Altri fatti, precedenti o concomitanti con il 16 marzo, sono quello relativo al direttore - all'epoca - del Corriere della Sera, Di Bella, in via Savoia; l'arresto e il successivo proscioglimento di tal Franco Moreno; la trasmissione del 16 marzo di Radio Città Futura di Roma. Tutti questi episodi sono stati esaminati sia dalla Commissione che nelle istruttorie penali e, infine, nel processo tenutosi dinanzi alla I' Corte di Assise di Roma.
Indubbiamente ognuno di essi continua a presentare elementi non chiari e comunque controversi sul piano della ricostruzione storica; ma è altrettanto vero che niente autorizza, sul piano delle certezze, a riconnetterli immediatamente e direttamente ai successivi eventi di via Fani. Perciò appare opportuno, salvo nuove acquisizioni probatorie, ritenere che non si sia trattato di fatti significativi che autorizzassero o giustificassero la loro lettura nel senso di sintomi sui fatti successivi.
In estrema sintesi si può affermare che l'unica informazione che potesse orientare una previsione, largamente approssimata, sull'episodio di via Fani, era quella in possesso di Leonardi. Ma ci sono altre informazioni. intese in senso non tecnico di notizie preannuncianti - di cui si è stati realmente sempre in possesso: erano i documenti delle BR e una valutazione della cultura politica e delle ascendenze organizzativi delle BR.
Né, però, i documenti sono stati letti correttamente, né si sono formulate ipotesi interpretativi di essi a partire da una analisi del "chi" fossero le BR. Incidentalmente - ma non casualmente - va ricordato che per un lungo periodo tutti, e, quindi anche gli organi di sicurezza, parlavano delle "sedicenti BR"; volendo con ciò significare che fossero camuffamento di una realtà affatto diversa, che fossero cioè molto poco rosse se non addirittura nere.
Le Brigate Rosse, oltre che essere veramente rosse come oggi dovrebbero essere chiaro a tutti, sono state la riproposizione in termini di cultura politica e strumentazione organizzativa del "Partito Comunista Rivoluzionario", quale era stato teorizzato dalla Terza Internazionale.
Le loro tematiche politiche e la loro ottica strategica sono state la presa del potere, inteso questo come dato unico, compatto e visibilmente incarnato in uomini e partiti.
Il SIM era principalmente, in Italia, la Democrazia cristiana. Questo Partito e i suoi uomini più rappresentativi erano i simboli che dovevano essere abbattuti. I brigatisti hanno sempre realmente creduto all'esistenza di un "cuore dello Stato"; per essi questa non era una metafora politica, ma l'essenza della loro progettualità politica.
Nella DC e nei suoi uomini si incarnava il malgoverno, la repressione del proletariato, lo sfruttamento delle masse.
Aldo Moro era, e poteva prevedersi che fosse, considerato il centro motore di questo cuore; colui che aveva il carisma e la capacità di rivitalizzarlo e renderlo più funzionale ai disegni "dell'imperialismo delle multinazionali ".
La chiave di lettura della risoluzione della Direzione strategica del novembre '77 è questa, nella sua sostanza.
Le incertezze, la propositività dialogica in essa contenute sono reali,
 

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ma ruotano intorno a questo assunto e sempre a questo, ossessivamente.
Vigilare su questo fenomeno, penetrandone la cultura, le sedimentazioni storiche, e i funzionamenti organizzativi, avrebbe dovuto indirizzare la prevenzione in senso diverso e opposto a quello della concezione dell'ordine pubblico come controllo esclusivo o prevalente della "piazza" e dei fenomeni violenti e eversivi che in essa si manifestavano.

 

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CAPITOLO II
 
 

Se Aldo Moro abbia ricevuto, nei mesi precedenti il rapimento, minacce o avvertimenti diretti a fargli abbandonare l'attività politica.
 

Il ruolo geopolitico dell'Italia è delicatissimo e nel 1978 lo era ancora di più. Questa premessa è necessaria per inquadrare il problema nei suoi corretti limiti. Non è cioè possibile escludere a priori che la svolta politica che l'onorevole Moro si apprestava a varare possa aver spinto forze internazionali o nazionali a porre in atto pressioni extraistituzionali per impedirla.
L'onorevole Moro sapeva benissimo che questa eventualità era nel novero dei fatti possibili. Egli lo aveva sperimentato personalmente durante il centro sinistra con gli eventi del giugno-luglio 1964, che ebbero a protagonista il generale De Lorenzo. Secondo la testimonianza resa in commissione dai suoi familiari, l'onorevole Moro restò molto impressionato dal rapimento del figlio dell'onorevole De Martino, nella primavera del 1977, e impose loro di accettare la scorta. Vi furono inoltre, secondo quanto dichiarato dagli stessi familiari, anche minacce dirette e personali allo statista. La signora Eleonora Moro, in particolare, ha sempre appassionatamente confermato la loro esistenza; ella ha specificato alla Commissione che le più esplicite e circostanziate sarebbero state ricevute dall'onorevole Moro nel corso di un suo viaggio ufficiale negli Stati Uniti. Nella sua audizione, la vedova dello statista ha confermato che egli le aveva confidato di aver ricevuto intimidazioni, ed ha soggiunto: "E' una cosa che rimonta parecchio addietro, direi al 1975. Con precisione non saprei dire quando è cominciato; è una cosa che è venuta via via crescendo, diventando sempre più intensa e sempre più drammatica. (...) Da principio credo non avesse preso la cosa in grande considerazione; ma, piano piano, si è dovuto rendere conto che non era la solita cosa, una minaccia generica come quelle di cui spessissimo tutte le persone che hanno un filo di spazio di responsabilità si vedono fare oggetto, e che questa era una cosa seria. Ho sentito dire che anche a livello internazionale e nei suoi incontri come Ministro degli Esteri, apertis verbis varie volte alcuni gli avessero detto che, se non smetteva questa sua idea, se non poneva fine a questo suo tentativo (...) che tutte le forze politiche dovessero collaborare e partecipare direttamente alla vita del Paese, avere responsabilità sempre più dirette (...) l'avrebbe pagata cara." Testimoni delle crescenti preoccupazioni di Moro furono, oltre ai suoi familiari, anche i suoi collaboratori. Tutti hanno confermato che dall'epoca del sequestro De Martino lo statista viveva in uno stato di grande angoscia. Egli considerò quell'episodio come un atto volto ad alterare il libero gioco democratico in vista
 

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della ancora lontana conclusione del settennato presidenziale di Giovanni Leone, e giunse a dichiarare al dottor Freato di essere certo di non giungere all'appuntamento con l'elezione del nuovo presidente della Repubblica.
Dall'audizione dei figli dello statista sono emersi anche episodi oscuri - come un possibile tentato investimento della figlia Anna - alcuni dei quali non hanno poi avuto una spiegazione convincente. A distanza di anni è difficile giudicare se e quanti di quegli episodi fossero realmente preoccupanti o potessero essere attribuiti al particolare stato d'ansia nel quale viveva la famiglia Moro.
Altrettanto complesso è il giudizio sulle minacce che sarebbero giunte all'onorevole Moro nel corso del viaggio negli Stati Uniti che egli effettuò nel 1974 come ministro degli Esteri insieme al presidente Leone. Le testimonianze dei familiari sono concordi, pur nell'indeterminatezza della località e, in parte, dell'epoca. E' tuttavia degno di rilievo che il figlio Giovanni, interrogato dalla Commissione, abbia specificato, sia pure in forma dubitativa, che la presunta intimidazione sarebbe avvenuta in un ricevimento ufficiale. Molto più precisa e circostanziata, a questo proposito, è la testimonianza resa dal dottor Guerzoni dinanzi alla Corte d'Assise di Roma. In quella circostanza, il collaboratore dell'onorevole Moro specificò: "Il presidente fu molto scosso nel viaggio che ebbe nel 1974, in settembre, a New York quando, accompagnando l'allora presidente della Repubblica, credo per iniziativa stessa del presidente della Repubblica ci fu un incontro con il segretario di Stato Kissinger per cercare di appianare i vari punti di vista. In quella sede ci fu una conversazione molto aspra. Sostanzialmente il Segretario di Stato Kissinger disse: 'Non credo nei dogmi; se fossi un cattolico ci crederei. Non posso quindi credere alla sua impostazione politica, quindi la considero un elemento fortemente negativo'. Tanto è vero che il presidente il giorno successivo nella chiesa di St. Patrick si sentì male e quanto ritornò mi disse ripetutamente che non intendeva per molto tempo riprendere l'attività politica."
Pur nel rispetto delle testimonianze e delle opinioni della signora Moro e di Guerzoni, appare poco plausibile che eventuali e non provate minacce ricevute nel settembre 1974 possano essere collegabili con eventi del marzo-maggio 1978; è tuttavia da rilevare che la Commissione ha dedicato scarsa attenzione al chiarimento di questo come di tutti i problemi legati a possibili pressioni extracostituzionali, preferendo spendere ore ed ore di interrogatorio per chiarire problemi assolutamente secondari, come ad esempio la possibile conoscenza tra Renzo Rossellini e l'onorevole De Michelis. Alcuni aspetti marginali di vicende già di per sé scarsamente significative, e che potevano essere considerate importanti solo in un'ottica di polemica politica, hanno insomma preso il sopravvento su aspetti che - anche se non facilmente chiaribili con i soli mezzi di una commissione parlamentare d'inchiesta - hanno certamente una loro rilevanza. Tale è infatti quello di possibili interventi di uno Stato nella politica interna di altri Stati, o di strutture o servizi segreti e paralleli a quelli ufficiali. La storia politica italiana offre, come abbiamo già accennato, non pochi esempi in questo senso.
Naturalmente, l'accettazione di una tesi di questo genere comporta necessariamente che le Brigate Rosse possano essere state strumento consapevole o inconsapevole - di disegni altrui e addirittura di interessi politici opposti rispetto a quelli da esse professati. Nessuna prova o indizio
 

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rilevante in questo senso è stato raccolto direttamente o indirettamente dalla Commissione, né - d'altro canto - è ormai lecito dubitare che le Brigate Rosse siano un fenomeno di estremismo di sinistra che trova il suo fondamento nell'ideologia veteroleninista. Tuttavia, non mancano esempi, nella Storia, di gruppi o movimenti eversivi che hanno subito infiltrazioni o influenze tali da canalizzare su alcuni obiettivi piuttosto che su altri l'attività di questi gruppi.
Resta quindi un'ipotesi di lavoro, alla quale questa commissione non ha saputo o potuto dare spessore di indizio e tanto meno di prova.

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CAPITOLO III
 
 

"Le eventuali carenze di adeguate misure di prevenzione e tutela della persona di Aldo Moro".
 

Questa domanda doveva chiarire due ordini di problemi: a) se rispondesse a verità quanto affermato dalla signora Eleonora Moro circa la richiesta .avanzata dal marito di un'auto blindata; b) se il numero e la qualità degli uomini di scorta fossero adeguati al compito. Come corollario del punto b), la Commissione era chiamata a chiarire corre mai i brigatisti avessero, potuto tendere con tanta sicurezza l'agguato a via Fani, se cioè l'itinerario percorso da Moro al mattino era sempre lo stesso o, in caso contrario, se si poteva ipotizzare l'esistenza di qualcuno che informava i terroristi.
A proposito dell'auto blindata la Commissione si è trovata di fronte a due verità inconciliabili, quella di Andreotti e Cossiga da un lato e quella della signora Moro e dei figli dall'altro. Dall'onorevole Cossiga è stata affacciata l'ipotesi che Aldo Moro non abbia mai richiesto l'auto blindata e abbia poi detto alla moglie di averla e chiesta e di non averla ottenuta per ragioni di bilancio. E' un'ipotesi in linea teorica plausibile, ma che la signora Moro ha respinto con forza, affermando che sarebbe stata in netto contrasto con le abitudini del marito.
Sono, inoltre da registrare le testimonianze delle vedove Ricci e Leonardi, anch'esse al, corrente di richieste già avanzate di auto blindata. In particolare, la signora Ricci, vedova dell'autista di Moro, ha confermato che il marito attendeva da tempo una 130 blindata e ai primi di dicembre 1977 le disse. ' "Non vedo l'ora che arrivi questa 130 blindata che è stata finalmente ordinata". La donna ha poi affermato che nel mese di febbraio 1978 il marito appariva particolarmente preoccupato, al punto che usciva di casa il meno possibile. La signora tentò di sapere se egli temesse qualche particolare pericolo, ma l'uomo, di carattere molto riservato, non le rivelò nulla.
La signora Leonardi ha, affermato, a sua volta, che il marito aveva chiesto altri uomini al Ministero dell'Interno e non li aveva ottenuti. Inoltre la donna ha rivelato che la mattina del 16 marzo egli prelevò delle pallottole e disse alla moglie di avesse consegnate alcune anche al carabiniere Riccioni. In particolare la signora ha affermato: "non era tranquillo era teso, dimagrito, mi ero resa conto che c'era qualche cosa che lo preoccupava al massimo. Nell'estate precedente, mentre eravamo in villeggiatura, anche quando non era di servizio, veniva in spiaggia con il borsello contenente la pistola, cosa mai capitata prima."
 

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come si vede, un quadro molto preoccupato e preoccupante; la Commissione non è riuscita a chiarire i motivi che possono aver suscitato le ansietà degli uomini della scorta, che presumibilmente erano diverse da quelli che angustiavano l'onorevole Moro. Inoltre, dall'audizione di Sereno Freato, è emerso che alcuni privati cittadini avevano offerto a Moro un'auto blindata e che egli aveva declinato l'offerta non perché la ritenesse superflua ma solo per motivi di opportunità. Lo statista riteneva infatti sconveniente accettare un simile omaggio da privati, ma disse al dottor Freato che, se l'offerta li fosse giunta dal Governo, l'avrebbe sicuramente accettata.
Dal complesso delle audizioni emerge dunque, da un lato, una viva sensazione di imminente pericolo, percepita anche dagli uomini della scorta, e dall'altro una notevole concordanza a proposito della richiesta dell'auto blindata, concordanza contraddetta soltanto dall'allora Presidente del Consiglio Andreotti e dal Ministro dell'Interno Cossiga. La tesi esposta da quest'ultimo (cioè che l'onorevole Moro non abbia mai chiesto un'auto blindata dicendo contemporaneamente alla moglie di averlo fatto) perde credibilità di fronte alle affermazioni delle due vedove, i cui mariti attendevano da un giorno all'altro l'arrivo dell'auto. Se nessuna richiesta fosse stata avanzata, non si comprende come gli uomini della scorta potessero attendere l'auto con tale sicurezza. E' dunque da ritenere - anche se non vi sono prove o indizi in questo senso - che un qualche passo possa essere stato compiuto, anche se probabilmente non in via ufficiale (e pertanto può non esserne rimasta traccia negli archivi ministeriali) e che questa richiesta non sia stata esaudita o abbia tardato tanto ad essere accolta da divenire poi inutile.
Inoltre, per quanto riguarda la scorta, emerge un quadro impressionante di scarsa preparazione e di pressapochismo. Le esercitazioni a fuoco erano rarissime, le armi e le stesse automobili non erano in quello stato di perfetta efficienza che è giusto esigere da un servizio di scorta. Uno dei mitra in dotazione - definito poi "inservibile" dai brigatisti che lo sottrassero - non era mai stato usato nelle pur rarissime esercitazioni a fuoco. Il maresciallo Leonardi si era spesso lamentato di questo stato di cose, la cui responsabilità va quindi addebitata ai dirigenti dei servizi di scorta.
E' presumibile che negli anni successivi l'imprevidenza e l'improvvisazione più macroscopiche siano state corrette; resta tuttavia da esprimere un giudizio severissimo sul modo di proteggere le personalità esposte a pericoli in un periodo, la primavera del 1978, che non era certo quello iniziale del terrorismo, a quattro anni dal sequestro Sossi e a due dalla strage di via Balbi a Genova, nella quale fu trucidato il giudice Coco con la propria scorta.
Non sono emersi invece motivi che possano far ritenere che i brigatisti abbiano avuto informazioni particolari sul percorso: l'itinerario che comprendeva via Fani veniva imprudentemente utilizzato quasi tutti i giorni: non è quindi difficile immaginare che i terroristi abbiano contato, come poi è avvenuto, su una certa dose di fortuna, oppure che avessero predisposto analoghi blocchi stradali nelle altre (poche) vie d'accesso all'abitazione del presidente della DC.



 

 

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CAPITOLO V
 

"Quali siano state le iniziative e le decisioni, comunque assunte da organi dello Stato, per attribuire particolari poteri, funzioni e compiti di intervento anche al di fuori delle ordinarie competenze di istituto".

Il quesito intende evidentemente riferirsi alla gestione politico-amministrativa della crisi determinata dal sequestro di Aldo Moro. Si può sostenere che il profilo di questa gestione fu assai basso, quasi che si volesse ridurre l'eccezionalità dell'evento entro i termini dell'ordinaria amministrazione. Nessun particolare "comitato di crisi" venne promosso, come invece era stato fatto da altri governi in circostanze analoghe. Ci si affidò agli organismi previsti dalle leggi in vigore, alcune delle quali, come quella sulla riforma dei servizi di sicurezza, di recentissima approvazione. Il generale Dalla Chiesa ha riferito alla Commissione che la sua disponibilità a svolgere indagini in occasione del - sequestro venne lasciata cadere, mentre, come è già stato riferito in altre parti della presente relazione, il nucleo speciale comandato dallo stesso Dalla Chiesa era stato sciolto nel gennaio del 1978. Il governo affrontò quindi la crisi attraverso il comitato interministeriale per la sicurezza, mentre il Ministero dell'interno aveva costituito un gruppo politico-tecnico-operativo che si riunì dal 16 marzo al 3 aprile 1978 sotto la Presidenza dell'onorevole Lettieri, allora sottosegretario all'interno.
Il comitato interministeriale per la sicurezza si riunì una prima volta il 16 marzo, sotto la presidenza del ministro dell'interno Cossiga e con la partecipazione del Ministro della difesa, del Capo della polizia, del comandante generale dell'Arma dei carabinieri, dei direttori del SISMI, del SISDE e dell'UCIGOS, del questore di Roma. Successivamente il 17 marzo, sotto la presidenza del Presidente Andreotti e con la presenza dei ministri Cossiga, Forlani, Malfatti, Ruffini e Donat-Cattin; del segretario generale del CESIS Napoletano, dei capi del SISMI e del SISDE Santovito e Grassini, del comandante generale dei Carabinieri, del comandante della Guardia di Finanza, del capo della Polizia e del capo di gabinetto della Presidenza del Consiglio.
Successivamente il CIS tenne numerose riunioni alle quali partecipò anche il ministro del Bilancio senatore Morlino nella presunzione che egli potesse assicurare i contatti con la famiglia Moro.
Quanto al comitato presieduto dall'onorevole Letticri, esso, a quanto è dato di capire, non aveva una composizione fissa: vi parteciparono i vertici della polizia, dell'Arma dei carabinieri e della Guardia di Finanza, alcuni parlamentari e alcuni ministri. Il fatto stesso che il comitato si sciolse di fatto il 3 aprile sta a dimostrarne la scarsa utilità.
 

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Mentre dunque il governo scelse di gestire la crisi non conferendo poteri eccezionali ad organismi statali, e pretendendo anzi che tutta l'attività investigativa venisse organizzata secondo i criteri dell'ordinaria amministrazione, esso provvide a varare misure legislative che possono ben essere definite di carattere eccezionale: tale è infatti il decreto legge 21 marzo 1978, n. 59, nel quale viene introdotta, tra l'altro, la nuova figura di reato del sequestro di persona a scopo terroristico o di evasione, e con il quale vennero estesi i poteri discrezionali della magistratura inquirente e degli ufficiali di polizia giudiziaria in materia di fermo, di intercettazioni ed impedimento di comunicazioni, di interrogatori senza la presenza del difensore: una ulteriore dimostrazione, questa, del fatto che il rifiuto di provvedere a misure amministrative eccezionali in relazione ad un caso eccezionale produce lacerazioni permanenti dell'ordinamento giuridico.

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CAPITOLO VI
 

"Quali iniziative od atti siano stati posti in essere da pubbliche autorità, da esponenti politici e da privati cittadini per stabilire contatti diretti o indiretti con i rapitori e con rappresentanti di movimenti terroristici o presunti tali, durante il sequestro di Moro, al fine di ottenerne la liberazione, o dopo l'assassinio. Quali eventuali risultati abbiano dato tali contatti, se ne siano state informate le autorità competenti e quale sia stato l'atteggiamento assunto al riguardo".

Quando, il 30 marzo 1978, dopo due settimane di inutili ricerche del luogo di prigionia di Aldo Moro da parte delle forze di polizia, giunge la lettera dello stesso Moro all'onorevole Cossiga, a Torino era in corso i processo contro il cosiddetto "gruppo storico" delle BR.
Contemporaneamente nel capoluogo piemontese si svolgeva il Congresso nazionale del PSI, che si era aperto il 29 marzo.
Nel corso del processo l'avvocato Giannino Guiso, difensore di Renato Curcio e iscritto al PSI, interpellato dal giornalista Camillo Arcuri, del "Il Giorno", disse che era pronto ad adoperarsi per salvare la vita di Moro se ne fosse stato richiesto dal Segretario del suo Partito o dal Ministro dell'Interno Cossiga, che era stato suo professore.
Al Congresso socialista, invece, fu l'onorevole Francesco De Martino a rispondere per primo all'appello contenuto nella lettera di Moro a Cossiga, affermando testualmente: "Ora ci troviamo, come era prevedibile, davanti ad un ancora più drammatico sviluppo della situazione con l'invio di un messaggio dell'onorevole Moro. Si comincerà a porre il problema, che fino ad ora nessuno credeva di dover discutere prematuramente, del più alto valore, di scegliere tra l'autorità dello Stato e la salvaguardia della vita umana. lo mi auguro che questo problema sia affrontato con la riflessione necessaria esaminandone tutti gli aspetti, tenendo conto di tutti i precedenti e del modo con cui si sono comportati gli altri Stati che hanno agito con fermezza, ma hanno tentato con tutti i mezzi di salvare la vita dell'ostaggio."
Durante il Congresso, l'avvocato Vassalli, amico di Moro da 40 anni, chiedeva all'onorevole Craxi di valutare se attraverso Guiso fosse possibile giungere a qualche risultato. Craxi rispondeva favorevolmente; quindi il Congresso manifestava l'orientamento di intransigente lotta al terrorismo ma altresì di forte sensibilità verso il problema della salvezza dell'onorevole Moro.
Nei giorni successivi Craxi incontrava l'avvocato Guiso, presenti gli onorevoli Magnani Noja e Di Vagno. Guiso assicurò che era in grado di contattare i brigatisti attraverso i suoi assistiti di Torino, Curcio ed altri.
 

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Con questi, in effetti, parlò più volte, in ciò agevolato dalle autorità carcerarie e dal generale Dalla Chiesa.
Poté così riferire che i brigatisti detenuti erano pronti ad affrontare le conseguenze di una eventuale uccisione dell'onorevole Moro; tuttavia ritenevano che si potesse evitare una conclusione cruenta della vicenda. Il caso Moro non si sarebbe risolto come il caso Sossi: era infatti necessaria una contropartita, altrimenti la sorte del. Presidente della D.C. era segnata. Una trattativa era perciò indispensabile, e doveva riguardare la liberazione di detenuti politici.
Guiso aggiunse che bisognava indicare un canale, ma che il principale interlocutore sarebbe stato lo stesso onorevole Moro. "Dialettizzatevi con Moro", fu la sua precisa raccomandazione.
Il 3 aprile pomeriggio si svolge a Palazzo Chigi un vertice tra il Governo ed i Segretari dei cinque partiti della maggioranza. I giornali pubblicano che è stata concordata una linea di assoluta fermezza sulle richieste dei terroristi (richieste che per il momento si intuiscono solo attraverso la lettera dell'onorevole Moro al Ministro Cossiga). Tuttavia l'onorevole Craxi, all'uscita dalla riunione dichiara: "Dobbiamo esplorare tutte le possibilità per liberare il Presidente della Democrazia Cristiana. E' un problema politico dalle conseguenze difficili da prevedersi."
La prospettiva enunciata dal segretario del PSI ed appoggiata nell'intervento del professor Giuliano Vassalli alla televisione la sera del 7 aprile, non è del tutto isolata. L'8 aprile, commentando una lettera di Eleonora Moro pubblicata su "Il Giorno" del 7 aprile, "Il Popolo" scrive: "Il dolore della famiglia ripropone un problema che va oltre il dato puramente politico, pur importante e centrale. E per questo ci sembra doveroso - fatti salvi i grandi principio della Costituzione democratica e della rigorosa salvaguardia delle prerogative dello Stato repubblicano - che nessuna strada, nessuna possibilità di restituire l'onorevole Moro innanzitutto ai suoi cari possa restare inesplorata".
Lo stesso giorno l'onorevole Zaccagnini, nel corso di un intervento a Tribuna Politica, esprimendo lo stesso concetto, dice: "Il dovere di difendere la Repubblica e di affermare il valore delle sue istituzioni non cancella il dramma umano che stiamo vivendo, che sto vivendo, perché sappiamo che il nostro leader più prestigioso e più amato è tutt'ora prigioniero delle Brigate Rosse. Naturalmente sentiamo di non essere soli nel fare ogni sforzo, nel sollecitare ogni opera che possa ridare la libertà e restituire al Partito e soprattutto alla famiglia il nostro carissimo amico Aldo Moro".
Analoghi concetti lo stesso onorevole Zaccagnini esprime l'8 aprile in un messaggio ai giovani DC di Bari; e gli fa eco l'onorevole Galloni in un discorso ad Assisi, dichiarando che la DC "in modo non incompatibile con le sue responsabilità verso lo Stato non lascerà nulla di intentato per salvare la vita di Moro".
Il 9 aprile "Il Giorno" pubblica l'articolo di Giuliano Vassalli: "Tre considerazioni sulla linea dura".
Le iniziative del Partito Socialista o di alcuni suoi settori assumeranno maggiore concretezza all'indomani del 18 aprile e cioè del drammatico diversivo del "Lago della Duchessa", quando viene pubblicato su "Lotta Continua" un manifesto firmato da varie personalità cattoliche, socialiste ed extra parlamentari, nonché dai comunisti Umberto Terracini e Lucio Lombardo Radice, (che poi si dissocerà dall'iniziativa).
 

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Il 20 aprile, giorno dell'ultimatum contenuto nel comunicato n. 7 delle BR, e mentre la famiglia sollecita passi diretti a salvare la vita del proprio caro, il professor Vassalli viene incaricato dal segretario del Partito, onorevole Craxi, dall'onorevole Di Vagno e da Rino Formica (con il quale seguirà giorno per giorno la vicenda fino all'8 maggio) di una duplice indagine: una in direzione del diritto internazionale, al fine di vedere quali iniziative dal punto di vista giuridico possano essere utilmente adottate - soprattutto con riferimento al Segretario Generale dell'ONU - per salvare la vita dell'onorevole Aldo Moro; e l'altra consistente nell'individuare tra i vari detenuti affiliati alle BR o ai NAP o altre formazioni con simili soggetti nei cui confronti potrebbero essere utilmente prospettati interventi immediatamente liberatori pur nel rispetto della legge.
Lo stesso 20 aprile l'onorevole Craxi ha detto pubblicamente: "Bisogna prendere una iniziativa. Non uno scambio di prigionieri, ma una iniziativa autonoma".
E il 21 aprile la Direzione del PSI approva questa linea con un comunicato in cui tra l'altro si legge: "Ciò che si può fare o agevolare ai fini della liberazione di Aldo Moro deve essere fatto o agevolato. Non è questione di uno scambio di prigionieri per il quale non esiste un presupposto di principio né alcuna obiettiva possibilità pratica. Non è accettabile una sorta di immobilismo pregiudiziale ed assoluto, genericamente motivato, che porta ad escludere persino la ricerca di ogni ragionevole e legittima possibilità." L'unità delle forze costituzionali "con la quale il Paese deve affrontare la drammatica situazione si deve realizzare sulla base dei principi democratici e dei valori umani e civili che sono il fondamento dello Stato repubblicano e dei diritti e doveri che ne discendono. Presupposto della solidità democratica è la capacità dello Stato di garantire la legalità e di difendere la vita umana, valore primo e incomparabile. Lo Stato secondo i suoi principi ha il dovere di tutelare la vita di tutti i suoi cittadini, di salvarli quando sono in pericolo".
Negli stessi sensi si esprimono pubblicamente nei giorni immediatamente successivi vari membri della Direzione socialista, quali Formica, Martelli e Di Vagno, considerando autentico il nuovo messaggio di Moro del 21-22 aprile e sottolineando la necessità di agire. Gianfranco Piazzesi con una lettera al Corriere della Sera pubblicata il 24 aprile, dichiara di condividere pienamente la posizione assunta dalla Direzione socialista.
Per il primo dei due compiti affidatigli il professar Vassalli chiede l'aiuto del professor Gaetano Arangio Ruiz, Ordinario di Diritto Internazionale della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Roma.
I risultati delle prime indagini del professor Vassalli sui possibili oggetti di iniziativa umanitaria unilaterale vengono sintetizzati in cinque appunti trasmessi a Rino Formica della Direzione del PSI il 25 aprile unitamente al pro-memoria internazionalistico del professor Arangio Ruiz.
Il 26 aprile, mentre l'onorevole Craxi parla ancora di una "iniziativa autonoma fondata su ragioni umanitarie, che si muove nell'ambito delle leggi repubblicane", alcune delle possibili proposte socialiste cominciano ad essere discusse, anche se in modo confuso e perplesso quando non contrario, dalla stampa.
Il 27 aprile l'onorevole Di Vagno precisa: "Ci possono essere due tipi di interventi: un provvedimento autonomo del governo a favore, per esempio, di altri detenuti, al di fuori dei tredici indicati dalle Brigate Rosse e per i
 

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quali siano possibili la grazia, la sospensione della pena o la liberazione condizionata. In secondo luogo, interventi di carattere generale, come la revisione delle attuali norme in materia di "carceri speciali" con l'eliminazione di alcune "misure repressive" che contrasterebbero con la riforma carceraria sostenuta dal Partito."
Il 27 aprile Craxi ribadisce sull'Avanti! che "lo Stato può valutare se esiste la possibilità di una iniziativa autonoma che sia fondata su ragioni umanitarie e che si muova nell'ambito delle leggi repubblicane."
Il giorno 28 aprile si riunisce, presso il segretario del PSI onorevole Craxi, il gruppo di lavoro creato dalla segreteria socialista e così composto: Giuseppe Di Vagno, Rino Formica, Maria Magnani Noja, Ettore Gallo, Federico Mancini, Pasquale Buondonno, Giuliano Vassalli.
Vengono esaminate per un intero pomeriggio i tipi di iniziativa fra i quali prendono corpo:
a) iniziative autonome di gesti "umanitari" e cioè grazia o libertà
provvisoria (a seconda dello status giuridico) per detenuti non facenti parte dell'elenco dei tredici indicati dalle BR;
b) messa a punto della situazione giuridica della detenuta Paola Besuschio, indicata dai brigatisti nel comunicato n. 8 e della possibilità di proporla per una grazia;
c) messa a punto della situazione dei "carceri speciali" e prospettazione di un piano di riforme attuabili entro un certo termine in detto settore (questo soprattutto a cura del magistrato Buondonno);
d) provvedimenti di sollievo di talune situazioni carcerarie, quale quella delle detenute con prole di età inferiore ai quattro mesi.
La riunione dura un intero pomeriggio ed una intera serata e si svolge in una atmosfera che all'esterno è particolarmente tesa.
La stessa mattina è stato infatti pubblicato dai giornali l'appello di 31 intellettuali contro ogni trattativa; e nel corso del pomeriggio vengono preannunciati interventi di esponenti socialisti contro le iniziative della segreteria: interventi poi rientrati a seguito di chiare e ferme spiegazioni dell'onorevole Craxi circa i contenuti degli studi in corso e circa l'avallo avuto nei giorni precedenti dall'onorevole Francesco De Martino.
A seguito della riunione si stabilisce la collaborazione dei vari partecipanti per la messa a punto di un "documento" di lavoro che la segreteria del PSI porterà all'esame degli altri partiti, documento di lavoro che viene elaborato nei giorni successivi.
Per quanto particolarmente concerne l'incarico a lui affidato in vista di tale documento, il professor Vassalli prepara un nuovo appunto nel quale sono incluse anche le posizioni di soggetti - come il Bassi e il Bertolazzi imputati con Curcio nel processo alle BR ancora in corso a Torino, detenuti da molto, non soggetti ai limiti previsti dalla legge 22 maggio 1975, e non facenti parte dei tredici, e di Alberto Buonoconto, nappista gravemente malato e particolarmente considerato dai suoi compagni: e ciò nell'intento di trovare nominativi di maggiore rilievo di quelli delle nappiste Salerno e Vianale e dell'anarchico Valitutti precedentemente considerati.
Si tratta di un appunto di pagine 15 che viene rimesso al segretario del PSI il 29 aprile.
Sempre il 29 aprile, in una intervista a "Il Giorno" l'onorevole Craxi invoca a favore di una iniziativa per l'onorevole Moro il diritto costituzionale alla vita e lo stato di necessità. Egli dice testualmente: "quando le BR
 

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hanno avanzato una richiesta assurda ed inaccettabile, abbiamo subito convenuto che uno Stato che si fosse piegato avrebbe perso ogni credibilità e fors'anche legittimità.
"Questa considerazione tuttavia non esclude l'assunzione di iniziative volte a salvare il Presidente della D.C. L'alternativa a questo è la sua morte certa. Tali iniziative sono imposte da principi ancor più alti e solenni di quelli che hanno vietato di accedere alla proposta avanzata dalle B.R.
"Il diritto alla vita è certamente tra i diritti inviolabili dell'uomo che l'art. 2 della Costituzione impone alla Repubblica di garantire.
Esso è riconosciuto da norme internazionali (la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, la Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo, la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo) che il nostro Parlamento ha ratificato trasformandole in leggi dello Stato. Lo stesso Codice Penale impone la sua tutela dichiarando non punibile chi ha commesso un reato per essere stato costretto a salvare sé o altri da un pericolo attuale di un danno grave alla persona."
Analoghi concetti in forma più polemica, lo stesso Craxi esprime in una lettera a "La Stampa" dove si legge: "La nostra posizione è intransigente e rigorosa perché discende da ideali e da principi ed è coerente con il nostro senso democratico dello Stato.
"Noi riteniamo che lo Stato abbia il dovere di proteggere tutti i suoi cittadini, agenti o Presidenti che siano e di salvarli quando la loro vita è in pericolo. Lo Stato ha il dovere di far rispettare le sue leggi e di difendere la comunità da ogni forma di aggressione, da ogni violenza. Lo Stato ha il dovere di impedire azioni criminose. Lo Stato ha il dovere di perseguire e punire i colpevoli. L'azione dello Stato deve rispondere a tutti questi doveri. Sono le circostanze che ne stabiliscono la priorità e sono i risultati concreti che ne determinano la coerenza. La tendenza prevalente in questo momento è di parlare molto della difesa dello Stato, ma poco delle residue possibilità di salvare la vita di Moro, sempre che egli sia ancora vivo, del che non ho purtroppo alcuna certezza. Noi non vogliamo affatto uno "Stato inerme e remissivo" e men che meno pensiamo che uno Stato "inerme e remissivo" disarmerebbe le BR. Al contrario pretendiamo che lo Stato sconfigga il terrorismo.
"Parlando di fronte alla Camera il 1 marzo ho detto al Governo che se esso non si mostrerà capace di sconfiggere il terrorismo sarà travolto da questa sua incapacità. Ma il terrorismo non si sconfigge lasciando uccidere Moro.
"Ogni giorno ormai abbiamo un fatto di sangue di cui le BR rivendicano la paternità. Ciò significa che la guerra contro lo Stato e contro la comunità nazionale continua e continuerà, Moro o non Moro.
"Il rapimento di Moro e la minaccia imminente di morte che pesa sul suo capo non è che un terribile episodio di una terribile escalation.
"Chi può dire con onestà, con convinzione, colla coscienza ferita ma serena, che il prezzo della vita di Moro significa la salvezza della Repubblica? Quali sono i veri sentimenti che ispirano atteggiamenti di intransigenza fanatica? La situazione già così drammatica, a Roma, si sta dipingendo di torbido.
"Tra le cose incredibili ed orribili abbiamo registrato persino un invito pubblico ed autorevole al suicidio.
"La repubblica si salva veramente estirpando i mali che la spingono

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verso il baratro. Uno di questi, il fiore più velenoso che è cresciuto sotto il bel sole d'Italia, è il terrorismo, la violenza armata, la predicazione e il gusto della violenza.
"Ma non è il solo dei nostri mali e tutti lo sappiamo. Occorre una strategia democratica da perseguire con continuità, con fermezza e con coraggio, senza concedere nulla alle tentazioni che possano imbarbarire. i socialisti italiani non hanno accettato e non accettano la linea della rassegnazione e dei rifiuti assoluti e pregiudiziali.
"Altri Stati democratici e ben più solidi del nostro, hanno in analoghe circostanze, in diverse forme, esplorato vie diverse.
"Hanno salvato la vita degli ostaggi e non sono affatto crollati, il loro patrimonio morale si è arricchito e si è consolidato. I socialisti come tutti, hanno respinto il ricatto dei brigatisti e le loro assurde richieste. Ma tra gli estremi del cedimento e del rifiuto pregiudiziale, deve pur esserci una via che possa indurre i rapitori dell'on. Moro a liberarlo. Cerchiamola e cerchiamola insieme a tutti i democratici.
"Dovrebbero bastare l'umanissimo e nobile appello di Paolo VI ed il generoso intervento del Segretario dell'ONU. Entrambi non hanno avuto una risposta. Ma se lo Stato italiano può compiere un atto che abbia il significato di una sfida umanitaria, che questo atto sia concluso. Il PSI ha chiesto che lo Stato valuti se esiste questa possibilità. Nulla che sia fuori dalle leggi repubblicane e dall'uso legittimo dei poteri costituzionali.
"Non abbiamo chiesto l'abolizione del carcere speciale. Nel caso specifico vi sono esigenze di sicurezza che debbono essere rispettate. Chi conduce una guerra contro lo Stato non solo deve sapere che i prigionieri di guerra non si uccidono ma anche che lo Stato non può non ricorrere a misure eccezionali nei suoi confronti.
"Ma che esigenze di sicurezza non sono incompatibili con la necessità di garantire la migliore condizione umana possibile."
"E' un problema di cui ho avuto occasione di parlare prima del rapimento dell'amico Moro; esso esiste e non si cancella con un rigo di penna. Più lo Stato si mostra capace di esaltare i suoi valori umani e civili e meglio potrà contrapporsi ed isolare la violenza e le barbarie."
"Questa in strettissima sintesi la posizione socialista".
"Abbiamo sollecitato una iniziativa autonoma dello Stato senza trattative e senza riconoscimenti di sorta. Insisteremo in questa sollecitazione perché chi può raccoglierla la raccolga."
I fatti successivi sono noti, e sono narrati con sufficiente obiettività anche nella relazione di maggioranza, che peraltro tralascia di ricordare l'intervento del Presidente del Consiglio onorevole Andreotti presso papa Paolo VI per sconsigliare una ulteriore presa di posizione del Pontefice, il quale forse avrebbe potuto offrirsi come mediatore agli "uomini delle Brigate Rosse". Analoga intenzione pare fosse stata manifestata da Waldheim, e analoga reazione vi fu da parte del governo italiano.
Mentre tuttavia l'intervento del governo presso il Segretario Generale dell'ONU, assai discutibile nella sostanza, poteva risultare comprensibile nella forma, l'intervento presso Papa Montini dovette travalicare i confini della familiarità pure esistente fra Papa Montini stesso, Giulio Andreotti e la famiglia di Aldo Moro, e riferirsi piuttosto alla dimensione concordataria del rapporto fra Repubblica Italiana e Santa Sede che non al rispetto dei principi che, nella reciproca autonomia, la Costituzione repubblicana e il
 

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Magistero della Chiesa professano: principi di umanità e di primato dell'uomo sull'astratta norma giuridica.
Solo il richiamo concordatario, infatti, poteva far dimenticare che il Sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il Sabato, e ripristinare il principio di Caifa: "E' bene che un uomo perisca e tutto il popolo sia salvo." Ma quello che soprattutto la relazione di maggioranza rimuove è la contraddizione esistente fra la palese inefficienza degli apparati deputati alle indagini volte a scoprire il luogo di prigionia di Aldo Moro e ad individuarne e catturarne i sequestratosi - inefficienza che anche allora era a tutti evidente - e la conclamata "fermezza" nella gestione del caso.
Per quanto la cosiddetta "linea della fermezza" decisa dal governo e da altri partiti si dichiarasse non indifferente alla sorte del sequestrato, infatti, essa contava principalmente sulla efficienza delle forze dell'ordine in un ragionevole periodo di tempo. Purtroppo la realtà doveva in questo campo dimostrarsi di giorno in giorno ben diversa.
Dopo quasi venti giorni di speranze o di attese, il 3 aprile, il governo ed i segretari dei partiti della maggioranza confermavano la posizione di fermezza, nel senso dell'assoluto rispetto della legalità, e tuttavia con ogni disponibilità per soluzioni che rimanessero nell'ambito della stessa.
E la posizione non mutò successivamente, malgrado le delusioni su i risultati dell'azione delle forze dell'ordine e il crescere della preoccupazione per la sorte del sequestrato.
Venivano fatte, per il caso Moro valutazioni diverse da quelle che erano state fatte nel caso Sossi (aprile 1974) e soprattutto nel caso Di Gennaro (maggio 1975). Si riteneva in particolare che i brigatisti richiedessero questa volta contropartite diverse, quali dichiarazioni di riconoscimento del "partito armato" da parte dello stesso governo o della Democrazia Cristiana. Non veniva ritenuto valido neanche il paragone con la scarcerazione e il rimpatrio dei palestinesi che si erano resi colpevoli, anni prima in Roma, di gravissimi atti di terrorismo, perché in questo caso si trattava di salvaguardare il Paese dal divenire teatro di guerra tra palestinesi e israeliani mentre nel caso Moro non si sarebbe trattato se non della vita di un pur importante uomo politico. Si faceva inoltre riferimento alle cinque vite di servitori dello Stato perdute in via Fani il 16 marzo, come se tentativi di liberazione di ostaggi dovessero essere preclusi ogni qual volta nel corso dello stesso episodio criminale vi fossero state altre vittime. Mentre non è certo questo - pur nel rispetto del principio di eguaglianza fra tutti gli esseri umani l'insegnamento della storia, in Italia come in altri Paesi.
Fu in questo quadro di estrema prudenza e cautela, e soprattutto in un clima di lentezza e di attesa, che si mossero governo ed altri partiti, nei primi giorni di maggio.
Il governo sollecitò l'intervento della Croce Rossa Internazionale e, quando il dottor Freato fece presente che la famiglia Moro riteneva utile l'iniziativa di una personalità internazionale autorevole, e che questa poteva essere il Presidente iugoslavo Tito, l'onorevole Andreotti gli fornì di buon grado una presentazione ufficiale per il primo ministro di quel paese. Il Maresciallo Tito si indirizzò poi ad alcuni governi, ma senza esito positivo.
Su richiesta del PSI, vennero ricevuti dal sottosegretario alla Presidenza Evangelisti alcuni dirigenti della Divisione Europea del Segretariato di Amnesty International e assicurata ad essi, in quanto membri di quella
 

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associazione, la disponibilità del governo a far loro visitare le carceri di massima sicurezza.
Il governo condivise la speranza che potesse essere efficace una azione di Amnesty International, e a tal fine favorì la missione a Londra del professor Lazzati, rettore dell'Università cattolica, e lo fece accompagnare dall'ambasciatore Gaja.
Consentì alla signora Franca Rame di prendere contatto con Curcio e con il suo gruppo perché si dissociassero apertamente all'azione delle Brigate Rosse e si adoperassero per il rilascio dell'onorevole Moro. Allo stesso fine, aderì al tentativo di un giornalista de Il Manifesto presso Notarnicola.
L'onorevole Andreotti ha infine narrato alla Commissione di un intervento sollecitatogli la sera del 6 maggio dal cardinale Benelli a nome della famiglia Moro su un detenuto che avrebbe potuto usufruire di una "amnistia", riferendo di averne successivamente parlato al Ministro della Giustizia. Poiché si trattava di un appartenente ai NAP condannato ad otto anni di reclusione e in attesa di esito del ricorso per Cassazione, è facile individuare nel detenuto stesso Alberto Buonoconto, per il quale appunto il giorno 6 maggio si era svolto l'intervento del professor Vassalli presso il Presidente Manzari e di quest'ultimo presso il Ministro Bonifacio. Evidentemente la famiglia Moro, edotta del caso e dell'urgenza, aveva interessato il cardinale Benelli. Ma, come si dirà più oltre, l'intervento ministeriale arrivò in ritardo rispetto al precipitare della situazione e si tradusse in un atto (disposizione di trasferire il detenuto da Trani a Napoli, dove il suo gravissimo stato di salute avrebbe dovuto esser meglio valutato ai fini della libertà provvisoria, legittimamente richiesta dal suo difensore avv. Siniscalchi) che era soltanto vagamente preparatorio del provvedimento di urgente liberazione in quel momento invocato.
Altre iniziative governative non risultano, mentre si deve dare atto di una dichiarata disponibilità del Presidente della Repubblica sen. Leone a sottoscrivere senza indugio ogni atto che gli venisse dal governo eventualmente presentato.
Quanto all'atteggiamento dei partiti politici diversi dal Partito Socialista Italiano e alle relative motivazioni, essi risultano esposti nella relazione di maggioranza e non si ha motivo per osservazioni al riguardo. Si rileva soltanto che esso ha finito per equivalere, sia pure per motivi altrettanto rispettabili di quelli che hanno guidato il diverso atteggiamento del Partito Socialista, al rifiuto di ogni iniziativa decisa e alla mancanza di una attiva considerazione di possibili vie di sbocco alla tragica situazione dell'on. Moro.
Al "partito della fermezza" non si contrappose peraltro nessun "partito della trattativa", come si è troppo a lungo sostenuto in sede giornalistica e purtroppo non solo in sede giornalistica, ma nella stessa relazione di maggioranza.
A parte il fatto che nel cosiddetto "partito della fermezza" si aprirono a più riprese notevoli brecce nel senso di una soluzione umanitaria del dramma e si tentarono sondaggi presso ambienti presumibilmente vicini ai brigatisti, va ribadito che non è mai esistito un "partito della trattativa". Ogni "trattativa" nel senso di presa in esame delle proposte brigatistiche è sempre stata esclusa dal Partito socialista, il quale cercò invece di interpretare i suggerimenti che provenivano dall'onorevole Moro.
I dirigenti del Partito socialista hanno dichiarato sempre, anche nei
 

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momenti di maggior tensione, di volersi ispirare e di ispirarsi ai principi della Costituzione che pongono tra i massimi beni meritevoli di tutela costituzionale la vita umana, e ai principi del diritto comune in materia di stato di necessità e più precisamente di "soccorso di necessità". Ed hanno chiaramente contrapposto ad ogni idea di "trattativa" la soluzione umanitaria. Fu chiaramente precisato che "soluzione umanitaria" si doveva intendere un atto di generosità o, meglio, di umanità da parte dello Stato, che poteva concretare la concessione della libertà a persone che non si fossero macchiate comunque di reati di sangue, nella speranza che a tale atto, unilaterale e configurabile nell'ambito della legge e della Costituzione, potesse corrispondere da parte delle BR la decisione di liberare l'onorevole Moro.
Perciò, non "scambio uno contro uno", come pure si diceva, ma un atto assolutamente autonomo del Governo. Su tale punto insistette molto il Partito comunista, fino a farne dipendere il mantenimento dell'accordo tra i partiti della maggioranza governativa.
Il Partito socialista continuò ad insistere sull'atto autonomo di umanità da parte dello Stato nella speranza di un riscontro favorevole da parte dei brigatisti.
E tuttavia mai ammise che si potesse agire senza il rispetto dei principi dell'ordinamento e fuori della piena salvaguardia delle prerogative dello Stato democratico. Così, l'onorevole Craxi, che pure era convinto che si dovesse "scontare una lacerazione sia pure non grave, del tessuto giuridico", si ribellò decisamente alla richiesta di liberazione dei tredici brigatisti e considerò una evidente provocazione l'indicazione del Piancone che solo pochi giorni prima aveva ammazzato un sottufficiale delle forze dell'ordine.
Se a un certo momento emerse tra i possibili destinatari di un atto di clemenza il nome della brigatista rossa Paola Besuschio, che figurava tra i tredici nomi forniti pubblicamente dai brigatisti, questa fu una coincidenza, se così può dirsi, felice; ma la scelta della Besuschio derivò dalle indagini compiute dagli esperti nominati dal Partito Socialista, i quali avevano individuato nella stessa, a quel momento, persona che non si era macchiata di delitti di sangue e che era stata condannata per tentativo di omicidio sulla base di una interpretazione del "dolo eventuale nel tentativo" ampiamente contestata dagli scrittori di cose giuridiche. Quando risultò che la Besuschio non avrebbe potuto usufruire di grazia secondo una prassi consistente nel non proporre per la grazia persone che avessero altri processi pendenti, gli esponenti socialisti abbandonarono la propria proposta, nonostante che si trattasse soltanto di una prassi, come tale non vincolante giuridicamente e contrastante anche con il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, e nonostante che fosse dubbio il fondamento in linea di fatto delle nuove imputazioni elevate nel frattempo contro la detenuta.
Diversa fu la posizione socialista nel caso del "nappista" Alberto Buonoconto, perché per tale detenuto la libertà provvisoria era sicuramente concedibile nel rispetto più assoluto della legge e la sua concessione sarebbe stata anzi addirittura doverosa, come la tragica ulteriore vicenda del giovane detenuto ha successivamente dimostrato.
Ma alla presa in considerazione di questo caso di arrivò con estrema lentezza e soprattutto con estremo ritardo, quando già il destino dell'on. Moro si stava consumando.
 

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I tempi del Governo e della burocrazia erano estremamente lunghi, mentre quelli degli assassini erano diversi.
Sulla perfetta ortodossia costituzionale e politica della posizione dei socialisti ha concordato del resto l'allora segretario della Democrazia Cristiana onorevole Zaccagnini, quando ha espresso alla Commissione il convincimento che non si potesse parlare di una posizione sostanzialmente differente del PSI rispetto alla DC e ad altre forze politiche, ma semplicemente dell'accentuazione da parte del PSI dell'esigenza della ricerca di una via umanitaria, esigenza sentita anche dalla DC seppure nell'ambito dei maggiori vincoli che questa fino all'ultimo credette di cogliere nel rispetto delle leggi repubblicane e della Costituzione.
Ma, come si è detto, le proposte socialiste erano fatte proprio nello spirito della Costituzione e dei suoi principi umanitari, ai quali del resto l'onorevole Moro dalla sua prigionia ripetutamente si richiamava, e nel rispetto delle leggi repubblicane, che consentono provvedimenti di libertà provvisoria come provvedimenti di clemenza, e con il riguardo dovuto alla fattibilità.
Del resto altre iniziative vi furono nello stesso periodo, non di parte socialista, anche se su di esse qualcuno preferirebbe sorvolare. Per esempio, il sondaggio del dott. Vitalone presso l'imputato Daniele Pifano era anch'esso orientato a trovare vie d'uscita dalla drammatica situazione. Eppure proveniva da un magistrato in carica presso la Procura della Repubblica di Roma, già incaricata delle indagini. In ogni caso di sequestro di persona, anche se a fine politico o terroristico, si sono sempre cercati possibili intermediari per studiare le vie di salvezza del prigioniero. Solo nel caso Moro, come nel successivo caso d'Urso, finito con la liberazione del prigioniero e senza nessun cedimento dello Stato e rallentamento della lotta senza quartiere al terrorismo, si sono sollevate polemiche tanto aspre, arrivandosi a contrapporre al "partito della fermezza" un inesistente "partito della trattativa".
La finalità di polemica, e qualche volta addirittura di persecuzione, politica è così scoperta da non meritare altra attenzione. Resta tuttavia il giudizio negativo sul funzionamento di certe Commissioni parlamentari di inchiesta e sulla incapacità di talune di queste di sottrarsi all'ipoteca partitica e di sollevarsi al piano, doveroso, della rigorosa obiettività.
Deve piuttosto ricordarsi che contro la soluzione umanitaria furono posti in essere anche con il sussidio della stampa, tentativi di ben dubbia qualificazione.
E' risultata per esempio falsa attraverso l'indagine compiuta e attraverso il preciso riferimento della signora Moro, la notizia secondo la quale una delle vedove dell'eccidio di via Fani si sarebbe uccisa se fosse stato compiuto un "cedimento" dello Stato per la salvezza dell'onorevole Moro. Eppure una simile fandonia è stata pubblicata con rilievo, - e strumentalmente dal Corriere della Sera nel maggio 1978.
Per valutare la legittimità della posizione del Partito Socialista basterà ricordare oltre ai riferimenti storici già noti, la formula adottata dalla Corte di Cassazione della Germania Federale nel caso Schleyer: "Il peculiare modo della difesa contro i ricatti terroristici che minacciano la vita è contrassegnata dal fatto che le misure da adottarsi non possono che corrispondere alla specificità delle singole situazioni." Nella stessa sentenza la Corte ha ribadito che "resta fermo che la vita

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umana rappresenta il bene supremo e che lo Stato verso la vita umana ha un obbligo di tutela completa."
Quando l'onorevole Moro dalla sua prigione domandava all'on. Zaccagnini: "Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina se una volta tanto un innocente sopravvive e, a compenso, altra persona va invece che in prigione in esilio?", egli sembrava proprio allinearsi ad una analoga visione delle cose, non tanto e non solo per la salvezza della propria persona, quanto per ribadire l'esigenza di un bilanciamento tra il bene supremo della vita e gli interessi fondamentali di uno Stato che da un atto di clemenza non sarebbe stato compromesso, né nella propria sopravvivenza né nel rigore della lotta da condursi contro il terrorismo.
Non è il caso di addentrarsi oltre sugli argomenti sui quali si sofferma la relazione di maggioranza, a proposito del "dubbio sulle possibilità di successo" di una iniziativa umanitaria per tentare di salvare la vita dell'on. Moro o su quella che è stata chiamata "l'insistenza socialista". Sta di fatto che, come in tutti i casi del genere, quando non si cede al ricatto dei sequestratosi, si cercano tuttavia delle strade che possano ridurli alla ragione. L'immobilismo è in quei casi il peggior dei rimedi. Una certezza non vi è mai; ma quando si può addirittura sperare in una scissione tra i sequestratori, quando si può anche soltanto ipotizzare una divisione fra coloro che sono inclini a rilasciare l'ostaggio e coloro che sono portati a sopprimerlo, è doveroso tentare ogni via in nome dei principi supremi dell'umanità e della ragione ai quali Moro si appellava nelle sue lettere estremamente consapevoli ed acute.
Nella specie non vi era certo bisogno né dell'ingegner Pace né del dottor Piperno, né occorreva essere dotati di divinazione per comprendere che gravi divergenze tra i brigatisti dovevano sussistere. Il continuo rinvio dell'esecuzione, la notevole attesa tra la richiesta ultimativa del 30 aprile, rimasta chiaramente insoddisfatta, e le tergiversazioni caratteristiche dei primi giorni di maggio, il gerundio "eseguendo", così poco consono con la rapidità fatale di una esecuzione e tuttavia l'ulteriore attesa che era seguita, erano tutti elementi che facevano intuire una esitazione, frutto presumibilmente di divergenze interne ai terroristi, rispetto ai quali era lecito ed umano sperare che sui "falchi" prevalessero quelle che, nonostante l'atrocità dei fatti precedentemente interpretati, avrebbero potuto essere chiamate le "colombe".
Di qui uno sforzo dei socialisti per la adozione di una iniziativa comprensibile: come quella della liberazione di un elemento considerato ad un tempo un " combattente " e un " duro ", quale finalmente aveva potuto essere individuato nel nappista Alberto Buonoconto.
Sul caso Buonoconto vale la pena di soffermarsi un istante perché la posizione è stata considerata rilevante nella relazione di maggioranza, ma non senza sostanziosi travisamenti.
Segnalato dal PSI alla Direzione DC nell'incontro del 2 maggio 1978 tra gli altri detenuti suscettibili di essere destinatari di un gesto di clemenza, il caso di Alberto Buonoconto fu ripreso in esame il 6 maggio 1978 a seguito di una visita del Presidente Manzari, allora capo del contenzioso diplomatico, al professor Vassalli.
Quella stessa sera come hanno narrato sia il professor Vassalli sia il presidente Manzari, il Ministro della Giustizia fu raggiunto con l'indicazione di tale nominativo, nei cui confronti un provvedimento liberatorio, per
 

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le ragioni che gli si sono dette, appariva il Più plausibile. Il Ministro della Giustizia predispose, il giorno successivo, un provvedimento per avvicinare il detenuto da Trani a Napoli, sede della Corte d'Assise d'appello che avrebbe dovuto decidere una nuova domanda di libertà provvisoria presentata dal suo difensore l'8 maggio successivo e città dove si trovava un sanitario, il dottor Manacorda, che già aveva trovato il detenuto in un recente passato in pericolose condizioni di salute fisiche e mentali. là anche da notare che a seguito della menzionata disposizione ministeriale il Buonoconto fu trasferito non già nel Centro clinico, dove passerà soltanto alcuni mesi dopo, ma nella sezione speciale di massima sicurezza, soggetta a particolarissimi controlli. Secondo il ricordo del ministro Bonifacio tale trasferimento dovrebbe essere avvenuto il 9 maggio. t dunque assurdo pensare che provvedimenti ancora così lontani dalla concessione della libertà, adottati dal ministro della Giustizia in assoluta segretezza ed essendone inconsapevole sia il detenuto che i suoi congiunti, abbiano potuto filtrare fino ai terroristi, concorrendo a determinare il precipitarsi delle decisioni di soppressione del prigioniero: come viceversa si è ventilato in Commissione con riferimento sia a questo che ad altri asseriti "segnali" (discorso del senatore Bartolomei del 7 maggio, ecc.). Nessuna "talpa" del ministero della Giustizia avrebbe potuto comprendere la connessione del provvedimento preparatorio adottato nei confronti del Buonoconto (tra l'altro nappista e privo di ogni contatto con le Brigate Rosse) e l'eventuale gesto umanitario destinato a determinare il rilascio dell'onorevole Moro. Né del resto vi è stata nessuna ammissione in tal senso, né in commissione né dinanzi alle autorità giudiziarie, da parte di qualcuno dei "pentiti" o di altri soggetti, nonostante i reiterati tentativi compiuti per stabilire l'esistenza dell'indiscrezione e la sua influenza sulla decisione dei terroristi. Deve piuttosto ribadirsi il contrario, e cioè che una più tempestiva presa in esame del caso del Buonoconto o d'altro detenuto di arca affine allo scopo di una liberazione avrebbe potuto determinare quel risultato che il Partito Socialista auspicava. Ma anche nei confronti del Buonoconto si procedette con la tecnica dei tempi lunghi, una tecnica che non si accordava con il precipitare della situazione.
La tesi che traspare dalla relazione di maggioranza, e cioè quella che pretende di attribuire ad iniziative umanitarie, che erano state postulate oramai da un mese, il precipitare degli eventi in danno della vita dell'onorevole Moro, è semplicemente assurda. Essa vorrebbe rappresentare la riprova della bontà dell'atteggiamento assunto dal cosiddetto partito della fermezza ai fini anche di un possibile rilascio dell'ostaggio e la dannosità invece delle iniziative umanitarie. Ma oltre ad essere priva d'ogni base negli atti, essa scopre troppo la corda. La verità è invece che il Partito della fermezza si è scontrato con altra "fermezza", che di fronte alle tergiversazioni, alle perplessità e ai ritardi ha prevalso su ogni altra possibile indicazione.
Del resto se, come si sostiene in altre partì del documento di maggioranza, l'uccisione dell'onorevole Moro era scontata dall'inizio della tragica vicenda, quale importanza avrebbe potuto rivestire un gesto umanitario da parte del Governo o della Magistratura? La posizione assunta dalla maggioranza per questa parte è non soltanto sfornita di ogni prova ed assurda, ma anche contraddittoria.
Non meno assurda è la pretesa di addebitare, sia pure in minima parte o in linea eventuale, il mancato rinvenimento del luogo dove era sequestrato l'onorevole Moro - o anche soltanto di coloro che nel sequestro erano in
 

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qualche modo implicati al silenzio serbato da persone che avrebbero potuto portare ai terroristi, o che addirittura avevano canali segreti con i sequestratori.
La prima ipotesi si riferisce agli onorevoli Signorile, Craxi e Landolfi, la seconda alla famiglia Moro.
L'onorevole Signorile incontrò il professor Piperno alla fine di aprile. Il Piperno era allora conosciuto come uno dei leader di "Autonomia" e nessuna connessione era allora emersa tra "Autonomia" e i terroristi. Il Piperno circolava liberamente e si era lontani dal supporre che un giorno sarebbe divenuto destinatario di imputazioni comunque legate ad attività terroristiche. Come l'onorevole Signorile riferì, il Piperno fu ascoltato solo in merito ad alcune valutazioni che nell'ambiente di Autonomia e più in generale nel cosiddetto Movimento Rivoluzionario si facevano circa l'errore politico che sarebbe stato rappresentato dall'assassinio dell'onorevole Moro: e di qui furono dedotte ulteriore speranze che anche nell'ambito dei terroristi potesse farsi strada una divisione di valutazioni.
Della ricerca di un contatto ovviamente si parlò ma il professor Piperno la rappresentò come estremamente difficile ed improbabile. In questa situazione quale senso avrebbe avuto informare la polizia dei contatti con il professor Piperno?
Né si può dimenticare che l'implicazione di Autonomia in procedimenti per insurrezione armata o in singoli episodi connessi ad attività terroristiche è della primavera del '79.
Quanto poi all'onorevole Craxi, è da tener presente che quest'ultimo incontrò l'ingegner Pace su presentazione fattagli dall'onorevole Landolfi, dopo l'incontro del tutto casuale, soltanto il 6 maggio. Anche l'ingegner Pace circolava liberamente ed era noto come persona appartenente agli ambienti dell'Autonomia o a questi vicina. Nulla era neanche lontanamente emerso, all'epoca, che legasse il Pace ad ambienti terroristici, come si sostiene nell'imputazione mossagli molto tempo dopo. Anche in quel caso come l'onorevole Craxi ha spiegato - si trattò di valutare la situazione determinatasi nel cosiddetto movimento rivoluzionario in merito alla vicenda dell'onorevole Moro e di tentare di stabilire un contatto o di far pervenire comunque un messaggio ai rapitori. E neanche per l'ingegner Pace si è mai avuto il minimo indizio che egli con i rapitori, e più in generale con gli ambienti terroristici dell'epoca, abbia mai raggiunto un contatto.
L'argomento ventilato contro chi tacque i primi di maggio su questi contatti alla polizia è dunque un altro argomento di comodo, usato per rafforzare, fino a conseguenze inaccettabili, il cosiddetto partito della fermezza in contrapposizione ad un inesistente "partito della trattativa". Ma è privo di qualsiasi base logica e di qualsiasi appiglio probatorio. Quanto infine ai canali che persone di famiglia dell'onorevole Moro sarebbero riuscite a stabilire con i brigatisti che detenevano in prigionia il loro congiunto, nulla è mai emerso al riguardo, se non le motivate e recise smentite dei familiari stessi alla Commissione, alla autorità giudiziaria, alla stampa (è del 7 giugno 1983 un'ennesima smentita della signora Moro a La Repubblica). Ed è veramente inconcepibile che si possa continuare a fare allusione alla possibilità di giungere alla prigione dell'onorevole Moro se quei canali - inesistenti - fossero stati tempestivamente rivelati. La cosa è così grave che può spiegarsi solo nel quadro di una illegittima rappresaglia contro la
 

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signora Moro per la Posizione dalla stessa fermamente assunta dinanzi alla Commissione nel lamentare che ogni tentativo di agevolare interventi diretti a salvare la vita del proprio marito sia stato ad un certo momento interrotto o fatto abbandonare.
In conclusione Può affermarsi:
a) che non è mai esistita alcuna iniziativa né del Partito Socialista né della famiglia Moro né di altri che potesse rappresentarsi come contraria alla leggi dello Stato o ai principi costituzionali e di umanità ai quali l'azione dello Stato deve ispirarsi;
b) che non vi è la minima prova del fatto che le iniziative assunte o progettate sul piano umanitario abbiano Potuto determinare il precipitare della situazione verso il tragico esito del 9 maggio;
c) che non vi erano né i presupposti, né concrete prospettive vantaggiose per le indagini nell'eventuale denuncia, ai primi di maggio del '78, di persone - tutte del resto notissime alla polizia - come il Piperno, il Pace e il Pifano, nei cui confronti erano state assunte iniziative per sondaggi o eventuali contatti;
d) che nessun canale con i brigatisti aveva potuto essere instaurato da parte dei familiari dell'onorevole Moro o da altre persone della sua cerchia;
e) che gli interventi per aprire la strada verso una possibile soluzione umanitaria della vicenda da parte delle autorità italiane furono tutti estremamente lenti e poco convinti o, purtroppo, tardivi;
f) che in questi comportamenti lenti ed incerti delle autorità e nella trascuratezza di talune indagini essenziali per la ricerca dei rapitori dell'onorevole Moro e dei loro covi non può escludersi che abbiano inciso atteggiamenti ispirati dalla Loggia P2, a cui risultarono poi iscritti alti dirigenti della Polizia e dei Servizi Segreti.
Le conclusioni del capitolo X della relazione di maggioranza non possono pertanto in alcun modo, essere condivise. In modo particolare va respinto il capoverso n. 3 nel quale si cerca di attribuire all'onorevole Craxi il convincimento che le proposte da lui apertamente portate avanti, e cioè "di non gravi lacerazioni del tessuto giuridico", non fossero sufficienti a realizzare l'obiettivo e che occorresse viceversa una lacerazione più grave.
Sono tutti processi all'intenzione, che non attengono alla realtà di fatto.
La realtà è che nessun gesto, neanche di minima lacerazione del tessuto giuridico fu mai compiuto, tutto essendosi ridotto - ed all'ultimo giorno ad un atto puramente preparatorio e rimasto occulto, quale l'ordine di trasferimento del detenuto Alberto Buonoconto da Trani a Napoli, in vista di future ulteriori indagini sul suo stato di salute e in vista della conseguente possibilità di sua libertà provvisoria (per la quale l'istanza fu concordata e presentata solo l'8 maggio e decisa poi negativamente il 18 maggio).
Di fronte ai fatti, o meglio all'inesistenza dei fatti, sembra inutile soffermarsi sulle ipotesi e sulle intenzioni.
Da respingere decisamente pure la conclusione di cui al n. 5, la quale, oltre ad essere in palese contraddizione con la conclusione successiva (n. 6), si fonda esclusivamente su una proposizione Piuttosto ambigua contenuta nell'interrogatorio di Morucci e comunque su una ipotesi formulata dal Morucci stesso a distanza di anni e nelle note condizioni.

Non è in alcun modo dimostrato (e la mancata dimostrazione non può essere attenuata da un "forse") che il timore di piccole concessioni e forse
 

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anche la prospettiva della crescente pressione dell'area di Autonomia abbiano finito per accelerare l'esecuzione dell'on. Moro "non appena si profilò la concreta possibilità di un atto di clemenza da parte dello Stato".
Si ripete che tale concreta possibilità non si profilò mai perché le intenzioni nel caso del Buonoconto rimasero sicuramente occulte (per le ragioni già esplicate) e comunque non si tradussero in alcun atto concreto che potesse giungere a conoscenza dei brigatisti prima del 9 maggio.
Quanto infine alla conclusione n. 1, essa è stata già più volte contestata nel corso della presente relazione e mostra di non tener conto dei fatti successivi all'assassinio di Aldo Moro. La crisi politica e militare del terrorismo non si ebbe certo nei mesi e negli anni immediatamente seguenti la sconfitta subita dalla Stato non essendo riuscito a salvare la vita di Aldo Moro e a catturarne i sequestratosi. Si ebbe quando lo Stato si dotò di strutture più adeguate e più duttili, capaci di penetrare la logica del terrorismo e di intralciarne attivamente le operazioni. Si ebbe anche grazie alla legge sui pentiti, con la quale uomini che hanno commesso gravi reati, anche cruenti, sono oggi liberi. La liberazione di Aldo Moro forse avrebbe potuto determinare effetti altrettanto disgreganti, nei confronti del Partito armato, di quelli che sono stati determinati dalla legge sui pentiti: e li avrebbe determinati con una violazione dell'integrità dell'ordinamento giuridico sicuramente assai più lieve, come si è finora dimostrato.

 

 

 

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CAPITOLO VIII
 
 

"Gli eventuali collegamenti, connivenza e complicità interni e internazionali, con gruppi terroristici, che abbiano favorito, coperto e sostenuto in qualsiasi modo l'operazione criminale ed eversiva che si è conclusa con l'assassinio di Aldo Moro; con quali altri fatti terroristici tale operazione sia eventualmente collegata."

La relazione di maggioranza, pure tra contraddizioni ed ambiguità, fa sostanzialmente proprie in materia due tesi:
1) il terrorismo di sinistra in Italia rappresenta un universo compatto le cui articolazioni interne sono solo funzionari all'esecuzione dei propri propositi criminosi;
2) il terrorismo di sinistra non gode di appoggi internazionali, anche se, saltuariamente, può trovarsi ad usufruirne.
Queste due tesi non sono suffragate dai fatti: né da quelli accertati dalla Commissione, né da quelli finora accertati dall'Autorità giudiziaria, né tantomeno da quelli interpretati dalla pubblicistica più aggiornata in materia.
Queste due tesi, peraltro, convergono nel descrivere il fenomeno del terrorismo di sinistra come fenomeno puramente criminale privo di radici politico-culturali specifiche e incapace di stabilire contatti ed alleanze con altri soggetti politici.
Si tratta, pertanto, di due tesi esorcistiche.
E' comprensibile che vada in cerca di esorcismi chi dovrebbe altrimenti giustificare le incredibili inefficienze degli apparati dello Stato di fronte all'attacco terroristico e il ruolo ambiguo svolto, negli anni di piombo, dai servizi statali di informazione e di sicurezza; così come è comprensibile che di esorcismi abbia bisogno chi fu in qualche modo partecipe della stessa cultura dalle cui distorsioni ritiene di trarre legittimazione il terrorismo di sinistra. Negli anni passati l'esorcismo prendeva forme diverse, fino a negare l'identità del male. Si parlava, allora, di terrorismo "sedicente" di sinistra, si teorizzava il travestimento in rosso dei terroristi neri, si amava immaginare complotti e provocazioni.
Ora, resa impraticabile dalla documentazione acquisita quella forma arcaica di esorcismo, si ricorre a forme solo apparentemente più aggiornate e sofisticate: e si tenta di nascondere dietro un alto polverone quello che sarebbe stato ed è perfettamente conoscibile sia utilizzando correttamente i mezzi di informazione, sia riflettendo criticamente su elementi di cultura politica ben conosciuta.
 

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Sarebbe stato conoscibile, il terrorismo di sinistra, attraverso la trattazione adeguata delle informazioni che si possedevano assai prima di quel 16 marzo 1978.
A condizione che si fosse disposti a superare la cultura dell'esorcismo, e interpretare il terrorismo per quello che era: un fenomeno politico, per quanto aberrante lo si potesse considerare.
Da anni il terrorismo era un fenomeno politico: perché le istituzioni, il giornalismo, la cultura politica, i partiti, nessuno insomma, nonostante le misure di sicurezza pur prese, aveva mai affrontato un problema di quella natura? Secondo la testimonianza di Eleonora Moro, Moro aveva afferrato la complessità del problema, il suo radicamento sociale: lo aveva scoperto nella sua esperienza di professore dell'Università di Roma.
In realtà, lo Stato disponeva di tutte le nozioni necessarie a disegnare la mappa del terrorismo. Sarebbe bastato dare forma unitaria a tutto ciò che lo Stato sapeva senza saper di sapere. Dalle rivelazioni di Pisetta ai vari procedimenti penali pendenti per atti di violenza, tutto era sotto gli occhi dello Stato: ma lo Stato, che le BR volevano colpire al cuore, non aveva occhi.
E sarebbe stato conoscibile, il terrorismo di sinistra, anche esplorando criticamente alcuni filoni della cultura politica della sinistra italiana stessa.
Non serve a molto, invece, imputare il male genericamente alla rottura del 1968, e alla "crisi di valori" che essa avrebbe determinato. Se infatti è vero che dal 1968 in poi in Italia si è verificato un fenomeno, che ha interessato un numero rilevante di persone e si è esteso in cospicue aree geografiche del paese, di uso della violenza per il conseguimento di finalità politiche, è anche vero che da questo dato non è possibile far discendere conclusioni univoche sul fenomeno, sui legami fra le varie sigle ed organizzazioni, sulle motivazioni e sulle ideologie.
Sembra inutile procedere perciò ad assemblaggi di fatti, persone organizzazioni, ideologie per provare un assunto che viene posto come un a priori logico. Non è esistito un "universo terroristico" intendendo per universo un sistema regolato da leggi e norme, che si esprime in un contesto unitario ed è finalizzato alla propria esistenza e al proprio funzionamento.
Dall'analisi degli atti e delle parole del terrorismo di sinistra emergono gli specifici profili politico-culturali dei diversi gruppi.
La "illegalità diffusa" è stata cosa concettualmente e teoricamente diversa dallo "attacco al cuore dello Stato"; la "riappropriazione dei bisogni" e la loro valorizzazione non è certamente omologabile alle teoriche dell'antistato con il loro apparato militare e giudiziario (colonne, brigate, processi popolari ed esecuzioni capitali).
Non che l'una sia migliore o peggiore dell'altra, o che dall'una qualcuno o molti non siano passati all'altra; ma è certo che a nulla serve ragionare se non ad individuare, per un corretto agire politico, ciò che si distingue da ciò che è identico.
Certamente tutti costoro volevano "il comunismo", ma non tutti hanno teorizzato e praticato l'omicidio politico; tutti intendevano la lotta armata come strumento ineliminabile in funzione della rivoluzione, ma non è la stessa cosa la lotta armata con rapine ed espropri della lotta armata con missili teleguidati, su obiettivi fissi e generalizzati e con una sequela orripilante di morti ammazzati a freddo.
 

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La genesi del terrorismo di sinistra è certamente interna all'antropologia del comunismo rivoluzionario, alle diatribe monastiche sull'interpretazione dei sacri testi, alle formule organizzativi della tradizione terzinternazionalista, alle teorizzazioni sulla presa del potere, alla moralità rivoluzionaria di una società chiusa e aliena dal complesso della società, alla riproposizione - ciclicamente riemergente - del partito rivoluzionario che si deve rifondare ogni qualvolta c'è "il tradimento" dei partiti della classe operaia.
L'insurrezionalismo è patrimonio di questa cultura e non può stupire nessuno che Potere Operaio lo proclamasse pubblicamente fin dal convegno di Roma del '7 I. Ma fra l'insurrezionalismo del '71 e la guerra civile dispiegata dalle ultime BR non è rintracciabile una continuità indistinta. Nelle "basi rosse" del "contropotere operaio e proletario" non è già contenuta la maniacalità della clandestinità brigatista.
In conclusione si deve escludere, allo stato delle conoscenze, dall'esame delle fonti testimoniali e documentali, che tutti coloro che, singolarmente considerati o per gruppi e organizzazioni, hanno scelto e praticato forme illegali di lotta armata facessero parte di un unitario disegno strategico complessivo. Ciò sia sotto il profilo di un unitario centro dirigenziale del terrorismo e dell'eversione, sia sotto il profilo di un coordinamento che attribuisse ruoli distinti all'uno o all'altro pur nella unicità del disegno.
Ciò è vero anche per il rapporto fra "movimento del '77" e terrorismo brigatista. Del movimento del '77 si può anche discutere a lungo, e le interpretazioni del fenomeno sono state molteplici. Una cosa è però a tutt'oggi certa: il movimento del '77 è maturato al di fuori e al di là di qualsiasi ipotesi di partito combattente; ha coagulato tensioni accumulatesi dal '68 e non risolte politicamente; ha rivitalizzato tematiche anti-istituzionali e di rifiuto della delega e della rappresentanza politica; ha costituito il punto massimo e l'occasione storica per tutti coloro che volevano far diventare di massa la scelta della lotta armata.
Proprio quest'ultimo è l'obiettivo che si è rivelato più fallimentare: a partire da questo fallimento e dalla impraticabilità di questo obiettivo si è innalzato il livello "di fuoco" dei gruppi clandestini, massimamente le BR. In questo impatto è rintracciabile la scelta brigatista di elevare lo scontro fra Stato e antistato, di travolgere le resistenze politiche e psicologiche alla lotta terroristica, di usare quale serbatoio le masse del '77. Via Fani, il sequestro di Moro e l'eccidio della scorta, l'omicidio di Aldo Moro hanno in questa progettualità la loro genesi. Paradossalmente, peraltro, la stessa esistenza di un aspra dialettica politica fra i diversi gruppi della sinistra rivoluzionaria e violenta viene da qualcuno portata a prova dell'esistenza di collegamenti e di connivenza fra di essi, dimenticando così che il fenomeno del terrorismo non può essere inquadrato in una categoria del puramente criminale e i fenomeni che avvengono attorno ad esso non possono giudicarsi solo sulla base della rilevanza penale. E' comprensibile che non vi fosse il vuoto atmosferico tra le BR e la società italiana. L'ipotesi politica a cui le BR si ispirano nella loro genesi è la convinzione di un'imminente svolta antidemocratica e antipopolare della politica italiana entro cui si deve prevedere un fenomeno di resistenza di massa popolare.
là una lettura sudamericana della politica italiana che ha le sue radici nel maoismo, nel terzomondismo, e nel leninismo: in fenomeni culturali che continuano ma trascendono le categorie del marxismo classico e diven-
 

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gono accessibili, per la loro pregnanza politica, anche ad aree culturali, come quella cattolica, che sono risultate inaccessibili ad una influenza ideologica del marxismo.
Ciò spiega i percorsi che esistono tra gli atti propriamente terroristici e la comprensione politica e la solidarietà o la tolleranza.
In una intervista a La Stampa del 28 marzo 1982 Sciascia racconta che le reazioni popolari da lui riscontrate dopo il fatto erano di indifferenza alla condizione di Moro e persino di gioia. E' in questo clima che va inquadrato il fenomeno terroristico come fenomeno politico. Era dunque possibile- un consenso politico che non fosse compartecipazione agli atti terroristici, e che pure desse luogo a rapporti personali. Solo una volta che tutto viene visto in chiave di criminalità pura, per esempio, il nesso Piperno-Morucci diviene un nesso di per sé (e prescindendo da prove specifiche di connessioni) rilevante.
Così come è comprensibile che, nel momento in cui lo Stato, per constatazione della stessa Commissione, raggiunge il suo massimo livello di disorganizzazione nella repressione del terrorismo, coloro che intendono (e lo dichiarano apertamente) trovare una strada politica per impedire l'egemonia della fazione militarista all'interno della sinistra rivoluzionaria e violenta, cerchino di trovare punti di contatto con coloro che, all'interno delle istituzioni, si propongono di evitare l'innalzarsi della tensione, e soprattutto di salvare la vita di Moro.
Solo mediocri intenzioni propagandistiche possono, a questo proposito giustificare la puntigliosa ricerca di presunti legami fra esponenti del PSI ed esponenti della sinistra rivoluzionaria e violenta, come la Commissione ha voluto fare, con solerzia degna di miglior causa, per esempio in merito alla questione Cerpet-Metropoli.
Va rilevato infine - a conclusione della confutazione della prima delle due tesi non scritte di cui si compone l'esorcismo della maggioranza della Commissione - che la Commissione stessa aveva a disposizione, per orientarsi correttamente nel groviglio delle sigle e delle organizzazioni presenti nella sinistra rivoluzionaria e violenta, di un documento di eccezione: l'audizione del Generale Dalla Chiesa, e cioè di uno dei pochi servitori dello Stato che avesse avuto consapevolezza tempestiva della natura del fenomeno terroristico.
Quanto alla seconda tesi non scritta - quella relativa all'inesistenza di significativi collegamenti internazionali del terrorismo italiano - essa viene argomentata con un procedimento logico opposto a quello seguito per argomentare la prima: mentre in questo caso infatti, l'ipotesi di partenza fra premio sui fatti, nel caso dei collegamenti internazionali i fatti, pur diligentemente elencati, non sono mai sufficienti a suffragare l'ipotesi.
Eppure l'ipotesi si fonda a sua volta su fatti innegabili: la collocazione geopolitica dell'Italia, cruciale sia per quanto riguarda i rapporti Est-Ovest, sia per quanto riguarda gli equilibri del Mediterraneo; la genesi politica delle Brigate Rosse, che porta all'attività di Giangiacomo Feltrinelli e ai suoi legami con il regime cecoslovacco e con altri regimi dell'Est; le riflessioni dei più accreditati studiosi della materia i quali da un lato hanno da tempo messo in rilievo come il terrorismo sia uno dei più efficaci strumenti di "guerra per procura", e dall'altro hanno avanzato sospetti proprio sul delitto Moro; alcuni accenni contenuti nelle stesse lettere di Moro, come
 

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quello al colonnello Giovannone, agente dei nostri servizi nel Medio Oriente.
Del resto, la convinzione dell'esistenza di collegamenti internazionali del terrorismo italiano è stata autorevolmente espressa più volte dal Presidente Pertini, il quale ha anche fatto implicito riferimento all'esperienza della Turchia, la cui collocazione geopolitica è per tanti versi simile alla nostra.
Non appare credibile, in particolare, che i primi contatti fra BR e i servizi segreti dell'Est si manifestino in occasione del sequestro Dozier, come sostiene la relazione di maggioranza: se non altro perché è difficile immaginare che contatti di quel genere possano nascere d'improvviso nel corso di un'azione assai rischiosa e ambiziosa, certamente preparata da lungo tempo.
Queste considerazioni non contraddicono, peraltro, il riconoscimento del carattere autonomo delle BR, né intendono negarne la relativa autonomia politica. Ma è in proprio in quanto soggetto politico autonomo che le BR possono stabilire alleanze, preferibilmente - è immaginabile - nel campo politico-ideologico al quale si sentono più vicine.
Se queste alleanze si siano strette in occasione del delitto Moro la presente relazione non può dimostrarlo, così come la relazione di maggioranza non può dimostrare il contrario. La scarsa collaborazione offerta alla Commissione dai responsabili dei servizi di sicurezza e di informazione, e la scarsa convinzione con cui la Commissione, nella sua maggioranza, ha approfondito l'argomento, infatti, non hanno consentito di formulare ipotesi convincenti. Quello che è certo, però, è che la lectio facilior e la lectio difficilior di cui si è parlato nella premessa della presente relazione non si contraddicono necessariamente: la volontà soggettiva delle BR di colpire, attraverso Moro, il cuore dello Stato può essersi incontrata con altre e più complesse intenzioni politiche. Anche questo è un interrogativo al quale la Commissione non ha saputo rispondere.




 

 

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