FISICA/MENTE

p. 417

 

RELAZIONE DI MINORANZA DEL DEPUTATO
EGIDIO STERPA
(Gruppo parlamentare del PLI)
 http://www.apolis.com/moro/

Sono stato chiamato a far parte della "Commissione Moro" sul finire dell'inchiesta come rappresentante del gruppo liberale della Camera in sostituzione dell'on. Biondi nominato ministro nel governo Fanfani.
Non ho potuto, perciò, seguire passo per passo tutta l'attività dell'inchiesta parlamentare, l'esame dei testimoni, l'audizione delle autorità preposte ai vari settori amministrativi, le deposizioni o le confessioni dei terroristi "pentiti" o no.
Non ho potuto, in sostanza, formarmi lentamente delle convinzioni e provarle e riprovarle al banco dei fatti e del contraddittorio.
Non ho potuto neanche sfogliare tutte le migliaia di pagine dei documenti acquisiti.
Non ho potuto né guardare in faccia né ascoltare la voce di tutti gli interrogati.
Non ho potuto rivolgere tutte le domande che come parlamentare, ma anche come cittadino, le indiscrezioni della stampa facevano sorgere nella mia mente come in quella di tanti italiani.
Sento il dovere di fare questa dichiarazione iniziale per lealtà. Con altrettanta chiarezza, però, devo dire che non mi sento di sottoscrivere le relazioni di altri colleghi o gruppi parlamentari per due motivi sostanziali:
1) non avendo partecipato a tutte le 88 sedute della Commissione né ascoltato tutte le 100 persone interrogate, la mia sarebbe un'adesione meramente formale;
2) nell'ottimo lavoro fatto dai commissari relatori, di cui dò atto volentieri, c'è, è vero, un tentativo di ricostruzione storica e politica del "caso Moro" ma vi si notano, tra non poche contraddizioni, venature di strumentalizzazione politica.
Non volendo rifugiarmi sia come deputato che come cittadino dietro la formula dell'astensione su un tema così scottante, ho ritenuto altrettanto doveroso esprimere una mia opinione, che è frutto di riflessioni maturate in questi pochi mesi di presenza nella Commissione e di impressioni o convinzioni che mi sono formato negli ultimi anni sulla base di ricerche giornalistiche e letture varie sul problema del terrorismo.
Consegno questa mia breve relazione agli atti del Parlamento come testimonianza morale più che con la pretesa di dare un contributo "pro veritate".
Ritengo però che le osservazioni e le obiezioni che mi proverò a fare potranno servire quanto meno a portare quel tanto di problematicità necessaria nella valutazione di vicende e testimonianze che, nonostante il lavoro fatto da tanti autorevoli colleghi della Commissione, non offrono alcuna certezza soprattutto per alcuni aspetti fondamentali dell'inchiesta, e segnatamente:
 

418

a) sul punto 1) dell'articolo 1 della legge 597 del 23 novembre 1979 istitutiva della Commissione parlamentare, là dove si pone in quesito sulla "strategia e gli obiettivi perseguiti dai terroristi" che sequestrarono l'on. Aldo Moro;
b)sul comma b) dello stesso punto 1) dell'articolo 1, là dove si pone il quesito "se Aldo Moro abbia ricevuto, nei mesi precedenti il rapimento, minacce o avvertimenti diretti a fargli abbandonare la vita politica."
Su questi due punti particolarmente si notano contraddizioni e tentativi di strumentalizzazione politica che hanno dato luogo del resto a dissidi, contrasti, pareri diversi in seno alla Commissione. Di ciò è prova il travagliato susseguirsi delle stesure della bozza di relazione finale, quasi un estenuante labor limae.
In taluni momenti e per alcuni punti della stessa relazione si è avuta l'impressione che certe forze parlamentari si sforzassero di conciliare l'inconciliabile piuttosto che di capire la realtà o quanto meno di descriverla così come è apparsa alla luce delle testimonianze o delle poche certezze desunte o provate.
Prima di passare alle riflessioni sui quesiti posti dalla legge istitutiva della Commissione e su taluni aspetti dell'indagine, non è inopportuna qualche osservazione sulle modalità con le quali vengono condotte le inchieste parlamentari.
L'articolo 82 della Costituzione, che disciplina le inchieste, non è in discussione. Assai discutibile invece è il modo in cui il Parlamento e le forze politiche praticamente le regolano e le conducono e soprattutto come le hanno regolate e condotte nel corso dell'ottava legislatura.
L'esperienza ha insegnato che bisogna evitare quanto meno commissioni bicamerali pletoriche, indagini troppo vaste e tempi intollerabilmente lunghi, divenuti tali anche per effetto di proroghe divenute prassi costante, come nel caso della "Moro" e della "P2".
C'è un altro aspetto su cui non è neppure inopportuna qualche osservazione.
Ogni inchiesta parlamentare disposta a norma dell'articolo 82 della Costituzione comporta due attività diverse, che però finiscono con l'intrecciarsi inestricabilmente: l'investigazione giudiziaria e l'indagine politica. Ebbene, soprattutto nell'ottava legislatura, sono diventate una regola le inchieste parlamentari su fatti già oggetto di giudizi penali.
Non s'intende, con ciò, esprimere critiche radicalmente negative a questa prassi, perché indubbiamente il Parlamento, in quanto espressione della sovranità popolare, ha il diritto e il dovere di indagare su taluni eventi e fenomeni. Ma il punto è come queste inchieste vengono eseguite, come tener separati il procedimento penale e l'indagine parlamentare che hanno certamente scopi distinti.
E' questo, un punto dolente delle inchieste parlamentari. Non di rado, per non dire sempre in quest'ottava legislatura, l'oggetto, i modi e i tempi di tali inchieste, non senza colpa di alcuni e dolo di altri, hanno stemperato e frantumato i buoni propositi in macchinosi procedimenti parlamentari al servizio della cronaca nera, politica e comune, i quali hanno più sollevato dubbi sconcertanti che appurato verità confortanti.
E veniamo all'oggetto specifico di questa mia relazione.
La legge istitutiva della Commissione fissa due obiettivi:
1) un'inchiesta sulla "strage di via Fani, il sequestro e l'assassinio di
 

419

Aldo Moro, la strategia e gli obiettivi perseguiti dai terroristi e ogni fatto, comportamento e notizia comunque relativi a quei tragici eventi";
2) un'inchiesta sul "terrorismo in Italia".
Nel quadro di questi due obiettivi fondamentali vengono posti poi una serie di quesiti, taluni che potevano essere demandati proficuamente a qualche ufficiale di polizia (lettera c dell'art. 1: "eventuali carenze di adeguate misure di prevenzione e tutela della persona di Aldo Moro"), talaltri addirittura oscuri e sibillini, talché richiedono essi stessi una speciale indagine per capirli (lettera g dell'art. 1: "quali siano stati i motivi o i criteri che hanno determinato la continua, graduale divulgazione di notizie, fatti e documenti, ivi comprese le lettere scritte da Aldo Moro durante il sequestro ... ").
Il secondo obiettivo, quello fissato nel punto 2 dell'art. 1, è, più che un quesito, una questione storica, che la fretta sconsiderata o considerazioni sottilissime fecero inserire in una legge di inchiesta. A tale questione ("eventi criminosi e terroristici tendenti al sovvertimento delle istituzioni", "natura e caratteristiche fondamentali delle organizzazioni terroristiche" "fonti di finanziamento", "metodi di reclutamento", "addestramento dei militanti", "eventuali connivenza", "collegamenti con organismi italiani o stranieri", etc.) in verità solo il tempo e la storia daranno forse risposte.
L'inchiesta ha finito così con l'incunearsi tra due estremi: l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande. Da qui i dissidi, i contrasti, i pareri diversi, che erano inevitabili, come s'è già detto, per la commissione dell'investigazione giudiziaria con l'indagine politica. Di qui anche le incertezze, l'annaspamento nella ricerca di responsabilità politiche e tecniche, l'impantanamento nella politicizzazione fino al punto da scadere, alla stretta finale, in urto di fazioni miranti a spiegare, se non a giustificare, oggi il loro comportamento di allora, come se esse e il loro comportamento fossero oggetto dell'inchiesta.
In tal modo si è perduto molto, troppo tempo in polemiche e strumentalizzazioni fin dall'inizio dell'inchiesta.
La Commissione s'insediò il 10 gennaio 1980, discusse di problemi procedurali fino al 22 febbraio dello stesso anno, quando approvò in proposito un documento, ebbe fin dalle sue prime battute momenti di difficoltà operativa con l'abbandono dei lavori da parte dei commissari del MSI-DN (caso Mancini), le successive dimissioni del presidente Biasini, la nomina del nuovo presidente Schietroma, poi sostituito dal terzo presidente Valiante in data 31 luglio 1981.
Altro intoppo fu costituito dalle dimissioni, in data 28 novembre 1980, dei commissari del gruppo socialista, i quali lamentarono che l'azione della Commissione tendesse a diventare una sorta di processo politico "contro una tesi, una condotta e una forza politica."
Tutte queste vicende politico-procedurali distrassero in realtà la Commissione da quello che doveva essere un lavoro mirato, e così gli otto mesi previsti dalla legge 597 furono allungati con leggi di proroga prima al 24 dicembre 1980, poi al 31 dicembre 1981, quindi al 31 dicembre 1982, infine al 30 giugno 1983.
Qual è stato il risultato di tanti mesi di vita della Commissione?
Certo è stato fatto un lavoro non disprezzabile: come s'è detto, dal 23 maggio 1980 al 19 aprile 1983, con 88 sedute sono state ascoltate ben 100 persone, sotto gli occhi dei commissari sono passati testimoni, terroristi
 

420

pentiti o no, autorità, migliaia di pagine di documenti acquisiti. Taluni commissari si sono sottoposti a un lavoro di sintesi pesante e difficile per compilare relazioni, ed essi meritano un sincero ringraziamento.
Questo lavoro di sintesi è servito moltissimo al sottoscritto, che non ha potuto partecipare - non per propria colpa, come già detto, ma perché nominato commissario all'ultimo momento - a tutte le vicende e lavori della Commissione.
Un ringraziamento merita l'on. Sciascia, che ha scritto una relazione carica di emozione etica ed estetica, che anche per il suo pregio letterario resterà nella storia del nostro Parlamento e servirà di certo a fare un po' di luce sugli anni bui dell'Italia terrorizzata.
Ma chi scrive questa relazione non può tacere la delusione per il sostanziale fallimento politico dell'inchiesta voluta dalla legge 597.
Mi limiterò ad analizzare quelli che appaiono i punti fondamentali dell'inchiesta stessa.
 

1) La strage di via Fani, il sequestro e l'assassinio di Moro.

Su questo punto fondamentale, che è il fatto da cui è scaturita la volontà d'indagine parlamentare, il fallimento è pressoché totale. Forse non è colpa di nessuno, ma è d'obbligo sottolineare il nulla di accertato e di sicuro sul fatto.
Come avvenne la strage e il rapimento? Chi fece parte del commando
che compì la strage e sequestrò Moro? Dove, come e da chi venne tenuto prigioniero Moro durante 54 giorni?
Sono domande che non hanno trovato finora una risposta.
Non c'è a tutt'oggi - lo riconoscono anche i commissari relatori - una versione provata o raccontata da uno o più protagonisti. Manca una ricostruzione completa e sicura della preparazione e dell'esecuzione dell'assalto di via Fani, della ritirata dei terroristi, dei loro nascondigli, dei 54 giorni della detenzione del loro prigioniero.
La Commissione, è vero, ha acquisito una vasta documentazione sulla gestione del sequestro di Moro da parte delle BR (interrogatori di terroristi pentiti o comunque che hanno espresso la volontà di abbandonare la lotta armata e di collaborare con le autorità inquirenti), ma è mancato il racconto di qualcuno che ha partecipato direttamente al fatto.
Tutti coloro che hanno testimoniato si sono limitati a riferire quanto, a loro dire, hanno appreso dai protagonisti oppure quanto hanno raccolto all'interno delle varie organizzazioni terroristiche di cui facevano parte. Neppure uomini come Antonio Savasta, Patrizio Peci e Valerio Morucci, tre personaggi di rilievo del terrorismo, sono stati in grado, o non hanno voluto, di rendere deposizioni da considerare inoppugnabili sulla prigionia e l'assassinio di Moro.
Questa grossa lacuna, obiettivamente, inficia in modo grave - anche se non per colpa dei commissari - il risultato dell'inchiesta. Di ciò che accadde a partire dalle ore 8,55 del 16 marzo 1978 in via Mario Fani a Roma fino al 9 maggio, e cioè dei 54 giorni più drammatici della storia della Repubblica, si hanno purtroppo solo ricostruzioni approssimative, frutto in parte di testimonianze indirette, in parte di racconti casuali di spettatori di episodi parziali del fatto, in gran parte di deduzioni più o meno logiche, più o meno confortate da indizi.

421

2) Disfunzioni, omissioni e responsabilità nella direzione e nell'espletamento delle indagini dopo via Fani.

La conclusione cui si arriva quasi naturalmente è che le indagini sul caso più clamoroso di sequestro politico furono svolte affannosamente e confusamente, senza strategia e senza obiettivi mirati. Fu la prova della grande inefficienza dei servizi di sicurezza e della mancanza di una intelligente e sistematica capacità di intervento delle forze di polizia, che peraltro scesero in campo in numero ingente effettuando migliaia di controlli, perquisizioni, accertamenti, rastrellamenti. Anche reparti dell'esercito vennero utilizzati per le ricerche e i controlli. Dal 16 marzo al 10 maggio 1978 circa 13 mila uomini impiegati giornalmente effettuarono 72.460 posti di blocco, di cui 6.296 nella cinta urbana di Roma; 37.702 perquisizioni domiciliari, di cui 6.933 nella cinta urbana di Roma; 6.413.713 controlli di persona, di cui 167.409 nella cinta urbana di Roma.
Nonostante tanto dispiego di forze, si è appurato - ed è sconcertante che all'epoca del caso Moro era in vigore un sistema di pianificazione per l'ordine pubblico che risaliva agli anni '50. Esso prevedeva - annota la Commissione in un suo documento - fenomeni di grave turbamento eversivo da parte di masse ma non azioni di tipo terroristico.
Sta di fatto che i terroristi in quei giorni hanno continuato a muoversi senza difficoltà: furono recapitate 24 lettere di Moro dalla prigione, furono diffusi 9 comunicati delle BR, furono compiuti due omicidi (a Torino fu ucciso l'l1 aprile l'agente di custodia Lorenzo Cotugno; a Milano il 20 aprile fu ucciso il maresciallo degli agenti di custodia Francesco Di Cataldo), 6 ferimenti, 5 incendi d'auto, un attentato ad una caserma dei carabinieri.
L'episodio più clamoroso fu quello del covo di via Gradoli, definito giustamente una occasione mancata. Più tardi, quando finalmente la polizia penetrò, dopo una segnalazione, nello stesso covo venne scoperto materiale prezioso per le indagini. Ma ormai era tardi.
Vi fu, poi, la "retata" degli autonomi del 3 aprile e del 6 maggio 1978. La polizia romana fermò e denunciò complessivamente 60 persone per partecipazione ad associazione sovversiva, scarcerandole poi tutte dopo qualche giorno. Tra costoro erano nomi come Valerio Morucci, Adriana Faranda, Stefano Ceriani Sebregondi, Renata Bruschi, Lanfranco Pace, Daniele Pifano, Franco Piperno, Maria Fiora Pirri Ardizzone, Bruno Seghetti.
Ancora:tra le foto di terroristi ricercati diffuse il pomeriggio del 16 marzo, e cioè subito dopo il fatto di via Fani, ve ne erano due di persone già in carcere e due che si riferivano alla stessa persona indicata con nomi diversi. Qui si raggiunse il grottesco.
Significative sono alcune deposizioni.
Onorevole Cossiga, allora ministro dell'interno: "Le forze di polizia potevano fronteggiare episodi sporadici di terrorismo, ma lo Stato nel suo complesso non era preparato ad affrontare fenomeni terroristici tipo caso Moro da un punto di vista ordinamentale e organizzativo."
Generale Corsini, comandante dell'Arma dei carabinieri: "Il terrorismo è passato da obiettivi fino ad allora considerati normali ad obiettivi impensabili senza immaginare le profonde ramificazioni, prendendoci in contropiede dopo un lungo periodo di incubazione."
 

422

Il Capo della polizia, il prefetto Parlato: "All'epoca della tragedia di via Fani ci siamo trovati in una condizione di vacanza dei servizi di sicurezza".
Generale Giudice, comandante della Guardia di Finanza: "Può essersi verificata qualche disfunzione per lo scarso peso che in quel momento avevano gli organi informativi dello Stato. Mi riferisco particolarmente al SISMI e al SISDE".
Dunque: indagini fatte a caso, senza un organo coordinatore, senza un'organizzazione investigativa efficiente, senza un "patrimonio" di conoscenza del fenomeno terroristico, senza piani né per la prevenzione né per la repressione. Lo scompaginamento dei servizi informativi operato a suo tempo ebbe in sostanza una conseguenza nefasta.
Solo più tardi - ma ci volle la tragedia di via Fani - si affidò l'incarico di coordinamento della lotta contro il terrorismo al gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Scoordinamento nelle indagini vi fu anche nell'opera della magistratura. Il dottor Luciano Infelisi, sostituto procuratore della Repubblica di Roma, che ebbe la responsabilità dell'indagine fino al 29 aprile 1978, ha dichiarato alla Commissione che si trovò a dover occuparsi del clamoroso caso Moro insieme con casi di furto, normali udienze dibattimentali, senza avere a disposizione "alcun ufficiale di polizia giudiziaria, con una sola dattilografa e senza neanche un telefono nella stanza." Quando egli se ne lamentò con i superiori, la risposta fu che "bisognava arrangiarsi".
Il Procuratore capo della Repubblica di Roma, dottor Giovanni De Matteo, ha ammesso che nella fase delle indagini preliminari si brancolava nel buio.
Il Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Roma, dottor Pietro Pascalino, ha deposto a sua volta che in quei giorni si fecero operazioni di parata più che ricerche.
Si verificarono naturalmente conflitti di competenze tra polizia e carabinieri, tra questi e la magistratura, con le autorità politiche e quelle militari, con ritardi, omissioni, indagini alla cieca. E' quasi incredibile il fatto che una borsa e un portamonete siano stati rinvenuti nell'auto dell'on. Moro, che era stata portata nel cortile della Questura di Roma, solo dopo cinque giorni.
 

3) L'ipotesi che l'onorevole Moro abbia ricevuto, nei mesi precedenti il rapimento, minacce o avvertimenti diretti a fargli abbandonare l'attività politica.

questa l'ipotesi su cui si sono accentrate le maggiori strumentalizzazioni politiche. Chi vi ha fatto ricorso parte dalla tesi che le BR con il sequestro dell'onorevole Moro intendevano colpire soprattutto il progetto politico del presidente della DC, che era quello di coinvolgere "tutte le grandi componenti democratiche nella direzione del paese." Ma un conto è che le BR individuassero nel progetto Moro un momento "d'importanza decisiva per le centrali imperialiste", e quindi si proponessero di distruggere gli uomini che costituivano il punto di forza del nuovo schieramento, altro è che dietro questa reazione delle stesse BR potesse esserci una volontà politica esterna.
Su questa ipotesi si sono costruite addirittura storie di fantapolitica
 

423

che non hanno trovato alcun riscontro in testimonianze autorevoli e di grande credito.
Andreotti, Zaccagnini e Cossiga hanno testimoniato di non aver mai saputo da Moro né da altri che egli fosse stato oggetto di minacce, né mai egli manifestò timori personali.
Il dottor Rana, collaboratore di Moro, ha escluso che da ambienti internazionali siano mai giunti avvertimenti perché il presidente della DC abbandonasse la sua linea politica di mediazione col PCI. Lo stesso dottor Rana, è vero, dice che Moro espresse qualche preoccupazione per la sua famiglia quando venne rapito a Napoli il figlio dell'onorevole De Martino. E' la tesi sostenuta anche dal dottor Freato, che durante la sua deposizione qualificò Moro come persona apprensiva, e dell'avvocato Manzari, ex capo di Gabinetto dello stesso Moro.
Il fratello di Moro il giudice Carlo Alfredo, ha dichiarato che mai il congiunto gli fece cenno di minacce ricevute.
Il figlio Giovanni, al contrario, ha affermato che all'inizio del 1978 il padre espresse il timore che le grandi potenze potevano avere interesse ad arrestare il processo di unificazione delle forze politiche popolari di cui egli era il propugnatore. Ciò, sostenne il figlio, avvenne in occasione di un attentato delle BR.
C'è poi l'episodio, sui cui tanto si è soffermata la stampa, dell'incontro Kissinger-Moro negli Stati Uniti. La signora Moro, i figli Giovanni e Agnese e il dottor Guerzoni, capo ufficio stampa di Moro, hanno dichiarato che effettivamente l'allora ministro degli esteri ricevette in quel viaggio (dal 24 al 28 settembre 1974) minacce o avvertimenti durante un ricevimento ufficiale.
L'episodio, con relativo malore del protagonista, è troppo noto perché ci si soffermi qui a descriverlo. Ma è sintomatico che il figlio Giovanni sia incorso in un errore di data, che la figlia Agnese non abbia saputo dire in quale dei viaggi l'episodio si sia verificato, e che il dottor Guerzoni abbia affermato di aver ricevuto l'informazione dal maresciallo Leonardi, il capo della scorta ucciso in via Fani.
Perentori, su quest'episodio, sono stati l'interprete ufficiale del Ministero degli esteri, la signora Carla Lonigro, che accompagnava Moro all'estero, e il medico personale e amico dello statista, il professor Mario Giacovazzo. La signora Lonigro ha dichiarato di non aver mai notato un'atmosfera di tensione tra Moro e Kissinger. Il professor Giacovazzo ha smentito che il malore da cui fu colto Moro nella chiesa di S. Patrick a New York fosse diplomatico e conseguente al dissidio con Kissinger. Si trattò di malore autentico, di cui del resto Moro ogni tanto soffriva. Il professor Giacovazzo, amico oltre che medico curante di Moro, ha chiaramente lasciato intendere che se lo statista fosse stato oggetto di minacce o avvertimenti certamente egli ne sarebbe venuto a conoscenza.
Sono, dunque, senza obiettivi riscontri certe ipotesi avanzate su presunte minacce internazionali e segnatamente provenienti da ambienti statunitensi.
Recentemente l'ex ambasciatore Roberto Gaja, in uno scritto pubblicato sul quotidiano Il Tempo di Roma il 26 giugno 1983, reca una testimonianza contro la cosiddetta "pista americana". "Vorrei ricordare - egli scrive - i colloqui che ebbero luogo a Roma nel giugno del 1975, in occasione della visita di Ford e di Kissinger, e quelli che si svolsero nel 1976 in
 

424

margine al vertice di Portorico. Furono, queste, due altre occasioni in cui Moro e Kissinger si incontrarono e discussero problemi di attualità. Se ci fosse stato effettivamente uno scontro fra i due statisti nel 1974, sarebbe certo stato possibile rilevarne traccia nel corso degli incontri successivi."
Dopo alcune altre considerazioni, Roberto Gaia annota ancora: "Si dovrebbe quindi concludere che l'episodio di Washington del settembre 1974 è, in base alle circostanze, inverosimile... Da ultimo, credo che varrebbe la pena di notare che, in tutti questi anni, che hanno permesso di approfondire le indagini circa l'attività e l'ispirazione delle Brigate Rosse e dei movimenti ad esse collegati, nessun elemento è emerso che possa far pensare a contatti con enti americani. Sono emersi invece contatti delle Brigate Rosse a fini addestrativi ed operativi, con servizi ed organizzazioni di ben altra collocazione geografica e politica."
E su questo punto si può finire qui. L'inconsistenza di certe ipotesi è più che palese.

4) La storia delle organizzazioni terroristiche.

Ho già detto che il punto 2 dell'art. 1 della legge costitutiva della Commissione Moro pone una questione grossa che solo la fretta sconsiderata o considerazioni sottilissime hanno fatto inserire come quesito per una inchiesta parlamentare. In verità ciò che ha raccolto finora la Commissione (documenti, interrogatori, testimonianze, etc.) è di sicuro materiale per gli storici, ma non è certo un consesso di 40 pur illustri parlamentari a poter scrivere la storia di un fenomeno così complesso e tanto vicino, che al contrario richiede il tempo e il distacco politico necessari che in condizioni e frangenti come il nostro sicuramente mancano.
Anche qui i pur apprezzabili tentativi dei commissari che si sono cimentati in un'opera di sintesi non mi pare siano approdati a risultati definitivi. Anzi. Sarebbe stato meglio, assai meglio, se i legislatori avessero espunto quel comma del punto 2 inutilmente retorico e presuntivo.
Il pur vero che chi volle quella legge considerò l'analisi generale del fenomeno terroristico come un elemento importante per poter inquadrare l'evento di via Fani in un più ampio contesto, ma di fatto si è finito, come già detto, con l'annegare i tanti sforzi indispensabili per mirare all'oggetto specifico dell'inchiesta nel mare magno di un problema infinitamente grande che avrebbe richiesto ben altro impegno e ben altro distacco storico.



Torna alla pagina principale