FISICA/MENTE

 

 

Articoli
pubblicati sui principali quotidiani italiani
durante il sequestro di Aldo Moro
(16 marzo - 9 maggio 1978)

 


Ho rintracciato molti articoli dell'epoca. Alcuni ne mancano e sono quelli solo indicati. Si ringrazia in anticipo chiunque voglia inviarmeli.


 

1 E' il momento dell'unità per salvare la democrazia
Repubblica Editoriale, 16 marzo

 

2 Queste ore tristissime
Editoriale, la Repubblica 18 marzo

Quarantotto angosciose e tristissime ore sono passate dal massacro di Monte Mario e dal rapimento di Aldo Moro, durante le quali l'analisi delle conseguenze politiche di quel fatto ha ceduto il campo all'emozione, agli appelli alla concordia nazionale, alla necessità di una ferma reazione nei confronti degli eversori d'ogni risma, calibro e specie. Ma la politica, dopo un sia pur breve intervallo, spunta di nuovo e chiede il suo spazio. E spunta sotto la forma di almeno quattro questioni, che sarebbe difficile elencare in ordine d'importanza, tanto sono concatenate l'una all'altra e tutte di eguale peso sulla nostra situazione attuale. Le quattro questioni sono: 1) La nuova maggioranza parlamentare dopo il trauma del rapimento di Aldo Moro. 2) Le eventuali misure eccezionali di ordine pubblico che il governo dovrebbe prendere. 3) La Dc senza la guida del suo leader. 4) La risposta del governo all'eventuale richiesta d'uno scambio di prigionieri da parte delle Br. La nuova maggioranza. In realtà essa è nata soltanto pochi minuti dopo che si era diffusa la notizia dell'agguato. Fino a quel momento si era trattato di un accordo di vertice, raggiunto con procedure e contenuti assai discutibili e discussi. In seno alla Dc le opposizioni erano tutt'altro che placate ed alcuni parlamentari di quel partito erano fermamente decisi a rompere la disciplina nel voto di fiducia. Ma anche dentro al Pci gli umori, dopo lo "sgorbio" della lista ministeriale, erano tutt'altro che lieti, tant'è che la direzione del partito allargata ai direttivi dei gruppi parlamentari era stata convocata per le due del pomeriggio, subito dopo il discorso del presidente del consiglio e non era affatto garantito che la fiducia sarebbe stata concessa. Questo era lo stato dei fatti fino alle nove del mattino di giovedì. Alla base poi gli umori erano ancor più contrastanti e i dissensi più vivi. La notizia dell'agguato a Moro ha spazzato via d'un colpo le perplessità ed ha unito le forze politiche, al vertice e alla base, ancora una volta. Era uno spettacolo assai insolito vedere giovedì pomeriggio, nell'immensa piazza di San Giovanni in Laterano, a Roma, un mare di bandiere rosse e un mare di bandiere bianche democristiane sventolare insieme. Questi accostamenti non sono mai soltanto scenici, prova ne sia che fino a quel giorno una scenografia di quel genere non l'avevamo mai vista. In sostanza: la nuova maggioranza esce rafforzata dal terribile episodio e col proposito di lavorare a fondo, sul serio, con uno stile nuovo. Il perché è evidente: se così non avvenisse, la nuova maggioranza e tutta la classe politica sanno di essere condannate e, insieme con loro, la democrazia in Italia. Seconda questione: le misure eccezionali. Tutti sono persuasi che l'apparato di prevenzione e di repressione del terrorismo debba essere radicalmente riorganizzato. E tutti sono altrettanto convinti che le norme processuali che regolano questo tipo di giudizi debbano essere riviste affinché non lascino appigli pretestuosi all'ostruzionismo di chi del processo vuole servirsi come di una macchina contro lo Stato. Ma a questo punto, l'unanimità dei consensi s'interrompe e le opinioni si divaricano tra coloro che invocano misure eccezionali e innovative delle garanzie costituzionali e coloro che a tali misure sono decisamente contrari. Noi siamo tra quelli che riterrebbero estremamente pericoloso imboccare la via delle misure eccezionali, che nessun concreto risultato possono produrre nella lotta contro nemici clandestini e inafferrabili, rischiando invece di far "imbarbarire" le istituzioni, che è per l'appunto uno degli obiettivi su cui puntano i terroristi. Su questa stessa posizione abbiamo il conforto di veder schierati tutti i partiti di sinistra, la maggior parte della Dc e il governo al completo. Terza questione: lo stato della Democrazia cristiana senza Moro. Gli italiani, senza distinzione di classe e di opinioni, si augurano che Moro sia presto liberato e torni alle sue incombenze politiche. Ma nessuno si nasconde che l'assenza potrebbe essere lunga e molti temono il peggio. All'interno della Dc, in questo momento, c'è un solo uomo che possa sostituire Moro nella sua funzione di raccordo, di moderazione e al tempo stesso di stimolo, ed è Andreotti. Ma Andreotti è debole nel partito. Se Moro dovesse mancare a lungo, le forze centrifughe nella Dc rischierebbero d'accrescersi, con danno non soltanto di quel partito, ma per tutto il paese. Il vero punto nero della situazione politica attuale è soprattutto questo. Infine il problema dei prigionieri. Ieri ne abbiamo appena accennato. Non era ancora un problema attuale, si ignorava addirittura se Moro fosse vivo, non sembrava il caso di introdurre prematuramente nel dibattito un tema così crudele. Oggi però cominciano ad arrivare messaggi più attendibili dai rapitori. E' dunque venuto il momento di parlare con chiarezza su una questione così umana e così politica al tempo stesso, affinché su di essa non si creino dolorose lacerazioni. Lo scambio dei prigionieri non soltanto è impossibile, ma è addirittura improponibile. Le ragioni sono molte. Ma, almeno per ora, sembra superfluo elencarle tutte. Ne basti una sola, che non è neppure di principio ma di fatto: lo Stato rifiutò lo scambio quando fu chiesto per il giudice Sossi. Non può usare per il presidente della Dc un trattamento diverso da quello che fu deciso per un semplice magistrato.

 

3 Una città divisa tra paura e reazione
e c'è chi è pronto a scendere in piazza

Giorgio Bocca, la Repubblica 22 marzo

TORINO, 21. - La paura si dice è una cattiva consigliera e la paura a Torino c'è: paura del terrorismo, ma anche di tutto ciò che al terrorismo può appendersi. La sera del rapimento di Moro, quartieri "fuorilegge" come la Falchera e le Vallette, si sono messi da soli in stato di assedio, di coprifuoco, porte e persiane chiuse, per paura di tutto e di tutti, di quelli che rubano e di quelli che scappano, paura di un prossimo infido e violento. E poi le paure più sottili diffuse in tutti i ceti sociali: di un terrorismo che colpisce anche la povera gente come il maresciallo Berardi o il cittadino qualsiasi come i cronometristi e i capetti Fiat; e la paura di essere messi all'indice come simpatizzanti del terrorismo o come diversi. Risulta impossibile dire a quale tipo di paura si legano i quindici professori che hanno rifiutato di fare i giudici popolari; o la piccola borghesia poujadista che dice anche a chi non lo vuol sentire: "Io ho tirato giù le saracinesche per quei cinque disgraziati di poliziotti. Non certo per Moro". Ma c'è un segno della paura e del conformismo anche nella raccolta delle firme contro la violenza che va bene e benissimo negli uffici pubblici diretti dai comunisti e dai socialisti, Comune e Provincia municipalizzate e male, malissimo negli uffici privati. Chi dall'estrema sinistra dice che lo sciopero del 16 marzo è riuscito parzialmente mente per la faziosità politica: lo sciopero è stato impressionante, si sono vuotate anche le piccole fabbriche, a Mirafiori, anche senza i picchetti sindacali, sarebbero entrati per il secondo turno poche centinaia di operai. C'è stata senza dubbio una mobilitazione popolare e operaia crescente: fiacchissima per l'attentato a Casalegno, notevole per il maresciallo Berardi, forte per l'attentato di Roma. Ma il primo a sapere che "la necessità di un'unità sincera non è ancora acquisita fino in fondo" è il partito comunista che domenica ha riunito sindacalisti e dirigenti di sezione o di quartiere, per dirsi l'intera e non sempre piacevole verità. Chi sono i torinesi pronti a scendere in piazza o a impegnarsi sul luogo di lavoro contro il terrorismo? Otto su dieci sono comunisti. Quanti in percentuale? Se si giudica dalle manifestazioni e dalla loro risonanza si può dire che oggi, per grande approssimazione il trenta per cento dei torinesi attivi è pronto a partecipare. Pur che si tratti di una partecipazione di massa corale unitaria. Il giorno in cui alla porta numero sette di Mirafiori si sono presentati i partigiani comunisti Comollo e Nicola con uno dei democristiani feriti, il consigliere Poddu, su duemila operai usciti i firmatari dell'appello sono stati 150. Pochi o molti? Chi conosce le cifre vere dei periodi di rischio e di paura può dire tranquillamente molti, quanti bastano a mobilitare, nelle ore decisive, il trenta per cento pronto a muoversi. Nessuno dunque si stupisca o si scandalizzi quando si dice che l'area grigia torinese, nelle fabbriche e negli uffici, copre almeno il sessanta per cento dei cittadini attivi, cioè di coloro di cui si possano osservare sui luoghi di lavoro gli atteggiamenti. Resta un dieci per cento che sta di fronte al terrorismo in una posizione ambigua e favorevole. Quanti sono i simpatizzanti attivi del terrorismo? Quelli che mettono i volantini alla Fiat Mirafiori, alla Olivetti, alla Singer o che osano distribuirli a Orbassano, mentre parla il comunista Giuliano Ferrara? Meno dell'uno per cento: o giovanissimi o anziani. Perché questo è l'aspetto più impressionante, ma non il più sorprendente della vicenda. Sono ritornati i vecchi stalinisti e rivoluzionari, gente sui sessant'anni che non ha mai rinunciato dentro di sé all'idea di una resa di conti rivoluzionari; tanto avanti negli anni da non poter più attendere i tempi lunghi di Berlinguer, posto che ci abbia mai creduto. Nel partito comunista si conoscono i loro nomi e si sa che possono ancora contare, incidere sull'antica avversione di classe verso i democristiani: Torino, si è detto nella riunione di Domenica, è pur sempre la città dove il vecchio tipo della gestione politica ha lasciato più tracce nella Dc. Altri hanno parlato di "persistente economicismo" per dire che c'è una fascia operaia che risponde alle richieste di impegno politico con frasi come: "Sì, ma la busta paga è sempre più leggera" "chi mi taglia il salario è il padrone". E addirittura: "Le Br? Non sono d'accordo. Ma da quando hanno sparato a Osella e Camaioni, alle Presse non tagliano più i tetti". C'è anche il partito della pena di morte. Interclassista e con adesioni dichiarate più nei ceti operaio-popolari che nella borghesia che in questi anni di trasformismo ha imparato a tacere i suoi veri e intimi sentimenti e a darsi una vernice di garantismo liberale. Lo si è visto anche tra gli avvocati: parecchi, notoriamente legati ai ceti dominanti, notoriamente di destra, hanno aderito alle eccezioni della Guidetti Serra. Ci sono anche segnali ambigui che bisogna decifrare: certi insegnanti e certi dirigenti Fiat si sono rifiutati di firmare l'appello della regione contro la violenza non da sinistra ma da destra, in odio ai sindacati, ai loro occhi per troppo tempo molli e conniventi con il terrorismo. Come nell'area dei cosiddetti simpatizzanti, ci sono anche quelli che senza avere alcunché in comune di politico con le Brigate rosse, delegano ad esse le loro vendette, contro il maresciallo di polizia che ti ha arrestato, o contro il dirigente intermedio di fabbrica che ti ha multato. Miserie della vita, ma la vita è fatta anche di esse.

 

4 Quella tragica foto di Moro
Alberto Stabile, la Repubblica 23 marzo

PALERMO, 22 - Del suo silenzio dopo il rapimento di Aldo Moro s'è detto che "fa rumore" e ne è nata una polemica. Chiediamo a Leonardo Sciascia di darcene l'interpretazione autentica. "Innanzitutto questo mio silenzio durava da un po'. Io ho scritto il Contesto e ho scritto Todo Modo. Quando mi sono presentato candidato al consiglio comunale nella lista del partito comunista ho detto che non mi sarei rimangiato una virgola del Contesto. Oggi posso dire che non mi rimangio nemmeno una virgola di Todo Modo. Come uomo, come cittadino, di fronte al caso di Moro sento lo sgomento e la pena di una qualsiasi persona che abbia sentimento e ragione. Ma, come autore di Todo Modo, rivedo nella realtà come una specie di proiezione delle cose immaginate. Questo mi ha fatto da remora nell'intervenire, come scrittore, anche per un senso di preoccupazione e di smarrimento nel vedere le cose immaginate "verificarsi" Vogliamo ricordare ai lettori l'idea centrale del romanzo? "La distruzione, anzi l'autodistruzione della Dc". E la realtà di oggi combacia con questa idea? "Pienamente, secondo me. Ma una cosa è giudicare un partito, una classe di potere, nell'astrattezza dell'immaginazione e della storia; un'altra cosa è trovarsi di fronte all'immagine di Moro prigioniero dei Brigatisti". Cosa ha pensato guardando quella foto? "Ho pensato ad un uomo che subisce violenza da altri uomini. Ho pensato che per processare un uomo di potere hanno ammazzato cinque persone senza processo. Tutto questo è atroce. La violenza posso contemplarla astrattamente, ma non vederla nella realtà. Come scrittore, potrei rallegrarmi di aver scritto Todo Modo, come uomo, in questo momento, non me ne rallegro". Qual è la sua chiave di lettura degli avvenimenti attuali? "Le Brigate rosse possono essere una monade senza finestre, di violenza e di follia ideologica, ma possono anche avere porte e finestre. Se le hanno, il problema è di vedere con chi comunicano. Cioè è da porsi la domanda che gli italiani si facevano qualche anno fa e che ora, purtroppo, non si fanno più: a chi giova?" Appunto, a chi giova? "Non ho una risposta precisa da dare, però la domanda me la pongo, e me la pongo in questi giorni febbrilmente perché vorrei sapere di che morte si deve morire". I Brigatisti sembrano aver definitivamente imboccato la strada della violenza, la più sfrenata. Perché, secondo lei? "Si può capire che ci siano tra i giovani specialmente, delle persone che vivono follemente l'ideologia rivoluzionaria e che non vedano altra possibilità che la violenza per rompere il contesto. Un contesto opprimente soprattutto per i giovani, che non so quale prospettiva possano scorgere in questa società". Mi pare di capire che lei sia poco propenso a vedere nell'operato dei terroristi il frutto di trame ordite da potenze straniere. "Per quanto riguarda gli esecutori, si tratta proprio di gente che crede follemente in quello che fa. Ma mi pare indubbio che dietro di loro ci siano dei manovratori di molta esperienza, le cui intenzioni sono molto diverse dalle illusioni che nutrono questi esecutori. Basta porsi il problema nei suoi termini militari. Un gruppo di dodici persone che esegue un'operazione come quella di rapire Moro presuppone un'organizzazione molto grossa, almeno dieci volte tanto". Ci sono gli esecutori e i cervelli. Qual è il disegno. "Secondo me tutto sta in un fatto: che Tito non può campare eternamente. Qui si sta preparando il dopo Tito". Ma, al di là della vicenda di Tito, c'è da parte di qualcuno un preciso interesse di destabilizzare la situazione politica italiana di adesso? "Prima del rapimento di Moro si doveva fare una certa analisi. Ora se ne deve fare un'altra. Ma non è facile, perché tutto quello che accade sembra casuale: una serie di avvenimenti che trovano concatenazione quasi per caso". Eppure, da molte parti è stato ampiamente previsto quel che sarebbe accaduto oggi. "Abbiamo visto tutti, più o meno, che sarebbe finita male. Ma male come? Questo non lo ha previsto nessuno". E allora che cosa si sarebbe dovuto fare e non si è fatto perché questo male non si compisse? "Quel che bisognava fare era che questa classe di potere trovasse la forza di farsi il processo da sé". Ciò contraddice la natura stessa del potere che tende sempre a conservarsi... "Tutt'altro. Questo di farsi il processo sarebbe stato per il potere l'unico modo di conservarsi. Se accanto a quello alle Br si fosse celebrato, ma con chiarezza, il processo su uno dei tanti scandali... Credo che in quel caso gli italiani avrebbero trovato un senso nell'andare a fare i giurati, nel riconoscersi nello Stato che processa i brigatisti". Dunque i motivi per non andarci restano, per lei, tali e quali a quelli che ha espresso in passato? "L'ho detto allora e lo stesso penso adesso: ci sarei andato per un dovere verso me stesso (se non fosse, scrissi, per il dovere di non aver paura, non ci andrei) non verso lo Stato. Capisco benissimo la Aglietta, che ci va non per un dovere di difendere lo Stato, ma per un dovere verso se stessa, verso le persone che stima e da cui è stimata". Ma che i giuristi si siano infine trovati è un fatto importante. "A Torino è accaduto questo: che la gente va a fare il giurato per un dovere verso il Partito comunista, non verso lo Stato. Ora, se il Pci si è sostituito allo Stato, va benissimo, però ci vuole un ultimo omaggio alla democrazia e bisogna che gli italiani lo dicano con il voto". Dunque lei continua a non riconoscersi in questo Stato? "Mi riconosco in molte persone, specialmente in molta gente che milita nel Pci. Ma non nei partiti e neanche nella nuova sinistra. Mi trovo in quella situazione che Moravia ha descritto di "estraneità che non è indifferenza". Forse la soluzione sta nella capacità di ognuno di noi di pensare, di valutare i fatti e di avere coraggio".


5 Non era questo il processo voluto da Pasolini
Giorgio Galli, la Repubblica 28 marzo

E' già stato rilevato che il secondo messaggio delle Brigate rosse, riecheggia alcuni temi che sono stati propri dell'estrema sinistra italiana, dallo stalinismo degli anni '50 alle formulazioni del '68. Si può aggiungere che l'iniziativa specifica del cosiddetto "processo" al massimo leader della Dc riprende un argomento che era stato dell'ultimo Pasolini. Questi non era congeniale al Pci stalinista (che lo aveva espulso) e aveva criticato il movimento del '68, da lui ritenuto piccolo borghese, solidarizzando, in una famosa poesia, coi poliziotti figli di contadini che fronteggiavano le manifestazioni studentesche. Eppure nel '75 Pasolini immaginava la catarsi e il rinnovamento della vita politica italiana attraverso un processo da intentarsi alla Dc quale responsabile della degradazione della società. Dopo il 15 giugno '75 Pasolini immaginava come pubblico accusatore ideale di questo processo il Pci, da egli ritenuto unico elemento di onestà in mezzo alla corruzione, unico fattore aggregante in una collettività in disgregazione. E' noto che il Pci respingeva drasticamente questa impostazione, perché impegnato nella sua linea politica di possibile collaborazione con una Dc rinnovata. Collaborazione della quale l'accesso comunista all'area di governo avrebbe dovuto costituire il primo atto significativo. Se collochiamo al giusto posto questi elementi del quadro, riusciamo a capire da quali precedenti e in quale momento acquista significato la tragica svolta della vita politica italiana che porta la data 16 marzo. Da un lato la lunga assenza di ricambio al governo ha impedito lo svilupparsi nella nostra società di elementi di cultura liberal-democratica in grado di rendere diffusa la convinzione che l'Italia potesse trasformarsi senza traumi e senza catarsi. Dall'altro lato l'ingresso del Pci nell'area di governo avviene con un ritardo ed in condizioni tali che la sfida delle Brigate rosse deriva la sua maggiore pericolosità da una situazione estremamente deteriorata. Se nella sinistra italiana è rimasta, minoritaria ma tenace, la convinzione che la Dc non fosse un partito da sostituire al governo ma un regime da abbattere con la violenza e da processare, è perché la sua identificazione con tutto il potere per un terzo di secolo in un paese di lunga tradizione cattolica ne ha fatto un caso unico in Occidente. Quando dopo il 20 giugno si è constatato che neppure una sinistra con il 47 per cento dei voti riusciva a indurre una Dc con il 39 per cento a concordare un ragionevole governo di coalizione, la convinzione della inamovibilità della Dc dal potere si è ulteriormente consolidata. Non è una giustificazione, ma un'amara constatazione il fatto che la lotta armata si sia intensificata dopo il 20 giugno '76. Pur tuttavia si era giunti a metà marzo all'accettazione del Pci nella maggioranza parlamentare. Ma di un governo la cui inadeguata composizione è stata rilevata anche da Luigi Granelli nell'intervista qui pubblicata pochi giorni fa dopo il rapimento di Moro. E' comunque al momento di ingresso del Pci nella maggioranza che le brigate rosse hanno lanciato alla sinistra una sfida che il loro ultimo messaggio contiene nei suoi termini essenziali. A mio giudizio la sfida è questa: il Pci entra nell'area di governo con tanto ritardo e in una situazione tanto deteriorata, che non riuscirà ad impedire l'ulteriore degradazione delle istituzioni. E attraverso questa disgregazione, si amplierà lo spazio per una lotta armata che riprenda alcuni temi e alcuni motivi della trentennale lotta della sinistra e soprattutto del Pci. Se questo è il terreno della sfida, a me pare che la risposta valida sia la dimostrazione da parte della sinistra che l'Italia è ancora una democrazia rappresentativa suscettibile di migliorare e non uno Stato che oscilla tra l'evidente decozione e la tentazione repressiva. Quando il Pci sostiene oggi che la nostra democrazia rappresentativa è aperta a tutte le innovazioni; quando afferma che oggi il terrorismo mira soprattutto a impedire un processo di evoluzione democratica con il Pci come protagonista, sviluppa un'analisi che ha una sua coerenza teorica, ma che richiede ancora una concreta dimostrazione politica. Cioè che l'evoluzione democratica sia possibile, che la Costituzione del 1948 possa essere applicata per intero. Ritengo anch'io che la sinistra possa ancora essere protagonista di una svolta democratica nel quadro della Costituzione. Ma occorre darne la dimostrazione a partire da subito: l'opinione pubblica e i militanti progressisti hanno subìto troppe delusioni, perché possano oggi credere sulla parola ai dirigenti del Pci e del Psi. Darne la dimostrazione subito significa non accartocciarsi sulla tematica proposta dalla lotta armata. Traggo due esempi da "La Repubblica" del 25 marzo: "Il processo Lockeed sarà rinviato", si informa a pagina 7. E a pagina 6 uno dei nostri migliori economisti, Claudio Napoleoni, eletto deputato nelle liste del Pci, scrive che le attuali deliberazioni del governo in materia di politica industriale vanno "al di là di ogni previsione, anche la peggiore, sull'inadeguatezza della legge 675 ai fini della formazione di una politica industriale dotata di senso". Ebbene: a me pare evidente che tutta la sinistra che rifiuta la lotta armata si attende dall'ingresso del Pci e del Psi nella maggioranza che si restauri lo Stato di diritto anche nei confronti dei potenti del sistema e che si ponga mano a una politica industriale dotata di senso, sostituendo immediatamente tutti i dirigenti delle imprese pubbliche responsabili del dissenso attuale. Senza segni evidenti di cambiamento, non c'è predica di politici o di intellettuali che possa rinvigorire le nostre istituzioni democratiche. E se agli intellettuali si possono chiedere analisi che siano per quanto possibile valide, tocca ai politici prendere decisioni che siano per quanto possibile risposte alle attese. Questa sembra a me la risposta adeguata alla sfida del 16 marzo.

 

6 Come risponde il Pci al comunicato delle Br
Intervista con Emanuele Macaluso la Repubblica 28 marzo

ROMA - Senatore Macaluso, lei fa parte della direzione del Pci. E' d'accordo con la definizione che da molti è stata data del messaggio numero due dei brigatisti, e cioè che si tratta di un'accozzaglia di argomenti più o meno deliranti? “Non c'è dubbio che questo documento, a parte il delirio, in effetti usi argomenti fra i più contraddittori. Da un canto esalta il terrorismo e la violenza, dall'altro lamenta l'esautoramento del Parlamento da parte dei partiti: sostiene un presunto internazionalismo proletario attraverso l'unità di tutte le centrali terroristiche ma anche mescola insieme i guerriglieri dell'America Latina e i cattolici nazionalisti dell'Ira; e potremmo continuare”. Una parte dell'opinione pubblica sostiene che certe argomentazioni politiche dei brigatisti coincidono in larga misura con quelle che, fino a non molto tempo fa, esprimeva la sinistra storica. “La differenza non sta solo nel fatto che noi abbiamo sempre combattuto il terrorismo e la violenza; ma anche nel fatto che abbiamo considerato essenziale la costruzione di un partito di massa con larghe radici e partecipazioni della classe operaia, e abbiamo lavorato per un sistema di alleanze sociali e politiche tali da rendere possibile una lotta democratica e socialista. Essenziale è stato, per un rapporto reale, non verbale, con la classe operaia, le masse lavoratrici e il popolo. Quindi, le argomentazioni politiche dei brigatisti non coincidono con quelle che sono state le nostre, appunto per questa profonda differenza di base sociale a cui richiamarsi e di strategia di avanzata al socialismo da proporre”. I brigatisti accusano Moro di aver fatto parte di un governo che venne sostenuto da voti fascisti: di essere stato segretario della Dc quando venne varato il governo Tambroni; di aver promosso il centrosinistra per dividere le forze popolari; di aver frapposto i famosi “omissis” quando si cercò di far luce sul caso Sifar-De Lorenzo. Queste accuse le mossero a suo tempo anche i comunisti e gran parte della sinistra italiana. “Anche qui c'è una differenza sostanziale. In effetti noi abbiamo criticato, spesso duramente, l'on. Moro, come dirigente della Dc, per le scelte fatte negli anni trascorsi; ma lo abbiamo fatto non per distruggere la Dc, e tanto meno per attaccarla col terrorismo e con la violenza, ma per far maturare nel suo interno contraddizioni, possibili per il carattere di questo partito; tali da spingerlo verso una collaborazione con la sinistra e quindi anche con il partito comunista. In ogni momento della nostra battaglia nei confronti dei governi della Dc, e quindi anche nei confronti di quelli presieduti da Moro, insieme con la polemica abbiamo sempre avanzato proposte positive per una collaborazione. Ricordiamoci che Togliatti propose, negli anni '50, una nostra astensione di fronte a un “governo democristiano di pace” che, pur restando nel Patto atlantico, di fronte al pericolo allora grave di una guerra atomica, avesse avuto un'iniziativa positiva per la distensione”. Il comunicato numero due dimostrerebbe, secondo l' ”Unità”, che i brigatisti si sentono isolati, e ciò sarebbe avallato dal fatto che essi riprendono una serie di tematiche che furono, sia pure in modo diverso, patrimonio del Pci; ma si può anche pensare che invece i brigatisti ritengano che in questo momento vi sono vasti settori della sinistra convinti che la politica del Pci non abbia sbocchi e pronti quindi a seguire le suggestioni delle Brigate rosse. “Ha Già detto che le tematiche che furono patrimonio dei comunisti non hanno lo stesso segno di quelle sbandierate oggi dai brigatisti. Mi pare giusta l'opinione de L' “Unità”: si sentono isolati non solo perché ci sono state in questi giorni grandi manifestazioni operaie e popolari; ma anche perché negli stessi gruppi di giovani che dissentono dalla politica del Pci si è manifestato un netto rifiuto del terrorismo e della violenza. E' vero che gruppi di giovani sono convinti che la politica del Pci è sbagliata; ma la discussione che si è accesa in proposito mette e metterà sempre più in evidenza che oggi in Italia c'è solo un'alternativa: o vince la democrazia o, sulla sconfitta di questa, non può che venire un regime autoritario di destra che negherà le libertà politiche, sindacali e civili conquistate in questi anni. Una terza via non c'è. Il confronto, e anche lo scontro, sono contenuti che questa democrazia deve avere. Esso è aperto anche all'interno dei cinque partiti che hanno dato vita alla nuova maggioranza”. Ma molti giovani pensano che ci sia una “via rivoluzionaria”. “Non sottovaluto il fatto che ci siano oggi gruppi di giovani e di lavoratori che pensano ci sia una terza via; quella della conquista del potere attraverso l'insurrezione armata. Con essi occorre discutere con fermezza, ma apertamente. Anzitutto c'è da dire che le rivoluzioni - anche armate - non si preparano col terrorismo e non sono guidate dai terroristi; solo degli avventurieri o degli sprovveduti, inoltre, possono pensare che in un paese come l'Italia, nell'Europa occidentale e nel blocco della Nato, ipotesi di questo tipo siano minimamente credibili. La conclusione di una tale ipotesi non potrebbe che essere una feroce dittatura di destra, sostenuta da tutte le forze reazionarie nazionali e internazionali”. Ma un dibattito politico in proposito e questa stessa sua intervista, non rischiano di dare dignità politica ad un gruppo che anche voi comunisti definite di criminali? “Questo pericolo c'è. Ritengo però che nel momento in cui noi denunciamo - e dobbiamo farlo sempre di più - l'azione terroristica, sanguinaria e criminale delle Br, dobbiamo al tempo stesso condurre una battaglia politica , culturale, ideale, affinché le centrali terroristiche non possano giovarsi di consensi, tolleranze, o anche neutralità”. In sostanza, secondo lei, che cosa vogliono in realtà le Br? “Da piazza Fontana ad oggi il terrorismo, pur avendo matrici diverse, ha mirato sempre a destabilizzare la democrazia. Perciò ritengo che le Br trovino sostegno da parte di tutte quelle centrali nazionali e internazionali che dal '69 ad oggi si sono poste questo obiettivo. Negli anni '69-'70-'71 c'era un movimento eversivo fascista con agganci di massa e con un chiaro obiettivo: creare panico e disordine per chiedere, poi, ordine reazionario. Subito si stabilì una convergenza tra le diverse centrali fasciste, apparati statali e centri internazionali: si ricordino gli aiuti, anche finanziari, dati dall'ambasciatore Martin al generale Miceli. Oggi il terrorismo cerca di determinare panico e sfiducia nello Stato e senso d'impotenza tali da sollecitare ancora una volta interventi di forza che nel clima che si spera di stabilire portino sempre all'ordine reazionario. Per questo ho detto che una terza via non esiste”. Lei esclude che ci siano dei brigatisti, i quali in buona fede, pensino di essere dei comunisti “rivoluzionari”? “Ritengo che tra le Br ci siano anche questo tipo di 'rivoluzionari', che noi dobbiamo combattere con vigore. Ma ritengo anche che ci siano altri che consapevolmente lavorano per destabilizzare la democrazia con l'obiettivo della dittatura di destra. D'altronde non c'è questa incompatibilità fra queste due componenti: perché anche coloro che abbiamo definito 'rivoluzionari' pensano che una dittatura di destra sposterebbe forze proletarie sul terreno “rivoluzionario”, sottraendole così all'influenza riformista del nostro partito”. Avete sempre detto che in Italia le cose vanno riviste a fondo. Avete scelto, per questo, la via della collaborazione democratica. Quali sono i tempi presumibili per raggiungere questo obiettivo? “Confermo che è necessario, anzi indispensabile, che le cose vadano riviste a fondo: nell'economia, nella scuola, negli apparati statali, negli squilibri sociali, nel risanamento della vita pubblica, affinché non si ripetano scandalosi episodi di corruzione che hanno provocato sfiducia nel paese. Operare questa svolta non è facile; sappiamo che sono ancora forti e radicate le forze che vi si oppongono. Sì, ci vorrà pazienza, ma non rassegnazione; e il realismo non deve mai diventare cinismo. Nelle settimane e nei mesi prossimi avremo alcune scadenze su tutti i punti del programma di governo concordato. Il banco di prova della nuova maggioranza sarà nel modo in cui affronterà l'eversione e il terrorismo, ma anche nel modo in cui si affronterà l'emergenza nell'economia e negli altri settori della vita pubblica”.

 

7 Polemici con i brigatisti i giovani del “Leoncavallo”
Stefano Jesurum, la Repubblica 28 marzo

MILANO – Secca risposta dei giovani del Centro Sociale Leoncavallo alle Brigate Rosse, che nel loro ultimo comunicato avevano reso omaggio "ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli, assassinati dai sicari del regime". I compagni dei due giovani hanno respinto "l'uso strumentale del nome di Fausto e Iaio da parte di un gruppo che ha scelto di inserirsi organicamente nella strategia della tensione". Così è scritto su un foglietto appeso al portone d'ingresso del "Leoncavallo", al termine di un'assemblea che i militanti del centro hanno improvvisato domenica sera: "I terroristi vogliono la confusione", dicono, "o vogliono mettere nello stesso calderone brigatisti, studenti e operai incazzati". "Onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli, assassinati dai sicari del regime". Appena si è saputo che il comunicato n. 2 delle Brigate rosse terminava con questo slogan, ci si è domandati che cosa c'entrano Fausto e Iaio con le Br. E ancora: come la prendono quelli del centro sociale Leoncavallo? Ieri il centro era chiuso. Però sulla porta, scritto a penna, c'era un foglietto: "Respingiamo l'uso strumentale del nome dei due compagni da parte di un gruppo che ha scelto di inserirsi organicamente nella strategia della tensione". E' il risultato di una mini assemblea che i più attivi del Leoncavallo hanno improvvisato domenica sera. Nessun giudizio politico: "Siamo un organismo di base, di quartiere, siamo un gruppo eterogeneo", spiega Paolo, "come centro non ci siamo mai pronunciati su problemi politici generali, nemmeno quando ci furono le elezioni. Se lo facessimo oggi sarebbe assurdo". E così, di questo inaspettato gesto delle Br, ne parliamo soltanto con Paolo, Ivo e Rita. Ma unicamente "come compagni del Leoncavallo", a titolo personale. Su un punto sono tutti e tre d'accordo: "Quando abbiamo saputo che le Br menzionavano Fausto e Iaio, la prima reazione è stata d'incazzamento. La stessa che hanno avuto tutti i compagni". Poi è stata la volta dello stupore e del ragionamento: perché? Paolo: "Bisogna pensare alla grande mobilitazione che c'è stata a Milano per i funerali. Oggi le Br, al contrario del passato, sono costrette a riagganciarsi a due compagni come Iaio e Fausto". Ivo: "Succede che in Italia lo sdegno per l'assassinio dei due compagni è stato davvero nazionale. E' la prima volta che un centro sociale, e non un partito o un'organizzazione, riesca a mobilitare e a fare controinformazione sul risvolto politico di omicidio. Le Br ne hanno tenuto conto". In piazza, però, sono venuti anche tanti comunisti... Risponde Paolo: "Un fatto emotivo, ma con un preciso risvolto politico. Il Pci si vuole mostrare garante del controllo delle masse, il giorno dei funerali non c'è riuscito. Quest'occasione le Br non potevano farsela scappare". Paolo un accenno delle Br a Fausto e Iaio se l'aspettava: "Dopo il fatto di Moro si sono isolati moltissimo dal Movimento . Così non era mai successo. Anche le frange più estreme e dure dell'Autonomia hanno dato il loro giudizio negativo". E allora? Spiega Ivo: "Per i brigatisti l'isolamento è pericolosissimo. Di qui l'esigenza di tentare di riallacciarsi con un movimento che li sta rinnegando". A questa frase Rita si mette a pensare, sembra estranearsi, poi dice: "I terroristi vogliono la confusione. Fare il nome di Fausto e Iaio nel loro comunicato può anche voler dire il tentativo di mettere nello stesso calderone i brigatisti, gli studenti, gli operai incazzati". Ma sono soltanto ipotesi e i giovani del Leoncavallo lo sanno benissimo. Rimane il fatto che le Br hanno scritto quello slogan su Fausto e Iaio. E una cosa di questo genere non era mai successa. Paura? "No", rispondono, "il Leoncavallo è un centro sociale aperto a tutti, vi vengono anche i comunisti e quelli del Consiglio di Zona. Il terrorismo, la strategia della tensione come Leoncavallo non ci dovrebbe toccare direttamente". Fatta quest'affermazione Paolo ha uno scatto: "Ho detto una fesseria. La strategia della tensione ci ha toccati da vicino con l'omicidio di Iaio e Fausto". Qualcuno ha in mano Lotta Continua di domenica. C'è scritto (e loro lo hanno sottolineato) che la frase del comunicato Br che parla di Jannucci e Tinelli "è un riconoscimento allucinante e sordido. Come amici di Iaio e Fausto glielo restituiamo: non gradito".


8 Nessun consenso dal Movimento
Fallisce il “progetto” delle Br

Carlo Rivolta, 28 marzo

 

9 La sanguinosa scalata a un paradiso disabitato
Umberto Eco, la Repubblica 29 marzo

L'attesa spasmodica di un nuovo comunicato delle Br e le concitate discussioni su come ci si sarebbe comportati in quel caso hanno portato la stampa a reagire in modo contraddittorio. C'è stato chi non ha riportato il comunicato, ma non ha potuto evitare di pubblicizzarlo con titoli a piena pagina; chi l'ha riportato, ma in caratteri così piccoli da privilegiare solo i lettori con dieci decimi di vista (discriminazione accettabile). Quanto al contenuto anche qui la reazione è stata imbarazzata, perché tutti si attendevano inconsciamente un testo disseminato di "ach so!" o di parole con cinque consonanti di seguito, così da tradire subito la mano del terrorista tedesco o dell'agente cecoslovacco, e invece ci si è trovati di fronte ad una lunga argomentazione politica. Che di argomentazione si trattasse non è sfuggito a nessuno e ai più acuti è apparso anche che era un'argomentazione diretta non al "nemico", ma agli amici potenziali, per dimostrare che le Br non sono un manipolo di disperati che menano colpi a vuoto, ma vanno viste come l'avanguardia di un movimento che si giustifica proprio sullo sfondo della situazione internazionale. Se così stanno le cose, non si reagisce affermando soltanto che il comunicato è farneticante, delirante, fumoso, folle. Esso va analizzato con calma e attenzione; solo così si potrà chiarire dove il comunicato, che parte da premesse abbastanza lucide, manifesta la fatale debolezza teorica e pratica delle Br. Dobbiamo avere il coraggio di dire che questo "delirante" messaggio contiene una premessa molto accettabile e traduce, sia pure in modo un po' abborracciato, una tesi che tutta la cultura europea e americana, dagli studenti del '68 ai teorici della Monthly Review, sino ai partiti di sinistra, ripetono da tempo. E dunque se "paranoia" c'è, non è nelle premesse ma, come vedremo, nelle conclusioni pratiche che se ne traggono. Non mi pare il caso di sorridere sul delirio del cosiddetto Sim ovvero Stato Imperialistico delle Multinazionali. Magari il modo in cui è rappresentato è un po' folkloristico, ma nessuno si nasconde che la politica internazionale planetaria non è più determinata dai singoli governi ma appunto da una rete di interessi produttivi (e chiamiamola pure la rete delle Multinazionali) la quale decide delle politiche locali, delle guerre e delle paci e - essa - stabilisce i rapporti tra mondo capitalistico, Cina, Russia e Terzo Mondo. Caso mai è interessante che le Br abbiano abbandonato la loro mitologia alla Walt Disney, per cui da una parte c'era un capitalista cattivo individuale chiamato Paperon de' Paperoni e dall'altra la Banda Bassotti, canagliesca e truffaldina è vero, ma con una sua carica estrosa di simpatia perché svaligiava a suono di espropri proletari il capitalista avaraccio ed egoista. Il gioco della Banda Bassotti l'avevano giocato i Tupamaros uruguayani, convinti che i Paperoni del Brasile e dell'Argentina si sarebbero seccati e avrebbero trasformato l'Uruguay in un secondo Viet Nam, mentre i cittadini, condotti a simpatizzare con i Bassotti, si sarebbero trasformati in tanti Vietcong. Il gioco non è riuscito perché il Brasile non si è mosso e le Multinazionali, che avevano da produrre e da vendere nel Cono Sur, hanno lasciato tornare Peron in Argentina, hanno diviso le forze rivoluzionarie o guerrigliere, hanno permesso che Peron e i suoi discendenti sprofondassero nella merda fino al collo, e a quel punto i Montoneros più svelti se ne sono fuggiti in Spagna e i più idealisti ci hanno rimesso la pelle. E' proprio perché esiste il potere delle Multinazionali (ci siamo dimenticati del Cile?) che l'idea di rivoluzione alla Che Guevara è diventata impossibile. Si fa la rivoluzione in Russia mentre tutti gli Stati europei sono impegnati in una guerra mondiale; si organizza la lunga marcia in Cina quando tutto il resto del mondo ha altro a cui pensare... Ma quando si vive in un universo in cui un sistema di interessi produttivi si avvale dell'equilibrio atomico per imporre una pace che fa comodo a tutti e manda per il cielo satelliti che si sorvegliano a vicenda, a questo punto la rivoluzione nazionale non la si fa più, perché tutto è deciso altrove. Il comportamento storico da una parte e il terrorismo dall'altra rappresentano due risposte (ovviamente antitetiche) a questa situazione. L'idea confusa che muove il terrorismo è un principio molto moderno e molto capitalistico (rispetto a cui il marxismo classico si è trovato impreparato) di Teoria dei Sistemi. I grandi sistemi non hanno testa, non hanno protagonisti e non vivono neppure sull'egoismo individuale. Quindi non si colpiscono uccidendone il Re, ma rendendoli instabili attraverso gesti di disturbo che si avvalgono proprio della loro logica: se esiste una fabbrica interamente automatizzata, essa non sarà disturbata dalla morte del padrone ma solo da una serie di informazioni aberranti inserite qua e là, che rendano difficile il lavoro dei computers che la reggono. Il terrorismo moderno finge (o crede) di avere meditato Marx, ma in effetti, anche per vie indirette, ha meditato Norbert Wiener da un lato e la letteratura di fantascienza dall'altro. Il problema è che non l'ha meditata abbastanza - né ha studiato a sufficienza cibernetica. Prova ne sia che in tutta la loro propaganda precedente le Br parlavano ancora di "colpire il cuore dello Stato", coltivando da un lato la nozione ancora ottocentesca di Stato e dall'altro l'idea che l'avversario avesse un cuore o una testa, così come nelle battaglie di un tempo, se si riusciva a colpire il re, che cavalcava davanti alle truppe, l'esercito nemico era demoralizzato e distrutto. Nell'ultimo volantino le Br abbandonano l'idea di cuore, di Stato, di capitalista cattivo, di ministro "boia". Adesso l'avversario è il sistema delle Multinazionali, di cui Moro è un commesso, al massimo un depositario di informazioni. Qual è allora l'errore di ragionamento (teorico e pratico) che a questo punto commettono le Br, specie quando si appellano, contro la multinazionale del capitale, alla multinazionale del terrorismo? Prima ingenuità. Una volta colta l'idea dei grandi sistemi, li si mitologizza di nuovo ritenendo che essi abbiano "piani segreti" di cui Moro sarebbe uno dei depositari. In realtà i grandi sistemi non hanno nulla di segreto e si sa benissimo come funzionano. Se l'equilibrio multinazionale sconsiglia la formazione di un governo di sinistra in Italia, è puerile pensare che si invii a Moro una velina in cui gli si insegna come sconfiggere la classe operaia. Basta (si fa per dire) provocare qualcosa in Sud Africa, sconvolgere il mercato di diamanti ad Amsterdam, influenzare il corso del dollaro, ed ecco che la lira entra in crisi. Seconda ingenuità. Il terrorismo non è il nemico dei grandi sistemi, ne è al contrario la contropartita naturale, accettata, prevista. Il sistema delle multinazionali non può vivere in una economia di guerra mondiale (e atomica per giunta), ma sa che non può nemmeno ridurre le spinte naturali dell'aggressività biologica o dell'insofferenza di popoli o di gruppi. Per questo accetta piccole guerre locali, che verranno di volta in volta disciplinate e ridotte da oculati interventi internazionali, e dall'altro lato accetta appunto il terrorismo. Una fabbrica qua, una fabbrica là, sconvolte da qualche sabotaggio, ma il sistema può andare avanti. Un aereo dirottato ogni tanto, ci perdono per una settimana le compagnie aeree, ma in compenso ci guadagnano le catene giornalistiche e televisive. Inoltre il terrorismo serve a dare una ragion d'essere alle polizie e agli eserciti, che a lasciarli inoperosi chiedono poi di realizzarsi in qualche conflitto più allargato. Infine il terrorismo serve a favorire interventi disciplinanti là dove un eccesso di democrazia rende la situazione poco governabile. Il capitalista "nazionale" alla Paperon de' Paperoni teme la rivolta, il furto e la rivoluzione che gli sottraggono i mezzi di produzione. Il capitalismo moderno, che investe in paesi diversi, ha sempre uno spazio di manovra abbastanza ampio per poter sopportare l'attacco terroristico da un punto, due punti, tre punti isolati. Poiché è senza testa e senza cuore, il sistema manifesta un'incredibile capacità di rimarginazione e di riequilibrio. Dovunque venga colpito, sarà sempre alla sua periferia. Se poi il presidente degli industriali tedeschi ci rimette la pelle, sono incidenti statisticamente accettabili, come la mortalità sulle autostrade. Per il resto (e lo si era descritto da tempo) si procede ad una medievalizzazione del territorio, con castelli fortificati e grandi apparati residenziali con guardie private e cellule fotoelettriche. L'unico incidente serio sarebbe un'insorgenza terroristica diffusa su tutto il territorio mondiale, un terrorismo di massa (come le Br paiono invocare): ma il sistema delle multinazionali "sa" (per quanto un sistema possa sapere) che questa ipotesi è da escludersi. Il sistema delle multinazionali non manda i bambini in miniera: il terrorista è colui che non ha più nulla da perdere se non le proprie catene, ma il sistema gestisce le cose in modo che, salvo gli emarginati inevitabili, tutti gli altri abbiano qualcosa da perdere in una situazione di terrorismo generalizzato. Sa che quando il terrorismo, al di là di qualche azione pittoresca, comincerà a rendere troppo inquieta la giornata quotidiana delle masse, le masse faranno barriera contro il terrorismo. Che cos'è che il sistema delle multinazionali vede invece di malocchio, come si è dimostrato negli ultimi tempi? Che di colpo, ad esempio, in Spagna, in Italia e in Francia vadano al potere partiti che abbiano dietro di sé le organizzazioni operaie. Per "corrompibili" che siano questi partiti, il giorno che le organizzazioni di massa metteranno il naso nel capitale, potrebbero sorgerne dei disturbi. Non è che le multinazionali morirebbero se Marchais andasse al posto di Giscard, ma tutto diventerebbe più difficile. E' pretestuosa la preoccupazione per cui i comunisti al potere accrescerebbero i segreti della Nato (segreti di Pulcinella): la vera preoccupazione del sistema delle multinazionali (e lo dico con molta freddezza, non simpatizzando col compromesso storico così come ci viene oggi proposto) è che il controllo dei partiti popolari disturbi una gestione del potere che non può permettersi i tempi morti delle verifiche alla base. Il terrorismo invece preoccupa molto meno, perché delle multinazionali è conseguenza biologica, così come un giorno di febbre è il prezzo ragionevole per un vaccino efficiente. Se le Br hanno ragione nella loro analisi di un governo mondiale delle multinazionali, allora devono riconoscere che esse, le Br, ne sono la controparte naturale e prevista. Esse devono riconoscere che stanno recitando un copione già scritto dai loro presunti nemici. Invece, dopo di aver scoperto, sia pure rozzamente, un importante principio di logica dei sistemi, le Br rispondono con un romanzo di appendice ottocentesco fatto di vendicatori e giustizieri bravi ed efficienti come il conte di Montecristo. Ci sarebbe da ridere, se questo romanzo non fosse scritto col sangue. La lotta è tra grandi forze, non tra demoni ed eroi. Sfortunato allora quel popolo che si trova tra i piedi "eroi", specie se costoro pensano ancora in termini religiosi e coinvolgono il popolo nella loro sanguinosa scalata ad un paradiso disabitato.

 

10 Quelle parole non sono le sue
Editoriale, la Repubblica 30 marzo

Se la lettera a Cossiga, diffusa dai brigatisti, è stata veramente scritta da Aldo Moro, come ritengono gli inquirenti, essa acuisce ancora i sentimenti di angoscia e preoccupazione sulla sorte del presidente della Dc. Se il fatto di aver scritto la lettera testimonia che Moro è vivo, lo stile e il contenuto del messaggio fanno ritenere che Aldo Moro sia soggetto a pressioni di natura tale che la parola tortura, sia pure intesa come condizionamento psicologico ossessivo e coartante, non è esagerata o lontana dalla verità delle cose. Il lungo ciclostilato di pugno delle brigate lascia capire che la pretesa cultura dei “giudici” di Moro non è riuscita ad andare oltre una traduzione, in termini tipici del delirio brigatista, di discorsi e descrizioni che Moro può aver fatto secondo una logica del tutto ordinaria e congeniale rispetto al corretto rapporto che si instaura tra forze politiche in un regime democratico. In altri termini, il processo politico delle brigate ad Aldo Moro sembra fallito, se si proponeva in origine l'obiettivo di arrivare a rivelazioni su clausole segrete e misteriose fra le potenze dell'alleanza atlantica o su passaggi difficili e pericolosi della vita interna italiana. Su questo fallimento si innesta adesso la più semplice, e in apparenza redditizia, proposta dello scambio, fatta suggerire da Moro in termini che dovrebbero segnare, se accettati, la sua fine politica attraverso il discredito di fronte all'opinione pubblica. Moro insomma, in cambio della sua salvezza fisica, sottoscriverebbe, con una distinzione inaccettabile tra rapiti dalla criminalità comune e rapiti dalla criminalità politica, il proprio suicidio politico e di statista. Ed è proprio questo che ci ripugna di accettare o anche solo di ritenere verosimile. La lotta con le Brigate si fa insomma ancora più aspra e dura e richiede al paese e soprattutto alle forze politiche e al governo un'estrema lucidità di giudizio.

 

11 Parole scritte sotto la tortura
Fausto De Luca, la Repubblica 30 marzo

TORINO - Le impressioni e i giudizi si accavallano in modo tumultuoso tra gli inquirenti di fronte all'ultimo messaggio delle Brigate rosse. Non sembrano esserci dubbi sull'autenticità della grafia della lettera indirizzata al ministro dell'Interno Francesco Cossiga: la scrittura è quasi certamente quella di Moro. Lo stile suscita invece diverse perplessità: ci sono cadenze e passaggi che sembrano tipici del modo di pensare e di esprimersi del presidente della Dc, ma altri brani e altre espressioni suscitano un'impressione diversa. Sembra difficile immaginare in bocca a Moro un'espressione come “perdere la faccia”. Analizzando la lettera sotto questo profilo, si è indotti ad immaginare, con raccapriccio, le impressionanti pressioni psicologiche esercitate su Moro per indurlo a scrivere una lettera in termini a lui non congeniali e che più agevolmente può pensare siano stati a lui imposti e dettati. E veniamo ai contenuti che colpiscono in almeno due passi. Il primo è quello in cui si stabilisce una distinzione fra i normali rapimenti o sequestri di persona, fatti cioè a scopo venale, e i rapimenti politici, che mirano a coinvolgere lo Stato. E' poco verosimile che Moro abbia potuto pensare e scrivere di sua volontà che “il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile".In altri termini, Moro proporrebbe lo scambio di se stesso con altre persone, non si sa ancora quali, anche se la fantasia non deve correre troppo lontano. A fil di logica, si potrebbe anche pensare che le Brigate, dopo aver dato un'impressione del tutto diversa, di voler cioè soprattutto trarre profitto da una confessione circostanziata di responsabilità politiche, ripiegano oggi, non potendo ottenere risultati in questa direzione, sulla classica proposta di scambio. Questa impressione è rafforzata dalle parti che sono di pugno originale delle brigate e nelle quali, dove si parla delle cose che Moro avrebbe confessato, è facile vedere un semplice ribaltamento di linguaggio. Dove si dice che Moro è consapevole di essere il maggiore responsabile di misfatti e crimini nel senso di voler creare, come dicono le brigate, lo stato delle multinazionali, si può leggere semplicemente che Moro ha ammesso, questo è lapalissiano, di essere una personalità eminente e una guida politica di prima grandezza. Così quando le brigate scrivono che Moro ha chiamato in causa tutta la classe dirigente del suo partito, si può leggere semplicemente che Moro ha richiamato i suoi “giudici” alla realtà delle vicende della democrazia, in cui multiformi sono gli apporti, infinite le mediazioni, diffusa ed articolata la responsabilità delle decisioni. Il secondo passaggio della lettera di Moro che suscita perplessità è quello in cui si suggerisce un coinvolgimento del Vaticano, insomma del papa ("un preventivo passo della Santa Sede potrebbe essere utile"), mirando ad allargare ulteriormente la rilevanza e lo scandalo in tutta la comunità internazionale e a creare un precedente che metterebbe il vertice della Chiesa in gravi difficoltà in tutte le successive imprese terroristiche, da chiunque compiute. Nulla in assoluto, ovviamente, si può escludere, ma ancora una volta l'enormità delle cose induce a immaginare una condizione del prigioniero che non si può che definire allucinante: di sottile tortura fisica e mentale, di coartazione della volontà e dell'intelligenza.


12Conferenza stampa dei portuali autonomi di Genova
Perché “né Br né Stato

Antonio Saba, 30 marzo

 

13 Confronto sul terrorismo alla Pirelli
Stefano Bevacqua, 31 marzo
 

 

14 Ventiquattr'ore terribili e alla fine i capi Dc hanno scelto la fermezza
Giampaolo Pansa, la Repubblica 1 aprile

ROMA - Le venticinque righe senza titolo e senza firma pubblicate dal "Popolo" per rendere esplicito il rifiuto della Dc a trattare con i terroristi, sono il documento più drammatico fra i tanti prodotti dal partito di maggioranza in questi ultimi trent'anni. Fra quali tormenti è nato? E per quali ragioni la Dc, pur sapendo in gioco la vita di Moro, ha deciso di "ribadire con meditata convinzione che non è possibile accettare il ricatto posto in essere dalle Brigate Rosse"? Un tentativo di risposta deve partire dalla mattina di giovedì 16 marzo, la mattina della strage e del sequestro. Le Br portano via Moro e tutto il partito subisce due tipi di choc. C'è la mazzata politica: da tempo i quadri intermedi della Dc erano sotto il fuoco dei terroristi, ma nessuno aveva mai supposto che le Br avrebbero osato arrivare tanto in alto. E c'è il colpo psicologico, altrettanto profondo: non soltanto la base, ma buona parte del vertice democristiano vede crollare il rapporto “partito-capo” e si sente orfano. Il dramma si accentua il giorno dopo, quando dal ricordo di un altro sequestro, quello Sossi, affiora una domanda crudele: e se i rapitori proporranno uno scambio, Moro contro qualche terrorista in carcere? Per alcuni dirigenti Dc il dilemma non è soltanto politico, un rebus astratto da risolvere alla luce della ragion di Stato o di partito. Zaccagnini è amico di Moro da sempre. Lo stesso vale per Belci. Anche giovani come Pisanu sono legati al leader da un affetto profondo. Per considerare il problema con occhio freddo, essi debbono far violenza anche alla loro storia di uomini, ad un passato di incontri, di confidenze, di aiuto reciproco. Si spiega in questo modo lo stress di alcuni esponenti del partito. Ed è inevitabile che, di fronte al dilemma “cedere o non cedere al ricatto”, le parti risultino talvolta, curiosamente rovesciate. Si sa, ad esempio, che l'interlocutore principale della Dc, il partito comunista, è contrario ad ogni trattativa con le Br. Ebbene, sono proprio i dirigenti democristiani più aperti al colloquio con il Pci coloro che esitano a scartare l'ipotesi di uno scambio. I moderati, invece, hanno quasi tutti la stessa linea dei comunisti: rifiutare ogni baratto. Lo stress si aggrava all'arrivo della lettera di Moro. La sera di mercoledì, nel giro degli uomini di Zac, sembra prevalere il “personale” più che il “politico”. Forse pesa su di loro anche il rapporto con la famiglia del rapito. E' la prima reazione, di fronte all'appello dell'amico, è istintiva: si può essere flessibili, non bisogna dire subito di no. Questo stato d'animo, comprensibile dal punto di vista umano, sta per tradursi in un commento del “Popolo”. Poi intervengono altri dirigenti (tra i quali Piccoli) e il “Popolo” sospenderà “ogni commento e ogni valutazione”. Tuttavia, una risposta della Dc può tardare ventiquattro ore, non di più. Chi le ha vissute, definisce quelle ore “molto brutte, molto difficili, le più difficili in tanti anni”. La risposta matura nella giornata di giovedì, ed è una decisione che la segreteria elabora e confronta con molti del partito. Prima a piazza del Gesù, poi alla Camilluccia, si consultano Zaccagnini, Galloni, Gaspari, Bartolomei, Bodrato, Fanfani, gli ex presidenti del consiglio Rumor ed Emilio Colombo, gli ex segretari Fanfani e Taviani. Viene sentito pure chi è lontano, come Donat-Cattin. Nascono di qui, dopo infinite correzioni e integrazioni di un testo scritto dal direttore del “Popolo”, Belci, le venticinque righe che appariranno l'indomani sulla prima pagina del giornale democristiano. Perché la Dc stabilisce di rifiutare il baratto? Le ragioni sono queste. La prima è interna: il partito non può dividersi su una questione così vitale, sarebbe un vistoso regalo alle Brigate rosse. La seconda è esterna, e riguarda il rapporto tra Dc e gli altri partiti della maggioranza, a cominciare dal Pci: i terroristi mirano ad una spaccatura e non debbono vincere neppure su questo terreno. “Se avessimo detto sì ad una trattativa con le Br -sostiene un dirigente democristiano - il primo effetto sarebbe stato l'immediata crisi del governo”. La terza ragione riguarda il rapporto con l'elettorato democristiano. Fra un paio di mesi, la Dc affronterà un turno importante di consultazioni amministrative. La prova non è facile e la linea democristiana ancora incerta. Sarebbe molto pericoloso presentarsi sulle piazze cominciando col dire: “Abbiamo ceduto alle Brigate rosse per salvare il leader del partito”. Quarta ragione, ancor più forte: lo scambio sarebbe un colpo mortale alla credibilità, già scarsa, del nostro sistema istituzionale e alla classe politica nel suo complesso. Quanti agenti e carabinieri, colleghi degli assassinati, non griderebbero: “Avete ottenuto la vita per Moro. Ma chi ci ridarà i cinque morti di via Fani?”. E come reagirebbero i cittadini dinanzi all'affermazione che Moro è “più uguale degli altri”, che Moro è “insostituibile e dunque va salvato?”. La quinta ragione riguarda proprio la salvezza di Moro. Nessuno può dire che l'aprire una trattativa sia un mezzo sicuro per riaverlo libero dal “carcere del popolo”. Nessuno conosce il programma del gruppo che lo tiene. Le incognite sono troppe perché si possa pagare, e al buio, un prezzo tanto alto. Infine c'è un'ultima ragione, forse la più profonda. Dire di no subito, rifiutare ogni contatto con l'universo del terrorismo, consente di alzare una barriera psicologica contro tutto quel che può venire da quel mondo: altri messaggi, altre lettere “estorte”, “confessioni”, “documenti processuali”. Accreditare le Br come partners di uno scambio darebbe invece credibilità a figure, voci, propositi che non possono e non debbono averne. Alla luce di queste ragioni, la Dc ha maturato il suo “no”. Qualcuno ha osservato la cautela osservata dal “Popolo” nel titolare la prima pagina di ieri (“Vivissima emozione... Unite le forze democratiche”) e si è notato che il sommario parlava soltanto “di respingere la logica dei terroristi”. La porta, dunque, rimane socchiusa? Esistono ancora opinioni diverse nel partito? La risposta che viene da molti dirigenti democristiani è netta: "Non esistono 'falchi' e 'colombe'. Tutto il partito si riconosce in quel rifiuto. E la Dc non cambierà linea". E' la verità? Per ora sembra di sì. Scriviamo “per ora” a ragion veduta. Lo abbiamo già detto: questa è una storia lunga e dura, e siamo appena agli inizi. C'è il dramma di una persona, del “cittadino Moro”, che è disumano considerare condannata alla pena capitale. E possono svilupparsi iniziative estranee al sistema dei partiti e agli organi dello Stato. La crudeltà della vicenda sta anche in questo labirinto nel quale vita e morte si confondono ad ogni passo.

 

15 Alle Br nessuna tregua
Intervista a Luciano Lama segretario della Cgil

Mario Pirani, la Repubblica 7 aprile

Roma - "Quelli che abbracciano la teoria "né con lo Stato né con le Br" non possono far parte della Federazione sindacale unitaria: o se ne vanno o debbono essere messi fuori". Così afferma Luciano Lama in una nuova intervista al nostro giornale. Il segretario generale della Cgil giudica negativamente l'idea di organizzare dei gruppi operai di vigilantes, ma afferma anche:"Siamo in un momento drammatico di scelta come durante la lotta antinazista. Se polizia e carabinieri sono scarsamente efficienti, questa è una ragione di più per intervenire". Deve prevalere una concezione omogenea dell'impegno sindacale contro il terrorismo. Fra noi e la violenza, fra le Br e la classe operaia, ci deve essere la stessa frattura politica e ideale che c'era tra partigiani e brigate nere. Non è più tollerabile qualsiasi firma ambigua di connivenza con la pratica della violenza e del terrorismo". Lama ha anche sottolineato il nesso tra lotta contro la violenza e comportamenti sindacali a proposito delle polemiche sollevate dall'intervista di Benvenuto sull'Alfa. "Benvenuto ha perfettamente ragione e chi lo attacca non solo non condivide la linea approvata all'Eur, ma dimostra di non capire che cosa dev'essere il sindacato oggi, di non capire che con la nostra forza possiamo fare del bene, ma anche un gran male a questo paese!". Luciano Lama ancora una volta risponde senza mezzi termini alle nostre domande e coglie senza perifrasi diplomatiche la connessione che vi è tra lotta contro la violenza e comportamenti sindacali. Da questo punto di vista le reazioni all'ultima intervista del segretario della Uil sono un test estremamente significativo. Una bordata di critiche ha accolto, infatti, la sua richiesta di un impegno di fondo per salvare l'Alfa Romeo consentendo una libera ripresa della mobilità interna e degli straordinari in cambio di un continuo controllo del sindacato sulla situazione economico-produttiva della società, attraverso un comitato di emergenza con poteri di verifica sia sui bilanci che sull'andamento aziendale. "Non so se l'idea del comitato di emergenza sia proprio la più valida. Ma il problema non è questo. La proposta di benvenuto va giudicata in un contesto che vede il terrorismo all'attacco per sovvertire i pochi punti di equilibrio che ancora ci restano, per gettare il paese in un caos rovinoso da cui uscirebbe solo un ordine autoritario di destra e non certo una palingenesi rivoluzionaria. Ebbene, in una situazione del genere chi respinge ogni iniziativa di risanamento economico, finisce per produrre il combustibile sociale, il brodo di coltura, delle brigate rosse". Non le sembra che i critici di Benvenuto, in primo luogo i tre segretari della Fim, Galli (pci), Mattina (psi), e Bentivoglio (dc), siano preoccupati che all'Alfa come in altre aziende, un'eccessiva disponibilità del sindacato porti ad una perdita delle conquiste realizzate dal sindacato dal '68 in poi? "La linea dell'Eur, di cui l'iniziativa di Benvenuto è la logica prosecuzione, trova alcune resistenze soprattutto a livello di categoria (a Milano fra i metalmeccanici sembra si delinei viceversa un consenso). In realtà questo è il frutto di un malinteso spirito di difesa dei valori da conservare, che porta a confondere posizioni superate, pseudo conquiste incompatibili con la situazione e conquiste reali che, invece, vanno mantenute e difese. Alcune reazioni denotano una assoluta mancanza di capacità selettiva e quei compagni che si ergono a gelosi custodi di certe conquiste, come se avessero un tesoro dentro uno scrigno da conservare, non si accorgono che montano la guardia ad un mucchio di cenere. Ma si vogliono una buona volta rendere conto che quando una fabbrica come l'Alfa - e non solo l'Alfa ma tante altre aziende pubbliche e private - perde 140 miliardi all'anno e più di 700 mila lire su ogni auto prodotta, l'unica cosa da fare è d'impegnarsi davvero ad aumentare la produttività? A meno che non si abbia in mente un'inattuabile e assurda prospettiva protezionistica. I critici della linea dell'Eur sembrano ignorare che il potere sindacale deve essere utilizzato per controllare seriamente l'organizzazione del lavoro, per costringere il patronato assenteista ad una politica d'iniziativa produttiva, ma non certo per difendere principi superati che portano alla paralisi e alla morte delle aziende. Quando fabbriche e società perdono miliardi e miliardi ogni anno, o si contribuisce a risanarle oppure è più onesto dire che le si vogliono far vivere parassitariamente alle spalle di altri operai e di altri imprenditori". Non mancano da parte della sinistra sindacale critiche d'altro genere. In particolare in varie assemblee è emersa una certa riluttanza ad impegnarsi contro il terrorismo. Come pensa si debba rispondere a chi teme un appiattimento eccessivo del sindacato a difesa di questo Stato? "Il dissenso all'interno delle nostre file è più che legittimo e così la critica al governo e al malgoverno. Ma non è questo il punto: lo Stato rappresenta valori costituzionali essenziali e in primo luogo le libertà democratiche e sindacali che ci siamo conquistati. Per questo pensiamo che coloro i quali abbracciano lo slogan "né con lo Stato né con le Br" non possano far parte della federazione unitaria: o se ne vanno o debbono essere messi fuori". Anche se in forme meno rozze, il rifiuto di identificare l'impegno democratico con la difesa dello Stato è, però, un tema anche al centro del dibattito culturale. Da questo punto di vista la sua posizione non rischia di apparire troppo drastica? "Sarà forse perché non mi considero un intellettuale che non riesco in questa vicenda a sentirmi neutrale. Appartengo a una generazione che ha assorbito il principio dell'impegno civile e politico dalla famiglia, dalla lotta partigiana, dalla battaglia politica e sociale. Siamo una generazione che non ha mai fatto del suo pericolare la sua ragione di vita. Per questo non posso confondere la paura con il coraggio o accettare che la paura diventi una bandiera su cui si misura il livello civile. Quando gli intellettuali, gli scrittori, i poeti, discutono attorno a queste cose, le loro opinioni sono discutibili come quelle di qualsiasi cittadino. Non essere d'accordo con Sciascia o Moravia in questi campi non può diventare un peccato mortale". A volte l'impegno del sindacato contro la violenza si riduce ad una petizione di principio, tanto è vero che in certe agitazioni forme “dure” di pressione vengono utilizzate tranquillamente. Ad esempio come vanno giudicate le espulsioni dei dirigenti aziendali durante l'ultima vertenza Italsider? "Sono episodi di violenza estranei allo spirito del sindacato, così come lo sono le violenze compiute in alcune assemblee per togliere la parola ai sostenitori della linea dell'Eur." Nei giorni scorsi lei ha detto che se centomila lavoratori aprissero gli occhi e si guardassero attorno, le cellule dell'eversione brigatista sarebbero assai più facilmente individuate. Pensa forse ad un corpo di centomila vigilantes operai? "No, affatto. Vigilantes o comitati di fabbrica restringerebbero un'azione che dev'essere di massa e la più generalizzata possibile per isolare e sconfiggere il terrorismo e la violenza. E' un impegno che deve partire dal riconoscimento che aree importanti di cittadini, anche se non simpatizzano per le Br, si considerano però neutrali. Quanti son pronti a dare l'allarme e a non voltare invece la testa dall'altra parte se vedono qualcuno tirare una molotov o nascondere la pistola sotto al maglione? Quanti per indifferenza o paura evitano di denunciare i violenti? Ebbene è ora di dire che un lavoratore che si comporta così no è un collaboratore cosciente e finisce per collaborare con l'eversione. Occorre invece una partecipazione di massa ed anche individuale per salvare le istituzioni così gravemente minacciate". Ma questo non è compito della polizia e dei carabinieri? "Oggi siamo in un momento drammatico di scelta come durante la lotta antifascista e nazizta. Il compito è di tutti e di ognuno, e se polizia e carabinieri sono scarsamente efficienti, questa è una ragione di più per intervenire. Quella che deve prevalere è una concezione omogenea nell'impegno conto il terrorismo nel sindacato. Fra noi e la violenza, fra Br e classe operaia ci dev'essre la stessa frattura politica e ideale che c'era tra partigiani e brigate nere. E come non è neppure concepibile che in una assemblea democratica qualcuno si alzi per giustificare il fascismo, così non è più tollerabile qualsiasi forma di ambigua connivenza con la pratica della violenza e del terrorismo". Non teme, però, che anche con le migliori intenzioni, ci sia il pericolo di trasformare il sindacato in un puro supporto delle istituzioni e di stemperare ogni sua capacità rivendicativa nei confronti del governo? "Se limitassimo la nostra azione solo alla lotta contro il terrorismo faremmo un regalo proprio ai dissennati teorici delle Br. Noi dobbiamo invece riprendere subito l'iniziativa per l'occupazione, il Mezzogiorno, gli investimenti. Abbiamo bisogno assoluto di alcuni risultati concreti e fisseremo le linee di lotta nel direttivo della federazione unitaria la settimana prossima". Da parte di alcune componenti della federazione, specialmente dalla parte della Cisl, vi viene mossa la critica di un eccessiva propensione ad appoggiare il governo perché è sostenuto dai comunisti. La questione verrà risollevata certamente anche nelle prossime riunioni. Come risponderete? "Certamente riconosciamo che il quadro politico odierno costituisce una premessa per una maggiore sensibilità nei confronti dei problemi dei lavoratori. Ma detto questo, il giudizio resta affidato ai fatti concreti. Il programma ultimo di Andreotti contiene affermazioni di principio assai migliori di quelle che ci erano state presentate in un primo momento. Il problema a questo punto è quello degli strumenti operativi e della gestione immediata. Vogliamo sapere con precisione quanti miliardi ci sono realmente da spendere nel '78 e in quali settori, vogliamo che vengano realizzate svolte effettive nelle partecipazioni statali, che si fissino i programmi di possibile risanamento delle imprese, che ci venga presentato un vero piano chimico con una definizione del problema Montedison, che si avviino alcuni progetti di sviluppo agricolo e industriale nel mezzogiorno. Non vogliamo indeterminati elenchi che lasciano il tempo che trovano, ma precisi impegni di gestione. Su questo siamo pronti a chiamare il sindacato a lottare".


16 Intervista a Scalzone, uno dei leader della linea dura del movimento.
Che cosa vuole autonomia

Stefano Jesurum e Carlo Rivolta, 12 aprile

 

17 Lo stato di vita di Moro e le colombe
Intervista a Luigi Pintor

G. Pansa, la Repubblica 15 aprile

ROMA -Trattare o non trattare con le Brigate rosse? Cedere ai terroristi non comporta il pericolo di far saltare quel tanto di sistema democratico che siamo riusciti a tenere in piedi? E quanti vogliono trattare, ossia le "colombe", non rischiano di diventare, loro malgrado, dei "falchi"? La storia cominciata il 16 marzo ripropone ogni giorno domande sempre più aspre. E allora andiamo a sentire che cosa risponde, dopo le prime polemiche, una "colomba" di sinistra, Luigi Pintor. Pintor ormai ha una faccia che sembra tagliata nel legno, come asciugata. "Falco colomba... - replica a bassa voce, quasi parlando a se stesso -. Sempre i soliti schemi. Non ci sforziamo mai di capire le cose. Questo è un paese dove tutti invocano lo spirito critico. Ma appena si presenta un problema, ecco che entrano in campo soltanto le grandi categorie astratte". Va bene, partiamo dal "problema"... "La storia di Moro, con la strage e il sequestro è paurosa - dice Pintor -. Questa storia ha fatto toccare alla gente una dimensione di problemi che prima non esisteva, oppure è soltanto un episodio molto grave ma che in qualche modo rientra nella normalità.? Io credo che sia vera la prima cosa. Eppure, se leggi i giornali, se ascolti la radio, senti soltanto risposte meschine, rituali, mistificate, bugiarde, come è tutta la politica italiana. Ascoltiamo parole vuote, che non sono all'altezza dei problemi esplosi il 16 marzo". D'accordo, Pintor, ma anche tu hai pronunciato delle parole. Hai detto che forse può essere giusto trattare con le Brigate rosse per salvare Moro. Pintor risponde: "Per prima cosa io penso che dobbiamo uscire da questo dilemma del 'trattare o non trattare' anche perché è proprio il dilemma che vogliono imporci loro, le Br. E poi io non dico: bisogna trattare ad ogni costo e pagare qualsiasi prezzo. La mia risposta è diversa: dobbiamo fare tutto il possibile per salvare la vita di un uomo. Il possibile. Soltanto se loro ti chiederanno una cosa impossibile, allora deciderei di non farla. Non prima". "Quello che non posso accettare e voglio attaccare - dice Pintor -è il modo 'duro', da piccola Prussia, di porsi davanti al problema. Tra l'altro, è un modo bugiardo, perché la trattativa nascosta quasi certamente ci sarà. E poi la risposta prussiana diventa una copertura per le porcherie politiche: e infatti si stanno già facendo i nuovi organigrammi dentro la Dc, i democristiani già pensano al 'dopo Moro', a come spartirsi il potere all'interno del loro partito. Non solo: la linea 'prussiana' funziona da barriera per impedire l'autocritica su che cosa è questo Stato oggi. Altro che difesa di astratti principi statali! ". "Vedi - continua Pintor - forse io immagino una classe dirigente che non esiste da noi, forte, credibile. Pensa se dopo il 16 marzo chi governa questo paese avesse detto: è accaduto un fatto di enorme gravità". "Cercheremo di salvare quell'uomo, ci sono alcune cose che potremo fare e altre no, non andremo al di là di un certo limite. Allora si che, dopo aver affermato il diritto alla vita, puoi mettere in moto, e legittimamente, le difese dello Stato". "Insomma, la risposta al dramma del 16 marzo e al terrorismo dovrebbe essere data su tre livelli - spiega Pintor -. Primo: far sentire all'opinione pubblica che si è sensibili all'appello estremo di un cittadino in pericolo e rifiutare il clima da western, da ultima battaglia, che le Br ci vogliono imporre. Secondo: discutere cosa si può fare anche con i metodi tradizionali, per disinnescare la violenza. Terzo: cogliere l'occasione per accelerare i tempi di un'autocritica sullo Stato, su come in tutti questi anni si è operato di fronte ai problemi gravissimi della società nazionale". Non pensi che trattare e poi magari cedere serva soltanto ad aprire una spirale senza fine, con altri colpi del terrorismo ed altre trattative, passando di cedimento in cedimento? "Sì, questo rischio c'è. Ma c'è in ogni caso. Le Br fanno quello che fanno in sé, e non per ricattare, e continuerebbero a farlo comunque. E poi, te lo ripeto, io penso a tre livelli di risposta, e non soltanto alla trattativa. Il 16 marzo una sconfitta c'è stata, e con questo dato storico bisogna fare i conti". "Stai attento - mi avverte Pintor - io dico quello che dico non partendo dall'argomento che questo Stato è uno Stato di merda tanto vale... Sarebbe un argomento troppo facile, meccanico. Io lo uso nel senso contrario: dico quello che dico perché immagino che questo Stato possa essere diverso, migliore. Però ciascuno di noi deve fare la propria parte. Lo spirito di trincea non serve, soprattutto quando la trincea è di cartone...". Tu ritieni che la gente capirebbe una trattativa per Moro? Non direbbe: perché per Moro sì e per gli altri no? "E' probabile. Ed è quasi giusto che non capisca. Troppe volte abbiamo visto la Dc fare i propri affari, fregandosene delle posizioni di principio. Troppe volte abbiamo visto il potere politico muoversi pro domo sua, in base ad una sua logica, curandosi soltanto della propria convenienza". "Questo però non mi convince a cambiare opinione - continua Pintor -. E io lo dico proprio a te, dopo l'attentato a Casalegno, hai raccolto quei giudizi di operai davanti ai cancelli di Mirafiore. Bene: quel tipo di posizione non la ricuperi giocando alla piccola Prussia. Puoi attenuare la sfiducia della gente soltanto se gli dai un'immagine diversa dello Stato. Ed è possibile tentare di darla soltanto lavorando sui tre livelli che ti ho detto". "Siamo tutti in un angolo - dice Pintor -. Ma la posizione più sbagliata è fingere di non essere nell'angolo, di non riconoscere la 'novità' del dramma cominciato il 16 marzo. Vedi, per tutto gennaio e febbraio e per altri giorni ancora, abbiamo discusso all'infinito su come fare questo nuovo governo. E poi, di colpo, le Brigate rosse ti portano via l'uomo che era stato al centro di tutto". "Questo ti dà la sensazione fisica che tra il modo di essere della nostra società e la sua faccia pubblica, la sua dimensione politico-formale, non c'è più rapporto, che tutte le regole sono sconvolte. Prima ne avevamo la certezza logica, adesso lo vediamo nei fatti. Non scriviamo più il futuribile: stiamo vivendo una realtà terribile, disorientante. Per questo mi fa paura non soltanto la storia in sé, ma l'insufficienza della risposta". "E' un discorso da anrchico-individualista il mio? - domanda Pintor, con un sorriso agro -. Mi pare proprio di no. Ad ogni modo, per non correre questo rischio offro alla tua valutazione un concetto più politico. Nel dopoguerra, l'anticomunismo è servito per garantire la continuità dello Stato fascista. Adesso non vorrei che l'antibrigatismo diventasse l'alibi per assicurare la continuità dello Stato democristiano". "Il problema, dunque, mi sembra molto più complesso della formula 'trattare o non trattare', 'falchi o colombe'. Ma forse la constatazione più amara è un'altra, - conclude Pintor -. Qui siamo seduti tutti su di un vulcano che nessuno di noi controlla. Fra un'ora può succedere qualcosa, all'improvviso, per cui, questa intervista non avrà più senso e l'unica cosa da fare sarà di buttarla via".


18 Un prezzo che lo Stato non deve pagare
Repubblica Editoriale, 18 aprile

 

19 Sacrificare un uomo o perdere lo Stato
Editoriale, la Repubblica 21 aprile

Sapevamo tutti, fin dall'inizio di questa orribile vicenda, che sarebbe arrivato il momento dell'ultimatum. C'era un'alternativa: che Moro rivelasse infami segreti e crimini di Stato. Se lo avesse fatto - o perché quei crimini di Stato esistono oppure inventandoli pur d'aver salva la vita - i terroristi l'avrebbero certamente rilasciato, essendo la sua presenza da vivo assai più ingombrante che il suo cadavere. Ma Moro, evidentemente, non ha parlato. Perciò i terroristi hanno scelto la via dell'ultimatum, puntando sulla divisione delle forze politiche e sulla gravissima crisi che ne conseguirebbe. Il dramma di queste ore si svolge soprattutto nella famiglia Moro, alla quale deve andare il rispetto e la solidarietà degli italiani, e dentro la Democrazia cristiana. Ma sono ore gravi ed impegnative per tutti. La decisione da prendere è infatti terribile perché si tratta di sacrificare la vita di un uomo o di perdere la repubblica. Purtroppo, per i democratici la scelta non consente dubbi.


20 In minoranza nel movimento chi vuole sfruttare
la crisi aperta dalle Br

Repubblica Carlo Rivolta, 21 aprile

 

21 I vescovi, spiegano perché hanno i firmato l'appello
proposto da "Febbraio '74" e pubblicato da Lotta continua
Lo Stato ora scelga il primato della vita

Domenico Del Rio, la Repubblica 22 aprile

"HO CREDUTO di interpretare esattamente l'impegno per la non violenza della nostra associazione", dice il vescovo d'Ivrea, "lo stesso impegno che viene espresso da Amnesty International e che conduce alla considerazione della centralità della vita umana. Non scendo ai particolari, i modi concreti non li saprei indicare, ma il nostro appello vuol dire un invito allo Stato Italiano a trovare il modo, pur nella salvaguardia delle sue strutture, di non sacrificare una vita umana. Questo non lo chiediamo per Moro il politico, lo statista, ma per l'uomo Moro, che in questo momento vediamo come simbolo di tutte le vite umane. Ma su questo punto, il nostro è anche un appello alle Brigate rosse. A loro che affermano di avere una visione diversa del futuro noi diciamo che una diversità non ci potrà essere se non terranno presente la centralità della vita umana". Filippo Franceschi, vescovo di Ferrara, dichiara, invece, di aver firmato per un "motivo affettivo". "La mia adesione nasce più dal cuore che dalla fredda ragione", afferma il vescovo ferrarese, "Se non avessi conosciuto il fratello di Moro, durante la mia permanenza a Roma, forse la mia pena non sarebbe così grande. Non conosco e non sento motivi politici. Questi sono estranei al mio stile di vescovo. Sono sulla stessa linea umanitaria e morale su cui si muove tutto l'episcopato italiano". Marlo Magrassi, il nuovo arcivescovo di Bari, dopo la partenza per Torino di Alberto Ballestrero, capeggia per autorità il gruppo dei vescovi firmatari pugliesi, ma è stato esitante prima di sottoscrivere. Aveva già rifiutato di firmare un analogo documento di Bari perché lo aveva giudicato troppo politico. Poi l'ha convinto il fatto che, pur partendo da diverse posizioni ideologiche, si convergeva in un atto urnanitario. Magrassi dice che il dilemma che viene posto allo Stato, "capitolare o no", è un dilemma che si pone anche dentro di lui come un'acuta sofferenza. Tuttavia, sostiene il vescovo di Bari, "è troppo drastico ridurre tutta la questione all'affermazione che lo Stato non deve cedere. E' dovere dello Stato anche non rinunciare a salvare l'uomo". Aldo Garzia, vescovo di Molfetta, ha già aderito con un telegramma a un altro appello pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno". A questo secondo appello ha aderito "per solidarietà umana e cristiana". "Non posso approvare questo assolutismo di Stato", prosegue il vescovo, "per me ciò che è importante è che si salvi una vita umana. Come, ciò in concreto si possa fare, io non lo so, ma ci saranno pure le persone adatte che sapranno risolvere questa drammatica situazione". "E' importante porsi sulla via delle trattative", sostiene Salvatore Isgrò, vescovo di Gravina, fratello di un ex deputato sardo moroteo, "senza, tuttavia, cedere a ricatti assurdi". Quali potrebbero essere i ricatti assurdi? "Quello, per esempio, di un riconoscimento ufficiale delle Brigate rosse da parte dello Stato. Ma se chiedessero denaro, immunità per qualcuno, ospitalità in altri paesi, non vedo perché non si dovrebbe trattare". Giuseppe Carata, vescovo di Trani e Barletta, da giorni gira i grossi centri della sua diocesi per organizzare riunioni di preghiere per la salvezza della vita di Moro. "Oltre tutto, è mio concittadino" dichiara il vescovo, "bisogna trovare una via privata, amichevole, per esempio la Santa Sede". La posizione del vescovo Carata è, infatti, intransigente per quanto riguarda l'atteggiamento dello Stato: "Lo Stato non deve trattare col suo personale nemico. Qui siamo di fronte a forze occulte, misteriose, che non usano la ragione, ma che mettono a repentaglio la vita della nazione. Lo Stato devo difendersi, perché lo Stato siamo tutti noi". Anche Michele Mincuzzi, vescovo di Santa Maria di Leuca, sostiene la non abdicazione dello Stato, ma a un certo punto il suo discorso prende una direzione tutta particolare, quella della giustificazione cristiana del sacrificio di una vita umana. "Gli italiani sono famosi per trovare sempre soluzioni brillanti", commenta il vescovo, "ma questa volta ci troviamo tutti a brancolare nel buio. E' chiaro, per me, che lo Stato non deve trattare. Si tratta tra eguali, tra chi ha la stessa dignità, non con chi si pone contro la nazione, con chi ferisce la comunità nazionale. E, tuttavia, io spero ancora di ottenere l'impossibile, forse l'inimmaginabile. Ma anche se ciò non avvenisse, cerco di capire questo mistero. Conosco Moro da 35 anni, il Moro cristiano che celebrava l'eucarestia tutti i giorni, cioè celebrava la passione di Cristo, e quindi sapeva portare dentro di sé questa dimensione drammatica cristiana. Io adesso immagino di dialogare con lui, con l'uomo intatto, non manipolato dalle Brigate rosse, e mi sento chiedere da lui come deve comportarsi, e io non so suggerirgli altro che la parola di Cristo: non c'è amore più grande che donare la vita per i propri fratelli. Io sono sicuro che la risposta a tutte le domande laceranti che ci poniamo in questo momento si trova nel cuore stesso di Moro. Se lui potesse parlare liberamente, direbbe: non pensate a me, io sono pronto al sacrificio, pensate al bene del popolo, continuate voi a vivere". Sul Moro manipolato e pronto al sacrifIcio non sembra, invece, d'accordo Gianni Baget Bozzo, uno dei più noti firmatari dell'appello, che sulla trattativa sta costruendo una sua filosofia politica. "Condurre le Br sul terreno della trattativa, non avendo ora alcun mezzo per isolarle e batterle militarmente", sostiene il teologo genovese "è una scelta politica, che rientra nei compiti e nella figura dello Stato. Aldo Moro si è sforzato di fare comprendere questa logica: e ritengo una menzogna il tentativo di fare passare delle tesi lucide mere estorsioni di una pesonalità moralmente distrutta. Rifiutare di trattare vuol dire dividere in due il paese, su un piano di principio. E i principi che si oppongono sono, da un lato, una concezione astratta dello Stato, che non può non isolarsi nella veste insostituibile del suo ordinamento, nato dalla Resistenza, dalla "ribellione per amore", e fondato sul primato della persona".

 

22 Alla Spa-Stura assemblea sul terrorismo,
sbandamento nella “base” sul caso Moro
e tanta rabbia verso i governi della Dc
Fiat: il sindacato alle prese con “l'indifferenza operaia”

Salvatore Tropea, la Repubblica 29 aprile

TORINO, 28. - Nel grande capannone della Fiat Spa-Stura, dove ieri mattina Bruno Trentin ha parlato a circa cinquemila operai riuniti assemblea per discutere dei terrorismo, c'era un grande cartello sul quale si leggeva: "Contro ogni terrorismo per migliorare questo Stato". Ma è possibile migliorare lo Stato facendo i discorsi ascoltati in quella assemblea? E' ciò che Trentin si deve essere chiesto lasciando la Spa-Stura. Il cronista che rilegge sul taccuino gli interventi annotati nel corso di quel dibattito ha l'impressione che nelle fabbriche si stia diffondendo un pericoloso senso di indifferenza, qualcosa di simile alla neutralità nel confronti del terrorismo. E' vero? Di certo le voci contro il terrorismo appaiono sommesse e anche se non lo si ammette ufficialmente ciò è dovuto alla paura che a Torino ha indubbiamente una sua comprensibile ancorché umana giustificazione. LA CONDANNA ufficiale non manca, ma fa pensare più a una specie di rabbia contro il governo o meglio contro i governi che si sono succeduti in questi ultimi trent'anni. E questa rabbia sovente porta a confondere irrazionalmente lo Stato col governo, dimenticando che il primo, come dice Norberto Bobbio, per quanto degenerato, può essere sempre modificato "sine effusione sanguinis" e che fuori da questa strada c'è il dispotismo e la guerra civile. Dal che, come avvenuto ieri mattina, può capitare di veder nel silenzio la notizia dell'ultimo attentato delle Brigate rosse contro un dirigente Fiat. Il rappresentante del consiglio di fabbrica non ha dubbi sul fatto che le Brigate rosse e il terrorismo in generale tendono a sovvertire le istituzioni democratiche e può gridare alle Br che "le loro imprese non ci rappresentano oggi né ci rappresenteranno mai". Ma l'operaio che prende la parola subito dopo afferma che "queste istituzioni non meritano il nostro appoggio". Forse non c'è convinzione nelle parole di quest'ultimo, ma solo rabbia, delusione, amarezza per questa Italia e per i suoi problemi e per i problemi che sembrano doverla sommergere da un giorno all'altro. E' una voce isolata? Non sembra poiché l'intervento che segue è quello di un operaio per il quale "da trent'anni noi subiamo il terrorismo nelle fabbriche, con i capi fascisti, con la pensione che si aspetta per mesi, con l'emigrazione selvaggia". E' quasi uno sfogo che approda a dichiarazioni pericolose e ad affermazioni contraddittore. "Io non condanno le Brigate rosse e non condanno nessuno. Sono contro il terrorismo, ma so che bisogna subito fare le riforme". Dalle tenebre di questo oscuro malessere affiora la linea del movimento sindacale, il desiderio di rinnovamento del paese. Un desiderio così forte che induce un operaio a ipotizzare una assurda applicazione della legge del taglione. "Se non liberano Moro e lo uccidono allora lo Stato deve fare altrettanto con i tredici per i quali è stato chiesto lo scambio". E' possibile che un operaio sindacalizzato e politicizzato della Fiat faccia una simile proposta? "Non ci credo neppure io a una soluzione di questo genere - aggiunge lo stesso che l'ha fatta - . E' che non si sa come uscire fuori da questa situazione". Certo si avverte uno sbandamento che però non dovrebbe essere difficile recuperare, poiché alla base di tutto c'è una diffusa insoddisfazione e la volontà di rifondare questo Stato. "Questa situazione drammatica - osserva un altro operaio- non è nata ieri: essa è la conseguenza del non governo, delle storture di questo Stato. Non si può assolvere Ordine nuovo e poi dire che si vogliono battere le Brigate rosse". Altri ancora chiedono che siano processati i politici colpevoli, che si ponga fine al fenomeno tutto italiano dell'insabbiamento degli scandali, che sia cambiata questa classe politica corrotta e corruttibile. "Il processo di Torino - tuona un operaio non più giovane - deve andare avanti, ma devono andare avanti anche i processi di Catanzaro, della Lockheed e tanti altri". Forse alla Spa Stura hanno parlato solo gli “arrabbiati”, ma nessuno li ha certamente contestati; mentre il rappresentante della Democrazia cristiana è stato fischiato anche quando ha detto che Moro è un uomo che ha avuto riconoscimenti da tutto il mondo.


23 Democrazia contro terrorismo
Repubblica Editoriale, 6 maggio

 

24 Reagire con forza
Franco di Bella, 17 marzo

 

25 Le due debolezze
Alberto Ronchey, Corriere della Sera 18 marzo

Una debolezza delle forze che si oppongono al terrorismo è la primaria e sorda inefficienza degli apparati di Stato, della quale ora cadono vittime gli stessi rappresentanti dello Stato. Una tale debolezza è dovunque, ma riaffiora nei dettagli più elementari, come il caso di Aldo Moro e della sua scorta privi di quelle automobili blindate che ormai ogni piccolo industriale di provincia possiede. Niente giubbe antiproiettile efficaci, la scorta come bersaglio. E il grande crimine politico era nell'aria. "Che cosa potevano colpire - ha osservato La Malfa alla Camera - più in là di quello che hanno colpito? Il traguardo a cui si mirava per colpire lo Stato è raggiunto. A me pare di poter dire che c'è quasi l'espressione di un tragico dileggio nei nostri confronti". E' l'ora di capire che in ogni aspetto del dissesto italiano, dall'ordine pubblico alla giustizia e dall'economia all'istruzione pubblica, si nasconde una cronica debolezza sentimentale per la inefficienza, per la nebulosità dei processi razionali, per il rifiuto a commisurare mezzi e fini, che si ammantano di permissività e provvidenzialismo, come di bonomia e vittimismo. E l'inefficienza, l'autoindulgenza, il difetto di lucidità, scrupolo e rigore, non sono dati accidentali ma fatti morali. Operare o no secondo coscienziosità è cosa di ordine morale, non solo perché - come oggi è manifesto - di inefficienza si muore. Questionare e teorizzare senza fine su temi astratti e generali, trascurando i doveri particolari, questo è propriamente alienazione collettiva. E' lasciarsi decapitare, mentre la stessa temuta efficienza del terrorismo non è che la proiezione capovolta dell'alto grado di confusione comune. Un'altra debolezza è la difficoltà o il rifiuto di capire la natura effettiva del fenomeno terrroristico. E quando non si sa bene chi c'è di fronte è difficile isolarlo con ogni mezzo psicologico e materiale. "Si tratta di qualcosa di più grosso delle Br, per questo dobbiamo scioperare", avvertivano ai cancelli di Mirafiori. E' la congettura che l'Italia sia "campo d'avventura di servizi segreti e loschi interessi", benché sia certo solo che i terrorismi collaborano tra loro, passando sopra e sotto le frontiere. Che altro? Nessuno può escludere che un'oscura regia per oscuri disegni abbia influito, almeno occasionalmente, sul terrorismo italiano. Ma come spiegare i 2128 episodi del '77? Nessun servizio segreto straniero può esporsi su scala così vasta, senza che i gruppi armati sappiano di trattare con la Cia o il Bnd, oppure i Kgb, i cubani, Gheddafi. E' impossibile manipolare come strumenti inconsapevoli singole persone, al modo in cui il comunista Marinus van der Lubbe venne usato dai nazisti per l'incendio del Reichstag, ma questo non è possibile su larga scala. E i brigatisti noti, a centinaia tra prigionieri e latitanti sono di sinistra, le loro biografie sono di sinistra. Per una tendenza cospicua dell'opinione, la stessa efficienza spietata dei terroristi sarebbe prova che dietro c'è una mano straniera. Sono efficienti, dunque stranieri o diretti da stranieri. A questo è giunta l'alienazione collettiva, anche se un'imboscata come quella messa in atto contro Aldo Moro non è difficile per un gruppo addestrato in anni di prove e disciplina cospirativa, come non fu difficile il rapimento di Aramburu per opera dei Monteneros in Argentina. Ma con la credulità verso i miti del terrorismo, si allinea anche la tendenza a spiegare i fatti secondo una convenienza politica di parte. A chi giova, domandano per esempio da sinistra, catturare l'uomo politico sul quale si regge l'accordo laborioso tra democristiani e comunisti? Ma può giovare a chiunque voglia destabilizzare la società italiana, per una ragione o per la ragione opposta. Sono semplici congetture. Sul terreno dei fatti, rimane anzitutto da confermare o smentire che il controspionaggio avesse già segnalato la presenza di alcuni brigatisti in Cecoslovacchia, come si legge nella più documentata cronistoria del terrorismo italiano. A chi giova? La tendenza a rispondere con sicurezza, per una convenienza politica, ripete la stessa fallace logica secondo la quale nel '74 il procuratore Mario Sossi sarebbe stato rapito non già dalle Br ma da agenti procuratori interessati a far vincere il referendum a Fanfani. Invece erano le Br, come fu indubitabile quando la registrazione su nastro del processo clandestino venne trasmessa ai giornali. E a chi ha giovato in Germania senza che nessuna difficile operazione politica fosse in corso, uccidere il procuratore generale Buback, il banchiere Ponto, il presidente degli industriali Schleyer? Chi c'è dietro i terrorismi ideologici radicali della Germania e del Giappone, meno estesi ma simili a quello italiano? E chi dietro ai terrorismi etnico religiosi o nazional separatisti dell'Ulster, del Medio Oriente, della Spagna basca, del Quebec, della Croazia o delle Molucche? Ognuno di questi movimenti può avere avuto ispirazioni e finanziamenti, occasionali o periodici, ma non tale da spiegare la complessità dei fenomeni. Il fatto è che dall'epoca in cui Burke nominava per la prima volta i terroristi poco meno di due secoli fa ("quelle migliaia di segugi dell'inferno chiamati terroristi") costoro si sono moltiplicati fra le contraddizioni e le conflittualità del mondo contemporaneo, si avvalgono di tutte le tecniche del nostro tempo, e la pericolosità di ogni variante è commisurata alla debolezza dello Stato in cui la ribellione affonda le sue radici. In Italia, con o senza interferenze straniere, il terrorismo affonda le sue radici nelle piazze in tumulto, nelle violenze di fabbrica, nelle rivolte carcerarie ideologizzate, nelle periferie urbane dei sottoproletari sradicati, nel collasso delle scuole, nel vuoto aperto a sinistra dopo la svolta del Pci, fra governi troppo impotenti e ideologie troppo promettenti. Il programma delle Br è dichiarato in ogni documento, con l'ostinazione dell'estremismo del pensiero che non è inferiore a quello dei mezzi: attivare un processo catalitico di reazioni a catena, fino alla guerra civile rivoluzionaria. Si deve prendere atto che tale è il programma, anche se può condurre non solo a un fascismo, ma a un nazismo o a uno stalinismo. Ciò che dicono non va interpretato con gli espedienti o i raggiri dell'opportunismo politico. E ciò che fanno va fronteggiato con meditate azioni, respingendo le incontrollabili emozioni. Potrebbe ripetersi davvero quanto un giornale di Welmar aveva previsto prima del nazismo con queste parole: "Il tumulto selvaggio dei nostri giorni di barbarie , delle quali presto o tardi saremo le vittime", significa un terribile strascico di emozioni.


26 Cosa può dire un intellettuale?
Cesare Medail, 18 marzo

 

27 Un caso di coscienza
Pubblicare o no i documenti dei terroristi?
Colloquio con Eugenio Montale

Editoriale, 21 marzo

 

28 "Ridurre al minimo lo spazio ai terroristi"
Intervista a Toronto con McLuhan

Ugo Stlle, Corriere della Sera 23 marzo

TORONTO - "Pubblicare o non pubblicare i comunicati dei terroristi in un caso di rapimento? Applicare alle notizie sulla loro attività il normale criterio giornalistico o adottare volontariamente regole di "autolimitazione"? Il dilemma è difficile per la presenza di spinte contrastanti: da un lato la sete di informazione del pubblico rischia di alimentare le tentazioni del sensazionalismo, dall'altro lato la necessità di non fare il gioco dei terroristi pone l'interrogativo spinoso di forme sia pure concordate, e non imposte, di censura. A ogni nuovo episodio di terrorismo il quesito torna ad essere dibattuto e le decisioni variano da caso a caso e da Paese a Paese. Pur ammettendo che ci troviamo in una "situazione sperimentale" in cui ogni possibile formula presenta incognite e incertezze, ritengo tuttavia che la situazione più valida e giusta sia di ridurre al minimo la copertura giornalistica, sino a giungere, se necessario, al "black-out"totale delle notizie: proprio perché i terroristi mirano ad usare la stampa e la televisione come "cassa di risonanza" per la loro immagine e per i loro programmi, occorre negargli il raggiungimento di tale obiettivo". Con questa decisa affermazione di principio Marahall McLuhan, professore all'università di Toronto in Canada e studioso di fama mondiale nel campo della sociologia dei mezzi di comunicazione di massa, inizia la sua intervista al Corriere della sera. Nel discutere il tema del comportamento della stampa di fronte ai casi di terrorismo, McLuhan cerca di unire la fermezza dei suoi principi con una flessibilità pragmatica nella loro applicazione. "Bisogna anzitutto rendersi conto che il problema non si pone nel quadro tradizionale del dibattito tra libertà di informazione e censura, ma è di natura diversa. La strategia dei terroristi è a tale riguardo significativa. La stampa viene spesso e da molti parti accusata di manipolare l'opinione pubblica. Quello che i terroristi si propongono adesso è di rovesciare la situazione e di manipolare proprio la stampa. Essi cioè vogliono trasmettere informazioni alla stampa per manipolare attraverso esse la stampa. Quindi la soppressione delle informazioni da parte dei giornalai, diviene il mezzo con cui questi, a loro volta, possono “manipolare i manipolatori”. Si tratta a mio modo di vedere di un “braccio di ferro”, di una “guerra di nervi” di due forze che mirano ciascuna a far ceder l'altra". Ma subito dopo aver delineato questo schema teorico del problema, McLuhan si affretta a precisare che la sua applicazione non può essere generale e deve tener conto delle "situazioni speciali" particolarmente nei casi in cui è in gioco la vita di un individuo. "Nella decisione di un giornale in un caso di rapimento il criterio conduttore deve essere la valutazione degli “effetti” che possono derivare dal pubblicare o dal sopprimere determinate informazioni. Ritengo che non sia possibile seguire la regola automatica di pubblicare quello che “fa notizia” e allo stesso modo sarebbe erroneo adottare in modo automatico una regola di soppressione dell'informazione". Come risolvere allora il dilemma in concreto? McLuhan risponde con un suggerimento pragmatico: "Occorre che i giornali prendano l'iniziativa di esporre francamente al pubblico la natura stessa del dilemma, che discutano apertamente con i lettori il problema degli “effetti” tanto della pubblicazione che della soppressione delle notizie. Che chiariscano sia i pericoli che una loro decisione può presentare per la vita delle vittime di un rapimento, sia i vantaggi che i terroristi mirano ad ottenere attraverso la pubblicità data alle loro imprese a alle loro dichiarazioni: sono i giornali quindi che debbono in sostanza chiedere al pubblico di soppesare i vari elementi della situazione e di esprimere il proprio giudizio sulla strategia che la stampa deve seguire". Ma a questa prima proposta di un “dibattito popolare” McLuhan ne fa seguire subito una seconda, radicalmente diversa: reagire a un episodio di terrorismo con la decisione di sospendere per un breve periodo di tempo tutte le trasmissioni radio e della Tv. Alla obiezione naturale: "Ma non sarebbe ciò fornire ai terroristi il massimo riconoscimento del loro potere sulla società?". McLuhan risponde: "Mi rendo conto che questo costituirebbe uno choc, ma credo che sarebbe uno choc positivo e benefico. Si tratta di fare un esperimento in modo da studiarne gli effetti che oggi nessuno è in grado di prevedere". Alla base della singolare proposta di McLuhan si trova una delle tesi molto note dello studioso canadese: i mezzi elettronici di comunicazione e in primo luogo la Tv creano nella società un "clima irreale" in cui il terrorismo trova motivi di spinta e per combatterli occorre "restituire alla gente il senso della realtà". McLuhan sviluppa un concetto analogo dell'analisi generale del terrorismo: tende a sottolinearne il "nesso traumatico" con la rivoluzione tecnologica nel campo delle comunicazioni di massa. Questa rivoluzione, egli sostiene, altera radicalmente la realtà tradizionale, mette in pericolo il "senso di identità" degli individui. Di qui il ricorso alla violenza che McLuhan definisce "ricerca inconscia di una nuova identità". McLuhan ritiene che il linguaggio ideologico dei terroristi rappresenti in effetti una facciata artificiale (anche se a livello inconscio) che nasconde il loro obiettivo fondamentale: questo obiettivo non è la modifica della realtà esterna sul piano politico e sociale, bensì la "ricerca di un'immagine di se stessi".


29 Quali sono i padri del terrorismo?
Colloquio con Emanuele Macaluso,
Rossana Rossanda e Rosario Romeo

Ugo Stlle, Corriere della Sera 23 marzo

Roma - Onorevole Amendola, se il terrorismo dilaga di chi è la colpa, chi si deve battere il petto? "Naturalmente tutti, governo e opposizione. Nella nascita del fascismo le responsabilità furono del gruppo dirigente liberal democratico, ma non mancarono anche quelle nostre". Questa frase autocritica appare in un intervista di Giorgio Amendola a Rinascita che il settimanale ideologico del Pci pubblicherà nei prossimi giorni. Anche se è solo un momento di un'analisi complessa e articolata e che non risparmia colpi alla Dc e alla sua gestione del potere, il riconoscimento di Amendola arricchisce un dibattito che dal giorno del rapimento di Moro agita e angoscia soprattutto la sinistra. E' una specie di esame di coscienza che parte da lontano, addirittura dal '52, quando in una lotta senza esclusione di colpi e in piena guerra fredda Togliatti bollava la Dc con formule che oggi troviamo ricalcate nei messaggi delle Brigate rosse. A sinistra ci si interroga sugli "eccessi" della contestazione, su quella operaia e studentesca, sul dopo '68, sull'estremismo. E' possibile che quella ventata impetuosa di cambiamento che dieci anni fa cominciò ad investire la società italiana, trascinasse con sé anche i semi velenosi del terrorismo? Maturata nei giorni successivi all'agguato di via Fani, la polemica sulle responsabilità della sinistra è affiorata pubblicamente sabato scorso quando Emanuele Macaluso su l'Unità ha risposto con asprezza a Galloni, attribuendo al vicesegretario della Dc il tentativo di far discendere da certe impostazioni "staliniane" del Pci le azioni del terrorismo e della violenza. Ancora più irritata la risposta a Rossana Rossanda. Leggendo il secondo messaggio delle Br la Rossanda, esponente del Manifesto, aveva scritto che le sembrava di sfogliare un album di famiglia, l'album di quando militava nel Pci ai tempi dello scontro più duro con la Dc. Sui rapporti tra sinistra, estremismo e terrorismo abbiamo interrogato i protagonisti di questa polemica, Macaluso e la Rossanda. Un quesito analogo lo abbiamo posto allo storico Rosario Romeo. Emanuele Macaluso Onorevole Macaluso, sull'esistenza del terrorismo il Pci ha qualche autocritica da fare? "Su questo punto non abbiamo autocritica da fare". Ma c'è chi ricorda il linguaggio che il Pci usava negli anni '50, simile a quello usato oggi dalle Br. Allora per voi la Dc era il nemico da battere. Noi non neghiamo i giudizi dati sulla Dc. Ma nell'analisi di questi giudizi si trascurano fatti essenziali. I comunisti allora erano discriminati e sottoposti a un'azione di persecuzione. Vivevamo gli anni della scomunica vaticana, della legge sull'operazione Sturzo per imporre al comune di Roma il listone con dentro insieme i democristiani e i fascisti. Erano gli anni della guerra fredda tra USA e URSS. Malgrado questa drammatica situazione, il disegno di Togliatti non fu mai quello della ricerca dello scontro con la Dc. Anche nei momenti di maggiore asprezza egli tentò di aprire una contraddizione nella Dc di questo partito". Il Manifesto ricorda il vostro linguaggio degli anni '50 per sottolineare la "contraddizione" in cui il Pci si trova oggi, alleato di un partito, la Dc, che non sa più bene come definire, se avversario o amico. "In realtà, il vero bersaglio di queste critiche è l'accordo di governo. Ma se oggi non ci fosse questo quadro di riferimento che è la maggioranza di governo quale sarebbe la situazione del paese? La verità è che senza l'accordo tra la Dc e le sinistre chi vuole destabilizzare l'Italia avrebbe davvero via libera. Chi ci “attacca da sinistra” dovrebbe ricordare che l'ingresso del Pci nella maggioranza rappresenta lo stato più avanzato, non quello più arretrato, in cui si manifestano i rapporti politici". Poi ci sono le accuse della Dc. Vi rimproverano di aver contribuito a fare di questo partito il bersaglio della violenza. Vi attribuiscono attacchi gratuiti, immotivati, sbagliati. "Lo so, ci rimproverano soprattutto le nostre critiche alla gestione del potere. Certo, non ce li siamo inventati noi i Crociati, Lefebre, e non siamo stati noi a nominare i De Lorenzo e i Miceli alla guida dei servizi segreti. E dobbiamo ancora ricordare che sulla vicenda di piazza Fontana non è stata fatta ancora chiarezza. Avevamo il dovere democratico di avanzare queste denunce e di condurre questa lotta. Ma non siamo tra quelli che sono andati nelle piazze: “Abroghiamo la Dc”". Quindi nessun "incitamento" anche indiretto alla violenza. "Anche nei momenti più duri della nostra storia, anche nei momenti di maggior scontro sociale, ci siamo affidati sempre alla forza delle nostre idee, mai ai bastoni o alle armi". Rossana Rossanda Si vuole addossare alla sinistra e in particolare al Pci la responsabilità della violenza e del terrorismo. "E' un tentativo infondato e abbastanza volgare al quale il Pci potrebbe rispondere con ampie motivazioni e senza dare in escandescenze. Sotto il profilo storico questa accusa è inesistente: il terrorismo deriva da una matrice ideologica che non ha niente a che fare con il marxismo. Marx è il primo che ha scritto contro il terrorismo. Sotto l'aspetto politico è chiaro che la Dc colpita in uno dei suoi uomini più rappresentativi tenta di far pagare il maggior prezzo possibile alla sinistra". Allora la sinistra non deve fare alcuna autocritica? "Dobbiamo prima di tutto chiederci da cosa nasce il terrorismo in Italia. Perché nel tessuto del paese si è creata una degenerazione così profonda. C'è da dire che a differenza di altri terrorismi, quello dell'America Latina, forme di lotta legate a una proposta politica, quello italiano si qualifica solo per il suo messaggio di distruzione. Ci appare come il frutto molto moderno di una crisi sia dell'integrazione capitalistica, sia della speranza di un mutamento. Se il terrorismo ha origine da queste frange di disperazione è chiaro che la sinistra, vecchia e nuova, ha responsabilità di aver lasciato crescere questo ascesso". C'è chi dice che questa ondata di violenza è cresciuta sul terreno della contestazione e dell'estremismo di sinistra. "Ci si dimentica che l'Italia ha vissuto momenti assai più gravi di violenza. Si dimenticano i fatti di Genova, l'occupazione delle fabbriche, i moti di Avola. Tuttavia se le Br sono davvero di sinistra è probabile che siano cresciute nell'alveo culturale di quella nuova sinistra che si rifà a matrici anarchiche piuttosto che al marxismo. Mi sembra tuttavia superficiale cercare l'origine di questo fenomeno in problemi di cultura invece che nella crisi reale di credibilità del sistema". Come va combattuto il terrorismo? "Va trattato come una malattia, come un attacco febbrile grave finche si vuole ma che non può da solo paralizzare un paese. E invece vedo che molti reagiscono irrazionalmente, raggelati come di fronte a un fantasma. Credo che sia questo il danno maggiore prodotto dalle Brigate rosse: sono riusciti a far regredire il paese sul terreno della coscienza politica". Rosario Romeo Di fronte a certe accuse i comunisti affermano di aver sempre combattuto l'estremismo e la violenza. E' d'accordo? "E' un discorso complicato. Certamente nell'azione del Pci non è possibile individuare storicamente spinte verso il sovvertimento delle istituzioni. Non va tuttavia dimenticato che dopo il '68, il Pci, scavalcato in un primo momento dalla contestazione, ha tentato di riacciuffare l'estremismo ed è proprio in quel periodo che assistiamo alle degenerazioni, e all'uso diffuso della violenza di piazza. La famosa “battaglia” di Valle Giulia tra studenti e forze dell'ordine mandò all'ospedale 160 poliziotti. Certo, oggi i comunisti sono più impegnati a combattere la violenza ma non si può dimenticare che per anni il paese è stato impregnato da un'atmosfera di odio". Quali sono le colpe del Pci? "Io dico che negli anni che vanno soprattutto dal '68 al '72 molti atti di violenza non sarebbero stati possibili senza la copertura politica dei comunisti. Mi riferisco soprattutto alla contestazione nelle scuole e nelle università. Ricordiamoci dell'autunno caldo, degli incidenti di via Larga a Milano. Ricordiamoci delle intimidazioni contro i docenti, delle violenze verbali e morali. E senza un'efficace reazione che questa mala pianta è cresciuta". Ma è possibile individuare un collegamento tra questa violenza e il terrorismo che uccide e rapisce? "Io credo che un collegamento ci sia. Chi lo esclude lo fa per un meccanismo di autodifesa. Ma è troppo comodo".

 

30 Una lettera dall'inferno
Editoriale, Corriere della Sera 5 aprile

Dopo la lettura del messaggio di Moro a Zaccagnini e dei commenti delle Brigate rosse che lo accompagnano, una considerazione si impone con sofferta ma necessaria fermezza. Al di là di tutto ciò che è stato detto e ribadito in queste giornate (che non si può trattare con i terroristi perché non sono nemmeno una minoranza, perché sono fuori di ogni legge e perché non si può considerare antagonista dello Stato un esiguo gruppo che agisce nell'ombra), va aggiunto, anche dal punto di vista del più freddo pragmatismo, che ogni remota ipotesi di approccio è caduta. Le Brigate annunciano, infatti, il passaggio da un "processo di guerra civile strisciante" a "un'offensiva generale, diretta da un disegno unitario". Il che significa che nessuna trattativa, nessun umanitario cedimento potrebbe fermare una dichiarata strategia che ha per obiettivo la morte di altri uomini e la fine delle istituzioni democratiche. Del resto, come ha lucidamente ricordato Andreotti alla Camera, tra gli applausi di tutti i deputati, "quale mai patteggiamento potrebbe essere tollerato - oltre che inibito dalla coerenza della nostra identità costituzionale - verso gente le cui mani grondano del sangue di Coco e della sua scorta, di Croce, di Palma, di Berardi, di Casalegno e di altre cinque vittime di via Fani?". Forse le Brigate rosse non si rendono conto del carattere spaventoso di documenti che ha questa sequenza di messaggi: un documento ormai in più capitoli che è tutto contro di loro e rivela come, al di là delle farneticazioni ideologiche, ci sia un piano distruttivo che finirebbe con il coinvolgere ogni cittadino. La prima reazione della Democrazia cristiana è stata: "Questa lettera non è moralmente ascrivibile a Moro". Le Brigate rosse ci fanno infatti assistere alla demolizione di un uomo che racconta il diario allucinante del proprio annientamento fisico, psichico e morale. Taluni argomenti della sua lettera sono assai più sconvolgenti che persuasivi. Se Moro li ha usati, vuol dire che egli è convinto che i suoi carcerieri e i suoi inquisitori non intendono aspettare a lungo. Purtroppo, "il tempo corre veloce". Tuttavia lo sconforto e la disperazione non lo hanno ancora del tutto distrutto. Il prigioniero si dice pronto a raccogliersi "con Iddio, i miei cari e me stesso" rivelando ancora una volta il tranquillo coraggio con cui è pronto ad affrontare anche un atroce destino. La giustizia è un sentimento profondo, innato nella coscienza popolare. Questo sentimento si sveglia sempre di più in tutti , e inesorabilmente isola, più di quanto già non siano, i terroristi nella loro visionaria aspirazione di trascinare il paese nel caos. Mancano pochi giorni a quel 25 aprile che segnò per l'Italia il ritorno alla libertà e alla democrazia. Abbiamo resistito al fascismo e al nazismo degli anni Quaranta: la Repubblica, nata dalla Resistenza, ha in sé energie e riserve sufficienti per resistere e sconfiggere il terrorismo degli anni Settanta.

 

31 Ma quale processo?
Leo Valiani, Corriere della Sera 6 aprile

L'angoscia che la nuova lettera di Moro esprime è più che comprensibile. I paragoni con gli imputati politici che sfidarono impavidamente i loro giudici, non reggono. Checché ne dicano i brigatisti rossi, Moro è prigioniero non d'uno Stato, e neppure d'una vera e propria opposizione politica, bensì di una banda di assassini, anche se generata da fanatismo ideologico. Contrapporre ai loro confusi ideali altri ideali, quelli in cui Moro crede, nelle condizioni in cui egli si trova sarebbe mera perdita di tempo. Chi cade nelle mani di delinquenti, è umano che pensi anzitutto a liberarsi o ad essere liberato. Per di più, è verosimile che queste lettere siano state estorte a Moro con pressioni fisiche o psicologiche, forse anche con droghe. E' inconcepibile che Moro, che in parlamento respinse in modo tassativo, alcuni mesi or sono, l'ipotesi che la democrazia cristiana potesse essere processata, ammetta sul serio la legittimità d'un processo politico intentato a lui e al suo partito da un pugno di fuorilegge, colpevoli, fra l'altro, del massacro della sua scorta, composta da fedeli servitori della Repubblica. Del resto, Moro sa meglio di chiunque che l'eventuale liberazione dei complici dei criminali che lo tengono prigioniero, non potrebbe essere decisa dai dirigenti del partito democristiano ai quali la sua ultima missiva si rivolge nominativamente. Solo la magistratura potrebbe prendere una decisione in tal senso, sempre che le leggi vigenti fossero emendate in modo da consentire lo scambio di detenuti che i brigatisti rossi desiderano. Se l'avesse scritta spontaneamente, la lettera di Moro sarebbe stata indirizzata al ministro della giustizia e, se mai, al capo dello Stato, in quanto presidente del Consiglio superiore della Magistratura e in quanto tutore della legalità repubblicana, cui spetta la prerogativa di rivolgere messaggi al parlamento. I brigatisti potrebbero costringere Moro a seguire siffatta procedura. Ciò, però, non avrebbe più alcun valore. Del resto, non ne avrebbe avuto neppure in precedenza. E' un ragionamento che abbiamo fatto soltanto per riaffermare che la volontà di Moro è coartata dai suoi torturatori, anche se egli si sforza di restare lucido. Chi sono questi assassini, che si tingono di rosso, perché oggi questo è il colore alla moda, così come in altri tempi avrebbero indossato camicie nere o brune? Sulla base delle loro dichiarazioni, sono stati definiti leninisti o stalinisti. Certo, di requisitorie contro l'imperialismo e i monopoli (non ancora le multinazionali) in Lenin e in Stalin se ne trovano a iosa. Contro le demoplutocrazie se ne trovano abbondantemente in Mussolini e in Hitler. L'idea del partito armato, per fini ultimi opposti, ma per l'obiettivo immediato di distruggere la democrazia, è presente sia nei leninisti o staliniani, sia nei fascisti e nei nazisti. Si trattava, peraltro, comunque li si giudichi, di autentici movimenti di massa, con prospettive politiche reali. Questo vale anche per quei gruppi socialrivoluzionari o nazionalrivoluzionari che, a differenza del marxista Lenin, fermo e costante oppositore degli attentati, ricorrevano e ricorrono all'arma del terrorismo. I sedicenti brigatisti rossi devono, invece, polemizzare, nel loro comunicato, contro la "mobilitazione reazionaria delle masse". Non diciamo affatto con ciò che i brigatisti sono isolati. Periodicamente, sulle frazioni esaltate della gioventù, e sugli emarginati, la violenza sfrenata esercita un'attrazione, specie se colpisce i suoi bersagli e rimane impunita. Il mito del buon brigante, vendicatore dei torti subiti dal popolo povero, corre attraverso i secoli e risorge tutte le volte che uno Stato dà prova di corruttela d'impotenza. Legittimo o illegittimo che sia il richiamo dei brigatisti rossi a Lenin, una democrazia che governa alla maniera del velleitario ed oscillante Kerenski rischia la disgregazione. Di tutti i sistemi di governo, quello democratico è il più difficile, finché non può contare su una lunga e salda tradizione. In situazioni di crisi l'esercizio della libertà esige poi d'essere sostenuto dall'autorità; s'intende da un'autorità convalidata dal consenso popolare. Nell'Italia odierna, la democrazia repubblicana ha solo poco più d'un trentennio di vita. Il consenso del popolo non le manca. Il pericolo ch'essa corre è di rinunciare alla durezza nel difendersi, per malintesi libertarismi e garantismi, attualmente del tutto fuori luogo, mentre erano sacrosanti contro regimi dittatoriali o reazionari. Con gravissimo ritardo sono stati decretati dei provvedimenti di difesa della Repubblica. A mio personale avviso sono ancora insufficienti e già si levano, da sinistra, delle voci volte ad abrogarli o evitarli. Per adesso nessun dittatore è alle porte. Il partito comunista italiano fa parte dell'arco costituzionale. Alla estrema destra, il neo-fascismo è in declino. Un sistema politico può dissolversi, tuttavia, prima che i suoi becchini abbiano preso forma consistente. La paralisi dello Stato fomenta il pullulare della violenza privata. Le Brigate rosse ne costituiscono una manifestazione esemplare. Viviamo in un'epoca di mutamento di valori: il vecchio tramonta e il nuovo non s'è ancora precisato. Nel vuoto s'inseriscono i violenti e si fanno strada quelli d'essi che non rifuggono dall'omicidio in serie e lo praticano metodicamente. E' un fenomeno internazionale. Altrove viene fronteggiato risolutamente. Se saranno fronteggiate risolutamente, anche le Brigate rosse nostrane verranno sradicate. In caso diverso, benché al potere non andranno mai, potrebbero causare nuovi lutti e altre sventure.

 

32 Pomarici: in casi estremi si può usare
il "siero della verità" per Curcio

Leo Valiani, Corriere della Sera 6 aprile


Adriano Sollazzo, Corriere della Sera 7 aprile Milano - Imposto dal rapimento di Moro, il tema della lotta ai terroristi e, in particolare, dei mezzi più idonei per far breccia nel muro di omertà che fa scudo agli organizzatori e agli esecutori del tragico agguato di via Fani è oggetto di accese discussioni al palazzo di giustizia. Ci si chiede, specificamente, se esistono mezzi efficaci per ricavare da Renato Curcio e dagli altri brigatisti attualmente sotto processo a Torino tutte quelle informazioni che possono rivelarsi utili per identificare i "cervelli" che manovrano le fila delle Br, scoprire la loro centrale operativa, arrivare magari a individuare il luogo dove l'esponente Dc è tenuto prigioniero, dato per scontato che Curcio e compagni sappiano la verità in proposito. Il tutto valendosi anche di mezzi che apparentemente potrebbero sembrare un ricorso all'eccezione, ma che in realtà rimangono inquadrati nel più rigoroso ambito legale. Tra questi espedienti potrebbe rientrare il ricorso al cosiddetto "siero della verità", utilizzato come estremo tentativo per far confessare ai terroristi quello che altrimenti non direbbero mai. Va detto subito che l'uso del "lie-detector" per ottenere le confessioni degli imputati o dei testi, consentito in altri paesi, non è ammesso dalla legge italiana. Ad esso, tuttavia, si potrebbe ricorrere in caso di estrema necessità, stati di necessità esplicitamente previsti dal nostro codice penale. Ecco, in proposito, cosa ne pensa il sostituto procuratore della Repubblica Ferdinando Pomarici, uno dei giudici italiani più esperti in fatto di sequestri di persona, noto, tra l'altro, per avere per primo adottato la cosiddetta "linea dura" tendente a bloccare i denari destinati ai ricatti. "Innanzi tutto - spiega Pomarici - c'è un problema di carattere giuridico. L'inoculazione del cosiddetto "siero della verità" non è prevista, né esplicitamente consentita da alcuna norma del codice processuale. Per altro, ove ricorressero determinati presupposti, si potrebbe teoricamente arrivare a tale soluzione applicando l'articolo 54 del Codice Penale. Se ad esempio - rileva il giudice - vi fossero elementi tali da poter ritenere con certezza che Curcio o altri siano a conoscenza di elementi la cui rivelazione potrebbe consentire di liberare il prigioniero, l'inoculazione di tale siero - che costituirebbe astrattamente reato - sarebbe appunto consentita perché per l'articolo 54 l'autore di tale fatto non sarebbe punibile per averlo compiuto a seguito della necessità di salvare l'onorevole Moro dal pericolo attuale di un danno grave alla persona". "In pratica, cioè - spiega il PM - eventuali reati di violenza privata e altro verrebbero eliminati da tale norma processuale. E' chiaro, però, che si tratterebbe di un precedente molto pericoloso, anche perché bisognerebbe preventivamente accertarsi della reale efficacia e della effettiva innocuità del farmaco da usare, per cui, senza dubbio, occorrerebbe molto coraggio da parte del magistrato o dell'ufficiale di polizia giudiziaria che decidesse in tale senso perché sicuramente si scatenerebbero polemiche di grande portata". Al di là dell'eventuale uso del "siero della verità" (sul poter, concreto, da un punto di vista strettamente scientifico, della narcoanalisi i pareri degli esperti sono discordi, anche se i più ritengono che sia possibile, con questo farmaco, esplorare la psiche umana e ottenere che il paziente si confessi senza riserve o inibizioni), rimane la possibilità, sempre in base all'articolo 54 del codice, di interrogare con il metodo abituale Curcio e gli altri brigatisti e farli parlare sul rapimento di Moro.

 

33 Assassini travestiti da giudici
Editoriale, Corriere della Sera 16 aprile

C'è stato un momento nella storia sofferta di questo secolo, in cui l'umanità si è sentita vicina, ha condiviso la persecuzione degli ebrei. E gli ebrei sono diventati il simbolo del bene contrapposto al male impersonato dalla barbarie del nazismo. E' con lo stesso animo che oggi, di fronte all'ultimo atroce messaggio delle Brigate rosse, gli italiani si sentono più vicini ad Aldo Moro, condividono la sua sofferenza; e sentono quale allucinante realtà, di efferatezza e di violenza, si nasconda dietro la mano anonima che ha scritto quel volantino, e ha decretato la "condanna a morte" del presidente democristiano. "Condanna a morte": ma quale condanna può esservi senza processo? E quale processo, se non un assurdo rito sacrificale, si può svolgere nel chiuso di una prigione oscura, sotto il ricatto continuo delle armi? Non c'è risposta a queste domande di fronte alla logica feroce che muove i terroristi. Per un mese ci siamo preoccupati di trovare una spiegazione anche ai loro comportamenti, di interpretarne i messaggi, di cercare un sia pur folle senso politico. Ed ora, a un mese dalla strage di via Fani, ecco che i brigatisti si ripresentano con lo stesso volto spietato della banda che ha ucciso a freddo i cinque uomini della scorta. Se il primo messaggio di Moro recava le stimmate di una lettera arrivata dall'inferno, questo volantino apre un inferno nella coscienza di tutti. Il ricatto dei brigatisti viene portato al limite estremo, col cinismo spavaldo, con l'inumanità feroce di chi cerca nella "lucida follia" ideologica una giustificazione dei propri comportamenti sanguinari. Perché c'è anche questo nel messaggio: l'ammissione che l'interrogatorio di Moro non ha portato a "rivelazioni" da sbandierare. ("Non ci sono clamorose rivelazioni da fare" dice testualmente un passo del documento"). La Repubblica non ha scheletri nell'armadio, non ha segreti ignobili da celare; e la gente, la coscienza della gente sa bene che gli anni trascorsi dalla fine della guerra sono stati al di là delle divisioni, un periodo di libertà e di civile convivenza. E proprio la sfida dei brigatisti, i loro gesti che evocano le immagini più cupe del terrore, offrono una ragione in più per stringersi attorno a queste istituzioni, senza cedere al ricatto del sangue e della paura. Con il comunicato numero sei i brigatisti hanno voluto ricordare che Moro è nelle loro mani, anzi è sotto il loro potere. E' vero: se vogliono, se la loro logica assassina li spinge a tanto, hanno il potere di eliminare fisicamente Moro. Ma non si illudano: non credano, con quel gesto, di conquistarsi una vittoria: si trovano contro 56 milioni di italiani. Si può anche assassinare un leader, non si può uccidere un popolo libero.

 

34 La repubblica non si baratta
Editoriale, Corriere della Sera 21 aprile

La repubblica vive ormai con il fiato sospeso le ore che i brigatisti lasciano con il loro ultimatum: e non è soltanto la speranza, ma il desiderio forte di tutti gli italiani che uno dei cittadini migliori, oggi in grave pericolo di morte, torni libero ai suoi affetti e al suo compito di statista. Abbiamo sempre sostenuto che il modo migliore per combattere il disordine e sconfiggere la civile convivenza sia quello di fare ciascuno, con l'impegno più adeguato, il proprio mestiere, il proprio dovere, senza lasciarsi prendere alla gola né dalla paura né da esagitate passioni. Il nostro dovere di giornalisti è quello di informare, con calma, con democratica partecipazione, certamente senza paura ma anche senza presunzione. Con il senso delle proporzioni, che si fa più acuto in un momento tanto grave, è nostro dovere degli uomini dell'informazione lasciare, senza intromissioni retoriche e senza consigli da falchi o da colombe, ai politici, ai rappresentanti liberamente eletti dal popolo, il giudizio su una scelta difficilissima che deve conciliare almeno quattro inderogabili esigenze: 1) cercare con tutti i mezzi che uno stato di diritto consente, di salvare la vita carissima di Aldo Moro; 2) rispettare la legge della repubblica, che non può essere barattata; 3) avere presenti i sentimenti di un'opinione pubblica da una parte tesa con tutto il cuore alla liberazione di Moro, dall'altra frastornata dalle prove di incredibile ferocia che ancora ieri i brigatisti hanno spietatamente fornito e dalle prove di inadeguatezza che gli apparati dello Stato danno di fronte al compito di catturare i colpevoli; 4) valutare eventuali strumenti tecnici per schiudere le porte di questa assurda "prigione del popolo", senza elevare alla impossibile dignità di contro Stato i carcerieri del terrore. Con la convinzione, comunque, che non c'è baratto possibile, che violando la legge dello Stato di diritto non si deve liberare neppure un ladruncolo, e quindi non certo gli assassini che hanno ucciso ancora ieri a Milano un difensore dello Stato. L'ultimo volantino delle Brigate rosse contiene frasi quanto mai insultanti e minacciose. Ma anche espressioni così truculente e aggressive che servono soltanto da copertura a una proposta concreta. Infatti i brigatisti affermano: "Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti". Per la prima volta le Brigate rosse avanzano direttamente quelle proposte di scambio che fino a ieri erano contenute soltanto nelle lettere fatte scrivere ad Aldo Moro. Fino a ieri i brigatisti si erano dichiarati del tutto estranei alle "iniziative personali" del loro prigioniero. La novità è importante, ma non va sopravvalutata. Il giudizio di costituzionalisti e di politici è concorde nell'osservazione che inviando il loro ultimatum alla Democrazia Cristiana le Brigate Rosse hanno sbagliato indirizzo. La Dc, infatti, è soltanto un partito politico, e come tale non ha alcuna possibilità di scarcerare i detenuti. L'eventuale liberazione di qualche brigatista spetterebbe soltanto alla magistratura. E neanche i giudici, oggi, sarebbero in grado di porre in libertà provvisoria Curcio e i suoi compagni, anche se fossero intenzionati a farlo. La legge non glielo consente. Su due punti gli osservatori politici trovano difficile vedere come sia possibile discutere: sono da escludere sia il baratto dei prigionieri sia l'organizzazione di incontri confidenziali e riservati tra brigatisti e rappresentanti ufficiali dello Stato italiano. Però nulla vieta verificare se le proposte avanzate dalle Brigate Rosse sono veramente la loro ultima parola, e di esplorare se non esista qualche possibilità concreta di restituire Aldo Moro alla sua famiglia. Un tentativo e un sondaggio del genere possono essere forse effettuati da Amnesty International. Questa organizzazione infatti gode del massimo credito e prestigio nel governo italiano e ha sempre tutelato i diritti civili dei detenuti politici. Tutti sono d'accordo che ogni possibilità di salvare una vita umana va dunque esplorata fino in fondo. Non si può cedere al ricatto, questo era e resta ovvio per tutti. Ma c'è anche chi sostiene che non è giusto, quando per la prima volta squilla il telefono, abbassare di colpo il ricevitore. Anche se dall'altra parte del telefono c'è un criminale in attesa. Nel loro comunicato i brigatisti scrivono che il problema al quale si deve rispondere "è politico e non di umanità". E' vero il contrario: il problema da affrontare può essere umanitario, con loro non potrà mai essere politico. Ecco perché lo Stato non ha alcun colloquio da aprire con i terroristi. Potrà farlo, semmai, con senso umanitario, Amnesty.


35 Come giudica l'ultimatum delle Br la frangia dell'estrema sinistra
Giuliano Zincone, 22 aprile

 

36 Dall' "intellettuale" Curcio
al "galeotto" Notarnicola.

Giuliano Zincone, Corriere della Sera 25 aprile

 

Le Brigate rosse hanno chiesto la liberazione di tredici detenuti che vengono da esperienze politiche e da matrici guerrigliere diverse. E' una richiesta che, indipendentemente dalla risposta che otterrà, conferma che i brigatisti intendono proporsi come scudo e spada di tutti i movimenti armati di sinistra. Essi vogliono dimostrare a chi sta in carcere, ma soprattutto ai potenziali alleati estremisti, che l'unica formazione in grado di difendere concretamente i "prigionieri politici" è quella delle Brigate rosse. Essere gli unici, a questo livello incandescente di scontro, è l'obiettivo primario dei terroristi che mirano all'egemonia. Non all'egemonia fondata sul consenso della maggioranza, ma all'egemonia su tutte le forze "rivoluzionarie", in previsione della "guerra di classe" e della "lotta di lunga durata". Sottovalutare questa aspirazione, liquidare i brigatisti come una banda di criminali deliranti e solitari, sarebbe un errore micidiale per la democrazia. I documenti delle Br posteriori al rapimento di Moro sono rivolti non tanto all'opinione pubblica (la cui stragrande maggioranza li respinge con sdegno), ma all'area (reale o fantasticata) del cosiddetto Movimento Rivoluzionario Proletario Offensivo (MRPO). A questa frangia sociale, ai gruppi organizzati o spontanei che accettano la logica delle armi, le Br intendono dimostrare in primo luogo che tutti i partiti politici sono solidali ("complici") nella salvaguardia del Sistema vigente e che essi, i brigatisti, sono gli unici avversari efficienti e attendibili delle istituzioni difese dai partiti. Il calcolo delle Brigate rosse è semplice, ma non semplicistico. Secondo la loro analisi, sarà proprio la solidarietà, la convergenza fra tutti i partiti, a produrre all'interno delle classi sociali conflitti e tensioni privi di sbocco, e a obbligare i ceti subalterni a considerare il "partito armato" come uno strumento da prendere in considerazione. E' inutile illudersi: il rapimento di Moro non è un punto d'arrivo. E' soltanto una tappa di una strategia che prevede la provocazione sistematica del potere politico, in una escalation di ricatti e di attenuanti sempre più incisivi. Secondo i progetti delle Brigate rosse, questa aggressione permanente dovrebbe spingere il Sistema a "mostrare la sua vera faccia", cioè a mettere in atto provvedimenti repressivi che colpiranno non tanto i clandestini, quanto le frange dissidenti che oggi non solo criticano, ma avversano decisamente le Brigate rosse. A questo punto gli estremisti e i marginali politici individuerebbero nello Stato il loro principale e più diretto avversario e nell'"ipotesi guerrigliera" l'unica forma agibile di "autodifesa" e di espressione politica. Non ci sembra possibile, oggi, domandarsi quante probabilità di successo abbia un simile disegno: il suo esito non dipende certo dalla volontà soggettiva delle Brigate Rosse, ma dal senso di responsabilità e dal quoziente di reale democrazia che le nostre istituzioni di governo saranno in grado di esprimere. Chiedendo la liberazione di quei tredici detenuti, le Br compiono un atto simbolico, non si illudono certo di chiamare a raccolta formazioni combattenti che in qualche modo si sentano rappresentate da "prigionieri politici" come Mario Rossi, Sante Notarnicola o Pasquale Abatangelo. Il gruppo XXII Ottobre, cui apparteneva Mario Rossi, non è che una filiazione dei GAP di Feltrinelli, nati per organizzare la resistenza contro un colpo di Stato ritenuto imminente. Questa formazione ha già fatto l'autocritica e, per quanto se ne conosce, è stata assorbita quasi del tutto dalle Br. Sante Notarnicola non rappresenta che se stesso: un prodotto atipico del proletariato marginale metropolitano, fuggiasco dalla sezione del PCI, rapinatore per ribellismo generico, in prigione, rivendica una matrice rivoluzionaria, scrive un libro, diventa un politico arroventato e puntiglioso. Ma non ha seguito, anche se il suo caso è un segnale d'allarme che fa pensare alla teoria americana sul carcere come "scuola di rivoluzione". La galera, in realtà, è una esperienza comune per molti sottoproletari italiani: dopo il '68 diviene il punto d'incontro fra questi strati sociali e gli studenti politicizzati che, nei brevi periodi delle loro detenzioni, fanno opera di propaganda e tentano di organizzare la mobilitazione. Nasce la visione del carcere come esito e summa delle contraddizioni e delle ingiustizie dello Stato borghese, confortata ed esasperata dai ritardi della riforma e dalla realtà angosciosa e brutale di molti istituti di pena. In questa situazione, da una costola di Lotta Continua, si formano i Nap: Pasquale Abatangelo è uno dei fondatori, un teorico della rivoluzione carceraria. Ma i Nap, proprio per i loro legami esclusivi con il mondo delle prigioni, non riescono ad assumere una fisionomia politica rappresentativa. Infiltrati da poliziotti ed elementi corruttibili, portatori di una visione semplicistica e limitata, finiscono con l'estinguersi dopo pochi anni. I detenuti politicizzati, oggi, rappresentano ancora una minoranza. E tuttavia la breve esistenza dei Nap è un ammonimento da non trascurare. I Nap costituiscono, in vitro, il campione di una miscela esplosiva che viene formandosi non tanto nelle carceri, quanto nelle periferie urbane, nei ghetti sottoproletari, nei rioni del lavoro precario e dell'esistenza marginale. Qui, per la prima volta nella storia del nostro paese, entrano in contatto due specie di malessere che fino a ieri si tenevano reciprocamente a distanza: il malessere dei disoccupati intellettuali, in gran parte di estrazione proletaria, e la disperazione dei sotto-proletari cui la crisi economica e la recessione non promettono alcun futuro. I primi, oggi, si propongono come leaders naturali dei secondi e, contemporaneamente, rivendicano dignità politica alla spontaneità dei loro comportamenti: mentre la passata generazione degli intellettuali rivoluzionari tendeva a prendere a modello e a proporre le forme di lotta proprie degli operai, la generazione più giovane, delusa o respinta dai partiti, accoglie nelle proprie teorizzazioni i comportamenti sottoproletari, e li estremizza nella lode dell'esproprio, del progetto violento, dell'illegalità di massa. Non deve meravigliare, quindi, che nella lista dei tredici detenuti che premono alle Br coabitino un intellettuale come Renato Curcio e un galeotto come Sante Notarnicola: la richiesta, simbolica, allude alla saldatura tra "combattenti" di diversa estrazione che è stata più volte rivendicata come un obiettivo fondamentale dai brigatisti. Ma nel "Comunicato numero otto" c'è anche un riferimento esplicito alle carceri, ai "lager di regime dove sono rinchiusi a centinaia i proletari comunisti, l'avanguardia del movimento proletario che lotta e combatte per una società comunista". Sarebbe un errore ritenere che i residui movimenti politici nati nelle prigioni tendano a identificarsi direttamente con le Br. Ma esiste il reale pericolo che i terroristi, agendo sulle contraddizioni dell'attuale sistema penitenziario, riescano ad assicurarsi una base di consenso fra i detenuti e, soprattutto, su quella parte marginale della popolazione che, direttamente o indirettamente, ha conosciuto la galera o si aspetta di conoscerla. Lo Stato italiano non può permettersi il lusso di tollerare l'esistenza di strutture carcerarie come il manicomio criminale di Aversa o come il "braccio speciale" della prigione di Novara: luoghi di pena come questi esasperano le tensioni, invece di contenerle. E non si tratta di situazioni limitate o ignote. Almeno da dieci anni, una quantità di libri, inchieste, documentari, indagini giornalistiche vanno mettendo a disposizione delle forze politiche ogni possibile indicazione in merito alla realtà esplosiva che cresce nelle istituzioni dotali e nei settori marginali della società. Di queste indicazioni non si è tenuto il minimo conto, né ci sembra che l'attuale atteggiamento dei partiti di governo lasci sperare che le cose cambino. Anzi: su chi denuncia le ingiustizie e i ritardi che colpiscono ed esasperano i ceti subalterni, pesa l'accusa di "fiancheggiare le Brigate rosse". Ma questa accusa è un'arma a doppio taglio, poiché è difficile nascondersi che il vero "brodo di coltura" del terrorismo è la rabbia dei disoccupati, dei precari, dei giovani senza futuro. Dice il sociologo Giulio Salierno: "Kruscev, parlando degli errori di Eisenhower, disse che il presidente americano avrebbe meritato la tessera onoraria del PCUS. Io credo sinceramente che molti dei nostri leaders politici, per la loro incapacità di capire la situazione e di fronteggiarla, meriterebbero la tessera onoraria delle Br". Oggi dobbiamo constatare che le Brigate rosse, lungi dall'emettere proclami "deliranti", stanno operando con astuzia per seminare tentazioni guerrigliere nel deserto della disperazione e del malessere. Non si impedirà certo ai terroristi di raccogliere i loro frutti avvelenati continuando a metterli sullo stesso piano della banda Vallanzasca. O tentando di convincere la gente che le Br sono emanazioni di servizi segreti, entità diaboliche lontane dalle serene consuetudini del nostro buon popolo. Fino a oggi ha prevalso, all'interno delle forze politiche italiane, il cosiddetto principio di irrealtà, vale a dire l'incapacità-impossibilità di valutare il terrorismo per quello che concretamente rappresenta: un fenomeno di guerriglia limitata, che va combattuto sul piano politico e culturale. E va combattuto soprattutto, con una campagna di riforme incisive e durature, stroncando la inefficienza e la corruzione, coinvolgendo davvero la gente nella gestione della cosa pubblica. Lo sappiamo, la ricetta non è nuova: sono dieci anni che la andiamo ripetendo. Ma adesso è arrivato sul serio il momento di metterla in pratica. Prima che sia troppo tardi.

 

37 Il retroterra dei brigatisti
Il pescecane e l'acqua sporca

G. Barbiellini Amidei, Corriere della Sera 28 aprile

Anche oggi giorno, come il don Ferrante di Manzoni, i dotti di professione, al primo parlar di terrorismo si misero a discettare: è ideologia, cioè sostanza, è follia, cioè accidente, è acqueo, cioè diffuso, è aereo, cioè intellettuale, è igneo, cioè straniero, è terreo, cioè classista. Ne discutono ancora. Non che le brigate siano proprio una peste ma un certo contagio lo dimostrano. Giorno dopo giorno continuano a colpire con incredibile impunità: l'altro ieri un dirigente democristiano a Roma, ieri un funzionario della Fiat a Torino. E colpiscono con le pallottole, colpiscono con i messaggi, sparando nel mucchio delle incertezze politiche e morali. Qualcuno dice che "obiettivamente" sono bravi, che danno lezioni di efficienza e di fedeltà alle loro idee. (Come scrisse Malaux dei nazisti: "hanno dato lezioni all'inferno"). Ma che cosa è per davvero, questo terrorismo? Un dotto di altri Paesi, Brian Jenkins, esperto della Rand Corporation, ne da questa definizione quasi accademica: "Il terrorismo può essere definito come l'uso di violenza attuale o temuta per guadagnare attenzione e creare allarme e paura, così da convincere il popolo a sopravvalutare le forze dei terroristi". Passati oltre quaranta giorni dal rapimento di Moro, di fronte all'ultimo sconvolgente messaggio, senza una pista, senza l'arresto di un colpevole, di cosa si è convinto il popolo? Che cosa sopravvaluta? Fuori dall'ironia : è molto importante vedere le radici ideologiche, le colpe storiche, le ascendenze politiche, le ramificazioni internazionali della violenza armata che affligge il paese. Oggi però la questione essenziale non è storica, ma pratica: se è vero, come vuole l'ideologo Mao, che il guerrigliero sia il pesce, e il territorio di diffusione sia l'acqua, di quanta acqua dispone questo pescecane che azzanna la Repubblica? E come si fa a prosciugare quest'acqua? A proposito della quantità d'acqua un sociologo che se ne intende, Sabino Acquaviva, scrive: "Si dice che il terrorismo e la guerriglia non hanno una base sociale: a questo proposito suggerirei di ascoltare per una settimana una delle tante radio dell'autonomia che nello spazio di una giornata alternano musica impegnata o molto raffinata con “bollettini di guerra”. Per esempio: un comunicato sulla lotta delle donne nella città x; altra musica, altro comunicato: notizie su un gruppo di donne che ha attaccato con bottiglie Molotov agenzie che distribuivano film pornografici; altro intervallo, altro comunicato; e così via. Ma questi comunicati coprono tutti gli spazi; dal sindacato al teatro, al femminismo; mostrando, se non una base sociale vasta, una penetrazione capillare dei loro elementi". Anche questa è acqua del pescecane, un'acqua torbida di errori e di disattenzioni. Isole di consenso, zone di reclutamento, aree di confine, spazi di omertà o di indifferenza: chiamatele come vi pare, sono parti politiche e morali di Italia dove uno vede sparare e sta zitto, un altro sa e si distrae, un terzo si dispone, almeno psicologicamente, a nuotare a fianco del pescecane. Contro il contagio della propaganda, contro quello della vita e dello spirito gregario, c'è una questione di contenuti e c'è una sfida di immagine. Tutti sanno quali sono le fasce della società più esposte alla suggestione della rivolta: un milione di studenti nelle università senza riforme, ottocentomila giovani disoccupati, duecento - duecentocinquantamila lavoratori precari nelle scuole e negli atenei; e poi gli infermieri di un mondo ospedaliero umiliato dalla povertà tecnica e dal clientelismo. E poi le donne, giovani donne cui il femminismo ha dato la consapevolezza aspra, quasi furibonda, della mancanza di potere e di decisione, della perseveranza cieca di una visione del mondo che è ancora troppo dalla parte dell'uomo. Tutta questa gente può essere acqua: eppure la legge per l'occupazione giovanile resta una macchina vuota, le università sono lì, con le stesse miserie, le stesse non-leggi che partorirono il '68. E i giovani fuggono nelle università per non constatare sulle strade la loro condanna statistica alla disoccupazione. Ma poi delusi fuggono dalle università, appena iscritti (più di un quarto se ne va già al primo anno) e tornano sulla strada, spesso disponibili per il pescecane. La riforma sanitaria è ancora un titolo quotidiano per le promesse delle giornate stanche e c'è chi butta i letti dalle finestre degli ospedali. Non si riesce neppure a spezzare, con il colpo di scure di un provvedimento onesto ma veloce, il peronismo inquietante dei precari, garantendo un futuro a questi lavoratori-centauri, metà professori, metà studenti, vittime predestinate di ogni vampirismo ideologico. Se ci sono poi mani ignoranti da restituire alla zappa, lo si dica con chiarezza. Manca la consapevolezza della straordinaria amministrazione. L'Italia ha bisogno di vivere un suo secondo boom: il primo l'ha trasformata da Paese agricolo a Paese industriale, il secondo deve inserire nel tessuto economico, sociale politico, alcuni milioni di cittadini tenuti fuori dalla produzione, dalla partecipazione, dalla condivisione dei valori civili e morali. Le maggioranze politiche ci sono. Ci vogliono idee di grande respiro, audacie legislative capaci di incidere, disponibilità a pagare i costi, in tasse e in salari, in una ridistribuzione del lavoro e del reddito. Si è parlato di un'evasione annua di quasi diecimila miliardi: è necessario cancellare queste cifre criminali, trattare con leggi e manette i delitti economici dei colletti bianchi. Il problema dei contenuti si salda quindi a quello dell'immagine. Lo Stato ha di fronte nemici che sono conoscitori sottili della psicologia di massa. Nei loro messaggi, essi battono e ribattono sui facili concetti di bene e di male, dividendo il mondo nello schematismo suadente di sfruttatori e sfruttati. Hanno un'organizzazione metà mafiosa e metà templare, eppure si presentano come Robin Hood nel bosco delle multinazionali. Lo Stato deve trovare l'orgoglio dalla propria immagine, deve sapersi presentare con certezza di diritto, pulizia di mani, proposte di solidarietà. Oggi tutti vogliono fare processi, alle colpe, alle omissioni. Accanto al processo intollerabile delle omissioni a Moro, mille vili Brigate grasse fanno in cuor loro un silenzioso processo allo Stato, sostenendo che esso non merita l'onesta di una tassa pagata, né il coraggio di una parola scritta in sua difesa. Qui è l'errore di immagine e di valutazione storica. Con i suoi difetti, le sue disuguaglianze e i suoi ritardi, l'Italia è un grande Paese libero, fuori dalle liste della repressione e della tortura segnalate da Amnesty International, fuori dalle liste della fame e della povertà compilate dall'UNESCO, fuori dalle liste del colonialismo, stabilite all'Est e all'Ovest. I dannati della terra, cui Frantz Fanon affidava il diritto alla rivoluzione, sono in altri Paesi più sventurati del nostro. Alla periferia della nostra storia c'è solo un allucinato branco: anche se è cresciuto, anche se viltà, errori e meschinità politiche lo stanno di ora in ora ingrassando, è ancora un branco di pescecani. Se asciughiamo l'acqua sporca, i pescecani scompariranno.

 

38 Una vita da salvare senza ambigui postini
Editoriale, Corriere della Sera 1 maggio

Le lettere di Moro sono ormai uno stillicidio. Con una puntualità e un'immediatezza di cui da tempo i nostri servizi segreti sono incapaci, i "postini" delle Brigate rosse o quelli che ricevono le lettere di Moro dalle Brigate rosse girano indisturbati per Roma, recapitano i plichi nelle portinerie degli alberghi, all'interno delle auto e nelle cassette postali delle case. Se sullo sfondo non continuasse, assi più inquietante di questa efficienza, la tragedia di un uomo prigioniero, saremmo indotti a sottolineare quanto di incredibilmente grottesco vi sia nelle pieghe minori di questa storia. Come hanno detto la Dc, il Pri, il Pli, il Psdi, il Pci, e amici carissimi di Moro tra i quali il cardinale Pellegrino, ripetiamo che le lettere che stanno piovendo sono moralmente inattendibili, non ascrivibili, né intellettualmente, né come frutto di coscienza, a uno statista che per trent'anni è stato ai vertici dello stato e della nostra vita politica. Siamo arrivati a un tale punto della corrosione della credibilità e del senso di responsabilità che un giornale, proprio ieri, ha potuto annunciare quale sarà la prossima mossa di Moro: una proposta di legge, che arriverà attraverso i soliti, e forse non più oscuri, canali, al Parlamento stesso. Moro proporrebbe una legge per concedere "il diritto di esodo", cioè l'esilio, a quanti si trovano in carcere per motivi "dichiaratamente politici". Ci auguriamo che questa ambigua anticipazione non sia vera. Vorremmo ricordare che, al di là dell'atmosfera pettegola e petulante che ormai pervade Roma, al di là delle battute, della meschina strategia delle voci, di un sotterraneo lavorìo che mira ad indebolire, se non a ridicolizzare, lo Stato, vorremmo ricordare che ci sono altre e ben più ineludibili leggi. Per queste leggi Moro ha condotto anni di battaglie libere e democratiche, e proprio perché non era un intemerato difensore oggi si trova prigioniero, dopo che la sua scorta è stata assassinata. Se, come è stato scritto, c'è "un partito della famiglia", occorre dire con fermezza che dall'altra parte non c'è un partito di becchini o di aguzzini. Sappiamo tutti dove sono i potenziali becchini e i sicuri aguzzini. Anche se è amaro discorrere di schieramenti davanti a un dramma di tale portata, dall'altra parte c'è un'opinione pubblica, c'è un vasto numero di partiti. Questo "schieramento" desidera con tutte le sue forze che sia tentata ogni via per salvare Moro, ma sa che non si può salvarlo spezzando e frantumando le leggi, come se esse non fossero, per volontà parlamentare o popolare, il fondamento della Repubblica. Anziché farci "postini" dei suoi messaggi, vogliamo cercare con umiltà di intuire la volontà di Moro se egli non si trovasse in un atroce stato di necessità. Diciamo, con altrettanto umile certezza, ricordando le sue doti di supremo conciliatore e di instancabile mediatore degli "opposti", che egli ci avrebbe sì indicato di trovare una via più morbida, più umana, di seguire le leggi, ma senza arrivare - come taluno lascia intravedere - al vilipendio e all'abiuro. Sembra giusto aggiungere che la moglie e i figli di Moro meritano la comprensione dei cittadini, la forza morale che uomini come Andreotti, Zaccagnini e Fanfani dimostrano in queste giornate d'angoscia. Ma il Paese si chiede se la legge possa consentire questi ambigui giri di postini o, addirittura, l'apertura di canali d'informazione che consentono di anticipare le mosse delle Brigate rosse. Pensiamo al rigore che è stato applicato su famiglie di gente rapinata, sottoposta a fermi, perquisizioni e addirittura arresti. Quei fermi, quegli arresti, giustamente indignano. La famiglia Moro può, come ha fatto ieri, dissociarsi dalle posizioni della Dc, perché di una moglie e dei figli l'amore può e deve contare più della fredda lettera della legge. Ma è altrettanto vero che non devono esistere "corpi separati" all'interno dello Stato. Lo diciamo "con tremore", per riprendere le parole pronunciate in questi giorni, da un grande filosofo della politica, Norberto Bobbio. Il desiderio e la speranza sono di avere presto Aldo Moro, vivo e libero, senza che pesi su nessuno un vilipendio o un aggiramento delle leggi della Repubblica. Questa Repubblica ai cui valori, oggi 1 maggio, milioni di cittadini guardano come al simbolo di un'uguaglianza che non può essere delusa né rinnegata.

 

39 Perché non credere alle sue lettere?
Claudio Martelli, 1 maggio

 

40 Terrorismo e Intellettuali. Contro il ricatto
Cesare Cases, il manifesto 24 marzo

 

41 Come non subire
R. Rossanda, il manifesto 25 marzo

Va dunque preso sul serio l'avvertimento delle Brigate rosse dopo il sequestro di Moro, che in questo momento sotto il mirino è soprattutto la democrazia cristiana. Questo, non solo la dimostrazione che in piena mobilitazione della polizia, possono colpire dove vogliono, mi sembra il vero senso dell'attentato a Picco. Nel mirino è quel che definiscono non solo lo stato, ma la sezione italiana d'uno stato imperialista. Poiché certo non credono che siffatto superstato si distrugga con la soppressione, uno per uno, dei suoi quadri principali o medi, è evidente che l'obiettivo è di spingerlo a una reazione come si usa dire, destabilizzante, provocarne una mossa, uno scarto. Fin quando la democrazia cristiana resisterà ad avere sequestrato il suo presidente e impallinati i suoi uomini, senza dividersi liberando le sue proprie tendenze eversive, in un processo cileno accelerato, o senza chiedere, per mantenere sotto controllo l'area di interessi e di corpi separati che essa copre, un prezzo altissimo ai suoi alleati? A questa difficile domanda mi par difficile sfuggire. Tanto più che c'è chi soffia sul fuoco. L'onorevole La Malfa, se ben intendiamo l'editoriale di ieri le rimprovera troppa flemma. Una così straordinaria inefficienza della polizia sembra calibrata per eccitare i riflessi alla De Carolis. La stupidità delle leggi d'eccezione, forcaiole e inefficaci, persuaderà immancabilmente qualcuno che ci vuol ben altro. Nel giro di alcune settimane il quadro politico può degradare rapidamente. Prima di ritrovarci tutti a dover sfilare in processioni antifasciste al minimo denominatore comune sarà bene che ci poniamo questo problema. E' tanto sciocco sfuggirgli, quanto difficile indicare una soluzione che non sia il rispondere fino in fondo alla possibilità e alla domanda che è venuta dai presidi operai di questi giorni. Sono, dicono, un intellettuale anch'io, e provo tanto fastidio verso l'ingiunzione del Pci a pronunciamenti nei quali si esige che la condanna al terrorismo, per essere insospettabile, comporti il silenzio su quel che c'è di marcio in Danimarca, sia l'insoddisfazione per la risposta: “io al ricatto: o con lo stato o con le Br non sto”. Neanche io ci sto, ma è sicuro che lo subisco, se non trovo qualcosa di più della denuncia dell'arretramento del fronte dell'offuscamento di un'idea di democrazia, di cui è stato essenziale nel nostro paese la critica risoluta, non all'idea dello stato - che non siamo di fronte a un concetto - ma a quella formazione storica precisa che è lo stato italiano e al ruolo che in esso ha avuto la democrazia cristiana. La questione è “come” arrestare una deriva a destra che domani può diventare più grave. “Come” impedire che ne resti macinata una sinistra che sembra non saper far fronte a pressioni sempre più squilibranti e dalle quali è sempre più squilibrata. Oppure il guasto è tale, che siamo ormai nelle mani di un gruppo di terroristi da un lato, della prevedibile risposta selvaggia del sistema dall'altro? Io credo che no. Che differentemente dalla Germania, in Italia possiamo ancora chiederci “come”. In nessun paese, che io sappia, è infatti avvenuto che in forme diverse di golpismo - giacché di questo si tratta - si sia avuto una risposta operaia come quella dei giorni scorsi. Per quel che mi consta, le masse in circostanze analoghe sono ammutolite, salvo nell'onda crescente del 1970 in Cile, di fronte all'uccisione del generale Schneider. Qui non ammutoliscono. E quel che dicono è determinante in due direzioni vitali: la prima è il prosciugamento d'un'area di rassegnata complicità con le Br, la seconda è l'avviso alle loro organizzazioni storiche che nulla può essere fatto senza tenere conto che le fabbriche sono all'erta, in qualche modo difendendole da una tentazione di totale cedimento alla crociata d'ordine. Questo comporta una maturazione politica di grande importanza. Coloro che hanno scioperato per Moro sanno di aver scioperato per il sequestro d'un avversario, non di un amico; hanno fatto cioè un ragionamento di secondo grado, non morale o difensivo, ma politico e aggressivo, rifiutando un certo tipo di attacco portato all'avversario perché in esso vedono la forma in cui il capitalismo può tentare una fascistizzazione, altre volte tentata e fallita. Se questo è vero, non solo vuol dire che in Italia esiste la possibilità di sfuggire al ricatto non con una fuga, ma con un salto in avanti; ma che ne esiste la richiesta di massa, e che questa è più avanzata che negli stessi distaccamenti d'avanguardia della sinistra. Ai quali, per essere a livello della pressione operaia, è richiesta l'elaborazione teorica e politica e la pratica del comportamento, anche in sede di una nuova idea delle “norme”, d'una società davanti a un lembo eversivo che le si leva contro, permettendole non solo di sfuggire alla tenaglia terrorismo-repressione, ma di usare in modo offensivo invece che difensivo del vuoto che si è aperto. Non è, credo, un tema diverso da quello della conservazione delle forze e dei varchi della rivoluzione italiana dopo gli anni sessanta. Se non vogliamo trasformarci solo in Cassandre della rivoluzione tradita e della democrazia che se ne va, dobbiamo sapere, per esempio, che a questa risposta il garantismo non basta e che il modulo leninista è finito. Ma in un quadro di rapporto di forze democratiche più debole o più forte che trent'anni fa? Io dico “più forte”. Mi chiedo in quanti di coloro che giustamente protestano sul ricatto d'ordine del Pci, la risposta sarebbe diversa da quella del Pci: “più debole”. Ma se è più forte non dobbiamo chiedere che il “presidio operaio” non si limiti ad emergere, ma si organizzi ed estenda? Se l'Italia diventa ora una rete di quei consigli di zona, che i riformisti hanno avversato e i rivoluzionari disprezzato, non solo il terreno del terrorismo sarebbe ridotto, socialmente e perfino come operatività tecnica, ma il compromesso istituzionale sarebbe sotto difesa, per quel che contiene di “patto democratico”, e sotto controllo per quel che alimenta come luogo di degenerazione autoritaria. E se, insieme, gli intellettuali della sinistra avanzassero la formazione di nuove trincee, anche d'analisi e di teoria, a sorreggere l'ossatura d'un principio di stato di transizione? Gli stati non cambiano se non quando un movimento di massa e di idee si innesta nel corso di una loro crisi. Lo sanno le Brigate rosse. Lo sa la risposta operaia. Non dovremmo saperlo anche noi, intellettuali di sinistra di professione?


42 L'album di famiglia
Rossana Rossanda, il manifesto 2 aprile

 

43 "Non è lui"
Franco Fortini, inserto Aprile N° 1 de il manifesto

"Aldo Moro...non è presente nelle lettere dirette a Zaccagnini, pubblicate come sue". Questa dichiarazione porta le firme di alti ecclesiastici e di eminenti studiosi cattolici. Essa parte dalla certezza di una "fisionomia" che amici e conoscenti di Moro gli attribuiscono. Non si fonda sulle perizie calligrafiche o linguistiche e per questo ha diritto alla nostra gratitudine; ma non dice su che cosa si fondi quella irriconoscibilità. O meglio, lo dice indirettamente. Si parla di una visione "spirituale, politica e giuridica che ne ha ispirato il contributo alla stesura della stessa Costituzione repubblicana". Un'unità intellettuale, politico e spirituale che non sarebbe mutata per un trentennio e che sarebbe stata spezzata in trenta giorni. Sia permesso il dubbio che qui si difenda, prima che l'identità di Moro, la validità delle sue conclusioni politiche. Un'operazione politica, per ampia che sia, non può essere identificata ad una coscienza e non saremo di certo noi ad insegnarlo a chi ha in comune con noi alcune parole capitali che ce lo hanno insegnato. Non disgiunto dal rispetto che sappiamo di dovere non solo alle conoscenze ideologiche ma anche a quelle storiche e psicologiche di alcuni tra i più autorevoli firmatari, crediamo si debba esprimerlo, quel serio dubbio, non certo sulla legittimità politica dell'intervento; perché un diniego all'autenticità delle carte di Moro era già stato avanzato da chi, come La Malfa, ha una visione antropologica un po' diversa da quella di monsignor Pellegrino. L'interrogativo riguarda la motivazione, o meglio la sua assenza. Quando in termini politici, si nega valore ad un testo dichiarandolo estorto o irresponsabile si compie un atto politico, ossia un gesto simbolico che tradotto in volgare significa un rifiuto di rilevanza e di interlocuzione. Equivale a quel "ma Moro è già un uomo morto!" che, se le gazzette non mentono, sarebbe stato emesso - in volgare, appunto - da un fragoroso parlamentare PCI al sopraggiungere del comunicato brigatista che smentiva l'avvenuta esecuzione. Ma quando a riflettere su questa grave materia sono uomini che non dovrebbero né possono trattare altrui come segni, e toccano a questioni, mi pare si dica, di coscienza, come non chiedersi se hanno, senza più largo ragionamento ed escursione di prove, diritto ad affermazioni tanto perentorie? Nessuno di noi ha il coraggio o la sfrontatezza di immaginare cosa avvenga nella coscienza o nell'intelletto di Moro. Ma proprio per questo se, ad essere franchi, ci è parso sconcio il coro quasi unanime che nei primi giorni negò credibilità a quei messaggi, ci sembra non esistano, fino a questo momento, prove serie che le affermazioni di Moro non si confacciano ad un intelletto, turbato certo, come quello di chi vive a pochi passi dalla morte, sequestrato ed isolato, ma tuttavia integro. Non c'è traccia di quelle mutazioni di cambio, di quelle ritrattazioni o adulazioni servili che conosciamo dai verbali staliniani. Per intelligenza dei suoi sequestratori? Ammettiamolo pure. Quel che sappiamo e crediamo sapere della costituzione dell'io superficiale e di quello profondo, e delle sue divisioni, dovrebbe averci insegnato che l'individuo, il non divisibile, è un fantasma storico, o meglio, che è il luogo biologico attraversato e fondato in una sua labile durata dalle forze storico-sociali; ossia che l' "anima" non è né la proprietà, né la proprietaria di ogni singola voce di anagrafe ma solo l'illuminazione e l'incarnazione della convergenza di più esistenze. Quel vecchio uomo che annoda e snoda nelle sue meningi le memorie volontarie e involontarie, i fili contraddittori del dovere e del piacere, ha diritto ad essere considerato uno di noi anche se, anche perché, contraddittorio. Mentre invece: "non sei più tu" è la frase che consacra ogni interruzione. E' la frase che nessun cristiano più pronunciare (ma anche nessuno che conosca la realtà umana di cui Marx e Freud hanno cominciato a disegnare gli itinerari). Le affermazioni contro le quali stiamo scrivendo si situano invece in un ordine giuridico, psichiatrico, politico. Somigliano purtroppo a quelle che abbiamo letto in questi giorni, con la bella scoperta che minacce di morte e sequestro alterano la personalità delle vittime. Non si dovrebbe nemmeno rispondere a certi "esperti". Come mai diventano vere per Moro tutte le "deprivazioni" che, denunciate dagli avvocati della Bander-Meinhof, erano state derise dai giornalisti della Cdu e dai confratelli italiani? E più vile ancora ci è apparso il ricorso alla psicologia e sociologia americana, spesso gestita dalla Cia, beatamente certa che la "normalità" di un uomo coincida con la sua funzione. E assolutamente incapace di intendere che un sequestrato, tolto dall'apparato di falsità, di potere, di servilismo circostante, di alienazione in una parola, nella quale vivono, più o meno, tutti i potenti di questo mondo, e necessariamente gli uomini che da trent'anni governano cinquanta milioni di italiani, che uno di quegli uomini, se ricondotto, come un qualsiasi detenuto, come un qualsiasi povero cristo davanti a dottori e tribunali, se collocato dalla "provvida sventura" tra gli oppressi, possa riconoscere o riscoprire un diverso modo di interpretare l'esistenza. Non sarò io a negare la prevaricazione che può accompagnarsi alla persuasione, la ferocia che si può mascherare da mitezza. Più che dalle interpretazioni sui "lavaggi del cervello" sono un lettore del Manzoni, come i miei interlocutori. Ma proprio per questo, se per un verso, e con la teologia dell'autore milanese, non credo si possa, dicendo "non è lui" ossia dividendolo in più parti, giustificare il prigioniero o i suoi compagni di partito dalle violazioni passate, presenti o future, dei comandamenti morali, altrettanto trovo illecito e capace di indurre in pericolosi errori arrestarsi là dove, credenti o no, dobbiamo arrenderci, ossia là dove la coscienza testimonia solo di sè stessa e rifiuta ogni altra ed esterna verifica. La violenza subita da Moro non consente ai suoi amici l'accettare il significato politico delle sue lettere? Sia. Ma si abbia il coraggio di dire che non li si accetterebbe anche se fossero dettate in piena libertà; e l'umiltà di non concluderne con l'interdizione di un uomo. Altrimenti, c'è sul fondo, l'ospedale psichiatrico per riabilitarlo. Perché noi vogliamo che Aldo Moro viva. Lo vogliamo non solo perché - come ci è occorso di scrivere anni fa - non si debbono distruggere né le persone né soprattutto le memorie e "tutti devono vivere e sapere" cioè sapere per vivere diversamente; ma anche per un preciso interesse politico, e cioè perché la sua sopravvivenza disarmi il partito degli eroici furori, i difensori di uno stato che sarebbe forte solo per la debolezza dei più, i virtuosi della intimidazione e della demagogia.


44 Perchè Trattare
V.P., il manifesto 23 aprile

Le strade per evitare il peggio, cui si riferiva ieri il manifesto, sono venute in luce. E (per quanto fino al momento in cui il giornale va in macchina è dato sapere) hanno consentito di far slittare l'ultimatum, come era nelle nostre speranze. Già ora, si può dire che hanno dato nuovi margini all'iniziativa della democrazia e delle stesse forze dell'ordine, le cui possibilità di azione sono in questi giorni del tutto considerate nulle, proprio da chi più insistentemente parla dei problemi dello stato e delle forze dell'ordine. L'appello di Paolo VI, direttamente rivolto alle BR e che nessuno per questo accusa di legittimazione delle BR, è almeno servito a guadagnar tempo. Guadagnar tempo non solo per la vita di Moro (pur così importante) ma per uno scontro di assai più vasta portata, e sul cui esito del resto la vita di Moro avrà un'influenza non secondaria. In questo emergere di vie per evitare il peggio anche gli schieramenti (pro e contro la trattativa) sono diventati più mobili e duttili. Oggi le posizioni di tutti sono in maggiore o minore misura mutate rispetto a quel che erano il 16 marzo. Ma poiché quando si parla di schieramenti si parla di politica, sugli schieramenti occorre essere chiarissimi, anche a costo di isolarsi o apparire autolesionisti nel breve periodo. Gli schieramenti di oggi, come è inevitabile in situazioni di emergenza, sono eterogenei e inquinati da equivoci. "L'Unità" di ieri dedica il suo editoriale a una disamina del "partito della trattativa" ed è cosa del tutto legittima, ma un eguale disanima avrebbe dovuto fare - e probabilmente lo farà - del "partito della non trattativa". Anche questo partito, che va dal PCI al MSI (che chiede la dichiarazione di "stato di guerra interna") eterogeneità ed equivoci si sommano. E sarebbe sciocco e deviante giudicare la posizione di chiunque sulla base dello schieramento in cui si trova: paragonare la "fermezza" de "l'Unità" alla cinica grettezza di Montanelli che preferisce pensare a Moro "come se fosse già morto" sarebbe un insulto gratuito. E tuttavia anche questa legittima, ma inutile disamina dell'Unità non ci persuade, e sul terreno politico: non su quello del generico umanitarismo, né su quello degli astratti principi. Nel cosiddetto "partito della trattativa" gli equivoci abbondano, ma la tripartizione che "l'Unità" fa tra destabilizzatori espliciti, manovratori subdoli e familiari e amici di Aldo Moro non appare politicamente feconda. Come non capire che questa semplificazione - e in uno schema di ragionamento manicheo - contribuisce a regalare al nemico ( che c'è ed è presente in entrambi i partiti) anche chi non è né destabilizzatore, né manovratore, né povero sentimentale. Come non riflettere sul fatto che, ove sul paese ricadesse il cadavere di Aldo Moro quella parte democratica della DC, che fino ad oggi ha retto oltre le nostre aspettative, rischierebbe di essere spazzata via da un violento rigurgito di anticomunismo quarantottesco? Questi sono i problemi veri e politici che abbiamo davanti e che non possiamo esorcizzare né con gli schieramenti, né parlando di criminali isolati. Ed è con questi problemi, che con difficoltà e coscienza della gravità delle scelte stiamo tentando di misurarci. Stiamo tentando di misurarci anche con la coscienza della possibilità di sbagliare, anche perché questi non ci sembrano tempi di certezze assolute. Nella edizione straordinaria del 16 marzo abbiamo segnalato subito la gravità politica del sanguinoso sequestro scrivendo: "E' quasi un colpo di stato". Nei giorni scorsi - e sempre cogliendo in questa violenta vicenda un momento del più ampio scontro politico e sociale che c'è in Italia - abbiamo scritto che "trattare non vuol dire cedere" che cioè trattare è un modo specifico di sviluppare una lotta politica. Questa nostra posizione - peraltro di continuità con gli atteggiamenti di questo giornale - ha colpito alcuni compagni del PCI, anche autorevoli, che ci hanno rivolto critiche fraterne e pertanto più spontaneamente recepibili. Non è che i loro argomenti siano di poco peso: l'eguale valore della vita di Moro e degli agenti uccisi; la necessità di impedire la dichiarazione di uno stato di guerra e quindi di uno "stato di necessità" che autorizzerebbe gli arbitri del più forte; le prevedibili reazioni delle forze dell'ordine che diventerebbero le vittime ordinarie della convivenza tra i potenti. Questi e molti altri argomenti di questi compagni pesano. Però la posizione di arroccamento statale e di purismo giuridico (come dimenticare le recentissime polemiche contro i "garantisti" e i fautori dello "stato di diritto"?) non ci convince e ci sembra pericolosa per tutti, anche per il PCI. La posizione di arroccamento, a nostro avviso, sottovaluta la portata della crisi e i problemi di potere e di trasformazione delle istituzioni che oggi sono drammaticamente aperti nel nostro paese. Non è arroccandosi sulla formula astratta e immobile dello "stato di diritto" che oggi si salvano la democrazia e le speranze di trasformazione politica e sociale che sulla democrazia esistente si fondano. La nostra posizione non intende essere genericamente umanitaria (anche se siamo persuasi che la ragion di stato genera mostri) ed è cosciente che la destabilizzazione messa in moto dalle BR sposta a destra (come ha spostato a destra, in ciascuno dei giorni che si separano dal 16 aprile) gli equilibri politici e la stessa cultura del paese. Trattativa, dunque, vuol dire, per noi, articolazione di una lotta politica più ampia e che bisogna sviluppare su tutti i terreni. Altrimenti, certo, trattare potrebbe essere la premessa di un cedimento. Ma l'esito non sarebbe diverso nel caso di quello sfondamento della "Maginot della fermezza", che inevitabilmente si avrebbe ove alle BR si consentisse di scegliere loro - nell'inerzia di tutti - se e quando buttare il cadavere di Aldo Moro su una società in equilibrio precario. L'esorcismo non serve, quella che sta davanti a noi è una lotta lunga, di cui il terrorismo è un segmento per quanto importante. E poi nel trattare c'è anche il fattore tempo: perché dobbiamo essere convinti che il tempo giochi solo a favore delle BR e dei loro alleati e che un paese come l'Italia debba continuare a ballare come un automa sulla loro musica? E' legittimo chiedere che si abbia più fiducia nelle forze della democrazia e dei lavoratori?


45 "Un giorno dopo l'altro"
Luigi Pintor, il manifesto 4 maggio

 

46 Edificare oggi per domani
uno Stato dal volto umano

Avanti Editoriale, 23 aprile

 

47 Difficile non impossibile
Avanti Bettino Craxi, 4 maggio

 

48 L'ora della verità
Virginio Levi, 7 aprile

Le due lettere di pugno dell'on. Aldo Moro, che sono state rese di pubblica ragione, rivelano, a prescindere da ogni altra considerazione, il penosissimo stato di un'intelligenza messa in vincoli e privata della sua libertà da una forza coercitiva. L'uomo è costretto a dire cose che non pensa; o pensare cose che senza la violenta pressione di un carcere e di un processo arbitrario non avrebbe mai ospitato nel suo spirito. L'angoscia della solitudine, il martellamento psicologico, le minacce, e, Dio non voglia, ancor più pesanti condizionamenti, hanno prodotto, per il momento, e per quanto l'opinione pubblica ne ha potuto conoscere, due documenti che testimoniano di un atteggiamento di spirito assai lontano da quello consueto dello statista. Si ripete nell'on. Moro quello che in anni passati, con sgomento, il mondo ha dovuto osservare in grandissimi spiriti della vita politica o religiosa, sottoposti a processi inumani e costretti a ignominiose e false confessioni. La coscienza civile si rivolta contro questo trattamento, inaccettabile sempre, ma tanto più turpe nelle circostanze concrete: inflitto a un uomo che ha sempre operato per la libertà di tutti come supremo obiettivo della sua azione politica, col pretesto di giudicare un partito che della libertà ha fatto la sua bandiera, in un Paese che pur con tutti i suoi problemi è tra i più liberi e garantisti del mondo. Le forze oscure della decomposizione sociale hanno così indotto l'intera nazione a prendere coscienza dei pericoli che la sovrastano; l'hanno portata a riflettere con maggiore adeguatezza alla gravità di fatti violenti che si sono moltiplicati nell'ultimo decennio e che si pensava di poter considerare sporadici e tra loro indipendenti; la spingono ad armarsi moralmente in unione di forze e con comportamenti coraggiosi per fronteggiare l'oscuro avversario da cui non sembra si possa sperare una resa o un arretramento, almeno a breve scadenza. Agguerrirsi moralmente diventa così l'imperativo più urgente di quest'ora drammatica, per la difesa di quel patrimonio comune di principi e di comportamenti che trova il popolo italiano convergente e solidale, al di là di ogni divisione ideologica e politica. In questo, una parte determinante spetta agli intellettuali, a tutti gli uomini della cultura. Abbiamo l'impressione che la scossa degli avvenimenti abbia indotto non pochi a ripensamenti salutari. La cultura italiana non si può dire che abbia saputo profittare in positivo, negli ultimi decenni, delle favorevoli condizioni di libertà di cui ha goduto il Paese. Ne sarebbe dovuta nascere una circolazione di idee, di interscambio, un'osmosi, un confronto libero e rispettoso, un dibattito costruttivo e aperto ad ogni contributo, un'armonia, se si vuole, dei contrari, ma destinata a tradursi in pane di verità per il popolo, soprattutto per i giovani. Abbiamo invece assistito da una parte alla formazione dei coaguli di conformismo, spesso spregiudicato, talvolta critico fino all'eversione, comunque arroccato nell'eldorado delle “riserve” ben coperte e protette di un ideologismo di maniera e dall'altra a un'emarginazione quando non era una “ghettizzazione” di chi si rifiutasse di seguire la moda. La cultura, che dovrebbe essere almeno elemento di convergenza del pluralismo, è diventata elemento di divisione e di allontanamento, di egemonia di una parte e di spregio dell'altra, senza accorgersi che in tal modo essa si alienava dal tessuto connettivo della società nazionale, abbandonando ai succedanei della cosiddetta cultura di massa, limitata agli aspetti più accessibili e spesso manipolatori dei mass media. La cultura di un popolo non può prescindere dai maestri di pensiero, né può limitarsi ad attingere ad alcuni di essi, specialmente quando questi pochi rappresentano sempre o prevalentemente una sola parte. Né i maestri di pensiero possono esaurire la loro funzione sociale nelle diatribe che li contrappongono, conducendo tra loro dialoghi da iniziati al di sopra delle teste dei loro naturali fruitori. Di fronte agli avvenimenti drammatici ai quali assistiamo, che potrebbero anche rappresentare soltanto un inizio di quanto ci attende, è giunta l'ora della verità e delle responsabilità. Chi controlla i canali dell'informazione e della cultura ha il dovere morale di aprirli al più ampio dibattito, perché anche le voci che si rifanno a radici più lontane e pensiamo più solide di quelle assurte alla moda del momento, possano farsi ascoltare da chi sente l'urgenza di verità non provvisorie e fallaci. E gli stessi uomini di cultura non possono omettere quella verifica del loro pensiero e della loro azione che, nel controluce dei fatti nuovi, punto di arrivo di tanti discorsi vecchi e punto di partenza per nuovi discorsi, possono caricarsi di critiche salutari e di stimoli insperati. A questo proposito va considerata anche la nuova domanda religiosa che si va manifestando ogni giorno più, dopo l'ubriacatura venata di scetticismo indotta dal precario e illusorio benessere degli anni passati. La domanda, che si manifesta un po' dovunque, acquista particolare significato soprattutto nei giovani, stanchi forse di sociologismo e di permissività, nel momento in cui avvertono che la loro vitalità, le loro possenti energie non possono essere bruciate soltanto nel contingente. Chi qualifica il richiamo a Dio come una scelta della non-ragione perde un'occasione unica per comprendere ciò che si muove nel profondo dello spirito umano, sotto lo stimolo della delusione e del dolore. Chi intende dimostrare - come ha scritto ieri Testori - che “là dove l'uomo ricerca Dio e a Dio intende sottomettere (e non già dimettere) la propria ragione, regnano soltanto reazione e regressione”, segue un suo proprio giudizio preconcetto, perdendo di vista la realtà autentica dell'uomo e della società, anche se per avventura fosse un professionista dell'analisi sociale. Ma forse siamo veramente a una svolta, una svolta nonostante tutto salutare. “A chi ha sofferto tocca in sorte il comprendere”, ha lasciato scritto Eschilo in una sua tragedia. E non è chi non veda come oggi si soffra tutti, là dove sopravvive un filo di coscienza sociale e di consapevolezza della gravità dell'ora.

 

49 Il giornalismo come servizio
Andrea Barbato, La Stampa 25 aprile

All'improvviso, in pochi lunghissimi giorni (ma quanti anni sono passati da quel 16 marzo?), per noi che facciamo il mestiere dell'informazione, due filosofie della notizia sono diventate egualmente e simmetricamente inservibili: da una parte, l'astratta rivendicazione di un diritto liberale, cronaca a tutti i costi, quarto potere, il mito del giornalista anglosassone, l'illusione della neutralità professionale, il rifugio nella tecnica, il giornale come specchio imparziale del mondo. E dall'altra parte, l'ipotesi di una società in libertà condizionata, e di una stampa che possa essere forzata entro una grata di discipline e di regolamenti, seguendo una strategia di contratti silenzi in nome di un piano più generale. Questo povero mestiere è rimasto a nudo, per quel che è: non una scienza, ma un servizio che richiede ogni giorno, ogni minuto, l'esercizio della ragione, l'intervento della coscienza morale e sociale, la capacità di scelta. Un mestiere fatto da uomini legati ad altri uomini da un foglio o da un microfono. Ma davvero è così importante, il “caso di coscienza” dei giornalisti, mentre ci si interroga se domani vivremo ancora in una società civile? Siamo turbati come cittadini, non come giornalisti. Nel mestiere che facciamo, il “caso di coscienza”, sia pure fortunatamente in casi meno tragici, è quotidiano. Ogni giorno, e non sempre senza passi falsi, dobbiamo percorrere il sentiero strettissimo fra astratte libertà e spontanei doveri, fra ciò che sappiamo e ciò che scriviamo. E ciò non per autocensura, ma perché sappiamo che il nostro taccuino non potrà mai contenere tutta la verità. Non è tempo di orgogli corporativi. Non abbiamo altro strumento, ogni giorno, che l'attenzione critica. E' questa che ci fa distinguere, senza indurci al silenzio, fra le inefficienze e le responsabilità del potere e l'aggressione del terrorismo, senza confonderne i segnali così diversi. Nel dibattito di questi giorni, così teso ed intenso, è sembrato che il mondo politico abbia scoperto quasi con stupore la delicatezza del problema dell'informazione e il grande senso di responsabilità dei giornalisti: ma stupisce lo stupore, perché il buon giornalista, anche quando - in tempi quieti - critica o denuncia, non lavora per distruggere, ma per riformare. E la società delle piazze e delle fabbriche ha trovato motivi di solidarietà che sono stati evocati anche dai mezzi di comunicazione. Perciò il dibattito “tecnico” su cosa pubblicare e cosa tacere mi sembra opaco, laterale. Certo, ci vuole senso di responsabilità, rifiuto della propaganda involontaria e del sensazionalismo, valutazione di ogni significato, correttezza anche grafica. Con poche eccezioni, il mondo giornalistico italiano ha risposto unanime, invocando insieme la propria capacità di decisioni, la maturità del pubblico, il dovere di una democrazia di riflettere su se stessa, anche sulle proprie debolezze e sui propri errori. Ma non è sempre così? Foto e messaggi dei terroristi non sono certo un materiale neutro, eventuali nastri o verbali emergono da una fonte tanto oscura quanto segnata da un'origine infame. E questo lo sappiamo noi, lo sa la gente che legge i giornali o guarda la televisione. Dannati giorni di marzo, giorni sospesi che non si sarebbe voluto vivere, e meno che mai seduti su una sedia da dove bisogna invece addirittura raccontarli agli altri, ora per ora, con il timore di sbagliare, di non essere abbastanza lucidi e freddi, senza emozioni né impazienze. Giorni di rabbie, insonnie, convinzioni aggredite, riflessioni disordinate che faticano a diventare ragione, speranze invecchiate in pochi minuti, la voglia di vivere in una società luminosa, efficiente, dove ciascuno fa il proprio mestiere in pace con se stesso e con gli altri, per un progetto comune… E invece, l'incubo privato che si sovrappone a quello collettivo, il passaggio quotidiano di fronte a quei grigi quartieri di Monte Mario, e i soldati dietro i sacchi di sabbia sulle vie consolari: la macchina è vuota, e chi la controlla con cortese efficienza non sa che anche noi, come tutti, ci portiamo dietro, invisibile, un bagaglio di partecipazione frustrata, di impotente voglia di fare qualcosa, di capire… Cuori gonfi, e parole che non vengono. Un sentiero stretto, dicevamo. E cosa ci può guidare, se non il lume, esposto a tutti i venti, del senso critico e della ragione laica? Vorremo scrivere lettere, forse lettere private. No, non bisogna mai “staccare la spina”, vorrei dire in risposta alle sciocchezze di Marshall McLuhan, che vuole negare a tutti la capacità di sapere, di capire, di partecipare, di non subire l'oltraggio da soli, di non essere messi sotto tutela. Il mezzo non è il messaggio, e solo il silenzio è freddo, allarmante e popolato da fantasmi. No, non bisogna mai sentirsi “estranei”, vorrei scrivere a Moravia, nemmeno con dolore per questa scissione, nemmeno quando la tentazione è forte: perché allora vuol dire che si è già patito il ricatto che vuole opporre la violenza del terrorismo alle colpe del potere. E chi non le vede, quest'ultime? Chi non si accorge che viviamo all'ombra di un Palazzo inefficiente, autoindulgente, vittimistico? Ma ciò non produce estraneità. E anzi, una cultura critica che voglia modificare il potere, non è l'arma migliore contro la violenza armata di chi quel potere vuol solo distruggerlo? E vorrei scrivere a Sciascia che il silenzio non è accettabile, nemmeno quando è eloquente e raziocinante come il suo: anche lui “stacca la spina” e il buio fa grigia ogni cosa. Solo quella ostinata fiammella ci può far vedere il sentiero. Viaggiamo fra gli errori della democrazia, e nervosi rimedi più funesti degli errori. Sappiamo bene quale cultura distruttrice abbia prodotto oscene e grottesche caricature della classe dirigente, ma sappiamo quali mali verrebbero dalla fine della libertà d'espressione. Assistiamo all'uso distruttivo delle libertà, ma non possiamo smettere di batterci per esse. Le leggi appaiono inefficaci, ma non possono alterare la nostra vita istituzionale senza fare il maggior regalo ai terroristi. E dovremmo chiudere le Università di Trento e di Bologna perché vi hanno studiato Curcio o, molto diversamente, Bifo? Concordiamo con chi accusa le nefandezze di certa sottocultura d'appoggio, l'odio che è stato allevato in alcune culle antropologiche: ma possiamo smettere di consentire agli altri di avere idee diverse dalle nostre? La fabbrica, crogiolo della democrazia industriale, può diventare un luogo sotto accusa, pattugliato dalle ronde? La strada è strettissima, ma è l'unica percorribile. Per l'informazione, ai due lati del sentiero ci sono due voragini: la prima è il silenzio imposto, l'altra è il mito astratto della notizia. Efficienza e ragione non sono strumenti da tempi di emergenza, ma da ogni tempo. Il buon governo è un confine mobilissimo, che richiede menti duttili. Una chirurgia da mani leggere, che deve estirpare il male senza uccidere il malato. Cosa si è fatto contro i cortei duri, le assemblee d'odio? E perché nessun ministro ha “staccato la spina”, quella sì, di quelle radio che hanno tenuto per anni lezione di violenza? La ragione non è uno strumento d'indulgenza, ma di rigore. Non ammicca, non giustifica, non perdona, non idealizza. E nel nostro mestiere dell'informazione, messaggio di cittadini ad altri cittadini, può guarirci dal mito del giornalismo e delle libertà astratte, ma anche dalla tentazione del silenzio.

 

50 Una linea ferma
Aldo Rizzo, La Stampa 31 marzo

Ci sono pochi dubbi, o nessuno, sull'autenticità grafica, tecnica, della lettere a firma di Aldo Moro, giunta dal covo oscuro in cui le Brigate rosse lo tengono prigioniero. La grafia, dice chi la conosce bene, è incerta: ma come potrebbe non esserlo, in quelle condizioni? Semmai è una prova in più della sua autenticità. Ma è altrettanto certo che è falsa, forzata, estorta, la sostanza del messaggio. E anche qui: come potrebbe essere altrimenti? E se pure, per ipotesi, fosse spontanea, di quale spontaneità potrebbe parlarsi per un uomo sottoposto da due settimane, dopo un trauma tremendo, a chissà quali tecniche di pressione e coartazione? Del resto, l'analisi particolareggiata del drammatico documento rivela l'estraneità di Moro alla massima parte delle espressioni che vi sono contenute. Già indirizzarsi a Cossiga, ministro dell'Interno, anziché al presidente del Consiglio, appare incongruo, o frutto di un calcolo deliberato dei carcerieri (Cossiga è indicato, nel loro preambolo, come il “capo degli sbirri”). Non parliamo dell'idea che la lettera potesse essere inoltrata “in modo riservato”. O dello scrupolo formale (che suona come una sinistra irrisione alle procedure costituzionali) secondo cui delle decisioni del governo deve essere “informato ovviamente il Presidente della Repubblica”. E così via. Sul piano strettamente linguistico, sarebbe arduo e anzi impossibile ritrovare, almeno in una misura apprezzabile, i modi di esprimersi che sono tipici dello statista. Abbondano invece espressioni sommarie, come “e non si dica che lo Stato perde la faccia” o “evitando che siate impantanati in un doloroso episodio”, eccetera. Gli amici più stretti di Moro, i dirigenti dc che hanno avuto con lui la più intensa frequentazione politica e umana, negano che simili modi di dire possano essere suoi, pur tenendo conto delle circostanze drammatiche, che tuttavia evidenziano lo stile istintivo, più profondamente personale, di un uomo. Forse qualcosa sopravvive, o sembra sopravvivere, qua e là, del linguaggio di Moro: ma potrebbe esserne anche una tragica caricatura, opera di carcerieri che lo hanno “studiato” per imitarlo. Ciò che è certamente attribuibile al presidente della dc è l'assenza di “rivelazioni” concrete, specifiche, nel “processo” che i brigatisti vorrebbero diretto ad accertare le sue “trentennali possibilità”. In quella specie di nota introduttiva che precede la lettera, le Brigate rosse affermano che l'interrogatorio “prosegue con la completa collaborazione del prigioniero”. Ma non c'è traccia di “ammissioni” particolari, di segreti “scandalosi” portati, si fa per dire, alla luce del sole. I terroristi affermano che “ sul ruolo che le centrali imperialiste hanno assegnato alla dc (…) il prigioniero Aldo Moro ha cominciato a fornire le sue 'illuminanti' risposte”. Ma quali siano queste ipotetiche risposte, non viene detto. Può darsi, purtroppo, che esse vengano nel prossimo futuro. Le tecniche dell'inquisizione terroristica, che ben si conoscono nelle loro versioni fascista e stalinista, tecniche che mirano all'umiliazione e all'annientamento psicofisico, possono portare alla “confessione” di qualunque cosa. Ma, per il momento, le accuse si limitano a ripetere la teoria della cospirazione imperialistica multinazionale, di cui l'Italia, come ogni altro Paese occidentale, sarebbe parte o vittima: teoria che ricorda le cosmogonie spionistiche di Jan Fleming, con le organizzazioni misteriose e mostruose contro cui si scatenava l'agente James Bond, più che ogni ragionevole analisi politica, anche o soprattutto marxista. Da questo punto di vista, è avvertibile anzi - e può essere una considerazione centrale - un cambiamento di strategia o di tattica delle Brigate rosse. Inizialmente, quando tutti si aspettavano una richiesta di scambio tra il presidente della dc e i terroristi imprigionati, sorprendentemente esse non vi fecero alcun cenno, mostrando di preferire gli effetti destabilizzanti per il sistema democratico di un luogo “processo” al più importante statista italiano. Ora si afferma che il processo è in corso: ma, mentre non si è in grado di fornire alcuna “rivelazione” clamorosa, si affaccia per la prima volta l'ipotesi del ricatto, pur se ancora non si indica quale dovrebbe essere, precisamente, la controparte di Moro. E' il segno che il “prigioniero”, dopo due settimane di pressioni che saranno state tremende, non è crollato e conserva capacità di argomentare e di controbattere. Si è riusciti tuttavia ad umiliarlo in altro modo, costringendolo ad essere lui stesso il suggeritore del ricatto allo Stato. E del ricatto alla dc, mediante la minaccia di “parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa”; ciò che, secondo i brigatisti, sarebbe una “chiamata di correità”. La situazione è quella che è, può peggiorare ancora in qualsiasi momento; ma, fino a questo punto, si ha la sensazione che Aldo Moro abbia fornito, nella sostanza, una prova di forza e di coraggio, che forse le BR non avevano previsto. Del resto, le stesse probabilità di riuscita del ricatto sembrano essere considerate dai terroristi con qualche perplessità. E' illogico l'appello della “ragione di Stato”, quando la ragione di Stato dice semmai il contrario, e cioè che nessuna vera transizione è possibile con l'eversione. A meno di ventiquattr'ore dal ritrovamento della lettera, la risposta del governo, e prima di tutto quella delle forze politiche, si delinea lucida e ferma: l'editoriale dell'“Unità”, e più ancora quello del “Popolo”, sono un esempio di rigore, danno una replica accorata, umanamente carica di dolore, ma politicamente dura. Anche questo probabilmente i brigatisti se lo aspettavano. Ma i giorni più amari della Repubblica forse devono ancora venire.


51 Gli agenti di polizia dicono “Lo Stato non può trattare.
La Stampa Liliana Madeo, 22 aprile

 

52 Straordinario sussulto democratico.
l'Unità Editoriale, 17 aprile

 

53 Unità e rigore.
Enrico Berlinguer, l'Unità 19 marzo

Viviamo giorni gravi per la nostra democrazia. Abbiamo parlato di pericolo per la Repubblica. Non è un cedimento all'emozione, è un giudizio politico che parte dalla consapevolezza delle forze potenti, interne e internazionali, che muovono le fila di questo attacco spietato contro lo Stato e le libertà repubblicane. Il Paese ha capito e milioni di uomini si sono mobilitati dando la risposta giusta, la più ampia e la più unitaria. Comunisti, socialisti, democristiani, cittadini e giovani di ogni fede politica si sono ritrovati in piazza con le loro bandiere e con una comune volontà di difendere la democrazia. E in Parlamento le forze politiche democratiche hanno dato vita ad una maggioranza nuova per la presenza in essa, dopo più di trent'anni, del partito comunista italiano: fatto che ha assunto particolare significato per il momento in cui è avvenuto, superando di slancio dubbi e incertezze di ogni parte che pur erano presenti dopo la conclusione della crisi di governo. E' facile immaginare quale sarebbe oggi la situazione, quale lo smarrimento, se non vi fosse stata questa risposta del Paese e del Parlamento. E' chiaro adesso perché abbiamo lavorato così tenacemente per evitare uno scontro lacerante che avrebbe provocato l'ingovernabilità del paese, la paralisi dei pubblici poteri e lo scioglimento delle Camere. E' chiaro perché abbiamo posto al centro di tutta la nostra azione la necessità di fronteggiare l'emergenza attraverso una collaborazione chiara tra le forze politiche fondamentali. Si è affermato che Aldo Moro è stato rapito proprio per colpire un simbolo, tra i più significativi, di questo sforzo, teso a impedire lo scollamento politico e istituzionale. Ma al di là della persona di Moro - (al quale rinnoviamo, in questo terribile momento, la nostra stima e solidarietà) - si è voluto colpire l'insieme della democrazia italiana. Il terrorismo e la violenza politica mirano a questo: a sostituire la presenza, l'iniziativa, la partecipazione, e quindi la crescita della coscienza politica di masse sempre più grandi di popolo, con la guerriglia di bande di fanatici a colpi di spranga e pistola. E' la conquista più grande del popolo che viene minacciata. Si vuole impaurire la gente, disperderla, svuotare le istituzioni rappresentative e preparare così il terreno a nuove dittature. E' giunto il momento di decidere da che parte si sta. Noi la scelta l'abbiamo fatto. Essa è scritta nella nostra storia. Il regime democratico e la Costituzione italiana sono conquiste decisive e irrinunciabili del movimento popolare, delle sue lotte, del suo cammino, non ci sono stati regalati da nessuno. Molto c'è da rinnovare nella società e nello Stato, ma guai ad allentare la difesa delle conquiste realizzate e delle istituzioni repubblicane. Non c'è oggi compito più urgente e più concretamente rivoluzionario che quello di fare terra bruciata attorno agli eversori. Facciano il loro dovere, fino in fondo, i corpi preposti alla difesa delle istituzioni. Faccia il proprio dovere ogni cittadino democratico. Nessuno si lasci prendere dalla sfiducia, tutti contribuiscano, quale che sia la loro funzione, a mandare avanti la vita del paese in tutti i campi. Faccia il suo dovere la classe operaia che sta diventando sempre più la forza che in concreto garantisce gli interessi fondamentali della nazione e la capacità di reggere a tutti gli urti. Come partito comunista continueremo a fare la nostra parte. Ma questa mobilitazione straordinaria, questa vigilanza di massa del nostro popolo chiedono, sollecitano, una guida politica nuova del Paese. Ha colpito tutti, giovedì, l'assonanza tra Paese reale e Paese legale, tra società civile e il Parlamento. Tutti capiscono che ben altro governo sarebbe stato necessario, un vero governo di unione democratica. Ma il rischio di una grave lacerazione è stato evitato, una nuova maggioranza parlamentare si è formata e vi è un programma che consente di fronteggiare l'emergenza secondo linee che vanno al di là dell'immediato. Si tratta di un passo avanti, che attende ora la prova dei fatti. Il nostro proposito è che la più ferma difesa della convivenza democratica si accompagni, finalmente, al rigore, alla pulizia, all'efficienza. Bisogna risanare lo Stato. La cosa pubblica deve essere amministrata seriamente. E questo vale per tutti: per i più alti funzionari e dirigenti delle imprese statali come per i più umili impiegati. La carta fondamentale che viene giocata contro le forze del rinnovamento è la disgregazione, il lassismo, il non governo. Il rigore è una scelta nostra, come lo è l'austerità: è la leva per cambiare le cose e non soltanto per impedire il collasso. Ciò è reso possibile dalla presenza nella maggioranza dei partiti delle classi lavoratrici. Il PCI reca in questa maggioranza anche un modo nuovo e più alto di sentire gli interessi nazionali, una nuova moralità. Già da tempo la classe operaia influenza, più o meno ampiamente, l'indirizzo politico nazionale. Oggi può esercitare tale influenza politica in modo più diretto. Il passo avanti realizzato nell'unità delle forze fondamentali del nostro popolo reca il segno dell'emergenza. Noi staremo in questa maggioranza parlamentare con la lealtà e fermezza. Daremo il nostro sostegno, ma eserciteremo un incisivo e metodico controllo. Ci adopereremo perché ogni decisione sia coerente col programma e anzitutto con le sue priorità: ordine democratico, salvezza della scuola, occupazione, Mezzogiorno. C'è però chi concepisce la soluzione attuale della crisi come una semplice tregua. Troppo grandi sono i problemi che la nuova maggioranza dovrà affrontare, troppo alta è la posta in gioco per poter giustificare un atteggiamento puramente attendista e passivo qual è quello di tregua. E' il momento dell'iniziativa e dell'azione solidale con il Paese: altrimenti tutti ne pagheremmo lo scotto. Molto dipende dunque dallo sviluppo nel profondo del Paese di movimenti che rafforzino il tessuto democratico e rendano più salda ed estesa l'unità tra le forze popolari.

 

54 Un uomo torturato.
l'Unità Editoriale, 19 marzo

 

55 Amendola: "Isolare il terrorismo
e combattere ogni forma di violenza".

Editoriale, l'Unità 22 marzo

ROMA - Il rapimento di Moro, l'eco che se n'è avuta, i provvedimenti necessari, sono al centro di alcune dichiarazioni di esponenti politici. Il compagno Giorgio Amendola, con una dichiarazione inviata al Popolo, compie un'analisi del fenomeno del terrorismo. “Per liberare l'on. Moro e respingere l'offensiva terroristica - egli afferma - bisogna valutare il carattere e la natura del nemico da battere. Troppo semplicistiche giustificazioni sociologiche, troppi cedimenti ingiustificati, troppe coperture culturali hanno creato attorno al partito dell'estremismo armato una cintura protettiva”. “Bisogna, perciò - continua Amendola - isolare i terroristi e fare terra bruciata attorno ai gruppi che esaltano e praticano la violenza di massa. Per questo non c'è bisogno di leggi eccezionali, e tantomeno della pena di morte (anche se sono necessarie misure per aumentare l'efficacia dell'amministrazione statale e della magistratura)”.“Abbiamo isolato nella coscienza morale degli italiani i terroristi neri. Dobbiamo isolare i terroristi rossi. Ma è necessario combattere ogni forma di violenza, nelle scuole e nelle piazze, respingere tutte le intimidazioni, affermare la libertà e la dignità dei docenti e degli studenti, impedire la degradazione fisica degli ambienti. La lotta contro la violenza è indivisibile”.

 

56 Il terrorismo non è soltanto un complotto
e combattere ogni forma di violenza".

Giuliano Ferrara, l'Unità 24 marzo

Esso trova coperture ed è anche un prodotto della crisi italiana I giorni della rivolta popolare all'eccidio di via Mario Fani e al rapimento di Aldo Moro suggeriscono qualche riflessione. Visti da Torino, forse, qualche riflessione in più. Questa è la città in cui nuclei armati delle BR hanno alzato il tiro tre volte in un anno: Croce, Casalegno, Berardi. Ogni volta colpendo un obiettivo, direttamente o indirettamente collegato alla tormentata vicenda del “processo”. E' la città in cui più massiccia si è fatta, nei mesi trascorsi, la offensiva militare e ideologica diretta a esautorare la Repubblica seminando, prima di ogni altra cosa, la sfiducia, la rassegnazione, la passività operaia: propaganda nelle fabbriche, incendi nei reparti, ferimenti a catena dei capi officina di Mirafiori e Rivalta. Qui ha avuto un esito solo parziale lo sciopero di protesta indetto per l'attentato a Carlo Casalegno. Ma il 16 marzo in questa città è cambiato qualcosa. Piazza San Carlo era già quasi piena mentre le fabbriche si svuotavano ancora. E questo è accaduto nelle cento città. A Torino però, si è registrato uno scarto sensibile e significativo, un avanzamento illuminante nell'identificazione della classe operaia con le istituzioni democratiche. Lo si è visto, oltre che nella sua compattezza, nelle mille forme della mobilitazione, nella discussione minuta, nell'orientamento univoco e dei pronunciamenti. Restano zone d'ombra e settori dell'organismo sociale ancora impermeabili, nella inerzia, alla influenza delle idee forza che hanno determinato un alto grado di unificazione civile. Ma se è vero, come ha scritto “Nuovasocietà”, che la manovra dipanatasi a Torino, a ridosso del processo delle BR, è consistita nel fatto che “gruppi e classi hanno perduto (o stanno perdendo) la proprietà esclusiva dello stato si servono della diffusa estraneità al vecchio equilibrio istituzionale per impedire la nascita del nuovo”, bene, il 16 marzo ha dimostrato come questa insidia può essere schivata. Detto questo, vale la pena di osservare che la strada dell'espansione in ogni ambito della società civile organizzata di una lucida consapevolezza dei pericoli e dei caratteri di questa nuova fase dell'offensiva terroristica è ancora lunga e disseminata di indicazioni fuorvianti, per certi aspetti vere e proprie trappole. Ritengo utile segnalarne almeno due. La prima consiste nella riemersione, in forma rozzamente schematica e meccanica, di una teoria del complotto capace di spiegare ciò che accade. Si tratta di una soluzione logica. E questa “soluzione”, in verità la più facile, sembra favorita da una serie di concomitanze che hanno colpito la nostra fantasia anche al di la del loro rilievo “oggettivo”: la tecnica dell'attentato, il giorno scelto per metterlo in atto, la spavalderia che allude a condizioni di sicura impunità, lo stesso ambizioso obiettivo (l'uomo più rappresentativo, oggi, del sistema politico italiano, il centro del centro di tutti gli equilibri possibili). Forze che operano per dissestare i nuovi equilibri della democrazia Certo, quello italiano è un caso unico di debolezza dello Stato congiunta all'apertura di spazi istituzionali, sempre più larghi, entro cui sembrano “assestarsi” nuovi equilibri di potere fra le classi. Ciò che la democrazia italiana produce in termini di trasformazione, in una parola il suo segno avanzato e aperto agli esiti di un processo socialista in occidente: tutto questo incute paura e induce forze potenti, interne ed internazionali, a lavorare per “dissestare” questi nuovi equilibri. Evocarle, queste forze, non è affatto sbagliato. Ma se questa giusta considerazione delle cose dovesse condurre a una sottovalutazione del grado cui sono insieme giunti la crisi del paese, la degenerazione del tessuto sociale nei suoi punti più deboli e lo scollamento grave della sua stessa identità culturale, l'effetto sarebbe disarmante. Per troppo tempo abbiamo indugiato a considerare i gruppi terroristici che operano nel paese come una variante qualsiasi di un disegno di destabilizzazione che avrebbe potuto avere basi, consensi, diramazioni solo a destra e solo come prodotto di una “provvidenziale” astuzia reazionaria. E per questo ci siamo spesso voluti stupire di fronte alle forme più subdole di reclutamento, di propaganda, di radicamento delle formazioni terroristiche in limitatissimi emblematici segmenti di sottoproletariato, di gioventù di classe operaia. Marcare dunque, nel giudizio sul rapimento di Aldo Moro, un segno di novità, un salto brusco in avanti della strategia della provocazione non deve significare l'abbandono di un giudizio sul fenomeno terroristico in quanto tale, sulla sua storia, sulle sue radici nell'attualità sociale, politica e culturale della società italiana. D'altra parte, le stesse schizofreniche reazioni di settori di punta dell'estremismo politico, del partito armato e del movimento armato (“né con lo stato, né con le BR”, “né una lacrima, né un minuto di sciopero per Aldo Moro”) dimostrano secondo me ampiamente, che ideologia e pratica delle formazioni terroristiche mantengono, nello stesso momento in cui sono aspramente combattute e recisamente isolate dalla maggioranza del popolo, una loro indubbia quanto perversa efficacia per lo meno psicologica e si configurano, nei punti di più profonda degenerazione degli effetti di crisi, come un messaggio persuasivo. Per certi versi è incredibile, ma è così. Sottovalutare questo aspetto della questione è dare per risolto una volta per tutte (e per tutti) il problema della lotta al terrorismo come l'iniziativa di un'unica linea di iniziativa contro l'imbarbarimento della vita civile, contro le posizioni nulliste e le blaterazioni giustificazioniste, sarebbe un secondo, pericoloso errore. Il messaggio dei rapitori, sbrigativamente liquidato come semplice testimonianza di una miseria intellettuale e morale infinita (Dio solo sa se non è anche questa), appare come arbitraria semplificazione sociologica del concetto economico, politico e filosofico determinante per la nostra epoca: la lotta delle classi. Forse quel messaggio, come dice De Mauro, è tradotto dal francese, o scritto da un uomo che pensa in spagnolo, come suggerisce Arrigo Levi. Ma è vergato in italiano, sulle modulazioni di un gergo marxista impazzito, il volantino del comitato autonomo tale o tal'altro (di cui si ha diretta testimonianza in molte località) che proclama compagni i brigatisti rossi, che organizza il crumiraggio antioperaio in nome delle vittime degli omicidi bianchi. Infine sarà anche questa una semplificazione: ma non è stata derivata dal fallimento della legge Anselmi. La possibilità di un terrorismo come estrema risorsa della disperazione e dell'illusione romantica? E non si è aggiunto, più tardi, che tra la legalità illegale di uno Stato che si arroga il diritto di fare un processo e la rivoluzione garantista di una combriccola di collegiali è impossibile scegliere?

 

57 Responsabilità degli intellettuali.
l'Unità Eugenio Garin, 24 marzo
 

 

58 Fermezza.
l'Unità Editoriale, 31 marzo
 

 

59 Perché non bisogna trattare.
l'Unità Editoriale, 13 aprile
 

 

60 Il partito della trattativa.
l'Unità Editoriale, 22 aprile
 

 

61 Peggio che un assassinio.
l'Unità Editoriale, 25 aprile

 

62 Terroristi o qualcosa di più?
Editoriale, l'Unità 27 aprile

“Giova allo Stato italiano una certa politicizzazione delle Br o è meglio che siano respinte nel ghetto della violenza?” Intorno a questa domanda ruota l'argomentazione con la quale Baget Bozzo, su Repubblica di ieri, ha cercato di spostare dal piano umanitario a quello di una presunta utilità pratica e di un presunto realismo la richiesta sua e di altri che si tratti con i terroristi. Bene. Finalmente qualcuno che non si nasconde dietro i buoni sentimenti né dietro quesiti astratti (viene prima l'uomo o lo Stato?) e nemmeno dietro il formalismo delle leggi che non si possono violare. Qualcuno che ha l'onestà di partire dalla domanda vera: chi abbiamo di fronte? e, quindi, come e perché bisogna combatterlo? Non è vero che questo punto essenziale e decisivo sia chiaro. Noi stessi, giustamente preoccupati di combattere i “fiancheggiatori”, cioè l'area eversiva e violenta che in qualche modo fa da “alone” al terrorismo, abbiamo forse concesso troppo alla ricerca delle matrici ideologiche del fenomeno. Con il rischio di allontanarci troppo dall'oggi, e quindi dal reale disegno politico che abbiamo di fronte. Chi abbiamo di fronte? Forse una banda terroristica, potente, feroce, ma del tutto isolata, cioè senza agganci né con la società né col mondo politico (una banda alla Baader-Meinhof, per intenderci) per cui scegliere o meno di trattare può essere un problema tecnico o di opportunità (il valore dell'ostaggio), senza che ciò comporti effetti rovinosi e destabilizzanti? C'è poi, l'altra tesi, quella di Baget Bozzo: ci troviamo di fronte alla “guerriglia urbana” (qualcosa, insomma, di simile all'Irlanda); un fenomeno di tali proporzioni e novità che dovrebbe indurre a cercare mezzi nuovi per combatterlo. Ergo: trattativa e liberazione di detenuti potrebbero essere tra questi mezzi, anche perché concedendo alle Br una legittimazione, si farebbe venire allo scoperto la loro “dimensione politica”, intesa come “area di militanza e di consenso”. Tutte e due le tesi a noi sembrano completamente sbagliate. Partendo da analisi false, finiscono col nascondere il punto di fondo: chi è che ci sta di fronte, qual è il suo ruolo politico, quali sono gli esatti contorni della sfida che viene lanciata contro la democrazia. Come un iceberg Ci sta di fronte, il terrorismo. Ma, di per sé, questo non dice tutto e non significa molto. Di che terrorismo si tratta oggi, qui, in Italia? Raniero La Valle, su Paese Sera, ha dato a questo interrogativo una risposta, che ci sentiamo di condividere. Egli ha osservato che le Br sono soltanto “l'iceberg di un potente avversario che gioca su molti tavoli, non tutti clandestini, che riemerge “a sinistra” dopo essere stato battuto a destra, che non solo usa carte d'identità false, ma usa anche falsi nomi, falsi gerghi e dichiara falsi obiettivi...... che nelle librerie di sinistra compra le parole e i vecchi album di famiglia per comporre i suoi messaggi, nei negozi autorizzati acquista le armi, e negli arsenali fascisti prende la libidine del potere, il culto piccolo borghese per la violenza vendicatrice, il rancore per la classe operaia da cui è escluso, il disprezzo per la vita”. Abbiamo fatto questa lunga citazione perché le cose ci sembra stiano proprio così. Intendiamoci, il terrorismo esiste, è un fenomeno reale, non si tratta di commandos paracadutati dall'estero: esso si vale di gregari fanatici e addestrati. Ma - detto questo - è assurdo credere a tutto ciò che si legge nei farneticanti documenti “ideologici” delle Br. Che senso ha l'idea del “detonatore”, cioè del piccolo nucleo d'acciaio, l'avanguardia combattente che innesca la guerriglia? Ma dove l'innesca? In un paese come l'Italia, nel cuore d'Europa? Suvvia, amico Baget Bozzo, nemmeno in Sud America questa tesi ha trovato conferma, essendo anzi clamorosamente fallita. Un uso politico Questo - riteniamo - non significa non vedere il terrorismo come fenomeno reale, anche diffuso, e che quindi ha una sua matrice sociale, ideale, culturale. Ma è - appunto - terrorismo. Cioè, in definitiva, uno strumento di provocazione e di destabilizzazione, alla condizione (ecco la questione che non si vede o si fa finta di non vedere) che ci sia qualcuno nel mondo politico e statale - e non nel mondo degli esclusi e degli emarginati! - che del terrorismo faccia un uso politico. C'è questo qualcuno in Italia? Ci sono oggi le ragioni politiche per cui si sia tentati, da varie parti, di fare del terrorismo un uso politico? A noi sembra che solo così si spiegano tante cose. Del resto un'analisi analoga a questa l'abbiamo letta ancora ieri sulla Voce Repubblicana. Commentando i documenti delle Br e quelli a firma Moro, il giornale del PRI ricostruisce il disegno politico generale di “scardinare quella unità tra tutti i partiti dell'arco costituzionale, escluso il PLI, che aveva costituito oggetto di una lunga e travagliata battaglia”: di lacerare la DC; di rompere la coalizione di maggioranza e provocare la crisi di governo prendendo a pretesto l'impossibilità di sostenere un atteggiamento rigido di chiusura alla trattativa, attribuito a una imposizione del PCI. Ma a questo proposito bisogna prendere atto - e noi lo facciamo ben volentieri - che il PSI, cioè il partito che con la sua richiesta allo Stato di trattare si è differenziato dagli altri, ha immediatamente replicato alla Voce, affermando che non intende aprire nessuna crisi. Resta tuttavia il problema, come dice La Voce, di sapere “se sono le Brigate rosse che da sé vogliono spaccare l'Italia in due per creare il terreno più favorevole alla guerra civile, o se dietro di loro vi è un interesse più vasto”. L'obiettivo, e quindi il che è del terrorismo (un “chi è” non soltanto fisico ma politico) è questo: la rottura della solidarietà democratica, di quella solidarietà che è oggi la condizione necessaria per impedire che si apra una falla nel tessuto che tiene il regime democratico e repubblicano, attraverso la quale falla non passerebbero certo soluzioni di sinistra ma solo autoritarie e di destra. Ecco perché non c'è altra risposta al terrorismo che non sia la fermezza e l'unità delle forze democratiche. Ecco perché sono molto pericolosi i tentativi di stabilire una divisione artificiosa tra “falchi” e “colombe”, attribuendo a quelli che vengono definiti col primo nome non si sa quali velleità di irrigidire lo Stato in senso autoritario (è vero semmai il contrario); e a coloro che si elogiano col secondo nome un'esclusiva inesistente sulle ragioni della vita e dell'umanità.

 

63 Interrogativi sulle indagini.
Editoriale, l'Unità 3 maggio

I giorni trascorrono, sempre più lenti e più lunghi, quel terribile 16 marzo si allontana nel tempo, siamo già a maggio, ci avviamo verso il compimento del secondo mese dal rapimento dell'on. Moro e dal massacro della sua scorta. E l'opinione pubblica comincia ad avvertire che la vicenda, così grave, così tragica, sta assumendo aspetti sempre più inquietanti. Convince sempre meno l'idea che ci troviamo di fronte soltanto a una banda di terroristi. Ci sono i “fiancheggiatori”, l'area magmatica dell'eversione e della violenza, e questo si sapeva. Ma ormai si deve pensare che c'è anche altro: collegamenti, complicità, ispiratori in zone ben più “rispettabili” e “rispettate” della realtà italiana. Perché le indagini non fanno un passo avanti? Perché invece di discutere tanto su ipotesi impraticabili che dovrebbero indurre - chissà perché - i terroristi a rilasciare Moro, al prezzo di un rovinoso cedimento dello Stato, non si comincia a mettere le mani su qualcuno? Sono domande che non si possono più ignorare. Tutti si dichiarano per la lotta contro il terrorismo. E, nonostante le oscillazioni dei socialisti, una imponente maggioranza è schierata, intorno al governo, sulla linea della fermezza. Come mai, allora, coloro che tale fermezza dovrebbero concretare con l'azione pratica sembrano come paralizzati, o quasi? E' un fatto che le indagini ristagnano. Un “covo”, è vero, è stato scoperto, ma per caso, a Roma. Altri sono emersi dalle nebbie del mistero in periferie più o meno lontane. Qualche mandato di cattura, qualche fermo o arresto. E un solo “brigatista” caduto nelle mani della polizia, e ciò perché la sua vittima ha avuto il tempo di ferirlo, prima di morire. Ma, sulla sostanza, sulla pista principale, non un solo passo avanti. Nel frattempo, però, le BR hanno continuato a sparare e ad uccidere. Hanno continuato (continuano) a lanciare bombe. Soprattutto hanno intensificato la diffusione di comunicati e lettere, infine di sole lettere a firma Aldo Moro, “con una puntualità e un'immediatezza - ha scritto con sarcasmo un commentatore - di cui da tempo i nostri servizi pubblici sono incapaci”. In questura si dice che queste lettere siano ormai parecchie decine. Non solo. Il cittadino legge nei giornali che la famiglia Moro “presumibilmente” è anche l'ultima mittente conosciuta (mittente, non destinataria) di tutte queste missive. Legge che la famiglia “ha evidentemente trovato un canale di contatto con i rapitori senza che la polizia lo scopra”. Legge, rilegge, si sente ripetere dalla radio e dalla TV i nomi degli “intimi collaboratori” del presidente della DC, a cui i cronisti, quasi con naturalezza, e pur senza dirlo, attribuiscono il ruolo di “postini”. Scopre l'esistenza di “un avvocato vestito in modo dimesso” che secondo alcuni sarebbe il “canale” di cui si servono i terroristi per inoltrare le lettere personali di Moro. E, pur nel rispetto per il dramma della famiglia del rapito, il cittadino è indotto a confrontare questo caso ad altri analoghi, non così rilevanti, certo, sul piano politico, ma non meno dolorosi, sul piano umano, come i due ultimi, quello di Giovanna Amati e di Marta Beni-Raddi. Qui, la polizia e la magistratura non sono rimaste paralizzate. Hanno anzi agito e hanno messo le mani sui delinquenti che telefonavano o che tenevano contatti per altre vie. O forse il ragionamento va rovesciato? Forse si deve concludere che, appunto perché carico di implicazioni politiche, il caso Moro rende l'arma delle indagini “scarica e inutile”, per citare le parole di un giornale che le BR hanno usato volentieri per diffondere gli scritti loro e del loro prigioniero? Noi abbiamo anche seri dubbi che per queste vie tortuose sarebbe possibile proteggere meglio la vita di Aldo Moro.

 

64 Mirafiori: parliamo degli “indifferenti”...
Pier Giorgio Betti, l'Unità 7 maggio

TORINO- Cinquanta giorni da quel tragico 16 marzo e dalla dura, fermissima risposta operaia con lo sciopero spontaneo, i reparti vuoti, i lavoratori nelle strade. Come li ha vissuti la grande fabbrica? Cosa è accaduto “dentro”? Cosa dicono e pensano i lavoratori, ora, dopo lo stillicidio di nuovi attentati, dopo queste settimane di un'attesa angosciosa che sembra non dover più finire? Insomma, veniamo al dunque: quest'area dell'indifferenza o della “comprensione” verso le brigate rosse, di cui si parla spesso, in che dimensioni persiste ancora? Si sta davvero riducendo? E' vero che la “palude” comincia a prosciugarsi? Buttiamo la domanda sul tavolo attorno al quale sono seduti alcuni compagni delle sezioni comuniste della FIAT Mirafiori, la “grande fabbrica” per antonomasia, anzi la più grande in assoluto: una sorta di città di officine nelle quali è passata e passa tutta la storia di questo trentennio, il bene e il male, il vallettismo e la ripresa operaia, il “boom” dai piedi d'argilla e la crisi, le conquiste dell'ultimo decennio e poi le manifestazioni dell'attacco terroristico, i volantini firmati BR, gli incendi firmati BR. Il compagno della “meccanica” comincia da questo dato realistico: “Ci sono punti dove non arriviamo né come sindacato né come partito, e lì le zone di neutralità ci possono essere senz'altro. Secondo me, però, sono molto ristrette, anche perché lo sforzo di recupero a un migliore orientamento è stato efficace”. Alle assemblee con le forze politiche e sindacali che si sono svolte alla “meccanica” dopo la strage di via Fani, la partecipazione è andata da un 55-60% al 70. Più alta di quella per il contratto, e comunque non si deve pensare che gli assenti siano “neutrali”: la coscienza non ha un livello uniforme. C'è chi condanna il terrorismo ma preferisce la canna da pesca alla riunione. La discussione è stata complessivamente buona, non c'è dubbio che ha aiutato a dare consapevolezza, a “far terra bruciata” attorno ai criminali. Alle “presse” - dicono i compagni di quella sezione - la partecipazione non è mai stata inferiore al 70%, la repulsa del terrorismo nettissima, gli operai hanno detto che non ci si deve piegare al ricatto, che non si può trattare con chi ammazza la gente per strada. Problemi di orientamento, però, ne sono venuti a galla. I dibattiti hanno anche mostrato che c'è chi, pur aborrendo il terrorismo, “ha una notevole confusione in testa”. Quei lavoratori che hanno insistito nel reclamare polemicamente “l'autocritica” da parte degli esponenti democristiani intervenuti alle assemblee confermano che permane una diffusa tendenza “a guardare indietro”, senza vedere invece quel che è cambiato, senza vedere l'emergenza e il significato del fatto che “la DC era nella fabbrica”. E chi ti dice: ”Ma qui si parla solo di Moro, ci si occupa solo di Moro, i problemi nostri dove stanno?”, evidentemente non ha ancora misurato tutta la gravità del pericolo, non si rende conto che “se salta la democrazia salta tutto, le conquiste dei lavoratori e la possibilità stessa di difenderle”. I compagni vogliono chiarire bene: reazioni di questo tipo - senza dimenticare che c'è in esse anche il giusto richiamo a non subire la paralisi che il terrorismo vuole imporre - non sono segni di “neutralità”, ma di “modi errati di rispondere a un problema da cui però il lavoratore si sente coinvolto e minacciato, e sul quale ragiona, sia pure sbagliando”. Da cosa dipendono queste “risposte negative”. Chi si pone il quesito deve aver presente che la realtà della fabbrica è complessa, e va vista senza miti. La crisi e le difficoltà ci sono, pesano, in qualche momento possono prendere il sopravvento su una giusta valutazione del cammino percorso in questi anni. Gli impiegati hanno offerto alcune “sorprese” di notevole rilievo. Appena è arrivata la notizia della strage - spiega un compagno della “palazzina” di Mirafiori - una grossa parte hanno immediatamente lasciato gli uffici. Ha giocato, forse, anche una componente di paura, di timore di fronte a un avvenimento di cui non si sapevano prevedere gli sviluppi? E' possibile, ma la cosa importante è stata che gli impiegati si sono poi riuniti nelle assemblee, hanno preso la parola, “si sono pronunciati su questioni rispetto alle quali erano spesso sembrati estranei”. All'assemblea col presidente del Consiglio regionale Sanlorenzo c'erano proprio tutti, anche i dirigenti, anche i “capi” e i tecnici, un fatto mai accaduto prima. In alcuni interventi dominavano confusione, qualunquismo. Qualcuno se l'è presa coi “politici” facendo di ogni erba un fascio. Qualche altro, come era avvenuto in alcune assemblee operaie, ha dichiarato pari pari la sua neutralità. “non mi vanno le BR e nemmeno lo Stato”. Ecco, cosa dicono questi “indifferenti”? Che anche questo stato è violenza, che non c'è giustizia e non si fa giustizia, che si è rubato troppo e troppo in alto.... è, insomma, il discorso di chi parte da alcune verità per giungere ad una conclusione distorta, di chi non distingue tra Stato e modo di gestirlo, chiude gli occhi dinanzi ai mutamenti che pure ci sono stati, non vede il disegno e la minaccia incombente che sono dietro la violenza terroristica. Anche qui c'è un lavoro in profondità da fare perché il malgoverno di tanti anni ha rischiato di scavare un abisso incolmabile tra masse e stato, e “non a caso le BR puntano oggi a mettere i lavoratori in disparte, a staccarli dalla politica”. Il discorso sullo Stato torna spesso, anche tra i lavoratori che neutrali non lo sono affatto. Dicono: “Noi abbiamo scioperato contro i terroristi, siamo pronti a rifarlo se dovessero tentare ancora qualcosa. La parte nostra la facciamo, ma gli altri devono fare la loro”. E allora devi spiegare che il rinnovamento dello Stato, lo Stato che funziona, la polizia efficiente, i tribunali che fanno giustizia non sono, non possono essere obiettivi degli “altri”, ma sono obiettivi della classe operaia che vuol elevarsi a classe dirigente. “Ma su questo terreno pesa ancora un ritardo storico del nostro movimento”. Del processo di Torino alle BR si è parlato molto all'inizio, si temeva che “saltasse”, poi l'attenzione è un po' caduta. Comunque il fatto che il processo vada avanti è salutato come un segno positivo, dà “credibilità” alle istituzioni dopo tante prove negative. “Sì, ma si va per le lunghe, troppo a rilento” obiettano certi lavoratori. Dopo tanti casi che hanno fatto scalpore, si teme “la solita storia all'italiana”, e si vorrebbe arrivare subito alla conclusione, a una sentenza chiara. “Ma i nomi di chi sta dietro - chiedono altri - ce li diranno?”. L'altra settimana, quando è divampato l'incendio appiccato dagli attentatori in un magazzino della Mirafiori, gli operai stavano già uscendo, era notte, sono tornati indietro, di corsa, sono andati loro a spegnere le fiamme, sobbarcandosi un pericoloso “straordinario” senza paga. E questo Primo Maggio così grandioso, coi cortei fitti di lavoratori e di striscioni contro il terrorismo, dimostra anch'esso qualcosa. Le “isole dell'indifferenza”, dunque, si vanno restringendo, ma c'è ancora molto lavoro - come dicono i compagni - per eliminarle del tutto. E occorre, per questo, “un salto di qualità del movimento”, andare al di là della vigilanza e della risposta contingente al terrorismo “per affrontare in concreto, con obiettivi precisi, i nodi del rinnovamento dello Stato”.


65 Berlinguer al popolo e agli elettori.
l'Unità u.b., 8 maggio

 

66 Né con le BR né con lo Stato. E poi?...
Marco Boato, Lotta Continua 24 marzo

Dopo Roma e Milano: sviluppare la discussione e l'iniziativa politica di massa. Ancor più che nella fase precedente (20 giugno, movimento del '77, convegno di Bologna, uccisione di Crescenzio, prima, e Casalegno poi), dopo il rapimento di Aldo Moro e il massacro della sua scorta a Roma, e dopo l'assassinio di Fausto e Jaio e il loro straordinario, imponente funerale a Milano, si è accentrata su Lotta Continua una attenzione spasmodica, perfino morbosa, da parte di una schiera innumerevole di “osservatori”. Quello che viene scritto quotidianamente sul nostro giornale viene analizzato e “vivisezionato” con la cura di una équipe di specialisti. Gli “esegeti” di professione emettono pressoché ogni giorno il loro verdetto: e c'è chi ci paragona a De Carolis e chi ci denuncia, nonostante tutto, come “simpatizzanti” delle BR; c'è chi ci ritiene idealisti e opportunisti per il nostro “umanitarismo”, e chi ci considera avventuristi e militaristi, solo perché ci rifiutiamo drasticamente di allinearci con quella gigantesca operazione di “pacificazione sociale” che coincide col massimo di militarizzazione statuale. L'iniziativa di massa (oltre le difficoltà, il disorientamento e le contraddizioni delle prime ore di sabato notte) dopo lo spietato assassinio di Fausto e Jaio a Milano, la rottura dell'infame cordone sanitario di menzogne e calunnie che tutto il quadro istituzionale aveva tentato di costruirci attorno ai loro cadaveri di giovanissimi compagni del movimento, l'eccezionale partecipazione di massa e di classe ai loro funerali, dopo l'indegno e cinico comportamento soprattutto del PCI e della CGIL, hanno segnato - ma pagato ad un prezzo umanamente intollerabile - l'inizio di una svolta decisiva e profonda nella presenza e nell'iniziativa del movimento rivoluzionario dentro rapporti di forza e un quadro istituzionale drasticamente condizionato da tutto ciò che si muove attorno al rapimento di Moro (la prosa - letteralmente da voltastomaco - di G.F. Borghini sulla prima pagina de l'Unità di venerdì 24 marzo ne rappresenta, paradossalmente e vergognosamente, un sintomo, di cui però avremmo fatto volentieri a meno). Ma credo sia necessario non farsi facili illusioni sulla situazione politica e di classe attuale. Bisogna riprendere con forza il dibattito e l'iniziativa politica di massa - dall'interno delle contraddizioni che attraversano tutti i movimenti di classe e gli strati proletari - senza tentare di “esorcizzare” alcuno dei problemi che abbiamo di fronte oggi, a partire dal rapimento di Moro. I “primi risultati del rapimento di Moro” In primo luogo, dobbiamo “ringraziare” le BR della colossale accelerazione del processo di trasformazione autoritaria dello Stato, di creazione di una “democrazia protetta”, di costruzione di un vero e proprio Stato di polizia, a cui stiamo assistendo ormai con una possibilità e capacità pressoché minima - nei tempi brevi, quotidiani, in cui si sta realizzando - di intervento antagonistico. Ho scritto “accelerazione”, perché non sono certo le BR (né le altre organizzazioni “terroristiche” minori) la causa prima e principale di questo processo, che fonda le sue radici nel rapporto tra le gestione capitalistica della crisi dei rapporti di produzione e ristrutturazione degli apparati di repressione e di consenso dello Stato, in un sistema economico e politico-sociale, come quello italiano, dove permane nonostante tutto un irriducibile antagonismo di classe. Tuttavia le azioni delle BR - e delle altre organizzazioni terroristiche “di sinistra” - non solo hanno accelerato questa trasformazione autoritaria e sostanzialmente annullato (o enormemente ridotto) le contraddizioni all'interno dello schieramento borghese e revisionista, e perfino anche in ampi settori proletari e popolari, ma hanno per la prima volta fornito a questo processo reazionario quella “legittimazione” ideologica, quel consenso sociale di cui era sostanzialmente privo. Dobbiamo “ringraziare” le BR di questa rivoltante “santificazione” della DC e del suo trentennale apparato di potere; di questo varo plebiscitario (dai fascisti-legalitari di Democrazia Nazionale al PCI e alla Sinistra Indipendente, cosiddetta) di uno dei più indecenti e sputtanati governi democristiani che la storia ricordi (per non risalire agli anni '50, l'unico paragone è proprio il governo “extraparlamentare” di Andreotti - anche allora “monocolore DC” - che preparò le elezioni anticipate del 1972); di questa messa in “stato d'assedio” permanente (per settimane, mesi: chi lo sa? a chi lo dobbiamo chiedere: al Governo o alle BR, o a tutt'e due contemporaneamente?) di Roma e progressivamente di mezza Italia; di questa promulgazione, a tempi di record, della più infame infornata di leggi eccezionali e liberticide dai tempi del fascismo; di questo ingresso di massa nella mentalità della “gente” (uso volutamente un termine interclassista) della ideologia della “pena di morte” (non la pagheranno, se non in casi eccezionali, i “clandestini” della lotta armata, ma centinaia di compagni, di proletari, o magari di “piccoli delinquenti”: un massacro già in atto, ma che verrà ora moltiplicato). Nessuno obietti che tutto ciò non è opera delle BR, ma dello Stato: lo sappiamo benissimo (e prescindo, volutamente in questo intervento, dall'analizzare la questione - tutt'altro che irrilevante - della provocazione organizzata, del ruolo dei servizi segreti, dei collegamenti internazionali, che va affrontata specificamente). Ed è proprio perché lo sappiamo benissimo - e abbiamo impegnato tutti noi stessi (alcuni compagni sono morti, per questo) per denunciare, contrastare e tentare di rovesciare queste tendenze, queste realtà - che dobbiamo denunciare con la massima forza chi finge di non saperlo o di poterlo ignorare, o, peggio ancora, chi pensa che tutto ciò sia inevitabile: finché queste parole hanno ancora un senso, essere marxisti rivoluzionari è esattamente l'opposto di essere imbecilli suicidi (oltre che omicidi). Lo Stato borghese “fa il suo mestiere”, e da parte nostra non ci può essere il minimo cedimento nell'analisi, nella denuncia, nella lotta. Ma neppure il minimo cedimento nell'analisi, nella denuncia, nella lotta contro chi farnetica di “colpirlo al cuore” nel momento stesso in cui lo rafforza, lo ricompatta, lo legittima nei suoi peggiori aspetti reazionari e antiproletari. La questione del terrorismo: “non si può processare la rivoluzione”? E' vero: la rivoluzione non si può processare. Ma il problema non è questo, se non per chi ha voglia di fantasticare. Si tratta di capire se il terrorismo “di sinistra”, oggi, e in particolare la teoria e la pratica delle BR hanno qualcosa a che fare con la rivoluzione comunista. Secondo me, no: assolutamente niente. Per usare una espressione tanto cara ai loro testi “ideologici”, si tratta di una teoria e di una pratica assolutamente “controrivoluzionaria” (anche se questo termine non mi piace). Ma soltanto l'analfabetismo di ritorno di S. Corvisieri (che non capisco perché non sia indotto a rimettere un mandato che non gli è stato dato ad personam…) può richiamare l'estraneità alla “tradizione comunista”. Nella “tradizione comunista”, purtroppo, le BR rientrano tranquillamente, anche se il PCI finge di dimenticarlo: rientrano bene nella teoria e nella pratica dello stalinismo, fin nelle sue più infami aberrazioni (o, meglio, logiche conseguenze). Ma che cosa ha a che vedere tutto ciò con noi, con “la nostra storia” (come pure è stato scritto), soprattutto con la lotta di classe e la rivoluzione comunista oggi? Il nuovo ciclo di lotte operaie e studentesche del “biennio rosso” 1968-69, la nascita dell'autonomia operaia (quella vera) e dei nuovi movimenti anticapitalistici di massa, la formazione teorica e pratica di Lotta Continua, non hanno rappresentato propria la principale rottura con quella “tradizione comunista”, con ogni residuo stalinista e terzinternazionalista? Che cosa ha a che vedere, oggi, il terrorismo con il marxismo rivoluzionario? Aldo Moro non è prigioniero in un “carcere del popolo”, non viene processato di fronte ad un “Tribunale del Popolo” (con le dovute maiuscole del volantino), la sentenza, qualunque sarà (personalmente ritengo che le BR non abbiano comunque interesse, dal loro punto di vista, ad ucciderlo), non sarà emessa “in nome del popolo”: il popolo, il proletariato, la classe operaia, i movimenti rivoluzionari di massa con tutto questo non hanno niente a che fare. E' una tragica farsa, che va giudicata come tale. Ma non siamo a teatro (è questo , credo, il motivo dell'incredulità di molti alla prima notizia del rapimento). Questo non hanno capito tutti coloro che sono scesi in piazza fin dal pomeriggio di giovedì 16 marzo anche nel più radicale dissenso dal “farsi Stato” del PCI e della dirigenza sindacale, ai quali ultimi, comunque, le BR hanno fornito una straordinaria occasione per imporre un “riflesso d'ordine” in larghi settori di massa. A Torino, dunque, non si processa affatto la rivoluzione (anche a prescindere dall'estraneità materiale di quei militanti delle BR da questa azione terroristica). Questo non toglie nulla alla natura politica di quel processo, e di tutto ciò che gli sta dietro, e al nostro compito di analizzarne e denunciarne le caratteristiche “di regime” e l'uso reazionario che ne viene fatto. Al pari di qualunque altro “processo politico” che abbiamo affrontato in questi anni, ma senza alcuna identificazione con gli imputati, se non per quanto riguarda la difesa dei loro diritti civili e politici (tra gli imputati, oltre a tutto, ce ne sono molti che non appartengono affatto alle BR e che sono stati coinvolti in ripetute provocazioni di Stato). Terrorismo, lotta armata e violenza Gran parte del disorientamento, delle incertezze, delle difficoltà che si sono manifestate all'interno della sinistra rivoluzionaria e del movimento di opposizione subito dopo il massacro della scorta e del rapimento di Moro sono dovuti non tanto alla “sorpresa” tremenda di fronte ad una situazione inaspettata e totalmente “esterna”, ma soprattutto alla enorme arretratezza e ambiguità del dibattito politico di massa su questi problemi. Personalmente, qui, non entro neppure nel merito (per ragioni di spazio, oltre che di stomaco) di interventi come quello di O. Scalzone sul Quotidiano dei lavoratori del 16 marzo (“Per la critica delle ideologie del movimento”) e quello firmato dai “Comitati comunisti rivoluzionari” ospitato anche su Lotta Continua del 19 marzo: il primo mi è sembrato un trattato di metafisica sulla “nuova era del comunismo” (e sul carattere “storicamente residuale” - “dovesse pur durare un millennio” - del capitalismo); il secondo mi è parso un insulto alla intelligenza collettiva del movimento rivoluzionario (le BR sbaglierebbero soprattutto perché esprimono un livello troppo avanzato di “destabilizzazione” rispetto alle capacità attuali dei movimenti di classe: se facciamo qualche passo avanti, dunque, cosa ci aspetta poi?). Resta il fatto che negli ultimi due anni abbiamo assistito ad una sistematica “distruzione” nella coscienza delle masse proletarie di una autentica concezione della “violenza proletaria” dell'esercizio della forza da parte dei movimenti di classe, della stessa questione della “lotta armata” come aspetto specifico di un processo rivoluzionario di massa. Le forze della sinistra istituzionale, politica e sindacale, hanno fatto a gara per affermare che tutto ciò non ha niente a che fare con la lotta di classe, addirittura con la storia, la tradizione e la pratica del movimento comunista e socialista: un falso storico e teorico di proporzioni gigantesche. Ma nell'ambito di settori - pur assolutamente minoritari - del movimento di opposizione si è fatto a gara per espropriare le masse e i movimenti di lotta della gestione diretta dell'esercizio della forza sul proprio terreno e sui propri obiettivi, col risultato che l'aggettivo “proletario” in molti casi è stato accoppiato alle forme più irresponsabili di violenza gratuita, all'esaltazione più impotente del militarismo avventurista, alla ignobile parodia del cosiddetto “esproprio proletario”. Abbiamo anche assistito ad un farsesco “dibattito a distanza” tra le BR e alcuni settori dell'Autonomia organizzata sullo “spontaneismo armato”, da una parte, e sulle “deviazioni militariste” dall'altra. Recentemente abbiamo persino letto - sotto forma (ma c'è solo la forma) di materialismo - una specie di ontologia della violenza: “Il materialismo storico definisce la necessità della violenza nella storia: noi la carichiamo dell'odierna qualità dell'emergenza di classe, consideriamo la violenza come una funzione legittima dell'esaltazione del rapporto di forza nella crisi e della ricchezza dei contenuti dell'autovalorizzazione proletaria”. (A. Negri, Il dominio e il sabotaggio, Feltrinelli, Milano, 1978, p.69). Il moltiplicarsi di “sigle” clandestine del “proletariato armato” (o “comunista”, o “combattente”, ecc.) ha avuto un susseguirsi allucinante, anche con reciproche smentite e “conflitti di attribuzione” nella rivendicazione delle varie azioni terroristiche. Ma l'unico “conflitto di competenza” che doveva essere sollevato con forza e fino in fondo - quello da parte dei movimenti di massa, delle forze dell'opposizione rivoluzionaria - è stato invece spesso timido e rituale. E' allucinante, ma anche patetico, leggere questa dichiarazione di Peter Chotjewitz riguardo all'esperienza della RAF: “Baader sospettava che molti dei nuovi gruppi di terroristi fossero infiltrati dalla polizia e dai servizi segreti. Troppi proclami, troppe sigle nuove, alcune organizzazioni chiaramente inesistenti. Arrivò perfino a chiedermi di indagare sull'identità dei nuovi terroristi; nel carcere gli arrivavano poche informazioni, non aveva prove, ma non si fidava”. E di chi dovrebbero fidarsi i proletari e i rivoluzionari, che non fanno parte né della RAF né delle BR? La sinistra storica o lo Stato Per dieci anni noi abbiamo fatto un lavoro sistematico di controinformazione militante e di massa nei confronti del terrorismo fascista, della strategia della tensione e della provocazione di Stato, del ruolo dei corpi armati e dei servizi segreti nelle stragi, negli attentati, nei progetti golpisti. Per anni ci siamo mobilitati per la piena attuazione del dettato costituzionale con la messa fuorilegge del MSI e abbiamo lottato a livello di massa per l'individuazione, la denuncia e l'epurazione dei fascisti, terroristi e golpisti dai luoghi di lavoro e dai corpi dello Stato. Nel frattempo ci sono state centinai di vittime di stragi, attentati e provocazioni, fra cui alcuni tra i nostri compagni più cari. Siamo stati - per tutto questo - attaccati, calunniati, diffamati. Ci si rispondeva che questo non era compito delle forze di classe, ma soltanto dello Stato (quello stesso Stato che risultava - in alcune delle sue principali articolazioni - direttamente coinvolto nella strategia della tensione e della provocazione, come ormai sanno anche i sassi), che bisognava chiedere “allo Stato di fare luce sulle oscure stragi” (con i risultati che abbiamo visto). Ora il PCI e la dirigenza sindacale (CGIL in testa) chiedono proprio controinformazione di massa, inchiesta, denuncia e epurazione contro… il terrorismo di sinistra, a parole, le avanguardie della sinistra rivoluzionaria, nei fatti (il PCI molti degli attuali terroristi li ha avuti al suo interno, e non se ne è mai accorto, proprio perché il militante “clandestino” è l'ultimo a esprimere pubblicamente posizioni “estremiste”). Lama si sta candidando a passi da gigante a divenire il nuovo D'Aragona del sindacalismo italiano (anche il suo “precursore” era segretario generale della CGIL e ce l'aveva a morte con gli “estremisti” che occupavano le fabbriche nel '20): e ciò non nei confronti del regime fascista (che non c'è) ma dello Stato autoritario di polizia (che si sta realizzando, anche col riutilizzo di tutte le strutture ereditate dal fascismo ancora “in vigore”). Pecchioli è da mesi - ora in modo scatenato - accanito sostenitore del rilancio dei servizi segreti, di questi servizi segreti: non si chiamano più SID o “Affari riservati”, bensì SISMI, SISDE e UCIGOS (avevano fatto la stessa operazione di “riciclaggio” col SIFAR), ma con gli stessi uomini, le stesse strutture, gli stessi metodi che hanno insanguinato l'Italia (e che hanno aperto la strada al terrorismo “di sinistra”, che in questo trova una sua legittimazione), eccezion fatta per Miceli, che non sta in galera, però, ma tranquillamente sui banchi del Parlamento. Amendola (poverino) ha imperversato sulla “matrice cattolica” delle BR. Trombadori è la dimostrazione vivente di come si possa arrivare a trasformare la lotta politica in un “caso patologico”, irriducibile a qualunque terapia. Ingrao (che ha tenuto ben altro stile, ma con non molta dissimile sostanza) cita… il “vescovo castrense” (che al funerale della scorta ha parlato, come in effetti è, da ufficiale di polizia) e esprime una sua “fissazione” (così dice): tutto il movimento operaio e democratico unito in un solo compito, la “lotta al terrorismo”, senza una sola parola (una sola!) contro il terrorismo fascista che ha assassinato a Milano Fausto e Jaio. La dirigenza sindacale milanese e nazionale (CGIL in testa) si è ricoperta di fango e di infamia quando ha avuto di fronte i cadaveri di due compagni del movimento di opposizione, e non più due poliziotti. Di Aldo Moro - che pur assomiglia pochissimo al ritratto farsesco che ne hanno dato le BR - hanno dimenticato tutto dagli “omissis” di fronte a tutte le trame eversive che coinvolgevano lo Stato e la DC alle stesse biografie che ne hanno scritto (la scheda di copertina) del libro di A. Coppola, attuale direttore di Paese Sera, recita: “Aldo Moro è la sfinge del cattolicesimo politico italiano. (…) uno dei responsabili (forse il maggiore) dei più gravi fenomeni degenerativi della crisi italiana”. Si sfornano leggi eccezionali (ben sapendo che non serviranno a nulla contro il terrorismo, ma solo contro le forze di opposizione di massa) e si manomette a man bassa la Costituzione, ma con la suprema ipocrisia di dire che è tutto “normale” e rigorosamente “costituzionale” (e, contemporaneamente, i giovani leoni del vecchio “operaismo” economicista, oggi nel PCI, imprecano e calunniano contro il “neo-garantismo” della nuova sinistra, meglio, degli “estremisti”: e non c'è dubbio che il garantismo lo stiamo seppellendo sotto tonnellate di sabbia). La sinistra rivoluzionaria: né con le BR, né con lo Stato. E poi? E' giusto: né con le BR, né con lo Stato. Ma non basta. Tutti abbiamo avvertito in questi giorni una sensazione di tremenda impotenza. Il disorientamento vissuto dai compagni è reale: è esploso di fronte al rapimento di Moro, ma viene da lontano. Sulla questione dello Stato (che sta a monte di quella del terrorismo) il dibattito langue da due anni (e intanto imperversano i libri, grandi e piccoli, di Toni Negri). Per i teorici e i militanti dell'“Autonomia” il problema della democrazia non esiste, anzi è un falso problema. Per noi invece, credo, è un problema decisivo. Questo Stato è di classe, borghese (chi lo nega, “da sinistra”, è perché semplicemente ne adotta ormai lo stesso punto di vista, non solo in termini ideologici, ma anche materiali): ma c'è per noi un abisso tra regime totalitario-fascista e regime democratico-rappresentativo. La classe dominante, quando non riesce a sconfiggere i movimenti antagonistici di massa, tende sempre più ad abbandonare il terreno stesso della democrazia borghese. Non è un paradosso: è una realtà ripetutasi ormai in innumerevoli situazioni storiche (dall'Italia del '22 al Portogallo del '26, dalla Germania del '33, alla Spagna del '37, e così via fino ai giorni nostri in Grecia, Uruguay, Cile, Argentina). L'interesse dei rivoluzionari non è affatto quello che la borghesia “si smascheri” mostrando “il suo vero volto fascista”: questo credeva anche il PCd'I del '22, con le conseguenze che sappiamo. E' fondamentale, invece, il rapporto tra la lotta di classe a livello dei rapporti di produzione, e sociali, e lotta per la democrazia sul terreno istituzionale; così come per la classe dominante la gestione della crisi economica e sociale si salda strettamente con la ristrutturazione autoritaria e reazionaria dello Stato. Non è una questione “sovrastrutturale”, secondo il peggiore dogmatismo “m-l”: è una questione che incide direttamente sui rapporti di forza generali tra le classi, sulla possibilità stessa dell'esistenza di una opposizione rivoluzionaria non clandestina e dei movimenti antagonistici di massa. Non è vero che o si sta con il PCI (e lo Stato) o con le BR: a sostenerlo - da posizioni opposte, ma simmetriche - sono proprio il PCI, da una parte, e le BR, dall'altra. E' falso. Ma le ragioni di questa “falsità”, le ragioni di una opposizione di massa non sono affatto “date a priori”. Il terreno su cui non costruiamo noi, lo occupano e lo gestiscono il nemico di classe, l'opportunismo revisionista, il militarismo avventurista. Né con lo Stato, né con le BR, è solo una delimitazione, necessaria, ma in negativo. Dobbiamo costruire - e riscoprire, senza dare nulla per scontato - una prospettiva e una pratica rivoluzionaria che non si nascondano “nelle pieghe della storia” (magari in attesa di tempi migliori), ma che sappiano saldare da subito il massimo di bisogni proletari con il massimo di auto-organizzazione in prima persona dei soggetti sociali reali. Altrimenti rimarremo stritolati.

67 In cerca di un martire
Lotta Continua Editoriale, 18 aprile

68 Un appello
Lotta Continua 19 aprile

69 Una via
Lotta Continua 22 aprile

Dai 5 agenti di via Fani ad oggi ci sono già stati troppi assassinii in questo paese. I morti ammazzati in modo feroce ai posti di blocco della polizia, i morti ammazzati in modo altrettanto feroce dalle BR. Ce n'è fin sopra i capelli, non se ne può più. Invece la logica della morte continua ad avere il sopravvento. Ieri il governo ha deciso di “monetizzare” il terrorismo di stato per rispondere così all'ultimatum delle BR; dando via libera “all'esecuzione” di Moro e - nel contempo - alzando il tiro del confronto terroristico. Chiara è l'opinione del governo, chiara è la posizione del PCI, chiara è la posizione della DC e del suo segretario Zaccagnini dirimpetto all'estremo, disperato appello alla ragione della famiglia Moro. E' il momento di assumersi le proprie responsabilità nei confronti di una situazione che deve essere disintossicata, in cui la rincorsa paranoica all'affermazione del primato delle armi rischia di travolgere le coscienze e la possibilità di lotta delle masse. I margini della trattativa non possono essere annullati da una concezione dello stato che si sta manifestando in prima persona , latrice di terrorismo psicologico e militare. Dire trattativa, oggi a poche ore dalla scadenza dell'ultimatum, vuol dire proporre apertamente la possibilità di uno scambio: che si faccia come in occasione del caso Lorenz in Germania Federale, quando la vita del deputato democristiano fu salvata tramite il rilascio e l'espatrio di detenuti della RAF. Si dica quel che si vuole, ma noi ci ostiniamo a considerare quella soluzione come certamente migliore di quella del caso Schleyer, quando si arrivò alla strage. Né ci si può venire a dire che le cause politiche e sociali che hanno condotto al rapimento Schleyer in Germania sono riconducibili “alla mollezza” manifestata in occasione del caso Lorenz. Come se storicamente, ci fosse mai stato un caso di “soluzione dura” che abbia interrotto la spirale degli opposti terrorismi. No, il problema è un altro: chiunque oggi voglia , oltre che la salvezza di Moro, che in questo paese venga evitato l'offuscamento delle coscienze l'introiezione del terrorismo nella vita quotidiana della gente, deve scegliere. E' un primo passo urgentissimo. Altri, ed enormi, sono i problemi con cui abbiamo da misurarci: l'abolizione di quelle fabbriche di terrorismo che sono le infami carceri speciali; l'abrogazione di una legge assassina come la legge Reale; la promulgazione di un'amnistia che rompa l'assurda discriminazione teorizzata dalle BR tra “prigionieri comunisti” e gli altri detenuti sottoposti ad angherie e soprusi certamente non inferiori. E poi la strada è quella di un'opposizione, a questo regime che ostinatamente cerca un suo martire, che cerca alla luce del sole, che rifiuti di essere soffocata.

 

70 Appello a trattare per salvare la vita dell'on. Moro
Lotta Continua e Gazzetta del Mezzogiorno 13 aprile

“La società e lo Stato sono prima di tutto nella volontà cosciente dei cittadini; conseguentemente la degenerazione attuale è nostra interiore crisi di valore (scarso senso della moralità pubblica, estraneità della cultura, sistematica sfiducia nella legge, mentalità del tutto e subito). Perciò, nelle attuali tragiche circostanze, ognuno deve farsi carico prioritariamente delle proprie responsabilità ed impegnarsi a recuperare la validità dei valori fondamentali dei quali nessuna emergenza può giustificare l'abbandono. Ogni comportamento deve essere proiezione di tale vitalità interiore, ricevendo da essa forza e significato. Il recupero è possibile, considerando i risultati positivi conseguiti con il comune sforzo nella edificazione dello Stato democratico e l'abnegazione di tutti coloro che non hanno esitato a sacrificare la vita per tale nobile ideale. Tutto ciò trova il suo fondamento nel fatto che la salvaguardia delle istituzioni trae la sua legittimazione essenziale dalla capacità di realizzare e tutelare l'uomo. Nel nostro sistema costituzionale il valore base è sicuramente la persona umana (art. 2 della Costituzione), che l'ordinamento intende garantire e realizzare come fine ultimo della sua presenza nella società; lo Stato per la persona. E' un principio guida sia per i cittadini sia per le istituzioni. La dignità e il prestigio dello Stato non possono essere scissi in nessun momento dalla tutela della vita umana. Pertanto nelle attuali circostanze una trattativa intesa a salvare la vita dell'on. Moro, lungi dall'essere espressione di debolezza, rappresenta, in questa luce, un modo civile per la realizzazione dei fini dello Stato democratico”.

 Prof. Luigi AMBROSI, rettore dell'Università di Bari; prof. Carlo RIZZOLI, rettore dell'Università di Bologna; prof. Saverio MONGELLI, rettore dell'Università di Lecce; dott. Domenico FAZIO, direttore generale dell'Istruzione universitaria presso il Ministero della P.I.; prof. Claudia MALAGUZZI VALERI, pro-rettore dell'Università di Bari; dott. Mario NATALE, direttore amministrativo dell'Università di Bari; prof. Francesco MANZOLI, preside della facoltà di Medicina di Chieti; prof. Michele SALVINI, docente dell'Università di Pavia; dott. Achille INFERNUSI, intendente di Finanza di Bari; gr. Uff. Angelo MARINO, presidente della Camera Commercio Bari; prof. Alberto PAGLIARINI, presidente Opera universitaria Bari; prof. Giovanni GIRONE, docente della facoltà di Economia e Commercio Bari; Cesare FOTI, docente facoltà Ingegneria Bari; prof. Mario POLEMIO, docente facoltà Agraria Bari; prof. Ada LAMACCHIA, docente facoltà Lettere Bari; prof. Rosa LAMACCHIA, docente facoltà Magistero Bari; prof. Domenico CAMPANALE, docente facoltà Giurisprudenza Bari; prof. Giovanni MASSARO, docente facoltà Magistero Bari; prof. Carmelo SIMONE, docente facoltà Medicina Bari; prof. Francesco BELLINO, docente facoltà Magistero Bari; avv. Carlo FORCELLA, presidente Ipres; prof. Umberto RUGGERO, docente facoltà Ingegneria Bari; prof. Pasquale DELPRETE, docente facoltà Giurisprudenza Bari; prof. Salvatore GAROFALO, docente facoltà Economia e Commercio Bari; prof. Nicola DAMIANI, primario ospedale Di Venere; prof. Ernesto BOSNA, docente facoltà Magistero Bari; prof. Vito Antonio BALDASSARRE, docente facoltà Magistero Bari; prof. Fernando SCHIROSI, docente facoltà Magistero Bari; prof. Ferdinando PALMIERI, docente facoltà Scienze Bari; prof. Mariano LODDO, docente facoltà Scienze Bari; prof. Giuliano PANZA, docente facoltà Magistero Bari; prof. Giuseppe ZITO, docente facoltà Scienze Bari; prof. Ciro SANTORO, docente facoltà Magistero Bari; prof. Pantaleo MINERVINI, docente facoltà Magistero Bari; prof. Vittoriano CAPORALE, docente facoltà Magistero Bari; prof. Rita D'AMELIO, docente facoltà Magistero Bari; mons. Michele MINCUZZI, vescovo di Ugento, S. Maria di Leuca; mons. Renato LUISI, vescovo missionario residente a Foggia; prof. Giuseppe DI NARDI, docente di Economia politica all'Università di Roma.

 

71 Resistere alla sfida.
Benigno Zaccagnini, Il Popolo 19 marzo

Siamo chiamati al momento più difficile della nostra storia. Aldo Moro, per la cui sorte siamo in trepidazione, sta vivendo un momento terribile. Gli siamo vicini e tutti sanno con quale spirito; ma dobbiamo esserlo anche con la esemplare fermezza e la cristiana serenità che ci viene indicata dalla sua consorte e dai suoi figlioli. Abbiamo reso omaggio alle salme dei tutori dell'ordine, caduti in un agguato che ha unito la ferocia alla più fredda preparazione e determinazione. I sentimenti umani sono, io credo, facilmente comprensibili da tutti. Ma siamo anche un Partito democratico al servizio dello Stato e della libertà dei cittadini. Ed in questo momento, non solo il servizio non può interrompersi, ma viene richiesto al di là di ogni nostro umano limite. Viene richiesto e va offerto alla repubblica, alla Costituzione, alla democrazia. Certo, non avremmo voluto mai che il riconoscimento del ruolo democratico di Aldo Moro e della Democrazia Cristiana assumesse questo terribile volto. Eppure è così. Ce lo dice tutto il suo insegnamento, tutto il suo appassionato esempio. Dobbiamo essere coerenti con il suo alto monito, essere una forza cristiana e democratica al servizio della libertà e dell'Italia. La imponente risposta di tutto il Partito, in ogni angolo del Paese, ha costituito una sicura prova non solo della intatta forza della Democrazia Cristiana, ma della saldezza degli ideali su cui essa si fonda. Abbiamo sempre saputo che la libertà non è un valore comodo, non coincide con egoistiche tranquillità personali, ma è una continua e rischiosa battaglia da combattere con grande forza morale per il bene di tutti. Siamo chiamati a trarre da noi stessi, da ciascuno di noi, il massimo di questa forza morale, e sappiamo dove e come chiederla, sappiamo che c'è una fonte inesauribile alla quale attingere. La storia del nostro Partito è tutta una testimonianza alla quale in questo momento dobbiamo riferirci. Ci sono è vero, come in ogni vicenda umana, mancanze ed errori che ci pesano ma che non possono certo cancellare quanto la D.C. ha fatto per il progresso e per la libertà del Paese, come non possono intaccare, nella sostanza, ciò che in questo secolo ha rappresentato la battaglia dei cattolici democratici. Non siamo soli e non abbiamo mai voluto essere soli. Sono con noi tutte le forze democratiche del Paese, tutti gli uomini, le donne, i giovani, i lavoratori, tutte le forze sociali delle quali i partiti sono interpreti ed espressione. I punti di certezza e di riferimento restano, per questa nostra società, per questa nostra provata Italia, le istituzioni repubblicane. La Repubblica deve e può essere salvata col pieno funzionamento delle istituzioni stesse, del Parlamento, del Governo e delle forze dell'ordine che hanno il compito di garantire la sicurezza. Il Parlamento ha dimostrato un alto senso di responsabilità e una reale capacità di interpretare la commozione e lo sdegno del Paese, assicurando al Governo, con rapidità ed efficacia, la pienezza dei suoi poteri. Così si è potuto affrontare immediatamente il grave problema posto dalla terribile escalation della guerriglia. Si tratta di reagire con misure organiche e proporzionate al terrorismo e di far trionfare, ancora una volta, le ragioni della libertà e della convivenza civile. La D.C. ha dimostrato di sapersi mobilitare ed io sono grato a tutti gli iscritti, a tutti gli elettori, a tutti i cittadini che sono con noi. Siamo tutti insieme con Aldo Moro, per la sua salvezza e per il suo ritorno alla famiglia, all'Italia e al nostro Partito. E siamo particolarmente con tutti i cittadini, gli agenti di PS, i carabinieri, i magistrati, i giornalisti, gli uomini politici che sono stati più direttamente colpiti da questo tentativo di devastazione. La D.C. è anche in questa tragica ora punto essenziale di riferimento - come paradossalmente riconosce lo stesso volantino delle Brigate Rosse - per la salvezza della libertà e per fare il suo duro dovere affinché la Repubblica non si pieghi al terrorismo.

 

72 La risposta di Andreotti.
Il Popolo 5 aprile

 

73 Il messaggio della famiglia.
Il Popolo 8 aprile

Questo umanissimo messaggio, che interrompe l'esemplare e tenace riserbo con cui la famiglia Moro, raccolta in se stessa, vive con intuibile angoscia questo dramma tremendo che scuote il Paese intero, rende esplicita, per tutti coloro che, insieme all'uomo politico, apprezzano in Aldo Moro le grandi virtù civili e cristiane di una rettitudine senza macchia, la dimensione della sofferenza e del dolore. Sentimenti che ripropongono - al di là degli aspetti più propriamente politici di questa tragica vicenda - la realtà intima di un evento che tocca e sconvolge gli affetti e i sentimenti più profondi e più nobili. Per capire il senso delle grandi crisi, è necessario riportare tutto alla misura dell'uomo, che è sempre solo di fronte ai grandi temi dell'esistenza e della storia. Una storia che per il cristiano è necessariamente universale - perennemente sospesa sul crinale fra il bene e il male, fra la salvezza comune e la perdizione. In questo quadro tormentato - nel quale riemergono i segni di una nuova sanguinosa barbarie - la vicenda di Moro si pone al centro dell'area più sacra e più minacciata della nostra civiltà. Il dolore della sua famiglia, al quale ci sentiamo profondamente associati, ripropone un problema che va oltre il dato puramente politico, pur importante e centrale. E per questo ci sembra doveroso - fatti salvi i grandi principi della costituzione democratica e della rigorosa salvaguardia delle prerogative dello stato repubblicano - che nessuna strada, nessuna possibilità di restituire l'on. Moro innanzitutto ai suoi cari possa restare inesplorata.

74 Il comunicato della direzione DC.
Il Popolo 14 aprile

Roma - Al termine dei lavori, la direzione centrale del partito ha diffuso il seguente comunicato: “A quasi un mese di distanza dalla strage di Via Fani e dal sequestro di Aldo Moro, l'attacco allo Stato democratico ed alla convivenza civile fa registrare nuovi episodi che rendono ancor più oneroso il tributo di dolore e di sangue che il Paese paga alla violenza. Dinanzi al protrarsi dell'inumana prigionia che l'amico Moro è costretto a subire, la Direzione ha confermato la linea fin qui seguita ed ha ribadito il convincimento che, nel rispetto dei principi costituzionali e nella piena salvaguardia delle prerogative dello Stato repubblicano, sia necessario non lasciare inesplorata nessuna strada né disattesa alcuna possibilità di restituire Aldo Moro alla famiglia, al Paese ed al Partito. La solidarietà largamente manifestata dalle forze politiche e sociali esprime certamente questa convinzione e questa speranza. Occorre che di fronte ad una così difficile situazione si accrescano la consapevolezza dei pericoli incombenti ed il coerente impegno di tutto il popolo per la difesa della Repubblica. Anche a questo fine è avvertita l'esigenza che Parlamento e Governo accentuino gli sforzi rivolti al mantenimento dell'ordine pubblico ed al superamento della crisi economica e sociale, nella puntuale attuazione del programma concordato. Nel vivo apprezzamento della grande mobilitazione di base e del fervore politico-organizzativo con cui il Partito ha risposto alla violenza eversiva, la Direzione ha precisato gli orientamenti e le direttive per la più efficace attività dei democratici cristiani anche in vista delle imminenti elezioni amministrative. La Direzione, infine, ha rinnovato la sua profonda gratitudine alle Forze dell'Ordine impegnate fino al sacrificio nella difesa delle istituzioni, a tutti i cittadini, agli elettori, ai simpatizzanti, agli iscritti che si stringono attorno ad Aldo Moro ed ha espresso ancora una volta la sua riconoscenza ai partiti ed alle associazioni che hanno manifestato solidarietà umana e politica”.

 

75 Caldo appello di Zaccagnini.
Il Popolo 20 aprile

Diamo il testo della dichiarazione dell'on. Zaccagnini, trasmessa ieri sera dalla TV. Sono certo che comprenderete con quale angoscia la DC vive queste terribili giornate. Il nostro Paese, ma in particolare il nostro Partito, è vittima di un'aggressione violenta e crudele, che dopo una lunga serie di attentati, ci ha colpito nella persona dell'amico carissimo Aldo Moro. Abbiamo assunto, con solidarietà di tutte le forze democratiche, posizioni moralmente e politicamente possibili per un partito che ha un ruolo centrale nella vita della società e di uno Stato democratico. Abbiamo ripetutamente espresso e confermiamo solidarietà e piena fiducia nelle forze dell'ordine. Abbiamo anche dichiarato in ogni occasione la nostra viva sollecitudine per iniziative che si propongono di salvare la vita di Aldo Moro. Ai numerosi, nobili appelli che in questi giorni hanno dato forza a questa nostra ostinata speranza, non vi è stata alcuna risposta: le Brigate Rosse hanno dimostrato sinora un inaudito disprezzo sia della vita che della morte degli uomini, con un comportamento che dimostra la loro sordità ad ogni voce sollevatasi per il rispetto della vita umana. La DC si è mobilitata al centro come alla periferia, con la forza morale di un grande movimento popolare che vuole rispondere all'infame accusa al nostro Presidente e, attraverso lui, a tutto il partito per l'opera compiuta in questi trent'anni, segnati da un difficile ma continuo cammino del nostro popolo nella libertà e nella pace. Le Stato democratico deve difendersi contro la violenza e non disperdere il bene prezioso della convivenza civile; e deve isolare e battere l'azione disgregatrice del terrorismo. In una situazione di perdurante incertezza sulla sorte dell'on. Moro, non abbiamo ritenuto opportuno promuovere manifestazioni pubbliche, pur essendo forte il desiderio di tutti gli amici di esprimere i propri sentimenti. Il Partito però è seriamente impegnato nell'attività a tutti i livelli e specialmente nella preparazione delle elezioni amministrative che debbono svolgersi ordinatamente e nella massima consapevolezza del grave momento che l'Italia sta attraversando. Ho invitato gli amici della periferia ad assicurare una presenza che rafforzi la fiducia di tutti i cittadini nei valori democratici, che alimenti il coraggio di tutti gli uomini di buona volontà, che rinsaldi nel nostro animo, anche attraverso la preghiera, quella speranza cristiana che in questa terribile prova ci unisce a Moro e alla sua famiglia.


76 Il comunicato della Dc.
Il Popolo 22 aprile
77 Vogliono distruggere la figura di Moro.
(la dichiarazione degli "amici" di Moro)

Il Popolo 26 aprile


78 Comunicato della delegazione DC.
Il Popolo 4 maggio

La delegazione, formata dal segretario politico Zaccagnini, dai vicesegretari Gaspari e Galloni, dai capi gruppo Piccoli e Bartolomei, dall'on. Bodrato e dall'on. Belci, ha diffuso il seguente comunicato: “La delegazione DC ha approfondito la valutazione della via indicata dal PSI per tentare di ottenere la liberazione dell'on. Aldo Moro. La delegazione, nel riaffermare il proprio impegno a non lasciare nulla di intentato per salvare la vita del Presidente del Consiglio Nazionale, ritiene che dell'iniziativa socialista - come di altre ipotesi prospettate - si debba a questo punto investire il governo, perché ne esamini le concrete possibilità con il più ampio arco delle forze democratiche, nel rispetto delle leggi del nostro ordinamento e nella esclusione di ogni trattativa con gli autori della strage di via Fani e del rapimento dell'on. Moro. Per parte sua la DC sente il dovere di richiamare ancora una volta la serie di iniziative umanitarie rimaste finora purtroppo senza esito e di sottolineare come i più significativi appelli lanciati dalla suprema autorità spirituale e dalle più qualificate sedi internazionali siano rimasti senza risposta. In ogni caso la Repubblica, attraverso le forze che la esprimono, dinanzi alla restituzione in libertà di Aldo Moro ed a comportamenti che indicassero una svolta nell'uso della violenza, saprà certamente trovare forme di generosità e di clemenza coerenti con gli ideali e le norme della Costituzione”.

 

79 Appello di Eleonora Moro.
Il Giorno 7 aprile

Gentile direttore,
in questa situazione che non ci consente alcun contatto, mi avvalgo della cortesia del suo giornale, sul quale mio marito ha tante volte scritto, per rivolgermi a lui, se mai sarà possibile che egli ne sia informato, e rassicurato che tutti i componenti della famiglia sono uniti e in salute. Noi, purtroppo, non abbiamo alcun segno che conforti la nostra speranza del suo ritorno. Vorremmo, tuttavia, sapesse che gli siamo vicini, che viviamo con lui, attimo per attimo, le ore di questi lunghissimi giorni, che preghiamo con lui, che, avendo, nonostante tutto, fiducia negli uomini, crediamo sia ancora possibile, dopo tanto dolore, riabbracciarlo. Con viva gratitudine.
Eleonora Moro

 

80 Appello della famiglia Moro.
Il Giorno 26 aprile

La famiglia di A. Moro ci ha mandato questa lettera nella speranza che possa giungere al suo caro.

Caro papà,
sentiamo il bisogno, dopo tanti giorni, di farti giungere, con queste poche righe, un segno del nostro affetto. Il pensiero di ogni momento ti è dedicato con un amore nuovo, di giorno in giorno più consapevole di ciò che tu sei e sei stato per noi. E no soltanto per noi. Tocchiamo con mano l'affetto che hanno per te le più differenti persone: dai tuoi collaboratori ed amici ai bimbi, alla gente che ogni giorno ci scrive cose care per te. In questa tragedia abbiamo scoperto, ognuno a suo modo, che ci hai regalato inaspettate risorse di forza morale e di amore. E proprio per questo, pur nella nostra grande debolezza, siamo oggi imensamente forti e uniti. Coltiviamo, con le preghiere e con le opere, la speranza di riaverti con noi e di riabbracciarti. Anna sta bene e con particolare amore ti pensa ricordando ogni cosa bella da te ricevuta.
Ti amiamo profondamente.
La tua famiglia
Roma, 25 aprile



 

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