FISICA/MENTE

 

UN MAGMA RESISTENTE  

Di Claudio D’Aguanno

 

Questa comunicazione ha la pretesa di sfuggire i toni seri della più documentata ricerca e di toccare, speriamo in ossequio ai canoni narrativi fissati delle lezioni americane di Calvino, anche aspetti per molti versi marginali, secondari e trascurati, della memoria della resistenza a Roma e dintorni. Il punto di riflessione è quello legato alla “memoria persistente”, alla capacità cioè di gelosa e tenace, balda e fiera dicevano gli anarchici, conservazione delle insistenze sovversive anche nelle condizioni più ingrate. Il punto di elaborazione, qui solo accennato, è in fondo quello che motiva la stessa Casa della Memoria che abbiamo messo in piedi in Roma XI e a cui abbiamo, nel corso del 2005 cercato di dare voce con tre numeri d’un foglio chiamato MaGMA. La testata è un acronimo che sta per Magazzini Generali Memorie Autonome e la tensione è tutta rivolta a tirare fuori le voci dimenticate, quelle non ufficiali, autonome e ignote alla storiografia della celebrazione e della santificazione. Nello stesso tempo MaGMA vale come sostantivo denso di attributi e sottintesi, fa cioè riferimento alla qualità carsica della memoria radicata nei quartieri, alla sua magmatica e molteplice composizione. Uno dei numeri di questo foglio lo abbiamo dedicato all’8 settembre e alla battaglia partita dal ponte Magliana e poi sviluppata per Forte Ostiense allora Istituto Gaetano Giardino per orfani di guerra, per la Montagnola e le strade sterrate del borghetto Laurentino –quello della casa rossa, del forno Roscioni, della conceria Coppi e delle case povere (ancora oggi in piedi a ridosso della Colombo) trasformate in barricate. Parlando di questa battaglia, conclusa nella sconfitta di Porta San Paolo, sono venute fuori storie in gran parte già intese ma spesso rimosse come quelle di Don Pierluigi Occelli e degli abitanti della borgata uccisi o deportati nel campo di Valleranello. Come quelle dei garbatellari tipo Libero Natalini, Nando il cinese, Dario Reval e altri che non ci pensarono un attimo a prendere le armi. Come quelle degli operai dei Mercati Generali e della Romana Gas che, fianco a fianco con ufficiali sbandati o sottoproletari particolarmente ruzzicosi come Giuseppe Albano detto il Gobbo del Quarticciolo, diedero un contributo formidabile di sangue e nuova idealità. Ma soprattutto sono venute fuori le storie e le tracce forti di ex arditi del popolo, militanti della primissima resistenza al fascismo, eredi persistenti d’una tradizione anarchica, libertaria e repubblicana, per nulla estinta nella Roma del ventennio mussoliniano.

 

DEL POPOLO GLI ARDITI

 

“Del popolo gli arditi / Noi siamo i fior più puri / Fiori non appassiti / Dal lezzo dei tuguri.” La canzone Figli dell’Officina è il più chiaro omaggio alla tradizione combattente degli Arditi del Popolo. Il testo originale fu

 Foto segnaletica di Armando Borghi

scritto da Giuseppe Raffaelli e Giuseppe De Feo, anarchici carraresi, nel 1921, mentre si preparavano ad affrontare le squadracce fasciste con gli "Arditi Del Popolo". La musica deriva da un canto popolare. Nel periodo della resistenza, durante la Seconda Guerra Mondiale, il canto fu ripreso dai partigiani garibaldini del nord Italia e sottoposto ad alcune riscritture “garibaldine” per nulla compensate dalle versioni rilanciate poi, da qualche anno a questa parte, da gruppi musicali come i Modena City Ramblers e altri. Nel testo originale c’erano le “bandiere rosse e nere”, c’erano riferimenti alla “guerra proletaria senza frontiere”, c’erano strofe proprie della tradizione –un po’ dannunziana e un po’ futurista- dell’arditismo popolare cresciuto al fronte della I Guerra Mondiale come il saluto alla “morte, bella vendicatrice” che schiuderà “le porte a un’era più felice”. Non è sterminata la letteratura che rende omaggio all’esperienza degli Arditi del Popolo –mi viene in mente, a parte i saggi o i recenti contributi narrativi di Eros Francescangeli, di Nanni Balestrini, di Pino Cacucci e altri, solo un Vasco Pratolini d’annata che in "Cronache di poveri amanti" parla di Maciste valoroso fabbro ex Ardito del Popolo assassinato dagli squadristi- non è dunque vasta, all’opposto di quanto avvenuto con la Resistenza dell’arco Costituzionale, l’attenzione agli irregolari in armi e anche la censura di una canzone, anche se con fini nobili di riappropriazione, forse sarebbe da prendere da pretesto per un ragionamento sulla rimozione di fatti e cose, di eventi e uomini perduti.

 

Distintivo Arditi del Popolo

 

Comunque come già hanno detto in molti il movimento degli Arditi del Popolo è un punto di riferimento obbligato per parlare di Resistenza a Roma e altrove. E’ un fenomeno particolare quello degli Arditi, movimento di autodifesa proletaria fondato da Argo Secondari e da un consistente gruppo di ex-arditi dei reparti d'assalto, ormai schierati su posizioni di radicale antagonismo verso i fascisti e la borghesia, con l’immediata adesione di anarchici - soprattutto di tendenza individualista. L'iniziativa fu subito accolta con grande favore ed entusiasmo dai lavoratori di tutte le tendenze di sinistra rivoluzionaria ed in breve tempo negli Arditi del Popolo confluirono migliaia di antifascisti, ma anche numerose esperienze locali di autodifesa proletaria quali le superstiti Guardie Rosse dell'Occupazione delle fabbriche, gli Arditi Rossi  fondati dal siciliano Vittorio Ambrosini[1], i Lupi Rossi, i Figli di Nessuno di Genova e Vercelli, i Gruppi rivoluzionari d'azione, le Centurie proletarie. Vale qua la pena di ricordare come la violenza fascista e poliziesca raggiunse nel corso del 1921 punte estreme ed efferate, con una media approssimata per difetto di 10 morti proletari al giorno e, tanto per cercare di dare conto dello scontro in atto, proprio nell'agosto di quell'anno Umanità Nova aprì una rubrica intitolata "La Guerriglia", in cui venivano elencate le violenze fasciste contro i lavoratori, i conflitti a fuoco, le uccisioni a sangue freddo, le devastazioni.

L’associazione degli Arditi, motivata fortemente dall’urgenza dell’autodifesa, ha però forti connotati sovversivi e in qualche modo riprende e volge a sinistra spunti di ribellione e di riscatto sociale che avevano attraversato  il reducismo nell’immediato dopoguerra[2]. L’atteggiamento nei confronti del grande massacro del ’15-’18 del resto non era stato univoco e una componente non riformista, fortemente influenzata dal futurismo e dal dannunzianesimo (anarchici e socialisti, tra cui lo stesso Togliatti) avevano partecipato come volontari alla guerra, vista come una occasione di cambiamento dell’ordine sociale, come anche sotto la guida di D’Annunzio all’occupazione di Fiume. Tentativi di organizzare politicamente i reduci furono anche compiuti dal Psi, che nel 1918 diede vita alla Lega Proletaria, che ebbe notevole successo, arrivando ad organizzare un milione di ex soldati e 130.000 vedove di guerra ma la Lega Proletaria era una organizzazione para-sindacale mentre gli Arditi del Popolo puntarono sin da subito a caratterizzarsi come una vera e propria organizzazione armata che aveva il preciso scopo di combattere il fascismo sull’unico terreno in cui era possibile combatterlo, quello dell’autodifesa con le armi, dal momento che dalle forze dell’ordine e dai tribunali non era possibile aspettarsi alcuna difesa.

 Bandiera Arditi del Popolo di Civitavecchia

 

Nel giugno del 1921 dalla sezione romana degli Arditi d’Italia si stacca un gruppo guidato da Argo Secondari che si lega subito al repubblicano Luigi Piccioni e all’anarchico Attilio Paolinelli. (Argo Secondari aveva partecipato all’ "impresa di Fiume", gli altri due erano stati accesi interventisti). Questo gruppo si costituisce ufficialmente in "Associazione Arditi del Popolo" il 27 giugno. Argo Secondari in questa opera è assecondato da altre figure: alcune mitiche come il repubblicano fornaciaio della Valle dell’Inferno Vincenzo Cencio Baldazzi, amico di Errico Malatesta che in quel periodo risiede a Trionfale ed è di casa a Valle Aurelia, altre discusse come Giuseppe Mingrino esponente socialista sconfessato subito dal suo partito già impegnato nel ‘patto di pacificazione’ con i fascisti. Il 6 luglio 1921 comunque, presso l'Orto botanico di Roma, ha luogo un'importante manifestazione antifascista alla quale prendono parte migliaia di lavoratori. Sotto il comando di Argo Secondari, ex tenente dell’esercito e ideatore due anni prima del complotto di Forte Pietralata (un tentativo di occupare col favore della notte questo fortino militare presso Roma allo scopo di utilizzarlo come base d' appoggio per una eventuale e successiva azione di assalto al Parlamento) sfilano duemila Arditi armati, inquadrati militarmente, e la risonanza è fortissima in città e fuori[3].

In ogni caso l’eco arriva fino a Mosca e la "Pravda" del 10 luglio ne fa infatti un dettagliato resoconto e lo stesso Lenin, favorevolmente colpito dall'iniziativa e in polemica con la direzione bordighiana del PCd'I, non ha dubbi a indicarla come esempio da seguire[4]. Dopo questo imponente raduno, la struttura paramilitare antifascista diviene, nel volgere di pochi giorni, un'organizzazione diffusa capillarmente. Le linee di espansione dell'associazione seguono, principalmente, le direttrici che dalla capitale conducono a Genova (Civitavecchia, Tarquinia, Orbetello, Piombino, Livorno, Pisa, Sarzana, La Spezia) e ad Ancona (Monterotondo, Orte, Terni, Spoleto, Foligno, Gualdo Tadino, Iesi). Ma anche in molti altri centri al di fuori di queste due vie di comunicazione gli arditi del popolo riescono a costituirsi in gruppi numericamente consistenti. Rilevanti sono, a riguardo, quelli del Pavese, di Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Vercelli, Torino, Firenze, Catania e Taranto.

L'appoggio anarchico verso questa nuova aggregazione fu incondizionato e, soprattutto, non conobbe dissociazioni come invece avvenne in seguito per i partiti socialista, comunista e repubblicano che, seppure con diversi gradi di responsabilità, affossarono la più significativa esperienza di lotta, anche armata, contro il fascismo prima che questo l'avesse vinta. La potenzialità di tale organizzazione di autodifesa proletaria alimentata peraltro dalle risorse del sindacalismo rivoluzionario (il contributo di militanti dell’Unione Sindacale Italiana è notevole[5]) fu dimostrata dalle sconfitte e dalle dure resistenze incontrate dagli squadristi e dalla sbirraglia al loro seguito nelle città e nei quartieri dove gli Arditi del Popolo avevano predisposto le necessarie contromisure, preparando allo scontro gruppi di lavoratori, costruendo barricate-trincee, stabilendo collegamenti tra le diverse zone, rispondendo colpo su colpo alle incursioni antipopolari.

   Roma 1922. IV Congresso dell'U S I

Alcune date vale la pena di ricordare tanto per dare conto della immediatezza della risposta popolare alla proposta degli Arditi. L'11 luglio 1921, a Viterbo, una rivolta capeggiata dagli Arditi del Popolo respinge i fascisti; il 17 luglio, a Livorno, centinaia Arditi del Popolo e anarchici affrontano con successo fascisti forniti di camion blindati e fucili; il 21 luglio, a Sarzana, una grossa spedizione punitiva viene respinta da Arditi del Popolo, anarchici e antifascisti (restano uccisi 18 squadristi e altri quaranta feriti); l'11 settembre, a Ravenna, Arditi del Popolo respingono circa tremila fascisti fino ad arrivare alle epiche giornate romane che, è bene ricordarlo, anticipano di qualche mese la battaglia d’Oltretorrente a Parma. A Roma tra il 9 e il 13 novembre, per il congresso nazionale fascista viene indetto uno sciopero generale e divampano un po’ ovunque scontri e barricate. Arditi del Popolo assieme ad antifascisti d’altri schieramenti rendono vani gli assalti contro i quartieri popolari. I fascisti venuti con l’intenzione di fare una prova generale della Marcia su Roma si trovano bloccati nel centro della città senza possibilità di movimento. “Roma Proletaria insegna ai lavoratori d’Italia la via della riscossa” titola il 17 novembre il giornale l’Ardito del Popolo[6].

 

  Giornale di Difesa Proletaria Anno I n 6 – Roma, 17 nov 1921

 

La serie delle battaglie continuò, con alterne vicende, anche nel 1922: il 24 aprile, a Piombino, Arditi del Popolo e anarchici respingono una colonna fascista; il 24 maggio, a Roma, i fascisti vengono nuovamente costretti alla ritirata dai proletari e dai sovversivi del quartiere S. Lorenzo. Il 1° agosto, a Parma, inizia l'assedio fascista per stroncare lo sciopero generale indetto a livello nazionale dall'Alleanza del Lavoro; i borghi popolari sono difesi dalle barricate. Gli insorti difendono con le armi Borgo Naviglio. La resistenza proletaria, coordinata dagli Arditi del Popolo, dura sei giorni sino alla ritirata fascista. Altri scontri avvengono un po’ ovunque e a Civitavecchia gli Arditi del Popolo, assieme ai portuali respingono, per la seconda volta, le forze fasciste.

 

 Edito a cura del Direttorio degli Arditi del popolo di Parma

 

Sulla consistenza numerica degli Arditi[7] si può discutere così come sulla loro saldezza ideologica, limite quasi intollerabile in quegli anni di forte connotazione del partito fondato sul militante di professione e che procurò loro l’incomprensione, l’ostracismo, la condanna e il rifiuto settario da parte del pci bordighista. Ma è certo che di questa esperienza fecero parte forti energie rivoluzionarie destinate a durare anche al di là e nonostante la repressione che con l’avvento del regime si farà strada. A questo proposito tanto per citare la tenacia della persistenza sovversiva degli Arditi di matrice anarchica mette conto ricordare l’attentato del settembre 1926 a Mussolini.

Il 1926 era già stato annunciato da Mussolini come “l’anno napoleonico della rivoluzione fascista”. Come è evidente anche dalle cronache odierne ogni buon imbonitore di piazza prima o poi finisce col citare il corso Bonaparte. In ogni caso le tentazioni normalizzatrici d’un regime come quello fascista erano dichiarate e, una volta liquidate le opposizioni, si doveva iniziare  a mettere mano ai codici, alle leggi fondamentali dello Stato in specie a quelle di polizia. Con l’approvazione della legge n.2008 sui “Provvedimenti per la difesa dello Stato” si compie un altro passo decisivo verso il consolidamento del regime con l’istituzione, fra l’altro, di un Tribunale Speciale. Dal 1927 al 1932 questo particolare ‘tribunale’ celebrerà quasi 4000 processi, distribuendo a 22618 imputati dieci millenni di  carcere, facendo eseguire 9 condanne a morte (due ad anarchici). Questi provvedimenti seguono di poco gli attentati Lucetti e Zamboni, ne prendono pretesto ma la loro strada era già segnata e decisa. L’attentato messo in atto l’11 settembre 1926 è un tentativo, giustizialista e tirannicida, di attaccare il regime. Avviene all’altezza di Porta Pia mentre Mussolini transita con la sua auto che viene colpita da una bomba granata. L’ordigno rimbalza sulla vettura esplodendo a terra. L’attentatore era Gino Lucetti, giovane anarchico di Carrara, emigrato in Francia. Affannosa la ricerca dei complici da parte del nuovo capo della polizia, nominato per l’occasione, Arturo Bocchini. Parte della storiografia anarchica - Cerrito, Venza - ha avanzato, con diversi argomenti, l’ipotesi che questo attentato fosse stato in realtà una azione preparata e concordata fra Milano, Trieste, Carrara e Roma, addirittura con una riunione preparatoria a Livorno. Vincenzo Cencio Baldazzi, leader dei repubblicani romani, fondatore degli Arditi del Popolo e futuro capo della resistenza nella capitale, viene più tardi condannato, pur senza prove, per aver aiutato il carrarese (fornendogli anche una pistola, come confermerà più tardi). Baldazzi abitava fra l’altro nel medesimo isolato di Malatesta. Non esistendo al momento la pena di morte Lucetti viene condannato all’ergastolo; sarà liberato dagli Alleati nel 1943 e morirà subito dopo a Ischia sotto un bombardamento[8].

LA MEMORIA E L’AZIONE

Come ricordato dai lavori di Gianni Rivolta e di Donatella Panzieri furono molte le figure di resistenti che nei quartieri popolari della periferia romana animarono la lotta al fascismo nelle condizioni più difficili. Del resto è impensabile che potesse disperdersi una opposizione così radicale e così radicata. Per limitare lo sguardo solo all’orizzonte anarchico basta consultare le carte del ministero dell’interno per avere conferma di attività anarchica a Roma, a Livorno, in Sicilia e soprattutto in Puglia mentre diverse sono le testimonianze di vitalità e di inventiva sovversiva. Negli anni 1927-’28 suscita ad esempio scalpore la scoperta a Cecina di un anomalo gruppo anarchico denominato “Gli Scarponi”, formato da 15 membri (fra cui alcuni ex arditi del popolo) tutti denunziati al Tribunale Speciale. Nell’affare intervengono personalmente il capo della polizia Bocchini, il segretario generale del Pnf Augusto Turati, il federale di Livorno. Ciò anche perchè il gruppo era mascherato da circolo sportivo ‘fascista’. Sono sequestrate armi, documenti compromettenti ed un gagliardetto rosso-nero con la scritta “Gruppo Anarchico di Cecina”. E, tanto per ricordare un altro contributo di Gianni Rivolta[9], mette conto ricordare i tanti arresti che nel corso degli anni ’30 decimarono il movimento clandestino. Molti di questi arresti avvenivano nelle osterie dei quartieri popolari nelle grandi città e soprattutto dopo la grande speranza suscitata dalla Spagna nel corso del 1936 si moltiplicano le note informative dell’Ovra con i loro riferimenti informali a “riunioni di combriccole anarchiche” fra operai delle fabbriche e artigiani controllati “per bettole e trattorie”.

 

ARDITI A PORTA SAN PAOLO

 

Tutto quanto il lento lavorio della talpa, l’attività carsica resistenziale nei quartieri romani da Primavalle a Ostiense, da San Lorenzo a Valle Aurelia, troverà il suo primo fuoco liberatore nella giornata di Porta San Paolo. Furono diversi gli Arditi che in quelle giornate imbracciarono le armi e confusero la loro lunga attesa con l’impazienza sottoproletaria di ragazzi calati al seguito del Gobbo da Torpignattara e dintorni. Argo Secondari non c’era più, distrutto da un’infame vendetta fascista[10]. Altri erano scomparsi o avevano passato il campo ma c’era Cencio Baldazzi che svolse funzioni di comando, c’era Aldo Eluisi poi caduto alle Fosse Ardeatine, c’erano Riziero Fantini[11], fucilato a Forte Bravetta, Alberto Di Giacomo detto ‘Moro’ e Giovanni Gallinella deportati a Mathausen senza ritorno. Nella zona industriale tra Testaccio, Ostiense e San Saba, gli Arditi erano stati presenti con una loro formazione sotto il comando di Filippo Ricci, stuccatore anarchico, e in quelle giornate tornarono a combattere personaggi come il repubblicano Giuseppe Cerquetti di Porta San Paolo, il carrettiere comunista Francesco De Gennaro detto “scarpa leggera” e figure importanti per il settore sud est di Roma come Giuseppe Petronari e Pippo de Cupis. Giuseppe Petronari, iscritto al Psi fin dal 1919, aveva combattuto da Ardito la marcia dei fascisti e all’altezza della batteria Nomentana a fucilate aveva accolto la colonna delle camicie nere che entravano in città. Più volte arrestato e confinato, si ritrovò con la divisa da Granatiere a combattere a Porta San Paolo. Passato nella resistenza clandestina dei Gap verrà arrestato per una delazione, torturato a via Tasso e fucilato a Forte Bravetta il 20 gennaio del 44.

 

 scheda segnaletica di Salvatore Petronari detto l’avvocatino

 

Filippo De Cupiis invece di professione faceva il meccanico. Da anarchico comunista partecipò al biennio rosso e alla formazione degli Arditi del Popolo. Condannato al confino a Lipari fece ritorno a Roma nel ’34 stabilendosi nella borgata di Tor Marancia. Nella Shangai piena di baracche, Pippo detto er marsaletta, continuò la sua attività antifascista fino alla Liberazione. Durante la Resistenza militò in Bandiera Rossa che a Tor Marancia contava oltre 70 aderenti. Nel dopoguerra aderì al Pci e divenne un punto di riferimento per le lotte dei disoccupati, per gli “scioperi alla rovescia”, per le iniziative di baraccati e edili dei cantieri del Genio Civile negli anni dopo il ’45. Ma per completare questo quadro di “memorie persistenti”  una nota a parte merita una figura come quella di Amleto Rossi rintracciata da MaGMA nel suo percorso attraverso le storie e le narrazioni della Garbatella.

 

 Lapide presente all’interno dei Mercati Generali

 

AMLETO ROSSI IN FEDE

 

Amleto Rossi, “romano e scultore marmoraro” così comincia una breve memoria postuma fattaci pervenire dal nipote. Amleto era originario del quartiere di San Lorenzo. Figlio della tradizione artigianale romana, socialista della prima ora, aderì giovanissimo al movimento degli Arditi del Popolo. Partecipò alla Resistenza di Porta San Paolo e in seguito alle formazioni di Giustizia e Libertà. Nel dopoguerra si ritrasse per consegnare al nipote, in punto di morte, un breve foglio di memoria, un documento di orgogliosa e irriducibile dichiarazione di campo. Così riporta il foglio di Amleto: “Attività Politica. Militato nel Partito Socialista fin dal 1913 al Ricreatorio Carlo Pisacane fondato e sostenuto dall’On Antonino Campanozzi. Nella Resistenza antifascista nel 1919. Feci parte degli Arditi del Popolo e poi con Giustizia e Libertà del comandante Aldo Eluisi morto alle Fosse Ardeatine. Sempre Marxista. Nel 1943 nei paesi Arcevia Sassoferrato organizzammo il movimento partigiano con in testa Attilio Avenanti che divenne comandante con il nome di battaglia Pollastri. Ritornai a Roma e presi parte nel Pci del mio quartiere Garbatella alla 7 zona militare comandata da Valdarchi. Dopo la cosiddetta Liberazione il Partito ci invitò a consegnare le armi con un premio di L 45000. Non mi piacque. Rinunciai. Le mie armi le conservai e le distrussi solo 20 anni fa. Con la certezza che non serviranno mai più. Con Fede, Compagno Amleto Rossi.”

 

  “Con fede, compagno Amleto Rossi”

 

POSTSCRIPTUM TRA RING, CAMPI DA CALCIO SCOMPARSI E ALTRO

 

Una pagina dedicata allo sport è quella che ci porta a chiudere il nostro discorso sulla memoria nei quartieri popolari e sulle modalità, spesso male conservate, di testimonianza che attraversano le diverse generazioni. Sopra abbiamo appena accennato allo sport e ad una esperienza di circolo sportivo denominato “gli Scarponi” che in realtà era una copertura di attività clandestine antifasciste. Lo sport durante il ventennio è stato uno dei capisaldi del consenso di massa del fascismo ed è comprensibile come la scoperta a Cecina di un gruppo eversivo celato sotto la maschera del dopolavoro abbia comportato addirittura l’intervento del capo di polizia in persona. Del resto, pur in condizioni di oppressione, ogni situazione di comunicazione sociale, di uso del tempo libero, poteva ben prestarsi ad essere  veicolo di propaganda per la liberazione. Più di una testimonianza accenna a questa cosa. Una figura leggendaria del gappismo romano è Guido Rattoppatore appassionato ciclista chiamato “Ratto” dai tifosi di Campo de’ Fiori e dintorni[12].A Montesacro c’è l’esperienza dei giovani dell’ARSI il cui centro gravitazionale può essere considerato il liceo Orazio, unico tra i licei romani di periferia, dove viene formata una squadra di nuotatori chiamata “I caimani del bell’orizzonte”[13]. Mario Mammuccari, parlando degli studenti comunisti a Roma tra il 1928 e il 1933, cita la nascita del SUCAI (Studenti universitari del Club alpino italiano) sostituita poi da un’associazione indipendente chiamata i "Vagabondi azzurri"[14]. Per qualcuno anche parare un rigore al figlio del duce aveva un valore simbolico[15]. Altre attività del tempo libero erano funzionali all’azione antifascista. Franco Bartolini ricorda come i cinema fossero uno dei luoghi preferiti per il lancio dei volantini antiguerra e parla esplicitamente di un’azione fatta al Palladium (allora cinema Garbatella) nell’intervallo tra il primo e secondo tempo d’un film quando si apriva il tetto e dal cielo piovevano i manifestini dei Gap. Altre memorie parlano delle occasioni colte durante le partite di calcio quando un match della Roma a Testaccio si trasformava in occasione di scambio e contestazione.

 

 Scheda segnaletica Spartaco Proietti

 

Ma, al di là di queste sparse tracce, è soprattutto nell’immediato dopoguerra che lo sport diventa insieme recupero di socialità, diritto alla vita ma, anche, terreno di testimonianza e memoria antagonista. E proprio nei quartieri di più forte presenza partigiana nascono associazioni, squadre di calcio, palestre di pugilato dal chiaro riferimento resistenziale. A Primavalle c’è ancora una squadra chiamata Tanas e a qualcuno ricorda ancora un ragazzo ucciso negli scontri sui cantieri del ’46.

A Garbatella viene allora fondata la palestra popolare Spartaco Proietti[16]. A Valle Aurelia nasce una squadra chiamata Stella Rossa[17]. Dalle parti di Certosa e Torpignattara, alla Maranella, viene intitolato un campo al ricordo di uno dei protagonisti di quella rossa primavera.  Il ragazzo si chiamava Giordano Sangalli e aveva 17 anni quando, renitente alla leva e partigiano dell’ottava zona, per sfuggire all’arresto fu costretto con altri a lasciare il suo quartiere e dalle parti di Poggio Mirteto trovò poi la morte combattendo nelle file d’una formazione conosciuta come brigata autonoma Stalin. Il giovane Sangalli  poi, insieme ai fratelli Bruni, tutti nati dalle parti della Maranella si trovarono impegnati in quella che è passata alla storia come la battaglia del Tancia. Sui monti della Sabina i nazifascisti, il 7 aprile del ’44, avevano scatenato una loro offensiva di rappresaglia e un gruppo di partigiani rimasto di copertura si trovò accerchiato sul monte Arcucciola. Non si salvò nessuno. L’azione nazista coinvolse poi donne, bambini e vecchi pastori del posto, e fu un eccidio.  A Bruno Bruni, comandante di quel gruppo, fu concessa la medaglia d’oro. A Giordano Sangalli, per ricordarlo, la gente di Torpignattara dedicò un campo di calcio venuto su a ridosso degli archi dell’Acquedotto Alessandrino. Oggi quel campo non c’è più sostituito da largo Raffaele Pettazzoni.  Con la bonifica dell’acquedotto e l’edificazione delle case alle Vigne Alessandrine è scomparso. Ormai da una ventina d’anni manca un luogo con quel nome. E molti, recentemente, dietro iniziativa di Maurizio Fedele e Alessandro Fiorillo sul giornale ViaVai, hanno ripreso l’idea di titolare a Sangalli e ai fratelli Bruni un impianto sportivo come quello nuovo aperto a Villa de Sanctis. Parlare di storia parlando di sport è anche un modo di ravvivare, di coniugare al presente il fiume magmatico e sotterraneo, tenace eppure minacciato, della memoria rivoluzionaria in una città come Roma.

 

  Stella Rossa della Valle dell’Inferno



[1] Nella tarda estate del 1920, in concomitanza con il movimento di "occupazione delle fabbriche", Ambrosini dà vita a "L’Ardito Rosso" settimanale organo dei "Gruppi Arditi Rossi". Il primo numero che avrà redazione e amministrazione a Milano presso il fascio giovanile socialista sarà subito sequestrato ed Ambrosini denunciato; i numeri successivi, per questo motivo, usciranno a S. Marino. E’ il tentativo, già esplicito dal nome, di unire il combattentismo di sinistra e l’esperienza proletaria.

[2] Al pari della struttura tecnico-militare, anche i simboli della prima organizzazione antifascista derivavano dall’arditismo di guerra: un teschio cinto da una corona d’alloro e con un pugnale tra i denti con sotto scritto – in caratteri maiuscoli – "A noi!" è il simbolo dell’associazione. Il timbro del direttorio è costituito invece dal pugnale degli arditi, circondato da un ramoscello di alloro e uno di quercia incrociati. Effigi allora in gran voga e non certo patrimonio esclusivo dei Fasci di combattimento o delle forze politiche di destra. In qualche caso, come a Civitavecchia, il gagliardetto degli Arditi del popolo (una scure che spezza il fascio littorio) esprime invece più chiaramente la ragion d’essere dell’organizzazione. Anche se non si può parlare di una vera e propria divisa, gli arditi del popolo, come del resto la quasi totalità dei giovani militanti dei partiti politici dell’epoca, ne hanno genericamente una: indossano un maglione nero, pantaloni grigio-verdi e, a volte, portano una coccarda rossa al petto. Molti Arditi del popolo infine, durante scontri e combattimenti, si proteggono il capo con gli elmetti Adrian. Gli inni dell’organizzazione ricalcano anch’essi, per musica e testi, i motivi dell’arditismo di guerra. Dell’inno "ufficiale", cantato sull’aria di quello degli arditi "Fiamme nere", è conservata copia nelle carte di polizia. "Siam del popolo - le invitte schiere/ c’hanno sul bavero le fiamme nere/ Ci muove un impeto - che è sacro e forte/ Morte alla morte - Morte al dolor", recita il ritornello; mentre l’ultima strofa dichiara programmaticamente: "Difendiamo l’operaio/ dagli oltraggi e le disfatte/ che l’Ardito, oggi, combatte/ per l’altrui felicità!" Nel settembre 1921 l’organo dell’associazione, "L’Ardito del popolo", pubblica invece un’altra versione dell’inno più esplicitamente antifascista. Sull'aria di "Giovinezza", i primi versi della canzone recitano così: "Rintuzziamo la violenza/ del fascismo mercenario./ Tutti in armi! sul calvario/ dell’umana redenzion./ Questa eterna giovinezza/ si rinnova nella fede/ per un popolo che chiede/ uguaglianza e libertà."

 

[3] Gli "Arditi del Popolo" sono inquadrati nelle tre compagnie "La Temeraria", "La Dannata" e "La Folgore". La manifestazione dell’Orto Botanico è organizzata dal Comitato di difesa proletaria. Al "Comitato di difesa proletaria" avevano aderito, secondo quanto scritto in "L’Ordine Nuovo" del 7 luglio 1921, i rappresentanti della Camera del Lavoro, del partito comunista, di quello socialista, i repubblicani e gli anarchici. L’ Ordine Nuovo dà ampio spazio alla manifestazione e riferisce che: "Bombacci porta il saluto e l’adesione del PCI (...) Il compagno Bombacci rileva che l’adunata gigantesca va oltre i partiti: è il proletariato rivoluzionario di Roma che muove verso la sua redenzione (...)".

[4] Lenin, in una riunione (del III Congresso dell’Internazionale Comunista) con la delegazione tedesca, polacca, cecoslovacca, ungherese ed italiana dice, riferendosi alla manifestazione romana del 6 luglio: "Imitare meglio e più rapidamente i buoni esempi. E’ buono l’esempio degli operai di Roma". Sempre Lenin n una lettera ai comunisti tedeschi del 14 agosto 1921 giunge a citare la costituzione degli AdP come esempio di "conquista della maggioranza della classe operaia"..L’ Ordine Nuovo, la rivista di Gramsci e Togliatti, da parte sua coglie subito gli elementi di novità rivoluzionaria presenti negli Arditi di Argo Secondari. Nel numero dell’8 luglio gli Arditi del Popolo vengono definiti "il primo tentativo di riscossa operaia contro le orde della reazione" mentre in un articolo successivo del 15 luglio Gramsci ribadirà: "Sono i comunisti contrari al movimento degli Arditi del Popolo? Tutt’altro; essi aspirano all’armamento del proletariato, alla reazione di una forza armata che sia in grado di sconfiggere la borghesia e di presidiare l’organizzazione e lo sviluppo delle nuove forze produttive generate dal capitalismo". Il 12 luglio L’ "Ordine Nuovo" pubblicherà poi una lunga intervista ad Argo Secondari, intervista in cui il giornale torinese manifesta una viva simpatia con questa organizzazione. Alla fine dell’articolo compare sul giornale un breve trafiletto che riferisce dell’assemblea della sezione romana del partito, presente Amadeo Bordiga. In esso si dice: "Il segretario Lemmi manifestò viva simpatia verso la nuova organizzazione che dimostrava uno spirito tanto combattivo. Al contrario Bordiga si preoccuperà invece di gettare subito acqua sugli entusiasmi, informando che "la questione degli Arditi del popolo riveste carattere nazionale e come tale sarà risolta dagli organi centrali. L’Esecutivo non mancherà di far conoscere il suo pensiero al riguardo". Ne "Il Comunista" del 14 luglio, verrà pertanto pubblicata una comunicazione "Per l’inquadramento del Partito" in cui il C.E. comunista esprime la sua opinione sui nuovi avvenimenti di fronte ai tentennamenti che si sono manifestati: "... il lavoro per la costituzione e l’esercitazione delle squadre comuniste deve dunque continuare ad iniziarsi dove ancora non lo si è affrontato, ma attenendosi al rigoroso criterio che l’inquadramento militare rivoluzionario del proletariato deve essere a base di partito, strettamente collegato alla rete degli organi politici del Partito; e quindi i comunisti non possono nè devono partecipare ad iniziative di tal natura provenienti da altri partiti e comunque sorte al di fuori del loro partito. La preparazione e l’azione militare esigono una disciplina almeno pari a quella politica del Partito comunista. Non si può ubbidire a due distinte discipline"

[5] La nascita ufficiale dell’USI è posta nel Congresso del 23-25 novembre 1912 a Modena presenti 154 delegati in rappresentanza di diverse Camere del Lavoro e organizzazioni locali. Tentativi precedenti di dare vita a organizzazioni di lavoratori sganciate dalla Confederazione Generale del Lavoro erano naufragate. Nel dicembre del 1910, il congresso bolognese dell’Azione diretta dava vita al Comitato Nazionale dell’Azione Diretta, ma sceglieva la via della minoranza interna della CGdL, respingendo le tentazioni scissioniste. La crisi del riformismo e la messa in discussione d’ogni mediazione giolittiana portarono ad un cambiamento della situazione e resero matura la scelta di darsi una struttura autonoma. Alla fine del 1913, l’USI contava circa 100.000 iscritti e tra I suoi primissimi dirigenti conta anche Giuseppe Di Vittorio, bracciante poverissimo e autodidatta, che ricoprì dal 1913 allo scoppio della Guerra la carica di membro del Comitato Centrale. Scoppiato il conflitto del ’15-’18 Di Vittorio condivise le motivazioni degli interventisti e partì come volontario per il fronte, da dove sarebbe tornato gravemente ferito. Espulsi coloro che, al suo interno, si erano schierati per l'intervento militare dell'Italia contro l'Austria e la Germania (De Ambris, Corridoni e altri), l'U.S.I. continuò, sotto l'impulso di militanti quali Borghi e Meschi, a propagandare coerentemente l'antimilitarismo. A guerra conclusa, nel corso delle lotte che portarono il paese molto vicino alla rivoluzione sociale, l'organizzazione raggiunse la sua massima consistenza numerica (circa mezzo milione di iscritti). In quel periodo aderì all'A.I.T. (Associazione Internazionale dei Lavoratori) cui è affiliata la maggior parte dei sindacati autogestionari esistenti a livello mondiale. Soppressa nel 1926 dal regime fascista, l'U.S.I.-A.I.T. continuò a vivere nell'esilio e nella clandestinità, partecipando alla rivoluzione spagnola in appoggio al sindacato C.N.T-A.I.T. e, attraverso l'impegno dei suoi militanti, alla resistenza antifascista. Nel secondo dopoguerra, con l'avvento della repubblica, coloro che avevano militato nell'U.S.I. rinunciarono, inizialmente, a ricostituirla, per collaborare invece alla costruzione del sindacato unitario C.G.I.L. Solo nel 1950, con la rottura dell'unità sindacale, alcuni di loro ricostituirono l'U.S.I.-A.I.T. che però, fino alla fine degli anni sessanta, fu realmente attiva solo in poche regioni italiane.

[6] L’editoriale a firma di Mingrino parla di Caporetto Fascista: “A Roma il canagliume fascista calato da ogni parte d’Italia, non certamente per una passeggiata coreografica, né per soverchio sentimentalismo patriottico, ha avuto una ben dura lezione..” In un riquadro centrale a caratteri in grassetto viene intimato al Governo Bonomi “rinnegato socialista, collare dell’Annunziata” di non mettere in discussione la sopravvivenza degli Arditi: “Se Bonomi vuole la guerra, guerra sia. Ma fino a che esistono i suoi fasci esisteranno gli Arditi del Popolo. I quali s’incaricano fin d’ora di mettergli giudizio.”

[7] Giorgio Sacchetti: Gli anarchici contro il fascismo. “Quanto alla diffusione del movimento sul territorio nazionale possono essere prese senz’altro in considerazione quelle località che risultano sia dalle fonti di polizia che da un elenco di gruppi costituiti - reso pubblico in occasione di una sottoscrizione per la madre dell’ardito Nicola Lolli, ucciso dai fascisti a Monterotondo - in cui figurano: Roma, Alessandria, Ancona, Brindisi, Colle Val d’Elsa, Iglesias, Lecco, Macerata, Campobasso, Isernia. Queste località naturalmente si aggiungerebbero ad altre più conosciute per episodi eclatanti di resistenza armata in tutta l’Italia cen­trale, in Puglia, Emilia, Liguria e Piemonte, spesso con una sor­prendente coincidenza con le zone a consolidata tradizione anar­chica e/o sindacalista rivoluzionaria. I maggiori successi mili­tari sono ottenuti sul campo a Roma, Bari, Sarzana e soprattutto a Parma nelle mitiche giornate dell’agosto 1922. La consistenza del movimento ammonterebbe, secondo dati approssimati per difetto del ministero dell’interno a quasi 5.600 armati all’ottobre 1921.” Secondo altre fonti, considerando sezioni la cui esistenza è certa, gli Arditi del Popolo contano, nell’estate del 1921, 144 sezioni con 20 mila aderenti circa: 12 sezioni laziali (3.300 associati) ;Toscana (18, con oltre 3.000 iscritti);Umbria gli arditi del popolo 2.000, 16 sezioni,2000 aderenti.;Marche circa 1000, in 12 strutture organizzate;Lombardia (17 sezioni che inquadrano più di 2.100 Arditi del popolo), nelle Tre Venezie (15 nuclei per circa 2.200 militanti);Emilia Romagna (18 sezioni e 1.400 associati), Liguria (4 battaglioni nella sola Genova: Lenin, Trockj,comunisti, Nulla da Perdere, anarchici, Tolstoj socialisti, Figli di Nessuno, presenti anche a Vercelli con 1.100 Arditi del popolo) ; Piemonte (8 raggruppamenti e circa 1.300 aderenti); 7 sezioni sia in Sicilia (circa 600 aderenti) che in Campania(circa 500 aderenti, 6 in Puglia (circa 500 aderenti); sia in Abruzzo che in Calabria circa 200 aderenti con una sezione , 2 in Sardegna con 150 iscritti. Una stima meno verificabile che tiene conto dei simpatizzanti e degli aderenti “esterni” alle azioni degli Arditi del Popolo porta a 50000 unita’ (ad es. aderì anche Riccardo Lombardi che sara’ uno dei leader storici del P.S.I).

[8] Da una canzone toscana:  “battaglion Lucetti...anarchici e nulla piu'...fedeli a Pietro Gori... Siam del popolo gli arditi”

[9] MaGMA numero per il 25 aprile 2005 articolo I Sovversivi degli Alberghi Suburbani: “Un altro inquilino scomodo degli alberghi è Spartaco Proietti, nato a Roma il 25 dicembre 1905… abita al III Albergo della Garbatella, lo stesso di Enrico Mancini il partigiano di Giustizia e Libertà assassinato nel 44 alle Fosse Ardeatine.. Il suo primo arresto avviene all’Osteria delle Tre Rose in prossimità del ponticello dell’Ostiense dove viene sorpreso con altri 12 compagni, tra cui Ariosto Gabrielli, Alfredo di Giovampaolo e alcuni giovani operai del Gas…”

[10] Argo Secondari fu aggredito da alcuni fascisti il 22 ottobre 1922. La squadraccia lo sorprese solo e lo bastonarono così tanto da procurargli una brutta commozione cerebrale da cui non si riprese. Impazzì. Trasferito in un ospedale di Camerino, fu internato in seguito nel manicomio di Rieti. Vani furono i tentativi del fratello Epaminonda di portarlo in America, dove viveva e lavorava, per curarlo in un luogo più confortevole. Il regime lo voleva recluso, quindi inoffensivo. Stette in quel manicomio 18 anni, fino al 17 marzo 1942 quando morì, a 46 anni. Il suo funerale si svolse privatamente. Oggi il suo corpo riposa nel cimitero monumentale di Rieti.

[11] L’abruzzese Riziero Fantini viene arrestato, a seguito di delazione, insieme al romano Mario Menichetti,  muratore di Trastevere trasferitosi da poco a Val Melaina, già condannato dal fascismo a 4 anni di confino ad Ustica nel ’26. Entrambi sono vigilati da anni. Fantini, in particolare, ha alle spalle un percorso affascinante. Nato nel 1892 è emigrato nel 1910 in America dove ha frequentato a lungo gli ambienti anarchici. Autodidatta decide di attraversare in compagnia di altri militanti l’intero continente diffondendo il pensiero anarchico tra braccianti e umili lavoratori americani spingendosi fino in Ecuador. Tornato in Italia nel 1921, si impegna nella campagna di opinione a fianco di Sacco e Vanzetti scrivendo anche su Umanità Nova. Del primo, Nicola Sacco, conserva perfino delle lettere che saranno ritrovate dai figli e pubblicate nel dopoguerra. Negli anni oscuri del fascismo è riuscito a costruirsi una casetta in Via Calimno non lontano da Val Melaina e nel ’42  decide di legarsi al partito comunista.

Nella notte del 23 dicembre ’43, a seguito di ripetute azioni partigiane nella zona nordest di Roma, scatta un rastrellamento. Il primo a cadere è il macellaio Italo Grimaldi tra le cui cose viene purtroppo trovato un elenco di nomi, viene torturato barbaramente e seviziato. Poi quella stessa notte è la volta di Riziero Fantini arrestato assieme ai suoi due giovanissimi figli Furio e Adolfo che scamperanno la morte, di Antonio Feurra, Raffaele Riva, Giovanni Andreozzi e Filippo Rocchi. Sono tutti arrestati nella notte del 23 dicembre ’43 e dopo un sommario processo condannati a morte. Grimaldi, Fantini, e Feurra fucilati a Forte Bravetta il 30 dicembre del ’43, sono in assoluto i primi caduti della resistenza romana, commemorati da Amendola in una riunione del CLN. Un mese dopo, sempre a Forte Bravetta, è la volta di Raffaele Riva e Giovanni Andreozzi fucilati con un gruppo partigiani romani tra cui l’antifascista e volontario di Spagna Vittorio Mallozzi, mentre Filippo Rocchi finisce alle Fosse Ardeatine. A loro va aggiunto il nome di Amilcare Baldoni di cui non sono certe data e circostanze dell’arresto e che potrebbe essere tra le salme non riconosciute delle Fosse Ardeatine.

[12] Quando nasce Guido la famiglia Rattoppatore risiede a Lione in Francia, il padre è un calzolaio, la madre una lavandaia. E’ ancora bambino quando il padre muore e la madre è costretta a tornare a Roma. Cresciuto diventa operaio specializzato presso le officine Atag sulla via Prenestina. Nel 1932 si iscrive all'Unione velocipedistica italiana e come dilettante junior partecipa a numerose gare. I tifosi lo chiamano "Ratto". Nel 1936 entra in contatto con la cellula comunista costituita a Campo de’ Fiori. E’ fra i "giovani comunisti" che già all'inizio del 1943 ristabiliscono collegamenti con l'ambiente operaio al Laboratorio di Precisione dell'Esercito, alla Manzolini e in altre fabbriche. Richiamato alle armi dal 1940, a Gorizia, poi a Cisterna, abbandona l'esercito dopo l'8 Settembre, per entrare nei Gap romani. 

[13] Questi giovani hanno tra i 14 e i 20 anni e ne fanno parte Agnini che nel ’43  ha frequentato l’ultimo anno in quell’istituto e poi si è iscritto a Medicina, Nicola Rainelli, Lallo Orlandi, Franco Caccamo, Giorgio Lauchard, Girolamo Congedo, Mario Perugini, Luciano Celli, Gianni Corbi e numerosi altri ancora. Negli anni del fascismo si sono spesso ritrovati in interminabili partite di pallone, o al bar Bonelli di Piazza Sempione e d’estate sono abituali frequentatori di una spiaggetta posta sull’Aniene presso il Ponte Vecchio. A Montesacro poi vivevano anche alcune famiglie ebree come le famiglie Funaro, Di Veroli e Cacaurri. Dario Funaro, inoltre,  è anche amico dei Caimani del bell’orizzonte e con un gruppo di giovani di Montesacro ha partecipato agli scontri di Porta S. Paolo. Le tre famiglie sono prese e deportate in ottobre e Dario è deportato con loro. Eventi come questi segnano per quei giovani un punto di non ritorno nella rottura col fascismo.

[14] Da http://www.anppia.it/volumi/visconti.doc:  “del primo gruppo clandestino comunista romano, negli anni che vanno dal 1928 al 1933, anno in cui tutto il nucleo dirigente del gruppo venne arrestato facevano parte….alcuni allievi antifascisti del "Visconti", che io frequentavo, tra i quali ricordo Sergio Marturano, Ettore Biocca, Carol Straneo e universitari come Pietro Grifone e Carlo Marturano, fratello di Sergio, che era stato anch'egli allievo del "Visconti".Il gruppo si costituì nel corso del biennio 1928-30, nella casa della famiglia Marturano in via della Farina, dove svolgeva attività clandestina in collegamento con operai delle fabbriche cittadine, soprattutto con quelli della "Breda"….. Sergio Marturano e Marcello Marroni avevano dato vita a un'associazione di sportivi, riconosciuta dal provveditore, che organizzava gite ed escursioni fra i ragazzi delle scuole medie. Quando si iscrissero all'Università - entrambi alla facoltà di Medicina - promossero la nascita del SUCAI, (Studenti universitari del Club alpino italiano). L'organizzazione ebbe vita breve poiché venne emanato una norma secondo la quale tutte le organizzazioni, anche sportive, dovevano essere inglobate nel GUF. I dirigenti e gli iscritti del SUCAI si opposero energicamente, arrivando persino a promuovere una manifestazione di protesta a Piazza Venezia.

Dopo lo scioglimento del SUCAI, si diede vita a una nuova associazione: i "Vagabondi azzurri", che aveva gli stessi obiettivi della precedente ma era indipendente dal GUF. I "Vagabondi azzurri" permisero di realizzare collegamenti con l'Università, in particolare nelle facoltà di Lettere, Storia e Filosofia, Chimica, Giurisprudenza, Medicina e Fisica.

[15] Racconta Maurizio Ferrara: “..io nel 1935 avevo solo 14 anni e trascorrevo il tempo libero giocando a pallone: ero portiere nella squadra dei ginnasiali del "Tasso". L'unica prodezza antifascista che potei compiere - e ne vado an¬cora fiero - fu l'aver parato un calcio di rigore, eseguito in verità con scarsa destrezza (me lo tirò in bocca), da un tronfio e prepotente liceale del "Tasso", tale Vittorio Mussolini…”

[16] Spartaco Proietti. Operaio comunista, verniciatore provetto, abitava al lotto 43. Spartaco, già negli anni ’30 segnalato come pericoloso e arrestato più volte, troverà poi la morte da combattente della VII zona Gap il 6 novembre del ’43, arrampicato su un traliccio dove s’era alzato per esporre, a ricordo della rivoluzione d’ottobre, la sua bandiera rossa. Nel dopoguerra, in tutta la zona Ostiense fiorivano le palestre. Una importante era quella della Romana Gas. Un’altra stava al lotto 8 e anche a piazza Sauli, in un locale della scuola, c’era chi provava ganci, diretti o montanti. Però i compagni della settima cellula decisero di aprire lì al lotto 43 un posto che servisse anche come ricordo del giovane partigiano. L’iniziativa partì dai fratelli Mario, Otello e Giorgio Cecilia oltre a Alfio Guardabassi, Socrate Camponeschi, Budini e tanti ancora. All’inaugurazione venne pure Giancarlo Pajetta.

[17] La squadra aveva maglie rosse con la stella dei soviet sul petto. A fondarla furono militanti del Pci, ex fornaciari e eredi della tradizione ardita, come Gennaro Bezziccheri e giovani come Nino Berardi, Mannelli, Gonnella e Del Bene, come Domenico Filippucci detto l’ingegnere. “Ecco –ha raccontato in un’intervista all’Unità, Scilla Berardi- dove ora ci fa capolinea il 495 e dove vedi quell’albero di fichi c’era la vecchia sezione del Pci e poco avanti, dove ora ci sono quelle palazzine, c’era il campo Stella Rossa. Qui, con quel nome giocò, dopo la liberazione, quella che è ricordata come la squadra dei comunisti. Partecipò a diversi campionati regionali e aveva una nomina tutta sua. Pensa che una volta, quando dovevano andare a Fiumicino, il prete del posto, assieme al sagrestano, cercò pure di affondare il traghetto che allora collegava le due sponde del Tevere per non vederseli davanti. Una storia da Don Camillo. I nostri avevano una maglia rossa con la stella sul petto e sguardi belli tosti. Eccoteli nella foto con mio nonno. Li allenava Carlo Carassini che compose pure una specie di inno su quella formazione: Amati in porta e Cianca con Paroli / fanno in difesa salti e caprioli / Paroli, Boldorini co D’Emilia/ è ‘na mediana forte che strabilia/ c’è Cozzatelli e Roddi co Abbruciati/ tutti quanti fanno entusiasma’…/Stella Stella tu sei la più bella..”


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