FISICA/MENTE

 

13-03-2006
Vero o falso?*
www.lavoce.info  

La campagna elettorale è ormai entrata nel vivo; mai come in questi tempi l’economia è al centro dei dibattiti, soprattutto televisivi. Con i politici di entrambi gli schieramenti perennemente impegnati a snocciolare cifre, dati, statistiche: ma siamo proprio sicuri che queste cifre, questi dati, queste statistiche siano esatte? C’è qualcuno che si prende la briga di controllare se le affermazioni sono, fattualmente, vere?
Negli Stati Uniti, il giorno dopo i dibattiti, servizi e inchieste fanno le pulci alle dichiarazioni dei due contendenti, per individuare eventuali errori (in particolare sulle questioni economiche) dell’uno o dell’altro.
Domani andrà in onda il primo confronto televisivo tra i due candidati premier del prossimo Governo italiano. Staremo con le orecchie tese: cominceremo anche noi a fare le pulci ai nostri politici. Speriamo solo che qualcuno segua il nostro esempio.
Invitiamo i nostri lettori ad aiutarci a smascherare dichiarazioni dubbie.

Ipse dixit

Dichiarazioni del presidente del Consiglio durante l’intervista a Lucia Annunciata "In mezz'ora" domenica 12 marzo, Rai3

Errore di Silvio Berlusconi

Lucia Annunziata: "Ma la Confindustria pone il problema sostanziale, sottolinea i dati di un'Italia ferma. Io non sono riuscita a capire in tutti i suoi interventi come lei può dire...". "Glielo spiego - interviene il premier - il governo della sinistra ha avuto uno sviluppo inferiore alla media UE dello 0,9%, noi dello 0,8. Quindi abbiamo fatto meglio. Capisco che lei non sia molto pratica di economia, ma i dati sono questi".

Guardiamo, invece, i dati.

Pil ai prezzi di mercato (variazione percentuale rispetto all’anno precedente)

 

EU 15

Italia

Differenza (EU15 - Italia)

1996

1.6

0.7

+0.9

1997

2.6

1.9

+0.7

1998

2.9

1.4

+1.5

1999

3

1.9

+1.1

2000

3.9

3.6

+0.3

2001

1.9

1.8

+0.1

2002

1.1

0.3

+0.8

2003

1

0

+1

2004

2.3

1.1

+1.2

2005

1.4

0

+1.4

 

Media

EU 15

Italia

Differenza

(EU15-Italia)

1997-2000

3.1

2.2

+0.9

2002-2005

1.45

0.35

+1.1

Fonte: Eurostat (link)

Abbiamo preso in considerazione i periodi 1997-2000 e 2002-2005 escludendo gli anni in cui si sono svolte le elezioni (1996 e 2001), per la semplice ragione che il loro risultato potrebbe non essere imputato interamente all’uno o all’altro schieramento. Dai dati si può vedere che per il periodo di governo del centrosinistra (1997-2000) la media europea è superiore dello 0,9 per cento alla crescita italiana, mentre per il periodo di Governo del centrodestra la media europea è superiore a quella italiana dell’1,1 per cento.
Anche qualora si volessero attribuire al Governo Berlusconi i risultati del 2001 e al centrosinistra quelli del 1996, non avremmo quanto detto dal presidente del Consiglio: la differenza tra la media europea e la media italiana risulterebbe dello 0,9 per cento, uguale per entrambi i periodi.


Ballarò - puntata del 7/3/2006

Errore di Francesco Rutelli

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dichiara "(...)per tre anni siamo cresciuti il doppio della Germania...". Francesco Rutelli interrompe: "No, metà della Germania". Tremonti precisa: "...nel 2001, 2002 e 2003", Rutelli insiste "no, metà della Germania".

Vediamo i dati:

Pil ai prezzi di mercato ( variazione percentuale rispetto all’anno precedente)

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Germania

1

1.8

2

2

3.2

1.2

0.1

-0.2

1.6

0.9

Italia

0.7

1.9

1.4

1.9

3.6

1.8

0.3

0

1.1

0

Fonte: Eurostat (link)

Secondo questi dati la crescita della Germania è stata inferiore di poco meno della metà rispetto a quella italiana nel periodo 2001-2003.

Media Germania

2001-2003

+0.37

Media Italia

2001-2003

+0.70

 

Ballarò - puntata del 7/3/2006

Errore di Giulio Tremonti

Sempre nella stessa puntata di Ballarò, il ministro Tremonti afferma: "mi pare che (Rutelli l’ha infatti dichiarato in precedenza, n.d.r.) l’onorevole Rutelli abbia detto che nel 2003 l’Italia è cresciuta dello 0,0 per cento. Nel 2003, una informazione che può essere verificata, la crescita, invece, è stata dell’1,4 per cento..."

Basta guardare le tabelle qui sopra per rendersi conto che l’affermazione del Ministro è errata. Nel 2003 l’Italia ha avuto crescita zero.

 

Dichiarazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riportate dall’agenzia ANSA l’8 Marzo

Errore di Silvio Berlusconi

"Il governo, nell' attuale legislatura, ha ridotto la pressione fiscale complessiva dal 45% al 40,6%. E intende continuare su questa strada anche nella prossima legislatura". Lo ha affermato il premier Silvio Berlusconi parlando a 'Porta a porta'." ANSA – ROMA -8 marzo.

La pressione fiscale è la somma di imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali e imposte in conto capitale, rapportata al Prodotto interno lordo (Pil).

Vediamo i dati.

 

 

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Pressione fiscale (valori percentuali)

 

41,6

 

41,3

 

40,8

 

41,4

 

40,7

 

40,6

Pressione fiscale al netto delle imposte in conto capitale (valori percentuali)

 

41,5

 

41,2

 

40,6

 

40,0

 

40,1

 

40,5

Fonte. Istat, marzo 2006 (link)

Se si considera la pressione fiscale nella sua versione più ampia (prima riga), la riduzione durante l’attuale legislatura (2005 rispetto al 2000) è pari a un solo punto percentuale. Il risultato non cambia se si escludono le imposte in conto capitale (seconda riga), che contengono entrate straordinare, quali i condoni. Anzi, al netto dei condoni, negli ultimi due anni la pressione fiscale è tornata a salire.

 

Duello televisivo Berlusconi vs Prodi del 14 marzo, Rai1

Errore di Silvio Berlusconi

Berlusconi afferma che a seguito delle riforme dell’Irpef introdotte dal centrodestra

"sono oggi 10 milioni i contribuenti in più che non devono neppure fare la dichiarazione
dei redditi ne avevamo trovati 2 milioni e mezzo di prima"

La cosiddetta no tax area e le deduzioni per carichi familiari (entrambe decrescenti al crescere del reddito)  introdotte con le riforme Irpef dal 2003 e dal 2005 riducono il reddito imponibile. Fino a che le deduzioni sono più ampie del reddito, il contribuente non paga alcuna imposta. Le deduzioni in questione individuano quindi una soglia di esenzione.

Anche prima dell'introduzione dei due moduli di riforma Irpef esisteva però una soglia di esenzione entro cui ricadevano tutti i soggetti che potevano godere di detrazioni di imposta (per redditi di lavoro e per carichi famigliari) tali da annullare l'imposta dovuta.

Gli ultimi dati ufficiali a cui si possa accedere su quanti siano i contribuenti al di sotto di questa soglia di esenzione riguardano il 2001 (entro breve dovrebbero essere disponibili anche quelli relativi al 2002) e sono riportati nella tabella che segue. Da essi risulta che, già nel 2001, i soggetti con imposta nulla erano  8,2 milioni.

Se, come dice Berlusconi, ora sono  circa 12,5 milioni  (e il dato appare comunque plausibile, sulla base di microsimulazioni), la platea dei soggetti esenti è cresciuta non di 10 milioni di unità ma di 4,3 milioni.

Persone fisiche anno di imposta 2001

Fasce di reddito complessivo

Dichiaranti

Imposta netta nulla

fino a 5000

8.235.111

5.124.788

da 5000 a 20000

21.538.114

3.053.582

da 20000 a 50000

7.881.082

14.923

oltre 50000

1.139.361

716

Totale

38.793.668

8.194.009

Fonte: dati Sogei – Cd-rom Le dichiarazioni in cifre


Errore di Silvio Berlusconi

Berlusconi:
"…l’85% dei 10000 scioperi all’anno che si sono verificati sono stati fatti per motivi politici.."

Non esistono dati statistici aggregati, riferiti alla totalità degli scioperi effettuati anno per anno, che indichino se uno sciopero è avvenuto per motivi politici. Una ricerca su questo punto potrebbe essere svolta soltanto sugli scioperi del settore dei servizi pubblici, soggetti al controllo della Commissione di Garanzia istituita dalla legge n. 146/1990; la maggior parte di questi riguardano il settore dei trasporti ed è osservabile nel sito web del Ministero dei trasporti e delle infrastrutture. Basta una scorsa ai dati ivi disponibili per constatare che la parte nettamente maggiore degli scioperi nel settore dei trasporti è dettata da motivi di ordine strettamente sindacale-contrattuale.

Quanto ai dati Istat disponibili, in riferimento alla generalità degli scioperi effettuati in Italia essi sono così rubricati: "ore non lavorate per conflitti originati dal rapporto di lavoro distinte per mese e causa". Essi inoltre non riguardano il numero degli scioperi, bensì il numero di ore non lavorate. Ecco i dati in questione:

Anni 2001-2005 (Migliaia)

Motivazioni

2001

2002

2003

2004p

Rinnovo contratto di lavoro

4 204

2 153

3 194

1 951

Rivendicazioni salariali

146

83

157

119

Rivendicazioni economico-normative

1 592

1 344

1 379

1 550

Licenziamenti e sospensione

351

744

261

387

Solidarietà

22

538

21

189

Altre cause

723

1 242

717

654

TOTALE

7 038

6 104

5 730

4 852

Fonte: Istat (link)

Poiché non vengono censiti gli scioperi per "motivi politici", possiamo in via di approssimazione ricondurli prima alle ore non lavorate per "Altre cause", poi alla somma delle ore non lavorate per motivi di "Solidarietà" e "Altre cause". Nella seguente tabella sono indicate le incidenze percentuali di queste "motivazioni" sul totale delle ore non lavorate. Ne risulta con certezza che la dichiarazione di Berlusconi è falsa: gli scioperi per motivo politico, nel quadriennio 2001-2004, quand’anche potessero essere fatti coincidere con tutti gli "scioperi di solidarietà" e tutti gli "scioperi per altre cause", non raggiungerebbero mai il 30% del totale, attestandosi per tre dei quattro anni fra il 10 e il 18%.

 

Percentuale sul totale

2001

2002

2003

2004p

Altre cause

10,27

20,35

12,51

13,48

Altre cause + solidarietà

10,58

29,16

12,88

17,37



Dichiarazione dell’On. Piero Fassino alla puntata di Otto e mezzo, 8 Febbraio

Errore di Piero Fassino

"Nel periodo 1998-2001 la pressione fiscale scese di 4 punti in 4 anni. Le entrate non diminuirono perché ci fu un recupero dell'evasione. Con Berlusconi in 5 anni la pressione fiscale è scesa di un punto, ma sono aumentate le tasse degli enti locali, a causa dei tagli dei trasferimenti. Con Berlusconi gli italiani hanno pagato più tasse". Lo afferma ad Otto e mezzo il segretario Ds Piero Fassino. (AGI) - Roma, 8 feb

Riprendiamo il tema della pressione fiscale

La definizione ufficiale di "pressione fiscale" è la somma di imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali e imposte in conto capitale, rapportata al Prodotto interno lordo (Pil). Talvolta il termine non comprende le imposte in conto capitale, nelle quali è incluso il gettito di condoni e sanatorie.

Vediamo i dati (valori in percentuale).

 
 

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Pressione fiscale 1

41,2%

41,6%

43,7%

42,3%

42,4%

41,6%

41,3%

40,8%

41,4%

40,7%

40,6%

Pressione fiscale 2

40,6%

41,4%

43,0%

41,9%

42,3%

41,5%

41,2%

40,6%

40,0%

40,1%

40,5%

1 Comprensiva delle imposte in conto capitale
2 Al netto delle imposte in conto capitale

Fonte. Istat, marzo 2006 (link)

Come si vede, per entrambe le definizioni c’è un picco nel 1997 (l’anno dell’ammissione dell’Italia all’euro), dopo di che la tendenza è alla diminuzione. Dal 1997 al 2001 la diminuzione è stata di 2,4 punti per la prima definizione e di 1,8 punti per la seconda definizione. Dal 2001 al 2005 la diminuzione è di 0,7 punti per entrambe le definizioni.
La pressione fiscale, in entrambe le definizioni, comprende le imposte di tutti i livelli di governo, quindi anche quelle attribuite alle regioni (ad esempio, l’Irap e l’addizionale Irpef) e agli enti locali (ad esempio, l’Ici).
Questo dicono i dati ufficiali, quanta parte poi dell’andamento delle entrate sia imputabile al ciclo economico (che determina gli imponibili), al recupero dell’evasione, alla variazione delle aliquote legali richiede un’analisi molto più complessa.


* A cura di Davide Baldi e Ludovico Poggi per la Redazione de lavoce.info


 

13-03-2006
Vero o falso?*

La campagna elettorale è ormai entrata nel vivo; mai come in questi tempi l’economia è al centro dei dibattiti, soprattutto televisivi. Con i politici di entrambi gli schieramenti perennemente impegnati a snocciolare cifre, dati, statistiche: ma siamo proprio sicuri che queste cifre, questi dati, queste statistiche siano esatte? C’è qualcuno che si prende la briga di controllare se le affermazioni sono, fattualmente, vere?
Negli Stati Uniti, il giorno dopo i dibattiti, servizi e inchieste fanno le pulci alle dichiarazioni dei due contendenti, per individuare eventuali errori (in particolare sulle questioni economiche) dell’uno o dell’altro.
Domani andrà in onda il primo confronto televisivo tra i due candidati premier del prossimo Governo italiano. Staremo con le orecchie tese: cominceremo anche noi a fare le pulci ai nostri politici. Speriamo solo che qualcuno segua il nostro esempio.
Invitiamo i nostri lettori ad aiutarci a smascherare dichiarazioni dubbie.

Ipse dixit


A Ballarò si è parlato di conti pubblici e del "drammatico" debito che il governo di centro sinistra avrebbe lasciato in eredità. Ancora una volta si è citato un dato, il 3,2% del rapporto disavanzo/Pil. Cerchiamo di spiegare ai lettori sia l’importanza del dato sia la corretta interpretazione che bisogna attribuirgli.

..................

Segnalazione di un lettore: Molti italiani hanno ricevuto a casa un rotocalco propagandistico del Presidente del Consiglio. Fra le tante affermazioni, vi sottoponiamo quella di pagina 4 in cui si sostiene quanto segue:

"Addio alla lira: il grave errore di Prodi. L'euro quotato a 1936 lire ha, di fatto, dimezzato stipendi e pensioni: secondo gli italiani, il cambiogiusto da applicare era a 1500 lire"

Commento: Al momento della conversione in euro,  il cambio lira marco era intorno alle mille lire per marco; il marco venne convertito a 1.995 marchi per euro e quindi, dato il cambio del marco con l'euro e quello della lira con il marco fissato dal mercato, la conversione della lira con  l'euro doveva avvenire intorno a 2000 lire per un euro
- anche volendo un cambio a 1500 lire non sarebbe stato praticabile proprio perché troppo lontano dal cambio di mercato;
- qualunque fosse il livello del cambio di conversione, nel momento del changeover sono stati ridefiniti in euro usando lo stesso cambio sia i salari e i redditi che i prezzi dei beni commerciati in Italia. Il potere d'acquisto in beni nazionali è quindi (a meno degli arrotondamenti, qualche abuso etc.) sostanzialmente indipendente dal cambio usato per il changeover.
Ad esempio, un lavoratore con un salario di 2 milioni di lire, che compra, poniamo solo pizze che costano 4000 lire l'una, prima del chnageover può comprare 500 pizze al mese; se il changeover avviene a 2000 lire per euro il suo salario diventa di 1000 euro e il prezzo della pizza 2 euro: come prima può comprare 500 pizze. Se la conversione avviene a 1500 euro il suo salario diventa 1333 euro e il prezzo della pizza 2.67 euro: potere d'acquisto 500 pizze, sempre lo stesso. Ma con un cambio rivalutato a 1500 lire si vede subito che un tedesco deve pagare 2.67 euro (anziché 2 euro)per comprare le pizze italiane. Di conseguenza ne acquista meno e i produttori italiani perdono competitività, producono di meno, assumono meno lavoratori etc. D'altro canto, gli italiani con 1333 euro ottenuti con il cambio a 1500, anziché comprare solo prodotti nazionali possono anche comprare beni tedeschi e ottenerne di più. Un cambio rivalutato della lira deve corrispondere a un cambio svalutato del marco.  
Insomma, il livello del cambio di conversione non altera il potere di acquistare beni nazionali; ha un effetto sulla nostra capacità di acquistare beni esteri e sulla nostra possibilità di vendere all'estero beni nazionali: ma un cambio che ci rende meno caro comprare beni all'estero rende più cari i nostri beni all'estero e riduce l'export.

In tutti I casi, discutere delle 1500 lire è un non senso. Un cambio intorno alle 1500 lire per euro sarebbe potuto avvenire prima dellasvalutazione del 1992, quando occorrevano "solo" 760 lire per un marco. Tenendo il cambio marco/euro a 1.995 marchi per euro, la lira si sarebbe potuta convertire a 1500 lire per euro. Ma quella era storia lontana e pregressa al momento della adozione dell'euro e del changeover: allora il cambio di mercato era intorno a quello a cui è avvenuta la conversione.

.................

L’incursione dell’euro nei bilanci familiari ha prodotto un aumento dei prezzi in tutta Europa. L’euro, secondo noi, è stato introdotto con troppa fretta, senza le necessarie precauzioni, cioè senza tenere le altre monete in corso per un certo tempo. Ancora oggi il 90% degli italiani ragiona in lire. ( dichiarazione tv del Presidente del consiglio nel corso del confronto tv del 14 marzo con Romano Prodi)

 

Euro batte Lira 97 a 3.

Il Presidente Silvio Berlusconi ha più volte sostenuto che gli italiani ragionano ancora in lire. Ha affermato che il 90% degli italiani ragiona in lire. Questa ipotesi può essere verificata sulla base di una indagine, SHARE "Survey of Health, Ageing and Retirement" , condotta nel 2004, tesa a studiare le condizioni di vita degli ultracinquantenni in Europa. Il questionario contiene domande su aspetti economici quali i redditi, i consumi etc…In Italia sono stati intervistati circa 2500 individui.
L’intervistatore pone le domande e poi registra immediatamente la risposta sul suo computer portatile – se la risposta è fornita in euro viene immediatamente registrata. Se non c’è risposta o l’intervistato mostra indecisione la domanda viene riproposta chiedendo di rispondere il lire.
Ci sono due possibili fonti di distorsione (di segno contrario) nel confronto risposta in lire o in euro. Da un lato si tratta di una campione di individui di età comprese tra i 50 e i 100 anni, più propensi in media a rispondere in lire, dall’altro l’intervistatore si aspetta che la risposta sia in euro, e solo in caso di "indecisione" fornisce esplicitamente la possibilità di rispondere il lire.
L’evidenza empirica è schiacciante (si veda tabella): persino sul valore della casa di proprietà, che certamente è stata acquistata o ricevuta in dono negli anni della lira, il 97% risponde in euro.

 

Domanda

Rispondono in euro

Rispondono in lire

Numero Risposte Totali

Pensando agli ultimi 12 mesi: quanto ha speso all’incirca la sua famiglia in beni alimentari e bevande che avete consumato a casa in un mese normale?

1462

(99,12%)

13

(0,88%)

1475

Al lordo di imposte e contributi, a quanto ammontava all’incirca il suo reddito da lavoro dipendente nel 2003?

341

(98,27%)

6

(1,73%)

347

Al lordo delle imposte, a quanto ammontava all'incirca un singolo
pagamento della sua pensione nel 2003?

415

(98,57%)

6

(1,43%)

421

Secondo lei, quanto ricaverebbe se oggi vendesse la sua casa?

892

(97,38%)

24

(2,62%)

916

Nota: la domanda sul consumo e quella sulla casa viene posta solo ad un membro della famiglia.

............................

"I quattro governi della sinistra avevano messo in circolo 7 miliardi di euro per opere pubbliche, noi ne abbiamo messi in circolo ad oggi 51 miliardi di euro, con il prossimo Cipe arriveranno a 73 miliardi. Significa che abbiamo fatto esattamente 10 volte quello che hanno fatto i governi della sinistra." (Silvio Berlusconi, durante il duello televisivo Berlusconi vs Prodi del 14 marzo, Rai1)

 

Secondo i dati forniti recentemente dall’Ance nel suo Rapporto sulle infrastrutture in Italia (2005). Utilizzando valori in euro costanti (1995) la spesa per opere pubbliche è stata complessivamente pari a 73,1 miliardi dal 1997 al 2001 (una media di 14,62 all’anno) e a 64,7 miliardi dal 2002 al 2005 (una media di 16,17 all’anno) (1). Non è chiaro da dove il Presidente del Consiglio abbia tratto la cifra dei 7 miliardi, mentre i 51 (anzi, oltre 52) erano effettivamente i fondi stanziati (ma non ancora "messi in circolo") dal Cipe per i progetti approvati sino alla fine del 2004.
Secondo i dati Banca d'Italia, inoltre, gli investimenti pubblici totali (quindi comprensivi delle grandi opere) hanno oscillato tra il 2,2 e il 2,5% del Pil tra 1996 e 2001 e tra 2,4 e 2,6% del Pil tra 2002 e 2004 (non sono disponibili i dati 2005). Si tratta di dati incompatibili con un rapporto di 1 a 10 tra gli investimenti in opere pubbliche della tredicesima e della quattordicesima legislatura.

(1) Il dato 2005 è basato su previsioni e quello del 2004 su preconsuntivi. Per ciascuna legislatura è stato scelto di attribuire la spesa del primo anno alla legislatura precedente, dal momento che tali spese sono in gran parte attribuibili a decisioni prese dal governo precedente.

...................

"Guardavo solo i dati europei. Non ho il minimo interesse per la moltiplicazione di dati che vengono fatti da varie fonti: il mio giudice è la Commissione europea e sono i dati Eurostat quelli fondamentali". (Dichiarazioni di Giulio Tremonti a Porta a Porta, 16 marzo 2006),

"Quando ieri sono stato interrogato sui dati della Banca d'Italia è venuta fuori una roba del tipo, io dico quello che dicono tutti i ministri che per me valgono solo i dati Eurostat.." (Nuova Dichiarazione di Giulio Tremonti a Porta a Porta, 20 Marzo 2006)

La bontà dei dati italiani, come si può leggere all'interno del Bollettino economico, è garantita dalla Banca d'Italia ed è conforme agli standard europei.

 

Fonte: Banca d’Italia, Bollettino economico, pag. 56°

.......................


"Nel 2001 abbiamo trovato un buco di 37 mila miliardi certificato da Eurostat e Istat, che ha portato i nostri conti al deficit del 3,2% mentre i governi dell’Ulivo avevano dichiarato lo 0,8%. Proprio a causa del malgoverno dell’Ulivo siamo andati in deficit eccessivo prima di Francia e Germania." (Dichiarazione, contestata, ma formalmente corretta di Silvio Berlusconi nel duello televisivo, 14 marzo 2006 In base alla segnalazione di alcuni lettori abbiamo verificato la seguente dichiarazione).

 I dati ufficiali Istat relativi al 2001 e pubblicati fino a luglio del 2004 (vedi c. stampa 5/7/04) indicavano un "rapporto indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche (deficit) / Pil" pari al 2,6%, quindi ben al disotto del 3%. Nel marzo del 2005 (c. stampa del 1/3/05), a seguito di decisioni Eurostat sul trattamento delle operazioni delle Ferrovie dello Stato, il deficit per il 2001 fu rivisto al 3,0%. Infine, secondo i dati rilasciati dall'Istat a febbraio 2006, i quali incorporano anche una rivalutazione del Pil di circa il 2,5% per il 2001, il rapporto riferito al 2001 è ora pari a 3,1% (3,2% se non ci fosse stata la rivalutazione). Di conseguenza, l'affermazione di Berlusconi che nel 2001 il deficit aveva già "sfondato" il limite del 3% è corretta sulla base dei recenti dati Istat, ma tale risultato è dovuto alla decisione Eurostat presa nel 2004/2005: sul piano sostanziale, quindi, non si può affermare che fu la politica del
governo di centrosinistra a portare il deficit nel 2001 oltre la soglia del 3%.


.......................


Lucia Annunziata: "Ma la Confindustria pone il problema sostanziale, sottolinea i dati di un'Italia ferma. Io non sono riuscita a capire in tutti i suoi interventi come lei può dire...". "Glielo spiego - interviene il premier - il governo della sinistra ha avuto uno sviluppo inferiore alla media UE dello 0,9%, noi dello 0,8. Quindi abbiamo fatto meglio. Capisco che lei non sia molto pratica di economia, ma i dati sono questi".  (Dichiarazioni del presidente del Consiglio durante l’intervista a Lucia Annunciata "In mezz'ora" domenica 12 marzo, Rai3)

Guardiamo, invece, i dati.

Pil ai prezzi di mercato (variazione percentuale rispetto all’anno precedente)

 

EU 15

Italia

Differenza (EU15 - Italia)

1996

1.6

0.7

+0.9

1997

2.6

1.9

+0.7

1998

2.9

1.4

+1.5

1999

3

1.9

+1.1

2000

3.9

3.6

+0.3

2001

1.9

1.8

+0.1

2002

1.1

0.3

+0.8

2003

1

0

+1

2004

2.3

1.1

+1.2

2005

1.4

0

+1.4

 

Media

EU 15

Italia

Differenza

(EU15-Italia)

1997-2000

3.1

2.2

+0.9

2002-2005

1.45

0.35

+1.1

Fonte: Eurostat (link)

Abbiamo preso in considerazione i periodi 1997-2000 e 2002-2005 escludendo gli anni in cui si sono svolte le elezioni (1996 e 2001), per la semplice ragione che il loro risultato potrebbe non essere imputato interamente all’uno o all’altro schieramento. Dai dati si può vedere che per il periodo di governo del centrosinistra (1997-2000) la media europea è superiore dello 0,9 per cento alla crescita italiana, mentre per il periodo di Governo del centrodestra la media europea è superiore a quella italiana dell’1,1 per cento.
Anche qualora si volessero attribuire al Governo Berlusconi i risultati del 2001 e al centrosinistra quelli del 1996, non avremmo quanto detto dal presidente del Consiglio: la differenza tra la media europea e la media italiana risulterebbe dello 0,9 per cento, uguale per entrambi i periodi.

.............................

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dichiara "(...)per tre anni siamo cresciuti il doppio della Germania...". Francesco Rutelli interrompe: "No, metà della Germania". Tremonti precisa: "...nel 2001, 2002 e 2003", Rutelli insiste "no, metà della Germania".  (Francesco Rutelli, Ballarò - puntata del 7/3/2006)

Vediamo i dati:

Pil ai prezzi di mercato ( variazione percentuale rispetto all’anno precedente)

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Germania

1

1.8

2

2

3.2

1.2

0.1

-0.2

1.6

0.9

Italia

0.7

1.9

1.4

1.9

3.6

1.8

0.3

0

1.1

0

Fonte: Eurostat (link)

Secondo questi dati la crescita della Germania è stata inferiore di poco meno della metà rispetto a quella italiana nel periodo 2001-2003.

Media Germania

2001-2003

+0.37

Media Italia

2001-2003

+0.70

......................

Sempre nella stessa puntata di Ballarò, il ministro Tremonti afferma: "mi pare che (Rutelli l’ha infatti dichiarato in precedenza, n.d.r.) l’onorevole Rutelli abbia detto che nel 2003 l’Italia è cresciuta dello 0,0 per cento. Nel 2003, una informazione che può essere verificata, la crescita, invece, è stata dell’1,4 per cento..." (Giulio Tremonti, Ballarò - puntata del 7/3/2006)

Basta guardare le tabelle qui sopra per rendersi conto che l’affermazione del Ministro è errata. Nel 2003 l’Italia ha avuto crescita zero.

............................

"Il governo, nell' attuale legislatura, ha ridotto la pressione fiscale complessiva dal 45% al 40,6%. E intende continuare su questa strada anche nella prossima legislatura". Lo ha affermato il premier Silvio Berlusconi parlando a 'Porta a porta'." (Dichiarazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riportate a "Porta a Porta" 8 marzo).

La pressione fiscale è la somma di imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali e imposte in conto capitale, rapportata al Prodotto interno lordo (Pil).

Vediamo i dati.

 

 

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Pressione fiscale (valori percentuali)

 

41,6

 

41,3

 

40,8

 

41,4

 

40,7

 

40,6

Pressione fiscale al netto delle imposte in conto capitale (valori percentuali)

 

41,5

 

41,2

 

40,6

 

40,0

 

40,1

 

40,5

Fonte. Istat, marzo 2006 (link)

Se si considera la pressione fiscale nella sua versione più ampia (prima riga), la riduzione durante l’attuale legislatura (2005 rispetto al 2000) è pari a un solo punto percentuale. Il risultato non cambia se si escludono le imposte in conto capitale (seconda riga), che contengono entrate straordinare, quali i condoni. Anzi, al netto dei condoni, negli ultimi due anni la pressione fiscale è tornata a salire.

...............................

... a seguito delle riforme dell’Irpef introdotte dal centrodestra  "Sono oggi 10 milioni i contribuenti in più che non devono neppure fare la dichiarazionedei redditi ne avevamo trovati 2 milioni e mezzo di prima" (Dichiarazione del Presidente del Consiglio durante il Duello televisivo Berlusconi vs Prodi del 14 marzo, Rai1)

La cosiddetta no tax area e le deduzioni per carichi familiari (entrambe decrescenti al crescere del reddito)  introdotte con le riforme Irpef dal 2003 e dal 2005 riducono il reddito imponibile. Fino a che le deduzioni sono più ampie del reddito, il contribuente non paga alcuna imposta. Le deduzioni in questione individuano quindi una soglia di esenzione.
Anche prima dell'introduzione dei due moduli di riforma Irpef esisteva però una soglia di esenzione entro cui ricadevano tutti i soggetti che potevano godere di detrazioni di imposta (per redditi di lavoro e per carichi famigliari) tali da annullare l'imposta dovuta.
Gli ultimi dati ufficiali a cui si possa accedere su quanti siano i contribuenti al di sotto di questa soglia di esenzione riguardano il 2001 (entro breve dovrebbero essere disponibili anche quelli relativi al 2002) e sono riportati nella tabella che segue. Da essi risulta che, già nel 2001, i soggetti con imposta nulla erano  8,2 milioni.
Se, come dice Berlusconi, ora sono  circa 12,5 milioni  (e il dato appare comunque plausibile, sulla base di microsimulazioni), la platea dei soggetti esenti è cresciuta non di 10 milioni di unità ma di 4,3 milioni.

Persone fisiche anno di imposta 2001

Fasce di reddito complessivo

Dichiaranti

Imposta netta nulla

fino a 5000

8.235.111

5.124.788

da 5000 a 20000

21.538.114

3.053.582

da 20000 a 50000

7.881.082

14.923

oltre 50000

1.139.361

716

Totale

38.793.668

8.194.009

Fonte: dati Sogei – Cd-rom Le dichiarazioni in cifre

.............................

"…l’85% dei 10000 scioperi all’anno che si sono verificati sono stati fatti per motivi politici.." (Dichiarazione del Presidente del Consiglio durante il Duello televisivo Berlusconi vs Prodi del 14 marzo, Rai1)

Non esistono dati statistici aggregati, riferiti alla totalità degli scioperi effettuati anno per anno, che indichino se uno sciopero è avvenuto per motivi politici. Una ricerca su questo punto potrebbe essere svolta soltanto sugli scioperi del settore dei servizi pubblici, soggetti al controllo della Commissione di Garanzia istituita dalla legge n. 146/1990; la maggior parte di questi riguardano il settore dei trasporti ed è osservabile nel sito web del Ministero dei trasporti e delle infrastrutture. Basta una scorsa ai dati ivi disponibili per constatare che la parte nettamente maggiore degli scioperi nel settore dei trasporti è dettata da motivi di ordine strettamente sindacale-contrattuale.

Quanto ai dati Istat disponibili, in riferimento alla generalità degli scioperi effettuati in Italia essi sono così rubricati: "ore non lavorate per conflitti originati dal rapporto di lavoro distinte per mese e causa". Essi inoltre non riguardano il numero degli scioperi, bensì il numero di ore non lavorate. Ecco i dati in questione:

Anni 2001-2005 (Migliaia)

Motivazioni

2001

2002

2003

2004p

Rinnovo contratto di lavoro

4 204

2 153

3 194

1 951

Rivendicazioni salariali

146

83

157

119

Rivendicazioni economico-normative

1 592

1 344

1 379

1 550

Licenziamenti e sospensione

351

744

261

387

Solidarietà

22

538

21

189

Altre cause

723

1 242

717

654

TOTALE

7 038

6 104

5 730

4 852

Fonte: Istat (link)

Poiché non vengono censiti gli scioperi per "motivi politici", possiamo in via di approssimazione ricondurli prima alle ore non lavorate per "Altre cause", poi alla somma delle ore non lavorate per motivi di "Solidarietà" e "Altre cause". Nella seguente tabella sono indicate le incidenze percentuali di queste "motivazioni" sul totale delle ore non lavorate. Ne risulta con certezza che la dichiarazione di Berlusconi è falsa: gli scioperi per motivo politico, nel quadriennio 2001-2004, quand’anche potessero essere fatti coincidere con tutti gli "scioperi di solidarietà" e tutti gli "scioperi per altre cause", non raggiungerebbero mai il 30% del totale, attestandosi per tre dei quattro anni fra il 10 e il 18%.

 

Percentuale sul totale

2001

2002

2003

2004p

Altre cause

10,27

20,35

12,51

13,48

Altre cause + solidarietà

10,58

29,16

12,88

17,37

 

...............................

"Nel periodo 1998-2001 la pressione fiscale scese di 4 punti in 4 anni. Le entrate non diminuirono perché ci fu un recupero dell'evasione. Con Berlusconi in 5 anni la pressione fiscale è scesa di un punto, ma sono aumentate le tasse degli enti locali, a causa dei tagli dei trasferimenti. Con Berlusconi gli italiani hanno pagato più tasse". Lo afferma ad Otto e mezzo il segretario Ds Piero Fassino.   (Dichiarazione dell’On. Piero Fassino alla puntata di Otto e mezzo, 8 Febbraio).

Riprendiamo il tema della pressione fiscale

La definizione ufficiale di "pressione fiscale" è la somma di imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali e imposte in conto capitale, rapportata al Prodotto interno lordo (Pil). Talvolta il termine non comprende le imposte in conto capitale, nelle quali è incluso il gettito di condoni e sanatorie.

Vediamo i dati (valori in percentuale).

 
 

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Pressione fiscale 1

41,2%

41,6%

43,7%

42,3%

42,4%

41,6%

41,3%

40,8%

41,4%

40,7%

40,6%

Pressione fiscale 2

40,6%

41,4%

43,0%

41,9%

42,3%

41,5%

41,2%

40,6%

40,0%

40,1%

40,5%

1 Comprensiva delle imposte in conto capitale
2 Al netto delle imposte in conto capitale

Fonte. Istat, marzo 2006 (link)

Come si vede, per entrambe le definizioni c’è un picco nel 1997 (l’anno dell’ammissione dell’Italia all’euro), dopo di che la tendenza è alla diminuzione. Dal 1997 al 2001 la diminuzione è stata di 2,4 punti per la prima definizione e di 1,8 punti per la seconda definizione. Dal 2001 al 2005 la diminuzione è di 0,7 punti per entrambe le definizioni.
La pressione fiscale, in entrambe le definizioni, comprende le imposte di tutti i livelli di governo, quindi anche quelle attribuite alle regioni (ad esempio, l’Irap e l’addizionale Irpef) e agli enti locali (ad esempio, l’Ici).
Questo dicono i dati ufficiali, quanta parte poi dell’andamento delle entrate sia imputabile al ciclo economico (che determina gli imponibili), al recupero dell’evasione, alla variazione delle aliquote legali richiede un’analisi molto più complessa.


* A cura di Davide Baldi e Ludovico Poggi per la Redazione de lavoce.info


13-03-2006
Vero o falso?*  

Rapporto Disavanzo/Pil

Magari nel 2000 fossimo davvero arrivati a un rapporto indebitamento netto/Pil dello 0,8%! (è questo, e non 0,4%, il dato che si desume dalla nuova serie Istat pubblicata il 1° marzo). In realtà in quell’anno c’è stato l’incasso straordinario della vendita delle licenze Umts (13,8 miliardi di euro). Escludendo – come è corretto fare - tale voce, il rapporto nel 2000 è pari al 2%. L’anno successivo, nel 2001, è salito al 3,1%. Si tratta sempre un bell’incremento in un solo anno (1,1 punti), ma è molto inferiore a quello che si ricava dall’esame dei dati non corretti.
La serie completa è nella tabella.
Piuttosto, per giudicare le performance della politica di bilancio, è più utile concentrarsi sul saldo primario (che esclude la spesa per interessi, che non dipende dalle scelte del governo in carica e che come si vede dalla tabella è molto diminuita nell’ultimo decennio, grazie alla diminuzione dei tassi internazionali e all’euro). Il saldo primario è anche la variabile cruciale (insieme con il tasso di interesse e il tasso di crescita del Pil) per determinare la dinamica del rapporto tra stock del debito e Pil.

 

Tabella- Indicatori di finanza pubblica – Nuova serie Istat

 
 

1994

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Indebitamento netto

-9,1

-7,4

-7,0

-2,7

-2,8

-1,7

-2,0

-3,1

-2,9

-3,4

-3,4

-4,1

Interessi

11,4

11,6

11,5

9,3

7,9

6,6

6,3

6,3

5,5

5,1

4,7

4,6

Avanzo primario

2,3

4,2

4,6

6,6

5,1

4,9

4,3

3,2

2,7

1,7

1,3

0,5

 

Il saldo primario nella seconda metà degli anni ’90 è sempre oscillato tra il 4 e il 5 per cento del Pil (con la punta eccezionale del 1997, l’anno dell’eurotassa, quando ha toccato un massimo al 6,6 per cento). Nel 2000 era ancora al 4,3 per cento. A partire dal 2001 l’avanzo ha iniziato a contrarsi, a un ritmo compreso tra mezzo punto e un punto di Pil l’anno, che ne ha prodotto il sostanziale azzeramento nel 2005. Insomma, nel 2001 è iniziato il deterioramento dell’avanzo primario, ma negli anni successivi le cose sono andate sempre peggio.
A cosa è dovuto il peggioramento dell’avanzo primario? All’andamento della spesa corrente primaria (al netto degli interessi) e della pressione fiscale. (Non sono importanti la spesa in conto capitale e le entrate non fiscali, che in tutto il periodo oscillano entrambe tra il 3,5 e il 4,5 per cento del Pil, senza mostrare alcun trend significativo). Per entrambe il 2005 è un anno record: fa segnare per il periodo 1994-2005 il livello più elevato della spesa corrente e quello più basso delle entrate fiscali.
La spesa è ritornata nell’arco di un decennio allo stesso livello del 1993 (39,9 per cento nel 2005, 39,8 per cento nel 1993). La crescita si è concentrata nel periodo 2001-2005: rispetto al 2000 la quota della spesa corrente primaria è oggi più alta di 2,6 punti di Pil.
Il deterioramento delle entrate, trascurando il picco del 1997, è concentrato in tre anni, tra il 1999 e il 2002, quando la pressione fiscale è diminuita di 1,5 punti, fino al 40,8%. Gli anni successivi, con l’eccezione del 2003 contrassegnato da entrate straordinarie, hanno visto soltanto una stabilizzazione della tendenza, fino al 40,6% registrato nel 2005.

 

Tabella – Spesa pubblica e pressione fiscale (Nuova serie Istat)

 
 

1994

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

Spesa corrente

38,9

36,7

37,4

37,7

37,3

37,6

37,3

37,6

38,3

39,1

39,3

39,9

Pressione fiscale

40,8

41,2

41,6

43,7

42,3

42,4

41,6

41,3

40,8

41,4

40,7

40,6

 

Morale della favola? Senza avanzo primario il rapporto tra debito pubblico e Pil riprende a crescere. E infatti, dopo essere sceso tra il 1994 e il 2004 di 17,7 punti (da 121,5 a 103,8) il debito nel 2005 è, per la prima volta dopo dieci anni tornato a salire, con un aumento di 2,6 punti di Pil, toccando il valore di 106,4.


13-03-2006
Vero o falso?*  

Qualche verità sul cambio lira-euro

1.      Chi predica che il prezzo di 1 Euro avrebbe dovuto essere fissato a 1500 lire dimentica che ciò avrebbe comportato una rivalutazione della lira di proporzioni insostenibili. Pur assumendo che partners commerciali importanti come Germania e Francia avessero fissato lo stesso cambio ora in vigore, le nostre esportazioni verso quei mercati sarebbero crollate in modo vertiginoso. E’ quasi superfluo aggiungere che cosa questo avrebbe comportato per la già comunque asfittica dinamica del Pil italiano.

 

2.                  Si aggiunga, che dopo la svalutazione della Lira del 1992, e l’uscita dallo SME, entrare nella moneta unica era già stato un mezzo miracolo per l’Italia. Si dimentica spesso che uno dei requisiti per l’ingresso nell’Euro era che il cambio della valuta (rispetto al paniere di riferimento europeo denominato Ecu) fosse rimasto, negli ultimi due anni precedenti l’ingresso, stabile entro le bande di fluttuazione previste dallo SME (e riviste dopo il reingresso della lira per riflettere la svalutazione del 1992). Perciò la lira arrivava alla prova di Maastricht con una parità di riferimento sancita dai mercati, ed è questa che è valsa per la fissazione della parità con l’euro. Fissare una parità largamente diversa avrebbe comportato una fortissima pressione all’ apprezzamento delle nostre ragioni di scambio verso i partners commerciali.

 

3.      In generale, però, sfugge quale sia il legame tra parità iniziale euro-lira e dinamica dell’inflazione in Italia nella fase post-euro. La confusione del dibattito corrente dimentica una serie di fatti sull’inflazione italiana. Vale la pena chiarirli:

(i)               Tipicamente si tende a confondere aumenti una tantum del livello dei prezzi con aumenti generalizzati dell’inflazione, cioè del loro tasso di crescita. Per chiarire, supponiamo che il livello dei prezzi sia stabile e pari a 100 prima dell’euro. In tal caso l’inflazione è zero. Se a cavallo del changeover il livello dei prezzi sale a 102 e poi rimane stabile, l’inflazione ha solo una fiammata temporanea del due per cento, e poi torna a zero, come prima. Non a caso, in Italia, l’Istat ha più volte ripetuto che l’inflazione è rimasta abbastanza stabile dopo il Gennaio 2002.

 

(ii)            Analizzando meglio le statistiche si scopre che l’aumento dei prezzi in Italia si è osservato soprattutto in alcuni settori (i servizi) e molto poco in altri (computer e software, per esempio, in cui i prezzi sono persino diminuiti). Tra i piccoli servizi spiccano i ristoranti, per i quali certamente la percezione della gente non sbaglia. In Italia, rincari si sono avuti anche in servizi di tipo più tradizionale, come le lavanderie e i piccoli alimentari, e soprattutto nelle aree geografiche con meno concorrenza.

 

(iii)          Tutto ciò si spiega solo per la volontà speculativa di molti commercianti? In realtà le spiegazioni esistono. Le attività sopra citate si distinguono per tre caratteristiche. Primo, hanno cosiddetti menu costs. Cambiare la denominazione dei prezzi nei menu dei ristoranti è un costo fisso. Se un ristorante pensava già da qualche mese prima del Gennaio 2002 di aumentare i prezzi, avrà probabilmente atteso la data del changeover per farlo. Secondo, lavanderie e ristoranti usano molto di più il denaro liquido rispetto ad altri esercizi. Perciò, con il passaggio all’Euro, hanno fronteggiato costi di transazione più alti rispetto a settori che usano principalmente le transazioni elettroniche. Terzo, lavanderie e ristoranti basano molto la loro attività su relazioni personali e stabili con la clientela. Perciò, variazioni troppo frequenti dei prezzi sono mal percepite e soprattutto facilmente individuate dalla clientela affezionata. Il passaggio all’Euro ha funzionato così da “scusa” per giustificare gli aumenti agli occhi dei clienti più frequenti. Ma si tratta di aumenti che probabilmente volevano essere introdotti da tempo. Per chiarirci, la stessa cosa sarebbe avvenuta se si fosse chiesto a tutte le lavanderie in Italia di riportare il nome di ogni capo in inglese invece che in italiano. In quel caso avremmo dovuto considerare l’ ”Inglese” responsabile del maggior costo della vita?

 

I rialzi dei prezzi si sono quindi osservati principalmente in alcuni servizi poco (o per nulla) esposti alla concorrenza internazionale e legati ad un contatto diretto e quotidiano con la clientela. Prendiamo una lavanderia: se il cambio euro lira fosse stato fissato a 1500 lire, e quindi il costo in euro di importare dalla Germania fosse stato più basso, quanto di questo avrebbe inciso sulla dinamica dei costi della lavanderia stessa? Presumo molto poco.


 


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