FISICA/MENTE

 

COLONIALISMO BRUTALE

 

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Giugno-2001/0106lm14.01.html 

colonialismo e tortura


Quando Tocqueville legittimava i massacri
di Olivier Le Cour Grandmaison*


La guerra d'Algeria ha una lunga storia che ha inizio il 31 gennaio 1830, quando Carlo X decide di impossessarsi di Algeri. Ufficialmente, si tratta di vendicare un'offesa inflitta al console di Francia da parte del dey Hussein e di annientare la pirateria che imperversa nella regione. Ufficiosamente, l'obiettivo è cercare di restaurare il prestigio di una monarchia allo stremo e di insediarsi nell'Africa del nord per non lasciare campo libero all'Inghilterra nel Mediterraneo.
La monarchia di Luglio eredita questo fardello. «L'avventura» è costosa: mobilita importanti effettivi militari ed è poco redditizia. Numerose voci si levano all'Assemblea nazionale per esigere il ritiro delle truppe francesi, altre sono a favore del loro mantenimento e di una occupazione limitata, altre infine auspicano la dominazione, la colonizzazione e la guerra ad oltranza.
Una guerra ritenuta indispensabile per abbattere il potere di Abd el-Kader e rovinare con ripetute razzie le tribù che lo sostengono.
Alla fine dell'anno 1840, i fautori di questa politica hanno la meglio.
Il 29 dicembre, il generale Thomas Bugeaud, nominato da poco governatore della colonia, arriva in Algeria. Inizia la vera conquista, con mezzi atroci: massacri, deportazioni in massa delle popolazioni, sequestri di donne e bambini usati come ostaggi, furto dei raccolti e del bestiame, distruzione degli orti e così via. Luigi Filippo prima, Luigi Bonaparte poi, premieranno gli ufficiali con promozioni prestigiose: diversi marescialli, un ministro della guerra; i cumuli di cadaveri kabili e algerini (1) permettono ai generali dell'esercito d'Africa di fare carriere brillanti.
«Ho spesso sentito in Francia uomini che io rispetto, ma che non approvo, giudicare disdicevole il fatto che si brucino i raccolti, che si svuotino i silos e che ci si impadronisca di uomini disarmati, di donne e di bambini. Si tratta, a mio parere, di necessità incresciose, ma alle quali ogni popolo che voglia combattere gli arabi sarà costretto a sottomettersi» scrive Alexis de Tocqueville. E aggiunge: «Io credo che il diritto di guerra ci autorizzi a devastare il paese e che dobbiamo farlo distruggendo le messi al momento del raccolto, oppure in ogni momento facendo rapide incursioni che si chiamano razzie e il cui scopo è di impadronirsi degli uomini o delle greggi» (2).
Sono le parole dell'autore de La Democrazia in America, quando scrive il suo Travail sur l'Algérie nell'ottobre 1841, dopo un soggiorno nel paese. Egli ha a cuore la colonizzazione in senso lato e quella dell'Algeria in particolare. Due lettere, vari discorsi sugli affari esteri della Francia, due viaggi, due rapporti ufficiali presentati, nel marzo 1847, alla Camera dei deputati a nome di una commissione ad hoc, ai quali vanno aggiunte numerose osservazioni e analisi sparse nella sua ricca corrispondenza. Tocqueville teorizza l'espansione francese nell'Africa del nord. Fedele al suo metodo, egli riunisce una vasta documentazione perché ha in mente un libro sull'India e la colonizzazione inglese, che intende paragonare a quella francese nella Reggenza di Algeri, come si chiamava all'epoca. Inoltre egli studia il Corano e, al termine delle sue letture, il Montesquieu dell'800 conclude seccamente che la religione di Maometto è «la causa principale del declino (...) del mondo musulmano». Dobbiamo quindi vedere in Tocqueville una importante figura della colonizzazione moderna, alla quale ha dedicato molto tempo e molta energia nel decennio 1837-1847. Cosa dicono, in proposito, gli specialisti francesi? Non molto. Fingono di ignorare questo corpus così ricco, oppure ricorrono a eufemismi circa le posizioni del loro idolo, per non compromettere la sua immagine di liberale e democratico (3). È vero che la lettura assidua de La Democrazia in America e de L'Ancien Régime e la Rivoluzione si presta, meglio di un esame puntuale dei suoi scritti sull'Algeria, alle canonizzazioni accademiche. Questi testi, sebbene tutti pubblicati, non preoccupano più di tanto i membri dell'onorata Repubblica delle lettere che esplorano il pensiero di Tocqueville e si meravigliano della sottigliezza delle sue analisi. Eppure vi si apprende molto circa alcune sue posizioni e, più largamente, circa i primi anni della conquista, le origini e l'organizzazione dello stato coloniale. Vi scopriamo un Tocqueville sostenitore della «dominazione totale» in Algeria e della «devastazione del paese» (4).
L'importanza accordata da Tocqueville alla conquista di questo paese poggia, da un lato, su alcune analisi della congiuntura internazionale e della posizione della Francia nello scacchiere mondiale, dall'altro, sull'evoluzione dei costumi nazionali. Lo scrittore prova soltanto disprezzo per la monarchia di Luglio, che descrive come un regime mediocre e pusillanime. Deleterio per gli affari interni, questo regime lo è ancora di più per gli affari internazionali in anni in cui la crisi dell'Impero Ottomano, in particolare in Africa e in Medioriente, scompagina la situazione in queste regioni e crea nuove occasioni per le potenze europee. Ma, per coglierle, occorre far prova di audacia e non temere l'Inghilterra. Porre un termine al declino della Francia, restaurarne il prestigio e la potenza, questa l'ossessione di Tocqueville, convinto che, senza una vigorosa politica di conquiste, il paese sarà presto relegato al secondo posto e la monarchia minacciata nella sua stessa esistenza.
In questo contesto, il ritiro dall'Algeria sarebbe un atto di irresponsabilità.
Occorre restare in Algeria e controllare anche il Mediterraneo centrale, costruendo due grandi porti militari e commerciali, ad Algeri e a Mers El-Kébir.
La realizzazione di questi progetti consente di restaurare l'orgoglio nazionale che Tocqueville vede compromesso dall'«infiacchimento graduale dei costumi» di una classe media la cui propensione per i «piaceri materiali» guadagna l'insieme del corpo sociale attraverso «l'esempio della debolezza e dell'egoismo» (5). La guerra e la colonializzazione appaiono dunque come rimedi ai mali sociali e politici di cui la Francia soffre. Perciò Tocqueville si pronuncia per misure radicali che consentano di impossessarsi dell'Algeria senza colpo ferire e di porre fine a dieci anni di indugi. Dominare per colonizzare e colonizzare per garantire la perennità della dominazione, sono questi gli orientamenti che Tocqueville non ha mai cessato di difendere. Quanto agli strumenti, il fine giustifica i mezzi...
Abd el-Kader si sposta in continuazione nel paese con l'appoggio di numerose tribù che gli procurano uomini, armi e cibo; occorre braccare senza tregua il primo e, soprattutto, distruggere le strutture economiche e sociali delle seconde, per colpire le basi del potere di questo capo e far crollare il suo prestigio. Dopo essersi pronunciato a favore del divieto di commercio per le popolazioni locali, Tocqueville aggiunge: «Le grandi spedizioni mi sembrano di quando in quando necessarie: in primo luogo per continuare a mostrare agli arabi e ai nostri soldati che nel paese non ci sono ostacoli che possano fermarci; e poi per distruggere tutto quanto assomigli a una aggregazione permanente di popolazioni, o in altri termini, a una città. Ritengo della più grande importanza che non si lasci sussistere né costruire alcuna città nelle terre di Abd el-Kader» (6).
Dunque l'autore di La Democrazia in America approva senza riserve i metodi di Bugeaud, e li difende pubblicamente a più riprese. Si tratta di saccheggiare il paese, di impossessarsi di quanto possa servire al mantenimento dell'esercito «facendo in tal modo vivere la guerra mediante la guerra», come dice il generale Lamoricière, e di respingere sempre di più gli autoctoni, in modo da assicurarsi il controllo completo dei territori conquistati. Una volta raggiunti questi obiettivi attraverso il terrore di massa, l'insediamento e lo sviluppo di numerose colonie di popolazione impediranno il rientro delle vecchie tribù.
Tocqueville non punta esclusivamente sulla forza delle armi ma vuole coprire queste usurpazioni ed estenderle ricorrendo alla forza del diritto. Perciò prevede l'istituzione di tribunali speciali che, con una procedura che egli stesso chiama «sommaria», procederanno a massicce espropriazioni a favore dei francesi e degli europei.
Questi potranno così acquistare terreni a buon mercato e mantenere villaggi che l'amministrazione coloniale doterà di fortificazioni, di una scuola, di una chiesa e persino di una fontana, precisa il deputato di Valognes, preoccupato del benessere materiale e morale dei coloni. Raggruppati in milizie armate sotto il comando di un ufficiale, essi assicureranno la propria difesa e sicurezza e quella dei propri beni. Allo stesso tempo la rete di questi villaggi consentirà il sicuro controllo delle regioni conquistate. Quanto alle popolazioni locali, prima respinte con le armi e poi spogliate delle loro terre dall'azione dei giudici, il loro numero diminuirà insesorabilmente, afferma Tocqueville. Così concepito e strutturato, lo stato coloniale si presenta di primo acchito come un duplice stato di eccezione in rapporto al regime che prevale nella Francia metropolitana: poggia su due sistemi politico-giuridici diversi, che si organizzano in ultima analisi su basi razziali, culturali e di culto. Il regime applicabile ai coloni permette loro di godere della proprietà e della possibilità di andare e venire, ma non di godere delle libertà politiche, che devono essere tutte sospese in Algeria, secondo Tocqueville. «Ci devono dunque essere due legislazioni molto distinte in Africa, perché vi sono due società nettamente separate.
Nulla vieta assolutamente, quando si tratti di europei, di trattarli come soggetti separati, perché le regole che si fanno per loro si dovranno applicare soltanto a loro» (7).
Tutto chiaro, preciso e conciso. Gli uomini giunti dalla gloriosa e illuminata Europa hanno diritto ai diritti. Quanto agli altri, i «barbari», essi non potranno accedere alle gioie dell'uguaglianza, della libertà e dell'universalità della Legge. Né oggi né mai, poiché Tocqueville non fissa alcun termine a questa situazione. Non sorprende, quindi, che il secondo sistema, quello applicabile ai kabili e agli arabi, porti a uno stato di guerra permanente destinato a mantenerli sotto il giogo brutale dei coloni e di un'amministrazione dotata di poteri esorbitanti. Nel 1847, dopo anni di conflitti feroci, Tocqueville scrive: «L'esperienza non solo ci ha mostrato dov'è il teatro naturale della guerra, ci ha anche insegnato a farla. Ci ha mostrato la forza e la debolezza dei nostri avversari. Ci ha fatto conoscere i mezzi per batterli e, dopo averli battuti, per rimanerne padroni. Oggi possiamo dire che la guerra d'Africa è una scienza di cui tutti conoscono le leggi, che ciascuno può applicare a colpo sicuro. Uno dei maggiori servizi resi dal maresciallo Bugeaud al proprio paese è di aver esteso, e perfezionato questa nuova scienza e di averci sensibilizzato ad essa» (8). I crimini dell'esercito e dello stato francese in Algeria, le discriminazioni erette a principio e iscritte nel diritto: eccezioni? Una lunga storia.



note:

* Docente di scienze politiche all'università di Évry-Val-d'Essonne.
Curatore del volume: 17 octobre 1961: un crime d'État à Paris, ed.
La Dispute, Parigi, maggio 2001.
(1) In un volume che appartiene alla letteratura apologetica, Pierre Montagnon scrive, a proposito delle vittime: «500mila? Un milione? La verità si situa probabilmente tra queste cifre. Abbassarle equivarrebbe a sminuire una terribile realtà», La conquête de l'Algérie, Parigi, Pygmalion, 1986, pp. 414. Se si confrontano queste cifre con il numero totale degli abitanti, valutato dalla storica Denise Bouche, a «circa tre milioni» nel 1830, si può misurare meglio l'entità dei massacri.
Denise Bouche, Histoire de la colonisation française, tomo 2, Parigi, Fayard, 1998, p. 23.

(2) Alexis de Tocqueville, «Travail sur l'Algérie», in Îuvres complètes, Parigi, Gallimard, Pléiade, 1991, pp. 704-705.

(3) Con la notevole eccezione di Tzvetan Todorov, che ha presentato vari scritti di Tocqueville sull'Algeria; cfr. De la colonie en Algérie, ed. Complexe, Bruxelles, 1988 e «Tocqueville», in Nous et les Autres, Seuil, Parigi, 1989, p. 219-234.

(4) Alexis de Tocqueville, «Travail sur l'Algérie», op. cit., p.
699 e 706.

(5) Alexis de Tocqueville, «Lettre à John Stuart Mill», 18 marzo 1841, in Îuvres complètes, corrispondenza inglese, tomo VI, Gallimard, Parigi, 1954, p. 335.

(6) Alexis de Tocqueville, «Travail sur l'Algérie», op. cit., p.
706.

(7) Idem, p. 752.

(8) Alexis de Tocqueville, «Rapports sur l'Algérie», in Îuvres complètes, op.cit., p. 806.
(Traduzione di M.G.G.)


Direttive di Mussolini per l'aggressione all'Etiopia [30/12/'35] 


Il problema dei rapporti italo-abissini si è spostato in questi ultimi tempi su un piano diverso: da problema diplomatico è diventato un problema di forza; un problema "storico" che bisogna risolvere con l'unico mezzo col quale tali problemi furono sempre risolti: coll'impiego delle armi. [...] Il tempo lavora contro di noi. Più tarderemo a liquidare il problema e più sarà difficile il compito e maggiori i sacrifici [...] Bisogna risolvere il problema il più presto possibile, non appena cioè i nostri apprestamenti militari ci diano la sicurezza della vittoria. Decisi a questa guerra, l'obiettivo non può essere che la distruzione delle forze armate abissine e la conquista totale dell'Etiopia. L'impero non si fa altrimenti. [...]


Condizione essenziale, ma non pregiudiziale della nostra azione, è quella di avere alle spalle un'Europa tranquilla almeno per il biennio 35-36 e 36-37, che dovrebbe essee il periodo risolutivo. Un'esame della situazione quale si presenta agli inizi del 1935, permette di prevedere che, nei prossimi anni, sarà evitata la guerra in Europa. [... ] -Per una guerra rapida e definitiva, ma che sarà sempre dura, si devono predisporre grandi mezzi. Accanto ai 60 mila indigeni, si devono mandare almeno altrettanti metropolitani. Bisogna concentrare almeno 250 apparecchi in Eritrea e 50 in Somalia.
Carri armati 150 in Eritrea e 50 in Somalia. Superiorità assoluta di artigieria e di gas. I 60 mila soldati della metropoli - meglio ancora se 100 mila - devono essere pronti in Eritrea per l'ottobre 35.

Umanità sì, promiscuità no!


Direttive di Mussolini a Graziani per l'impiego dei gas asfissianti.

- Sta bene per azione giorno 29. Autorizzato impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico e in caso di contrattacco [27 ottobre 1935]. - Autorizzo vostra eccellenza all'impiego, anche su vasta scala, di qualunque gas e dei lanciafiamme. [28 dicembre 1935] - Approvo pienamente bombardamento rappresaglia e approvo fin da questo momento i successivi. Bisogna soltanto cercare di evitare le istituzioni internazionali e la croce rossa. [2 gennaio 1936] - Occupata Addis Abeba vostra eccellenza darà ordini perché: 1] siano fucilati sommariamente tutti coloro che in città o dintorni siano sorpresi con le armi in mano; 2] siano fucilati sommariamente tutti i cosiddetti giovani etiopici, barbari crudeli e pretenziosi, autori morali dei saccheggi; 3] siano fucilati quanti abbiano partecipato a violenze, saccheggi, incendi; 4] siano sommariamente fucilati quanti, trascorse 24 ore, non abbiano consegnato armi da fuoco e munizioni. [3 maggio 1936] - Uno straniero mi segnala di aver veduto il giorno 15 aprile a Massaua un sottuficiale della regia marina giocare amichevolmente a carte con un indigeno. Deploro nella maniera più grave queste dimestichezze e ordino siano evitate. Umanità sì, promiscuità no. [5 maggio 1936].

http://www.romacivica.net/anpiroma/FASCISMO/fascismo14.htm 

La guerra di Etiopia (1935)

Gli italiani in Etipia: l'uso dei gas, la persecuzione degli ebrei libici

di Giovanni De Luna

Le grotte si aprivano nelle rocce sulla destra del fiume profonde, inaccessibili. Per stanare i guerriglieri occorreva penetrare in stretti cunicoli dove poteva passare un uomo alla volta, facile bersaglio dei difensori. Si decise di inondarli di gas velenoso. I risultati furono definitivi e terrificanti. «28 marzo 1936... Sono stato a visitare i campi di battaglia che si trovano nei pressi di Selaclacà... ciò che mi ha fatto maggiore impressione è stata la vista di un gruppo di abissini morti in una specie di caverna, ben nascosta, che sembrava un infido nido difficilmente scovabile. Sono in tutto nove giovani vite, e sono abbracciate, o meglio afferrate una all'altra in una stretta disperata: il loro atteggiamento, le loro posizioni, e quel loro aggrapparsi alla terra o al compagno, mostrano evidente che morirono nel momento istesso che tentavano di fuggire disperatamente alla morte certa; e caddero così... come se in quel momento un fulmine li avesse improvvisamente e per sempre fermati e fotografati...». Non sono le grotte di Tora Bora: siamo in Etiopia, nel 1935 e la testimonianza è quella di un soldato italiano, Manlio La Sorsa, impegnato nella guerra scatenata dall'Italia fascista contro il regno del Negus. Pure, le grotte, le armi terrificanti, e soprattutto quei corpi avvinghiati nella morte ci restituiscono il fondo destoricizzato che ogni guerra porta con sé: dall'Etiopia all'Afghanistan, dal 1935 al 2001, in un tempo e in uno spazio radicalmente diversi, sembra che alla fine tutto si riduca a una ciclica ripetizione di gesti, a un frenetico andirivieni tra il morire e dare la morte. Quella guerra il fascismo la vinse soprattutto grazie alla superiorità tecnologica, all'uso di armi e di tecniche militari terribilmente distruttive (i bombardamenti aerei, i gas) anticipando una delle configurazioni tipiche delle guerre postnovecentesche in cui - («guerra del golfo», Kosovo, Afghanistan) - il confronto è tra uomini e macchine, con ordigni sofisticati che riescono quasi ad azzerare le perdite nel proprio campo. La testimonianza del soldato italiano si presta anche a altre letture più interne alla nostra storia, che chiamano in causa «nodi» irrisolti della nostra memoria collettiva su cui vale la pena riaccendere i riflettori del dibattito storiografico. Quella di La Sorsa è infatti solo una delle tante voci raccolte in un libro appena uscito di Nicola Labanca (Posti al sole. Diari e memorie di vita e di lavoro dalle colonie d'Africa, Museo storico Italiano della Guerra); un'antologia di grande efficacia che, per la prima volta, ci restituisce nitidamente gli aspetti soggettivi e autobiografici del nostro passato coloniale, di quell'inseguimento «al posto al sole» che si protrasse ininterrottamente fino alla metà del Novecento. Labanca ha pazientemente raccolto lettere, diari, carteggi e memorie sparse in vari archivi (il fondo più consistente è quello conservato nell'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano), una documentazione straripante che lascia affiorare l'intero universo di quelle centinaia di migliaia di italiani che - tra il 1882 e il 1943 -, in Eritrea, Libia, Somalia, Etiopia, furono coinvolti nel nostro «sogno africano». Per la maggior parte si tratta di scritti di petit blancs; non i diplomatici, quindi, non i militari, non quelli che andarono in colonia per assumere cariche istituzionali e amministrative o per investire grandi capitali, ma tutta la massa di quelli «che si mossero portando con sé solo se stessi e al massimo le proprie famiglie, con l'ausilio solo delle proprie braccia da lavoro o del proprio modesto titolo di studio, contadini, piccoli commercianti, microimprenditori». Furono l'assoluta maggioranza dei nostri coloniali; ai Censimenti del ventennio risultavano infatti solo un 2% di possidenti e imprenditori e un 5% di professionisti; per il resto, furono in gran parte i ceti medi a lasciarsi coinvolgere nei nostri progetti di dominio coloniale: in Africa cambiarono il loro nome - diventando petit blancs, appunto - ma non la propria condizione sociale. L'eccezionalità di questa documentazione sta proprio nella sua provenienza: tradizionalmente i ceti medi costituiscono un universo sociale amorfo, abituato a lasciare scarne testimonianze della sua «piccola storia», pronto a delegare il proprio protagonismo ai poteri forti che costruiscono la «grande storia». Qui, invece, è come se l'enormità dell'avventura africana ne stimoli i ricordi, li solleciti a rompere la crosta del loro tradizionale riserbo per lasciare liberamente fluire passioni, invettive, recriminazioni, entusiasmi, nostalgie. Lungo questo percorso si incontrano testimonianze che si limitano ad aggiungere particolari inediti a quanto già si sapeva: ad esempio, il nesso ideologico tra le leggi contro gli ebrei del 1938 e la pratica di separazione razzista nei confronti della popolazione indigena avviata nei possedimenti coloniali, in particolare nell'Etiopia appena conquistata. Così, i ricordi di Arthur Journò ribadiscono questo collegamento. Siamo nel 1938 e Journò è un giovane ebreo italiano che vive a Tripoli. Il Governatore della colonia, Italo Balbo, ordina agli ebrei di tener aperti i loro negozi anche il sabato. Ovviamente i negozi restarono chiusi. A quel punto i fascisti prendono dieci ebrei libici e decidono per una loro pubblica fustigazione: «in mezzo alla piazza alcuni genieri dell'esercito avevano eretto un palco abbastanza alto proprio per dare la possibilità a tutto il popolino di godere dello spettacolo... non so dire quante frustate ogni condannato ricevette, tenni gli occhi chiusi e sentivo solo i lamenti e i battiti delle mani della gente che gridava piena di odio».
Altre testimonianze ribadiscono stereotipi razziali, con particolare riferimento alle donne, («Entrando, l'ingresso è squallido e umido. Un odore strano di erbe e di altre sostanze non definibili fluttua qui dentro; le abitatrici si avvicinano curiose, timide e sorridenti. Sembrano tante bestie rare...», Unno Bellagamba, 1935) che esaltano la natura ferina delle popolazioni nere, in un misto di disprezzo e timori ancestrali. In quasi tutte domina poi un'autorappresentazione fortemente segnata dalla propaganda colonialista, in particolare - per quanto si riferisce all'Etiopia - di quella fascista, segnata dal trinomio «Dio, Patria, Famiglia»: «Dio, andare in Africa significava evangelizzare, essere missionari, pionieri in terre sconosciute e abitate da popoli primitivi; Patria, assicurare al proprio paese le materie prime, il lavoro e la possibilità di emigrare, accrescere il prestigio del nostro popolo; Famiglia, una via più breve e più sicura per realizzare i sogni della famiglia, significava trovare un impiego al termine della campagna della conquista coloniale, nella stessa terra africana per la quale avevo arrischiato la vita», (Angelo Filippi, 1935). Sotto queste esplicite intenzioni affiora, però, anche una realtà diversa, quasi che quei documenti alla fine parlino «malgrado se stessi». Certamente in essi incontriamo la guerra, la dimensione epica del «mal d'Africa», l'orgoglio di sentirsi allo stesso tempo italiani e conquistatori; ma incontriamo anche la vita quotidiana, le abitudini e le relazioni sociali, mode e comportamenti collettivi e - soprattutto - il lavoro, tanto lavoro. Camionisti e braccianti, coloni agricoli e commercianti, piccoli artigiani e impiegati, per tutti la vita in colonia è essenzialmente il lavoro, la fatica, il confronto assiduo con una natura sconosciuta, poche volte apprezzata per la sua bellezza, più spesso maledetta per le sue asperità. La centralità del lavoro toglie, alla fine, ogni epicità a quei ricordi e ci consegna una delle chiavi per spiegare il «mistero» del loro inabissarsi fino a scomparire dalla nostra memoria collettiva. Per i petit blancs italiani la fine del sogno africano coincise, infatti, con la rovinosa sconfitta militare dell'Italia fascista. Il loro ritorno in patria fu traumatico. Nella nuova Italia repubblicana non c'era più nessun posto al sole da magnificare e difendere. I neofascisti tentarono di cavalcarne recriminazioni e rimpianti. Anche la Dc lo fece, in un modo tipicamente democristiano, alimentando cioè una politica puramente assistenziale, con una legislazione che soddisfaceva tutte le loro richieste economiche, rifiutandone però la dimensione ideologica e revanscista; si assicurò i loro voti, se non la loro riconoscenza. Alla fine, quando smisero anche di essere un serbatoio di voti, la loro memoria divenne solo un oggetto storiografico da studiare.

(La Stampa, 14 gennaio 2002)




Fascismo e colonialismo

"La donna bianca e l'uomo nero"

norme a cura dell'Istituto coloniale fascista, 1937

Costretti a continui contatti con l'indigeno, bisogna studiarne attentamente la mentalità per poterlo guidare, senza urti ma con mano sicura, a contribuire utilmente col suo lavoro ai fini che noi ci ripromettiamo di conseguire. Caratteristica generale del negroide e del negro dell'Africa equatoriale è la poca disposizione ad un intenso e prolungato lavoro, un acuto senso della giustizia ed un profondissimo rispetto della forza. La poca disposizione pel lavoro è logica conseguenza delle scarsissime esigenze di vita dei popoli primitivi e spesso della facilità con cui essi possono ottenere senza grandi sforzi tutto quanto serve alla loro esistenza, per l'abbondanza dei frutti della terra e degli animali, che procurano loro spontaneamente ciò che occorre per il nutrimento, per il ricovero e per il rudimentale abbigliamento. La giustizia e la forza sono concetti così radicati nell'animo di tutti i popoli primitivi che devono essere alla base di ogni rapporto con loro.


http://www.anpi.it/colonie/cirenaica.htm 

Le guerre coloniali del fascismo 

La Cirenaica

 

La Cirenaica è la zona più ricca della Libia. L’altopiano del Gebel in particolare, grazie alla presenza di piogge, offre maggiori possibilità di coltivazione e di allevamento del bestiame che nel resto del Paese. La vita delle popolazioni seminomadi di religione musulmana è regolata dalla Senussia, un’organizzazione statuale nata agli inizi dell’Ottocento. Articolata in numerose "zauie" periferiche, la Senussia ha funzioni sia politiche che religiose e regola l’attività dei commerci, del pagamento delle decime e dell’attività amministrativa e giudiziaria. Il carattere fortemente radicato della Senussia fa sì che in Cirenaica la ribellione alla colonizzazione sia più diffusa e difficile da sconfiggere perché mimetizzata nel territorio e sostenuta dalla popolazione.

Nel gennaio 1930 il generale Rodolfo Graziani viene nominato vicegovernatore della Cirenaica e affianca il governatore Pietro Badoglio nell’attuazione della "fase finale" della repressione della resistenza antitaliana, guidata da Omar al-Mukhtar. Si apre una guerra senza quartiere: viene attuato un piano di deportazioni delle tribù seminomadi che appoggiano i ribelli, si ordina di impiccare i capi ribelli catturati, viene emanato un proclama i cui si afferma che se il nemico non si piega, sarebbe stato sterminato: ogni cosa sarebbe stata distrutta, le proprietà confiscate, i colpevoli puniti persino nelle loro famiglie; vengono istituiti tribunali volanti con diritto di morte per reati quali il possesso di armi da fuoco o il pagamento di tributi ai ribelli; viene permesso l’utilizzo di strumenti bombe ad aggressivi chimici, come testimonia un dispaccio di Badoglio al vicegovernatore Siciliani del 10 gennaio 1930: "Continui rastrellamenti e vedrà che salterà fuori ancora qualcosa. Si ricordi che per Omar al-Mukhtar occorrono due cose: primo, ottimo servizio di informazioni; secondo, una buona sorpresa con aviazione e bombe iprite. Spero che dette bombe le saranno mandate al più presto".

La riconquista della Cirenaica dura circa due anni e si conclude con un impressionante bilancio di vittime tra la popolazione.

Per togliere ai ribelli ogni sostegno da parte della popolazione, Graziani e Badoglio decidono che dal 25 giugno 1930 vengano creati dei campi di concentramento vicini alla costa per le popolazioni del Gebel che avevano dato appoggio alla resistenza antitaliana. Questi campi non solo rompono ogni legame tra popolazione e ribelli, ma spezzano ogni possibilità di autosussistenza delle comunità seminomadi. In sei campi principali e una decina di minori vengono deportate, dopo lunghe marce forzate, tra le 100 e le 120.000 persone, con tutti i loro beni e le loro greggi (circa un milione di animali), costrette a vivere in aree ristrette, dove le condizioni di vita diventano subito ai limiti della sopravvivenza. In una lettera a Graziani del 20 giugno 1930 Badoglio scrive: "Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine, anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica".

Per togliere ai ribelli l’aiuto che proveniva dall’Egitto (dove si sono rifugiati circa 20.000 libici), alle popolazioni della Cirenaica viene proibito ogni tipo di commercio con l’Egitto. A questo scopo dall’aprile al settembre 1931 viene innalzata una barriera di filo spinato, alta quattro metri, lungo i 275 chilometri tra il porto di Bardia e l’oasi di Giarabub, il cui tracciato viene controllato per mezzo di fortini e voli aerei. Inoltre i santuari locali dei Senussi vengono chiusi, sequestrate le loro rendite e confiscate le loro proprietà terriere. Viene instaurato un vero e proprio regno del terrore: migliaia di esecuzioni, villaggi saccheggiati o costretti a piegarsi per fame, rappresaglie selvagge contro le comunità beduine se uno qualsiasi dei loro membri si univa al nemico.


http://www.medioriente.net/?q=genocidio_in_libia_italiani_brava_gente 

Genocidio in Libia, italiani brava gente

Prefazione a Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell'avventura coloniale italiana, ManifestoLibri, 14 €

di Eric Salerno

Italiani brava gente? Oltre un quarto di secolo è trascorso da quando fu pubblicato Genocidio in Libia, una ricerca su alcuni aspetti del colonialismo italiano in Libia. Gli storici di professione, in questi anni, hanno scoperto e divulgato altri particolari (dove modificavano la sostanza degli eventi, sono stati integrati in questa nuova edizione) e una parte della nostra società è stata capace di riconoscere le colpe di quell’Italia, tra Giolitti e Mussolini, anche in Etiopia, Eritrea e Somalia. Ma il mito dell’Italiano Buono, portatore di Civiltà, non è del tutto scomparso. Anzi. Assomiglia, quando viene evocato, alle giustificazioni del presidente americano, George W. Bush, quando giustifica l’invasione dell’Iraq con la necessità di portare la democrazia occidentale tra chi non l’ha mai sperimentata. Assomiglia alle parole dei crociati moderni contro l’Islam, a chi insiste per sottolineare gli aspetti positivi, illuministici del Cristianesimo nella storia dell’Europa dimenticando, e cito soltanto due tragici imperdonabili prodotti della società cristiana, l’Inquisizione e l’Olocausto.

Il primo, è vero, appartiene a un lontano passato, il secondo è un pezzo del nostro presente, e pesa su ogni momento della nostra vita. Sei milioni di ebrei, ma anche altri sei milioni tra rom, omosessuali, contestatori che non devono essere dimenticati. Per impedire altri massacri, è necessario capire quelli del passato, riconoscere le colpe di chi ne ha la responsabilità, analizzare come e perché l’uomo si è lasciato andare in quel modo.
Nel primo capitolo di Genocidio in Libia spiegai che a stimolare la mia curiosità, a provocare la ricerca fatta sul terreno tra i superstiti libici dell’avventura coloniale e negli archivi storici del nostro paese, furono le parole con cui Muammar el Gheddafi parlava di atrocità commesse dagli italiani nel periodo che va dal 1911 al 1931. Nei libri usciti fino alla metà degli anni settanta, c’era ben poco che potesse giustificare la portata delle sue accuse. Trovai, quasi per caso, direi per un errore, una distrazione da parte degli archivisti del periodo coloniale, le prime indicazioni e prove dell’uso di gas, l’iprite, contro la popolazione civile libica. Trovai la descrizione dei bombardamenti, degli effetti devastanti dei gas sull’uomo, di come fuggiva la gente del Gebel, la montagna, quando sentiva l’avvicinarsi di un aereo. Trovai particolari, fino ad allora inediti, dei campi di concentramento, e anche dei massacri avvenuti nei primi anni dell’invasione italiana. Non molto, invece, riguardo la deportazione di libici dalla loro terra e il loro esilio in alcune isole italiane.
Gheddafi ha sfruttato, e continua a sfruttare, le vicende di quel periodo per rafforzare l’unità del suo paese, talvolta per ricattare l’Italia, la Germania, l’Occidente e il suo colonialismo, ma questo nulla toglie alle nostre responsabilità. Israele è sovente accusato di sfruttare la memoria dell’Olocausto per rivendicare diritti, per sollecitare una politica favorevole non solo allo Stato ebraico ma ai suoi governi, buoni o cattivi che siano, ma sarebbe un errore per questo cercare di sminuire le responsabilità della Germania, della Francia di Vichy, dell’Italia fascista, e anche dell’indifferenza dell’America di Roosevelt, nella Shoah. Non intendo fare, qui, paragoni, mettere sofferenze a confronto. Ogni popolo che soffre ritiene che il proprio dolore sia più importante di altri dolori. Centomila libici morti, di fronte alle cifre dell’Olocausto degli ebrei, del sistematico tentativo di eliminare un popolo intero, possono essere considerati «poca cosa», ma se paragoniamo quella cifra alle dimensioni della popolazione libica di allora diventa più facile, per noi, renderci conto del peso che quei morti ebbero sulla società nordafricana. Gli effetti della storia non possono essere determinati esclusivamente da un ragionamento scientifico basato sugli eventi, devono tenere conto della percezione della storia stessa da parte dei suoi protagonisti.
Un gruppo di persone di varia estrazione, guidati dall’architetto Luca Zevi, figlio del famoso storico dell’architettura Bruno Zevi, ebreo scappato in America da dove ha lottato contro il fascismo e contro ogni forma di repressione di massa e di Tullia Zevi, per anni presidente delle Comunità ebraiche italiane, ha dato il via a un’iniziativa importante che riguarda anche la Libia. Sull’internet è apparso nel 2004, grazie a una collaborazione con la Provincia e il Comune di Roma, il progetto per la creazione di un Museo virtuale delle intolleranze e degli stermini. Il suo contenuto, di facile accesso per chi dispone di un computer e di un collegamento al web, è riportato anche in un cd, un dischetto prodotto in migliaia di copie per essere distribuito negli istituti scolastici.
Le sette ricerche che costituiscono la sezione «Percorsi storici» di questo Museo sono state scelte, come risulta dall’introduzione al sito, per privilegiare i «luoghi dell’oblio», storie poco indagate e talora rimosse. «È un criterio di selezione – leggiamo – che può spiegare l’assenza, in questa prima fase del Museo, di un tema come la Shoah, mentre sono presenti la persecuzione dei Rom e degli omosessuali e il genocidio degli armeni». I percorsi storici, oltre a quelli appena citati, riguardano il colonialismo italiano, la Germania comunista, l’eugenetica, e gli spostamenti forzati di popolazione.
«Sin dall’epoca post-unitaria – è scritto nell’introduzione a quella parte del sito dedicata al colonialismo e dove sono riportati anche brani tratti dal numerosi libri di Angelo Del Boca e da Genocidio in Libia – l’Italia ha cercato e costruito in Africa una parte non irrilevante della propria identità nazionale, eppure con la perdita delle colonie, a seguito delle vicende legate al secondo conflitto mondiale, la sua storia d’oltremare, le elaborazioni ideologiche che l’hanno sostenuta e le prassi politiche e sociali su cui si è basata, hanno subito nel paese un processo di rimozione che ha interessato, prima ancora del campo storiografico, soprattutto quello politico e sociale». E ancora: «Il rapporto con l’alterità africana, fatto di esclusione e di discriminazione sopraffattoria, l’aggressività, la violenza, lo sfruttamento e le stragi che hanno segnato l’esperienza coloniale italiana costituiscono pagine non ancora integrate nella storia nazionale del paese; rimosse, o apertamente negate, in nome di un mito ancora fortemente radicato nell’immaginario collettivo, che rivendica l’atipicità della vicenda coloniale italiana come quella di un ‘colonialismo dal volto umano’. Alla manipolazione dell’opinione pubblica – cito ancora dall’introduzione – da parte dei governi liberale e fascista si è sovrapposto, alla conclusione della vicenda coloniale, il diaframma di silenzio nei riguardi di una parte non secondaria della storia nazionale che si voleva chiusa col fascismo, e che spesso si è tradotta in aperta ostilità nei riguardi dei pochi che quella storia intendevano rileggere. La perdita delle colonie a seguito delle vicende legate alla seconda guerra mondiale, e non attraverso i traumi della decolonizzazione e delle lotte di liberazione africane, ha permesso nell’Italia repubblicana di identificare la vicenda coloniale con quella fascista, attribuendo al regime la paternità di crimini e sopraffazioni e facendo salva l’idea di un’Italia coloniale sostanzialmente mite e bonaria, in cui la mitologia fa ancora aggio sulla storia».

Un capitolo fondamentale del comunicato congiunto Italia-Libia sottoscritto nel 1999 comincia con le seguenti parole: «Il Governo italiano esprime il proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana e si adopererà per rimuoverne per quanto possibile gli effetti, per superare e dimenticare il passato, avviare una nuova era di amichevoli e costruttive relazioni tra i due popoli». Un passo diplomatico importante, da parte dell’Italia ma, in apparente contraddizione con la sostanza riparatrice di questo impegno di Roma, nel 2004, il vice premier italiano Gianfranco Fini, poco prima di assumere anche l’incarico di ministro degli esteri ha pronunciato un discorso agli esuli italiani dalla Libia, i rappresentanti dei ventimila connazionali cacciati nel 1970. Le sue parole, tra l’altro: «Non c’è ombra di dubbio che il colonialismo ha rappresentato, nel secolo scorso, uno dei momenti più difficili nel rapporto tra i popoli e nel rapporto tra l’Europa e, in questo caso, il Nord-Africa ma, e ovviamente parlo a titolo personale, quando si parla di colonialismo italiano, credo che occorra parlarne ben consapevoli del fatto che sono altri in Europa che si devono vergognare di certe pagine brutte perché anche noi abbiamo le nostre responsabilità ma, almeno in Libia, gli italiani hanno portato, insieme alle strade e al lavoro, anche quei valori, quella civiltà, quel diritto che rappresenta un faro per l’intera cultura, non soltanto per la cultura Occidentale».
È una frase che ho trovato sconcertante. E non sono stato l’unico, tra gli italiani, a sobbalzare di fronte all’affermazione del nostro ministro degli esteri. Lo storico Del Boca ha sottolineato immediatamente, in un’intervista a un quotidiano italiano, come il vice premier abbia voluto scordare i centomila e passa libici morti per difendere la loro patria, i tredici campi di concentramento in Cirenaica e nella Sirtica, la deportazione dei libici verso l’Italia, l’uso dei gas contro la popolazione civile. È mai possibile che ci sia ancora oggi un uomo di governo italiano che trova accettabile dal punto di vista storico, e non soltanto morale, portare avanti il mito dell’italiano colonialista buono?

Per anni, la Libia rivendicava e si aspettava un’esplicita ammissione della colpa coloniale italiana. La giudicava forse ancora più importante del risarcimento dei danni materiali. La prima vera, inequivocabile, condanna del colonialismo italiano in questo paese risale alla visita dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema nel dicembre 1999. «Qui - disse rendendo omaggio ai martiri di Sciara Sciat e di Henni - qui gli eroi nazionali sono stati giustiziati dagli italiani». Nella sua seconda giornata di visita ufficiale, D’Alema consegnò ai libici la Venere di Leptis Magna. L’opera risale al II secolo dopo Cristo, e fu regalata nel 1939 dal governatore di Libia, Italo Balbo, al maresciallo tedesco Göring. Dopo la scopertura della statua, D’Alema commentò: «Splendida. Il fatto che l’Italia abbia voluto recuperare questa statua a Berlino, restaurarla e restituirla è il senso di volere riparare una ferita. Anche noi abbiamo subito il trafugamento di molte opere d’arte nel corso della storia».
D’Alema, e prima di lui altri uomini di governo italiani, parlarono di gesti concreti per risarcire la Libia ma ben poco fu fatto. Giulio Andreotti promise molto senza che i progetti concordati fossero formalmente realizzati tanto che l’uomo di governo, molto amato nel mondo arabo per la sua politica mediterranea e mediorientale, perse una certa credibilità a Tripoli e Gheddafi, incontrandomi, nel dicembre 1984 per un’intervista a Il Messaggero, si lamentò della modestia dell’offerta di un ospedale da parte dell’allora ministro degli esteri italiano. Insisteva per estendere il progetto e mise l’accento anche sulla questione dello sminamento dei campi di battaglia. «Ho già detto che siamo disposti a dialogare. Ma dobbiamo trovare una soluzione soddisfacente. Altrimenti si andrebbe contro la volontà dei libici che rivendicano giustizia». E ancora: «Vogliamo sapere dall’Italia quale è stata la sorte dei nostri connazionali deportati nel periodo coloniale. Vogliamo sapere che fine hanno fatto loro, le loro mogli e i loro figli».
Lamberto Dini, ministro degli esteri, il 4 luglio del 1999 ebbe a riconoscere con parole chiare le nostre responsabilità nel firmare, a Roma, il famoso comunicato congiunto con il rappresentante libico. Il documento contiene una serie di promesse e raccomandazioni. Ma non è stata sminata la Cirenaica, come Roma aveva promesso di fare, un ospedale, quello per intenderci di Andreotti, è stato costruito a Bengasi ma risulta finanziato ed edificato dalle Nazioni Unite. A livello popolare sta crescendo, e questo è certamente un fattore fondamentale, la consapevolezza di quanto accadde in Libia, e, naturalmente, anche nelle altre nostre colonie. Gli storici, anche all’interno degli accordi bilaterali, studiano il passato portando alla luce le dimensioni reali delle azioni, spiegando i tempi, rispondendo in alcuni casi ai numerosi quesiti ancora senza risposta. Ci sono stati già due convegni sui libici deportati e si è cercato di trovare le tracce di quanti scomparvero dopo essere stati trasportati e internati nelle isole italiane come Ustica, Ponza, Favignana, le Tremiti. Cresce anche la volontà di presentare i fatti, di raccontare. L’anno scorso è uscito un romanzo sulla cacciata degli italiani di Libia, Gibli, in cui l’autore senza giustificare la loro espulsione spiega le sofferenze dei libici per mano dell’esercito coloniale italiano. Sull’internet, numerosi siti raccontano quanto è stato fatto, o non fatto, per raccontare, capire il passato, per riconoscere le colpe dell’Italia coloniale. Nel dicembre 2004, Il Manifesto ha pubblicato un lungo articolo sul «muro libico eretto dai fascisti», in cui il ricercatore Matteo Dominioni, impegnato a livello accademico contro il mito dell’«italiano buono», ha raccontato la vita nei campi di concentramento nella Sirte e la costruzione del famoso reticolato edificato dai fascisti in Cirenaica, al confine con l’Egitto, per bloccare la resistenza libica.
Le azioni repressive dell’apparato coloniale, la cosiddetta «pacificazione» della Libia, sono fatti incontrovertibili, e serve a poco, anzi è controproducente, cercare di sminuire la loro importanza, il peso che ebbero sulla vita quotidiana dei libici, sulle varie comunità.
La visita del presidente del Consiglio italiano Berlusconi nell’ottobre 2004, la decisione della Libia di trasformare la «giornata della vendetta» in una «giornata di amicizia» tra i nostri due popoli, la visita di una delegazione di italiani della Libia che per la prima volta sono riusciti a rivedere i luoghi dove sono cresciuti, dove hanno lavorato, sono tutti elementi importantissimi. La cacciata degli italiani fa parte del passato e si è aperto un capitolo nuovo nella storia millenaria che lega i nostri popoli ma, come ha detto recentemente Valentino Parlato, nato e cresciuto a Tripoli ed espulso dall’amministrazione britannica, non perché italiano ma perché comunista: «Questo atto di riconciliazione guarda al futuro dei rapporti tra Italia e Libia, non è, né può essere, un colpo di spugna su tutte le nefandezze compiute dagli italiani in Libia».
Nel dicembre 2004, in una lunga intervista a Rai educational, Gheddafi ha risposto, indirettamente, alla frase di Gianfranco Fini, citata all’inizio. «Per lei il Fini, ministro degli esteri, è un problema o una opportunità?», la domanda del giornalista. E Gheddafi: «Veramente io non lo conosco, però le informazioni che ho su di lui dicono che era un fascista. Ora è diventato antifascista, e questa è una cosa giusta. So che ha anche chiesto scusa agli ebrei, per quello che è stato fatto dai fascisti italiani agli ebrei. Se facesse la stessa cosa anche verso i libici, chiedendo scusa ai libici, in questo caso potrebbe essere elogiato».
Quel giorno dell’ottobre 2004, e nella stessa occasione, mentre Gianfranco Fini pronunciava la sua difesa antistorica del colonialismo italiano in Libia, il rappresentante del governo libico si rivolgeva ai cittadini italiani legati alla Libia per dire una cosa che dovrebbe avere un riflesso concreto anche sul futuro. «Il fratello leader ritiene che quanto patito dal popolo libico, in termini di uccisioni, deportazioni, torture e usurpazioni di propri beni e terre non sia stato per Vostra colpa. Si trattò di responsabilità dei governi coloniali e delle politiche espansionistiche che avevano coinvolto i popoli in questi problemi e le tragedie che seminarono le ostilità fra essi». E aggiungeva: «Il fratello leader ritiene che anche il tema dell’indennizzo per tutte le perdite subite dal popolo libico durante la colonizzazione e l’occupazione sia una questione che deve essere trattata dai due Stati, come previsto dalla dichiarazione congiunta libico-italiana».
Nel museo archeologico di Leptis Magna, c’è una sala dedicata al Jihad, la resistenza contro l’invasione italiana. Poche bacheche, pochi trofei, un paio di vecchi fucili, alcune pistole trovate sulla collina di Marghib, 64 chilometri a ovest di Homs, un olio naîf sul quale sono ricordate due sconfitte dei soldati italiani. Non sono molte le tracce delle guerre coloniali a Tripoli e dintorni ma è sufficiente far visita al palazzo che ospita il Centro di studi libici per immergersi in quel periodo storico. L’Istituto si occupa di tutto il passato della Libia, e c’è una sezione in cui ricercatori di varia nazionalità, sotto la guida del direttore Mohammed Jerari, hanno contribuito a ricostruire il Jihad, la resistenza all’occupazione, e le sofferenze dei libici dallo sbarco dei primi soldati italiani nel 1911 alla loro partenza. Negli ultimi vent’anni c’è stata una stretta collaborazione tra studiosi libici e italiani per ricostruire quel passato comune. L’Isiao (Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente, che ha conglobato l’Istituto Italo-africano e l’Ismeo) e il Centro di studi libici hanno organizzato insieme convegni per fare luce sulla questione dei deportati libici mandati in esilio nelle isole italiane e in gran parte mai tornati a casa. Un passo avanti notevole tenendo presente che, nel 1979, l’Istituto Italo-Africano, decise «per motivi di opportunità politica vista la delicatezza dell’argomento», mi fu detto, di non presentare Genocidio in Libia presso la sua sede di Roma. E in una bibliografia pubblicata dall’Isiao sulle vicende tragiche del colonialismo italiano in Libia viste con gli occhi della nuova storiografia ho trovato soltanto tre dei libri di Del Boca, un volume in inglese del Centro di studi libici e un altro di Lino Del Fra sul massacro di Sciara Sciat.
Resta molto da fare. Il film sull’eroe nazionale libico, Omar el Muktar, impiccato dopo un processo farsa, Il Leone del deserto, diretto nel 1979 da Mustafa Akkad e con un cast eccezionale, Anthony Quinn, Oliver Reed, Rod Steiger, Irene Papas, Gastone Moschin, Raf Vallone, John Gielgud, bandito dalle sale cinematografiche nostrane per «oltraggio alle forze armate» o perché «potrebbe creare problemi di ordine pubblico», è ancora sulla lista nera. Lo storico Denis Mack Smith, scrisse per Cinema nuovo, questo giudizio: «Mai prima di questo film, gli orrori ma anche la nobiltà della guerriglia sono stati espressi in modo così memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai l’ingiustizia del colonialismo è stata denunciata con tanto vigore... Chi giudica questo film col criterio dell’attendibilità storica non può non ammirare l’ampiezza della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione». Un giudizio importante che da solo dovrebbe indurre l’Italia a distribuire il film nelle sale cinematografiche. Rivisto di recente, non ha perso nulla della sua vitalità e le grandi scene di battaglia sono ancora valide dal punto di vista cinematografico. Utile, comunque, resta la raccomandazione dello storico Giorgio Rochat, uno fra i tanti che auspicano la diffusione del film, a intendere la verità del prodotto cinematografico in senso storico-politico e non strettamente filologico, rilevando, ad esempio, come le scene di battaglia contengano alcune inesattezze quali l’imboscata attuata dai libici con le mine, di cui in realtà essi non disponevano.
La penna censoria fascista e l’auto-censura repubblicana sono state superate, in gran parte, ma non deve essere sufficiente se la maggioranza degli italiani, i giovani soprattutto, non conoscono quella parte della nostra storia. Eppure anche tra gli esuli dalla Libia, gli italiani, e gli ebrei che se ne andarono nel 1948 per raggiungere la Palestina e costruire Israele o quelli cacciati nel 1967 dal re libico e venuti a vivere in Italia o andati anche loro in Israele, ci sono molti che non trovano difficile ammettere il carattere tipicamente coloniale del rapporto tra gli italiani di Tripoli o Bengasi e la popolazione locale. Italiani brava gente, ma non tanto.
Gli italiani, potranno tornare a visitare il paese dove sono nati e cresciuti, e Gheddafi ha invitato anche gli ebrei, con radici nella terra libica che risalgono a quasi duemila anni fa, a tornare nella Giamahiria. Tra le sue recenti aperture, c’è anche l’offerta di risarcirli per quanto hanno perso andando via se, ha detto riferendosi a quelli che si sono trasferiti in Israele, non hanno portato via terre e case ai palestinesi. È un capitolo a parte, quello degli ebrei di Libia, alcuni molto vicini alle vicende del colonialismo, che andrà approfondito sia perché rientra nella storia poco conosciuta e nell’eventuale soluzione del conflitto mediorientale, sia perché può aggiungere molto alla comprensione del rapporto tra l’Italia fascista e coloniale e le popolazioni del paese nordafricano.
A questa nuova edizione di Genocidio in Libia, ho aggiunto un capitolo-reportage sulle tormentate vicende più recenti della Giamahiria anche per aiutare il lettore a capire l’evoluzione dei rapporti tra i nostri due paesi. È stata ampliata la bibliografia per includere le opere nuove e sono stati aggiunti i risultati delle ricerche sugli esiliati in Italia.


http://www.tightrope.it/USER/chefare/archivcf/cf19/libia.htm 

Libia: un test della "diversità "italiana

Piace al "pacifismo" ed al "riformismo" sottolineare il ruolo "diverso " che l'Italia può svolgere e già in certa misura svolgerebbe nella difesa della "pace" e della "soluzione pacifica" dei conflitti internazionali.

Nel mondo arabo in particolare la Libia (che tuttavia non è la sola nazione ad avere goduto di questo privilegio) ha avuto modo di sperimentare direttamente, sulla propria viva carne, tale "diversità" nel corso della occupazione della Tripolitania ad opera dell'Italia liberaldemocratica e fascista, durata dal 1911 al 1943.

Abbiamo poco spazio a disposizione per rammentare qualche aspetto di una "civilizzazione diversa", dal "volto umano" o - come piaceva dire ad inizio secolo ad un certo nazionalismo - da "nazione proletaria"; contrapposto a quello "predatore" delle grandi potenze (ohi, com'è vecchia questa menzogna social-sciovinista della "diversità" italica…). Lo useremo per pubblicare qualche cifra che non vuole essere sostitutiva, evidentemente, di un'analisi storico-politica, ma fornire solo un parziale promemoria di una minimissima parte delle atrocità che le popolazioni arabe hanno dovuto subire per mano del barbaro colonialismo imperialista.

La fonte delle cifre è un censimento libico del 1984. Non ci sono fonti italiane in materia, poiché la repubblica democratica nata dalla Resistenza, giunta al suo 45° anno di vita, non ha ancora realmente aperto i propri archivi, peraltro abbondantemente purgati da "storici" di matrice fascista a cui erano stati affidati in cura…

Il censimento è del 1984 ed è parziale, in quanto riguarda soltanto 100.000 famiglie su 660.000 costituenti l'intera popolazione libica. I casi di "danni" accertati tra queste persone sono 199.269: 21.123 uccisi dalle truppe di occupazione (tra il 1911 e il 1932); 5.867 assassinati o imprigionati senza alcun processo; 25.738 costretti ad arruolarsi come ascari e a combattere contro i propri fratelli ribelli o contro le popolazioni dell'Etiopia; 37.763 internati nei campi di concentramento; 30.091 costretti ad emigrare nei paesi vicini; 12.058 persone morte a causa di bombardamenti aerei e terrestri o di mine (fino al 1943); 14.910 mutilate dalle esplosioni di bombe e mine (anche dopo la seconda guerra mondiale); 30.321 persone che avevano subito danni alle aziende agricole o perdite di bestiame; 463 denunzie di avvelenamento di pozzi, incendi di boschi et similia, etc. etc.

Lo storico De Boca, che non è certamente un anti-imperialista neppure con le virgolette, non contesta affatto questi dati. Al contrario non fa fatica a riconoscere che le cifre globali, ossia il costo materiale ed umano del banditismo della "diversa" Italia nei confronti della Libia è stato sicuramente di molto superiore. Gli internati nei campi di concentramento furono più di 100.000. Il numero dei morti libici trucidati dalle truppe di occupazione è "di gran lunga superiore" ai 21 mila e passa indicati sopra (alcune centinaia di migliaia secondo cifre ufficiose). Il territorio libico è stato popolato di alcuni milioni di mine durante la guerra, e diverse migliaia di libici sono morti e continuano a morire a causa delle mine. Intere regioni (almeno 3 milioni di ettari) sono state abbandonate per la stessa ragione. Più di 120.000 capi di bestiame sono saltati sulle mine nei primi 25 anni del dopoguerra. E poi c'è la ferita ancora aperta dei deportati in Italia a partire dal 1911, di cui né l'Italia liberaldemocratica, né quella fascista, né quella post fascista, l'una "diversa" dall'altra e l'una più fetente dell'altra, hanno voluto dire parola.

Eppure, dice ancora Del Boca in una intervista a "Politica ed economia" (maggio 1988), negli archivi semi proibiti "c'è, nero su bianco, tutto; compreso l'uso del fosgene, i gas (a proposito delle armi chimiche! - n.), le deportazioni, i lager, i 270 chilometri di filo spinato, le atrocità commesse dai Graziani (il Maresciallo fascista politicamente riabilitato da Andreotti - n.)".

Lontane vicende da ascrivere essenzialmente alla "malattia morale" del fascismo? Niente affatto! La democrazia le rivendica a pieno, nella sostanza.

Il giudizio globale lasciamolo a Sforza, un liberale ministro dell'Italia democratica, collega di governo - durante l'unità nazionale"- di Togliatti: "L'Italia democratica ritiene ingiusto e immeritato che le sia impedito di continuare a perseguire in Africa, secondo i principi proclamati dall'ONU (notate bene) e nel quadro delle sue istituzioni, l'opera di CIVILIZZAZIONE che ha intrapresa e perseguita con infiniti sacrifici e con risultati che il mondo intero ha ampiamente riconosciuto". A quei dì (1947-1949) anche il PCI sospetto di "doppio binario" e l'URSS sostenevano che la Libia avrebbe dovuto essere "lasciata" alla… "diversa" Italia…


Vediamo ora alcune foto, iniziando da un gigantesco campo di concentramento italiano fatto di tende nel deserto:

Omar El Mukhtar, capo della resistenza libica, dopo l'arresto e prima dell'esecuzione


il manifesto - 01 Novembre 2002  

COLONIALISMO


Il mito del buon italiano


Deportazioni di massa, bombardamenti con bombe di ipirite, campi di concentramento. Le pagine nere dei crimini commessi dalle truppe italiane in Eritrea, Somalia e Libia
L'impero di sangue Rappresaglie indiscriminate, stragi di civili, confisca di beni e terreni. Una politica coloniale all'insegna del mito sugli «italiani, brava gente»
La storia negata L'Italia repubblicana non ha ancora fatto i conti con l'«avventura coloniale» del fascismo, favorendo una storiografia moderata o revanscista

ANGELO DEL BOCA


I paesi europei che hanno partecipato alla spartizione dell'Africa, si sono macchiati, tutti, indistintamente, dei peggiori crimini. E' un dato suffragato da episodi sui quali esiste, nella memoria e negli archivi, una documentazione imponente. Cominciarono i boeri, due secoli fa, massacrando le popolazioni indigene del Sudafrica, in modo particolare gli Ottentotti, gli Zulù e gli Ama Xosa. Gli inglesi non furono da meno, nel Sudan, quando si trattò di annientare la resistenza mahdista. Negli stessi anni i francesi demolivano, l'uno dopo l'altro, i regni Bambara, Mossi, Fulbe, Mande, Yoruba, dalla Mauritania al Ciad, dal Senegal al Gabon. Poi intervennero i tedeschi, i quali fecero scempio degli Herero e dei Nama, nell'attuale Namibia, mentre i belgi colonizzavano il Congo con metodi spietati. Le stragi di popolazioni africane continuarono anche dopo la seconda guerra mondiale, quando il periodo coloniale sembrava ormai concluso. Come dimenticare le repressioni del maggio 1945, nella regione di Costantina, a causa delle quali persero la vita dai 20 ai 50mila algerini? E la caccia al malgascio, dopo l'insurrezione del 1947, che fece, secondo le stime dello stesso Alto Commissario in Madagascar, Pierre de Chevigné, «più di centomila morti»? E che dire della campagna contro i Mau Mau del Kenya, fra il 1952 e il 1956, con un bilancio di 10.527 uccisi e 77mila incarcerati? Ma un autentico genocidio di un popolo si sarebbe verificato in Algeria, fra il 1954 e il 1961, quando i francesi, nel folle, antistorico tentativo di conservare alla Francia la sua più antica colonia, scatenavano una guerra che avrebbe causato un milione di morti.

Tanto nel periodo della liberaldemocrazia che durante i vent'anni del regime fascista, il comportamento dell'Italia nelle sue colonie di dominio diretto non fu dissimile da quello delle altre potenze coloniali. Impiegò i metodi più brutali sia nelle campagne di conquista che nel periodo successivo, stroncando ogni tentativo di ribellione. Con l'avvento del fascismo, poi, le condizioni dei sudditi coloniali si fecero ancora più precarie, soprattutto perché fu messa a tacere in Italia l'opposizione, tanto in Parlamento che negli organi di informazione. Grazie infine alle più capillari pratiche censorie, furono tenuti nascosti agli italiani episodi di inaudita gravità, come, ad esempio, la deportazione di intere popolazioni del Gebel cirenaico, la creazione nella Sirtica di quindici letali campi di concentramento, l'uso dei gas durante il conflitto italo-etiopico, le tremende rappresaglie in Etiopia dopo il fallito attentato al viceré Graziani.

Quando Mussolini arrivò al potere, la riconquista della Libia era appena iniziata, mentre sulle regioni centrali e settentrionali della Somalia il dominio italiano era soltanto virtuale. A Mussolini, più che ai suoi generali, va dunque la responsabilità di aver adottato i metodi più crudeli per riconquistare le colonie pre-fasciste e per dare, con l'Etiopia, un impero agli italiani.

a) L'impiego degli aggressivi chimici. Usati sporadicamente in Libia, nel 1928, contro la tribù dei Mogàrba er Raedàt, e nel 1930, contro l'oasi di Taizerbo, i gas vennero invece impiegati in maniera massiccia e sistematica durante il conflitto italo-etiopico del 1935-36 e nelle successive operazioni di «grande polizia coloniale» e di controguerriglia. L'Italia fascista aveva firmato a Ginevra, il 17 giugno 1925, con altri venticinque paesi, un trattato internazionale che proibiva l'utilizzazione delle armi chimiche e batteriologiche, ma, come abbiamo visto, neppure tre anni dopo violava il solenne impegno usando fosgene ed iprite contro le popolazioni libiche.

In Etiopia le violazioni furono così numerose e palesi da sollevare l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale. Le prime bombe all'iprite furono lanciate sul finire del 1935 per bloccare l'avanzata dell'armata di ras Immirù Haile Sellase, che puntava decisamente all'Eritrea, e quella di ras Destà Damtèu, che aveva come obiettivo Dolo, in Somalia. In tutto, durante il conflitto italo-etiopico del 1935-36, furono sganciate su obiettivi militari e civili 1.597 bombe a gas, in prevalenza del tipo C.500-T, per un totale di 317 tonnellate. Altre 524 bombe a gas furono lanciate, tra il 1936 e il 1939, durante le operazioni contro i patrioti etiopici. Se si aggiunge, infine, che durante la battaglia dell'Endertà furono sparati dalle batterie di cannoni di Badoglio 1.367 proiettili caricati ad arsine, non si è lontani dal ritenere che in Etiopia siano stati impiegati non meno di 500 tonnellate di aggressivi chimici.

b) I campi di sterminio. Con il fascismo le vessazioni nei confronti degli indigeni raggiunsero livelli mai prima segnalati. Dall'esproprio dei terreni, dalla confisca dei beni dei «ribelli», dal diffuso esercizio del lavoro forzato, si passò alla deportazione di intere popolazioni e alla loro segregazione in campi di concentramento, che soltanto la cinica prosa dei documenti ufficiali aveva il coraggio di definire «accampamenti». Il più noto e drammatico di questi trasferimenti coatti avvenne in Cirenaica nel 1930, dopo che Graziani aveva fallito il tentativo di domare la ribellione capeggiata da Omar el-Mukhtàr. Su ordine del governatore generale Badoglio, il quale era convinto che la rivolta si sarebbe potuta infrangere soltanto spezzando i legami tra gli insorti e le popolazioni del Gebel cirenaico, Graziani predisponeva il trasferimento di 100mila civili dalla Marmarica e dal Gebel el-Ackdar ai campi di concentramento che aveva fatto costruire nella Sirtica, una delle regioni più inospitali dall'Africa del Nord. Quando i lager vennero definitivamente sciolti nel 1933, i sopravvissuti erano appena 60mila. Gli altri 40mila erano morti durante le marce di trasferimento, per le pessime condizioni sanitarie dei campi (per i 33mila reclusi nei lager di Soluch e di Sidi Ahmed el-Magrun c'era un solo medico), per il vitto insufficiente e spesso avariato, per le inevitabili epidemie di tifo petecchiale, dissenteria bacillare, elmintiasi, per le violenze compiute dai guardiani e per le esecuzioni sommarie per chi tentava la fuga.

I campi di sterminio nella Sirtica non furono i soli. Memore della loro macabra efficacia, Graziani ne istituì uno anche in Somalia, a Danane, a sud di Mogadiscio. Secondo Micael Tesemma, un alto funzionario del ministero degli Esteri etiopico, che fu recluso a Danane per tre anni e mezzo, dei 6.500 etiopici e somali che si avvicendarono nel campo, tra il 1936 e il 1941, 3.171 vi persero la vita.

Un secondo campo fu istituito nell'isola di Nocra, in Eritrea. Qui le condizioni di vita erano anche più intollerabili, perché i detenuti erano costretti al lavoro forzato nelle cave di pietra, con temperature che a volte raggiungevano i 50 gradi. L'alto tasso di mortalità a Nocra era causato principalmente dalla malaria e dalla dissenteria, poi dal cattivo nutrimento e dalle insolazioni.

c) Le stragi. L'intera storia delle conquiste coloniali italiane è punteggiata da stragi e da esecuzioni sommarie. Ma vi sono episodi che emergono per la loro spiccata gravità. Nella notte del 26 ottobre 1926, ad esempio, avendo saputo che lo scek Ali Mohamed Nur, un capo religioso ostile all'Italia, era sfuggito all'arresto e si era barricato con i suoi seguaci nella moschea di El Hagi, a Merca, una cinquantina di coloni italiani di Genale, ex squadristi, armati di moschetti e di fucili da caccia, puntò su Merca, circondò la moschea e trucidò tutti i suoi occupanti, un centinaio di somali. Il massacro sarebbe stato anche più ingente se, al mattino, a sostituire gli squadristi, che intendevano liquidare tutta la popolazione indigena della zona, non fossero intervenuti i reparti dell'esercito.

Dalla Somalia passiamo alla Libia. Nel febbraio del 1930, alla fine delle operazioni per la riconquista del Fezzan, Graziani spinse un migliaio di mugiahidin, con le loro famiglie, verso il confine con l'Algeria e poiché non fece in tempo ad intrappolarli, per due giorni consecutivi lanciò tutti gli aerei a sua disposizione sulle mehalla in fuga. Fu una carneficina, come testimonia lo stesso inviato de Il Regime Fascista, Sandro Sandri, il quale assistette ai bombardamenti e mitragliamenti del «gregge umano composti, oltreché degli armati, da una moltitudine di donne e bambini».

Ma è in Etiopia, nel cristiano e millenario impero del Prete Gianni, che furono consumati i più orrendi eccidi, alcuni dei quali non ancora studiati a fondo per cui il numero delle vittime potrebbe ancora aumentare. Cominciamo con le stragi compiute ad Addis Abeba dopo l'attentato del 19 febbraio 1937 al viceré Graziani. Per tre giorni, su ordine del segretario federale della capitale, Guido Cortese, fu impartita agli etiopici, che erano assolutamente estranei all'attentato, una «lezione indimenticabile». Alla selvaggia repressione presero soprattutto parte camicie nere, civili italiani ed ascari libici e fu condotta, come riferisce un testimone degno di fede, il giornalista Ciro Poggiali, «fulmineamente, coi sistemi del più autentico squadrismo fascista». Quando, il 21 febbraio, Graziani diramò, dall'ospedale in cui era stato ricoverato per le ferite subite, l'ordine di cessare la rappresaglia, la capitale era disseminata di cadaveri. Mille morti, secondo Graziani; da 1.400 a 6.000, secondo le stime dei testimoni stranieri; 30mila, a sentire gli etiopici.

Cessata la strage in Addis Abeba, la repressione continuò in tutte le altre regioni dell'impero. Si dava soprattutto la caccia agli indovini e ai cantastorie, ritenuti responsabili di aver annunciato nelle città e nei villaggi la fine prossima del dominio italiano in Etiopia. Secondo una relazione del colonnello Azolino Hazon, la sola arma dei carabinieri passò per le armi, in meno di quattro mesi, 2.509 indigeni. Alle operazioni repressive partecipò anche l'esercito. Al generale Pietro Maletti venne infatti affidato l'incarico di punire i religiosi della città conventuale di Debrà Libanòs, ingiustamente sospettati di aver favorito l'attentato a Graziani ospitando i due esecutori materiali, gli eritrei Abraham Debotch e Mogus Asghedom. Tra il 18 e il 27 maggio 1937 Maletti portò a termine la sua missione fucilando 449 monaci e diaconi.

Queste cifre le abbiamo desunte dai dispacci che Graziani inviava quotidianamente a Mussolini, e fino a qualche tempo fa le ritenevamo attendibili poiché Graziani ha sempre avuto la tendenza a non celebrare, e soprattutto a non ridurre, le cifre della sua macabra contabilità. Il viceré, infatti, commentando la strage di Debrà Libanòs non aveva mostrato alcuna reticenza nel sottolineare l'estremo rigore della punizione: «E' titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d'animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall'Abuna all'ultimo prete o monaco».

Ma dovevo sbagliarmi sulle cifre della strage. Due miei collaboratori, Ian L. Campbell, dell'Università di Nairobi, e Degife Gabre-Tsadik, dell'Università di Addis Abeba, compivano fra il 1991 e il 1994 alcuni accurati sopralluoghi nelle località in cui Maletti decimò il clero copto e giunsero alla conclusione, dopo aver intervistato alcuni superstiti della strage e alcuni testimoni delle operazioni di Maletti, che le cifre riferite da Graziani erano del tutto inattendibili. In realtà, le mitragliatrici di Maletti hanno abbattuto a Debrà Libanòs, Laga Wolde e a Guassa, non 449 tra preti, monaci, diaconi e debteras, ma un numero di religiosi che si aggira tra i 1.423 e i 2.033. Data la serietà dei due ricercatori e il numero delle testimonianze raccolte, nel 1997 pubblicavo il loro lungo rapporto sul numero 21 di «Studi Piacentini».

Questa non è che una sintesi molto lacunosa dei torti che l'Italia fascista ha fatto alle popolazioni africane da essa amministrate. Dovremmo infatti anche parlare delle leggi razziali, che confinavano gli indigeni nei loro ghetti, anticipando di vent'anni i rigori e gli abusi dell'apartheid sudafricana. Dovremmo ricordare i limiti imposti all'istruzione, tanto che in settant'anni di presenza italiana in Africa nessun indigeno ebbe la facoltà e i mezzi per ottenere un diploma o una laurea. Dovremmo infine ricordare che ai sudditi africani erano riservati soltanto ruoli subalterni, i più modesti ed umilianti. Un fatto del genere non accadeva nelle colonie africane della Francia e della Gran Bretagna.

Questi crimini furono accuratamente nascosti agli italiani con tutti gli strumenti di cui può disporre una dittatura. E se qualche verità filtrava all'estero, ad esempio sui gas impiegati in Etiopia, il regime reagiva rabbiosamente sostenendo che un popolo che stava portando la civiltà in Africa non poteva macchiarsi di tali infamie.

Molti testimoni italiani di stragi o dell'impiego delle armi chimiche si decideranno a svelare i loro segreti soltanto trenta, quaranta, cinquanta anni dopo gli avvenimenti e sempre con qualche reticenza. Altri, invece, e sono i più numerosi, non hanno mai testimoniato sui crimini, perché non li ritenevano tali, ma li consideravano normali pratiche per tenere a freno popolazioni che giudicavano barbare. Molti, fra costoro, si sono fatti fotografare in posa dinanzi alle forche o reggendo per i capelli teste mozze di patrioti etiopici.

Questa macabra, allucinante documentazione fotografica è visibile negli Archivi storici di Addis Abeba e proviene dagli uffici degli organi giudiziari italiani scampati alle distruzioni della guerra, o dai portafogli degli italiani finiti prigionieri degli etiopici alla caduta dell'impero.

Il mito degli «italiani brava gente» cominciò ad affermarsi quando ancora l'Italia era impegnata in Africa a difendere i suoi territori. Se si sfogliano le riviste coloniali dell'epoca si nota l'insistenza con la quale il regime fascista cercava di accreditare la tesi dell'italiano impareggiabile costruttore di strade, ospedali, scuole; dell'italiano che in colonia è pronto a deporre il fucile per impugnare la vanga; dell'italiano gran lavoratore, generoso al punto da porre la sua esperienza al servizio degli indigeni. Si tentava, insomma, di costruire il mito di un italiano diverso dagli altri colonizzatori, più intraprendente e dinamico, ma anche più buono, più prodigo, più tollerante. Insomma il prodotto esemplare di una civiltà millenaria, illuminato dalla fede cattolica, fortificato dalla dottrina fascista. Questo mito sopravviverà alla sconfitta nella seconda guerra mondiale e impregnerà tutti i documenti che i primi governi della Repubblica presenteranno alle Nazioni unite o ad altre assise internazionali nel tentativo, fallito, di salvare, se non tutte, almeno le colonie prefasciste.

Non soltanto resisteva il mito degli «italiani brava gente», ma si impediva con ogni mezzo che si svolgesse nel paese un sereno e costruttivo dibattito sul colonialismo. Gli effetti del mancato dibattito sono visibili, come sono palesi i danni arrecati. Il primo dato negativo è la rimozione quasi totale, nella memoria e nella cultura storica dell'Italia, del fenomeno dell'imperialismo e degli arbitri, soprusi, crimini, genocidi ad esso connessi. A 117 anni dallo sbarco a Massaua del colonnello Tancredi Saletta, a 91 dallo sbarco del generale Caneva a Tripoli, a 67 dall'aggressione fascista all'Etiopia, l'Italia repubblicana non ha ancora saputo sbarazzarsi dei miti, delle leggende, delle contraffazioni che si sono formate nel periodo coloniale, mentre una minoranza non insignificante di reduci e di nostalgici li coltiva amorevolmente e li difende con iattanza.

Non soltanto è stato contrastato ogni tentativo di aprire un dibattito a livello nazionale sul colonialismo, che coinvolgesse storici, forze politiche ed opinione pubblica, ma si è anche tentato, da parte di alcune istituzioni dello Stato, di esercitare il monopolio su alcuni archivi per impedire che affiorasse la verità, mentre una storiografia di segno moderato o revanscista favoriva palesemente la rimozione delle colpe coloniali.

A quando i processi postumi ai Badoglio, ai Graziani, ai De Bono, ai Lessona, ai Cortese, ai Maletti e a tutti gli altri responsabili dei genocidi africani rimasti impuniti? A quando la verità nei libri di testo scolastici, che ignorano persino l'argomento? A quando la proiezione sulla Tv di Stato dell'inchiesta televisiva «Fascist Legacy» di Ken Kirby e Michael Palumbo sui crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani? Come è noto, la Rai-Tv acquistò questo filmato dalla Bbc molti anni fa ma non lo ha mai trasmesso. Perché? Per quali veti? Per quale ipocrita riserbo? Per quale motivo è ancora proibito proiettare nelle sale Il Leone del deserto, il film di Akkad che narra l'epopea tragica di Omar el-Mukhtàr, impiccato da Graziani nel lager di Soluch?


Tripoli 1943 / Addio all'Africa italiana


La fine dell'impero 

Angelo Del Boca

http://www.nigrizia.it/doc.asp?ID=5284 

Seguita alla sconfitta di El Alamein, la caduta di Tripoli chiuse un'epoca. A sessant'anni di distanza, il maggior storico del colonialismo italiano ci ricorda quanto è costato - in termini di guerra di conquista, eccidi e spoliazioni - il nostro sogno coloniale a Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia. Negativo anche il bilancio militare ed economico.


I1 23 gennaio 1943, giusto sessant'anni fa, il vice governatore della Libia, Francesco San Marco, affiancato dal prefetto di Tripoli, il duca Alberto Denti di Pirajno, si recava a Porta Benito, dove il generale Bernard Law Montgomery aveva posto il suo quartier generale, e gli consegnava le chiavi di Tripoli.
Nel ricordare il breve discorso del vincitore, Denti di Pirajno, che era, oltre che un alto e stimato funzionario coloniale, uno scrittore finissimo, così si esprimeva: «Montgomery non mi piacque, sia perché il vinto non trova mai simpatico il vincitore, sia perché ci parlava senza guardarci, col capo insaccato fra le spalle rachitiche e lo sguardo inchiodato al suolo. Ebbi allora l'impressione che con questo atteggiamento volesse ostentare il poco conto in cui ci teneva e questo, in un conquistatore, mi parve ingeneroso».

Il prefetto di Tripoli non era soltanto turbato per il disprezzo che il vincitore della battaglia di El Alamein ostentava nei riguardi delle autorità italiane. Era anche avvilito per la mancata difesa di Tripoli, che militari e gerarchi fascisti avevano solennemente promesso di operare ad oltranza, casa per casa. Ma al momento di mettere in pratica questi bellicosi propositi - riferiva Denti di Pirajno - «tutti se ne erano andati: i condottieri che avevano giurato di difendere la città sino all'ultimo mattone, i gerarchi del "di qui non si passa". L'ultima nave ospedale, dirottata su Zuara, era partita vuota di feriti, ma stracarica di greche, di aquile, di medaglie».

Con la caduta di Tripoli, ultimo lembo di terra africana ancora presidiato dall'Italia, si concludeva un'epoca. Finiva la spinta espansionistica che aveva avuto inizio nel 1869 con l'occupazione della baia di Assab, nel Mar Rosso. Crollava l'ultimo pilastro dell'impero dell'Africa italiana, voluto con ostinazione da Benito Mussolini, con un costo altissimo di vite umane e di risorse economiche. Dopo settant'anni di presenza italiana in Africa, il nostro paese usciva definitivamente dal Continente Nero lasciandovi il ricordo indelebile di stragi, di deportazioni, di devastazioni, di spoliazioni. Inutilmente Mussolini lanciava il 9 maggio 1943, celebrando l'anniversario della fondazione di un impero che oramai non c'era più, la parola d'ordine : "Torneremo". Due mesi dopo cadeva il regime fascista e con esso tutti i miti che aveva creato.


Dogali, Adua, Kars bu Hadi

II bilancio della presenza italiana in Africa non poteva, sotto tutti i punti di vista, essere più negativo. Sotto il profilo del prestigio militare l'Italia ne usciva malconcia. Alla resa dei conti, infatti, erano più le sconfitte che i successi. Dogali, Adua, Kars bu Hadi non erano soltanto brucianti disfatte. Mettevano in evidenza tutti i difetti del tardo colonialismo italiano: dilettantismo, imprevidenza, iattanza, disprezzo per l'avversario, eroismo di chi ormai non ha scampo e alla fine preferisce la morte al tribunale militare.

Ad Adua, Oreste Baratieri, con 5mila morti, 2mila prigionieri e la perdita di tutti i cannoni, si aggiudicava la palma del generale più sconsiderato, più inesperto, più biasimevole. A Kars bu Hadi, il colonnello Antonio Miani perdeva mille uomini, 5mila fucili, alcuni milioni di cartucce, 6 sezioni di artiglieria, tutte le mitragliatrici, l'intero convoglio di rifornimenti e persino la cassa militare. Tante armi, viveri e denaro da alimentare e rendere vincente la rivolta araba. In pochi mesi i mujaheddin avrebbero ripreso tutti i territori conquistati dagli italiani in quattro anni di guerre, salvo Tripoli e poche altre città della costa.

Si faceva così strada la convinzione, negli alti comandi, che, per strappare una sicura vittoria, fosse necessario mettere in campo uomini e mezzi che fossero almeno il doppio di quelli schierati dall'avversario. Infatti, memore di Adua, Mussolini impiegava nella conquista dell'Etiopia armate così possenti e soverchianti come l'Africa non aveva mai visto. E paventando ancora amare sorprese, ordinava a Badoglio e a Graziani di aggiungere alle armi convenzionali anche quella proibita dei gas, violando così gli accordi internazionali che l'Italia aveva sottoscritto.

Poi, un giorno, per questi condottieri troppo celebrati e persino mitizzati, sarebbe venuto il momento della verità. Nel giudicare l'operato di Rodolfo Graziani in Africa settentrionale, nel corso della seconda guerra mondiale, l'addetto militare tedesco a Roma, Enno von Rintelen, così si esprimeva: «Egli condusse la guerra in Africa come una campagna coloniale; i suoi avversari non erano però dei nativi, bensì dei soldati dell'impero mondiale britannico».

Graziani si era costruito tutta la sua fortuna, in Libia e in Etiopia, battendo formazioni di patrioti male armate, ricche soltanto di un indomito coraggio. Ma posto di fronte ad un esercito regolare e modernamente equipaggiato, egli rivelava tutti i suoi limiti, perdeva il controllo di sé stesso e delle sue armate, la sua leggenda si trasformava in una penosa parodia. E con lui scomparivano dalla scena, uccisi o fatti prigionieri, i Bergonzoli, i Gallina, i Tracchia, i Pitassi Mannella, che con troppa facilità avevano raggiunto i massimi gradi nella campagne coloniali. Scompariva anche il generale Pietro Maletti, che nel 1937, in Etiopia, aveva massacrato duemila monaci e diaconi della città conventuale di Debrà Libanòs.


Fallimento del fascismo

Se le campagne coloniali non avevano certo aumentato il prestigio dell'esercito italiano, il bilancio economico si chiudeva in net-ta perdita. Fra i motivi che avevano spinto l'Italia a partecipare allo "scramble for Africa", c'era stato anche quello di dirottare la corrente emigratoria, che aveva sempre preferito le Americhe, verso le colonie che l'Italia si era aggiudicata in Africa. Nella sola Etiopia, Mussolini aveva ipotizzato di inviare due milioni di contadini senza terre, ma nel 1940, allo scoppio della seconda guerra mondiale, i coloni insediati sulle migliori terre etiopiche erano soltanto 31mila. Anche nelle altre colonie, decisamente più povere dell'Etiopia, l'afflusso degli italiani era stato più che deludente. In settant'anni, di fronte a venti milioni di disperati che avevano scelto le Americhe, gli italiani che avevano optato per l'Africa erano appena 300mila.

Per rendere più agevole il loro insediamento (non certo per mi-gliorare la sorte dei nativi), lo stato italiano aveva impegnato forti capitali nella realizzazione di alcuni progetti. Citiamo, ad esempio, i comprensori di bonifica lungo il Giuba e 1'Uebi Scebeli, in Somalia; quello di Tessenei in Eritrea; le decine di villaggi agricoli costruiti sul finire degli anni '30 in Tripolitania e in Cirenaica. Ma i maggiori investimenti Roma li realizzava in Etiopia.
Per il solo sistema viario, vitale per incrementare i traffici e per spostare rapidamente le truppe, venivano importati dall'Italia 1.192.000 quintali di cemento, 72.600 quintali di ferro, 12.319 quintali di dinamite, il tutto gravato dai noli marittimi, dal pesante pedaggio del canale di Suez, dai prezzi proibitivi imposti dai "padroncini" per i trasporti su autocarro.

Osservando, costernato, lo sperpero del denaro pubblico, il ministro degli Scambi e Valute Felice Guarneri scriveva: «Tutta l'economia dell'impero prosperava in un clima artificioso, che traeva alimento unicamente dalla trasfusione di beni e ricchezze che la madrepatria faceva con generosità da gran signora. Era mia profonda convinzione che noi non avremmo potuto durare a lungo nello sforzo». Si rischiava la bancarotta.

Questo immenso sforzo, realizzato, fra l'altro, tutto a detrimento del Sud dell'Italia, i cui problemi, nel clima di esaltazione imperiale, venivano ignorati, non sarebbe servito a nulla. Con l'entrata in guerra dell'Italia, il 10 giugno 1940, l'Africa Orientale Italiana (Aoi) rimaneva isolata dalla madrepatria e risultava accerchiata da territori in gran parte amministrati dalla Gran Bretagna. La difesa dell'Aoi non sarebbe durata che diciassette mesi. Prima ad essere occupata dalle forze alleate era la Somalia, poi l'Eritrea (nonostante l'accanita resistenza a Cheren) e, per ultima, l'Etiopia. Il mattino del 28 novembre 1941 si arrendevano gli ultimi capisaldi di Ualag, Chercher, Celgà e Gorgorà, nella regione di Gondar. L'impero voluto da Mussolini non esisteva più.

C'erano altri bilanci da stilare. Eravamo andati in Africa per portarvi la civiltà e il benessere, perché questo - si diceva all'epoca - era il "fardello" dell'uomo bianco. Ma, alla resa dei conti, non avevamo portato alcuno sviluppo. Avevamo soltanto adottato una politica di rapina, che consisteva nel riservare ai coloni italiani le migliori terre e nell'impedire la creazione di una classe dirigente africana proibendo ai nativi l'accesso agli studi.

Nel 1950, ad esempio, quando l'Italia ritornava in Somalia con il mandato delle Nazioni Unite di condurla in dieci anni all'indipendenza, sul paese dei somali gravava ancora la più buia notte coloniale. I suoi primati erano tutti negativi. Il tasso di analfabetismo toccava il 99,40 per cento. Nessun somalo era riuscito a diplomarsi o a laurearsi. Su di una popolazione di 1.242.000 abitanti, soltanto 20mila vivevano in case in muratura, tutti gli altri in baracche, tende, tucul e arich. C'era un medico ogni 60mila anime e 1.254 postiletto nei dieci ospedaletti distribuiti su di un territorio vasto come una volta e mezza l'Italia.


400mila morti

C'era, infine, un ultimo e tragico bilancio da compiere. Qual era il costo della presenza italiana in Africa? Quante vittime avevano mietuto le guerre di conquista, le operazioni di grande polizia coloniale, le azioni di contro guerriglia, il lancio dei gas sulle popolazioni civili? Anche se, in questi casi, le stime sono sempre necessariamente approssimative, si può comunque sostenere che, fra il 1890 e il 1941, sono morti, a causa dell'espansionismo italiano, circa 400mila fra eritrei, somali, libici ed etiopici. Il paese maggiormente colpito è stato la Libia, con 100mila morti: questi ultimi sicuri, non "approssimativi", schedati uno per uno negli archivi del Libyan Studies Center di Tripoli.

Il cinquanta per cento morti in combattimento, l'altro cinquanta durante la deportazione in massa delle popolazioni della Marmarica e del Gebel Akhdar e nei tredici campi di concentramento costruiti nell'inferno della Sirtica. Per dare un'idea della decimazione subìta dai libici ricordiamo che, all'epoca, la Libia contava 800 mila abitanti. Come a dire che un libico su otto ha perso la vita a causa della presenza ostile degli italiani.

L'altro paese che ha pagato un prezzo altissimo nei tentativi di difendere la propria indipendenza è l'Etiopia di Hailé Selassiè. Anche se la cifra di 760mila morti, fornita alle Nazioni Unite dalle autorità etiopiche, appare decisamente eccessiva, quella di 300mila vittime non è molto lontana dalla realtà.

A questa cifra si arriva sommando i caduti militari e civili durante il conflitto italoetiopico del 1935-36; i patrioti uccisi in combattimento o fucilati dopo un processo sommario nei cinque anni della guerriglia; i militari e civili (fra questi ultimi, moltissimi esponenti del clero copto) assassinati in seguito all'attentato a Graziani del 19 febbraio 1937; i confinati deceduti per privazioni ed epidemie nei lager di Danane e di Nocra; i contadini morti a causa dei patimenti subiti dopo la distruzione dei loro villaggi e il saccheggio dei loro beni.

Per questi morti e per i danni causati dall'aggressione fascista, l'Etiopia chiese all'Italia un risarcimento di 184 milioni di sterline. Roma chiuse la partita con 6.250.000 sterline. Con altri paesi, come la Libia, fu ancora più avara.
L'Italia poteva tornare in Africa, nel dopoguerra, per riparare i suoi torti e per rifarsi una reputazione. Invece non ha pagato i suoi debiti (o lo ha fatto in maniera insufficiente) e ha destinato male i suoi aiuti, usando una politica non giusta, non riparatrice, non lungimirante. Una politica spicciola, povera di fantasia e di vera solidarietà. Una politica che non ha il senso della storia, che non conserva la memoria del passato.


http://www.pasti.org/delboca2.html 

Le atrocità ignorate del colonialismo italiano

In tempi di revisionismo storico dilagante (vedi le falsità e manipolazioni sulle "foibe") ci sembra utile segnalare la proposta dello storico Angelo Del Boca di un monumento alle vittime delle guerre italiane in Africa con cui sostituire l'obelisco finalmente restituito all'Etiopia. Angelo Del Boca da Il Manifesto del 20 aprile.

Finalmente, dopo 68 anni, l'obelisco di Axum è tornato a casa, nel quartiere ecclesiastico di Nefas, lungo le rive del Mai Heggià. Quando, a giorni, le sue tre parti, trasferite in Etiopia nel ventre di un Antonov ucraino, saranno riunite, e potrà essere di nuovo innalzato verso il cielo, finalmente gli etiopici potranno ammirare questo straordinario esemplare di arte axumita, diventato col tempo, nella febbrile attesa del suo rimpatrio, anche un simbolo del patriottismo etiopico. Con la restituzione di questo monumento, imposta all'Italia dall'articolo 37 del Trattato di pace di Parigi, nel lontano, lontanissimo 1947, si chiude, dopo rinvii immotivati, tentativi di sabotare l'obbligo, false storie di donazioni, finti problemi tecnici, la più incredibile, la più sconcertante, la più vergognosa telenovela che il nostro inaffidabile paese abbia mai prodotto.

È molto probabile che l'idea di trasferire in Italia uno degli obelischi di Axum sia venuta ad Alessandro Lessona, a quel tempo ministro dell'Africa Italiana. Lessona conosceva molto bene Mussolini, la sua infinita vanità. Sapeva che un omaggio, di stampo autenticamente imperiale come un monumento dell'antica civiltà axumita, non poteva che riuscirgli gradito. Affidò perciò l'incarico all'archeologo Ugo Monneret di Villard, che stava conducendo degli scavi proprio nella zona di Axum, di scegliere uno degli obelischi e di trasferirlo in Italia. La scelta dell'archeologo cadde su di un monolito alto 24 metri e del peso di 160 tonnellate, che giaceva a terra spezzato in tre parti. Iniziati nel 1937, i lavori per il recupero e il trasporto del monumento sino al porto di imbarco di Massaua, durarono tre mesi.

Furono gli operai della Gondrand, sotto la guida del piacentino Mario Buschi, a portare a termine il difficile trasporto, per il quale fu addirittura necessario sbancare fette di montagna. Trasferito a Napoli e quindi a Roma, l'obelisco veniva eretto sul piazzale di Porta Capena. Con questa straordinaria preda di guerra, complice Lessona, Mussolini poteva così celebrare, il 28 ottobre 1937, il quindicesimo anniversario della marcia su Roma.

Adesso che l'Italia, sia pure a denti stretti, ha assolto al suo obbligo di restituire il mal tolto, a Porta Capena c'è un vuoto da riempire. Noi vorremmo oggi rinnovare la proposta che il 23 ottobre 2002 facemmo proprio sulle colonne de il manifesto. Quella di sostituire l'obelisco di Axum con un altro obelisco, sia pure di ridotte dimensioni, sul quale incidere semplicemente delle date e dei nomi. Le date degli eccidi consumati nelle ex colonie italiane, delle deportazioni di intere popolazioni, della creazione dei lager della Sirtica, di Danane, di Nocra. E i nomi dei patrioti che più si sono distinti nella difesa delle loro terre. Pensiamo al degiac eritreo Batha Hagos, al somalo Mohammed ben Abdalla Hassan, al libico Omar al-Mukhtar, agli etiopici ras Destà Damteu, degiac Nasibù Zamanuel, abuna Petros. Alcuni di questi leader chiusero la loro esistenza dinanzi ad un plotone di esecuzione o appesi ad un cappio. Impossibile scolpire nella pietra i nomi di tutti i patrioti uccisi. Soltanto i libici sono centomila. Trecentomila gli etiopici.

Con la restituzione dell'obelisco di Axum abbiamo soltanto sciolto un obbligo di carattere internazionale, non abbiamo per nulla affrontato il problema delle colpe coloniali e degli obblighi di natura morale. È vero che l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro, nella sua visita ad Addis Abeba, ha chiesto perdono agli etiopici per i crimini commessi dall'Italia fascista; e che l'allora capo del governo Massimo D'Alema, nel suo viaggio a Tripoli, sostando dinanzi al monumento ai martiri di Sciara Sciat, ha esclamato: «Qui gli eroi nazionali sono stati giustiziati dagli italiani». Ma queste chiare ammissioni di colpa non sono state seguite da gesti concreti. Mentre nel paese è tutt'altro che chiusa la lunga stagione delle amnesie, delle rimozioni, del revisionismo revanscista.

Mentre ad Axum accorrono i pellegrini festanti per venerare la stele restituita, sarebbe opportuno e molto significativo che in Italia si desse inizio a quel dibattito storico sul colonialismo, tante volte ostacolato o rimandato. Con il risultato che l'Italia repubblicana e democratica non ha ancora saputo sbarazzarsi dei miti e delle leggende che si sono formati nel secolo scorso, mentre una minoranza non insignificante di nostalgici li coltiva amorevolmente.

Angelo Del Boca


http://www.pasti.org/delboca2.html 

Le infamie del colonialismo italiano in Libia sono state quasi sempre rimosse in Italia. Anzi, ai responsabili si erigono monumenti. Ecco qualche testo per non dimenticare

L'INFAMIA DELLE DEPORTAZIONI

Da: "Gli italiani in Libia, dal fascismo a Gheddafi"
di Angelo Del Boca, Laterza, 1991, cap. IV

L'esproprio delle zavie

Proseguendo il riordino organizzativo della colonia e la lotta senza quartiere contro la Senussia, nella prima decade di maggio del 1930 Graziani adotta un altro provvedimento particolarmente severo: il raggruppamento coatto delle popolazioni indigene nelle vicinanze dei presidi italiani. Con questa misura presa contemporaneamente al razionamento dei viveri, il vicegovernatore della Cirenaica confida di disseccare la principale sorgente che alimenta la ribellione. Ha così inizio la prima, biblica migrazione dai territori dell'altipiano verso le zone più sicure della costa. Quasi 900 tende Abid vengono riunite nella piana di Barce; 1400 tende Dorsa intorno a Tolmeta; altre 3600 tende, che prima erano sparse sino a el Mechili, vengono raggruppate fra Cirene e Derna. Ma non si tratta di un provvedimento definitivo, poiché tanto De Bono che Badoglio hanno in mente una operazione più vasta e radicale, che porti allo sgombero totale del Gebel Achdar. Questa di maggio, dunque, è soltanto la prova generale della deportazione in massa che verrà fatta tra luglio ed agosto.

Si è appena conclusa questa operazione quando Graziani, con il consenso di Badoglio e di Roma, applica una nuova misura: I'esproprio integrale dei beni mobili ed immobili delle zavie senussite. Il provvedimento, già allo studio da un paio di anni, era sempre stato rinviato perché si temeva di turbare la coscienza religiosa delle popolazioni libiche e di commuovere l'opinione pubblica musulmana (1), poiché le zavie erano, prima che organi di propaganda politica e di collegamento tra le popolazioni e i ribelli, centri spirituali ed assistenziali. Le ultime perplessità vengono però a cadere nel maggio del 1930 quando lo scontro con la Senussia si fa totale. « Mai il governo italiano si è trovato in vera lotta armata di fronte alla Senussia come lo è attualmente; - scrive Badoglio a De Bono - mai la Senussia ha fatto appello come ora a tutti i suoi aderenti per averne aiuti materiali e morali al fine di constrastare il nostro dominio; mai è ricorsa a intimidazioni, a minacce, a violenze di ogni genere per sollevarci contro i nostri sudditi. A questa decisa azione di ostilità, è giusto e doveroso contrapporre da parte nostra un identico atteggiamento Le mezze misure non giovano a nulla. Quando si è in guerra, non è lecito avere degli scrupoli e conservare al nemico le proprietà da cui ricava i mezzi per continuare la lotta » (2).

Il 29 maggio reparti di carabinieri invadono simultaneamente le sedi di tutte le zavie (3), traggono in arresto 31 capi zavia e pongono i sigilli sulle proprietà della confraternita. I capi religiosi sono dapprima confinati in un campo nei pressi di Benina; poi, sembrando imprudente mantenerli in Cirenaica, il 28 settembre vengono imbarcati sul cacciatorpediniere Stocco ed awiati ad Ustica (4). Nel bando diramato agli indigeni il 2 giugno, Graziani spiega i motivi del grave provvedimento e soggiunge: « Da oggi siete tutti liberati dal pagamento della zacat, anzi chi lo farà ugualmente, sarà considerato reo di tradimento e punito perciò con la morte » (5). Per Omar alMukhtàr il colpo è durissimo. In pochi giorni egli si vede privato prima del sostegno delle popolazioni, poi del supporto delle zavie, che gli fornivano, con le decime, senti di ogni genere ed informazioni. Comunque non si abbatte e fa sapere che non concluderà alcuna pace che sia in contrasto con gli interessi della Senussia e che « combatterà sino alla morte » (6).

Il patrimonio confiscato è enorme. Si tratta di centinaia di case e di quasi 70 mila ettari della miglior terra della Cirenaica. Per fare qualche esempio, la sola zavia di Bengasi ha 8 immobili e 2 mila ettari di orti e giardini; quella di Tilimum ha 12 immobili ed una rendita di 15 mila lire annue nette; quella di Marada possiede 11 giardini e 517 palme sparse nell'oasi; quella di Tocra 19 immobili; quella di Mrassas 15 mila ettari (7). Secondo le stime fatte fare da Graziani il reddito annuo delle zavie, escluse quelle di Giarabub e di Cufra, supera le 200 mila lire, gran parte delle quali finivano nelle casse della ribellione. « Considero pertanto la chiusura delle zavie - scrive Graziani a Badoglio il 14 giugno - un provvedimento fondamentale per lo stroncamento della ribellione» (8)

Nel timore, però, che il provvedimento provochi l'indignazione e la collera delle popolazioni musulmane, Graziani chiede a Mohammed er-Ridà di stilare e di divulgare un documento a favore della chiusura delle zavie. Il Senusso, ormai incapace di opporsi alle sempre più frequenti pressioni degli italiani, accetta l'incarico e dirama un comunicato con il quale sconfessa l'operato dei suoi fratelli Mohammed Idris e Ahmed esh-Sherif, invita i ribelli a sottomettersi « al caro Graziani », che è « un padre compassionevole, clemente, misericordioso e giusto » e soggiunge: « Il sequestro dei beni della Senussia e la loro confisca oggi è un provvedimento giusto, poiché lo hanno causato i miei fratelli. Essi pertanto sono i responsabili di fronte ai capi della Confraternita per il male che hanno fatto » (9). A favore della misura si schiera anche il direttore del giornale bengasino « Berid Barca », Mohammed Mohesci. L'articolo di questo collaborazionista è quanto di più servile si possa immaginare. Egli definisce le zavie « consolati del nemico » e si meraviglia che siano state chiuse soltanto ora e non nel 1923 dopo la abrogazione degli accordi con la Senussia. « La chiusura di queste zavie - scrive inoltre - mentre sopprime un mezzo non indifferente di connivenza coi ribelli, ritorna a vantaggio della grande maggioranza dei sottomessi in quanto elimina una grave causa che dava luogo all'accusa di connivenza. [...] Non esageriamo dicendo che la parola confisca significa in questo caso liberazione di tali beni religiosi dalle mani degli usurpatori » (10).

Tolte alla ribellione le principali fonti di finanziamento, Graziani decide di sferrare una grande offensiva contro i ribelli, convinto di poter ripetere i successi ottenuti in Tripolitania e di poter mettere una buona volta le mani su Omar al-Mukhtàr. Meditando sul suo passato fortunato e sul fatto che ha piegato ad uno ad uno tutti i capi della guerriglia, Graziani scrive: « Siccome io sono stato seme pre un po' mistico [...], sono stato sempre convinto che questo sia avvenuto non per semplice caso umano, ma per una volontà ed una ispirazione superiore legittimante in me la certezza che i ' capi ribelli sarebbero tutti finiti per le mie mani ' » (11). Con queste convinzioni, il 16 giugno 1930 Graziani lancia quasi tutte le forze presenti in Cirenaica contro i duar di Omar che stanziano nella regione del Fayed, a sud di Cirene. Ma ancora una volta Omar riesce a sgusciare tra le truppe del colonnello Spatocco, che attaccano da nord, e quelle del colonnello Maletti, che incalzano da sud. Il rastrellamento dura fino alla fine di giugno, ma senza alcun risultato apprezzabile.

Il 20 giugno, mentre le operazioni nel Fayed sono ancora in corso, Badoglio invia a Graziani una lunga lettera con la quale critica duramente l'operato del vicegovernatore e gli impartisce nuove direttive intese ad imprimere una netta svolta alla lotta contro la Senussia. « Ho voluto lasciar compiere a V.E. questo primo ciclo operativo senza un mio diretto intervento, - scrive Badoglio - sia per non intralciare l'opera, sia anche per corrispondere al desiderio di V. E. che mi ha telegrafato di rimandare la mia venuta costì a ciclo operativo chiuso. Ma è mio stretto dovere ora intervenire, perché la responsabilità dell'azione viene direttamente a me, prima di giungere al ministero ».

Chiarito l'ordine delle responsabilità, Badoglio analizza l'azione condotta nel Fayed da Graziani e tutte le operazioni che l'hanno preceduta a partire dal 1923 per giungere a concludere « che le manovre chiamate a largo raggio sono sempre fallite e saranno sempre, finché durano le attuali condizioni, destinate al fallimento ». Due sono le cause essenziali del ricorrente insuccesso: «Il vigilantissimo servizio di protezione e di informazione dei ribelli » e la straordinaria abilità di Omar alMukhtàr, il quale non si lascia mai cogliere da « megalomania guerriera » e, « da freddo e sereno valutatore delle sue forze e delle conseguenti possibilità, rifiuta il combattimento e disperde le sue forze [...]. Se V.E. esamina la storia di tutte le operazioni, - continua Badoglio, calcando non poco la mano - vede che sovente abbiamo preso delle greggi, ma non abbiamo mai inferto colpi severi all'avversario, appunto per la persistenza delle condizioni suaccennate ».

Se dunque la controguerriglia tradizionale non dà alcun frutto, bisogna adottare, precisa Badoglio, altri metodi, anche se severissimi o addirittura catastrofici per i libici: « Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla sino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica ». Per realizzare il distacco territoriale tra ribelli e sottomessi, prosegue Badoglio, « urge far rifluire in uno spazio ristretto tutta la popolazione sottomessa, in modo da poterla adeguatamente sorvegliare ed in modo che vi sia uno spazio di assoluto rispetto tra essa e i ribelli. Fatto questo, allora si passa all'azione diretta contro i ribelli » (12).

Cinque giorni dopo aver scritto questa lettera, che provocherà la deportazione dal Gebel di 100 mila arabi, Badoglio si incontra con Graziani ed insieme concertano le modalità per effettuare l'operazione, che non ha forse precedenti nella storia dell'Africa moderna. Badoglio non è però il solo responsabile di questa infamia (13). Il ministro De Bono sollecitava questa misura estrema da tempo e non ci risulta che Mussolini abbia avuto qualche scrupolo nell'approvarla. Badoglio è soltanto il cervello che ha teorizzato i vantaggi della deportazione, l'uomo che ha messo in moto l'ingranaggio letale. E' certo, tuttavia, che egli imbocca la via della repressione più spietata dopo che il suo doppio gioco è stato smascherato da Omar al-Mukhtàr. C'è indubbiamente, nella sua scelta di un provvedimento che può condurre, come condurrà, allo sterminio di un popolo, un fatto personale, un rancore sordo, che spartirà con Graziani. Entrambi non saranno soddisfatti che quando vedranno il corpo del vecchio Omar oscillare appeso alla forca, nella piana di Soluch.

I lager della Sirtica

Il provvedimento di sgombero della Cirenaica non colpisce le popolazioni dell'intero territorio. Ne sono escluse quelle urbanizzate (circa 50 mila persone), quelle stabili intorno ai centri costieri (10-15 mila) e inoltre quelle delle oasi dell'interno (5-10 mila), le prime perché più fidate, le altre perché facilmente controllabili e comunque lontane dalle regioni dove più viva è la ribellione. Vengono invece deportate tutte le popolazioni nomadi e seminomadi, per un complesso di 90-100 mila persone, a seconda delle stime (14). Deciso il 25 giugno, dopo l'incontro a Bengasi tra Badoglio e Graziani, lo sgombero totale dell'altipiano comincia a compiersi due giorni dopo e il 7 luglio, come apprendiamo da un telegramma di Badoglio a De Bono, è in pieno svolgimento senza che Omar al-Mukhtàr vi si possa opporre. Scrive Badoglio: « Gli Auaghir sono tutti riuniti fra Giardina, Soluch e Ghemines. Ho loro parlato assai severamente ieri mattina. Domani sarà ultimato il concentramento dei Braasa, Darsa e Abid fra Tolmeta e Tocra. Martedì si inizierà lo spostamento degli Abeidat. Questo imponente movimento sarà ultimato verso il 20. [...] La raccolta dell'orzo sull'altipiano sarà terminata con la fine dei movimenti di concentramento, cosicché nessun indigeno dovrà più trovarsi sull'altipiano, e chiunque sarà incontrato sarà passato per le armi come ribelle » (15).

Nella stessa giornata del 7 luglio Badoglio emana il foglio d'ordine n. 151 riservato ai comandanti militari e ai funzionari civili della colonia. Con questo documento, che rivela un linguaggio nuovo, più scopertamente brutale, Badoglio informa i suoi collaboratori che la popolazione indigena ha accolto il grave provvedimento « senza alcuna reazione, anzi con supina obbedienza, come con uguale sentimento aveva subito il ritiro delle armi. Essa ha perfettamente compreso che la forza è nelle mani del Governo, non solo, ma che il Governo è deciso a qualsiasi estremo provvedimento pur di ottenere l'esecuzione perfetta degli ordini impartiti ». Dopo aver raccomandato di esercitare la massima vigilanza intorno ai campi di concentramento che si stanno costituendo, « giacché ogni minimo allentamento frustra tutta l'efficacia dei provvedimenti in corso e prolunga la ribellione», Badoglio precisa come si dovrà d'ora innanzi combattere l'ultima campagna contro i duar di Omar.

« Bisogna assolutamente bandire il sistema arabo della sparatoria da lontano », scrive Badoglio. L'avversario va agganciato, va aggredito all'arma bianca. E se riesce a sottrarsi all'accerchiamento, va subito organizzato l'inseguimento, che non deve conoscere limiti ed «essere feroce, inesorabile. Deve essere una vera caccia al ribelle nella quale sarà redditizio ogni atto della più sfrenata audacia » (16).

Tra giugno e luglio viene completata l'evacuazione del primo e del secondo gradino del Gebel, il che provoca il vuoto intorno ad Omar al-Mukhtàr, ormai costretto a rifornirsi soltanto in Egitto. Un testimone di questo esodo forzato, Federico Ravagli, lo descrive con versi assai modesti, che hanno il solo intento di perfezionare il mito di Graziani:

 

« D'oltre confine arrivan armi e messi
sul Gebel, dove la rivolta ha sede;
non son le zavie i templi de la fede,
non son fedeli e puri i sottomessi.

Genti, alla costa! », disse: e senza ambagi
un'immonda migrò biblica schiera,
sottratta a l'odio ai morbi ed ai contagi.

E perché un varco sol non fosse aperto,
gettò di ferro un'ispida barriera
da Solum a le soglie del deserto (17).

 

Completato il trasferimento delle popolazioni dal Gebel alla costa, Graziani si accorge che il distacco tra sottomessi e ribelli non è però completo. Non è cessato del tutto, infatti, né il pagamento delle decime, né le fughe dai campi degli uomini validi per riempire i vuoti dei duar. D'accordo con Badoglio, Graziani applica allora misure più radicali e, fra queste, il trasferimento dei campi di concentramento nel sudbengasino e nella Sirtica, regioni notoriamente fra le più inospitali. « Il paese di el Magrun - riferisce il giornalista Os. Felici - è sorto sulla terribile piana riarsa, senza una mica d'ombra, appunto per raccogliere i nomadi. Graziani ha pensato che, a cominciare dal luogo, essi debbono avere la sensazione precisa del castigo » (18).

Il materiale documentario sulla deportazione delle popolazioni cirenaiche è assai scarso e quel poco che è finito negli archivi di stato è generalmente reticente. Non c'era, in realtà, da gloriarsi dell'operazione e questo forse spiega la carenza dei documenti. Per cui non siamo in grado di descrivere il calvario di tutte le tribù. Disponiamo soltanto di un'ampia e dettagliata relazione sull'esodo degli Auaghir, grazie alla solerzia del commissario regionale di Bengasi, Egidi. In base a questo rapporto, apprendiamo che il 27 giugno reparti di carabinieri e di ascari eritrei fanno sgomberare i centri di Tocra, di Bersis e di Mebni e ne avviano le popolazioni verso il campo provvisorio di Driana, che dista una cinquantina di chilometri. Dopo una sosta di qualche giorno, il 4 luglio gli Auaghir riprendono la marcia scortati dagli ascari. Sono alcune migliaia, in grande maggioranza donne, bambini e vecchi. Al loro seguito 2 mila cammelli, che trasportano le loro povere masserizie. In coda alla carovana il bestiame della tribù, circa 6 mila capi, cioè quel poco che si è salvato dalle razzie e dalle controrazzie.

La carovana segue l'itinerario Driana - Sidi Mansur - Benina en-Nauaghia - Hosc el Ghetaan - Ghemines. Forse duecento chilometri, ma per vie impervie ed in regioni semidesertiche. Sin dai primi giorni di marcia, i più vecchi e i più deboli tendono a staccarsi dalla colonna. Ma gli ordini sono severissimi. Si legge nella relazione: « Non furono ammessi ritardi durante le tappe. Chi indugiava, veniva immediatamente passato per le armi. Un provvedimento così draconiano, fu preso per necessità di cose, restie come erano le popolazioni ad abbandonare le loro terre e i loro beni. Anche il bestiame che, per le condizioni fisiche, non era in grado di proseguire la marcia, veniva immediatamente abbattuto dai gregari a cavallo del nucleo irregolare di polizia che avevano il compito di proteggerlo e di custodirlo » (19).

l percorso fra Driana e Ghemines viene compiuto in dodici giorni. Di questa marcia della morte non sappiamo altro. Nessuno ha tenuto il computo dei ritardatari abbattuti con una fucilata. Né il commissario regionale di Bengasi, né i capi della tribù degli Auaghir. Comunque la dimensione è quella dell'eccidio, come vedremo più avanti quando cercheremo di fare un po' di conti. Ma il calvario non termina a Ghemines. La destinazione finale è Soluch. Altri cento chilometri di deserto, di pene, di cedimenti, di morte. E quando gli Auaghir giungono a destinazione, vengono ammassati in un grande campo circondato da una doppia barriera di filo spinato. Dal quale non usciranno per tre anni.

Non diversi debbono essere stati i trasferimenti delle altre popolazioni. Ma il primato della sofferenza spetta senza alcun dubbio agli Abeidat e ai Marmarici, che in pieno inverno sono costretti a compiere una marcia di 1100 chilometri dalla Marmarica alla Sirtica. Gli Abeidat e i Marmarici erano stati concentrati nel campo di Ain el Gazala, nelle vicinanze di Tobruk. Ma non si erano rassegnati, come gli altri, al loro destino ed avevano deciso di defezionare in massa d'accordo con Omar al-Mukhtàr che agiva nei dintorni. Il complotto era stato però scoperto nel dicembre del 1930 e sventato. Per punizione Graziani ordina il trasferimento dei 6500 Abeidat e Marmarici nella Sirtica e sceglie, per la marcia che dura alcuni mesi, la stagione più inclemente. «Questo energico provvedimento all'estero fece versare torrenti d'inchiostro e fu condannato come barbaro - scrive Imerio da Castellanza -. Del resto, riflettendo che le genti della Marmarica sono nomadi, una marcia un po' più lunga non era poi un castigo sproporzionato allo scopo che Graziani voleva ottenere, cioè la pacificazione della colonia» (20).

Vediamo ora dove sono dislocati i campi di concentramento. Secondo una relazione di Graziani del 2 maggio 1931, cioè a trasferimento ultimato, risulta che i lager più importanti sono concentrati nel sudbengasino e nella Sirtica. L'accampamento più grande è quello di Marsa Brega, che raccoglie 21.117 fra Abeidat e Marmarici. Seguono Soluch, con 20.123 Auaghir, Abid, Orfa, Fuacher e Mogàrba; Sidi Ahmed el Magrun, con 13.050 tra Braasa e Dorsa; el Agheila, con 10.900 fra Mogàrba, Marmarici e parenti dei ribelli in armi; Agedabia, con 10 mila persone, di cui non si specifica la tribù; el Abiar, con 3123 Auaghir. Complessivamente, dunque, questi sei lager raccolgono 78.313 cirenaici (2l). Ai quali vanno aggiunti i confinati nei campi minori di Derna (145 tende), di Apollonia (1354), di Barce (538), di Driana (225), di Sidi Chalifa (130), di Suani el Terria (100), di enNufilia (375) e i due di Bengasi, Coefia e Guarscia (245). Calcolando quattro persone per tenda, si hanno altri 12.448 confinati, che portano il totale generale a 90.761 (22). Ma non è finita. Bisogna tenere conto delle persone abbattute durante le marce di trasferimento e dei morti nei lager, per denutrizione, malattie e tentativi di fuga, nei primi mesi di prigionia. La cifra totale dei deportati sale così a non meno di 100 mila.

Questa cifra rappresenta esattamente la metà degli abitanti della Cirenaica, se teniamo per buono il censimento turco del 1911, che dava una popolazione di 198.300 anime (23). Se si considera che altri 20 mila cirenaici hanno lasciato il paese per rifugiarsi in Egitto, si deve calcolare che soltanto poche decine di migliaia di persone non hanno conosciuto i rigori della deportazione e della detenzione. Rigori che provocano un numero altissimo di decessi. Dalla già citata relazione del commissario regionale di Bengasi, Egidi, apprendiamo infatti che i reclusi del campo di Soluch scendono, in poco più di un anno, da 20.123 a 15.830, e quelli di Sidi Ahmed el Magrun da 13.050 a 10.197 (24). Quando le autorità italiane compiono il 21 aprile 1931 il primo vero censimento, condotto con tecniche moderne, scoprono che gli indigeni sono soltanto 142 mila. In venti anni, in altre parole, la popolazione ddla Cirenaica è diminuita di circa 60 mila unità: 20 mila per l'esodo verso l'Egitto, 40 mila per i rigori della guerra, della deportazione e della prigionia nei lager. In nessun'altra colonia italiana la repressione ha assunto, come in Cirenaica, i caratteri e le dimensioni di un autentico genocidio (25).

Entriamo ora in uno dei lager, quello di Sidi Ahmed el Magrun, ed ascoltiamo ciò che ci riferisce un giornalista fascista, Os. Felici, certo non sospetto di simpatia per i reclusi. «Il campo ha la forma di castrum romano - scrive -. Ogni lato misura milleduecento metri. Dentro, vi sono otto quadrati, disposti in maniera che, davanti ad ogni gruppo di due di essi, vi è altrettanto spazio libero da poter ospitare gli animali. Ogni quadrato conta da quindici a venti file. Tutto è numerato e specificato. Si sa così quali genti ospitino i quadrati, divisi l'uno dall'altro da ampie strade, e le file. Vi è il capo del campo, vi sono i capi quadrato, vi sono i capi fila. Tutti, si badi bene, indigeni » (26).

I tredicimila reclusi di Sidi Ahmed el Magrun vivono in tende, come, del resto, gli abitanti di tutti gli altri campi. «Che cosa siano le tende non è possibile dire - scrive Os. Felici -. Le vele marinaresche più provate e rabberciate non avrebbero nulla da invidiare. Le pezze di Arlecchino sono infinitamente minori delle pezze che la donna beduina s'industria ad applicare a queste case del deserto»(27). Descritte le abitazioni, Felici si chiede: «Come mangia tutta questa gente? Parte di essa è tesserata. E la tessera dà diritto a ritirare ogni dieci giorni tanto orzo in ragione di mezzo chilo a testa»(28). Con razioni così scarse non si vive. E poiché il governo della Cirenaica non intende sobbarcarsi il mantenimento dei reclusi, gli uomini validi vengono impiegati nella costruzione di strade e le donne nella coltivazione di alcuni orti sorti nelle vicinanze dei lager. Altri confinati badano al bestiame e si muovono scortati da reparti di ascari o di carabinieri.

Anche negli altri campi le condizioni economiche delle popolazioni sono poverissime ed ogni giorno si combatte per la sopravvivenza. Di questo diffuso malessere c'è traccia anche nelle relazioni governative, anche se esse, come è ovvio, tendono a celare le vere dimensioni del dramma. Scrive, ad esempio, il commissario regionale di Bengasi: «Le condizioni economiche della popolazione di Soluch non sono troppo floride: il predonaggio con le sue razzie ridusse sensibilmente l'ingente numero di bestiame che, specie gli Abid e gli Orfa, avevano. L'allontanamento dalle loro terre, tanto opportuno e necessario per la sicurezza del territorio, ha contribuito, sia pure in misura tenue, a peggiorare le condizioni»(29). Ben più crudeli ed amare sono le testimonianze dei sopravvissuti. «Ci davano poco da mangiare - riferisce Reth Belgassem -. Dovevamo cercare di sopravvivere con un pugno di riso o di farina e spesso si era troppo stanchi per lavorare»(30). «Ricordo la miseria e le botte - racconta a sua volta Mohammed Bechir Seium -. Ogni giorno qualcuno si prendeva la sua razione di botte. E per mangiare ricordo solo un pezzo di pane duro del peso di centocinquanta o al massimo duecento grammi, che doveva bastare per tutto il giorno»(31).

Pessime anche le condizioni sanitarie dei lager. A Soluch, per ventimila internati, c'è soltanto un medico, il quale, per giunta, deve anche badare ai tredicimila reclusi del campo di Sidi Ahmed el Magrun. A Marsa Brega, dove sono confinati ventunomila cirenaici, «il servizio sanitario — confessa lo stesso Graziani — è attualmente disimpegnato da un sezione fissa di sanità, che lavora sotto il controllo del medico di Agheilat, che si reca a Marsa Brega un paio di volte per settimana»(32). Una vaccinazione antivaiolosa di massa riesce a bloccare questo flagello, ma non altre epidemie. Nel marzo del 1933 il commissario regionale di Bengasi, Egidi, avverte Graziani che a Soluch si sta diffondendo il tifo: «A me e al signor direttore di sanità sembra che il periodo di attesa caldeggiato da codesta direzione sia superato: il tifo petecchiale esiste e si estende. Prego codesta onorevole direzione di volermi fornire le istruzioni ed i mezzi necessari per fronteggiare l'epidemia»(33).

Non bastassero la fame e le epidemie, nei campi i guardiani esercitano ogni sorta di violenze. Racconta Reth Belgassem, recluso ad el Agheila: «Le nostre donne dovevano tenere un recipiente nella tenda per fare i loro bisogni. Avevano paura di uscire. Fuori rischiavano di essere prese dagli etiopi (34) o dagli italiani. Non lasciavamo mai sole le nostre donne. Le tenevamo chiuse tutto il tempo anche se l'odio dei guardiani era quasi tutto rivolto agli uomini» (35). Un tentativo di fuga, un atto di ribellione, il rientro tardivo nei campi sono quasi sempre puniti con la morte. «Le esecuzioni avvenivano sempre verso mezzogiorno in uno spiazzo al centro del campo e gli italiani portavano tutta la gente a guardare - riferisce Reth Belgassem -. Ci costringevano a guardare mentre morivano i nostri fratelli»(36). «Ogni giorno uscivano da el Agheila cinquanta cadaveri - racconta Salem Omran Abu Shabur -. Venivano sepolti in fosse comuni. Cinquanta cadaveri al giorno, tutti i giorni. Li contavamo sempre. Gente che veniva uccisa. Gente impiccata o fucilata. O persone che morivano di fame o di malattia»(37).

Di questa tragica realtà poco trapela in Italia, dove, del resto, si hanno scarse notizie anche sulla guerra libica, che si trascina, dimenticata, da vent'anni. E quel poco che trapela passa attraverso il filtro severo della censura o viene deformato dagli organi della propaganda. Così, per «L'Oltremare», il campo di Soluch è una specie di paradiso dove fioriscono l'ordine e una disciplina perfetti» e dove «regna ovunque l'igiene e la pulizia»(38). Anche per Giuseppe Bedendo, il cantore delle gesta di Graziani, i lager sono istituzioni benefiche, per le quali il vicegovernatore non ha proprio nulla da vergognarsi, al contrario:

 

Jè dette da magna, tutto jè dette,
medichi, medicine, garze, benne,
jè dette stoffe pè fasse le tenne
e jè spedì financo le ricette.

Era concentramento, era galera?
Quello ch'à fatto, no, nun era abbuso! (39).

 

E pazienza che questi giudizi vengano espressi durante il fascismo. Ma anche dopo il crollo della dittatura c'è chi, come il generale Canevari, scrive: «Noi non abbiamo mai creato 'campi di concentramento ' in Cirenaica, ma solo delle ' riserve ' in campi splendidamente sistemati e forniti di tutto il necessario, dalle tende di lana di cammello nuove agli impianti igienici, ai servizi idrici, ecc. In tal modo il governo italiano sottraeva i ' sottomessi ' al tremendo dilemma: o rifornire i ribelli o cadere sotto le loro vendette, e perciò li salvava anche dalle conseguenze dei loro atti. [...] Dopo la permanenza negli accampamenti preparati da Graziani, le popolazioni della Cirenaica tornarono alle loro terre di coltivazione e di pascolo rinnovate dalla scienza e dalla scuola»(40).

Le scuole e i collegi per i bambini abbandonati sono appunto indicati dalla storiografia fascista come un innegabile titolo di merito. Nel collegio di Soluch, ad esempio, sono stati raccolti 375 ragazzi e 125 ragazze. Secondo il commissario Egidi, essi fruiscono di un «vitto speciale », costituito da tè e pane al mattino; una minestra a mezzogiorno e un pezzo di pane alla sera; due volte alla settimana un pezzo di carne (41). E' pochissimo, ma è sempre di più di quello che ottengono gli adulti nei campi. Inoltre i maschi ricevono lezioni pratiche di agricoltura, mentre le ragazze seguono corsi di taglio e cucito. «Come marciano e sfilano! — osserva Os. Felici in visita al collegio — E come i loro esercizi sono perfetti! Perfetti tanto, da parere quasi meccanici. Nel saluto, nell'andatura, essi hanno un non so che di lievemente caricaturale, come se, più dello spirito, fossero persuasi della forma di ciò che imparano. Ma quale materia di soldati non è in questi ragazzi?»(42). Ce n'è molta, infatti. Graziani è il primo ad accorgersene. E subito moltiplica questi collegi sino a costituirne una dozzina, con 2800 elementi. E saranno i migliori serbatoi di volontari per i battaglioni libici in via di ricostituzione.

Orfani di ribelli, segregati in collegicaserme agli ordini di severissimi sottufficiali dell'esercito italiano, in pochi anni essi perdono ogni legame affettivo e culturale con il Gebel che li ha generati. Come pazze marionette, essi si esibiscono in perfetti esercizi ginnici davanti alle autorità e cantano, tra gli altri inni del regime, due preghiere, I'una dedicata al re, l'altra al duce. La prima dice: «Il nostro Re si chiama Vittorio Emanuele. E' chiamato anche il Re Vittorioso, perché egli è il capo dell'Esercito che ha vinto i nemici d'Italia. Egli è molto sapiente, coraggioso, buono. Durante la grande guerra egli fu alla fronte con i suoi soldati e non ebbe mai paura. Egli vuole bene al suo popolo, lo aiuta nei suoi bisogni e lo consola nelle sue sventure. Emanuele vuol dire 'mandato da Dio' e il nostro Re venne proprio mandato da Dio per far grande l'Italia ». Quella dedicata al duce, dice: «S. E. Mussolini è il grande Capo, il nostro Duce. Duce è chi guida, chi va avanti per insegnare la strada buona. [...] Ha dato a noi la coscienza del nostro destino, l'orgoglio di essere figli d'Italia. Signore, noi ti preghiamo, proteggilo tu!»(43).

Ancora ieri seguivano trotterellando il cavallo del padre ribelle tra le forre e le foreste del Gebel. Oggi, di colpo, sono diventati figli d'Italia. E sembrano orgogliosi di esserlo. Di pregare devotamente per il Re e il Duce. Di essere uguali, o quasi, agli altri ragazzi della penisola, che cantano le stesse canzoni, che pregano per gli stessi semidei. Hanno tra i 9 e i 15 anni. Quasi nessuno è stato alla scuola coranica. Sono lavagne pulite sulle quali si può scrivere di tutto. Di lì a quattro anni, sufficientemente indottrinati, i più grandicelli sceglieranno con gioia la carriera militare e finiranno in Etiopia, con la divisione Libia. Saranno delle perfette macchine da combattimento. Dei perfetti galli assassini. Da Gianagobò a Dagahbur non faranno un solo prigioniero (44). Mentre i ragazzi imparano ad uccidere, gli adulti, nei campi, ricevono, con il sussidio di minacce e di botte, un solo insegnamento: quello di sollevare il braccio nel saluto romano. E lo fanno di continuo, come tanti automi. Os. Felici ne è tanto meravigliato e sconvolto, che scrive: «Saluti, saluti. E' tutto un sollevamento di braccia nell'atto del saluto romano. Non ho mai veduto tanti, tanti saluti. Chi siede, si alza e saluta. Ora che scrivo, ho dinanzi agli occhi come una selva di braccia levate, tutte protese nel saluto romano»(45).

Dopo aver costruito questo universo concentrazionario, che Marie Edith De Bonneuil definisce «visione da incubo» (46), nonostante la sua sconfinata ammirazione per il fascismo, Graziani si accorge che, malgrado le misure radicali che ha adottato, Omar al-Mukhtàr continua a ricevere le decime, seppure in misura minore. La sua attenzione si appunta perciò sui notabili della Cirenaica sospetti di conservare legami con la Senussia e il 6 novembre 1930 ordina l'arresto di 120 capi e il loro internamento nel campo di Benina. Nel comunicare a Badoglio la sua decisione, Graziani dice: «Le popolazioni potranno così essere realmente governate senza capi e con la diretta influenza dei commissari, a fianco dei quali saranno messi dei mudir, che cercherò di trovare tra i vecchi sciumbasci dei battaglioni libici e zaptiè»(47).

Qualche mese dopo, nel maggio del 1931, a repressione quasi ultimata, Graziani rivela tutta la sua soddisfazione in un documento riservato al ministro De Bono. «I campi sono ormai sulla via della definitiva sistemazione, — scrive — e mentre assicurano l'eliminazione della connivenza dei sottomessi con i ribelli, preparano per il prossimo domani una popolazione più docile ed abituata al lavoro, che sicuramente si attaccherà per ragioni di interesse ai nuovi territori nei quali è stata trasferita, perdendo l'abitudine al nomadismo e acquistando i gusti e le esigenze delle popolazioni sedentarie, sulle quali necessariamente deve fondarsi e svilupparsi il programma di pacificazione e valorizzazione della Cirenaica»(48). La reclusione nei campi durerà mediamente tre anni. Gli ultimi lager saranno sciolti nel settembre del 1933. Dei centomila che erano partiti dal Gebel, ne torneranno a casa sessantamila. Forse di meno.

Si va a Cufra

La creazione dei campi di concentramento e la loro dislocazione lontano dal Gebel, due fatti che provocano la cessazione del finanziamento locale della ribellione, pongono Omar al-Mukhtàr in una situazione di estrema difficoltà. A partire dal luglio del 1930 sempre più frequenti sono infatti i suoi appelli a Mohammed Idris ed ai fuorusciti libici che vivono in Egitto. Ma il loro aiuto è scarso e comunque insufficiente a mantenere in armi i duar di Omar, anche se i loro effettivi sono stati drasticamente ridotti. Il colonnello Nasi li valuta, in questo periodo, tra i 500 e i 600, e soggiunge: «Il profano, o comunque l'osservatore superficiale, non può non chiedersi come mai 13 mila uomini non riescano, in quattro e quattr'otto, a farne fuori 500. A questa semplicistica domanda conviene rispondere altrettanto semplicemente: appunto perché sono solo 500 ribelli, dispersi, però, in un territorio grande due volte l'Italia. [ ... ] Il nemico principale non è qui il ribelle, è l'immensità del territorio, la mancanza di strade. In taluni scacchieri la sete: ecco il solo, grande nemico»(49).

Colpita alla radice, l'organizzazione ribelle deve modificare la propria struttura e la propria tattica. Omar è infatti costretto a frazionare i duar, a spostarli di continuo, a tenere le sue forze in potenza senza mai impegnarle seriamente. Come giustamente fa osservare Nasi, da tempo Omar ha abbandonato la speranza di poter ricacciare gli italiani alla costa e non intende altro che «dimostrare al mondo che è capace di mantenere in Cirenaica uno stato di brigantaggio per il quale la vita normale non è possibile e confida che noi si debba, ancora una volta, scendere a patti» (50). A rendergli la vita difficile da luglio Graziani gli mette alle calcagna Giuseppe Malta, uno dei giovani colonnelli che più si sono distinti nella controguerriglia in Tripolitania. Affiancato dai tenenti colonnelli Piatti e Marone, dai maggiori Lorenzini e Ragazzi e dall'ex capitano turco Akif Msek, Malta non dà tregua ai ribelli per tutta l'estate e l'autunno del 1930, battendoli l'8 ottobre all'uadi es-Sània, qualche giorno dopo a Bir Zeitun e il 2 novembre a Caf el Telem (51).

Le perdite dei ribelli in questi scontri, un centinaio, non sono altissime, ma oramai non ci sono più a portata di mano i sottomessi a fornire i rimpiazzi. Per rincuorare i suoi uomini, Omar fa circolare la notizia che i Sef en-Nasser sono in arrivo da Cufra con 500 uomini. Ma a questa storia non crede nessuno. Omar è irrimediabilmente solo, con la sua fede, la sua ostinazione, i suoi duar che ogni giorno che passa si vanno assottigliando. Badoglio aveva previsto questa lenta agonia e il 9 settembre 1930 invia a Graziani questo caloroso plauso: «Dal rapporto settimanale vedo che la caccia ai beduini continua con risultati notevoli e che i rifornimenti dal confine si fanno sempre più difficili (52). La linea, dunque, è quella buona. Occorre che tutti si convincano che la nostra divisa è attualmente: ' non mollare '. Sarà questione di tempo, ma questa volta la ribellione si esaurirà. Bravo Graziani, continui!» (53).

Mentre Graziani non dà tregua ad Omar al-Mukhtàr, Abd el Gelil Sef en-Nasser e Saleh el Atèusc, che si sono rifugiati nell'oasi di Taizerbo, cercano di dare una mano ad Omar compiendo frequenti scorrerie nel sudcirenaico tra la Sirtica e le oasi di Gialo. L'11 giugno, ad esempio, una quarantina di Mogàrba e di Zueia, comandati dal figlio di Saleh el Atèusc, si impadronisce a Sneiah Hamed di 200 cammelli. Il 3 luglio, a Udeiat el Hod, una ventina di Mogàrba al comando di Abd Rabba el Goder compie una nuova razzia. Ma sono missioni suicide, perché sulle oasi di Gialo veglia il colonnello Maletti, che si è creato una fama per i suoi inseguimenti celeri ed implacabili. Comunque Graziani non sopporta neppure questi colpi di spillo e medita subito un'adeguata rappresaglia.

Come obiettivo sceglie Taizerbo, una grande oasi a 250 chilometri a nordovest di Cufra, dove è convinto si siano concentrati tutti i ribelli fuggiti dalla Tripolitania. I1 31 luglio quattro apparecchi Romeo, al comando del tenente colonnello Roberto Lordi, partono da Gialo e puntano sulla lontana Taizerbo. Giunti sull'oasi, che comprende una decina di nuclei abitati, gli aerei lasciano cadere il loro carico, costituito da 24 bombe da 21 chili ad iprite, da 12 bombe da 12 chili con esplosivo e da 320 bombe da 2 chili. La stampa italiana dà molto rilievo al micidiale bombardamento (54), ma tace, ancora una volta, sull'impiego dei gas, che hanno causato nell'oasi morti ed un indescrivibile panico.

Sugli effetti del bombardamento abbiamo la testimonianza di un libico raccolta il 13 novembre 1930 dal comandante della tenenza dei carabinieri di el Agheila, Vincenzo Cassone, ed inviata a Roma dal tenente colonnello Lordi. Essa dice: «Come da incarico avuto dal signor comandante l'aviazione della Cirenaica, ieri ho interrogato il ribelle Mohammed bu Ali, Zueia di Cufra, circa gli effetti prodotti dal bombardamento effettuato a Taizerbo. Il predetto, proveniente da Cufra, arrivò a Taizerbo parecchi giorni dopo il bombardamento e seppe che quali conseguenze immediate vi furono quattro morti. Moltissimi infermi invece vide colpiti dai gas. Egli ne vide diversi che presentavano il loro corpo ricoperto di piaghe come provocate da forti bruciature. Riesce a specificare che in un primo tempo il corpo dei colpiti veniva ricoperto da vasti gonfiori, che dopo qualche giorno si rompevano con fuoruscita di liquido incolore. Rimaneva cosi la carne viva priva di pelle, piagata»(55).

In seguito al bombardamento, Abd el Gelli Sef en-Nasser e Saleh el Atèusc, con i loro uomini, si ritirano su Cufra, decisi a giocare nell'oasi la loro ultima carta prima di sconfinare in Egitto. Ma anche per Cufra i giorni sono contati. Già il 16 maggio Badoglio aveva scritto a De Bono: «Cufra sta diventando il centro di raccolta di tutto il fuoruscitismo libico. Essa inoltre resta ancora a segnare il dominio temporale della Senussia in casa nostra. Più si ritarda l'occupazione e più la situazione diventerà grave. Io rivolgo viva preghiera a V. E. affinché voglia insistere presso il Capo del Governo per avere lo stanziamento occorrente. Occorrono sei milioni. Quando si pensi a quello che è costata l'occupazione di Giarabub, si deve concludere che la mia richiesta è molto parsimoniosa» (56).

In attesa del finanziamento, Graziani fa bombardare anche Cufra. Il 26 agosto quattro Romeo si portano infatti sul grande arcipelago di oasi e, come riferisce Graziani, «due apparecchi bombardarono el Giof, altri due et-Tat, producendo visibilissimo effetto. Molte case crollarono. Fu lanciata oltre mezza tonnellata di esplosivo. Successive informazioni dettero che le perdite subite dalla popolazione non furono gravi, ma il panico invase tutti, compresi i capi, i quali capirono come il cerchio si incominciasse a stringere intorno a loro» (57). Un paio di settimane dopo, il 9 settembre, De Bono torna alla carica con Mussolini per ottenere i sei milioni necessari all'impresa e così giustifica la richiesta: «Cufra ha assunto, in questo momento, una particolare importanza quale vero e proprio centro dei traffici che mantengono in vita la ribellione in Cirenaica. A Cufra, poi, risiedono, e naturalmente operano, esponenti importanti non soltanto del senussismo cirenaico, ma anche dell'ormai stroncata ribellione tripolitana. [...] Chiedo pertanto a V. E. il consenso per eseguire questa operazione militare, che non presenta rischi e difficoltà, se non dal punto di vista logistico, ma che ha importanza notevolissima per la soluzione dell'annosa questione cirenaica» (58).

Qualche giorno dopo Mussolini accorda il suo consenso e subito ha inizio la preparazione dell'impresa, che dura cento giorni e viene affidata al generale Ronchetti, al quale tocca risolvere un problema logistico mai prima di allora affrontato nel deserto. Per rifornire le tre colonne che convergeranno su Cufra egli deve provvedere al trasporto, con autocarri e cammelli, di ben 20 mila quintali tra viveri, carburanti, lubrificanti, munizioni e materiali vari. La prima operazione che Ronchetti deve compiere, intanto, è quella di riconoscere il terreno. Egli fa perciò compiere alcune ricognizioni dell'itinerario Gialo - Bir Zighen e del percorso Uau el Chebir - Uau en-Hamus - Taizerbo. In base ai dati raccolti, si accerta che la colonna principale, che partirà da Agedabia, avrà davanti a sé un terreno facile, camionabile, per 640 chilometri, fino ai pozzi di Bir Zighen. Gli ultimi 180 chilometri, invece, presentano maggiori difficoltà perché al piatto serir si sostituisce una barriera di dune mobili. Anche le altre due colonne, che partono rispettivamente da Zella e da Uau el Chebir, dovranno compiere un percorso difficile, ma comunque praticabile. A preparazione ultimata, il corpo di spedizione risulta composto da 654 nazionali (ufficiali, sottufficiali e truppa) e da 3321 ascari, con 378 automezzi, una sezione di autoblindate, 7 mila cammelli, 3 cannoni, 70 mitragliatrici e 25 aerei da ricognizione e da bombardamento. Una forza almeno dieci volte superiore a quella dell'avversario.

A Cufra, intanto, si attende con comprensibile inquietudine l'imminente attacco italiano. La preoccupazione è tanto più viva in quanto nella città santa del senussismo non c'è la concordia. Scems ed-Din, che fa parte della famiglia senussita essendo figlio di Ali el Chattabi, è contrario alla resistenza e vorrebbe andarsene in Egitto con tutta la popolazione delle oasi. Contrari a questa decisione sono invece il capo locale degli Zueia, Abd el Hamid bu Matari, i capi dei Mogàrba Saleh el Atèusc e Rhmed bu Sceaeb e il capo degli Ulad SuIeiman Abd el Gelil Sef en-Nasser. Insieme essi possono disporre di una mehalla forte di 600 uomini, con una buona dotazione di armi moderne ed un abbondante munizionamento. Essi sono perciò decisi di dare combattimento agli italiani alle porte di Cufra, contando sul loro affaticamento dopo il difficile percorso fra le dune mobili. A rinfrancarli nella loro determinazione, in dicembre giunge a Cufra un messo latore di una lettera di Ahmed esh-Sherìf con la quale egli investe dei pieni poteri Saleh el Atèusc e Abd el Gelil Sef en-Nasser. Questo intervento dell'ex Gran Senusso tronca il di verbio. Scems ed-Din, con alcuni ikhuàn, prende la strada dell'Egitto. Gli altri capi si preparano a resistere sbarrando le strade di accesso a Cufra (59).

Il 20 dicembre 1930 la colonna principale del corpo di spedizione, che comprende i reparti del tenente colonnello Maletti e dei maggiori Lorenzini e Rolle, lascia Agedabia per Gialo, dove giunge, a scaglioni, tra il 22 e il 27. Una furiosa tempesta di sabbia, che danneggia autocarri e autoblinde, provoca un ritardo di tre giorni, cosicché la colonna non sarà pronta a ripartire, dopo la revisione delle macchine, che il 31 dicembre. II 9 gennaio è ai pozzi di Bir Zighen, mentre le colonne secondarie, partite da Zella e da Uau el Chebir, raggiungono Taizerbo I'11 gennaio. Commentando questo secondo sbalzo, Graziani può con orgoglio sostenere che il corpo di spedizione «in 10 giorni attraversò, con marcia ammirevole per regolarità e disciplina, i 400 km di desolato serir che separano Gialo da Bir Zighen senza lasciare indietro, nel lungo e non facile percorso, né un uomo, né una macchina. La perdita si ridusse ad un centinaio di cammelli» (60).

Il 12 gennaio 1931 Graziani si trasferisce in volo da Bengasi a Bir Zighen per assumere l'effettiva direzione delle operazioni nella fase conclusiva dell'impresa. Due giorni dopo viene ripresa l'avanzata verso sud. La colonna Maletti, partita da Bir Zighen, e la colonna Campini, che si è mossa da Taizerbo, marciano su itinerari mano a mano convergenti e vengono mantenute in contatto dagli aerei. AlI'alba del 19 gennaio, mentre sono in vista delle prime oasi di Cufra, il loro distacco è quasi annullato. Qualche ora dopo, verso le 10, uno degli aerei in servizio di collegamento avvista la mehalla ribelle, che si è attestata sul margine settentrionale dell'oasi di el Hauuari, arroccandosi su alcune colline.

II combattimento si accende subito furioso. Maletti cerca di prendere la mehalla tra due fuochi. I ribelli, dal canto loro, applicando la loro tattica tradizionale, si aprono a ventaglio e cercano di avvolgere le ali dello schieramento avversario. Ma troppo grande è la sproporzione tra le forze in campo. Dopo due ore di aspri combattimenti i ribelli sono costretti a cedere e si ritirano prima nell'oasi di el Hauuari, dove tentano ancora una breve resistenza, poi verso le oasi maggiori di et-Tag e di el Giof. Ma oramai la loro è una fuga disordinata che, come vedremo, non si arresterà che in Egitto o nel Tibesti. Sul terreno hanno lasciato un centinaio di morti, tra i quali il capo degli Zueia, Abd el Hamid bu Matari. Da parte italiana, due ufficiali e due ascari morti e 16 feriti (61).

Subito dopo ha inizio l'inseguimento dei ribelli, sia da parte di reparti cammellati che dell'aviazione. In questo implacabile inseguimento, condotto per giorni e giorni e in tutte le direzioni, poiché i ribelli e le loro famiglie si sono frazionati, si completa la strage dei difensori di Cufra. Graziani parla di altri 100 uccisi, di 14 passati per le armi e di 250 prigionieri, compresi le donne e i bambini. Ma il bilancio complessivo è molto più alto. Micidiale, come sempre, l'aviazione, che parte alla caccia con 25 apparecchi. Scrive uno dei piloti, Vincenzo Biani: «Partiti all'alba da Bir Zighen, gli apparecchi riconoscono sul terreno le piste dei ribelli in fuga e le seguono, finché giungono sopra gli uomini; le bombe hanno scarso effetto dato che il bersaglio è estremamente diluito, ma le mitragliatrici fanno sempre buona caccia; mirano ad un uomo e lo fermano per sempre, puntano un gruppo di cammelli e li abbattono. [...] II gioco continua per tutta la giornata; il giorno dopo si ripete; il terzo giorno anche; tutte le possibili vie di ritirata sono esplorate e battute fino alla distanza di trecento chilometri, fino a quando cioè si può avvistare l'ultimo fuggiasco. Le carovaniere della sperata salvezza diventano un cimitero di morti abbandonati, che nessuno penserà mai a sotterrare» (62).

Mentre Graziani e Badoglio (giunto in volo da Tripoli) festeggiano a Cufra il loro successo (63), gli scampati al combattimento di el Hauuari e al successivo inseguimento si dirigono in gran parte verso il confine egiziano, gli altri verso il Tibesti e il Borcu. Saleh el Atèusc, con i suoi uomini e le loro famiglie, raggiunge el Auenat, l'ultima oasi con buona acqua in territorio libico, e più tardi i pozzi di el Merga. Da questo momento, mal consigliato da una guida infida, Saleh el Atèusc, con la sua gente, sbaglia cammino e comincia ad errare nel deserto alla disperata ricerca di acqua e di cibo. Vaga per 70 giorni cercando invano l'accampamento di nomadi che gli era stato segnalato. «Nel frattempo — racconta — macellavamo i pochi cammelli rimastici per estrarre dalla loro vescica quel poco di liquido che vi si trovava, liquido che distribuivamo ai più assetati per salvarli da una morte sicura. Ben 170 persone hanno trovato la morte per la sete ed i superstiti sarebbero certamente morti se la provvidenza non ci avesse assistiti nell'avviarci in una località dove trovammo un sacco di farina, uno di zucchero e the» (64).

Avvistati finalmente da una pattuglia di soldati inglesi, i ribelli vengono disarmati e avviati al posto di frontiera di Bu Mungar. In seguito vengono trasferiti in autocarro, su loro richiesta, nella valle del Mio, a el Minya, dove si accampano nella proprietà di Ali bey el Masti, grande protettore dei libici fuorusciti. «Dal nostro arrivo in questa località, — riferisce ancora Saleh el Atèusc — altre 17 persone hanno trovato la morte per forti diarree provocate indubbiamente dall'abbondanza del vitto consumato dopo un così lungo periodo di completa privazione» (65). Meno tragica, invece, la peregrinazione di Abd el Gelil Sef en-Nasser e della sua gente. Anch'essi toccano i pozzi di el Auenat e di el Merga e poi si perdono nel deserto al confine tra l'Egitto e il Sudan. Ma il loro incubo dura poco, perché vengono subito rintracciati dalle pattuglie anglo-egiziane ed avviati anch'essi a el Minya (66).

La notizia che la città santa di Cufra è caduta nelle mani di Graziani e che i suoi difensori sono stati in gran parte massacrati riempie di dolore e di sdegno le popolazioni del mondo islamico. Il 9 febbraio 1931 il grande quotidiano del Cairo «AlAhràm» pubblica un articolo dal titolo I martiri della fede, nel quale si afferma, tra l'altro: «Il bilancio italiano sarà forse arricchito dal denaro che produrranno i beni confiscati ai senussiti, ma l'onore conta più del denaro ed è più caro dei propri figli» (67). «La Nation Arabe», dal canto suo, scrive: «Noi chiediamo ai signori italiani [...], i quali ora si gloriano di aver catturato cento donne e bambini appartenenti alle poche centinaia di abitanti male armati di Cufra che hanno resistito alla colonna occupante: ' Che cosa c'entra tutto ciò con la civiltà? ' Nei tempi moderni non sono consentiti questi metodi medioevali e certo essi non rialzeranno il prestigio del fascismo e dell'Italia agli occhi del mondo» (68).

In Cirenaica l'occupazione di Cufra produce un'impressione ancora più profonda. Lo stesso Graziani ammette che «gli indigeni l'hanno vista con animo addolorato per il carattere squisitamente mistico che quell'oasi conservava». Graziani avanza anche l'ipotesi che la perdita di Cufra «potrebbe rinfocolare anziché affievolire lo spirito religioso che infiamma i combattenti del Gebel, tesi in un'ultima volontà di resistenza pur di mantenere alto il simbolo senussita». Egli è anche convinto che ora gli aiuti dall'Egitto si riverseranno in misura maggiore sul Gebel, proprio per mantenere viva la rivolta nell'ultimo lembo di Cirenaica libera. E conclude il suo dispaccio a Badoglio dicendo: «Mi compete perciò il dovere di reagire subito a qualsiasi senso di ottimismo possa ingenerarsi nei riguardi delle conseguenze della recente occupazione che, a mio parere, rimarranno circoscritte ad un fatto locale, se pur di indubbio valore morale» (69).

NOTE

(1) Il primo cenno all'esproprio delle zavie è contenuto in una lettera di Federzoni a Teruzzi del 15 giugno 1928. Il ministro chiedeva al governatore di presentargli un progetto per l'indemaniamento dei beni delle zavie e lo pregava di «togliere all'indemaniamento il carattere di provvedimento preso in odio alla religione» (ASMAI, Libia, pos. 150/7, f. 16. Lettera n. 5179). Di studiare il problema veniva dato l'incarico al capo dell'Ufficio fondiario, il giudice Adolfo Fantoni. Si vedano i suoi rapporti: Relazione e schema di decreto circa l'acquisizione delle terre al patrimonio della colonia al fine della colonizzazione, Bengasi, 28 novembre 1928, n. prof. 1019; La natura giuridica degli auqaf delle zavie senussite della Cirenaica, Bengasi, 11 agosto 1930, n. prof. 8825 (in DLPA).

2 ASMAI, Libia, pos. 150/7, f. 16. Lettera n. 10891 del 19 agosto 1930.

3 Fatta eccezione per la zavia di Giarabub, poiché la località era riconosciuta luogo santo anche da molti musulmani che non aderivano alla setta della Senussia. Le zavie erano 49, così distribuite: 3 nella zona di Bengasi, 2 a el Abiar, 2 a Soluch, 8 a Barce, 6 ad Agedabia, 7 a Cirene, 11 a Derna 4 a Tobruk, 1 a Giarabub e 5 a Cufra.

4 Insieme ai capi zavia fu confinato anche Hassan erRidà, sulla cui fedeltà Graziani nutriva molti dubbi (ASMAI, Libia, pos. 150/8, f. 25. Tel. 2968 del 17 agosto 1930).

5 Cit. in R. Graziani, Cirenaica pacificata, cit., p. 126.

6 ASMAI, Libia, pos. 150/8, f. 29. Graziani a Badoglio, tel. 2055 del 5 giugno 1930.

7 Ivi, pos. 150/7, f. 15. Fernando Valenzi, Relazione sull'accertamento del patrimonio delle zavie senussite in Cirenaica, 14 aprile 1931.

8 Ivi, pos. 150/8, f. 25. Lettera n. 2230.

9 Ivi, pos. 150/7, f. 16. Allegato ad una lettera di Graziani a Badoglio, n. 2143, del 7 giugno 1930.

10 Ibidem. L'incarico di predisporre l'accertamento del patrimonio delle zavie e il loro assorbimento da parte del demanio della colonia fu affidato al consigliere di Corte d'Appello Fernando Valenzi.

11 R. Graziani, Cirenaica pacificata, cit., p. 149.

12 ACS, Carte Graziani, b. 1, f. 2, sottof. 2.

13 Il 1° luglio 1930 Badoglio inviava a De Bono una lunga relazione con la quale lo metteva al corrente delle decisioni che aveva preso riguardo la deportazione degli indigeni. In questo documento, che ripete ed amplia le considerazioni fatte nella lettera a Graziani del 20 giugno, Badoglio, tra l'altro, tracciava un ritratto di Omar al-Mukhtàr particolarmente positivo: «La ribellione si impernia su di un uomo che gode di un'autorità e di un prestigio assoluti. Omar al-Mukhtàr non divide il suo potere con alcuno. Ha solo luogotenenti devoti e disciplinati. Non è quindi possibile adoperare il solito sistema di incunearsi tra le gelosie, le rivalità, gli odi, che sempre esistono quando vi sono capi diversi. In tutti i momenti ed in ogni circostanza la sola sua ferma volontà detta legge. E' abilissimo come comandante e come organizzatore (ACS, Carte Graziani, b. 1, f. 2, sottof. 2).

14 Per un accurato studio sulle deportazioni e la vita nei lager, si veda G. Rochat, La repressione della resistenza in Cirenaica, cit., pp. 15589.

15 ASMAI, Libia, pos. 150/21, f. 90. Tel. 146, riservatissirno personale.

16 Ivi, pos. 150/22, f. 98.

17 F. Ravagli, Alba d'impero, cit., p. 59.

18 Os, Felici, Terra nostra di Cirenaica, Sindacato italiano arti grafiche Roma 1932, pp. 4344.

19 ASMAI, vol. V, Inventari e supplementi, pacco 5. Commissariato regionale di Bengasi, Relazione sugli accampamenti, 28 luglio 1932, p. 4.

20 Imerio da Castellanza, Orizzonti d'oltremare, Berruti, Torino 1940, pp. 13334.

21 ASMAI, Libia, pos. 150/22, f. 98. Graziani a De Bono, rapporto n. 1058 del 2 maggio 1931.

22 R. Graziani, Cirenaica pacificata, cit., cartina annessa alla p. 104.

23 Secondo uno studio eseguito dal colonnello Enrico De Agostini nel 1922-23, gli abitanti della Cirenaica erano 185.400. EvansPritchard dava una cifra leggermente superiore, che si avvicinava a quella del censimento turco. Secondo un'altra valutazione (Annuario statistico italiano 1928), gli abitanti erano 225.000.

24 Relazione sugli accampamenti, cit., pp. 13 e 24.

25 Lo stesso flagello si abbatté sul bestiame, che era la principale risorsa della Cirenaica. Rochat calcola che perirono il 90/95 per cento degli ovini, caprini e cavalli e l'80 per cento dei bovini e dei cammelli (G. Rochat, La repressione della resistenza in Cirenaica, cit., p. 161). Uno dei rari funzionari che cercò di contenere la furia distruttrice di Graziani fu il commissario Giuseppe Daodiace. Nel chiederne il rimpatrio, Graziani così scriveva al MAI: «La forma mentis del dottor Daodiace era inveterata nei vecchi sistemi ed egli è stato sempre da me violentato perché seguisse i nuovi. Mai naturalmente ho detto quale sforzo mi sia costato incanalare la volontà del funzionario in questione ai metodi nuovi da me attuati e da lui non approvati». «Che io non li approvassi - scriveva Daodiace a Brusasca il 7 gennaio 1951 - risulta dalle tante e ripetute mie proteste, scritte ed orali, per il fatto che non si facevano mai prigionieri in occasione di scontri fra le nostre truppe e i ribelli e si fucilavano anche donne e bambini. Non posso precisare in che anno, un gruppo di zaptiè, ai quali era stato ordinato la fucilazione di 36 fra donne e bambini di un attendamento, si presentò a me per protestare, facendomi conoscere che se fosse loro stato impartito nuovamente un ordine consimile avrebbero preferito disertare» (AB, b. 44, f. 236).

26 Os. Felici, op. cit., p. 44. L'autore fa intendere che si trattava di guardiani estratti dalla stessa popolazione di reclusi. Ma non era così. Si trattava invece di libici che già avevano servito come ascari nell'esercito italiano.

27 Ivi, p. 45.

28 Ibidem.

29 Relazione sugli accampamenti cit., p. 20.

30 E. Salerno, Genocidio in Libia, SugarCo, Milano 1979 p. 90.

31 Ivi, p. 99.

32 ASMAI, Libia, pos. 150/22, f. 98. Graziani a De Bono, rapporto

33 ACS, Carte Graziani, b. 4, f. 8, sottof. 8. Relazione di Egidi al Governo della Cirenaica, 6 marzo 1933. Migliaia di detenuti furono colpiti anche da deperimento organico, da oligoemie, da dissenteria bacillare e da elmintiasi.

34 Il testimone allude agli ascari reclutati in Africa Orientale. Tra di essi, infatti, numerosi erano gli etiopici delle regioni settentrionali.

35 E. Salerno, op. cit., p. 91.

36 Ivi p. 90.

37 Ivi p.95

38 «L'Oltremare», n. 4, aprile 1931, p. 151.

39 G. Bedendo, Le gesta e la politica del generale Graziani, Edizioni generali CESA, Roma 1936, p. 196.

40 E. Canevari, op. cit., pp. 33435. Ma il resoconto più reticente ed avvilente sui campi è quello di Giuseppe Bucco e Angelo Natoli, autori di L'organizzazione sanitaria nell'Africa Italiana, della serie L'Italia in Africa, edito nel 1965 dal ministero degli Affari Esteri. Gli autori non accennano mai ai campi di concentramento, ma li gabellano come attendamenti spontanei. Si legga, ad esempio, che cosa scrivono del famigerato lager di Soluch (p. 316): «La maggior parte degli Auaghir transumanti viveva, prima di raccogliersi nella zona di Soluch, nelle zone carsiche e boscose del Gebel». Il corsivo è nostro.

41 Relazione sugli accampamenti, cit., pp. 2122.

42 Os, Felici, op. cù., p. 47.

43 Ivi, pp. 4849.

44 A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell'impero, cit., pot 66680.

45 05. Felici, op. cit., pp. 4445.

46 «L'Illustration», 4 novembre 1933: Vers la farouche Senoussi, p.312.

47 ASMAI, Libia, pos. 150/22, f. 98. 3D. 3912 del 4 novembre 1930 Nello stesso telegramma Graziani consigliava di non inviare i nuovi arrestati ad Ustica, perché l'isola, già zeppa di deportati libici, rischiava di diventare un covo di intrighi.

48 Ivi. Rapporto n. 1058, cit.

49 Guglielmo C. Nasi, La guerriglia e l'impiego delle truppe in Cirenaica, in Governo della Cirenaica, Organizzazione marciante, Pavone, Bengasi 1931 p. 56.

50 Ivi, p. 57.

51 In uno di questi scontri cadeva Fadil bu Omar, luogotenente di Omar al-Mukhtàr e suo consigliere più ascoltato.

52 Il traffico con l'Egitto si svolgeva in questo modo. I ribelli conducevano il bestiame razziato o di loro proprietà verso il confine e, qui giunti, barattavano con i contrabbandieri oppure con fuorusciti libici il loro bestiame in cambio di tè, tabacco, farina, indumenti, armi e munizioni. Ad un dato momento, il ministro italiano al Cairo, Cantalupo, avvertì Graziani che, da notizie in suo possesso, alcuni contrabbandieri sbarcavano viveri ed armi sulla costa della Cirenaica. Graziani promosse un'indagine, per poi affermare che la notizia era falsa (ASMAE, Libia, b. 5, f. 6).

53 Cit. in Luigi Goglia, Fabio Grassi, Il colonialismo italiano da Adua all'impero, Laterza RomaBari 1981, p. 352.

54 Si veda, ad esempio, Sandro Sandri, L'esplorazione e il bombardamento di Cufra «Gazzetta del Popolo», 14 settembre 1930.

55 Cit. in E. Salerno, op. cit., pp. 6061.

56 ASMAI, Libia pos. 150/ó, f. 14. Lettera n. 1148, riservatissima. Si era anche tentato di inviare un intermediario a Cufra per invitarne gli abitanti ad arrendersi senza combattere, ma De Bono non era convinto delI'efficacia di questa operazione e infatti fu lasciata cadere (ivi. De Bono a Badoglio, tel. 3591 dell'a giugno 1930).

57 R. Graziani, Cirenaica pacificata, cit., p. 170.

58 ASMAI, Libia, pos. 150/ó, f. 14. Lettera n. 66641.

59 Anche Mohammed Idris aveva inviato un suo corriere a Cufra per sconsigliare Scems ed-Din di evacuare l'oasi (ASMAE, Libia, b. 1, f. 8. Telespr. 24293/1139 del 20 dicembre 1930).

60 R. Graziani, Cirenaica pacificata, cit., p. 192.

61 Graziani riconobbe il valore dell'avversario. Scrisse: «La mehalla ribelle [...] pur essendosi trovata di fronte a forze molto superiori di quelle contro le quali riteneva di cover combattere, si batté con audacia ed accanimento singolari e non cedette se non quando si vide irreparabilmente sopraffatta e quando capì che se avesse insistito sarebbe stata presa fra due fuochi e totalmente annientata» (R. Graziani, Cirenaica pacificata, cit., p. 201). Si vedano, per l'impresa di Cufra, anche il libro di Dante Maria Tuninetti, II mistero di Cufra, Calcagni, Bengasi 1931; e l'articolo di Giorgio Menzio, Come giungemmo a Cufra, «Nuova Antologia», marzo 1937.

62 V. Biani, op. cit., pp. 24344

63 Graziani non lesinò negli autoelogi. Scrisse che «l'occupazione di viva forza dell'oasi di Cufra rappresenta la più grande operazione sahariana che sia stata mai compiuta». E ancora: «In questa impresa, si assomma lo sforzo dei capi e dei gregari, sforzo eroicamente compiutosi nel silenzioso sacrificio del deserto, e che deve essere cantato ed esaltato come fonte inesauribile di forza e di bellezza morale» (R. Graziani, Cirenaica pacificata, cit., pp. 203 e 205).

64 ASMAE, Libia, b. 1, f. 8. Cantalupo a MAE, telespr. 1551/482 dell'8 maggio 1931. Il racconto di Saleh el Atèusc fu raccolto da un informatore egiziano al soldo della nostra legazione al Cairo.

65 Ibidem. Quando la carovana di Saleh el Atèusc fu avvistata e portata in salvo dal funzionario inglese ed esploratore M. P. A. Clayton, era ridotta a 37 persone. Clayton salvò anche la carovana guidata da Mohammed Mittah. Secondo i calcoli dell'esploratore inglese, i libici persero nel deserto alcune centinaia di uomini. Per i suoi salvataggi, Clayton ricevette una decorazione (cfr. «Bourse Egyptienne» del 4 giugno 1931). Nel 1941 il maggiore Clayton guiderà i primi raid contro le basi italiane della Cirenaica.

66 ASMAE, Libia, b. 1, f. 3. Cantalupo a MAE, telespr. 1960/615 del 12 giugno 1931.

67 La traduzione dell'articolo in ASMAE, Libia, b. 1, f. 7.

68 «La Nation Arabe» n. 2, febbraio 1931: L'impérialisme italien en Tripolitaine. L'occupation de Koufra.

69 ASMAI, Libia, pos. 150/ó, f. 14. Tel. 270 del 30 gennaio 1931.


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Le infamie del colonialismo italiano in Libia sono state quasi sempre rimosse in Italia. Anzi, ai responsabili si erigono monumenti. Ecco qualche testo per non dimenticare

BOMBARDAMENTI E GAS

Il presente scritto costituisce il terzo capitolo del libro "Genocidio in Libia: le atrocità nascoste dell'avventura coloniale (1911-1931)" di Eric Salerno, SugarCo Edizioni, Milano 1979

Si potrebbe definire un «falso per omissione» il volume firmato da Vincenzo Lioy e curato dal «Comitato per la documentazione dell'opera dell'Italia in Africa» , dedicato alle operazioni dell'Aeronautica in Eritrea e in Libia. Il libro fu pubblicato nel 1964 e ad un primo esame sommario poteva apparire come un tentativo di fornire, con un minimo di obiettività, una traccia di quanto era stato compiuto dalle forze aeree italiane in due momenti della conquista coloniale. Il tono spesso enfatico e trionfalistico, l'apologia dello strumento militare, infastidivano ma non sembravano intaccare una certa «onestà» storica dell'autore. Le operazioni di ricerca dei dor (i gruppi armati di ribelli) in Libia, gli avvistamenti compiuti dagli aerostati prima e dagli aeroplani poi, i bombardamenti che crescevano d'intensità con l'intensificarsi della guerra ma soprattutto con la crescita dell'arma aeronautica, sono puntualmente registrati. Meno spazio, viceversa, è stato concesso dall'autore a spiegare contro chi, in Libia, l'Arma aeronautica stava realmente combattendo: la parola ribelli finisce per essere un termine anonimo ed insignificante quando non viene collocato nel contesto che l'ha generato. Altri autori certamente non sospetti, come lo stesso Graziani riconoscevano come il ribelle libico era, in certe fasi della storia della Resistenza, l'intera popolazione del paese. Uomini, donne e bambini aiutavano chi combatteva con le armi e lo sostenevano non solo nascondendolo dai rastrellamenti ma anche attraverso un appoggio logistico e morale. Era una lotta di popolo quella che per anni ha paralizzato l'esercito italiano in Libia. E riconoscere questo particolare fondamentale, mettere l'accento su di esso, doveva apparire a Vincenzo Lioy come un'arma a doppio taglio: significava riconoscere che in molti casi, forse nella maggioranza dei casi, gli aviatori italiani gettarono le loro bombe su concentramenti di civili e non, invece, su gruppi di soli armati. Il problema - quello delle gravi omissioni - non è, però, questo. La verità, che poteva trasparire da una lettura accorta di certi libretti apologetici di regime e balzare agli occhi dai racconti freddi e quasi distaccati, ma resi fumosi dal passare degli anni, dei superstiti libici, è invece emersa da una ricerca negli archivi del Ministero degli esteri. Ed altri dati sono probabilmente nascosti negli archivi militari.

Quasi più grave della stessa azione coloniale e fascista in Libia è la constatazione che la penna censoria dello storico «democratico» , incaricato di fornire un quadro il più fedele possibile di quanto di negativo e di positivo c'era nel passato coloniale dell'Italia, ha volutamente nascosto all'Italia repubblicana una realtà spesso feroce. Una realtà che sarebbe stata giudicata ugualmente feroce allora, come viene giudicata tale oggi. La Libia fu per l'Arma aeronautica italiana ciò che Guernica fu in Spagna per la Luftwaffe di Hitler: un campo vivo su cui sperimentare le ultime tecniche della guerra. Per preparare altre guerre ed altre conquiste. Le prove di ciò esistono negli archivi italiani ma furono totalmente - e volutamente - ignorate dal Comitato per la documentazione dell'Opera dell'Italia in Africa.

L'Italia con la sua aeronautica riuscì a stabilire in Libia alcuni record. Per la prima volta nel mondo aeroplani e dirigibili furono impiegati a scopo bellico. Per la prima volta un apparecchio volò di notte per una missione di guerra. Sotto i titoli a piena pagina dei giornali che fornivano un primo elenco delle vittime italiane della battaglia di SciaraSciat, il 25 ottobre 1911, c'era un collage fotografico che raffigurava i volti di cinque aviatori militari che avevano appena raggiunto Tripoli. «Il Messaggero» raccontava che:

«Il campo di lancio per gli aeroplani è stato improvvisato in un campo di sofsa (il trifoglio per foraggio che vien coltivato nell'oasi dei dintorni di Tripoli, vicino al mare) a ridosso del cimitero degli ebrei a Bab Isdid» .

E poi questo brano così «romantico» :

«Uno dopo l'altro, con delle grandi tende verdi, sono innalzati gli hangars, i quali sembrano dei grandi padiglioni eretti per accogliervi un'elegante colonia di bagnanti...» .

Gli aerei erano piccoli, imparavano a stare in volo, potevano caricare ancora solo modeste quantità di bombe. E gli attacchi contro le linee degli arabi o dei turchi sembravano efficaci a livello psicologico più che materiale. I primi anni della guerra, dunque, furono per l'Arma aeronautica una specie di rodaggio. Un rodaggio che valeva sia per le macchine che per gli uomini. E che avrebbe lasciato spazio e tempo allo sviluppo di armi sempre più micidiali e a tecniche di bombardamento più precise.

Le alterne vicende della guerra libica fecero sì che cinque o sei anni dopo il suo inizio erano entrati in servizio aerei nuovi, più grandi e tecnicamente più capaci di svolgere il ruolo bellico al quale erano stati predisposti. Le azioni militari assunsero contorni diversi. Tra il maggio e l'agosto del 1917, ad esempio, furono eseguite in Tripolitania un centinaio di azioni offensive con il lancio di bombe incendiarie «sui campi di orzo dei ribelli, con mitragliamenti nelle oasi di Zanzur, Sidi ben Adem, Fonduc ben Gascir, Fonduc Scrif, Gedida, Agelat, Sormen, Punta Tagiura, Zavia, Azizia» . I campi dei ribelli intorno a Zanzur e a Zavia erano stati bombardati anche nel mese di aprile con 1270 chilogrammi di liquido incendiario oltre a 3600 chili di alto esplosivo. La politica italiana nei confronti dei ribelli era già da allora quella della «terra bruciata» . Distruggendo i campi d'orzo si costringevano i «ribelli» , armati e non, ad abbandonare la lotta e a disperdersi verso zone dove sarebbe stato più facile sottometterli.

Con l'aggravarsi della situazione politicomilitare le autorità italiane furono costrette ad ammettere la crescente difficoltà per le formazioni italiane di imporsi alla popolazione libica. Le azioni militari e quelle dell'Aeronautica in particolare, assumevano toni sempre più «incisivi» . Dal 1924 al 1926 gli aerei avevano l'ordine di alzarsi in volo per bombardare tutto ciò che si muoveva nelle oasi non controllate dalle truppe italiane. Non si trattava di azioni militari contro altre forze armate, regolari o ribelli che fossero, bensì di bombardamenti indiscriminati della popolazione civile per fiaccarla e tentare di dividerla dagli uomini in armi.

Nel notiziario politico inviato al governo della Tripolitania il 26 febbraio 1924 dal generale Mombelli ctè solo un breve accenno ad una di queste operazioni:

«Caproni esplorò regione Uadi elFaregh fino Bir Yaggadia, avvistò e bombardò a Giocch el Meter grosso attendamento circa centocinquanta tende coniche e rettangolari. Bombardò regione Saunno con esito visibilmente efficace settantina tende coniche e numeroso bestiame al pascolo. Bombardò ripetutamente accampamento due chilometri est Bir Garbagniha di cui notiziario precedente nonché, nuclei armati scorti regione elGren Zauiet ed Gtafia etTumbia intenti lavori semina» .

Non c'è bisogno di commentare questa breve nota. Lo stesso Mombelli, il 17 maggio 1926, inviava al Ministero delle colonie una lunga relazione in cui spiega come le forze armate a sua disposizione fossero impegnate a conseguire una serie di obiettivi come «impedire raccolta orzo da parte ribelli e distruggere vasti seminati esistenti nel Gebel meridionale» . Le descrizioni non mancano:

«...aviazione assolse assai bene compito collegamento segnalando obiettivi alle colonne operanti e compiendo bombardamenti. Così mattino giorno sette Caproni di Apollonia bombardava greggi lungo uadi el Greihat e lanciava bombe incendiarie sulle messi di uadi Mekeughina. Pomeriggio giorno otto apparecchi di Merg spezzonavano e mitragliavano efficacemente accampamenti in fuga nello uadi Scebeicha, affluente del basso Sammalus. Ribelli risposero al fuoco colpendo ripetutamente apparecchi. Mattino seguente aviazione Merg bombardò accampamenti presso Gadir Bu Ascher e anche in questa occasione velivolo fu colpito da pallottola. Caproni di Apollonia mattino nove bombardava accampamenti e bestiame a sud Gasr Remtaiat. Durante volo osservatori hanno rilevato vasti incendi delle messi provocati dalle nostre colonne e hanno raccolto indicazioni di seminati ancora intatti che costituiranno obiettivo ulteriori operazioni...» .

La politica della «terra bruciata» , del terrore, aveva spinto migliaia di uomini, donne e bambini a lasciare la Libia, chi verso la Tunisia e l'Algeria, chi in direzione del Ciad o dell'Egitto. I morti e i feriti non si potevano contare. E i bombardamenti diventarono più violenti, più scientifici e, come si è detto, anche «sperimentali» . Così come Guernica fu sperimentale per l'aviazione nazista, l'Arma aerea italiana si servì della guerra di Libia per prepararsi alla successiva conquista dell'Etiopia.

Gife è un punto sulla carta geografica della Libia. Una piccola oasi situata tra la costa mediterranea, a sud di Nufilia, e la catena dei monti Harugi. Un'ampia conca di alcuni chilometri di diametro nella quale, quando è stagione delle piogge, si formano alcuni stagni che in caso di piogge abbondanti assumono l'aspetto di veri e propri [aghetti. Nel 1928 erano in corso le cosiddette «operazioni del 29° parallelo» , una vasta azione bellica che aveva tre scopi principali dichiarati: unificare la Tripolitania e la Cirenaica divise dalla ribellione delle popolazioni della Sirtica, occupare militarmente una catena di oasi - Socna, Zella, Marada, Augila, Gialo - sul 29° parallelo e tentare di consolidare l'effettivo dominio politico militare italiano sui territori a nord. Senza la riuscita di questo sforzo militare sarebbe stato impossibile tentare la rioccupazione del Fezzan e poi la riconquista della Cirenaica (mai in pratica sottomessa al dominio italiano) e lo schiacciamento della lotta di liberazione. Il 6 gennaio 1928 De Bono inviava al Ministero delle colonie questa breve relazione:

«263 Op. U.G./Segreto/Novità giorno/Marce colonne proseguono regolarmente. Stamane, come stabilito, quattro Ca 73 e tre Ro hanno bombardato Gife con evidente distruzione. I quattro Ca 73 sonosi spinti circa settanta chilometri sud Nufilia bombardando anche a gas circa quattrocento tende. Apparecchi fatti segno tiro di fucileria tutti rientrati base Sirte prima ore undici. Collegamento fra le tre colonne effettuato» .

Nel volume sull'opera dell'Aeronautica questo episodio è raccontato in poche righe, ma dell'uso dei gas non si fa menzione. Eppure l'estensore del libro si è servito degli stessi documenti che abbiamo potuto consultare negli archivi del Ministero degli esteri e dai quali risulta, nonostante omissioni e lacune, l'uso sistematico di gas — proibiti dalla Convenzione di Ginevra — contro la popolazione civile della Libia. Esiste anche un altro racconto dei fatti di Gife. Non è ufficiale. Fa parte di Ali sul deserto, di Vincenzo Biani, un volume di ricordi di guerra presentato in termini elogiativi dal maresciallo Balbo:

«Una spedizione di otto apparecchi fu inviata su Gifa, località imprecisata dalle carte a nostra disposizione, che erano dei semplici schizzi ricavati da informazioni degli indigeni; importante però per una vasta conca, ricoperta di pascolo e provvista di acqua in abbondanza. Ma senza oasi e senza case: un punto nel deserto.
«Fu rintracciata perché gli equipaggi, navigando a pochi metri da terra, poterono seguire le piste dei fuggiaschi e trovarono finalmente sotto di se un formicolio di genti in fermento; uomini, donne, cammelli, greggi; con quella promiscuità tumultuante che si riscontra solo nelle masse sotto l'incubo di un cataclisma; una moltitudine che non aveva forma, come lo spavento e la disperazione di cui era preda; e su di essa piovve, con gettate di acciaio rovente, la punizione che meritava.
«Quando le bombe furono esaurite, gli aeroplani scesero più bassi per provare le mitragliatrici. Funzionavano benissimo. «Nessuno voleva essere il primo ad andarsene, perché ognuno aveva preso gusto a quel gioco nuovo e divertentissimo. E quando finalmente rientrammo a Sirte, il battesimo del fuoco fu festeggiato con parecchie bottiglie di spumante, mentre si preparavano gli apparecchi per un'altra spedizione.
«Ci si dava il cambio nelle diverse missioni. Alcuni andavano in ricognizione portandosi sempre un po' di bombe con le quali davano un primo regalo ai ribelli scoperti, e poi il resto arrivava poche ore dopo. In tutto il vasto territorio compreso tra El Machina, Nufilia e Gifa i più fortunati furono gli sciacalli che trovarono pasti abbondanti alla loro fame» .

Ogni pagina di questo libro è intrisa del clima di razzismo che sembrava, allora, aver coinvolto tutti. Non è un semplice racconto di esperienze militari truci come ogni avventura bellica, bensì un'apologia della violenza fascista - spesso negata dallo Sesso regime - nei confronti di un popolo che il Biani, come altri militari e politici, riteneva inferiore. In un certo senso Ali sul deserto è un'opera ingenua che tradisce con la loro esaltazione certi segreti come quello dell'uso dei gas.

«Al di sotto era un brulicar di gente che fuggiva in tutte le direzioni, invano cercando un rifugio; ché la terra s'era tramutata, d'un attimo, in un campo di mine fatte saltare da una misteriosa potenza, folle e distruttrice. «Si vedevano le bombe staccarsi dalle fusoliere, in frotte quelle piccole da due chili, isolate le altre più grandi da dodici chili; rotolar giù disordinatamente fino a che non avevano trovato l'equilibrio della traiettoria, e poi precipitare come saette sui cumuli della gente e sugli ammassi di tende; con una tale precisione che sembrava seguissero l'attrazione magnetica del bersaglio. «Gli occhi degli aviatori, raccolta la visione dello spettacolo, riprendevano la fissità scrutatrice della indagine fredda, quando si trattava di guidare di nuovo la propria macchina sul folto della massa nemica. «Una fila di tende fu spazzata via da una folata di morte e i loro cenci si confusero a brandelli di carne sulla terra chiazzata di rosso. «Un branco di cammelli, colpiti in pieno, si abbatterono al suolo sull'orlo di un burrone, precipitando dentro, l'uno sull'altro. Da quella massa informe ancora agitata dai contorcimenti della rapida agonia, un rivolo di sangue allagò il fondo della valle, come allo zampillare d'una improvvisa sorgente. «Arrivava su fino in alto l'odore acre delI'esplosivo bruciato, e l'aria stessa era tutta in sommovimento. Gli scoppi si ripercuotevano sulle ali con sussulti e sobbalzi che mettevano a dura prova i muscoli dei piloti... «Una carovana di un centinaio di cammelli, terrorizzati dalle prime esplosioni, si erano allontanati in gran fretta, dondolando sulle groppe i loro carichi malfermi, ma due Romeo, che li avevano visti, volsero da quella parte. «Il primo passò sputando addosso alle bestie una spruzzata di pallottole che nella maggior parte andarono a vuoto, poi l'arma s'incantò e non volle più saperne di sparare. «Il pilota si arrampicò per aria lasciando libero il campo al compagno che sopraggiungeva, rasente a terra, dalla coda verso la testa della carovana, mettendo a segno un intero caricatore sui fianchi dei cammelli. «Molti stramazzarono a terra scoprendo i ventri obesi e annaspando nell'aria con le zampe lunghissime, unico mezzo a loro disposizione per dire che erano dispiacenti di morire. Ma nessuno li compianse. «Il Primo Romeo, anzi, riparato il guasto della mitragliatrice, ricalò giù e fece poco più lontano un altro mucchio di cadaveri» .

Ali sul deserto ci ha fornito una traccia, labile e precisa sull'uso dei gas proibiti dalla convenzione di Ginevra e da tutti gli altri accordi internazionali:

«Una volta furono adoperate alcune bombe ad yprite, abbandonate dal tempo di guerra in un vecchio magazzino ed esse produssero un effetto così sorprendente che i bersagliati si precipitarono a depositare le armi» .

In effetti l'uso del gas non costituì un episodio isolato: esso faceva parte di un piano preciso e sistematico. I risultati delle incursioni aeree furono attentamente studiati per conoscere non solo il numero delle vittime che esse provocavano e gli effetti immediati prodotti dalla morte chimica, ma anche per conoscere gli eventuali effetti ritardati su coloro che venivano sfiorati dai gas. E' un particolare, questo, sconosciuto della guerra di repressione - o non sarebbe il caso ora, di definirlo «di sterminio» ? - attuata da Graziani per conto del governo fascista di Roma contro la popolazione della Tripolitania, del Fezzan e della Cirenaica. Sono eloquenti questi brani tratti da una lunga relazione firmata dal generale Cicconetti ed indirizzata a De Bono alla fine del gennaio 1928. L'alto ufficiale afferma che «la maggior parte degli aggregati Ghedafa-Orfellini e Fergiani sono a noi sottomessi» e che i «Mogarba Reedat, colti alla sprovvista dalla nostra impetuosa avanzata sono fuggiti disordinatamente dopo aver subito ingenti perdite di uomini e di materiali» . Gli Orfella, come i Mogarba, non si erano mai realmente sottomessi ai conquistatori italiani. I primi, di origine berbera, nomadi della Sirtica di Socna e del Fezzan, avevano accettato un compromesso con le autorità italiane allo scopo - ciò si è dimostrato evidente in seguito - di impedire che il governo arrivasse a presidiare il territorio orfellino. Abd en Neby Belker, uno dei capi degli Orfella, nel 1923 si schierò decisamente contro i tentativi italiani di occupare il paese di Beni Ulid. Secondo Graziani gli elementi dissidenti erano divisi in due nuclei l'uno di un centinaio di armati a seguito dei fratelli Sef en Nasser di Brach; l'altro, di circa duecento fucili, seguiva Abd en Neby Belker. I Mogarba, anche essi nomadi della Sirtica, si dividono in due rami: Mogarbet es Reedat e Mogarbet esSciamach. In una relazione dello Stato maggiore della Tripolitania (1930) si afferma che:

«...i Mogarba, anche nel passato, non solo non si sottomisero al nostro Governo, ma ci opposero valida resistenza nel marzo 1914, sostenendo contro le nostre truppe il combattimento di Nufilia; mantennero poi sotto assedio lo stesso presidio fino a che, per intervenute trattative, quest'ultimo non si ritirò a Sirte (novembre 1914)» .

Nel 1926 la popolazione Mogarba era dislocata lungo il uadi Faregh (i Sciamach) e nella Choscia (i Reedat). «Ribelli» erano gli armati e l'intera popolazione «civile» , donne e bambini. Si trattava di un popolo che resisteva all'esercito italiano e non un nucleo di guerriglieri isolato e privo del supporto popolare. Le operazioni militari italiane, e soprattutto, quelle eseguite dall'Aeronautica assumevano proprio per questo fattore i contorni di un genocidio programmato. L'uso sistematico dei gas è dimostrato dai documenti in cui viene inoltre sottolineata l'efficacia dei bombardamenti. Il generale Cicconetti, nella sua relazione, spiega infatti:

«a) che le perdite in uomini sono certamente di gran lunga superiori a quelle segnalate le quali si riferiscono solo ai caduti contati sul terreno e non tengono conto dei feriti che non possono essere mancati né di quelli caduti in seguito agli effetti micidiali dei bombardamenti aerei e agli effetti non considerati né accertabili subito dei gas. «A prova della terribile efficacia dei bombardamenti sta il fatto che basta ormai l'apparizione dei nostri aerei perché grossi aggregati spariscano allontanandosi sempre più. «b) che anche per il bestiame, a quello catturato e distrutto dalle mitragliatrici va aggiunto quello colpito dai gas e dalle bombe degli aerei e che è finora incalcolabile. Le plaghe bombardate non hanno ancora potuto essere visitate e solo quando lo saranno potremo dire l'ultima parola» .

Nella maggior parte delle relazioni e dei telegrammi inviati dalla colonia al ministero si tende ad utilizzare la parola generica di «ribelli» per indicare le vittime delle azioni militari. In alcuni casi però la distinzione fra armati e popolazione civile sembra passare inosservata attraverso le maglie di ciò che costituiva, evidentemente, una forma di censura. Il governatore della Cirenaica Teruzzi, in una delle sue note quasi quotidiane al Ministero delle colonie parla dell'uccisione di due uomini e di quattro donne nel corso di un bombardamento sul Gebel, la zona montagnosa dove si trovavano allora la maggioranza degli accampamenti dei nomadi, e di risultati molto efficaci ottenuti durante altre azioni dello stesso genere nella zona.

Non viene specificato il tipo di ordigno lanciato dagli aerei, cosa, invece, che fu fatta il 4 febbraio 1928 dal governatore della Tripolitania De Bono, nelI'informare i suoi superiori che nella stessa giornata «come già preannunciato» tutti i Caproni disponibili si erano portati in volo a sud di Gifa (Gife). I ribelli avevano già levato il loro accampamento e «con cammelli carichi erano già in movimento verso sud-est. «Sono stati bombardati con circa tre tonnellate di esplosivo e bombe iprite con evidenti risultati...» . Un'altra operazione dello stesso tenore fu comunicata da Teruzzi il 12 febbraio:

«Gebel. Ieri undici aviazione Mechili bombardato efficacemente noto accampamento con bestiame pascolante due chilometri ovest uadi Tamanlu. Risulta da fonte attendibile che recenti bombardamenti eseguiti da aviazione abbiano causato ai ribelli quarantina persone uccise altrettanti feriti e sessantina cammelli abbattuti...» .

Sette giorni più tardi - come informava ancora Teruzzi - una pattuglia di Caproni 73 dell'aviazione di Bengasi sganciava otto quintali di gas iprite su un accampamento di un centinaio di tende e «numeroso bestiame» nella regione che si trova quindici chilometri a sudest del uadi Engar. «Sembra» , aggiunge Teruzzi, «che nello Zeefran Heleighima ribelli abbiano abbandonato quaranta tende, di cui venti coniche, in seguito ripetuti bombardamenti gas» .

Nel 1930 troviamo la firma di Badoglio sotto un telegramma inviato da Roma a Siciliani a Bengasi e per conoscenza a De Bono, ministro delle colonie. Riferendosi alla situazione in Cirenaica Badoglio ammonisce: «si ricordi che per Omar el Muchtar occorrono due cose: primo, ottimo servizio informazioni, secondo, una buona sorpresa con aviazione e bombe iprite. Spero che dette bombe Le saranno mandate al più presto» .

Le bombe arrivarono. E furono usate in modo sempre più massiccio ed indiscriminato. C'è in Cirenaica pacificata, uno dei volumi con i quali il generale Graziani volle giustificare la sua azione repressiva e rispondere alle accuse di genocidio della popolazione libica che già all'epoca gli venivano rivolte, un breve capitolo sul bombardamento di Taizerbo avvenuto il 31 luglio 1930, sei mesi dopo l'esortazione di Badoglio all'uso dell'iprite. Nella lingua dei tebù, una delle numerose tribù camitiche africane, Taizerbo sta per «sede principale» . Oggi i tebù abitano più a sud, nelle montagne del Tibesti parte in Libia, parte in Ciad, ma una volta essi avevano a Taizerbo la sede del loro sultanato. Situata duecentocinquanta chilometri a nordovest di Cufra, l'oasi è lunga venticinquetrenta chilometri, larga dieci ed è solcata nel mezzo da un avvallamento che contiene stagni salmastri e saline. All'epoca dell'intervento italiano vi si trovavano gruppi di palme, tamerici, acacie, giunchi e vi sorgevano una decina di nuclei abitati. Per la conquista di Cufra sede della Senussia, centro spirituale della resistenza antiitaliana Taizerbo era considerata un'oasi di grande importanza strategica. Scriveva Graziani:

«Per rappresaglia, ed in considerazione che Taizerbo era diventata la vera base di partenza dei nuclei razziatori il comando di aviazione fu incaricato di riconoscere l'oasi e - se del caso - bombardarla. «Dopo un tentativo effettuato il giorno 30 - non riuscito, per quanto gli aeroplani fossero già in vista di Taizerbo, a causa di irregolare funzionamento del motore di un apparecchio - la ricognizione venne eseguita il giorno successivo e brillantemente portata a termine. «Quattro apparecchi Ro, al comando del ten. col. Lordi, partirono da Giacolo alle ore 4.30 rientrando alla base alle ore 10 dopo aver raggiunto l'obiettivo e constatato la presenza di molte persone nonché un agglomerato di tende. «Fu effettuato il bombardamento con circa una tonnellata di esplosivo e vennero eseguite fotografie della zona. «Un indigeno, facente parte di un nucleo di razziatori, catturato pochi giorni dopo il bombardamento, asserì che le perdite subite dalla popolazione erano state sensibili, e più grande ancora il panico» .

Vincenzo Lioy, l'autore del volume sul ruolo dell'aviazione in Libia, riprese senza modificarla di una virgola la versione riferita da Graziani nel suo libro. Ma Graziani aveva tralasciato l'importante particolare dell'uso di grandi quantità di iprite ed aveva omesso di riportare una relazione agghiacciante che gli era pervenuta qualche mese dopo sugli effetti del bombardamento. Questa relazione, regolarmente archiviata, era ugualmente a disposizione dello storico Lioy quando fece la sua ricerca. Da un rapporto firmato dal tenente colonnello dell'Aeronautica, Roberto Lordi, comandante dell'aviazione della Cirenaica (rapporto che Graziani inviò al Ministero delle colonie il 17 agosto) si apprende che i quattro Ro erano armati con 24 bombe da 21 chili ad iprite, da 12 bombe da 12 chili e da 320 bombe da 2 chili. Stralciamo dalla relazione la parte che si riferisce all'avvicinamento e al bombardamento di Taizerbo.

«...in una specie di vasta conca s'incontra il gruppo delle oasi di Taizerbo. Le palme, che non sono molto numerose, sono sparpagliate su una vasta zona cespugliosa. Dove le palme sono più fitte si trovano poche casette. In prossimità di queste, piccoli giardini verdi, che in tutta la zona sono abbastanza numerosi; il che fa supporre che le oasi siano abitate da numerosa gente. Fra i vari piccoli agglomerati di case vengono avvistate una decina di tende molto più grandi delle normali e in prossimità di queste numerose persone. Poco bestiame in tutta la conca. II bombardamento venne eseguito in fila indiana passando sull'oasi di Giululat e di el Uadi e poscia sulle tende, con risultato visibilmente efficace» .

II primo dicembre dello stesso anno il colonnello Lordi inviò a Roma copia delle notizie sugli effetti del bombardamento a gas effettuato quel 31 luglio sulle oasi di Taizerbo «ottenute da interrogatorio di un indigeno ribelle proveniente da Cufra e catturato giorni or sono» . E' una testimonianza raccapricciante raccolta materialmente dal comandante della Tenenza dei carabinieri reali di el Agheila.

«Come da incarico avuto dal signor comandante l'aviazione della Cirenaica, ieri ho interrogato il ribelle Mohammed bu Alì, Zueia di Cufra, circa gli effetti prodotti dal bombardamento a gas effettuato a Taizerbo. «II predetto, proveniente da Cufra, arrivò a Taizerbo parecchi giorni dopo il bombardamento, e seppe che quali conseguenze immediate vi sono quattro morti. «Moltissimi infermi invece vide colpiti dai gas. «Egli ne vide diversi che presentavano il loro corpo ricoperto di piaghe come provocate da forti bruciature. «Riesce a specificare, che in un primo tempo il corpo dei colpiti veniva ricoperto da vasti gonfiori, che dopo qualche giorno si rompevano con fuoruscita di liquido incolore. Rimaneva così la carne viva priva di pelle, piagata. «Riferisce ancora che un indigeno subì la stessa sorte per aver toccato, parecchi giorni dopo il bombardamento, una bomba inesplosa, e rimasero così piagate non solo le sue mani, ma tutte le altre parti del corpo ove le mani infette si posavano. «Oltre a quelle sopradette non ha saputo fornire alcuna altra notizia» .

Secondo l'Enciclopedia Americana l'iprite puo provocare malattie ereditarie ed i suoi effetti si potrebbero riscontrare, perciò, non solo nelle persone direttamente colpite dai bombardamenti ma anche nei loro discendenti. La Treccani afferma che l'iprite (prese il nome dalla città francese di Ypres nelle cui vicinanze fu lanciata per la prima volta dai tedeschi nel 1917) attacca tutte le cellule con le quali viene in contatto, distruggendole completamente. Non solo agisce sulle mucose, ma anche sulla pelle producendo infiammazioni vesciche e piaghe assai difficili a guarire. Più violentemente (è sempre la Treccani che lo specifica) agisce sulle mucose degli occhi e, quando venga respirato il suo vapore, sulle vie polmonari. Se con la respirazione i vapori d'iprite entrano nel circolo sanguigno, distruggono i globuli rossi, producendo rapidamente la morte. Non c'è dubbio che l'effetto dei gas sulla popolazione libica, priva peraltro di qualsivoglia possibilità di ricorrere a moderne cure mediche, doveva essere micidiale.

L'uso dell'iprite, che doveva diventare un preciso sistema di massacro della popolazione civile in Etiopia qualche anno più tardi, fu certamente uria scelta sia militare che politica come i bombardamenti della popolazione civile in Libia doveva corrispondere a scelte di colonizzazione ben precise. L'Italia fascista era pronta ad inviare in Libia migliaia di coloni che avrebbero potuto coesistere con la popolazione locale soltanto se questa avesse non solo accettato di sottomettersi all'autorità di Roma, ma soprattutto di modificare radicalmente la propria esistenza nomade ed «anarchica» . L'Italia, comunque, aveva scelto per la Libia una forma di colonizzazione basata sulla gestione delle ricchezze della terra attuata direttamente da coloni italiani con lo sfruttamento, ove fosse possibile, di manodopera locale. Per Graziani, che aveva carta bianca sul terreno, e per i dirigenti politici e militari che da Roma lo spronavano a concludere al più presto una «conquista» cominciata quindici anni prima, la decisione di servirsi di gas tossici non poteva prescindere dalla consapevolezza che essi, colpendo in modo particolare la popolazione civile, avrebbero finito per distruggere, almeno in parte, quella forzalavoro locale che un giorno, altrimenti, si sarebbe potuta mettere a disposizione dei coloni italiani. Probabilmente, nascosti negli archivi, giacciono ancora i documenti che potranno dimostrare - come già sembrano fare quelli finora reperiti - la non casualità della scelta italiana di utilizzare i gas tossici in Libia.

Molto tempo era passato da quel lontano 1911 quando i primi aviatori italiani atterrarono in Libia, avanguardia di un'arma che con il passare degli anni si sarebbe affinata e ingrandita. Dal novembre 1929 alle ultime azioni del maggio 1930 l'aviazione della Cirenaica eseguì secondo fonti ufficiali ben 1605 ore di volo bellico lanciando 43.500 tonnellate di bombe e sparando diecimila colpi di mitragliatrice. Le fonti, però, non precisano quante tonnellate di bombe erano cariche di iprite.


Dattiloscritto di pp. 26, parzialmente numerate, senza data né firma, ad uso dei comandi dell’Aeronautica in Africa Orientale, come da timbro a inchiostro sulla prima di copertina e altre pagine interne. Corredato da tre fotografie.

Istruzione sulla bomba C. 500 T.

 

E’ diviso in parti:
I. Istruzione sul funzionamento, conservazione ed impiego della spoletta "T" per bomba C-500 T.
II. Caratteristiche e norme d’impiego della bomba C-500 T.
III. Conservazione manipolazione della bomba C-500 T.
IV. Tavole di tiro della bomba C-500 T e tabella di graduazione della spoletta "T" per detta bomba
V. Appendice: rilievo della direzione del vento al suolo e della quota del bersaglio.

[...]
[p.10]
La bomba C-500 T. è stata realizzata con lo scopo di permettere il tiro da alta quota con aggressivo liquido, contro bersagli di vaste dimensioni.
Essa è munita della spoletta "T" la quale, come specificata nella I^ Parte, è congegnata in modo tale da provocare l’esplosione della bomba prima che questa raggiunga il suolo.
L’esplosione genera una pioggia di aggressivo liquido che va a depositarsi sul terreno sotto forma di gocce di varia grandezza (più grosse al centro della zona colpita, più piccole ai bordi).
L’area irrorata da ogni singola bomba e la concentrazione dell’aggressivo sull’area stessa, dipendono, come è ovvio, dalla intensità del vento dal suolo e d’altezza di scoppio della bomba.
Per un’altezza di scoppio sul terreno che si aggiri sui 250 metri e per vento al suolo d’intensità compresa fra i 3 e i 9 m/s, si può considerare che l’area efficacemente colpita dall’aggressivo vari tra i 50.000 e gli 80.000 mq. Distribuiti in un ellisse molto allungata il cui asse maggiore, (disposto secondo la direzione del vento) può avere lunghezza dai 500 agli 800 m., ed il cui asse minore può avere una lunghezza dai 100 ai 200 metri.
[...]

[pp.11-12]
Circa l’efficacia dell’aggressivo liquido si può dire che esso agisce principalmente per contatto delle goccioline sulla pelle degli individui colpiti. Il contatto ha luogo anche attraverso gli indumenti di qualsiasi natura essi siano (lana, tela, cuoio, ecc) se chi li indossa, appena si accorge di essere colpito, non abbia l’avvertenza di liberarsene. I vapori sono dannosi solo in forti concentrazioni, concentrazioni che è difficile ottenere mediante l’impiego della bomba C-500.
L’effetto dell’aggressivo liquido non è immediato. I primi sintomi si manifestano dalle 6 alle ore 12 dopo che l’individuo è stato colpito. Dopo 12-24 ore si manifestano le prime lesioni che, se la superficie colpita è grande, sono gravissime e che, ad ogni modo sono di lentissima guarigione anche se la superficie colpita è piccola.
La persistenza dell’aggressivo sul terreno, varia a seconda della natura di quest’ultimo ed aseconda [sic] della temperatura dell’aria.
[...]
Tenendo conto delle caratteristiche della bomba C-500 e delle proprietà dell’aggressivo in essa contenuto si possono trarre le seguenti norme generali a carattere orientativo, sulla scelta dei bersagli e sulle modalità d’azione, norme che dovranno di volta in volta essere applicate a seconda delle esigenze che la particolare situazione richiede.

1. Scelta dei bersagli

L’azione dell’aggressivo liquido è sempre diretta a colpire esseri animati (agglomerati di persone o di bestie).
L’obiettivo animato può essere colpito direttamente facendo cadere su di esso la pioggia di aggressivo, od indirettamente facendo cadere la pioggia di aggressivo su una zona di terreno che esso certamente ed entro breve tempo dovrà attraversare [meno di 24 ore].
[...]
In questo caso è da tener presente che, quando l’odore dell’aggressivo sia noto al nemico, questo potrà evitare di attraversare la zona infestata allungando magari il suo percorso di marcia. In tale caso si sarà solo causata al nemico una perdita di tempo, cosa questa che può però avere, in particolari condizioni, qualche importanza.

[...]
[13]
Non sarebbe razionale, salvo in rari casi, impiegare contro piccoli nuclei quantità di aggressivo sia pure modeste perché pochi uomini potrebbero facilmente porsi in salvo dalla nube aggressiva portandosi sopravvento e soprattutto perché non si usufruirebbe del grande vantaggio offerto dall’azione portata con bombe C-500 di poter cioè colpire vastissime zone senza che nessuno degli esseri animati in esse contenuti possa sfuggire all’azione dell’aggressivo.

(Archivio dell’ Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Aeronautica, Fondo AOI, cart. 176, fasc.1.)

Vediamo una documentazione fotografica su questa bomba:

la bomba

sotto un bombardiere

un bombardamento con queste bombe su un villaggio

un poco di morti

un volto sfigurato dall'iprite

 

 


http://www.intermarx.com/ossto/osstomenu.html

Il genocidio italiano in Cirenaica, 1930-1931[1]

 

di Matteo Dominioni

 

La conquista della Libia negli anni si dimostrò ben più difficile di quanto si era propagandato. Anche durante gli avvenimenti bellici molte cose non si vennero a sapere, soprattutto in patria, per via di un distacco, cercato ed ottenuto nei fatti, tra il fronte e la patria. Tale distacco emerge prepotentemente nel momento in cui il conflitto si tramutò da nazionale, fatto da un esercito regolare di massa con gossi apparati per la creazione dell'opinione pubblica, in coloniale, fatto da volontari, coloni e mezzi militari più evoluti. Agli inizi del 1930 si stava ultimando, dopo un ventennio di guerra, la conquista della parte occidentale della Libia, la Tripolitania, mentre ad oriente, Cirenaica, era in atto uno scontro tra fascisti e patrioti libici che durò più a lungo e fu più intenso negli scontri.
In gennaio il generale Graziani, sulla scia della popolarità e degli agganci seguiti alla conquista della Tripolitania, viene nominato vicegovernatore della Cirenaica e insieme a Badoglio diventa uno dei personaggi chiave della fase finale, quella risolutiva. Per farci un'idea del loro operato è sufficiente ricordare, per ora, che il primo diede vita ai "tribunali volanti" con diritto di morte per reati quali possesso di arma da fuoco o pagamento di tributi ai ribelli; il secondo propose l'utilizzo di strumenti terroristici, quali le bombe ad aggressivi chimici per stroncare la resistenza libica[2].
Il fronte opposto era occupato dalla Senussia, organizzazione statuale dei seminomadi di religione musulmana. Nata agli inizi dell'ottocento, si basava su di numerose zauie, luoghi periferici del controllo politico, e allo stesso tempo religioso, che regolavano l'attività dei commerci, del pagamento delle decime e dell'attività amministrativa e giudiziaria in una società di numerosi duar, accampamenti talvolta militarizzati, sparsi per l'altopiano del Gebel.
I fascisti compresero che per rompere i legami organizzativi della resistenza dovevano eliminare la Senussia come fattore di mantenimento dell'ordine feudale. In un territorio come quello del Gebel però non era accettata l'invasione di stranieri che poteva mettere a repentaglio il delicato equilibrio ecologico, in relazione alla densità demografica, che si era instaurato. L'altopiano presentava maggiori possibilità di coltivare e allevare bestiame soprattutto per la presenza di piogge senz'altro maggiori che nella parte occidentale del paese. Tale fertilità tuttavia veniva messa in discussione dall'arrivo di nuove genti che non avevano minimamente intenzione di mantenere il naturale ordine delle cose della natura ma di colonizzare e portare un altro mondo fondato sul dominio e non sul rispetto della natura.
L'invasione fu vista come annientamento delle proprie risorse e di conseguenza della propria esistenza. Resistere significava tentare di sopravvivere, farsi soggiogare era, agli occhi dei libici, come andare incontro a un suicidio perchè avrebbe rotto il naturale rapporto di equilibrio con la natura e con esso la vita stessa. Chiarendo tale atteggiamento della maggioranza della popolazione locale, che non deve essere colto solamente nell'omogeneità delle posizioni data la numerosa eterogeneità delle culture di origine tribale, è possibile comprendere il forte attaccamento per l'indipendenza che portò tutta la popolazione a collaborare coi ribelli ed a pagare di persona.
Di fronte ai colonizzatori si presentava un problema di non poco conto: la zona più ricca della Libia, la Cirenaica, era quella che presentava una ribellione diffusa e difficile da sconfiggere perchè mimetizzata nel territorio e soprattutto perchè godeva dell'appoggio della popolazione. Non dev'essere trascurato il ruolo della dirigenza della resistenza che, grazie soprattutto all'opera di Omar al-Mukhtar, fu in grado di impiegare un efficiente sistema informativo e un veloce reclutamento delle forze.
I fascisti decisero un'azione radicale sulla collocazione geografica delle etnie per mezzo di movimenti coatti di popolazione. A partire dal 25 giugno 1930 si decise per la creazione di campi di concentramento che dovevano contenere le popolazioni del Gebel che avevano dato maggiore appoggio alla resistenza. Furono immuni alla detenzione le popolazioni già sottomesse e quelle stanziate al di fuori del Gebel. Lo scopo era quello di rompere ogni legame tra ribelli e popolazione ma anche di rompere ogni possibilità di autosussistenza delle comunità. Lo stesso Badoglio, cosciente di cosa stava andando a fare, dice: "Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica"[3].
Quanti furono i deportati dal Gebel ai campi limitrofi alla costa? Giorgio Rochat giunge ad una stima, per approssimazione, di 100/120.000 persone, praticamente tutta la popolazione del Gebel. Tuttavia, anche operando in modo così radicale, non si raggiunsero gli obiettivi prefissati cosicchè a fine agosto fu deciso di muovere nuovamente i campi in zone costiere perchè i legami tra Senussia e popolazione non erano venuti meno. Furono inasprite le sanzioni verso i detenuti e irrigidite le norme riguardanti la detenzione. All'interno dei campi vigevano condizioni precarie per la mancanza di cibo e di risorse; ci furono epidemie di tifo a cui difficilmente si riuscì a porre rimedio per l'assoluta mancanza medici - due per 60.000 detenuti - e di strumenti basilari, anche semplici pentole, per sterilizzare vesti e vettovagliamenti. Il disinteresse dei fascisti si tramutò in una filantropia che si concretava nel trasmettere, forzatamente, ai locali una sorta di etica del lavoro. Venivano negati i mezzi di produzione (terra e bestiame) ma allo stesso tempo si ricercava di inserire (sussumere) i locali in lavori di natura propriamente capitalistica.
La popolazione del Gebel, una volta rinchiusa, divenne versatile serbatoio di forza lavoro a basso prezzo da inserire nelle innumerevoli opere pubbliche (soprattutto strade) che andavano di pari passo coll'occupazione. Ai lavoratori veniva dato un salario tre volte inferiore a quello degli italiani che li metteva su di un piano di subordinazione ed allo stesso tempo li privava gradatamente degli strumenti e delle conoscenze nei lavori tradizionalmente sviluppati. Alle donne venivano dati telai e materie prime da impiegare nella fattura di tappeti e tessuti. Lo scopo era inserire gradatamente la popolazione entro un rapporto sociale legato al salario e alla produzione per l'accumulazione e non per l'autoconsumo. Tuttavia tali iniziative erano destinate a fallire, perchè i fascisti volevano ricreare in maniera coatta comunità artificiali di autosussistenza, senza rendersi conto che la precedente distruzione dell'autosussistenza formatasi attraverso pratiche graduali socialmente e culturalmente accettate impediva poi di ricreare mondi artificiali funzionanti in tale realtà perchè ad essa estranei.

Fu imposto un vero e proprio modo di produzione altro. Se le popolazioni erano in precedenza occupate nell'allevamento del bestiame e nell'agricoltura, ora venivano impiegate nella costruzione di opere edili o nella pesca. L'imperialismo italiano fu innanzi tutto esportazione di un modo di produzione che andò a destrutturare i rapporti sociali precedenti.
Un altro modo per spezzare i legami tradizionali della società libica fu l'eliminazione del 90-95% del bestiame tra gli anni 1930-1931. In una società dedita alla pastorizia, oltre che all'agricoltura e al commercio, venivano messi in discussione i requisiti minimi di approvvigionamento delle popolazioni del Gebel. Un ultimo provvedimento fu infine utilizzato per fare terra bruciata attorno ai ribelli di Omar al-Mukhtar: la proibizione del commercio con l'Egitto, dove circa 20.000 libici che si erano rifugiati erano certamente interessati a dare man forte ai patrioti. Più tardi, allo scopo di porre fine al contrabbando che avveniva per mezzo di piccole spedizioni su cammelli, i fascisti decisero di costruire un reticolato lungo 270 km lungo la direttrice Bardia-Giarabub. Dall'aprile a settembre 1931 fu costruito tale recinto largo qualche metro e impenetrabile perchè controllato per mezzo di fortini e voli aerei.
Una volta depredato il Gebel, per il lungo e per il largo, agli italiani non restava altro che porre fine alla resistenza in un ambiente finalmente immune, dove i rastrellamenti risultarono efficaci a tale scopo. I ribelli non avevano più la possibilità di muoversi in maniera discreta ed era venuta meno la precedente copertura delle popolazioni. Gli esploratori al servizio degli italiani tallonavano i ribelli passando informazioni tempestive ai comandi per un pronto intervento. L'accerchiamento dei ribelli veniva fatto in maniera tale da presidiare eventuali vie di fuga. In caso di fuga intervenivano l'aereonautica e la cavalleria per inseguire in maniera più stringente il nemico.L'arresto di Omar al-Mukhtar avvenne nel settembre del 1931 e l'esecuzione della condanna a morte, già decisa in sede extragiudiziaria, si tenne, secondo macrabo rito colonial-fascista, sulla pubblica piazza. Il 9 dicembre si riunirono i rimanenti oppositori all'occupazione e decisero per la resa. L'uccisione di Omar al-Mukhtar apparve come l'episodio definitivo di una serie che aveva portato a un veloce indebolimento della Senussia.
Una volta intacccate, come si è visto, le basilari strutture della produzione, dei commerci e dell'amministrazione, la vittoria era totale . Furono distrutti non solo i caratteri propriamente endogeni della società senussita, ma anche quelli esogeni come il rapporto tra densità demografica-popolazione. E totale fu anche il dominio, che fu subito da tutta la popolazione nonostante i ribelli in armi fossero tra i 600 e gli 800, con variazioni a seconda del dor che veniva coinvolto negli scontri.
Risulta enorme la sproporzione nel perseguire i ribelli e i loro fiancheggiatori: i secondi pagarono molto di più, primo perchè erano marginalmente coinvolti nelle battaglie, secondo perchè perirono in maggior numero. Si tenga conto del fatto che l'amnistia per i ribelli entrò in vigore prima della chiusura dei campi che andarono in contro a tale sorte proprio a causa della contraddizione per cui non si potevano perseguire le popolazioni anziché i diretti responsabili dei fatti.
Secondo fonti italiane i morti tra i ribelli per il periodo 1923-1931 sarebbero stati 6.500 ma c'è un vizio di forma in tali dati, che sono presi da materiale di parte. Altri sono i numeri macabri che emergono tenendo conto dell'esistenza dei campi, delle malattie, dei trasferimenti e dell'impoverimento arrecato alle popolazioni. Prendendo in considerazione valutazioni e censimenti della popolazione, effettuati prima e dopo la guerra dalle autorità coloniali, si ha la conferma di una impressionante diminuzione demografica nella Cirenaica. Da dati del 1928 gli abitanti sarebbero stati 225.000, mentre dal censimento del 1931 risulterebbero essere 142.000 compresi gli italiani e i nuovi immigrati. Tenendo conto di quanti fuggirono dal Gebel verso l'Egitto (10-15.000 persone) e del tasso di incremento demografico, il genocidio fascista dovuto alla repressione sarebbe di circa 45-50.000 persone che crescono fino a 70.000 se ai dati italiani si sostituiscono quelli dell'antropologo Evans-Pritchard[4] .
"Questo non è l'unico genocidio della storia delle conquiste coloniali, se ciò può consolare qualcuno, ma è certo uno dei più radicali, rapidi e meglio travisati dalla propaganda e dalla censura"[5].
Una volta che la ribellione fu vinta le popolazioni non poterono tornare nei luoghi d'origine sul Gebel che erano destinati, essendo le zone più fertili, agli italiani. I libici subirono così la radicale modifica dei principali aspetti della vita materiale e non solo: in quanto seminomadi furono rinchiusi in riserve, dove essere sfruttati come manodopera semplice.


 

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