FISICA/MENTE

 

il manifesto - 20 Novembre 2004

I tagliatori di teste israeliani
Israele sotto choc per le foto pubblicate ieri da Yediot Aharonot che mostrano gli scempi commessi da soldati sui cadaveri di palestinesi. Ma non sembrano casi isolati. Altri sono segnalati.Le autorità militari hanno aperto un'inchiesta
S.D.Q.
TEL AVIV


Ma i barbari non erano i fondamentalisti islamici iracheni, i tagliatori di teste che mandavano i video in giro che poi comparivano sui diti interne? Israele è sotto choc, ci dicono, dopo le foto pubblicate ieri dal quotidiano conservatore Yediot Aharonot che mostrano gli scempi commessi da soldati isreaeliani d'elite sui cadaveri di palestinesi uccisi. Teste tagliate, con sigarette infilate in bocca per sfregio e potersi far fare una bella foto da esibire come trofeo di guerra o da vendere presso un pubblico che evidentemente le chiede e le apprezza.

Il capo supremo dell'esercito israeliano, generale Moshe Yaalon ha ordinato ieri alla polizia militare di aprire un'inchiesta sugli abusi commessi dai soldati nei territori occupati e testimoniati dalle foto pubblicate dal giornale. «Se verificati saranno perseguiti» ha garantito un portavoce militare. «La forza etica dell'esercito israeliano non è meno importante della sua forza militare», ha chiosato Yaalon.

Il primo caso di scempio si è verificato nella valle del Giordano e ha per protagonisti i soldati del battaglione Nahal Haharedi. I cui compoenti si accaniscono e si divertono sui resti di un kamikaze palestinese che si era fatto saltare al check point di Hamra. La testa tagliata fu collocata dai soldati su un muretto di cemento e gli era stata infilata in bocca una sigaretta. Poi tutti in posa per farsi fotografare.

Altre foto mostrano gli eroi di Tshal che puntano il mitra sul cadavere di un palestinese ucciso. Un soldato ha raccontato di un altro giochino: i soldati che crivellano al loro passaggio il corpo senza vita di un altro palestinese.

Ma quelli denunciati da Yediot non sembrano casi isolati. Casi del genere sono segnalati dalla valle del Gordano a Gaza, da Hebron a Jenin. A Gaza, qualche tempo fa, il corpo di un poliziotto palestinese ucciso fu esibito come un trofeo di guerra. Un civile palestinese falciato da un carro armato perché sospetto - si scopì poi che era disarmato - fu issato sullo stesso carro armato e portato alla base israeliana perché i soldati ci potesse «giocare» un poco.

Appena qualche settimana fa fu un ufficiale della brigata Givati a scaricare un intero caricatore sul corpo ferito di una ragazzina palestinese di 13 anni. La studentessa Imam a-Ams aveva commesso l'errore di appoggiare per un attimo lo zaino di scuola a terra: troppo sospetto, falciata e colpita. Forse poteva anche sopravvivere ma ci pensò l'ufficiale a sistemare le cose, sparandole oltre venti colpi in corpo. Non risulta che la solita indagine «immediatamente aperta» lo abbia incriminato di alcunché. Sono cose che capitano. Dicono che dal 200 al 2004 la polizia militare abbia aperto oltre 500 indagini per comportamenti «non etici» da parte dei reparti impegnati in Palestina e che un'ottantina siano finiti con «condanne esemplari». Vedremo come finirà questa inchiesta e se gli «eventuali» colpevoli finiranno in carcere come è capitato a molti dei refusniks che si sono rifiutati di combattere «una guerra d'occupazione» in territori che non sono Israele.

Oltre tutto sembra che la maggior parte di queste bavures siano opera di reparti d'elite, sovente composti da volontari ultra-religiosi. Il fatto positivo è che le foto siano state passate al giornale da alcuni commilitoni dei tagliatori di teste «disgustati» da quello scempio. Alcuni deputati laburisti hanno chiesto un'immediata sessione della Knesset.

Ieri, tanto per non perdere l'abitudine, un tan israeliano ha ucciso un palestinese a Gaza.

l'Unità  19.11.2004
Scandalo in Israele, soldati oltraggiano cadaveri palestinesi
di Umberto De Giovannangeli


 Quelle foto sono un pugno nello stomaco alla coscienza democratica del Paese. Quelle foto sono un j’accuse terribile per Tsahal. La pubblicazione di quelle foto testimonia che Israele ha in sé gli anticorpi per espellere un virus che rischia di minare i suoi valori, la propria etica, il proprio futuro. A mostrare le foto della vergogna è il quotidiano Yediot Ahronot, il più diffuso giornale israeliano. Sono le fotografie di alcuni soldati in posa accanto ai cadaveri di palestinesi uccisi durante l’Intifada, come fossero «trofei di guerra». Immediata l’indignazione dei vertici militari. «Abbiamo aperto un’inchiesta della polizia militare», assicura il capo di stato maggiore, generale Moshe Yaalon, secondo cui si tratta di casi però isolati che non rispecchiano il comportamento generale dei suoi soldati. Ma la tesi «minimizzante» del generale Yaalon non convince la stampa israeliana, la quale, al contrario, ritiene che la situazione sia ben più allarmante e su un sito Internet gestito da soldati congedati è giunta ieri un’altra testimonianza (anonima) relativa ad abusi compiuti sui cadaveri di due militanti palestinesi a Hebron.

Sono tre le foto della vergogna. Foto numero uno: nelle dune sabbiose a sud di Gaza, giace il cadavere seminudo di un palestinese appena ucciso. Fra le gambe si notano quattro bombe a mano, che non ha fatto in tempo ad usare. Alla vista della macchina fotografica, uno dei soldati si mette in posa tenendo una gamba sul petto del caduto.

Foto numero due: nella valle del Giordano, presso la località di Hamra, un palestinese si è appena fatto saltare in aria, senza provocare vittime. Nella sua testa ormai staccata dal corpo è stata infilata una sigaretta.

Foto numero tre: come un animale selvaggio abbattuto durante una partita di caccia, così il cadavere di un palestinese appena ucciso a Gaza viene ripreso mentre è legato sul cofano di una jeep. I soldati hanno spiegato a Yediot Ahronot di aver definito per scherzo quel morto: «Hapy». Si tratta di un vezzeggiativo - spiegano ancora - di «Haf mi-pesha», che in ebraico significa «innocente». Al momento dell’uccisione, «Hapy» era disarmato e non rappresentava un pericolo. Quelle foto scuotono il mondo della politica israeliano. «È l’ennesimo campanello d’allarme di una crisi morale che è penetrata dentro Tsahal», dice a l’[i]Unità [i]Yossi Sarid, parlamentare alla Knesset e leader storico della sinistra sionista. «Quelle foto danno il senso di ciò di devastante che l’occupazione dei Territori e l’oppressione esercitata contro il popolo palestinese ha provocato in noi», gli fa eco Shulamit Aloni, già ministra nei governi laburisti, una delle fondatrici di «Peace Now», il movimento pacifista israeliano. In un’intervista alla radio militare il generale Yaalon ha detto di essere rimasto scosso da quelle immagini: «Si tratta - ha notato - di atti terribili, abbiamo già avviato un’indagine della polizia militare, i responsabili saranno puniti».

«Altro che “erbacce” o casi isolati. In questi episodi sono coinvolti il meglio dei nostri giovani», polemizza Ziv Maavari, un ufficiale della riserva. Alcuni mesi fa Maavari, assieme con un gruppo di ex commilitoni, hanno organizzato una mostra fotografica con le immagini da loro riprese durante il servizio militare a Hebron (Cisgiordania). Le loro angherie quotidiane, le loro prevaricazioni piccole e grandi, sono venute così alla luce assieme con il loro senso postumo di rimorso. «Rompiamo il silenzio»: questo è il nome del gruppo di Maavari che ha attivato un sito Internet. Ieri vi compare una nuova testimonianza (anonima) in cui si descrive l’uccisione di due palestinesi a Hebron. Secondo questo testo - non controllabile - tre soldati si misero in posa con due cadaveri (sollevati da terra), pretendendo di essere un’allegra comitiva. «A volte uccidere il nemico non è la cosa peggiore che li posa capitare. A volte, può succedergli anche di peggio», annota il membro di «Rompiamo il silenzio» che riferisce l’episodio.


il manifesto - 18 Novembre 2004

DELIRI
Ultrà filo-Israele contro Ali Rashid


Venerdì scorso, su Radio 24, programma dedicato alla morte di Arafat, invitati Carlo Panella, Fiamma Nirenstein, Yasha Reibman, Luisa Morgantini e Ali Rashid. Argomento delicato, giudizi opposti, dibattito infuocato. A un certo punto Ali Rashid, primo segretario della delegazione (ambasciata) palestinese in Italia, ha definito la Nirenstein, corrispondente de La stampa, che sputava fuoco e fiamme sul «terrorista» Arafat, «una che diffonde propaganda al soldo di Israele, che è una colona e i palestinesi combattono con le armi contro i coloni che vivono sulle loro terre». Panella, giornalista de il Foglio, si è molto indignato ed è cavallerescamente insorto a difesa della sua sodale. Ma l'ostinato Ali Rashid non solo non si è scusato con Fiamma ma ha ribadito che lei e anche Carlo sono «parte del grande apparato di propaganda che Israele ha messo in piedi con il compito di attaccare i palestinesi e in particolare Arafat».

Apriti cielo. Il giorno dopo il sito degli ultrà filo-Israele che si chiama proditoriamente «informazione corretta» ha cominciato a sparare a zero su Ali Rashid, chiedendo l'intervento del parlamento e del governo (e Ciampi no?) e invitando i suoi lettori a «rivolgersi alla Farnesina» per esigere di spogliare questo «pseudo-diplomatico rappresentante di un'organizzazione terroristica» della sua immunità e cacciarlo dall'Italia.

Colpevole del reato di aver detto, magari in modo un po' brutale, alcune cose ovvie. Primo che Fiamma, un'ex di Potere operaio, e Carlo, un ex di Lotta continua (talmente immedesimato, qualche anno fa, da essere noto nell'ambiente come «l'ayatollah Panella»), sono «dei propagandisti» della causa israeliana - basta leggere quello che scrivono e ascoltare quello che dicono -, secondo che Fiamma è, a rigore, una colona in quanto abita a Ghilo. Che è una colonia israeliana costruita nella parte orientale di Gerusalemme, verso Betlemme, sulle terre che prima appartenevano al villaggio palestinese di Beit Jala.

L'iniziativa degli ultrà sarebbe da ridere - come è da ridere la lettura della loro «informazione (s)corretta» su Israele se non fosse che coi loro deliri alimentano incessantemente una vera e propria caccia alle streghe contro chiunque non sia cieco e sordo. E propagandista.

 

il manifesto - 20 Novembre 2004

ALI RASHID
Attacco grottesco
* * *


L'attacco ad Ali Rashid, definito ambasciatore dell'odio, con la richiesta di espulsione dall'Italia al Ministero degli Esteri, confinano con il grottesco. Conosciamo da molti anni e collaboriamo con Ali Rashid, lo abbiamo spesso avuto nei Congressi nazionali della Fiom dove è sempre riuscito a rappresentare con grande capacità ed equilibrio politico la tragica situazione in cui è costretto a vivere il popolo palestinese. Un popo che è privato, dalla distruttiva politica del governo e dell'esercito israeliano, contro ogni norma di diritto internazionale, non solo del suo legittimo diritto ad avere uno Stato nazionale indipendente, accanto a quello di Israele, ma di tutti i fondamentali diritti umani: sociali, economici, civili e politici, del primario diritto a vivere in una pace giusta. In un'epoca di fondamentalismi, di cui è espressione anche l'attacco a Ali Rashid, primo segretario della delegazione generale palestinese in Italia, la misura con cui egli è capace di esprimere le ragioni del proprio popolo merita solo rispetto e solidarietà: è quella che vogliamo riconfermargli, insieme all'impegno nella difesa del diritto dei palestinesi ad esistere come popolo con un proprio Stato.

*** Fiom Nazionale Ufficio Internazionale

il manifesto - 24 Novembre 2004

Mercenari israeliani in business class
IL GOVERNO ITALIANO ha aiutato 32 «consiglieri» israeliani (impegnati nella guerra contro la Francia di Laurent Gbagbo?) a fuggire in fretta dalla Costa d'Avorio. Su richiesta dell'ambasciata d'Israele a Roma
EMANUELE GIORDANA*
DI RITORNO DA FREETOWN


È stata la sede diplomatica italiana ad Abidjan a consentire la rapida fuga dalla Costa d'Avorio di 32 israeliani in difficoltà, inclusi in una lista ufficiale della locale ambasciata d'Israele. Personaggi che, come ha rivelato la stampa francese, avevano almeno tre profili: «consiglieri militari» per Le Monde; «contrattisti privati» secondo la versione ufficiale; «mercenari» tout court per la rete televisiva TF1 citata da Haaretz. Controversi figuri oggetto di speciali attenzioni da parte della Farnesina, che ha esercitato una forte pressione sulla nostra ambasciata, opponendo ai tentennamenti sulla priorità degli imbarchi l'assoluta necessità di una loro rapida uscita di scena. Contrattazione nervosa, che si svolge mentre l'attuale ministro degli esteri Gianfranco Fini, ancora in veste di vice premier, si trovava in visita ufficiale a Tel Aviv. L'ambasciata ad Abidjan smentisce che vi siano state «pressioni particolari» da Roma e spiega invece che l'operazione è stata portata a termine, oltre che su richiesta in loco, anche dopo i contatti tra l'ambasciata d'Israele in Italia e la nostra Unità di crisi alla Farnesina, che si sarebbe limitata a comunicare ad Abidjan le esigenze israeliane.

Strano silenzio in Italia

La vicenda, passata praticamente inosservata sui giornali italiani, coinvolge dunque il nostro paese in una storia oscura che non sembra essersi conclusa con la partenza, a metà novembre, dell'ultimo aereo di rimpatriati francesi, evacuati da Abidjan dopo la violenta ondata di ivoirité scatenata dalla quasi-guerre, come l'ha chiamata Le Monde, tra la Francia e la Costa d'Avorio. Ed è proprio il giornale parigino che il 16 novembre solleva il problema, descrivendo l'attività di 46 «cooperants» militari israeliani, la cui base si trova al 21mo piano dell'Hotel Ivoire ad Abidjan. Sarebbero stati loro a dirigere i due droni (aerei senza pilota) forniti da Israele all'esercito ivoriano e in grado di disegnare le mappe delle postazioni dell'esercito francese in Costa d'Avorio. Le stesse che il 6 novembre sarebbero servite ai piloti ucraini e bielorussi (mercenari o contrattisti privati che dir si voglia) che a bordo di Soukhoi-25 sganciano missili da 57 mm sulle postazioni francesi, uccidendo 9 militari d'oltralpe e un americano. Qualche giorno dopo Le Monde ipotizza, sulla base delle analisi delle registrazioni rinvenute sui droni sequestrati dai francesi ad Abidjan, che non si sia affatto trattato di bavures. Nessun errore, ma un vero e proprio atto di guerra premeditato. Che innesca poi tutta la crisi.

I contrattisti israeliani sono però già lontani. Ma a lasciare il paese sono solo in 32, come ha precisato ieri l'Agenzia Italia in un resoconto sulle evacuazioni degli stranieri. Hanno fretta, e l'ambasciata israeliana prepara per loro una lista da presentare alla nostra sede diplomatica, forse per evitare un passaggio spiacevole e imbarazzante nelle maglie delle autorità francesi che stanno organizzando il grosso delle partenze degli stranieri. L'Italia è tra i paesi che gestisce una parte dell'esodo. «Non un'evacuazione - precisa l'ambasciatore Paolo Sannella raggiunto telefonicamente ad Abidjan - ma semplicemente un invito a lasciare il paese. Invito che in molti, i missionari ad esempio, non hanno neppure raccolto. Quanto agli israeliani, la richiesta è arrivata dall'ambasciata ad Abidjan sulla base di una lista di una trentina di nominativi. E, attraverso l'Unità di crisi, dalla sede diplomatica di Israele a Roma. Ma - aggiunge Sannella - senza nessuna pressione particolare. Inoltre - continua - noi lavoravamo d'intesa con le autorità francesi». Tutto quindi alla luce del sole. Ma altra fonte racconta la vicenda diversamente.

La versione ufficiale e le altre

Le pressioni arrivano sia martedi 9 che mercoledì 10. E sono così forti che, presumibilmente, quando due C-130J hanno già evacuato 123 italiani e «94 cittadini di varia nazionalità», come riferisce l'Ansa il 13 novembre, gli israeliani scomodi hanno già lasciato il paese. La vicenda intanto, dopo l'uscita di Le Monde, che dedica al «passaggio» offerto dall'Italia una sola riga, crea un polverone in Israele, dove il ministero della Difesa smentisce le accuse francesi. L'eco che ci riguarda non è meno forte e, pur se ormai son passati una decina di giorni, rimbalza persino nei paesi vicini.

A Dakar, Senegal, si mette in movimento l'ambasciata americana che cerca di saperne di più. Lo fa utilizzando qualche vecchia amicizia che gli consente di sondare reazioni e indiscrezioni che da qualche giorno circolano a Freetown, Sierra Leone, dove, dalla fine di settimana scorsa, ci sono una ventina di giornalisti italiani e un discreto manipolo di nostri diplomatici. L'occasione è una conferenza internazionale organizzata dall'Italia sul futuro della nostra cooperazione in Africa. Naturalmente all'ordine del giorno ci sono gli 8 milioni di euro che l'Italia ha deciso si stanziare per nuovi interventi sociali o la questione dell'imminente, ma non proprio certa, riapertura dei cantieri di Bumbuna, diga regalata alla Sierra Leone trent'anni fa ma non ancora in funzione. Ma uno degli argomenti, nei corridoi, diventa quello della vicenda che ha avuto come teatro la Costa d'Avorio.

Nel caldo torrido che avvolge la capitale della Sierra Leone, dove la conferenza sulla cooperazione affronta il dramma del reinserimento dei bambini soldato, lo spettro dei mercenari, che tanta parte hanno avuto ed hanno nelle guerre africane, sembra dipanare il filo rosso che unisce e sconvolge da anni i paesi dell'Africa occidentale. Paesi piccoli ma che muovono grandi appetiti: diamanti, bauxite, oro ma anche cacao o, più semplicemente, il fiorente traffico d'armi. Paesi piccoli ma che muovono anche appetiti diplomatici. La Sierra Leone ci è vicina nella nostra battaglia per il Consiglio di sicurezza. La Costa d'Avorio? Un vuoto lasciato dai francesi potrebbe farci comodo soprattutto se gli ivoriani ci devono un piacere. Perché no, anche quello di aver favorito la rapida uscita di scena di 32 personaggi scomodi, ma buoni consiglieri per l'esercito di Laurent Gbagbo.

*Lettera22

 

il manifesto - 24 Novembre 2004

Israele e il fiorente mercato africano delle armi
GABRIELE CARCHELLA *


I paesi africani attingono a piene mani dall'arsenale militare d'Israele. I contatti tra Tel Aviv e i paesi sub-sahariani sono favoriti dall'elevata specializzazione dall'industria bellica e delle tecnologie contro la desertificazione israeliane Prima della sospensione delle esportazioni di armi verso Abidjan, novembre scorso, Israele esportava in Costa d'Avorio armamenti e aerei telecomandati. Nel paese diverse imprese israeliane sono inoltre coinvolte in grandi progetti nel settore delle costruzioni. I contatti sono iniziati nel 1962 con l'allacciamento delle relazioni diplomatiche. Israele ha collaborato anche con Camerun, Liberia, Togo e il Congo-ex Zaire per l'addestramento di unità speciali incaricate di proteggerne i presidenti. Dopo lo stop conseguente alla guerra dello Yom Kippur nel 1973, le esportazioni di tecnologia e armi Israele-Africa sub-sahariana sono riprese negli anni `80. Israele ha inviato gruppi di consulenti e addestratori in almeno dieci paesi africani: nell'ex Zaire i militari di Tsahal hanno riorganizzato e riarmato una divisione nella provincia di Shaba. Alle soglie degli anni `90, Israele è già diventato uno dei maggiori esportatori al mondo per armi e tecnologie di sicurezza, con un giro d'affari stimato in 1.5 miliardi di dollari l'anno: un terzo di tutte le esportazioni industriali del paese. Le industrie israeliane sono state anche accusate di fornire di armi e istruttori ai ribelli del Darfur (Sudan) e della Sierra Leone. Lettera22*

il manifesto - 24 Novembre 2004
INTERVISTA
Africa terra di conquista
Parla l'analista Leonard Touadi: «Qui la guerra è sempre un business per un sottobosco affaristico-mafioso»
IRENE PANOZZO*


«L'utilizzo di mercenari nelle guerre africane è un elemento altamente destabilizzante, ma è anche uno dei traffici più lucrosi e fiorenti che coinvolge direttamente le presidenze di molte repubbliche africane». Jean Léonard Touadi, analista e autore di un recente saggio sulle guerre africane (Congo, Editori Riuniti), parla con chiarezza del coinvolgimento di militari stranieri nei diversi scenari di conflitto africani.

I reportage da Abidjan parlano della presenza di mercenari israeliani al fianco del presidente Gbagbo. Mentre la crisi ivoriana riscoppiava violenta, sir Mark Thatcher, figlio dell'ex primo ministro britannico, è sotto inchiesta per un altro affare di mercenari, coinvolto in un complotto per un colpo di stato contro Obiang Nguema, presidente della Guinea Equatoriale...

Purtroppo quella dei mercenari è una presenza costante nelle guerre africane. Oltre alla Costa d'Avorio c'è il caso del Congo-Brazzaville, il mio paese, dove entrambi i contendenti della guerra civile degli anni Novanta hanno fatto largo uso di militari assoldati all'estero. La stessa cosa è successa nella Repubblica Democratica del Congo, in Angola e l'elenco potrebbe continuare.

Come spiega il fenomeno?

Nello scacchiere geoeconomico africano esiste un sottobosco affaristico-mafioso legato direttamente alle leadership politiche, che si alimenta di scambi illeciti tra materie prime - dal mercurio al petrolio, dai diamanti al legname e anche al cacao - e armi. Accanto a militari professionisti. Un intreccio inestricabile e altamente remunerativo tra economia di guerra, sfruttamento illegale delle risorse naturali e tutela dei propri interessi sia da parte delle élite politiche locali che delle grandi compagnie internazionali. Sassou Nguesso, il presidente del Congo-Brazza, è un campione in queste cose e Dos Santos, il presidente angolano, non è da meno. Lo schema in fondo è abbastanza semplice. Attraverso canali non contrattuali, le compagnie che hanno in concessione i giacimenti di petrolio o di diamanti destinano una partita di materie prime al presidente della repubblica e al suo entourage. Partita che può essere poi riutilizzata per comprare armi o assoldare mercenari.

Una transazione, quindi, di cui non rimane traccia.

Esatto. Gli intermediari, per quanto riguarda l'Africa occidentale, sono in primo luogo libanesi. In Africa orientale invece sono indiani e pakistani a farla da padrone. E poi ci sono ex membri dei servizi segreti israeliani o dei servizi segreti dei paesi ex socialisti, stati con cui molti dei leader africani hanno avuto stretti legami in passato.

E' quanto è successo anche in Costa d'Avorio?

Non me ne stupirei. Gbagbo ha potuto comprare al mercato nero degli aerei Sukhoi, non mi meraviglia che abbia anche assoldato mercenari.

Qual è la sua analisi della crisi ivoriana?

Sono abbastanza diffidente nei confronti di analisi che cercano di scavalcare le dinamiche interne di un paese per andare a rintracciare solo cause esterne. Questo vale in particolare per la Costa d'Avorio, un paese che è sempre stato presentato come il miglior risultato della via africana al capitalismo e alla stabilità. Invece la vetrina si è infranta.

Perché?

Per l'onda lunga di una decolonizzazione mancata. L'indipendenza non ha cambiato nulla nei legami coloniali con la Francia. Il sistema ha retto fino a che Félix Houphouët-Boigny, il padre della patria, è rimasto in sella, utilizzando il pugno di ferro ma garantendo una redistribuzione della ricchezza fino al più sperduto villaggio. Alla sua morte, che ha coinciso con il crollo del prezzo internazionale del cacao, tutte le contraddizioni sono venute a galla. La crisi economica, che in Africa comporta destabilizzazione politica e sociale, si è sommata alla presenza nel paese di alcuni milioni di immigrati dai paesi vicini generando il mostro dell'ivoirité.

Un concetto utilizzato a proprio vantaggio dal presidente Gbagbo, che ha così messo fuori gioco un avversario temibile come Alassane Ouattara, di padre burkinabé.

Infatti. È anche per questo che, a mio parere, Gbagbo ha grandi responsabilità nella crisi. Non ha respinto l'ivoirité, non ha saputo mettere un freno alla cerchia di politici e burocrati che fa capo a sua moglie e ha perso il controllo sui jeunes patriots, le squadre di facinorosi suoi sostenitori. Gbagbo sembra ormai un apprendista stregone, che non riesce più a gestire le forze che ha scatenato.

Le organizzazioni regionali e continentali contano?

È una della novità positive dell'Africa, che dopo il crollo del Muro di Berlino ha sofferto di una grande solitudine geopolitica. Oltre all'originaria funzione economica, gli organismi regionali e l'Unione Africana si stanno impegnando anche in ruoli di mediazione e pacificazione, con il riconoscimento della comunità internazionale. Non a caso sulla crisi ivoriana è stata l'Ecowas, la comunità economica dell'Africa occidentale, la prima a pronunciarsi.

*Lettera22

 

http://digilander.libero.it/galatrorc/democrazia/20020523_albacete_protestantusa.htm

I protestanti Usa appoggiano Israele

Negli Usa fra i più accesi sostenitori dello Stato d’Israele ci sono i cosiddetti “cristiano-evangelici".

di Albacete Lorenzo





Negli Usa fra i più accesi sostenitori dello Stato d’Israele ci sono i cosiddetti “cristiano-evangelici”, la cui influenza all’interno del Partito Repubblicano è ritenuta decisiva per le elezioni congressuali e presidenziali. I cristiano-evangelici sono quei protestanti che, sentendosi inorriditi e minacciati da ciò che identificano come l’immoralità determinata dal secolarismo della vita americana, affermano la necessità di riformare il Paese in sintonia con gli insegnamenti biblici (negli ultimi anni, alcuni cattolici conservatori, impegnati nella battaglia contro l’aborto e l’omosessualità, hanno fatto con loro causa comune a dispetto della teologia evangelica, strettamente protestante). Il loro appoggio ad Israele non deriva da ragioni politiche ma da un’interpretazione letterale della Bibbia.


Appoggiano incondizionatamente lo Stato d’Israele perché credono che la Palestina sia stata donata agli ebrei da Dio stesso, e nessun altro ha il diritto di costituire uno stato su quella terra “santa”. Sono dunque fieramente contrari alla nascita di uno stato palestinese su quei territori. In circostanze ordinarie, la stragrande maggioranza degli ebrei americani non avrebbe nulla a che spartire con gli evangelici, poiché moltissimi ebrei sono liberal decisamente avversi all’idea di tornare a fare dell’America una nazione “cristiana”. Tuttavia oggi la situazione è molto lontana dalla normalità per gli ebrei, persuasi che il conflitto israelo-palestinese stia mettendo in serio pericolo la stessa esistenza d’Israele. Il risultato è che il valido sostegno degli evangelici ha diviso la comunità ebraica americana a metà tra chi accoglie con favore la solidarietà da qualsiasi parte arrivi e chi invece guarda a un’alleanza con gli evangelici come ultimamente contraria agli interessi ebraici. Secondo costoro lo Stato d’Israele che i cristiano-evangelici hanno in mente non è quello reale che appoggiano, cioè uno Stato ebraico laico e democratico, governato non dalla religione ma dai valori etici ebraici. In effetti, gli evangelici combattono proprio quei valori etici e, in politica interna, minacciano l’idea moderna di libertà per la quale l’America dovrebbe essere nata. Israele, dicono, dovrebbe porre maggiore attenzione quando decide di accettare il sostegno di qualcuno.

di Albacete Lorenzo,
Tempi, Numero: 21 - 23 Maggio 2002

 

http://erroneo.org/Articolo132.html


Democrazia vo' cercando
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Dalle remote sante terre ci giunge un evento che formalmente ci atterrisce quanto il conteggio dei caduti ogni fine settimana.
La storia dell'esclusione del candidato Azmi Bishara (Assemblea Nazionale Democratica) dalle elezioni del 28 gennaio 2003.
di Lorenzo Pavesi

Stavolta ad essere abbattuto in Israele è un capisaldo della democrazia: la commissione elettorale centrale israeliana ha deciso infatti di annullare la candidatura di Ahmad Tibi (Hadash), del partito Balad (National Democratic Assembly) e del suo candidato AZMI BISHARA alle prossime elezioni, il 28 gennaio 2003, eliminando in questo modo la possibilità di visibilità e di presenza ad una importante componente dell'etnia araba in Israele.
Il programma politico di Azmi Bishara e' incentrato sulla democratizzazione dello Stato di Israele nella convivenza rispettosa delle etnie arabe ed ebree.
I cittadini arabi di Israele (il 20% della popolazione) hanno il diritto di una rappresentanza democraticamente eletta per la realizzazione dei loro bisogni e delle loro speranze.
A tale insostenibile situazione che, in spregio delle regole democratiche, elimina il diritto di ogni cittadino ad essere rappresentato nell'attività del proprio parlamento è necessario contrapporre una risposta ferma e decisa.
Lorenzo Pavesi


http://thule-italia.blog.excite.it/permalink/212575

La Guantanamo israeliana      
di Noreporter.org    

 
 
Si chiama installazione 1391. Si trova da qualche parte in Israele, ma ufficialmente non esiste. È stata cancellata dalle mappe e non appare in alcuna foto aerea. Anche le strade che la raggiungono sono state deviate. Ma che installazione 1391 sia reale lo sanno bene i palestinesi e i libanesi che vi sono stati rinchiusi e torturati.
"Quando arrivai in quel posto mi diedero un'uniforme blu e un cappuccio nero. Mi dissero: quando qualcuno viene nella tua cella devi metterlo sulla testa. Ogni volta che ti portano il cibo devi metterlo sulla testa. Non devi vedere le facce dei soldati. Non vorrai sapere che cosa ti succederà se te lo togli".
Samar Said faceva l'autista di scuolabus per i bambini palestinesi. Quando venne arrestato, era scalzo e in pigiama. Lo portarono in un luogo che lui non riuscì mai a vedere, né a sapere dove fosse.
"A volte pensavo che sarei morto in quel posto e nessuno lo avrebbe mai saputo".
Un lungo reportage di Chris McGreal pubblicato sul giornale britannico The Guardian rivela l'esistenza di questa prigione segreta, dove si viene portati senza sapere perché, senza che nessun giudice possa intervenire, dalla quale non si sa se e quando si uscirà.
Secondo l'articolo del Guardian i prigionieri sono tenuti in una condizione di privazione sensoriale quasi assoluta. Secondo la descrizione fatta da Raab Bader, un ragioniere di 38 anni, che fu probabilmente nella stessa prigione di Samar Said. Le celle sono senza finestre, non più grandi di due metri per lato, la luce è appena sufficiente per vedersi le mani. L'acqua entra da un buco sulla parete. Racconta Raab Bader: "Le celle sono completamente dipinte di nero. Non è possibile vedere il soffitto. Quando guardavo in alto vedevo solo oscurità. Una luce non più forte di quella di una candela penetra in un modo particolare da un lato della stanza".
Nella cella c'è solo un sottile materasso e un vaso per i bisogni corporali vuotato solo ogni tanti giorni. "Dopo nove giorni consecutivi nella cella puzzolente entrò un soldato per portarmi fuori" racconta Raab Bader "Quasi vomitò e uscì di corsa".
La prigione si trova in un vecchio forte costruito dagli inglesi negli anni Trenta. Si trova all'interno di una base dell'intelligence dell'Esercito, nel nord di Israele dove ha sede un'unità speciale denominata Unità 504. Tra le imprese di questo reparto segreto, il rapimento negli anni '80 di numerosi libanesi, tenuti come ostaggi per ottenere la liberazione di soldati israeliani presi prigionieri dagli Hezbollah. Tra le persone portate nell'Installazione 1391 lo sceicco Abd al-Karim Obeid e la sua famiglia oltre a Hashem Fahaf, un giovane che era semplicemente andato a salutare lo sceicco. Hashem rimase per undici anni nelle mani degli israeliani senza che nessuna accusa fosse formulata contro di lui.
Giudici, avvocati, parlamentari: nessuno ha accesso alla prigione, di cui le autorità militari negano l'esistenza. L'unica ammissione è che la Installazione 1391 "è un'installazione classificata all'interno di una base segreta dell'Esercito dove si svolgono attività segrete". Dice Ami Ayalon, ex capo dello Shin Bet, il servizio segreto militare israeliano: "Sapevo che c'era una installazione che non è sotto il controllo dello Shin Bet, ma sotto la responsabilità dei militari. Non ritenevo allora, e non ritengo oggi, che una tale struttura possa esistere in una democrazia".
Dalle pochissime testimonianze che sono filtrate da persone detenute nella Installazione 1391 si sa che oltre alle condizioni estreme di detenzione ("ora dopo ora parlavo a me stesso e sentivo che stavo diventando pazzo, oppure mi accorgevo che ridevo da solo" racconta uno dei prigionieri) nella prigione segreta si pratica sistematicamente la tortura su uomini che spesso non sanno neppure perché si trovano là.
E se qualcuno cerca di sapere dagli uomini che li interrogano dove si trovano si sentono dire: "A Honolulu". 

 

A proposito di democrazia in Israele      

17-04-2003

Se sapete che Israele è l'unica democrazia in medioriente allora è importante prendere nota di alcune cosucce un pò poco democratiche ....

 


http://www.federalobserver.com/archive.php?aid=5156

I FALSI DEL MOSSAD

(11 Febbraio 2003) 

Al Governo degli Stati Uniti sono state fornite concrete prove che il Mossad e altri servizi segreti israeliani sono risultati coinvolti in una attività, durata 13 mesi, tesa a "reclutare" una falsa "cellula di Al-Qaeda" fra i Palestinesi, in modo da far ottenere ad Israele un ruolo in prima linea nella guerra Americana contro il terrorismo e, nello stesso tempo, ottenere il via libera ad una politica mondiale di "vendetta senza confini". La domanda è: "Gli Stati Uniti avranno la forza morale di investigare?". La prova di queste azioni israeliane è giunta all'attenzione pubblica il 6 Dicembre scorso, quando il Col. Rashid Abu Shbak, capo del Palestinian Preventive Security Services nella striscia di Gaza, ha tenuto una conferenza stampa rivelando i dettagli del supposto complotto, di cui la sua agenzia aveva messo insieme i vari pezzi. Tali rivelazioni minano la "grossa bugia" che Ariel Sharon ha usato per giustificare i nuovi e brutali attacchi sui civili Palestinesi nella striscia di Gaza e in altri territori occupati. Sharon aveva affermato il 4 Dicembre che i Servizi Segreti Israeliani avevano "prove solide" che al Qaeda svolgeva operazioni nella striscia di Gaza. Ora, la leadership palestinese ha dimostrato agli USA e alle altre nazioni come i Servizi Segreti Israeliani avevano creato quel link ad Al Qaeda! Lyndon LaRouche, precandidato democratico alle presidenziali americane del 2004, ha commentato che queste rivelazioni, se confermate, potrebbero essere di una "importanza strategica" nel fermare i falchi della guerra, americani, inglesi e israeliani, che spingono per una guerra in Medio Oriente, incominciando con l'invasione dell'Iraq. Una guerra giustificherebbe il piano del governo Sharon di annullare l'idea di uno stato palestinese. LaRouche ha ammonito che se le istituzioni presidenziali americani e la comunità internazionale bloccheranno con successo la guerra preventiva contro l'Iraq, il più grande pericolo diventerebbe che un attacco di "mega-terrore", di cui avrebbero incolpato i Palestinesi, o una celleula di al-Qaeda "legata all'Iraq", sarebbe stato organizzato da fanatici nel governo di Israele del tipo Jabotinsky, per rimettere la guerra al primo posto dell'agenda. Notizie del tentativo del Mossad di creare una cellula di Al Qaeda si sono avute quando fonti ben informate dell'intelligence, situate a Washington, avevano segnalato all'Executive Intelligence Review (EIR) i dubbi intorno alla affrettata dichiarazione del Mossad che "al Qaeda" era la responsabile dell'attacco del 28 novembre ad un hotel a Mombasa in Kenya, dove furono uccisi tre israeliani, e del fallito attacco missilistico all'aereo israeliano partito dall'aeroporto di Mombasa. Nei primi cinque giorni nessun attentatore era ancora identificato - sottolineano le fonti - ma i ministri del governo Sharon imbastirono una immediata propaganda tesa ad una vendetta su scala internazionale. Le autorità del Kenia negarono collegamenti tra l'accaduto e al Qaeda, ma l'utilità, per gli scopi israeliani, di accusare al Qaeda, si rese palpabile quando il Ministro degli Esteri Benjamin Netanyahu definì gli attacchi in Kenia "una opportunità d'oro" per provare agli Stati Uniti che la guerra di Bush al terrorismo e la guerra di Israele con i palestinesi erano la stessa cosa. La fazione di Netanyahu ha violentemente respinto le rivelazioni dell'Autorità Palestinese, e così la stampa europea e americana hanno seguito la stessa linea, nonostante la gravità delle accuse e i documenti che i Palestinesi avevano fornito alla stessa stampa. Cronologia delle rivelazioni. Il 7 Dicembre, la Reuters, il quotidiano israeliano Ha'aretz, e la TV Al-Jazeera, riportarono contemporaneamente che l'Autorità Palestinese (AP) aveva accusato il Mossad di creare una finta cellula di Al Qaeda nella striscia di Gaza. Ha'aretz riportava che "il capo della Sicurezza Palestinese" nella striscia di Gaza, Col. Rashid Abu Shbak, ha affermato il 6 Dicembre che le sue forze "avevano identificato un numero di collaboratori palestinesi a cui le agenzie di sicurezza israeliane avevano ordinato di 'lavorare nella striscia di Gaza sotto il nome di Al Qaeda'. Egli aggiungeva che le investigazioni erano in corso e che sarebbero state portate le prove ". La TV Al-Jazeera aggiungeva che l'AP aveva arrestato un gruppo di palestinesi "collaboratori con le forze di occupazione israeliane" in Gaza. Il giornalista della Reuters, Diala Saadeh, sottotitolava "Palestinesi: Israele ha simulato la presenza di Al Qaeda a Gaza" e riportava le affermazioni di ufficiali dell'AP e dello stesso Arafat secondo cui le affermazioni di Sharon dell'esistenza di operazioni di Al Qaeda nei territori palestinesi "è una grossa, grossa, grossa bugia per coprire gli attacchi [di Sharon] e i suoi crimini contro il nostro popolo". Il Ministro dell'Informazione Palestinese, Yasser Abed Rabbo, sottolineava: "Ci sono elementi che sono stati istruiti dal Mossad a formare una cellula sotto il nome di Al Qaeda nella Striscia di Gaza al fine di giustificare l' assalto e le campagne militari dell'esercito di occupazione israeliano contro Gaza". L'AP promise di fornire dettagliate prove e l'8 Dicembre lo fece in una conferenza stampa del Colonello Shbak, e del Ministro per la Cooperazione internazionale, Nabil Shaath. Shbak affermò "Nei trascorsi nove mesi, abbiamo investigato 8 casi nei quali i servizi segreti israeliani avevano posto, come operativi di Al Qaeda, Palestinesi reclutati nella striscia di Gaza." Il Colonnello Shbak aveva specificato che tre uomini erano stati mantenuti sotto arresto e 11 rilasciati. Il Colonnello spiegava che quelli rilasciati avevano fornito volontariamente informazioni che risalivano al Maggio 2002, circa le proposte ricevute di operare come un gruppo di "al Qaeda". Le ricerche sui presunti reclutatori di Al qaeda portavano ai servizi segreti israeliani. Il colonello Shbak portava le prove di chiamate telefoniche e e-mail con le quali veniva chiesto ai palestinesi di "entrare a far parte di al Qaeda". "Noi abbiamo investigato l'origine delle chiamate (effettuate con roaming di cellulari) e dei messaggi, e abbiamo trovato che tutte provenivano da Israele", riportava la pubblicazione IslamOnline. Egli affermava che ai potenziali "reclutati" venivano date armi e denaro, sebbene la maggior parte delle armi "non era funzionante". Il denaro offerto a questi Palestinesi "era trasferito da conti bancari di Gerusalemme o Israele". Il Ministro Shaath annunciava che l'Autorità Palestinese aveva "consegnato, agli ambasciatori e consoli di paesi arabi e stranieri, documenti che rivelavano il coinvolgimento dei servizi israeliani nel reclutare cittadini della striscia di Gaza in una falsa organizzazione che portava il nome di al Qaeda". Secondo il Ministro, il complotto aveva lo scopo di "creare una nuova scusa per incrementare l'aggressione sulla striscia di Gaza".

 

 

 

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