il manifesto - 20 Novembre 2004
I
tagliatori di teste israeliani
Israele sotto choc per le foto pubblicate ieri da
Yediot Aharonot che mostrano gli scempi commessi da soldati sui cadaveri di
palestinesi. Ma non sembrano casi isolati. Altri sono segnalati.Le autorità
militari hanno aperto un'inchiesta
S.D.Q.
TEL AVIV
Ma i barbari non erano i fondamentalisti islamici
iracheni, i tagliatori di teste che mandavano i video in giro che poi
comparivano sui diti interne? Israele è sotto choc, ci dicono, dopo le foto
pubblicate ieri dal quotidiano conservatore Yediot Aharonot che mostrano gli
scempi commessi da soldati isreaeliani d'elite sui cadaveri di palestinesi
uccisi. Teste tagliate, con sigarette infilate in bocca per sfregio e potersi
far fare una bella foto da esibire come trofeo di guerra o da vendere presso
un pubblico che evidentemente le chiede e le apprezza.
Il capo supremo dell'esercito israeliano, generale Moshe Yaalon ha ordinato
ieri alla polizia militare di aprire un'inchiesta sugli abusi commessi dai
soldati nei territori occupati e testimoniati dalle foto pubblicate dal
giornale. «Se verificati saranno perseguiti» ha garantito un portavoce
militare. «La forza etica dell'esercito israeliano non è meno importante
della sua forza militare», ha chiosato Yaalon.
Il primo caso di scempio si è verificato nella valle del Giordano e ha per
protagonisti i soldati del battaglione Nahal Haharedi. I cui compoenti si
accaniscono e si divertono sui resti di un kamikaze palestinese che si era
fatto saltare al check point di Hamra. La testa tagliata fu collocata dai
soldati su un muretto di cemento e gli era stata infilata in bocca una
sigaretta. Poi tutti in posa per farsi fotografare.
Altre foto mostrano gli eroi di Tshal che puntano il mitra sul cadavere di un
palestinese ucciso. Un soldato ha raccontato di un altro giochino: i soldati
che crivellano al loro passaggio il corpo senza vita di un altro palestinese.
Ma quelli denunciati da Yediot non sembrano casi isolati. Casi del genere sono
segnalati dalla valle del Gordano a Gaza, da Hebron a Jenin. A Gaza, qualche
tempo fa, il corpo di un poliziotto palestinese ucciso fu esibito come un
trofeo di guerra. Un civile palestinese falciato da un carro armato perché
sospetto - si scopì poi che era disarmato - fu issato sullo stesso carro
armato e portato alla base israeliana perché i soldati ci potesse «giocare»
un poco.
Appena qualche settimana fa fu un ufficiale della brigata Givati a scaricare
un intero caricatore sul corpo ferito di una ragazzina palestinese di 13 anni.
La studentessa Imam a-Ams aveva commesso l'errore di appoggiare per un attimo
lo zaino di scuola a terra: troppo sospetto, falciata e colpita. Forse poteva
anche sopravvivere ma ci pensò l'ufficiale a sistemare le cose, sparandole
oltre venti colpi in corpo. Non risulta che la solita indagine
«immediatamente aperta» lo abbia incriminato di alcunché. Sono cose che
capitano. Dicono che dal 200 al 2004 la polizia militare abbia aperto oltre
500 indagini per comportamenti «non etici» da parte dei reparti impegnati in
Palestina e che un'ottantina siano finiti con «condanne esemplari». Vedremo
come finirà questa inchiesta e se gli «eventuali» colpevoli finiranno in
carcere come è capitato a molti dei refusniks che si sono rifiutati di
combattere «una guerra d'occupazione» in territori che non sono Israele.
Oltre tutto sembra che la maggior parte di queste bavures siano opera di
reparti d'elite, sovente composti da volontari ultra-religiosi. Il fatto
positivo è che le foto siano state passate al giornale da alcuni commilitoni
dei tagliatori di teste «disgustati» da quello scempio. Alcuni deputati
laburisti hanno chiesto un'immediata sessione della Knesset.
Ieri, tanto per non perdere l'abitudine, un tan israeliano ha ucciso un
palestinese a Gaza.
l'Unità 19.11.2004
Scandalo in Israele,
soldati oltraggiano cadaveri palestinesi
di Umberto De
Giovannangeli
Quelle foto sono un pugno nello stomaco alla
coscienza democratica del Paese. Quelle foto sono un j’accuse
terribile per Tsahal. La pubblicazione di quelle foto testimonia che Israele
ha in sé gli anticorpi per espellere un virus che rischia di minare i suoi
valori, la propria etica, il proprio futuro. A mostrare le foto della vergogna
è il quotidiano Yediot Ahronot, il più diffuso giornale israeliano.
Sono le fotografie di alcuni soldati in posa accanto ai cadaveri di
palestinesi uccisi durante l’Intifada, come fossero «trofei di guerra».
Immediata l’indignazione dei vertici militari. «Abbiamo aperto un’inchiesta
della polizia militare», assicura il capo di stato maggiore, generale Moshe
Yaalon, secondo cui si tratta di casi però isolati che non rispecchiano il
comportamento generale dei suoi soldati. Ma la tesi «minimizzante» del
generale Yaalon non convince la stampa israeliana, la quale, al contrario,
ritiene che la situazione sia ben più allarmante e su un sito Internet
gestito da soldati congedati è giunta ieri un’altra testimonianza (anonima)
relativa ad abusi compiuti sui cadaveri di due militanti palestinesi a Hebron.
Sono tre le foto della vergogna. Foto numero uno: nelle dune sabbiose a sud di Gaza, giace il cadavere seminudo di un palestinese appena ucciso. Fra le gambe si notano quattro bombe a mano, che non ha fatto in tempo ad usare. Alla vista della macchina fotografica, uno dei soldati si mette in posa tenendo una gamba sul petto del caduto.
Foto numero due: nella valle del Giordano, presso la località di Hamra, un palestinese si è appena fatto saltare in aria, senza provocare vittime. Nella sua testa ormai staccata dal corpo è stata infilata una sigaretta.
Foto numero tre: come un animale selvaggio abbattuto durante una partita di caccia, così il cadavere di un palestinese appena ucciso a Gaza viene ripreso mentre è legato sul cofano di una jeep. I soldati hanno spiegato a Yediot Ahronot di aver definito per scherzo quel morto: «Hapy». Si tratta di un vezzeggiativo - spiegano ancora - di «Haf mi-pesha», che in ebraico significa «innocente». Al momento dell’uccisione, «Hapy» era disarmato e non rappresentava un pericolo. Quelle foto scuotono il mondo della politica israeliano. «È l’ennesimo campanello d’allarme di una crisi morale che è penetrata dentro Tsahal», dice a l’[i]Unità [i]Yossi Sarid, parlamentare alla Knesset e leader storico della sinistra sionista. «Quelle foto danno il senso di ciò di devastante che l’occupazione dei Territori e l’oppressione esercitata contro il popolo palestinese ha provocato in noi», gli fa eco Shulamit Aloni, già ministra nei governi laburisti, una delle fondatrici di «Peace Now», il movimento pacifista israeliano. In un’intervista alla radio militare il generale Yaalon ha detto di essere rimasto scosso da quelle immagini: «Si tratta - ha notato - di atti terribili, abbiamo già avviato un’indagine della polizia militare, i responsabili saranno puniti».
«Altro che “erbacce” o casi isolati. In questi episodi sono coinvolti il meglio dei nostri giovani», polemizza Ziv Maavari, un ufficiale della riserva. Alcuni mesi fa Maavari, assieme con un gruppo di ex commilitoni, hanno organizzato una mostra fotografica con le immagini da loro riprese durante il servizio militare a Hebron (Cisgiordania). Le loro angherie quotidiane, le loro prevaricazioni piccole e grandi, sono venute così alla luce assieme con il loro senso postumo di rimorso. «Rompiamo il silenzio»: questo è il nome del gruppo di Maavari che ha attivato un sito Internet. Ieri vi compare una nuova testimonianza (anonima) in cui si descrive l’uccisione di due palestinesi a Hebron. Secondo questo testo - non controllabile - tre soldati si misero in posa con due cadaveri (sollevati da terra), pretendendo di essere un’allegra comitiva. «A volte uccidere il nemico non è la cosa peggiore che li posa capitare. A volte, può succedergli anche di peggio», annota il membro di «Rompiamo il silenzio» che riferisce l’episodio.
il manifesto - 18 Novembre 2004
DELIRI
Ultrà filo-Israele contro Ali Rashid
Venerdì scorso, su Radio 24, programma dedicato
alla morte di Arafat, invitati Carlo Panella, Fiamma Nirenstein, Yasha
Reibman, Luisa Morgantini e Ali Rashid. Argomento delicato, giudizi opposti,
dibattito infuocato. A un certo punto Ali Rashid, primo segretario della
delegazione (ambasciata) palestinese in Italia, ha definito la Nirenstein,
corrispondente de La stampa, che sputava fuoco e fiamme sul
«terrorista» Arafat, «una che diffonde propaganda al soldo di Israele, che
è una colona e i palestinesi combattono con le armi contro i coloni che
vivono sulle loro terre». Panella, giornalista de il Foglio, si è
molto indignato ed è cavallerescamente insorto a difesa della sua sodale. Ma
l'ostinato Ali Rashid non solo non si è scusato con Fiamma ma ha ribadito che
lei e anche Carlo sono «parte del grande apparato di propaganda che Israele
ha messo in piedi con il compito di attaccare i palestinesi e in particolare
Arafat».
Apriti cielo. Il giorno dopo il sito degli ultrà filo-Israele che si chiama
proditoriamente «informazione corretta» ha cominciato a sparare a zero su
Ali Rashid, chiedendo l'intervento del parlamento e del governo (e Ciampi no?)
e invitando i suoi lettori a «rivolgersi alla Farnesina» per esigere di
spogliare questo «pseudo-diplomatico rappresentante di un'organizzazione
terroristica» della sua immunità e cacciarlo dall'Italia.
Colpevole del reato di aver detto, magari in modo un po' brutale, alcune cose
ovvie. Primo che Fiamma, un'ex di Potere operaio, e Carlo, un ex di Lotta
continua (talmente immedesimato, qualche anno fa, da essere noto
nell'ambiente come «l'ayatollah Panella»), sono «dei propagandisti» della
causa israeliana - basta leggere quello che scrivono e ascoltare quello che
dicono -, secondo che Fiamma è, a rigore, una colona in quanto abita a Ghilo.
Che è una colonia israeliana costruita nella parte orientale di Gerusalemme,
verso Betlemme, sulle terre che prima appartenevano al villaggio palestinese
di Beit Jala.
L'iniziativa degli ultrà sarebbe da ridere - come è da ridere la lettura
della loro «informazione (s)corretta» su Israele se non fosse che coi loro
deliri alimentano incessantemente una vera e propria caccia alle streghe
contro chiunque non sia cieco e sordo. E propagandista.
il manifesto - 20 Novembre 2004
ALI
RASHID
Attacco grottesco
* * *
L'attacco ad Ali Rashid, definito ambasciatore dell'odio,
con la richiesta di espulsione dall'Italia al Ministero degli Esteri,
confinano con il grottesco. Conosciamo da molti anni e collaboriamo con Ali
Rashid, lo abbiamo spesso avuto nei Congressi nazionali della Fiom dove è
sempre riuscito a rappresentare con grande capacità ed equilibrio politico la
tragica situazione in cui è costretto a vivere il popolo palestinese. Un popo
che è privato, dalla distruttiva politica del governo e dell'esercito
israeliano, contro ogni norma di diritto internazionale, non solo del suo
legittimo diritto ad avere uno Stato nazionale indipendente, accanto a quello
di Israele, ma di tutti i fondamentali diritti umani: sociali, economici,
civili e politici, del primario diritto a vivere in una pace giusta. In
un'epoca di fondamentalismi, di cui è espressione anche l'attacco a Ali
Rashid, primo segretario della delegazione generale palestinese in Italia, la
misura con cui egli è capace di esprimere le ragioni del proprio popolo
merita solo rispetto e solidarietà: è quella che vogliamo riconfermargli,
insieme all'impegno nella difesa del diritto dei palestinesi ad esistere come
popolo con un proprio Stato.
*** Fiom Nazionale Ufficio Internazionale
il manifesto - 24 Novembre 2004
Mercenari
israeliani in business class
IL GOVERNO ITALIANO ha aiutato 32 «consiglieri»
israeliani (impegnati nella guerra contro la Francia di Laurent Gbagbo?) a
fuggire in fretta dalla Costa d'Avorio. Su richiesta dell'ambasciata d'Israele
a Roma
EMANUELE GIORDANA*
DI RITORNO DA FREETOWN
È stata la sede diplomatica italiana ad Abidjan a
consentire la rapida fuga dalla Costa d'Avorio di 32 israeliani in
difficoltà, inclusi in una lista ufficiale della locale ambasciata d'Israele.
Personaggi che, come ha rivelato la stampa francese, avevano almeno tre
profili: «consiglieri militari» per Le Monde; «contrattisti
privati» secondo la versione ufficiale; «mercenari» tout court per
la rete televisiva TF1 citata da Haaretz. Controversi figuri oggetto di
speciali attenzioni da parte della Farnesina, che ha esercitato una forte
pressione sulla nostra ambasciata, opponendo ai tentennamenti sulla priorità
degli imbarchi l'assoluta necessità di una loro rapida uscita di scena.
Contrattazione nervosa, che si svolge mentre l'attuale ministro degli esteri
Gianfranco Fini, ancora in veste di vice premier, si trovava in visita
ufficiale a Tel Aviv. L'ambasciata ad Abidjan smentisce che vi siano state
«pressioni particolari» da Roma e spiega invece che l'operazione è stata
portata a termine, oltre che su richiesta in loco, anche dopo i contatti tra
l'ambasciata d'Israele in Italia e la nostra Unità di crisi alla Farnesina,
che si sarebbe limitata a comunicare ad Abidjan le esigenze israeliane.
Strano silenzio in Italia
La vicenda, passata praticamente inosservata sui giornali italiani, coinvolge
dunque il nostro paese in una storia oscura che non sembra essersi conclusa
con la partenza, a metà novembre, dell'ultimo aereo di rimpatriati francesi,
evacuati da Abidjan dopo la violenta ondata di ivoirité scatenata
dalla quasi-guerre, come l'ha chiamata Le Monde, tra la Francia
e la Costa d'Avorio. Ed è proprio il giornale parigino che il 16 novembre
solleva il problema, descrivendo l'attività di 46 «cooperants»
militari israeliani, la cui base si trova al 21mo piano dell'Hotel Ivoire ad
Abidjan. Sarebbero stati loro a dirigere i due droni (aerei senza pilota)
forniti da Israele all'esercito ivoriano e in grado di disegnare le mappe
delle postazioni dell'esercito francese in Costa d'Avorio. Le stesse che il 6
novembre sarebbero servite ai piloti ucraini e bielorussi (mercenari o
contrattisti privati che dir si voglia) che a bordo di Soukhoi-25
sganciano missili da 57 mm sulle postazioni francesi, uccidendo 9 militari
d'oltralpe e un americano. Qualche giorno dopo Le Monde ipotizza, sulla
base delle analisi delle registrazioni rinvenute sui droni sequestrati dai
francesi ad Abidjan, che non si sia affatto trattato di bavures. Nessun
errore, ma un vero e proprio atto di guerra premeditato. Che innesca poi tutta
la crisi.
I contrattisti israeliani sono però già lontani. Ma a lasciare il paese sono
solo in 32, come ha precisato ieri l'Agenzia Italia in un resoconto
sulle evacuazioni degli stranieri. Hanno fretta, e l'ambasciata israeliana
prepara per loro una lista da presentare alla nostra sede diplomatica, forse
per evitare un passaggio spiacevole e imbarazzante nelle maglie delle
autorità francesi che stanno organizzando il grosso delle partenze degli
stranieri. L'Italia è tra i paesi che gestisce una parte dell'esodo. «Non
un'evacuazione - precisa l'ambasciatore Paolo Sannella raggiunto
telefonicamente ad Abidjan - ma semplicemente un invito a lasciare il paese.
Invito che in molti, i missionari ad esempio, non hanno neppure raccolto.
Quanto agli israeliani, la richiesta è arrivata dall'ambasciata ad Abidjan
sulla base di una lista di una trentina di nominativi. E, attraverso l'Unità
di crisi, dalla sede diplomatica di Israele a Roma. Ma - aggiunge Sannella -
senza nessuna pressione particolare. Inoltre - continua - noi lavoravamo
d'intesa con le autorità francesi». Tutto quindi alla luce del sole. Ma
altra fonte racconta la vicenda diversamente.
La versione ufficiale e le altre
Le pressioni arrivano sia martedi 9 che mercoledì 10. E sono così forti che,
presumibilmente, quando due C-130J hanno già evacuato 123 italiani e «94
cittadini di varia nazionalità», come riferisce l'Ansa il 13
novembre, gli israeliani scomodi hanno già lasciato il paese. La vicenda
intanto, dopo l'uscita di Le Monde, che dedica al «passaggio» offerto
dall'Italia una sola riga, crea un polverone in Israele, dove il ministero
della Difesa smentisce le accuse francesi. L'eco che ci riguarda non è meno
forte e, pur se ormai son passati una decina di giorni, rimbalza persino nei
paesi vicini.
A Dakar, Senegal, si mette in movimento l'ambasciata americana che cerca di
saperne di più. Lo fa utilizzando qualche vecchia amicizia che gli consente
di sondare reazioni e indiscrezioni che da qualche giorno circolano a
Freetown, Sierra Leone, dove, dalla fine di settimana scorsa, ci sono una
ventina di giornalisti italiani e un discreto manipolo di nostri diplomatici.
L'occasione è una conferenza internazionale organizzata dall'Italia sul
futuro della nostra cooperazione in Africa. Naturalmente all'ordine del giorno
ci sono gli 8 milioni di euro che l'Italia ha deciso si stanziare per nuovi
interventi sociali o la questione dell'imminente, ma non proprio certa,
riapertura dei cantieri di Bumbuna, diga regalata alla Sierra Leone trent'anni
fa ma non ancora in funzione. Ma uno degli argomenti, nei corridoi, diventa
quello della vicenda che ha avuto come teatro la Costa d'Avorio.
Nel caldo torrido che avvolge la capitale della Sierra Leone, dove la
conferenza sulla cooperazione affronta il dramma del reinserimento dei bambini
soldato, lo spettro dei mercenari, che tanta parte hanno avuto ed hanno nelle
guerre africane, sembra dipanare il filo rosso che unisce e sconvolge da anni
i paesi dell'Africa occidentale. Paesi piccoli ma che muovono grandi appetiti:
diamanti, bauxite, oro ma anche cacao o, più semplicemente, il fiorente
traffico d'armi. Paesi piccoli ma che muovono anche appetiti diplomatici. La
Sierra Leone ci è vicina nella nostra battaglia per il Consiglio di
sicurezza. La Costa d'Avorio? Un vuoto lasciato dai francesi potrebbe farci
comodo soprattutto se gli ivoriani ci devono un piacere. Perché no, anche
quello di aver favorito la rapida uscita di scena di 32 personaggi scomodi, ma
buoni consiglieri per l'esercito di Laurent Gbagbo.
*Lettera22
il manifesto - 24 Novembre 2004
Israele
e il fiorente mercato africano delle armi
GABRIELE CARCHELLA *
I paesi africani attingono a piene mani dall'arsenale
militare d'Israele. I contatti tra Tel Aviv e i paesi sub-sahariani sono
favoriti dall'elevata specializzazione dall'industria bellica e delle
tecnologie contro la desertificazione israeliane Prima della sospensione delle
esportazioni di armi verso Abidjan, novembre scorso, Israele esportava in
Costa d'Avorio armamenti e aerei telecomandati. Nel paese diverse imprese
israeliane sono inoltre coinvolte in grandi progetti nel settore delle
costruzioni. I contatti sono iniziati nel 1962 con l'allacciamento delle
relazioni diplomatiche. Israele ha collaborato anche con Camerun, Liberia,
Togo e il Congo-ex Zaire per l'addestramento di unità speciali incaricate di
proteggerne i presidenti. Dopo lo stop conseguente alla guerra dello Yom
Kippur nel 1973, le esportazioni di tecnologia e armi Israele-Africa
sub-sahariana sono riprese negli anni `80. Israele ha inviato gruppi di
consulenti e addestratori in almeno dieci paesi africani: nell'ex Zaire i
militari di Tsahal hanno riorganizzato e riarmato una divisione nella
provincia di Shaba. Alle soglie degli anni `90, Israele è già diventato uno
dei maggiori esportatori al mondo per armi e tecnologie di sicurezza, con un
giro d'affari stimato in 1.5 miliardi di dollari l'anno: un terzo di tutte le
esportazioni industriali del paese. Le industrie israeliane sono state anche
accusate di fornire di armi e istruttori ai ribelli del Darfur (Sudan) e della
Sierra Leone. Lettera22*
il manifesto - 24 Novembre
2004
INTERVISTA
Africa terra di
conquista
Parla l'analista Leonard Touadi: «Qui la guerra è
sempre un business per un sottobosco affaristico-mafioso»
IRENE PANOZZO*
«L'utilizzo di mercenari nelle guerre africane è un
elemento altamente destabilizzante, ma è anche uno dei traffici più lucrosi
e fiorenti che coinvolge direttamente le presidenze di molte repubbliche
africane». Jean Léonard Touadi, analista e autore di un recente saggio sulle
guerre africane (Congo, Editori Riuniti), parla con chiarezza del
coinvolgimento di militari stranieri nei diversi scenari di conflitto
africani.
I reportage da Abidjan parlano della presenza di mercenari israeliani al
fianco del presidente Gbagbo. Mentre la crisi ivoriana riscoppiava violenta,
sir Mark Thatcher, figlio dell'ex primo ministro britannico, è sotto
inchiesta per un altro affare di mercenari, coinvolto in un complotto per un
colpo di stato contro Obiang Nguema, presidente della Guinea Equatoriale...
Purtroppo quella dei mercenari è una presenza costante nelle guerre africane.
Oltre alla Costa d'Avorio c'è il caso del Congo-Brazzaville, il mio paese,
dove entrambi i contendenti della guerra civile degli anni Novanta hanno fatto
largo uso di militari assoldati all'estero. La stessa cosa è successa nella
Repubblica Democratica del Congo, in Angola e l'elenco potrebbe continuare.
Come spiega il fenomeno?
Nello scacchiere geoeconomico africano esiste un sottobosco
affaristico-mafioso legato direttamente alle leadership politiche, che si
alimenta di scambi illeciti tra materie prime - dal mercurio al petrolio, dai
diamanti al legname e anche al cacao - e armi. Accanto a militari
professionisti. Un intreccio inestricabile e altamente remunerativo tra
economia di guerra, sfruttamento illegale delle risorse naturali e tutela dei
propri interessi sia da parte delle élite politiche locali che delle grandi
compagnie internazionali. Sassou Nguesso, il presidente del Congo-Brazza, è
un campione in queste cose e Dos Santos, il presidente angolano, non è da
meno. Lo schema in fondo è abbastanza semplice. Attraverso canali non
contrattuali, le compagnie che hanno in concessione i giacimenti di petrolio o
di diamanti destinano una partita di materie prime al presidente della
repubblica e al suo entourage. Partita che può essere poi riutilizzata per
comprare armi o assoldare mercenari.
Una transazione, quindi, di cui non rimane traccia.
Esatto. Gli intermediari, per quanto riguarda l'Africa occidentale, sono in
primo luogo libanesi. In Africa orientale invece sono indiani e pakistani a
farla da padrone. E poi ci sono ex membri dei servizi segreti israeliani o dei
servizi segreti dei paesi ex socialisti, stati con cui molti dei leader
africani hanno avuto stretti legami in passato.
E' quanto è successo anche in Costa d'Avorio?
Non me ne stupirei. Gbagbo ha potuto comprare al mercato nero degli aerei
Sukhoi, non mi meraviglia che abbia anche assoldato mercenari.
Qual è la sua analisi della crisi ivoriana?
Sono abbastanza diffidente nei confronti di analisi che cercano di scavalcare
le dinamiche interne di un paese per andare a rintracciare solo cause esterne.
Questo vale in particolare per la Costa d'Avorio, un paese che è sempre stato
presentato come il miglior risultato della via africana al capitalismo e alla
stabilità. Invece la vetrina si è infranta.
Perché?
Per l'onda lunga di una decolonizzazione mancata. L'indipendenza non ha
cambiato nulla nei legami coloniali con la Francia. Il sistema ha retto fino a
che Félix Houphouët-Boigny, il padre della patria, è rimasto in sella,
utilizzando il pugno di ferro ma garantendo una redistribuzione della
ricchezza fino al più sperduto villaggio. Alla sua morte, che ha coinciso con
il crollo del prezzo internazionale del cacao, tutte le contraddizioni sono
venute a galla. La crisi economica, che in Africa comporta destabilizzazione
politica e sociale, si è sommata alla presenza nel paese di alcuni milioni di
immigrati dai paesi vicini generando il mostro dell'ivoirité.
Un concetto utilizzato a proprio vantaggio dal presidente Gbagbo, che ha così
messo fuori gioco un avversario temibile come Alassane Ouattara, di padre
burkinabé.
Infatti. È anche per questo che, a mio parere, Gbagbo ha grandi
responsabilità nella crisi. Non ha respinto l'ivoirité, non ha saputo
mettere un freno alla cerchia di politici e burocrati che fa capo a sua moglie
e ha perso il controllo sui jeunes patriots, le squadre di facinorosi
suoi sostenitori. Gbagbo sembra ormai un apprendista stregone, che non riesce
più a gestire le forze che ha scatenato.
Le organizzazioni regionali e continentali contano?
È una della novità positive dell'Africa, che dopo il crollo del Muro di
Berlino ha sofferto di una grande solitudine geopolitica. Oltre all'originaria
funzione economica, gli organismi regionali e l'Unione Africana si stanno
impegnando anche in ruoli di mediazione e pacificazione, con il riconoscimento
della comunità internazionale. Non a caso sulla crisi ivoriana è stata
l'Ecowas, la comunità economica dell'Africa occidentale, la prima a
pronunciarsi.
*Lettera22
http://digilander.libero.it/galatrorc/democrazia/20020523_albacete_protestantusa.htm
I
protestanti Usa appoggiano Israele
Negli Usa fra i più accesi sostenitori dello Stato d’Israele ci sono i cosiddetti “cristiano-evangelici".
di Albacete Lorenzo
di Albacete Lorenzo,
Tempi, Numero: 21 - 23 Maggio 2002
http://erroneo.org/Articolo132.html
Dalle remote sante terre ci giunge un
evento che formalmente ci atterrisce quanto il conteggio dei caduti ogni fine
settimana. Stavolta ad essere abbattuto in Israele è un capisaldo
della democrazia: la commissione elettorale centrale israeliana ha deciso
infatti di annullare la candidatura di Ahmad Tibi (Hadash), del partito Balad
(National Democratic Assembly) e del suo candidato AZMI BISHARA alle prossime
elezioni, il 28 gennaio 2003, eliminando in questo modo la possibilità di
visibilità e di presenza ad una importante componente dell'etnia araba in
Israele.
La storia dell'esclusione del candidato Azmi Bishara (Assemblea Nazionale
Democratica) dalle elezioni del 28 gennaio 2003.
di Lorenzo Pavesi
Il programma politico di Azmi Bishara e' incentrato sulla democratizzazione
dello Stato di Israele nella convivenza rispettosa delle etnie arabe ed ebree.
I cittadini arabi di Israele (il 20% della popolazione) hanno il diritto di
una rappresentanza democraticamente eletta per la realizzazione dei loro
bisogni e delle loro speranze.
A tale insostenibile situazione che, in spregio delle regole democratiche,
elimina il diritto di ogni cittadino ad essere rappresentato nell'attività
del proprio parlamento è necessario contrapporre una risposta ferma e decisa.
Lorenzo Pavesi
http://thule-italia.blog.excite.it/permalink/212575
La
Guantanamo israeliana
di Noreporter.org
A proposito di democrazia in Israele
17-04-2003
Se sapete che Israele è
l'unica democrazia in medioriente allora è
importante prendere nota di alcune cosucce un pò poco democratiche ....
http://www.federalobserver.com/archive.php?aid=5156
I FALSI DEL MOSSAD
(11 Febbraio 2003)
Al Governo degli Stati Uniti sono state fornite concrete prove che il Mossad e altri servizi segreti israeliani sono risultati coinvolti in una attività, durata 13 mesi, tesa a "reclutare" una falsa "cellula di Al-Qaeda" fra i Palestinesi, in modo da far ottenere ad Israele un ruolo in prima linea nella guerra Americana contro il terrorismo e, nello stesso tempo, ottenere il via libera ad una politica mondiale di "vendetta senza confini". La domanda è: "Gli Stati Uniti avranno la forza morale di investigare?". La prova di queste azioni israeliane è giunta all'attenzione pubblica il 6 Dicembre scorso, quando il Col. Rashid Abu Shbak, capo del Palestinian Preventive Security Services nella striscia di Gaza, ha tenuto una conferenza stampa rivelando i dettagli del supposto complotto, di cui la sua agenzia aveva messo insieme i vari pezzi. Tali rivelazioni minano la "grossa bugia" che Ariel Sharon ha usato per giustificare i nuovi e brutali attacchi sui civili Palestinesi nella striscia di Gaza e in altri territori occupati. Sharon aveva affermato il 4 Dicembre che i Servizi Segreti Israeliani avevano "prove solide" che al Qaeda svolgeva operazioni nella striscia di Gaza. Ora, la leadership palestinese ha dimostrato agli USA e alle altre nazioni come i Servizi Segreti Israeliani avevano creato quel link ad Al Qaeda! Lyndon LaRouche, precandidato democratico alle presidenziali americane del 2004, ha commentato che queste rivelazioni, se confermate, potrebbero essere di una "importanza strategica" nel fermare i falchi della guerra, americani, inglesi e israeliani, che spingono per una guerra in Medio Oriente, incominciando con l'invasione dell'Iraq. Una guerra giustificherebbe il piano del governo Sharon di annullare l'idea di uno stato palestinese. LaRouche ha ammonito che se le istituzioni presidenziali americani e la comunità internazionale bloccheranno con successo la guerra preventiva contro l'Iraq, il più grande pericolo diventerebbe che un attacco di "mega-terrore", di cui avrebbero incolpato i Palestinesi, o una celleula di al-Qaeda "legata all'Iraq", sarebbe stato organizzato da fanatici nel governo di Israele del tipo Jabotinsky, per rimettere la guerra al primo posto dell'agenda. Notizie del tentativo del Mossad di creare una cellula di Al Qaeda si sono avute quando fonti ben informate dell'intelligence, situate a Washington, avevano segnalato all'Executive Intelligence Review (EIR) i dubbi intorno alla affrettata dichiarazione del Mossad che "al Qaeda" era la responsabile dell'attacco del 28 novembre ad un hotel a Mombasa in Kenya, dove furono uccisi tre israeliani, e del fallito attacco missilistico all'aereo israeliano partito dall'aeroporto di Mombasa. Nei primi cinque giorni nessun attentatore era ancora identificato - sottolineano le fonti - ma i ministri del governo Sharon imbastirono una immediata propaganda tesa ad una vendetta su scala internazionale. Le autorità del Kenia negarono collegamenti tra l'accaduto e al Qaeda, ma l'utilità, per gli scopi israeliani, di accusare al Qaeda, si rese palpabile quando il Ministro degli Esteri Benjamin Netanyahu definì gli attacchi in Kenia "una opportunità d'oro" per provare agli Stati Uniti che la guerra di Bush al terrorismo e la guerra di Israele con i palestinesi erano la stessa cosa. La fazione di Netanyahu ha violentemente respinto le rivelazioni dell'Autorità Palestinese, e così la stampa europea e americana hanno seguito la stessa linea, nonostante la gravità delle accuse e i documenti che i Palestinesi avevano fornito alla stessa stampa. Cronologia delle rivelazioni. Il 7 Dicembre, la Reuters, il quotidiano israeliano Ha'aretz, e la TV Al-Jazeera, riportarono contemporaneamente che l'Autorità Palestinese (AP) aveva accusato il Mossad di creare una finta cellula di Al Qaeda nella striscia di Gaza. Ha'aretz riportava che "il capo della Sicurezza Palestinese" nella striscia di Gaza, Col. Rashid Abu Shbak, ha affermato il 6 Dicembre che le sue forze "avevano identificato un numero di collaboratori palestinesi a cui le agenzie di sicurezza israeliane avevano ordinato di 'lavorare nella striscia di Gaza sotto il nome di Al Qaeda'. Egli aggiungeva che le investigazioni erano in corso e che sarebbero state portate le prove ". La TV Al-Jazeera aggiungeva che l'AP aveva arrestato un gruppo di palestinesi "collaboratori con le forze di occupazione israeliane" in Gaza. Il giornalista della Reuters, Diala Saadeh, sottotitolava "Palestinesi: Israele ha simulato la presenza di Al Qaeda a Gaza" e riportava le affermazioni di ufficiali dell'AP e dello stesso Arafat secondo cui le affermazioni di Sharon dell'esistenza di operazioni di Al Qaeda nei territori palestinesi "è una grossa, grossa, grossa bugia per coprire gli attacchi [di Sharon] e i suoi crimini contro il nostro popolo". Il Ministro dell'Informazione Palestinese, Yasser Abed Rabbo, sottolineava: "Ci sono elementi che sono stati istruiti dal Mossad a formare una cellula sotto il nome di Al Qaeda nella Striscia di Gaza al fine di giustificare l' assalto e le campagne militari dell'esercito di occupazione israeliano contro Gaza". L'AP promise di fornire dettagliate prove e l'8 Dicembre lo fece in una conferenza stampa del Colonello Shbak, e del Ministro per la Cooperazione internazionale, Nabil Shaath. Shbak affermò "Nei trascorsi nove mesi, abbiamo investigato 8 casi nei quali i servizi segreti israeliani avevano posto, come operativi di Al Qaeda, Palestinesi reclutati nella striscia di Gaza." Il Colonnello Shbak aveva specificato che tre uomini erano stati mantenuti sotto arresto e 11 rilasciati. Il Colonnello spiegava che quelli rilasciati avevano fornito volontariamente informazioni che risalivano al Maggio 2002, circa le proposte ricevute di operare come un gruppo di "al Qaeda". Le ricerche sui presunti reclutatori di Al qaeda portavano ai servizi segreti israeliani. Il colonello Shbak portava le prove di chiamate telefoniche e e-mail con le quali veniva chiesto ai palestinesi di "entrare a far parte di al Qaeda". "Noi abbiamo investigato l'origine delle chiamate (effettuate con roaming di cellulari) e dei messaggi, e abbiamo trovato che tutte provenivano da Israele", riportava la pubblicazione IslamOnline. Egli affermava che ai potenziali "reclutati" venivano date armi e denaro, sebbene la maggior parte delle armi "non era funzionante". Il denaro offerto a questi Palestinesi "era trasferito da conti bancari di Gerusalemme o Israele". Il Ministro Shaath annunciava che l'Autorità Palestinese aveva "consegnato, agli ambasciatori e consoli di paesi arabi e stranieri, documenti che rivelavano il coinvolgimento dei servizi israeliani nel reclutare cittadini della striscia di Gaza in una falsa organizzazione che portava il nome di al Qaeda". Secondo il Ministro, il complotto aveva lo scopo di "creare una nuova scusa per incrementare l'aggressione sulla striscia di Gaza".