La rivista del manifesto settembre 2004
Lettera ai compagni della «rivista
del manifesto»
Cari
compagni della «rivista», seguo costantemente la politica europea e
italiana, in particolare tutto ciò che è legato ai processi in corso nella
nostra regione e con ancora maggiore attenzione a seguito dell'intensificarsi
della crisi delle prospettive di pace tra palestinesi e israeliani.
Dopo la mia ultima visita in Italia, sono più sconcertato del solito. Posso
capire la linea politica di Berlusconi e Fini, fedeli compagni di strada della
politica americana del presidente Bush. E il loro sostegno all'esplicito
appoggio americano alla politica di Sharon, `un uomo di pace' agli occhi di
Bush.
Ma dov'è l'altra Italia? Devo confessare che mi sento un po' `democristiano e
socialista'. Sì, non serve che mi spieghiate la politica interna dell'Italia,
ma devo dire e ricordarvi che c'era una volta un'Italia, che con Andreotti,
Craxi, Moro, oltre che col Pci di allora, aveva una politica estera che fu in
certe occasioni indipendente e in certe altre apportò un enorme contributo al
processo di pace in Medio Oriente.
Dov'è l'Italia del 1980, che portò alla Dichiarazione di Venezia? Sì,
fecero arrabbiare l'Israele ufficiale ma l'Italia di allora - con Andreotti
che guardava al processo e non soltanto a ciò che avviene in una determinata
ora o minuto -, unita ad altre forze europee, portava a un riconoscimento
internazionale dei diritti nazionali palestinesi senza negare il diritto di
Israele alla esistenza, come paese indipendente, sovrano e sicuro.
Sì, Andreotti e Craxi fecero arrabbiare i nostri governanti, ma fecero un
grosso passo nella stessa direzione che oltre tredici anni dopo avrebbero
intrapreso anche Rabin e Peres in Israele e Arafat e il suo seguito in seno al
popolo palestinese.
Se non sbaglio, c'erano in passato partiti e personalità politiche che
appoggiavano la pace e il pacifismo nella regione. Dove sono oggi?
Forse D'Alema, Rutelli, Fassino sono andati in esilio? Come è possibile che
non si senta nessuna voce seria dell'opposizione di centro-sinistra sul Muro
dell'odio, sulla decisione della Corte internazionale di Giustizia?
Non hanno niente da dire di fronte ai brutali attacchi al popolo palestinese
nei territori occupati? Non potrebbero dire almeno un po' ciò che si dice in
Israele - e non solo tra i circoli della sinistra radicale - contro la
politica della terra bruciata, delle uccisioni mirate, della continua
espansione degli insediamenti, della tragedia che sta creando il Muro?
Totalmente muti, sembrano la migliore espressione di una sinistra che ha perso
ogni senso dell'identità e teme persino di far sentire le critiche più
moderate verso una politica avventuristica, che non danneggia solo i
palestinesi; ma avrà conseguenze disastrose anche per gli stessi israeliani.
Se la loro linea è quella dell'alleanza con il laburismo israeliano, sarebbe
meglio che stiano attenti a non fare la fine del nostro, piuttosto
irrilevante, `laburismo'.
Sì, scrivo da pacifista di sinistra cosciente della nostra debolezza e che ha
bisogno dell'appoggio e della solidarietà internazionali per costruire un
futuro migliore; ma forse l'identità del centro-sinistra è stata distrutta a
tal punto che hanno perso la voce? Basterà Prodi a ricondurli finalmente su
una linea politica più chiara, con dei principi e senza balbettii?
La sinistra italiana non pensa a nessun tipo di sostegno allo sviluppo della
pace o ha completamente dimenticato la sua identità?
Con un sincero dubbio e una profonda nostalgia per leaders con una politica
estera come Andreotti e Craxi, vi saluto cordialmente.
Zvi Schuldiner
http://www.rainews24.it/ran24/speciali/medio_oriente_2003/scenario/negoziato.htm
Il negoziato impossibile
"In Libano, ci fu un accordo per non liquidare
Arafat. Oggi mi dispiace che non ci siamo liberati di lui".
Ariel Sharon
"E' una vergogna che un piccolo Stato come Israele imponga decisioni
all'America".
Yasser Arafat
Con l'escalation di
violenze e rappresaglie del maggio 2003, l'ipotesi di un accordo fra Israele e
Anp sembra ancora lontana, nonostante la Roadmap for Peace. Eppure la
disponibilità al dialogo mostrata dal governo Sharon il 25 maggio con il sì
alla Roadmap del Quartetto apre nuove opportunità e riporta con la mente
indietro nel tempo, quando in molti ritenevano le parti ad un passo da
un'intesa storica. E puntuale, ripensando alle trattativa fallita a Taba nel
gennaio 2001, ritorna un interrogativo che suona come un'accusa soprattutto
nei confronti di Arafat: perché i palestinesi come a Camp David nel luglio
2000, risposero 'no' a proposte israeliane che mai si erano spinte così
lontano?
L'appuntamento con la storia rinviato da ormai 30 anni, tuttavia, a lungo
rimasto nel segreto delle trattative diplomatiche, ha oggi contorni più
chiari, dopo la pubblicazione di interviste e diari di alcuni dei protagonisti
di quella fase del 'negoziato impossibile'. Di fronte ai quali anche le
responsabilità, indubbie, di Arafat non appaiono le uniche.
Il 27 gennaio 2001, dopo sei giorni di intese trattative, a Taba il confronto israelo-palestinese finisce in un nulla di fatto. Di passi in avanti, rispetto a Camp David (estate 2000) le parti sostengono di averne fatti molti, ma non arriva nessun accordo. Il maggiore ostacolo alla firma di qualunque intesa, a questo punto, oltre alle consuete spinte centrifughe dei rispettivi estremismi, sono le scadenze elettorali israeliane. Il premier Ehud Barak, secondo tutti i sondaggi, è in calo verticale, molti fattori interni (a cominciare dalle pressioni dei militari e dei servizi di sicurezza) lo spingono a non legare il suo nome alla firma di un accordo che in Patria molti valutano eccessivamente generoso con l'Anp e improduttivo per Israele. Le elezioni non si trasformano in una sorta di referendum sul piano di pace con i palestinesi anche perché lo stesso Barak, racconterà poi uno dei negoziatori israeliani, si convinse del rischio di una legittimazione politica dell'Intifada. Come dopo Camp David, ogni delegazione torna in patria e addossa alla controparte la responsabilità del fallimento dei negoziati.
Camp David
Il nulla di fatto del vertice a tre a Camp David aveva lasciato uno strascico
di polemiche non impermeabile alla situazione contingente americana: sugli
incontri con Barak e Arafat il presidente Bill Clinton aveva investito
moltissimo, convinto di strappare un sì storico a pochi mesi dalla fine del
suo secondo mandato. Il "mio grande sogno", aveva detto più volte
Clinton, che non aveva fatto mistero della delusione per l'esito delle
trattative e dell'irritazione per l'ostinazione palestinese di fronte ad
un'occasione per molti versi irripetibile: poche settimane ancora, e, dopo le
presidenziali USA e le elezioni israeliane, allo stesso tavolo Arafat avrebbe
potuto trovare interlocutori molto meno disponibili. "Certe proposte
israeliane che venivano presentate dalla stampa come occoncessioni storiche
(per esempio, la spartizione di Gerusalemme est), erano interessanti, persino
audaci - racconterà poi Abu Ala, presente a Camp David - Il problema è che
non sono mai state avanzate in occasione delle nostre riunioni di
lavoro". Ma era davvero così? Inaccessibili, naturalmente, i documenti
sul tavolo di Clinton, Barak e Arafat in quei giorni, per mesi è stato
difficile saperne di più, perché, soprattutto da parte israeliana, la
consegna per i negoziatori era di rispettare la massima segretezza. A rompere
il muro del silenzio fu un giornalista, Akram Haniyye, che era a Camp David
nella delegazione dell'Anp. Haniyye pubblicò i suoi resoconti delle riunioni,
nei quali ometteva rigidità e contraddizioni della delegazione palestinese
(divisa al suo interno in falchi e colombe), ma raccontava di un Barak
talmente sicuro di sé da avanzare proposte ritenute 'irricevibili' dallo
stesso Clinton. Una ricostruzione in parte confermata, settimane dopo, dal
negoziatore americano Robert Malley.
L'offerta di Barak
"Quando ho visto la mappa di Barak, mi sono veramente arrabbiato- dirà
Abu Ala - Ben Ami mi ha chiesto allora se avevo un'altra mappa da proporgli e
ho risposto che le frontiere del 1967 mi sembravano ottime. Gli Israeliani
sembravano aver dimenticato che quando ad Oslo avevaamo accettato di creare il
nostro Stato in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, sul 22% del territorio
della Palestina sotto mandato britannico, avevamo fatto una concessione
storica. Non ci regalavano la terra, ce la sostituivano. Non eravamo contrari
ad annessioni limitate - spiegherà ancora Abu Ala - per risolvere il problema
delle coline, ma partendo da scambi territoriali su base di eguaglianza in
superficie e valore: l'1% in cambio dell'1%". A far infuriare Arafat,
poi, era la mappa che usciva dalle offerte di Barak: uno Stato palestinese
debole economicamente e militarmente nullo, tagliato in tre tronconi,
'perforato' all'interno da enclaves ebraiche collegate da strade sotto
controllo israeliano, senza controllo sulle frontiere. Insomma, uno Stato
non-Stato.
Gerusalemme
Dal punto di vista israeliano, punto irrinunciabile per poter mantenere il
consenso interno restava il mantenimento della sovranità sul maggior numero
possibile di colonie ebraiche in Cisgiordania: e dall'80% dei 200 mila coloni
a cui garantire che nulla sarebbe cambiato, Barak effettivamente era passato a
ipotesi via via più 'generose' con i palestinesi. Dal 10,5% della
Cisgiordania che passava definitivamente sotto controllo israeliano, Barak era
sceso al 9%, sia pure con la garanzia di postazioni militari israeliane in una
striscia di territorio lungo il Giordano e il Mare Morto. E sul piatto aveva
aggiunto l'1% delle terre a sud di Gaza. Quanto alla capitale contesa
Gerusalemme, Barak concedeva all'Anp il diritto a dichiarare la propria
sovranità su alcuni gruppi di case dei qauartieri esterni ai confini
municipali. In centro, nel settore arabo e cristiano della città vecchia, l'Anp
avrebbe potuto esercitare un 'controllo amministrativo'.
Proposta indecente
Briciole, per la delegazione palestinese. Perché lo Stato palestinese
disegnato da Barak era sostanzialmente amorfo, territorialmente spezzettato,
politicamente indifendibile rispetto a qualunque palestinese, che mai avrebbe
accettato la sovranità esclusiva di Israele, ad esempio, sulla spianata delle
Moschee, dove, tra l'altro, le autorità ebraiche avevano già fatto sapere di
voler costruire una sinagoga. E Gerusalemme est, dove vivono ormai 200 mila
israeliani? Per Barak la questione neanche si poneva, per i palestinesi
restava una ferita aperta, il simbolo dell'occupazione. Su questo punto, la
mediazione americana propose una formula che differenziava le forme di
sovranità riconosciute a israeliani (più penetrante) e palestinesi (meno
incisiva).
Un vertice a tre da separati in casa
A Camp David, d'altra parte, il negoziato si snocciola in un clima di forte
diffidenza, soprattutto palestinese: la volontà di chiudere di Clinton è
molto forte, Arafat non ha un buon rapporto personale né con il presidente
americano né con il premier israeliano. Nella residenza di Clinton Arafat e
Barak si incontrano faccia a faccia solo un paio di volte: ognuno con forti
problemi di coesione interna, determinato ad apparire rigido forse anche più
di quanto corrisponsa alla realtà. Il resto delle trattative passa attraverso
la mediazione americana, incontri separati in tempi diversi. La delegazione
israeliana, che presso l'amministrazione Clinton gode comunque di una
posizione più forte, la consolida ulteriormente con un'abile offensiva
diplomatica: su ogni punto le concessioni vengono presentate ai negoziatori
americani rimarcando l'elemento di novità e rilevanza nel contesto
cisgiordano. La controparte palestinese, con alcuni elementi dell'entourage di
Arafat più sensibili ai richiami degli oltranzisti islamici, è costretta a
giocare in difesa, e a chi ha poco tempo a disposizione, come Clinton, questo
appare spesso sintomo di ostinazione. Il terreno sul quale l'amministrazione
americana appare riavvicinarsi alle posizioni di Arafat è però quello dei
profughi, sul quale i 'no' arrivano da Barak. Israele non accetta
l'ufficializzazione di un diritto al ritorno per i palestinesi espulsi dai
loro villaggi. Neppure se si tratta, in realtà, di poche migliaia di persone,
e se l'Anp si impegna negoziare con Tel Aviv i tempi del rientro.
Inaccettabile è l'inserimento nell'accordo di qualunque riferimento alle
responsabilità isareliane della loro espulsione nel corso degli anni, dal '48
in poi. Duro da mandare giù, per Clinton, è riconoscere una disparità di
diritti: degli ebrei che da tutto il mondo rientrano in Israele e che vengono
spinti da agevolazioni ed aiuti verso le colonie in Cisgiordania, e dei
palestinesi condannati a restare in campi profughi naturale bacino di
reclutamento delle formazioni terroriste.
L'ultimo fallimento: i colloqui di Taba (21-26 gennaio
2001)
Quattro mesi dopo Camp David il quadro internazionale è profondamente mutato:
alla Casa Bianca non c'è più Clinton, ma George W. Bush, Barak è
distanziato di oltre 12-14 punti percentuali in tutti i sondaggi
pre-elettorali israeliani rispetto al rivale Ariel Sharon. Che nel frattempo,
ha fatto esplodere la bomba annunciata e temuta da Arafat, con la passeggiata
sulla spianata delle Moschee (28 settembre 2001). La nuova Intifada, iniziata
con pietre e bastoni, scivola rapidamente sul terreno di un vero e proprio
scontro armato. Israele reagisce con rappresaglie via via più dure con
l'impiego di elicotteri, F16, carri armati, bulldozer. Eppure, un Barak
dimissionario, isolato e criticato anche all'interno del suo partito, acetta
la riapertura del negoziato con i palestinesi. Nesun vertice a tre
(l'amministrazione Bush non vuole partire ripetendo il fallimento clintoniano),
ma una serie di incontri fra due delegazioni di altissimo livello, senza Barak
e Arafat, più coese al loro interno e più orientate al confronto su singoli
temi, che non al negoziato d'insieme di Camp David.
Per Israele sono presenti Shlomo Ben Ami, il generale Ammon Lipkin-Shahak (ministro del Turismo), Yossi Beilin (ministro della Giustizia), Yossi Sarid (leader del Meretz) e un uomo di fiducia di Barak, Gilad Sher. Per l'Anpci sono Abu Ala, Nabil Shaath (ministro della Pianificazione), Saeb Erakat (ministro dell'amministrazione locale), Yasser Abed Rabbo (Cultura), Mohammed Dahlan (capo della sicurezza a Gaza), Hassan Asfur (ministro di Stato).
Si riparte dalle cartine di Camp David su cui ognuna delle parti ha apportato significative concessioni: Israele accetta che torni sotto controllo palestinese il 96% della Cisgiordania e sostituisce ai 'blocchi di colonie' i 'grappoli di colonie', spalmando l'80% dei coloni sui quali vuole mantenere la sovranità in un numero inferiore di insediamenti, riducendo l'estensione complessiva delle enclaves ebraiche nei territori. L'Anp accetta alcune annessioni israeliane dei territori, ma riduce il numero dei palestinesi che si sarebbero ritrovati definitivamente sotto sovranità israeliana: secondo alcuni negoziatori, 20 mila, forse riducibili addirittura a 2 mila. E consente a Israele 2 posti di osservazione avanzati in Cisgiordania, alle porte di Ramallah, e nel sud, in cambio di una strada sotto suo controllo che colleghi Gaza e Cisgiordania.
Su Gerusalemme, la proposta Clinton prevedeva che i settori arabi rimanessero sotto controllo palestinese, quelli ebraici agli israeliani. Ma soprattutto, Israele si impegnava a ridurre l'estensione delle colonie intorno al territorio del Comune della Città Santa, liberando di fatto strade e quartieri che rendevano possibile una accettabile contiguità territoriale al territorio palestinese. Restava, certo, lo scoglio della Spianata delle Moschee: i palestinesi sembravano accettare l'ipotesi della internazionalizzazione dell'area, gli israeliani no. Sull'altro nodo, quello del rientro dei profughi, testimonianze dei negoziatori racconmtano oggi di distanze limate da un compromesso politico: Israele avrebbe accettato l'inserimento nell'accordo di un riferimento alla risoluzione 194 delle Nazioni Unite, che riconosce ai profughi palestinesi il diritto al rientro, dietro l'impegno dell'Anp a limitare di fatto il godimento di tale diritto a una manciata di rifugiati, rinviando negli anni il ritorno di tutti gli altri. Ma dopo 6 giorni di lavori, anche a Taba prevalgono le ragioni del no: troppo debole il sostegno politico a Barak, troppo forte la richiesta di sicurezza della società israeliana, tradotta da Sharon nella promessa pre elettorale di un approccio meno aperto nel negoziato con l'Anp, responsabile dell'Intifada e delle omissioni nei confronti delle falangi terroristiche palestinesi. L'Intifada con il passare delle settimane è accompagnata da attentati firmati da tutte le maggiori organizzazioni terroristiche palestinesi, e la leadership stessa di Arafat è apertamente discussa nei territori, contestata nei campi profughi che inneggiano a Hamas e alla Jihad islamica. Sharon, forte anche delle debolezze di un partito laburista diviso al suo interno, stravince le elezioni.
Dopo l'11 settembre 2001, Taba torna lontanissima: il piano Mitchell e le proposte del direttore della CIA George Tenet non sono più basi di un accordo complessivo sul futuro assetto della Regione, ma prudenti scalette di sterilizzazione di un conflitto armato in atto. Diverso e ben più ambizioso l'approccio della Roadmap for Peace, che offre alle parti un percorso impegnativo verso la convivenza pacifica di due Stati autonomi ed indipendenti, Israele e Palestina, preludio alla normalizzazione dei rapporti fra Israele e il mondo arabo.
il manifesto - 07 Novembre 2004
DISINFORMAZIONE
L'imbroglio di Camp
David
STEFANO CHIARINI
Il piano di «disimpegno unilaterale» di Sharon, oltre a
sancire l'annessione ad Israele di quasi tutti gli insediamenti della West
Bank con circa il 50% della Cisgiordania, rendendo impossibile la nascita di
uno stato palestinese, afferma l'«assenza di un partner palestinese» con cui
trattare - stabilendo così che i palestinesi non hanno diritto ad essere
partecipi del loro destino che sarà deciso esclusivamente da Israele e dagli
Usa - e cancella così tutti gli accordi firmati in precedenza da Oslo alla
Road Map. Il piano costituisce il punto culminante di una massiccia operazione
politico mediatica di criminalizzazione del presidente palestinese Yasser
Arafat lanciata dall'allora premier israeliano Ehud Barak al ritorno da
vertice di Camp David nell'estate del 2000 e proseguita poi da Ariel Sharon.
Si tratta della creazione del falso mito di una presunta responsabilità di
Yasser Arafat nel fallimento del vertice di Campo David dell'estate del 2000 e
di quello altrettanto falso sulle presunte «generose concessioni» di Ehud
Barak. Il mito dell'«occasione perduta» da Yasser Arafat. Un'interessata
bugia per nascondere il dato di fondo all'origine della violenza in Palestina:
il fatto che Israele non intende affatto tornare ai confini del 1967 e
restituire ai palestinesi quel misero 23% costituito dai territori occupati,
ma piuttosto vuole annettersi circa la metà della Cisgiordania (le terre
fertili con i relativi pozzi) e concentrare gli abitanti arabi in bantustan
attorno ai centri abitati e ai villaggi, separati gli uni dagli altri e
circondati dalle truppe israeliane. In altri termini Tel Aviv punta
all'annessione del «massimo di territorio con il minimo di arabi», ad
annettere le terre senza i palestinesi che vi abitano. Eppure la teoria
dell'«occasione mancata di Arafat» ha ricevuto importanti smentite proprio
da autorevoli protagonisti americani delle stesse trattative di Camp David
come Robert Malley, membro del team Usa, e da noti commentatori israeliani
come Meron Benvenisti e Uri Avnery. Robert Malley sostiene infatti che il
presidente palestinese Yasser Arafat aveva più volte messo in guardia Bill
Clinton sui pericoli di un vertice convocato senza un'adeguata preparazione
soprattutto dopo che il premier israeliano Ehud Barak si era rifiutato di
attuare una serie di precedenti accordi firmati tre mesi prima con l'Autorità
palestinese - con tanto di garanzia Usa - come il terzo ritiro parziale dalla
West Bank, il trasferimento all'Anp di tre villaggi vicini a Gerusalemme est e
la liberazione di 1500 prigionieri palestinesi. Il presidente Clinton riuscì
infine a convincere Arafat a partecipare a Camp David promettendogli che se il
summit fosse fallito nessuna delle parti in causa, a cominciare dagli Usa,
avrebbe potuto gettarne la responsabilità sulle altre. Una promessa che né
Clinton né Barak hanno rispettato in alcun modo. Per quanto riguarda le
trattative il punto che emerge con chiarezza da queste testimonianze è che in
realtà a Camp David: 1) non vi fu alcuna proposta scritta da parte di Ehud
Barak dal momento che le presunte offerte furono presentate come vaghe «idee
dei mediatori Usa»; 2) il premier israeliano si sarebbe rifiutato di
negoziare direttamente, faccia a faccia, con Yasser Arafat per paura che la
parte palestinese potesse mettere agli atti le «concessioni» israeliane.
Dalle «proposte orali» fatte ai palestinesi emerge inoltre che: 1) il
proposto stato palestinese non sarebbe stato affatto tale ma piuttosto un
insieme di quattro bantustan separati gli uni dagli altri e 2) che Israele
avrebbe annesso non soltanto gli insediamenti ebraici a Gerusalemme est ma
anche alcuni quartieri arabi e avrebbe mantenuto la sovranità sulla spianata
delle moschee, terzo luogo santo dell'Islam, affidando l'Haram al Sharif ai
palestinesi solamente in «custodia» e a patto che fosse permesso agli ebrei
di andarvi a pregare davanti alla moschea di al Aqsa. Massiccia anche la
disinformazione sul famoso 95% dei territori occupati che Barak avrebbe
offerto ai palestinesi. A tale proposito va ricordato che quella percentuale
è stata ottenuta senza tener conto di Gerusalemme est, della grande cintura
di insediamenti ebraici costruiti attorno alla città, di gran parte della
valle del Giordano, di una «fascia di sicurezza» militare di circa 20
chilometri lungo tutti i bordi dei territori occupati. Tenendo conto inoltre
degli insedimenti che i palestinesi sarebbero stati obbligati ad «affittare»
per 25 anni ad Israele la reale porzione di territorio dalla quale Israele
sarebbe stato era pronto a ritirarsi grazie alla «generosità» del laburista
Ehud Barak non avrebbe superato un 46%, più o meno la superficie dei
bantustan previsti a muro ultimato dal «falco» Sharon.
I PALESTINESI SONO 9.6
MILIONI
Sono arrivati a quota 9.6 milioni i palestinesi, sparsi in
tutto il mondo a causa dell'occupazione israeliana che va avanti dal 1967. La
rilevazione è dell'ufficio centrale di statistica palestinese (Pcbs) che
qualche giorno fa ha pubblicato il rapporto relativo a dati sull'anno 2003.
Quasi cinque milioni (4.8 per l'esattezza) sono i palestinesi della diaspora,
quelli che vivono in Giordania, Libano, Siria (molti di loro in miseri campi
profughi) ma anche in altri stati arabi, Europa e Stati uniti. Un milione e
centomila quelli che vivono in Israele, i cosiddetti «arabo-israeliani», 3.7
quelli che risiedono nei Territori occupati. 380 le scuole gestite dall'Unrwa,
l'agenzia Onu per i rifugiati, un dato che segnala la gran quantità di
bambini palestinesi costretti ad affrontare lo studio in condizioni di grande
difficoltà.
l'Unità 11.11.2004
Nuovo
arresto per Vanunu: denunciò le armi atomiche israeliane
di red.
Vanunu era stato rapito dai servizi israeliani a Roma, dove era stato attirato con l'inganno dalla Gran Bretagna, Vanunu fu processato in Israele per tradimento e condannato a 18 anni di carcere. Al termine della pena gli sono state imposte diverse restrizioni fra cui il divieto a lasciare il Paese e a comunicare con i media stranieri.
Vanunu era un tecnico nucleare che lavorava al reattore nucleare israeliano di Dimona, dove, secondo la sue rivelazioni al Sunday Time, si produceva uranio arricchito per usi militari che avrebbe consentito ad Israele di costruirsi tra le cento e le duecento armi nucleari. Israele ha sempre negato, e continua a negare, di disporre di armi atomiche anche se quais tutti glie sperti militari del mondo ritengono che invece ne possieda.
Convertitosi al cristianesimo con il nome di John Crossman, Vanunu si è stabilito all'interno di una chiesa di Gerusalemme est: un luogo dove si sentiva protetto e al riparo dal rischio di essere aggredito da passanti israeliani che potrebbero vedere in lui «un traditore». Alcuni suoi tentativi di chiedere asilo politico all'estero non hanno per ora avuto successo. Giovedì mattina l'ex tecnico è stato costretto a lasciare la chiesa: è stato fatto salire su un'automobile e trasferito nel comando della polizia. A quanto pare il suo computer personale è stato requisito, assieme con documenti trovati nella sua stanza.
il manifesto - 13 Novembre 2004
Paure
d'Israele
ZVI SCHULDINER
Era atteso, ma non pochi reagiscono come fosse una
sorpresa. Yasser Arafat è stato seppellito tra la folla di Ramallah e
cominciano a svegliarsi odii addormentati, speranze frustrate, speculazioni a
volte strane, a volte infondate. Alcune decine di coloni a Gush Katif, nella
striscia di Gaza, hanno manifestato il viscerale odio razziale che
caratterizza alcuni dei gruppi fondamentalisti, ballando in segno di giubilo
per la morte dell'«Hitler dei nostri giorni». Questi estremisti razzisti non
sono più di un triste ma molto visibile specchio in cui si riflettono molti
israeliani.
Durante i lunghi anni del conflitto la figura di Arafat è stata la
personificazione del nemico. Nella percezione di molti israeliani il
terrorismo, la morte, lo scontro sembravano essere creature autonome, frutti
del diabolico desiderio di esseri crudeli che cercano il dolore delle loro
vittime - e le vittime erano gli israeliani. Niente conflitto nazionale,
niente occupazione di territori.
Quando il ministro degli esteri israeliano Shalom ha commentato le opzioni
diplomatiche del prossimo futuro non ha dimenticato di demonizzare come di
costume il presidente palestinese, che avrebbe ordinato innumerevoli atti di
terrore, anche dopo gli accordi di Oslo. E, aggiunge il ministro, «non
dimentichiamo gli atti di suicidio accaduti anche dopo Oslo, la maggior parte
dei quali ordinata da Arafat». Nella memoria selettiva di molti, i suicidi
sono cominciati per colpa dei terribili e crudeli terroristi islamici, pieni
di un odio fondamentalista che è estraneo alla nostra cultura occidentale e
umanista. Ma anche se molti israeliani - e non israeliani - se ne dimenticano,
il primo suicidio dopo Oslo è stato quello di un fondamentalista estremista,
un medico umanista, un colono molto simpatico tra i suoi vicini. Il dottor
Baruch Goldstein, un ebreo israeliano, arriva alla moschea di Hebron - sacra
anche agli ebrei - e assassina crudelmente 29 palestinesi prima di essere
colpito da alcuni dei sopravvissuti.
Ma Arafat è colpevole di tutto, cosa che permette di lavare le nostre
coscienze ed eliminare il problema di fondo. Alcuni già cominciano a dire, e
chissà forse anche a capire, che più in là della questione Arafat si
dovrebbe discutere la questione dell'occupazione, la questione dei diritti
nazionali palestinesi, la questione della pace e quella della guerra, la
possibilità di arrivare a un accordo. Ma mentre l'opposizione
socialdemocratica in navigazione verso il governo vuol vedere Sharon sloggiare
alcune colonie, nella destra già si ascoltano voci che parlano di sospendere
il ritiro unilaterale e aprire invece un negoziato preventivo.
Il governo israeliano ha per ora deciso di comportarsi con molta cautela.
Esecutivo e forze armate temono infatti che le reazioni alla morte di Arafat
portino molti palestinesi sulla via di una recrudescenza della violenza. Se la
chiusura dei territori occupati è praticamente totale, per la prima volta da
molti anni le forze armate sono state equipaggiate per disperdere le
manifestazioni senza uccidere e le istruzioni sono di usare estrema
moderazione.
L'odio per Arafat vivo è ora seguito dalla paura di Arafat morto, che sembra
creare in alcuni israeliani (compresi gli esperti in materia di sicurezza)
timori soprannaturali. La violenza intollerabile dell'occupazione che ha
generato tanto dolore, che ha portato a quasi tremila morti palestinesi negli
ultimi anni, ora sembra pericolosa agli occupanti.
Alcuni cominciano a pensarlo, e a esprimerlo: la morte di Arafat non è la
morte del conflitto.
Alcuni cominciano a pensare che la statura di Arafat
potrebbe aver garantito una soluzione di compromesso accettabile dal suo
popolo. Ora i suoi successori dovranno affrontare una realtà molto più
complessa. Il fantasma della guerra civile palestinese non è ancora scomparso
e le lotte intestine potrebbero esplodere per diverse ragioni. E in più,
qualsiasi leader palestinese dovrà provare al suo popolo di non essere meno
fedele agli interessi palestinesi di quanto lo sia stato Arafat. Quando alcuni
israeliani suggeriscono di compiere passi per aumentare il prestigio delle
nuove autorità palestinesi, dovrebbero prendere in considerazione il fatto
che questi passi avrebbero potuto essere positivi in passato, e oggi
potrebbero invece essere interpretati come un modo di stimolare il
collaborazionismo dei nuovi capi di Palestina.
I negoziati non saranno più facili, saranno semmai più difficili del
passato. E sopra a tutto questo rimane l'interrogativo centrale: la leadership
israeliana, il primo ministro Sharon, vogliono davvero negoziare?
Retoricamente sì. Nella pratica no. Negoziare significa giungere a
concessioni territoriali che la destra israeliana ancora oggi rifiuta persino
nelle sue forme minime.
Tutto questo, che sembra così facile da capire, potrebbe forse agire sulla
coscienza di molti israeliani e far capire loro che c'è un partner per la
pace, ma la leadership israeliana è molto lontana dall'accettarlo. Un
risveglio in questo senso potrebbe forse essere accentuato dalle dichiarazioni
che negli ultimi giorni arrivano da Washington, dichiarazioni che parlano di
giungere alla pace attraverso la costituzione di uno stato palestinese
indipendente. Quella americana non è una posizione migliore di prima, o più
etica, ma il frutto elementare del pantano in cui stanno affondando gli
americani nella loro tragica crociata in Iraq.
Nei prossimi giorni Israele - quello ufficiale e quello meno ufficiale -
dovrà affrontare una situazione per lo più volatile, che aggraverà quei
sintomi di fondo prodotti dalla violenza e dalla crudeltà di un'occupazione
che distrugge il tessuto di base della società palestinese. Il fantasma di
Arafat continuerà a fluttuare nell'aria, ma non basterà a calmare una
situazione tragica le cui radici sono molto profonde.
(zvi schuldiner)