La
trappola mortale dell'identità
Stefano
Sarfati Nahmad
Una
fede non cieca
Le critiche di un giovane ebreo italiano alla politica dello
stato d'Israele: "L'oppressione dei palestinesi, la loro chiusura in
enclave circondate dall'esercito, contraddicono la storia del mio
popolo" Il Manifesto 12-Agosto-2001 l'Unità
26.09.2004 La deflagrazione, potentissima, riduce l'automezzo in un ammasso
informe di lamiere. Sono le 11:30 quando il dirigente di Hamas esce
dalla sua abitazione. "Ci ha detto buongiorno come fa sempre ed
è entrato in macchina", racconta Nabil, un vicino di casa.
Khalil si siede nel suo fuoristrada Suv inserisce la chiave per
l'accensione e avvia il motore. "Il telefono cellulare ha suonato
e quando ha risposto, abbiamo sentito l'esplosione", riferisce
ancora Nabil, "siamo accorsi e abbiamo visto pezzi di cadavere
sparsi ovunque sul sedile posteriore". La carica esplosiva è stata piazzata probabilmente sotto il sedile
del guidatore. Tutto si svolge in pochi secondi, un'operazione da
professionisti, la prima del genere a Damasco. Il bilancio
dell'attentato è di un morto, Khalil, e tre feriti. Per Hamas non vi
sono dubbi: si tratta di un atto di "terrorismo di Stato"
ordinato da Sharon, un "crimine codardo compiuto dal sionista
Mossad" il servizio di intelligence israeliano. "Se Israele
esporta la guerra all'estero, Hamas sarà costretto a fare
altrettanto", avverte lo sceicco Hassan Yussef, uno dei leader
islamici nei Territori. "Anche se le brigate Ezzedine al-Qassam
si sono sempre preoccupate di tenere le loro pistole puntate verso
Israele, e abbiamo consentito a centinaia di migliaia di sionisti di
spostarsi e viaggiare in tutte le capitali del mondo, non siamo stati
noi a cominciare la battaglia all'estero ma il nemico sionista, e ora
dovrà rispondere di ciò che ha fatto, dei suoi atti", afferma
in un comunicato il braccio armato di Hamas. L'attentato di Damasco è condannato dall'Anp: "Si tratta di
un'azione terroristica che punta a destabilizzare l'intera area.
Israele vuole provocare la reazione siriana e innescare un conflitto
regionale", dice a l'Unità Saeb Erekat, ministro per gli affari
negoziali dell'Anp. Izzedin Sobhi Sheikh Khalil, originario di Sajjaya (Gaza), era
considerato uno dei fondatori delle Brigate Al Qassam. Fu uno degli
istruttori dell'"ingegner morte", il giovane tecnico
palestinese Yihya Ayash, specialista nel confezionare ordigni
micidiali, e fu incluso fra i 400 integralisti espulsi in Libano da
Gaza su ordine dell'allora premier laburista Yitzhak Rabin. A
differenza dei suoi compagni, non rientrò nella Striscia l'anno
successivo, ma si trasferì a Damasco. Due settimane fa esplicite
minacce contro la leadership di Hamas a Damasco furono lanciate dai
massimi dirigenti israeliani quando 16 persone furono uccise in un
duplice attentato a Beer Sheva (Neghev). Questa strage, secondo il
premier Sharon, era stata pianificata da Hamas nella capitale siriana.
Secondo fonti di intelligence di Tel Aviv, Khalil era il capo di tutte
le operazioni terroristiche di Hamas, e il numero due di fatto fra i
leader all'estero, dopo il capo dell'ufficio politico Khaled Mashal. Le stesse fonti di intelligence ammettono che dietro l'attentato
nella capitale siriana c'è la mano di Israele: "Alcune persone -
afferma la fonte - conducono una vita pericolosa…". Le
autorità siriane affidano la loro prima reazione a un laconico
comunicato del ministero dell'Interno diffuso dall'agenzia ufficiale
Sana: nella nota si conferma l'esplosione dell'autobomba e che
"la vittima è Izzedin Sobhi Sheikh Khalil, un palestinese che
era stato espulso dalle forze di occupazione israeliane in Libano
durante la prima Intifada" e che questi "non praticava
nessuna attività all'interno del territorio siriano". Damasco ha
aperto un'inchiesta su quanto è accaduto. Una risposta indiretta alle
accuse di Hamas arriva da Gerusalemme. "Ho dato ordine alle
nostre forze armate di intensificare la loro azione, in particolare
per impedire ai terroristi palestinesi di sparare razzi o proiettili
di mortaio contro Israele", annuncia il premier all'apertura
della riunione settimanale del governo. "Non ci saranno
compromessi - ribadisce Sharon -: risponderemo con tutte le nostre
forze a coloro che apriranno il fuoco contro di noi". Le
dichiarazioni del premier israeliano intervengono poco dopo
l'attentato di Damasco. Lapidario è il commento del ministro della sicurezza interno
Gideon Ezra alla notizia dell'uccisione dell'esponente di Hamas:
"Ne sono felice", dichiara alla radio militare, aggiungendo
però di "non sapere nulla in proposito", circa un possibile
coinvolgimento dei servizi israeliani; "Ha avuto ciò che si
meritava", taglia corto il titolare della Difesa, Shaul Mofaz.
L'altro ieri, l'autorevole quotidiano arabo al-Hayat ha affermato che
il Mossad è riuscito ad ottenere informazioni di prima mano sulle
abitudini di tutti i dirigenti di Hamas attivi in Siria, Libano e
Iran. Ventiquattr'ore dopo, scatta l'"eliminazione mirata"
di Khalil. "Ci sono i nostri servizi dietro questa
uccisione", conferma in serata il secondo canale della
televisione israeliano, citando fonti anonime dell'intelligence. Ma di
questa paternità nessuno aveva dubbi a Gerusalemme come a Gaza. Ed
ora si attende la risposta di Hamas, in una spirale di sangue, di odio
e di vendetta che appare, quattro anni dopo l'inizio della seconda
Intifada, inarrestabile. 14.10.2004 l'Unità
«Israele
rischia di essere un vecchio Sudafrica». L'allarme
in un rapporto segreto Ron Prossor afferma che forse
questo rapporto è troppo pessimistico. «La situazione - ammette - non è
facile. Ma stiamo compiendo uno sforzo, particolarmente in Europa, che è
molto importante a tutti noi». Molto più allarmato è il giudizio del leader
laburista Shimon Peres, per lungo tempo a capo della diplomazia israeliana.
Peres mette in guardia Israele da un «crollo» della sua politica estera.
«È giunto il momento di prendere gli affari di Stato dalle mani del Likud,
altrimenti le conseguenze potrebbero essere gravi», aggiunge l’ex premier. Il paragone con il Sudafrica
dell’apartheid, indicato come un rischio dal Rapporto israeliano, riecheggia
con forza nelle considerazioni dei dirigenti palestinesi: «La realizzazione
del Muro e la cantonizzazione della Cisgiordania altro non sono che la
materializzazione del disegno della destra israeliana di realizzare nei
Territori un regime dell’apartheid. Un processo in atto da tempo e che
avviene nel silenzio assordante e complice degli Usa», sottolinea Yasser Abed
Rabbo, membro del Comitato esecutivo dell’Olp, uno degli artefici dell’
«Accordo di Ginevra», il piano di pace elaborato da politici, intellettuali,
militari israeliani e palestinesi. Di avviso opposto è Yuval
Shteinitz, esponente di primo piano del Likud, (il partito del premier Sharon)
e presidente della Commissione esteri e difesa della Knesset: «La barriera di
sicurezza - osserva Shteinitz - è l’effetto della guerra terrorista
scatenata contro Israele, e non certo la causa. Il Rapporto segnala un
processo strisciante di delegittimazione nei confronti di Israele che non
nasce certo con la realizzazione della barriera di sicurezza». «La verità -
insiste l’esponente del Likud - è che in Europa c’è chi nega a Israele
il diritto di difesa da un terrorismo bestiale perché, al fondo, intende
negare a Israele il diritto stesso di esistere». Sul fronte opposto si schiera
Shulamit Aloni, leader storica della sinistra sionista, fondatrice del
movimento pacifista israeliano «Peace Now»: «Non è possibile - s’infervora
l’ex ministra - che ogni critica della politica militarista di Sharon venga
liquidata come un rigurgito di antisemitismo. Quel Rapporto indica un pericolo
incombente per Israele: un suo progressivo isolamento internazionale, dovuto
al perpetuarsi del regime di occupazione dei Territori e di oppressione nei
confronti del popolo palestinese». «In gioco - prosegue Aloni - sono gli
stessi principi democratici che furono a fondamento dello Stato d’Israele.
Non possiamo pensare che la nostra possa essere una democrazia a “chilometraggio
limitato”, valida a Gerusalemme ma non più in vigore a trenta chilometri di
distanza, a Ramallah...». Le considerazioni di Shulamit
Aloni trovano una indiretta conferma nelle parole di Jean Ziegler, il relatore
delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione. «Ho scritto al
presidente della Commissione Europea Romano Prodi per chiedere la sospensione
dell’accordo di associazione tra l’Ue e Israele concluso nel 2000 fino a
quando la situazione nei Territori non migliorerà», afferma da Ginevra
Ziegler. «La situazione nei Territori, in particolare nella Striscia di Gaza,
è drammatica - insiste Ziegler -. Tra i 3,8 milioni di palestinesi che vivono
in Cisgiordania e nella Striscia, l’86% dipende dagli aiuti alimentari
internazionali ed il 65% mangia solo una volta al giorno. Il 38% dei bambini
soffre di anemia». Sotto accusa, per il relatore delle Nazioni Unite sul
diritto all’alimentazione, è la politica di Israele, «Potenza occupante»,
in particolare per le «continue distruzioni ed espropriazioni di terre e
raccolti palestinesi da parte delle forze israeliane» e per la costruzione
della barriera di sicurezza. «Queste azioni - rileva Ziegler nel rapporto
destinato all’Assemblea generale dell’Onu - violano l’obbligo dell’esercito
di occupazione e della Potenza occupante di rispettare il diritto all’alimentazione»,
nei territori che controllano. Territori che continuano a
essere segnati dalla violenza. A Gaza, il bilancio dell’ennesima giornata di
scontri è di cinque palestinesi uccisi, tra cui un anziano di 70 anni, mentre
a Gerusalemme il premier Ariel Sharon sfida la destra ultranazionalista e
annuncia che il ritiro dalla Striscia inizierà nel maggio 2005 e che le
operazioni di sgombero non dovrebbero durare più di 12 settimane. Arik
rilancia ma i suoi propositi dovranno superare l’esame decisivo del 25
ottobre, quando il Parlamento sarà chiamato a pronunciarsi sul piano di
disimpegno da Gaza. Un voto a rischio per Ariel Sharon. il manifesto - 15 Ottobre 2004 Palestina,
un Ramadan di sangue
il manifesto - 21 Settembre
2004 CHATILA «Nuovo
processo per Sharon» I parenti delle vittime alla Corte
europea. Parla l'avvocato Mallat A
Vanunu il premio Yoko Ono per la pace il manifesto - 21 Settembre
2004
Ecco infine svelato cosa muove gli animi: il meccanismo
di identificazione.
Una volta ho chiesto a Peretz Kidron, israeliano, passato
dai campi di concentramento, attivo nel movimento pacifista di obiettori di
coscienza Yesh Gvul, cosa direbbe ai numerosi ebrei della diaspora che difendono
incondizionatamente la politica israeliana. Lui ha risposto: "…che non
abbiamo bisogno di amici che si comportano come dei tifosi di calcio".
Già, interisti contro laziali, ebrei contro musulmani,
mondo occidentale contro mondo arabo. Ognuno sta con il suo schieramento e
contro lo schieramento che in quel momento gli è contrapposto. E la cosa a
volte è grottesca: il rappresentante degli ebrei italiani (Luzzatto) che
appoggia un partito che discende da chi li aveva perseguitati, oppure figli di
meridionali immigrati al nord che votano Lega Lombarda (e odiano gli immigrati
albanesi).
Mi torna alla mente Danny, il protagonista del film The
Believer, basato sulla vera storia di Daniel Burros, alto gerarca del Ku Klux
Klan e membro del Partito Americano neo-Nazista del quale, in seguito a uno
scoop giornalistico, si viene a sapere nel 1965 che è ebreo e così si suicida.
Nel film, Danny è un ebreo americano, con un forte senso identitario ebraico.
Compresa nell'identità c'è anche il vissuto di "vittima" dei
genitori e dei nonni che erano stati perseguitati dai nazisti in Europa. Solo
che Danny vive negli USA dei tempi moderni, una nazione forte, con un forte
immaginario. Ed ecco allora che avviene il ribaltamento: nel momento in cui il
ruolo di debole vittima gli diventa insopportabile, Danny, cresciuto dentro lo
spazio mentale dell'identità collettiva, quella ebraica, trova più semplice
sostituirla con un'altra identità contraria, diventa neo-nazista, piuttosto che
compiere un percorso personale dove ci sia spazio per la sua storia e il suo
presente. La bellezza di questo film è che fa vedere tutta l'umanità e il
dramma personale di un individuo che cerca spazio per sé nel solo modo che
conosce: all'interno di un'identità collettiva, che per definizione annulla il
singolo - e infatti muore nel film come nella realtà.
Sono convinto che nella capacità dei singoli di stare
alla larga dai modelli identitari, oggi si giochi il conflitto in medio oriente
e molto di più. Il meccanismo identitario genera gli schieramenti (come la
tifoseria di cui parlava Kidron) i quali portano avanti soltanto gli interessi
di pochi furbi, che da soli non si bastano: Sharon senza il conflitto
israelo-palestinese non avrebbe senso di esistere, Bush senza l'11 settembre,
nemmeno.
Ma non devo a mia volta rischiare di ricadere nella
logica degli schieramenti contrapposti e trovare un senso nella mia politica in
quanto contrapposta a quella di Sharon e Bush. È quindi fondamentale trovare la
forza di collocarsi, di prendere una posizione partendo da chi si è veramente,
dal proprio modo di sentire e pensare, se occorre anche saltando la
rappresentanza politica come fanno i girotondini. Solo quando dico IO e non NOI,
posso rifiutare la domanda di adesione che Sharon fa a me e ad altri, in quanto
ebrei, di essere parte del suo schieramento. In fondo, io mi ritengo ebreo
perché figlio di madre ebrea. Poi non voglio rinunciare alla mia esperienza di
ebreo, alla storia della mia famiglia che, essendo stata perseguitata, mi ha
lasciato in eredità l'obbligo di fare un passo indietro e di iniziare a
pensare, quando la legge del più forte viene messa in campo (cioè memoria si,
ma non a senso unico). Il mio ebraismo è una parte di me. Non annullo la mia
soggettività nell'identità ebraica, ma cerco di far confluire l'esperienza
ebraica che è in me nella mia soggettività, arricchendola.
STEFANO SARFATI NAHMAD
L'appartenenza Così, dalla mia storia, si può capire cosa è per me essere
ebreo: relazioni con altri ebrei/ebree, un certo senso della famiglia, un
lessico familiare, cibi, una certa cadenza dell'anno e, attraverso
l'interiorizzazione della storia della mia famiglia durante la 2^ guerra
mondiale, una certa attenzione per le minoranze oppresse e l'impossibilità di
stabilire un rapporto di simpatia con chi le opprime. Quel che voglio dire è
che io, ebreo italiano di origine sefardita, senza una storia di pogrom alle
spalle come i russi (che anche per questo motivo hanno dato inizio intorno al
1880 al sionismo moderno emigrando nella Palestina ottomana), ma anzi con una
tradizione di integrazione nella differenza, col pensiero che gli alleati e i
sovietici e non Israele mi hanno salvato la pelle dai nazisti, non ho bisogno,
nella mia soggettività, di uno stato ebraico. Non ne ho bisogno ma non per
questo Israele mi è estraneo: ho un legame con Israele che mi deriva
dall'avere lì dei parenti, dal conoscere almeno in parte le motivazioni
storiche per cui è nato, dall'essere stato aiutato, all'ufficio del turismo
di Gerusalemme, da un anziano e servizievole signore col numero tatuato sul
braccio, di cui mi è sembrato di visualizzare in un attimo, davanti a me, la
storia. Il legame che sento funziona un po' come il sentimento verso un
familiare, che so, un cugino, una zia, per cui l'affetto segue una strada
quasi indipendente dalla relazione in atto. Ci sono invece ebrei qui in Italia
e in altri paesi europei che per diversa storia personale si sentono insicuri
senza uno stato ebraico eppure, proprio loro che lo vogliono sostenere, che
dicono di desiderare un futuro di pace per Israele rischiano oggi di
danneggiarlo con un appoggio che molte volte è acritico, incondizionato e non
tiene conto dei dati di fatto. Ad esempio può essere interessante leggere la
risoluzione sul Medio Oriente che esprime in modo ufficiale la posizione dell'Ucei
(Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e di altre comunità europee che è
consultabile all'indirizzo Internet http://www.ucei.it/attualita/risoluzione.htm.
Questo documento in sostanza condanna il terrorismo palestinese, chiede ad
Arafat di fare altrettanto e di fermare la violenza, si appella ai governi
europei affinché anche loro condannino i palestinesi e afferma che Israele ha
fatto tutto quel che poteva fare per favorire la pace. Quello che il documento
invece non dice è che la creazione dello stato d'Israele ha avuto come
effetto collaterale, tra il 1947 e il 1949, l'esodo di circa 700.000
palestinesi, che sono così divenuti profughi e che dal 1967 la parte restante
del territorio abitato dai palestinesi (pari al 22% del territorio originale)
è occupato militarmente da Israele. Gli effetti di questa occupazione, oggi,
sono sotto gli occhi di tutti: taglio delle principali vie di comunicazione
interne il che impedisce agli studenti di andare a scuola, ai lavoratori di
lavorare, ai malati e ai feriti di essere ricoverati all'ospedale, molti dei
quali sono morti ai checkpoint; isolamento dei territori verso l'esterno,
soffocamento dell'economia locale, distruzione di case, sradicamento degli
ulivi che per molte famiglie sono la principale fonte di sostentamento, furto
delle risorse idriche già misere così mentre i palestinesi non hanno acqua
da bere gli israeliani possono lavare la loro automobile. Inoltre, per
aumentare il controllo e la presa sul territorio (il restante 22%), i governi
israeliani hanno puntato sugli insediamenti (cresciuti soprattutto sotto il
governo della "colomba" laburista Barak) e così, nel bel mezzo di
zone palestinesi anche molto densamente abitate, com'è il caso di Hebron,
oggi possiamo trovare villaggi israeliani, dove l'acqua ovviamente non manca e
dove i prodotti della terra vengono impacchettati con l'adesivo "Made in
Israel". Infine, con esecuzioni mirate, i militari israeliani eliminano i
leader politici che cercano di organizzare una resistenza che non può che
essere armata dato che l'occupazione israeliana è militare. Anche i
partigiani venivano chiamati terroristi dai tedeschi ma erano la forza che
resisteva all'occupazione e dopo la guerra molti di loro sono stati tra i
fondatori della Repubblica Italiana.
Voci
critiche Fortunatamente, anche in Israele, non ci sono solo voci acritiche: ci
sono giovani israeliani - i refusenik - che con un'obiezione di coscienza si
rifiutano di prestare servizio militare nei territori occupati perché non
accettano l'occupazione. Idan Landau, il primo e più coraggioso è stato a
lungo nella prigione militare (dove ha ricevuto moltissime lettere di
solidarietà) ma dopo il processo è alla fine tornato a casa. Altri lo stanno
imitando e lo chiamano per sapere come devono comportarsi. Sono ancora in
carcere David Chacham-Cherson e Alex Lyakas, 26 anni, che ha detto: "Non
intendo contribuire a portar via vite umane, violare le loro libertà né
altri diritti umani come ritengo venga fatto oggi in Cisgiordania e
Gaza". Ci sono movimenti di pacifisti israeliani che fanno manifestazioni
e cercano di proteggere villaggi palestinesi con i loro stessi corpi. E c'è
la grande Amira Hass, corrispondente di Ha'aretz, che partendo da un lavoro
quotidiano nei territori occupati, dove abita dal 1993, prima a Gaza, poi a
Ramallah, ha capito che mentre il governo israeliano parlava di processo di
pace alla luce del sole, di nascosto moltiplicava gli insediamenti e attuava
quella che a tutti gli effetti si deve chiamare occupazione. In un articolo in
cui lei definisce "regalo" il riconoscimento dei palestinesi dei
confini del 4 giugno 1967, Amira scrive: "Il regalo che i palestinesi
hanno continuato ad offrire allo stato di Israele per oltre un decennio, è
che Israele si liberi della sua brama di continuare a espandere il territorio
in cui è sovrano a spese dei palestinesi e di insediare un numero sempre
maggiore di israeliani in quei territori. Il regalo dei palestinesi è
un'opportunità d'oro per Israele di smettere le sue abitudini di far crescere
generazioni di cittadini che danno per scontati i loro privilegi: israeliani
che si rifiutano di vedere come i palestinesi vengono metodicamente
spossessati dei loro fondamentali diritti alla terra, all'acqua, di movimento,
di pianificare il proprio futuro in modo indipendente; israeliani che si
rifiutano di capire che questo spossessare è ciò che più di ogni altra cosa
minaccia la possibilità di sviluppare un futuro normale".
Damasco, leader
di Hamas ucciso da un'autobomba. Con la firma dell'intelligence
israeliana
di Umberto
De Giovannangeli
di Umberto De
Giovannangeli

Inizia il mese di digiuno islamico mentre Israele
continua a uccidere (ieri altri 5 palestinesi) e affamare
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Ieri altri cinque palestinesi
sono stati uccisi ieri dalle forze armate israeliane a nord e sud di Gaza.
Il totale delle vittime è 120, tra cui una cinquantina di civili. Tre degli
uccisi di ieri sono stati colpiti all'alba da un missile sganciato da un
elicottero durante una incursione a Rafah, al confine con l'Egitto. Fra i
morti c'è anche un anziano di 70 anni, Ismail Assawalhi. Poco prima due
militanti di Hamas erano stati uccisi a Jabaliya. I reparti israeliani
invece sono usciti da Beit Lahya. La situazione è grave e le organizzazioni
internazionali continuano a lanciare allarmi sulla crisi umanitaria in atto.
In particolare l'Unrwa, l'agenzia del'Onu per i profughi palestinesi, che ha
cominciato ieri ad Amman due giorni di incontri con i rappresentanti dei
paesi donatori, volti a reperire i fondi necessari per proseguire le
operazioni di assistenza. La fame nei Territori occupati - aggravata dalla
occupazione militare e dal conseguente crollo dell'economia palestinese - è
una realtà sempre piu' diffusa. Ieri il relatore dell'Onu sul diritto
all'alimentazione, Jean Ziegler, ha scritto a Prodi per chiedere che l'Ue
sospenda i rapporti commerciali con Israele. «Ho scritto al presidente
della Commisione europea Romano Prodi per chiedere la sospensione
dell'accordo di associazione Ue-Israele del giugno 2000 fino a quando la
situazione nei Territori occupati non migliorerà», ha affermato Ziegler in
un conferenza stampa. Il contratto d'associazione Israele-Ue stipula che i
rapporti tra le due parti sono fondati anche sul rispetto dei diritti umani,
ha spiegato il relatore dell'Onu aggiungendo che presto scriverà la stessa
lettera anche al neo-presidente della Commissione, Barroso. Ziegler ha
riferito che oltre l'80% dei 3.8 milioni di palestinesi che vivono in
Cisgiordania e nella striscia di Gaza dipendono dagli aiuti alimentari
internazionali e il 65% mangia solo una volta al giorno. Il 38% dei bambini
soffre di anemia. Il relatore ha espresso inoltre «grande preoccupazione»
per le continue distruzioni ed espropriazioni di terre e raccolti
palestinesi da parte delle forze israeliane e per la costruzione del
«muro» in Cisgiordania. Ieri, tanto per non smentirsi, gli israeliani
hanno distrutto altre 30 case a Refah, facendo di 70 famiglie degli
homeless. «Queste azioni - ha scritto in un rapporto che andrà
all'Assemblea generale dell'Onu - violano l'obbligo della potenza occupante
di rispettare il diritto all'alimentazione nei territori che controlla».
Intanto la Commissione elettorale
dell'Anp ha comunicato che il 67% dei palestinesi aventi diritto a votare si
è registrato in vista delle consultazioni amministrative, previste per
dicembre. A Gerusalemme solo 26.570 elettori si sono iscritti poiché la
polizia israeliana ha chiuso gli uffici elettorali aperti dall'Anp nella
zona araba della città. Le iscrizioni saranno valide anche per le politiche
e le presidenziali, previste in primavera. Sulle consultazioni tuttavia
gravano il blocco dei centri abitati palestinesi e la chiusura di numerose
strade di collegamento attuata dalle forze di occupazione. A ciò si
aggiunge il fatto che l'Anp guarda con preoccupazione all'esito del voto.
Secondo le previsioni di esperti ed analisti, il movimento islamico Hamas -
che per la prima volta prende parte ad elezioni nei Territori occupati -
vincerà a Gaza e in diverse aree della Cisgiordania.
STEFANO CHIARINI
BEIRUT
Una determinazione, quella di
Chibli Mallat, delle Ong palestinesi dei campi e di alcuni intellettuali
palestinesi e libanesi, che ha portato prima ad un lunghissimo e oscuro
lavoro di raccolta delle dichiarazioni dei testimoni dell'eccidio, usciti
allo scoperto sfidando ogni possibile rappresaglia, poi alla stesura e alla
presentazione della denuncia (18/6/2001) a nome delle famiglie di 23 vittime
della strage in Belgio, l'unico paese che aveva recepito il principio della
«giurisdizione universale», e quindi ad una campagna di sensibilizzazione
sia in Libano che a livello internazionale per l'incriminazione di Sharon.
«In questi giorni di bilanci vorrei sottolineare - continua l'avvocato
delle famiglie delle vittime- che un possibile giudizio positivo da parte
della Corte europea per i diritti dell'uomo non è affatto escluso e che in
ogni caso la decisione della Corte di Cassazione belga, il dodici febbraio
del 2003, che stabilì la legittimità del procedimento giudiziario per
Sabra e Chatila - con la sola limitazione di un congelamento della posizione
di Ariel Sharon fino a quando questi fosse stato primo ministro -
costituisce giuridicamente e politicamente una pietra miliare
nell'affermazione del principio della giurisdizione universale e una dura
sconfitta della politica dei `due pesi e due misure' ». «E' vero che in
seguito alle pressioni Usa il Belgio ha modificato la legge bloccando il
processo (10/9/03) ma in ogni caso - continua Chibli Mallat - il fatto che
un personaggio così potente come Ariel Sharon si sia dovuto difendere
davanti ad un tribunale, accusato dai parenti di coloro che avrebbe fatto
massacrare, costituisce una grande vittoria del diritto. Un po' come i
pronunciamenti della Camera dei Lord sulla legittimità di un procedimento a
carico dell'ex dittatore cileno, Augusto Pinochet, nel 1998, e quello della
Corte internazionale dell'Aja contro la costruzione del muro di Sharon
all'interno dei territori palestinesi». L'ottimismo di Chibli Mallat può
sembrare forse eccessivo se non si tiene conto delle forze che, sin
dall'inizio, si misero in moto per fermare il processo e che arrivarono ad
uccidere, nel gennaio del 2002 a Beirut, con un'autobomba, Elie Hobeika il
capo dei servizi delle falangi libanesi che avrebbe pianificato la strage
con l'allora ministro della difesa israeliano Ariel Sharon e che si era
detto pronto ad andare in Belgio a testimoniare contro il suo ex capo.
La testimonianza di Hobeika
sarebbe stata particolarmente importante perché avrebbe confermato il ruolo
centrale, promotore, organizzativo e di copertura dei killer, svolto
dall'esercito israeliano. Un ruolo che era già emerso con chiarezza da
alcuni resoconti, relativi agli incontri tra i comandi israeliani e i leader
falangisti, giunti agli avvocati dell'accusa da un'anonima fonte israeliana
o americana. La partecipazione diretta al massacro delle truppe di Tel Aviv
è stata anche recentemente confermata dal fatto che molti palestinesi
«scomparsi», un terzo del totale delle vittime, fossero stati in realtà
presi in consegna o arrestati dai soldati israeliani. Alcuni articoli di
stampa, apparsi sul settimanale tedesco «Der Spiegel» e sul quotidiano
francese «Liberation», sono poi andati ancor più in là parlando anche di
una presenza a Chatila di agenti israeliani entrati nel campo con o persino
prima dei falangisti. «Speriamo che con il passare del tempo si facciano
avanti nuovi testimoni e che qualcuno cominci a fornirci ulteriori elementi
per arrivare alla verità - sostiene Chibli Mallat prima di congedarci - in
ogni caso tutto dipenderà dalla mobilitazione dell'opinione pubblica. I
primi anni solo le madri delle vittime osavano sfidare le pallottole per
andare a pregare sulla fossa comune di Chatila, mentre in questi giorni vi
sono iniziative, con delegazioni di vari paesi, che coinvolgono tutta la
città. La giustizia costituisce l'unica speranza per battere i troppi
apprendisti stregoni dello scontro tra civiltà».