FISICA/MENTE

 

 

La trappola mortale dell'identità
Stefano Sarfati Nahmad



            Sono ebreo e sono contro l'occupazione israeliana. Mi capita spesso di discutere con amici e conoscenti ebrei ma queste discussioni non hanno mai portato da nessuna parte, non ho mai convinto nessuno. A qualunque argomentazione storica, etica o solo di buon senso, mi rispondono con un'altra argomentazione che a loro modo di vedere legittima o giustifica l'azione del governo israeliano. Mi sono chiesto a lungo perché la maggior parte degli ebrei difende Israele incondizionatamente arrivando persino a negare l'evidenza. Poi una sera a cena, commentando i recenti fatti, dico a un mio amico: comunque Fini è pur sempre meglio di Sharon (sottintendendo che Fini è sì un politico di destra, magari ex-fascista, amico di gioventù della Mambro, ma Sharon è pur sempre un criminale). E lui risponde: no, perché almeno Sharon è ebreo.
Ecco infine svelato cosa muove gli animi: il meccanismo di identificazione.
Una volta ho chiesto a Peretz Kidron, israeliano, passato dai campi di concentramento, attivo nel movimento pacifista di obiettori di coscienza Yesh Gvul, cosa direbbe ai numerosi ebrei della diaspora che difendono incondizionatamente la politica israeliana. Lui ha risposto: "…che non abbiamo bisogno di amici che si comportano come dei tifosi di calcio".
            Già, interisti contro laziali, ebrei contro musulmani, mondo occidentale contro mondo arabo. Ognuno sta con il suo schieramento e contro lo schieramento che in quel momento gli è contrapposto. E la cosa a volte è grottesca: il rappresentante degli ebrei italiani (Luzzatto) che appoggia un partito che discende da chi li aveva perseguitati, oppure figli di meridionali immigrati al nord che votano Lega Lombarda (e odiano gli immigrati albanesi).
            Mi torna alla mente Danny, il protagonista del film The Believer, basato sulla vera storia di Daniel Burros, alto gerarca del Ku Klux Klan e membro del Partito Americano neo-Nazista del quale, in seguito a uno scoop giornalistico, si viene a sapere nel 1965 che è ebreo e così si suicida. Nel film, Danny è un ebreo americano, con un forte senso identitario ebraico. Compresa nell'identità c'è anche il vissuto di "vittima" dei genitori e dei nonni che erano stati perseguitati dai nazisti in Europa. Solo che Danny vive negli USA dei tempi moderni, una nazione forte, con un forte immaginario. Ed ecco allora che avviene il ribaltamento: nel momento in cui il ruolo di debole vittima gli diventa insopportabile, Danny, cresciuto dentro lo spazio mentale dell'identità collettiva, quella ebraica, trova più semplice sostituirla con un'altra identità contraria, diventa neo-nazista, piuttosto che compiere un percorso personale dove ci sia spazio per la sua storia e il suo presente. La bellezza di questo film è che fa vedere tutta l'umanità e il dramma personale di un individuo che cerca spazio per sé nel solo modo che conosce: all'interno di un'identità collettiva, che per definizione annulla il singolo - e infatti muore nel film come nella realtà.
            Sono convinto che nella capacità dei singoli di stare alla larga dai modelli identitari, oggi si giochi il conflitto in medio oriente e molto di più. Il meccanismo identitario genera gli schieramenti (come la tifoseria di cui parlava Kidron) i quali portano avanti soltanto gli interessi di pochi furbi, che da soli non si bastano: Sharon senza il conflitto israelo-palestinese non avrebbe senso di esistere, Bush senza l'11 settembre, nemmeno.
            Ma non devo a mia volta rischiare di ricadere nella logica degli schieramenti contrapposti e trovare un senso nella mia politica in quanto contrapposta a quella di Sharon e Bush. È quindi fondamentale trovare la forza di collocarsi, di prendere una posizione partendo da chi si è veramente, dal proprio modo di sentire e pensare, se occorre anche saltando la rappresentanza politica come fanno i girotondini. Solo quando dico IO e non NOI, posso rifiutare la domanda di adesione che Sharon fa a me e ad altri, in quanto ebrei, di essere parte del suo schieramento. In fondo, io mi ritengo ebreo perché figlio di madre ebrea. Poi non voglio rinunciare alla mia esperienza di ebreo, alla storia della mia famiglia che, essendo stata perseguitata, mi ha lasciato in eredità l'obbligo di fare un passo indietro e di iniziare a pensare, quando la legge del più forte viene messa in campo (cioè memoria si, ma non a senso unico). Il mio ebraismo è una parte di me. Non annullo la mia soggettività nell'identità ebraica, ma cerco di far confluire l'esperienza ebraica che è in me nella mia soggettività, arricchendola.

 

Una fede non cieca 

Le critiche di un giovane ebreo italiano alla politica dello stato d'Israele: "L'oppressione dei palestinesi, la loro chiusura in enclave circondate dall'esercito, contraddicono la storia del mio popolo" 

STEFANO SARFATI NAHMAD 


Sono tra gli ebrei che hanno firmato l'appello a favore del ritiro di Israele dai territori occupati e sento il bisogno di fare chiarezza su questo gesto. La materia è complessa, devo partire da lontano. Mi definisco ebreo perché i miei genitori sono ebrei, ossia figli di ebrei (ecc.). La mamma di mia mamma, per rimanere nel lato della genealogia che è più significativa per l'ebraismo (il solo padre ebreo non fa figli ebrei) nacque a Smirne, in Turchia, nel 1911 e parlava spagnolo nonostante i suoi avi fossero stati scacciati dalla Spagna ben 4 secoli prima. Non era religiosa, ma aveva un senso di appartenenza al popolo ebraico. Sposatasi a Milano negli anni '30 (nella sinagoga di via Guastalla), conobbe le leggi razziali, fu profuga all'estero con la famiglia (tra cui mia madre) e quando alla fine tornò, queste vicende lasciarono in lei un segno che valeva come una particolare attenzione agli accadimenti storico politici. Leggeva sempre e con attenzione i giornali, guardava i telegiornali e quando vedeva Berlusconi mormorava: "che masal bascio", che in dialetto ebraico spagnolo significava qualcosa tipo: che disgraziato. Ho avuto un'educazione laica ma ho sempre avuto la consapevolezza di non essere proprio uguale agli altri, non perché così mi era stato insegnato, anzi, ma perché i compagni di classe, fin dalle elementari, davanti al fatto che ero esonerato dall'ora di religione e davanti a un cognome così strano con una h in mezzo, mi ricordavano costantemente, con le loro domande, che io non ero come loro. Da ragazzo ho poi frequentato un movimento che si definiva sionista e socialista ma in pratica era come andare dagli scout solo che eravamo quasi tutti ebrei. Così ho anche conosciuto quelli dai quali non avrei dovuto sentirmi troppo diverso e con alcuni dei quali sono oggi amico fraterno. Due volte l'anno, per la pasqua ebraica e per il capo d'anno ebraico, facciamo una cena di famiglia allargata ad amici ebrei e non ebrei, durante la quale anche cantiamo.

            L'appartenenza Così, dalla mia storia, si può capire cosa è per me essere ebreo: relazioni con altri ebrei/ebree, un certo senso della famiglia, un lessico familiare, cibi, una certa cadenza dell'anno e, attraverso l'interiorizzazione della storia della mia famiglia durante la 2^ guerra mondiale, una certa attenzione per le minoranze oppresse e l'impossibilità di stabilire un rapporto di simpatia con chi le opprime. Quel che voglio dire è che io, ebreo italiano di origine sefardita, senza una storia di pogrom alle spalle come i russi (che anche per questo motivo hanno dato inizio intorno al 1880 al sionismo moderno emigrando nella Palestina ottomana), ma anzi con una tradizione di integrazione nella differenza, col pensiero che gli alleati e i sovietici e non Israele mi hanno salvato la pelle dai nazisti, non ho bisogno, nella mia soggettività, di uno stato ebraico. Non ne ho bisogno ma non per questo Israele mi è estraneo: ho un legame con Israele che mi deriva dall'avere lì dei parenti, dal conoscere almeno in parte le motivazioni storiche per cui è nato, dall'essere stato aiutato, all'ufficio del turismo di Gerusalemme, da un anziano e servizievole signore col numero tatuato sul braccio, di cui mi è sembrato di visualizzare in un attimo, davanti a me, la storia. Il legame che sento funziona un po' come il sentimento verso un familiare, che so, un cugino, una zia, per cui l'affetto segue una strada quasi indipendente dalla relazione in atto. Ci sono invece ebrei qui in Italia e in altri paesi europei che per diversa storia personale si sentono insicuri senza uno stato ebraico eppure, proprio loro che lo vogliono sostenere, che dicono di desiderare un futuro di pace per Israele rischiano oggi di danneggiarlo con un appoggio che molte volte è acritico, incondizionato e non tiene conto dei dati di fatto. Ad esempio può essere interessante leggere la risoluzione sul Medio Oriente che esprime in modo ufficiale la posizione dell'Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e di altre comunità europee che è consultabile all'indirizzo Internet http://www.ucei.it/attualita/risoluzione.htm. Questo documento in sostanza condanna il terrorismo palestinese, chiede ad Arafat di fare altrettanto e di fermare la violenza, si appella ai governi europei affinché anche loro condannino i palestinesi e afferma che Israele ha fatto tutto quel che poteva fare per favorire la pace. Quello che il documento invece non dice è che la creazione dello stato d'Israele ha avuto come effetto collaterale, tra il 1947 e il 1949, l'esodo di circa 700.000 palestinesi, che sono così divenuti profughi e che dal 1967 la parte restante del territorio abitato dai palestinesi (pari al 22% del territorio originale) è occupato militarmente da Israele. Gli effetti di questa occupazione, oggi, sono sotto gli occhi di tutti: taglio delle principali vie di comunicazione interne il che impedisce agli studenti di andare a scuola, ai lavoratori di lavorare, ai malati e ai feriti di essere ricoverati all'ospedale, molti dei quali sono morti ai checkpoint; isolamento dei territori verso l'esterno, soffocamento dell'economia locale, distruzione di case, sradicamento degli ulivi che per molte famiglie sono la principale fonte di sostentamento, furto delle risorse idriche già misere così mentre i palestinesi non hanno acqua da bere gli israeliani possono lavare la loro automobile. Inoltre, per aumentare il controllo e la presa sul territorio (il restante 22%), i governi israeliani hanno puntato sugli insediamenti (cresciuti soprattutto sotto il governo della "colomba" laburista Barak) e così, nel bel mezzo di zone palestinesi anche molto densamente abitate, com'è il caso di Hebron, oggi possiamo trovare villaggi israeliani, dove l'acqua ovviamente non manca e dove i prodotti della terra vengono impacchettati con l'adesivo "Made in Israel". Infine, con esecuzioni mirate, i militari israeliani eliminano i leader politici che cercano di organizzare una resistenza che non può che essere armata dato che l'occupazione israeliana è militare. Anche i partigiani venivano chiamati terroristi dai tedeschi ma erano la forza che resisteva all'occupazione e dopo la guerra molti di loro sono stati tra i fondatori della Repubblica Italiana.

            Voci critiche Fortunatamente, anche in Israele, non ci sono solo voci acritiche: ci sono giovani israeliani - i refusenik - che con un'obiezione di coscienza si rifiutano di prestare servizio militare nei territori occupati perché non accettano l'occupazione. Idan Landau, il primo e più coraggioso è stato a lungo nella prigione militare (dove ha ricevuto moltissime lettere di solidarietà) ma dopo il processo è alla fine tornato a casa. Altri lo stanno imitando e lo chiamano per sapere come devono comportarsi. Sono ancora in carcere David Chacham-Cherson e Alex Lyakas, 26 anni, che ha detto: "Non intendo contribuire a portar via vite umane, violare le loro libertà né altri diritti umani come ritengo venga fatto oggi in Cisgiordania e Gaza". Ci sono movimenti di pacifisti israeliani che fanno manifestazioni e cercano di proteggere villaggi palestinesi con i loro stessi corpi. E c'è la grande Amira Hass, corrispondente di Ha'aretz, che partendo da un lavoro quotidiano nei territori occupati, dove abita dal 1993, prima a Gaza, poi a Ramallah, ha capito che mentre il governo israeliano parlava di processo di pace alla luce del sole, di nascosto moltiplicava gli insediamenti e attuava quella che a tutti gli effetti si deve chiamare occupazione. In un articolo in cui lei definisce "regalo" il riconoscimento dei palestinesi dei confini del 4 giugno 1967, Amira scrive: "Il regalo che i palestinesi hanno continuato ad offrire allo stato di Israele per oltre un decennio, è che Israele si liberi della sua brama di continuare a espandere il territorio in cui è sovrano a spese dei palestinesi e di insediare un numero sempre maggiore di israeliani in quei territori. Il regalo dei palestinesi è un'opportunità d'oro per Israele di smettere le sue abitudini di far crescere generazioni di cittadini che danno per scontati i loro privilegi: israeliani che si rifiutano di vedere come i palestinesi vengono metodicamente spossessati dei loro fondamentali diritti alla terra, all'acqua, di movimento, di pianificare il proprio futuro in modo indipendente; israeliani che si rifiutano di capire che questo spossessare è ciò che più di ogni altra cosa minaccia la possibilità di sviluppare un futuro normale".

Il Manifesto 12-Agosto-2001

 

 

l'Unità 26.09.2004
Damasco, leader di Hamas ucciso da un'autobomba. Con la firma dell'intelligence israeliana
di Umberto De Giovannangeli

Ariel Sharon lo aveva promesso dopo il sanguinoso duplice attentato suicida di Beer Sheva del 31 agosto: colpiremo i capi di Hamas ovunque si trovino, anche fuori la Palestina. Anche a Damasco. Così è stato. La minaccia si è materializzata domenica mattina nella capitale siriana, quando un'autobomba è esplosa nel popolare quartiere di Zahira. L'obiettivo dell'attentato è Izzedin Sobhi Sheikh Khalil, 42 anni, uno dei più importanti esponenti di Hamas in Siria.

 

La deflagrazione, potentissima, riduce l'automezzo in un ammasso informe di lamiere. Sono le 11:30 quando il dirigente di Hamas esce dalla sua abitazione. "Ci ha detto buongiorno come fa sempre ed è entrato in macchina", racconta Nabil, un vicino di casa. Khalil si siede nel suo fuoristrada Suv inserisce la chiave per l'accensione e avvia il motore. "Il telefono cellulare ha suonato e quando ha risposto, abbiamo sentito l'esplosione", riferisce ancora Nabil, "siamo accorsi e abbiamo visto pezzi di cadavere sparsi ovunque sul sedile posteriore".

La carica esplosiva è stata piazzata probabilmente sotto il sedile del guidatore. Tutto si svolge in pochi secondi, un'operazione da professionisti, la prima del genere a Damasco. Il bilancio dell'attentato è di un morto, Khalil, e tre feriti. Per Hamas non vi sono dubbi: si tratta di un atto di "terrorismo di Stato" ordinato da Sharon, un "crimine codardo compiuto dal sionista Mossad" il servizio di intelligence israeliano. "Se Israele esporta la guerra all'estero, Hamas sarà costretto a fare altrettanto", avverte lo sceicco Hassan Yussef, uno dei leader islamici nei Territori. "Anche se le brigate Ezzedine al-Qassam si sono sempre preoccupate di tenere le loro pistole puntate verso Israele, e abbiamo consentito a centinaia di migliaia di sionisti di spostarsi e viaggiare in tutte le capitali del mondo, non siamo stati noi a cominciare la battaglia all'estero ma il nemico sionista, e ora dovrà rispondere di ciò che ha fatto, dei suoi atti", afferma in un comunicato il braccio armato di Hamas.

L'attentato di Damasco è condannato dall'Anp: "Si tratta di un'azione terroristica che punta a destabilizzare l'intera area. Israele vuole provocare la reazione siriana e innescare un conflitto regionale", dice a l'Unità Saeb Erekat, ministro per gli affari negoziali dell'Anp.

Izzedin Sobhi Sheikh Khalil, originario di Sajjaya (Gaza), era considerato uno dei fondatori delle Brigate Al Qassam. Fu uno degli istruttori dell'"ingegner morte", il giovane tecnico palestinese Yihya Ayash, specialista nel confezionare ordigni micidiali, e fu incluso fra i 400 integralisti espulsi in Libano da Gaza su ordine dell'allora premier laburista Yitzhak Rabin. A differenza dei suoi compagni, non rientrò nella Striscia l'anno successivo, ma si trasferì a Damasco. Due settimane fa esplicite minacce contro la leadership di Hamas a Damasco furono lanciate dai massimi dirigenti israeliani quando 16 persone furono uccise in un duplice attentato a Beer Sheva (Neghev). Questa strage, secondo il premier Sharon, era stata pianificata da Hamas nella capitale siriana. Secondo fonti di intelligence di Tel Aviv, Khalil era il capo di tutte le operazioni terroristiche di Hamas, e il numero due di fatto fra i leader all'estero, dopo il capo dell'ufficio politico Khaled Mashal.

Le stesse fonti di intelligence ammettono che dietro l'attentato nella capitale siriana c'è la mano di Israele: "Alcune persone - afferma la fonte - conducono una vita pericolosa…". Le autorità siriane affidano la loro prima reazione a un laconico comunicato del ministero dell'Interno diffuso dall'agenzia ufficiale Sana: nella nota si conferma l'esplosione dell'autobomba e che "la vittima è Izzedin Sobhi Sheikh Khalil, un palestinese che era stato espulso dalle forze di occupazione israeliane in Libano durante la prima Intifada" e che questi "non praticava nessuna attività all'interno del territorio siriano". Damasco ha aperto un'inchiesta su quanto è accaduto. Una risposta indiretta alle accuse di Hamas arriva da Gerusalemme. "Ho dato ordine alle nostre forze armate di intensificare la loro azione, in particolare per impedire ai terroristi palestinesi di sparare razzi o proiettili di mortaio contro Israele", annuncia il premier all'apertura della riunione settimanale del governo. "Non ci saranno compromessi - ribadisce Sharon -: risponderemo con tutte le nostre forze a coloro che apriranno il fuoco contro di noi". Le dichiarazioni del premier israeliano intervengono poco dopo l'attentato di Damasco.

Lapidario è il commento del ministro della sicurezza interno Gideon Ezra alla notizia dell'uccisione dell'esponente di Hamas: "Ne sono felice", dichiara alla radio militare, aggiungendo però di "non sapere nulla in proposito", circa un possibile coinvolgimento dei servizi israeliani; "Ha avuto ciò che si meritava", taglia corto il titolare della Difesa, Shaul Mofaz. L'altro ieri, l'autorevole quotidiano arabo al-Hayat ha affermato che il Mossad è riuscito ad ottenere informazioni di prima mano sulle abitudini di tutti i dirigenti di Hamas attivi in Siria, Libano e Iran. Ventiquattr'ore dopo, scatta l'"eliminazione mirata" di Khalil. "Ci sono i nostri servizi dietro questa uccisione", conferma in serata il secondo canale della televisione israeliano, citando fonti anonime dell'intelligence. Ma di questa paternità nessuno aveva dubbi a Gerusalemme come a Gaza. Ed ora si attende la risposta di Hamas, in una spirale di sangue, di odio e di vendetta che appare, quattro anni dopo l'inizio della seconda Intifada, inarrestabile.


14.10.2004 l'Unità

«Israele rischia di essere un vecchio Sudafrica».

L'allarme in un rapporto segreto
di Umberto De Giovannangeli

         Il titolo, «La scena internazionale nel prossimo decennio», è da noioso seminario di studi. Ma lo svolgimento è di quelli che lasciano tutt’altro che tranquilli i destinari del Rapporto. Lo studio in questione, interno al ministero degli Esteri israeliano, avverte che l’immagine di Israele nel mondo rischia fortemente di deteriorarsi negli anni a venire ad un punto tale che lo Stato ebraico potrebbe essere assimilato al Sudafrica dell’epoca dell’apartheid. Un parallelismo infamante per l’unica democrazia esistente sullo scenario mediorientale, ma che non può essere sottovalutato. A questo campanello d’allarme se ne ha aggiunge un altro, non meno inqietante: la prosecuzione del conflitto israelo-palestinese - avverte il Rapporto - rischia di portare Israele in rotta di collisione con l’Unione Europea, cosa che avrebbe gravi ripercussioni sia politiche sia economiche. Le relazioni con l’Europa sono state troppo a lungo trascurate, lamentano gli autori del Rapporto. Chiamato a commentare i risultati della ricerca, il direttore generale del ministero degli Esteri

        Ron Prossor afferma che forse questo rapporto è troppo pessimistico. «La situazione - ammette - non è facile. Ma stiamo compiendo uno sforzo, particolarmente in Europa, che è molto importante a tutti noi». Molto più allarmato è il giudizio del leader laburista Shimon Peres, per lungo tempo a capo della diplomazia israeliana. Peres mette in guardia Israele da un «crollo» della sua politica estera. «È giunto il momento di prendere gli affari di Stato dalle mani del Likud, altrimenti le conseguenze potrebbero essere gravi», aggiunge l’ex premier.

        Il paragone con il Sudafrica dell’apartheid, indicato come un rischio dal Rapporto israeliano, riecheggia con forza nelle considerazioni dei dirigenti palestinesi: «La realizzazione del Muro e la cantonizzazione della Cisgiordania altro non sono che la materializzazione del disegno della destra israeliana di realizzare nei Territori un regime dell’apartheid. Un processo in atto da tempo e che avviene nel silenzio assordante e complice degli Usa», sottolinea Yasser Abed Rabbo, membro del Comitato esecutivo dell’Olp, uno degli artefici dell’ «Accordo di Ginevra», il piano di pace elaborato da politici, intellettuali, militari israeliani e palestinesi.

        Di avviso opposto è Yuval Shteinitz, esponente di primo piano del Likud, (il partito del premier Sharon) e presidente della Commissione esteri e difesa della Knesset: «La barriera di sicurezza - osserva Shteinitz - è l’effetto della guerra terrorista scatenata contro Israele, e non certo la causa. Il Rapporto segnala un processo strisciante di delegittimazione nei confronti di Israele che non nasce certo con la realizzazione della barriera di sicurezza». «La verità - insiste l’esponente del Likud - è che in Europa c’è chi nega a Israele il diritto di difesa da un terrorismo bestiale perché, al fondo, intende negare a Israele il diritto stesso di esistere».

        Sul fronte opposto si schiera Shulamit Aloni, leader storica della sinistra sionista, fondatrice del movimento pacifista israeliano «Peace Now»: «Non è possibile - s’infervora l’ex ministra - che ogni critica della politica militarista di Sharon venga liquidata come un rigurgito di antisemitismo. Quel Rapporto indica un pericolo incombente per Israele: un suo progressivo isolamento internazionale, dovuto al perpetuarsi del regime di occupazione dei Territori e di oppressione nei confronti del popolo palestinese». «In gioco - prosegue Aloni - sono gli stessi principi democratici che furono a fondamento dello Stato d’Israele. Non possiamo pensare che la nostra possa essere una democrazia a “chilometraggio limitato”, valida a Gerusalemme ma non più in vigore a trenta chilometri di distanza, a Ramallah...».

        Le considerazioni di Shulamit Aloni trovano una indiretta conferma nelle parole di Jean Ziegler, il relatore delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione. «Ho scritto al presidente della Commissione Europea Romano Prodi per chiedere la sospensione dell’accordo di associazione tra l’Ue e Israele concluso nel 2000 fino a quando la situazione nei Territori non migliorerà», afferma da Ginevra Ziegler. «La situazione nei Territori, in particolare nella Striscia di Gaza, è drammatica - insiste Ziegler -. Tra i 3,8 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia, l’86% dipende dagli aiuti alimentari internazionali ed il 65% mangia solo una volta al giorno. Il 38% dei bambini soffre di anemia». Sotto accusa, per il relatore delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione, è la politica di Israele, «Potenza occupante», in particolare per le «continue distruzioni ed espropriazioni di terre e raccolti palestinesi da parte delle forze israeliane» e per la costruzione della barriera di sicurezza. «Queste azioni - rileva Ziegler nel rapporto destinato all’Assemblea generale dell’Onu - violano l’obbligo dell’esercito di occupazione e della Potenza occupante di rispettare il diritto all’alimentazione», nei territori che controllano.

        Territori che continuano a essere segnati dalla violenza. A Gaza, il bilancio dell’ennesima giornata di scontri è di cinque palestinesi uccisi, tra cui un anziano di 70 anni, mentre a Gerusalemme il premier Ariel Sharon sfida la destra ultranazionalista e annuncia che il ritiro dalla Striscia inizierà nel maggio 2005 e che le operazioni di sgombero non dovrebbero durare più di 12 settimane. Arik rilancia ma i suoi propositi dovranno superare l’esame decisivo del 25 ottobre, quando il Parlamento sarà chiamato a pronunciarsi sul piano di disimpegno da Gaza. Un voto a rischio per Ariel Sharon.


il manifesto - 15 Ottobre 2004

Palestina, un Ramadan di sangue
Inizia il mese di digiuno islamico mentre Israele continua a uccidere (ieri altri 5 palestinesi) e affamare
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME

        In una atmosfera di forte tensione, mentre da Gaza giungono notizie di altri palestinesi uccisi dall'esercito israeliano, comincia oggi il Radaman islamico. Il mese, in cui i musulmani digiunano dall'alba al tramonto e celebrano la rivelazione del Corano a Maometto, si annuncia carico di nuove tragedie per i palestinesi dei Territori occupati. Il premier israeliano Sharon ieri ha confermato ad una commissione parlamentare che le colonie di Gaza verranno evacuate entro il 2005 ma allo stesso tempo ha ribadito che l'offensiva militare in corso a Gaza andrà avanti e verrà ampliata. Una posizione non condivisa, ha riferito il quotidiano Maariv, da alcuni ufficiali dell'esercito. Il primo ministro non cambia parere neppure di fronte al fatto che la sua linea del pugno di ferro non ha fermato i gruppi armati palestinesi. Il movimento islamico Hamas ha comunicato che continuerà a prendere di mira, con i razzi artigianali Qassam, i centri abitati israeliani vicini a Gaza. Si è allentata invece la tensione a Gerusalemme. I palestinesi musulmani questa mattina potranno entrare liberamente sulla spianata di al-Aqsa, in occasione del primo venerdì di Ramadan. Le autorità israeliane ha fatto marcia indietro dopo aver minacciato di limitare il numero dei fedeli che prenderanno parte alle preghiere a causa di una presunta instabilità di alcune aree della spianata dove sono stati effettuati una serie di lavori negli anni passati. Il Waqf, l'ente che tutela i beni islamici, ha definito le affermazioni israeliane «infondate e volte a prendere il controllo delle moschee».

        Ieri altri cinque palestinesi sono stati uccisi ieri dalle forze armate israeliane a nord e sud di Gaza. Il totale delle vittime è 120, tra cui una cinquantina di civili. Tre degli uccisi di ieri sono stati colpiti all'alba da un missile sganciato da un elicottero durante una incursione a Rafah, al confine con l'Egitto. Fra i morti c'è anche un anziano di 70 anni, Ismail Assawalhi. Poco prima due militanti di Hamas erano stati uccisi a Jabaliya. I reparti israeliani invece sono usciti da Beit Lahya. La situazione è grave e le organizzazioni internazionali continuano a lanciare allarmi sulla crisi umanitaria in atto. In particolare l'Unrwa, l'agenzia del'Onu per i profughi palestinesi, che ha cominciato ieri ad Amman due giorni di incontri con i rappresentanti dei paesi donatori, volti a reperire i fondi necessari per proseguire le operazioni di assistenza. La fame nei Territori occupati - aggravata dalla occupazione militare e dal conseguente crollo dell'economia palestinese - è una realtà sempre piu' diffusa. Ieri il relatore dell'Onu sul diritto all'alimentazione, Jean Ziegler, ha scritto a Prodi per chiedere che l'Ue sospenda i rapporti commerciali con Israele. «Ho scritto al presidente della Commisione europea Romano Prodi per chiedere la sospensione dell'accordo di associazione Ue-Israele del giugno 2000 fino a quando la situazione nei Territori occupati non migliorerà», ha affermato Ziegler in un conferenza stampa. Il contratto d'associazione Israele-Ue stipula che i rapporti tra le due parti sono fondati anche sul rispetto dei diritti umani, ha spiegato il relatore dell'Onu aggiungendo che presto scriverà la stessa lettera anche al neo-presidente della Commissione, Barroso. Ziegler ha riferito che oltre l'80% dei 3.8 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella striscia di Gaza dipendono dagli aiuti alimentari internazionali e il 65% mangia solo una volta al giorno. Il 38% dei bambini soffre di anemia. Il relatore ha espresso inoltre «grande preoccupazione» per le continue distruzioni ed espropriazioni di terre e raccolti palestinesi da parte delle forze israeliane e per la costruzione del «muro» in Cisgiordania. Ieri, tanto per non smentirsi, gli israeliani hanno distrutto altre 30 case a Refah, facendo di 70 famiglie degli homeless. «Queste azioni - ha scritto in un rapporto che andrà all'Assemblea generale dell'Onu - violano l'obbligo della potenza occupante di rispettare il diritto all'alimentazione nei territori che controlla».

        Intanto la Commissione elettorale dell'Anp ha comunicato che il 67% dei palestinesi aventi diritto a votare si è registrato in vista delle consultazioni amministrative, previste per dicembre. A Gerusalemme solo 26.570 elettori si sono iscritti poiché la polizia israeliana ha chiuso gli uffici elettorali aperti dall'Anp nella zona araba della città. Le iscrizioni saranno valide anche per le politiche e le presidenziali, previste in primavera. Sulle consultazioni tuttavia gravano il blocco dei centri abitati palestinesi e la chiusura di numerose strade di collegamento attuata dalle forze di occupazione. A ciò si aggiunge il fatto che l'Anp guarda con preoccupazione all'esito del voto. Secondo le previsioni di esperti ed analisti, il movimento islamico Hamas - che per la prima volta prende parte ad elezioni nei Territori occupati - vincerà a Gaza e in diverse aree della Cisgiordania.


il manifesto - 21 Settembre 2004

CHATILA

«Nuovo processo per Sharon»

I parenti delle vittime alla Corte europea. Parla l'avvocato Mallat
STEFANO CHIARINI
BEIRUT

        Il caso Sharon e la battaglia legale e politica delle famiglie delle vittime del massacro di Sabra e Chatila, contrariamente a quanto molti credono, è tutt'altro che chiusa. Sul piano giudiziario abbiamo fatto ricorso alla Corte europea per i diritti dell'uomo contro la nuova legge belga che, retroattivamente, ha bloccato il procedimento in corso a Bruxelles, mentre su quello politico intendiamo continuare a porre all'opinione pubblica internazionale una semplice domanda: Com'è possibile che un personaggio come Sharon, ritenuto da una commissione di inchiesta del suo stesso paese `personalmente responsabile', in quanto ministro della difesa del tempo, di una strage di tali dimensioni sia ancora a piede libero?» L'avvocato libanese Chibli Mallat, figlio di una nota famiglia di giuristi e costituzionalisti, professore di diritto internazionale all'Università di San Giuseppe ad Ashrafieh, nel cuore della Beirut cristiano-maronita, non sembra avere dubbi sul fatto che, prima o poi, il principio della giurisdizione universale (la possibilità di perseguire ovunque i colpevoli di crimini di guerra e crimini contro l'umanità) riuscirà a portare sul banco degli imputati anche Ariel Sharon.

        Una determinazione, quella di Chibli Mallat, delle Ong palestinesi dei campi e di alcuni intellettuali palestinesi e libanesi, che ha portato prima ad un lunghissimo e oscuro lavoro di raccolta delle dichiarazioni dei testimoni dell'eccidio, usciti allo scoperto sfidando ogni possibile rappresaglia, poi alla stesura e alla presentazione della denuncia (18/6/2001) a nome delle famiglie di 23 vittime della strage in Belgio, l'unico paese che aveva recepito il principio della «giurisdizione universale», e quindi ad una campagna di sensibilizzazione sia in Libano che a livello internazionale per l'incriminazione di Sharon. «In questi giorni di bilanci vorrei sottolineare - continua l'avvocato delle famiglie delle vittime- che un possibile giudizio positivo da parte della Corte europea per i diritti dell'uomo non è affatto escluso e che in ogni caso la decisione della Corte di Cassazione belga, il dodici febbraio del 2003, che stabilì la legittimità del procedimento giudiziario per Sabra e Chatila - con la sola limitazione di un congelamento della posizione di Ariel Sharon fino a quando questi fosse stato primo ministro - costituisce giuridicamente e politicamente una pietra miliare nell'affermazione del principio della giurisdizione universale e una dura sconfitta della politica dei `due pesi e due misure' ». «E' vero che in seguito alle pressioni Usa il Belgio ha modificato la legge bloccando il processo (10/9/03) ma in ogni caso - continua Chibli Mallat - il fatto che un personaggio così potente come Ariel Sharon si sia dovuto difendere davanti ad un tribunale, accusato dai parenti di coloro che avrebbe fatto massacrare, costituisce una grande vittoria del diritto. Un po' come i pronunciamenti della Camera dei Lord sulla legittimità di un procedimento a carico dell'ex dittatore cileno, Augusto Pinochet, nel 1998, e quello della Corte internazionale dell'Aja contro la costruzione del muro di Sharon all'interno dei territori palestinesi». L'ottimismo di Chibli Mallat può sembrare forse eccessivo se non si tiene conto delle forze che, sin dall'inizio, si misero in moto per fermare il processo e che arrivarono ad uccidere, nel gennaio del 2002 a Beirut, con un'autobomba, Elie Hobeika il capo dei servizi delle falangi libanesi che avrebbe pianificato la strage con l'allora ministro della difesa israeliano Ariel Sharon e che si era detto pronto ad andare in Belgio a testimoniare contro il suo ex capo.

        La testimonianza di Hobeika sarebbe stata particolarmente importante perché avrebbe confermato il ruolo centrale, promotore, organizzativo e di copertura dei killer, svolto dall'esercito israeliano. Un ruolo che era già emerso con chiarezza da alcuni resoconti, relativi agli incontri tra i comandi israeliani e i leader falangisti, giunti agli avvocati dell'accusa da un'anonima fonte israeliana o americana. La partecipazione diretta al massacro delle truppe di Tel Aviv è stata anche recentemente confermata dal fatto che molti palestinesi «scomparsi», un terzo del totale delle vittime, fossero stati in realtà presi in consegna o arrestati dai soldati israeliani. Alcuni articoli di stampa, apparsi sul settimanale tedesco «Der Spiegel» e sul quotidiano francese «Liberation», sono poi andati ancor più in là parlando anche di una presenza a Chatila di agenti israeliani entrati nel campo con o persino prima dei falangisti. «Speriamo che con il passare del tempo si facciano avanti nuovi testimoni e che qualcuno cominci a fornirci ulteriori elementi per arrivare alla verità - sostiene Chibli Mallat prima di congedarci - in ogni caso tutto dipenderà dalla mobilitazione dell'opinione pubblica. I primi anni solo le madri delle vittime osavano sfidare le pallottole per andare a pregare sulla fossa comune di Chatila, mentre in questi giorni vi sono iniziative, con delegazioni di vari paesi, che coinvolgono tutta la città. La giustizia costituisce l'unica speranza per battere i troppi apprendisti stregoni dello scontro tra civiltà».

A Vanunu il premio Yoko Ono per la pace

il manifesto - 21 Settembre 2004


        Il tecnico nucleare israeliano Mordechai Vanunu (nella foto Ap) ha ricevuto «con sorpresa e piacere» la notizia di avere vinto il premio per la pace (50 mila dollari) attribuito, in nome di John Lennon, dalla sua vedova Yoko Ono. Vanunu fu sequestrato da agenti del Mossad nell'aeroporto di Roma dopo che aveva rilasciato un'intervista al londinese The Sunday Times in cui rivelava quel che tutto il mondo già sapeva: che nei laboratori atomici di Dimona, nel Negev, si producevano ardigni nucleari e che Israele ne aveva già pronti qualche centinaio. Portato in Israele, fu processato per tradimento e spionaggio. Ha passato 18 anni in carcere, la maggior parte in isolamento, ed è stato liberato in aprile. Ma, per sovrapprezzo, le autorità israeliane gli hanno impedito di lasciare Israele, come voleva (è «ancora una minaccia per la sicurezza dello stato»), e di dare interviste. Da allora Vanunu si è rifugiato nella St.George Anglican cathedral di Gerusalemme est. «Vanunu ha parlato chiaro a un carissimo prezzo personale consentendo alla verità di prevalere», ha motivato il premio Yoko Ono. Aggiungendo di sperare di poterglielo consegnare di persona in occasione della cerimonia prevista al Palazzo di vetro dell'Onu a New York il 7 ottobre.

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