Ideologie fondamentaliste
per i signori della guerra
"Prega Dio e passami le
munizioni"
Dietro gli interessi materiali che spingono alla guerra, sta emergendo la stretta connessione tra le esigenze di supremazia mondiale degli Stati Uniti e i gruppi fondamentalisti religiosi americani. Si é così creato il terreno comune con le lobbies sioniste che sostengono l'ambizione alla "Grande Israele" e la cacciata dei palestinesi. E' una visione messianica della guerra e del dominio che intende arrestare la crisi morale e il declino degli USA per offrire una sovrastruttura adeguata all'imperialismo del XXI Secolo.
Fondamentalismi convergenti I nemici comuni: l'Europa, il Vaticano,
l'Islam L'offensiva contro il Vaticano Guerra all'Islam NOTE: Fra le religioni orientali e' il buddismo quella piu' popolare
negli anni '90. Il buddismo e' "in", l'induismo e' ormai una moda
superata. I centri zen sono un business crescente, che attira clienti da tutto
il mondo. Il Dalai Lama e' una delle figure piu' rispettate d'America, anche se
forse l'America e' l'antitesi di tutto cio' che il Dalai Lama rappresenta. Ma
del buddismo si apprezzano soprattutto gli insegnamenti riguardanti la vita in
questo mondo. L'ottica e' quella new age di migliorare la qualita' della propria
vita.
Dagli anni '60 in poi i membri praticanti delle religioni maggiori sono
diminuiti del 25%, ma quelli delle religioni "entusiastiche" (come
vengono chiamate quelle piu' locali e piu' intransigenti) sono raddoppiati e
dovrebbero aver superato la soglia dei sessanta milioni.
Questa e' la quarta ondata religiosa dell'America. La prima, il "Great
Awakening", fu una crociata contro la corruzione e l'amoralita' dei
britannici e favori' l'avvento della rivoluzione; la seconda, nella prima meta'
dell'Ottocento, fu una reazione agli eccessi dei vizi sociali, primi fra tutti
schiavitu' e alcool, e pertanto getto' le basi per il movimento abolizionista
prima e per quello proibizionista poi; la terza, a cavallo dei due secoli, fu un
risultato dell'urbanesimo (e in qualche modo del marxismo) e pose l'enfasi sulle
cause sociali della poverta', aprendo le porte all'era dello stato assistenziale
(il "welfare").
Ogni ondata ha pertanto causato sconvolgimenti sociali. La quarta, pero',
forse proprio in quanto alimentata dagli "entusiasti", e' finora stata
caratterizzata da una certa grettezza mentale. Il tema che unisce la
costellazione dei fondamentalisti e' la lotta contro l'aborto
piu' che una vera e propria prospettiva ideologica. Come nei casi
precedenti, in compenso, il fenomeno e' accompagnato da un pittoresco circo di
istrioni e ciarlatani, fanatici e speculatori.
Fra gli spettacoli televisivi di maggior successo si contano da sempre le
prediche religiose. Alcuni predicatori hanno un seguito fedelissimo. Alcuni di
loro possono permettersi di trasmettere per ore e ore tutti i giorni. La
partecipazione del pubblico raggiunge talvolta livelli di puro delirio.
Negli ultimi anni molti sono stati smascherati per quello che sono:
ciarlatani ipocriti che sfruttano la dabbenaggine degli ingenui per ammassare
fortune colossali.
Il caso piu' celebre fu forse quello di Jimmy Swaggart, predicatore della
Louisiana che era seguito da milioni di telespettatori, e che, di fronte a prove
schiaccianti, ha finalmente ammesso di essere un frequentatore abituale dei
bordelli della zona. Lungi dall'alienargli le simpatie della sua
"parrocchia", la sua confessione pubblica, condita di gesti teatrali,
di lacrime di coccodrillo e di citazioni bibliche, e' stato uno spettacolo
dentro lo spettacolo. Non meno scalpore suscitarono le speculazioni finanziarie
a fine privato di Jim Bakker con i soldi della sua congregazione (nonche' il suo
flirt con la babysitter).
Di tutti i candidati alla presidenza del 1988 due erano traditi (sessualmente
parlando) dall'eta' dei loro figli. Entrambi erano predicatori: Pat Robertson,
leader della Christian
Coalition , e Jesse Jackson, il piu' famoso dei neri.
A Modesto, in California, esercita il Reverendo Kirby Hensley, fondatore (nel
1962) della Universal Life Church. Hensley ha semplicemente scoperto che esiste
una domanda di mercato per i titoli ecclesiastici e si e' messo a venderli
(letteralmente) per posta. Ha nominato sacerdoti e vescovi a migliaia, tutti
regolarmente autorizzati a celebrare matrimoni, battesimi e funerali. Ad un
certo punto, durante la guerra del Vietnam, la chiesa guadagnava diecimila
dollari al giorno (ai religiosi era concessa l'obiezione di coscienza) e il suo
catalogo comprendeva tutti i titoli possibili e immaginabili, dall'umile
"Monsignor" all'altisonante "Dottore di Scienza Religiosa".
Persino un pappagallo e un gatto vennero elevati a ministri della chiesa.
Bastava pagare.
Poco a poco la sua chiesa fini' nel mirino delle autorita'. Prima un suo
fedele venne arrestato per favoreggiamento, poi un altro venne colto in
flagrante mentre vendeva droga. Fra i tanti scandali il piu' geniale fu forse
quello della discoteca di Seattle che per qualche tempo venne registrata come
una chiesa in maniera da essere esentasse. Per anni la Chiesa continuo' a
riciclare denaro "sporco", che veniva inviato dai "fedeli" a
Hensley e da lui ridistribuito agli stessi fedeli sotto forma di carita' (in
maniera da evitare qualsiasi controllo).
Il potere di questi predicatori e' talvolta paragonabile a quello del Papa in
Italia. Billy Graham, forse il piu' celebre degli anni '90, viene
ossequiato regolarmente dall'elite politica di Washington (Clinton compreso).
Il cattolico piu' influente d'America non e' comunque il cardinale O'Connor,
da alcuni indicato come il prossimo Papa, ma probabilmente suor Angelica (al
secolo Rita Rizzo), la superstar della televisione religiosa che dal suo
monastero dell'Alabama inonda i focolari domestici con le produzioni della sua
Eternal World Television Network (fondata nel 1981 in un garage abbandonato).
Oggi sono quasi quaranta milioni gli utenti delle sue trasmissioni via cavo e
dal 1995 la rete e' distribuita anche all'estero. La religione di questa "telesuora"
e' molto semplice e molto tradizionale, ancorata ai valori della Vergine Maria,
degli angeli e dello Spirito Santo.
Ma i predicatori televisivi sono soltanto la punta dell'iceberg. Passano
quasi osservati fenomeni di fanatismo anche maggiori, come quello dei numerosi
gruppi che si riconoscono nel credo della "Christian Identity", un
movimento che si rifa' a un oscuro "israelismo britannico" del secolo
scorso, e che si raccoglie attorno alla "Church of Jesus Christ Christian".
Secondo loro il popolo di Dio non sarebbero gli ebrei, ma i bianchi dell'Europa
settentrionale (gli ebrei sarebbero in compenso i figli di Satana).
Fra i pittoreschi esemplari di questo fanatismo si contano comunita' come
quella di Elohim City, nelle montagne Ozark dell'Oklahoma, in cui vivono
soltanto cento persone e quasi ogni giorno si tiene qualche rituale di natura
religiosa. L'uomo che l'ha fondata nel 1973, Robert Millar, profetizza
un'apocalisse a base di disordini razziali e mantiene anche stretti legami con i
suprematisti.
Alla Christian Identity appartiene anche James Ellison, fondatore a sua volta
in Arkansas della comunita' "The Covenant, Sword and Arm of the Lord"
(i cui fedeli venivano addestrati a sparare nella convinzione che soltanto i
migliori tiratori sopravviveranno all'apocalisse), arrestato nel 1985 per
possesso illegale di armi e gestione di un racket.
Nel 1993 si tiene in Colorado il piu' grande raduno giovanile dai tempi di
Woodstock, lo "Youth
day" . Ma non si tratta di un festival di musica rock, si tratta di una
predica del papa Giovanni Paolo II.
Quel giorno i sociologhi americani si rendono conto che e' nata una nuova
controcultura, i cui dettami morali sono l'esatto opposto di quella degli anni
'60 (per esempio, l'astinenza invece del sesso libero).
Forse a creare consenso attorno alla chiesa cattolica non e' la fede nel
Vangelo ma il fatto che le previsioni dell'enciclica "Humanae Vitae"
si sono rivelate corrette: la diffusione dei contraccettivi, il declino della
moralita' e l'infedelta' coniugale hanno causato una disgregazione del tessuto
sociale di cui cominciano a fare le spese tutti (a partire dai giovani).
Sociologhi e psicologi (e presto i politici) riscoprono i pregi dello stile
di vita tradizionale, che privilegiava la famiglia su tutti gli altri desideri
materiali. I criminologhi concordano che la maggior parte dei problemi della
societa' americana, ovvero poverta', crimine e droga, sono causati soprattutto
dal crollo del mito della famiglia. Non solo garantiva una forma di stabilita'
sociale, ma evitava anche tutta una serie di situazioni individuali che stanno
alimentando il crimine. La fatale debolezza della societa' americana degli anni
'90 ha origine dalla violazione dei principi cattolici.
Improvvisamente, e forse anche sotto l'incubo della pestilenza
dell'AIDS , sono i giovani stessi che si pongono alla guida del movimento, e
lo "Youth Day" del
1993 ne e' la prima dimostrazione pratica. La chiesa cattolica ha un rimedio a
tutti i mali che data da duemila anni fa: all'edonismo sempre meno entusiasmante
e sempre piu' meccanico (nonche' pericoloso) della liberazione sessuale la
chiesa offre il miraggio dell'amore romantico e sano della controrivoluzione
sessuale .
Le statistiche cominciano a focalizzarsi sulle diverse abitudini fra coppie
cattoliche (che non usano contraccettivi) e coppie "liberate": fra le
prime la percentuale di divorzio e' del 2%, fra le seconde e' del 53%; fra le
prime l'AIDS e' praticamente inesistente, fra le seconde e' in rapido aumento; i
figli delle prime che finiscono in carcere sono meno del 10%, i figli delle
seconde che finiscono in carcere sono piu' del 50%. Non e' il Vangelo che
converte nuovi adepti, sono i numeri.
USA: lanciata una nuova emittente TV in lingua araba via satellite per l'Irak
Il governo degli Stati Uniti ha lanciato una nuova emittente TV in lingua
araba via satellite per l'Irak. I programmi sono prodotti in uno studio,
Grace Digital Media, controllato da cristiani fondamentalisti fanaticamente
pro Israele. Il nome "Grace" sta per l'abbreviazione "Per
Grazia di Dio".
Russell Mokhiber e Robert Weissman
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=15&ItemID=3537.
Tradotto da Mixa - http://www.mixa-razzismo.it
5 maggio 2003
http://www.movisol.org/fundies.htm Medio Oriente: il
fondamentalismo che viene dall’occidente Millenaristi protestanti: il pericolo numero uno L'articolo è tratto dal numero di dicembre 2000 di
Solidarietà
che pubblica estratti di un dossier speciale dell'EIR sul
problema mediorientale. Il dossier ricostruisce le reti d'influenza
oligarchica nella politica mediorientale e presenta un profilo di Ben Gurion,
il fondatore dello stato di Israele che ha gettato le basi per costruire la
pace nella regione.
Da: da la Gazzetta Politica Il Papa e Bush divisi dalla guerra all'Iraq e dallo scontro tra cattolicesimo
e nuovo cristianesimo americano.
L'arcivescovo anglicano di Canterbury ha aderito alla giornata mondiale di
digiuno e preghiera per la pace promossa dal papa in occasione del mercoledì
delle ceneri del 2003, duecento teologi cattolici e protestanti hanno firmato un
documento congiunto, il presidente del consiglio delle chiese evangeliche di
Germania, Koch, ha definito Bush "un fondamentalista religioso", i
leader di diverse chiese protestanti americane hanno invitato il papa a parlare
al palazzo di vetro dell'Onu. Perché? Nel suo discorso del 30 gennaio 2003 Bush
ha detto: "dobbiamo anche ricordarci che la nostra missione, in quanto
nazione benedetta, è quella di rendere migliore il mondo.[...] Ci sacrifichiamo
per la libertà degli altri popoli.[...]La libertà che tanto stimiamo non è il
dono dell'America al mondo; è il dono di Dio all'umanità. Non pretendiamo di
conoscere tutte le vie della Provvidenza, ma in questa crediamo, riponendo la
nostra fiducia nel Dio misericordioso che regna su tutta la vita e tutta la
storia". Quella del "cristianesimo rinnovato" è una galassia
tanto composita quanto a noi non a sufficienza nota.
Neo-cristianesimo rinnovato
George W. Bush sa bene quanto sia composita: da governatore dal Texas gli fu
chiesto di graziare una giovane estremista appartenente alla degenerazione di
quel mondo: e non lo fece. Gli estremisti di quel mondo da anni teorizzano il
trauma sociale: per costoro in America si annida un nuovo "Hitler
collettivo", il fronte abortista, che consente uno sterminio di non nati
che ha pari soltanto negli stermini hitleriani. Ecco gli attentati, la lotta
armata per portare tramite l'insurrezione sociale a una presa di coscienza della
necessità di combattere il nuovo nazismo.
Questa è la degenerazione del nuovo cristianesimo, ma solo capendo come si
arriva a quella degenerazione si capisce perché il fenomeno allarmi le altre
chiese cristiane, e non soltanto per motivi di proselitismo. Sui siti web del
cristianesimo rinnovato che ho visitato la verità più ricorrente e diffusa che
ho trovato è estremamente semplice: al mondo esistono due imperi, quello di
Satana e quello di Cristo. O si sta da una parte o si sta dall'altra. Ma quali
sono i confini dell'impero di Cristo? Il reverendo Billy Graham è finito spesso
e volentieri nel fuoco dei duri di questo neo-cristianesimo che egli ha avuto
tanta parte a creare a rendere potente. La sua colpa? Non ha reciso i ponti con
gli altri cristiani, definisce il papa una personalità tra le principali del
secolo trascorso, non è sicuro che il fuoco degli Inferi sia fuoco vero, lo
accetta solo come ipotesi ma non esclude che si tratti di una verità simbolica.
Billy Graham è certamente un uomo più importante di quanto appaia nei
resoconti che leggiamo abitualmente dagli Stati Uniti.
Il Rasputin della Casa Bianca
Intimo dei presidenti americani dai tempi di Nixon, è violentemente
criticato anche dal fronte laico e liberal, accusato di alimentare un nuovo
fondamentalismo cristiano. I suoi detrattori affermano che gli archivi americani
hanno portato alla luce, tra l'altro, una sua lettera dell'aprile del 1969 a
Richard Nixon, nella quale esortava il presidente a bombardare le dighe
vietnamite, in modo da vincere subito la guerra anche se al costo di un numero
elevatissimo di vittime. Lui, la Christian Coalition, la teologia del dominio,
le nuove chiese evangeliche: è questa l'ossatura di un'America non molto
conosciuta. Billy Graham si prese cura dell'alcolista George W. Bush e lo portò
a sentirsi "piccolo piccolo davanti alla scoperta che Dio ha mandato Suo
Figlio per salvare anche me".
Ovvio che sia preposto agli esercizi spirituali del presidente e che sia
stato il predicatore prescelto per celebrar messa nella Cattedrale Nazionale di
Washington dopo la strage dell'11 settembre, davanti al presidente degli Stati
Uniti. Oltre a dire che non si spiegava perché Dio avesse consentito l'attacco
dell'America, il reverendo disse di capire però che l'America aveva bisogno di
un risveglio spirituale, e proprio il risveglio è l'anima del cristianesimo
rinnovato. Tempo fa si rivolse al reverendo Billy Graham per trovare la sua
strada anche Mike Bray, padre di quel movimento violento antiabortista che
riteneva legittimo ricorrere alla violenza contro i medici che praticano
l'aborto per impedirgli di seguitare a uccidere bambini non nati. Le sue idee
trovano conforto non certo nella tradizionale teologia protestante, ma nella
nuova teologia della destra cristiana americana, la teologia del dominio.
Il pensiero anti-evoluzionista
Secondo questo pensiero il cristianesimo deve riaffermare il dominio su ogni
cosa, compresa la laicità dello Stato. Chi di loro è impegnato in politica
crede che Gesù tornerà sulla terra dopo mille anni di governo cristiano e
quindi i cristiani hanno il dovere di creare le condizioni per il suo ritorno.
Secondo un sondaggio realizzato di recente dalla Gallup il 46 per cento della
società americana si riconosce nel pensiero delle chiese evangeliche del
cristianesimo rinnovato, all'interno del quale è certamente parte significativa
la teologia del dominio. Proprio come sottolineava anni fa Hans Kung, uno dei cardini del pensiero di
questo nuovo cristianesimo è il rifiuto delle teorie evoluzioniste, rifiuto
fatto proprio ufficialmente da George Bush. Anche qui Bush è espressione di un
pensiero estremamente diffuso in America: sempre secondo la stesso sondaggio
Gallup la pensano come lui il 48 per cento degli americani. L'importanza di
questo pensiero dunque non può essere né sottovalutata né tratta con
superficialità o disprezzo. Anche perché, oltre alla quasi maggioranza degli
americani, si richiamano a questo pensiero, ovviamente con sfumature e intensità
diverse, George Bush, il suo consigliere e ghostwriter Michael Gerson, i capi
del pentagono, il ministro della Giustizia. Alle otto e trenta del mattino, nel
suo ufficio ministeriale, questi tiene degli incontri di preghiera con i suoi
dipendenti. Rumsfeld invece sotto Natale ha convocato al Pentagono un gruppo di
leader religiosi per discutere di guerra preventiva in chiave religiosa.
Il ruolo politico delle congregazioni
Bush e i suoi fanno dunque parte di un movimento religioso che sta
profondamente cambiando l'America, mettendo in crisi non soltanto la chiesa
cattolica, ma anche le tradizionali chiese protestanti. Uno studio realizzato
nel 2002 dall'Hartford Seminary e citato da James Harding sul Finacial Times
afferma che le congregazioni evangeliche sono il 58 per cento delle nuove
comunità religiose formatesi in America dagli anni novanta. Il principale
consigliere di Bush, Karl Rove, ha sostenuto che le comunità cristiane non
contano abbastanza nella politica americana. I suoi calcoli dimostrano che circa
20 milioni di cittadini sono evangelici "rinnovati", ma quattro
milioni di loro non hanno votato alle ultime elezioni. E' un serbatoio da far
crescere e portare alle urne aumentandone il peso politico. Correndo verso il
nuovo risveglio il pensiero del cristianesimo rinnovato sembra riportare in auge
un'America un po' lontana, quella di Calvine Coolidge, una dei meno esaltanti
inquilini della Casa Bianca.
Nel suo discorso di insediamento, il 4 marzo del 1925, disse: "L'America
non cerca di costruire un impero terreno costruito sul sangue e sulla forza. Le
legioni che essa manda avanti non sono armate con la spada, ma con la croce. Lo
Stato che cerca di costruire per tutto il genere umano è di origine divina.
Tutto ciò che ha a cuore non è altro che meritare il favore di Dio
Onnipotente".
Repubblicani, si torna alle origini?
Stanno tornando a Coolidge i repubblicani? Il futuro e il passato ogni tanto
hanno punti d'incontro e tra quanti conoscono l'America alcuni affermano che il
risveglio spirituale in atto ricordi molto quel clima che si diffuse ai tempi
del maccartismo e del proibizionismo. Qualcosa è cambiato nella famiglia Bush.
Nonno Perscott, governatore del Connecticut, era un sostenitore di un altro
grande della politica americana, Franklin Delano Roosevelt, del quale apprezzava
l'internazionalismo, il new deal, il riformismo sociale. Papà Bush, Geroge I,
si sentiva a disagio in un partito "reaganianizzato" , aveva dei
repubblicani una visione più elitaria e meno populista. George W. Bush,
autodefinendosi in campagna elettorale un "conservatore
compassionevole", forse era consapevole, forse no, che quel compassionevole
non è tanto un termine politico, ma anche religioso.
Usando quel termine George W. Bush sembra fornire già prima del voto un
tributo al padre del cristianesimo conservatore, Russel Kirk. Teorico del
conservatorismo di destra, Russel Kirk nel suo libro The Conservative Mind ha
indicato quale cardine del pensiero conservatore " credere che un intento
divino governa la società e le coscienze, forgiando un'eterna catena di diritti
e di doveri, la quale lega i grandi e gli oscuri, i vivi e i morti, così che i
problemi politici sono, in ultima analisi, problemi morali e religiosi, e la
politica è l'arte di apprendere e di applicare la giustizia, nella convinzione
che la società richieda ordini e classi, e che la sola uguaglianza è quella
morale, visto che proprietà e libertà sono inseparabili". Padre della
nuova destra divina, convinto reaganiano, Kirk è stato una delle principali
teste di ponte tra conservatorismo politico e destra cristiana. Come Novak,
inviato da Bush in Vaticano per sostenere la tesi della "guerra
preventiva". Teologo cattolico dissidente, Novak, teorico proprio del
neo-conservatorismo e del neo-liberismo, da anni perora una nuova dottrina
sociale che capovolga quella della chiesa come la conosciamo oggi, rendendo il
Vangelo un fatto privato e facendo dell'arricchimento dei singoli il solo modo
di realizzazione dell'individuo su questo mondo.
Alfieri dell'America contro l'Islam
Novak da anni sostiene che il "Capitalismo Democratico", titolo di
un suo libro di grande successo, richieda non soltanto una nuova teologia, ma
anche una nuova religione. E' a sostegno della visione di un mondo dove Bene e
Male non hanno punti di accavallamento che serve una nuova teologia, una nuova
religione. Un'esigenza che probabilmente Billy Graham ha comunicato a George
Bush quando lo salvò dall'ubriachezza.
I reverendi Graham padre e figlio, Billy e Franklin, hanno costruito intorno
al loro invito ad una moderna crociata un' autentica forza politico-culturale, i
cui polmoni sono la Billy Graham Evangelistic Association e l'associazione
assistenziale Samaritan's Purse. "Decision", il loro periodico,
raggiunge un milione e 700 mila lettori, i loro articoli vengono pubblicati da
oltre cento testate e le loro prediche trasmesse da 700 stazioni radiofoniche.
Il libro più importante di Graham padre, Angeles, pubblicato nel 1975, ha
venduto un milione di copie in tre mesi.
Graham figlio recentemente ha pubblicato un libro che secondo la grande
stampa incita alla violenza religiosa definendo l'islam la religione del male e
Allah il Dio del male. L'autorevole quotidiano conservatore Wall Street Journal
lo ha intervistato al riguardo e stando alla Associated Press del 23 agosto 2002
il reverendo si è difeso dicendo di non aver parlato nel suo volume, The Name,
di Allah dio del male, ma di aver ricordato la violenza religiosa perseguita e
praticata dall'islam, che non può certo essere negata. Ma non aggiunto alcun
ma. Nella sua furia distruttiva l'islam, per un altro predicatore dell'estrema
destra cristiana, Jerry Falwell, ha potenti alleati. Per lui sono stati lesbiche
omosessuali e abortisti ad attirare l'ira di Dio su New York. Ma lesbiche e
omosessuali sono soltanto degli utili alleati, visto che nel mese di ottobre del
2002 Falwell ha dichiarato nel notissimo programma di informazione 60 minutes
della Cbs; "io credo che Maometto fosse un terrorista". Se non il
mandante, dunque, l'ispiratore di chi ha pianificato e perpetrato gli attacchi
dell'11 settembre.
Molti convengono nel dire che Jerry Falwell ha una forte capacità di
mobilitazione. È giunto così il momento di soffermarsi sulla Christian
Coalition, il cui massimo esponente è il pentacostale Pat Robertson, anch'egli
assai vicino alla Casa Bianca. All'inizio degli anni ottanta Robertson spiegò
che "la costituzione degli Usa è un documento meraviglioso di autogoverno
del popolo cristiano. Ma un minuto dopo averla messa nelle mani dei non
cristiani e degli atei viene usata per distruggere la nostra società".
Questi atei erano davvero preoccupanti per Robertson, tanto che nel 1986
disse; "Le termiti non costruiscono, sono i cristiani, quasi come un sol
uomo, ad aver costruito gli Stati Uniti. Ora però le termiti governano molte
nostre università e istituzioni; è il momento di un rogo divino".
Robertson in un'intervista rilasciata nel 1993 a Molly Ivins disse che i
liberali stavano facendo ai cristiani quello che i nazisti avevano fatto agli
ebrei in Germania. Ovvio che di lì a breve, durante un discorso tenuto
nell'ottobre del 1993 all'American Center for Law and Justice, Robertson abbia
sostenuto che " non esiste nella Costituzione una cosa che si chiami
separazione tra chiesa e Stato. E' un'invenzione della sinistra che non ci
beviamo più".
Robertson e la Christian Coalition
Questo fondamentalismo era dunque forte ed attivo ben prima dell'11 settembre
negli Usa e nella galassia che circonda o forma il Partito Repubblicano; ma in
qualche modo riusciva ad essere, una patologia fisiologica in una società
complessa come quella statunitense. Lo è diventato assai meno dopo l'11
settembre. Il 25 Marzo del 2002 il Pat Robertson che si presenta all'Economic
Club di Detroit è un uomo dai toni assai meno bruschi e "fondamentalisti".
Si dice consapevole che non tutti i seguaci di Maometto sono dei
fondamentalisti o terroristi, ma la sua ricetta è severa, e dopo le ricette che
è facile immaginare contro immigrazione e sovranità dei tiranni dice:
"Infine la mia raccomandazione più importante è quella di porci umilmente
davanti all'Onnipotente e chiedere perdono per i nostri peccati. L'America è
divenuta prospera per la speciale protezione accordatale dal Signore. Questa è
stata una nazione speciale per Lui. E' stata la terra da Lui scelta. Dobbiamo
abbandonare la strada che stiamo seguendo e riconoscere la Sua sovranità e
chiedere umilmente la Sua protezione contro i nostri nemici". Il Washington
Post, in un editoriale ripreso dall'Herald Tribune ha definito assordante il
silenzio di Bush sulle predicazioni di Graham, Robertson e Fawell, tutti
definiti assai vicini al presidente.
(Roberto Saliba) http://www.chiesavaldese.org/pages/commenti/qu_crist_bush.html QUALI CRISTIANI SOSTENGONO BUSH? di Jean-Jacques Peyronel Diario del Diavolo d’un Saddam Uno storico legge profezie bibliche nella
retorica di Bush e spiega perché tanti americani lo prendono sul
serio di Giacomo Mazzei Certamente un modo di leggere l’evento, modo sbrigativo che non
sopporta la difficile strada dell’interpretazione, è quello tentato dai
fondamentalisti religiosi che vedono nell’attacco alle Torri gemelle il
“castigo di Dio”. Questi pseudo-profeti, che alzano la loro voce negli
stessi Stati Uniti, gridano con certezza collerica che il castigo di Dio si
è abbattuto su New York, il santuario simbolo dell’occidente depravato,
amorale, vizioso, libertario... Jerry Falwell, il predicatore a capo della Bible
Belt, dichiara che “Dio ha dato all’America quello che si merita”
e Pat Robertson, un altro predicatore invasato, rincara la dose paragonando
New York a Sodoma e Gomorra, castigate e sprofondate nel fuoco... È
tragicamente impressionante la simmetria tra chi ha causato la distruzione e
questi predicatori, le cui voci sono ripetute sommessamente dalla
“gente” ben più di quanto sembri. I fondamentalisti islamici, infatti,
pretendono di essere gli esecutori della giustizia e del giudizio di Allah
“qui e ora”, e chi dà la sua vita per sterminarne altre, moltiplicando
la sua morte nella morte di altri uomini, lo fa nella convinzione di
eseguire un castigo decretato da Dio. Sì, va affermato senza timidezza che nelle religioni si annida la
possibilità della perversione di Dio: il Dio che i credenti confessano
vivente, compassionevole e misericordioso, può diventare il Dio perverso,
che interviene nella vita degli uomini con forze di morte per stroncare il
peccato e castigare il peccatore. Anche nella bibbia vi sono pagine che,
malamente decodificate e interpretate, sembrano andare in questo senso. Ma
quando evochiamo queste possibili perversioni, non parliamo di eventualità
lontane e minoritarie: anche nello spazio cristiano albergano germi di
perversione dell’immagine di Dio. Così, se ieri il Dio furioso castigava
con l’aids, oggi castiga colpendo l’occidente sazio e disperato... In realtà quello che gli eventi chiedono ai credenti è di essere
interpretati e di diventare insegnamento per noi, “qui e oggi”. Già il
profeta Isaia (28,19) constatava che per i credenti a volte “solo il
terrore rende capaci di capire” perché – come gli fa eco il Salmo
49,13 – “l’uomo nel benessere non capisce”. Purtroppo è così,
ma non perché Dio castiga! In verità, e i cristiani dovrebbe saperlo e
testimoniarlo giorno dopo giorno, Dio non castiga mai, né può castigare
gli uomini mentre sono in vita: significherebbe violentarli nella loro
libertà e gli uomini castigati sarebbero costretti ad agire secondo
il volere di Dio. No, non c’è castigo di Dio qui e ora, né per i
credenti che conoscono Dio, né per i non credenti che non lo riconoscono.
C’è invece un giudizio di Dio alla fine della storia, ed è questo il
giudizio predicato da tutti i profeti e da Gesù stesso, è questo giudizio
che è confessato nel Credo cristiano: “verrà a giudicare i vivi e i
morti!”. Nei nostri giorni, invece, dobbiamo leggere che non Dio ci
castiga, ma che siamo noi a raccogliere, già qui e ora, il frutto del
nostro operare. Noi uomini, solo noi siamo responsabili del bene e del male che ci
accade: per questo interrogarci sull’evento delle Torri gemelle non
significa attribuire a Dio un intervento. E proprio perché non c’è
intervento di Dio a New York dobbiamo chiederci non solo cosa ha spinto i
portatori di morte a colpire il cuore simbolico dell’occidente di mercato
(non si dimentichi il nome del complesso distrutto: World Trade Center),
ma anche perché esistono condizioni in cui possono nascere, crescere e
trovare senso uomini portatori di morte per altri uomini. Qui l’umanità
tutta, ma innanzi tutto l’occidente colpito, deve interrogarsi sulle sue
contraddizioni fondamentali tra libertà illimitata e ordine etico, tra
libero mercato e appartenenza comune alla polis, tra individualismo
sfrenato e condivisione dello spazio, della terra e dei suoi beni. Purtroppo, quando Bush afferma: “Dobbiamo liberare il mondo dal
diavolo... da una parte c’è il Bene e dall’altra il Male”, quando
cita san Paolo a favore suo e dei suoi concittadini – “né la morte
né la vita, né gli angeli né i principati, né il presente né il futuro
ci separeranno da Dio” – dà sì voce allo sdegno popolare, ma non
compie un’operazione tesa a capire, reagisce sì al crimine
commesso, ma celebra ancora il Dio perverso del “Dio lo vuole ed è con
noi” delle crociate... No, Dio non castiga, ma pone di fronte all’uomo,
a ogni uomo, la via del bene e quella del male: se l’uomo si incammina
sulla via del male incontra la morte e la violenza, la devastazione
personale e collettiva. Questa è la realtà, terribilmente più impegnativa
per ciascuno di noi. In quest’ora in cui – stavolta senza ipocriti eufemismi –
risuonano parole come “guerra”, “giustizia infinita” (presto
corretta in “operazione infinita”, come se il termine improprio fosse
“giustizia” e non quell’ ”infinita” che nega il futuro di pace
sempre prospettato come orizzonte ultimo di ogni guerra), in questo momento
in cui si assiste a una mobilitazione generale verso l’assenso alla
guerra, colpisce la solitudine delle parole del papa che continua a chiedere
che non sia la guerra la via per ripristinare la giustizia e stabilire una
situazione di pace... Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Sodano,
insiste nel chiedere “sapienza” da parte di chi ha in mano le sorti
della pace o della guerra: ma chi ascolta se nessuna si interroga sugli
eventi? Come è possibile arrivare a ipotizzare l’uso di armi atomiche
come risposta all’attacco dei terroristi se non vietandosi di ricordare e
di pensare alla potenza mortifera che esse contengono, potenza che non
distingue tra terroristi e gente comune? Fornire risposte senza attraversare
la fatica delle domande è la via del fondamentalismo islamico, ma è anche
quella del fondamentalismo cristiano e del potere politico ed economico che
non vuole essere messo in questione nemmeno dopo che il flagello è passato. Perché in questi giorni di tenebre è tanto difficile pensare, perché
non riusciamo a pensare noi stessi e gli “altri”, il mondo e Dio? Forse
perché pensare esige una distanza che è lo spazio della lucidità e della
criticità, mentre la risposta affrettata e immediata, così come la
risposta che parla di castigo di Dio o che si appropria di Dio e si
identifica al bene di fatto abolisce la distanza, cancella la vertigine,
scongiura il senso di vuoto di chi accetta di riflettere guardando
l’abissale voragine del male, e così lo rassicura. Forse perché non ci
si vuole interrogare su quanto operiamo ogni giorno. Eppure solo qui, non
altrove, solo da noi nasce il bene o il male, la vita o la morte.
Il
neo-fondamentalismo
evangelico
http://www.wcg.org/italy/docs/VitaSenzaConflitti.html
Fede e guarigioni Lo scopo delle prove Joseph Tkach 12 Dicembre 2002
ZNet Z Net La visione di Bush e la
cultura del potere
Saul Landau http://www.zmag.org/italy/landau-bushvision.htm Bush ci è venuto a dire che odiano gli americani
"perché noi siamo liberi" riferendosi, presumo, alle grandi
istituzioni che i nostri padri fondatori ci hanno lasciato. Ciò
implicava che la massa di assassini fanatici appartenenti ad Al Qaeda
amano un sistema non-libero. Così, per fargliela pagare, ci ha
consigliato di volare in vacanza da qualche parte, tipo a Disneyland
oppure a fare shopping, in altre parole, praticando quello stile di vita
americano che ci fa sentire meglio e aiuta l'economia a ripartire;
immaginate, andare a Disneyland quale autentico atto di patriottismo. E mentre lui ci rassicurava sulla nostra sicurezza, il
Ministro della Giustizia Ashcroft ed il capo della Sicurezza Nazionale
Tom Ridge, periodicamente ci allertavano sull'imminente minaccia di un
nuovo attacco terroristico. Bene - mi son chiesto - uno impara a vivere
con le contraddizioni, ma dove intende condurci George W. Bush? Il capo di un vasto impero deve possedere una qualche
visione del mondo, deve avere la consapevolezza che le sue scelte
coincidono con il futuro collettivo, deve indicare un cammino che ci
conduca oltre la logica del "loro" ci odiano e "noi"
amiamo la libertà. I discorsi del Presidente Bush, evidenziano, nelle
rare conferenze stampa e occasionalmente in battute improvvisate, la
mancanza di chiarezza su come egli intenda coniugare coerentemente le
sue azioni da una parte, con - diciamo - il futuro dell'ambiente o il
destino di oltre la metà della popolazione povera del pianeta
dall'altra, fattori che uno deve pur considerare quando pensa - in
qualsiasi forma ragionevole - al futuro. Nel periodo - apparentemente interminabile - trascorso
da quando la Corte Suprema lo ha eletto Presidente, ho osservato nel
comportamento di Bush qualche evoluzione. Da una visione del mondo da
Governatore del Texas, piuttosto cruda e semplicistica, egli ha
edificato sui suoi vecchi pregiudizi aggiungendovi qualche nuova
stortura. Nella sua nuova mutazione da manager imperiale, per esempio, i
criminali hanno cominciato a giocare un ruolo cruciale in
quest'esauriente concezione del mondo da Texas-Yale. Come governatore del Texas, George W. Bush non credeva
nella rieducazione dei criminali. Effettivamente quelli rinchiusi nel
braccio della morte non hanno beneficiato del suo compassionevole
conservatorismo. Infatti, in qualità di governatore per i cinque anni
ha presieduto ad oltre 152 condanne a morte, più esecuzioni - al di là
della colpevolezza - di qualsiasi altro capo di stato. Bush avvertiva
quel senso di certezza - abbiamo visto tutti la sua faccia in TV quando
mette la mascella in quella posa di religioso convincimento - che egli
sembra continui a provare su qualunque tema politico. Nel febbraio 2001,
si dichiarò fiducioso che "ogni persona che è stata messa a morte
in Texas durante il mio mandato era colpevole del crimine per cui era
imputato, ed ha avuto pieno accesso alla giustizia". Come ha notato Anthony Lewis il 17 giugno 2000 sul New
York Times, comunque, "il rapporto mostra che in un caso su tre i
legali che rappresentavano l'imputato condannato a morte in giudizio o
in appello, erano stati o sarebbero stati in seguito radiati dall'albo o
in altro modo sanzionati. In 40 casi i legali non hanno presentato
alcuna prova o solo una testimonianza nella fase preliminare del
giudizio." In almeno altri trenta casi, il pubblico ministero ha
usato testimonianze psichiatriche basate su "esperti" che non
hanno addirittura disturbato per un colloquio le persone processate. Bush ha rigettato seri studi che sollevano dubbi sulla
pena di morte ignorando perfino le riserve a non rivolgersi a tali
avvocati di fiducia per le pene capitali pervenute dal simil talebano
Pat Robertson, "Noi abbiamo risposto adeguatamente a colpevoli e
innocenti," ha dichiarato Bush compiaciuto al giornalista dell'Associated
Press. Egli ha garantito al reporter che ogni imputato "ha avuto
pieno accesso al giusto processo." Come con la maggior parte degli uomini della politica,
Bush non fa affidamento sulla realtà specialmente quando sono coinvolte
la vita e la morte. Quando si trova in difficoltà, sia per la politica
contro il terrorismo che per l'Iraq oppure per la pena di morte, la sua
indole gli fa credere che si tratti di uno scherzo. Nel novembre 2002,
Crossfire della CNN ha trasmesso nuovamente un nastro di un reporter che
gli chiedeva quali fossero le sue priorità: la guerra contro il
terrorismo o la guerra contro l'Iraq. Bush rispose: "Er, uh, huh,
stò cercando di pensare a qualcosa di spiritoso da dirle." Quando
Tucker Carlson del Time Magazine gli chiese come si sentisse a
condannare a morte una donna lui mimò le sue implorazioni per salvarsi.
"'Per favore Bush,'" ha scritto Carlson, descrivendo il suo
atteggiamento come "labbra contratte quasi a deridere la sua
disperazione, 'non uccidermi.' " Come presidente, Bush ha apparentemente riconsiderato
la sua posizione sui criminali, beh, almeno per certi tipi. Il suo nuovo
programma di riabilitazione prevede per i criminali precedentemente
collegati a carneficine - non a semplici omicidi - il passaggio a delle
alte cariche istituzionali. Questi fuorilegge sono caratterizzati, non
solo dal totale disprezzo per la vita dei centro americani, ma anche da
quello per il Congresso e per la Costituzione americana. Prendiamo per esempio Elliot Abrams, John Poindexter,
John Negroponte e Otto Reich, funzionari che egli recentemente ha
nominato per gestire importanti cariche politiche. Escludo Henry
Kissinger, il neo incaricato alla Commissione Worren il 9 novembre,
perché Kissinger ha dimostrato disprezzo per la natura umana in diversi
continenti e appartiene alla più grande associazione di criminali di
guerra. Per quelli troppo giovani da ricordare o per quelli che
hanno la memoria corta, i quattro menzionati sopra hanno cospirato per
aggirare il taglio dei fondi ai Contras da parte del Congresso, il
gruppo Presidente Reagan era stato scelto nei primi anni 80 per deporre
il governo del Nicaragua. Questi quattro e le loro bande ordirono un
complotto per vendere armi all'Iran (anche questo proibito) al fine di
incanalare il ricavato ai loro adorati Contras, nascondendolo. Nella sua testimonianza al Congresso, il frammentario
Abrams ha dato una dimostrazione della faccenda quando ha dichiarato:
"Non ho mai detto di non sapere nulla sulla maggior parte delle
cose sulle quali voi dite che non so nulla." L'adesso 54-enne
Abrams ha anche spiegato nella sua autobiografia che egli doveva
informare i suoi giovani figli sui titoli di giornale che annunciano il
suo stato d'accusa, cosicché disse loro che ha mentito al Congresso per
proteggere l'interesse nazionale. L'allora assistente alla Segreteria di Stato al Centro
America ha ammesso di nascondere informazioni al Congresso ed ha
ricevuto due anni con la condizionale e 100 ore di lavori socialmente
utili. Ora, il 54-enne Abrams come volto nuovo della Casa Bianca, avendo
appreso che si può sfuggire al comportamento criminoso se si mantengono
stretti rapporti con la famiglia Bush, cercherà di ridisegnare la mappa
del Medio Oriente. Il segretario di stato Colin Powell ha studiato un
piano per disegnare una soluzione pacifica ed eventualmente uno stato
Palestinese. La cosa, immagino, consiste nel marchio d'approvazione per
la repressione israeliana e per la sua espansione. Ciò coincide anche
con la posizione di Abrams il quale ritiene che Israele e gli Stati
Uniti beneficeranno degli stretti rapporti con i fondamentalisti
dell'estrema destra cristiana i quali vogliono che Israele prevalga ed
occupi tutto: la Palestina e la politica USA. L'ormai pensionato ammiraglio nonché Consigliere alla
Difesa di Reagan, John Poindexter, fu giudicato colpevole di cinque
crimini, compresa la cospirazione, omissione al Congresso e falsa
testimonianza. Il giudice gli ha dato sei mesi di carcere, ma una corte
d'appello ha ribaltato la sentenza poiché il Congresso ha garantito la
sua immunità. La fuoriuscita di prigione causata da errori procedurali
non cambia la sostanza della sentenza. Poindexter si occuperà di
sicurezza e di come aggirare le leggi al fine di proteggere "la
privacy degli individui non affiliati al terrorismo," è la sua
nuova dichiarazione. Otto Reich ha gestito la politica Latino Americana fino
al mese scorso e ora mantiene una nomina straordinaria per l'America
Latina presso la Casa Bianca. Anche Negroponte, ora ambasciatore alle
Nazioni Unite, ha giocato un ruolo nell'affare Iran-Contra ma è
riuscito ad evitare l'atto d'accusa. Reich è stato ministro per le
menzogne al pubblico dal suo Office of Public Diplomacy e Negroponte
come ambasciatore USA in Honduras ha coperto - ora l'ha dimenticato - il
mostruoso comportamento dei nostri alleati. I liberali la chiamano
violazione dei diritti umani, ma Negroponte ha capito che non si può
fare una frittata senza rompere l'uovo, o qualche maoismo del genere. Nominando questi personaggi, la concezione del mondo
che ha Bush diventa chiara. Quelli che in centro america hanno
partecipato a complotti e che hanno causato la morte di decine di
migliaia di persone avranno la seconda opportunità di mostrare
all'opinione pubblica cosa essi realmente rappresentano. In realtà,
essi restano dei modelli da imitare per gli Stati Uniti post
repubblicani. Il Congresso ha un ruolo modesto in un siffatto governo
imperiale. I mezzi di comunicazione, simboleggiati dalla Fox e dalle
catene di Rupert Murdoch, giocano alla guerra aggressiva e distraggono
il pubblico. Il Piano di Sicurezza Nazionale divulgato dalla Casa Bianca
riduce ulteriormente a pezzi le fondamenta repubblicane mettendo la
Carta dei Diritti in secondo piano nel tentativo di ricercare un
"dominio ad ampio spettro", - difficilmente uno collega una
tale problematica alla "sicurezza" o alla "nazione". Analogamente se ne sono andati i passati concetti di
rispettabilità e trasparenza quando le amministrazioni sentivano la
necessità di coprire le spedizioni imperiali con brandelli di stoffa
repubblicana salvando l'apparenza della Carta dei Diritti. La nuova Casa Bianca abitata da Bush promuove senza
vergogna lo stile di vita americano, condiviso con i paesi più
importanti dell'Europa occidentale, il Giappone, l'Australia e la Nuova
Zelanda. Per Bush, il concetto di comodità, piacere e svago, basato
sulla libertà degli individui di comprare oggetti soddisferà
presumibilmente tutti i bisogni dell'essere umano. Con questo modello,
risulta implicita la ricompensa che Dio ha concesso, con la ricchezza,
agli Stati Uniti - che non dovrebbero per questo pagare alcun tributo.
Dio fa una promessa al resto del mondo: anche loro possono farcela
adottando l'insieme dei valori americani. Il governo statunitense in questo esercita un palese
potere imperiale, salva il mondo dai terroristi e dai trafficanti di
droga, lo rende più democratico e protegge i "nostri"
interessi - che sono tipicamente interessi di classe; ciò è noto a
terroristi e trafficanti di droga ma non all'opinione pubblica
americana. Quei "deboli" dissenzienti che chiedono
cambiamenti nella politica in Medio Oriente che rifletta la realtà
regionale e ideali di equità e giustizia sono sottoposti ad attacchi
sul loro patriottismo. Quelli che chiedono attenzione per le necessità
immediate degli oltre tre miliardi di poveri, le urgenti richieste
ambientali, dove il fenomeno di scioglimento dei ghiacci preoccupa
realmente gli scienziati - loro, proprio non comprendono la cultura del
potere. Nella mente di Bush il potere deriva dall'assunzione
che Dio ha posto la natura sul cammino dell'uomo per il suo immediato ed
interminabile sfruttamento. Gli alberi vengono fatti a pezzi per fare
scatole da imballaggio e stuzzicadenti - e mobilio naturalmente; gli
animali vengono uccisi per il cibo, la caccia o per sport; i pesci
vengono pescati; la terra viene usata per edificare e trivellare e così
via. Quelli che fanno riferimento alle differenze di reddito
"incitano al conflitto di classe." Comunque, per quanto possa
sembrare folle, questa visione simboleggia la natura del popolo che
attualmente manipola il potere e la ricchezza. La loro logica del potere regna come un imperativo
culturale. Questa concezione del mondo ignora le sue conseguenze.
Sorridono quando sentono parlare di aumento della povertà globale o
decadimento ecologico. Inoltre, le nomine di Bush sembrano noncuranti
delle evidenti contraddizioni che rivela il sostegno USA ai regimi
repressivi in alcune aree da una parte e la condanna di regimi simili
che mostrano una tendenza disobbediente dall'altra. Bush è collegato a uomini autoritari come Sharon - che
lui definisce "un uomo di pace" - e al Re Saudita che
condivide con il Presidente l'amore per la natura e la vita all'aria
aperta solo perché entrambi hanno gioito correndo su un furgoncino nel
ranch di Bush. Entrambi, naturalmente, giocano un ruolo significativo
nella logica di espansione dell'impero americano. La visione di Sharon
di una grande Israele coincide con quella dei sostenitori teologici di
Bush come il reverendo Jerry Falwell e Pat Robertson, i cui idoli
esigono che Israele conquisti il Medio Oriente. Gli untuosi sauditi,
invece, "riforniscono" letteralmente l'offensiva imperiale. La logica del potere imperiale nudo e crudo comprende
anche un mondo di contrasti bizzarri. Come sottolinea Wade Davis in
Globe & Mail del 6 luglio 2002, "gli americani spendono per
accudire il prato inglese tanto quanto il governo dell'India raccoglie
con le entrate fiscali federali." Il sogno di Bush di un mondo sottoposto al potere USA
richiede un budget per la difesa di 400 miliardi di dollari, più grande
dell'intera economia dell'Australia. Tuttavia, più di un sesto della
popolazione mondiale sopravvive con meno di un dollaro al giorno. Quando Bush chiedeva "Perché ci odiano?"
comprendo come lui non riesca ad immaginare in che modo il gioco del
video golf o una stretta di mano con un topo di due metri a Disneyland
possa offendere altre persone. Bush è stato cresciuto con valori
commerciali e conosce solo una nozione di sviluppo. Egli sembra incapace
di comprendere che questo modello ha fallito in Medio Oriente ed ovunque
nel terzo mondo. Quelli che hanno seguito le sue ricette non hanno
raggiunto prosperità ne felicità. Il modello, basato sull'alto consumo energetico e di
risorse naturali danneggia l'ambiente e non va d'accordo con la realtà
della natura. La visione del potere e la realtà dei fatti sulla terra
sono in rotta di collisione. La visione del potere assume che scienza e tecnologia,
esse stesse causa di alcuni seri problemi, possano risolvere qualsiasi
problema si presenti. Guardate quanti bimbi oggi vivono che una volta
sarebbero morti. Il mondo intero gode di una maggiore aspettativa di
vita, ma se uno guarda a fondo nel tipo di vita che conduce la
popolazione del terzo mondo vede qualcosa che ovviamente sfugge alla
visione di Gorge W. Un lavoratore asiatico cucendo un indumento jeans
per The Gap guadagna circa 88 dollari al mese. Vale a dire che essi
letteralmente cadono in rovina come inavvertitamente ci dice la
pubblicità. ["The Gap" significa anche "baratro",
ndt]. Questa differenza non ha nulla a che vedere con le mode
del momento. Piuttosto, come Davis descrive, essa significa che ci sono
famiglie di sei persone che condividono un letto "in una stanza
affacciata su un labirinto di vicoli cosparsi di escrementi e
rifiuti." La maggioranza del pianeta comunque non condividerà il
mondo di Bush. Né è previsto, nella sua concezione, che essi vi
partecipino. Nel mondo musulmano di oltre un miliardo di persone, spesso
molto povere, Osama bin Laden fa appello al suo paradiso, un ipotetico
ordine ideale in cui l'armonia è impedita perché le persone si
comportano in modo servile verso Dio e verso i loro capi terreni. Le
richieste del mondo moderno sono di dimenticare il passato, la loro
cultura, i valori, la lingua per abbracciare la cultura del benessere,
l'unica che Gorge W può immaginare, la stessa cultura dalla quale è
emersa la sua concezione del potere. Quel potere su cui riposa
un'immensa ricchezza e potenza militare. Quello che gli innocenti americani hanno imparato dopo
l'11 settembre, comunque, è che né la nostra ricchezza né la potenza
militare si traducono in sicurezza. Noi possiamo continuare a esportare
Baywatch [un serial televisivo americano, ndt] in remoti villaggi del
Medio Oriente, ma ciò non fermerà lo scioglimento dei ghiacci, il
riscaldamento terrestre o la crescita del livello degli oceani. Allo stesso modo, l'anti-americanismo dilagherà. Il 5
dicembre 2002 il Los Angeles Times ha descritto un recente studio del
Pew Research Center eseguito sull'opinione pubblica di 44 paesi.
Chiamato "What the World Thinks in 2002" [Cosa pensa il mondo
nel 2002, ndt], il rapporto ha registrato un profondo sentimento
anti-americano nei paesi musulmani." I problemi che riguardano la
maggioranza del pianeta, secondo il rapporto, comprendono la distanza
che separa ricchi e poveri, fame, ambiente ed AIDS. Paradossalmente, la
maggior parte dei paesi tipo Egitto e Turchia "amano la tecnologia
e la civiltà americana ma sono contrari al dilagare degli ideali
americani." Per ideali non si intende solo l'esportazione del
telefilm Baywatch o cose simili, ma ci si riferisce anche all'esercizio
del semplice potere imperiale in Medio Oriente. George W. Bush ed il suo entourage hanno voluto
inchinarsi all'ultra destra, sottomettendosi alle lobby delle armi e a
quelle anti-abortiste dando carta bianca ai terroristi cubani anti-
Castristi che hanno contribuito ad eleggerlo. Infatti, a maggio, egli ha
ordinato ai Servizi Segreti di consentire ad un cubano anti-Castrista
condannato per terrorismo - Reynaldo "El Chino" Aquit Manrique
fu catturato dalle autorità mentre versava benzina in un magazzino di
Maiami nel 1994 - di sedere sul palco mentre egli plaudiva all'embargo
contro Cuba. Ironicamente, solo metodi criminali possono realizzare
la concezione del mondo di Bush. La sua cultura di potere implica un
governo di uomini, non di leggi, uomini disposti a sottomettere,
dominare e imporre la loro volontà sulle persone e sulla natura. E se
poi non riesci a trovare una buona risposta da dare al reporter
fastidioso, raccontagli una barzelletta. Se concordate con questa analisi allora concluderete,
come ho fatto io, che siamo di fronte a una situazione molto pericolosa
e vi sentirete spinti a rompere gli indugi e fare qualcosa per tutto
questo. L’uso della parola
“impero” riferita al potere americano nel mondo un tempo era oggetto di
controversia, spesso riservato alle critiche di sinistra dell’egemonia degli
USA. Ma ora, negli editoriali e nei discorsi politici della nazione, sempre più
si cita il concetto di impero, e perfino l’espressione “pax americana”,
senza alcun imbarazzo.
William Kristol, direttore
dell’importante Weekly Standard, ammette l’aspirazione all’impero.
“Se alla gente fa piacere dire che siamo un potere imperiale, mi sta bene”,
ha scritto. Kristol è presidente del Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC),
un gruppo di politici conservatori che cominciò nel 1997 a tracciare per gli
USA una politica estera molto più aggressiva. I documenti del PNAC delineavano
i contorni di una “pace americana” basata su una “indiscutibile preminenza
militare degli USA”. Questi visionari imperiali scrivono che “l’alta
strategia dell’America deve avere l’obiettivo di preservare ed estendere
questa posizione di vantaggio il più a lungo possibile nel futuro”. Nella
loro concezione gli Stati Uniti devono assolutamente “accettare la
responsabilità del ruolo unico dell’America nel preservare ed estendere un
ordine internazionale che sia in accordo con la nostra sicurezza, la nostra
prosperità e i nostri principi”. E questo, senza dubbio, è impero. Non c’è nulla di segreto in
tutto ciò; al contrario, visuali e piani di questi uomini di potere sono stati
resi del tutto espliciti. Si tratta di esponenti e commentatori politici
dell’estrema destra americana che sono assurti al potere di governo e che,
dopo il trauma dell’11 Settembre 2001, sono stati incoraggiati a mettere in
atto il loro programma. Durante la frettolosa
costruzione della guerra con l’Iraq, Kristol mi disse che l’Europa non era
adatta a condurla perché “corrotta dal secolarismo”, così come inadatto
era il Mondo in via di sviluppo “corrotto dalla povertà”. Per lui, solo gli
Stati Uniti potevano fornire “la cornice morale” per governare il nuovo
ordine mondiale. Recentemente Kristol ha scritto candidamente: “Ebbene, che
c’è di male nel dominare, essendo al servizio di sani principi e di alti
ideali?”. Ideali di quale appartenenza? Presumibilmente di ciò che la destra
americana definisce come “ideali americani”. A questa estensione aggressiva del potere americano nel
mondo, il Presidente Gorge W. Bush aggiunge Dio, e questo cambia il quadro
drammaticamente. Un conto è la rozza affermazione da parte di una nazione del
proprio dominio nel mondo; tutt’altra cosa è suggerire, come fa il
presidente, che il successo della politica estera e militare americana è
connessa ad una “missione” religiosamente ispirata, e addirittura che la sua
presidenza può corrispondere ad un incarico divino per un tempo come il nostro. Molti critici del presidente
commettono l’errore di accusarlo di avere una fede insincera nel migliore dei
casi, e ipocrita nel peggiore, e perlopiù una fede che serve da copertura
politica al suo programma di destra. Personalmente non dubito che la fede di
Gorge W. Bush sia sincera e che sia profondamente sentita. Il vero problema è
il contenuto e il significato di quella fede e come essa influenzi la politica
interna ed estera della sua amministrazione. George Bush riferisce di aver
avuto una conversione che ha cambiato la sua vita quando aveva circa 40 anni,
passando da cristiano nominale a credente nato di nuovo, una trasformazione
personale che ha risolto i suoi problemi di etilista, ha solidificato la sua
vita familiare, e gli ha dato un orientamento nella vita. Ha così cambiato
denominazione, lasciando la fede episcopaliana dei suoi genitori per abbracciare
il metodismo di sua moglie. La fede personale di Bush lo ha spinto a promuovere
il suo “conservatorismo caritatevole” e la sua iniziativa basata sulla fede
come parte della sua nuova amministrazione. Il vero problema teologico
riguardo a Gorge W. Bush era sapere se avrebbe percorso un pellegrinaggio dal
metodismo dell’auto-aiuto al metodismo della riforma sociale. Dio aveva
cambiato la sua vita in modo reale, ma la sua fede si sarebbe approfondita fino
ad abbracciare l’attivismo sociale di John Wesley, il fondatore del metodismo,
il quale disse che la povertà non è solo questione di scelte personali ma
anche di oppressione sociale e di ingiustizia? Il Dio di Bush del programma in
12 passi[1]
sarebbe diventato il Dio che richiede giustizia sociale e mette in questione lo status
quo dei ricchi e dei potenti, il Dio di cui hanno parlato i profeti biblici? Poi giunse l’11 Settembre. Il
conservatorismo caritatevole di Bush e l’iniziativa basata sulla fede
rapidamente cedettero il passo alla sua vocazione di recente identificazione
come comandante in capo della “guerra al terrorismo”. Amici intimi dicono
che dopo l’11 Settembre Bush ha trovato “la sua missione nella vita”. Il
metodista dell’auto-aiuto divenne poco per volta un calvinista messianico che
favoriva la missione dell’America consistente nel “liberare il mondo dal
male”. La sua teologia stava subendo una trasformazione critica. In un dibattito nell’ottobre
del 2000, il candidato alla presidenza Bush mise in guardia contro una politica
estera americana iper-attiva che
avrebbe incontrato un’accoglienza negativa nel resto del mondo. Bush
raccomandava l’auto-limitazione dicendo: “se siamo una nazione arrogante,
avranno verso di noi del risentimento; se siamo una nazione umile, ancorché
forte, ci accoglieranno”. Da allora il presidente ha fatto
molta strada. La sua amministrazione ha lanciato una nuova dottrina della guerra
preventiva, ha combattuto due guerre (in Afghanistan e Iraq), ed ora rivolge
regolarmente interpellazioni e minacce ad altri nemici potenziali. Dopo l’11
Settembre nazioni del mondo intero risposero alla sofferenza degli Stati Uniti.
Perfino il giornale francese Le Monde uscì con il titolo “Ora siamo
tutti americani”. Ma la nuova politica estera preventiva e – ancor peggio
– unilaterale che gli USA stanno conducendo ha sperperato la maggior
parte di quel sostegno. Quella di Bush è diventata una
politica estera di guerre potenzialmente senza fine all’estero, e
all’interno un programma che consiste prevalentemente nel taglio di tasse,
soprattutto per i ricchi. “Bush ci ha promesso una politica estera di umiltà
e una politica interna attenta ai bisogni”, ha scritto Joe Klein sulla rivista
Time. “Ci ha dato una politica estera arrogante e una politica interna
cinica, miope e crudele”. Cosa è successo? Una missione e un incarico Nel libro di Frum L’uomo
giusto, l’autore ricorda una conversazione tra il presidente e il
principale scrittore dei suoi discorsi, Mike Gerson, diplomato al
Wheaton College, una scuola evangelica. Dopo il discorso di Bush al
Congresso, a seguito degli attacchi dell’11 Settembre, Frum scrive che Gerson
telefonò al suo capo e disse: “Signor Presidente, quando ti ho visto in
televisione ho pensato – Dio ha voluto che tu fossi lì”. Secondo Frum il
presidente replicò: “Dio ci vuole tutti qui, Gerson”. Bush ha menzionato più volte la
sua convinzione che non gli sarebbe possibile essere presidente se non credesse
in un “piano divino che sorpassa ogni piano umano”. Dopo essere stato
investito del potere politico, Bush ha visto sempre più la sua presidenza come
parte di un piano divino. Richard Land, della Convenzione dei Battisti del Sud,
ricorda che una volta Bush disse: “Credo che Dio voglia che io sia
presidente”. Dopo l’11 Settembre Michael Duffy scrisse sulla rivista Time
che il presidente aveva parlato
dell’ “essere scelto dalla grazia di Dio per essere conduttore [della
nazione] in quel particolare momento”. Ogni cristiano spera di scoprire
una vocazione e una chiamata che siano fedeli a Cristo. Ma un presidente che
crede che la nazione sta compiendo una giusta missione rivolta da Dio e che lui
stesso serve per incarico divino, può diventare del tutto sconvolgente dal
punto di vista teologico. Il teologo Martin Marty, esprime la preoccupazione di
molti quando dice “Il problema non è la sincerità di Bush, ma è la sua
evidente convinzione che egli sta facendo la volontà di Dio”. Come Christian
Century lo ha affermato, “Alcuni temono che Bush stia confondendo una fede
genuina con un’ideologia nazionale”. La fede del presidente, ha scitto Klein,
“non gli dà requie e non lo spinge a riflettere. E’ una fonte di conforto e
di forza, ma non di saggezza”. La teologia di Bush merita di
essere esaminata sul terreno biblico. E’ veramente cristiana, o soltanto
americana? Abbraccia in uno sguardo globale il mondo di Dio, o afferma
semplicemente il nazionalismo americano nella sua forma più recente di un
“evidente destino”? Com’è vista l’ambizione imperiale americana dal
resto del mondo, e – ciò che è ancor più importante – dal resto della
chiesa del mondo intero? Il Presidente Bush usa il
linguaggio religioso più di ogni altro presidente della storia degli Stati
Uniti e alcuni dei suoi maggiori scrittori di discorsi provengono direttamente
dall’ambiente evangelicale. Qualche volta Bush si serve del linguaggio
biblico, altre volte cita vecchi inni gospel che producono profonde risonanze
nell’animo dei fedeli della sua base elettorale. Il fatto è che le citazioni
della Bibbia e degli inni troppo spesso sono estratte dal loro contesto oppure,
ciò che è anche peggio, sono usate in modo del tutto diverso dal loro
significato orginario. Per esempio, nel suo discorso sullo stato dell’Unione
del 2003, il presidente ha evocato un verso famoso, facilmente riconoscibile, di
un vecchio inno gospel. Parlando dei più gravi problemi degli Stati Uniti, Bush
disse:”La mancanza di ciò che è necessario è grande. Ma c’è un potere,
un potere che opera miracoli, nella bontà, nell’idealismo e nella fede del
popolo americano”. Ma questo non è ciò di cui parla l’inno. L’inno dice
che c’è “potere, potere, miracoloso potere nel sangue dell’Agnello”
(corsivo aggiunto). L’inno parla del potere di Cristo per la salvezza, non del
potere del “popolo americano”, o di qualsiasi popolo o di qualsiasi paese.
La citazione di Bush costituisce un totale abuso. Nel primo anniversario degli
attacchi terroristici dell’11 Settembre il Presidente Bush ha detto
all’isola di Ellis: “Questo ideale dell’America è la speranza di tutta
l’umanità…Questa speranza illumina ancora il nostro cammino. E la luce
splende nelle tenebre. E le tenebre non l’hanno sopraffatta”. Queste due
ultime frasi vengono direttamente dall’evangelo di Giovanni. Ma
nell’evangelo la luce che splende nelle tenebre è la Parola di Dio, e la luce
è la luce di Cristo, non dell’America e dei suoi valori. Anche il suo inno
preferito, “Un incarico a cui attenersi” parla di quell’incarico
come “un Dio da glorificare”; non parla di “fare tutto ciò che possiamo
per proteggere la patria americana”, come Bush ha definito il nostro incarico
da mantenere. Sembra che Bush ripeta a non
finire questo errore, facendo confusione tra la nazione, la chiesa e Dio. La
teologia che ne risulta è più religione civile americana che fede cristiana. A partire dall’11 Settembre il
Presidente Bush ha trasformato il “pulpito aggressivo” della Casa Bianca
effettivamente in un pulpito pieno di “chiamate”, “missioni” e
“incarichi a cui attenersi” riferiti al ruolo degli Stati Uniti nel mondo.
George Bush è convinto che siamo impegnati in una battaglia morale
tra il bene e il male, e che quelli che non sono con noi stanno dalla parte
sbagliata in questo confronto divino. Ma chi sono i “noi”? E il male non abita forse in
“noi”? Il problema del male è un punto classico della teologia cristiana.
Senza dubbio, chi non riesce a vedere il volto stesso del male negli attacchi
terroristici dell’11 Settembre è gravemente ammalato di relativismo
postmoderno. Evitare oggi di parlare del male nel mondo significa costruire una
cattiva teologia. Ma parlare di “loro” come il male e di “noi” come il
bene, dire che il male è tutto là fuori e che nella lotta tra il bene e il
male gli altri sono o con noi o contro di noi, anche questo è cattiva teologia.
Sfortunatamente questa è diventata la teologia di Bush. Dopo gli attacchi dell’11
Settembre la Casa Bianca scrisse con cura la liturgia del culto durante il quale
il presidente dichiarò guerra al terrorismo dal pulpito della Cattedrale
nazionale. Il presidente dichiarò alla nazione: “la nostra responsabilità
nei confronti della storia è ormai chiara: rispondere a questi attacchi e
liberare il mondo dal male”. Alla presenza di quasi tutti i membri del governo e del Congresso, insieme ai leaders
religiosi della nazione, questo evento diventò una liturgia nazionale trasmessa
per televisione che affermava il carattere divino della nuova guerra della
nazione contro il terrorismo e terminava con “l’inno di battaglia della
Repubblica”. La guerra contro il male avrebbe conferito legittimità alla
politica estera della nazione ed anche ad una presidenza contestata. Ciò che soprattutto manca alla
teologia di Bush è l’ammissione della verità di questo passo dell’evangelo
di Matteo: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello,
mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? Ovvero, come potrai tu dire
a tuo fratello: Lascia che io ti tolga dall’occhio la pagliuzza, mentre la
trave è nell’occhio tuo? Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e
allora ci vedrai bene per trarre la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello”.
Una teologia semplicistica del “noi abbiamo ragione e loro hanno torto”
esclude la riflessione su di sé e la correzione. Copre anche i crimini che
l’America ha commesso e che conducono al diffuso risentimento globale nei
nostri confronti. Il teologo Reinhold Niebuhr
scrisse che ogni nazione, sistema politico e personaggio politico è carente
rispetto alla giustizia di Dio, poiché siamo tutti peccatori. Sostenne in
particolare che neppure Hitler – al quale Saddam Hussein è stato sovente
paragonato da Bush – ha impersonato il male assoluto più di quanto gli
Alleati abbiano rappresentato il bene assoluto. Il senso di ambiguità e
dell’ironia della storia non preclude l’azione, ma consiglia il
riconoscimento dei limiti e prescrive sia l’umiltà che la riflessione su se
stessi. E che dire della tendenza di
Bush a fare da sé, anche contro la volontà espressa dalla maggior parte del
mondo? Un esponente di un governo straniero mi disse all’inizio della guerra
irachena: “Il mondo aspetta di vedere se l’America ascolterà la maggior
parte di noi, o se non potremo far altro che ascoltare l’America”. L’unilateralismo
americano non è solo cattiva politica, è anche cattiva teologia. C.S. Lewis
scrisse che sosteneva la democrazia non perché la gente è buona, ma piuttosto
perché non lo è. La democrazia fornisce un sistema di controlli e contrappesi
nei confronti di qualunque essere umano che acquisti troppo potere. Se questo è
vero per le nazioni, deve essere vero anche per le relazioni internazionali. Le
questioni vitali della diplomazia, dell’intervento, della guerra e della pace
sono più adatte, in questa visuale teologica, al giudizio collettivo di molte
nazioni, piuttosto che ad una sola,
in particolare a quella che è la più ricca e la più potente. Nella teologia cristiana non
sono le nazioni che liberano il mondo dal male: esse sono troppo spesso
invischiate in complicate ragnatele di potere politico, interessi economici,
scontri culturali, sogni nazionalistici. Il confronto con il male è un ruolo
riservato a Dio e al popolo di Dio quando esercita fedelmente la coscienza morale. Ma Dio non ha dato ad una nazione-stato
la responsabilità di vincere il male, né tanto meno l’ha data ad una
super-potenza che ha enormi ricchezze e particolari interessi nazionali.
Confondere il ruolo di Dio con quello della nazione americana, come sembra fare
George Bush, costituisce un serio errore teologico che taluno potrà dire sfiori
l’idolatria e la bestemmia. E’ facile demonizzare il
nemico e pretendere che siamo dalla parte di Dio e del bene. Ma il ravvedimento
è meglio. Secondo quanto afferma il Christian Science Monitor,
parafrasando Alexander Solgenitsyn: come alcuni evangelicali sono pronti a
dire,“l’evangelo insegna che la linea di separazione tra il male e il bene
non corre tra le nazioni, ma all’interno di ogni cuore umano”. La Destra religiosa, così
spesso pubblicizzata, è oggi un fattore politico in declino nella viata
americana. Sul New York Times Bill Keller recentemente osservava che
“altisonanti mediatori evangelici del potere, come Jerry Falwell e Pat
Robertson sono invecchiati fino a diventare irrilevanti e ora esistono
soprattutto come risibile contraltare”. Il vero problema teologico negli Stati
Uniti oggi non è più la Destra religiosa, bensì la religione nazionalista
dell’amministrazione Bush, una religione che confonde l’identità della
nazione con la chiesa, e le finalità di Dio con la missione dell’impero
americano. La politica estera degli USA è
più che preventiva, è teologicamente presuntuosa; non è solo unilaterale, ma
pericolosamente messianica; non soltanto arrogante, ma ai limiti
dell’idolatria e della bestemmia. La fede personale di George Bush ha promosso
la profonda fiducia nella sua “missione” nel “combattere l’asse del
male”, la sua “chiamata” ad essere il comandante in capo nella guerra
contro il terrorismo, e la sua definizione della “responsabilità”
dell’America nel “difendere le speranze dell’umanità intera”. Questo è
un pericoloso miscuglio di cattiva politica estera e cattiva teologia. Ma la risposta alla cattiva
teologia non è il secolarismo; è piuttosto la buona teologia. Non è sempre
sbagliato invocare il nome di Dio e dar voce alle esigenze religiose nella vita
pubblica di una nazione, come alcuni secolarizzati affermano. Dove saremmo senza
la guida morale e profetica di Martin Luther King Jr, di Desmond Tutu, e di
Oscar Romero? Nella nostra storia americana la
religione è stata rivendicata per la vita pubblica in due modi diversi. Secondo
il primo il nome di Dio e la fede sono invocati per renderci responsabili nei
confronti delle intenzioni di Dio, per chiamarci alla giustizia, alla
compassione, all’umiltà, al ravvedimento, alla riconciliazione. Abraham
Lincoln, Thomas Jefferson, e Martin Luther King sono i migliori esempi di questo
modo. Lincoln usava regolarmente il linguaggio della Scrittura, ma in modo tale
da chiamare le due parti della Guerra civile alla contrizione e al pentimento.
Jefferson è famoso per aver detto: “Tremo per il mio paese, quando penso che
Dio è giusto”. L’altro modo invoca la
benedizione di Dio sulle nostre attività, le nostre intenzioni, i nostri
programmi. Molti presidenti e leader politici hanno usato il linguaggio della
religione in questo senso, e George W. Bush è preda della stessa tentazione. I cristiani dovrebbero sempre
sentirsi a disagio con l’impero, che costantemente minaccia di diventare
idolatrico e di sostituire finalità secolari al posto di quelle di Dio. E
mentre riflettiamo sulla nostra risposta all’impero americano e a ciò che
rappresenta, è istruttivo formulare una riflessione sulla chiesa primitiva e
l’impero. Il libro dell’Apocalisse, per
quanto scritto con un linguaggio e un immaginario apocalittico, è considerato
da molti esegeti come un commento all’Impero romano, il suo dominio sul mondo,
e la sua persecuzione della chiesa. In Apocalisse 13 è descritta una
“bestia” e il suo potere. In The Message, Eugene Peterson lo esprime
con un linguaggio colorito: “La terra intera era eccitata e impaziente
guardando la bestia a bocca aperta. Adoravano il dragone che aveva dato autorità
alla bestia, e quindi adorarono la bestia esclamando: ‘Non c’è mai stato
niente di simile alla bestia! Nessuno oserebbe far la guerra alla bestia!’.
Essa deteneva un dominio assoluto su tutte le tribù, i popoli, le lingue e le
razze”. Ma la visione di Giovanni a Patmos prevede anche la disfatta della
bestia. In Apocalisse 19 un cavallo bianco con un cavaliere il cui nome è “la
Parola di Dio” e “Re dei re e Signore dei signori” cattura la bestia e il
suo falso profeta. Come per la chiesa primitiva, la
nostra risposta ad un impero che detiene un “dominio assoluto” contro il
quale “nessuno oserebbe far guerra”, è l’antica confessione di fede:
“Gesù è il Signore”. Ed è vivere nella promessa che gli imperi non
durano, che la Parola di Dio alla fine sopraviverà alla Pax americana come è
sopravissuta alla Pax romana. Nel frattempo, i cristiani
americani dovranno fare alcune difficili scelte. Saremo solidali con la chiesa
del mondo intero, il corpo internazionale di Cristo, o con il nostro governo
americano? Non ci sorprende il
fatto che la chiesa globale generalmente non sostiene gli scopi della politica estera dell’amministrazione Bush,
in Iraq, nel Medio Oriente, o nella più ampia “guerra al terrorismo”. Solo
all’interno di alcune delle nostre chiese si possono trovare voci che sono
consonanti con le visioni dell’impero americano. Una volta c’era Roma; ora c’è
una nuova Roma. Una volta c’erano dei barbari; ora ci sono molti barbari che
sono i Saddam di questo mondo. E allora c’erano i cristiani la cui lealtà non
andava a Roma ma al regno di Dio. A chi presteranno la loro lealtà i cristiani
oggi? Jim Wallis è il direttore della
rivista “Sojourners” (www.sojo.net). (Traduzione di Franco
Giampiccoli) La città trasgressiva cerca solidarietà ma senza rinunciare alla
sua identità. La «condanna» dei telepredicatori
In questi mesi abbiamo cercato di offrire al dibattito e alla mobilitazione
diversi contributi tesi ad inquadrare i processi strutturali che storicamente ed
attualmente stanno avvitando la crisi dell'imperialismo dentro la spirale della
guerra. (1)
Ma la questione postaci ha un suo fondamento. Nessuna guerra é stata condotta
solo per cause economiche e comunque non ha mai tratto la sua "legittimità"
solo dalla crisi di un sistema economico. Se pensiamo alle guerre coloniali, in
esse é sempre stata forte - dentro l'intellettualità che sosteneva le
avventure belliche - l'idea che si trattasse di missioni civilizzatrici. Il
Toqueville esaltato dai cantori del liberalismo si è rivelato un assatanato
sostenitore delle guerre coloniali ed anche i moderni consiglieri di Blair, come
l'ormai noto mr. Cooper, sostengono ormai apertamente il carattere positivo
dell'imposizione del neocolonialismo nei paesi dove "non c'é la nostra
democrazia".
Nel precedente numero di Contropiano, avanzavamo una radiografia dei nuovi
"signori della guerra", individuando nell'asse Stati Uniti-Gran
Bretagna-Israele il pericolo principale ed il "nemico dell'umanità"
di questa epoca che si é andata aprendo.
Sollecitati da alcuni lettori e da alcuni saggi comparsi in varie pubblicazioni,
siamo allora andati a scavare in quella che potremmo definire la "sovrastuttura
ideologica" della guerra infinita.
Una prima chiave di lettura pertinente è quella offerta da Mauro Casadio sul
"destino manifesto" di cui Stati Uniti e Israele si sentono
depositari. Sia nell'omonima pubblicazione curata dal Forum Palestina che
nell'introduzione del meeting internazionale di Luglio sulla solidarietà con la
resistenza palestinese, Casadio ha insistito sul carattere quasi
"religioso" che l'establishment statunitense e israeliano assegna al
proprio ruolo dominante sul piano mondiale e regionale. E' qualcosa di più
della "guerra di civiltà" teorizzata da un conservatore come Samuel
Huntington. E' la pretesa di dover dominare le sorti del mondo sulla base di un
destino quasi messianico.
Questo aspetto, non solo non é un dettaglio ma é una finestra che spalanca
numerose chiavi di lettura e conseguenze pratiche.
L'alleanza tra l'estrema destra americana e le lobbies sioniste ha cessato da
tempo di essere una anomalia.
Nel 1977, sui principali giornali e riviste americane, cominciarono ad apparire
annunci a tutta pagina che dichiaravano l'appoggio delle organizzazioni
"cristiane" ad Israele. Ma la rottura degli indugi fu la dichiarazione
di appoggio del noto reverendo cristiano-fondamentalista Falwell (il creatore
della Moral Majority) al bombardamento israeliano dell'81 contro il reattore
nucleare irakeno. A seguito di questa apertura di credito, il premier israeliano
Begin in visita negli USA decorò il reverendo Falwell con la "medaglia
Jabotinski" (uno dei padri del sionismo) .
Iniziava così una connessione che ha consentito ai governi israeliani nei
decenni successivi una base di consenso e di influenza negli USA che é andata
ben oltre quella esclusiva della lobby sionista. Ma come spiegarsi questa
connessione visto che - secondo il senso comune - cristiani ed ebrei sarebbero
stati divisi da un fossato incolmabile per l'accusa di "deicidio"? Ci
sono almeno due ragioni: una é pratica ed é la comune avversità verso la
Chiesa Cattolica. Le sette cristiane fondamentaliste americane sono da secoli in
violenta rotta di collisione con il Vaticano sia come eredità della riforma
protestante e delle guerre di religione in Europa, sia per la asprissima
competizione sulle risorse economiche che derivano dal "pascolare le
anime".
La seconda ragione, spiegano ancora Bennis e Mansur é che ideologicamente i
protestanti fondamentalisti hanno sempre considerato l'aspirazione biblica della
seconda venuta di Cristo come un evento annunciato dal ritorno degli ebrei in
Terra Santa e dalla nascita di una "entità ebrea" preparata a
ricevere il Messia (e questo si rivela essere lo Stato di Israele).
L'elezione di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, fu dovuta
soprattutto al fatto che i fondamentalisti cristiani - organizzati dalla Moral
Majority del reverendo Falwell e dalla Christian Voice - si iscrissero in massa
nei registri elettorali e risultarono decisivi per sconfiggere Jimmy Carter. Si
calcola che oggi negli Stati Uniti ci siano circa 61 milioni di
"devoti" alle varie sette cristiane fondamentaliste. E' un serbatoio
sociale ed elettorale dal quale il Partito Repubblicano attinge buona parte dei
suoi consensi.
L'alleanza tra questo settore e il Comitato Americano-Israeliano per gli Affari
Pubblici (AIPAC) ha fatto sì che le campagne elettorali degli esponenti della
destra americana filo-israeliana, ricevessero fondi e finanziamenti dagli
ambienti e dalle lobby sioniste negli USA. Ma tale alleanza - soprattutto con la
fine della Guerra Fredda - ha provocato anche reazioni negli ambienti "liberal"
degli ebrei americani. Il Presidente del Congresso Ebraico Americano, Robert
Zimmerman già nei primi anni Novanta aveva suonato l'allarme rispetto alla
minaccia per le libertà civili rappresentata dal programma dei fondamentalisti
cristiani. Al contrario, un altro influente ebreo americano, il direttore della
famigerata Lega Anti-Diffamazione, Nathan Permutter si diceva entusiasta di
questa alleanza in nome del realismo e del sostegno sul campo ad Israele. Di
avviso contrario era invece il direttore esecutivo della LAD, Abraham Foxman,
che valutò come un "segnale fosco" l'incontro tra il premier
israeliano Netanyau e il reverendo Falwell.
I consiglieri della Casa Bianca la mettono sul concreto: "dobbiamo impedire
che nel mondo emergano - dopo la sconfitta dell'URSS - una o più potenze rivali
capaci di competere strategicamente con gli Stati Uniti". Questo é quanto
conteneva il famoso rapporto del Pentagono del '92 (curato da Wolfowitz e Libby
oggi nell'esecutivo di Bush), questo é quanto argomentava a lungo nel 1997 il
Mein Kampf di Brzezinski ("La Grande Scacchiera"), questo é quanto
suggerisce un rapporto "interno" del Pentagono quando lancia l'allarme
sul pericolo di un polo islamico che ruota intorno all'Arabia Saudita ed al
quale non sarebbe estraneo Bin Laden.
Con un antiamericanismo culturale e politico che cresce nei tre/quarti del
mondo, con la rottura del signoraggio mondiale del dollaro dovuta all'euro, con
una crisi economica e morale interna che li riporta indietro di settanta anni,
gli Stati Uniti hanno da tempo la chiara percezione di star perdendo egemonia e
di dover riaffermare il loro ruolo globale basandosi sulla logica della
supremazia, quella militare innanzitutto.
I fattori di perdita di egemonia (quello monetario, quello politico e quello
culturale) si concentrano in alcune forze piuttosto eterogenee tra loro ma
oggettivamente convergenti nella volontà di rottura dell'unipolarismo
statunitense.
Sul primo fattore (monetario-politico) influisce il consolidamento dell'Unione
Europea e talune spinte di tipo panislamico che si vanno manifestando nel Medio
Oriente. La nascita di un mercato di capitali alternativo a quello americano,
mette a nudo ed a rischio la estrema vulnerabilità economica degli Stati Uniti.
Sul secondo fattore (quello culturale) influiscono soprattutto due grandi forze
religiose come il Vaticano e l'Islam. I discorsi o le predicazioni degli Imam e
di Papa Wojtila hanno accompagnato e accresciuto dentro le società degli stati
vassalli la distanza e l'ostilità verso "l'americanismo" che é stata
alimentata negli ultimi anni anche da ambienti dell'establishment europeo.
Dunque l'Unione Europea, il Vaticano e l'Islam, vengono percepite sia
strategicamente che "spiritualmente" (dai fondamentalisti cristiani e
sionisti) come dei rivali del compimento del "destino manifesto" di
Stati Uniti e Israele.
Se la competizione degli USA con l'Unione Europea si manifesta ormai a tutto
campo (incluso il tentativo di minarla dall'interno utilizzando la Gran Bretagna
e il governo Berlusconi), altrettanto sembrano fare le autorità israeliane che
continuano ad umiliare gli inviati europei in Medio Oriente (vedi Moratinos) ed
a frustrare apertamente ogni ambizione europea ad entrare nel gioco diplomatico
della regione fino a far dire a Peres "che esiste il rischio di una nuova
guerra fredda con l'Europa" (3).
Se l'offensiva contro l'Islam può contare su tutto l'armamentario militare e
massmediatico scatenato da Washington e Tel Aviv dopo l'11 settembre,
l'offensiva contro il Vaticano é avvenuta su due fronti: all'interno degli
Stati Uniti con l'esplosione dello scandalo sulla pedofilia dei prelati
cattolici, sul fronte internazionale con il sostegno statunitense ed israeliano
al dilagare delle sette fondamentaliste religiose non cattoliche in America
Latina, Africa, Asia ma anche nel cuore dell'Europa.
Sul primo fronte, "La crociata liberale contro i preti pederasti punta in
realtà contro un Papa pro-Europa" commenta significativamente un
settimanale comunista "radicale" americano come Challenge. L'uomo di
punta della campagna contro la Chiesa Cattolica negli Stati Uniti (una campagna
fatta all'insegna di una maggiore liberalità e dunque di una maggiore aderenza
della chiesa al modello americano), é Geoffrey Boisi, vicepresidente della
banca d'affari J.P. Morgan Chase, la principale azionista della Exxon-Mobil, e
membro della Commissione Trilaterale. Secondo il settimanale Challenge,
l'obiettivo di Boisi é quello di cooptare i fedeli cattolici ai piani di guerra
dell'amministrazione Bush. Il giornale che più si é accanito contro i preti
cattolici pederasti é il New York Times, l'influente quotidiano sul quale é
nota l'influenza della potente lobby ebraica di New York (4).
Sul secondo fronte - quello della penetrazione delle sétte in Europa e nel terzo
mondo - é di straordinario interesse il lungo saggio di Bruno Fochererau
comparso lo scorso anno su Le Monde Diplomatique (5).
Focherereau ricostruisce con dovizia di particolari le numerose crisi
diplomatiche e le aperte ingerenze del Dipartimento di Stato verso i governi
europei (in modo particolare Francia e Germania) all'insegna della "libertà
religiosa".
Il connubio tra interessi strategici degli Stati Uniti, dogma liberista e
ispirazione religiosa, si rivela chiaramente nelle parole di Diane L. Knippers,
presidentessa dell'Institut for Religion and Democracy, zelatore dei governi di
Reagan, Bush padre e Bush figlio: "Oggi lottiamo in favore della libertà
religiosa per lo stesso motivo per cui abbiamo lottato contro il comunismo... La
spiritualità è una garanzia di civiltà, perché la spiritualità e l'onestà
producono uomini onesti. Senza onestà non c'é commercio e senza il commercio
non c'é civiltà". Secondo Focherereau, questo istituto, insieme all'altro
noto Istituto per la Religione e gli Affari Pubblici, hanno affermato a più
riprese che "la mondializzazione e la globalizzazione dei mercati sono
missioni ispirate dalla Bibbia agli Stati Uniti" (sic!).
L'obiettivo di questa offensiva, non era solo quello di tenere sotto pressione
alcuni governi europei, ma anche quello di indebolire l'influenza del Vaticano
su quei governi. Non é casuale che circostanze storiche ed egemonia liberale
abbiano reso pari a zero l'influenza del Vaticano nei paesi anglosassoni.
La nostra ricerca sulle connessioni tra destra fondamentalista cristiana e
lobbies sioniste negli Stati Uniti potrebbe estendersi e dettagliarsi ancora più
a fondo. Superando una sorta di pudore del tutto fuori luogo, materiali stanno
circolando assai più ampiamente che in passato. Il quadro che ne emerge non
aiuta solo a spiegare gli apparati ideologici di consenso alla guerra preventiva
di Bush o alla soluzione finale di Sharon per la Palestina, ma ci indica - e
questo é decisamente più inquietante - la sovrastruttura che potrebbe
affiancare un progetto di guerra globale non solo in Medio Oriente e l'eventuale
legittimazione "messianica" del ricorso alle armi di distruzione di
massa da parte degli Stati Uniti e Israele contro i loro rivali. Fermare questa
macchina da guerra presuppone un armamentario politico e culturale che cominci a
comprendere anche nei dettagli i meccanismi complessivi dell'imperialismo del
XXI Secolo (7).
(2) Phyllis Bennin Ë la direttrice della rivista Middle East Report e docente
all'Institute for Policy Studies di Washington. Jaled Mansur Ë un giornalista
egiziano residente anch'esso a Washington. Il loro primo saggio "Prega Dio
e passami le munizioni" Ë stato pubblicato sulla Middle East Report
nell'autunno 1998. Il secondo saggio "L'alleanza tra Israele e l'estrema
destra statunitense" é stato pubblicato nel 1999 dalla interessantissima
rivista spagnola "Nacion Arabe" (www.nodo50.org/csca).
(3) Sulla competizione globale tra Stati Uniti ed Unione Europea in questi anni
Contropiano ha svolto un lavoro sistematico di analisi e documentazione al quale
rinviamo. Tra le pubblicazioni più sistematiche sul piano della competizione
economica segnaliamo invece "Eurobang. La sfida del polo europeo nella
competizione globale", edizioni Mediaprint, 2000.
(4) "Challenge" del 7 agosto 2002
(5) "Le sette, cavallo di Troia degli Stati Uniti in Europa". Le Monde
Diplomatique, maggio 2001
(6) "Non ci sar‡ pace prima dell'avvento del messia", Le Monde
Diplomatique, settembre 2002
(7) A giugno di quest'anno, Contropiano ha ripubblicato "La questione
ebraica" di Karl Marx che rimane uno dei testi più illuminanti per
comprendere il nesso contraddittorio tra religiosità e politica. Si é trattato
di una scelta editoriale non casuale ma in linea con la ricerca e l'analisi
condotta in questi anni sull'imperialismo e sul suo manifestarsi concreto nella
storia dell'umanità.
Religione senza dio
http://www.scaruffi.com/feltri/index.html
Il fondamentalismo cristiano
LE MONDE diplomatique - Settembre 2002
«Non ci sarà pace prima dell'avvento
del messia»
I BRAHIM WARDE
La transizione dall'anti-semitismo all'islamofobia colpisce ancora di più nel
caso del pastore Pat Robertson. In un libro pubblicato nel 1990, si scagliava
contro «gli ebrei liberali che negli ultimi quarant'anni si sono dedicati a
ridurre l'influenza cristiana nella vita pubblica americana». In seguito, il
celebre televangelista, che in un primo tempo si era rallegrato per gli
attentati dell'11 settembre, sanzione divina imposta a un paese colpevole di
aver tollerato aborto e omosessualità, si è accanito soprattutto contro i
musulmani: «vogliono convivere con noi fino a quando non potranno controllare,
dominare e persino, se necessario, distruggere». Nel luglio scorso, questo
stesso Pat Robertson è stato insignito del Premio degli amici di Israele,
conferito dall'Organizzazione sionista d'America (1).
L'interesse per il Medioriente non è recente. Dal XIX secolo, la regione è
stata una terra di missione per numerose chiese protestanti, dove alcuni non
avevano visto di buon occhio la creazione dello stato ebraico. Soltanto i gruppi
fondamentalisti - che fanno una lettura letterale dei testi sacri - vedevano
nella creazione di Israele la realizzazione di profezie bibliche. E, come nel
caso del pastore Billy Graham, il «sionismo cristiano» poteva coesistere
serenamente con l'antisemitismo, di cui a volte si nutriva. Il conflitto in
Medioriente era però lungi dal figurare tra le prime preoccupazioni dei pastori
e dei loro fedeli.
Bisogna risalire alla fine degli anni '70 per capire il rafforzamento della
destra cristiana e l'alleanza con Israele. Gli sconvolgimenti sociali, politici
ed economici dell'epoca crearono un terreno fertile per i gruppi religiosi
reazionari, come la Moral Majority del pastore Jerry Falwell. In Israele, il
Likud, partigiano del «ritorno» su tutta la terra di Israele (Eretz Israele)
biblica, era alla fine arrivato al potere. Nel 1978-79, il reverendo Falwell si
era recato in Terra santa, su invito del primo ministro Menahem Begin. Si
compresero così bene che nel 1980 al pastore venne conferita la medaglia
Vladimir Jabotinsky (dal nome del fondatore del sionismo «revisionista» e
mentore di Menahem Begin, Itzhak Shamir e Ariel Sharon) (2).
Quegli anni furono egualmente segnati da sconvolgimenti all'interno della
comunità ebraica statunitense. Due delle sue figure di punta, Irving Kristol e
Norman Podhoretz, avevano rotto con la tradizione «liberal» (nel senso
americano di progressista) alla quale gli intellettuali ebrei erano stati a
lungo legati. Dopo aver militato a favore dei diritti civili, della «discriminazione
positiva» e della distensione con l'Unione sovietica, avevano fatto un
voltafaccia spettacolare, fondando così il movimento neo-conservatore. Numerosi
punti comuni - la critica del welfare, il ritorno ai «valori tradizionali»,
l'anticomunismo puro e duro e un appoggio senza riserve al Likud - li
avvicinavano ormai alla destra cristiana (3).
L'elezione di Ronald Reagan nel 1980 consacrò questa alleanza per una frazione
- che restò a lungo minoritaria - della popolazione ebraica statunitense,
tradizionalmente più vicina alla sinistra democratica.
I neoconservatori svolgevano allora la funzione di intellettuali di corte,
mentre il presidente nominava nel suo gabinetto alcuni fondamentalisti
d'assalto. Il segretario agli interni, James Watt, spiegò che l'inquinamento
della terra non doveva essere fonte di inquietudine, poiché «il ritorno del
Signore è vicino». Fu davanti all'Associazione nazionale dei gruppi evangelici
che Reagan pronunciò, l'8 marzo 1983, il celebre discorso nel quale definì
l'Unione sovietica l'«impero del male».
Nel 1989, giudicando la «missione compiuta», il reverendo Falwell affondò la
sua «maggioranza morale». Le chiese fondamentaliste, d'altronde, erano
indebolite dagli scandali dei televangelisti e la lobby israeliana Aipac
(American Israeli Public Affairs Commitee) subì una delle sue rare sconfitte (4).
Il presidente Bush si era infatti opposto a garantire un prestito di 10 miliardi
di dollari fino a quando il primo ministro Itzhak Shamir avesse proseguito la
politica con la quale incoraggiava l'insediamento di colonie nei territori
occupati.
Inoltre, il crollo del comunismo toglieva sia un argomento di primo piano ai
sostenitori dei movimenti anti-comunisti in America centrale (numerosi tra i
fondamentalisti) che alla tesi geostrategica a favore di Israele («unico stato
democratico e stabile in una regione minacciata dall'Unione sovietica»). L'Aipac
allora cercò di convertire alla propria causa settori più ampi: piuttosto che
concentrare i propri sforzi sugli stati con una forte presenza ebraica (New
York, California, Florida, Illinois), la lobby pro-israeliana tesseva ormai
alleanze in tutto il paese, anche là dove la popolazione ebraica era quasi
inesistente (5). Nel corso degli
anni di Clinton, le scappatelle del presidente e soprattutto la battaglia per
l'impeachment riunirono di nuovo neo-conservatori e destra fondamentalista in
una linea di difesa della virtù generosamente finanziata e molto ben
organizzata.
Con l'aiuto della febbre millenarista, le presidenziali del 2000 hanno segnato
il ritorno alla grande di Dio nel dibattito politico.
Il candidato repubblicano George W. Bush ha dichiarato che il suo filosofo
politico preferito era «Gesù Cristo: ha salvato la mia vita», mentre il
rivale Albert Gore ha rivelato che, prima di prendere una decisione, si chiede:
«cosa avrebbe fatto Gesù?». Scegliendosi come vice il senatore Joseph
Lieberman, un ebreo ortodosso noto per i suoi discorsi moralistici, ha fatto
contenti tutti gli integralisti.
Ma sono soprattutto gli attentati dell'11 settembre 2001 ad aver cementato
l'alleanza dei neo-conservatori e dei fondamentalisti, impegnati a trasformare
lo «scontro delle civiltà» in una profezia che si autorealizza. L'islam è
stato in effetti designato come il nuovo impero del male. Il discorso martellato
senza sosta dai media e ripreso dalla quasi totalità dei parlamentari
statunitensi (6) ha adottato le
tesi del governo israeliano: poiché Yasser Arafat è il «bin Laden d'Israele»,
i due paesi sono uniti nella stessa lotta.
Sono d'altronde i falchi vicini ad Israele (come il segretario alla difesa, Paul
Wolfovitz o lo stratega del Pentagono, Richard Perle) ad aver guidato il
rinnovamento della dottrina di difesa: l'America ormai procederà a interventi
preventivi contro i paesi in grado di dotarsi di armi nucleari, biologiche o
chimiche - di qui l'urgenza di un «cambiamento di regime» in Iraq (si legga
l'articolo in alto).
Tutti i grandi nomi della destra cristiana - Ralph Reed, Gary Bauer, Paul
Weyrich - si sono impegnati nella nuova crociata, spesso teleguidata da Israele.
Per esempio, è Ariel Sharon stesso che ha voluto che il rabbino Yechiel
Eckstein, fondatore dell'International fellowship of christians and jews,
reclutasse Ralph Reed, ex presidente della coalizione cristiana, per predicare
la buona parola: 250mila cristiani hanno così inviato in Israele più di 60
milioni di dollari. Allo stesso modo, l'organizzazione Christians for Israel/Usa
ha finanziato l'immigrazione di 65mila ebrei, con lo scopo di realizzare, a dire
del suo presidente, il reverendo James Hutchens, «l'appello di Dio che consiste
ad aiutare il popolo ebraico e ritornare e a ripristinare la terra di Israele» (7).
La retorica del presidente Bush («chi non è con noi, sta con i terroristi»,
«noi siamo buoni») ha favorito il discorso binario e manicheo che coincide con
gli schemi del pensiero degli integralisti. Secondo un recente sondaggio Time/Cnn,
il 59% degli statunitensi pensa che gli avvenimenti descritti nell'Apocalisse si
realizzeranno (a Har Meggidar, situata nella pianura di Jezreel oggi in Israele
- «Armageddon» nel Nuovo Testamento) e il 25% crede che gli attentati dell'11
settembre fossero stati predetti dalla Bibbia (8).
Di qui il successo fenomenale della serie Left Behind (50 milioni di copie
vendute): dieci volumi, a metà tra romanzo di anticipazione e guida pratica per
la fine dei tempi, che pretendono di offrire la chiave dei misteri
dell'Apocalisse (9).
In alcuni ambienti fondamentalisti, l'intransigenza di Ariel Sharon e il suo
spirito guerriero vengono accolti con esaltazione. Non è stata difatti la sua
visita - puramente provocatoria - del 28 settembre 2000 al monte del Tempio (la
spianata delle Moschee) ad aver scatenato il ciclo di violenza di cui non
vediamo ancora la fine? Secondo le scritture, è proprio in questo luogo sacro
che verrà eretto il terzo Tempio, preludio alle sanguinose guerre
escatologiche. In queste condizioni, una soluzione pacifica o delle concessioni
territoriali potrebbero compromettere - o ritardare - la realizzazione delle
profezie.
Come ha sottolineato il pastore Hutchens: «non ci sarà pace prima dell'avvento
del Messia».
Malgrado un'apparente solidità, l'alleanza tra estremisti israeliani e
fondamentalisti cristiani si basa su un malinteso. In effetti, la cronologia
prevista dai fondamentalisti è inquietante: prima i flagelli, le sofferenze e
le guerre; poi la ricostruzione del Tempio e l'arrivo dell'Anticristo; infine,
il secondo avvento del Messia e la lotta finale a Gerusalemme tra il Bene e il
Male. I giusti saranno allora trasportati «in estasi» in cielo. I due terzi
degli ebrei saranno convertiti, gli altri eliminati o destinati alla dannazione (10).
Per alcuni, la fine del mondo è più vicina di quanto sembri.
Nel gennaio 1999, il reverendo Jerry Falwell ha dichiarato che l'avvento del
Messia potrebbe prodursi nei prossimi dieci anni. Ha egualmente affermato che
l'Anticristo è già tra noi e che è «ebreo e maschio» (11).
note:
* Ricercatore alla Harvard Univesity (Boston, Stati uniti), autore di Islamic
Finance in the Global Economy, Edimburgh University Press, 2000.
(1) Pat Robertson, The New Millenium:
10 trends that will impact you and your family by the year 2000, World
Publishing, Dallas, 1990, Christian Broadcasting Network, 21 febbraio 2002. Si
veda anche Ingrid Carlander, «La Foire aux miracles des télévangelistes américains»,
Le Monde diplomatique, giugno 1988.
(2) Grace Halsell, Prophecy and
Politics: The Secret Alliance between Israel and the US Christian Right,
Lawrence Hill, Westport (CT), 1989.
(3) Norman Podhoretz, Breaking ranks: A
Political Memoir, Harper and Row, New York, 1980.
(4) Si legga Serge Halimi, «Le poids
du lobby pro-israélien aux Etats Unis», Le Monde diplomatique, agosto 1989.
(5) «How Israel Became a favorite
Cause of the Conservative Christian Right», The Wall Street Journal, 23 maggio
2002.
(6) Con 94 voti contro 2 al Senato e
352 contro 21 alla Camera dei rappresentanti, il Congresso statunitense ha
proclamato che «Israele e gli Stati uniti sono impegnati in una causa comune
contro il terrorismo».
(7) Jeffrey I.Sheler, «Evagelicals
Support Israel, but Some Jews Are Skeptical», U.S. News and World Report, 12
agosto 2002.
(8) Time, 23 giugno 2002.
(9) Ultimo volume uscito: Tim La Haye e
Jerry Jenkins, The Remnant: On the Brink of Armageddon, Tyndale House, 2002.
(10) Cfr. Per esempio:
http://www.bible-prophecy.com, http://bci.org/prophecy-fulfilled,
http://www.raptureready.com
(11) The Washington Post, 16 gennaio
1999.
(Traduzione di A. M. M.)
Alla fine di ottobre Gershon Salomon, il capo dell’associazione Fedeli del
Monte del Tempio di Gerusalemme, ha “profetizzato” l’imminente
Armageddon in Medio Oriente, che, dice, potrebbe culminare in una guerra
nucleare. Salomon e la sua coorte di fanatici sono controllati soprattutto dai
fondamentalisti protestanti americani, le schiere dei seguaci di
televangelisti come Pat Robertson e Jerry Falwell, raggruppati rispettivamente
nella Christian Coalition e nella Moral Majority. L’influenza esercitata da
queste forze sulla politica americana è di una portata tale che difficilmente
può essere immaginata da un europeo.
Il 31 ottobre Lyndon LaRouche ha diffuso un commento intitolato “La
bestialità dei fondamentalisti”, nel quale spiega che il tentativo di Bill
Clinton di accattivarsi questi strati lo ha indotto a commettere errori di
valutazione tanto gravi da compromettere tragicamente i negoziati del “Camp
David due”, lo scorso luglio, rendendo praticamente inevitabili le nuove
violenze in Medio Oriente.
LaRouche spiega che Clinton era già alle corde, ridotto a mal partito dal
caso Lewinsky e dalle minacce di impeachment. Allora cominciò a frequentare
una stramba istituzione di Washington chiamata “Prayer Breakfast”, nella
quale i politici si uniscono a delle figure religiose per “chiedere perdono
dei propri peccati” e per cercare “la redenzione”. Tra gli officianti
c’è il rev. Billy Graham, il personaggio che nel 1990 consigliò
“spiritualmente” l’allora Presidente Gerge Bush sulla “necessità”
di lanciare una guerra contro l’Irak. LaRouche sostiene che “al Prayer
Breakfast riuscirono a mettere Clinton sulle difensive consentendo in tal modo
ai ‘fondamentalisti millenaristi’ di rafforzare notevolmente la propria
influenza”. Come conseguenza Clinton finì col commettere l’errore fatale
di porre sul tavolo di Camp David la questione di Gerusalemme, che è di fatto
religiosa, al posto degli “allegati economici” dei negoziati di Oslo, dove
si parla dello sviluppo della regione, a cominciare dall’acqua, e poi ha
finito col prendersela con il leader palestinese Arafat per il fallimento dei
negoziati.
Nel descrivere come i “fundies” sono arrivati a ricoprire un ruolo così
influente negli USA, LaRouche presenta una serie di elementi.
Primo, i “fundies” cominciarono a proliferare alla fine degli anni
Sessanta, l’epoca in cui il governo USA iniziò ad avallare la politica del
“post-industriale”, che condusse alla devastazione di gran parte
dell’economia americana.
La demoralizzazione che fece seguito a tale scelta economica costituì il
terreno molto fertile su cui attecchirono le varie strutture pseudo-cristiane
di fede: “apocalittiche”, “messianiche” e sostanzialmente balorde.
Secondo, nel 1965, il Presidente Lyndon B. Johnson, che proveniva dal Sud,
favorì la lotta del movimento di Martin Luther King fino a fare pressioni sul
Congresso affinché approvasse la legge sul diritto di voto dei neri,
nonostante la forte opposizione del partito segregazionista negli stati del
Sud. Per tutta risposta, l’allora governatore di New York Nelson Rockefeller,
insieme ad altri pezzi grossi del Partito Repubblicano, lanciò la cosiddetta
“Strategia Sudista”, mirante a riguadagnare il terreno conquistato dal
Partito Democratico, alleato al movimento per i diritti civili. La strategia
sudista repubblicana consisteva nel recuperare gli strati che avevano
sostenuto la Confederazione Sudista del XIX secolo. Si fece appello ai
“poveri bianchi” del Sud, la gente che nutriva livori e risentimenti nei
confronti dei neri, il cui recente progresso veniva visto come una minaccia,
una perdita di privilegi. Proprio tra questi strati, soprattutto rurali, il
fondamentalismo protestante ha fatto proseliti a non finire e gli stati che
erano appartenuti alla Confederazione Sudista sono così diventati la “Bible
Belt”, la regione della Bibbia.
Questa “Southern Strategy” dei repubblicani contribuì alla vittoria
elettorale di Richard Nixon, il quale nel 1968 inaugurò un’amministrazione
che fu in larga parte sotto il controllo di Henry Kissinger. Per tutta
risposta, i democratici finirono per ordire la propria “Southern Strategy”,
che segnò la fine della politica di raccolta dei consensi elettorali tra i
gruppi d’interesse ai quali si era rivolto Franklin D. Roosevelt. Questo
provocò uno dei disastri peggiori della storia americana: l’amministrazione
di Jimmy Carter, tra il 1976 ed il 1980.
Jimmy Carter, burattino della Commissione Trilaterale di David Rockefeller, è
anche il “fundie” americano più tipico, imbottito di convinzioni
superstiziose, autodichiaratosi un “cristiano rinato”. Sotto la sua
presidenza, gli Stati Uniti finirono in un declino economico e industriale
senza precedenti che lui incoraggiava, tutto preso da una sua insensata utopia
agraria. Il fondamentalismo protestante prese il vento in poppa.
Il disastro provocato da Carter purtroppo non insegnò niente al Partito
Democratico. Dopo la sconfitta di Carter, negli anni di Reagan i democratici
ristrutturarono la loro “Southern Strategy” creando il Democratic
Leadership Council (DLC), la corrente alla quale si deve il lancio dei “New
Democrats”, la cosiddetta strategia “centrista”. LaRouche afferma che
gran parte della politica del DLC è tendenzialmente fascistoide, quel tipo di
fascismo che caratterizza gli stati del Sud. Prima di diventare Presidente
Bill Clinton è stato il presidente del DLC. Al Gore ne è un’espressione.
Questi giochi hanno finito per creare una situazione molto pericolosa. Secondo
LaRouche, “i bigotti millenaristi dagli occhi vitrei” sono attualmente in
preda alla frenesia e minacciano una guerra di religione che se non è
prevenuta per tempo potrebbe allargarsi ben oltre il Medio Oriente. LaRouche
spiega inoltre che varie associazioni e leader del mondo ebraico hanno finito
per accondiscendere e sottomettersi a questa “psicosi” solo perché
“hanno paura, e non a torto, di gente come questi fundies”, e perché si
preoccupano, a ragione, ma in maniera sbagliata, della “sopravvivenza
ebraica”.
Un aspetto problematico è il ruolo ricoperto da Edgar Bronfman, che si è
installato alla direzione del Congresso Mondiale Ebraico dopo la scomparsa di
Nahum Goldmann, ed ha corrotto la politica delle principali organizzazioni
ebraiche americane.
USA: Teologia del dominio
Categoria: Articolo stampa
Data: 19 Mar 2003
E non è un caso che uno dei principali anelli di congiunzione tra queste tre
forze sia Ralph Reed, quel giovane manager repubblicano sceso in campo prima di
tutto per rimettere i "valori giudaico-cristiani" al centro della vita
sociale e politica statunitense. Per questo, si alleò nel 1989 con Pat
Robertson per creare quella "Coalizione cristiana" (ora dissolta) che
in pochi anni, sotto la sua efficiente regia, diventò la componente
conservatrice più influente del Partito repubblicano. Non per nulla Reed, che
fu uno dei responsabili della campagna elettorale di Bush nel 2000, è stato
nominato vicedirettore dell'équipe elettorale di quest'anno per gli stati del
Sud-Est. Ma l'influenza di questo brillante "evangelicale" va ben
oltre: dietro richiesta esplicita di Sharon è stato fondatore, insieme al
rabbino Yechiel Eckstein, della "Amicizia internazionale dei cristiani e
degli ebrei" che fin dall'inizio appoggiò incondizionatamente la politica
oltranzista del premier israeliano. Nulla di strano dunque che la "Road Map",
che prevede la nascita di uno stato palestinese, non sia mai stata presa in
seria considerazione da Sharon.
È noto che l'intento deliberato dei "neocons" è di affermare ovunque
nel mondo il modello politico ed economico americano, imponendo l'esportazione
della democrazia dove gli interessi vitali della superpotenza (petrolio) lo
richiedono. Da parte loro, i cristiani conservatori, che non sono più soltanto
protestanti, puntano tutto sulla moralizzazione della vita pubblica (no
all'aborto, all'omosessualità, alla pornografia, alla separazione tra chiesa e
stato, ecc.) e sulla lotta del bene contro il male, dentro e fuori degli Usa.
Così si sono incontrate le aspirazioni imperiali dei "neocons" e
quelle religiose della destra cristiana fondamentalista che nel "nato di
nuovo" George W. Bush hanno trovato l'uomo ideale per impersonare con piena
convinzione ciò che egli considera come una vera e propria vocazione divina.
Il problema è che, come afferma Jim Wallis in un articolo apparso sulla rivista
"Sojourners", di cui è direttore, intitolato "La teologia
imperiale di George W. Bush", quella di Bush e dei suoi amici "evangelicali"
è "cattiva teologia" che confonde il piano di Dio con quello della
nazione americana. Eppure, scrive Wallis, citando Solzenicyn, "l'Evangelo
insegna che la linea di separazione tra il male e il bene non corre tra le
nazioni ma all'interno di ogni cuore umano". È proprio questa la verità
che emerge dalle immagini di Abu Ghraib, e affermare che si tratta solo di
qualche mela marcia come ha fatto il ministro della Difesa Rumsfeld è
un'ulteriore bugia che potrebbe anche trasformarsi in un boomerang.
Se l'attuale situazione mediorientale (non solo quella irachena) è un'anteprima
del "nuovo ordine mondiale" escogitato dal Pnac (Progetto per il nuovo
secolo americano), uno dei gruppi di riflessione più influenti dei "neocons",
vuol dire che ancora una volta prevale la vecchia logica machiavellica del fine
(la lotta contro il terrorismo) che giustifica i mezzi (dalle torture di Abu
Ghraib e di Guantanamo al preoccupante venir meno del rispetto di certi diritti
umani fondamentali). In una risoluzione presentata di recente dal Consiglio dei
vescovi della Chiesa metodista unita, si legge: "Gli Stati Uniti sono
entrati in una spirale di violenza che ha favorito il mancato rispetto della
dignità umana e dei diritti umani relativamente ai prigionieri di guerra
iracheni". Fino a quando Bush rifiuterà di ascoltare la voce della propria
chiesa oltre che quella di molte altre chiese americane?
4 aprile 2003
A proporre questa lettura della retorica presidenziale è lo storico americano
Paul Boyer, che nella sua opera ha abbracciato diversi aspetti della cultura
del suo Paese, dalla stregoneria nel New England secentesco allo sviluppo
della classe urbana nell’Ottocento, dall’era atomica alla storia della
censura. Nel 1992 Boyer ha pubblicato When Time Shall Be No More: Prophecy
Belief in American Culture (Harvard University Press), studio pionieristico in
cui ha esaminato la sorprendente diffusione delle credenze profetiche
all’interno del rigoglioso movimento evangelico degli ultimi decenni,
rintracciandone le origini nell’opera di un dimenticato predicatore inglese
molto attivo negli Stati Uniti di fine Ottocento, John Nelson Darby. Si tratta
di un fenomeno che tra veri e propri credenti e semplici simpatizzanti ha
assunto ormai dimensioni di massa, ma che finora ha suscitato un interesse
solo marginale tra gli studiosi americani. Alla luce dei più recenti sviluppi
politici, il mese scorso Boyer è tornato a occuparsi dell’argomento in una
serie di conferenze al College of William and Mary e poi in un articolo sul
Chronicle of Higher Education, dal titolo «John Darby Meets Saddam Hussein:
Foreign Policy and Bible Prophecy». «Il mondo accademico», sostiene Boyer,
«deve prestare maggiore attenzione al ruolo della religione nella vita
pubblica americana, e non solo rispetto al passato. Senza un’attenta analisi
dello scenario profetico condiviso da milioni di americani l’attuale clima
politico negli Stati Uniti non può essere compreso nella sua interezza».
La storia narrata da Boyer ha origini lontane. Condannata dalla Chiesa sin dai
tempi di Agostino, la lettura delle profezie bibliche in chiave millenaristica
ha tuttavia influenzato l’immaginario dei fedeli per secoli. L’attesa del
Millennio, il regno millenario di Cristo che precede il Giudizio universale,
era forte anche tra i coloni inglesi che nel 1620 approdarono sulla costa del
New England. E sin dalle origini il millenarismo americano si è fuso con
l’idea del popolo eletto. Eccezionalismo e profezia – ricorda Boyer –
risuonavano nelle geremiadi del teologo puritano Cotton Mather come nei
pamphlet scritti durante la Guerra d’indipendenza. Nel rigoglio di
denominazioni religiose che seguì la Rivoluzione americana, movimenti come
quello dei Milleriti, gli oltre 50 mila seguaci del pastore battista William
Miller, contribuirono alla diffusione delle credenze profetiche. Le vere e
proprie origini del fenomeno attuale si trovano però nella dottrina del
premillenarista Darby (i premillenaristi credono nel ritorno di Cristo prima
dell’avvento del suo millenario regno in terra). Nel sistema teologico di
Darby, il cosiddetto dispensazionalismo, esistono tre epoche storiche, o
dispensazioni. La prima, quella che si è conclusa con l’ascensione di
Cristo, e l’ultima, quella che inizierà con il Rapimento, il momento in cui
anche i credenti saliranno in cielo, sono predette nella Bibbia. Quella
attuale sarebbe invece l’epoca della Chiesa, o «Grande parentesi». Una
volta che l’orologio della profezia avrà mosso di nuovo le sue lancette, la
sequenza finale degli eventi si dispiegherà con grande rapidità, iniziando
con i sette anni del regno dell’Anticristo e la Chiesa apostata, la seconda
parte della quale, i 1.260 giorni della cosiddetta Tribolazione, sarà un vero
e proprio inferno. La Tribolazione finirà con l’Apocalisse, quando Cristo,
santi e beati torneranno sulla terra per sconfigge l’Anticristo e il suo
esercito ad Armageddon. Dopo l’Apocalisse verrà il Millennio, un ultimo
conato satanico anch’esso segnato dalla sconfitta, la resurrezione dei
defunti e, ultimo, il Giudizio universale. Tra gli anni Sessanta e Settanta
dell’Ottocento Darby visitò più volte gli Stati Uniti, influenzando in
maniera particolare il movimento evangelico, di cui i premillenaristi erano
una costola.
Secondo Boyer, è stato dietro la lente della profezia biblica,
nell’interpretazione di questo oscuro predicatore inglese, che molti
americani hanno osservano alcuni degli eventi chiave del Novecento. Con la
Rivoluzione d’Ottobre i dispensazionalisti aggiornarono la lettura
millenarista della Bibbia. Per secoli l’Anticristo, che diversi passi nelle
Scritture vogliono proveniente «dal nord», era stato identificato con
l’islamico Impero ottomano. Il collasso ottomano fece degli atei bolscevichi
i nuovi attori dell’imminente dramma biblico. Poi, all’indomani di
Hiroshima e Nagasaki, la fine assunse per la prima volta i contorni
dell’olocausto nucleare, mentre la creazione dello Stato di Israele creava
le premesse per un potenziale conflitto in Terra Santa. L’Unione Sovietica
diventò allora la nazione la cui profetizzata invasione di Israele avrebbe
scatenato l’Apocalisse. Nella Bibbia Ezechiele descrive il potente esercito
di Gog, «principe di Rosh, Mesech e Tubal», che avanza «dalle estreme parti
del nord» e invade Israele, «come una nuvola che ricopre il Paese», prima
di essere distrutto da Dio con «una pioggia scrosciante, pietre di ghiaccio,
fuoco e zolfo».
Nell’era della Guerra Fredda Gog rappresentò la minaccia sovietica. Rosh,
Mesech e Tubal erano la Russia, Mosca e l’antica città siberiana di Tobolsk.
L’immaginifico quadro descritto dal profeta, il presagio del conflitto
termonucleare. Con l’era atomica il dispensazionalismo conquistò nuovi
adepti, grazie anche all’uscita di testi divulgativi come The Atomic Age and
the Word of God, di Wilbur Smith, che nel 1945 vendeva 50 mila copie. La vera
svolta però si consumò solo alla fine degli anni Sessanta, con una pioggia
di romanzi e pubblicazioni ad affollare gli scaffali delle librerie. Con oltre
nove milioni di copie vendute, il bestseller degli anni Settanta in America fu
The Late Great Planet Earth, di Hal Lindsey, una volgarizzazione degli
insegnamenti di Darby aggiornati allo slang New Age (il capitolo sull’Estasi
era significativamente intitolato The Ultimate Trip). Nel mutato clima
culturale che portò Ronald Reagan alla presidenza, la rinascita evangelica
creò un pubblico ricettivo al messaggio della profezia, mentre la nuova
amministrazione repubblicana risvegliava gli incubi della Guerra fredda
rilanciando la corsa agli armamenti. Negli anni in cui ministri evangelici e
predicatori iniziavano a utilizzare sistematicamente radio e tv, personaggi
come Pat Robertson, il patron del Christian Broadcasting Network che nel 1988
si candiderà alla Casa Bianca, pubblicavano libri come The End of Age e The
New Millennium, mentre The Late Great Planet Earth raggiungeva i 28 milioni di
copie vendute.
Dopo la caduta del Muro l’interesse per la profezia sembrò affievolirsi ma
il monito di Ezechiele tornò presto a echeggiare con l’invasione irachena
del Kuwait. Nell’ottobre del 1990 in 25 mila si riunivano a Orange, in
California, per seguire il sermone profetico del predicatore evangelico Greg
Laurie. Alcuni mesi dopo nella chiesa epistolare di Kennebunkport, nel Maine,
dall’altra parte degli Stati Uniti, Billy Graham, un premilenarista attivo
sin dal 1949, paragonava la guerra del Golfo a quelle di Corea e Vietnam,
sostenendo però che la prima era di gran lunga la più sinistra, a causa
delle «immense forze spirituali in azione». E mentre l’attenzione si
concentrava sull’Apocalisse di Giovanni e la distruzione di Babilonia,
uscivano libri come The Rise of Babylon: Sign of the End Times e Blood Moon,
del sempre prolifico Lindsey. E, nel 1995, il primo volume di Left Behind, la
saga dispensazionalista che con oltre 50 milioni di copie vendute è il
fenomeno editoriale degli ultimi anni. L’11 settembre ha realizzato i tetri
presagi dei fortunati volgarizzatori della profezia. La reazione del mondo
evangelico è stata immediata. Due giorni dopo la tragedia, Jerry Falwell,
esponente della destra fondamentalista e fondatore della LaHaye School of
Prophecy, apparve sulla Cbn di Pat Robertson. Falwell scatenò un coro di
critiche definendo l’attacco terroristico «il giudizio di Dio
sull’America per i suoi peccati», tra i cui enumerava la legge
sull’aborto, la separazione tra Stato e Chiesa, l’eccessiva tolleranza nei
confronti degli omosessuali. Ma, al di là dei successi dell’inesauribile
letteratura apocalittica e della diffusione della dottrina dispensazionalista
tra i campioni della destra evangelica, quanti sono i prophecy believers oggi
in America? Boyer valuta che il nocciolo duro, quelli che gremiscono le
conferenze, sollevano il tema nei gruppi di studio e alimentano il mercato
editoriale, conti oggi almeno dieci milioni di fedeli. Ma poi c’è una zona
grigia di credenti e curiosi, che forse non si perdono nei dettagli
dell’escatologia biblica e tuttavia sono convinti che le Scritture
forniscano la traccia per comprendere gli eventi futuri. Una fetta della
popolazione piuttosto ampia, a dare retta ai sondaggi. Secondo un studio
Gallup dello scorso dicembre, oltre la metà degli americani, il 52 per cento,
crede nell’ispirazione divina delle Scritture, mentre un altro 30 per cento
è convinto che la Bibbia sia realmente il verbo del Signore, «da prendersi
letteralmente, parola per parola».
La diffusione della dottrina dispensazionalista si spiega poi con le
dimensioni del movimento evangelico (oltre il 35 per cento dei credenti
americani). La più importante denominazione protestante d’America,
l’evangelica Southern Baptist Convention, che conta oggi circa 16 milioni di
aderenti, è da decenni un bastione delle credenze premillenaristiche. E come
nel caso del movimento evangelico, anche il dispensazionalismo è
interclassista e parte dal basso. Gli stessi divulgatori della profezia
biblica raramente sono teologi in senso stretto. Prima di frequentare il
Dallas Theology Seminar, per poi raggiungere fama e ricchezza con la
pubblicazione di The Late Planet Earth, Lindsey lavorava sui rimorchiatori del
Mississippi. Boyer definisce il dispensazionalismo una «teologia per la gente»,
espressione del crescente scetticismo verso un’attiva partecipazione
politica e le interpretazioni secolarizzate della storia umana, offre una
visione semplificata e armoniosa di complessi e dolorosi aspetti della società
contemporanea: la minaccia nucleare, il rischio ecologico, il terrorismo
internazionale. E il suo carattere intrinsecamente fatalista riflette la
tendenza alla depoliticizzazione che ha investito gli Stati Uniti a partire
dagli anni Settanta.
Ciò non ha tuttavia impedito che investisse la vita politica americana.
Ronald Reagan non nascose mai il suo interesse «filosofico» per la profezia.
Nel 1971 all’indomani del colpo di Stato in Libia (nella Bibbia una delle
nazioni che invade Israele) l’allora governatore della California rilasciò
una dichiarazione in perfetto stile dispensazionalista: «È un segno che il
giorno dell’Apocalisse non è molto lontano, ogni cosa va al suo posto. Non
può essere lontano ormai. Ezechiele dice che fuoco e zolfo pioveranno sui
nemici del popolo di Dio. Significa che verranno distrutti da armi nucleari».
Nel 1983, ormai alla Casa Bianca, confidò a un lobbista israeliano: «Guardo
ai vostri antichi profeti nel Vecchio Testamento e ai segni che predicono
l’Apocalisse, e mi chiedo se non siamo proprio noi la generazione destinata
ad assistervi. Non so se ultimamente ha notato alcune di queste profezie ma,
mi creda, esse descrivono certamente il tempo in cui viviamo». Sulla stessa
lunghezza d’onda anche altri frequentatori della Sala ovale durante gli anni
Ottanta, come il segretario alla Difesa Caspar Weinberger e quello agli
Interni James Watt. Persino il mondo politico israeliano non è stato a
guardare e ha cercato anzi di sfruttare l’appoggio del movimento evangelico,
indefesso sostenitore della politica israeliana sin dal 1948. Dai tempi di Ben
Gurion i leader israeliani hanno mantenuto ottimi rapporti con organizzazioni
quali la National Association of Evangelicals e la National Association of
Religious Broadcaster. Nel 1998 l’allora primo ministro Binjamin Netanyahu
rinverdì la tradizione quando, in visita di Stato negli Stati Uniti, colse
l’occasione per un incontro privato con il solito Falwell.
La forte ispirazione religiosa dell’attuale presidente americano dopo la sua
conversione nel 1986 e la frequentazione con il mondo del fondamentalismo
evangelico sono note. Del resto, non si tratta di una novità. Anche Jimmy
Carter è un «born again Christian», un cristiano rinato. È vero però che
la logica manichea del Bush post-11 settembre ha toccato punte mai viste dai
tempi della Guerra Fredda e dell’Impero del male di reaganiana memoria. In
questo modo il presidente americano pizzica una corda nascosta ma molto
sensibile nell’immaginario dei suoi concittadini. Eppure, non si tratta
semplicemente di messaggi in codice volutamente indirizzati alla destra
religiosa. A suggerirlo è lo stesso Boyer, che cita a questo proposito
Michael Gerson, la mano dietro ai discorsi del presidente. Gerson, laureatosi
al Wheaton College di Chicago, manco a dirlo, un centro di studi evangelici,
ha spiegato candidamente: «Non è un codice, è la nostra cultura». Una
cultura, un linguaggio metaforico, un abbraccio rassicurante di fronte alle
sfide della superpotenza americana vissute con un senso quasi mistico della
propria superiorità morale. Anche di ciò si nutre l’unilateralismo di Bush
che, al di là dei pericoli insiti nell’attuale disordine geopolitico e dei
reali interessi in campo, ha contribuito a esasperare i toni del dialogo tra
sostenitori e oppositori della guerra al regime di Baghdad. L’insolita
prospettiva scelta da Boyer guarda a un aspetto di questa grammatica ma ne
illumina le sfuggenti implicazioni politiche.
Castigo
e giudizio di Dio
La
Stampa, 28 settembre 2001
I
movimenti neo-fondamentalisti negli Stati Uniti
Sono quattro le formazioni che il neo-fondamentalismo ha visto formarsi negli
Stati Uniti dal 1979 a oggi: la Moral Majority, la Christian Voice, la
Religious Roundtable e la National Christian Action Coalition.
La prima è la più consistente: nata nel 1979, la Moral Majority si riconosce
nel leader Jerry Falwell ed è diffusa in cinquanta Stati (la forza maggiore
viene fatta registrare in California e in Alabama), con circa mezzo milione di
affiliati, dei quali settantamila sono pastori di varie chiese protestanti.
La predicazione via etere del leader Falwell è assicurata da una rete di 400
stazioni televisive sparse in tutto il territorio statunitense; il programma
più seguito è quello domenicale (l'Old Time Gospel Hour) con una
media di quindici milioni di telespettatori ogni domenica. Nelle elezioni
presidenziali del 1980 la Moral Majority appoggiò apertamente Ronald Reagan.
La Christian Voice nasce anch' essa nel 1979 in California per impulso di due
pastori battisti, Robert Grant e Richard Zone, e conta circa duecentomila
affiliati, 37.000 dei quali sono pastori.
La
Religious Roundtable, a sua volta, si costituisce negli stessi anni (1979-80)
per volontà di un gruppo di credenti (circa centomila persone) di varie
denominazioni che si raduna attorno ad un pastore, Edward McAteer. Il suo
centro di maggiore diffusione è il Texas, in particolare la città di
Dallas.
Infine l'ultima aggregazione, la National Christian Action, guidata da
Williams Billings, formatasi anch'essa nel 1979, si è specializzata nella
promozione e nella difesa degli interessi delle scuole private confessionali
per le quali il movimento si batte per ottenere il finanziamento pubblico da
parte dello stato; per raggiungere tale obiettivo esso ha preso parte attiva
alla prima e seconda campagna elettorale a favore di Ronald Reagan.
Tutti e quattro questi movimenti organizzati costituiscono la punta
emergente di un pubblico certamente più vasto della minoranza di militanti
che troviamo affiliati nei gruppi neo-fondamentalisti. Alludiamo a tutte
quelle persone che seguono soprattutto via etere, alla radio e alla
televisione, predicatori evangelici i quali, pur facendo riferimento ideale ai
movimenti che abbiamo descritto, «giocano in proprio», hanno in più, oltre
ai loro militanti, un proprio pubblico di seguaci televisivi, si
autofinanziano con le offerte che essi inviano, insomma agiscono come
battitori liberi in un mercato di beni religiosi ben orientato sui temi
tipici del fondamentalismo religioso.
Secondo recenti indagini su un potenziale bacino di attenzione formato da
circa 39 milioni di persone che si dichiarano di idee religiosamente
conservatrici (pari a circa il 22 % della popolazione totale statunitense),
solo una piccola parte di essi milita attivamente (si calcola non più del 7%)
nei movimenti suddetti (il numero maggiore di attivisti è concentrato
rispettivamente nella Christian Coalition e nella Moral Majority). Ricerche
condotte a livello locale mostrano dati alquanto difformi. Ad esempio in una
indagine compiuta nella così detta Metroplex (cioè 1'area metropolitana
di Dallas in Texas, che conta circa 4.000.000 di abitanti) su un campione in
verità non elevato di soggetti (711 per l'esattezza) l'adesione esplicita
alla Moral Majority tocca il 16%. Tenendo conto che !'indagine è stata
condotta nel cuore della così detta Cintura della Bibbia (Bible Belt) e
nel quartiere
generale della massima organizzazione delle chiese battiste il dato è
certamente consistente, ma non così elevato come ci si poteva attendere.
Sempre da questa ricerca risultava, inoltre, che i maggiori sostenitori
della Moral Majority si trovavano innanzi tutto fra i battisti, i
pentecostali, gli avventisti e i membri della chiesa del Nazareno, seguiti dai
protestanti conservatori (membri della chiesa di Cristo e luterani). In misura
minore fra gli episcopaliani, i metodisti e i presbiteriani.
Una conferma della non forte capacità di mobilitazione politica di questi
movimenti la si è avuta, quando uno dei leader più noti e discussi del
neo-fondamentalismo protestante, Pat Robertson, si è candidato alla Casa Bianca nelle presidenziali del 1988,
raccogliendo uno striminzito 4 % di voti.
A parte queste considerazioni statistiche sui militanti effettivi,
1'attenzione degli studiosi si è esercitata anche nella valutazione su quante
siano le persone che approssimativamente nella mobilitazione invisibile, via
etere, vengono raggiunte e coinvolte. .
Se esaminiamo i livelli di ascolto dei principali programmi dei predicatori
televangelici, le cifre sono relativamente più elevate rispetto ai militanti
effettivi dei movimenti, anche se esse vanno assunte con cautela, dal momento
che si tratta pur sempre di un rapporto non facile da verificare fra chi vede
la televisione e i contenuti che il telepredicatore propone. Se prendiamo in
visione alcune ricerche più significative condotte sull' argomento, troviamo
dati non concordanti: si passa così dai 20 milioni di telespettatori che
gravitano attorno a 66 programmi emessi da un network di predicatori
fondamentalisti che fa capo a Jerry Falwell, ai 70 milioni della catena
televisiva e delle stazioni radio che trasmettono incessantemente programmi
religiosi del leader neo-fondamentalista Pat Robertson. In questo secondo caso la ricerca è stata condotta, prendendo
come unità di analisi le fasce orarie a più alta ftequentazione da parte dei
telespettatori e facendo la media di ascolto lungo rispettivamente una settimana e un mese. Si è ottenuta così un' audience di 12 milioni di spettatori
alla settimana e di 29 milioni al mese.
In un' altra ricerca si è allargato il campo di analisi dalla rete
controllata da Robertson alle dieci reti televisive più diffuse uniformemente su tutto il territorio statunitense che presentano
programmi religiosi nei quali compaiono predicatori fondamentalisti; le
cifre in questo caso salgono rispettivamente a 27 milioni per settimana e a
68 milioni al mese. Un sociologo americano, Thomas Gannon, partendo dal dato
che la così detta chiesa «elettronica» oggi negli Stati Uniti può contare
su 36 stazioni televisive, 1.300 stazioni radio, più una dozzina di programmi
religiosi ispirati alle idee e allo stile della predicazione fondamentalista
inseriti nelle principali televisioni commerciali, arriva ad ipotizzare una
cifra di circa cento milioni di seguaci a settimana.
Al di là di queste differenze quantitative, in ogni caso si tratta di un fenomeno ampio e rilevante dal punto di
vista sociale e
politico. Il neo-fondamentalismo evangelico, infatti, costituisce la base
religiosa di movimenti di opinione come la Moral Majority o, con un altro
termine di analogo significato, la New Christian Right, la Nuova Destra
Cristiana. Queste due sigle individuano nel contesto statunitense ormai una
lobby religiosa e politica guidata da moderni liberi imprenditori religiosi.
Imprenditori che hanno compreso la possibilità di mobilitare la gente per
idee e finalità immediatamente religiose, ma con un riflesso immediato nella
sfera pubblica.
Il successo della Moral Majority, ad esempio, è chiara- mente legato ad una
serie di fattori propri del mercato politico contemporaneo: l'accesso a
cospicui mezzi finanziari per alimentare costose campagne di
sensibilizzazione, l'uso adeguato dei mezzi di comunicazione di massa,
l'esistenza di persone capaci di guidare «professionalmente» un movimento
sociale via etere, l'esistenza, infine, di una rete di gruppi fondamentalisti
che inizialmente forniscono le prime aggregazioni di base del movimento allo
stato nascente.
Numerose indagini fatte fra il 1979 e il 1981 sottolineano come il fatto
nuovo nel panorama religioso americano non sia tanto rappresentato dalla
ricomparsa in termini di visibilità del filone fondamentalista, quanto
piuttosto dalla con- notazione politica che esso assume nella odierna società.
In altre parole ciò che occorre capire non è tanto il contenuto religioso
del modo di agire dei fondamentalisti; tutto ciò è in gran parte noto, perché
rientra nella tradizione del protestantesimo conservatore. Il punto
fondamentale è un altro.
Si
tratta, infatti, di comprendere perché il fondamentalismo si sia così
politicizzato, affrontando direttamente temi e linguaggi della politica, al
contrario di quanto non avvenisse in passato, nel fondamentalismo classico,
storico, per intenderci. Ecco perché, tra l'altro, si usa il termine di
neo-fondamentalismo.
Se riandiamo, ad esempio, alle vicende della Moral Majority, noi troviamo che
l'impulso alla creazione di questo movimento proviene da un lato da tre uomini
politici conservatori (Richard Viguerie, Paul Weyrich e Howard Phillips) e,
dall' altro, da un predicatore televisivo, Jerry Falwell. Il ruolo di Jerry Falwell è stato per molti aspetti decisivo, nel
senso che egli ha potuto portare in dote per così dire al movimento allo
stato nascente tutta la sua esperienza di inventore di una chiesa battista
fondamentalista, che vede gli albori in Virginia già nel lontano 1964. Dieci
anni dopo Falwell aveva già visto crescere i membri della Silll chiesa da
mille a diciottomila, e soprattutto egli aveva saputo creare una rete di
associazioni e di iniziative pubbliche non di poco conto: nel 1976 un college
con 1.500 studenti (il Liberty Baptist College che poi ribattezzerà in
Liberty University), nel 1980 un consultorio familiare, una casa per
accogliere donne recuperate all'idea di voler abortire, un'intera isola
attrezzata per i campi estivi dei ragazzi e delle ragazze e poi, a partire dal
1977, l'imponente rete di 390 canali televisivi e di 600 stazioni radio da lui
controllate (con un giro di affari calcolato attorno ai 60 milioni di dollari
all'anno). In tutte queste iniziative Falwell aveva trovato imprenditori che
si erano mostrati molto sensibili all'idea della restaurazione dei valori
cristiani nella società americana e che ben volentieri avevano finanziato
queste iniziative. Si era creato in altri termini un circolo virtuoso fra
religione e mondo degli affari e dell'economia che aveva convinto Falwell
della giustezza del metodo che aveva scelto: una predicazione religiosa moderna fatta con mezzi moderni per riproporre valori antichi cari al mondo
conservatore americano, il quale nel frattempo aveva cambiato pelle. Non era
più disposto a tenersi in disparte dalla vita politica, desiderava trovare
qualcuno capace di controbattere i valori del radicalismo e del rivoluzionarismo marxista che aveva infettato, per così dire, dai campus universitari
tutte le pieghe della società, ribaltando gerarchie
sociali stabili e indubitabili (come quella relativa al ruolo subordinato
della donna).
Quando nel 1979 si costituisce la Moral Majority l'intento programmatico dei
suoi fondatori è duplice. Promuovere una nuova sensibilità politica per
argomenti di carattere religioso e morale e reclutare pastori di diverse
congregazioni che attivamente e capillarmente mobilitassero la gente su questi
temi. La combinazione di queste due azioni portarono i leader del movimento a
organizzare sistemi di sostegno a candidati politici che si fossero o distinti
in difesa di valori e temi propri della Moral Majority o si fossero impegnati
a portare avanti nelle sedi politiche leggi che tutelassero questo o
quell'obiettivo caro al movimento (come ad esempio il finanziamento delle
scuole private confessionali o una legislazione restrittiva antiabortista).
In un depliant propagandistico del 1982 la Moral Majority così presentava se
stessa:
La
Moral Majority Inc. è costituita da molti milioni di Americani, compresi
pastori, preti e rabbini, i quali sono profondamente preoccupati del declino
morale della nostra nazione e sono stanchi del modo con cui molti esponenti
amorali del secolarismo umanista e molti liberali stanno distruggendo le
migliori tradizioni della nazione e i valori della famiglia,
Questa pretesa da parte della Moral Majority di raccogliere da un lato le
forze vive del fondamentalismo e dall'altro di rappresentare tutte le forme
di conservatorismo religioso presenti nelle diverse confessioni, da quella
protestante a quella cattolica ed ebrea, sembra entro certi limiti fondata.
Almeno per la fase espansiva del movimento. Se prendiamo, ad esempio, un
indicatore che assieme ad altri serve a misurare 1'appartenenza all' area del
movimento in questione e cioè l'atteggiamento nei confronti dei comportamenti
ritenuti immorali e che si riferiscono alla sfera sessuale noi vediamo che
la censura nei confronti di questi è concentrata non solo fra i
fondamentalisti evangelici, ma anche fra i cattolici e gli ebrei.
Cristo non è venuto per
portarci una vita senza
conflitti
Joseph Tkach
Tratto dalla Worldwide News inglese dell' 8 dicembre 1998
A molti cristiani è stato insegnato che a loro è stato garantito una
via per evitare le prove. Ci si riferisce alla promessa biblica che Dio
interverrà per coloro che hanno fede nel suo Figlio.
Dobbiamo però capire che Dio non ha soltanto promesso di aiutarci
durante le nostre prove, ci ha pure promesso le prove! Cristo non è
venuto per portarci una vita senza conflitti. Al contrario, ci ha
avvertito che avremmo dovuto sostenere delle lotte, a causa sua,
nell'interno delle nostre famiglie (Matteo 10:34-36), che avremmo avuto
delle prove (Giovanni 16:33) e che saremmo stati perseguitati (Giovanni
15:20).
Entriamo nel Regno attraverso molte prove (Atti 14:22) e ogni cristiano
soffrirà persecuzioni (2 Timoteo 3:12). Non dovremmo considerarlo una
cosa strana quando le prove ci affliggono (1 Pietro 4:12).
Ciononostante, le Scritture ci dicono pure che, se chiediamo qualunque
cosa nel nome di Gesù, allora lui lo farà per noi (Giovanni 14:12-14).
Allora, ragionano alcuni cristiani, possiamo chiedere una vita senza
tribolazioni e se abbiamo abbastanza fede, allora Gesù sicuramente farà
in modo che non avremmo mai problemi.
Giovanni 14:12-14 ci dice che possiamo avere ogni cosa se la chiediamo.
Possiamo prendere questo come promessa per qualsiasi cosa che
desideriamo? No, in un versetto come questo ci sono dei requisiti
inespressi, che comunque sono spiegati in altre parti della Scrittura.
Prendete in considerazione per un momento quanto segue: alcuni cristiani
hanno pregato con fervore e con molta fede per Pat Robertson che
diventasse presidente degli U.S.A. Altri hanno pregato, nel nome di
Gesù,
per George Bush e altri ancora per Bill Clinton.
Il requisito non espresso è che Dio risponde soltanto conformemente
alla sua volontà (1 Giovanni 5:14). Dio non risponderà a preghiere che
trasgrediscono la sua suprema volontà. Spesso lui agisce per motivi che
noi non possiamo sapere. Non conosciamo la sua volontà in modo perfetto
ed è senz'altro possibile per noi di credere qualche cosa che non è
vero.
La nostra fede non rappresenta nessuna garanzia che le risposte, che noi
cerchiamo nelle nostre preghiere, arriveranno, visto che la nostra fede
può essere basata su un presupposto sbagliato. Devo ancora sentire che
qualcuno mi racconti di una montagna la quale si è letteralmente
spostata per finire in mare.
Alcuni cristiani credono che Dio allontanerà Bill Clinton dal suo
posto; altri credono che non lo farà. Alcuni pregano per un esito,
altri per un altro, ma entrambi non possono avverarsi.
Potremmo pregare Dio di darci un milione di dollari, ed infatti molti
cristiani lo hanno fatto, ma non ricevere niente, non importa quanto
cose abbiamo comprato "per fede", fiduciosi che Dio poi
avrebbe provveduto.
Possiamo avere una grande fiducia in Gesù Cristo, la certezza che lui
ci salva, senza però credere che lui sia un genio esecutore di tutte le
richieste fatte nel suo nome, soltanto perché usiamo le parole giuste e
perché lo crediamo.
Molti cristiani hanno fermamente creduto che Dio avrebbe guarito un loro
caro. Hanno pregato in fede. Alcuni prestavano fede al fatto che avevano
ricevuto conferme da altri credenti o tramite altri miracoli avvenuti.
Perciò erano onestamente sorpresi, anche confusi, quando la persona
cara moriva.
Quello che loro credevano con tanta certezza si è rivelato non vero. La
loro fede non ha potuto guarire la persona, solo Dio avrebbe potuto
guarire e lui ha scelto di non farlo, malgrado le loro preghiere, la
loro fede, l'amore e le promesse di Dio.
Quando avvengono delusioni come questa, inizia una nuova prova. Se la
fede nella guarigione si rivela uno sbaglio, cosa succede con la fede in
Cristo? Era pure quello un errore? Questo è uno dei pericoli
dell'insegnamento del movimento della "parola della fede", il
quale lega la fede nel nostro Salvatore a promesse specifiche.
Ha Gesù promesso di guarire tutte le malattie? Egli non ha guarito
Epafròdio, comunque non così istantaneamente come altri lo
desideravano (Filippesi 2:27). Persino durante il suo ministero terreno,
Gesù non guarì tutti quanti (Giovanni 5:3-9).
Gesù non soffrì per noi, pagando la penalità per tutti i peccati? Non
significa questo che non esiste nessuna ragione di sofferenza per noi?
C'è qualcuno che asserisce questo, ma dobbiamo confrontare questo modo
di ragionare con un altro fatto: Gesù morì per noi. Significa questo
che noi non moriremo mai? La penalità per i peccati è stata pagata
completamente, perciò la nostra morte non è richiesta. Abbiamo già la
vita eterna (Giovanni 5:24; 11:26). Ma i fatti ci dicono che ogni
cristiano muore. C'è qualche cosa che non va con questo ragionamento.
Non beneficiamo ancora di tutto quello che Gesù ha compiuto per noi.
Verrà il tempo quando saremo risuscitati incorruttibili. Verrà il
tempo quando non sentiremo più nessun dolore. Verrà il tempo quando
riceveremo il pieno beneficio della redenzione di Gesù. Ma questo tempo
non è ancora arrivato. Ora partecipiamo alle sofferenze di Gesù (1
Pietro 2:20-21).
Gesù ci ha promesso persecuzioni, non esenzione da dolori e da
preoccupazioni. Quando Paolo fu flagellato, lapidato e imprigionato,
sentiva dolori, anche se Gesù aveva pagato la penalità per tutti i
peccati. Paolo aveva una grande fede, ma subiva anche molte sofferenze
(2 Corinzi 1:5; Filippesi 3:10; 4:12).
Malgrado Gesù ha espiato tutti i peccati, i cristiani soffrono tuttora
nonostante la loro fede e qualche volta a causa della loro fede.
Soffriamo a causa di persecuzioni e soffriamo pene casuali perché
viviamo in un mondo nel quale il peccato è una cosa comune. I peccati
causano sofferenza a persone innocenti e qualche volta siamo noi quelle
persone che sono ferite innocentemente.
Il risultato, alcune volte, è una morte prematura, altre volte una
morte lenta e piena di sofferenze. Possiamo soffrire un danno fisico per
un incendio, per botte, per un incidente automobilistico oppure per
fibre d'amianto.
La nostra salute può soffrire a causa del freddo, del fumo di un fuoco
oppure di sostanze chimiche nel nostro cibo. Possiamo soffrire a causa
d'animali selvaggi, grandi o piccoli, o persino di microrganismi. Dio
non ha promesso di proteggere tutto il suo popolo da tutti i problemi
possibili.
È sempre la volontà di Dio guarire chi ha fede in Cristo? Quello che
risalta dalla Bibbia è che qualche volta lo è e qualche volta no.
Stefano fu ucciso, Giacomo fu ucciso. Alla fine tutti i primi cristiani
morirono di qualche cosa. Ma quante volte Dio li ha salvati da vari
pericoli, prima che alla fine morissero? Probabilmente molte volte.
Non vi siete mai meravigliati di predicatori che pretendono di poter
guarire tutte le infermità mentre loro stessi portano occhiali? Non
esiste nessuna ragione in base alla quale le promesse bibliche possano
essere applicate ad un tipo di malattia, ma non ad un altro.
Alcune volte, le Scritture citate per sostenere una promessa di
guarigione universale, non fanno eccezioni per la vista, età, incidenti
e qualsiasi altro disturbo. Ma sia la Scrittura che l'esperienza ci
dicono che questi versetti non sono da intendere come garanzia assoluta.
Sì, alcuni sono stati guariti e qualche volta in modo drammatico.
Questi sono esempi di favore, grazia e misericordia speciali. Ma non
dovremmo prendere questi esempi di eccezionale grazia e creare delle
promesse universali.
In più, non dovremmo assolutamente ritenere che persone che non sono
state guarite, non abbiano fede. Qualche volta la loro fede è visibile
proprio tramite la loro sofferenza, esse rimangono fiduciosi che Dio farà
quello che è meglio per loro.
Se vivono o se muoiono, se vivono in ricchezze o povertà, loro
confidano in Dio. Non c'è nulla di sbagliato nella loro fede. Quello
che è sbagliato è quell'insegnamento che implica che, in qualche modo,
loro non fanno abbastanza.
Bene, visto che Dio ci ha promesso delle prove e ci ha anche promesso di
aiutarci ad attraversarle, per quale motivo ci sono date? Perché Dio
permette qualsiasi male?
Non lo sappiamo pienamente, ma sappiamo che Dio permette il male e Gesù
stesso era disposto a sopportarlo e lo sopporta tuttora pazientemente.
Le Scritture ci indicano alcuni benefici delle prove: "L'afflizione
produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza"
(Romani 5:3-4).
"È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recar
gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di
giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa"
(Ebrei 12:11).
"Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario
che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che
viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell'oro che perisce, e
tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di
onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo" (1 Pietro
1:6-7).
In breve, attraverso la sofferenza impariamo cose che non possono essere
acquisite tramite lo studio. La sofferenza ci forma in un modo che non
può essere descritto facilmente con parole. Persino Gesù imparò
tramite le sofferenze ed anche a noi viene chiesto di prendere la nostra
croce e di soffrire con lui.
Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se
veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui
(Romani 8:17).
Le prove non sono piacevoli, ma veniamo confortati dal fatto che
riconosciamo che Dio è all'opera nella nostra vita e lui è in grado di
produrre del bene da tutte le cose.
Lui possiede la saggezza e la compassione per operare nelle nostre vite
per il suo scopo glorioso. Non sempre comprendiamo quali lezioni
speciali dobbiamo imparare da una prova particolare, ma la lezione
basilare è sempre quella di confidare in Dio.
Spesso, una prova di fede è proprio una prova di fede. Durante le prove
dobbiamo confidare in Dio nonostante le circostanze fisiche e,
confidando in Dio, cresciamo nel rapporto di fede con lui.
Questo ha un'infinita importanza, visto che in Cristo siamo tutto ciò
che possiamo essere e, senza di lui, non siamo nulla.
Una fede non provata può essere debole. Chiunque può perseverare
quando le cose vanno bene. Una fede provata è più forte e il legame
fra Dio e noi diventa più intenso.
Dio vuole un rapporto personale con i suoi figli, un rapporto
caratterizzato da fede, fiducia e amore. Questo vincolo di fede può
essere rinforzato dalle nostre prove. Le prove c'insegnano di confidare
in Dio per tutte le nostre necessità. Sia che la nostra prova riguardi
la salute, le finanze o i rapporti umani, oppure un problema nella
chiesa, dobbiamo guardare a Cristo.
Amici, vi ringrazio di nuovo per la vostra perseveranza, la vostra
opera, la vostra pazienza e la vostra fede. Vi chiedo di continuare a
pregare l'uno per l'altro e per noi, in modo che l'opera di Dio possa
essere fatta sempre più efficacemente nelle nostre vite e nella nostra
chiesa.
http://www.fedevangelica.it/glam/docglam/61/glam61.rtf
LA TEOLOGIA
IMPERIALE DI
GEORGE W. BUSH
Bush aggiunge Dio
Citazioni indebite
Il problema del male
Una via migliore
Corriere della Sera 22 settembre 2001
«Amati o odiati, noi
resteremo
newyorchesi»
Con una frustata su una ferita aperta, Jerry Falwell ha dato voce a un
brutto pezzo d’America. Un pezzo nascosto in questi giorni d’orrore
e lutto collettivo, ma non tanto piccolo, visto che il reverendo
fondamentalista della Virginia raccoglie ogni anno miliardi (il picco, a
metà anni Ottanta, fu di tredici milioni di dollari) per le sue
fondazioni e i suoi ministri nella Bible Belt , la Cintura della Bibbia,
dai portafogli di quegli Stati conservatori per i quali New York è la
Città del Peccato, la riedificazione di Sodoma e di Gomorra. Due giorni
dopo la strage delle Torri gemelle, durante lo show The 700 club
condotto da un altro telepredicatore, Pat Robertson, Falwell ha detto
che «probabilmente Dio ha dato all’America ciò che si merita», e
quindi ha chiarito di quale America parlasse: New York. «Dio è furioso
con questa gente: pagani, abortisti, femministe, gay, lesbiche, che
inseguono uno stile di vita alternativo, con gli attivisti dell’Aclu,
l’associazione per le libertà civili. Contro tutti coloro che cercano
di secolarizzare la nazione. Io punto il dito sulla loro faccia, e dico:
"Avete contribuito a ciò che è accaduto"».
Non è affatto solo, il reverendo, anche se poi ha cercato goffamente di
smorzare i toni («la mia scelta di tempo è stata infelice»). Pat
Robertson, l’altro apostolo oltranzista che lo ospitava in tv, e che
con le sue prediche si è comprato una compagnia aerea e alcune miniere
di diamanti nello Zaire, annuiva con vigore durante lo show: «Sì,
Jerry, anch’io la penso così». E questa in fondo è, con parole più
rozze, pure l’America di John Rocker, il lanciatore degli Atlanta
Braves sospeso dalla federazione di baseball (ma idolatrato dai
tagliaboschi del Midwest) quando dichiarò che sulla linea 7 (chissà
perché non la 9 o la 1) della metropolitana di New York
s’incontravano soltanto « faggots , finocchi, e neri e stranieri».
Beth si ravvia i bei capelli grigi: «Noi newyorkesi non abbiamo paura
di restare isolati dal resto del Paese. Però, sì, gente così ci
spaventa un po’. Soprattutto perché non sa. Non sa che, diversi come
siamo, ci siamo uniti tutti attorno a un figlio di immigrati, un
conservatore, Rudy Giuliani. Un mese fa, se avessero chiesto agli
artisti del Lincoln Theatre un’opinione sul sindaco, non uno sarebbe
stato con lui. Ora la New York Opera farà una performance di
beneficenza in suo onore, l’8 ottobre. Ma è difficile da capire per
qualcuno, vero?».
Prima d’ogni altro il New York Times aveva fiutato il vento
dell’America profonda. E già il 17 settembre era uscito con un
editoriale, «Siamo otto milioni di sopravvissuti in cerca d’affetto»,
in cui paventava che, esaurita la prima ondata emotiva, il resto del
Paese considerasse le conseguenze dell’attacco alle Torri come un
problema esclusivo di New York: Falwell era citato come esempio estremo
d’un sentimento diffuso. Giovedì scorso, con un secondo editoriale,
il più grande giornale della città ha ripreso a battere: «Il nostro
quotidiano tributo alla diversità non piace a molti - ha scritto Joyce
Purnick -. Noi newyorkesi non ci amiamo l’un l’altro, ma ci
tolleriamo... Noi saremo ancora quello che siamo. Il Paese se la prenderà
ancora con noi. Jerry Falwell ci condannerà di nuovo. John Rocker potrà
insultarci ancora. Prima sarà, meglio sarà».
C’è orgoglio e disperazione in tutto questo. Perché New York sa di
stare già pagando un prezzo, di avere già perso qualcosa della sua
identità. Lo prova l’agonia dei suoi teatri, a Broadway, dove cinque
show sono già stati cancellati e cento attori hanno già perso il
lavoro. Lo prova il tono dimesso del suo popolo, riunito nel santuario
collettivo di Union Square tra fiori e candele: punk, vecchi liberal e
nuovi radicali, ragazzi in skateboard , infermiere, professori e
impiegati, tutti assieme con le loro mille teste diverse ma unite in un
unico bisogno di catarsi.
Mark Crispin Miller, professore di Comunicazioni all’Università di
New York, spiega come il senso critico e le ribellioni metropolitane non
potranno che spegnersi nei prossimi mesi: «Quell’atteggiamento di
ironia, superiorità e rivolta fino alla morte, direi la firma di
un’era per la città, diventa offensivo quando sei in trincea». E così
la moda sarà forse meno trasgressiva, domani, come la pubblicità, come
l’arte.
Sì, New York sa che una parte di sé è morta, ma non ha nessuna voglia
di ascoltare in tv un profeta invasato. Soho resta una frontiera
psicologica, e non solo perché è il primo quartiere a ridosso delle
macerie. Come Tribeca, ha celebrato l’orgogliosa diversità di New
York negli anni Novanta, l’irregolarità e l’invenzione. Mark Balet
ha la sua agenzia proprio sotto Houston. E’ stato direttore creativo
di Interview , la rivista di Andy Warhol. Dice che «quelli come Falwell
sono talebani, sono tanti Bin Laden». Prende fiato: «Tra l’altro,
New York non è più peccatrice di tante altre capitali, non più di
Roma, dove sono vissuto. Allora, quale sarà la prossima? Roma?».
Non siamo soli, non lasciateci soli: tra le righe il messaggio sembra
questo. Anche nell’ironia che, nonostante le previsioni del professor
Miller, non è ancora morta del tutto. Al Fanelli’s Bar di Mercer
Street, Janet Ring scende dal suo studio per mangiare un panino: «Mi fa
ridere quello che dice Falwell. Non mi pare che ci fosse Dio ai comandi
degli aerei dirottati». Non siamo soli, non lasciateci soli. Ruben
Toledo è un disegnatore di origine cubana, conteso dalle riviste di
mezzo mondo. Riesce anche lui a sorridere: «Noi staremo sempre dalla
parte della tolleranza e della diversità. E’ questa unicità che
definisce un newyorkese. E, mi dispiace per lui, ma Jerry Falwell è
arrivato troppo tardi. Sì, perché una nuova generazione di noi s’è
già sparsa per tutti gli Stati Uniti. Guardatevi attorno: i ragazzi di
domani saranno tutti newyorkesi, nell’idea che avranno della vita».