FISICA/MENTE

           

http://www.contropiano.org/UltimoNumero/Inserto%20anno10-n3%20pag1.htm 

Ideologie fondamentaliste per i signori della guerra
"Prega Dio e passami le munizioni"

 

Dietro gli interessi materiali che spingono alla guerra, sta emergendo la stretta connessione tra le esigenze di supremazia mondiale degli Stati Uniti e i gruppi fondamentalisti religiosi americani. Si é così creato il terreno comune con le lobbies sioniste che sostengono l'ambizione alla "Grande Israele" e la cacciata dei palestinesi. E' una visione messianica della guerra e del dominio che intende arrestare la crisi morale e il declino degli USA per offrire una sovrastruttura adeguata all'imperialismo del XXI Secolo.

         Questa estate, durante uno dei tanti dibattiti sulla guerra, ci é stato posto il problema se la lettura economica della guerra preventiva che l'amministrazione Bush ha scatenato in questi mesi, fosse sufficiente a spiegare nel suo complesso l'escalation che sta portando al più pesante, esteso e pericoloso conflitto di questo inizio di secolo.
In questi mesi abbiamo cercato di offrire al dibattito e alla mobilitazione diversi contributi tesi ad inquadrare i processi strutturali che storicamente ed attualmente stanno avvitando la crisi dell'imperialismo dentro la spirale della guerra. (1)
Ma la questione postaci ha un suo fondamento. Nessuna guerra é stata condotta solo per cause economiche e comunque non ha mai tratto la sua "legittimità" solo dalla crisi di un sistema economico. Se pensiamo alle guerre coloniali, in esse é sempre stata forte - dentro l'intellettualità che sosteneva le avventure belliche - l'idea che si trattasse di missioni civilizzatrici. Il Toqueville esaltato dai cantori del liberalismo si è rivelato un assatanato sostenitore delle guerre coloniali ed anche i moderni consiglieri di Blair, come l'ormai noto mr. Cooper, sostengono ormai apertamente il carattere positivo dell'imposizione del neocolonialismo nei paesi dove "non c'é la nostra democrazia".
Nel precedente numero di Contropiano, avanzavamo una radiografia dei nuovi "signori della guerra", individuando nell'asse Stati Uniti-Gran Bretagna-Israele il pericolo principale ed il "nemico dell'umanità" di questa epoca che si é andata aprendo.
Sollecitati da alcuni lettori e da alcuni saggi comparsi in varie pubblicazioni, siamo allora andati a scavare in quella che potremmo definire la "sovrastuttura ideologica" della guerra infinita.
Una prima chiave di lettura pertinente è quella offerta da Mauro Casadio sul "destino manifesto" di cui Stati Uniti e Israele si sentono depositari. Sia nell'omonima pubblicazione curata dal Forum Palestina che nell'introduzione del meeting internazionale di Luglio sulla solidarietà con la resistenza palestinese, Casadio ha insistito sul carattere quasi "religioso" che l'establishment statunitense e israeliano assegna al proprio ruolo dominante sul piano mondiale e regionale. E' qualcosa di più della "guerra di civiltà" teorizzata da un conservatore come Samuel Huntington. E' la pretesa di dover dominare le sorti del mondo sulla base di un destino quasi messianico.
Questo aspetto, non solo non é un dettaglio ma é una finestra che spalanca numerose chiavi di lettura e conseguenze pratiche.

Fondamentalismi convergenti

Già nel 1998, due studiosi - Phyllis Bennin e Jaled Mansur - cominciarono ad indagare sugli stretti legami tra la business unit che ruota intorno alla "Bush corporation" e le potentissime sette cristiane fondamentaliste negli Stati Uniti e tra questi e le lobbies sioniste negli USA (2).
L'alleanza tra l'estrema destra americana e le lobbies sioniste ha cessato da tempo di essere una anomalia.
Nel 1977, sui principali giornali e riviste americane, cominciarono ad apparire annunci a tutta pagina che dichiaravano l'appoggio delle organizzazioni "cristiane" ad Israele. Ma la rottura degli indugi fu la dichiarazione di appoggio del noto reverendo cristiano-fondamentalista Falwell (il creatore della Moral Majority) al bombardamento israeliano dell'81 contro il reattore nucleare irakeno. A seguito di questa apertura di credito, il premier israeliano Begin in visita negli USA decorò il reverendo Falwell con la "medaglia Jabotinski" (uno dei padri del sionismo) .
Iniziava così una connessione che ha consentito ai governi israeliani nei decenni successivi una base di consenso e di influenza negli USA che é andata ben oltre quella esclusiva della lobby sionista. Ma come spiegarsi questa connessione visto che - secondo il senso comune - cristiani ed ebrei sarebbero stati divisi da un fossato incolmabile per l'accusa di "deicidio"? Ci sono almeno due ragioni: una é pratica ed é la comune avversità verso la Chiesa Cattolica. Le sette cristiane fondamentaliste americane sono da secoli in violenta rotta di collisione con il Vaticano sia come eredità della riforma protestante e delle guerre di religione in Europa, sia per la asprissima competizione sulle risorse economiche che derivano dal "pascolare le anime".
La seconda ragione, spiegano ancora Bennis e Mansur é che ideologicamente i protestanti fondamentalisti hanno sempre considerato l'aspirazione biblica della seconda venuta di Cristo come un evento annunciato dal ritorno degli ebrei in Terra Santa e dalla nascita di una "entità ebrea" preparata a ricevere il Messia (e questo si rivela essere lo Stato di Israele).
L'elezione di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, fu dovuta soprattutto al fatto che i fondamentalisti cristiani - organizzati dalla Moral Majority del reverendo Falwell e dalla Christian Voice - si iscrissero in massa nei registri elettorali e risultarono decisivi per sconfiggere Jimmy Carter. Si calcola che oggi negli Stati Uniti ci siano circa 61 milioni di "devoti" alle varie sette cristiane fondamentaliste. E' un serbatoio sociale ed elettorale dal quale il Partito Repubblicano attinge buona parte dei suoi consensi.
L'alleanza tra questo settore e il Comitato Americano-Israeliano per gli Affari Pubblici (AIPAC) ha fatto sì che le campagne elettorali degli esponenti della destra americana filo-israeliana, ricevessero fondi e finanziamenti dagli ambienti e dalle lobby sioniste negli USA. Ma tale alleanza - soprattutto con la fine della Guerra Fredda - ha provocato anche reazioni negli ambienti "liberal" degli ebrei americani. Il Presidente del Congresso Ebraico Americano, Robert Zimmerman già nei primi anni Novanta aveva suonato l'allarme rispetto alla minaccia per le libertà civili rappresentata dal programma dei fondamentalisti cristiani. Al contrario, un altro influente ebreo americano, il direttore della famigerata Lega Anti-Diffamazione, Nathan Permutter si diceva entusiasta di questa alleanza in nome del realismo e del sostegno sul campo ad Israele. Di avviso contrario era invece il direttore esecutivo della LAD, Abraham Foxman, che valutò come un "segnale fosco" l'incontro tra il premier israeliano Netanyau e il reverendo Falwell.

I nemici comuni: l'Europa, il Vaticano, l'Islam

Una alleanza deve avere obiettivi e nemici comuni. Quali sono gli obiettivi e i nemici comuni della destra fondamentalista cristiana statunitense, delle lobby filo-israeliane e del big business a base angloamericana? Che cosa può far ritenere che obiettivi comuni e sconfitta dei comuni nemici valgano la pena di far scatenare una guerra di ampia portata, preventiva e che non esclude il ricorso alle armi nucleari?
I consiglieri della Casa Bianca la mettono sul concreto: "dobbiamo impedire che nel mondo emergano - dopo la sconfitta dell'URSS - una o più potenze rivali capaci di competere strategicamente con gli Stati Uniti". Questo é quanto conteneva il famoso rapporto del Pentagono del '92 (curato da Wolfowitz e Libby oggi nell'esecutivo di Bush), questo é quanto argomentava a lungo nel 1997 il Mein Kampf di Brzezinski ("La Grande Scacchiera"), questo é quanto suggerisce un rapporto "interno" del Pentagono quando lancia l'allarme sul pericolo di un polo islamico che ruota intorno all'Arabia Saudita ed al quale non sarebbe estraneo Bin Laden.
Con un antiamericanismo culturale e politico che cresce nei tre/quarti del mondo, con la rottura del signoraggio mondiale del dollaro dovuta all'euro, con una crisi economica e morale interna che li riporta indietro di settanta anni, gli Stati Uniti hanno da tempo la chiara percezione di star perdendo egemonia e di dover riaffermare il loro ruolo globale basandosi sulla logica della supremazia, quella militare innanzitutto.
I fattori di perdita di egemonia (quello monetario, quello politico e quello culturale) si concentrano in alcune forze piuttosto eterogenee tra loro ma oggettivamente convergenti nella volontà di rottura dell'unipolarismo statunitense.
Sul primo fattore (monetario-politico) influisce il consolidamento dell'Unione Europea e talune spinte di tipo panislamico che si vanno manifestando nel Medio Oriente. La nascita di un mercato di capitali alternativo a quello americano, mette a nudo ed a rischio la estrema vulnerabilità economica degli Stati Uniti.
Sul secondo fattore (quello culturale) influiscono soprattutto due grandi forze religiose come il Vaticano e l'Islam. I discorsi o le predicazioni degli Imam e di Papa Wojtila hanno accompagnato e accresciuto dentro le società degli stati vassalli la distanza e l'ostilità verso "l'americanismo" che é stata alimentata negli ultimi anni anche da ambienti dell'establishment europeo.
Dunque l'Unione Europea, il Vaticano e l'Islam, vengono percepite sia strategicamente che "spiritualmente" (dai fondamentalisti cristiani e sionisti) come dei rivali del compimento del "destino manifesto" di Stati Uniti e Israele.
Se la competizione degli USA con l'Unione Europea si manifesta ormai a tutto campo (incluso il tentativo di minarla dall'interno utilizzando la Gran Bretagna e il governo Berlusconi), altrettanto sembrano fare le autorità israeliane che continuano ad umiliare gli inviati europei in Medio Oriente (vedi Moratinos) ed a frustrare apertamente ogni ambizione europea ad entrare nel gioco diplomatico della regione fino a far dire a Peres "che esiste il rischio di una nuova guerra fredda con l'Europa" (3).

L'offensiva contro il Vaticano

Ma gli interessi statunitensi ed israeliani convergono ancora più nettamente nella comune azione destabilizzante contro l'Islam e il Vaticano, colpevole il primo di non riconoscere l'occupazione israeliana di Gerusalemme e della Palestina, il secondo di rivendicare l'internazionalizzazione della Città Santa e di far schierare i propri rappresentanti sul posto al fianco dei palestinesi.
Se l'offensiva contro l'Islam può contare su tutto l'armamentario militare e massmediatico scatenato da Washington e Tel Aviv dopo l'11 settembre, l'offensiva contro il Vaticano é avvenuta su due fronti: all'interno degli Stati Uniti con l'esplosione dello scandalo sulla pedofilia dei prelati cattolici, sul fronte internazionale con il sostegno statunitense ed israeliano al dilagare delle sette fondamentaliste religiose non cattoliche in America Latina, Africa, Asia ma anche nel cuore dell'Europa.
Sul primo fronte, "La crociata liberale contro i preti pederasti punta in realtà contro un Papa pro-Europa" commenta significativamente un settimanale comunista "radicale" americano come Challenge. L'uomo di punta della campagna contro la Chiesa Cattolica negli Stati Uniti (una campagna fatta all'insegna di una maggiore liberalità e dunque di una maggiore aderenza della chiesa al modello americano), é Geoffrey Boisi, vicepresidente della banca d'affari J.P. Morgan Chase, la principale azionista della Exxon-Mobil, e membro della Commissione Trilaterale. Secondo il settimanale Challenge, l'obiettivo di Boisi é quello di cooptare i fedeli cattolici ai piani di guerra dell'amministrazione Bush. Il giornale che più si é accanito contro i preti cattolici pederasti é il New York Times, l'influente quotidiano sul quale é nota l'influenza della potente lobby ebraica di New York (4).
Sul secondo fronte - quello della penetrazione delle sétte in Europa e nel terzo mondo - é di straordinario interesse il lungo saggio di Bruno Fochererau comparso lo scorso anno su Le Monde Diplomatique (5).
Focherereau ricostruisce con dovizia di particolari le numerose crisi diplomatiche e le aperte ingerenze del Dipartimento di Stato verso i governi europei (in modo particolare Francia e Germania) all'insegna della "libertà religiosa".
Il connubio tra interessi strategici degli Stati Uniti, dogma liberista e ispirazione religiosa, si rivela chiaramente nelle parole di Diane L. Knippers, presidentessa dell'Institut for Religion and Democracy, zelatore dei governi di Reagan, Bush padre e Bush figlio: "Oggi lottiamo in favore della libertà religiosa per lo stesso motivo per cui abbiamo lottato contro il comunismo... La spiritualità è una garanzia di civiltà, perché la spiritualità e l'onestà producono uomini onesti. Senza onestà non c'é commercio e senza il commercio non c'é civiltà". Secondo Focherereau, questo istituto, insieme all'altro noto Istituto per la Religione e gli Affari Pubblici, hanno affermato a più riprese che "la mondializzazione e la globalizzazione dei mercati sono missioni ispirate dalla Bibbia agli Stati Uniti" (sic!).
L'obiettivo di questa offensiva, non era solo quello di tenere sotto pressione alcuni governi europei, ma anche quello di indebolire l'influenza del Vaticano su quei governi. Non é casuale che circostanze storiche ed egemonia liberale abbiano reso pari a zero l'influenza del Vaticano nei paesi anglosassoni.

Guerra all'Islam

Nella crociata contro l'Islam, merita invece di essere segnalato per documentazione e spunti, il saggio di Ibrahim Warde comparso sull'ultimo numero di Le Monde Diplomatique. Negli Stati Uniti, secondo Warde, "gli attentati dell'11 settembre hanno cementato l'alleanza tra neo-conservatori e fondamentalisti, impegnati a trasformare lo scontro di civiltà in una profezia che si autorealizza. L'Islam é stato in effetti designato come il nuovo impero del male. Questo discorso é stato martellato senza sosta dai media e ripresa dalla quasi totalità dei parlamentari americani". Lo stesso Warde rileva il cambiamento di rotta di alcuni dei più influenti telepredicatori ultra conservatori come Billy Graham e il famigerato Pat Robertson, i quali sono passati dall'antisemitismo tradizionale fino agli anni '70 ad un anti-islamismo violento ed al sostegno aperto ad Israele. Tant'é che il vecchio "antisemita" Robertson é stato insignito del Premio degli Amici di Israele conferito dall'Organizzazione Sionista d'America. Viene inoltre segnalato che, su suggerimento dello stesso Sharon, il rabbino Eckstein ha reclutato l'ex presidente della coalizione cristiana Ralph Reed affinché predicasse la buona parola, risultato: 250.000 buoni cristiani americani hanno inviato circa 60 milioni di dollari in Israele (6).
La nostra ricerca sulle connessioni tra destra fondamentalista cristiana e lobbies sioniste negli Stati Uniti potrebbe estendersi e dettagliarsi ancora più a fondo. Superando una sorta di pudore del tutto fuori luogo, materiali stanno circolando assai più ampiamente che in passato. Il quadro che ne emerge non aiuta solo a spiegare gli apparati ideologici di consenso alla guerra preventiva di Bush o alla soluzione finale di Sharon per la Palestina, ma ci indica - e questo é decisamente più inquietante - la sovrastruttura che potrebbe affiancare un progetto di guerra globale non solo in Medio Oriente e l'eventuale legittimazione "messianica" del ricorso alle armi di distruzione di massa da parte degli Stati Uniti e Israele contro i loro rivali. Fermare questa macchina da guerra presuppone un armamentario politico e culturale che cominci a comprendere anche nei dettagli i meccanismi complessivi dell'imperialismo del XXI Secolo (7).

NOTE:

(1) vedi "La Belle Epoque Ë finita", "Economia di guerra-Guerra di economie", i vari articoli comparsi su Contropiano, "Stati Uniti e Israele.Un destino manifesto" a cura del Forum Palestina
(2) Phyllis Bennin Ë la direttrice della rivista Middle East Report e docente all'Institute for Policy Studies di Washington. Jaled Mansur Ë un giornalista egiziano residente anch'esso a Washington. Il loro primo saggio "Prega Dio e passami le munizioni" Ë stato pubblicato sulla Middle East Report nell'autunno 1998. Il secondo saggio "L'alleanza tra Israele e l'estrema destra statunitense" é stato pubblicato nel 1999 dalla interessantissima rivista spagnola "Nacion Arabe" (www.nodo50.org/csca).
(3) Sulla competizione globale tra Stati Uniti ed Unione Europea in questi anni Contropiano ha svolto un lavoro sistematico di analisi e documentazione al quale rinviamo. Tra le pubblicazioni più sistematiche sul piano della competizione economica segnaliamo invece "Eurobang. La sfida del polo europeo nella competizione globale", edizioni Mediaprint, 2000.
(4) "Challenge" del 7 agosto 2002
(5) "Le sette, cavallo di Troia degli Stati Uniti in Europa". Le Monde Diplomatique, maggio 2001
(6) "Non ci sar‡ pace prima dell'avvento del messia", Le Monde Diplomatique, settembre 2002
(7) A giugno di quest'anno, Contropiano ha ripubblicato "La questione ebraica" di Karl Marx che rimane uno dei testi più illuminanti per comprendere il nesso contraddittorio tra religiosità e politica. Si é trattato di una scelta editoriale non casuale ma in linea con la ricerca e l'analisi condotta in questi anni sull'imperialismo e sul suo manifestarsi concreto nella storia dell'umanità.


http://www.scaruffi.com/feltri/index.html   

Religione senza dio

Diversi fenomeni mistici, più o meno collegati con la spiritualita' della new age , ampliano la definizione del termine "religione".

Fra le religioni orientali e' il buddismo quella piu' popolare negli anni '90. Il buddismo e' "in", l'induismo e' ormai una moda superata. I centri zen sono un business crescente, che attira clienti da tutto il mondo. Il Dalai Lama e' una delle figure piu' rispettate d'America, anche se forse l'America e' l'antitesi di tutto cio' che il Dalai Lama rappresenta. Ma del buddismo si apprezzano soprattutto gli insegnamenti riguardanti la vita in questo mondo. L'ottica e' quella new age di migliorare la qualita' della propria vita.

Il mistico anglo-indiano Andrew Harvey (laureato a Oxford, poeta e narratore) e' diventato il filosofo "new age" a partire da "A Journey In Ladakh" (1983), che racconta la sua iniziazione al Buddismo, uno status rinnovato da "Hidden Journey" (1991), che racconta come venne salvato dal guru Mother Meera. Alla fine del 1992 esce il suo best-seller: "The Tibetan Book Of Living And Dying". L'autore e' quarantenne, ma e' gia' una celebrita', corteggiato da televisioni ed editori di due continenti.

Nuove comunita' religiose nascono senza bisogno di un pretesto religioso. A Chesterhill, in Ohio, Scott Savage fonda nel 1991 il "Center for Plain Living", che ripudia la tecnologia e cerca di recuperare i valori della civilta' rurale e i ritmi piu' pacati di un tempo, ispirandosi palesemente ai Quaccheri e ai Mennoniti che vivono da un secolo (in umilta') in questa zona, senza necessariamente adottarne il credo.

Demonizzando l'automobile e la televisione, ed esaltando l'arte di cucire a mano e i lavori manuali, le cento famiglie riunite da Savage si propongono di metter fine alla disumanizzazione tecnocratica. Nel 1993 nasce anche il periodico "Plain", per divulgare la filosofia del "ritorno alla natura" (periodico peraltro impaginato e stampato tramite computer).

Nel 1993 il governo Americano riconosce ufficialmente (con tutte le conseguenze legali e fiscali del caso) alla Scientologia lo status di "religione". La Scientologia era stata fondata negli anni '50 da Ron Hubbard (autore del suo manifesto, "Dianetics", e morto nel 1986) e oggi annovera circa cinquantamila membri sparsi per il mondo (ma prevalentemente in California, a Los Angeles, dove ha sede il quartier generale, e in particolare fra gli attori di Hollywood).

Gli scientologi sostengono che la loro e' la prima religione a non essere fondata sull'adorazione di un dio, ma sull'obiettivo ("laico") di guidare i suoi membri verso la felicita' e il miglioramento del mondo, senza ricorrere a nessun ente sovrumano, ma semplicemente alla spiritualita' interiore. E' noto che David Miscavige, Marty Rathbun e gli altri esponenti della "fede" sono degli avidi affaristi, coinvolti in ogni sorta di speculazioni finanziarie (nel 1984 Hubbard venne formalmente accusato di essersi appropriato degli ingenti fondi di carita' raccolti dalla "chiesa"), ma e' l'ennesima truffa che funziona.

Dulcis in fundo, esplode l'editoria "angelica": resoconti di incontri "ravvicinati", lavori di pura erudizione, fiabe per bambini, meditazioni metafisiche e libri d'arte. L'importante e' che parlino di angeli.

A lanciare il fenomeno fu nel 1975 il predicatore Billy Graham, con "God's secret angels", ma soltanto nel 1990, con la pubblicazione del best-seller "A book of angels" di Sophy Burnham, il fenomeno si diffuse capillarmente. Da un lato gli angeli sono meno impegnativi degli dei, non richiedono professioni di fede e rituali periodici; dall'altra sono relativamente indipendenti dalla religione preferita, in quanto ricorrono (in vesti diverse) in quasi tutte le religioni del mondo.

Dei 250 titoli di libri "angelici" in circolazione nel 1995 ben 50 erano stati pubblicati negli ultimi sei mesi. La Mamre Press del Tennessee e' specializzata nel settore, con ben settanta titoli in catalogo. Fra i successi si contano "Do you have a guardian angel?" di John Ronner, "The angel's guide to spiritual growth" di Terry Lynn Taylor, e soprattutto "Where angels walk" di Joan Wester Anderson, che e' rimasto 55 settimane nella classifica dei best-seller nazionali.

Vengono riscoperti Emanuel Swedenborg, lo scienziato che passo' gli ultimi 27 anni della sua vita a discorrere con gli angeli, e Mortimer Adler, il filosofo autore di "Angels and us". Nel 1992 viene fondata (da Eileen Elias Freeman) la "Angelwatch Foundation", e, naturalmente, spuntano i primi negozi specializzati in angeli e accessori per angeli.

Non stupisce così che nel 1995 il giorno di "Earth Day" venga dedicato da migliaia di persone a Chief Seattle, un leggendario capo pellerossa al quale vengono attribuiti discorsi preveggenti di carattere ecologico (una sorta di Nostradamus ambientale). E poco importa che quei discorsi vengano smascherati come dei clamorosi falsi: il mito mette radici.

http://www.scaruffi.com/feltri/index.html 

Il fondamentalismo cristiano

Il panorama del fondamentalismo cristiano, con la sua appendice di sétte religiose , le infinite connessioni con le milizie  paramilitari di estrema destra e il suo pittoresco corteo di telepredicatori, e' uno dei piu' inquietanti dell'America degli anni '90.

Dagli anni '60 in poi i membri praticanti delle religioni maggiori sono diminuiti del 25%, ma quelli delle religioni "entusiastiche" (come vengono chiamate quelle piu' locali e piu' intransigenti) sono raddoppiati e dovrebbero aver superato la soglia dei sessanta milioni.

Questa e' la quarta ondata religiosa dell'America. La prima, il "Great Awakening", fu una crociata contro la corruzione e l'amoralita' dei britannici e favori' l'avvento della rivoluzione; la seconda, nella prima meta' dell'Ottocento, fu una reazione agli eccessi dei vizi sociali, primi fra tutti schiavitu' e alcool, e pertanto getto' le basi per il movimento abolizionista prima e per quello proibizionista poi; la terza, a cavallo dei due secoli, fu un risultato dell'urbanesimo (e in qualche modo del marxismo) e pose l'enfasi sulle cause sociali della poverta', aprendo le porte all'era dello stato assistenziale (il "welfare").

Ogni ondata ha pertanto causato sconvolgimenti sociali. La quarta, pero', forse proprio in quanto alimentata dagli "entusiasti", e' finora stata caratterizzata da una certa grettezza mentale. Il tema che unisce la costellazione dei fondamentalisti e' la lotta contro l'aborto piu' che una vera e propria prospettiva ideologica. Come nei casi precedenti, in compenso, il fenomeno e' accompagnato da un pittoresco circo di istrioni e ciarlatani, fanatici e speculatori.

Fra gli spettacoli televisivi di maggior successo si contano da sempre le prediche religiose. Alcuni predicatori hanno un seguito fedelissimo. Alcuni di loro possono permettersi di trasmettere per ore e ore tutti i giorni. La partecipazione del pubblico raggiunge talvolta livelli di puro delirio.

Negli ultimi anni molti sono stati smascherati per quello che sono: ciarlatani ipocriti che sfruttano la dabbenaggine degli ingenui per ammassare fortune colossali.

Il caso piu' celebre fu forse quello di Jimmy Swaggart, predicatore della Louisiana che era seguito da milioni di telespettatori, e che, di fronte a prove schiaccianti, ha finalmente ammesso di essere un frequentatore abituale dei bordelli della zona. Lungi dall'alienargli le simpatie della sua "parrocchia", la sua confessione pubblica, condita di gesti teatrali, di lacrime di coccodrillo e di citazioni bibliche, e' stato uno spettacolo dentro lo spettacolo. Non meno scalpore suscitarono le speculazioni finanziarie a fine privato di Jim Bakker con i soldi della sua congregazione (nonche' il suo flirt con la babysitter).

Di tutti i candidati alla presidenza del 1988 due erano traditi (sessualmente parlando) dall'eta' dei loro figli. Entrambi erano predicatori: Pat Robertson, leader della Christian Coalition , e Jesse Jackson, il piu' famoso dei neri.

A Modesto, in California, esercita il Reverendo Kirby Hensley, fondatore (nel 1962) della Universal Life Church. Hensley ha semplicemente scoperto che esiste una domanda di mercato per i titoli ecclesiastici e si e' messo a venderli (letteralmente) per posta. Ha nominato sacerdoti e vescovi a migliaia, tutti regolarmente autorizzati a celebrare matrimoni, battesimi e funerali. Ad un certo punto, durante la guerra del Vietnam, la chiesa guadagnava diecimila dollari al giorno (ai religiosi era concessa l'obiezione di coscienza) e il suo catalogo comprendeva tutti i titoli possibili e immaginabili, dall'umile "Monsignor" all'altisonante "Dottore di Scienza Religiosa". Persino un pappagallo e un gatto vennero elevati a ministri della chiesa. Bastava pagare.

Poco a poco la sua chiesa fini' nel mirino delle autorita'. Prima un suo fedele venne arrestato per favoreggiamento, poi un altro venne colto in flagrante mentre vendeva droga. Fra i tanti scandali il piu' geniale fu forse quello della discoteca di Seattle che per qualche tempo venne registrata come una chiesa in maniera da essere esentasse. Per anni la Chiesa continuo' a riciclare denaro "sporco", che veniva inviato dai "fedeli" a Hensley e da lui ridistribuito agli stessi fedeli sotto forma di carita' (in maniera da evitare qualsiasi controllo).

Il potere di questi predicatori e' talvolta paragonabile a quello del Papa in Italia. Billy Graham, forse il piu' celebre degli anni '90, viene ossequiato regolarmente dall'elite politica di Washington (Clinton compreso).

Il cattolico piu' influente d'America non e' comunque il cardinale O'Connor, da alcuni indicato come il prossimo Papa, ma probabilmente suor Angelica (al secolo Rita Rizzo), la superstar della televisione religiosa che dal suo monastero dell'Alabama inonda i focolari domestici con le produzioni della sua Eternal World Television Network (fondata nel 1981 in un garage abbandonato). Oggi sono quasi quaranta milioni gli utenti delle sue trasmissioni via cavo e dal 1995 la rete e' distribuita anche all'estero. La religione di questa "telesuora" e' molto semplice e molto tradizionale, ancorata ai valori della Vergine Maria, degli angeli e dello Spirito Santo.

Ma i predicatori televisivi sono soltanto la punta dell'iceberg. Passano quasi osservati fenomeni di fanatismo anche maggiori, come quello dei numerosi gruppi che si riconoscono nel credo della "Christian Identity", un movimento che si rifa' a un oscuro "israelismo britannico" del secolo scorso, e che si raccoglie attorno alla "Church of Jesus Christ Christian". Secondo loro il popolo di Dio non sarebbero gli ebrei, ma i bianchi dell'Europa settentrionale (gli ebrei sarebbero in compenso i figli di Satana).

Fra i pittoreschi esemplari di questo fanatismo si contano comunita' come quella di Elohim City, nelle montagne Ozark dell'Oklahoma, in cui vivono soltanto cento persone e quasi ogni giorno si tiene qualche rituale di natura religiosa. L'uomo che l'ha fondata nel 1973, Robert Millar, profetizza un'apocalisse a base di disordini razziali e mantiene anche stretti legami con i suprematisti.

Alla Christian Identity appartiene anche James Ellison, fondatore a sua volta in Arkansas della comunita' "The Covenant, Sword and Arm of the Lord" (i cui fedeli venivano addestrati a sparare nella convinzione che soltanto i migliori tiratori sopravviveranno all'apocalisse), arrestato nel 1985 per possesso illegale di armi e gestione di un racket.

Nel 1993 si tiene in Colorado il piu' grande raduno giovanile dai tempi di Woodstock, lo "Youth day" . Ma non si tratta di un festival di musica rock, si tratta di una predica del papa Giovanni Paolo II.

Quel giorno i sociologhi americani si rendono conto che e' nata una nuova controcultura, i cui dettami morali sono l'esatto opposto di quella degli anni '60 (per esempio, l'astinenza invece del sesso libero).

Forse a creare consenso attorno alla chiesa cattolica non e' la fede nel Vangelo ma il fatto che le previsioni dell'enciclica "Humanae Vitae" si sono rivelate corrette: la diffusione dei contraccettivi, il declino della moralita' e l'infedelta' coniugale hanno causato una disgregazione del tessuto sociale di cui cominciano a fare le spese tutti (a partire dai giovani).

Sociologhi e psicologi (e presto i politici) riscoprono i pregi dello stile di vita tradizionale, che privilegiava la famiglia su tutti gli altri desideri materiali. I criminologhi concordano che la maggior parte dei problemi della societa' americana, ovvero poverta', crimine e droga, sono causati soprattutto dal crollo del mito della famiglia. Non solo garantiva una forma di stabilita' sociale, ma evitava anche tutta una serie di situazioni individuali che stanno alimentando il crimine. La fatale debolezza della societa' americana degli anni '90 ha origine dalla violazione dei principi cattolici.

Improvvisamente, e forse anche sotto l'incubo della pestilenza dell'AIDS , sono i giovani stessi che si pongono alla guida del movimento, e lo "Youth Day" del 1993 ne e' la prima dimostrazione pratica. La chiesa cattolica ha un rimedio a tutti i mali che data da duemila anni fa: all'edonismo sempre meno entusiasmante e sempre piu' meccanico (nonche' pericoloso) della liberazione sessuale la chiesa offre il miraggio dell'amore romantico e sano della controrivoluzione sessuale .

Le statistiche cominciano a focalizzarsi sulle diverse abitudini fra coppie cattoliche (che non usano contraccettivi) e coppie "liberate": fra le prime la percentuale di divorzio e' del 2%, fra le seconde e' del 53%; fra le prime l'AIDS e' praticamente inesistente, fra le seconde e' in rapido aumento; i figli delle prime che finiscono in carcere sono meno del 10%, i figli delle seconde che finiscono in carcere sono piu' del 50%. Non e' il Vangelo che converte nuovi adepti, sono i numeri.


 

LE MONDE diplomatique - Settembre 2002

«Non ci sarà pace prima dell'avvento del messia»

I BRAHIM WARDE


«Il Dio dell'islam non è il nostro Dio e l'islam è una religione malvagia e scellerata». Così si è espresso il reverendo Franklin Graham nell'ottobre 2001. Il caso ha voluto che, qualche settimana dopo, il pubblico scoprisse che suo padre, il reverendo Billy Graham, indubbiamente il predicatore più rispettato del paese, aveva l'abitudine di fare affermazioni altrettanto spiacevoli, ma sugli ebrei. La registrazione di una conversazione privata avuta nel 1972 con Richard Nixon nello studio ovale della Casa bianca era stata resa pubblica. Il pastore - che dagli anni '50 fu intimo amico e consigliere spirituale di tutti i presidenti - si lamentava (tra le altre cose) del controllo degli ebrei sui media: «bisogna spezzare questo controllo, altrimenti il paese è fottuto». Billy Graham presentò «scuse sincere» per queste affermazioni, «che non riflettevano per nulla il suo pensiero», e ha ricordato che aveva sempre appoggiato senza esitazioni lo stato di Israele. Invece, l'erede del suo impero di predicazione, non ha cercato di temperare le affermazioni anti-musulmane. Anzi, non ha fatto che amplificarle.
La transizione dall'anti-semitismo all'islamofobia colpisce ancora di più nel caso del pastore Pat Robertson. In un libro pubblicato nel 1990, si scagliava contro «gli ebrei liberali che negli ultimi quarant'anni si sono dedicati a ridurre l'influenza cristiana nella vita pubblica americana». In seguito, il celebre televangelista, che in un primo tempo si era rallegrato per gli attentati dell'11 settembre, sanzione divina imposta a un paese colpevole di aver tollerato aborto e omosessualità, si è accanito soprattutto contro i musulmani: «vogliono convivere con noi fino a quando non potranno controllare, dominare e persino, se necessario, distruggere». Nel luglio scorso, questo stesso Pat Robertson è stato insignito del Premio degli amici di Israele, conferito dall'Organizzazione sionista d'America (1).
L'interesse per il Medioriente non è recente. Dal XIX secolo, la regione è stata una terra di missione per numerose chiese protestanti, dove alcuni non avevano visto di buon occhio la creazione dello stato ebraico. Soltanto i gruppi fondamentalisti - che fanno una lettura letterale dei testi sacri - vedevano nella creazione di Israele la realizzazione di profezie bibliche. E, come nel caso del pastore Billy Graham, il «sionismo cristiano» poteva coesistere serenamente con l'antisemitismo, di cui a volte si nutriva. Il conflitto in Medioriente era però lungi dal figurare tra le prime preoccupazioni dei pastori e dei loro fedeli.
Bisogna risalire alla fine degli anni '70 per capire il rafforzamento della destra cristiana e l'alleanza con Israele. Gli sconvolgimenti sociali, politici ed economici dell'epoca crearono un terreno fertile per i gruppi religiosi reazionari, come la Moral Majority del pastore Jerry Falwell. In Israele, il Likud, partigiano del «ritorno» su tutta la terra di Israele (Eretz Israele) biblica, era alla fine arrivato al potere. Nel 1978-79, il reverendo Falwell si era recato in Terra santa, su invito del primo ministro Menahem Begin. Si compresero così bene che nel 1980 al pastore venne conferita la medaglia Vladimir Jabotinsky (dal nome del fondatore del sionismo «revisionista» e mentore di Menahem Begin, Itzhak Shamir e Ariel Sharon) (2).
Quegli anni furono egualmente segnati da sconvolgimenti all'interno della comunità ebraica statunitense. Due delle sue figure di punta, Irving Kristol e Norman Podhoretz, avevano rotto con la tradizione «liberal» (nel senso americano di progressista) alla quale gli intellettuali ebrei erano stati a lungo legati. Dopo aver militato a favore dei diritti civili, della «discriminazione positiva» e della distensione con l'Unione sovietica, avevano fatto un voltafaccia spettacolare, fondando così il movimento neo-conservatore. Numerosi punti comuni - la critica del welfare, il ritorno ai «valori tradizionali», l'anticomunismo puro e duro e un appoggio senza riserve al Likud - li avvicinavano ormai alla destra cristiana (3).
L'elezione di Ronald Reagan nel 1980 consacrò questa alleanza per una frazione - che restò a lungo minoritaria - della popolazione ebraica statunitense, tradizionalmente più vicina alla sinistra democratica.
I neoconservatori svolgevano allora la funzione di intellettuali di corte, mentre il presidente nominava nel suo gabinetto alcuni fondamentalisti d'assalto. Il segretario agli interni, James Watt, spiegò che l'inquinamento della terra non doveva essere fonte di inquietudine, poiché «il ritorno del Signore è vicino». Fu davanti all'Associazione nazionale dei gruppi evangelici che Reagan pronunciò, l'8 marzo 1983, il celebre discorso nel quale definì l'Unione sovietica l'«impero del male».
Nel 1989, giudicando la «missione compiuta», il reverendo Falwell affondò la sua «maggioranza morale». Le chiese fondamentaliste, d'altronde, erano indebolite dagli scandali dei televangelisti e la lobby israeliana Aipac (American Israeli Public Affairs Commitee) subì una delle sue rare sconfitte (4). Il presidente Bush si era infatti opposto a garantire un prestito di 10 miliardi di dollari fino a quando il primo ministro Itzhak Shamir avesse proseguito la politica con la quale incoraggiava l'insediamento di colonie nei territori occupati.
Inoltre, il crollo del comunismo toglieva sia un argomento di primo piano ai sostenitori dei movimenti anti-comunisti in America centrale (numerosi tra i fondamentalisti) che alla tesi geostrategica a favore di Israele («unico stato democratico e stabile in una regione minacciata dall'Unione sovietica»). L'Aipac allora cercò di convertire alla propria causa settori più ampi: piuttosto che concentrare i propri sforzi sugli stati con una forte presenza ebraica (New York, California, Florida, Illinois), la lobby pro-israeliana tesseva ormai alleanze in tutto il paese, anche là dove la popolazione ebraica era quasi inesistente (5). Nel corso degli anni di Clinton, le scappatelle del presidente e soprattutto la battaglia per l'impeachment riunirono di nuovo neo-conservatori e destra fondamentalista in una linea di difesa della virtù generosamente finanziata e molto ben organizzata.
Con l'aiuto della febbre millenarista, le presidenziali del 2000 hanno segnato il ritorno alla grande di Dio nel dibattito politico.
Il candidato repubblicano George W. Bush ha dichiarato che il suo filosofo politico preferito era «Gesù Cristo: ha salvato la mia vita», mentre il rivale Albert Gore ha rivelato che, prima di prendere una decisione, si chiede: «cosa avrebbe fatto Gesù?». Scegliendosi come vice il senatore Joseph Lieberman, un ebreo ortodosso noto per i suoi discorsi moralistici, ha fatto contenti tutti gli integralisti.
Ma sono soprattutto gli attentati dell'11 settembre 2001 ad aver cementato l'alleanza dei neo-conservatori e dei fondamentalisti, impegnati a trasformare lo «scontro delle civiltà» in una profezia che si autorealizza. L'islam è stato in effetti designato come il nuovo impero del male. Il discorso martellato senza sosta dai media e ripreso dalla quasi totalità dei parlamentari statunitensi (6) ha adottato le tesi del governo israeliano: poiché Yasser Arafat è il «bin Laden d'Israele», i due paesi sono uniti nella stessa lotta.
Sono d'altronde i falchi vicini ad Israele (come il segretario alla difesa, Paul Wolfovitz o lo stratega del Pentagono, Richard Perle) ad aver guidato il rinnovamento della dottrina di difesa: l'America ormai procederà a interventi preventivi contro i paesi in grado di dotarsi di armi nucleari, biologiche o chimiche - di qui l'urgenza di un «cambiamento di regime» in Iraq (si legga l'articolo in alto).
Tutti i grandi nomi della destra cristiana - Ralph Reed, Gary Bauer, Paul Weyrich - si sono impegnati nella nuova crociata, spesso teleguidata da Israele. Per esempio, è Ariel Sharon stesso che ha voluto che il rabbino Yechiel Eckstein, fondatore dell'International fellowship of christians and jews, reclutasse Ralph Reed, ex presidente della coalizione cristiana, per predicare la buona parola: 250mila cristiani hanno così inviato in Israele più di 60 milioni di dollari. Allo stesso modo, l'organizzazione Christians for Israel/Usa ha finanziato l'immigrazione di 65mila ebrei, con lo scopo di realizzare, a dire del suo presidente, il reverendo James Hutchens, «l'appello di Dio che consiste ad aiutare il popolo ebraico e ritornare e a ripristinare la terra di Israele» (7).
La retorica del presidente Bush («chi non è con noi, sta con i terroristi», «noi siamo buoni») ha favorito il discorso binario e manicheo che coincide con gli schemi del pensiero degli integralisti. Secondo un recente sondaggio Time/Cnn, il 59% degli statunitensi pensa che gli avvenimenti descritti nell'Apocalisse si realizzeranno (a Har Meggidar, situata nella pianura di Jezreel oggi in Israele - «Armageddon» nel Nuovo Testamento) e il 25% crede che gli attentati dell'11 settembre fossero stati predetti dalla Bibbia (8). Di qui il successo fenomenale della serie Left Behind (50 milioni di copie vendute): dieci volumi, a metà tra romanzo di anticipazione e guida pratica per la fine dei tempi, che pretendono di offrire la chiave dei misteri dell'Apocalisse (9).
In alcuni ambienti fondamentalisti, l'intransigenza di Ariel Sharon e il suo spirito guerriero vengono accolti con esaltazione. Non è stata difatti la sua visita - puramente provocatoria - del 28 settembre 2000 al monte del Tempio (la spianata delle Moschee) ad aver scatenato il ciclo di violenza di cui non vediamo ancora la fine? Secondo le scritture, è proprio in questo luogo sacro che verrà eretto il terzo Tempio, preludio alle sanguinose guerre escatologiche. In queste condizioni, una soluzione pacifica o delle concessioni territoriali potrebbero compromettere - o ritardare - la realizzazione delle profezie.
Come ha sottolineato il pastore Hutchens: «non ci sarà pace prima dell'avvento del Messia».
Malgrado un'apparente solidità, l'alleanza tra estremisti israeliani e fondamentalisti cristiani si basa su un malinteso. In effetti, la cronologia prevista dai fondamentalisti è inquietante: prima i flagelli, le sofferenze e le guerre; poi la ricostruzione del Tempio e l'arrivo dell'Anticristo; infine, il secondo avvento del Messia e la lotta finale a Gerusalemme tra il Bene e il Male. I giusti saranno allora trasportati «in estasi» in cielo. I due terzi degli ebrei saranno convertiti, gli altri eliminati o destinati alla dannazione (10). Per alcuni, la fine del mondo è più vicina di quanto sembri.
Nel gennaio 1999, il reverendo Jerry Falwell ha dichiarato che l'avvento del Messia potrebbe prodursi nei prossimi dieci anni. Ha egualmente affermato che l'Anticristo è già tra noi e che è «ebreo e maschio» (11).



note:

* Ricercatore alla Harvard Univesity (Boston, Stati uniti), autore di Islamic Finance in the Global Economy, Edimburgh University Press, 2000.

(1) Pat Robertson, The New Millenium: 10 trends that will impact you and your family by the year 2000, World Publishing, Dallas, 1990, Christian Broadcasting Network, 21 febbraio 2002. Si veda anche Ingrid Carlander, «La Foire aux miracles des télévangelistes américains», Le Monde diplomatique, giugno 1988.

(2) Grace Halsell, Prophecy and Politics: The Secret Alliance between Israel and the US Christian Right, Lawrence Hill, Westport (CT), 1989.

(3) Norman Podhoretz, Breaking ranks: A Political Memoir, Harper and Row, New York, 1980.

(4) Si legga Serge Halimi, «Le poids du lobby pro-israélien aux Etats Unis», Le Monde diplomatique, agosto 1989.

(5) «How Israel Became a favorite Cause of the Conservative Christian Right», The Wall Street Journal, 23 maggio 2002.

(6) Con 94 voti contro 2 al Senato e 352 contro 21 alla Camera dei rappresentanti, il Congresso statunitense ha proclamato che «Israele e gli Stati uniti sono impegnati in una causa comune contro il terrorismo».

(7) Jeffrey I.Sheler, «Evagelicals Support Israel, but Some Jews Are Skeptical», U.S. News and World Report, 12 agosto 2002.

(8) Time, 23 giugno 2002.

(9) Ultimo volume uscito: Tim La Haye e Jerry Jenkins, The Remnant: On the Brink of Armageddon, Tyndale House, 2002.

(10) Cfr. Per esempio: http://www.bible-prophecy.com, http://bci.org/prophecy-fulfilled, http://www.raptureready.com
(11) The Washington Post, 16 gennaio 1999.
(Traduzione di A. M. M.) 

 

USA: lanciata una nuova emittente TV in lingua araba via satellite per l'Irak

 

Il governo degli Stati Uniti ha lanciato una nuova emittente TV in lingua araba via satellite per l'Irak. I programmi sono prodotti in uno studio, Grace Digital Media, controllato da cristiani fondamentalisti fanaticamente pro Israele. Il nome "Grace" sta per l'abbreviazione "Per Grazia di Dio".

Russell Mokhiber e Robert Weissman

 

Fonte: ZMag del 29/04/2003

  http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=15&ItemID=3537.  

Tradotto da Mixa - http://www.mixa-razzismo.it  5 maggio 2003

Grace Digital Media è controllato da una milionaria cristiana fondamentalista, Cheryl Reagan. Essa si impadronì del controllo del Federal News Service, un servizio di traduzione di news, appartenente in precedenza a Cortes Randell, che denuncia di essere stato estromesso di forza dalla propria società. Grace News ha sede nel centro di Washington, in un ufficio del Dipartimento Federale, che ospita anche il Network Grace News. Il centralino risponde alle chiamate come "Grace Digital Media/Federal News Service". La missione descritta nella home page del sito web descrive Grace News Network (GNN) come dedicato a trasmettere "l'evidenza della presenza di Dio nel mondo di oggi". Il Broadcasting Board of Governors (BBG) , l'agenzia del governo USA che produce i servizi giornalistici per l'Irak, ama descriversi come la BBC degli USA. BBG gestisce Radio Free Europe, Voice of America, e Radio Sawa in lingua araba per il Medio Oriente. "La nostra missione è chiara" dice Joan Mower di BBG," trasmettere notizie accurate e oggettive sugli Stati Uniti ed il mondo. Noi non facciamo propaganda o volantinaggio, noi siamo come la BBC da quel punto di vista. Noi siamo una casa di produzione usata da ogni genere di agenzie di informazione. Grace non ha niente a che vedere con la parte redazionale della trasmissione di notizie. Le agenzie noleggiano da noi apparecchiature, spazi, studi. Il nostro personale comprende tecnici, addetti alla produzione ma non redattori". Mower disse che non ci poteva fornire il contratto tra BBG e Grace Digital Media, e neppure poteva dirci su che basi Grace Digital fosse stata scelta come casa di produzione. Grace News Network proclama che sarà "uno strumento unico nel piano che il ministero del Signore ha per il mondo". "Grace News Network fornisce connessioni di rete e portali a vari ministeri e servizi di informazione a vantaggio di ogni credente cristiano e ricercatore della verità", afferma lo statuto per quanto riguarda gli obiettivi prefissi. Il presidente di Grace News Network è Thorne Auchter: lo stesso Thrne Auchter che iniziò lo smantellamento della "Occupational Safety and Health Administration" (servizio di tutela della salute sul lavoro) sotto i presidenti Reagan e Bush Senior. Auchter non ha risposto alla nostra richiesta di commentare questa storia. Non è chiaro se Grace News Network attualmente produca notiziari, ma ha prodotto un film intitolato "Israele: destino divino" che ha presentato al National Press Club nel settembre 2002. Il film descrive " il destino di Israele ed il ruolo degli Stati Uniti in questo suo destino", così come lo vede Grace News Network. Grace ha detto che non era in grado di fare un copia di questo film da darci, dal momento che sta passando la verifica post-produzione, e neppure poteva fornircene una trascrizione. I media ufficiali hanno documentato legami forti e crescenti tra i repubblicani cristiani fondamentalisti di destra ed espansionisti di destra israeliani che appoggiano Sharon. Questa alleanza è personificata dal gruppo di Ralph Reed "Stand up for Israel", formato per "mobilitare i cristiani ed altre persone di fede a sostegno dello stato di Israele". Il presidente Bush ha forti legami con cristiani fondamentalisti, fra cui Franklin Graham, il figlio del reverendo Billy Graham. Venerdì scorso, Billy Graham ha lanciato un messaggio del Venerdì Santo al Pentagono, malgrado avesse già in precedenza causato una sommossa con una dichiarazione che aveva fatto scandalo sull'"Islam, religione molto malvagia e perfida". Don Wagner, professore di religione e direttore del Centro di Studi sul Medio Oriente all'università di North Park, un collegio cristiano evangelico di Chicago, ha pubblicato studi approfonditi su ciò che egli definisce "Christian Zionism" e sui personaggi che definisce come leader, tra cui Ralph Reed, Jerry Falwell, Pat Robertson, Gary Bauer, e Franklin Graham: "I Cristiani Sionisti hanno storicamente puntato su Genesi 12:3- Benedirò coloro che vi benedicono. E coloro che vi maledicono, io li maledirò-. Il dottor Wagner ha detto: " Essi hanno interpretato questo versetto per significare che individui e nazioni che sostengono lo stato di Israele saranno benedetti da Dio. Questa frase è diventata la giustificazione acritica del sostegno politico, economico, morale reso allo stato di Israele". Grace News Network si inserisce bene in questa cornice. Joan Mower dice che BBG attualmente produce e trasmette sei ore di notiziari in Irak incluso una versione adattata delle notizie serali di ABC, CBS, NBC, FOX e PBS, più tre ore di programmi originali di notizie da BBG. BBG dice che non vede che problema ci sia sul fatto che Grace produca il notiziario della sera per l'Irak. Vista la crescente rivolta antiamericana in Irak che attraversa tutti i settori della società irachena, forse dovrebbe rivedere le sue posizioni. Abbiamo chiamato Grace Digital Media per parlare con Cheryl Reagan. La sua segretaria ci ha detto che è assente per una prolungata vacanza di più di un mese... in Israele.

http://www.movisol.org/fundies.htm 

Medio Oriente: il fondamentalismo che viene dall’occidente

Millenaristi protestanti: il pericolo numero uno

La recrudescenza del conflitto tra Israeliani e Palestinesi, iniziata alla fine di settembre, rappresenta un pericolo le cui radici non affondano soltanto nella regione mediorientale, ma soprattutto negli Stati Uniti. Il pericolo è rappresentato dalla notevole influenza che i fondamentalisti protestanti esercitano sulla vita politica americana. La loro ideologia millenarista incoraggia e promuove a Gerusalemme uno scenario da “fine del mondo”, perché così si compirebbero le profezie che, secondo loro, sarebbero contenute nelle sacre scritture.
Alla fine di ottobre Gershon Salomon, il capo dell’associazione Fedeli del Monte del Tempio di Gerusalemme, ha “profetizzato” l’imminente Armageddon in Medio Oriente, che, dice, potrebbe culminare in una guerra nucleare. Salomon e la sua coorte di fanatici sono controllati soprattutto dai fondamentalisti protestanti americani, le schiere dei seguaci di televangelisti come Pat Robertson e Jerry Falwell, raggruppati rispettivamente nella Christian Coalition e nella Moral Majority. L’influenza esercitata da queste forze sulla politica americana è di una portata tale che difficilmente può essere immaginata da un europeo.
Il 31 ottobre Lyndon LaRouche ha diffuso un commento intitolato “La bestialità dei fondamentalisti”, nel quale spiega che il tentativo di Bill Clinton di accattivarsi questi strati lo ha indotto a commettere errori di valutazione tanto gravi da compromettere tragicamente i negoziati del “Camp David due”, lo scorso luglio, rendendo praticamente inevitabili le nuove violenze in Medio Oriente.
LaRouche spiega che Clinton era già alle corde, ridotto a mal partito dal caso Lewinsky e dalle minacce di impeachment. Allora cominciò a frequentare una stramba istituzione di Washington chiamata “Prayer Breakfast”, nella quale i politici si uniscono a delle figure religiose per “chiedere perdono dei propri peccati” e per cercare “la redenzione”. Tra gli officianti c’è il rev. Billy Graham, il personaggio che nel 1990 consigliò “spiritualmente” l’allora Presidente Gerge Bush sulla “necessità” di lanciare una guerra contro l’Irak. LaRouche sostiene che “al Prayer Breakfast riuscirono a mettere Clinton sulle difensive consentendo in tal modo ai ‘fondamentalisti millenaristi’ di rafforzare notevolmente la propria influenza”. Come conseguenza Clinton finì col commettere l’errore fatale di porre sul tavolo di Camp David la questione di Gerusalemme, che è di fatto religiosa, al posto degli “allegati economici” dei negoziati di Oslo, dove si parla dello sviluppo della regione, a cominciare dall’acqua, e poi ha finito col prendersela con il leader palestinese Arafat per il fallimento dei negoziati.
Nel descrivere come i “fundies” sono arrivati a ricoprire un ruolo così influente negli USA, LaRouche presenta una serie di elementi.
Primo, i “fundies” cominciarono a proliferare alla fine degli anni Sessanta, l’epoca in cui il governo USA iniziò ad avallare la politica del “post-industriale”, che condusse alla devastazione di gran parte dell’economia americana.
La demoralizzazione che fece seguito a tale scelta economica costituì il terreno molto fertile su cui attecchirono le varie strutture pseudo-cristiane di fede: “apocalittiche”, “messianiche” e sostanzialmente balorde.
Secondo, nel 1965, il Presidente Lyndon B. Johnson, che proveniva dal Sud, favorì la lotta del movimento di Martin Luther King fino a fare pressioni sul Congresso affinché approvasse la legge sul diritto di voto dei neri, nonostante la forte opposizione del partito segregazionista negli stati del Sud. Per tutta risposta, l’allora governatore di New York Nelson Rockefeller, insieme ad altri pezzi grossi del Partito Repubblicano, lanciò la cosiddetta “Strategia Sudista”, mirante a riguadagnare il terreno conquistato dal Partito Democratico, alleato al movimento per i diritti civili. La strategia sudista repubblicana consisteva nel recuperare gli strati che avevano sostenuto la Confederazione Sudista del XIX secolo. Si fece appello ai “poveri bianchi” del Sud, la gente che nutriva livori e risentimenti nei confronti dei neri, il cui recente progresso veniva visto come una minaccia, una perdita di privilegi. Proprio tra questi strati, soprattutto rurali, il fondamentalismo protestante ha fatto proseliti a non finire e gli stati che erano appartenuti alla Confederazione Sudista sono così diventati la “Bible Belt”, la regione della Bibbia.
Questa “Southern Strategy” dei repubblicani contribuì alla vittoria elettorale di Richard Nixon, il quale nel 1968 inaugurò un’amministrazione che fu in larga parte sotto il controllo di Henry Kissinger. Per tutta risposta, i democratici finirono per ordire la propria “Southern Strategy”, che segnò la fine della politica di raccolta dei consensi elettorali tra i gruppi d’interesse ai quali si era rivolto Franklin D. Roosevelt. Questo provocò uno dei disastri peggiori della storia americana: l’amministrazione di Jimmy Carter, tra il 1976 ed il 1980.
Jimmy Carter, burattino della Commissione Trilaterale di David Rockefeller, è anche il “fundie” americano più tipico, imbottito di convinzioni superstiziose, autodichiaratosi un “cristiano rinato”. Sotto la sua presidenza, gli Stati Uniti finirono in un declino economico e industriale senza precedenti che lui incoraggiava, tutto preso da una sua insensata utopia agraria. Il fondamentalismo protestante prese il vento in poppa.
Il disastro provocato da Carter purtroppo non insegnò niente al Partito Democratico. Dopo la sconfitta di Carter, negli anni di Reagan i democratici ristrutturarono la loro “Southern Strategy” creando il Democratic Leadership Council (DLC), la corrente alla quale si deve il lancio dei “New Democrats”, la cosiddetta strategia “centrista”. LaRouche afferma che gran parte della politica del DLC è tendenzialmente fascistoide, quel tipo di fascismo che caratterizza gli stati del Sud. Prima di diventare Presidente Bill Clinton è stato il presidente del DLC. Al Gore ne è un’espressione.
Questi giochi hanno finito per creare una situazione molto pericolosa. Secondo LaRouche, “i bigotti millenaristi dagli occhi vitrei” sono attualmente in preda alla frenesia e minacciano una guerra di religione che se non è prevenuta per tempo potrebbe allargarsi ben oltre il Medio Oriente. LaRouche spiega inoltre che varie associazioni e leader del mondo ebraico hanno finito per accondiscendere e sottomettersi a questa “psicosi” solo perché “hanno paura, e non a torto, di gente come questi fundies”, e perché si preoccupano, a ragione, ma in maniera sbagliata, della “sopravvivenza ebraica”.
Un aspetto problematico è il ruolo ricoperto da Edgar Bronfman, che si è installato alla direzione del Congresso Mondiale Ebraico dopo la scomparsa di Nahum Goldmann, ed ha corrotto la politica delle principali organizzazioni ebraiche americane.

L'articolo è tratto dal numero di dicembre 2000 di Solidarietà che pubblica estratti di un dossier speciale dell'EIR sul problema mediorientale. Il dossier ricostruisce le reti d'influenza oligarchica nella politica mediorientale e presenta un profilo di Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele che ha gettato le basi per costruire la pace nella regione.

 

USA: Teologia del dominio

Da: da la Gazzetta Politica
Categoria: Articolo stampa
Data: 19 Mar 2003

Il Papa e Bush divisi dalla guerra all'Iraq e dallo scontro tra cattolicesimo e nuovo cristianesimo americano.

Sbagliando qualcuno, potrebbe pensare che la teoria della guerra preventiva abbia diviso il Vaticano e la Casa Bianca. Il muro è ben altro: da una parte vi è infatti il "cristianesimo rinnovato" che cresce negli Stati Uniti, dall'altra il resto dell'identità culturale cristiana.

L'arcivescovo anglicano di Canterbury ha aderito alla giornata mondiale di digiuno e preghiera per la pace promossa dal papa in occasione del mercoledì delle ceneri del 2003, duecento teologi cattolici e protestanti hanno firmato un documento congiunto, il presidente del consiglio delle chiese evangeliche di Germania, Koch, ha definito Bush "un fondamentalista religioso", i leader di diverse chiese protestanti americane hanno invitato il papa a parlare al palazzo di vetro dell'Onu. Perché? Nel suo discorso del 30 gennaio 2003 Bush ha detto: "dobbiamo anche ricordarci che la nostra missione, in quanto nazione benedetta, è quella di rendere migliore il mondo.[...] Ci sacrifichiamo per la libertà degli altri popoli.[...]La libertà che tanto stimiamo non è il dono dell'America al mondo; è il dono di Dio all'umanità. Non pretendiamo di conoscere tutte le vie della Provvidenza, ma in questa crediamo, riponendo la nostra fiducia nel Dio misericordioso che regna su tutta la vita e tutta la storia". Quella del "cristianesimo rinnovato" è una galassia tanto composita quanto a noi non a sufficienza nota.

Neo-cristianesimo rinnovato

George W. Bush sa bene quanto sia composita: da governatore dal Texas gli fu chiesto di graziare una giovane estremista appartenente alla degenerazione di quel mondo: e non lo fece. Gli estremisti di quel mondo da anni teorizzano il trauma sociale: per costoro in America si annida un nuovo "Hitler collettivo", il fronte abortista, che consente uno sterminio di non nati che ha pari soltanto negli stermini hitleriani. Ecco gli attentati, la lotta armata per portare tramite l'insurrezione sociale a una presa di coscienza della necessità di combattere il nuovo nazismo.

Questa è la degenerazione del nuovo cristianesimo, ma solo capendo come si arriva a quella degenerazione si capisce perché il fenomeno allarmi le altre chiese cristiane, e non soltanto per motivi di proselitismo. Sui siti web del cristianesimo rinnovato che ho visitato la verità più ricorrente e diffusa che ho trovato è estremamente semplice: al mondo esistono due imperi, quello di Satana e quello di Cristo. O si sta da una parte o si sta dall'altra. Ma quali sono i confini dell'impero di Cristo? Il reverendo Billy Graham è finito spesso e volentieri nel fuoco dei duri di questo neo-cristianesimo che egli ha avuto tanta parte a creare a rendere potente. La sua colpa? Non ha reciso i ponti con gli altri cristiani, definisce il papa una personalità tra le principali del secolo trascorso, non è sicuro che il fuoco degli Inferi sia fuoco vero, lo accetta solo come ipotesi ma non esclude che si tratti di una verità simbolica. Billy Graham è certamente un uomo più importante di quanto appaia nei resoconti che leggiamo abitualmente dagli Stati Uniti.

Il Rasputin della Casa Bianca

Intimo dei presidenti americani dai tempi di Nixon, è violentemente criticato anche dal fronte laico e liberal, accusato di alimentare un nuovo fondamentalismo cristiano. I suoi detrattori affermano che gli archivi americani hanno portato alla luce, tra l'altro, una sua lettera dell'aprile del 1969 a Richard Nixon, nella quale esortava il presidente a bombardare le dighe vietnamite, in modo da vincere subito la guerra anche se al costo di un numero elevatissimo di vittime. Lui, la Christian Coalition, la teologia del dominio, le nuove chiese evangeliche: è questa l'ossatura di un'America non molto conosciuta. Billy Graham si prese cura dell'alcolista George W. Bush e lo portò a sentirsi "piccolo piccolo davanti alla scoperta che Dio ha mandato Suo Figlio per salvare anche me".

Ovvio che sia preposto agli esercizi spirituali del presidente e che sia stato il predicatore prescelto per celebrar messa nella Cattedrale Nazionale di Washington dopo la strage dell'11 settembre, davanti al presidente degli Stati Uniti. Oltre a dire che non si spiegava perché Dio avesse consentito l'attacco dell'America, il reverendo disse di capire però che l'America aveva bisogno di un risveglio spirituale, e proprio il risveglio è l'anima del cristianesimo rinnovato. Tempo fa si rivolse al reverendo Billy Graham per trovare la sua strada anche Mike Bray, padre di quel movimento violento antiabortista che riteneva legittimo ricorrere alla violenza contro i medici che praticano l'aborto per impedirgli di seguitare a uccidere bambini non nati. Le sue idee trovano conforto non certo nella tradizionale teologia protestante, ma nella nuova teologia della destra cristiana americana, la teologia del dominio.

Il pensiero anti-evoluzionista

Secondo questo pensiero il cristianesimo deve riaffermare il dominio su ogni cosa, compresa la laicità dello Stato. Chi di loro è impegnato in politica crede che Gesù tornerà sulla terra dopo mille anni di governo cristiano e quindi i cristiani hanno il dovere di creare le condizioni per il suo ritorno. Secondo un sondaggio realizzato di recente dalla Gallup il 46 per cento della società americana si riconosce nel pensiero delle chiese evangeliche del cristianesimo rinnovato, all'interno del quale è certamente parte significativa la teologia del dominio.

Proprio come sottolineava anni fa Hans Kung, uno dei cardini del pensiero di questo nuovo cristianesimo è il rifiuto delle teorie evoluzioniste, rifiuto fatto proprio ufficialmente da George Bush. Anche qui Bush è espressione di un pensiero estremamente diffuso in America: sempre secondo la stesso sondaggio Gallup la pensano come lui il 48 per cento degli americani. L'importanza di questo pensiero dunque non può essere né sottovalutata né tratta con superficialità o disprezzo. Anche perché, oltre alla quasi maggioranza degli americani, si richiamano a questo pensiero, ovviamente con sfumature e intensità diverse, George Bush, il suo consigliere e ghostwriter Michael Gerson, i capi del pentagono, il ministro della Giustizia. Alle otto e trenta del mattino, nel suo ufficio ministeriale, questi tiene degli incontri di preghiera con i suoi dipendenti. Rumsfeld invece sotto Natale ha convocato al Pentagono un gruppo di leader religiosi per discutere di guerra preventiva in chiave religiosa.

Il ruolo politico delle congregazioni

Bush e i suoi fanno dunque parte di un movimento religioso che sta profondamente cambiando l'America, mettendo in crisi non soltanto la chiesa cattolica, ma anche le tradizionali chiese protestanti. Uno studio realizzato nel 2002 dall'Hartford Seminary e citato da James Harding sul Finacial Times afferma che le congregazioni evangeliche sono il 58 per cento delle nuove comunità religiose formatesi in America dagli anni novanta. Il principale consigliere di Bush, Karl Rove, ha sostenuto che le comunità cristiane non contano abbastanza nella politica americana. I suoi calcoli dimostrano che circa 20 milioni di cittadini sono evangelici "rinnovati", ma quattro milioni di loro non hanno votato alle ultime elezioni. E' un serbatoio da far crescere e portare alle urne aumentandone il peso politico. Correndo verso il nuovo risveglio il pensiero del cristianesimo rinnovato sembra riportare in auge un'America un po' lontana, quella di Calvine Coolidge, una dei meno esaltanti inquilini della Casa Bianca.

Nel suo discorso di insediamento, il 4 marzo del 1925, disse: "L'America non cerca di costruire un impero terreno costruito sul sangue e sulla forza. Le legioni che essa manda avanti non sono armate con la spada, ma con la croce. Lo Stato che cerca di costruire per tutto il genere umano è di origine divina. Tutto ciò che ha a cuore non è altro che meritare il favore di Dio Onnipotente".

Repubblicani, si torna alle origini?

Stanno tornando a Coolidge i repubblicani? Il futuro e il passato ogni tanto hanno punti d'incontro e tra quanti conoscono l'America alcuni affermano che il risveglio spirituale in atto ricordi molto quel clima che si diffuse ai tempi del maccartismo e del proibizionismo. Qualcosa è cambiato nella famiglia Bush. Nonno Perscott, governatore del Connecticut, era un sostenitore di un altro grande della politica americana, Franklin Delano Roosevelt, del quale apprezzava l'internazionalismo, il new deal, il riformismo sociale. Papà Bush, Geroge I, si sentiva a disagio in un partito "reaganianizzato" , aveva dei repubblicani una visione più elitaria e meno populista. George W. Bush, autodefinendosi in campagna elettorale un "conservatore compassionevole", forse era consapevole, forse no, che quel compassionevole non è tanto un termine politico, ma anche religioso.

Usando quel termine George W. Bush sembra fornire già prima del voto un tributo al padre del cristianesimo conservatore, Russel Kirk. Teorico del conservatorismo di destra, Russel Kirk nel suo libro The Conservative Mind ha indicato quale cardine del pensiero conservatore " credere che un intento divino governa la società e le coscienze, forgiando un'eterna catena di diritti e di doveri, la quale lega i grandi e gli oscuri, i vivi e i morti, così che i problemi politici sono, in ultima analisi, problemi morali e religiosi, e la politica è l'arte di apprendere e di applicare la giustizia, nella convinzione che la società richieda ordini e classi, e che la sola uguaglianza è quella morale, visto che proprietà e libertà sono inseparabili". Padre della nuova destra divina, convinto reaganiano, Kirk è stato una delle principali teste di ponte tra conservatorismo politico e destra cristiana. Come Novak, inviato da Bush in Vaticano per sostenere la tesi della "guerra preventiva". Teologo cattolico dissidente, Novak, teorico proprio del neo-conservatorismo e del neo-liberismo, da anni perora una nuova dottrina sociale che capovolga quella della chiesa come la conosciamo oggi, rendendo il Vangelo un fatto privato e facendo dell'arricchimento dei singoli il solo modo di realizzazione dell'individuo su questo mondo.

Alfieri dell'America contro l'Islam

Novak da anni sostiene che il "Capitalismo Democratico", titolo di un suo libro di grande successo, richieda non soltanto una nuova teologia, ma anche una nuova religione. E' a sostegno della visione di un mondo dove Bene e Male non hanno punti di accavallamento che serve una nuova teologia, una nuova religione. Un'esigenza che probabilmente Billy Graham ha comunicato a George Bush quando lo salvò dall'ubriachezza.

I reverendi Graham padre e figlio, Billy e Franklin, hanno costruito intorno al loro invito ad una moderna crociata un' autentica forza politico-culturale, i cui polmoni sono la Billy Graham Evangelistic Association e l'associazione assistenziale Samaritan's Purse. "Decision", il loro periodico, raggiunge un milione e 700 mila lettori, i loro articoli vengono pubblicati da oltre cento testate e le loro prediche trasmesse da 700 stazioni radiofoniche. Il libro più importante di Graham padre, Angeles, pubblicato nel 1975, ha venduto un milione di copie in tre mesi.

Graham figlio recentemente ha pubblicato un libro che secondo la grande stampa incita alla violenza religiosa definendo l'islam la religione del male e Allah il Dio del male. L'autorevole quotidiano conservatore Wall Street Journal lo ha intervistato al riguardo e stando alla Associated Press del 23 agosto 2002 il reverendo si è difeso dicendo di non aver parlato nel suo volume, The Name, di Allah dio del male, ma di aver ricordato la violenza religiosa perseguita e praticata dall'islam, che non può certo essere negata. Ma non aggiunto alcun ma. Nella sua furia distruttiva l'islam, per un altro predicatore dell'estrema destra cristiana, Jerry Falwell, ha potenti alleati. Per lui sono stati lesbiche omosessuali e abortisti ad attirare l'ira di Dio su New York. Ma lesbiche e omosessuali sono soltanto degli utili alleati, visto che nel mese di ottobre del 2002 Falwell ha dichiarato nel notissimo programma di informazione 60 minutes della Cbs; "io credo che Maometto fosse un terrorista". Se non il mandante, dunque, l'ispiratore di chi ha pianificato e perpetrato gli attacchi dell'11 settembre.

Molti convengono nel dire che Jerry Falwell ha una forte capacità di mobilitazione. È giunto così il momento di soffermarsi sulla Christian Coalition, il cui massimo esponente è il pentacostale Pat Robertson, anch'egli assai vicino alla Casa Bianca. All'inizio degli anni ottanta Robertson spiegò che "la costituzione degli Usa è un documento meraviglioso di autogoverno del popolo cristiano. Ma un minuto dopo averla messa nelle mani dei non cristiani e degli atei viene usata per distruggere la nostra società".

Questi atei erano davvero preoccupanti per Robertson, tanto che nel 1986 disse; "Le termiti non costruiscono, sono i cristiani, quasi come un sol uomo, ad aver costruito gli Stati Uniti. Ora però le termiti governano molte nostre università e istituzioni; è il momento di un rogo divino". Robertson in un'intervista rilasciata nel 1993 a Molly Ivins disse che i liberali stavano facendo ai cristiani quello che i nazisti avevano fatto agli ebrei in Germania. Ovvio che di lì a breve, durante un discorso tenuto nell'ottobre del 1993 all'American Center for Law and Justice, Robertson abbia sostenuto che " non esiste nella Costituzione una cosa che si chiami separazione tra chiesa e Stato. E' un'invenzione della sinistra che non ci beviamo più".

Robertson e la Christian Coalition

Questo fondamentalismo era dunque forte ed attivo ben prima dell'11 settembre negli Usa e nella galassia che circonda o forma il Partito Repubblicano; ma in qualche modo riusciva ad essere, una patologia fisiologica in una società complessa come quella statunitense. Lo è diventato assai meno dopo l'11 settembre. Il 25 Marzo del 2002 il Pat Robertson che si presenta all'Economic Club di Detroit è un uomo dai toni assai meno bruschi e "fondamentalisti".

Si dice consapevole che non tutti i seguaci di Maometto sono dei fondamentalisti o terroristi, ma la sua ricetta è severa, e dopo le ricette che è facile immaginare contro immigrazione e sovranità dei tiranni dice: "Infine la mia raccomandazione più importante è quella di porci umilmente davanti all'Onnipotente e chiedere perdono per i nostri peccati. L'America è divenuta prospera per la speciale protezione accordatale dal Signore. Questa è stata una nazione speciale per Lui. E' stata la terra da Lui scelta. Dobbiamo abbandonare la strada che stiamo seguendo e riconoscere la Sua sovranità e chiedere umilmente la Sua protezione contro i nostri nemici". Il Washington Post, in un editoriale ripreso dall'Herald Tribune ha definito assordante il silenzio di Bush sulle predicazioni di Graham, Robertson e Fawell, tutti definiti assai vicini al presidente.

(Roberto Saliba)


http://www.chiesavaldese.org/pages/commenti/qu_crist_bush.html 

QUALI CRISTIANI SOSTENGONO BUSH?

 

di Jean-Jacques Peyronel

La "guerra preventiva" dell'amministrazione Bush rispondeva alle attese di tre diverse forze che compongono i cosiddetti "neocons" (neoconservatori), la destra repubblicana nazionalista tradizionale, e la destra cristiana, erede della "Maggioranza morale" di Jerry Falwell e della "Coalizione cristiana" del televangelista Pat Robertson.
E non è un caso che uno dei principali anelli di congiunzione tra queste tre forze sia Ralph Reed, quel giovane manager repubblicano sceso in campo prima di tutto per rimettere i "valori giudaico-cristiani" al centro della vita sociale e politica statunitense. Per questo, si alleò nel 1989 con Pat Robertson per creare quella "Coalizione cristiana" (ora dissolta) che in pochi anni, sotto la sua efficiente regia, diventò la componente conservatrice più influente del Partito repubblicano. Non per nulla Reed, che fu uno dei responsabili della campagna elettorale di Bush nel 2000, è stato nominato vicedirettore dell'équipe elettorale di quest'anno per gli stati del Sud-Est. Ma l'influenza di questo brillante "evangelicale" va ben oltre: dietro richiesta esplicita di Sharon è stato fondatore, insieme al rabbino Yechiel Eckstein, della "Amicizia internazionale dei cristiani e degli ebrei" che fin dall'inizio appoggiò incondizionatamente la politica oltranzista del premier israeliano. Nulla di strano dunque che la "Road Map", che prevede la nascita di uno stato palestinese, non sia mai stata presa in seria considerazione da Sharon.
È noto che l'intento deliberato dei "neocons" è di affermare ovunque nel mondo il modello politico ed economico americano, imponendo l'esportazione della democrazia dove gli interessi vitali della superpotenza (petrolio) lo richiedono. Da parte loro, i cristiani conservatori, che non sono più soltanto protestanti, puntano tutto sulla moralizzazione della vita pubblica (no all'aborto, all'omosessualità, alla pornografia, alla separazione tra chiesa e stato, ecc.) e sulla lotta del bene contro il male, dentro e fuori degli Usa. Così si sono incontrate le aspirazioni imperiali dei "neocons" e quelle religiose della destra cristiana fondamentalista che nel "nato di nuovo" George W. Bush hanno trovato l'uomo ideale per impersonare con piena convinzione ciò che egli considera come una vera e propria vocazione divina.
Il problema è che, come afferma Jim Wallis in un articolo apparso sulla rivista "Sojourners", di cui è direttore, intitolato "La teologia imperiale di George W. Bush", quella di Bush e dei suoi amici "evangelicali" è "cattiva teologia" che confonde il piano di Dio con quello della nazione americana. Eppure, scrive Wallis, citando Solzenicyn, "l'Evangelo insegna che la linea di separazione tra il male e il bene non corre tra le nazioni ma all'interno di ogni cuore umano". È proprio questa la verità che emerge dalle immagini di Abu Ghraib, e affermare che si tratta solo di qualche mela marcia come ha fatto il ministro della Difesa Rumsfeld è un'ulteriore bugia che potrebbe anche trasformarsi in un boomerang.
Se l'attuale situazione mediorientale (non solo quella irachena) è un'anteprima del "nuovo ordine mondiale" escogitato dal Pnac (Progetto per il nuovo secolo americano), uno dei gruppi di riflessione più influenti dei "neocons", vuol dire che ancora una volta prevale la vecchia logica machiavellica del fine (la lotta contro il terrorismo) che giustifica i mezzi (dalle torture di Abu Ghraib e di Guantanamo al preoccupante venir meno del rispetto di certi diritti umani fondamentali). In una risoluzione presentata di recente dal Consiglio dei vescovi della Chiesa metodista unita, si legge: "Gli Stati Uniti sono entrati in una spirale di violenza che ha favorito il mancato rispetto della dignità umana e dei diritti umani relativamente ai prigionieri di guerra iracheni". Fino a quando Bush rifiuterà di ascoltare la voce della propria chiesa oltre che quella di molte altre chiese americane?

Diario del
4 aprile 2003

Diavolo d’un Saddam

Uno storico legge profezie bibliche nella retorica di Bush e spiega perché tanti americani lo prendono sul serio

di Giacomo Mazzei

 

Lo scorso 28 gennaio, in un discorso sullo Stato dell’Unione denso di accenti religiosi, George W. Bush aveva espresso la ferma volontà di disarmare il regime iracheno a ogni costo. Di fronte allo stallo della diplomazia internazionale, la determinazione dell’amministrazione americana ha poi spianato la strada verso il conflitto. Ma se la nuova dottrina Bush è destinata a mutare rapidamente e in maniera profonda gli equilibri geopolitici del pianeta, per milioni di cristiani evangelici americani la guerra in Iraq è in realtà parte di un disegno provvidenziale scritto a chiare lettere nella Bibbia ed evocato adesso dall’uomo che tre anni fa hanno contribuito a eleggere. Quando davanti al Congresso Bush ha indicato il rischio di un’escalation terroristica, descrivendo Saddam Hussein come una figura demoniaca in grado di infliggere «un giorno di terrore come nessuno di noi ha mai conosciuto», non solo faceva leva sulla memoria ancora fresca dell’11 settembre. In un discorso chiuso con il mistico appello alla Provvidenza di un «Dio amorevole» ricorreva a un vocabolario apocalittico che mischia al patriottismo la rassegnata attesa di una fine imminente.
A proporre questa lettura della retorica presidenziale è lo storico americano Paul Boyer, che nella sua opera ha abbracciato diversi aspetti della cultura del suo Paese, dalla stregoneria nel New England secentesco allo sviluppo della classe urbana nell’Ottocento, dall’era atomica alla storia della censura. Nel 1992 Boyer ha pubblicato When Time Shall Be No More: Prophecy Belief in American Culture (Harvard University Press), studio pionieristico in cui ha esaminato la sorprendente diffusione delle credenze profetiche all’interno del rigoglioso movimento evangelico degli ultimi decenni, rintracciandone le origini nell’opera di un dimenticato predicatore inglese molto attivo negli Stati Uniti di fine Ottocento, John Nelson Darby. Si tratta di un fenomeno che tra veri e propri credenti e semplici simpatizzanti ha assunto ormai dimensioni di massa, ma che finora ha suscitato un interesse solo marginale tra gli studiosi americani. Alla luce dei più recenti sviluppi politici, il mese scorso Boyer è tornato a occuparsi dell’argomento in una serie di conferenze al College of William and Mary e poi in un articolo sul Chronicle of Higher Education, dal titolo «John Darby Meets Saddam Hussein: Foreign Policy and Bible Prophecy». «Il mondo accademico», sostiene Boyer, «deve prestare maggiore attenzione al ruolo della religione nella vita pubblica americana, e non solo rispetto al passato. Senza un’attenta analisi dello scenario profetico condiviso da milioni di americani l’attuale clima politico negli Stati Uniti non può essere compreso nella sua interezza».
La storia narrata da Boyer ha origini lontane. Condannata dalla Chiesa sin dai tempi di Agostino, la lettura delle profezie bibliche in chiave millenaristica ha tuttavia influenzato l’immaginario dei fedeli per secoli. L’attesa del Millennio, il regno millenario di Cristo che precede il Giudizio universale, era forte anche tra i coloni inglesi che nel 1620 approdarono sulla costa del New England. E sin dalle origini il millenarismo americano si è fuso con l’idea del popolo eletto. Eccezionalismo e profezia – ricorda Boyer – risuonavano nelle geremiadi del teologo puritano Cotton Mather come nei pamphlet scritti durante la Guerra d’indipendenza. Nel rigoglio di denominazioni religiose che seguì la Rivoluzione americana, movimenti come quello dei Milleriti, gli oltre 50 mila seguaci del pastore battista William Miller, contribuirono alla diffusione delle credenze profetiche. Le vere e proprie origini del fenomeno attuale si trovano però nella dottrina del premillenarista Darby (i premillenaristi credono nel ritorno di Cristo prima dell’avvento del suo millenario regno in terra). Nel sistema teologico di Darby, il cosiddetto dispensazionalismo, esistono tre epoche storiche, o dispensazioni. La prima, quella che si è conclusa con l’ascensione di Cristo, e l’ultima, quella che inizierà con il Rapimento, il momento in cui anche i credenti saliranno in cielo, sono predette nella Bibbia. Quella attuale sarebbe invece l’epoca della Chiesa, o «Grande parentesi». Una volta che l’orologio della profezia avrà mosso di nuovo le sue lancette, la sequenza finale degli eventi si dispiegherà con grande rapidità, iniziando con i sette anni del regno dell’Anticristo e la Chiesa apostata, la seconda parte della quale, i 1.260 giorni della cosiddetta Tribolazione, sarà un vero e proprio inferno. La Tribolazione finirà con l’Apocalisse, quando Cristo, santi e beati torneranno sulla terra per sconfigge l’Anticristo e il suo esercito ad Armageddon. Dopo l’Apocalisse verrà il Millennio, un ultimo conato satanico anch’esso segnato dalla sconfitta, la resurrezione dei defunti e, ultimo, il Giudizio universale. Tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento Darby visitò più volte gli Stati Uniti, influenzando in maniera particolare il movimento evangelico, di cui i premillenaristi erano una costola.
Secondo Boyer, è stato dietro la lente della profezia biblica, nell’interpretazione di questo oscuro predicatore inglese, che molti americani hanno osservano alcuni degli eventi chiave del Novecento. Con la Rivoluzione d’Ottobre i dispensazionalisti aggiornarono la lettura millenarista della Bibbia. Per secoli l’Anticristo, che diversi passi nelle Scritture vogliono proveniente «dal nord», era stato identificato con l’islamico Impero ottomano. Il collasso ottomano fece degli atei bolscevichi i nuovi attori dell’imminente dramma biblico. Poi, all’indomani di Hiroshima e Nagasaki, la fine assunse per la prima volta i contorni dell’olocausto nucleare, mentre la creazione dello Stato di Israele creava le premesse per un potenziale conflitto in Terra Santa. L’Unione Sovietica diventò allora la nazione la cui profetizzata invasione di Israele avrebbe scatenato l’Apocalisse. Nella Bibbia Ezechiele descrive il potente esercito di Gog, «principe di Rosh, Mesech e Tubal», che avanza «dalle estreme parti del nord» e invade Israele, «come una nuvola che ricopre il Paese», prima di essere distrutto da Dio con «una pioggia scrosciante, pietre di ghiaccio, fuoco e zolfo».
Nell’era della Guerra Fredda Gog rappresentò la minaccia sovietica. Rosh, Mesech e Tubal erano la Russia, Mosca e l’antica città siberiana di Tobolsk. L’immaginifico quadro descritto dal profeta, il presagio del conflitto termonucleare. Con l’era atomica il dispensazionalismo conquistò nuovi adepti, grazie anche all’uscita di testi divulgativi come The Atomic Age and the Word of God, di Wilbur Smith, che nel 1945 vendeva 50 mila copie. La vera svolta però si consumò solo alla fine degli anni Sessanta, con una pioggia di romanzi e pubblicazioni ad affollare gli scaffali delle librerie. Con oltre nove milioni di copie vendute, il bestseller degli anni Settanta in America fu The Late Great Planet Earth, di Hal Lindsey, una volgarizzazione degli insegnamenti di Darby aggiornati allo slang New Age (il capitolo sull’Estasi era significativamente intitolato The Ultimate Trip). Nel mutato clima culturale che portò Ronald Reagan alla presidenza, la rinascita evangelica creò un pubblico ricettivo al messaggio della profezia, mentre la nuova amministrazione repubblicana risvegliava gli incubi della Guerra fredda rilanciando la corsa agli armamenti. Negli anni in cui ministri evangelici e predicatori iniziavano a utilizzare sistematicamente radio e tv, personaggi come Pat Robertson, il patron del Christian Broadcasting Network che nel 1988 si candiderà alla Casa Bianca, pubblicavano libri come The End of Age e The New Millennium, mentre The Late Great Planet Earth raggiungeva i 28 milioni di copie vendute.
Dopo la caduta del Muro l’interesse per la profezia sembrò affievolirsi ma il monito di Ezechiele tornò presto a echeggiare con l’invasione irachena del Kuwait. Nell’ottobre del 1990 in 25 mila si riunivano a Orange, in California, per seguire il sermone profetico del predicatore evangelico Greg Laurie. Alcuni mesi dopo nella chiesa epistolare di Kennebunkport, nel Maine, dall’altra parte degli Stati Uniti, Billy Graham, un premilenarista attivo sin dal 1949, paragonava la guerra del Golfo a quelle di Corea e Vietnam, sostenendo però che la prima era di gran lunga la più sinistra, a causa delle «immense forze spirituali in azione». E mentre l’attenzione si concentrava sull’Apocalisse di Giovanni e la distruzione di Babilonia, uscivano libri come The Rise of Babylon: Sign of the End Times e Blood Moon, del sempre prolifico Lindsey. E, nel 1995, il primo volume di Left Behind, la saga dispensazionalista che con oltre 50 milioni di copie vendute è il fenomeno editoriale degli ultimi anni. L’11 settembre ha realizzato i tetri presagi dei fortunati volgarizzatori della profezia. La reazione del mondo evangelico è stata immediata. Due giorni dopo la tragedia, Jerry Falwell, esponente della destra fondamentalista e fondatore della LaHaye School of Prophecy, apparve sulla Cbn di Pat Robertson. Falwell scatenò un coro di critiche definendo l’attacco terroristico «il giudizio di Dio sull’America per i suoi peccati», tra i cui enumerava la legge sull’aborto, la separazione tra Stato e Chiesa, l’eccessiva tolleranza nei confronti degli omosessuali. Ma, al di là dei successi dell’inesauribile letteratura apocalittica e della diffusione della dottrina dispensazionalista tra i campioni della destra evangelica, quanti sono i prophecy believers oggi in America? Boyer valuta che il nocciolo duro, quelli che gremiscono le conferenze, sollevano il tema nei gruppi di studio e alimentano il mercato editoriale, conti oggi almeno dieci milioni di fedeli. Ma poi c’è una zona grigia di credenti e curiosi, che forse non si perdono nei dettagli dell’escatologia biblica e tuttavia sono convinti che le Scritture forniscano la traccia per comprendere gli eventi futuri. Una fetta della popolazione piuttosto ampia, a dare retta ai sondaggi. Secondo un studio Gallup dello scorso dicembre, oltre la metà degli americani, il 52 per cento, crede nell’ispirazione divina delle Scritture, mentre un altro 30 per cento è convinto che la Bibbia sia realmente il verbo del Signore, «da prendersi letteralmente, parola per parola».
La diffusione della dottrina dispensazionalista si spiega poi con le dimensioni del movimento evangelico (oltre il 35 per cento dei credenti americani). La più importante denominazione protestante d’America, l’evangelica Southern Baptist Convention, che conta oggi circa 16 milioni di aderenti, è da decenni un bastione delle credenze premillenaristiche. E come nel caso del movimento evangelico, anche il dispensazionalismo è interclassista e parte dal basso. Gli stessi divulgatori della profezia biblica raramente sono teologi in senso stretto. Prima di frequentare il Dallas Theology Seminar, per poi raggiungere fama e ricchezza con la pubblicazione di The Late Planet Earth, Lindsey lavorava sui rimorchiatori del Mississippi. Boyer definisce il dispensazionalismo una «teologia per la gente», espressione del crescente scetticismo verso un’attiva partecipazione politica e le interpretazioni secolarizzate della storia umana, offre una visione semplificata e armoniosa di complessi e dolorosi aspetti della società contemporanea: la minaccia nucleare, il rischio ecologico, il terrorismo internazionale. E il suo carattere intrinsecamente fatalista riflette la tendenza alla depoliticizzazione che ha investito gli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta.
Ciò non ha tuttavia impedito che investisse la vita politica americana. Ronald Reagan non nascose mai il suo interesse «filosofico» per la profezia. Nel 1971 all’indomani del colpo di Stato in Libia (nella Bibbia una delle nazioni che invade Israele) l’allora governatore della California rilasciò una dichiarazione in perfetto stile dispensazionalista: «È un segno che il giorno dell’Apocalisse non è molto lontano, ogni cosa va al suo posto. Non può essere lontano ormai. Ezechiele dice che fuoco e zolfo pioveranno sui nemici del popolo di Dio. Significa che verranno distrutti da armi nucleari». Nel 1983, ormai alla Casa Bianca, confidò a un lobbista israeliano: «Guardo ai vostri antichi profeti nel Vecchio Testamento e ai segni che predicono l’Apocalisse, e mi chiedo se non siamo proprio noi la generazione destinata ad assistervi. Non so se ultimamente ha notato alcune di queste profezie ma, mi creda, esse descrivono certamente il tempo in cui viviamo». Sulla stessa lunghezza d’onda anche altri frequentatori della Sala ovale durante gli anni Ottanta, come il segretario alla Difesa Caspar Weinberger e quello agli Interni James Watt. Persino il mondo politico israeliano non è stato a guardare e ha cercato anzi di sfruttare l’appoggio del movimento evangelico, indefesso sostenitore della politica israeliana sin dal 1948. Dai tempi di Ben Gurion i leader israeliani hanno mantenuto ottimi rapporti con organizzazioni quali la National Association of Evangelicals e la National Association of Religious Broadcaster. Nel 1998 l’allora primo ministro Binjamin Netanyahu rinverdì la tradizione quando, in visita di Stato negli Stati Uniti, colse l’occasione per un incontro privato con il solito Falwell.
La forte ispirazione religiosa dell’attuale presidente americano dopo la sua conversione nel 1986 e la frequentazione con il mondo del fondamentalismo evangelico sono note. Del resto, non si tratta di una novità. Anche Jimmy Carter è un «born again Christian», un cristiano rinato. È vero però che la logica manichea del Bush post-11 settembre ha toccato punte mai viste dai tempi della Guerra Fredda e dell’Impero del male di reaganiana memoria. In questo modo il presidente americano pizzica una corda nascosta ma molto sensibile nell’immaginario dei suoi concittadini. Eppure, non si tratta semplicemente di messaggi in codice volutamente indirizzati alla destra religiosa. A suggerirlo è lo stesso Boyer, che cita a questo proposito Michael Gerson, la mano dietro ai discorsi del presidente. Gerson, laureatosi al Wheaton College di Chicago, manco a dirlo, un centro di studi evangelici, ha spiegato candidamente: «Non è un codice, è la nostra cultura». Una cultura, un linguaggio metaforico, un abbraccio rassicurante di fronte alle sfide della superpotenza americana vissute con un senso quasi mistico della propria superiorità morale. Anche di ciò si nutre l’unilateralismo di Bush che, al di là dei pericoli insiti nell’attuale disordine geopolitico e dei reali interessi in campo, ha contribuito a esasperare i toni del dialogo tra sostenitori e oppositori della guerra al regime di Baghdad. L’insolita prospettiva scelta da Boyer guarda a un aspetto di questa grammatica ma ne illumina le sfuggenti implicazioni politiche.

Castigo e giudizio di Dio

La Stampa, 28 settembre 2001

Per chi è esercitato a pensare, quanto è accaduto l’11 settembre, quella profonda ferita all’umanità diventata “spettacolo in diretta” per milioni di uomini e donne della terra, suscita innanzitutto orrore, esige una decisa e assoluta condanna, invoca il ristabilimento di una situazione tale da rendere impossibile la ripetizione dell’evento, ma dovrebbe anche suscitare domande, sollevare interrogativi fino a offrire, attraverso l’enorme tragicità dell’evento, un insegnamento, una lezione. Se questo doloroso processo di apprendimento non avviene, o se imbocca percorsi di brutale semplificazione, non solo l’umanità resta depauperata di una interpretazione che costitutivamente le compete, ma si incammina ancor più rapidamente verso la voragine di una violenza nichilista in cui regna il pensiero che afferma: “uccido, dunque sono!”

Certamente un modo di leggere l’evento, modo sbrigativo che non sopporta la difficile strada dell’interpretazione, è quello tentato dai fondamentalisti religiosi che vedono nell’attacco alle Torri gemelle il “castigo di Dio”. Questi pseudo-profeti, che alzano la loro voce negli stessi Stati Uniti, gridano con certezza collerica che il castigo di Dio si è abbattuto su New York, il santuario simbolo dell’occidente depravato, amorale, vizioso, libertario... Jerry Falwell, il predicatore a capo della Bible Belt, dichiara che “Dio ha dato all’America quello che si merita” e Pat Robertson, un altro predicatore invasato, rincara la dose paragonando New York a Sodoma e Gomorra, castigate e sprofondate nel fuoco... È tragicamente impressionante la simmetria tra chi ha causato la distruzione e questi predicatori, le cui voci sono ripetute sommessamente dalla “gente” ben più di quanto sembri. I fondamentalisti islamici, infatti, pretendono di essere gli esecutori della giustizia e del giudizio di Allah “qui e ora”, e chi dà la sua vita per sterminarne altre, moltiplicando la sua morte nella morte di altri uomini, lo fa nella convinzione di eseguire un castigo decretato da Dio.

Sì, va affermato senza timidezza che nelle religioni si annida la possibilità della perversione di Dio: il Dio che i credenti confessano vivente, compassionevole e misericordioso, può diventare il Dio perverso, che interviene nella vita degli uomini con forze di morte per stroncare il peccato e castigare il peccatore. Anche nella bibbia vi sono pagine che, malamente decodificate e interpretate, sembrano andare in questo senso. Ma quando evochiamo queste possibili perversioni, non parliamo di eventualità lontane e minoritarie: anche nello spazio cristiano albergano germi di perversione dell’immagine di Dio. Così, se ieri il Dio furioso castigava con l’aids, oggi castiga colpendo l’occidente sazio e disperato...

In realtà quello che gli eventi chiedono ai credenti è di essere interpretati e di diventare insegnamento per noi, “qui e oggi”. Già il profeta Isaia (28,19) constatava che per i credenti a volte “solo il terrore rende capaci di capire” perché – come gli fa eco il Salmo 49,13 – “l’uomo nel benessere non capisce”. Purtroppo è così, ma non perché Dio castiga! In verità, e i cristiani dovrebbe saperlo e testimoniarlo giorno dopo giorno, Dio non castiga mai, né può castigare gli uomini mentre sono in vita: significherebbe violentarli nella loro libertà e gli uomini castigati sarebbero costretti ad agire secondo il volere di Dio. No, non c’è castigo di Dio qui e ora, né per i credenti che conoscono Dio, né per i non credenti che non lo riconoscono. C’è invece un giudizio di Dio alla fine della storia, ed è questo il giudizio predicato da tutti i profeti e da Gesù stesso, è questo giudizio che è confessato nel Credo cristiano: “verrà a giudicare i vivi e i morti!”. Nei nostri giorni, invece, dobbiamo leggere che non Dio ci castiga, ma che siamo noi a raccogliere, già qui e ora, il frutto del nostro operare.

Noi uomini, solo noi siamo responsabili del bene e del male che ci accade: per questo interrogarci sull’evento delle Torri gemelle non significa attribuire a Dio un intervento. E proprio perché non c’è intervento di Dio a New York dobbiamo chiederci non solo cosa ha spinto i portatori di morte a colpire il cuore simbolico dell’occidente di mercato (non si dimentichi il nome del complesso distrutto: World Trade Center), ma anche perché esistono condizioni in cui possono nascere, crescere e trovare senso uomini portatori di morte per altri uomini. Qui l’umanità tutta, ma innanzi tutto l’occidente colpito, deve interrogarsi sulle sue contraddizioni fondamentali tra libertà illimitata e ordine etico, tra libero mercato e appartenenza comune alla polis, tra individualismo sfrenato e condivisione dello spazio, della terra e dei suoi beni.

Purtroppo, quando Bush afferma: “Dobbiamo liberare il mondo dal diavolo... da una parte c’è il Bene e dall’altra il Male”, quando cita san Paolo a favore suo e dei suoi concittadini – “né la morte né la vita, né gli angeli né i principati, né il presente né il futuro ci separeranno da Dio” – dà sì voce allo sdegno popolare, ma non compie un’operazione tesa a capire, reagisce sì al crimine commesso, ma celebra ancora il Dio perverso del “Dio lo vuole ed è con noi” delle crociate... No, Dio non castiga, ma pone di fronte all’uomo, a ogni uomo, la via del bene e quella del male: se l’uomo si incammina sulla via del male incontra la morte e la violenza, la devastazione personale e collettiva. Questa è la realtà, terribilmente più impegnativa per ciascuno di noi.

In quest’ora in cui – stavolta senza ipocriti eufemismi – risuonano parole come “guerra”, “giustizia infinita” (presto corretta in “operazione infinita”, come se il termine improprio fosse “giustizia” e non quell’ ”infinita” che nega il futuro di pace sempre prospettato come orizzonte ultimo di ogni guerra), in questo momento in cui si assiste a una mobilitazione generale verso l’assenso alla guerra, colpisce la solitudine delle parole del papa che continua a chiedere che non sia la guerra la via per ripristinare la giustizia e stabilire una situazione di pace... Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Sodano, insiste nel chiedere “sapienza” da parte di chi ha in mano le sorti della pace o della guerra: ma chi ascolta se nessuna si interroga sugli eventi? Come è possibile arrivare a ipotizzare l’uso di armi atomiche come risposta all’attacco dei terroristi se non vietandosi di ricordare e di pensare alla potenza mortifera che esse contengono, potenza che non distingue tra terroristi e gente comune? Fornire risposte senza attraversare la fatica delle domande è la via del fondamentalismo islamico, ma è anche quella del fondamentalismo cristiano e del potere politico ed economico che non vuole essere messo in questione nemmeno dopo che il flagello è passato.

Perché in questi giorni di tenebre è tanto difficile pensare, perché non riusciamo a pensare noi stessi e gli “altri”, il mondo e Dio? Forse perché pensare esige una distanza che è lo spazio della lucidità e della criticità, mentre la risposta affrettata e immediata, così come la risposta che parla di castigo di Dio o che si appropria di Dio e si identifica al bene di fatto abolisce la distanza, cancella la vertigine, scongiura il senso di vuoto di chi accetta di riflettere guardando l’abissale voragine del male, e così lo rassicura. Forse perché non ci si vuole interrogare su quanto operiamo ogni giorno. Eppure solo qui, non altrove, solo da noi nasce il bene o il male, la vita o la morte.

Enzo Bianchi

Il neo-fondamentalismo

 

evangelico



I movimenti neo-fondamentalisti negli Stati Uniti

Quando parliamo del neo-fondamentalismo evangelico, presente oggi negli Stati Uniti e diffuso anche nei paesi latino-americani, ci riferiamo ad una realtà molto composita. Infatti si tratta, da un lato, di un movimento religioso trasversale a diverse chiese e denominazioni protestanti, e, d'altro lato, di una galassia di movimenti socio-politici, ciascuno dei quali fa riferimento ad un proprio leader carismatico. Dunque un comune elemento - il fondamentalismo religioso - e una pluralità di aggregazioni visibili socialmente. Cominciamo a vedere queste ultime.
Sono quattro le formazioni che il neo-fondamentalismo ha visto formarsi negli Stati Uniti dal 1979 a oggi: la Moral Majority, la Christian Voice, la Religious Roundtable e la National Christian Action Coalition.
La prima è la più consistente: nata nel 1979, la Moral Majority si riconosce nel leader Jerry Falwell ed è diffusa in cinquanta Stati (la forza maggiore viene fatta registrare in California e in Alabama), con circa mezzo milione di affiliati, dei quali settantamila sono pastori di varie chiese protestanti. La predicazione via etere del leader Falwell è assicurata da una rete di 400 stazioni televisive sparse in tutto il territorio statunitense; il programma più seguito è quello domenicale (l'Old Time Gospel Hour) con una media di quindici milioni di telespettatori ogni domenica. Nelle elezioni presidenziali del 1980 la Moral Majority appoggiò apertamente Ronald Reagan.
La Christian Voice nasce anch' essa nel 1979 in California per impulso di due pastori battisti, Robert Grant e Richard Zone, e conta circa duecentomila affiliati, 37.000 dei quali sono pastori.
La Religious Roundtable, a sua volta, si costituisce negli stessi anni (1979-80) per volontà di un gruppo di credenti (circa centomila persone) di varie denominazioni che si raduna attorno ad un pastore, Edward McAteer. Il suo centro di maggiore diffusione è il Texas, in particolare la città di Dallas.
Infine l'ultima aggregazione, la National Christian Action, guidata da Williams Billings, formatasi anch'essa nel 1979, si è specializzata nella promozione e nella difesa degli interessi delle scuole private confessionali per le quali il movimento si batte per ottenere il finanziamento pubblico da parte dello stato; per raggiungere tale obiettivo esso ha preso parte attiva alla prima e seconda campagna elettorale a favore di Ronald Reagan.
Tutti e quattro questi movimenti organizzati costituiscono la punta emergente di un pubblico certamente più vasto della minoranza di militanti che troviamo affiliati nei gruppi neo-fondamentalisti. Alludiamo a tutte quelle persone che seguono soprattutto via etere, alla radio e alla televisione, predicatori evangelici i quali, pur facendo riferimento ideale ai movimenti che abbiamo descritto, «giocano in proprio», hanno in più, oltre ai loro militanti, un proprio pubblico di seguaci televisivi, si autofinanziano con le offerte che essi inviano, insomma agiscono come battitori liberi in un mercato di beni religiosi ben orientato sui temi tipici del fondamentalismo religioso.
Secondo recenti indagini su un potenziale bacino di attenzione formato da circa 39 milioni di persone che si dichiarano di idee religiosamente conservatrici (pari a circa il 22 % della popolazione totale statunitense), solo una piccola parte di essi milita attivamente (si calcola non più del 7%) nei movimenti suddetti (il numero maggiore di attivisti è concentrato rispettivamente nella Christian Coalition e nella Moral Majority). Ricerche condotte a livello locale mostrano dati alquanto difformi. Ad esempio in una indagine compiuta nella così detta Metroplex (cioè 1'area metropolitana di Dallas in Texas, che conta circa 4.000.000 di abitanti) su un campione in verità non elevato di soggetti (711 per l'esattezza) l'adesione esplicita alla Moral Majority tocca il 16%. Tenendo conto che !'indagine è stata condotta nel cuore della così detta Cintura della Bibbia (Bible Belt) e nel quartiere generale della massima organizzazione delle chiese battiste il dato è certamente consistente, ma non così elevato come ci si poteva attendere. Sempre da questa ricerca risultava, inoltre, che i maggiori sostenitori della Moral Majority si trovavano innanzi tutto fra i battisti, i pentecostali, gli avventisti e i membri della chiesa del Nazareno, seguiti dai protestanti conservatori (membri della chiesa di Cristo e luterani). In misura minore fra gli episcopaliani, i metodisti e i presbiteriani.
Una conferma della non forte capacità di mobilitazione politica di questi movimenti la si è avuta, quando uno dei leader più noti e discussi del neo-fondamentalismo protestante, Pat Robertson, si è candidato alla Casa Bianca nelle presidenziali del 1988, raccogliendo uno striminzito 4 % di voti.
A parte queste considerazioni statistiche sui militanti effettivi, 1'attenzione degli studiosi si è esercitata anche nella valutazione su quante siano le persone che approssimativamente nella mobilitazione invisibile, via etere, vengono raggiunte e coinvolte. .
Se esaminiamo i livelli di ascolto dei principali programmi dei predicatori televangelici, le cifre sono relativamente più elevate rispetto ai militanti effettivi dei movimenti, anche se esse vanno assunte con cautela, dal momento che si tratta pur sempre di un rapporto non facile da verificare fra chi vede la televisione e i contenuti che il telepredicatore propone. Se prendiamo in visione alcune ricerche più significative condotte sull' argomento, troviamo dati non concordanti: si passa così dai 20 milioni di telespettatori che gravitano attorno a 66 programmi emessi da un network di predicatori fondamentalisti che fa capo a Jerry Falwell, ai 70 milioni della catena televisiva e delle stazioni radio che trasmettono incessantemente programmi religiosi del leader neo-fondamentalista Pat Robertson. In questo secondo caso la ricerca è stata condotta, prendendo come unità di analisi le fasce orarie a più alta ftequentazione da parte dei telespettatori e facendo la media di ascolto lungo rispettivamente una settimana e un mese. Si è ottenuta così un' audience di 12 milioni di spettatori alla settimana e di 29 milioni al mese.
In un' altra ricerca si è allargato il campo di analisi dalla rete controllata da Robertson alle dieci reti televisive più diffuse uniformemente su tutto il territorio statunitense che presentano programmi religiosi nei quali compaiono predicatori fondamentalisti; le cifre in questo caso salgono rispettivamente a 27 milioni per settimana e a 68 milioni al mese. Un sociologo americano, Thomas Gannon, partendo dal dato che la così detta chiesa «elettronica» oggi negli Stati Uniti può contare su 36 stazioni televisive, 1.300 stazioni radio, più una dozzina di programmi religiosi ispirati alle idee e allo stile della predicazione fondamentalista inseriti nelle principali televisioni commerciali, arriva ad ipotizzare una cifra di circa cento milioni di seguaci a settimana.
Al di là di queste differenze quantitative, in ogni caso si  tratta di un fenomeno ampio e rilevante dal punto di vista sociale e politico. Il neo-fondamentalismo evangelico, infatti, costituisce la base religiosa di movimenti di opinione come la Moral Majority o, con un altro termine di analogo significato, la New Christian Right, la Nuova Destra Cristiana. Queste due sigle individuano nel contesto statunitense ormai una lobby religiosa e politica guidata da moderni liberi imprenditori religiosi. Imprenditori che hanno compreso la possibilità di mobilitare la gente per idee e finalità immediatamente religiose, ma con un riflesso immediato nella sfera pubblica.
Il successo della Moral Majority, ad esempio, è chiara- mente legato ad una serie di fattori propri del mercato politico contemporaneo: l'accesso a cospicui mezzi finanziari per alimentare costose campagne di sensibilizzazione, l'uso adeguato dei mezzi di comunicazione di massa, l'esistenza di persone capaci di guidare «professionalmente» un movimento sociale via etere, l'esistenza, infine, di una rete di gruppi fondamentalisti che inizialmente forniscono le prime aggregazioni di base del movimento allo stato nascente.
Numerose indagini fatte fra il 1979 e il 1981 sottolineano come il fatto nuovo nel panorama religioso americano non sia tanto rappresentato dalla ricomparsa in termini di visibilità del filone fondamentalista, quanto piuttosto dalla con- notazione politica che esso assume nella odierna società. In altre parole ciò che occorre capire non è tanto il contenuto religioso del modo di agire dei fondamentalisti; tutto ciò è in gran parte noto, perché rientra nella tradizione del protestantesimo conservatore. Il punto fondamentale è un altro.
Si tratta, infatti, di comprendere perché il fondamentalismo si sia così politicizzato, affrontando direttamente temi e linguaggi della politica, al contrario di quanto non avvenisse in passato, nel fondamentalismo classico, storico, per intenderci. Ecco perché, tra l'altro, si usa il termine di neo-fondamentalismo.
Se riandiamo, ad esempio, alle vicende della Moral Majority, noi troviamo che l'impulso alla creazione di questo movimento proviene da un lato da tre uomini politici conservatori (Richard Viguerie, Paul Weyrich e Howard Phillips) e, dall' altro, da un predicatore televisivo, Jerry Falwell. Il ruolo di Jerry Falwell è stato per molti aspetti decisivo, nel senso che egli ha potuto portare in dote per così dire al movimento allo stato nascente tutta la sua esperienza di inventore di una chiesa battista fondamentalista, che vede gli albori in Virginia già nel lontano 1964. Dieci anni dopo Falwell aveva già visto crescere i membri della Silll chiesa da mille a diciottomila, e soprattutto egli aveva saputo creare una rete di associazioni e di iniziative pubbliche non di poco conto: nel 1976 un college con 1.500 studenti (il Liberty Baptist College che poi ribattezzerà in Liberty University), nel 1980 un consultorio familiare, una casa per accogliere donne recuperate all'idea di voler abortire, un'intera isola attrezzata per i campi estivi dei ragazzi e delle ragazze e poi, a partire dal 1977, l'imponente rete di 390 canali televisivi e di 600 stazioni radio da lui controllate (con un giro di affari calcolato attorno ai 60 milioni di dollari all'anno). In tutte queste iniziative Falwell aveva trovato imprenditori che si erano mostrati molto sensibili all'idea della restaurazione dei valori cristiani nella società americana e che ben volentieri avevano finanziato queste iniziative. Si era creato in altri termini un circolo virtuoso fra religione e mondo degli affari e dell'economia che aveva convinto Falwell della giustezza del metodo che aveva scelto: una predicazione religiosa moderna fatta con mezzi moderni per riproporre valori antichi cari al mondo conservatore americano, il quale nel frattempo aveva cambiato pelle. Non era più disposto a tenersi in disparte dalla vita politica, desiderava trovare qualcuno capace di controbattere i valori del radicalismo e del rivoluzionarismo marxista che aveva infettato, per così dire, dai campus universitari tutte le pieghe della società, ribaltando gerarchie
sociali stabili e indubitabili (come quella relativa al ruolo subordinato della donna).
Quando nel 1979 si costituisce la Moral Majority l'intento programmatico dei suoi fondatori è duplice. Promuovere una nuova sensibilità politica per argomenti di carattere religioso e morale e reclutare pastori di diverse congregazioni che attivamente e capillarmente mobilitassero la gente su questi temi. La combinazione di queste due azioni portarono i leader del movimento a organizzare sistemi di sostegno a candidati politici che si fossero o distinti in difesa di valori e temi propri della Moral Majority o si fossero impegnati a portare avanti nelle sedi politiche leggi che tutelassero questo o quell'obiettivo caro al movimento (come ad esempio il finanziamento delle scuole private confessionali o una legislazione restrittiva antiabortista).
In un depliant propagandistico del 1982 la Moral Majority così presentava se stessa:
La Moral Majority Inc. è costituita da molti milioni di Americani, compresi pastori, preti e rabbini, i quali sono profondamente preoccupati del declino morale della nostra nazione e sono stanchi del modo con cui molti esponenti amorali del secolarismo umanista e molti liberali stanno distruggendo le migliori tradizioni della nazione e i valori della famiglia,
Questa pretesa da parte della Moral Majority di raccogliere da un lato le forze vive del fondamentalismo e dall'altro di rappresentare tutte le forme di conservatorismo religioso presenti nelle diverse confessioni, da quella protestante a quella cattolica ed ebrea, sembra entro certi limiti fondata. Almeno per la fase espansiva del movimento. Se prendiamo, ad esempio, un indicatore che assieme ad altri serve a misurare 1'appartenenza all' area del movimento in questione e cioè l'atteggiamento nei confronti dei comportamenti ritenuti immorali e che si riferiscono alla sfera sessuale noi vediamo che la censura nei confronti di questi è concentrata non solo fra i fondamentalisti evangelici, ma anche fra i cattolici e gli ebrei. 

 

Cristo non è venuto per

 

 portarci una vita senza

 

 conflitti

Joseph Tkach

Tratto dalla Worldwide News inglese dell' 8 dicembre 1998

http://www.wcg.org/italy/docs/VitaSenzaConflitti.html 

            Vorrei commentare un po' in generale il soggetto delle prove e vedere in che rapporto esso sta con il cosiddetto movimento "word of faith" (parola della fede).

A molti cristiani è stato insegnato che a loro è stato garantito una via per evitare le prove. Ci si riferisce alla promessa biblica che Dio interverrà per coloro che hanno fede nel suo Figlio.
Dobbiamo però capire che Dio non ha soltanto promesso di aiutarci durante le nostre prove, ci ha pure promesso le prove! Cristo non è venuto per portarci una vita senza conflitti. Al contrario, ci ha avvertito che avremmo dovuto sostenere delle lotte, a causa sua, nell'interno delle nostre famiglie (Matteo 10:34-36), che avremmo avuto delle prove (Giovanni 16:33) e che saremmo stati perseguitati (Giovanni 15:20).
Entriamo nel Regno attraverso molte prove (Atti 14:22) e ogni cristiano soffrirà persecuzioni (2 Timoteo 3:12). Non dovremmo considerarlo una cosa strana quando le prove ci affliggono (1 Pietro 4:12).
Ciononostante, le Scritture ci dicono pure che, se chiediamo qualunque cosa nel nome di Gesù, allora lui lo farà per noi (Giovanni 14:12-14). Allora, ragionano alcuni cristiani, possiamo chiedere una vita senza tribolazioni e se abbiamo abbastanza fede, allora Gesù sicuramente farà in modo che non avremmo mai problemi.
Giovanni 14:12-14 ci dice che possiamo avere ogni cosa se la chiediamo. Possiamo prendere questo come promessa per qualsiasi cosa che desideriamo? No, in un versetto come questo ci sono dei requisiti inespressi, che comunque sono spiegati in altre parti della Scrittura.
Prendete in considerazione per un momento quanto segue: alcuni cristiani hanno pregato con fervore e con molta fede per Pat Robertson che diventasse presidente degli U.S.A. Altri hanno pregato, nel nome di Gesù, per George Bush e altri ancora per Bill Clinton.
Il requisito non espresso è che Dio risponde soltanto conformemente alla sua volontà (1 Giovanni 5:14). Dio non risponderà a preghiere che trasgrediscono la sua suprema volontà. Spesso lui agisce per motivi che noi non possiamo sapere. Non conosciamo la sua volontà in modo perfetto ed è senz'altro possibile per noi di credere qualche cosa che non è vero.
La nostra fede non rappresenta nessuna garanzia che le risposte, che noi cerchiamo nelle nostre preghiere, arriveranno, visto che la nostra fede può essere basata su un presupposto sbagliato. Devo ancora sentire che qualcuno mi racconti di una montagna la quale si è letteralmente spostata per finire in mare.
Alcuni cristiani credono che Dio allontanerà Bill Clinton dal suo posto; altri credono che non lo farà. Alcuni pregano per un esito, altri per un altro, ma entrambi non possono avverarsi.
Potremmo pregare Dio di darci un milione di dollari, ed infatti molti cristiani lo hanno fatto, ma non ricevere niente, non importa quanto cose abbiamo comprato "per fede", fiduciosi che Dio poi avrebbe provveduto.
Possiamo avere una grande fiducia in Gesù Cristo, la certezza che lui ci salva, senza però credere che lui sia un genio esecutore di tutte le richieste fatte nel suo nome, soltanto perché usiamo le parole giuste e perché lo crediamo.

Fede e guarigioni

Molti cristiani hanno fermamente creduto che Dio avrebbe guarito un loro caro. Hanno pregato in fede. Alcuni prestavano fede al fatto che avevano ricevuto conferme da altri credenti o tramite altri miracoli avvenuti. Perciò erano onestamente sorpresi, anche confusi, quando la persona cara moriva.
Quello che loro credevano con tanta certezza si è rivelato non vero. La loro fede non ha potuto guarire la persona, solo Dio avrebbe potuto guarire e lui ha scelto di non farlo, malgrado le loro preghiere, la loro fede, l'amore e le promesse di Dio.
Quando avvengono delusioni come questa, inizia una nuova prova. Se la fede nella guarigione si rivela uno sbaglio, cosa succede con la fede in Cristo? Era pure quello un errore? Questo è uno dei pericoli dell'insegnamento del movimento della "parola della fede", il quale lega la fede nel nostro Salvatore a promesse specifiche.
Ha Gesù promesso di guarire tutte le malattie? Egli non ha guarito Epafròdio, comunque non così istantaneamente come altri lo desideravano (Filippesi 2:27). Persino durante il suo ministero terreno, Gesù non guarì tutti quanti (Giovanni 5:3-9).
Gesù non soffrì per noi, pagando la penalità per tutti i peccati? Non significa questo che non esiste nessuna ragione di sofferenza per noi?
C'è qualcuno che asserisce questo, ma dobbiamo confrontare questo modo di ragionare con un altro fatto: Gesù morì per noi. Significa questo che noi non moriremo mai? La penalità per i peccati è stata pagata completamente, perciò la nostra morte non è richiesta. Abbiamo già la vita eterna (Giovanni 5:24; 11:26). Ma i fatti ci dicono che ogni cristiano muore. C'è qualche cosa che non va con questo ragionamento. Non beneficiamo ancora di tutto quello che Gesù ha compiuto per noi.
Verrà il tempo quando saremo risuscitati incorruttibili. Verrà il tempo quando non sentiremo più nessun dolore. Verrà il tempo quando riceveremo il pieno beneficio della redenzione di Gesù. Ma questo tempo non è ancora arrivato. Ora partecipiamo alle sofferenze di Gesù (1 Pietro 2:20-21).
Gesù ci ha promesso persecuzioni, non esenzione da dolori e da preoccupazioni. Quando Paolo fu flagellato, lapidato e imprigionato, sentiva dolori, anche se Gesù aveva pagato la penalità per tutti i peccati. Paolo aveva una grande fede, ma subiva anche molte sofferenze (2 Corinzi 1:5; Filippesi 3:10; 4:12).
Malgrado Gesù ha espiato tutti i peccati, i cristiani soffrono tuttora nonostante la loro fede e qualche volta a causa della loro fede.
Soffriamo a causa di persecuzioni e soffriamo pene casuali perché viviamo in un mondo nel quale il peccato è una cosa comune. I peccati causano sofferenza a persone innocenti e qualche volta siamo noi quelle persone che sono ferite innocentemente.
Il risultato, alcune volte, è una morte prematura, altre volte una morte lenta e piena di sofferenze. Possiamo soffrire un danno fisico per un incendio, per botte, per un incidente automobilistico oppure per fibre d'amianto.
La nostra salute può soffrire a causa del freddo, del fumo di un fuoco oppure di sostanze chimiche nel nostro cibo. Possiamo soffrire a causa d'animali selvaggi, grandi o piccoli, o persino di microrganismi. Dio non ha promesso di proteggere tutto il suo popolo da tutti i problemi possibili.
È sempre la volontà di Dio guarire chi ha fede in Cristo? Quello che risalta dalla Bibbia è che qualche volta lo è e qualche volta no. Stefano fu ucciso, Giacomo fu ucciso. Alla fine tutti i primi cristiani morirono di qualche cosa. Ma quante volte Dio li ha salvati da vari pericoli, prima che alla fine morissero? Probabilmente molte volte.
Non vi siete mai meravigliati di predicatori che pretendono di poter guarire tutte le infermità mentre loro stessi portano occhiali? Non esiste nessuna ragione in base alla quale le promesse bibliche possano essere applicate ad un tipo di malattia, ma non ad un altro.
Alcune volte, le Scritture citate per sostenere una promessa di guarigione universale, non fanno eccezioni per la vista, età, incidenti e qualsiasi altro disturbo. Ma sia la Scrittura che l'esperienza ci dicono che questi versetti non sono da intendere come garanzia assoluta.
Sì, alcuni sono stati guariti e qualche volta in modo drammatico. Questi sono esempi di favore, grazia e misericordia speciali. Ma non dovremmo prendere questi esempi di eccezionale grazia e creare delle promesse universali.
In più, non dovremmo assolutamente ritenere che persone che non sono state guarite, non abbiano fede. Qualche volta la loro fede è visibile proprio tramite la loro sofferenza, esse rimangono fiduciosi che Dio farà quello che è meglio per loro.
Se vivono o se muoiono, se vivono in ricchezze o povertà, loro confidano in Dio. Non c'è nulla di sbagliato nella loro fede. Quello che è sbagliato è quell'insegnamento che implica che, in qualche modo, loro non fanno abbastanza.

Lo scopo delle prove

Bene, visto che Dio ci ha promesso delle prove e ci ha anche promesso di aiutarci ad attraversarle, per quale motivo ci sono date? Perché Dio permette qualsiasi male?
Non lo sappiamo pienamente, ma sappiamo che Dio permette il male e Gesù stesso era disposto a sopportarlo e lo sopporta tuttora pazientemente.
Le Scritture ci indicano alcuni benefici delle prove: "L'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza" (Romani 5:3-4).
"È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recar gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa" (Ebrei 12:11).
"Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell'oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo" (1 Pietro 1:6-7).
In breve, attraverso la sofferenza impariamo cose che non possono essere acquisite tramite lo studio. La sofferenza ci forma in un modo che non può essere descritto facilmente con parole. Persino Gesù imparò tramite le sofferenze ed anche a noi viene chiesto di prendere la nostra croce e di soffrire con lui.
Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui (Romani 8:17).
Le prove non sono piacevoli, ma veniamo confortati dal fatto che riconosciamo che Dio è all'opera nella nostra vita e lui è in grado di produrre del bene da tutte le cose.
Lui possiede la saggezza e la compassione per operare nelle nostre vite per il suo scopo glorioso. Non sempre comprendiamo quali lezioni speciali dobbiamo imparare da una prova particolare, ma la lezione basilare è sempre quella di confidare in Dio.
Spesso, una prova di fede è proprio una prova di fede. Durante le prove dobbiamo confidare in Dio nonostante le circostanze fisiche e, confidando in Dio, cresciamo nel rapporto di fede con lui.
Questo ha un'infinita importanza, visto che in Cristo siamo tutto ciò che possiamo essere e, senza di lui, non siamo nulla.
Una fede non provata può essere debole. Chiunque può perseverare quando le cose vanno bene. Una fede provata è più forte e il legame fra Dio e noi diventa più intenso.
Dio vuole un rapporto personale con i suoi figli, un rapporto caratterizzato da fede, fiducia e amore. Questo vincolo di fede può essere rinforzato dalle nostre prove. Le prove c'insegnano di confidare in Dio per tutte le nostre necessità. Sia che la nostra prova riguardi la salute, le finanze o i rapporti umani, oppure un problema nella chiesa, dobbiamo guardare a Cristo.
Amici, vi ringrazio di nuovo per la vostra perseveranza, la vostra opera, la vostra pazienza e la vostra fede. Vi chiedo di continuare a pregare l'uno per l'altro e per noi, in modo che l'opera di Dio possa essere fatta sempre più efficacemente nelle nostre vite e nella nostra chiesa.

Joseph Tkach



12 Dicembre 2002  ZNet Z Net

La visione di Bush e la

 

 cultura del potere

Saul Landau

http://www.zmag.org/italy/landau-bushvision.htm 

"Perché ci odiano?" domanda George W. Bush. Io, insieme a milioni di altre persone, abbiamo aspettato la sua risposta dopo gli eventi dell'11 settembre. Abbiamo perduto la nostra verginità collettiva quando abbiamo dovuto accettare l'esistenza di qualcuno che fa sul serio e che non ha a cuore i nostri stessi interessi. Non appena Bush ha parlato, ho rievocato la "loro" immagine con l'aiuto di un vignettista che mi ha fornito l'immagine stereotipata di arabi dagli sguardi feroci, con in pugno le spade ricurve, le teste fasciate nelle kefiyah che urlavano anatemi anti-americani.

Bush ci è venuto a dire che odiano gli americani "perché noi siamo liberi" riferendosi, presumo, alle grandi istituzioni che i nostri padri fondatori ci hanno lasciato. Ciò implicava che la massa di assassini fanatici appartenenti ad Al Qaeda amano un sistema non-libero. Così, per fargliela pagare, ci ha consigliato di volare in vacanza da qualche parte, tipo a Disneyland oppure a fare shopping, in altre parole, praticando quello stile di vita americano che ci fa sentire meglio e aiuta l'economia a ripartire; immaginate, andare a Disneyland quale autentico atto di patriottismo.

E mentre lui ci rassicurava sulla nostra sicurezza, il Ministro della Giustizia Ashcroft ed il capo della Sicurezza Nazionale Tom Ridge, periodicamente ci allertavano sull'imminente minaccia di un nuovo attacco terroristico. Bene - mi son chiesto - uno impara a vivere con le contraddizioni, ma dove intende condurci George W. Bush?

Il capo di un vasto impero deve possedere una qualche visione del mondo, deve avere la consapevolezza che le sue scelte coincidono con il futuro collettivo, deve indicare un cammino che ci conduca oltre la logica del "loro" ci odiano e "noi" amiamo la libertà. I discorsi del Presidente Bush, evidenziano, nelle rare conferenze stampa e occasionalmente in battute improvvisate, la mancanza di chiarezza su come egli intenda coniugare coerentemente le sue azioni da una parte, con - diciamo - il futuro dell'ambiente o il destino di oltre la metà della popolazione povera del pianeta dall'altra, fattori che uno deve pur considerare quando pensa - in qualsiasi forma ragionevole - al futuro.

Nel periodo - apparentemente interminabile - trascorso da quando la Corte Suprema lo ha eletto Presidente, ho osservato nel comportamento di Bush qualche evoluzione. Da una visione del mondo da Governatore del Texas, piuttosto cruda e semplicistica, egli ha edificato sui suoi vecchi pregiudizi aggiungendovi qualche nuova stortura. Nella sua nuova mutazione da manager imperiale, per esempio, i criminali hanno cominciato a giocare un ruolo cruciale in quest'esauriente concezione del mondo da Texas-Yale.

Come governatore del Texas, George W. Bush non credeva nella rieducazione dei criminali. Effettivamente quelli rinchiusi nel braccio della morte non hanno beneficiato del suo compassionevole conservatorismo. Infatti, in qualità di governatore per i cinque anni ha presieduto ad oltre 152 condanne a morte, più esecuzioni - al di là della colpevolezza - di qualsiasi altro capo di stato. Bush avvertiva quel senso di certezza - abbiamo visto tutti la sua faccia in TV quando mette la mascella in quella posa di religioso convincimento - che egli sembra continui a provare su qualunque tema politico. Nel febbraio 2001, si dichiarò fiducioso che "ogni persona che è stata messa a morte in Texas durante il mio mandato era colpevole del crimine per cui era imputato, ed ha avuto pieno accesso alla giustizia".

Come ha notato Anthony Lewis il 17 giugno 2000 sul New York Times, comunque, "il rapporto mostra che in un caso su tre i legali che rappresentavano l'imputato condannato a morte in giudizio o in appello, erano stati o sarebbero stati in seguito radiati dall'albo o in altro modo sanzionati. In 40 casi i legali non hanno presentato alcuna prova o solo una testimonianza nella fase preliminare del giudizio." In almeno altri trenta casi, il pubblico ministero ha usato testimonianze psichiatriche basate su "esperti" che non hanno addirittura disturbato per un colloquio le persone processate.

Bush ha rigettato seri studi che sollevano dubbi sulla pena di morte ignorando perfino le riserve a non rivolgersi a tali avvocati di fiducia per le pene capitali pervenute dal simil talebano Pat Robertson, "Noi abbiamo risposto adeguatamente a colpevoli e innocenti," ha dichiarato Bush compiaciuto al giornalista dell'Associated Press. Egli ha garantito al reporter che ogni imputato "ha avuto pieno accesso al giusto processo."

Come con la maggior parte degli uomini della politica, Bush non fa affidamento sulla realtà specialmente quando sono coinvolte la vita e la morte. Quando si trova in difficoltà, sia per la politica contro il terrorismo che per l'Iraq oppure per la pena di morte, la sua indole gli fa credere che si tratti di uno scherzo. Nel novembre 2002, Crossfire della CNN ha trasmesso nuovamente un nastro di un reporter che gli chiedeva quali fossero le sue priorità: la guerra contro il terrorismo o la guerra contro l'Iraq. Bush rispose: "Er, uh, huh, stò cercando di pensare a qualcosa di spiritoso da dirle." Quando Tucker Carlson del Time Magazine gli chiese come si sentisse a condannare a morte una donna lui mimò le sue implorazioni per salvarsi. "'Per favore Bush,'" ha scritto Carlson, descrivendo il suo atteggiamento come "labbra contratte quasi a deridere la sua disperazione, 'non uccidermi.' "

Come presidente, Bush ha apparentemente riconsiderato la sua posizione sui criminali, beh, almeno per certi tipi. Il suo nuovo programma di riabilitazione prevede per i criminali precedentemente collegati a carneficine - non a semplici omicidi - il passaggio a delle alte cariche istituzionali. Questi fuorilegge sono caratterizzati, non solo dal totale disprezzo per la vita dei centro americani, ma anche da quello per il Congresso e per la Costituzione americana.

Prendiamo per esempio Elliot Abrams, John Poindexter, John Negroponte e Otto Reich, funzionari che egli recentemente ha nominato per gestire importanti cariche politiche. Escludo Henry Kissinger, il neo incaricato alla Commissione Worren il 9 novembre, perché Kissinger ha dimostrato disprezzo per la natura umana in diversi continenti e appartiene alla più grande associazione di criminali di guerra.

Per quelli troppo giovani da ricordare o per quelli che hanno la memoria corta, i quattro menzionati sopra hanno cospirato per aggirare il taglio dei fondi ai Contras da parte del Congresso, il gruppo Presidente Reagan era stato scelto nei primi anni 80 per deporre il governo del Nicaragua. Questi quattro e le loro bande ordirono un complotto per vendere armi all'Iran (anche questo proibito) al fine di incanalare il ricavato ai loro adorati Contras, nascondendolo.

Nella sua testimonianza al Congresso, il frammentario Abrams ha dato una dimostrazione della faccenda quando ha dichiarato: "Non ho mai detto di non sapere nulla sulla maggior parte delle cose sulle quali voi dite che non so nulla." L'adesso 54-enne Abrams ha anche spiegato nella sua autobiografia che egli doveva informare i suoi giovani figli sui titoli di giornale che annunciano il suo stato d'accusa, cosicché disse loro che ha mentito al Congresso per proteggere l'interesse nazionale.

L'allora assistente alla Segreteria di Stato al Centro America ha ammesso di nascondere informazioni al Congresso ed ha ricevuto due anni con la condizionale e 100 ore di lavori socialmente utili. Ora, il 54-enne Abrams come volto nuovo della Casa Bianca, avendo appreso che si può sfuggire al comportamento criminoso se si mantengono stretti rapporti con la famiglia Bush, cercherà di ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Il segretario di stato Colin Powell ha studiato un piano per disegnare una soluzione pacifica ed eventualmente uno stato Palestinese. La cosa, immagino, consiste nel marchio d'approvazione per la repressione israeliana e per la sua espansione. Ciò coincide anche con la posizione di Abrams il quale ritiene che Israele e gli Stati Uniti beneficeranno degli stretti rapporti con i fondamentalisti dell'estrema destra cristiana i quali vogliono che Israele prevalga ed occupi tutto: la Palestina e la politica USA.

L'ormai pensionato ammiraglio nonché Consigliere alla Difesa di Reagan, John Poindexter, fu giudicato colpevole di cinque crimini, compresa la cospirazione, omissione al Congresso e falsa testimonianza. Il giudice gli ha dato sei mesi di carcere, ma una corte d'appello ha ribaltato la sentenza poiché il Congresso ha garantito la sua immunità. La fuoriuscita di prigione causata da errori procedurali non cambia la sostanza della sentenza. Poindexter si occuperà di sicurezza e di come aggirare le leggi al fine di proteggere "la privacy degli individui non affiliati al terrorismo," è la sua nuova dichiarazione.

Otto Reich ha gestito la politica Latino Americana fino al mese scorso e ora mantiene una nomina straordinaria per l'America Latina presso la Casa Bianca. Anche Negroponte, ora ambasciatore alle Nazioni Unite, ha giocato un ruolo nell'affare Iran-Contra ma è riuscito ad evitare l'atto d'accusa. Reich è stato ministro per le menzogne al pubblico dal suo Office of Public Diplomacy e Negroponte come ambasciatore USA in Honduras ha coperto - ora l'ha dimenticato - il mostruoso comportamento dei nostri alleati. I liberali la chiamano violazione dei diritti umani, ma Negroponte ha capito che non si può fare una frittata senza rompere l'uovo, o qualche maoismo del genere.

Nominando questi personaggi, la concezione del mondo che ha Bush diventa chiara. Quelli che in centro america hanno partecipato a complotti e che hanno causato la morte di decine di migliaia di persone avranno la seconda opportunità di mostrare all'opinione pubblica cosa essi realmente rappresentano. In realtà, essi restano dei modelli da imitare per gli Stati Uniti post repubblicani. Il Congresso ha un ruolo modesto in un siffatto governo imperiale. I mezzi di comunicazione, simboleggiati dalla Fox e dalle catene di Rupert Murdoch, giocano alla guerra aggressiva e distraggono il pubblico. Il Piano di Sicurezza Nazionale divulgato dalla Casa Bianca riduce ulteriormente a pezzi le fondamenta repubblicane mettendo la Carta dei Diritti in secondo piano nel tentativo di ricercare un "dominio ad ampio spettro", - difficilmente uno collega una tale problematica alla "sicurezza" o alla "nazione".

Analogamente se ne sono andati i passati concetti di rispettabilità e trasparenza quando le amministrazioni sentivano la necessità di coprire le spedizioni imperiali con brandelli di stoffa repubblicana salvando l'apparenza della Carta dei Diritti.

La nuova Casa Bianca abitata da Bush promuove senza vergogna lo stile di vita americano, condiviso con i paesi più importanti dell'Europa occidentale, il Giappone, l'Australia e la Nuova Zelanda. Per Bush, il concetto di comodità, piacere e svago, basato sulla libertà degli individui di comprare oggetti soddisferà presumibilmente tutti i bisogni dell'essere umano. Con questo modello, risulta implicita la ricompensa che Dio ha concesso, con la ricchezza, agli Stati Uniti - che non dovrebbero per questo pagare alcun tributo. Dio fa una promessa al resto del mondo: anche loro possono farcela adottando l'insieme dei valori americani.

Il governo statunitense in questo esercita un palese potere imperiale, salva il mondo dai terroristi e dai trafficanti di droga, lo rende più democratico e protegge i "nostri" interessi - che sono tipicamente interessi di classe; ciò è noto a terroristi e trafficanti di droga ma non all'opinione pubblica americana.

Quei "deboli" dissenzienti che chiedono cambiamenti nella politica in Medio Oriente che rifletta la realtà regionale e ideali di equità e giustizia sono sottoposti ad attacchi sul loro patriottismo. Quelli che chiedono attenzione per le necessità immediate degli oltre tre miliardi di poveri, le urgenti richieste ambientali, dove il fenomeno di scioglimento dei ghiacci preoccupa realmente gli scienziati - loro, proprio non comprendono la cultura del potere.

Nella mente di Bush il potere deriva dall'assunzione che Dio ha posto la natura sul cammino dell'uomo per il suo immediato ed interminabile sfruttamento. Gli alberi vengono fatti a pezzi per fare scatole da imballaggio e stuzzicadenti - e mobilio naturalmente; gli animali vengono uccisi per il cibo, la caccia o per sport; i pesci vengono pescati; la terra viene usata per edificare e trivellare e così via. Quelli che fanno riferimento alle differenze di reddito "incitano al conflitto di classe." Comunque, per quanto possa sembrare folle, questa visione simboleggia la natura del popolo che attualmente manipola il potere e la ricchezza.

La loro logica del potere regna come un imperativo culturale. Questa concezione del mondo ignora le sue conseguenze. Sorridono quando sentono parlare di aumento della povertà globale o decadimento ecologico. Inoltre, le nomine di Bush sembrano noncuranti delle evidenti contraddizioni che rivela il sostegno USA ai regimi repressivi in alcune aree da una parte e la condanna di regimi simili che mostrano una tendenza disobbediente dall'altra.

Bush è collegato a uomini autoritari come Sharon - che lui definisce "un uomo di pace" - e al Re Saudita che condivide con il Presidente l'amore per la natura e la vita all'aria aperta solo perché entrambi hanno gioito correndo su un furgoncino nel ranch di Bush. Entrambi, naturalmente, giocano un ruolo significativo nella logica di espansione dell'impero americano. La visione di Sharon di una grande Israele coincide con quella dei sostenitori teologici di Bush come il reverendo Jerry Falwell e Pat Robertson, i cui idoli esigono che Israele conquisti il Medio Oriente. Gli untuosi sauditi, invece, "riforniscono" letteralmente l'offensiva imperiale.

La logica del potere imperiale nudo e crudo comprende anche un mondo di contrasti bizzarri. Come sottolinea Wade Davis in Globe & Mail del 6 luglio 2002, "gli americani spendono per accudire il prato inglese tanto quanto il governo dell'India raccoglie con le entrate fiscali federali."

Il sogno di Bush di un mondo sottoposto al potere USA richiede un budget per la difesa di 400 miliardi di dollari, più grande dell'intera economia dell'Australia. Tuttavia, più di un sesto della popolazione mondiale sopravvive con meno di un dollaro al giorno.

Quando Bush chiedeva "Perché ci odiano?" comprendo come lui non riesca ad immaginare in che modo il gioco del video golf o una stretta di mano con un topo di due metri a Disneyland possa offendere altre persone. Bush è stato cresciuto con valori commerciali e conosce solo una nozione di sviluppo. Egli sembra incapace di comprendere che questo modello ha fallito in Medio Oriente ed ovunque nel terzo mondo.

Quelli che hanno seguito le sue ricette non hanno raggiunto prosperità ne felicità.

Il modello, basato sull'alto consumo energetico e di risorse naturali danneggia l'ambiente e non va d'accordo con la realtà della natura. La visione del potere e la realtà dei fatti sulla terra sono in rotta di collisione.

La visione del potere assume che scienza e tecnologia, esse stesse causa di alcuni seri problemi, possano risolvere qualsiasi problema si presenti. Guardate quanti bimbi oggi vivono che una volta sarebbero morti. Il mondo intero gode di una maggiore aspettativa di vita, ma se uno guarda a fondo nel tipo di vita che conduce la popolazione del terzo mondo vede qualcosa che ovviamente sfugge alla visione di Gorge W. Un lavoratore asiatico cucendo un indumento jeans per The Gap guadagna circa 88 dollari al mese. Vale a dire che essi letteralmente cadono in rovina come inavvertitamente ci dice la pubblicità. ["The Gap" significa anche "baratro", ndt].

Questa differenza non ha nulla a che vedere con le mode del momento. Piuttosto, come Davis descrive, essa significa che ci sono famiglie di sei persone che condividono un letto "in una stanza affacciata su un labirinto di vicoli cosparsi di escrementi e rifiuti."

La maggioranza del pianeta comunque non condividerà il mondo di Bush. Né è previsto, nella sua concezione, che essi vi partecipino. Nel mondo musulmano di oltre un miliardo di persone, spesso molto povere, Osama bin Laden fa appello al suo paradiso, un ipotetico ordine ideale in cui l'armonia è impedita perché le persone si comportano in modo servile verso Dio e verso i loro capi terreni. Le richieste del mondo moderno sono di dimenticare il passato, la loro cultura, i valori, la lingua per abbracciare la cultura del benessere, l'unica che Gorge W può immaginare, la stessa cultura dalla quale è emersa la sua concezione del potere. Quel potere su cui riposa un'immensa ricchezza e potenza militare.

Quello che gli innocenti americani hanno imparato dopo l'11 settembre, comunque, è che né la nostra ricchezza né la potenza militare si traducono in sicurezza. Noi possiamo continuare a esportare Baywatch [un serial televisivo americano, ndt] in remoti villaggi del Medio Oriente, ma ciò non fermerà lo scioglimento dei ghiacci, il riscaldamento terrestre o la crescita del livello degli oceani.

Allo stesso modo, l'anti-americanismo dilagherà. Il 5 dicembre 2002 il Los Angeles Times ha descritto un recente studio del Pew Research Center eseguito sull'opinione pubblica di 44 paesi. Chiamato "What the World Thinks in 2002" [Cosa pensa il mondo nel 2002, ndt], il rapporto ha registrato un profondo sentimento anti-americano nei paesi musulmani." I problemi che riguardano la maggioranza del pianeta, secondo il rapporto, comprendono la distanza che separa ricchi e poveri, fame, ambiente ed AIDS. Paradossalmente, la maggior parte dei paesi tipo Egitto e Turchia "amano la tecnologia e la civiltà americana ma sono contrari al dilagare degli ideali americani."

Per ideali non si intende solo l'esportazione del telefilm Baywatch o cose simili, ma ci si riferisce anche all'esercizio del semplice potere imperiale in Medio Oriente.

George W. Bush ed il suo entourage hanno voluto inchinarsi all'ultra destra, sottomettendosi alle lobby delle armi e a quelle anti-abortiste dando carta bianca ai terroristi cubani anti- Castristi che hanno contribuito ad eleggerlo. Infatti, a maggio, egli ha ordinato ai Servizi Segreti di consentire ad un cubano anti-Castrista condannato per terrorismo - Reynaldo "El Chino" Aquit Manrique fu catturato dalle autorità mentre versava benzina in un magazzino di Maiami nel 1994 - di sedere sul palco mentre egli plaudiva all'embargo contro Cuba.

Ironicamente, solo metodi criminali possono realizzare la concezione del mondo di Bush. La sua cultura di potere implica un governo di uomini, non di leggi, uomini disposti a sottomettere, dominare e imporre la loro volontà sulle persone e sulla natura. E se poi non riesci a trovare una buona risposta da dare al reporter fastidioso, raccontagli una barzelletta.

Se concordate con questa analisi allora concluderete, come ho fatto io, che siamo di fronte a una situazione molto pericolosa e vi sentirete spinti a rompere gli indugi e fare qualcosa per tutto questo.


http://www.fedevangelica.it/glam/docglam/61/glam61.rtf 

LA TEOLOGIA

 

 IMPERIALE DI

 

 GEORGE W. BUSH

 

La vittoria militare in Iraq sembra aver confermato un nuovo ordine mondiale”, ha scritto recentemente sul Washington Post Joseph Nye, decano della Scuola di Alta Amministrazione  Kennedy di Harvard. “Dal tempo di Roma nessuna nazione si è innalzata di tanto al di sopra delle altre. Di fatto, la parola ‘impero’ è uscita allo scoperto”.
 

L’uso della parola “impero” riferita al potere americano nel mondo un tempo era oggetto di controversia, spesso riservato alle critiche di sinistra dell’egemonia degli USA. Ma ora, negli editoriali e nei discorsi politici della nazione, sempre più si cita il concetto di impero, e perfino l’espressione “pax americana”, senza alcun imbarazzo.

William Kristol, direttore dell’importante Weekly Standard, ammette l’aspirazione all’impero. “Se alla gente fa piacere dire che siamo un potere imperiale, mi sta bene”, ha scritto. Kristol è presidente del Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), un gruppo di politici conservatori che cominciò nel 1997 a tracciare per gli USA una politica estera molto più aggressiva. I documenti del PNAC delineavano i contorni di una “pace americana” basata su una “indiscutibile preminenza militare degli USA”. Questi visionari imperiali scrivono che “l’alta strategia dell’America deve avere l’obiettivo di preservare ed estendere questa posizione di vantaggio il più a lungo possibile nel futuro”. Nella loro concezione gli Stati Uniti devono assolutamente “accettare la responsabilità del ruolo unico dell’America nel preservare ed estendere un ordine internazionale che sia in accordo con la nostra sicurezza, la nostra prosperità e i nostri principi”. E questo, senza dubbio, è impero.

Non c’è nulla di segreto in tutto ciò; al contrario, visuali e piani di questi uomini di potere sono stati resi del tutto espliciti. Si tratta di esponenti e commentatori politici dell’estrema destra americana che sono assurti al potere di governo e che, dopo il trauma dell’11 Settembre 2001, sono stati incoraggiati a mettere in atto il loro programma.

Durante la frettolosa costruzione della guerra con l’Iraq, Kristol mi disse che l’Europa non era adatta a condurla perché “corrotta dal secolarismo”, così come inadatto era il Mondo in via di sviluppo “corrotto dalla povertà”. Per lui, solo gli Stati Uniti potevano fornire “la cornice morale” per governare il nuovo ordine mondiale. Recentemente Kristol ha scritto candidamente: “Ebbene, che c’è di male nel dominare, essendo al servizio di sani principi e di alti ideali?”. Ideali di quale appartenenza? Presumibilmente di ciò che la destra americana definisce come “ideali americani”.

Bush aggiunge Dio

A questa estensione aggressiva del potere americano nel mondo, il Presidente Gorge W. Bush aggiunge Dio, e questo cambia il quadro drammaticamente. Un conto è la rozza affermazione da parte di una nazione del proprio dominio nel mondo; tutt’altra cosa è suggerire, come fa il presidente, che il successo della politica estera e militare americana è connessa ad una “missione” religiosamente ispirata, e addirittura che la sua presidenza può corrispondere ad un incarico divino per un tempo come il nostro.

Molti critici del presidente commettono l’errore di accusarlo di avere una fede insincera nel migliore dei casi, e ipocrita nel peggiore, e perlopiù una fede che serve da copertura politica al suo programma di destra. Personalmente non dubito che la fede di Gorge W. Bush sia sincera e che sia profondamente sentita. Il vero problema è il contenuto e il significato di quella fede e come essa influenzi la politica interna ed estera della sua amministrazione.

George Bush riferisce di aver avuto una conversione che ha cambiato la sua vita quando aveva circa 40 anni, passando da cristiano nominale a credente nato di nuovo, una trasformazione personale che ha risolto i suoi problemi di etilista, ha solidificato la sua vita familiare, e gli ha dato un orientamento nella vita. Ha così cambiato denominazione, lasciando la fede episcopaliana dei suoi genitori per abbracciare il metodismo di sua moglie. La fede personale di Bush lo ha spinto a promuovere il suo “conservatorismo caritatevole” e la sua iniziativa basata sulla fede come parte della sua nuova amministrazione.

Il vero problema teologico riguardo a Gorge W. Bush era sapere se avrebbe percorso un pellegrinaggio dal metodismo dell’auto-aiuto al metodismo della riforma sociale. Dio aveva cambiato la sua vita in modo reale, ma la sua fede si sarebbe approfondita fino ad abbracciare l’attivismo sociale di John Wesley, il fondatore del metodismo, il quale disse che la povertà non è solo questione di scelte personali ma anche di oppressione sociale e di ingiustizia? Il Dio di Bush del programma in 12 passi[1] sarebbe diventato il Dio che richiede giustizia sociale e mette in questione lo status quo dei ricchi e dei potenti, il Dio di cui hanno parlato i profeti biblici?

Poi giunse l’11 Settembre. Il conservatorismo caritatevole di Bush e l’iniziativa basata sulla fede rapidamente cedettero il passo alla sua vocazione di recente identificazione come comandante in capo della “guerra al terrorismo”. Amici intimi dicono che dopo l’11 Settembre Bush ha trovato “la sua missione nella vita”. Il metodista dell’auto-aiuto divenne poco per volta un calvinista messianico che favoriva la missione dell’America consistente nel “liberare il mondo dal male”. La sua teologia stava subendo una trasformazione critica.

In un dibattito nell’ottobre del 2000, il candidato alla presidenza Bush mise in guardia contro una politica estera americana iper-attiva  che avrebbe incontrato un’accoglienza negativa nel resto del mondo. Bush raccomandava l’auto-limitazione dicendo: “se siamo una nazione arrogante, avranno verso di noi del risentimento; se siamo una nazione umile, ancorché forte, ci accoglieranno”.

Da allora il presidente ha fatto molta strada. La sua amministrazione ha lanciato una nuova dottrina della guerra preventiva, ha combattuto due guerre (in Afghanistan e Iraq), ed ora rivolge regolarmente interpellazioni e minacce ad altri nemici potenziali. Dopo l’11 Settembre nazioni del mondo intero risposero alla sofferenza degli Stati Uniti. Perfino il giornale francese Le Monde uscì con il titolo “Ora siamo tutti americani”. Ma la nuova politica estera preventiva e – ancor peggio – unilaterale che gli USA stanno conducendo ha sperperato la maggior parte di quel sostegno.

Quella di Bush è diventata una politica estera di guerre potenzialmente senza fine all’estero, e all’interno un programma che consiste prevalentemente nel taglio di tasse, soprattutto per i ricchi. “Bush ci ha promesso una politica estera di umiltà e una politica interna attenta ai bisogni”, ha scritto Joe Klein sulla rivista Time. “Ci ha dato una politica estera arrogante e una politica interna cinica, miope e crudele”. Cosa è successo?

Una missione e un incarico

L’ex scrittore di discorsi di Bush, David Frum, dice del presidente: “In fin dei conti la guerra aveva fatto di lui un crociato”. All’inizio della guerra in Iraq, George Bush ha pregato “Dio benedica le nostre truppe”. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione ha promesso solennemente che l’America avrebbe condotto la guerra contro il terrorismo “perché questa vocazione è pervenuta al destinatario giusto, questo paese”. L’autobiografia di Bush è intitolata Un incarico a cui attenersi (A charge to keep) che è una citazione dal suo inno preferito.

Nel libro di Frum L’uomo giusto, l’autore ricorda una conversazione tra il presidente e il principale scrittore dei suoi discorsi, Mike Gerson, diplomato al  Wheaton College, una scuola evangelica. Dopo il discorso di Bush al Congresso, a seguito degli attacchi dell’11 Settembre, Frum scrive che Gerson telefonò al suo capo e disse: “Signor Presidente, quando ti ho visto in televisione ho pensato – Dio ha voluto che tu fossi lì”. Secondo Frum il presidente replicò: “Dio ci vuole tutti qui, Gerson”.

Bush ha menzionato più volte la sua convinzione che non gli sarebbe possibile essere presidente se non credesse in un “piano divino che sorpassa ogni piano umano”. Dopo essere stato investito del potere politico, Bush ha visto sempre più la sua presidenza come parte di un piano divino. Richard Land, della Convenzione dei Battisti del Sud, ricorda che una volta Bush disse: “Credo che Dio voglia che io sia presidente”. Dopo l’11 Settembre Michael Duffy scrisse sulla rivista Time  che il presidente aveva parlato dell’ “essere scelto dalla grazia di Dio per essere conduttore [della nazione] in quel particolare momento”.

Ogni cristiano spera di scoprire una vocazione e una chiamata che siano fedeli a Cristo. Ma un presidente che crede che la nazione sta compiendo una giusta missione rivolta da Dio e che lui stesso serve per incarico divino, può diventare del tutto sconvolgente dal punto di vista teologico. Il teologo Martin Marty, esprime la preoccupazione di molti quando dice “Il problema non è la sincerità di Bush, ma è la sua evidente convinzione che egli sta facendo la volontà di Dio”. Come Christian Century lo ha affermato, “Alcuni temono che Bush stia confondendo una fede genuina con un’ideologia nazionale”. La fede del presidente, ha scitto Klein, “non gli dà requie e non lo spinge a riflettere. E’ una fonte di conforto e di forza, ma non di saggezza”.

La teologia di Bush merita di essere esaminata sul terreno biblico. E’ veramente cristiana, o soltanto americana? Abbraccia in uno sguardo globale il mondo di Dio, o afferma semplicemente il nazionalismo americano nella sua forma più recente di un “evidente destino”? Com’è vista l’ambizione imperiale americana dal resto del mondo, e – ciò che è ancor più importante – dal resto della chiesa del mondo intero?

Citazioni indebite

Il Presidente Bush usa il linguaggio religioso più di ogni altro presidente della storia degli Stati Uniti e alcuni dei suoi maggiori scrittori di discorsi provengono direttamente dall’ambiente evangelicale. Qualche volta Bush si serve del linguaggio biblico, altre volte cita vecchi inni gospel che producono profonde risonanze nell’animo dei fedeli della sua base elettorale. Il fatto è che le citazioni della Bibbia e degli inni troppo spesso sono estratte dal loro contesto oppure, ciò che è anche peggio, sono usate in modo del tutto diverso dal loro significato orginario. Per esempio, nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 2003, il presidente ha evocato un verso famoso, facilmente riconoscibile, di un vecchio inno gospel. Parlando dei più gravi problemi degli Stati Uniti, Bush disse:”La mancanza di ciò che è necessario è grande. Ma c’è un potere, un potere che opera miracoli, nella bontà, nell’idealismo e nella fede del popolo americano”. Ma questo non è ciò di cui parla l’inno. L’inno dice che c’è “potere, potere, miracoloso potere nel sangue dell’Agnello” (corsivo aggiunto). L’inno parla del potere di Cristo per la salvezza, non del potere del “popolo americano”, o di qualsiasi popolo o di qualsiasi paese. La citazione di Bush costituisce un totale abuso.

Nel primo anniversario degli attacchi terroristici dell’11 Settembre il Presidente Bush ha detto all’isola di Ellis: “Questo ideale dell’America è la speranza di tutta l’umanità…Questa speranza illumina ancora il nostro cammino. E la luce splende nelle tenebre. E le tenebre non l’hanno sopraffatta”. Queste due ultime frasi vengono direttamente dall’evangelo di Giovanni. Ma nell’evangelo la luce che splende nelle tenebre è la Parola di Dio, e la luce è la luce di Cristo, non dell’America e dei suoi valori. Anche il suo inno preferito, “Un incarico a cui attenersi” parla di quell’incarico come “un Dio da glorificare”; non parla di “fare tutto ciò che possiamo per proteggere la patria americana”, come Bush ha definito il nostro incarico da mantenere.

Sembra che Bush ripeta a non finire questo errore, facendo confusione tra la nazione, la chiesa e Dio. La teologia che ne risulta è più religione civile americana che fede cristiana.

Il problema del male

A partire dall’11 Settembre il Presidente Bush ha trasformato il “pulpito aggressivo” della Casa Bianca effettivamente in un pulpito pieno di “chiamate”, “missioni” e “incarichi a cui attenersi” riferiti al ruolo degli Stati Uniti nel mondo. George  Bush è convinto che siamo impegnati in una battaglia morale tra il bene e il male, e che quelli che non sono con noi stanno dalla parte sbagliata in questo confronto divino.

Ma chi sono i “noi”? E il male non abita forse in “noi”? Il problema del male è un punto classico della teologia cristiana. Senza dubbio, chi non riesce a vedere il volto stesso del male negli attacchi terroristici dell’11 Settembre è gravemente ammalato di relativismo postmoderno. Evitare oggi di parlare del male nel mondo significa costruire una cattiva teologia. Ma parlare di “loro” come il male e di “noi” come il bene, dire che il male è tutto là fuori e che nella lotta tra il bene e il male gli altri sono o con noi o contro di noi, anche questo è cattiva teologia. Sfortunatamente questa è diventata la teologia di Bush.

Dopo gli attacchi dell’11 Settembre la Casa Bianca scrisse con cura la liturgia del culto durante il quale il presidente dichiarò guerra al terrorismo dal pulpito della Cattedrale nazionale. Il presidente dichiarò alla nazione: “la nostra responsabilità nei confronti della storia è ormai chiara: rispondere a questi attacchi e liberare il mondo dal male”. Alla presenza di quasi tutti  i membri del governo e del Congresso, insieme ai leaders religiosi della nazione, questo evento diventò una liturgia nazionale trasmessa per televisione che affermava il carattere divino della nuova guerra della nazione contro il terrorismo e terminava con “l’inno di battaglia della Repubblica”. La guerra contro il male avrebbe conferito legittimità alla politica estera della nazione ed anche ad una presidenza contestata.

Ciò che soprattutto manca alla teologia di Bush è l’ammissione della verità di questo passo dell’evangelo di Matteo: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? Ovvero, come potrai tu dire a tuo fratello: Lascia che io ti tolga dall’occhio la pagliuzza, mentre la trave è nell’occhio tuo? Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e allora ci vedrai bene per trarre la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello”. Una teologia semplicistica del “noi abbiamo ragione e loro hanno torto” esclude la riflessione su di sé e la correzione. Copre anche i crimini che l’America ha commesso e che conducono al diffuso risentimento globale nei nostri confronti.

Il teologo Reinhold Niebuhr scrisse che ogni nazione, sistema politico e personaggio politico è carente rispetto alla giustizia di Dio, poiché siamo tutti peccatori. Sostenne in particolare che neppure Hitler – al quale Saddam Hussein è stato sovente paragonato da Bush – ha impersonato il male assoluto più di quanto gli Alleati abbiano rappresentato il bene assoluto. Il senso di ambiguità e dell’ironia della storia non preclude l’azione, ma consiglia il riconoscimento dei limiti e prescrive sia l’umiltà che la riflessione su se stessi.

E che dire della tendenza di Bush a fare da sé, anche contro la volontà espressa dalla maggior parte del mondo? Un esponente di un governo straniero mi disse all’inizio della guerra irachena: “Il mondo aspetta di vedere se l’America ascolterà la maggior parte di noi, o se non potremo far altro che ascoltare l’America”. L’unilateralismo americano non è solo cattiva politica, è anche cattiva teologia. C.S. Lewis scrisse che sosteneva la democrazia non perché la gente è buona, ma piuttosto perché non lo è. La democrazia fornisce un sistema di controlli e contrappesi nei confronti di qualunque essere umano che acquisti troppo potere. Se questo è vero per le nazioni, deve essere vero anche per le relazioni internazionali. Le questioni vitali della diplomazia, dell’intervento, della guerra e della pace sono più adatte, in questa visuale teologica, al giudizio collettivo di molte nazioni,  piuttosto che ad una sola, in particolare a quella che è la più ricca e la più potente.

Nella teologia cristiana non sono le nazioni che liberano il mondo dal male: esse sono troppo spesso invischiate in complicate ragnatele di potere politico, interessi economici, scontri culturali, sogni nazionalistici. Il confronto con il male è un ruolo riservato a Dio e al popolo di Dio quando esercita fedelmente  la coscienza morale. Ma Dio non ha dato ad una nazione-stato la responsabilità di vincere il male, né tanto meno l’ha data ad una super-potenza che ha enormi ricchezze e particolari interessi nazionali. Confondere il ruolo di Dio con quello della nazione americana, come sembra fare George Bush, costituisce un serio errore teologico che taluno potrà dire sfiori l’idolatria e la bestemmia.

E’ facile demonizzare il nemico e pretendere che siamo dalla parte di Dio e del bene. Ma il ravvedimento è meglio. Secondo quanto afferma il Christian Science Monitor, parafrasando Alexander Solgenitsyn: come alcuni evangelicali sono pronti a dire,“l’evangelo insegna che la linea di separazione tra il male e il bene non corre tra le nazioni, ma all’interno di ogni cuore umano”.

Una via migliore

La Destra religiosa, così spesso pubblicizzata, è oggi un fattore politico in declino nella viata americana. Sul New York Times Bill Keller recentemente osservava che “altisonanti mediatori evangelici del potere, come Jerry Falwell e Pat Robertson sono invecchiati fino a diventare irrilevanti e ora esistono soprattutto come risibile contraltare”. Il vero problema teologico negli Stati Uniti oggi non è più la Destra religiosa, bensì la religione nazionalista dell’amministrazione Bush, una religione che confonde l’identità della nazione con la chiesa, e le finalità di Dio con la missione dell’impero americano.

La politica estera degli USA è più che preventiva, è teologicamente presuntuosa; non è solo unilaterale, ma pericolosamente messianica; non soltanto arrogante, ma ai limiti dell’idolatria e della bestemmia. La fede personale di George Bush ha promosso la profonda fiducia nella sua “missione” nel “combattere l’asse del male”, la sua “chiamata” ad essere il comandante in capo nella guerra contro il terrorismo, e la sua definizione della “responsabilità” dell’America nel “difendere le speranze dell’umanità intera”. Questo è un pericoloso miscuglio di cattiva politica estera e cattiva teologia.

Ma la risposta alla cattiva teologia non è il secolarismo; è piuttosto la buona teologia. Non è sempre sbagliato invocare il nome di Dio e dar voce alle esigenze religiose nella vita pubblica di una nazione, come alcuni secolarizzati affermano. Dove saremmo senza la guida morale e profetica di Martin Luther King Jr, di Desmond Tutu, e di Oscar Romero?

Nella nostra storia americana la religione è stata rivendicata per la vita pubblica in due modi diversi. Secondo il primo il nome di Dio e la fede sono invocati per renderci responsabili nei confronti delle intenzioni di Dio, per chiamarci alla giustizia, alla compassione, all’umiltà, al ravvedimento, alla riconciliazione. Abraham Lincoln, Thomas Jefferson, e Martin Luther King sono i migliori esempi di questo modo. Lincoln usava regolarmente il linguaggio della Scrittura, ma in modo tale da chiamare le due parti della Guerra civile alla contrizione e al pentimento. Jefferson è famoso per aver detto: “Tremo per il mio paese, quando penso che Dio è giusto”.

L’altro modo invoca la benedizione di Dio sulle nostre attività, le nostre intenzioni, i nostri programmi. Molti presidenti e leader politici hanno usato il linguaggio della religione in questo senso, e George W. Bush è preda della stessa tentazione.

I cristiani dovrebbero sempre sentirsi a disagio con l’impero, che costantemente minaccia di diventare idolatrico e di sostituire finalità secolari al posto di quelle di Dio. E mentre riflettiamo sulla nostra risposta all’impero americano e a ciò che rappresenta, è istruttivo formulare una riflessione sulla chiesa primitiva e l’impero.

Il libro dell’Apocalisse, per quanto scritto con un linguaggio e un immaginario apocalittico, è considerato da molti esegeti come un commento all’Impero romano, il suo dominio sul mondo, e la sua persecuzione della chiesa. In Apocalisse 13 è descritta una “bestia” e il suo potere. In The Message, Eugene Peterson lo esprime con un linguaggio colorito: “La terra intera era eccitata e impaziente guardando la bestia a bocca aperta. Adoravano il dragone che aveva dato autorità alla bestia, e quindi adorarono la bestia esclamando: ‘Non c’è mai stato niente di simile alla bestia! Nessuno oserebbe far la guerra alla bestia!’. Essa deteneva un dominio assoluto su tutte le tribù, i popoli, le lingue e le razze”. Ma la visione di Giovanni a Patmos prevede anche la disfatta della bestia. In Apocalisse 19 un cavallo bianco con un cavaliere il cui nome è “la Parola di Dio” e “Re dei re e Signore dei signori” cattura la bestia e il suo falso profeta.

Come per la chiesa primitiva, la nostra risposta ad un impero che detiene un “dominio assoluto” contro il quale “nessuno oserebbe far guerra”, è l’antica confessione di fede: “Gesù è il Signore”. Ed è vivere nella promessa che gli imperi non durano, che la Parola di Dio alla fine sopraviverà alla Pax americana come è sopravissuta alla Pax romana.

Nel frattempo, i cristiani americani dovranno fare alcune difficili scelte. Saremo solidali con la chiesa del mondo intero, il corpo internazionale di Cristo, o con il nostro governo americano? Non ci  sorprende il fatto che la chiesa globale generalmente non sostiene  gli scopi della politica estera dell’amministrazione Bush, in Iraq, nel Medio Oriente, o nella più ampia “guerra al terrorismo”. Solo all’interno di alcune delle nostre chiese si possono trovare voci che sono consonanti con le visioni dell’impero americano.

Una volta c’era Roma; ora c’è una nuova Roma. Una volta c’erano dei barbari; ora ci sono molti barbari che sono i Saddam di questo mondo. E allora c’erano i cristiani la cui lealtà non andava a Roma ma al regno di Dio. A chi presteranno la loro lealtà i cristiani oggi?

 

Jim Wallis è il direttore della rivista “Sojourners” (www.sojo.net).

(Traduzione di Franco Giampiccoli)



[1] Riferimento al programma degli Alcolisti Anonimi (N.d.T.)


Corriere della Sera 22 settembre 2001

«Amati o odiati, noi

 

 resteremo newyorchesi»

La città trasgressiva cerca solidarietà ma senza rinunciare alla sua identità. La «condanna» dei telepredicatori

NEW YORK - In un’aiuola sulla strada per Lincoln Center qualcuno, forse la mano d’un bambino, ha costruito un minuscolo camposanto di stuzzicadenti. Piccole croci di legno con nomi ispanici, africani, anglosassoni, indiani, arabi, sui cartellini che la pioggia scolora, dietro a un orsacchiotto e una bambola. Dal suo ufficio al New York State Opera, Beth Greensburg non può vederle, quelle croci multietniche in miniatura, però la piazza è lì accanto, con la folla che sembra la solita in questa parte di città molto a nord di ground zero : mille facce e mille razze che vanno di fretta. Sospira, Beth, davanti alle foto dei lavori messi in scena da regista: Puccini e Verdi, Tosca e Traviata e cento ancora. E dice: «Mai. Noi non cambieremo mai quello che siamo, e quello che è New York. Da artista, da omosessuale, da femminista e da newyorkese, ne sono convinta. Perché noi siamo leader di questa nazione proprio in quanto diversi. E perciò diamo la possibilità di parlare anche a uno come Falwell».
Con una frustata su una ferita aperta, Jerry Falwell ha dato voce a un brutto pezzo d’America. Un pezzo nascosto in questi giorni d’orrore e lutto collettivo, ma non tanto piccolo, visto che il reverendo fondamentalista della Virginia raccoglie ogni anno miliardi (il picco, a metà anni Ottanta, fu di tredici milioni di dollari) per le sue fondazioni e i suoi ministri nella Bible Belt , la Cintura della Bibbia, dai portafogli di quegli Stati conservatori per i quali New York è la Città del Peccato, la riedificazione di Sodoma e di Gomorra. Due giorni dopo la strage delle Torri gemelle, durante lo show The 700 club condotto da un altro telepredicatore, Pat Robertson, Falwell ha detto che «probabilmente Dio ha dato all’America ciò che si merita», e quindi ha chiarito di quale America parlasse: New York. «Dio è furioso con questa gente: pagani, abortisti, femministe, gay, lesbiche, che inseguono uno stile di vita alternativo, con gli attivisti dell’Aclu, l’associazione per le libertà civili. Contro tutti coloro che cercano di secolarizzare la nazione. Io punto il dito sulla loro faccia, e dico: "Avete contribuito a ciò che è accaduto"».
Non è affatto solo, il reverendo, anche se poi ha cercato goffamente di smorzare i toni («la mia scelta di tempo è stata infelice»). Pat Robertson, l’altro apostolo oltranzista che lo ospitava in tv, e che con le sue prediche si è comprato una compagnia aerea e alcune miniere di diamanti nello Zaire, annuiva con vigore durante lo show: «Sì, Jerry, anch’io la penso così». E questa in fondo è, con parole più rozze, pure l’America di John Rocker, il lanciatore degli Atlanta Braves sospeso dalla federazione di baseball (ma idolatrato dai tagliaboschi del Midwest) quando dichiarò che sulla linea 7 (chissà perché non la 9 o la 1) della metropolitana di New York s’incontravano soltanto « faggots , finocchi, e neri e stranieri».
Beth si ravvia i bei capelli grigi: «Noi newyorkesi non abbiamo paura di restare isolati dal resto del Paese. Però, sì, gente così ci spaventa un po’. Soprattutto perché non sa. Non sa che, diversi come siamo, ci siamo uniti tutti attorno a un figlio di immigrati, un conservatore, Rudy Giuliani. Un mese fa, se avessero chiesto agli artisti del Lincoln Theatre un’opinione sul sindaco, non uno sarebbe stato con lui. Ora la New York Opera farà una performance di beneficenza in suo onore, l’8 ottobre. Ma è difficile da capire per qualcuno, vero?».
Prima d’ogni altro il New York Times aveva fiutato il vento dell’America profonda. E già il 17 settembre era uscito con un editoriale, «Siamo otto milioni di sopravvissuti in cerca d’affetto», in cui paventava che, esaurita la prima ondata emotiva, il resto del Paese considerasse le conseguenze dell’attacco alle Torri come un problema esclusivo di New York: Falwell era citato come esempio estremo d’un sentimento diffuso. Giovedì scorso, con un secondo editoriale, il più grande giornale della città ha ripreso a battere: «Il nostro quotidiano tributo alla diversità non piace a molti - ha scritto Joyce Purnick -. Noi newyorkesi non ci amiamo l’un l’altro, ma ci tolleriamo... Noi saremo ancora quello che siamo. Il Paese se la prenderà ancora con noi. Jerry Falwell ci condannerà di nuovo. John Rocker potrà insultarci ancora. Prima sarà, meglio sarà».
C’è orgoglio e disperazione in tutto questo. Perché New York sa di stare già pagando un prezzo, di avere già perso qualcosa della sua identità. Lo prova l’agonia dei suoi teatri, a Broadway, dove cinque show sono già stati cancellati e cento attori hanno già perso il lavoro. Lo prova il tono dimesso del suo popolo, riunito nel santuario collettivo di Union Square tra fiori e candele: punk, vecchi liberal e nuovi radicali, ragazzi in skateboard , infermiere, professori e impiegati, tutti assieme con le loro mille teste diverse ma unite in un unico bisogno di catarsi.
Mark Crispin Miller, professore di Comunicazioni all’Università di New York, spiega come il senso critico e le ribellioni metropolitane non potranno che spegnersi nei prossimi mesi: «Quell’atteggiamento di ironia, superiorità e rivolta fino alla morte, direi la firma di un’era per la città, diventa offensivo quando sei in trincea». E così la moda sarà forse meno trasgressiva, domani, come la pubblicità, come l’arte.
Sì, New York sa che una parte di sé è morta, ma non ha nessuna voglia di ascoltare in tv un profeta invasato. Soho resta una frontiera psicologica, e non solo perché è il primo quartiere a ridosso delle macerie. Come Tribeca, ha celebrato l’orgogliosa diversità di New York negli anni Novanta, l’irregolarità e l’invenzione. Mark Balet ha la sua agenzia proprio sotto Houston. E’ stato direttore creativo di Interview , la rivista di Andy Warhol. Dice che «quelli come Falwell sono talebani, sono tanti Bin Laden». Prende fiato: «Tra l’altro, New York non è più peccatrice di tante altre capitali, non più di Roma, dove sono vissuto. Allora, quale sarà la prossima? Roma?».
Non siamo soli, non lasciateci soli: tra le righe il messaggio sembra questo. Anche nell’ironia che, nonostante le previsioni del professor Miller, non è ancora morta del tutto. Al Fanelli’s Bar di Mercer Street, Janet Ring scende dal suo studio per mangiare un panino: «Mi fa ridere quello che dice Falwell. Non mi pare che ci fosse Dio ai comandi degli aerei dirottati». Non siamo soli, non lasciateci soli. Ruben Toledo è un disegnatore di origine cubana, conteso dalle riviste di mezzo mondo. Riesce anche lui a sorridere: «Noi staremo sempre dalla parte della tolleranza e della diversità. E’ questa unicità che definisce un newyorkese. E, mi dispiace per lui, ma Jerry Falwell è arrivato troppo tardi. Sì, perché una nuova generazione di noi s’è già sparsa per tutti gli Stati Uniti. Guardatevi attorno: i ragazzi di domani saranno tutti newyorkesi, nell’idea che avranno della vita».

 

Torna alla pagina principale