I
sionisti cristiani in soccorso del Grande Israele
Cosa c'è dietro l'alleanza fra la destra
evangelico-fondamentalista americana e le pulsioni coloniali israeliane
Voci dal Texas In un congresso di repubblicani della Harris County, discusso per
ore il diritto di Israele di fare ciò che vuole «per combattere il terrorismo»
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Herbert Zweibon, esponente ebreo statunitense di primo piano
e presidente di «Americans for Safe Israel», è preoccupato. La
sconfitta subita da Ariel Sharon nel referendum nel Likud non è servita a
rallegrarlo. L'evacuazione, anche solo di una minima parte, delle colonie
ebraiche di Gaza rimane una possibilità e quindi rischia di avere un impatto
negativo sulla posizione dei cristiani evangelici, ovvero gli alleati più
stretti (e più potenti) dello Stato ebraico negli Stati uniti. «L'alleanza tra
questi cristiani e gli ebrei - ha spiegato Zweibon - si fonda sul patto che Dio
ha stabilito con il popolo di Israele, in particolare il loro ritorno nella
terra promessa. Se gli ebrei ora rinunciano a quel patto, perchè mai gli
evangelici dovrebbero rispettarlo e, di conseguenza, perchè dovrebbero
continuare a sostenere Israele?». Zweibon ha perciò azzardato una previsione:
«I cristiani americani potrebbero sentirsi traditi e quindi decidere di
divorziare da Israele e, si sa, il divorzio spesso segna il passaggio dall'amore
all'odio». Quello di Zweibon è un grido di allarme probabilmente esagerato. Ma
i suoi timori indicano che le associazioni degli ebrei americani temono gli
effetti di una marcia indietro degli evangelici che grande influenza hanno sulla
amministrazione Bush. Proprio Zweibon, grazie al sostegno di importanti gruppi
di cristiani ferventi sionisti, lo scorso anno riuscì a mobilitare migliaia di
cittadini americani contro la «road map», il piano di pace
sponsorizzato dal Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu). Che dovevano telefonare
alla Casa bianca e di ripetere a Bush le seguenti parole: «E il Signore disse a
Giacobbe... Io donerò a te, ed alla tua progenie dopo di te, il paese che Io
diedi ad Abramo ed Isacco (Genesi 35: 11-12, ndr)...Presidente onori il patto
con Dio».
Un affievolimento di questa «sacra alleanza» è temuto anche da Michael Oren,
un professore universitario di origine americana che insegna a Gerusalemme. «Gli
evangelici negli Stati uniti sono sbigottiti - ha detto - non riescono proprio a
capire. Lo Stato palestinese che gli israeliani fino a qualche tempo fa
consideravano una minaccia mortale per lo Stato ebraico ora viene descritto come
l'unica soluzione possibile». Zweibon, in visita in questi giorni a
Gerusalemme, sta preparando un tour per i leader delle colonie ebraiche negli
Usa. Individualmente o a gruppi si recheranno nelle località che, si prevede,
saranno importanti per l'esito delle elezioni presidenziali americane. Hanno
provveduto inoltre a prendere contatto con Karl Rove, lo stratega politico del
presidente americano. Rove ha ribadito l'importanza del voto dei cristiani
evangelici che credono senza esitazioni in ogni parola della Bibbia. Nel 2000
Bush sperava di raccogliere i voti di 19 milioni di questi fondamentalisti, 4
dei quali tuttavia non si recarono alle urne. Rove spera che lo facciano in
novembre.
Il destino di Israele e della «terra promessa», potrebbe essere la molla - così
almeno spera Zweibon - che spingerà i cristiani più militanti a non disertare
i seggi elettorali. Resta tuttavia l'incognita dell'evacuazione di Gaza. La «rinuncia»
di Sharon e degli ebrei di Israele a porzioni della «terra promessa», rischia
di vanificare le pressioni che Zweibon e altri come lui, stanno esercitando in
tutte le direzioni. La tensione tra le due parti è sorprendente se si tiene
conto che soltanto lo scorso ottobre il premier israeliano aveva accolto con lo
slogan «Vi vogliamo bene» i circa 3.000 evangelici giunti in Israele per la
Festa dei tabernacoli da ben 80 paesi (tra di essi, per la prima volta, anche
gruppi di fondamentalisti cattolici italiani). Ora invece Sharon è sotto la
lente di ingrandimentoi.
L'ingresso in politica del linguaggio biblico dal tono apertamente
filo-israeliano, coincide con gli anni dell'ascesa di Ronald Reagan alla Casa
bianca. Ma già molto prima il governatore della California aveva partecipato ad
incontri con esponenti cristiani fondamentalisti divenuti ferventi sionisti dopo
la «conquista» da parte di Israele delle parti rimanenti della «terra
promessa» (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est). In particolare divenne amico
del predicatore evangelico Jerry Falwell. «Oggi - dichiarò in quel periodo
Falwell - lo Stato d'Israele è la sede della profezia. Nel Vecchio testamento
il ruolo degli ebrei era quello di testimoniare, ora è quello di preparare la
seconda venuta di Cristo». Negli ultimi anni è aumentato il numero dei
predicatori, mentre i sentimenti anti-arabi e anti-islamici sono cresciuti nei
cristiani evangelici americani di pari passo con il sostegno incondizionato a
Israele. Nella amministrazione Bush il fondamentalismo cristiano è dominante.«Per
capire cosa accade in Medio Oriente è necessario guardare a ciò che succede in
Texas», ha scritto il 29 aprile sul Guardian George Monbiot riferendo
del recente congresso dei repubblicani nella Harris County (Houston). I delegati
- ha raccontato Monbiot - dopo aver approvato rapidamente risoluzioni sulla
abolizione di tasse e la punizione degli omosessuali, hanno discusso per ore del
diritto di Israele di fare ciò che vuole «per combattere il terrorismo»,
delle pressioni da esercitare sugli Stati arabi affinchè accolgano nei loro
paesi i profughi palestinesi del 1948 e della proclamazione non solo di
Gerusalemme ma anche dei Territori occupati come parte dello Stato di Israele. E
con un presidente che si sente «vicario di Dio» più del papa, non sorprende
che le risoluzioni Onu sul conflitto israelo-palestinese siano costantemente
annullate dagli Usa.
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