FISICA/MENTE

 

http://www.sistemanews.it/subject.asp?subjectnumber=147 

Il sondaggio europeo e Israele.

 

Akiva Eldar, Ha’Aretz, Israele


Il governo Sharon è la causa principale dei risultati dell’indagine, scrive Ha’aretz.
Erano prevedibili le reazioni ufficiali israeliane al sondaggio da cui è emerso che circa il 59 per cento dei cittadini di 15 paesi dell’Unione europea considera Israele come il principale pericolo per la pace mondiale. Il ministro per Gerusalemme e per gli affari della diaspora, Natan Sharansky, ha accusato gli europei di "incolpare gli ebrei dei guai del mondo" e ha detto che i risultati dimostrano che dietro le critiche politiche a Israele si nasconde l’antisemitismo. Secondo Sharansky e i suoi colleghi di governo, bisogna essere europei razzisti per sollevare obiezioni a quello che il piccolo stato ebraico fa per difendere i suoi cittadini, circondati da nemici e nel mirino dei terroristi. Più complessa la diagnosi dei funzionari del ministero degli esteri, che seguono con ansia crescente l’aumento tendenziale dell’antisemitismo. Secondo loro, i responsabili del 95 per cento degli episodi di antisemitismo che si sono verificati in Europa nell’ultimo anno erano immigrati musulmani. Gli attacchi erano soprattutto proteste contro l’iniquità dell’occupazione israeliana dei Territori. Sempre secondo gli analisti esiste un rapporto diretto fra il netto aumento dell’antisemitismo e la frequenza delle immagini di militari israeliani che sparano a bambini palestinesi. Anche le foto di coloni che erigono avamposti nel cuore del territorio palestinese evidenziano, agli occhi dei non ebrei, l’identità ebraica degli occupanti. L’antisemitismo europeo è nato molto tempo prima dello stato di Israele, e quindi prima che gli ebrei neoconservatori entrassero nelle stanze dei bottoni di Washington. Molti di coloro che odiano Israele non hanno certo bisogno delle foto dei piloti ebrei che bombardano le case dei musulmani per alimentare la propria ostilità. Purtroppo in Israele ci sono uomini politici le cui dichiarazioni presentano questo conflitto locale e nazionale come religioso e globale: costoro sono responsabili dell’incolumità degli ebrei in quanto ebrei in tutto il mondo. Lo stesso ministro Sharansky, ultimamente, ha scritto che la spianata delle moschee è più importante della pace. Altri ministri non fanno mistero della propria convinzione che le truppe israeliane stiano nei Territori in base alla credenza religiosa secondo cui la terra d’Israele apparterrebbe solo al popolo d’Israele. Invece quando i governi israeliani hanno manifestato la seria intenzione di mettere fine all’occupazione, l’antisemitismo si è affievolito, cedendo il passo - in Europa e persino nei paesi islamici - a simpatia e appoggio per lo stato ebraico. Dire "il mondo intero ce l’ha con noi" è molto più facile che ammettere che lo stato d’Israele, nato come rifugio e fonte d’orgoglio per gli ebrei, si è trasformato non solo in un paese meno ebraico e meno sicuro per i suoi cittadini, ma anche in una vera fonte di pericolo e di penoso imbarazzo per gli ebrei che scelgono di vivere al di fuori dei suoi confini. Sostenere che si è antisemiti quando si definisce la politica del governo israeliano un pericolo per la pace mondiale è uno spregevole svilimento del termine "antisemita".

 

http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=33106 

La Croce Rossa internazionale contro il Muro di Sharon
di Umberto De Giovannangeli

«L’opinione del Comitato è che la barriera in Cisgiordania, nella misura in cui devia dalla “Linea verde” e sconfina nei Territori occupati, è contraria alla Legge umanitaria internazionale». A pochi giorni dall’attesa udienza della Corte di giustizia dell’Aja, che da lunedì esaminerà la legittimità del «muro» israeliano, il Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) ha sferrato un duro e insolito attacco contro la «barriera di sicurezza» che lo Stato ebraico sta costruendo in Cisgiordania per impedire gli attacchi dei kamikaze. In una nota diffusa a Ginevra, il Cicr ha criticato il fatto che il tracciato della barriera si discosti dalla «Linea verde» che in teoria segna il confine fra Israele è l’area amministrata dall’Anp, penetrando più volte in territorio palestinese. La barriera, un’alta recinzione di filo spinato che in alcune aree urbane, come alla periferia di Gerusalemme, diventa un vero «muro» di cemento armato alto otto metri, crea disagi e sofferenze per migliaia di civili palestinesi, sostiene la Croce rossa internazionale. «Nei punti in cui si discosta dalla linea verde e penetra nei territori occupati - rileva la nota - la barriera priva migliaia di palestinesi di un accesso adeguato a servizi essenziali come l’acqua, le cure mediche, l’educazione, e afonti di reddito quali l’agricoltura e altri tipi di lavoro».

 

La presa di posizione del Cicr, a pochi giorni dall’udienza dell’Aja, che Israele ha deciso di boicottare, prova l’immediata e stizzita reazione delle autorità di Gerusalemme. L’ambasciatore israeliano Yaacov Levy avverte che questa dichiarazione del Cicr «potrebbe intaccare la sua neutralità». «C’è pure il rischio - rileva - che possa essere usata come strumento politico per attaccare le misure di autodifesa di Israele».

Intanto, nonostante abbia deciso di non essere presente all’udienza, Israele prepara una forte offensiva verso l’opinione pubblica mondiale per spiegare le proprie ragioni. Gerusalemme ribadisce che il scopo della barriera è di proteggere la popolazione civile contro i terroristi kamikaze, impedendo la loro infiltrazione in territorio israeliano. «A fronte del totale disimpegno dell’Anp nel contrastare i gruppi terroristi, la realizzazione parziale della barriera ha già consentito di ridurre di molto il numero degli attentati negli ultimi mesi, e le vittime civili», dice a l’Unità Avi Pazner, portavoce del premier Ariel Sharon. Lo stesso Sharon ha ribadito più volte che Israele non considera la barriera come una frontiera avanzata, che prepari una futura annessioni di fette di territorio palestinese, e che dopo un accordo di pace potrà essere spostata se non addirittura rimossa.
Di avviso opposto è la dirigenza palestinese. Da Bruxelles, il primo ministro palestinese Abu Ala ha insistito nel definire il «muro» come «una decisione deliberata di uccidere la prospettiva di due Stati che vivono uno accanto all’altro». «Se avessimo i mezzi sufficienti - aggiunge - lo demoliremmo». Ai suoi interlocutori - il presidente della Commissione Europea Romano Prodi, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza Javier Solana, i membri delal Commissione affari esteri dell’Europarlamento - Abu Ala rilancia l’appello per la creazione di una forza di pace da dislocare nei Territori, e reitera la sua speranza di un intervento deciso della Comunità internazionale su Israele perché ponga fine alla realizzazione del «Muro dell’apartheid». Agli europarlamentari, Abu Ala dice: «Il nostro sangue non è Pepsi Cola», e sottolinea: «Facciamo tutto quello che possiamo per lavorare in un contesto molto difficile. Noi subiamo morti, demolizioni di case, coprifuochi».

Nonostante il parere delal Corte dell’Aja sia solo consultivo, Israele prende molto sul serio il futuro responso dei giudici internazionali, e nelle ultime settimane ha dispiegato una forte attività diplomatica. Con buoni risultati: Usa, Russia e Ue, pur criticando il tracciato della barriera, si sono dichiarati contrari a un intervento della Corte dell’Aja nella vicenda. Così, al tirar delle somme, solo 13 Stati, per lo più musulmani, dovrebbero intervenire lunedì all’udienza dell’Aja, accanto alla’Anp, alla Lega Araba e all’Organizzazione della Conferenza islamica. Per premere sui giudici, ma anche sull’opinione pubblica internazionale, alcune Ong israeliane hanno organizzato contro manifestazioni all’Aja: diverse centinaia di giovani israeliani dovrebbero sfilare nei dintorni del palazzo che ospita la Corte, in rappresentanza delle centinaia di vittime degli attentati terroristici, e l’associazione Zaka - i cui membri, ebrei ortodossi, raccolgono i brandelli di carne dopo gli attentati per ricomporre le salme delle vittime - ha mandato all’Aja la carcassa dilaniata del bus 19, quello che un poliziotto kamikaze palestinese ha fatto esplodere alla fine di gennaio a Gerusalemme, uccidendo 11 civili.



Israele e Territori Occupati:" il muro/la barriera di sicurezza: fatti e cifre"




La costruzione del muro / della barriera di sicurezza è iniziata il 14 giugno 2002 ed è attualmente in corso.

Le autorità israeliane dichiarano che lo scopo del muro /della barriera di sicurezza è di impedire a potenziali attentatori palestinesi di entrare in Israele e portare a termine attacchi suicidi o altri tipi di attacchi. Tuttavia, tale struttura non è costruita lungo la Linea verde che separa Israele dalla Cisgiordania ma soprattutto su terre palestinesi, per parecchi chilometri all’interno della Cisgiordania. In alcuni punti il progetto penetra anche per 20 chilometri a est della Linea verde all’interno della Cisgiordania, in modo da includere molti insediamenti israeliani che si trovano in Cisgiordania (almeno 17 insediamenti in zone al di fuori di Gerusalemme Est e molti altri attorno alle zone di Gerusalemme).

Israele ha il diritto di prendere misure ragionevoli, necessarie e proporzionate per proteggere la sicurezza dei suoi cittadini e dei suoi confini. Questo include misure atte ad impedire l’ingresso in Israele di palestinesi o altre persone che siano ragionevolmente sospettate di avere intenzione di portare a termine attacchi suicidi o altri tipi di attacchi. Israele, tuttavia, non ha il diritto di distruggere o confiscare illegalmente terre e proprietà palestinesi o di impedire il movimento dei palestinesi all’interno dei Territori Occupati, onde consolidare il controllo su terre che sono usate per insediamenti israeliani illegali.

Il muro/la barriera di sicurezza comprende un complesso di ostacoli, di una larghezza che varia da 30 a 100 metri, inclusi profondi fossati per fermare i veicoli, recinzioni elettrificate di avvertimento, percorsi obbligati, strade riservate a pattuglie e veicoli armati. Secondo le informazioni attualmente disponibili, il muro/la barriera di sicurezza raggiungerà, e forse supererà, la lunghezza di circa 450 chilometri. Le autorità israeliane rifiutano regolarmente di anticipare informazioni circa il percorso del muro/della barriera di sicurezza e notizie precise sul percorso esatto vengono rese disponibili solo all’avvio dei lavori o quando le autorità consegnano ordinanze di sequestro nelle località palestinesi le cui terre devono essere confiscate per la costruzione del muro/della barriera di sicurezza.

Attualmente, informazioni dettagliate sono disponibili solo per la prima fase del muro/della barriera di sicurezza, che è già stata ultimata nella Cisgiordania settentrionale (circa 125 chilometri che vanno dal posto di blocco di Salem nella parte nord est del distretto di Jenin, attraverso i distretti di Tulkarem e Qalqiliya, fino al villaggio di Masha nella zona di Salfit) e per la sezione che è stata costruita attorno a Gerusalemme (circa 20 chilometri, dal posto di blocco di Qalandia al campo militare di ‘Ofer vicino a Ramallah e dall’insediamento di Gilo alla zona di Betlemme).

La prima fase del muro/della barriera di sicurezza (da Jenin a Qalqiliya) ha creato diverse enclave dove più di 13.000 palestinesi residenti in una quindicina di villaggi della Cisgiordania sono rimasti intrappolati tra la Linea verde a ovest e il muro/la barriera di sicurezza a est. Queste comunità sono perciò tagliate fuori dal resto della Cisgiordania e dai villaggi vicini dai quali dipendevano per servizi di prima necessità (salute, istruzione, impiego). Almeno altre 19 comunità di queste zone, in cui vivono decine di migliaia di palestinesi, sono state tagliate fuori da circa 100.000 dunum di terra per lo più coltivabile (1 donum = 1000 mq), che ora si trovano a ovest del muro.

La sezione del muro/della barriera di sicurezza attorno alla zona di Gerusalemme, che è nota come “l’avvolgimento di Gerusalemme”, metterà migliaia di palestinesi muniti di documenti d’identità di Gerusalemme dall’altra parte della struttura: dovranno passare attraverso un posto di blocco per arrivare a Gerusalemme, la loro città di residenza. Migliaia di palestinesi con documenti d’identità della Cisgiordania si troveranno circondati all’interno del muro/della barriera di sicurezza, pur senza diritto di accesso a Gerusalemme.

La costruzione della seconda fase del muro/della barriera di sicurezza è iniziata di recente. Gli stessi problemi fin qui evidenziati si ripropongono nella seconda fase, che si incunea ancora più profondamente all’interno della Cisgiordania.

Per costruire il muro/la barriera di sicurezza sono state distrutte ampie zone di terre palestinesi, per la maggior parte coltivate. I terreni sono stati confiscati dalle autorità militari israeliane per “esigenze militari”. Le ordinanze di confisca sono solitamente “temporanee”, di solito fino al termine del 2005, ma possono essere rinnovate a tempo indeterminato. Durante gli ultimi decenni, i terreni palestinesi confiscati “temporaneamente” sono stati usati per costruire strutture permanenti, compresi gli insediamenti e le strade per i coloni, e non sono mai stati riconsegnati ai proprietari. In questo caso, la costosa e complessa struttura del muro/della barriera di sicurezza indica che è poco probabile che sia intesa come struttura temporanea: tutti gli elementi fanno ritenere che sia concepita come struttura permanente.

Il muro/la barriera di sicurezza ha conseguenze economiche e sociali molto serie per più di 200.000 palestinesi in città e villaggi situati nelle sue vicinanze. Per raggiungere il resto della Cisgiordania, andare al lavoro, coltivare i campi, vendere i loro prodotti alimentari e accedere a centri per l’istruzione e la salute in città e villaggi vicini, i palestinesi devono oltrepassare tale struttura presso posti di blocco o varchi appositamente designati.

Le zone della Cisgiordania situate tra la Linea verde e il muro/la barriera di sicurezza sono considerate zone militari chiuse e l’ingresso e l’uscita sono a discrezione dell’esercito israeliano. Secondo le ordinanze militari emesse all’inizio di ottobre di quest’anno, per essere autorizzati a entrare e uscire i palestinesi che vivono nelle zone comprese tra la Linea verde e la struttura devono ottenere e portare permessi speciali, noti come “permessi permanenti per residenti”, soggetti a rinnovo mensile. L’esercito israeliano decide quali dei palestinesi residenti in queste zone possono ottenere il permesso e quali palestinesi residenti altrove possono entrare. I palestinesi che non ottengono il permesso per qualsivoglia ragione (ad esempio, alcuni si sono già visti rifiutare il permesso perché erano stati precedentemente imprigionati e sono perciò considerati una “minaccia per la sicurezza”; altri perché non sono stati registrati dall’esercito israeliano come residenti pur vivendo in quelle zone), saranno in pratica obbligati a lasciare la loro casa e la loro terra o a rimanere bloccati nel loro villaggio senza la possibilità di entrare o uscire.

Al contrario i coloni israeliani, residenti in insediamenti (illegali secondo il diritto internazionale) costruiti in queste e altre zone dei Territori Occupati, possono muoversi liberamente in qualsiasi momento senza alcun permesso.

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Inoltre i posti di blocco rimangono spesso chiusi per più giorni di seguito, rendendo impossibile ogni spostamento dentro e fuori da queste zone. In una recente missione in Israele e nei Territori Occupati, i delegati di Amnesty International hanno visitato in diverse occasioni molte zone lungo il percorso del muro/della barriera di sicurezza, constatando la chiusura dei posti di blocco in periodi in cui dovevano rimanere aperti e osservando persone cui veniva negato l’ingresso senza alcun motivo apparente. A volte, i nostri stessi delegati non hanno potuto attraversare i posti di blocco senza che fosse loro opposta alcuna ragione plausibile.

Nelle ultime settimane i contadini residenti in queste zone hanno avuto seri problemi per accedere alle loro terre, dal momento che i posti di blocco – compresi i cosiddetti “varchi agricoli”, designati per consentire ai contadini di raggiungere i loro campi dall’altra parte del muro/della barriera di sicurezza - sono rimasti spesso chiusi. Questo problema è stato avvertito più acutamente del solito, trattandosi del periodo di raccolta delle olive. Inoltre, poiché altre opportunità di impiego sono fortemente ridotte (a causa delle chiusure in generale e del muro in particolare), l’agricoltura è una risorsa fondamentale per i palestinesi nella zona.

Per queste ragioni Amnesty International chiede a Israele di fermare la costruzione del muro/della barriera di sicurezza e di altre strutture permanenti all’interno dei Territori Occupati, che sono causa di ulteriori restrizioni di movimento relative alla libera circolazione dei palestinesi all’interno della Cisgiordania e di Gaza e della confisca o distruzione illegale della loro proprietà.
http://www.amnesty.it/crisi/israele/il_muro.php3


Biografie e testamenti

CHI SONO I MARTIRI PALESTINESI

Pénélope Larzillière


Le grida e le manifestazioni di collera erano evidenti ai funerali dei martiri al-Aqsa. Un gruppo chiedeva che l'affronto fosse lavato con il sangue davanti alla comunità. Gridavo insieme a quel gruppo, ma non sapevo che avrei avuto l'onore della vendetta [1].
Questo testo, tratto dal testamento di uno studente palestinese militante di Hamas e autore di un attentato suicida a Netanya il primo gennaio 2001, permette di introdurre il discorso sviluppato dai palestinesi su questi giovani impegnati in operazioni in cui sono sicuri di trovare la morte, le cosiddette ?operazioni martirio', secondo la terminologia palestinese.
Il termine ?martire' (shahid) e il contenuto della ricerca Innanzi tutto è necessario fare chiarezza sul nostro uso del termine ?martire' (shahid). Il vocabolo shahid è utilizzato indifferentemente dai palestinesi per definire tutte le persone morte nel conflitto con Israele: famiglie cadute sotto i bombardamenti e autori di attentati suicidi. Ma da noi sarà utilizzato solo per designare questi ultimi. Si tratta infatti di capire il discorso sviluppato dai palestinesi per quanto riguarda questi atti; ed è questo il motivo della scelta di riprendere i termini di ?martire' e di ?operazioni martirio'. Con questa scelta non vogliamo ignorare la condanna che atti del genere incontrano nel mondo occidentale e la loro definizione come atti ?terroristici'. Del resto le condanne appaiono anche nel mondo arabo, talvolta in nome della stessa religione musulmana e dell'errata interpretazione che ne è stata fatta. Così il muftì dell'Arabia Saudita, Abdel Aziz al-Sheikh, rifiuta ogni carattere religioso alle operazioni suicide, e il muftì Mohammed Sayyid A-Tantawi, sceicco dell'università Al-Azhar del Cairo, li giustifica solo contro militari e con l'esclusione delle donne e dei bambini. Ma abbiamo scelto di rimanere strettamente sul piano dell'analisi sociologica e di ignorare qualunque riferimento assiologico.
La questione dello studio del discorso sul ?martirio' pone anche un problema materiale di ricerca. Non è facile parlare con un candidato al suicidio. Di fronte a questa difficoltà, il ricercatore dispone di risorse alternative, che però bisogna accuratamente definire. Ad esempio l'organizzazione Bassidji in Iran, le Brigate Azzedin el-Qassâm (braccio armato di Hamas) e la Jihad islamica diffondono i testamenti dei ?martiri' dopo le loro operazioni. Esistono anche videocassette dei loro discorsi di addio. Tuttavia questi documenti devono essere utilizzati con precauzione, in quanto possono essere stati rielaborati dalle stesse organizzazioni. In ogni modo i propositi e le formulazione variano da un testamento all'altro, mettendo in evidenza una forte personalizzazione del discorso. Anche le interviste con la famiglia e gli amici del ?martire' permettono di conoscere meglio il suo ambiente. Infine, durante le manifestazioni di protesta o le interviste con i giovani militanti ? si tratta indubbiamente di materiali fra i migliori ? è possibile raccogliere le diverse sfumature del discorso sul ?martirio', così come si diffonde in modo sempre più ampio tra i giovani palestinesi al di fuori dell'ambiente dei soli candidati al suicidio. Infatti questo discorso è molto diffuso tra i giovani dell'Intifada al-Aqsa (militanti che rappresentano comunque una minoranza tra i giovani palestinesi). In questo caso però la nozione di rischio e di pericolo assume un valore diverso, poiché questi ragazzi, anche se si dichiarano pronti, non hanno intenzione di immolarsi.
Il discorso sul ?martirio' può quindi assumere diversi significati: ci si può fare uccidere per aver lanciato una pietra o, semplicemente, per essere passato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. La pericolosità dell'azione è tale che la dichiarazione ?voglio morire' può sembrare un requisito indispensabile dell'impegno militante. Un requisito che significa invece: ?Sono pronto a morire per la causa nazionale, ma prenderò il massimo delle precauzioni per garantire la mia sopravvivenza'. Tuttavia questo ?voglio morire' può talvolta essere accompagnato da un abbandono delle protezioni di base essenziali. In questo caso si può dire che ci troviamo di fronte a un ?vero' discorso nichilista.
Esiste un profilo sociologico dei ?martiri'?
Possiamo definire un profilo sociologico dei ?martiri' palestinesi? Lo Shin Beth (il servizio di controspionaggio dello Stato di Israele) ha tracciato un identikit standard: si tratta di un ragazzo tra i 18 e i 22 anni, difficilmente il primo figlio della famiglia, di estrazione povera, proveniente da un campo profughi, celibe e senza prospettive. Tuttavia si deve constatare che una gran parte della popolazione palestinese rientra in questa categoria, poiché il 35% degli abitanti si trova sotto la soglia di povertà, il 16% vive in un campo profughi e il 21% ha un'età compresa fra i 15 e i 25 anni. Inoltre molti ?martiri' non corrispondono a questi criteri. Sarebbe semplicistico pensare, ad esempio, che vengano reclutati sempre tra i più poveri o tra coloro che hanno meno prospettive. Uno degli autori dell'attentato di Beit Lid, nel 1995, aveva appena ottenuto un lavoro stabile come fisioterapista [2]. Un altro, autore di un attentato a Gaza nell'ottobre 1994, aveva rifiutato una proposta del fratello di pagargli gli studi in Germania ed era sposato con due figli [3]. E gli esempi in questo senso potrebbero essere numerosi. In altre parole il fenomeno del ?martirio' non si riduce a una determinata categoria sociale. Così, senza negare le condizioni contingenti e le motivazioni personali che hanno spinto una persona piuttosto che un'altra a passare all'azione, cercheremo soprattutto di dare una logica sociale al discorso sul ?martirio' e alla sua collocazione nell'identità palestinese.
A questo scopo ci è sembrato utile fare ricorso alla prospettiva comparativa con il fenomeno dei ?martiri' in Iran. Farhad Khosrokhavar in L'Islamisme et la mort [4] ed Eric Butel nella sua relazione sul Corpo del martire nella letteratura di guerra iraniana nella guerra Iran-Iraq (1980-1988) [5], hanno messo in luce gli archetipi del discorso iraniano sul ?martirio'. Riprendendo questi archetipi e analizzandone la loro pertinenza rispetto al caso palestinese, abbiamo voluto definire il quadro del discorso palestinese, con le sue somiglianze e specificità, e mostrare in che misura alcune configurazioni possono essere considerate tipiche del fenomeno del ?martirio', indipendentemente dal suo contesto geografico.
Confronto tra i modelli iraniano e palestinese L'aspirazione al ?martirio' in Iran si inserisce nel quadro generale di un discorso nazionalista di sacralizzazione della lotta ?patriottica'. I giovani combattenti pronti alla morte sono l'elemento essenziale di legittimazione di questa lotta. Bisogna sottolineare che questo processo di sacralizzazione delle lotte nazionaliste attraverso l'esaltazione dei combattenti pronti a morire lo si riscontra nella maggior parte dei nazionalismi in guerra [6]. Per Farhad Khosrokhavar si deve però definire meglio questo quadro e distinguere due fasi nella pratica del ?martirio' in Iran.
La prima fase rimanda al periodo di rovesciamento dello scià e all'inizio della guerra contro l'Iraq. In questa situazione viene sviluppato un discorso trionfalistico sul ?martirio' che fa appello alla distruzione del nemico. La società iraniana sostiene quasi unanimemente questo discorso. A partire invece dal 1982, con il progressivo fallimento della rivoluzione islamica, inizia la seconda fase. Il discorso sul ?martirio' diventa un discorso di autodistruzione. Vi si ritrova la volontà di distruggere il proprio corpo, conseguenza del fallimento della rivoluzione e di un'interiorizzazione male assimilata dei valori occidentali contrari ai valori islamici. Il discorso diventa intimista, incentrato sulla descrizione dettagliata della propria distruzione corporale.
È possibile ritrovare alcune di queste caratteristiche nel discorso palestinese del ?martirio'? Di fatto la concezione di un nazionalismo sacralizzato costituisce il suo quadro di riferimento. Vi si ritrova lo schema in cui la capacità di saper morire assume una funzione di legittimazione assoluta dei valori nazionali in nome dei quali si lotta: «Siamo capaci di sacrificarci per la nostra lotta perché questa è la nostra terra? Gli ebrei tengono troppo alla loro vita. Non sanno in nome di che cosa si battono» [7].
Un confronto più attento mostra che il discorso palestinese si rivela molto vicino alla prima fase del fenomeno iraniano: è trionfalistico e fa appello alla vendetta e alla distruzione del nemico. Tuttavia vi si ritrovano anche elementi che Farhad Khosrokhavar associa al secondo periodo, quello della consapevolezza del fallimento, in particolare per quanto riguarda le questioni dell'unanimità della società e del rapporto con i valori occidentali.
Il ?martirio' palestinese: un discorso di tattica offensiva Il ?martirio' è sempre presentato prima di tutto come un'arma, l'arma dei deboli. La capacità di sacrificio è trasformata in un'arma. Secondo le organizzazioni integraliste islamiche, solo quest'arma disperata è in grado di rovesciare il rapporto di forza nei confronti dell'esercito israeliano e di mettere realmente in difficoltà il nemico: «Abbiamo solo questa possibilità. Non abbiamo bombe, carri armati, missili, aerei o elicotteri» [8]. Si tratta quindi di un'arma di offesa e, eventualmente, di difesa. Quando il 14 agosto 2001 i carri armati israeliani sono entrati a Jenin e, dopo violenti combattimenti e bombardamenti, si sono diretti verso il campo profughi, una decina di personalità politiche del campo (non solo gli integralisti) hanno occupato l'ingresso con cariche di esplosivo intorno alla vita e hanno atteso l'arrivo dei carri armati. Anche in questo caso il discorso aveva un carattere militare: «Avevo in testa un'idea fissa: i carri armati non devono entrare nel campo» [9].
Non è un caso se questo tipo di attacco ? o di difesa ? appare per la prima volta tra i palestinesi nell'aprile 1993, dopo la firma degli Accordi di Oslo, e non sia mai stato utilizzato durante la prima Intifada. I militanti di Hamas e della Jihad islamica, di ritorno dalla loro espulsione [10] dal Libano, hanno imparato dagli hezbollah le tecniche da utilizzare. Inoltre i metodi di combattimento precedenti erano difficilmente utilizzabili a causa della fine dell'Intifada. Il ?martirio' assume una funzione fondamentale nella strategia interna: offrire candidati al ?martirio' è un mezzo efficace per dare legittimità alla propria organizzazione e per rimettere in discussione la ?collaborazione' dell'Autorità palestinese. Si vuole inoltre ottenere l'adesione unanime della società palestinese in favore della lotta nazionale condotta attraverso il sacrificio di alcuni dei suoi membri.
L'inserimento del ?martirio' all'interno di una strategia globale di lotta contro Israele gli attribuisce un significato essenzialmente offensivo e non autodistruttivo. Ciò spiega una delle differenze fondamentali con i testamenti dei ?martiri' iraniani: nei testamenti dei ?martiri' palestinesi non si trovano descrizioni della propria autodistruzione.
La descrizione dell'agonia nei testamenti dei ?martiri' Un elemento significativo dei testamenti dei ?martiri' iraniani è il loro soffermarsi sull'immagine dei propri corpi distrutti, insanguinati, smembrati: «Se consentirò al martirio, vorrei ascendere a Dio con il volto insanguinato e con il corpo smembrato» [11]. Tra i ?martiri' palestinesi questo aspetto è invece completamente assente. La menzione della loro stessa distruzione da parte degli autori dei testamenti è estremamente rara. Quando appare, è sempre in relazione con il discorso offensivo contro il nemico: «Conficcherò le mie ossa come schegge nel petto dei malvagi» [12].
Questa differenza distingue nettamente i ?martiri' palestinesi dalla dimensione autodistruttiva del secondo periodo dei ?martiri' iraniani. Infatti il sentimento di colpa dei ?martiri' iraniani, che li porta all'autodistruzione, non è presente nei palestinesi. Gli iraniani si sentono colpevoli del fallimento di una rivoluzione ormai respinta dalla popolazione. Poiché si rifiutano di sconfessare il loro leader carismatico Khomeini [13], il fallimento di una causa così giusta può provenire solo da loro stessi: non hanno fatto abbastanza, non si sono abbastanza sacrificati. Si può sempre invocare un nemico interno o esterno, e spesso è stato fatto. Ma la rivoluzione islamica è al potere ed è quindi responsabile dei propri risultati. La politica e la religione si sono fusi in una rappresentazione del mondo che si vuole totale. A causa di questa assenza di distinzione, il fallimento politico investe tutti gli aspetti della vita umana. È quindi al tempo stesso un insuccesso di cui ci si attribuisce la responsabilità e un fallimento totale. Ciò spiega la volontà di distruggere il proprio corpo, portatore di questo fallimento.
Per quanto riguarda i palestinesi questo sentimento di colpevolezza non può essere sviluppato, perché le organizzazioni islamiche sono all'opposizione. La fusione dell'aspetto religioso e politico non si verifica. Lo Stato islamico che instaura questa fusione non è stato dichiarato. Il fallimento della prima Intifada ? per la maggior parte dei giovani palestinesi questa rivolta si è risolta in un insuccesso ? è circoscritto all'aspetto politico. Del resto, a causa della repressione contro i militanti integralisti che volevano continuare la lotta, il fallimento non sembra attribuibile a questi militanti, ma a coloro che hanno ?tradito' la causa. Nel modello palestinese è proprio l'elemento religioso che permette di sfuggire al fallimento politico. La sfera religiosa, attraverso il concetto di jihad, permette di inserire la lotta in un contesto di lungo periodo di tempo, un tempo millenario, in cui Israele diventa solo un episodio insignificante che occupa lo spazio di appena cinquanta anni.
Tuttavia questo tempo della jihad non corrisponde alla vita di un individuo. Retroattivamente questa concezione temporale rafforza la capacità di sacrificio, poiché la vita dell'individuo diventa insignificante rispetto alla temporalità gloriosa della jihad. Questa nuova concezione temporale permette di passare dallo status di vittima a quello di eroe militare ed è ciò che la rende attraente. Ma questo passaggio diventa operativo solo a prezzo di una rinuncia a qualunque aspirazione ?terrena'.
Abbiamo già evocato gli aspetti tecnici e di strategia interna di Hamas e della Jihad islamica, che spiegano perché il fenomeno del ?martirio' non sia apparso sotto la forma di attentati suicidi durante la prima Intifada. L'altro elemento che mancava per creare candidati al suicidio è quello che abbiamo appena evocato: una gioventù amareggiata che a breve e medio termine non ha più speranze. Durante la prima Intifada la popolazione si è mobilitata per una lotta nella quale credeva. Ciò significava sacrificio e impegno, e le canzoni nazionaliste dell'epoca evocavano la morte e il ?martirio'. Ma per passare a un ?martirio' che potremmo definire nichilista, quello degli attentati suicidi che comportano una morte certa e nei quali non ci si limita più ad accettare di rischiare la vita, era necessaria anche l'esperienza del fallimento della prima Intifada e del dopo Oslo, che ha distrutto definitivamente qualunque speranza tra la maggior parte dei giovani palestinesi.
Volontà di unanimità sociale e grande nostalgia dell'unità perduta Ma anche se i ?martiri' palestinesi non sviluppano questa dimensione autodistruttiva nei loro testamenti, è molto presente un'altra tematica importante del secondo periodo dei ?martiri' iraniani: la questione dell'unanimità sociale.
Per i giovani palestinesi, la prima Intifada ha segnato un'epoca gloriosa della società palestinese in cui la popolazione si è ritrovata unita sotto la bandiera comune della lotta. Disuguaglianze sociali, controversie politiche, tutto è stato cancellato dalla lotta nazionale. Rispetto a questa rappresentazione, il dopo Oslo, caratterizzato dallo scontro fra la nuova Autorità palestinese e le organizzazioni integraliste, si è rivelato traumatico. Le divisioni della società palestinese sono diventate di nuovo evidenti. Ma è soprattutto la repressione violenta degli integralisti da parte dell'Autorità palestinese che provoca maggiore rifiuto: gli attivisti subiscono la repressione anche quando si battono per la lotta nazionale. Gli shebab dell'Intifada, che avevano combattuto fianco a fianco, si ritrovano divisi tra poliziotti palestinesi e integralisti, dove i primi hanno talvolta il compito di torturare i loro ex compagni di lotta [14]. Questa esperienza è essenziale per i giovani palestinesi. Tutti sottolineano quanto la prigione palestinese li abbia marcati ancora di più di quella israeliana, in quanto i maltrattamenti che hanno dovuto subire sono stati inflitti dai loro stessi compatrioti. Il trauma è stato ancora più forte in quanto la politicizzazione si era fatta sulla base di una lotta nazionale fondata su un'unanimità che aveva delegittimato le opposizioni politiche.
Il nemico interno La volontà di instaurare di nuovo questa unità nella lotta e il rifiuto delle divisioni interne nella società palestinese si esprimono quindi attraverso le critiche ripetute contro i ?traditori', i ?falsi credenti', ecc., cioè contro quel nemico interno che rifiuta di combattere o che si schiera contro gli stessi combattenti e la causa nazionale: «La mia anima soffre quando vedo il disinteresse dei musulmani nei confronti della jihad sulla strada verso dio, l'altissimo [?]. Si fregano le mani da lontano, senza fare un passo per liberare gli oppressi dall'oppressione» [15].
Secondo lo schema tipico della retorica delle organizzazioni integraliste islamiche, la critica politica si esprime in termini religiosi. La religione diventa un registro del discorso che permette di dare forma alla politica. Così, tra i palestinesi come tra gli iraniani, il nemico politico appartiene alla categoria dell'impuro che si contrappone alla purezza dei ?martiri'.
Iraniani-palestinesi: quale riconciliazione sociale?
Il ?martire' cerca quindi di rinsaldare la comunità nazionale attorno alla purezza del suo sacrificio. Ma la percezione della possibilità o meno di una riconciliazione si rivela diversa tra i palestinesi e gli iraniani. In Iran, infatti, è il governo che invia i giovani al ?martirio', contro la volontà della maggioranza della popolazione.
In Palestina invece i ?martiri' hanno il sostegno della società e si oppongono all'autorità. A causa di questa differenza la riconciliazione sociale appare possibile ai ?martiri' palestinesi, al contrario dei ?martiri' iraniani che sanno invece di avere contro la società.
Così i ?martiri' palestinesi, dopo le severe critiche rivolte al nemico interno, chiedono il pentimento, promettono il perdono e fanno costante ricorso a termini famigliari: fratelli, figli, ecc. per designare l'insieme dei membri della società palestinese: «Non vi siete ancora pentiti? Tornate dal vostro Dio, dal vostro popolo, sarete perdonati dei vostri peccati. Se non lo fate, la vostra miseria morale sarà evidente» [16].
Tra i ?martiri' iraniani, questo appello si esprime innanzi tutto in termini coercitivi nei confronti della loro famiglia: vogliono impedire qualunque espressione di pena per la loro morte. Pena che potrebbe essere interpretata come un'opposizione al governo che invia dei ragazzi a farsi uccidere. Inoltre, anche se nei loro testamenti invitano altri a seguirli nel ?martirio', la consapevolezza della forte opposizione al loro gesto li spinge a moltiplicare i divieti contro le espressioni di dolore e a descrivere accuratamente lo svolgimento (obbligatoriamente festoso) della loro cerimonia funebre: «Siate felici del mio ?martirio', festeggiatelo, accendete luci ovunque? Soprattutto non piangete» [17].
Questo genere di divieto non appare tra i ?martiri' palestinesi che, sicuri del sostegno di cui dispongono, ricordano semplicemente il prezzo da pagare nella lotta nazionale. La manifestazione della pena e del dolore è possibile, ma deve essere trascesa nell'obiettivo della lotta di liberazione nazionale.
Moralità e spiritualità: le vere armi Il fenomeno moderno del ?martirio', che sia iraniano o palestinese, non può essere interpretato solo nel quadro del conflitto regionale nel quale si inserisce o delle società nelle quali appare. Si tratta, infatti, di un gesto che va interpretato anche in contrapposizione a un Occidente sentito come dominatore. Questa seconda dimensione appare in modo evidente nelle interviste. La disponibilità al ?martirio' diventa un gesto che dimostra la disponibilità al distacco assoluto nei confronti del consumismo e dell'edonismo attribuiti al mondo occidentale. Dal punto di vista dei candidati al ?martirio' esso mostra in maniera ?decisa' ed evidente la loro appartenenza a un mondo spirituale di alto valore morale.
Contro la superiorità economica, tecnica, culturale e la dominazione quotidiana, questi giovani ritrovano un valore e un senso ponendosi in un campo spirituale negato agli occidentali. La loro integrità morale, il rigore della loro condotta e della loro obbedienza ai precetti religiosi costituiscono per loro la garanzia della loro superiorità di fronte a un mondo occidentale corrotto dall'egoismo consumistico, dall'altissima percentuale di divorzi e dai movimenti omosessuali?
Attacchi più violenti quando il nemico è presente sul posto Dibattiti e azioni sono tanto più violenti quando i disprezzati valori di questa modernità occidentale sono sostenuti, nonostante tutto, dagli stessi giovani palestinesi e talora da quelli stessi che fanno mostra di rifiutarli. Per questi giovani, infatti, il mondo occidentale non è un mondo immaginario ma si trova, con Israele, alle porte. È un mondo che conoscono da vicino, sono affascinati dalle sue tecnologie che molti conoscono (la popolazione palestinese conta molti ingegneri formati all'estero). L'accentuazione dell'aspetto spirituale esprime anche la frustrazione nei confronti di un consumismo agognato ma impossibile. I giovani palestinesi si sentono vicini a una cultura giovanile internazionale di cui conoscono perfettamente le grandi icone, il ?look' e la musica; ma questo tipo di consumismo è inaccessibile alla maggior parte di loro. Non solo non hanno accesso a questo mondo che conoscono così bene, ma si sentono respinti e disprezzati, considerati retrogradi e non stimati per le loro competenze tecnologiche. Così la scelta degli obiettivi ? le discoteche e i caffè più delle stazioni di pullman o degli obiettivi militari ? non è casuale. Anche se questi obiettivi presentano il ?vantaggio' tattico di raccogliere molte persone, sono soprattutto centri di ?perdizione' occidentale. In questi luoghi si ritrova quella gioventù dorata e spensierata, simbolo agli occhi dei palestinesi dell'ingiustizia di cui sono vittime, private di futuro e destinate al sacrificio. Uno dei principali elogi nei confronti della nuova grande figura dei palestinesi, il capo degli hezbollah libanesi Nasrallah, riguarda proprio la sua capacità di parlare da pari a pari con i dirigenti occidentali e, soprattutto, israeliani. Con Nasrallah, secondo i palestinesi, gli arabi abbandonano l'atteggiamento del dominato e non si lasciano più impressionare dai loro interlocutori.
Gli autori degli attentati dell'11 settembre Apriamo qui una breve parentesi per un confronto con gli autori degli attentati dell'11 settembre negli Stati Uniti. Ha colpito il fatto che abbiano potuto continuare nel loro progetto nonostante la loro integrazione nello stile di vita occidentale. Tuttavia questi fattori che abbiamo evocato in precedenza di attrazione-repulsione verso il mondo occidentale si accentuano spesso una volta che si è entrati in contatto con esso. Anche se le frustrazioni materiali possono scomparire, le rappresentazioni di dominio e di disprezzo che il mondo occidentale trasmette a proposito del mondo arabo sono ancora più evidenti, e in questo caso l'individuo è direttamente coinvolto nelle sue relazioni quotidiane. L'associazione fra controllo tecnico della modernità e rigetto dei suoi valori ?corrotti' ? rigetto che deriva in gran parte dal rifiuto del dominio reale esercitato da coloro che li professano - è un elemento fondamentale dell'ideologia islamica.
Le somiglianze però finiscono di fronte alla lettura del testamento di Mohammed Atta, che l'Fbi avrebbe trovato e che è stato pubblicato dallo «Spiegel» [18]. Infatti, rispetto ai testamenti dei ?martiri' palestinesi o iraniani, questo testamento si rivela estremamente sorprendente. Non corrisponde ai criteri abituali del testamento di un ?martire' e presenta numerosi errori rispetto al canone previsto per questi casi. L'autore, ad esempio, evoca i rituali di purificazione del proprio corpo dopo la morte (cambio di vestiti, lavaggio, ecc.), mentre l'elemento caratteristico del ?martire' è di arrivare alla morte in stato di purezza e di conseguenza non è possibile alterare lo stato del suo corpo. Inoltre il testamento è firmato da due testimoni, un elemento che non si è mai visto nei testamenti degli altri ?martiri'. In altre parole, questo testamento, in base alle informazioni disponibili, assomiglia più a un insieme di precetti musulmani per una morte normale che al testamento di un ?martire'.
Il ?martirio': un gesto di autoaffermazione di fronte ai valori comunitari Al di là della sua affermazione nei confronti dell'Occidente, il ?martirio' ha anche una funzione di autoaffermazione ? nonostante ciò avvenga attraverso la morte ? rispetto alla società a cui si appartiene. Il ?martirio' palestinese fa riferimento all'affermazione del ruolo inalienabile dei giovani in una società in cui le strutture patriarcali di decisione dopo Oslo sono state ripristinate. La prima Intifada aveva infatti permesso ai giovani di assumere il potere politico, utilizzando la legittimità della lotta nazionale contro le gerarchie tradizionali. Dopo Oslo però l'Autorità palestinese ha riattivato i poteri patriarcali comunitari fino a quel momento messi da parte, allo scopo di controllare la gioventù.
Con la seconda Intifada l'accentuarsi dell'islam politico ha permesso di rimettere in discussione questa gerarchia nuovamente imposta. La legittimazione proviene ormai da un elemento religioso rivisitato, che può essere in opposizione con le strutture patriarcali e la religiosità tradizionale. In altre parole i giovani utilizzano il Corano contro i loro padri. Questo allontanamento dell'islam politico nei confronti di una religiosità tradizionale può essere osservato a diversi livelli. La famiglia, ad esempio, non è più il valore principale, come constatano le madri che si preoccupano non appena osservano l'accresciuta religiosità dei loro figli. Il discorso ?tradizionale' sul ?martirio' può essere riscontrato fra alcuni giovani impegnati politicamente, ma mai tra i militanti di Hamas o della Jihad islamica: «Voglio diventare un ?martire'. Ogni notte quando vado a sparare ci penso. Del resto ho molti fratelli e se muoio non sarà una grave perdita per la mia famiglia. Inoltre dopo la morte mi attende il paradiso, gli onori, le donne. Qui che cosa ho da perdere? La mia non è una vita» [19].
Nel discorso ?tradizionale' sul ?martirio' la partecipazione al sostentamento economico della famiglia assume un ruolo importante nella disponibilità o meno al sacrificio. Allo stesso modo, le ricompense dovute al ?martire' dopo la sua morte sono spesso menzionate. Questo aspetto del discorso è invece del tutto assente nelle organizzazioni integraliste. Menzionare le ricompense post mortem metterebbe in dubbio la purezza del gesto del ?martire'. Del resto, poiché la jihad è il valore fondamentale, anche chi contribuisce al reddito familiare può farsi ?martire'.
Conclusione: il ?martirio', un argomento determinante nella lotta per i valori Come abbiamo visto, la disponibilità al sacrificio supremo assume un ruolo fondamentale nell'attività di legittimazione e di delegittimazione politica: in Iran serve a rilegittimare un potere sempre meno popolare, in Palestina è utilizzato dalle organizzazioni integraliste per ottenere una forte legittimità sociale. Più in generale, l'attuale disponibilità dei giovani ad accettare di sacrificarsi ? per una lotta nazionale che la popolazione palestinese complessivamente sostiene ? delegittima i tentativi di affermazione di altri valori. Infatti, anche se i palestinesi sostengono la causa nazionale, la maggioranza dei giovani non crede né nella possibilità di realizzazione a breve termine di questo obiettivo né nei metodi di lotta estremamente sanguinosi attualmente utilizzati. Prima dell'Intifada al-Aqsa, la maggior parte di questi ragazzi era concentrata su obiettivi di vita individuali e limitati, pronta ad adattarsi alle possibilità esistenti. Tuttavia il fatto che una minoranza di giovani abbia ripreso la lotta e sia stata capace di sacrificarsi ridà alla causa nazionale un valore primario ed essenziale e rafforza la tendenza all'univocità dell'identità palestinese. Il fenomeno del ?martirio', oltre ai vari fattori storici, spinge quindi la società palestinese a fare del nazionalismo il metro di giudizio unico della realtà e il contesto all'interno del quale si devono inserire le azioni per essere socialmente legittime.
© Ifri. Con il titolo Le «martyre» des jeunes Palestiniens pendant l'intifada al-Aqsa, questo saggio è comparso nella rivista «Politique étrangère», la più antica rivista francese di relazioni internazionali, pubblicata a cura dell'Institut Français des Rélations Etrangères, n. 4, ottobre-dicembre 2001.

per le note, link:
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/42/42A20030912.html


http://www.ilmanifesto.it/oggi/art73.html 

Tel Aviv scopre gli espropri delle «Leonesse»
Donne organizzate contro i «tagli» di Sharon: assediano banche, danno ai poveri alimenti requisiti, chiudono l'acqua ai ricchi
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME


Le «Leonesse» sono tornate a colpire, in silenzio, puntando con decisione a uno degli organi vitali di un sistema economico che in Israele tiene in scacco centinaia di migliaia di persone: le banche. Ayala Sabag e le sue compagne, tutte dei Katamonim, i rioni più poveri di Gerusalemme dove la fame non è una statistica ma un fattore costante della vita quotidiana, hanno sequestrato il materiale pubblicitario della Jerusalem Bank e della Discount Bank per protestare «contro gli alti tassi di interesse e le commissioni che arricchiscono gli istituti bancari e impoveriscono il popolo». E hanno cercato di entrare nella sede centrale di HaPoalim Bank, presso l'isola pedonale BenYehuda, ma sono state fermate dai guardiani. A guidare queste donne non c'è un movimento organizzato e neppure i laburisti di Shimon Peres e i leader del Meretz (sinistra sionista) che delle lotte operaie e del socialismo oggi hanno solo un vago e lontano ricordo. C'è invece la disperazione, immensa, provocata dalla politica del ministro delle finanze Netanyahu che taglia i sussidi agli israeliani poveri e assegna invece generose quote del bilancio pubblico alla difesa e alla colonizzazione dei Territori palestinesi occupati. La commissione finanze della Knesset ha approvato martedì stanziamenti per altri 20 milioni di dollari agli insediamenti ebraici (un milione servirà a proteggere la casa comprata nel 1988 dal premier Sharon nel quartiere musulmano della città vecchia di Gerusalemme). E ieri il movimento Peace Now ha confermato che nel 2003 il governo non ha smantellato i 102 avamposti colonici eretti in Cisgiordania, anzi in molti di loro c'è stato un passaggio graduale dalle case prefabbricate agli edifici in muratura. Ayala Sabag e le altre «Leonesse» non hanno una preparazione politica e i Katamonin non sono mai stati una raccoforte della sinistra, al contrario molti degli abitanti fanno il tifo per Sharon. Non denunciano la colonizzazione dei Territori occupati che assorbe enormi risorse del paese. Non ne sono consapevoli. Ma hanno il coraggio di agire e di contrastare la politica economica di Netanyahu e di Sharon, senza paura, in modo molto più aperto e netto dei laburisti che, peraltro, non rinnegano la svolta liberista compiuta anni fa. Persino il quotidiano «pacifista» Haaretz non riesce a comprendere il significato della battaglia avviata dalle «Leonesse», così come non capì subito il valore della lotta di Vicky Knafo che più di un anno fa dalla città isolata di Mitzpeh Ramon arrivò a piedi a Gerusalemme per far sentire la voce della madri-single costrette a fare i conti con i drastici tagli ai sussidi alle famiglie numerose passati da 3.091 shekel (circa 560 Euro) a 1.836 shekel. Prive di un punto di riferimento a sinistra, le «Leonesse» procedono con gesti simbolici e qualche «esproprio proletario». Ad inizio febbraio si sono impossessate di scorte di pane a Beer Sheba (Neghev) e a Gerusalemme e le hanno distribuite nei rioni poveri delle loro citta' in reazione alla decisione del governo di aumentare del 30% il prezzo della farina. Poi hanno rastrellato quanto hanno trovato in alcuni supermercati e lo hanno distribuito ai bisognosi. Qualche giorno dopo hanno brevemente interrotto l'erogazione dell'acqua in due quartieri benestanti - Bet HaKerem e Rehavia - di Gerusalemme «per far provare ai ricchi cosa sentono i poveri quando, per debiti, il municipio chiude i loro rubinetti». Occupati a riferire giorno dopo giorno le promesse di «separazione unilaterale» dai palestinesi fatte da Sharon e le vuote dichiarazioni degli ideologi dell'occupazione dei Territori e della colonizzazione, i media hanno trascurato la protesta di quella parte della società israeliana schiacciata dal peso della recessione, mentre in molte cittadine, dove il deficit pubblico è ormai endemico, i dipendenti comunali non ricevono lo stipendio da mesi; alcuni da oltre un anno e mezzo, vivono di elemosine. Gli ebrei ultra-ortodossi fanno fronte alla povertà grazie ad una rete di solidarietà tra religiosi che almeno assicura un pasto al giorno a bambini e anziani. I laici invece fanno i conti ogni giorno con i prezzi elevati dei generi alimentari. Il resto - cinema, abiti, divertimenti - è un sogno per centinaia di migliaia di israeliani. A Efrat, Maale Adumim, Ariel, Immanuel, Elon Moreh e in tutte le colonie ebraiche (ad eccezione dell'ultra-ortodossa Beitar Elite), lo standard di vita è alto, grazie a incentivi, sussidi governativi e sgravi fiscali a scuole e trasporti quasi sempre gratuiti. Ufficialmente la disoccupazione in Israele è al 10,3% ma secondo fonti indipendenti è al 16%. Lo stipendio medio (lordo) era a settembre di 7.075 shekel (circa 1.250 Euro). A novembre è calato a 6.819 shekel e il 27,8% dei lavoratori israeliani guadagna metà dello stipendio medio (dati dell'Ufficio centrale di statistica).

«Tante famiglie povere non hanno chiesto spiegazioni. Si sono limitate a ritirare i sacchetti. Almeno i loro figli non sono andati a scuola con i morsi della fame. - ha detto Ayala Sabag ricordando la distribuzione del pane alla periferia di Gerusalemme - Nei Katamonim la metà del rione è da tempo senza acqua» perché il municipio infierisce contro i poveri che non pagano la bolletta. «Per questo - ha aggiunto - abbiamo bloccato l'erogazione, per far sentire ai ricchi le nostre sofferenze. Ci aspettiamo che anche chi in Israele sta bene protesti e solidarizzi con noi».



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INTERVISTA
«Il muro non è la soluzione»
Parla Dana Bar, rappresentante degli studenti israeliani che rifiutano la leva in un esercito di occupazione
SVEVA HAERTTER


Ha 19 anni Dana Bar, la rappresentante del movimento degli studenti israeliani che rifiutano la leva in un esercito di occupazione, attualmente in Italia per una serie di iniziative. Lunedì scorso i cinque giovani, che fanno parte dello stesso movimento e che dal 7 gennaio scorso si trovano nel carcere militare di Athlit, sono stati sentiti da una commissione che vuole valutare la possibilità di un loro trasferimento in un carcere civile. Prima di venire in Italia, Dana, che a seguito del proprio rifiuto della leva attualmente sta svolgendo servizio civile come infermiera, ha partecipato all'organizzazione delle manifestazioni di solidarietà con i cinque.

Quali sono le prime conseguenze dell'esito del processo dei "cinque", sia rispetto al vostro movimento che rispetto alla strategia dell'esercito per contrastare il fenomeno del rifiuto della leva? Come siete percepiti dall'opinione pubblica in Israele?

Al momento, visto che il processo è finito con una pesante condanna, l'esercito sta creando sempre maggiori difficoltà a chi rifiuta, sia per i ragazzi che per le ragazze e certo, attraverso ciò che i cinque hanno subito e stanno subendo, l'esercito cerca di scoraggiare chi vuole seguire il loro esempio. L'opinione pubblica non ha simpatia per noi, siamo visti come traditori. Per quanto riguarda noi, certo è pesante avere amici in carcere, ma non cambia nulla rispetto alle nostre scelte politiche. Una cosa è un po' cambiata: con i ragazzi in carcere, ora sono solo le ragazze a guidare il movimento.

Qui in Italia si sta discutendo molto su «resistenza» e «terrorismo». Ne avrete parlato anche voi. Qual è la vostra posizione?

Vorrei iniziare dicendo che non legittimo il terrorismo in alcun modo. Penso che la resistenza vada praticata in modo pacifico, perché secondo me solo la resistenza pacifica può portare alla pace. Ma vedo anche quanto è terribile l'occupazione e quante cose drammatiche subisce la popolazione palestinese, quindi capisco come nasce il terrorismo e da dove vengono i terroristi. Essendo stata nei territori occupati, so bene cosa vedono i ragazzi della mia età e capisco la paura e la frustrazione in cui sono costretti a vivere. Ma penso che gli attacchi suicidi abbiamo un effetto negativo sull'opinione pubblica israeliana e che allontanino la pace. Del resto una voce forte contro il terrorismo viene anche dalla stessa società civile palestinese.

Il governo israeliano afferma che il muro in costruzione in Cisgiordania è necessario per la sicurezza. Come rispondi a questa affermazione?

Penso che il muro non aiuta la sicurezza, ma aumenta la disperazione nel cuore della gente palestinese e potrà solo far aumentare il terrorismo. Gli israeliani, come ebrei che hanno subito la Shoah, non dovrebbero certo costruire un muro che separa bambini dalle scuole, contadini dalle proprie terre ed intrappola intere città all'interno del muro, separandole dal territorio.

Il movimento che il 15 febbraio 2003 è sceso in piazza in tutto il mondo contro la guerra in Iraq, sta convocando una manifestazione internazionale per il 20 marzo. Una delle richieste che viene fatta dagli organizzatori della manifestazione in Italia, è di non rifinanziare la missione militare in Iraq. Il parlamento italiano sta votando su questo proprio in questi giorni e le forze di centro-sinistra sono divise. Hai qualcosa da dirgli?

Certamente di votare contro il rifinanziamento della missione in nome della giustizia e della pace nel mondo che noi tutti vogliamo. Non dovrebbero mandare soldati in Iraq, ma mettere fine all'occupazione. E certamente i soldati dovrebbero rifiutare di andarci ...

In che modo si può sostenere il vostro movimento?

L'aiuto maggiore che potete darci è di far sentire la vostra voce per chiedere la liberazione dei nostri amici, per esempio scrivendo alle ambasciate israeliane, al governo, ai parlamentari. Sul sito del forum dei genitori (http://www.refuz.org.il) è possibile trovare materiale utile e c'è una petizione da firmare. Sempre sul sito ci sono anche i riferimenti per sostenere il nostro movimento con delle sottoscrizioni.

http://www.ilmanifesto.it/oggi/art77.html

INTERVISTA
«Ginevra è l'unica soluzione»
Parla l'ex ministro israeliano Yossi Beilin, ideatore del piano di pace alternativo firmato in Svizzera in dicembre
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME

Il primo dicembre del 2003, decine di pacifisti israeliani e palestinesi hanno firmato simbolicamente in Svizzera l'iniziativa di Ginevra, il modello di accordo di pace elaborato dall'ex ministro della giustizia israeliano Yossi Beilin e dall'ex ministro palestinese dell'informazione Yasser Abed Rabbo. A due mesi e mezzo da quell'evento che occupò ampio spazio nei media di tutto il mondo, dell'iniziativa di Ginevra si parla poco, anche se Beilin e Abed Rabbo continuano a promuoverla. Il simbolico accordo ha come punto di riferimento il contenuto dei colloqui avuti a Taba (gennaio 2001) dai rappresentanti dell'ultimo governo laburista di Ehud Barak e dell'Anp di Yasser Arafat. Ai palestinesi propone una indipendenza su quasi tutto il territorio cisgiordano e di Gaza e, di fatto, anche su gran parte della zona araba (est) di Gerusalemme occupata da Israele nel 1967. In cambio gli israeliani otterrebbero la rinuncia dei palestinesi al diritto al ritorno (nei territori oggi dello Stato ebraico) dei loro profughi della guerra del 1948. Yossi Beilin nei giorni scorsi ha discusso della sua iniziativa con alcuni amministratori locali italiani in visita in Israele e Territori palestinesi occupati, tra cui il sindaco di Empoli Vittorio Bugli e quello di Siena Maurizio Cenni

Signor Beilin, l'iniziativa di Ginevra ha suscitato grandi speranze, soprattutto in Europa. Oggi però molti la considerano un progetto politico senza futuro...

Non sono d'accordo con queste considerazioni. I fatti dimostrano che l'iniziativa di Ginevra è sempre viva e continua a riscuotere interesse. E' chiaro a tutti coloro che vogliono mettere fine al conflitto israelo-palestinese che l'intesa raggiunta in Svizzera rappresenta l'unica soluzione possibile. In Europa il consenso rimane alto: pochi giorni fa il Parlamento tedesco ha approvato con una maggioranza ampia una risoluzione a favore di Ginevra. E sappiamo che la nostra iniziativa ha riscosso grande interesse anche negli Stati uniti.

La pace però dovranno farla israeliani e palestinesi e proprio in Israele e nei Territori occupati si sono registrate condanne aperte dell'iniziativa. In Israele la destra e anche diversi laburisti la considerano una soluzione disastrosa; dall'altra parte tanti palestinesi, non solo gli islamisti più radicali, ribadiscono che nessuno può negare ai profughi il diritto al ritorno...

Non vedo le cose in modo così drammatico. Non bisogna tenere presente solo gli oppositori ma anche i sostenitori. La nostra iniziativa, secondo gli ultimi sondaggi, è sostenuta dal 40% degli israeliani e da una percentuale analoga di palestinesi. E' un ottimo inizio, a mio avviso. Le opinioni pubbliche delle due parti vanno informate bene sul significato di questo simbolico accordo di pace e sono certo che una discussione più ampia favorirà la sua comprensione. Ritengo inoltre fondamentale il sostegno esterno, dell'Italia ad esempio, dove continuiamo a ricevere grandi consensi, anche dalle amministrazioni locali. L'interesse del mondo può influenzare il giudizio di israeliani e palestinesi.

Al potere in Israele però non ci sono i pacifisti. Jibril Rajub, consigliere di Arafat per la sicurezza, ha detto che i palestinesi sanno che soltanto Sharon può fare la pace e non aspettano che vadano al governo Yossi Beilin e Yossi Sarid (il leader del Meretz)...

Come dicevo bisogna dare spazio anche ai tanti, sempre più numerosi, sostenitori dell'iniziativa di Ginevra. Credo inoltre che tante dichiarazioni vengano fatte solo per motivi tattici. Il nostro progetto in realtà convince anche quelli che si mostrano indifferenti o contrari, perché sanno che è l'unica soluzione.

Cosa pensa della evacuazione delle colonie di Gaza e del piano di «separazione unilaterale» proposti da Sharon?

Sono a favore della evacuazione degli insediamenti della striscia di Gaza. E' evidente, allo stesso tempo, che se si vuole raggiungere una pace definitiva, Israele deve decidere le cose assieme ai palestinesi. Non deve imporre soluzioni unilaterali che non risolvono il conflitto e rischiano solo di generare nuovi drammi.

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il manifesto - 10 Marzo 2004

Il marchio rosso di Israele
Segnati con una croce sul casco gli operai arabi. E alla Knesset infuria la polemica

MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME


Un marchio che evoca tremendi ricordi, una X di colore rosso che un responsabile della sicurezza nella Knesset aveva intenzione di far segnare sugli elmetti di tutti i manovali palestinesi impegnati nella costruzione di una nuova ala del Parlamento. Una misura ancora più grave, se si tiene conto che gli operai arabi presi di mira sono tutti cittadini israeliani. Per fortuna il «progetto» è stato bloccato, grazie alle proteste dei deputati arabi. Lo stesso presidente della Knesset, Reuven Rivlin, inoltre ne ha ordinato la cessazione. «Sono contro ogni forma di etichettatura di una persona» ha detto Rivlin, alludendo alla Stella di David che i nazisti avevano imposto agli ebrei di portare cucita sui loro abiti. Il responsabile della sicurezza della Knesset evidentemente non ha memoria storica. L'impresa che sta costruendo la nuova ala del parlamento impiega 25 palestinesi israeliani, soggetti da mesi a severi controlli e indagini. Non contento, il responsabile della sicurezza della Knesset ha intimato di marcare con la vernice rossa gli elmetti degli operai per renderli riconoscibili alle guardie e, stando al quotidiano Maariv, anche per favorire il compito dei cecchini che tengono costantemente sotto tiro coloro che si muovono dentro e intorno al parlamento. «E' solo una misura di sicurezza», ha spiegato con candore un portavoce delle guardie. «Questa misura - ha commentato il deputato arabo Mohammed Barake (comunista) - mi ricorda altri posti e tempi oscuri. Non è ammissibile che proprio nella Knesset cittadini israeliani siano etichettati secondo la loro origine». Issam Mahul, altro deputato arabo, ha detto: «Non ho problemi con i dispositivi di sicurezza, ma questo modo di marcare una persona è inaccettabile».

Nei Territori occupati invece abusi e morti passano ormai inosservati, nessuno si scandalizza. Nemmeno quando a morire è una madre che cercava di mettere in salvo i propri figli. E' accaduto ieri a Jenin, in Cisgiordania, durante l'ennesima incursione «anti-terrorismo» dell'esercito israeliano. La donna, Dalal Sabagh, 25 anni, è stata uccisa durante gli scontri a fuoco fra soldati e combattenti palestinesi che cercavano di opporsi all'avanzata dei reparti israeliani. E' rimasto inoltre ferito un fotografo dell'agenzia francese Afp. La palestinese, stando ai testimoni, è stata colpita, mentre si trovava sul balcone di casa, da proiettili esplosi dall'esercito. Il portavoce militare israeliano non ha smentito e si è limitato a comunicare che accertamenti sono in corso sulle circostanze della morte della donna. Intanto l'ufficio del primo ministro Ariel Sharon e il capo di stato maggiore delle forze armate, Moshe Yaalon, hanno negato l'esistenza di contrasti tra i vertici militari e il governo sull'annunciato piano di sgombero delle colonie ebraiche di Gaza. Il quotidiano Haaretz ha riferito ieri che Yaalon è contro il piano del premier perché ritiene che Israele, prima di ritirarsi da Gaza, debba cercare un accordo con l'Anp. In caso contrario, a giudizio delle forze armate, un ritiro unilaterale darebbe ai palestinesi la convinzione di aver sconfitto Israele. Sarebbe questa anche l'opinione del capo dello Shin-Bet (il servizio di sicurezza) Avi Dichter invitato di recente dall'Amministrazione Bush a spiegare il suo punto di vista. Yaalon tuttavia ha negato di aver espresso opposizione al piano di ritiro da Gaza mentre l'ufficio di Sharon ha smentito che il premier abbia accusato il capo di stato maggiore «di intervenire apertamente in questioni politiche e di cercare di influenzare i ministri».

A Gaza invece i palestinesi, in modo particolare il movimento islamico Hamas, sono convinti che sia stata proprio la lotta armata a spingere Sharon a preparare un piano di evacuazione delle colonie. Ieri il capo del braccio armato di Hamas e ricercato numero uno, Mohammed Deif, ha detto in una intervista che la sua organizzazione dispone di «un esercito di kamikaze» pronti a colpire. Deif ha affermato che gli uomini-bomba «sono diventati un'arma dissuasiva» perché «sono efficaci quanto un tank o un aereo da combattimento». Secondo Deif il piano di ritiro da Gaza annunciato da Sharon costituisce «una vittoria» per i gruppi armati palestinesi.



http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Marzo-2004/art15.html 

L'ordine di Sharon
ZVI SCHULDINER


Sarà che adesso si apriranno le porte dell'inferno o che forse ci siamo già dentro da tempo? L'aviazione israeliana ha annunciato ieri mattina un altro dei suoi successi: la liquidazione dello sceicco Ahmad Yassin, il leader spirituale di Hamas. Come corrisponde, tutti i dispositivi di sicurezza israeliani si dicono in stato di massima allerta dal momento che gli esperti non escludono una recrudescenza del terrorismo palestinese come risposta dell'assassinio di ieri che era una risposta a molti degli atti attribuiti allo sceicco Yassin. Per chi abbia ancora qualche dubbio: gli atti di Hamas sono stati di frequente atti puramente criminali e la leadership dello sceicco Yassin si è sempre caratterizzata per il suo fondamentalismo che l'ha portato a rifiutare qualsiasi ipotesi di un possibile riconoscimento del diritti di Israele all'esistenza.

Il fondamentalismo islamico è nato nella striscia di Gaza alla fine degli anni `70 quando l'esercito israeliano vide negli islamici un buon antidoto contro l'Olp e i comunisti palestinesi. Se si pensa a come nasce Bin Laden e ai suoi sponsor americani, sembrerebbe che di originale non resti nessuno. Queste furono le basi su cui fu fondata Hamas nel 1987. Da allora Hamas ha svolto una triplice funzione: sul terreno militare ha assassinato centinaia di israeliani innocenti, sul terreno sociale interno ha riempito un ruolo non ricoperto dall'Autorità nazionale palestinese che ha sovente dimenticato alcuni dei suoi obblighi di fondo rispetto alla società palestinese e sul terreno politico è stato il miglior alleato dialettico del fondamentalismo e dell'estrema destra israeliani.

La politica dell'estrema destra israeliana, fondata sul completo rifiuto delle aspirazioni nazionali palestinesi, ha rafforzato gli elementi più radicali che hanno cominciato a vedere l'opzione armata come l'unica possibile.La politica del fondamentalismo islamico a cui si sono sommati negli ultimi anni settori avventuristi dell'Olp, ha rafforzato senza soste gli esponenti più estremi della destra radicale israeliana, in sacrosanta alleanza con certi settori del fondamentalismo che considerano l'annessione dei territori palestinese come un passo necessario verso la redenzione messianica di Israele. Negli ultimi tre anni questo meccanismo si è tradotto nella rioccupazione dei territori occupati e nella creazione di una catena rituale di sangue in cui ogni atto di terrorismo ha trovato aperte le porte del terrorismo dell'altra parte. Nell'ambito del terrorismo dell'occupazione, il terrorismo di Hamas ha alimentato il terrorismo di stato israeliano e ha rafforzato la destra in generale.

L'occupazione israeliana è oggi un semplice ma terribile inferno quotidiano. Nell'immensa prigione in cui sono chiusi dall'occupazione, tre milioni di palestinesi sono persone private dei diritti umani più elementari. La «lotta contro il terrorismo» ha giustificato tutti i crimini possibili e oggi è difficile spiegare a chi non lo vede - o non voglia vederlo, come accade alla maggioranza degli israeliani - cosa significhi la vita quotidiana sotto la brutalità di un'occupazione israeliana che si fa ogni giorno più spietata.

L'occupazione nelle sue più brutali manifestazioni, è il miglior brodo di coltura del fondamentalismo. L'occupazione alimenta la cultura dell'odio e la rafforza ogni minuto che passa. Dall'assenza di umanità dell'occupazione si nutrono gli istinti più criminali.

La miseria di un bambino lo costringe a occuparsi quotidianamente di portare pacchi al posto di chi non può farlo, e così guadagnarsi il pane. Quella stessa miseria permette a un criminale snaturato di dargli un pacco esplosivo per farlo esplodere quando il bambino arrivi in vicinanza dei soldati. Il crimine potrà essere poi spiegato proclamando il bambino shaid, un santo morto al servizio di Allah. Lo sceicco Yassin ha contribuito a «elevare» lo status delle donne: anch'esse potranno commettere attacchi kamikaze e alcuni dicono che è meglio se a commeterli siano quelle che hanno peccato per emendarsi così del loro peccato.

Quando il governo israeliano ordina l'assassinio di Yassin e di tutti quelli che gli stanno vicino, lo fa ben cosciente dell'escalation che innesca. Sharon e il suo ministro della difesa Mofaz sono dei piromani sperimentati che hanno già lanciato benzina sulle fiamme dell'inferno dell'occupazione in varie occasioni.

Cosa significa quindi il criminale attentato di ieri mattina? Significa che lo strombazzato ritiro unilaterale da Gaza è un altro tentativo di fare un passo positivo diretto a raggiungere un obiettivo negativo. Spiegazione: il ritiro degli insediamenti ebraici che oggi occupano il 25% delle terre della striscia di Gaza (363 km quadrati), di per sé è un fatto positivo ma si effettuerà solo dopo aver decapitato la leadership di Hamas e lasciandosi dietro terra bruciata a tal punto da rendere impossibile creare uno stato palestinese, mentre si consolida l'occupazione della Cisgiordania. Questo è una bordata in più contro iniziative quali gli accordi di Ginevra e qualsiasi altro tentativo di dialogo che porti a compromessi e a una pace possibile.

Di fronte all'opposizione interna al Likud, Sharon dimostra un'altra volta chi è il re, chi è il supermacho. La vendetta criminale di ieri vuole dimostrare alla destra estrema israeliana che Sharon non è un traditore pentito ma che guarda con occhio pragmatico ai territori e alla bisogna sa usare la forza.

L'esclation e la crescente sequela di vendette non preoccupa il governo israeliano dal momento che esse potanno essere usate per dimostrare al mondo «chi sono i cattivi» e nel contempo preparano il terreno per iniziative sempre più drastiche contro la leadership dell'Anp.

Trincerati dietro l'attesa vendetta in arrivo, non pochi fra i generali e i politici israeliani potranno trovarvi l'occasione per assassinare Yasser Arafat e finirla una volta per tutte con «i pericoli di Oslo». I pericoli di Oslo sono in nsostanza uno: «il pericolo» della pace, del compromesso. Il ritiro unilaterale, il terrorismo e il controterrorismo, la catena di sangue che porta a questo inferno quotidiano sono il miglior modo di consolidare il fondamentalismo israeliano della destra nelle sue ambizioni espansioniste. Nell'assassinio di uno dei suoi leader principali, Hamas può dire di aver toccato, insieme all'avventurismo israeliano, l'apice dei suoi successi: la piena congiunzione dei terroristi fondamentalisti di entrambi i popoli.

L'unico antidoto contro il terrorismo non è solo capire quale siano le sue radici, ma avviare con assoluta urgenza un'azione internazionale che freni la prepotenza assassina di Sharon, del suo governo, delle sue forze armate, prima che sia impossibile spegnere l'incendio e placare l'odio. (zvi schuldiner)



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