Akiva Eldar, Ha’Aretz, Israele
http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=33106
La Croce Rossa
internazionale contro il Muro di Sharon La presa di posizione del Cicr, a pochi giorni
dall’udienza dell’Aja, che Israele ha deciso di
boicottare, prova l’immediata e stizzita reazione delle
autorità di Gerusalemme. L’ambasciatore israeliano Yaacov
Levy avverte che questa dichiarazione del Cicr «potrebbe
intaccare la sua neutralità». «C’è pure il rischio -
rileva - che possa essere usata come strumento politico per
attaccare le misure di autodifesa di Israele». Intanto, nonostante abbia deciso di non essere presente
all’udienza, Israele prepara una forte offensiva verso
l’opinione pubblica mondiale per spiegare le proprie
ragioni. Gerusalemme ribadisce che il scopo della barriera
è di proteggere la popolazione civile contro i terroristi
kamikaze, impedendo la loro infiltrazione in territorio
israeliano. «A fronte del totale disimpegno dell’Anp nel
contrastare i gruppi terroristi, la realizzazione parziale
della barriera ha già consentito di ridurre di molto il
numero degli attentati negli ultimi mesi, e le vittime
civili», dice a l’Unità Avi Pazner, portavoce del
premier Ariel Sharon. Lo stesso Sharon ha ribadito più
volte che Israele non considera la barriera come una
frontiera avanzata, che prepari una futura annessioni di
fette di territorio palestinese, e che dopo un accordo di
pace potrà essere spostata se non addirittura rimossa. Nonostante il parere delal Corte dell’Aja sia solo
consultivo, Israele prende molto sul serio il futuro
responso dei giudici internazionali, e nelle ultime
settimane ha dispiegato una forte attività diplomatica. Con
buoni risultati: Usa, Russia e Ue, pur criticando il
tracciato della barriera, si sono dichiarati contrari a un
intervento della Corte dell’Aja nella vicenda. Così, al
tirar delle somme, solo 13 Stati, per lo più musulmani,
dovrebbero intervenire lunedì all’udienza dell’Aja,
accanto alla’Anp, alla Lega Araba e all’Organizzazione
della Conferenza islamica. Per premere sui giudici, ma anche
sull’opinione pubblica internazionale, alcune Ong
israeliane hanno organizzato contro manifestazioni all’Aja:
diverse centinaia di giovani israeliani dovrebbero sfilare
nei dintorni del palazzo che ospita la Corte, in
rappresentanza delle centinaia di vittime degli attentati
terroristici, e l’associazione Zaka - i cui membri, ebrei
ortodossi, raccolgono i brandelli di carne dopo gli
attentati per ricomporre le salme delle vittime - ha mandato
all’Aja la carcassa dilaniata del bus 19, quello che un
poliziotto kamikaze palestinese ha fatto esplodere alla fine
di gennaio a Gerusalemme, uccidendo 11 civili. Israele e Territori Occupati:" il muro/la
barriera di sicurezza: fatti e cifre"
Biografie e testamenti
Tel Aviv scopre gli espropri delle «Leonesse»
INTERVISTA
http://www.ilmanifesto.it/oggi/art77.html INTERVISTA
http://www.ilmanifesto.it/oggi/art68.html il manifesto - 10 Marzo 2004 Il marchio rosso di Israele
L'ordine di Sharon
di Umberto
De Giovannangeli
Di avviso opposto è la dirigenza palestinese. Da Bruxelles,
il primo ministro palestinese Abu Ala ha insistito nel
definire il «muro» come «una decisione deliberata di
uccidere la prospettiva di due Stati che vivono uno accanto
all’altro». «Se avessimo i mezzi sufficienti - aggiunge
- lo demoliremmo». Ai suoi interlocutori - il presidente
della Commissione Europea Romano Prodi, l’Alto
rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza
Javier Solana, i membri delal Commissione affari esteri
dell’Europarlamento - Abu Ala rilancia l’appello per la
creazione di una forza di pace da dislocare nei Territori, e
reitera la sua speranza di un intervento deciso della
Comunità internazionale su Israele perché ponga fine alla
realizzazione del «Muro dell’apartheid». Agli
europarlamentari, Abu Ala dice: «Il nostro sangue non è
Pepsi Cola», e sottolinea: «Facciamo tutto quello che
possiamo per lavorare in un contesto molto difficile. Noi
subiamo morti, demolizioni di case, coprifuochi».
La costruzione del muro / della barriera di sicurezza è iniziata il 14 giugno
2002 ed è attualmente in corso.
Israele ha il diritto di prendere misure ragionevoli, necessarie e proporzionate
per proteggere la sicurezza dei suoi cittadini e dei suoi confini. Questo
include misure atte ad impedire l’ingresso in Israele di palestinesi o altre
persone che siano ragionevolmente sospettate di avere intenzione di portare a
termine attacchi suicidi o altri tipi di attacchi. Israele, tuttavia, non ha il
diritto di distruggere o confiscare illegalmente terre e proprietà palestinesi
o di impedire il movimento dei palestinesi all’interno dei Territori Occupati,
onde consolidare il controllo su terre che sono usate per insediamenti
israeliani illegali.
Il muro/la barriera di sicurezza comprende un complesso di ostacoli, di una
larghezza che varia da 30 a 100 metri, inclusi profondi fossati per fermare i
veicoli, recinzioni elettrificate di avvertimento, percorsi obbligati, strade
riservate a pattuglie e veicoli armati. Secondo le informazioni attualmente
disponibili, il muro/la barriera di sicurezza raggiungerà, e forse supererà,
la lunghezza di circa 450 chilometri. Le autorità israeliane rifiutano
regolarmente di anticipare informazioni circa il percorso del muro/della
barriera di sicurezza e notizie precise sul percorso esatto vengono rese
disponibili solo all’avvio dei lavori o quando le autorità consegnano
ordinanze di sequestro nelle località palestinesi le cui terre devono essere
confiscate per la costruzione del muro/della barriera di sicurezza.
Attualmente, informazioni dettagliate sono disponibili solo per la prima fase
del muro/della barriera di sicurezza, che è già stata ultimata nella
Cisgiordania settentrionale (circa 125 chilometri che vanno dal posto di blocco
di Salem nella parte nord est del distretto di Jenin, attraverso i distretti di
Tulkarem e Qalqiliya, fino al villaggio di Masha nella zona di Salfit) e per la
sezione che è stata costruita attorno a Gerusalemme (circa 20 chilometri, dal
posto di blocco di Qalandia al campo militare di ‘Ofer vicino a Ramallah e
dall’insediamento di Gilo alla zona di Betlemme).
La prima fase del muro/della barriera di sicurezza (da Jenin a Qalqiliya) ha
creato diverse enclave dove più di 13.000 palestinesi residenti in una
quindicina di villaggi della Cisgiordania sono rimasti intrappolati tra la Linea
verde a ovest e il muro/la barriera di sicurezza a est. Queste comunità sono
perciò tagliate fuori dal resto della Cisgiordania e dai villaggi vicini dai
quali dipendevano per servizi di prima necessità (salute, istruzione, impiego).
Almeno altre 19 comunità di queste zone, in cui vivono decine di migliaia di
palestinesi, sono state tagliate fuori da circa 100.000 dunum di terra per lo più
coltivabile (1 donum = 1000 mq), che ora si trovano a ovest del muro.
La sezione del muro/della barriera di sicurezza attorno alla zona di
Gerusalemme, che è nota come “l’avvolgimento di Gerusalemme”, metterà
migliaia di palestinesi muniti di documenti d’identità di Gerusalemme
dall’altra parte della struttura: dovranno passare attraverso un posto di
blocco per arrivare a Gerusalemme, la loro città di residenza. Migliaia di
palestinesi con documenti d’identità della Cisgiordania si troveranno
circondati all’interno del muro/della barriera di sicurezza, pur senza diritto
di accesso a Gerusalemme.
La costruzione della seconda fase del muro/della barriera di sicurezza è
iniziata di recente. Gli stessi problemi fin qui evidenziati si ripropongono
nella seconda fase, che si incunea ancora più profondamente all’interno della
Cisgiordania.
Per costruire il muro/la barriera di sicurezza sono state distrutte ampie zone
di terre palestinesi, per la maggior parte coltivate. I terreni sono stati
confiscati dalle autorità militari israeliane per “esigenze militari”. Le
ordinanze di confisca sono solitamente “temporanee”, di solito fino al
termine del 2005, ma possono essere rinnovate a tempo indeterminato. Durante gli
ultimi decenni, i terreni palestinesi confiscati “temporaneamente” sono
stati usati per costruire strutture permanenti, compresi gli insediamenti e le
strade per i coloni, e non sono mai stati riconsegnati ai proprietari. In questo
caso, la costosa e complessa struttura del muro/della barriera di sicurezza
indica che è poco probabile che sia intesa come struttura temporanea: tutti gli
elementi fanno ritenere che sia concepita come struttura permanente.
Il muro/la barriera di sicurezza ha conseguenze economiche e sociali molto serie
per più di 200.000 palestinesi in città e villaggi situati nelle sue
vicinanze. Per raggiungere il resto della Cisgiordania, andare al lavoro,
coltivare i campi, vendere i loro prodotti alimentari e accedere a centri per
l’istruzione e la salute in città e villaggi vicini, i palestinesi devono
oltrepassare tale struttura presso posti di blocco o varchi appositamente
designati.
Le zone della Cisgiordania situate tra la Linea verde e il muro/la barriera di
sicurezza sono considerate zone militari chiuse e l’ingresso e l’uscita sono
a discrezione dell’esercito israeliano. Secondo le ordinanze militari emesse
all’inizio di ottobre di quest’anno, per essere autorizzati a entrare e
uscire i palestinesi che vivono nelle zone comprese tra la Linea verde e la
struttura devono ottenere e portare permessi speciali, noti come “permessi
permanenti per residenti”, soggetti a rinnovo mensile. L’esercito israeliano
decide quali dei palestinesi residenti in queste zone possono ottenere il
permesso e quali palestinesi residenti altrove possono entrare. I palestinesi
che non ottengono il permesso per qualsivoglia ragione (ad esempio, alcuni si
sono già visti rifiutare il permesso perché erano stati precedentemente
imprigionati e sono perciò considerati una “minaccia per la sicurezza”;
altri perché non sono stati registrati dall’esercito israeliano come
residenti pur vivendo in quelle zone), saranno in pratica obbligati a lasciare
la loro casa e la loro terra o a rimanere bloccati nel loro villaggio senza la
possibilità di entrare o uscire.
Al contrario i coloni israeliani, residenti in insediamenti (illegali secondo il
diritto internazionale) costruiti in queste e altre zone dei Territori Occupati,
possono muoversi liberamente in qualsiasi momento senza alcun permesso.
.
Inoltre i posti di blocco rimangono spesso chiusi per più giorni di seguito,
rendendo impossibile ogni spostamento dentro e fuori da queste zone. In una
recente missione in Israele e nei Territori Occupati, i delegati di Amnesty
International hanno visitato in diverse occasioni molte zone lungo il percorso
del muro/della barriera di sicurezza, constatando la chiusura dei posti di
blocco in periodi in cui dovevano rimanere aperti e osservando persone cui
veniva negato l’ingresso senza alcun motivo apparente. A volte, i nostri
stessi delegati non hanno potuto attraversare i posti di blocco senza che fosse
loro opposta alcuna ragione plausibile.
Nelle ultime settimane i contadini residenti in queste zone hanno avuto seri
problemi per accedere alle loro terre, dal momento che i posti di blocco –
compresi i cosiddetti “varchi agricoli”, designati per consentire ai
contadini di raggiungere i loro campi dall’altra parte del muro/della barriera
di sicurezza - sono rimasti spesso chiusi. Questo problema è stato avvertito più
acutamente del solito, trattandosi del periodo di raccolta delle olive. Inoltre,
poiché altre opportunità di impiego sono fortemente ridotte (a causa delle
chiusure in generale e del muro in particolare), l’agricoltura è una risorsa
fondamentale per i palestinesi nella zona.
Per queste ragioni Amnesty International chiede a Israele di fermare la
costruzione del muro/della barriera di sicurezza e di altre strutture permanenti
all’interno dei Territori Occupati, che sono causa di ulteriori restrizioni di
movimento relative alla libera circolazione dei palestinesi all’interno della
Cisgiordania e di Gaza e della confisca o distruzione illegale della loro
proprietà.
http://www.amnesty.it/crisi/israele/il_muro.php3
CHI SONO I MARTIRI PALESTINESI
Pénélope Larzillière
Questo testo, tratto dal testamento di uno studente palestinese militante di
Hamas e autore di un attentato suicida a Netanya il primo gennaio 2001, permette
di introdurre il discorso sviluppato dai palestinesi su questi giovani impegnati
in operazioni in cui sono sicuri di trovare la morte, le cosiddette ?operazioni
martirio', secondo la terminologia palestinese.
Il termine ?martire' (shahid) e il contenuto della ricerca Innanzi tutto è
necessario fare chiarezza sul nostro uso del termine ?martire' (shahid). Il
vocabolo shahid è utilizzato indifferentemente dai palestinesi per definire
tutte le persone morte nel conflitto con Israele: famiglie cadute sotto i
bombardamenti e autori di attentati suicidi. Ma da noi sarà utilizzato solo per
designare questi ultimi. Si tratta infatti di capire il discorso sviluppato dai
palestinesi per quanto riguarda questi atti; ed è questo il motivo della scelta
di riprendere i termini di ?martire' e di ?operazioni martirio'. Con questa
scelta non vogliamo ignorare la condanna che atti del genere incontrano nel
mondo occidentale e la loro definizione come atti ?terroristici'. Del resto le
condanne appaiono anche nel mondo arabo, talvolta in nome della stessa religione
musulmana e dell'errata interpretazione che ne è stata fatta. Così il muftì
dell'Arabia Saudita, Abdel Aziz al-Sheikh, rifiuta ogni carattere religioso alle
operazioni suicide, e il muftì Mohammed Sayyid A-Tantawi, sceicco
dell'università Al-Azhar del Cairo, li giustifica solo contro militari e con
l'esclusione delle donne e dei bambini. Ma abbiamo scelto di rimanere
strettamente sul piano dell'analisi sociologica e di ignorare qualunque
riferimento assiologico.
La questione dello studio del discorso sul ?martirio' pone anche un problema
materiale di ricerca. Non è facile parlare con un candidato al suicidio. Di
fronte a questa difficoltà, il ricercatore dispone di risorse alternative, che
però bisogna accuratamente definire. Ad esempio l'organizzazione Bassidji in
Iran, le Brigate Azzedin el-Qassâm (braccio armato di Hamas) e la Jihad
islamica diffondono i testamenti dei ?martiri' dopo le loro operazioni. Esistono
anche videocassette dei loro discorsi di addio. Tuttavia questi documenti devono
essere utilizzati con precauzione, in quanto possono essere stati rielaborati
dalle stesse organizzazioni. In ogni modo i propositi e le formulazione variano
da un testamento all'altro, mettendo in evidenza una forte personalizzazione del
discorso. Anche le interviste con la famiglia e gli amici del ?martire'
permettono di conoscere meglio il suo ambiente. Infine, durante le
manifestazioni di protesta o le interviste con i giovani militanti ? si tratta
indubbiamente di materiali fra i migliori ? è possibile raccogliere le diverse
sfumature del discorso sul ?martirio', così come si diffonde in modo sempre più
ampio tra i giovani palestinesi al di fuori dell'ambiente dei soli candidati al
suicidio. Infatti questo discorso è molto diffuso tra i giovani dell'Intifada
al-Aqsa (militanti che rappresentano comunque una minoranza tra i giovani
palestinesi). In questo caso però la nozione di rischio e di pericolo assume un
valore diverso, poiché questi ragazzi, anche se si dichiarano pronti, non hanno
intenzione di immolarsi.
Il discorso sul ?martirio' può quindi assumere diversi significati: ci si può
fare uccidere per aver lanciato una pietra o, semplicemente, per essere passato
nel posto sbagliato nel momento sbagliato. La pericolosità dell'azione è tale
che la dichiarazione ?voglio morire' può sembrare un requisito indispensabile
dell'impegno militante. Un requisito che significa invece: ?Sono pronto a morire
per la causa nazionale, ma prenderò il massimo delle precauzioni per garantire
la mia sopravvivenza'. Tuttavia questo ?voglio morire' può talvolta essere
accompagnato da un abbandono delle protezioni di base essenziali. In questo caso
si può dire che ci troviamo di fronte a un ?vero' discorso nichilista.
Esiste un profilo sociologico dei ?martiri'?
Possiamo definire un profilo sociologico dei ?martiri' palestinesi? Lo Shin Beth
(il servizio di controspionaggio dello Stato di Israele) ha tracciato un
identikit standard: si tratta di un ragazzo tra i 18 e i 22 anni, difficilmente
il primo figlio della famiglia, di estrazione povera, proveniente da un campo
profughi, celibe e senza prospettive. Tuttavia si deve constatare che una gran
parte della popolazione palestinese rientra in questa categoria, poiché il 35%
degli abitanti si trova sotto la soglia di povertà, il 16% vive in un campo
profughi e il 21% ha un'età compresa fra i 15 e i 25 anni. Inoltre molti ?martiri'
non corrispondono a questi criteri. Sarebbe semplicistico pensare, ad esempio,
che vengano reclutati sempre tra i più poveri o tra coloro che hanno meno
prospettive. Uno degli autori dell'attentato di Beit Lid, nel 1995, aveva appena
ottenuto un lavoro stabile come fisioterapista [2]. Un altro, autore di un
attentato a Gaza nell'ottobre 1994, aveva rifiutato una proposta del fratello di
pagargli gli studi in Germania ed era sposato con due figli [3]. E gli esempi in
questo senso potrebbero essere numerosi. In altre parole il fenomeno del ?martirio'
non si riduce a una determinata categoria sociale. Così, senza negare le
condizioni contingenti e le motivazioni personali che hanno spinto una persona
piuttosto che un'altra a passare all'azione, cercheremo soprattutto di dare una
logica sociale al discorso sul ?martirio' e alla sua collocazione nell'identità
palestinese.
A questo scopo ci è sembrato utile fare ricorso alla prospettiva comparativa
con il fenomeno dei ?martiri' in Iran. Farhad Khosrokhavar in L'Islamisme et la
mort [4] ed Eric Butel nella sua relazione sul Corpo del martire nella
letteratura di guerra iraniana nella guerra Iran-Iraq (1980-1988) [5], hanno
messo in luce gli archetipi del discorso iraniano sul ?martirio'. Riprendendo
questi archetipi e analizzandone la loro pertinenza rispetto al caso
palestinese, abbiamo voluto definire il quadro del discorso palestinese, con le
sue somiglianze e specificità, e mostrare in che misura alcune configurazioni
possono essere considerate tipiche del fenomeno del ?martirio',
indipendentemente dal suo contesto geografico.
Confronto tra i modelli iraniano e palestinese L'aspirazione al ?martirio' in
Iran si inserisce nel quadro generale di un discorso nazionalista di
sacralizzazione della lotta ?patriottica'. I giovani combattenti pronti alla
morte sono l'elemento essenziale di legittimazione di questa lotta. Bisogna
sottolineare che questo processo di sacralizzazione delle lotte nazionaliste
attraverso l'esaltazione dei combattenti pronti a morire lo si riscontra nella
maggior parte dei nazionalismi in guerra [6]. Per Farhad Khosrokhavar si deve
però definire meglio questo quadro e distinguere due fasi nella pratica del ?martirio'
in Iran.
La prima fase rimanda al periodo di rovesciamento dello scià e all'inizio della
guerra contro l'Iraq. In questa situazione viene sviluppato un discorso
trionfalistico sul ?martirio' che fa appello alla distruzione del nemico. La
società iraniana sostiene quasi unanimemente questo discorso. A partire invece
dal 1982, con il progressivo fallimento della rivoluzione islamica, inizia la
seconda fase. Il discorso sul ?martirio' diventa un discorso di autodistruzione.
Vi si ritrova la volontà di distruggere il proprio corpo, conseguenza del
fallimento della rivoluzione e di un'interiorizzazione male assimilata dei
valori occidentali contrari ai valori islamici. Il discorso diventa intimista,
incentrato sulla descrizione dettagliata della propria distruzione corporale.
È possibile ritrovare alcune di queste caratteristiche nel discorso palestinese
del ?martirio'? Di fatto la concezione di un nazionalismo sacralizzato
costituisce il suo quadro di riferimento. Vi si ritrova lo schema in cui la
capacità di saper morire assume una funzione di legittimazione assoluta dei
valori nazionali in nome dei quali si lotta: «Siamo capaci di sacrificarci per
la nostra lotta perché questa è la nostra terra? Gli ebrei tengono troppo alla
loro vita. Non sanno in nome di che cosa si battono» [7].
Un confronto più attento mostra che il discorso palestinese si rivela molto
vicino alla prima fase del fenomeno iraniano: è trionfalistico e fa appello
alla vendetta e alla distruzione del nemico. Tuttavia vi si ritrovano anche
elementi che Farhad Khosrokhavar associa al secondo periodo, quello della
consapevolezza del fallimento, in particolare per quanto riguarda le questioni
dell'unanimità della società e del rapporto con i valori occidentali.
Il ?martirio' palestinese: un discorso di tattica offensiva Il ?martirio' è
sempre presentato prima di tutto come un'arma, l'arma dei deboli. La capacità
di sacrificio è trasformata in un'arma. Secondo le organizzazioni integraliste
islamiche, solo quest'arma disperata è in grado di rovesciare il rapporto di
forza nei confronti dell'esercito israeliano e di mettere realmente in difficoltà
il nemico: «Abbiamo solo questa possibilità. Non abbiamo bombe, carri armati,
missili, aerei o elicotteri» [8]. Si tratta quindi di un'arma di offesa e,
eventualmente, di difesa. Quando il 14 agosto 2001 i carri armati israeliani
sono entrati a Jenin e, dopo violenti combattimenti e bombardamenti, si sono
diretti verso il campo profughi, una decina di personalità politiche del campo
(non solo gli integralisti) hanno occupato l'ingresso con cariche di esplosivo
intorno alla vita e hanno atteso l'arrivo dei carri armati. Anche in questo caso
il discorso aveva un carattere militare: «Avevo in testa un'idea fissa: i carri
armati non devono entrare nel campo» [9].
Non è un caso se questo tipo di attacco ? o di difesa ? appare per la prima
volta tra i palestinesi nell'aprile 1993, dopo la firma degli Accordi di Oslo, e
non sia mai stato utilizzato durante la prima Intifada. I militanti di Hamas e
della Jihad islamica, di ritorno dalla loro espulsione [10] dal Libano, hanno
imparato dagli hezbollah le tecniche da utilizzare. Inoltre i metodi di
combattimento precedenti erano difficilmente utilizzabili a causa della fine
dell'Intifada. Il ?martirio' assume una funzione fondamentale nella strategia
interna: offrire candidati al ?martirio' è un mezzo efficace per dare
legittimità alla propria organizzazione e per rimettere in discussione la ?collaborazione'
dell'Autorità palestinese. Si vuole inoltre ottenere l'adesione unanime della
società palestinese in favore della lotta nazionale condotta attraverso il
sacrificio di alcuni dei suoi membri.
L'inserimento del ?martirio' all'interno di una strategia globale di lotta
contro Israele gli attribuisce un significato essenzialmente offensivo e non
autodistruttivo. Ciò spiega una delle differenze fondamentali con i testamenti
dei ?martiri' iraniani: nei testamenti dei ?martiri' palestinesi non si trovano
descrizioni della propria autodistruzione.
La descrizione dell'agonia nei testamenti dei ?martiri' Un elemento
significativo dei testamenti dei ?martiri' iraniani è il loro soffermarsi
sull'immagine dei propri corpi distrutti, insanguinati, smembrati: «Se
consentirò al martirio, vorrei ascendere a Dio con il volto insanguinato e con
il corpo smembrato» [11]. Tra i ?martiri' palestinesi questo aspetto è invece
completamente assente. La menzione della loro stessa distruzione da parte degli
autori dei testamenti è estremamente rara. Quando appare, è sempre in
relazione con il discorso offensivo contro il nemico: «Conficcherò le mie ossa
come schegge nel petto dei malvagi» [12].
Questa differenza distingue nettamente i ?martiri' palestinesi dalla dimensione
autodistruttiva del secondo periodo dei ?martiri' iraniani. Infatti il
sentimento di colpa dei ?martiri' iraniani, che li porta all'autodistruzione,
non è presente nei palestinesi. Gli iraniani si sentono colpevoli del
fallimento di una rivoluzione ormai respinta dalla popolazione. Poiché si
rifiutano di sconfessare il loro leader carismatico Khomeini [13], il fallimento
di una causa così giusta può provenire solo da loro stessi: non hanno fatto
abbastanza, non si sono abbastanza sacrificati. Si può sempre invocare un
nemico interno o esterno, e spesso è stato fatto. Ma la rivoluzione islamica è
al potere ed è quindi responsabile dei propri risultati. La politica e la
religione si sono fusi in una rappresentazione del mondo che si vuole totale. A
causa di questa assenza di distinzione, il fallimento politico investe tutti gli
aspetti della vita umana. È quindi al tempo stesso un insuccesso di cui ci si
attribuisce la responsabilità e un fallimento totale. Ciò spiega la volontà
di distruggere il proprio corpo, portatore di questo fallimento.
Per quanto riguarda i palestinesi questo sentimento di colpevolezza non può
essere sviluppato, perché le organizzazioni islamiche sono all'opposizione. La
fusione dell'aspetto religioso e politico non si verifica. Lo Stato islamico che
instaura questa fusione non è stato dichiarato. Il fallimento della prima
Intifada ? per la maggior parte dei giovani palestinesi questa rivolta si è
risolta in un insuccesso ? è circoscritto all'aspetto politico. Del resto, a
causa della repressione contro i militanti integralisti che volevano continuare
la lotta, il fallimento non sembra attribuibile a questi militanti, ma a coloro
che hanno ?tradito' la causa. Nel modello palestinese è proprio l'elemento
religioso che permette di sfuggire al fallimento politico. La sfera religiosa,
attraverso il concetto di jihad, permette di inserire la lotta in un contesto di
lungo periodo di tempo, un tempo millenario, in cui Israele diventa solo un
episodio insignificante che occupa lo spazio di appena cinquanta anni.
Tuttavia questo tempo della jihad non corrisponde alla vita di un individuo.
Retroattivamente questa concezione temporale rafforza la capacità di
sacrificio, poiché la vita dell'individuo diventa insignificante rispetto alla
temporalità gloriosa della jihad. Questa nuova concezione temporale permette di
passare dallo status di vittima a quello di eroe militare ed è ciò che la
rende attraente. Ma questo passaggio diventa operativo solo a prezzo di una
rinuncia a qualunque aspirazione ?terrena'.
Abbiamo già evocato gli aspetti tecnici e di strategia interna di Hamas e della
Jihad islamica, che spiegano perché il fenomeno del ?martirio' non sia apparso
sotto la forma di attentati suicidi durante la prima Intifada. L'altro elemento
che mancava per creare candidati al suicidio è quello che abbiamo appena
evocato: una gioventù amareggiata che a breve e medio termine non ha più
speranze. Durante la prima Intifada la popolazione si è mobilitata per una
lotta nella quale credeva. Ciò significava sacrificio e impegno, e le canzoni
nazionaliste dell'epoca evocavano la morte e il ?martirio'. Ma per passare a un
?martirio' che potremmo definire nichilista, quello degli attentati suicidi che
comportano una morte certa e nei quali non ci si limita più ad accettare di
rischiare la vita, era necessaria anche l'esperienza del fallimento della prima
Intifada e del dopo Oslo, che ha distrutto definitivamente qualunque speranza
tra la maggior parte dei giovani palestinesi.
Volontà di unanimità sociale e grande nostalgia dell'unità perduta Ma anche
se i ?martiri' palestinesi non sviluppano questa dimensione autodistruttiva nei
loro testamenti, è molto presente un'altra tematica importante del secondo
periodo dei ?martiri' iraniani: la questione dell'unanimità sociale.
Per i giovani palestinesi, la prima Intifada ha segnato un'epoca gloriosa della
società palestinese in cui la popolazione si è ritrovata unita sotto la
bandiera comune della lotta. Disuguaglianze sociali, controversie politiche,
tutto è stato cancellato dalla lotta nazionale. Rispetto a questa
rappresentazione, il dopo Oslo, caratterizzato dallo scontro fra la nuova
Autorità palestinese e le organizzazioni integraliste, si è rivelato
traumatico. Le divisioni della società palestinese sono diventate di nuovo
evidenti. Ma è soprattutto la repressione violenta degli integralisti da parte
dell'Autorità palestinese che provoca maggiore rifiuto: gli attivisti subiscono
la repressione anche quando si battono per la lotta nazionale. Gli shebab dell'Intifada,
che avevano combattuto fianco a fianco, si ritrovano divisi tra poliziotti
palestinesi e integralisti, dove i primi hanno talvolta il compito di torturare
i loro ex compagni di lotta [14]. Questa esperienza è essenziale per i giovani
palestinesi. Tutti sottolineano quanto la prigione palestinese li abbia marcati
ancora di più di quella israeliana, in quanto i maltrattamenti che hanno dovuto
subire sono stati inflitti dai loro stessi compatrioti. Il trauma è stato
ancora più forte in quanto la politicizzazione si era fatta sulla base di una
lotta nazionale fondata su un'unanimità che aveva delegittimato le opposizioni
politiche.
Il nemico interno La volontà di instaurare di nuovo questa unità nella lotta e
il rifiuto delle divisioni interne nella società palestinese si esprimono
quindi attraverso le critiche ripetute contro i ?traditori', i ?falsi credenti',
ecc., cioè contro quel nemico interno che rifiuta di combattere o che si
schiera contro gli stessi combattenti e la causa nazionale: «La mia anima
soffre quando vedo il disinteresse dei musulmani nei confronti della jihad sulla
strada verso dio, l'altissimo [?]. Si fregano le mani da lontano, senza fare un
passo per liberare gli oppressi dall'oppressione» [15].
Secondo lo schema tipico della retorica delle organizzazioni integraliste
islamiche, la critica politica si esprime in termini religiosi. La religione
diventa un registro del discorso che permette di dare forma alla politica. Così,
tra i palestinesi come tra gli iraniani, il nemico politico appartiene alla
categoria dell'impuro che si contrappone alla purezza dei ?martiri'.
Iraniani-palestinesi: quale riconciliazione sociale?
Il ?martire' cerca quindi di rinsaldare la comunità nazionale attorno alla
purezza del suo sacrificio. Ma la percezione della possibilità o meno di una
riconciliazione si rivela diversa tra i palestinesi e gli iraniani. In Iran,
infatti, è il governo che invia i giovani al ?martirio', contro la volontà
della maggioranza della popolazione.
In Palestina invece i ?martiri' hanno il sostegno della società e si oppongono
all'autorità. A causa di questa differenza la riconciliazione sociale appare
possibile ai ?martiri' palestinesi, al contrario dei ?martiri' iraniani che
sanno invece di avere contro la società.
Così i ?martiri' palestinesi, dopo le severe critiche rivolte al nemico
interno, chiedono il pentimento, promettono il perdono e fanno costante ricorso
a termini famigliari: fratelli, figli, ecc. per designare l'insieme dei membri
della società palestinese: «Non vi siete ancora pentiti? Tornate dal vostro
Dio, dal vostro popolo, sarete perdonati dei vostri peccati. Se non lo fate, la
vostra miseria morale sarà evidente» [16].
Tra i ?martiri' iraniani, questo appello si esprime innanzi tutto in termini
coercitivi nei confronti della loro famiglia: vogliono impedire qualunque
espressione di pena per la loro morte. Pena che potrebbe essere interpretata
come un'opposizione al governo che invia dei ragazzi a farsi uccidere. Inoltre,
anche se nei loro testamenti invitano altri a seguirli nel ?martirio', la
consapevolezza della forte opposizione al loro gesto li spinge a moltiplicare i
divieti contro le espressioni di dolore e a descrivere accuratamente lo
svolgimento (obbligatoriamente festoso) della loro cerimonia funebre: «Siate
felici del mio ?martirio', festeggiatelo, accendete luci ovunque? Soprattutto
non piangete» [17].
Questo genere di divieto non appare tra i ?martiri' palestinesi che, sicuri del
sostegno di cui dispongono, ricordano semplicemente il prezzo da pagare nella
lotta nazionale. La manifestazione della pena e del dolore è possibile, ma deve
essere trascesa nell'obiettivo della lotta di liberazione nazionale.
Moralità e spiritualità: le vere armi Il fenomeno moderno del ?martirio', che
sia iraniano o palestinese, non può essere interpretato solo nel quadro del
conflitto regionale nel quale si inserisce o delle società nelle quali appare.
Si tratta, infatti, di un gesto che va interpretato anche in contrapposizione a
un Occidente sentito come dominatore. Questa seconda dimensione appare in modo
evidente nelle interviste. La disponibilità al ?martirio' diventa un gesto che
dimostra la disponibilità al distacco assoluto nei confronti del consumismo e
dell'edonismo attribuiti al mondo occidentale. Dal punto di vista dei candidati
al ?martirio' esso mostra in maniera ?decisa' ed evidente la loro appartenenza a
un mondo spirituale di alto valore morale.
Contro la superiorità economica, tecnica, culturale e la dominazione
quotidiana, questi giovani ritrovano un valore e un senso ponendosi in un campo
spirituale negato agli occidentali. La loro integrità morale, il rigore della
loro condotta e della loro obbedienza ai precetti religiosi costituiscono per
loro la garanzia della loro superiorità di fronte a un mondo occidentale
corrotto dall'egoismo consumistico, dall'altissima percentuale di divorzi e dai
movimenti omosessuali?
Attacchi più violenti quando il nemico è presente sul posto Dibattiti e azioni
sono tanto più violenti quando i disprezzati valori di questa modernità
occidentale sono sostenuti, nonostante tutto, dagli stessi giovani palestinesi e
talora da quelli stessi che fanno mostra di rifiutarli. Per questi giovani,
infatti, il mondo occidentale non è un mondo immaginario ma si trova, con
Israele, alle porte. È un mondo che conoscono da vicino, sono affascinati dalle
sue tecnologie che molti conoscono (la popolazione palestinese conta molti
ingegneri formati all'estero). L'accentuazione dell'aspetto spirituale esprime
anche la frustrazione nei confronti di un consumismo agognato ma impossibile. I
giovani palestinesi si sentono vicini a una cultura giovanile internazionale di
cui conoscono perfettamente le grandi icone, il ?look' e la musica; ma questo
tipo di consumismo è inaccessibile alla maggior parte di loro. Non solo non
hanno accesso a questo mondo che conoscono così bene, ma si sentono respinti e
disprezzati, considerati retrogradi e non stimati per le loro competenze
tecnologiche. Così la scelta degli obiettivi ? le discoteche e i caffè più
delle stazioni di pullman o degli obiettivi militari ? non è casuale. Anche se
questi obiettivi presentano il ?vantaggio' tattico di raccogliere molte persone,
sono soprattutto centri di ?perdizione' occidentale. In questi luoghi si ritrova
quella gioventù dorata e spensierata, simbolo agli occhi dei palestinesi
dell'ingiustizia di cui sono vittime, private di futuro e destinate al
sacrificio. Uno dei principali elogi nei confronti della nuova grande figura dei
palestinesi, il capo degli hezbollah libanesi Nasrallah, riguarda proprio la sua
capacità di parlare da pari a pari con i dirigenti occidentali e, soprattutto,
israeliani. Con Nasrallah, secondo i palestinesi, gli arabi abbandonano
l'atteggiamento del dominato e non si lasciano più impressionare dai loro
interlocutori.
Gli autori degli attentati dell'11 settembre Apriamo qui una breve parentesi per
un confronto con gli autori degli attentati dell'11 settembre negli Stati Uniti.
Ha colpito il fatto che abbiano potuto continuare nel loro progetto nonostante
la loro integrazione nello stile di vita occidentale. Tuttavia questi fattori
che abbiamo evocato in precedenza di attrazione-repulsione verso il mondo
occidentale si accentuano spesso una volta che si è entrati in contatto con
esso. Anche se le frustrazioni materiali possono scomparire, le rappresentazioni
di dominio e di disprezzo che il mondo occidentale trasmette a proposito del
mondo arabo sono ancora più evidenti, e in questo caso l'individuo è
direttamente coinvolto nelle sue relazioni quotidiane. L'associazione fra
controllo tecnico della modernità e rigetto dei suoi valori ?corrotti' ?
rigetto che deriva in gran parte dal rifiuto del dominio reale esercitato da
coloro che li professano - è un elemento fondamentale dell'ideologia islamica.
Le somiglianze però finiscono di fronte alla lettura del testamento di Mohammed
Atta, che l'Fbi avrebbe trovato e che è stato pubblicato dallo «Spiegel»
[18]. Infatti, rispetto ai testamenti dei ?martiri' palestinesi o iraniani,
questo testamento si rivela estremamente sorprendente. Non corrisponde ai
criteri abituali del testamento di un ?martire' e presenta numerosi errori
rispetto al canone previsto per questi casi. L'autore, ad esempio, evoca i
rituali di purificazione del proprio corpo dopo la morte (cambio di vestiti,
lavaggio, ecc.), mentre l'elemento caratteristico del ?martire' è di arrivare
alla morte in stato di purezza e di conseguenza non è possibile alterare lo
stato del suo corpo. Inoltre il testamento è firmato da due testimoni, un
elemento che non si è mai visto nei testamenti degli altri ?martiri'. In altre
parole, questo testamento, in base alle informazioni disponibili, assomiglia più
a un insieme di precetti musulmani per una morte normale che al testamento di un
?martire'.
Il ?martirio': un gesto di autoaffermazione di fronte ai valori comunitari Al di
là della sua affermazione nei confronti dell'Occidente, il ?martirio' ha anche
una funzione di autoaffermazione ? nonostante ciò avvenga attraverso la morte ?
rispetto alla società a cui si appartiene. Il ?martirio' palestinese fa
riferimento all'affermazione del ruolo inalienabile dei giovani in una società
in cui le strutture patriarcali di decisione dopo Oslo sono state ripristinate.
La prima Intifada aveva infatti permesso ai giovani di assumere il potere
politico, utilizzando la legittimità della lotta nazionale contro le gerarchie
tradizionali. Dopo Oslo però l'Autorità palestinese ha riattivato i poteri
patriarcali comunitari fino a quel momento messi da parte, allo scopo di
controllare la gioventù.
Con la seconda Intifada l'accentuarsi dell'islam politico ha permesso di
rimettere in discussione questa gerarchia nuovamente imposta. La legittimazione
proviene ormai da un elemento religioso rivisitato, che può essere in
opposizione con le strutture patriarcali e la religiosità tradizionale. In
altre parole i giovani utilizzano il Corano contro i loro padri. Questo
allontanamento dell'islam politico nei confronti di una religiosità
tradizionale può essere osservato a diversi livelli. La famiglia, ad esempio,
non è più il valore principale, come constatano le madri che si preoccupano
non appena osservano l'accresciuta religiosità dei loro figli. Il discorso ?tradizionale'
sul ?martirio' può essere riscontrato fra alcuni giovani impegnati
politicamente, ma mai tra i militanti di Hamas o della Jihad islamica: «Voglio
diventare un ?martire'. Ogni notte quando vado a sparare ci penso. Del resto ho
molti fratelli e se muoio non sarà una grave perdita per la mia famiglia.
Inoltre dopo la morte mi attende il paradiso, gli onori, le donne. Qui che cosa
ho da perdere? La mia non è una vita» [19].
Nel discorso ?tradizionale' sul ?martirio' la partecipazione al sostentamento
economico della famiglia assume un ruolo importante nella disponibilità o meno
al sacrificio. Allo stesso modo, le ricompense dovute al ?martire' dopo la sua
morte sono spesso menzionate. Questo aspetto del discorso è invece del tutto
assente nelle organizzazioni integraliste. Menzionare le ricompense post mortem
metterebbe in dubbio la purezza del gesto del ?martire'. Del resto, poiché la
jihad è il valore fondamentale, anche chi contribuisce al reddito familiare può
farsi ?martire'.
Conclusione: il ?martirio', un argomento determinante nella lotta per i valori
Come abbiamo visto, la disponibilità al sacrificio supremo assume un ruolo
fondamentale nell'attività di legittimazione e di delegittimazione politica: in
Iran serve a rilegittimare un potere sempre meno popolare, in Palestina è
utilizzato dalle organizzazioni integraliste per ottenere una forte legittimità
sociale. Più in generale, l'attuale disponibilità dei giovani ad accettare di
sacrificarsi ? per una lotta nazionale che la popolazione palestinese
complessivamente sostiene ? delegittima i tentativi di affermazione di altri
valori. Infatti, anche se i palestinesi sostengono la causa nazionale, la
maggioranza dei giovani non crede né nella possibilità di realizzazione a
breve termine di questo obiettivo né nei metodi di lotta estremamente
sanguinosi attualmente utilizzati. Prima dell'Intifada al-Aqsa, la maggior parte
di questi ragazzi era concentrata su obiettivi di vita individuali e limitati,
pronta ad adattarsi alle possibilità esistenti. Tuttavia il fatto che una
minoranza di giovani abbia ripreso la lotta e sia stata capace di sacrificarsi
ridà alla causa nazionale un valore primario ed essenziale e rafforza la
tendenza all'univocità dell'identità palestinese. Il fenomeno del ?martirio',
oltre ai vari fattori storici, spinge quindi la società palestinese a fare del
nazionalismo il metro di giudizio unico della realtà e il contesto all'interno
del quale si devono inserire le azioni per essere socialmente legittime.
© Ifri. Con il titolo Le «martyre» des jeunes Palestiniens pendant l'intifada
al-Aqsa, questo saggio è comparso nella rivista «Politique étrangère», la
più antica rivista francese di relazioni internazionali, pubblicata a cura
dell'Institut Français des Rélations Etrangères, n. 4, ottobre-dicembre 2001.
per le note, link:
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/42/42A20030912.html
http://www.ilmanifesto.it/oggi/art73.html
Donne organizzate contro i «tagli» di Sharon: assediano
banche, danno ai poveri alimenti requisiti, chiudono l'acqua ai ricchi
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
«Tante famiglie povere non hanno chiesto spiegazioni. Si sono limitate a
ritirare i sacchetti. Almeno i loro figli non sono andati a scuola con i morsi
della fame. - ha detto Ayala Sabag ricordando la distribuzione del pane alla
periferia di Gerusalemme - Nei Katamonim la metà del rione è da tempo senza
acqua» perché il municipio infierisce contro i poveri che non pagano la
bolletta. «Per questo - ha aggiunto - abbiamo bloccato l'erogazione, per far
sentire ai ricchi le nostre sofferenze. Ci aspettiamo che anche chi in Israele
sta bene protesti e solidarizzi con noi».
http://www.ilmanifesto.it/oggi/art77.html
«Il muro non è la soluzione»
Parla Dana Bar, rappresentante degli studenti israeliani
che rifiutano la leva in un esercito di occupazione
SVEVA HAERTTER
Quali sono le prime conseguenze dell'esito del processo dei
"cinque", sia rispetto al vostro movimento che rispetto alla strategia
dell'esercito per contrastare il fenomeno del rifiuto della leva? Come siete
percepiti dall'opinione pubblica in Israele?
Al momento, visto che il processo è finito con una pesante condanna, l'esercito
sta creando sempre maggiori difficoltà a chi rifiuta, sia per i ragazzi che per
le ragazze e certo, attraverso ciò che i cinque hanno subito e stanno subendo,
l'esercito cerca di scoraggiare chi vuole seguire il loro esempio. L'opinione
pubblica non ha simpatia per noi, siamo visti come traditori. Per quanto
riguarda noi, certo è pesante avere amici in carcere, ma non cambia nulla
rispetto alle nostre scelte politiche. Una cosa è un po' cambiata: con i
ragazzi in carcere, ora sono solo le ragazze a guidare il movimento.
Qui in Italia si sta discutendo molto su «resistenza» e «terrorismo». Ne
avrete parlato anche voi. Qual è la vostra posizione?
Vorrei iniziare dicendo che non legittimo il terrorismo in alcun modo. Penso che
la resistenza vada praticata in modo pacifico, perché secondo me solo la
resistenza pacifica può portare alla pace. Ma vedo anche quanto è terribile
l'occupazione e quante cose drammatiche subisce la popolazione palestinese,
quindi capisco come nasce il terrorismo e da dove vengono i terroristi. Essendo
stata nei territori occupati, so bene cosa vedono i ragazzi della mia età e
capisco la paura e la frustrazione in cui sono costretti a vivere. Ma penso che
gli attacchi suicidi abbiamo un effetto negativo sull'opinione pubblica
israeliana e che allontanino la pace. Del resto una voce forte contro il
terrorismo viene anche dalla stessa società civile palestinese.
Il governo israeliano afferma che il muro in costruzione in Cisgiordania è
necessario per la sicurezza. Come rispondi a questa affermazione?
Penso che il muro non aiuta la sicurezza, ma aumenta la disperazione nel cuore
della gente palestinese e potrà solo far aumentare il terrorismo. Gli
israeliani, come ebrei che hanno subito la Shoah, non dovrebbero certo costruire
un muro che separa bambini dalle scuole, contadini dalle proprie terre ed
intrappola intere città all'interno del muro, separandole dal territorio.
Il movimento che il 15 febbraio 2003 è sceso in piazza in tutto il mondo
contro la guerra in Iraq, sta convocando una manifestazione internazionale per
il 20 marzo. Una delle richieste che viene fatta dagli organizzatori della
manifestazione in Italia, è di non rifinanziare la missione militare in Iraq.
Il parlamento italiano sta votando su questo proprio in questi giorni e le forze
di centro-sinistra sono divise. Hai qualcosa da dirgli?
Certamente di votare contro il rifinanziamento della missione in nome della
giustizia e della pace nel mondo che noi tutti vogliamo. Non dovrebbero mandare
soldati in Iraq, ma mettere fine all'occupazione. E certamente i soldati
dovrebbero rifiutare di andarci ...
In che modo si può sostenere il vostro movimento?
L'aiuto maggiore che potete darci è di far sentire la vostra voce per
chiedere la liberazione dei nostri amici, per esempio scrivendo alle ambasciate
israeliane, al governo, ai parlamentari. Sul sito del forum dei genitori
(http://www.refuz.org.il) è possibile trovare materiale utile e c'è una
petizione da firmare. Sempre sul sito ci sono anche i riferimenti per sostenere
il nostro movimento con delle sottoscrizioni.
«Ginevra è l'unica soluzione»
Parla l'ex ministro israeliano Yossi Beilin, ideatore del
piano di pace alternativo firmato in Svizzera in dicembre
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Signor Beilin, l'iniziativa di Ginevra ha suscitato grandi speranze,
soprattutto in Europa. Oggi però molti la considerano un progetto politico
senza futuro...
Non sono d'accordo con queste considerazioni. I fatti dimostrano che
l'iniziativa di Ginevra è sempre viva e continua a riscuotere interesse. E'
chiaro a tutti coloro che vogliono mettere fine al conflitto israelo-palestinese
che l'intesa raggiunta in Svizzera rappresenta l'unica soluzione possibile. In
Europa il consenso rimane alto: pochi giorni fa il Parlamento tedesco ha
approvato con una maggioranza ampia una risoluzione a favore di Ginevra. E
sappiamo che la nostra iniziativa ha riscosso grande interesse anche negli Stati
uniti.
La pace però dovranno farla israeliani e palestinesi e proprio in Israele e
nei Territori occupati si sono registrate condanne aperte dell'iniziativa. In
Israele la destra e anche diversi laburisti la considerano una soluzione
disastrosa; dall'altra parte tanti palestinesi, non solo gli islamisti più
radicali, ribadiscono che nessuno può negare ai profughi il diritto al
ritorno...
Non vedo le cose in modo così drammatico. Non bisogna tenere presente solo gli
oppositori ma anche i sostenitori. La nostra iniziativa, secondo gli ultimi
sondaggi, è sostenuta dal 40% degli israeliani e da una percentuale analoga di
palestinesi. E' un ottimo inizio, a mio avviso. Le opinioni pubbliche delle due
parti vanno informate bene sul significato di questo simbolico accordo di pace e
sono certo che una discussione più ampia favorirà la sua comprensione. Ritengo
inoltre fondamentale il sostegno esterno, dell'Italia ad esempio, dove
continuiamo a ricevere grandi consensi, anche dalle amministrazioni locali.
L'interesse del mondo può influenzare il giudizio di israeliani e palestinesi.
Al potere in Israele però non ci sono i pacifisti. Jibril Rajub, consigliere
di Arafat per la sicurezza, ha detto che i palestinesi sanno che soltanto Sharon
può fare la pace e non aspettano che vadano al governo Yossi Beilin e Yossi
Sarid (il leader del Meretz)...
Come dicevo bisogna dare spazio anche ai tanti, sempre più numerosi,
sostenitori dell'iniziativa di Ginevra. Credo inoltre che tante dichiarazioni
vengano fatte solo per motivi tattici. Il nostro progetto in realtà convince
anche quelli che si mostrano indifferenti o contrari, perché sanno che è
l'unica soluzione.
Cosa pensa della evacuazione delle colonie di Gaza e del piano di «separazione
unilaterale» proposti da Sharon?
Sono a favore della evacuazione degli insediamenti della striscia di Gaza. E'
evidente, allo stesso tempo, che se si vuole raggiungere una pace definitiva,
Israele deve decidere le cose assieme ai palestinesi. Non deve imporre soluzioni
unilaterali che non risolvono il conflitto e rischiano solo di generare nuovi
drammi.
Segnati con una croce sul casco gli operai arabi. E alla
Knesset infuria la polemica
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Nei Territori occupati invece abusi e morti passano ormai inosservati, nessuno
si scandalizza. Nemmeno quando a morire è una madre che cercava di mettere in
salvo i propri figli. E' accaduto ieri a Jenin, in Cisgiordania, durante
l'ennesima incursione «anti-terrorismo» dell'esercito israeliano. La donna,
Dalal Sabagh, 25 anni, è stata uccisa durante gli scontri a fuoco fra soldati e
combattenti palestinesi che cercavano di opporsi all'avanzata dei reparti
israeliani. E' rimasto inoltre ferito un fotografo dell'agenzia francese Afp. La
palestinese, stando ai testimoni, è stata colpita, mentre si trovava sul
balcone di casa, da proiettili esplosi dall'esercito. Il portavoce militare
israeliano non ha smentito e si è limitato a comunicare che accertamenti sono
in corso sulle circostanze della morte della donna. Intanto l'ufficio del primo
ministro Ariel Sharon e il capo di stato maggiore delle forze armate, Moshe
Yaalon, hanno negato l'esistenza di contrasti tra i vertici militari e il
governo sull'annunciato piano di sgombero delle colonie ebraiche di Gaza. Il
quotidiano Haaretz ha riferito ieri che Yaalon è contro il piano del
premier perché ritiene che Israele, prima di ritirarsi da Gaza, debba cercare
un accordo con l'Anp. In caso contrario, a giudizio delle forze armate, un
ritiro unilaterale darebbe ai palestinesi la convinzione di aver sconfitto
Israele. Sarebbe questa anche l'opinione del capo dello Shin-Bet (il servizio di
sicurezza) Avi Dichter invitato di recente dall'Amministrazione Bush a spiegare
il suo punto di vista. Yaalon tuttavia ha negato di aver espresso opposizione al
piano di ritiro da Gaza mentre l'ufficio di Sharon ha smentito che il premier
abbia accusato il capo di stato maggiore «di intervenire apertamente in
questioni politiche e di cercare di influenzare i ministri».
A Gaza invece i palestinesi, in modo particolare il movimento islamico Hamas,
sono convinti che sia stata proprio la lotta armata a spingere Sharon a
preparare un piano di evacuazione delle colonie. Ieri il capo del braccio armato
di Hamas e ricercato numero uno, Mohammed Deif, ha detto in una intervista che
la sua organizzazione dispone di «un esercito di kamikaze» pronti a colpire.
Deif ha affermato che gli uomini-bomba «sono diventati un'arma dissuasiva»
perché «sono efficaci quanto un tank o un aereo da combattimento». Secondo
Deif il piano di ritiro da Gaza annunciato da Sharon costituisce «una vittoria»
per i gruppi armati palestinesi.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Marzo-2004/art15.html
ZVI SCHULDINER
Il fondamentalismo islamico è nato nella striscia di Gaza alla fine degli anni
`70 quando l'esercito israeliano vide negli islamici un buon antidoto contro l'Olp
e i comunisti palestinesi. Se si pensa a come nasce Bin Laden e ai suoi sponsor
americani, sembrerebbe che di originale non resti nessuno. Queste furono le basi
su cui fu fondata Hamas nel 1987. Da allora Hamas ha svolto una triplice
funzione: sul terreno militare ha assassinato centinaia di israeliani innocenti,
sul terreno sociale interno ha riempito un ruolo non ricoperto dall'Autorità
nazionale palestinese che ha sovente dimenticato alcuni dei suoi obblighi di
fondo rispetto alla società palestinese e sul terreno politico è stato il
miglior alleato dialettico del fondamentalismo e dell'estrema destra israeliani.
La politica dell'estrema destra israeliana, fondata sul completo rifiuto delle
aspirazioni nazionali palestinesi, ha rafforzato gli elementi più radicali che
hanno cominciato a vedere l'opzione armata come l'unica possibile.La politica
del fondamentalismo islamico a cui si sono sommati negli ultimi anni settori
avventuristi dell'Olp, ha rafforzato senza soste gli esponenti più estremi
della destra radicale israeliana, in sacrosanta alleanza con certi settori del
fondamentalismo che considerano l'annessione dei territori palestinese come un
passo necessario verso la redenzione messianica di Israele. Negli ultimi tre
anni questo meccanismo si è tradotto nella rioccupazione dei territori occupati
e nella creazione di una catena rituale di sangue in cui ogni atto di terrorismo
ha trovato aperte le porte del terrorismo dell'altra parte. Nell'ambito del
terrorismo dell'occupazione, il terrorismo di Hamas ha alimentato il terrorismo
di stato israeliano e ha rafforzato la destra in generale.
L'occupazione israeliana è oggi un semplice ma terribile inferno quotidiano.
Nell'immensa prigione in cui sono chiusi dall'occupazione, tre milioni di
palestinesi sono persone private dei diritti umani più elementari. La «lotta
contro il terrorismo» ha giustificato tutti i crimini possibili e oggi è
difficile spiegare a chi non lo vede - o non voglia vederlo, come accade alla
maggioranza degli israeliani - cosa significhi la vita quotidiana sotto la
brutalità di un'occupazione israeliana che si fa ogni giorno più spietata.
L'occupazione nelle sue più brutali manifestazioni, è il miglior brodo di
coltura del fondamentalismo. L'occupazione alimenta la cultura dell'odio e la
rafforza ogni minuto che passa. Dall'assenza di umanità dell'occupazione si
nutrono gli istinti più criminali.
La miseria di un bambino lo costringe a occuparsi quotidianamente di portare
pacchi al posto di chi non può farlo, e così guadagnarsi il pane. Quella
stessa miseria permette a un criminale snaturato di dargli un pacco esplosivo
per farlo esplodere quando il bambino arrivi in vicinanza dei soldati. Il
crimine potrà essere poi spiegato proclamando il bambino shaid, un santo
morto al servizio di Allah. Lo sceicco Yassin ha contribuito a «elevare» lo
status delle donne: anch'esse potranno commettere attacchi kamikaze e alcuni
dicono che è meglio se a commeterli siano quelle che hanno peccato per
emendarsi così del loro peccato.
Quando il governo israeliano ordina l'assassinio di Yassin e di tutti quelli che
gli stanno vicino, lo fa ben cosciente dell'escalation che innesca. Sharon e il
suo ministro della difesa Mofaz sono dei piromani sperimentati che hanno già
lanciato benzina sulle fiamme dell'inferno dell'occupazione in varie occasioni.
Cosa significa quindi il criminale attentato di ieri mattina? Significa che lo
strombazzato ritiro unilaterale da Gaza è un altro tentativo di fare un passo
positivo diretto a raggiungere un obiettivo negativo. Spiegazione: il ritiro
degli insediamenti ebraici che oggi occupano il 25% delle terre della striscia
di Gaza (363 km quadrati), di per sé è un fatto positivo ma si effettuerà
solo dopo aver decapitato la leadership di Hamas e lasciandosi dietro terra
bruciata a tal punto da rendere impossibile creare uno stato palestinese, mentre
si consolida l'occupazione della Cisgiordania. Questo è una bordata in più
contro iniziative quali gli accordi di Ginevra e qualsiasi altro tentativo di
dialogo che porti a compromessi e a una pace possibile.
Di fronte all'opposizione interna al Likud, Sharon dimostra un'altra volta chi
è il re, chi è il supermacho. La vendetta criminale di ieri vuole
dimostrare alla destra estrema israeliana che Sharon non è un traditore pentito
ma che guarda con occhio pragmatico ai territori e alla bisogna sa usare la
forza.
L'esclation e la crescente sequela di vendette non preoccupa il governo
israeliano dal momento che esse potanno essere usate per dimostrare al mondo «chi
sono i cattivi» e nel contempo preparano il terreno per iniziative sempre più
drastiche contro la leadership dell'Anp.
Trincerati dietro l'attesa vendetta in arrivo, non pochi fra i generali e i
politici israeliani potranno trovarvi l'occasione per assassinare Yasser Arafat
e finirla una volta per tutte con «i pericoli di Oslo». I pericoli di Oslo
sono in nsostanza uno: «il pericolo» della pace, del compromesso. Il ritiro
unilaterale, il terrorismo e il controterrorismo, la catena di sangue che porta
a questo inferno quotidiano sono il miglior modo di consolidare il
fondamentalismo israeliano della destra nelle sue ambizioni espansioniste.
Nell'assassinio di uno dei suoi leader principali, Hamas può dire di aver
toccato, insieme all'avventurismo israeliano, l'apice dei suoi successi: la
piena congiunzione dei terroristi fondamentalisti di entrambi i popoli.
L'unico antidoto contro il terrorismo non è solo capire quale siano le sue
radici, ma avviare con assoluta urgenza un'azione internazionale che freni la
prepotenza assassina di Sharon, del suo governo, delle sue forze armate, prima
che sia impossibile spegnere l'incendio e placare l'odio. (zvi schuldiner)