FISICA/MENTE

 

La scuola in Israele

(questo documento è di israelo/palestinesi)

 

Il settore dell’istruzione pubblica è fondato su un sistema di separazione che riflette sia ragioni culturali che politiche. Gli studenti palestinesi ed israeliani non solo continuano a studiare in scuole separate e nelle loro rispettive lingue, ma anche con programmi diversi. A Gerusalemme, come nel resto di Israele, le scuole sia palestinesi che israeliane sono sotto il controllo del Ministero dell’istruzione e delle autorità municipali. Di conseguenza, a partire dal 1967 tutti gli istituti scolastici di Gerusalemme Est sono passati sotto il controllo delle autorità israeliane. Questo vale per circa la metà della popolazione studentesca palestinese, mentre l’altra metà è iscritta a scuole private gestite da varie istituzioni cristiane e musulmane o dall’UNRWA (United Nations Relief and Work Agency). Il sistema scolastico di Gerusalemme Est è diviso in 35 scuole pubbliche con circa 23.398 studenti iscritti nel 1996 e da 34 scuole private con pressappoco lo stesso numero. Sia negli istituti privati che pubblici scolastici di Gerusalemme Est, una delle prime misure intraprese dagli israeliani è stata quella di eliminare dai programmi di studio i testi con contenuto nazionalistico presenti nei programmi dell’amministrazione giordana. Ma la decisione di sostituire interamente i programmi con quelli utilizzati nelle scuole dei palestinesi israeliani, raccolse una forte opposizione della comunità palestinese e iniziò una controversia che abbracciava non soltanto questioni culturali e di istruzione ma anche principi legali e politici. Per le autorità israeliane infatti, un simile atto implicava il principio di sovranità e il loro desiderio di integrare formalmente le scuole pubbliche di Gerusalemme Est nel sistema scolastico israeliano. I palestinesi invece si opponevano a questo disegno politico anche in base a considerazioni culturali. Gli educatori palestinesi sostenevano infatti che il programma israeliano ignorava la storia nazionale e i valori del popolo palestinese e che i diplomati con titoli di studio israeliani non avrebbero potuto accedere ai livelli di istruzione superiore presso altri paesi del Medio Oriente con la conseguenza di essere tagliati fuori culturalmente ed economicamente dal mondo arabo.
Le autorità israeliane accettarono così di reintrodurre nelle scuole pubbliche palestinesi da loro amministrate il programma giordano seppure con qualche minima modifica. Un particolare sistema di cogestione si è quindi sviluppato con gli israeliani che continuano a mantenere il controllo sul bilancio mentre gli esami d’ammissione all’università sono gestiti da ispettori giordani. L’esistente separazione strutturale tra i sistemi scolastici palestinese ed israeliano chiaramente perpetua la segregazione che è evidente nella vita quotidiana. Effettivamente i due sistemi scolastici non aiutano molto le nuove generazioni a superare la barriera linguistica. Corsi di israeliano sono stati introdotti nelle scuole pubbliche palestinesi di Gerusalemme Est, ma solo in modo limitato, mentre per gli studenti israeliani (in principio sono incoraggiati a studiare l'arabo) i corsi rimangono opzionali. Significativamente, in contrasto con il crescente numero dei palestinesi d'Israele che frequentano le università israeliane, solo una piccola parte dei palestinesi gerosolimitani è iscritta all’Università israeliana (situata entro Gerusalemme Est) e preferisce generalmente continuare i propri studi all'Al Quds University di Gerusalemme Est nelle università della Cisgiordania, del Medio Oriente, in altri paesi fuori da Israele. Per quanto riguarda le infrastrutture scolastiche pubbliche palestinesi, il loro sviluppo dipende principalmente dalle decisioni della municipalità di Gerusalemme che possiede il potere di approvare i piani regolatori relativi alle zone palestinesi. In questo contesto la possibilità di costruire nuove scuole appare nulla.

 

STOP ALL'APARTHEID IN ISRAELE: IL CASO DEGLI STUDENTI ARABO-ISRAELIANI


La popolazione di arabi che hanno la cittadinanza israeliana rappresenta il 20% circa dell'intera popolazione dello stato d'Israele.
Gli studenti arabo-israeliani che frequentano gli atenei superano di poco il 4% dell'intera popolazione universitaria. All'Università Ebraica di Gerusalemme su un totale di 35000 studenti solamente 1500 sono arabi, ad Haifa su 18000 arrivano a 2500, a Bir Sheva e Tel Aviv sono appena 800.
Le ragioni di questa differenza di rappresentatività nella popolazione studentesca sono dettate dalle evidenti discriminazioni che subiscono i giovani arabo-israeliani nel loro diritto allo studio.
Per entrare nelle Università Israeliane è necessario sottoporsi a dei test psicometrici che verificano i requisiti dei candidati. Tali requisiti privilegiano gli studenti ebrei che avendo frequentato licei separati hanno ricevuto oltre che una miglior istruzione generale anche una preparazione specifica per il superamento dei test d'ammissione alle Università.
Inoltre nei licei arabo-israeliani l'intero iter di studi viene svolto in lingua araba perciò, quando arrivano all'università, gli studenti hanno una scarsissima conoscenza sia dell'ebraico che dell'inglese, lingue indispensabili per il superamento dei test d'ammissione.
Altri requisiti che aumentano il punteggio dei test sono:
1. Svolgimento del servizio militare, vietato ai cittadini arabo-israeliani.
2. La provenienza geografica da zone privilegiate, le cosiddette zone di sviluppo, (zone di confine, insediamenti colonici) dalle quali i villaggi arabi sono completamente esclusi.
3. I nuovi immigrati che arrivano in Israele rappresentano una categoria privilegiata nell'accesso allo studio con sgravi fiscali e borse di studio.
Agli studenti arabo-israeliani sono precluse per legge tutte quelle Facoltà (ingegneria nucleare, fisica nucleare, etc.) che hanno a che fare con l'ambito militare. Allo stesso modo è sconveniente per uno studente arabo terminare gli studi in informatica perché non troverebbe mai lavoro a causa dei collegamenti del settore con l'industria bellica.
Anche l'esercizio di professioni legate a Legge e Medicina si rivelano difficili se non si è svolto il servizio militare.
Una volta ammessi agli studi universitari continuano le discriminazioni verso gli studenti arabi sia nei campus che nelle Facoltà.
Sugli arabi è esercitato un controllo costante, che quasi non interessa gli altri studenti, sia per quanto riguarda l'accesso fisico ai campus che nella loro dislocazione all'interno degli alloggi universitari.
Nelle case dello studente vi è una chiara volontà di isolamento, se ad esempio vi sono 10 stanze, non più di tre possono essere assegnate a studenti arabi, inoltre è preferibile che vengano dislocati in edifici periferici.
Oltre a questo esistono molte forme di controllo da parte delle autorità accademiche sugli arabo-israeliani. Particolare attenzione è rivolta alla loro disciplina con punizioni e sanzioni che vanno dalla sospensione per alcuni mesi alla definitiva espulsione. La maggior parte di queste misure vengono applicate sulla base delle attività politiche e delle rivendicazioni studentesche, che spesso riguardano la questione palestinese.
Nel calendario universitario non vengono considerate minimamente le feste palestinesi, musulmane o cristiane, le lezioni cessano solamente in corrispondenza delle feste ebraiche.
Qualsiasi studio riguardante il mondo arabo e la Palestina viene svolto in ebraico. I professori che insegnano queste materie non sono arabi ma orientalisti spesso stranieri.
Terminati gli studi agli arabo-israeliani è praticamente preclusa ogni possibilità di carriera accademica. All'università Ebraica di Gerusalemme figurano solamente 10 ricercatori su un corpo docente costituito da 1000 tra professori e ricercatori. In tutto Israele vi sono solamente 4 docenti di ruolo.


Gerusalemme, 1 gennaio 2002

Dall'incontro con i rappresentanti del Consiglio Arabo degli Studenti


 

Il mio viaggio tra gli arabi di Israele

 

Mauro Bulgarelli, deputato verde e "disobbediente", è colui che riuscì ad entrare, insieme a José Bové, nell'ufficio assediato di Yasser Arafat, nell'aprile scorso.
Ora è tornato in Palestina, anzi in Israele, come esploratore per la catena umana
di pacifisti di tutti i paesi che avrebbe dovuto tenersi a Gerusalemme.
Qui racconta il suo viaggio tra gli israeliani che hanno il difetto di essere arabi
 

racconto di Mauro Bulgarelli raccolto da Rosa Mordenti

  INCONTRIAMO Mauro Bulgarelli, deputato verde disobbediente, appena tornato da un viaggio in Israele. Mauro conosce bene la Palestina, ed è stato fra i primi, nella carovana di Action for peace di Pasqua, ad entrare a Ramallah assediata. Riuscì anche a entrare, insieme a José Bové, nella residenza di Arafat.
Quest'ultimo viaggio, spiega Mauro, "è nato da una critica che mi ha fatto un amico palestinese. Mi ha detto: tu sei sempre andato in Palestina, ma non puoi conoscere fino in fondo la situazione palestinese se non ne conosci le origini, e cioè la Galilea. Devi andare in Israele, per capire la Palestina". Ecco il suo racconto.
Prima tappa, Betlemme Sono partito il 14 giugno. Prima ho voluto fare un giro in Palestina.Con la nuova occupazione dei Territori, ho trovato Betlemme in uno stato che definire di sfacelo è poco. È cambiata la 'rappresentazione scenica' dell'occupazione: quasi tutte le città sono completamente circondate da una doppia recinzione di filo spinato alto due metri, con un fossato in mezzo. Per attraversare il check point, che è diventato una specie di cunicolo di cinquanta metri in cui passa una persona per volta, abbiamo impiegato quattro ore. Come sempre, sei nelle mani del "capo" dei soldati israeliani: stai lì fermo, per ore, ad aspettare che lui decida se puoi passare o no. I soldati si rifiutano di parlare in inglese: parlano ebraico oppure russo, perché sono di origine russa. È la guerra dei nervi, il rifiuto di comunicare non solo con gli stranieri, ma soprattutto con la popolazione palestinese. Nessuno degli abitanti di Betlemme può uscire dalla città, e le persone di origine arabo-palestinese non possono entrare. A Betlemme la disoccupazione è arrivata al 92 per cento. La città è nel dramma di non avere più di che vivere: le persone per strada ti chiedono se gli dai qualcosa. Hanno un solo problema: che mangio oggi?
Sono andato al ministero degli Affari sociali dell'Autorità nazionale palestinese: era assediato da cinquecento persone che chiedevano da mangiare. La direttrice mi ha parlato della situazione disastrosa che si sta vivendo, con un problema in più: quello della gestione degli aiuti umanitari. Il ministero non sa dove vanno a finire. Vengono riciclati e riconfezionati cibi sotto scadenza, e vengono consegnati a domicilio da una serie di aziende e organismi che sulla fame hanno costruito la loro fortuna; sono gli stessi che sono andati prima in Kosovo, poi in Afghanistan, e adesso si stanno occupando della Palestina.
La Palestina ora va immaginata come un immenso campo profughi, terreno delle scorribande dell'esercito israeliano e di chi specula sul suo dramma. La Palestina, prima di tutto, è un enorme problema sociale. C'è poi la disgregazione della famiglia, che è il nucleo delle comunità palestinesi: gli uomini hanno perso il loro ruolo, le donne si fanno carico di tutto, e i bambini hanno problemi psicologici gravi, in particolare a causa delle ultime, violentissime occupazioni militari.
C'era una volta Safurya Il giorno dopo ho iniziato la mia visita in Galilea, al di là del confine israeliano, partendo da Nazareth. Lì sono stato letteralmente prelevato da una persona di circa settant'anni, che ha voluto farmi vedere Safurya, e gliene sono grato. Mi ha portato in una bellissima valletta verde. Ha iniziato il suo racconto come da noi si comincia una fiaba. Mi ha detto: c'era una volta Safurya… Eravamo in un boschetto, dov'è il cimitero palestinese. Safurya era un paese arabo-palestinese con settemila abitanti. È stato occupato nel '48 dagli israeliani che hanno deportato tutti. Li hanno caricati su camion e li hanno lasciati alla frontiera. Da lì, questa gente è stata dispersa nei campi profughi, dove ha vissuto per tanti anni. Non è mai più potuta tornare a casa. Molti degli abitanti di Safurya sono finiti poi a Sabra e a Chatila, dove sono morti. Safurya è stata rasa al suolo.
Quella persona e altre hanno fondato un'associazione, che si chiama "Per non dimenticare Safurya". Loro non possono entrare nella valle dove sono nati, ed è bene sottolineare che sono israeliani a tutti gli effetti: sono cittadini israeliani di origine arabo-palestinese. Solo da due anni hanno ottenuto il permesso di entrare, però solo nel perimetro del cimitero. Vivono a Nazareth, e per andare dall'altra parte della valle, dove ancora ci sono tracce di quello che era Safurya, e cioè un antico convento, devono fare un giro lunghissimo. In piedi è rimasta poi una piccola torre, che è diventata il simbolo di quest'associazione. Al posto della cittadina palestinese ci sono trenta-quaranta abitazioni, non di più, dove vivono israeliani di origine ebraica. Adesso si chiama Zipore.
Safurya è il simbolo delle 431 [dicono alcuni, secondo altri più di 500] cittadine arabe palestinesi che sono state cancellate.
La comunità drusa Quel primo giorno ho incontrato anche la comunità drusa, che da circa sei mesi ha preso una posizione molto dura nei confronti di Israele, che è il loro stesso stato. Tutti i giovani drusi si rifiutano di fare il servizio militare in solidarietà con la comunità araba palestinese [alla quale sentono di appartenere]. Loro sono stati i primi a parlarmi dei "diritti diversificati" all'interno di Israele. Mi hanno raccontato delle ultime cose accadute, come l'approvazione, pochissimi giorni fa, della legge sugli assegni familiari: che riduce gli assegni del 4 per cento per la popolazione ebraica, e del 24 per cento per la popolazione arabo palestinese. Il processo agli studenti di Haifa Dopo Nazareth, sono stato ad Haifa. All'Università ho incontrato studenti israeliani di origine araba palestinese e di origine ebraica: è stato interessante, parlare con loro di guerra globale permanente, di impero. Nelle università israeliane c'è il numero chiuso per gli studenti di origine araba palestinese: ad Haifa il tetto è del 14 per cento sul totale degli studenti, ma in tutte le altre università il tetto è del 7 per cento. La gestione dell'università, dal bar alla pulizia dei bagni, è affidata agli studenti: ma possono essere assunti solo ragazzi e ragazze di origine ebraica.
Mi hanno portato in un'aula in cui si stava svolgendo un processo, da parte di un'apposita commissione di professori e studenti, a tre studenti palestinesi che avevano organizzato una manifestazione pacifica dentro l'università durante il periodo di Pasqua, per protesta contro l'occupazione la guerra. Quei tre ragazzi rischiano l'espulsione per qualche mese, per un anno o per sempre. Purtroppo non so come è finita.
51 comuni arabo-israeliani Ho poi incontrato il sindaco di Nazareth e quello di Jaffa, che è anche il presidente della Lega dei comuni arabi. Ho scoperto che gli arabo-palestinesi governano, in Galilea, ben 51 comuni. Di solito, questi amministratori appartengono al Partito comunista israeliano, che ha il 7,5 per cento e tre deputati alla Knesset, il parlamento. Mi hanno raccontato che i comuni governati da loro, o comunque a maggioranza arabo-palestinese, vengono trattati dallo stato come comuni di serie b. Ma loro si organizzano: Nazareth è famosa per le brigate di giovani che ogni estate arrivano da tutto il paese per imbiancare le case, sistemare i marciapiedi e le strade. Tutti questi comuni hanno subito tagli pesantissimi dei fondi a loro destinati dallo stato. Chiedono che si sviluppino i rapporti con i comuni europei: prima di tutto per garantire una forma di protezione. Sono israeliani, ma non sono parte del progetto di annientamento delle loro sorelle e dei loro fratelli arabo-palestinesi.
Il Forum sociale europeo se ne dovrà occupare. Bisogna trovare i modi non solo per mettere in rete le informazioni, ma anche per avviare un processo di intervento pacifico. I municipi italiani dovrebbero immaginare progetti di incontro con i comuni governati dalla sinistra in Israele, o che vivono una condizione di apartheid in quanto comunità a maggioranza arabo-palestinese, oltre che con le città in Palestina. D'altronde, le forme sono tutte da inventare, e noi avremmo molto da imparare da queste amministrazioni che riescono a governare 51 città in un clima di repressione e di cancellazione dei diritti… è un miracolo se esistono, e noi dobbiamo aiutarli.
Nazareth e il suo doppio
È poi evidente, a Nazareth, a Jaffa e anche ad Haifa, che anche in Israele vige il sistema degli insediamenti: ogni villaggio e ogni città arabo-palestinese è frenata, nella sua espansione, da una serie di costruzioni, ai margini dei loro territori, abitate esclusivamente da israeliani di origine ebraica. A Nazareth è particolarmente evidente: sulla collina intorno alla città, a semicerchio, è nata un'altra città, che ha un altro sindaco, ebreo, e popolazione ebraica, e che si chiama in un altro modo. Il crollo dell'economia in questi comuni, che vivevano soprattutto del turismo religioso, è impressionante. Ho dormito nell'unico albergo aperto a Nazareth: 260 stanze, e a parte me c'era solo una coppia di americani. I "rossoverdi" israeliani Ho incontrato tante altre persone nei giorni seguenti. Altri studenti, a Tel Aviv, che mi hanno parlato di una serie di provvedimenti "sulla sicurezza" passati alla Knesset in maggio: è stata modificata la legge sulla libertà di incontro, associazione, aggregazione, non si può parlare contro il governo né fuori né dentro le istituzioni. Ho incontrato i rappresentanti di quindici associazioni della cosiddetta società civile, tutti ebrei, che si definiscono "rossoverdi" e si occupano di ambiente, di società, di diritti. A Gerusalemme, alla Knesset, ho incontrato i segretari dei partiti dell'opposizione, e cioè il Meretz, il Partito comunista israeliano, e il Partito democratico arabo. Tutte queste persone erano entusiaste della catena umana che avrebbe dovuto tenersi a Gerusalemme il 28 e 29 giugno.
A Gerusalemme-est, la sera, avevo un appuntamento con Michele Giorgio, il corrispondente del manifesto, e con alcuni cooperanti italiani del Cric. Per raggiungermi hanno impiegato molte ore, perché correva voce che fossero entrati in città sei kamikaze. La mattina, alle sette e trenta, sono stato svegliato dall'esplosione dell'attentato al pullman. Quel giorno sono tornato in Italia.


Quella che segue è la descrizione idilliaca delle università israeliane fatta da una sionista-nazista israeliana che imperversa in Italia (non si fa cenno a palestinesi, solo a generici arabi):

 

Le università israeliane  

Deborah Fait

Da “informazionecorretta”


Quando Aaron (figlio di Deborah Fait n.d.r.) e' andato a studiare in Israele e ha messo piede all'Univerita' di Tel Aviv ne e' rimasto letteralmente conquistato.
Mi telefonava: " Mamma, pensa che ci sono banchi per tutti (mia nipote nello stesso periodo all'universita' di Padova seguiva le lezioni in una sala cinematografica per mancanza di aule), pensa che ognuno di noi ha un microscopio, pensa che chiamiamo per nome i nostri professori, mamma pensa .....che ...studiamo!!!!!!"
Vedere tra un padiglione di facolta' e l'altro quei prati verdi all'inglese con ragazzi e ragazze sdraiati sull'erba nelle pause delle lezioni. Entrare nelle aule dove non erano ammessi piu di 30 studenti. Scoprire che in ogni aula era sistemato uno schermo che permetteva agli studenti di seguire perfettamente la lezione del professore; e il microscopio personale e poi, enorme soddisfazione: la pratica di laboratorio.... far pratica, capite?
Sezionare, fare esperimenti, usare gli strumenti e ...le mani. Questo dai primi giorni di corso, subito!
Non solo noiosa teoria ma pratica, manualita', confidenza con apparecchiature costosissime e complesse!
Scoprire infine che negli esami scritti lo studente non ha un nome ma un numero di riconoscimento che impedisce le "raccomandazioni". Chi corregge i compiti non sa di che studente si tratta, il nome e' segreto, si tratti di Pinco Pallo o della figlia di Netaniahu.
Questo non significa che in Israele non esista la "protectia" , anzi e' la prima parola che si impara insieme a quell'altra che fa "savlanut"= "pazienza" ma all'univerita' no, all'univerita' si studia e chi non lo fa deve lasciare il posto a chi e' migliore di lui.
Tutte queste peculiarita', le piu' semplici ed elementari se vogliamo, del sistema universitario israeliano non potevano non conquistare un ragazzo italiano appena uscito dal Liceo e abituato a considerare l'universita' come un luogo abbastanza inospitale con studenti che seguono le lezioni dai corridoi non riuscendo a entrare in aula o con professori che proprio il giorno dell'esame hanno l'arroganza di non presentarsi in istituto.
Quando poi un ragazzo italiano si accorge che il suo capo-facolta', il grande professore, lo chiama per nome e si fa chiamare per nome e discute con lui, ultimo arrivato, sugli argomenti di studio allora lo stupore diventa entusiasmo.
Non sei un niente, non sei un fantasma, non sei uno studentello da snobbare, sei TU, sei una PERSONA, sei uno studioso piu' che uno studente che il professore prende sottobraccio per discutere un esperimento o un piano di studi. Sei gratificato e chi si sente apprezzato vuole dare sempre il meglio di se'.
Il rapporto dello studente col suo capo-facolta' e' un rapporto paritario di rispetto reciproco in cui il ragazzo impara e il professore insegna ma nello stesso tempo il professore incoraggia e accetta consigli e scambi di idee e di esperienze. Il carattere israeliano molto naiive e abbastanza rude, non si adatta alla "baronia", triste fenomeno incancrenito in un alcuni settori della vita italiana e cosi' il professore universitario, capo di facolta', incute rispetto ma non paura e i suoi allievi sanno che saranno trattati con altrettanto rispetto.
Non e' roba da poco, credetemi!
Le universita' isaraeliane sono fornite di biblioteche ricchissime che si dividono in settori: Biblioteca dell Stato che raccoglie tutto il materiale pubblicato nel paese.
Biblioteca del popolo ebraico dove si trovano documenti, manoscritti registrazioni che rappresentano la storia del Popolo.
Biblioteca interna dell'Istituto che fornisce a docenti e studenti tutto il materiale necessario per la ricerca, per lo studio di tutte le materie.
Biblioteche fornite di testi e materiale da tutto il mondo e in tutte le lingue
Per essere ammessi all'Universita' e' necessario un esame psicometrico e, per gli studenti che vengono dall'estero, e' obbligatorio un anno di "mechina" cioe' un anno di preparazione allo studio che dovrebbe portare gli studenti stranieri al livello di quelli israeliani sia come lingua ebraica che di metodo di studio.
E cosi' e' successo ad Aaron, fatta l'alia' e un anno di ‘mechina' all'universita' di Tel Aviv, eccolo alle prese collo psicometrico fatto tutto in inglese e in ebraico e per lui , piccolo italiano, con una semplice infarinatura di inglese scolastico e con un ebraico ancora traballante non e' stato semplice. Ce l'ha fatta e, raggiunto il punteggio necessario ( molto alto) per entrare alla facolta di biologia, eccolo dunque pronto a partire per la sua avventura di studio e di vita nel suo nuovo paese: il BA , il master, e infine , grazie ai suoi voti, il dottorato al prestigioso Istituto Weizmann di Rechovot.
Quanto costa l'universita' in Israele? Tanto, costa cara ma chiunque puo' entrarvi e, se ha una media di voti alta, di molto superiore alla media, allora non solo puo' frequentare gratis avvalendosi di borse di studio ma , arrivato al master riceve uno stipendio dalla stessa Universita'.
Studiare in Israele e' difficile perche' le universita' sono tutte ad alto livello ma e' altrettanto piacevole perche' gli studenti vengono gratificati, gli si offrono mille possibilita' di lavoro e borse di studio, vengono invogliati con incontri ad alto livello, conferenze, viaggi, pubblicazioni che abbracciano tutti gli aspetti della vita e delle materie scelte, e , dulcis in fundo, non esistono gli scioperi se non sporadici. E questo e' fondamentale!!!!!!!
Gli scioperi universitari in Israele sono cosi' rari che spesso gli studenti vengono accusati di menefreghismo dai loro colleghi arabi degli stessi atenei, che a volte tentano inutilmente di far partire uno sciopero politico.
Menefreghismo? Forse si tratta semplicemente di serieta'. Gli studenti arrivano all'universita' in eta' piu' matura rispetto ai loro coetanei stranieri : prima fanno tre anni di esercito, seguiti quasi sempre da un anno di "relax" in giro per il mondo, India, Sud America, USA, anche Europa ma soprattutto Oriente per dimenticare in un mondo cosi' diverso dal loro la tragedia di casa, la guerra, i morti, la paura. Quando tornano hanno circa 23 anni, sono pronti per la vita e vogliono studiare seriamente, non hanno tempo da perdere dietro a occupazioni e alle altre delizie protestatarie che niente hanno a che vedere collo studio, che vediamo troppo spesso negli atenei italiani.

La serietà paga e Israele, pur così piccolo e sempre costretto alla guerra, ha il privilegio di essere tra le prime 5 nazioni a livello di ricerca scientifica e tecnologia.

Segue un’altra perla della Fait dal giornale radicale Virus (si cambia argomento):

 

Il presidente della comunità ebraica di Roma,
Leone Pasermann, è stato condannato al pagamento di 50.000 euro a Santoro, essendo stato da questi querelato per aver sottolineato l'antiebraismo di Sciuscià. Esprimo solidarietà al condannato
.

Yosef Tiles.

Cosa aspettiamo a saltare addosso a Santoro? Dobbiamo farlo pentire di esistere!

Deborah Fait.


Non è una novità: anche i fondatori sionisti firmarono un'alleanza con Hitler. 


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