La scuola in Israele
(questo
documento è di israelo/palestinesi)
STOP
ALL'APARTHEID IN ISRAELE: IL CASO DEGLI STUDENTI ARABO-ISRAELIANI
racconto di Mauro Bulgarelli raccolto da Rosa Mordenti
INCONTRIAMO Mauro Bulgarelli, deputato verde disobbediente, appena tornato
da un viaggio in Israele. Mauro conosce bene la Palestina, ed è stato fra i
primi, nella carovana di Action for peace di Pasqua, ad entrare a Ramallah
assediata. Riuscì anche a entrare, insieme a José Bové, nella residenza di
Arafat.
Le università israeliane Deborah Fait Da
“informazionecorretta” Segue un’altra perla della Fait dal giornale radicale
Virus (si cambia argomento): Il presidente della comunità ebraica di
Roma, Yosef
Tiles. Cosa aspettiamo a saltare addosso a Santoro?
Dobbiamo farlo pentire di esistere! Deborah
Fait. Non
è una novità: anche i fondatori sionisti firmarono un'alleanza con Hitler.
Le autorità israeliane accettarono così di reintrodurre nelle scuole pubbliche
palestinesi da loro amministrate il programma giordano seppure con qualche
minima modifica. Un particolare sistema di cogestione si è quindi sviluppato
con gli israeliani che continuano a mantenere il controllo sul bilancio mentre
gli esami d’ammissione all’università sono gestiti da ispettori giordani.
L’esistente separazione strutturale tra i sistemi scolastici palestinese ed
israeliano chiaramente perpetua la segregazione che è evidente nella vita
quotidiana. Effettivamente i due sistemi scolastici non aiutano molto le nuove
generazioni a superare la barriera linguistica. Corsi di israeliano sono stati
introdotti nelle scuole pubbliche palestinesi di Gerusalemme Est, ma solo in
modo limitato, mentre per gli studenti israeliani (in principio sono
incoraggiati a studiare l'arabo) i corsi rimangono opzionali.
Significativamente, in contrasto con il crescente numero dei palestinesi
d'Israele che frequentano le università israeliane, solo una piccola parte dei
palestinesi gerosolimitani è iscritta all’Università israeliana (situata
entro Gerusalemme Est) e preferisce generalmente continuare i propri studi
all'Al Quds University di Gerusalemme Est nelle università della Cisgiordania,
del Medio Oriente, in altri paesi fuori da Israele. Per quanto riguarda le
infrastrutture scolastiche pubbliche palestinesi, il loro sviluppo dipende
principalmente dalle decisioni della municipalità di Gerusalemme che possiede
il potere di approvare i piani regolatori relativi alle zone palestinesi. In
questo contesto la possibilità di costruire nuove scuole appare nulla.
Gli studenti arabo-israeliani che frequentano gli atenei superano di poco il 4%
dell'intera popolazione universitaria. All'Università Ebraica di Gerusalemme su
un totale di 35000 studenti solamente 1500 sono arabi, ad Haifa su 18000
arrivano a 2500, a Bir Sheva e Tel Aviv sono appena 800.
Le ragioni di questa differenza di rappresentatività nella popolazione
studentesca sono dettate dalle evidenti discriminazioni che subiscono i giovani
arabo-israeliani nel loro diritto allo studio.
Per entrare nelle Università Israeliane è necessario sottoporsi a dei test
psicometrici che verificano i requisiti dei candidati. Tali requisiti
privilegiano gli studenti ebrei che avendo frequentato licei separati hanno
ricevuto oltre che una miglior istruzione generale anche una preparazione
specifica per il superamento dei test d'ammissione alle Università.
Inoltre nei licei arabo-israeliani l'intero iter di studi viene svolto in lingua
araba perciò, quando arrivano all'università, gli studenti hanno una
scarsissima conoscenza sia dell'ebraico che dell'inglese, lingue indispensabili
per il superamento dei test d'ammissione.
Altri requisiti che aumentano il punteggio dei test sono:
1.
Svolgimento del servizio militare, vietato ai cittadini arabo-israeliani.
2.
La provenienza geografica da zone privilegiate, le cosiddette zone di sviluppo,
(zone di confine, insediamenti colonici) dalle quali i villaggi arabi sono
completamente esclusi.
3.
I nuovi immigrati che arrivano in Israele rappresentano una categoria
privilegiata nell'accesso allo studio con sgravi fiscali e borse di studio.
Agli studenti arabo-israeliani sono precluse per legge tutte quelle Facoltà
(ingegneria nucleare, fisica nucleare, etc.) che hanno a che fare con l'ambito
militare. Allo stesso modo è sconveniente per uno studente arabo terminare gli
studi in informatica perché non troverebbe mai lavoro a causa dei collegamenti
del settore con l'industria bellica.
Anche l'esercizio di professioni legate a Legge e Medicina si rivelano difficili
se non si è svolto il servizio militare.
Una volta ammessi agli studi universitari continuano le discriminazioni verso
gli studenti arabi sia nei campus che nelle Facoltà.
Sugli arabi è esercitato un controllo costante, che quasi non interessa gli
altri studenti, sia per quanto riguarda l'accesso fisico ai campus che nella
loro dislocazione all'interno degli alloggi universitari.
Nelle case dello studente vi è una chiara volontà di isolamento, se ad esempio
vi sono 10 stanze, non più di tre possono essere assegnate a studenti arabi,
inoltre è preferibile che vengano dislocati in edifici periferici.
Oltre a questo esistono molte forme di controllo da parte delle autorità
accademiche sugli arabo-israeliani. Particolare attenzione è rivolta alla loro
disciplina con punizioni e sanzioni che vanno dalla sospensione per alcuni mesi
alla definitiva espulsione. La maggior parte di queste misure vengono applicate
sulla base delle attività politiche e delle rivendicazioni studentesche, che
spesso riguardano la questione palestinese.
Nel calendario universitario non vengono considerate minimamente le feste
palestinesi, musulmane o cristiane, le lezioni cessano solamente in
corrispondenza delle feste ebraiche.
Qualsiasi studio riguardante il mondo arabo e la Palestina viene svolto in
ebraico. I professori che insegnano queste materie non sono arabi ma
orientalisti spesso stranieri.
Terminati gli studi agli arabo-israeliani è praticamente preclusa ogni
possibilità di carriera accademica. All'università Ebraica di Gerusalemme
figurano solamente 10 ricercatori su un corpo docente costituito da 1000 tra
professori e ricercatori. In tutto Israele vi sono solamente 4 docenti di ruolo.
Gerusalemme, 1 gennaio 2002
Dall'incontro con i rappresentanti del Consiglio Arabo degli Studenti
Il mio viaggio tra gli
arabi di Israele
Ora è tornato in Palestina, anzi in Israele, come esploratore per la catena
umana
di pacifisti di tutti i paesi che avrebbe dovuto tenersi a Gerusalemme.
Qui racconta il suo viaggio tra gli israeliani che hanno il difetto di essere
arabi
Quest'ultimo viaggio, spiega Mauro, "è nato da una critica che mi ha fatto
un amico palestinese. Mi ha detto: tu sei sempre andato in Palestina, ma non
puoi conoscere fino in fondo la situazione palestinese se non ne conosci le
origini, e cioè la Galilea. Devi andare in Israele, per capire la
Palestina". Ecco il suo racconto.
Prima tappa, Betlemme
Sono partito il 14 giugno. Prima ho voluto fare un giro in Palestina.Con la
nuova occupazione dei Territori, ho trovato Betlemme in uno stato che definire
di sfacelo è poco. È cambiata la 'rappresentazione scenica' dell'occupazione:
quasi tutte le città sono completamente circondate da una doppia recinzione di
filo spinato alto due metri, con un fossato in mezzo. Per attraversare il check
point, che è diventato una specie di cunicolo di cinquanta metri in cui passa
una persona per volta, abbiamo impiegato quattro ore. Come sempre, sei nelle
mani del "capo" dei soldati israeliani: stai lì fermo, per ore, ad
aspettare che lui decida se puoi passare o no. I soldati si rifiutano di parlare
in inglese: parlano ebraico oppure russo, perché sono di origine russa. È la
guerra dei nervi, il rifiuto di comunicare non solo con gli stranieri, ma
soprattutto con la popolazione palestinese. Nessuno degli abitanti di Betlemme
può uscire dalla città, e le persone di origine arabo-palestinese non possono
entrare. A Betlemme la disoccupazione è arrivata al 92 per cento. La città è
nel dramma di non avere più di che vivere: le persone per strada ti chiedono se
gli dai qualcosa. Hanno un solo problema: che mangio oggi?
Sono andato al ministero degli Affari sociali dell'Autorità nazionale
palestinese: era assediato da cinquecento persone che chiedevano da mangiare. La
direttrice mi ha parlato della situazione disastrosa che si sta vivendo, con un
problema in più: quello della gestione degli aiuti umanitari. Il ministero non
sa dove vanno a finire. Vengono riciclati e riconfezionati cibi sotto scadenza,
e vengono consegnati a domicilio da una serie di aziende e organismi che sulla
fame hanno costruito la loro fortuna; sono gli stessi che sono andati prima in
Kosovo, poi in Afghanistan, e adesso si stanno occupando della Palestina.
La Palestina ora va immaginata come un immenso campo profughi, terreno delle
scorribande dell'esercito israeliano e di chi specula sul suo dramma. La
Palestina, prima di tutto, è un enorme problema sociale. C'è poi la
disgregazione della famiglia, che è il nucleo delle comunità palestinesi: gli
uomini hanno perso il loro ruolo, le donne si fanno carico di tutto, e i bambini
hanno problemi psicologici gravi, in particolare a causa delle ultime,
violentissime occupazioni militari.
C'era una volta Safurya
Il giorno dopo ho iniziato la mia visita in Galilea, al di là del confine
israeliano, partendo da Nazareth. Lì sono stato letteralmente prelevato da una
persona di circa settant'anni, che ha voluto farmi vedere Safurya, e gliene sono
grato. Mi ha portato in una bellissima valletta verde. Ha iniziato il suo
racconto come da noi si comincia una fiaba. Mi ha detto: c'era una volta Safurya…
Eravamo in un boschetto, dov'è il cimitero palestinese. Safurya era un paese
arabo-palestinese con settemila abitanti. È stato occupato nel '48 dagli
israeliani che hanno deportato tutti. Li hanno caricati su camion e li hanno
lasciati alla frontiera. Da lì, questa gente è stata dispersa nei campi
profughi, dove ha vissuto per tanti anni. Non è mai più potuta tornare a casa.
Molti degli abitanti di Safurya sono finiti poi a Sabra e a Chatila, dove sono
morti. Safurya è stata rasa al suolo.
Quella persona e altre hanno fondato un'associazione, che si chiama "Per
non dimenticare Safurya". Loro non possono entrare nella valle dove sono
nati, ed è bene sottolineare che sono israeliani a tutti gli effetti: sono
cittadini israeliani di origine arabo-palestinese. Solo da due anni hanno
ottenuto il permesso di entrare, però solo nel perimetro del cimitero. Vivono a
Nazareth, e per andare dall'altra parte della valle, dove ancora ci sono tracce
di quello che era Safurya, e cioè un antico convento, devono fare un giro
lunghissimo. In piedi è rimasta poi una piccola torre, che è diventata il
simbolo di quest'associazione. Al posto della cittadina palestinese ci sono
trenta-quaranta abitazioni, non di più, dove vivono israeliani di origine
ebraica. Adesso si chiama Zipore.
Safurya è il simbolo delle 431 [dicono alcuni, secondo altri più di 500]
cittadine arabe palestinesi che sono state cancellate.
La comunità drusa
Quel primo giorno ho incontrato anche la comunità drusa, che da circa sei
mesi ha preso una posizione molto dura nei confronti di Israele, che è il loro
stesso stato. Tutti i giovani drusi si rifiutano di fare il servizio militare in
solidarietà con la comunità araba palestinese [alla quale sentono di
appartenere]. Loro sono stati i primi a parlarmi dei "diritti
diversificati" all'interno di Israele. Mi hanno raccontato delle ultime
cose accadute, come l'approvazione, pochissimi giorni fa, della legge sugli
assegni familiari: che riduce gli assegni del 4 per cento per la popolazione
ebraica, e del 24 per cento per la popolazione arabo palestinese.
Il processo agli studenti di Haifa
Dopo Nazareth, sono stato ad Haifa. All'Università ho incontrato studenti
israeliani di origine araba palestinese e di origine ebraica: è stato
interessante, parlare con loro di guerra globale permanente, di impero. Nelle
università israeliane c'è il numero chiuso per gli studenti di origine araba
palestinese: ad Haifa il tetto è del 14 per cento sul totale degli studenti, ma
in tutte le altre università il tetto è del 7 per cento. La gestione
dell'università, dal bar alla pulizia dei bagni, è affidata agli studenti: ma
possono essere assunti solo ragazzi e ragazze di origine ebraica.
Mi hanno portato in un'aula in cui si stava svolgendo un processo, da parte di
un'apposita commissione di professori e studenti, a tre studenti palestinesi che
avevano organizzato una manifestazione pacifica dentro l'università durante il
periodo di Pasqua, per protesta contro l'occupazione la guerra. Quei tre ragazzi
rischiano l'espulsione per qualche mese, per un anno o per sempre. Purtroppo non
so come è finita.
51 comuni arabo-israeliani
Ho poi incontrato il sindaco di Nazareth e quello di Jaffa, che è anche il
presidente della Lega dei comuni arabi. Ho scoperto che gli arabo-palestinesi
governano, in Galilea, ben 51 comuni. Di solito, questi amministratori
appartengono al Partito comunista israeliano, che ha il 7,5 per cento e tre
deputati alla Knesset, il parlamento. Mi hanno raccontato che i comuni governati
da loro, o comunque a maggioranza arabo-palestinese, vengono trattati dallo
stato come comuni di serie b. Ma loro si organizzano: Nazareth è famosa per le
brigate di giovani che ogni estate arrivano da tutto il paese per imbiancare le
case, sistemare i marciapiedi e le strade. Tutti questi comuni hanno subito
tagli pesantissimi dei fondi a loro destinati dallo stato. Chiedono che si
sviluppino i rapporti con i comuni europei: prima di tutto per garantire una
forma di protezione. Sono israeliani, ma non sono parte del progetto di
annientamento delle loro sorelle e dei loro fratelli arabo-palestinesi.
Il Forum sociale europeo se ne dovrà occupare. Bisogna trovare i modi non solo
per mettere in rete le informazioni, ma anche per avviare un processo di
intervento pacifico. I municipi italiani dovrebbero immaginare progetti di
incontro con i comuni governati dalla sinistra in Israele, o che vivono una
condizione di apartheid in quanto comunità a maggioranza arabo-palestinese,
oltre che con le città in Palestina. D'altronde, le forme sono tutte da
inventare, e noi avremmo molto da imparare da queste amministrazioni che
riescono a governare 51 città in un clima di repressione e di cancellazione dei
diritti… è un miracolo se esistono, e noi dobbiamo aiutarli.
Nazareth e il suo doppio
È poi evidente, a Nazareth, a Jaffa e anche ad Haifa, che anche in Israele
vige il sistema degli insediamenti: ogni villaggio e ogni città
arabo-palestinese è frenata, nella sua espansione, da una serie di costruzioni,
ai margini dei loro territori, abitate esclusivamente da israeliani di origine
ebraica. A Nazareth è particolarmente evidente: sulla collina intorno alla città,
a semicerchio, è nata un'altra città, che ha un altro sindaco, ebreo, e
popolazione ebraica, e che si chiama in un altro modo. Il crollo dell'economia
in questi comuni, che vivevano soprattutto del turismo religioso, è
impressionante. Ho dormito nell'unico albergo aperto a Nazareth: 260 stanze, e a
parte me c'era solo una coppia di americani.
I "rossoverdi" israeliani
Ho incontrato tante altre persone nei giorni seguenti. Altri studenti, a Tel
Aviv, che mi hanno parlato di una serie di provvedimenti "sulla
sicurezza" passati alla Knesset in maggio: è stata modificata la legge
sulla libertà di incontro, associazione, aggregazione, non si può parlare
contro il governo né fuori né dentro le istituzioni. Ho incontrato i
rappresentanti di quindici associazioni della cosiddetta società civile, tutti
ebrei, che si definiscono "rossoverdi" e si occupano di ambiente, di
società, di diritti. A Gerusalemme, alla Knesset, ho incontrato i segretari dei
partiti dell'opposizione, e cioè il Meretz, il Partito comunista israeliano, e
il Partito democratico arabo. Tutte queste persone erano entusiaste della catena
umana che avrebbe dovuto tenersi a Gerusalemme il 28 e 29 giugno.
A Gerusalemme-est, la sera, avevo un appuntamento con Michele Giorgio, il
corrispondente del manifesto, e con alcuni cooperanti italiani del Cric. Per
raggiungermi hanno impiegato molte ore, perché correva voce che fossero entrati
in città sei kamikaze. La mattina, alle sette e trenta, sono stato svegliato
dall'esplosione dell'attentato al pullman. Quel giorno sono tornato in Italia.
Quella che segue è la descrizione idilliaca delle università israeliane
fatta da una sionista-nazista israeliana che imperversa in Italia (non si fa cenno a palestinesi, solo a generici arabi):
Mi telefonava: " Mamma, pensa che ci
sono banchi per tutti (mia nipote nello
stesso periodo all'universita' di Padova
seguiva le lezioni in una sala
cinematografica per mancanza di aule), pensa
che ognuno di noi ha un microscopio, pensa
che chiamiamo per nome i nostri professori,
mamma pensa .....che ...studiamo!!!!!!"
Vedere tra un padiglione di facolta' e
l'altro quei prati verdi all'inglese con
ragazzi e ragazze sdraiati sull'erba nelle
pause delle lezioni. Entrare nelle aule dove
non erano ammessi piu di 30 studenti.
Scoprire che in ogni aula era sistemato uno
schermo che permetteva agli studenti di
seguire perfettamente la lezione del
professore; e il microscopio personale e poi,
enorme soddisfazione: la pratica di
laboratorio.... far pratica, capite?
Sezionare, fare esperimenti, usare gli
strumenti e ...le mani. Questo dai primi
giorni di corso, subito!
Non solo noiosa teoria ma pratica, manualita',
confidenza con apparecchiature costosissime e
complesse!
Scoprire infine che negli esami scritti lo
studente non ha un nome ma un numero di
riconoscimento che impedisce le
"raccomandazioni". Chi corregge i
compiti non sa di che studente si tratta, il
nome e' segreto, si tratti di Pinco Pallo o
della figlia di Netaniahu.
Questo non significa che in Israele non
esista la "protectia" , anzi e' la
prima parola che si impara insieme a
quell'altra che fa "savlanut"=
"pazienza" ma all'univerita' no,
all'univerita' si studia e chi non lo fa deve
lasciare il posto a chi e' migliore di lui.
Tutte queste peculiarita', le piu' semplici
ed elementari se vogliamo, del sistema
universitario israeliano non potevano non
conquistare un ragazzo italiano appena uscito
dal Liceo e abituato a considerare l'universita'
come un luogo abbastanza inospitale con
studenti che seguono le lezioni dai corridoi
non riuscendo a entrare in aula o con
professori che proprio il giorno dell'esame
hanno l'arroganza di non presentarsi in
istituto.
Quando poi un ragazzo italiano si accorge che
il suo capo-facolta', il grande professore,
lo chiama per nome e si fa chiamare per nome
e discute con lui, ultimo arrivato, sugli
argomenti di studio allora lo stupore diventa
entusiasmo.
Non sei un niente, non sei un fantasma, non
sei uno studentello da snobbare, sei TU, sei
una PERSONA, sei uno studioso piu' che uno
studente che il professore prende
sottobraccio per discutere un esperimento o
un piano di studi. Sei gratificato e chi si
sente apprezzato vuole dare sempre il meglio
di se'.
Il rapporto dello studente col suo
capo-facolta' e' un rapporto paritario di
rispetto reciproco in cui il ragazzo impara e
il professore insegna ma nello stesso tempo
il professore incoraggia e accetta consigli e
scambi di idee e di esperienze. Il carattere
israeliano molto naiive e abbastanza rude,
non si adatta alla "baronia",
triste fenomeno incancrenito in un alcuni
settori della vita italiana e cosi' il
professore universitario, capo di facolta',
incute rispetto ma non paura e i suoi allievi
sanno che saranno trattati con altrettanto
rispetto.
Non e' roba da poco, credetemi!
Le universita' isaraeliane sono fornite di
biblioteche ricchissime che si dividono in
settori: Biblioteca dell Stato che raccoglie
tutto il materiale pubblicato nel paese.
Biblioteca del popolo ebraico dove si trovano
documenti, manoscritti registrazioni che
rappresentano la storia del Popolo.
Biblioteca interna dell'Istituto che fornisce
a docenti e studenti tutto il materiale
necessario per la ricerca, per lo studio di
tutte le materie.
Biblioteche fornite di testi e materiale da
tutto il mondo e in tutte le lingue
Per essere ammessi all'Universita' e'
necessario un esame psicometrico e, per gli
studenti che vengono dall'estero, e'
obbligatorio un anno di "mechina"
cioe' un anno di preparazione allo studio che
dovrebbe portare gli studenti stranieri al
livello di quelli israeliani sia come lingua
ebraica che di metodo di studio.
E cosi' e' successo ad Aaron, fatta l'alia' e
un anno di ‘mechina' all'universita' di Tel
Aviv, eccolo alle prese collo psicometrico
fatto tutto in inglese e in ebraico e per lui
, piccolo italiano, con una semplice
infarinatura di inglese scolastico e con un
ebraico ancora traballante non e' stato
semplice. Ce l'ha fatta e, raggiunto il
punteggio necessario ( molto alto) per
entrare alla facolta di biologia, eccolo
dunque pronto a partire per la sua avventura
di studio e di vita nel suo nuovo paese: il
BA , il master, e infine , grazie ai suoi
voti, il dottorato al prestigioso Istituto
Weizmann di Rechovot.
Quanto costa l'universita' in Israele? Tanto,
costa cara ma chiunque puo' entrarvi e, se ha
una media di voti alta, di molto superiore
alla media, allora non solo puo' frequentare
gratis avvalendosi di borse di studio ma ,
arrivato al master riceve uno stipendio dalla
stessa Universita'.
Studiare in Israele e' difficile perche' le
universita' sono tutte ad alto livello ma e'
altrettanto piacevole perche' gli studenti
vengono gratificati, gli si offrono mille
possibilita' di lavoro e borse di studio,
vengono invogliati con incontri ad alto
livello, conferenze, viaggi, pubblicazioni
che abbracciano tutti gli aspetti della vita
e delle materie scelte, e , dulcis in fundo,
non esistono gli scioperi se non sporadici. E
questo e' fondamentale!!!!!!!
Gli scioperi universitari in Israele sono
cosi' rari che spesso gli studenti vengono
accusati di menefreghismo dai loro colleghi
arabi degli stessi atenei, che a volte
tentano inutilmente di far partire uno
sciopero politico.
Menefreghismo? Forse si tratta semplicemente
di serieta'. Gli studenti arrivano all'universita'
in eta' piu' matura rispetto ai loro coetanei
stranieri : prima fanno tre anni di esercito,
seguiti quasi sempre da un anno di
"relax" in giro per il mondo,
India, Sud America, USA, anche Europa ma
soprattutto Oriente per dimenticare in un
mondo cosi' diverso dal loro la tragedia di
casa, la guerra, i morti, la paura. Quando
tornano hanno circa 23 anni, sono pronti per
la vita e vogliono studiare seriamente, non
hanno tempo da perdere dietro a occupazioni e
alle altre delizie protestatarie che niente
hanno a che vedere collo studio, che vediamo
troppo spesso negli atenei italiani.
La serietà paga e Israele, pur così piccolo
e sempre costretto alla guerra, ha il
privilegio di essere tra le prime 5 nazioni a
livello di ricerca scientifica e tecnologia.
Leone Pasermann, è stato condannato al pagamento di 50.000 euro a Santoro,
essendo stato da questi querelato per aver sottolineato l'antiebraismo di
Sciuscià. Esprimo solidarietà al condannato.