L' Unità
03.01.2004
Restituisce
i gradi l'ufficiale anti-Sharon
di Umberto
De Giovannangeli
Qualcosa si è rotto nel rapporto di fiducia e di
identificazione che aveva legato Eitan Ronel all’esercito
d’Israele: «Sono orgoglioso - dice - di averne fatto
parte, perché credo che sia dovere di ogni israeliano
fornire il proprio contributo alla difesa del Paese. Ma ciò
che si sta consumando oggi nei Territori non ha niente a che
fare con la storia di Tsahal né può essere in alcun modo
giustificato dalla guerra al terrorismo». Qualcosa si è
rotto: «La fiducia in voi comandanti è svanita», scrive
il professore, in una lettera aperta in cui spiega la
ragione che lo ha spinto a restituire i gradi ricevuti dallo
stesso Yaalon nel corso di una solenne cerimonia, alcuni
anni fa. Eitan Ronel non è un pacifista romantico, un idealista
incapace di fare i conti con la dura realtà di un Paese in
trincea. Quei gradi erano il riconoscimento
dell’abnegazione e del coraggio dimostrati sui campi di
battaglia. Ed è lo stesso coraggio, e onestà
intellettuale, che oggi lo hanno spinto alla clamorosa
protesta. «Un passo dopo l’altro - annota con amarezza -
il valore della vita umana viene svalutato. Vengono così
corrotti i soldati, i comandanti, il popolo intero». Il suo
gesto ha un forte valore simbolico: Eitan Ronel si è «auto-
degradato» per non essere parte di un degrado morale che
oggi investe Tsahal. Ed è proprio per evitare questo degrado morale e
l’imbarbarimento delle coscienze, che Eitan Ronel si
schiera decisamente per atti unilaterali: «Ritirarsi dai
territori occupati - sottolinea - non è una concessione
fatta ad Arafat, per il quale non nutro alcuna stima né
fiducia, o un cedimento ai terroristi che mirano alla nostra
distruzione. Il ritiro dai Territori è la condizione per
non cancellare i princìpi di democrazia che sono a
fondamento dello Stato d’Israele». Questo non significa
abbassare la guardia nella lotta al terrorismo o porre in
secondo piano la sicurezza d’Israele e dei suoi cittadini:
«Fissiamo dei confini transitori - prosegue Ronel - e
riconosciamo ai palestinesi il diritto ad uno Stato
indipendente. Un diritto che comporta anche pesanti
responsabilità, come quella di porre fine alla violenza e
all’azione delle milizie armate». E se ciò non dovesse avvenire, conclude Eitan Ronel, «avremmo
tolto ogni alibi ai palestinesi, riconquistando prestigio e
credibilità agli occhi di quella opinione pubblica mondiale
che oggi vede Israele come una potenza occupante, che
opprime un popolo senza diritti». Le considerazioni del professor Ronel riecheggiano quelle
che hanno spinto decine di piloti dell’aviazione militare
e soldati e ufficiali riservisti di Tsahal a scegliere la
strada dell’obiezione. «Appena passiamo la frontiera,
entrando in Cisgiordania, diventiamo potenziali assassini.
È questo che ho provato. Perché un qualsiasi bambino può
lanciarmi una pietra costringendomi a corrergli dietro o a
fare di tutto per proteggermi, anche aprire il fuoco contro
chi mi sta scagliando addosso delle pietre. Di fronte a
questa trappola, l’unica soluzione possibile, sia sul
piano etico che su quello politico, è rifiutarsi di
prestare il servizio militare nei territori occupati. Un
rifiuto che per me ha un significato politico, ed è
importante, anche se rischio il carcere, perché può
influire sul corso degli avvenimenti», dice Ogal Ezrati,
obiettore di coscienza israeliano. Considerazioni che conquistano sempre più consensi nella
società israeliana e tra i «refusnik», i riservisti. Quei
riservisti che, il 25 gennaio 2002, spiegarono così in una
lettera aperta, la prima del genere, pubblicata dai maggiori
giornali israeliani, il loro rifiuto di prestare servizio
nei territori occupati: «Abbiamo visto con i nostri occhi
il sangue versato da entrambe le parti. Il prezzo
dell’occupazione dei Territori è la perdita del carattere
umano di Tsahal e la corruzione della società israeliana,
Non siamo più disposti a dominare un altro popolo, a
espellere, affamare, umiliare i palestinesi. Ci rifiutiamo
di divenire strumenti di oppressione». Quel 25 gennaio,
erano 52 le firme di ufficiali e soldati della riserva
usciti allo scoperto. Oggi sono centinaia ad aver seguito il
loro esempio. Eroi di pace in tempi di guerra. Di una sporca
guerra. Il presidente della Commissione Ue irritato dalle accuse Prodi sospende la preparazione del seminario
sull'antisemitismo
BRUXELLES Questa vicenda è veramente indicativa di un
ulteriore attacco all'Europa da parte degli anglo-americani. L'insieme
degli episodi che hanno visto i due massimi responsabili statunitensi ed
europei delle organizzazioni ebraiche, parlare in un dato tempo con il
Financial Times per vedersi le cose dette pubblicate in un altro momento,
quando tutto sembrava superato come testimoniato da Tullia Zevi e da Israel
Singer, direttore del Congresso Ebraico, è certamente destabilizzante per
l'Europa. Ho detto altrove, a partire dal primo maggio del 2000, che gli
USA avrebbero lavorato in tutti i modi per togliersi di torno l'unico vero
competitore mondiale, l'Europa, e così sembra stia andando. E questo è
solo un aspetto, la guerra, le divisioni create all'interno dell'Europa, i
veti a certe operazioni (difesa europea, progetto Galileo), l'attacco
all'euro, ... sono alcuni altri aspetti. Purtroppo queste cose che
andrebbero studiate ed analizzate con cura, non lo possono essere perché
lo Stato di Israele dipende dagli USA come da una macchina da dialisi. Alla
lunga, spiace dirlo, lo stesso Israele pagherà le conseguenze di questa
politica asfittica che non può durare all'infinito. Il manifesto 08/01/04 Atomiche
da nascondere
Il manifesto 09/01/04
Rigurgiti LE MONDE diplomatique - Dicembre 2003 LE MONDE diplomatique - Dicembre 2003 La Rivista del manifesto
Conferenza sul razzismo Cari
compagni, giornali e televisioni sono riusciti a convincere l’opinione
pubblica occidentale, anche la sinistra, del fatto che: a) la conferenza dell’Onu
di Durban sul razzismo è fallita; b) responsabili del fallimento sono stati
quegli estremisti che pretendevano di imporre l’equiparazione tra ebrei e
sionisti, e tra sionismo e razzismo. Essendo stato personalmente non solo
presente, ma partecipe di quell’evento, vorrei testimoniare che entrambe le
affermazioni sono del tutto false. Su
Camp David si può vedere un intero numero de la Rivista
del manifesto cliccando qui. «La
pulizia etnica di David Ben Gurion»
contenute in un articolo dei leader delle comunità ebraiche
"Non potevo credere - scrive Prodi - che avreste firmato un articolo
del genere". Il presidente dell'esecutivo Ue lascia comunque aperto un
ultimo spiraglio: "Spero sinceramente che ricreerete le condizioni per
riprendere appena possibile un dialogo fruttuoso e indispensabile fra le
nostre istituzioni".
Ad irritare Prodi sono state le accuse rivolte alla Commissione di aver
censurato uno studio commissionato al suo Osservatorio sul razzismo che
riferiva del coinvolgimento di minoranze islamiche in incidenti di
crescente antisemitismo europeo. "Sapete perfettamente - scrive il
presidente a Bronfman e Benatoff - che l'Osservatorio di Vienna è
un'istituzione indipendente e che la Commissione Ue non ha alcun potere di
interferire nelle sue decisioni".
Prodi respinge anche l'accusa che la Commissione europea sia stata
"motivata politicamente" nel diffondere un recente sondaggio
Eurobarometro che indicava Israele come la minaccia più grande alla pace
mondiale, rimandando al mittente anche le accuse rivolte a Bruxelles per
"aver dimostrato una mancanza di volontà e di decenza nell'affrontare
la questione dell' antisemitismo".
"Il seminario che avevamo deciso congiuntamente di organizzare per
discutere la questione dell'antisemitismo nella prospettiva più ampia del
ruolo delle comunità ebraiche nell'Europa - prosegue Prodi - era un buon
esempio delle azioni che insieme possiamo mettere in atto per reagire
intelligentemente e rispondere alla minaccia dell' antisemitismo".
Sulla questione del seminario era intervenuto in precedenza il ministro
degli Esteri italiano Franco Frattini, secondo cui l'ipotesi di un
eventuale rinvio dell'incontro sull'antisemitismo sarebbe stata "una
preoccupante battuta d'arresto dell'Europa". Frattini aveva auspicato
che fosse confermato "in ogni caso l'incontro, già programmato per il
prossimo mese a Bruxelles, proprio per discutere sull' antisemitismo in
Europa e sui modi per prevenirlo e contrastarlo".
Il capo della diplomazia italiana aveva inoltre osservato che "ogni
diversa ipotesi, di rinvio o di annullamento dell'incontro segnerebbe una
preoccupante battuta d'arresto dell'Europa rispetto a una priorità che i
25 capi di Stato e di Governo europei, la Commissione e la Presidenza
italiana hanno ribadito nello scorso mese di dicembre".
Mordechai Vanunu, il tecnico nucleare israeliano
imprigionato dal 1986 per le sue denunce sul nucleare israeliano, è stato
visitato in carcere dai servizi segreti di Tel Aviv. Vanunu deve uscire a metà
aprile, dopo 18 anni di prigione. Ma, ora che ElBaradei (Aiea) chiede anche a
Israele di smantellare i suoi siti, viene minacciato: basta rivelazioni sulle
atomiche israeliane, altrimenti tornerà agli arresti appena «liberato». Ma
Vanunu ha rifiutato di tacere...
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Mordechai Vanunu ha respinto una proposta fatta dalle
autorità israeliane: libertà immediata in cambio del suo silenzio sui segreti
del nucleare militare israeliano. Il settimanale americano Newsweek ha
scritto che un esponente di primo piano dei servizi di sicurezza lo scorso anno
ha incontrato il tecnico nucleare israeliano nella prigione di Ashkelon,
offrendogli la possibilità di lasciare subito la sua cella. Vanunu invece ha
scelto di rimanere in carcere fino al giorno della sua scarcerazione (21 aprile)
e di scontare tutta la condanna a 18 anni di carcere (di cui 11 trascorsi in
isolamento totale) subita nel 1986 per aver rivelato al giornale britannico Sunday
Times la produzione di ordigni atomici nella centrale israeliana di Dimona,
nel deserto del Negev. «Mordechai ha detto che non rinuncerà alla sua libertà
di pensiero e di espressione», ha detto a Newsweek Mary Eoloff,
l'insegnante americana in pensione che, assieme al marito, ha legalmente
adottato negli anni passati Vanunu nel vano tentativo di fargli ottenere la
cittadinanza statunitense e con essa la libertà. «Ha detto che continuerà a
lottare contro le bombe atomiche anche se non subito. Una volta uscito dal
carcere cercherà per prima cosa di rifarsi una vita», ha aggiunto Eoloff. Ma
Vanunu tornerà davvero ad essere un uomo libero, potrà ricostruirsi una
esistenza normale? I dubbi sono forti, anzi, con ogni probabilità, le autorità
israeliane adotteranno misure restrittive intorno al tecnico nucleare che, dopo
quasi venti anni, potrebbe rivelare altri particolari sulla produzione di armi
di distruzione di massa in Israele. Le forze di sicurezza si preparerebbero ad
invocare una vecchia legge che impedisce a persone in possesso di informazioni
«particolari» di poter lasciare il paese. Peggio ancora, ha lasciato intendere
il portavoce del ministero della giustizia, Yaacov Galanti, Vanunu potrebbe
essere posto agli «arresti amministrativi», come i palestinesi, ovvero
nuovamente incarcerato, senza un processo e una condanna, per «ragioni di
sicurezza». Il problema che il governo israeliano si pone non è tanto legato
alle rivelazioni che il prigioniero potrebbe fare una volta libero - le sue
informazioni sono vecchie di una ventina di anni - quanto invece al periodo
politico e diplomatico in cui avverrà la sua scarcerazione. I prossimi mesi
infatti potrebbero vedere Israele sotto pressione, sollecitato da più parti a
rinunciare al suo arsenale nucleare, dopo che i fatti hanno dimostrato che
l'Iraq non aveva più armi proibite dopo il 1991, l'Iran di recente ha aperto i
suoi siti atomici alle ispezioni internazionali e la Libia ha annunciato di
voler rinunciare ai suoi programmi di armamento non convenzionale.Vanunu che nel
1986 si trovava all'estero, venne sequestrato a Roma da agenti del Mossad e
riportato a Tel Aviv. Le sue rivelazioni, fatte al Sunday Times, squarciarono
il velo di silenzio che da trenta anni copriva il programma nucleare israeliano
che pure era ben noto in Occidente e che ancora oggi non esiste ufficialmente.
Grazie anche alle informazioni e fotografie di Vanunu, esperti internazionali
hanno calcolato che Israele possiede oltre 200 testate nucleari, che lo rendono
la sesta potenza atomica al mondo. Il programma nucleare israeliano ebbe inizio
qualche anno dopo la fondazione dello Stato nel 1948 al Dipartimento di Ricerca
sugli Isotopi al Weissman Institute of Science, sotto la direzione di Bergmann,
il «padre della bomba israeliana», che nel 1952 fondò la Commissione
israeliana per l'Energia Atomica. Secondo indiscrezioni gli USA sono stati
coinvolti sin dall'inizio nello sviluppo della capacità nucleare israeliana,
addestrando scienziati e fornendo tecnologia. E' stata tuttavia la Francia a
fornire l'assistenza maggiore con la costruzione della centrale Dimona, un
reattore ad uranio naturale e a riprocessamento di plutonio (situato vicino
Bersheeba, nel deserto del Negev) diventato operativo nel 1964. L'uso del
plutonio sarebbe cominciato subito dopo. Il problema più grosso che Israele ha
dovuto affrontare è stata la mancanza di uranio che sarebbe riuscito ad avere
illegalmente grazie al silenzio, durato molti anni, di Francia e di altri paesi
occidentali. Sempre sulla base di indiscrezioni pubblicate dalla stampa, una
società americana, la Nuclear Material and Equipment Corporation, avrebbe
trasferito centinaia di libbre di uranio arricchito a Israele dalla metà degli
anni `50 alla metà dei `60.
Autori di libri sul nucleare, hanno scritto che Israele risolse questo problema
alla fine degli anni `60, sviluppando stretti legami con il Sudafrica: Tel Aviv
forniva la tecnologia e le competenze, la controparte provvedeva all'uranio. Il
Sudafrica avrebbe costruito la sua bomba atomica grazie proprio alla
collaborazione israeliana. Di recente Israele ha lasciato capire che potrebbe
rinunciare al suo arsenale atomico quando in Medio Oriente verranno raggiunto
accordi di pace definitivi. Gli Stati arabi invece sottolineano che il nucleare
israeliano rappresenta un pericolo per la sicurezza della regione e, qualche
settimana fa, il direttore dell'Agenzia atomica Mohammed El-Baradei ha esortato
Tel Aviv a liberarsi delle sue bombe atomiche che contribuiscono alla corsa agli
armamenti in Medio Oriente.
LUCIANA CASTELLINA
Questa volta dobbiamo elogiare Prodi. Il presidente della
Commissione dell'Unione europea ha fatto bene: prima ad annullare il seminario
comune sull'antisemitismo da lui stesso proposto, in risposta all'oltraggiosa
accusa mossa al suo esecutivo dai due leader della comunità ebraica che
l'avevano indicato come responsabile sia di colpevole inazione che di colpevole
azione nei confronti del fenomeno; poi, dopo la loro ritrattazione, ad averlo
ripristinato, così riaprendo un dialogo indispensabile per evitare che anche
ogni minima ombra, fondata o meno che sia, cada su un problema che evoca tante
drammatiche vicende. Può darsi che Edgard Bronfman e Kofi Benatoff, presidenti,
rispettivamente del Congresso ebraico mondiale e di quello europeo, siano stati
vittime di una manovra ordita sia da chi - il Financial Times, in nome di
una piccola speculazione antieuropeista - ha voluto rendere pubbliche le loro
dichiarazioni quando già si era avuto, secondo quanto hanno adesso affermato,
un positivo chiarimento; sia da quelle compiute dagli esponenti del nostro
governo, che vi hanno immediatamente «inzuppato il pane». E però questo non
li giustifica certamente a pieno perché forse qualche dubbio sulle ragioni che
spingono gli ambienti più filoamericani ad attaccare in questo momento l'Europa
e, soprattutto, sulla buona fede dei neofiti paladini della lotta
all'antisemitismo, lo dovrebbero nutrire (siamo tutti soddisfatti che Fini sia
andato a Gerusalemme a chiedere scusa, ma non ci abbandona il dubbio che egli
non avrebbe forse fatto altrettanto se a capo del governo israeliano ci fosse
stato Rabin). Ben venga, dunque, il seminario chiarificatore. Un rigurgito
antisemita in Europa c'è certamente, ma è bene capire da dove viene:
innanzitutto dal più generale e preoccupante dilagare del razzismo, di cui, in
Europa e nel mondo, è bene ribadirlo, sono in questo tempo vittime soprattutto
i musulmani e in secondo luogo tutti gli immigrati, quale sia la loro razza o
religione. Se si prodigassero maggiori sforzi nel combattere questo fenomeno
l'antisemitismo ne risulterebbe certamente più colpito di quanto non sia dalle
specifiche campagne in atto. Non è in discussione - credo questo sia evidente -
il carattere fino a oggi unico della persecuzione che ha colpito gli ebrei in
Europa, ma di capire che nel nostro tempo il razzismo di ogni specie si alimenta
di mortiferi ripiegamenti identitari difensivi, al limite dell'integralismo, che
nascono dall'insicurezza e dalla spersonalizzazione di una società che ha
lasciato i cittadini, ridotti a semplici consumatori, faccia a faccia, senza
intermediari, con il mercato. Uscire dalle proprie gabbie riconoscendo l'altro e
facendosi riconoscere è essenziale, ma per dialogare e interpretare le
rispettive differenze è necessario ci sia parità fra i diversi soggetti. («un
dialogo fra diversi è altra cosa da un dialogo fra diseguali» avvertiva,
giustamente diffidente a proposito dei greci, Laoconte). Sarebbe interessante se
al seminario proposto da Prodi seguisse un confronto collettivo, con il
contributo di tutti - cristiani, musulmani, ebrei, atei sul grande, complesso,
ambiguo problema dell'identità oggi, terzo millennio, in Europa e nel mondo.
Sarebbe utile a tutti. E qui nasce un secondo interrogativo: perché tanto
scandalo sul famoso sondaggio dell'Eurobarometro, che è all'origine di questa
accusa di antisemitismo all'Unione Europea? Come ha già ricordato Rossanda su
queste pagine quell'inchiesta aveva proposto dieci domande e una fra queste
elencava una dozzina di paesi fra cui indicare quale si riteneva rappresentasse
un pericolo per la pace. Che una maggioranza di cittadini europei abbia indicato
per primo Israele non meraviglia se si pensa a quel che sta accadendo. Preoccupa
che in tale risposta sia stato riscontrato il virus dell'antisemitismo, perché
questo induce solo una pericolosa identificazione fra ebrei e Sharon. Chi compie
questa identificazione - e certamente non sono pochi, in particolare fra i più
giovani che più ignorano la storia - va criticato e aspramente. Ma proprio
l'accusa di antisemitismo lanciata a chi quel sondaggio aveva promosso non ha
favorito oltremisura proprio questa identificazione? Che sta diventando sempre
più diffusa, a tutto svantaggio di chi è ebreo.
Anche su questo varrebbe la pena di riflettere senza tabù e reticenze: cosa
vuol dire essere ebrei, in cosa consiste l'identità ebraica? E' un
interrogativo che da più di un secolo si ripropone e cui hanno dato risposte
diverse autorevolissime personalità ebree e non: c'è chi ne ha fatto solo una
questione religiosa; chi ha a lungo dibattuto su dove andasse collocata la
maiuscola quando si scriveva «italiano ebreo» o «francese» o altro; chi,
come Joseph Roth, diceva che gli ebrei erano molto meno di una nazione e insieme
molto di più (e a me pare sia tutt'ora la risposta più corretta). La risposta
peggiore, la più riduttiva, è quella della identificazione con Israele. Perché,
sia che si sia sionisti che no (e però non per questo antisemiti) questa
coincidenza è davvero pericolosa in particolare in questo tempo che viviamo,
nei giorni in cui Sharon sta facendo quello che sta facendo. Oggi che, mentre
con molta fatica i palestinesi stanno accettando - in cambio della sovranità su
un territorio che è solo il 22 per cento della vecchia Palestina - di
rinunciare a tornare nelle case da cui sono stati cacciati, Sharon annuncia
l'arrivo in Israele di altri 20.000 ebrei etiopi. Nessuno oggi intende riaprire
la discussione sull'esistenza dello stato di Israele, quale che sia il giudizio
sulle vicende che l'hanno portato a essere quello che oggi è. Il pericolo che
incombe su Israele, e sulle comunità ebraiche che con la politica del suo
governo finiscono per identificarsi, è proprio l'interpretazione di ogni
critica a Sharon come antisemitismo. L'avvertiva il vecchio Leibowitz, dicendo
già all'inizi degli anni `90 «questo paese sarà distrutto se continua su
questa strada». Lo ripetono, con accenti drammatici, i pacifisti israeliani.
Per impedire che il peggio si verifichi l'Unione Europea può fare qualcosa,
quello che fino a oggi ha fatto solo troppo timidamente, fino ad accettare che i
propri stessi accordi con i palestinesi fossero cancellati con la violenza dal
governo di Gerusalemme. Il danno più grave l'ha fatto la presidenza
berlusconiana dell'Unione negli ultimi sei mesi. E allora è necessario
chiedersi se dietro tutta questa vicenda delle accuse a Prodi non ci sia il
tentativo di intimidire l'esecutivo europeo, di farlo retrocedere persino dalle
sue timide aperture ai palestinesi. Questa è oggi la vera questione politica
aperta in Europa: quella palestinese. Da cui tutte le altre discendono.
Ecco perché Ariel Sharon ha paura
Amram Mitzna
Se il primo ministro israeliano sceglierà di
dar seguito all'iniziativa di Ginevra, avrà un posto nella storia come colui
che ha fondato su un accordo lo stato ebraico e democratico di Israele. Sarebbe
un passo avanti ancora più importante della creazione del paese nel 1948, perché
all'epoca si trattava di un'azione unilaterale, riconosciuta soltanto da alcuni
paesi del mondo.
L'iniziativa di Ginevra dimostra che abbiamo un partner e che esiste
un'alternativa allo spargimento di sangue. E gli attacchi sferrati dal primo
ministro Ariel Sharon e dai suoi ministri contro il Partito laburista,
l'opposizione e i promotori di questo documento tradiscono soprattutto una cosa:
la loro paura. Tuttavia, sino ad oggi, tutti i tentativi del governo e della
destra miranti ad intimidire i sostenitori dell'iniziativa di Ginevra in Israele
sono falliti.
Dapprima Sharon ha tentato di farci passare per politicanti al soldo del nemico.
Alcuni deputati di estrema destra ci hanno tacciato di tradimento. Alcuni hanno
addirittura esortato - invano - il procuratore generale a sottoporci a processo.
Il 13 novembre, sotto le pressioni dell'ufficio del Primo ministro, la radio di
stato ha cessato di trasmettere un annuncio pubblicitario che informava gli
israeliani che a partire da metà novembre il testo del documento di Ginevra
sarebbe stato inviato per posta in ogni casa del paese. Di fronte a questa
censura politica, siamo stati costretti a rivolgerci alla Corte suprema, che si
pronuncerà nei prossimi giorni. Ma né questa censura né le minacce ci
disarmeranno. Non ci tireremo indietro, tanto più che constatiamo tra i
palestinesi un appoggio crescente all'iniziativa di Ginevra; questa beneficia
anche, fra gli israeliani, del sostegno di un numero sempre crescente di persone
che la considerano una valida alternativa alla politica catastrofica del governo
Sharon - un'alternativa in grado di liberare israeliani e palestinesi da una
impasse spaventosamente costosa per entrambi i popoli in tutti i settori della
vita quotidiana.
Quest'anno, all'inizio di novembre, la grande partecipazione di folle alle varie
attività organizzate in occasione dell'ottavo anniversario dell'assassinio di
Itzhak Rabin ha fornito un'ulteriore prova del fatto che una parte considerevole
dell'opinione pubblica israeliana, delusa dalla politica di Sharon, cerca una
via d'uscita possibile: è esattamente quello che offre l'iniziativa di Ginevra.
In realtà la destra e l'estrema destra formano un fronte del rifiuto che
ricorre alla provocazione, all'intimidazione e allo scontro perché hanno paura
della pace. E se si preoccupano, è perché ormai un numero sempre più grande
di israeliani è in grado di capire che, da tre anni a questa parte, sono stati
costantemente ingannati. Per ben tre anni, infatti, il primo ministro è
riuscito a far credere al popolo che non c'era nessun partner con cui dialogare.
Che dalla forza sarebbe scaturita la vittoria che avrebbe spezzato i
palestinesi.
Che il Tsahal, l'esercito di difesa di Israele, aveva i mezzi per trionfare il
nemico.
Ariel Sharon ha domandato al nostro popolo di essere forte, e gli ha promesso
che allora il terrore sarebbe finito. Ma la situazione non ha fatto altro che
peggiorare. Le eliminazioni mirate dei leader palestinesi - ormai l'unica
politica del governo - avrebbero dovuto sradicare il terrore, e invece
minacciano di distruggere quel che resta del paese. Il terrore si aggrava,
l'economia crolla, la società si disintegra e la realtà demografica minaccia
l'esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico. Ma tutto ciò
non ha indotto il governo a prendere in considerazione un'altra strada.
Dopo lunghi mesi di dura fatica, siamo arrivati all'iniziativa di Ginevra. Certo
nessuno di noi riteneva che fosse possibile concretizzare tale accordo dall'oggi
al domani. Abbiamo lottato su ogni particolare, palmo a palmo, come se si
trattasse di un accordo ufficiale. È stato un combattimento, ma senza vittime.
Ci siamo battuti, ma senza uniformi.
Abbiamo dato battaglia per Gerusalemme, per il Monte del Tempio e per Gush
Etzion (1). Abbiamo combattuto
per le frontiere definitive di Israele e per l'essenza stessa dell'esistenza
dello stato. E abbiamo ottenuto risultati probanti.
Per la prima volta nella storia, i palestinesi hanno dichiarato ufficialmente di
riconoscere lo stato di Israele come stato del popolo ebraico, ora e per sempre.
Hanno rinunziato al diritto al ritorno in Israele, garantendo così che il
nostro stato conserverà una maggioranza ebraica solida e duratura. Il Muro del
pianto, il quartiere ebraico e la torre di David rimarranno nelle nostre mani.
Gerusalemme non sarà più strangolata dai suoi dintorni, tutta la catena dei
villaggi ebraici che la circondano - Givat Zeev, Givon (vecchia e nuova), Maale
Adumim, Gush Etzion, Neve Yaacov, Pisgat Zeev, Hagiva Atsarfatit, Ramot, Gilo e
Armon Anatsiv - farà parte integrante della città allargata, per sempre.
Nessun abitante di questi villaggi dovrà abbandonare la propria casa.
È facile criticare i risultati ottenuti. E se è facile anche la provocazione,
non può essere altro se non l'espressione del panico. Ma c'è qualcuno con cui
parlare, e basta che il governo ne abbia la volontà perché la realtà cambi a
partire da domani mattina. Il problema è che Ariel Sharon non ha la volontà di
arrivare a un accordo. Gli manca quel coraggio che consente ai leader di
guardare verso il futuro. Prende le sue decisioni in base a motivazioni
politiche e si sottomette alla volontà degli estremisti. L'unico «coraggio»
del primo ministro e del suo governo, è la loro capacità di mentire e di
affermare che non esiste nessun'altra strada. Dove trovano mai il coraggio di
mandare verso la morte i loro soldati in una guerra che non ha più alcun
contatto con la realtà?
L'iniziativa di Ginevra assomiglia al bambino che gridava che il re era nudo. Il
governo ci trascina verso la nostra stessa rovina.
Lo dimostrano le sue reazioni violente: il panico, e con fondato motivo. Perché
un leader che, nel suo animo e nella sua coscienza, sa di trascinare il suo
popolo alla guerra a rischio di uno spargimento di sangue assolutamente
gratuito, è un leader illegittimo. E oggi tutto il mondo se ne rende conto.
Invece di dare spiegazioni sui motivi che finora hanno impedito la redazione di
un accordo di questo tipo, si dà alla provocazione, campo in cui eccelle, così
come sulla piazza Sion otto anni fa (2).
Adesso concede il bis, indossando le vesti di primo ministro, ma le parole sono
sempre le stesse.
L'iniziativa di Ginevra è un modello e non un documento ufficiale tra governi.
È una proposta in vista di un accordo definitivo, accettato da entrambe le
parti. Ha un valore straordinario per due motivi: da una parte annunzia la fine
del conflitto, e dall'altra non lascia alcuna zona d'ombra. Tutti i particolari,
fino all'ultimo, sono stati discussi e decisi irrevocabilmente dalle parti
interessate.
Un altro vantaggio riguarda il fatto che la parte palestinese sarebbe
rappresentata da una leadership autentica e ampia, che gode del sostegno dei
dirigenti dell'Autorità palestinese e dei militanti presenti sul campo. Il
governo israeliano può applicare questa iniziativa così com'è già domani
mattina. Può anche esaminarla e rivederla nell'ambito di eventuali negoziati.
Spero vivamente che i cittadini d'Israele, prendendo conoscenza di questo
accordo e di tutti i dettagli che contiene, non si lasceranno più ingannare
dalle provocazioni di un governo che ha perso la bussola, né da coloro che, pur
dichiarandosi di sinistra, sostengono la sua politica.
L'iniziativa di Ginevra segna una svolta nella Storia, in quanto permette ai
governi - se lo desiderano - di comprendere esattamente quali concessioni
concordate dalle due parti permettono di porre fine al conflitto. Se il governo
non applicherà questo accordo e non proporrà nessun'altra soluzione,
continueremo a vivere con una spada sospesa sopra la nostra testa. La decisione
è nelle nostre mani.
note:
*Nato nel 1945, ha seguito la carriera militare arrivando fino al grado di
generale. Lasciato l'esercito, è stato eletto sindaco di Haifa nel 1993. Nel
novembre 2002 è stato eletto presidente del Partito laburista, incarico da cui
ha rassegnato le dimissioni nel maggio 2003.
(1) Blocchi di colonie «storiche» a
sud di Gerusalemme.
(2) Il riferimento è al meeting in cui
Sharon insultò violentemente Itzhak Rabin, poco prima della sua morte.
(Traduzione di R. I.)
Uno stato palestinese indipendente a
fianco di Israele
Il testo completo dell'accordo di Ginevra
comprende una cinquantina di pagine (si può trovare sul sito web di Le Monde
diplomatique www.monde-diplomatique.fr), a cui si aggiungono alcuni annessi il
cui contenuto non era ancora stato reso pubblico alla fine del mese di novembre
2003. Il documento si basa sulle risoluzioni delle Nazioni unite sul Medioriente,
la conferenza di Madrid (1991) e seguiti, gli accordi di Oslo (1993), come pure
sui progressi diplomatici successivi: accordo su Hebron (1997), accordo di Wye
River (1998). Ma si ispira in particolar modo alle trattative dei vertici di
Camp David (luglio 2000) e di Taba (gennaio 2001) miranti a definire le basi su
cui creare uno stato palestinese indipendente a fianco dello stato di Israele (1):
¥ Statuto: lo stato della Palestina sarà smilitarizzato. Disporrà comunque di
forze di sicurezza preposte al mantenimento dell'ordine, alla prevenzione del
terrorismo e al controllo delle frontiere.
¥ Territorio: lo stato palestinese sarà creato all'interno delle frontiere del
4 giugno 1967. si estenderà su tutta la striscia di Gaza e sul 97,5% della
Cisgiordania. Il 2,5% residuo sarà annesso da Israele per raggruppare le più
grandi colonie ebraiche della regione di Gerusalemme, comprese, più a sud,
quelle di Gush Etzion - ma le colonie di Ariel, Efrat e Har Homa faranno parte
dello stato palestinese.
Lo stato di Israele compenserà tali annessioni cedendo allo stato palestinese
territori equivalenti, onde allargare la striscia di Gaza. Inoltre ci sarà un
collegamento stradale sotto sovranità israeliana e controllo palestinese, fra
la striscia di Gaza e la Cisgiordania.
¥ Capitale: lo stato palestinese avrà la sua capitale a Gerusalemme Est. I
quartieri ebraici a Est della città (ivi compreso Givat Zeev ed una parte di
Maale Adumim) rimarranno sotto sovranità israeliana.
La Città Vecchia, invece, passerà sotto la sovranità palestinese, con le
uniche eccezioni del Muro del Pianto e del quartiere ebraico.
Il libero accesso di tutti i fedeli ai luoghi di culto sarà garantito da una
forza internazionale. La spianata delle Moschee sarà vietata al culto ebraico e
a qualsiasi scavo archeologico. Per quanto riguarda il Monte degli Ulivi, la
Città di David e la valle di Kivron, saranno posti sotto supervisione
internazionale. Le due municipalità costituiranno un comitato di coordinamento
e le tre religioni un comitato consultivo.
¥ Colonie: ad eccezione degli abitanti delle colonie che si trovano sui
territori annessi dallo stato di Israele, quest'ultimo si impegna a rimpatriare
tutti i coloni che si trovano in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Sia le
proprietà che le infrastrutture verranno cedute all'Autorità palestinese,
secondo un calendario da definire di comune accordo.
¥ Ritiro israeliano: lo stato di Israele s'impegna a ritirare il suo esercito
da tutta la Cisgiordania e dalla striscia di Gaza in tre fasi di 9, 21 e 30
mesi. L'esercito israeliano rimarrà comunque presente nella valle del Giordano
(per 36 mesi), e conserverà alcune postazioni di allerta al nord e al centro
della Cisgiordania.
¥ Rifugiati: in conformità con la risoluzione 194 dell'Assemblea generale
delle Nazioni unite (1948) e con la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza
(1967), i rifugiati palestinesi potranno essere indennizzati - così come gli
stati che li hanno accolti. Tutti coloro che lo desidereranno potranno
installarsi nel nuovo stato di Palestina.
Per contro, il loro ritorno in Israele sarà sottoposto alla decisione delle
autorità del paese.
¥ Controllo: il Quartetto (Nazioni unite, Stati uniti, Unione europea, Russia)
e le altre forze che desidereranno aderire nomineranno un rappresentante
speciale e creeranno una Forza multinazionale allo scopo di monitorare
l'attuazione degli accordi.
note:
(1) Sul vertice di Camp David, si legga
Alain Gresh, «Il vero volto di Ehud Barak», Le Monde diplomatique/il
manifesto, luglio 2002.
Sulla questione di Taba e dei rifugiati, si legga «Medioriente, la pace mancata»,
dello stesso autore, Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2001.
LETTERA DA DURBAN
Samir Amin
L’importanza del Congresso mondiale contro il razzismo del settembre scorso,
deriva dalle stesse prospettive che ha aperto. A Durban ha soffiato il vento di
rinnovamento della solidarietà tra i popoli afroasiatici. Ed è proprio la
ricostruzione di questa solidarietà che costituisce una delle condizioni
essenziali – se non la principale – della realizzazione di un sistema
mondiale più giusto di quello che il G7 e il suo padrone nordamericano vogliono
imporre con tutti i mezzi, compresi quelli più violenti, ai popoli della Terra.
Nel corso degli anni novanta le Nazioni Unite avevano dato il via a una serie di
conferenze mondiali su alcuni dei più grandi problemi del nostro tempo (la
povertà, la demografia, i bambini, le donne, l’ambiente) e inaugurato una
nuova procedura, che permetteva lo svolgimento contemporaneo di una conferenza
ufficiale (dei governi) e di una conferenza dei rappresentanti della società
‘civile’. Finora l’establishment – quello imposto dagli Stati Uniti,
accompagnati dalla Banca mondiale (nelle vesti di ministero della Propaganda del
G7) e dalla burocrazia delle Nazioni Unite – era riuscito più o meno a
controllare l’espressione di questa ‘società civile’ attraverso il
finanziamento e la manipolazione di una maggioranza di ong abbastanza ingenue
– ed è il meno che si possa dire – da sottoscrivere le proposte del sistema
dominante. Proposte che di fatto annullavano la portata delle proteste e delle
rivendicazioni dei popoli che quelle stesse ong avrebbero dovuto ‘rappresentare’.
La conferenza di Durban – l’ultima del ciclo – era stata organizzata nella
stessa maniera. La protesta contro il ‘razzismo’ e contro tutte le altre
forme di ‘discriminazione’ era stata concepita in modo tale da diventare del
tutto insignificante: tutti i partecipanti, governi e ong, erano invitati a fare
pubblico atto di pentimento, rammaricandosi per la persistenza dei ‘retaggi’
discriminatori di cui sono vittime ‘i popoli indigeni’, le ‘razze non
caucasiche’ (per utilizzare il linguaggio ufficiale degli Stati Uniti), le
donne, le ‘minoranze sessuali’. Erano state preparate alcune raccomandazioni
senza importanza, concepite secondo lo spirito giuridico nordamericano fondato
sul principio che basta adottare dei provvedimenti legislativi per risolvere i
problemi. Le cause essenziali delle discriminazioni più gravi, conseguenze
dirette delle disuguaglianze sociali e internazionali generate dalla logica del
capitalismo liberale globalizzato, erano state tolte dal progetto iniziale.
Ebbene, questa strategia di Washington e dei suoi partner è stata messa in
crisi dalla partecipazione massiccia delle organizzazioni africane e asiatiche,
decise ad affrontare i veri problemi. Il razzismo e le discriminazioni non sono
infatti la semplice somma dei comportamenti criticabili di persone mosse da
pregiudizi ‘superati’, che purtroppo sono ancora numerosi e presenti in
tutte le società del mondo. Il razzismo e la discriminazione sono generati,
prodotti e riprodotti dalla logica e dall’espansione del capitalismo
esistente, soprattutto nella sua cosiddetta forma liberale. Le forme della
‘globalizzazione’ imposte dal capitale dominante e dai suoi servi (in primo
luogo i governi della Triade: Stati Uniti, Europa e Giappone) possono solo
produrre ‘apartheid su scala mondiale’. Questa è stata la linea strategica
adottata dalle organizzazioni africane e asiatiche presenti a Durban.
Avendo fiutato il pericolo attraverso gli animati dibattiti del comitato
preparatorio, i governi del G7 hanno quindi deciso di boicottare la conferenza e
decretato in anticipo il suo «fallimento».
Ma gli africani e gli asiatici hanno tenuto duro. Coerentemente con la strategia
che avevano adottato, hanno imposto la discussione di due argomenti che le
diplomazie occidentali volevano in ogni modo evitare.
Il primo riguardava la cosiddetta questione dei «risarcimenti» dovuti per i
danni prodotti dalla tratta degli schiavi. Ho utilizzato le virgolette perché
su questo tema le varie posizioni sono state presentate in modo tale da mettere
il luce il divario che esiste tra gli uni e gli altri. Un vero e proprio
boicottaggio è stato fatto dai diplomatici americani ed europei, che hanno
cercato con arroganza e con disprezzo di ridurre la questione al semplice «ammontare»
delle riparazioni richieste da questi «mendicanti di professione». Ma gli
africani non la vedevano in questo modo. Non si trattava di «denaro», ma del
riconoscimento del fatto che il colonialismo, l’imperialismo e la schiavitù
che è stata loro associata sono largamente responsabili del «sottosviluppo»
del continente e del razzismo. Sono queste affermazioni che hanno attirato le
ire dei rappresentanti delle potenze occidentali.
Il secondo argomento riguardava le attività di Israele. Su questo punto
africani e asiatici sono stati precisi: la continuazione della colonizzazione
israeliana nei territori occupati, l’allontanamento dei palestinesi in favore
dei coloni (in realtà un’evidente manovra di «pulizia etnica»), il piano di
«bantustanizzazione» della Palestina (in questo caso la strategia di Israele
si è direttamente ispirata ai vecchi metodi dell’apartheid sudafricano)
rappresentano solo l’ultimo atto della lunga storia dell’imperialismo «razzista».
Il segnale di sabotaggio è stato dato dall’America e dal suo fedele alleato
israeliano con il ritiro dalla conferenza. Gli europei, rappresentati da una
delegazione di basso livello, sono rimasti e hanno cercato con tutti i mezzi
(numerosi responsabili hanno riferito di essere stati contattati per sapere «quanto
volevano») di attirare dalla loro parte i rappresentanti dei paesi considerati
più vulnerabili.
Questi metodi hanno dato qualche risultato a livello della conferenza ufficiale
e le risoluzioni adottate dalla maggioranza hanno attenuato le proposte fatte
dagli africani e dagli asiatici. Tuttavia – e in questo la conferenza di
Durban rappresenta un successo – i governi asiatici e africani non sono
rimasti insensibili di fronte all’idea di adottare una politica meno passiva
di fronte ai loro popoli, estremamente irritati dall’arroganza delle
diplomazie occidentali.
Il vento di Bandung ha ricominciato a soffiare. La conferenza di Bandung (1955),
evento fondatore della solidarietà afroasiatica e del Movimento dei non
allineati (oggi non allineati sulla globalizzazione liberale), aveva inaugurato
un primo ciclo di liberazioni nazionali che hanno avviato la trasformazione del
mondo. Nonostante i limiti dei sistemi usciti da quella prima fase di
liberazione dei popoli vittime dell’imperialismo e le illusioni che li hanno
potuti ispirare (illusioni che rientrano nel normale corso della storia), è il
suo esaurimento che ha permesso la controffensiva del capitale dominante e la
diffusione della nuova globalizzazione imperialista. Ma oggi le condizioni per
una seconda ondata di nuove liberazioni, più radicali, stanno maturando sotto i
nostri occhi. Durban ne è stata la prova. Domani al Wto e altrove ne vedremo
probabilmente le manifestazioni concrete.
Durban ha rappresentato una vittoria dei popoli ed è per questo motivo che
l’intero apparato di propaganda del G7 si è mobilitato per denigrare la
portata del vertice. È triste vedere che i media occidentali non lo hanno
capito; ma lo è ancora di più osservare che quegli stessi media si sono
limitati a riprodurre quello che gli Stati Uniti e Israele vogliono farci
credere. Si tratta nel migliore dei casi di articoli di persone che non sono
state a Durban, o di pure e semplici menzogne: nessuno dei testi di Durban fa
cenno all’ ‘antisemitismo’! È arrivato il momento di rifiutare di cedere
a questo ricatto permanente, che impedisce qualunque critica della politica di
Israele.
Insieme a Seattle, Nizza, Göteborg, Genova e Porto Alegre, Durban costituisce
un anello importante nella catena di avvenimenti positivi della nostra epoca. È
tempo che tutti coloro che giustamente condannano la strategia neoliberale
globalizzata del capitale dominante capiscano che la loro lotta è comune, che
l’impegno dei popoli del Sud contro l’imperialismo e l’egemonia degli
Stati Uniti non è meno importante di quello delle vittime che, negli stessi
paesi capitalisti sviluppati, insorgono contro l’ingiustizia.
Samir Amin (Traduzione di Andrea De Ritis)
Intervista shock dello storico sionista Benny Morris a Haaretz:
fu il fondatore d'Israele ad attivare l'espulsione in massa dei palestinesi fin
dal 1948. Con nuovi documenti su stragi e stupri finora nascosti. Ma per Benny
Morris «Ben Gurion doveva finire il lavoro»
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Azmi Bishara: «E tutto tragicamente attuale»
Ritornando indietro di oltre 50 anni, Morris ha affermato che Ben Gurion
ammiccava ai comandanti militari affinché entrassero nei villaggi palestinesi e
terrorizzassero la popolazione civile per costringerla a fuggire. Il leader
israeliano, ha aggiunto, poi si preoccupava che i militari non avessero noie con
la giustizia. Un Ben Gurion quindi non diverso da Rehavam Zeevi, l'ex ministro
di estrema destra che predicava il «trasferimento», ovvero la pulizia etnica,
ucciso due anni fa da un commando palestinese a Gerusalemme. Non viene
risparmiato il «martire della pace» Yitzhak Rabin il quale, ricorda Morris,
ordinò l' espulsione della popolazione araba di Lod (Lydda). Le reazioni non si
sono fatte attendere. La radio statale israeliana ha dedicato ampio spazio alla
vicenda, la radio dei coloni, Canale 7, non ha condannato Morris, anzi, ha
commentato con toni compiaciuti le sue tesi. Il deputato palestinese-israeliano
Azmi Bishara, del partito Tajammo ha detto che l'intervista di Morris è
di grande attualità. Bishara nei giorni scorsi, con un articolo pubblicato dal
settimanale egiziano in lingua inglese Al-Ahram, aveva descritto il clima
pesante, che, a suo avviso, annuncia, una nuova «pulizia etnica» in Israele.
«Di recente - ha scritto - il vicepremier Ehud Olmert ha ammesso che il
trasferimento di palestinesi non è possibile: perché non è difendibile
moralmente e perché non è realistico». Ma Israele, a suo parere, realizza nei
Territori occupati un altro modello di segregazione demografica «che è la
continuazione diretta del 1948. Gli abitanti sotto occupazione militare sono
sottoposti a una legislazione israeliana e al tempo stesso si vedono negati i
diritti civili».
SELIM TAMARI
«La verità che
scotta per Israele»
Lo storico palestinese: «E' la base della lotta del
nostro popolo»
MI. GIO.
GERUSALEMME
Salim Tamari non ha dubbi. E' di grande importanza
l'intervista allo storico israeliano Benny Morris, pubblicata ieri dal
quotidiano Haaretz. Esperto della questione dei profughi palestinesi,
docente di sociologia all'università di Bir Zeit (Cisgiordania) e direttore a
Gerusalemme dell'«Istituto degli studi palestinesi», Tamari ha spesso ospitato
interventi di Morris sulla sua rivista, Journal of Palestine Studies,
quando lo storico israeliano era considerato un post-sionista e non aveva ancora
abbracciato le posizioni della destra. «La sua metamorfosi politica lascia a
bocca aperta ma le sue ricerche rimangono ugualmente accurate e importanti», ha
detto l'esponente palestinese che abbiamo incontrato nel suo ufficio di Ramallah.
Che rilievo ha l'intervista a Morris?
Alto, molto alto. Benny Morris per anni èstato tenuto ai margini del mondo
accademico israeliano per le sue ricerche che squarciavano il velo sotto il
quale sono stati nascosti alcuni dei segreti più imbarazzanti del periodo prima
e durante la nascita di Israele. Veniva considerato un post- sionista se non
addirittura un «revisionista». I suoi studi di qualche anno fa non erano meno
importanti di quelli attuali ma sino a quando è stato «di sinistra», Morris
aveva scarso accesso ai media più importanti di Israele. Ora che è rientrato
nel tradizionale pensiero sionista, con aperte tendenze di destra, comincia ad
essere una voce autorevole. Quindi le sue dichiarazioni ad Haaretz
assumono un rilievo ancora maggiore perché hanno grande eco in Israele.
Quindi diventano imbarazzanti per gli altri storici israeliani legati alla
classica visione sionista e per l'establishment politico?
Senza dubbio. Le rivelazioni di Morris nel suo ultimo libro non sorprendono noi
palestinesi che sapevamo bene, attraverso le fonti orali, della pulizia etnica
praticata nel 1948 e dei massacri. Hanno invece un grande effetto nel suo paese
perché scardinano il castello di miti e grossolane bugie, come quello
dell'abbandono volontario della Palestina da parte della nostra gente, costruiti
dalla storiografia ufficiale israeliana e purtroppo accettati ad occhi chiusi in
Occidente.
Qual è il «cuore» dell'intervista?
Quello del ruolo di David Ben Gurion nella espulsione dei palestinesi. Questo
ruolo per noi era molto chiaro, anche se non esistono documenti ufficiali che lo
provano. E' la logica però che lo afferma: se i leader sionisti intendevano
creare uno Stato ebraico e nel 1947-48 i palestinesi nei territori futuri di
Israele erano centinaia di migliaia, è evidente che per ottenere una ampia
maggioranza ebraica bisognava espellere, con la forza, la popolazione indigena.
Morris, ricordo, per molti anni si era rifiutato di accettare questo
ragionamento in mancanza di documenti ufficiali, adesso ha cambiato idea. E'
singolare il fatto che quando era su posizioni di sinistra rifiutava questa tesi
mentre oggi, approdato a destra, la documenta e approva.
Ma Morris non rischia così di danneggiare Israele, per esempio sulla
questione profughi?
E' evidente che il suo nuovo libro rende giustizia alle centinaia di migliaia di
profughi del 1948 e ai loro discendenti e rafforza la storica richiesta
palestinese dell'applicazione della risoluzione 194 dell'Onu che prevede il
ritorno nella loro terra e il risarcimento dei rifugiati. Ma non credo purtroppo
che il mondo, in questa fase internazionale, sia disposto a riaprire il
dibattito sugli eventi del 1948 che pure sono alla base del conflitto al quale
assistiamo da oltre 50 anni.