FISICA/MENTE

L' Unità 03.01.2004

Restituisce i gradi l'ufficiale anti-Sharon
di Umberto De Giovannangeli


 Il suo gesto ha colpito Israele. La sua protesta scuote Tsahal. Non ama le luci della ribalta mediatica, il professor Eitan Ronel. Rare le interviste concesse, ancor meno le presenze a raduni politici. Stavolta, però, il professor Ronel è uscito allo scoperto, guadagnando titoli di prima pagina sui maggiori quotidiani israeliani e nei principali notiziari televisivi. La ragione è nella decisione che ha maturato, con sofferenza, nei giorni scorsi. Il professor Eitan Ronel, alto ufficiale israeliano della riserva, ha restituito i propri gradi al capo di stato maggiore generale Moshe Yaalon. Alla base del gesto, vi è la protesta per l’attuale politica del governo Sharon nei confronti dei palestinesi. «Era una decisione che stavo maturando da tempo - dice a l’Unità il professor Ronel - ma a farmi decidere sono stati gli avvenimenti degli ultimi giorni». A fargli restituire i gradi è stato il «brutale intervento» dell’esercito contro pacifisti, israeliani e internazionali, che manifestavano contro la realizzazione della barriera di separazione in Cisgiordania. In una di queste azioni di protesta, un giovane pacifista israeliano è rimasto ferito gravemente a una gamba dai proiettili sparati da soldati israeliani. «Uno Stato in cui dimostranti vengono dispersi dall’esercito con munizioni da combattimento non è più uno Stato democratico, quello per il quale tanti di noi hanno combattuto e molti hanno sacrificato la propria vita», spiega il professor Ronel.

Qualcosa si è rotto nel rapporto di fiducia e di identificazione che aveva legato Eitan Ronel all’esercito d’Israele: «Sono orgoglioso - dice - di averne fatto parte, perché credo che sia dovere di ogni israeliano fornire il proprio contributo alla difesa del Paese. Ma ciò che si sta consumando oggi nei Territori non ha niente a che fare con la storia di Tsahal né può essere in alcun modo giustificato dalla guerra al terrorismo». Qualcosa si è rotto: «La fiducia in voi comandanti è svanita», scrive il professore, in una lettera aperta in cui spiega la ragione che lo ha spinto a restituire i gradi ricevuti dallo stesso Yaalon nel corso di una solenne cerimonia, alcuni anni fa.

Eitan Ronel non è un pacifista romantico, un idealista incapace di fare i conti con la dura realtà di un Paese in trincea. Quei gradi erano il riconoscimento dell’abnegazione e del coraggio dimostrati sui campi di battaglia. Ed è lo stesso coraggio, e onestà intellettuale, che oggi lo hanno spinto alla clamorosa protesta. «Un passo dopo l’altro - annota con amarezza - il valore della vita umana viene svalutato. Vengono così corrotti i soldati, i comandanti, il popolo intero». Il suo gesto ha un forte valore simbolico: Eitan Ronel si è «auto- degradato» per non essere parte di un degrado morale che oggi investe Tsahal.

Ed è proprio per evitare questo degrado morale e l’imbarbarimento delle coscienze, che Eitan Ronel si schiera decisamente per atti unilaterali: «Ritirarsi dai territori occupati - sottolinea - non è una concessione fatta ad Arafat, per il quale non nutro alcuna stima né fiducia, o un cedimento ai terroristi che mirano alla nostra distruzione. Il ritiro dai Territori è la condizione per non cancellare i princìpi di democrazia che sono a fondamento dello Stato d’Israele». Questo non significa abbassare la guardia nella lotta al terrorismo o porre in secondo piano la sicurezza d’Israele e dei suoi cittadini: «Fissiamo dei confini transitori - prosegue Ronel - e riconosciamo ai palestinesi il diritto ad uno Stato indipendente. Un diritto che comporta anche pesanti responsabilità, come quella di porre fine alla violenza e all’azione delle milizie armate».

E se ciò non dovesse avvenire, conclude Eitan Ronel, «avremmo tolto ogni alibi ai palestinesi, riconquistando prestigio e credibilità agli occhi di quella opinione pubblica mondiale che oggi vede Israele come una potenza occupante, che opprime un popolo senza diritti».

Le considerazioni del professor Ronel riecheggiano quelle che hanno spinto decine di piloti dell’aviazione militare e soldati e ufficiali riservisti di Tsahal a scegliere la strada dell’obiezione. «Appena passiamo la frontiera, entrando in Cisgiordania, diventiamo potenziali assassini. È questo che ho provato. Perché un qualsiasi bambino può lanciarmi una pietra costringendomi a corrergli dietro o a fare di tutto per proteggermi, anche aprire il fuoco contro chi mi sta scagliando addosso delle pietre. Di fronte a questa trappola, l’unica soluzione possibile, sia sul piano etico che su quello politico, è rifiutarsi di prestare il servizio militare nei territori occupati. Un rifiuto che per me ha un significato politico, ed è importante, anche se rischio il carcere, perché può influire sul corso degli avvenimenti», dice Ogal Ezrati, obiettore di coscienza israeliano.

Considerazioni che conquistano sempre più consensi nella società israeliana e tra i «refusnik», i riservisti. Quei riservisti che, il 25 gennaio 2002, spiegarono così in una lettera aperta, la prima del genere, pubblicata dai maggiori giornali israeliani, il loro rifiuto di prestare servizio nei territori occupati: «Abbiamo visto con i nostri occhi il sangue versato da entrambe le parti. Il prezzo dell’occupazione dei Territori è la perdita del carattere umano di Tsahal e la corruzione della società israeliana, Non siamo più disposti a dominare un altro popolo, a espellere, affamare, umiliare i palestinesi. Ci rifiutiamo di divenire strumenti di oppressione». Quel 25 gennaio, erano 52 le firme di ufficiali e soldati della riserva usciti allo scoperto. Oggi sono centinaia ad aver seguito il loro esempio. Eroi di pace in tempi di guerra. Di una sporca guerra.



Il presidente della Commissione Ue irritato dalle accuse
contenute in un articolo dei leader delle comunità ebraiche

Prodi sospende la preparazione del seminario sull'antisemitismo

BRUXELLES

- E' scontro aperto tra il presidente della Commissione europea Romano Prodi e i leader della comunità ebraica mondiale Edgar Bronfman, ed europea, Cobi Benatoff. In una lettera inviata questa sera ai due esponenti, Prodi si è detto "costretto" a "sospendere i preparativi" del previsto seminario sull'antisemitismo, dicendosi "sorpreso e scioccato" dall'articolo apparso sul Financial Times in cui i due leader accusano la Commissione Ue di favorire l'antisemitismo "con l'azione e l'inazione".

"Non potevo credere - scrive Prodi - che avreste firmato un articolo del genere". Il presidente dell'esecutivo Ue lascia comunque aperto un ultimo spiraglio: "Spero sinceramente che ricreerete le condizioni per riprendere appena possibile un dialogo fruttuoso e indispensabile fra le nostre istituzioni".

Ad irritare Prodi sono state le accuse rivolte alla Commissione di aver censurato uno studio commissionato al suo Osservatorio sul razzismo che riferiva del coinvolgimento di minoranze islamiche in incidenti di crescente antisemitismo europeo. "Sapete perfettamente - scrive il presidente a Bronfman e Benatoff - che l'Osservatorio di Vienna è un'istituzione indipendente e che la Commissione Ue non ha alcun potere di interferire nelle sue decisioni".

Prodi respinge anche l'accusa che la Commissione europea sia stata "motivata politicamente" nel diffondere un recente sondaggio Eurobarometro che indicava Israele come la minaccia più grande alla pace mondiale, rimandando al mittente anche le accuse rivolte a Bruxelles per "aver dimostrato una mancanza di volontà e di decenza nell'affrontare la questione dell' antisemitismo".

"Il seminario che avevamo deciso congiuntamente di organizzare per discutere la questione dell'antisemitismo nella prospettiva più ampia del ruolo delle comunità ebraiche nell'Europa - prosegue Prodi - era un buon esempio delle azioni che insieme possiamo mettere in atto per reagire intelligentemente e rispondere alla minaccia dell' antisemitismo".

Sulla questione del seminario era intervenuto in precedenza il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, secondo cui l'ipotesi di un eventuale rinvio dell'incontro sull'antisemitismo sarebbe stata "una preoccupante battuta d'arresto dell'Europa". Frattini aveva auspicato che fosse confermato "in ogni caso l'incontro, già programmato per il prossimo mese a Bruxelles, proprio per discutere sull' antisemitismo in Europa e sui modi per prevenirlo e contrastarlo".

Il capo della diplomazia italiana aveva inoltre osservato che "ogni diversa ipotesi, di rinvio o di annullamento dell'incontro segnerebbe una preoccupante battuta d'arresto dell'Europa rispetto a una priorità che i 25 capi di Stato e di Governo europei, la Commissione e la Presidenza italiana hanno ribadito nello scorso mese di dicembre".
( 5 gennaio 2004 )

Questa vicenda è veramente indicativa di un ulteriore attacco all'Europa da parte degli anglo-americani. L'insieme degli episodi che hanno visto i due massimi responsabili statunitensi ed europei delle organizzazioni ebraiche, parlare in un dato tempo con il Financial Times per vedersi le cose dette pubblicate in un altro momento, quando tutto sembrava superato come testimoniato da Tullia Zevi e da Israel Singer, direttore del Congresso Ebraico, è certamente destabilizzante per l'Europa. Ho detto altrove, a partire dal primo maggio del 2000, che gli USA avrebbero lavorato in tutti i modi per togliersi di torno l'unico vero competitore mondiale, l'Europa, e così sembra stia andando. E questo è solo un aspetto, la guerra, le divisioni create all'interno dell'Europa, i veti a certe operazioni (difesa europea, progetto Galileo), l'attacco all'euro, ... sono alcuni altri aspetti. Purtroppo queste cose che andrebbero studiate ed analizzate con cura, non lo possono essere perché lo Stato di Israele dipende dagli USA come da una macchina da dialisi. Alla lunga, spiace dirlo, lo stesso Israele pagherà le conseguenze di questa politica asfittica che non può durare all'infinito.


 

Il manifesto 08/01/04

Atomiche da nascondere


Mordechai Vanunu, il tecnico nucleare israeliano imprigionato dal 1986 per le sue denunce sul nucleare israeliano, è stato visitato in carcere dai servizi segreti di Tel Aviv. Vanunu deve uscire a metà aprile, dopo 18 anni di prigione. Ma, ora che ElBaradei (Aiea) chiede anche a Israele di smantellare i suoi siti, viene minacciato: basta rivelazioni sulle atomiche israeliane, altrimenti tornerà agli arresti appena «liberato». Ma Vanunu ha rifiutato di tacere...
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Mordechai Vanunu ha respinto una proposta fatta dalle autorità israeliane: libertà immediata in cambio del suo silenzio sui segreti del nucleare militare israeliano. Il settimanale americano Newsweek ha scritto che un esponente di primo piano dei servizi di sicurezza lo scorso anno ha incontrato il tecnico nucleare israeliano nella prigione di Ashkelon, offrendogli la possibilità di lasciare subito la sua cella. Vanunu invece ha scelto di rimanere in carcere fino al giorno della sua scarcerazione (21 aprile) e di scontare tutta la condanna a 18 anni di carcere (di cui 11 trascorsi in isolamento totale) subita nel 1986 per aver rivelato al giornale britannico Sunday Times la produzione di ordigni atomici nella centrale israeliana di Dimona, nel deserto del Negev. «Mordechai ha detto che non rinuncerà alla sua libertà di pensiero e di espressione», ha detto a Newsweek Mary Eoloff, l'insegnante americana in pensione che, assieme al marito, ha legalmente adottato negli anni passati Vanunu nel vano tentativo di fargli ottenere la cittadinanza statunitense e con essa la libertà. «Ha detto che continuerà a lottare contro le bombe atomiche anche se non subito. Una volta uscito dal carcere cercherà per prima cosa di rifarsi una vita», ha aggiunto Eoloff. Ma Vanunu tornerà davvero ad essere un uomo libero, potrà ricostruirsi una esistenza normale? I dubbi sono forti, anzi, con ogni probabilità, le autorità israeliane adotteranno misure restrittive intorno al tecnico nucleare che, dopo quasi venti anni, potrebbe rivelare altri particolari sulla produzione di armi di distruzione di massa in Israele. Le forze di sicurezza si preparerebbero ad invocare una vecchia legge che impedisce a persone in possesso di informazioni «particolari» di poter lasciare il paese. Peggio ancora, ha lasciato intendere il portavoce del ministero della giustizia, Yaacov Galanti, Vanunu potrebbe essere posto agli «arresti amministrativi», come i palestinesi, ovvero nuovamente incarcerato, senza un processo e una condanna, per «ragioni di sicurezza». Il problema che il governo israeliano si pone non è tanto legato alle rivelazioni che il prigioniero potrebbe fare una volta libero - le sue informazioni sono vecchie di una ventina di anni - quanto invece al periodo politico e diplomatico in cui avverrà la sua scarcerazione. I prossimi mesi infatti potrebbero vedere Israele sotto pressione, sollecitato da più parti a rinunciare al suo arsenale nucleare, dopo che i fatti hanno dimostrato che l'Iraq non aveva più armi proibite dopo il 1991, l'Iran di recente ha aperto i suoi siti atomici alle ispezioni internazionali e la Libia ha annunciato di voler rinunciare ai suoi programmi di armamento non convenzionale.Vanunu che nel 1986 si trovava all'estero, venne sequestrato a Roma da agenti del Mossad e riportato a Tel Aviv. Le sue rivelazioni, fatte al Sunday Times, squarciarono il velo di silenzio che da trenta anni copriva il programma nucleare israeliano che pure era ben noto in Occidente e che ancora oggi non esiste ufficialmente. Grazie anche alle informazioni e fotografie di Vanunu, esperti internazionali hanno calcolato che Israele possiede oltre 200 testate nucleari, che lo rendono la sesta potenza atomica al mondo. Il programma nucleare israeliano ebbe inizio qualche anno dopo la fondazione dello Stato nel 1948 al Dipartimento di Ricerca sugli Isotopi al Weissman Institute of Science, sotto la direzione di Bergmann, il «padre della bomba israeliana», che nel 1952 fondò la Commissione israeliana per l'Energia Atomica. Secondo indiscrezioni gli USA sono stati coinvolti sin dall'inizio nello sviluppo della capacità nucleare israeliana, addestrando scienziati e fornendo tecnologia. E' stata tuttavia la Francia a fornire l'assistenza maggiore con la costruzione della centrale Dimona, un reattore ad uranio naturale e a riprocessamento di plutonio (situato vicino Bersheeba, nel deserto del Negev) diventato operativo nel 1964. L'uso del plutonio sarebbe cominciato subito dopo. Il problema più grosso che Israele ha dovuto affrontare è stata la mancanza di uranio che sarebbe riuscito ad avere illegalmente grazie al silenzio, durato molti anni, di Francia e di altri paesi occidentali. Sempre sulla base di indiscrezioni pubblicate dalla stampa, una società americana, la Nuclear Material and Equipment Corporation, avrebbe trasferito centinaia di libbre di uranio arricchito a Israele dalla metà degli anni `50 alla metà dei `60.

Autori di libri sul nucleare, hanno scritto che Israele risolse questo problema alla fine degli anni `60, sviluppando stretti legami con il Sudafrica: Tel Aviv forniva la tecnologia e le competenze, la controparte provvedeva all'uranio. Il Sudafrica avrebbe costruito la sua bomba atomica grazie proprio alla collaborazione israeliana. Di recente Israele ha lasciato capire che potrebbe rinunciare al suo arsenale atomico quando in Medio Oriente verranno raggiunto accordi di pace definitivi. Gli Stati arabi invece sottolineano che il nucleare israeliano rappresenta un pericolo per la sicurezza della regione e, qualche settimana fa, il direttore dell'Agenzia atomica Mohammed El-Baradei ha esortato Tel Aviv a liberarsi delle sue bombe atomiche che contribuiscono alla corsa agli armamenti in Medio Oriente.

Il manifesto 09/01/04

Rigurgiti
LUCIANA CASTELLINA


Questa volta dobbiamo elogiare Prodi. Il presidente della Commissione dell'Unione europea ha fatto bene: prima ad annullare il seminario comune sull'antisemitismo da lui stesso proposto, in risposta all'oltraggiosa accusa mossa al suo esecutivo dai due leader della comunità ebraica che l'avevano indicato come responsabile sia di colpevole inazione che di colpevole azione nei confronti del fenomeno; poi, dopo la loro ritrattazione, ad averlo ripristinato, così riaprendo un dialogo indispensabile per evitare che anche ogni minima ombra, fondata o meno che sia, cada su un problema che evoca tante drammatiche vicende. Può darsi che Edgard Bronfman e Kofi Benatoff, presidenti, rispettivamente del Congresso ebraico mondiale e di quello europeo, siano stati vittime di una manovra ordita sia da chi - il Financial Times, in nome di una piccola speculazione antieuropeista - ha voluto rendere pubbliche le loro dichiarazioni quando già si era avuto, secondo quanto hanno adesso affermato, un positivo chiarimento; sia da quelle compiute dagli esponenti del nostro governo, che vi hanno immediatamente «inzuppato il pane». E però questo non li giustifica certamente a pieno perché forse qualche dubbio sulle ragioni che spingono gli ambienti più filoamericani ad attaccare in questo momento l'Europa e, soprattutto, sulla buona fede dei neofiti paladini della lotta all'antisemitismo, lo dovrebbero nutrire (siamo tutti soddisfatti che Fini sia andato a Gerusalemme a chiedere scusa, ma non ci abbandona il dubbio che egli non avrebbe forse fatto altrettanto se a capo del governo israeliano ci fosse stato Rabin). Ben venga, dunque, il seminario chiarificatore. Un rigurgito antisemita in Europa c'è certamente, ma è bene capire da dove viene: innanzitutto dal più generale e preoccupante dilagare del razzismo, di cui, in Europa e nel mondo, è bene ribadirlo, sono in questo tempo vittime soprattutto i musulmani e in secondo luogo tutti gli immigrati, quale sia la loro razza o religione. Se si prodigassero maggiori sforzi nel combattere questo fenomeno l'antisemitismo ne risulterebbe certamente più colpito di quanto non sia dalle specifiche campagne in atto. Non è in discussione - credo questo sia evidente - il carattere fino a oggi unico della persecuzione che ha colpito gli ebrei in Europa, ma di capire che nel nostro tempo il razzismo di ogni specie si alimenta di mortiferi ripiegamenti identitari difensivi, al limite dell'integralismo, che nascono dall'insicurezza e dalla spersonalizzazione di una società che ha lasciato i cittadini, ridotti a semplici consumatori, faccia a faccia, senza intermediari, con il mercato. Uscire dalle proprie gabbie riconoscendo l'altro e facendosi riconoscere è essenziale, ma per dialogare e interpretare le rispettive differenze è necessario ci sia parità fra i diversi soggetti. («un dialogo fra diversi è altra cosa da un dialogo fra diseguali» avvertiva, giustamente diffidente a proposito dei greci, Laoconte). Sarebbe interessante se al seminario proposto da Prodi seguisse un confronto collettivo, con il contributo di tutti - cristiani, musulmani, ebrei, atei sul grande, complesso, ambiguo problema dell'identità oggi, terzo millennio, in Europa e nel mondo. Sarebbe utile a tutti. E qui nasce un secondo interrogativo: perché tanto scandalo sul famoso sondaggio dell'Eurobarometro, che è all'origine di questa accusa di antisemitismo all'Unione Europea? Come ha già ricordato Rossanda su queste pagine quell'inchiesta aveva proposto dieci domande e una fra queste elencava una dozzina di paesi fra cui indicare quale si riteneva rappresentasse un pericolo per la pace. Che una maggioranza di cittadini europei abbia indicato per primo Israele non meraviglia se si pensa a quel che sta accadendo. Preoccupa che in tale risposta sia stato riscontrato il virus dell'antisemitismo, perché questo induce solo una pericolosa identificazione fra ebrei e Sharon. Chi compie questa identificazione - e certamente non sono pochi, in particolare fra i più giovani che più ignorano la storia - va criticato e aspramente. Ma proprio l'accusa di antisemitismo lanciata a chi quel sondaggio aveva promosso non ha favorito oltremisura proprio questa identificazione? Che sta diventando sempre più diffusa, a tutto svantaggio di chi è ebreo.

Anche su questo varrebbe la pena di riflettere senza tabù e reticenze: cosa vuol dire essere ebrei, in cosa consiste l'identità ebraica? E' un interrogativo che da più di un secolo si ripropone e cui hanno dato risposte diverse autorevolissime personalità ebree e non: c'è chi ne ha fatto solo una questione religiosa; chi ha a lungo dibattuto su dove andasse collocata la maiuscola quando si scriveva «italiano ebreo» o «francese» o altro; chi, come Joseph Roth, diceva che gli ebrei erano molto meno di una nazione e insieme molto di più (e a me pare sia tutt'ora la risposta più corretta). La risposta peggiore, la più riduttiva, è quella della identificazione con Israele. Perché, sia che si sia sionisti che no (e però non per questo antisemiti) questa coincidenza è davvero pericolosa in particolare in questo tempo che viviamo, nei giorni in cui Sharon sta facendo quello che sta facendo. Oggi che, mentre con molta fatica i palestinesi stanno accettando - in cambio della sovranità su un territorio che è solo il 22 per cento della vecchia Palestina - di rinunciare a tornare nelle case da cui sono stati cacciati, Sharon annuncia l'arrivo in Israele di altri 20.000 ebrei etiopi. Nessuno oggi intende riaprire la discussione sull'esistenza dello stato di Israele, quale che sia il giudizio sulle vicende che l'hanno portato a essere quello che oggi è. Il pericolo che incombe su Israele, e sulle comunità ebraiche che con la politica del suo governo finiscono per identificarsi, è proprio l'interpretazione di ogni critica a Sharon come antisemitismo. L'avvertiva il vecchio Leibowitz, dicendo già all'inizi degli anni `90 «questo paese sarà distrutto se continua su questa strada». Lo ripetono, con accenti drammatici, i pacifisti israeliani.

Per impedire che il peggio si verifichi l'Unione Europea può fare qualcosa, quello che fino a oggi ha fatto solo troppo timidamente, fino ad accettare che i propri stessi accordi con i palestinesi fossero cancellati con la violenza dal governo di Gerusalemme. Il danno più grave l'ha fatto la presidenza berlusconiana dell'Unione negli ultimi sei mesi. E allora è necessario chiedersi se dietro tutta questa vicenda delle accuse a Prodi non ci sia il tentativo di intimidire l'esecutivo europeo, di farlo retrocedere persino dalle sue timide aperture ai palestinesi. Questa è oggi la vera questione politica aperta in Europa: quella palestinese. Da cui tutte le altre discendono.


 

LE MONDE diplomatique - Dicembre 2003

Ecco perché Ariel Sharon ha paura


Amram Mitzna
Se il primo ministro israeliano sceglierà di dar seguito all'iniziativa di Ginevra, avrà un posto nella storia come colui che ha fondato su un accordo lo stato ebraico e democratico di Israele. Sarebbe un passo avanti ancora più importante della creazione del paese nel 1948, perché all'epoca si trattava di un'azione unilaterale, riconosciuta soltanto da alcuni paesi del mondo.
L'iniziativa di Ginevra dimostra che abbiamo un partner e che esiste un'alternativa allo spargimento di sangue. E gli attacchi sferrati dal primo ministro Ariel Sharon e dai suoi ministri contro il Partito laburista, l'opposizione e i promotori di questo documento tradiscono soprattutto una cosa: la loro paura. Tuttavia, sino ad oggi, tutti i tentativi del governo e della destra miranti ad intimidire i sostenitori dell'iniziativa di Ginevra in Israele sono falliti.
Dapprima Sharon ha tentato di farci passare per politicanti al soldo del nemico. Alcuni deputati di estrema destra ci hanno tacciato di tradimento. Alcuni hanno addirittura esortato - invano - il procuratore generale a sottoporci a processo. Il 13 novembre, sotto le pressioni dell'ufficio del Primo ministro, la radio di stato ha cessato di trasmettere un annuncio pubblicitario che informava gli israeliani che a partire da metà novembre il testo del documento di Ginevra sarebbe stato inviato per posta in ogni casa del paese. Di fronte a questa censura politica, siamo stati costretti a rivolgerci alla Corte suprema, che si pronuncerà nei prossimi giorni. Ma né questa censura né le minacce ci disarmeranno. Non ci tireremo indietro, tanto più che constatiamo tra i palestinesi un appoggio crescente all'iniziativa di Ginevra; questa beneficia anche, fra gli israeliani, del sostegno di un numero sempre crescente di persone che la considerano una valida alternativa alla politica catastrofica del governo Sharon - un'alternativa in grado di liberare israeliani e palestinesi da una impasse spaventosamente costosa per entrambi i popoli in tutti i settori della vita quotidiana.
Quest'anno, all'inizio di novembre, la grande partecipazione di folle alle varie attività organizzate in occasione dell'ottavo anniversario dell'assassinio di Itzhak Rabin ha fornito un'ulteriore prova del fatto che una parte considerevole dell'opinione pubblica israeliana, delusa dalla politica di Sharon, cerca una via d'uscita possibile: è esattamente quello che offre l'iniziativa di Ginevra.
In realtà la destra e l'estrema destra formano un fronte del rifiuto che ricorre alla provocazione, all'intimidazione e allo scontro perché hanno paura della pace. E se si preoccupano, è perché ormai un numero sempre più grande di israeliani è in grado di capire che, da tre anni a questa parte, sono stati costantemente ingannati. Per ben tre anni, infatti, il primo ministro è riuscito a far credere al popolo che non c'era nessun partner con cui dialogare. Che dalla forza sarebbe scaturita la vittoria che avrebbe spezzato i palestinesi.
Che il Tsahal, l'esercito di difesa di Israele, aveva i mezzi per trionfare il nemico.
Ariel Sharon ha domandato al nostro popolo di essere forte, e gli ha promesso che allora il terrore sarebbe finito. Ma la situazione non ha fatto altro che peggiorare. Le eliminazioni mirate dei leader palestinesi - ormai l'unica politica del governo - avrebbero dovuto sradicare il terrore, e invece minacciano di distruggere quel che resta del paese. Il terrore si aggrava, l'economia crolla, la società si disintegra e la realtà demografica minaccia l'esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico. Ma tutto ciò non ha indotto il governo a prendere in considerazione un'altra strada.
Dopo lunghi mesi di dura fatica, siamo arrivati all'iniziativa di Ginevra. Certo nessuno di noi riteneva che fosse possibile concretizzare tale accordo dall'oggi al domani. Abbiamo lottato su ogni particolare, palmo a palmo, come se si trattasse di un accordo ufficiale. È stato un combattimento, ma senza vittime. Ci siamo battuti, ma senza uniformi.
Abbiamo dato battaglia per Gerusalemme, per il Monte del Tempio e per Gush Etzion (1). Abbiamo combattuto per le frontiere definitive di Israele e per l'essenza stessa dell'esistenza dello stato. E abbiamo ottenuto risultati probanti.
Per la prima volta nella storia, i palestinesi hanno dichiarato ufficialmente di riconoscere lo stato di Israele come stato del popolo ebraico, ora e per sempre. Hanno rinunziato al diritto al ritorno in Israele, garantendo così che il nostro stato conserverà una maggioranza ebraica solida e duratura. Il Muro del pianto, il quartiere ebraico e la torre di David rimarranno nelle nostre mani. Gerusalemme non sarà più strangolata dai suoi dintorni, tutta la catena dei villaggi ebraici che la circondano - Givat Zeev, Givon (vecchia e nuova), Maale Adumim, Gush Etzion, Neve Yaacov, Pisgat Zeev, Hagiva Atsarfatit, Ramot, Gilo e Armon Anatsiv - farà parte integrante della città allargata, per sempre. Nessun abitante di questi villaggi dovrà abbandonare la propria casa.
È facile criticare i risultati ottenuti. E se è facile anche la provocazione, non può essere altro se non l'espressione del panico. Ma c'è qualcuno con cui parlare, e basta che il governo ne abbia la volontà perché la realtà cambi a partire da domani mattina. Il problema è che Ariel Sharon non ha la volontà di arrivare a un accordo. Gli manca quel coraggio che consente ai leader di guardare verso il futuro. Prende le sue decisioni in base a motivazioni politiche e si sottomette alla volontà degli estremisti. L'unico «coraggio» del primo ministro e del suo governo, è la loro capacità di mentire e di affermare che non esiste nessun'altra strada. Dove trovano mai il coraggio di mandare verso la morte i loro soldati in una guerra che non ha più alcun contatto con la realtà?
L'iniziativa di Ginevra assomiglia al bambino che gridava che il re era nudo. Il governo ci trascina verso la nostra stessa rovina.
Lo dimostrano le sue reazioni violente: il panico, e con fondato motivo. Perché un leader che, nel suo animo e nella sua coscienza, sa di trascinare il suo popolo alla guerra a rischio di uno spargimento di sangue assolutamente gratuito, è un leader illegittimo. E oggi tutto il mondo se ne rende conto. Invece di dare spiegazioni sui motivi che finora hanno impedito la redazione di un accordo di questo tipo, si dà alla provocazione, campo in cui eccelle, così come sulla piazza Sion otto anni fa (2). Adesso concede il bis, indossando le vesti di primo ministro, ma le parole sono sempre le stesse.
L'iniziativa di Ginevra è un modello e non un documento ufficiale tra governi. È una proposta in vista di un accordo definitivo, accettato da entrambe le parti. Ha un valore straordinario per due motivi: da una parte annunzia la fine del conflitto, e dall'altra non lascia alcuna zona d'ombra. Tutti i particolari, fino all'ultimo, sono stati discussi e decisi irrevocabilmente dalle parti interessate.
Un altro vantaggio riguarda il fatto che la parte palestinese sarebbe rappresentata da una leadership autentica e ampia, che gode del sostegno dei dirigenti dell'Autorità palestinese e dei militanti presenti sul campo. Il governo israeliano può applicare questa iniziativa così com'è già domani mattina. Può anche esaminarla e rivederla nell'ambito di eventuali negoziati.
Spero vivamente che i cittadini d'Israele, prendendo conoscenza di questo accordo e di tutti i dettagli che contiene, non si lasceranno più ingannare dalle provocazioni di un governo che ha perso la bussola, né da coloro che, pur dichiarandosi di sinistra, sostengono la sua politica.
L'iniziativa di Ginevra segna una svolta nella Storia, in quanto permette ai governi - se lo desiderano - di comprendere esattamente quali concessioni concordate dalle due parti permettono di porre fine al conflitto. Se il governo non applicherà questo accordo e non proporrà nessun'altra soluzione, continueremo a vivere con una spada sospesa sopra la nostra testa. La decisione è nelle nostre mani.


note:

*Nato nel 1945, ha seguito la carriera militare arrivando fino al grado di generale. Lasciato l'esercito, è stato eletto sindaco di Haifa nel 1993. Nel novembre 2002 è stato eletto presidente del Partito laburista, incarico da cui ha rassegnato le dimissioni nel maggio 2003.

(1) Blocchi di colonie «storiche» a sud di Gerusalemme.

(2) Il riferimento è al meeting in cui Sharon insultò violentemente Itzhak Rabin, poco prima della sua morte.
(Traduzione di R. I.)

 

LE MONDE diplomatique - Dicembre 2003

Uno stato palestinese indipendente a fianco di Israele

Il testo completo dell'accordo di Ginevra comprende una cinquantina di pagine (si può trovare sul sito web di Le Monde diplomatique www.monde-diplomatique.fr), a cui si aggiungono alcuni annessi il cui contenuto non era ancora stato reso pubblico alla fine del mese di novembre 2003. Il documento si basa sulle risoluzioni delle Nazioni unite sul Medioriente, la conferenza di Madrid (1991) e seguiti, gli accordi di Oslo (1993), come pure sui progressi diplomatici successivi: accordo su Hebron (1997), accordo di Wye River (1998). Ma si ispira in particolar modo alle trattative dei vertici di Camp David (luglio 2000) e di Taba (gennaio 2001) miranti a definire le basi su cui creare uno stato palestinese indipendente a fianco dello stato di Israele (1): ¥ Statuto: lo stato della Palestina sarà smilitarizzato. Disporrà comunque di forze di sicurezza preposte al mantenimento dell'ordine, alla prevenzione del terrorismo e al controllo delle frontiere.
¥ Territorio: lo stato palestinese sarà creato all'interno delle frontiere del 4 giugno 1967. si estenderà su tutta la striscia di Gaza e sul 97,5% della Cisgiordania. Il 2,5% residuo sarà annesso da Israele per raggruppare le più grandi colonie ebraiche della regione di Gerusalemme, comprese, più a sud, quelle di Gush Etzion - ma le colonie di Ariel, Efrat e Har Homa faranno parte dello stato palestinese.
Lo stato di Israele compenserà tali annessioni cedendo allo stato palestinese territori equivalenti, onde allargare la striscia di Gaza. Inoltre ci sarà un collegamento stradale sotto sovranità israeliana e controllo palestinese, fra la striscia di Gaza e la Cisgiordania.
¥ Capitale: lo stato palestinese avrà la sua capitale a Gerusalemme Est. I quartieri ebraici a Est della città (ivi compreso Givat Zeev ed una parte di Maale Adumim) rimarranno sotto sovranità israeliana.
La Città Vecchia, invece, passerà sotto la sovranità palestinese, con le uniche eccezioni del Muro del Pianto e del quartiere ebraico.
Il libero accesso di tutti i fedeli ai luoghi di culto sarà garantito da una forza internazionale. La spianata delle Moschee sarà vietata al culto ebraico e a qualsiasi scavo archeologico. Per quanto riguarda il Monte degli Ulivi, la Città di David e la valle di Kivron, saranno posti sotto supervisione internazionale. Le due municipalità costituiranno un comitato di coordinamento e le tre religioni un comitato consultivo.
¥ Colonie: ad eccezione degli abitanti delle colonie che si trovano sui territori annessi dallo stato di Israele, quest'ultimo si impegna a rimpatriare tutti i coloni che si trovano in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Sia le proprietà che le infrastrutture verranno cedute all'Autorità palestinese, secondo un calendario da definire di comune accordo.
¥ Ritiro israeliano: lo stato di Israele s'impegna a ritirare il suo esercito da tutta la Cisgiordania e dalla striscia di Gaza in tre fasi di 9, 21 e 30 mesi. L'esercito israeliano rimarrà comunque presente nella valle del Giordano (per 36 mesi), e conserverà alcune postazioni di allerta al nord e al centro della Cisgiordania.
¥ Rifugiati: in conformità con la risoluzione 194 dell'Assemblea generale delle Nazioni unite (1948) e con la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza (1967), i rifugiati palestinesi potranno essere indennizzati - così come gli stati che li hanno accolti. Tutti coloro che lo desidereranno potranno installarsi nel nuovo stato di Palestina.
Per contro, il loro ritorno in Israele sarà sottoposto alla decisione delle autorità del paese.
¥ Controllo: il Quartetto (Nazioni unite, Stati uniti, Unione europea, Russia) e le altre forze che desidereranno aderire nomineranno un rappresentante speciale e creeranno una Forza multinazionale allo scopo di monitorare l'attuazione degli accordi.



note:


(1) Sul vertice di Camp David, si legga Alain Gresh, «Il vero volto di Ehud Barak», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2002.
Sulla questione di Taba e dei rifugiati, si legga «Medioriente, la pace mancata», dello stesso autore, Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2001.


La Rivista del manifesto

numero  22  novembre 2001

Conferenza sul razzismo

LETTERA DA DURBAN
Samir Amin  

Cari compagni, giornali e televisioni sono riusciti a convincere l’opinione pubblica occidentale, anche la sinistra, del fatto che: a) la conferenza dell’Onu di Durban sul razzismo è fallita; b) responsabili del fallimento sono stati quegli estremisti che pretendevano di imporre l’equiparazione tra ebrei e sionisti, e tra sionismo e razzismo. Essendo stato personalmente non solo presente, ma partecipe di quell’evento, vorrei testimoniare che entrambe le affermazioni sono del tutto false.
L’importanza del Congresso mondiale contro il razzismo del settembre scorso, deriva dalle stesse prospettive che ha aperto. A Durban ha soffiato il vento di rinnovamento della solidarietà tra i popoli afroasiatici. Ed è proprio la ricostruzione di questa solidarietà che costituisce una delle condizioni essenziali – se non la principale – della realizzazione di un sistema mondiale più giusto di quello che il G7 e il suo padrone nordamericano vogliono imporre con tutti i mezzi, compresi quelli più violenti, ai popoli della Terra.
Nel corso degli anni novanta le Nazioni Unite avevano dato il via a una serie di conferenze mondiali su alcuni dei più grandi problemi del nostro tempo (la povertà, la demografia, i bambini, le donne, l’ambiente) e inaugurato una nuova procedura, che permetteva lo svolgimento contemporaneo di una conferenza ufficiale (dei governi) e di una conferenza dei rappresentanti della società ‘civile’. Finora l’establishment – quello imposto dagli Stati Uniti, accompagnati dalla Banca mondiale (nelle vesti di ministero della Propaganda del G7) e dalla burocrazia delle Nazioni Unite – era riuscito più o meno a controllare l’espressione di questa ‘società civile’ attraverso il finanziamento e la manipolazione di una maggioranza di ong abbastanza ingenue – ed è il meno che si possa dire – da sottoscrivere le proposte del sistema dominante. Proposte che di fatto annullavano la portata delle proteste e delle rivendicazioni dei popoli che quelle stesse ong avrebbero dovuto ‘rappresentare’.
La conferenza di Durban – l’ultima del ciclo – era stata organizzata nella stessa maniera. La protesta contro il ‘razzismo’ e contro tutte le altre forme di ‘discriminazione’ era stata concepita in modo tale da diventare del tutto insignificante: tutti i partecipanti, governi e ong, erano invitati a fare pubblico atto di pentimento, rammaricandosi per la persistenza dei ‘retaggi’ discriminatori di cui sono vittime ‘i popoli indigeni’, le ‘razze non caucasiche’ (per utilizzare il linguaggio ufficiale degli Stati Uniti), le donne, le ‘minoranze sessuali’. Erano state preparate alcune raccomandazioni senza importanza, concepite secondo lo spirito giuridico nordamericano fondato sul principio che basta adottare dei provvedimenti legislativi per risolvere i problemi. Le cause essenziali delle discriminazioni più gravi, conseguenze dirette delle disuguaglianze sociali e internazionali generate dalla logica del capitalismo liberale globalizzato, erano state tolte dal progetto iniziale.
Ebbene, questa strategia di Washington e dei suoi partner è stata messa in crisi dalla partecipazione massiccia delle organizzazioni africane e asiatiche, decise ad affrontare i veri problemi. Il razzismo e le discriminazioni non sono infatti la semplice somma dei comportamenti criticabili di persone mosse da pregiudizi ‘superati’, che purtroppo sono ancora numerosi e presenti in tutte le società del mondo. Il razzismo e la discriminazione sono generati, prodotti e riprodotti dalla logica e dall’espansione del capitalismo esistente, soprattutto nella sua cosiddetta forma liberale. Le forme della ‘globalizzazione’ imposte dal capitale dominante e dai suoi servi (in primo luogo i governi della Triade: Stati Uniti, Europa e Giappone) possono solo produrre ‘apartheid su scala mondiale’. Questa è stata la linea strategica adottata dalle organizzazioni africane e asiatiche presenti a Durban.
Avendo fiutato il pericolo attraverso gli animati dibattiti del comitato preparatorio, i governi del G7 hanno quindi deciso di boicottare la conferenza e decretato in anticipo il suo «fallimento».
Ma gli africani e gli asiatici hanno tenuto duro. Coerentemente con la strategia che avevano adottato, hanno imposto la discussione di due argomenti che le diplomazie occidentali volevano in ogni modo evitare.
Il primo riguardava la cosiddetta questione dei «risarcimenti» dovuti per i danni prodotti dalla tratta degli schiavi. Ho utilizzato le virgolette perché su questo tema le varie posizioni sono state presentate in modo tale da mettere il luce il divario che esiste tra gli uni e gli altri. Un vero e proprio boicottaggio è stato fatto dai diplomatici americani ed europei, che hanno cercato con arroganza e con disprezzo di ridurre la questione al semplice «ammontare» delle riparazioni richieste da questi «mendicanti di professione». Ma gli africani non la vedevano in questo modo. Non si trattava di «denaro», ma del riconoscimento del fatto che il colonialismo, l’imperialismo e la schiavitù che è stata loro associata sono largamente responsabili del «sottosviluppo» del continente e del razzismo. Sono queste affermazioni che hanno attirato le ire dei rappresentanti delle potenze occidentali.
Il secondo argomento riguardava le attività di Israele. Su questo punto africani e asiatici sono stati precisi: la continuazione della colonizzazione israeliana nei territori occupati, l’allontanamento dei palestinesi in favore dei coloni (in realtà un’evidente manovra di «pulizia etnica»), il piano di «bantustanizzazione» della Palestina (in questo caso la strategia di Israele si è direttamente ispirata ai vecchi metodi dell’apartheid sudafricano) rappresentano solo l’ultimo atto della lunga storia dell’imperialismo «razzista».
Il segnale di sabotaggio è stato dato dall’America e dal suo fedele alleato israeliano con il ritiro dalla conferenza. Gli europei, rappresentati da una delegazione di basso livello, sono rimasti e hanno cercato con tutti i mezzi (numerosi responsabili hanno riferito di essere stati contattati per sapere «quanto volevano») di attirare dalla loro parte i rappresentanti dei paesi considerati più vulnerabili.
Questi metodi hanno dato qualche risultato a livello della conferenza ufficiale e le risoluzioni adottate dalla maggioranza hanno attenuato le proposte fatte dagli africani e dagli asiatici. Tuttavia – e in questo la conferenza di Durban rappresenta un successo – i governi asiatici e africani non sono rimasti insensibili di fronte all’idea di adottare una politica meno passiva di fronte ai loro popoli, estremamente irritati dall’arroganza delle diplomazie occidentali.
Il vento di Bandung ha ricominciato a soffiare. La conferenza di Bandung (1955), evento fondatore della solidarietà afroasiatica e del Movimento dei non allineati (oggi non allineati sulla globalizzazione liberale), aveva inaugurato un primo ciclo di liberazioni nazionali che hanno avviato la trasformazione del mondo. Nonostante i limiti dei sistemi usciti da quella prima fase di liberazione dei popoli vittime dell’imperialismo e le illusioni che li hanno potuti ispirare (illusioni che rientrano nel normale corso della storia), è il suo esaurimento che ha permesso la controffensiva del capitale dominante e la diffusione della nuova globalizzazione imperialista. Ma oggi le condizioni per una seconda ondata di nuove liberazioni, più radicali, stanno maturando sotto i nostri occhi. Durban ne è stata la prova. Domani al Wto e altrove ne vedremo probabilmente le manifestazioni concrete.
Durban ha rappresentato una vittoria dei popoli ed è per questo motivo che l’intero apparato di propaganda del G7 si è mobilitato per denigrare la portata del vertice. È triste vedere che i media occidentali non lo hanno capito; ma lo è ancora di più osservare che quegli stessi media si sono limitati a riprodurre quello che gli Stati Uniti e Israele vogliono farci credere. Si tratta nel migliore dei casi di articoli di persone che non sono state a Durban, o di pure e semplici menzogne: nessuno dei testi di Durban fa cenno all’ ‘antisemitismo’! È arrivato il momento di rifiutare di cedere a questo ricatto permanente, che impedisce qualunque critica della politica di Israele.
Insieme a Seattle, Nizza, Göteborg, Genova e Porto Alegre, Durban costituisce un anello importante nella catena di avvenimenti positivi della nostra epoca. È tempo che tutti coloro che giustamente condannano la strategia neoliberale globalizzata del capitale dominante capiscano che la loro lotta è comune, che l’impegno dei popoli del Sud contro l’imperialismo e l’egemonia degli Stati Uniti non è meno importante di quello delle vittime che, negli stessi paesi capitalisti sviluppati, insorgono contro l’ingiustizia.
Samir Amin (Traduzione di Andrea De Ritis)


Su Camp David si può vedere un intero numero de la Rivista del manifesto cliccando qui.


«La pulizia etnica di David Ben Gurion»


Intervista shock dello storico sionista Benny Morris a Haaretz: fu il fondatore d'Israele ad attivare l'espulsione in massa dei palestinesi fin dal 1948. Con nuovi documenti su stragi e stupri finora nascosti. Ma per Benny Morris «Ben Gurion doveva finire il lavoro»
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME

Leggendo l'intervista apparsa ieri sul quotidiano Haaretz allo storico israeliano Benny Morris, ex post-sionista ora sionista di destra convinto, si potrebbe commentare «era noto a tutti». Massacri, stupri, espulsioni di decine di migliaia di palestinesi dalle loro case e dai loro villaggi avvenute nel 1948. Ma sarebbe riduttivo e un po' banale. Le rivelazioni che Morris fa, parlando del suo ultimo libro, sono di una importanza eccezionale perché, forse per la prima volta, un accademico israeliano di destra accetta di riferire, senza esitazioni, del ruolo del «padre della patria», David Ben Gurion, nella «pulizia etnica» avvenuta poco prima e durante la nascita dello Stato di Israele. Un periodo in cui circa 700 mila palestinesi che vivevano all'interno dei confini dello Stato ebraico lasciano la loro terra: su richiesta dei paesi arabi ha ripetuto per anni la storiografia ufficiale israeliana; perché espulsi con la forza dalle armate ebraiche ufficiali e dalle milizie di estrema destra, rivelano i nuovi storici. Ex membro di un kibbutz, in passato si era anche rifiutato di prestare servizio militare nei Territori occupati, tenuto a distanza dagli ambienti accademici ufficiali per un suo noto libro sulle cause della tragedia dei profughi palestinesi, Morris durante l'Intifada si è convertito alla ideologia di destra. Attraverso interviste-shock pubblicate dai maggiori quotidiani israeliani, ha chiesto l'adozione di misure durissime contro i palestinesi e si è persino detto pentito di aver documentato in modo puntiglioso le atrocità perpetrate contro i palestinesi nella cosiddetta Guerra di indipendenza di Israele. Ha tuttavia continuato il suo lavoro, avendo questa volta, grazie alla sua «conversione», accesso a importanti fonti ufficiali. Secondo Morris David Ben Gurion, il leader laburista e premier del nascente Stato di Israele, fomentò l'espulsione sistematica della popolazione palestinese. «Ci sono circostanze storiche in cui la pulizia etnica è giustificata» ha incredibilmente affermato Morris. «Lo stato ebraico non sarebbe nato senza lo sradicamento di 700 mila palestinesi. Era necessario sradicarli», ha aggiunto. Parole gravissime che dovrebbero suscitare sentimenti di sdegno soprattutto in Europa dove, appena qualche anno fa, è stata seguita con orrore la pulizia etnica praticata nella ex Jugoslavia. Affermazioni, peraltro, molto pericolose se si tiene conto che, da alcune settimane, non si parla d'altro che di demografia e del rapido aumento della popolazione palestinese nei Territori occupati e, soprattutto, di quella in Israele (definita da più parti una «bomba ad orologeria»). Morris non critica Ben Gurion per la pulizia etnica ma per non aver «finito il lavoro». «Penso che nel 1948 abbia compiuto un grave errore. Visto che aveva iniziato le espulsioni, forse avrebbe dovuto completare il lavoro... Ritengo che questo posto sarebbe più tranquillo, e avrebbe sofferto meno, se la faccenda fosse stata tagliata di netto: se Ben Gurion avesse fatto una espulsione in massa e avesse ripulito tutta la Terra d'Israele, fino al Giordano». Lo storico israeliano lascia intendere che Israele potrebbe, tra qualche anno, dover finire quel «lavoro» per garantire la sua maggioranza ebraica.

Azmi Bishara: «E tutto tragicamente attuale»

Ritornando indietro di oltre 50 anni, Morris ha affermato che Ben Gurion ammiccava ai comandanti militari affinché entrassero nei villaggi palestinesi e terrorizzassero la popolazione civile per costringerla a fuggire. Il leader israeliano, ha aggiunto, poi si preoccupava che i militari non avessero noie con la giustizia. Un Ben Gurion quindi non diverso da Rehavam Zeevi, l'ex ministro di estrema destra che predicava il «trasferimento», ovvero la pulizia etnica, ucciso due anni fa da un commando palestinese a Gerusalemme. Non viene risparmiato il «martire della pace» Yitzhak Rabin il quale, ricorda Morris, ordinò l' espulsione della popolazione araba di Lod (Lydda). Le reazioni non si sono fatte attendere. La radio statale israeliana ha dedicato ampio spazio alla vicenda, la radio dei coloni, Canale 7, non ha condannato Morris, anzi, ha commentato con toni compiaciuti le sue tesi. Il deputato palestinese-israeliano Azmi Bishara, del partito Tajammo ha detto che l'intervista di Morris è di grande attualità. Bishara nei giorni scorsi, con un articolo pubblicato dal settimanale egiziano in lingua inglese Al-Ahram, aveva descritto il clima pesante, che, a suo avviso, annuncia, una nuova «pulizia etnica» in Israele. «Di recente - ha scritto - il vicepremier Ehud Olmert ha ammesso che il trasferimento di palestinesi non è possibile: perché non è difendibile moralmente e perché non è realistico». Ma Israele, a suo parere, realizza nei Territori occupati un altro modello di segregazione demografica «che è la continuazione diretta del 1948. Gli abitanti sotto occupazione militare sono sottoposti a una legislazione israeliana e al tempo stesso si vedono negati i diritti civili».


SELIM TAMARI
«La verità che scotta per Israele»
Lo storico palestinese: «E' la base della lotta del nostro popolo»
MI. GIO.
GERUSALEMME


Salim Tamari non ha dubbi. E' di grande importanza l'intervista allo storico israeliano Benny Morris, pubblicata ieri dal quotidiano Haaretz. Esperto della questione dei profughi palestinesi, docente di sociologia all'università di Bir Zeit (Cisgiordania) e direttore a Gerusalemme dell'«Istituto degli studi palestinesi», Tamari ha spesso ospitato interventi di Morris sulla sua rivista, Journal of Palestine Studies, quando lo storico israeliano era considerato un post-sionista e non aveva ancora abbracciato le posizioni della destra. «La sua metamorfosi politica lascia a bocca aperta ma le sue ricerche rimangono ugualmente accurate e importanti», ha detto l'esponente palestinese che abbiamo incontrato nel suo ufficio di Ramallah.

Che rilievo ha l'intervista a Morris?

Alto, molto alto. Benny Morris per anni èstato tenuto ai margini del mondo accademico israeliano per le sue ricerche che squarciavano il velo sotto il quale sono stati nascosti alcuni dei segreti più imbarazzanti del periodo prima e durante la nascita di Israele. Veniva considerato un post- sionista se non addirittura un «revisionista». I suoi studi di qualche anno fa non erano meno importanti di quelli attuali ma sino a quando è stato «di sinistra», Morris aveva scarso accesso ai media più importanti di Israele. Ora che è rientrato nel tradizionale pensiero sionista, con aperte tendenze di destra, comincia ad essere una voce autorevole. Quindi le sue dichiarazioni ad Haaretz assumono un rilievo ancora maggiore perché hanno grande eco in Israele.

Quindi diventano imbarazzanti per gli altri storici israeliani legati alla classica visione sionista e per l'establishment politico?

Senza dubbio. Le rivelazioni di Morris nel suo ultimo libro non sorprendono noi palestinesi che sapevamo bene, attraverso le fonti orali, della pulizia etnica praticata nel 1948 e dei massacri. Hanno invece un grande effetto nel suo paese perché scardinano il castello di miti e grossolane bugie, come quello dell'abbandono volontario della Palestina da parte della nostra gente, costruiti dalla storiografia ufficiale israeliana e purtroppo accettati ad occhi chiusi in Occidente.

Qual è il «cuore» dell'intervista?

Quello del ruolo di David Ben Gurion nella espulsione dei palestinesi. Questo ruolo per noi era molto chiaro, anche se non esistono documenti ufficiali che lo provano. E' la logica però che lo afferma: se i leader sionisti intendevano creare uno Stato ebraico e nel 1947-48 i palestinesi nei territori futuri di Israele erano centinaia di migliaia, è evidente che per ottenere una ampia maggioranza ebraica bisognava espellere, con la forza, la popolazione indigena. Morris, ricordo, per molti anni si era rifiutato di accettare questo ragionamento in mancanza di documenti ufficiali, adesso ha cambiato idea. E' singolare il fatto che quando era su posizioni di sinistra rifiutava questa tesi mentre oggi, approdato a destra, la documenta e approva.

Ma Morris non rischia così di danneggiare Israele, per esempio sulla questione profughi?

E' evidente che il suo nuovo libro rende giustizia alle centinaia di migliaia di profughi del 1948 e ai loro discendenti e rafforza la storica richiesta palestinese dell'applicazione della risoluzione 194 dell'Onu che prevede il ritorno nella loro terra e il risarcimento dei rifugiati. Ma non credo purtroppo che il mondo, in questa fase internazionale, sia disposto a riaprire il dibattito sugli eventi del 1948 che pure sono alla base del conflitto al quale assistiamo da oltre 50 anni.




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