IN RICORDO DI RACHEL CORRIE

Rachel

Il bulldozer

Parlando al megafono per impedire che il bulldozer distruggesse la casa di fronte

Davanti al bulldozer

Già investita dal bulldozer

Tentativi di soccorso

Tentativi di soccorso

Tentativi di soccorso

In ospedale

In ospedale

In ospedale

A Rafah, il Memorial per Rachel

Rachel
La guerra di Rachel: le
e-mail alla famiglia
In una straordinaria serie di e-mail dirette alla sua
famiglia spiega per quali motivi rischiava la vita.
l'Unità
01.01.2004
Via
libera alla costruzione di 900 abitazioni. Israele raddoppia
le colonie nel Golan
di Umberto
De Giovannangeli
Di diverso avviso è il ministro dell’Agricoltura,
considerato un «falco» dell’esecutivo guidato da Ariel
Sharon: «La decisione del governo - sottolinea Katz - è
una risposta alla politica della Siria, che a parole si dice
interessata alla pace ma nei fatti sostiene apertamente il
terrorismo palestinese». Secca è la replica delle autorità
di Damasco: «I conflitti non dovrebbero essere risolti con
la forza, ma tramite la legge internazionale. Quela legge
che Israele continua a calpestare», denuncia il vice
ministro degli Esteri Isa Daweesh. «Israele - insiste il
numero due della diplomazia siriana - s’illude di poter
ottenere alcunché facendo affidamento solo sulla potenza
militare e sull’occupazione». La pubblicazione del piano scatena anche aspre polemiche
interne allo Stato ebraico e ai suoi palazzi del potere.
L’ufficio del primo ministro ha stigmatizzato in un
durissimo comunicato la fuga di notizie, parlando «di
cinico uso di un piano preparato in anticipo a fine politici»
e negando che si tratti di una risposta di chiusura alle
proposte di pace formulate da Damasco. Nel comunicato si
esprime «rammarico che un piano di sviluppo rurale sia
stato distorto a fini politici». http://www.uniroma2.it/rdb/torvergata/link/terrorismo/VociDissenzienti.htm M.O.:
GLI EBREI USA CHE HANNO SCELTO DI CONTESTARE SHARON New
York, 17 mag.(Adnkronos) Questi
'dissenzienti' confrontati ai milioni di ebrei Usa incondizionatamente a
favore di Israele - scrive oggi Haaretz – sono una minuscola minoranza. Gli
israeliani possono criticare il loro governo. Perche' noi non possiamo?'',
dichiara, riferendosi agli ebrei pro-israeliani, Leah Harris, membro di
Jews for Peace in Palestinese and Israel, un'organizzazione pacifista di
Washington.
http://digilander.libero.it/alternativeinfo/deramoilmanifesto20settembre2002.html di Marco D'Eramo, "il Manifesto", 20 settembre 2002 Jose Padilla è uno dei cittadini americani imprigionati per terrorismo, come
John Walker Lindh, catturato in Afghanistan mentre combatteva a fianco dei
taleban. Nonostante sembri il contrario, questi due uomini hanno qualcosa in
comune. Mentre Lindh è un bianco californiano, Padilla, alias Abdullah al
Muhajiir, è nato invece a Brooklyn da genitori portoricani, è poi diventato
membro di una delle più violente gang di Chicago, i Latin Disciples. Benché
portoricano, si ritiene nero e non latino, come ha dichiarato nella sua licenza
di matrimonio in Florida, dove è stato arrestato per aggressione aggravata e
dove è stato in carcere per 10 mesi. Lindh è stato convinto a recarsi alla
moschea vicino a casa sua dalla lettura dell'Autobiografia di Malcolm X
scritta da Alex Haley, mentre Padilla si è convertito all'Islam in prigione,
proprio come Mike Tyson era diventato musulmano in cella. Le conversioni in
galera sono dovute alla Nation of Islam (Noi), nota come i Black muslims,
proprio l'organizzazione resa celebre da Malcolm X che ne fu il più celebre
apostolo, prima di uscirne ed essere ucciso nel 1967, quasi certamente dalla
stessa Noi: l'omicidio di Malcolm X fu una delle cause più importanti del
diffondersi delle Black panthers e del nazionalismo nero.
Dal Corano alla Jihad
Quel che lega il bianco Lindh al portoricano Padilla è la Nation of Islam:
attraverso di essa si sono accostati al Corano e, alla fine di un lungo
percorso, alla Jihad islamica. Farneticante teogonia
Certo, il silenzio che circonda le posizioni di Farrakhan dipende anche dal
suo linguaggio colorito, dal suo antisemitismo (il giudaismo è «la Sinagoga di
Satana» e Hitler «un grande uomo») e dalla farneticante teogonia della Nation
of Islam, secondo cui fino a 6.000 anni fa l'umanità era tutta nera e viveva
felice, finché uno scienziato pazzo, Yacub, creò il peloso uomo bianco per
portare dolore e sofferenza alla razza nera in attesa che un nuovo profeta,
Eljiah Muhammed, giunga a liberare i neri dalle loro catene. America «drogata di petrolio»
A febbraio aveva attaccato l'America «drogata di petrolio», indicando nel
petrolio la causa di tutte le sue politiche, dall'appoggio alla guerriglia
cristiana in Sudan per creare una secessione del sud del paese (dove è stato
scoperto uno dei più grandi giacimenti), agli attacchi in Afghasnistan per
impiantarsi in Asia centrale e controllare i giacimenti attorno al mar Caspio,
alla sua politica mediorientale tutta basata sul controllo del petrolio, dal
rovesciamento del governo laico di Mossadekh in Iran nel 1954 fino alle basi
militari di stanza in Arabia saudita, in Kuwait e Qatar, per culminare al
prossimo attacco all'Iraq. Le origini dell'islamismo nero
A fine `800, un pastore cristiano, Edward Wilmot Blyden, cominciò a
propagandare l'Islam come alternativa nazionalista nera al cristianesimo: nel
libro del 1887, Christianity, Islam and the Negro Race, argomentò che,
per la sua tolleranza e la dottrina di fratellanza, l'Islam era una religione più
appropriata del cristianesimo per la razza nera: il cristianesimo era diventato
uno strumento ideologico usato dagli europei per sradicare gli africani e
insegnargli a rinnegare il proprio retaggio. I legami tra Islam e nazionalismo
nero si strinsero quando l'afroamericano Timothy Drew, emigrato dalla North
Carolina, cambiò il proprio nome in Nobel Drew Ali e nel 1913 fondò nel New
Jersey il primo «Tempio Caananita». Nel 1928 Ali cambiò il nome del suo
gruppo in Moorish Science Temple of America; si diffusero negli Usa templi dove
si predicava che l'Islam è la religione ancestrale dei neri. La Dottrina di Ali
era (come sarà poi quella della Nation of Islam) un miscuglio di misticismo
islamico, gnosi e dottrine massoniche. (2 - fine. La prima puntata sull'Islam negli Stati uniti è uscita il 17
settembre).
http://fc.retecivica.milano.it/rcmweb/iidp/Israele/ Sionismo%20e%20altro/Antisemitismo/ Studi%20e%20rapporti/03E97265-000F4A4A Antisemitismo
negli Stati Uniti d'America Noam
Chomsky Le osservazioni che seguono sono talmente banali che credo di dovermene
scusare con le persone ragionevoli che le leggeranno. Ma se comunque si trova
qualche buon motivo per metterle nero su bianco, e temo che questo sia proprio
il caso, esse costituiscono una testimonianza riguardo ad alcuni aspetti
importanti della vita culturale contemporanea. [64] Prima di arrivare al tema sul quale mi si chiede un'opinione, sono necessarie
due precisazioni. Queste note si pongono entro limiti fondamentali da due punti
di vista. Innanzitutto, intendo parlare qui solo di un argomento preciso e
particolare, ossia del diritto alla libera espressione delle idee, delle
conclusioni e delle convinzioni. Non parlerò assolutamente degli scritti di
Robert Faurisson o di quelli critici nei suoi confronti, sui quali non so granché,
o dei temi cui si riferiscono, sui quali non ho particolari interpretazioni. In
secondo luogo, dovrei rivolgere qualche commento sgradevole (ma meritato) a
certi settori dell'intellighenzia francese che hanno dimostrato di non avere
alcun rispetto per i fatti o per la ragione, come ho avuto occasione di
constatare a mie spese in circostanze su cui non tornerò. Quel che ho da dire
non riguarda sicuramente moltissime altre persone che continuano a dar prova
d'integrità intellettuale senza il minimo cedimento. Non scenderò in dettagli.
Le tendenze di cui parlo sono molto significative e credo che ci si debba
preoccupare, ma non vorrei che le mie osservazioni fossero fraintese o applicate
fuori dall'ambito in cui sono formulate. Qualche tempo fa mi è stato chiesto di firmare una petizione in difesa della
difesa della "libertà di parola e di espressione" di Robert Faurisson.
La petizione non faceva alcun cenno al carattere, alla qualità o alla validità
delle sue ricerche, ma si richiamava in modo estremamente esplicito alla difesa
dei diritti elementari che sono considerati acquisiti nelle società
democratiche; essa chiedeva all'Università e alle autorità di "fare tutto
il possibile per garantire la sicurezza di Faurisson e il libero esercizio dei
suoi diritti legali" ("do everything possible to ensure Faurisson's
safety and the free exercise of his legal rights"). L'ho firmata senza
esitazioni. Il fatto che abbia firmato quella petizione ha sollevato una tempesta di
proteste in Francia. Un ex stalinista, che ha cambiato fede ma non stile
intellettuale, ha pubblicato una versione grossolanamente falsificata del testo
della petizione stessa, in mezzo ad un fiume di falsità che non meritano
commento. Ho imparato a non stupirmi. Sono stato molto più sorpreso leggendo su
"Esprit" (settembre 1980) che Pierre Vidal-Naquet considera
"scandalosa" la petizione, ricordando in particolare il fatto che io
l'abbia firmata. (Non mi lascerò andare a discutere un articolo del direttore
della rivista, sempre in quel numero, anch'esso non meritevole di essere [65] commentato, almeno per chi conservi un elementare rispetto per la verità e
l'onestà). Vidal-Naquet offre un'unica ragione per definire "scandalosa" la
petizione e, con essa, la mia firma: la petizione, egli scrive, presenta le
"conclusioni" di Faurisson "come se fossero effettivamente delle
scoperte" (p. 52). L'afferinazione di Vidal-Naquet è falsa. La petizione
diceva semplicemente che Faurisson aveva reso pubbliche le sue
"conclusioni" ("Since he began making his findings public"),
il che è indiscutibile, ma non dice o non implica nulla di preciso sul loro
valore e non implica nulla sulla loro validità. E' possibile che Vidal-Naquet
sia stato indotto in errore dal testo in inglese della petizione; forse ha preso
un abbaglio circa il significato del termine "findings". E' ovvio che,
se affermo che qualcuno ha presentato le sue conclusioni, non inferisco
assolutamente nulla sul loro carattere o sulla loro validità; l'affermazione è
assolutamente neutra. Penso che sia stato proprio un semplice abbaglio quello
che ha portato Vidal-Naquet a scrivere quel che ha scritto e che, stando così
le cose, egli non mancherà di ritirare pubblicamente la sua accusa secondo cui
io (e altri come me) avrei fatto qualcosa di "scandaloso" firmando una
petizione inoffensiva sui diritti civili, di quelle che tutti noi firmiamo molto
spesso. Non faccio riferimenti personali. Supponiamo quindi che un individuo
consideri davvero questa petizione "scandalosa", non per una questione
d'interpretazione, ma proprio per ciò che dice. Supponiamo che questo tale
consideri le idee di Faurisson stupefacenti e addirittura spaventose e che
giudichi scandaleso il suo modo di condurre le ricerche. Supponiamo anche che
abbia ragione di giungere a tali conclusioni (che abbia o no ragion e non ha la
minima importanza in questo contesto). Dobbiamo concludere che il tizio in
questione crede che la petizione sia scandalosa e che Faurisson dovrebbe essere
davvero cacciato dall'Università, dovrebbe essere perseguitato e addirittura
sottoposto a violenze fisiche, ecc. Un simile atteggiamento non è raro. E'
tipico, ad esempio, dei comunisti americani e dei loro omologhi di altri paesi.
Per coloro che hanno imparato qualcosa dal XVIII secolo (vedi Voltaire), è
ovvio, senza nemmeno sognarsi di discuterne, che la difesa del diritto alla
libera espressione non si limita alle idee che si approvano, ma che questo
diritto dev'essere più vigorosamente sostenuto proprio nel caso di idee che si
ritengono più urtanti. [66] Proclamare il diritto di esprimere idee generalmente accettate è quasi privo
di significato. Tutto ciò è compreso perfettamente negli Stati Uniti ed ecco
perché qui non v'è nulla che assomigli al caso Faurisson. In Francia, dove la
tradizione delle libertà civili è lungi dall'essere solidamente radicata e
dove tendenze profondamente totalitarie hanno tormentato a lungo
l'intellighenzia (si vedano il collaborazionismo, la grande influenza del
leninismo e dei suoi voltafaccia, l'aspetto semidelirante della nuova destra
intellettuale, ecc.), le cose vanno a quanto pare in modo molto diverso. Per coloro che s'interessano alla situazione della cultura in Francia, il
caso Faurisson non è privo d'interesse. Vengono immediatamente alla memoria due
esempi. Il primo è questo: ho finnato spesso petizioni, che effettivamente si
spingevano molto oltre, a favore di dissidenti russi i cui punti di vista erano
spaventosi: partigiani della crudeltà americana nel momento in cui questa si
abbatteva sull'Indocina, oppure di una politica favorevole alla guerra nucleare,
o di uno sciovinismo religioso che ricordava il Medioevo. Nessuno ha mai
sollevato obiezioni. Se qualcuno l'avesse fatto, l'avrei guardato con lo stesso
disprezzo che merita il comportamento di quanti denunciano la petizione a favore
dei diritti civili di Faurisson, e per le stesse ragioni. Ma quanco dico che,
quali che possano essere le sue opinioni, Faurisson ha dei diritti che devono
essere garantiti, in Francia si considera la cosa "scandalosa" e si
monta tutto un caso. La ragione di questa distinzione è del tutto evidente. Nel
caso dei dissidenti russi, lo Stato, anzi i nostri Stati approvano tale
sostegno, per motivi che non hanno granché a vedere, inutile dirlo, con un
qualche amore per i diritti dell'uomo. Ma, nel caso di Faurisson, la difesa dei
suoi diritti non è affatto una dottrina approvata ufficialmente, di modo che
vari settori dell'intellighenzia, che adorano intrupparsi e marciare al passo,
non provano alcun bisogno di prendere una posizione che invece accettano senza
riserve quando si tratti di dissidenti sovietici. Possono operare in Francia
fattori diversi: forse un lancinante senso di colpa per comportamenti vergognosi
di alcuni sotto il regime di Vichy, l'assenza di proteste contro la guerra in
Indocina, l'impatto profondo dello stalinismo e delle dottrine di tipo
leninista, il carattere bizzarro e dadaista di certe correnti della vita
intellettuale nella Francia del dopoguerra, che paiono ridurre il discorso
razionale ad un passatempo strambo e inintellegibile, da ultimo l'antisemitismo
che riesplode all'improvviso con violenza. [67] E viene alla mente un secondo esempio. E raro che io parli bene
dell'intellighenzia dominante negli Stati Uniti, generalmente simile a quella di
altri paesi. E' tuttavia molto significativo confrontare le reazioni francesi al
caso Faurisson e il fenomeno identico che abbiamo qui. Negli Stati Uniti, Arthur
Butz (che può essere considerato come l'equivalente americano di Faurisson) non
è stato sottoposto agli attacchi spietati che sono stati lanciati contro
Faurisson. Quando gli storici revisionisti ("no-holocaust") hanno
tenuto negli Stati Uniti un grande convegno internazioriale, alcuni mesi fa, non
è accaduto nulla di paragonabile all'isteria che in Francia ha circondato il
caso Faurisson. Quando il Partito nazista americano organizza una marcia nella
città a larga maggioranza ebraica di Skokie (Illinois), cosa che equivale
chiaramente ad una provocazione, l'American Civil Liberties Union difende il
diritto di manifestazione (facendo evidentemente infuriare il Partito comunista
americano). Per quanto sappia, lo stesso avviene in Inghilterra o in Australia,
paesi che, come gli Stati Uniti, hanno una viva tradizione di difesa delle
libertà. Butz e gli altri sono oggetto di critiche e di condanna
(intellettuale) dura, ma senza che si attenti, per quanto mi consti, alle loro
libertà. Non c'è affatto bisogno, in questi paesi, di una petizione
inoffensiva come quella che si considera "scandalosa" in Francia e se
una tale petizione ci fosse stata, essa non sarebbe stata di sicuro attaccata,
se non da circoli minuscoli ed insignificanti. Il paragone è illuminante.
Bisognerebbe cercare di comprenderlo. Si può forse sostenere la tesi secondo la
quale il nazismo e l'antisemitismo sono più pericolosi in Francia. Penso che
sia vero, ma che sia proprio una ripercussione degli stessi fattori che hanno
spinto al leninismo larghi settori dell'intellighenzia francese, del loro
disprezzo per i principi elementari della difesa delle libertà e del fanatismo
con il quale sono ora pronti a dar fiato alle trombe della crociata contro il
Terzo mondo. Ci sono quindi correnti totalitarie profondamente radicate che
emergono in varie forme. Ecco un tema che merita, credo, ancora molta
riflessione. Vorrei aggiungere un'osservazione finale riguardo al preteso
"antisemitismo" di Faurisson. Notiamo innanzituito che, anche se
Faurisson fosse per ipotesi un antisemita scatenato o un filonazista fanatico (e
sono accuse contenute in una corrispondenza privata che non sarebbe opportuno
citare nei particolari ora), ciò non [68] avrebbe assolutamente alcuna conseguenza sulla legittimità della difesa dei
suoi diritti civili. Anzi, renderebbe la loro difesa ancor più imperativa in
quanto, ancora una volta, ed è evidente da anni, se non da secoli, a dover
essere più strenuamente difeso è proprio il diritto ad esprimere liberamente
le idee più spaventose; è troppo facile difendere la libertà d'espressione di
coloro che non hanno bisogno di essere difesi. Lasciando da parte questo
problema centrale, ci si può chiedere se Faurisson sia veramente un antisemita
o un nazista. Come ho detto, non conosco molto bene i suoi lavori. Ma, da quanto
ho letto, in gran parte a seguito del tipo di attacchi che gli sono stati
lanciati, non vedo alcuna prova che possa appoggiare tali conclusioni. Non trovo
prove credibili neppure nei documenti che ho letto al suo riguardo, nei testi
pubblicati o nella corrispondenza privata. Per quel che posso giudicare,
Faurisson è una specie di liberal relativamente apolitico. Per sostenere
questa accusa di antisemitismo, mi hanno riferito che si è ripescata una
lettera di Faurisson che alcuni interpretano come contenente delle implicazioni
antisemite, risalente all'epoca della guerra d'Algeria. Sono un poco stupito di
constatare che persone serie facciano tali accuse (anche in privato) e le
considerino sufficienti per bollare qualcuno come antisemita riconosciuto e di
lunga data. Nei testi pubblicati, non scorgo nulla che giustifichi queste
accuse. Non aggiungerò altro, ma supponiamo di applicare tali procedimenti ad
altre persone, domandando loro ad esempio quale sia l'atteggiamento che hanno
avuto nei riguardi della guerra francese in Indocina o dello stalinismo. Forse
è meglio fermarsi qui. Cambridge (USA), 11 ottobre 1980
Pubblicato
in francese in Robert
Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire.
La question des chambres à gaz, Paris, La Vieille Taupe, 1980, p. IX ss.
Il testo originale in inglese
si può vedere nel nostro archivio Chomsky. Prima traduzione italiana: Il Caso Faurisson, a cura di Andrea Chersi,
[1981], p. 5-10. Nuova traduzione in: Il Caso Faurisson e il revisionismo olocaustico,
Graphos, 1997, pp.63-68.
Resta il fatto che per Israele il Golan è di importanza
strategica sia perché dalle alture si domina la Galilea
nord-orientale e il lago di Tiberiade sia per le sue fonti
d’acqua dolce. Inoltre dalle posizioni più avanzate è in
grado di minacciare militarmente la capitale siriana,
distante poche decine di chilometri. Un potere di deterrenza
a cui Israele non intende rinunciare. Una conferma viene
dallo scetticismo manifestato, soprattutto fuori
dall’ufficialità, dai più stretti collaboratori del
premier Sharon sulla serietà delle aperture siriane. «Si
tratta di una mossa tattica volta a sfuggire alle minacciose
pressioni americane su Damasco perché cessi di sostenere
organizzazioni terroristiche», taglia corto un alto
funzionario del ministero degli Esteri israeliano. Secondo
un sondaggio commissionato e reso pubblico ieri dalla radio
statale, il 53% degli israeliani è favorevole
all’ampliamento degli insediamenti nelle Alture, e il 68%
non crede che nel futuro prossimo vi sarà una ripresa dei
negoziati con Damasco.
La ventilata espansione della presenza israeliana nel Golan
inquieta Washington e provoca la condanna di Parigi. «L’approvazione
da parte di una commissione interministeriale israeliana di
un progetto di estensione delle colonie di popolamento sulle
alture del Golan, può soltanto complicare il rilancio dei
negoziati fra la Siria e Israele, che è nell’interesse di
tutti», afferma il portavoce del Quai d’Orsay, Hervé
Ladsous. «La Francia - aggiunge - lancia dunque con forza
un appello a Israele a non mettere in pratica questo
progetto e a non adottare nessuna altra misura che possa
compromettere il processo di pace».
«Attendiamo chiarimenti», è l’interlocutoria presa di
posizione del portavoce aggiunto del Dipartimento di Stato,
Adam Ereli. In attesa di delucidazioni, Ereli ribadisce che
su questa questione le posizioni degli Usa non sono
cambiate: Washington sostiene il blocco della realizzazione
di nuove colonie nel Golan. Le preoccupazioni internazionali
trovano concorde il leader laburista Shimon Peres: per le
finalità che intende perseguire e per il momento in cui
viene annunciato, quel piano, rimarca l’ex premier, «finirà
per mobilitare il mondo intero contro di noi».
ALZA LA VOCE LA MINORANZA DI ''DISSENZIENTI''
Lo stesso giorno della manifestazione pro-israeliana organizzata a New
York, un movimento ebraico di sinistra ha organizzato una
contro-manifestazione. Anche a San Francisco si e' tenuta un dimostrazione
contro la politica israeliana. Pochi giorni dopo l''Israel Rally' tenutosi
a Washington, e' nato nella capitale Usa il movimento Peace and Justice
Coalition.
Il messaggio fondamentale di questi gruppi, che non si sentono
rappresentati dalle grandi organizzazioni, e' la difesa di Israele ma una
critica aspra all'occupazione.
''Loro considerano ogni critica a Israele come un tradimento.
''Sembra che tutti gli ebrei debbano sostenere Israele. Se uno non e'
d'accordo, e' considerato un nemico o semplicemente uno che non capisce'',
afferma Maya Gilman, di Jews Against the Occupation.
Membri di questi gruppi di sinistra ritengono che la politica di Sharon
incoraggi l'antisemitismo. Per questa ragione l'organizzazione di San
Francisco, sta promuovendo eventi dal titolo: 'Not In Our Name'.
(Fed/Pe/Adnkronos)
I Black muslims costituiscono per qualunque governo americano un problema ben più
spinoso e una minaccia ben più grave di qualunque Saddam Hussein od Al Qaeda.
Degli otto milioni di musulmani che vivono negli Stati uniti, 2,5 milioni e
mezzo - circa il 30% - sono neri afroamericani (vent'anni fa tutti i neri
viventi in Usa erano afroamericani, ma oggi c'è quasi un milione di africani
appena immigrati).
Oggi nelle prigioni Usa sono detenuti più di 2 milioni di carcerati ( e altri 4
milioni sono liberi su parola per buona condotta, o in libertà vigilata). La
metà di questi prigionieri sono neri (e si calcola che un maschio nero su
cinque sia stato almeno una volta dietro le sbarre): vuol dire che almeno 3
milioni di maschi neri hanno conosciuto la galera. La Nation of Islam, un po'
religione, un po' gang, un po' impresa commerciale (offre servigi di sicurezza),
un po' centro sociale di riabilitazione dei drogati, è la più nota e più
combattiva organizzazione di musulmani afroamericani. Ma soprattutto, esercita
l'egemonia sulle prigioni e su molti ghetti neri.
Perciò la campagna violentemente anti-islamica lanciata dagli integralisti
cristiani delle sette protestanti, le voci antiarabe degli ebrei Usa e
l'atmosfera di condanna incombente sui musulmani rischiano di far divampare un
incendio nei sovrappopolati penitenziari e nei miserabili ghetti urbani. Basta
ricordare le sommosse nere degli anni `60, le rivolte nelle prigioni, i moti di
Los Angeles del 1992, per capire che il governo si muove sul filo di un rasoio:
da un lato alimenta l'ostilità contro l'antioccidentalismo dell'Islam per dare
una parvenza di ragione alla guerra contro l'Iraq, ma dall'altra dice di non
avere nulla contro la religione islamica per evitare in tutti i modi uno scontro
aperto con la Nation of Islam, l'unico gruppo a godere di una sorta d'impunità
per quanto riguarda l'antipatriottismo.
Susan Sontag è stata linciata appena ha osato dire che dei dirottatori si
poteva dire tutto, ma non che fossero dei vili, perché le sembrava più
vigliacco sganciare una bomba da 20.000 metri. Invece Louis Farrakhan, il leader
della Noi, può dirne di tutti i colori, tanto viene completamente censurato dai
media americani. Solo il settimanale inglese The Economist notò
nell'ottobre scorso che per Farrakhan il biasimo per gli attacchi dell'11
settembre cade tutto sui «bugiardi, lesbiche, ruffiani e ciucciaputtane» che
hanno mandato in malora la società e la politica estera Usa e meritato la
punizione divina».
Né la posizione della Noi è maggioritaria presso i neri. Anzi, uno dei più
curiosi e inattesi effetti collaterali dell'11 settembre è stato di far salire
i neri dal gradino più basso della società americana, che fino ad allora
occupavano in condominio con i nativi. Da quando il ratial profiling e la
discriminazione hanno colpito gli immigrati mediorientali (vedi la puntata
precedente di questo reportage, pubblicata il 17 settembre), i neri sono di
riflesso meno «altri» e più «parte di noi». La borghesia nera è diventata
così un po' più borghese e un po' meno nera. Ma la reazione è ben diversa tra
i milioni di neri diseredati che si sono rivolti all'Islam e che nelle prigioni
sono riplasmati dall'egemonia della Noi. Per quanto snobbata, la Noi è stata
l'unica organizzazione capace di portare a Washington un milione di persone a
manifestare per l'orgoglio nero (la Million Man March avvenne nell'ottobre
1995).
Fin dall'inizio Farrakhan ha detto che l'amministrazione Bush non vuole o non può
rispondere alla domanda generata dagli attacchi dell'11 settembre: «Perché il
mondo ci odia tanto?» (odia «il governo e la politica Usa non il popolo
americano»). La Nation of Islam si è opposta ai bombardamenti in Afghanistan.
A luglio Farrakhan si è recato in Medio oriente. L'ingresso gli è stato
rifiutato in Israele, ma lui è sbarcato in Iraq cui ha portato la solidarietà
dei neri americani.
La Nation of Islam fu fondata negli anni '30 dal figlio di un predicatore
battista nella Georgia Rurale, Eljiah Poole, che decise di chiamarsi Eliah
Muhammed dopo aver incontrato a Detroit un misterioso messaggero di Allah, W. D.
Fard che lo convertì. Eljiah Mohammed fondò allora la Noi e la trasferì a
Chicago, finché negli anni `50 l'apostolato di Malcolm X (anch'egli convertito
in prigione) la portò sulla ribalta nazionale. Ma la Nation of Islam non è
nata dal nulla.
In un interessante articolo apparso sul quindicinale In These Times,
Salim Muwakkil traccia una breve storia delle origini dell'islamismo tra i neri
Usa. Intanto gran parte degli schiavi neri portati in America era stata
convertita all'Islam dai conquistatori e schiavisti musulmani. Gli schiavi
furono convertiti al cristianesimo, la religione dei nuovi padroni. Molti di
loro trovarono rifugio in sette cristiane come l'African Methodist Episcopal
Church. Ma di fronte al cristianesimo, l'Islam fu sempre circondato - tra
schiavi e poi tra liberti neri - da un'aura fuorilegge.
Contemporaneo ad Ali fu Marcus Garvey, la cui Universal Negro Improvement
Association (Unia) aveva come slogan «Un Dio, una meta, un destino» e
propugnava il pan-africanismo, l'orgoglio razziale e il separatismo. Garvey
voleva unire «tutti i popoli neri del mondo in un grande corpo per creare una
nazione e uno stato assolutamente loro». Al suo apice l'Unia ebbe un milione di
militanti e «fu il primo vero movimento di massa tra glil afroamericani e il più
grande movimento razziale nella storia della diaspora africana» scrive Muwakkil.
Ed è notevole che sia ambedue i genitori di Malcolm X, sia Eljiah Poole (prima
di diventare Eljah Muhammed) fossero stati tutti membri dell'Unia: il cerchio si
chiude.
Uno dei flash più inaspettati e sconcertanti riguarda i tanti musicisti di jazz
afroamericani attratti dall'islamismo. A prima vista sembra incongrua l'idea di
un jazz musulmano. Eppure Ahmad Jamal, Art Balkey, McCoy Tyner e Abbey Lincoln
divennero musulmani praticanti e si disse che anche Charlie Parker si fosse
convertito e avesse cambiato il suo nome in Abdul Karim. I musicisti erano
attratti dal movimento Ahmadiyya, nato in India nell'800. Come si vede, se
scontro ci dovrà essere tra Islam e cristianità, sarà un bel match sul ring
religioso, con Mohammed Ali (Cassius Clay) e Mike Tyson a combattere per il
Corano.
Nel 2002 sono stati segnalati 1559 incidenti contro ebrei ed istituzioni
ebraiche (nel 2001 erano stati 1432). Nel 2002 si registra inoltre un
incremento del 24% di incidenti nei campus universitari (sono stati 106,
mentre nel 2001 erano stati 85).
Gli incidenti includono aggressioni verbali e fisiche, molestie,
vandalismo, messaggi e-mail di odio e altre forme di sentimenti antisemiti.
Quelli più gravi sono stati: 3 incendi dolosi, 3 tentativi di incendio
doloso, un tentativo d'attentato, sei allerte alla bomba, e sette
dissacrazioni di cimiteri.
Gli incidenti si suddividono in 41 Stati dell'Unione e nel Distretto di
Columbia. Il più alto numero si registra nello Stato di New York (302, ma
nel 2001 erano stati 408).
Gli incidenti nei campus avvengono quasi sempre in occasione di
manifestazioni o azioni anti-israeliane o anti-sioniste che
degenerano in atti antisemiti, quali l'equiparazione della Stella di Davide
ad una svastica nazista, epiteti contro gli studenti ebrei e danni alla
proprietà. Gli episodi più gravi hanno avuto luogo nell'Università del
Colorado.
Preoccupa anche il ruolo di Internet, che contribuisce alla diffusione
dell'antisemismo, con incitazione ad atti violenti contro gli ebrei.
Numerosi anche i siti in cui viene negata la Shoah.
Tutti i dettagli dell'inchiesta sono leggibili al link: http://www.adl.org/PresRele/ASUS_12/4243_12.asp.
Alcune
riflessioni elementari sul
diritto alla libertà d'espressione
Contro Chomsky entrava subito in azione la macchina del discredito mediatico. Si
vedano, di lui, le Répones
inédites à mes détracteurs parisiens,
Spartacus, 1984.
Particolarmente scadente la polemica condotta contro di lui, per la penna di
Rosellina Balbi, dall'organo magno della borghesia "di sinistra"
italiana, "La Repubblica" (10 e 24 febbraio 1981, con lettera di
Chomsky il 10).