FISICA/MENTE

 

 

IN RICORDO DI RACHEL CORRIE

 

 

Riporto alcune foto che furono scattate il giorno dell'assassinio di Rachel Corrie, la ventitreenne pacifista statunitense. Rachel era in Israele a fare interposizione contro la distruzione delle case palestinesi da parte dei bulldozer israeliani. E' stata volontariamente investita, schiacciata e uccisa da una ruspa mentre tentava di impedire che la distruzione di alcune case nella striscia di Gaza.

 Rachel

Il bulldozer

Parlando al megafono per impedire che il bulldozer distruggesse la casa di fronte

Davanti al bulldozer

Già investita dal bulldozer

Tentativi di soccorso

Tentativi di soccorso

Tentativi di soccorso

In ospedale

In ospedale

In ospedale

A Rafah, il Memorial per Rachel

 Rachel

 

La guerra di Rachel: le e-mail alla famiglia


In una straordinaria serie di e-mail dirette alla sua
famiglia spiega per quali motivi rischiava la vita.



7 febbraio 2003

Ciao amici e famiglia e tutti gli altri,
sono in Palestina da due settimane e un’ora e non ho
ancora parole per descrivere ciò che vedo. È
difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo
qui quando mi siedo per scrivere alle persone care
negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale
verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano
mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri
armati sui muri delle case e le torri di un esercito
che occupa la città che li sorveglia costantemente da
vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura,
che anche il più piccolo di questi bambini capisca che
la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un
bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un
carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi
qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome - Alì -
o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri. I
bambini amano anche farmi esercitare le poche
conoscenze che ho di arabo chiedendomi "Kaif Sharon?"
"Kaif Bush?" e ridono quando dico, "Bush Majnoon",
"Sharon Majnoon" nel poco arabo che conosco. (Come sta
Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo. Sharon è pazzo.).
Certo, questo non è esattamente quello che credo e
alcuni degli adulti che sanno l’inglese mi correggono:
"Bush mish Majnoon" ... Bush è un uomo d’affari. Oggi
ho tentato di imparare a dire "Bush è uno strumento"
(Bush is a tool), ma non penso che si traduca
facilmente. In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di
otto anni molto più consapevoli del funzionamento
della struttura globale del potere di quanto lo fossi
io solo pochi anni fa.

Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o
passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà
della situazione che ho trovato qui. Non si può
immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è
sempre più consapevoli che l’esperienza stessa non
corrisponde affatto alla realtà: pensate alle
difficoltà che dovrebbe affrontare l’esercito
israeliano se sparasse a un cittadino statunitense
disarmato, o al fatto che io ho il denaro per
acquistare l’acqua mentre l’esercito distrugge i pozzi
e naturalmente al fatto che io posso scegliere di
andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito,
mentre andava in macchina, da un missile sparato da
una torre alla fine di una delle strade principali
della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere
l’oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso
essere relativamente certa che non ci sarà un soldato,
pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud
Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il
potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei
e se posso tornare a casa quando ho finito. Dopo tutto
questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di
circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi,
molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre
camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano
delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto
la parola dall’altro lato del confine. “Vai! Vai!” mi
hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E
poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto “come ti
chiami?”. C’è qualcosa di preoccupante in questa
curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in
che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini
curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano
a donne straniere che si avventurano sul percorso dei
carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri
armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta
accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in
piedi davanti ai carri armati con degli striscioni.

Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui
carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte
salutano con la mano, molti di loro costretti a stare
qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle
case mentre noi ci allontaniamo.

Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto
del mondo qui, ma sento dire che un’escalation nella
guerra contro l’Iraq è inevitabile. Qui sono molto
preoccupati della "rioccupazione di Gaza". Gaza viene
rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la
paura sia quella che i carri armati entrino in tutte
le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune
delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo
qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle
comunità. Se la gente non sta già pensando alle
conseguenze di questa guerra per i popoli dell’intera
regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi.

Un saluto a tutti. Un saluto alla mia mamma. Un saluto
a smooch. Un saluto a fg e a barnhair e a sesamees e
alla Lincoln School. Un saluto a Olympia.

Rachel

20 febbraio 2003

Mamma,
adesso l’esercito israeliano è arrivato al punto di
distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed
entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
Significa che se un palestinese vuole andare ad
iscriversi all’università per il prossimo quadrimestre
non può farlo. La gente non può andare al lavoro,
mentre chi è rimasto intrappolato dall’altra parte non
può tornare a casa; e gli internazionali, che domani
dovrebbero essere ad una riunione delle loro
organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci
in tempo. Probabilmente ce la faremmo a passare se
facessimo davvero pesare il nostro privilegio di
internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo
comunque un certo rischio di essere arrestati e
deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di
illegale.
La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C’è chi
parla della “rioccupazione di Gaza”, ma dubito
seriamente che stia per succedere questo, perché credo
che in questo momento sarebbe una mossa
geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo
che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle
piccole incursioni al di sotto del livello di
attenzione dell’opinione pubblica internazionale, e
forse il paventato “trasferimento di popolazione”.
Per il momento non mi muovo da Rafah, non penso di
partire per il nord. Mi sento ancora relativamente al
sicuro e nell’eventualità di un’incursione più
massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il
rischio più probabile sia l’arresto. Un’azione
militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione
molto più forte di quanto non facciano le strategie di
Sharon basate sugli omicidi che interrompono i
negoziati di pace e sull’arraffamento delle terre,
strategie che al momento stanno servendo benissimo
allo scopo di fondare colonie dappertutto, eliminando
lentamente ma inesorabilmente ogni vera possibilità di
autoderminazione palestinese. Sappi che un mucchio di
palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di
me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi
hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la
signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora
dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una
parola d’inglese ma riesce a chiedermi molto spesso
della mia mamma ­ vuole essere sicura che ti chiami.
Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti.
Rachel

27.02.03
(alla madre)
Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi
terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori
dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte,
l'adrenalina funge da anestetico per settimane di
seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la
cosa mi colpisce di nuovo: un po' della realtà della
situazione. Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho
visto un padre che portava fuori i suoi bambini
piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri
armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di
jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare
in aria la casa. In realtà, l'esercito israeliano in
quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno
vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla
resistenza palestinese.
Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini
furono rastrellati la scorsa domenica e confinati
fuori dall'insediamento mentre si sparava sopra le
loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e
i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da
vivere a 300 persone. L'esplosivo era proprio davanti
alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati
sarebbero entrati, se fossero ritornati.
Mi spaventava pensare che per quest'uomo, era meno
rischioso camminare in piena vista dei carri armati
che restare in casa. Avevo proprio paura che li
avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in
mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede
tutti i giorni, ma proprio questo papà con i suoi due
bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia
attenzione in quel particolare momento, forse perché
pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri
problemi di traduzione.
Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono,
di come la violenza dei palestinesi non migliora la
situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah
lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono
entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi
600, molti hanno cambiato casa, perché i tre
checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città
israeliana più vicina) hanno trasformato quello che
una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in
un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile.
Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti
di crescita economica per Rafah sono oggi
completamente distrutte: l'aeroporto internazionale di
Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per
il commercio con l'Egitto (oggi con una gigantesca
torre per cecchini israeliani al centro del punto di
attraversamento); accesso al mare (tagliato
completamento durante gli ultimi due anni da un
checkpoint e dalla colonia di Gush Katif).
Dall'inizio di questa intifada, sono state distrutte
circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che
non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma
vivevano lungo il confine. Credo che Rafah oggi sia
ufficialmente il posto più povero del mondo.
Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono
anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso
l'Europa venivano, a volte, ritardate per due
settimane al valico di Erez per ispezioni di
sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di
fiori tagliati due settimane prima sul mercato
europeo, quindi il mercato si è chiuso. E poi sono
arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i
giardini della gente. Cosa rimane per la gente da
fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non
ci riesco.

Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero
completamente soffocati, se vivessimo con i nostri
bambini in un posto che ogni giorno diventa più
piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze
passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer
ci possono attaccare in qualunque momento e
distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da
tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi
vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149
altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di
usare dei mezzi un po' violenti per proteggere i
frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando
vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da
frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e
a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e
quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in
una simile situazione, la maggior parte della gente
cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo
farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la
farebbe. E penso che lo farei anch'io.

Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando
l'esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre
nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè,
mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto
momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata
sempre con tanta dolcezza da persone che vanno
incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati
Uniti, tutto questo sembra iperbole. Sinceramente, la
grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi
segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa
sembrare tutto così irreale. Non riesco a credere che
qualcosa di questo genere possa succedere nel mondo
senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero,
di nuovo, come già mi era successo in passato, vedere
come possiamo far diventare così orribile questo
mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che
forse non riuscivate a credere completamente a quello
che vi dicevo. Penso che sia meglio così, perché credo
soprattutto all'importanza del pensiero critico e
indipendente. E mi rendo anche conto che, quando parlo
con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le mie
affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran
parte questo è perché so che fate anche le vostre
ricerche. Ma sono preoccupata per il lavoro che
svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme
a tante altre cose, costituisce un'eliminazione, a
volte graduale, spesso mascherata, ma comunque
massiccia, e una distruzione, delle possibilità di
sopravvivenza di un particolare gruppo di persone.

Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi
con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono
atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su
questi, finirò per perdere il contesto. La grande
maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi
per fuggire altrove, anche se veramente volesse
smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene
semplicemente (e questo sembra essere uno degli
obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene.

Perché non possono entrare in Israele per chiedere un
visto e perché i paesi di destinazione non li
farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di
quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene
rinchiusa in un ovile - Gaza - da cui non può uscire,
e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco,
questo credo che si possa qualificare come genocidio.

Anche se potessero uscire, credo che si potrebbe
sempre qualificare come genocidio. Forse potreste
cercare una definizione di genocidio secondo il
diritto internazionale. Non me la ricordo in questo
momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere
meglio questi concetti. Non mi piace usare questi
termini così carichi. Credo che mi conoscete sotto
questo punto di vista: io do veramente molto valore
alle parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni
e di permettere alle persone di tirare le proprie
conclusioni. Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere.

Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono
testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e
che ho davvero paura, comincio a mettere in
discussione la mia fede fondamentale nella bontà della
natura umana. Bisogna che finisca. Credo che sia una
buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le
nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che
sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a
ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e
disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma
voglio anche che questo finisca. Quello che provo è
incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi
rendo conto che questa è la realtà di base del nostro
mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era
questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo
mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando
è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e
papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso
di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando
guardavo il lago Capital e dicevo, "questo è il vasto
mondo e sto arrivando!" Non intendevo dire che stavo
arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita
comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa
incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.
Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da
qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina,
probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa
per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare
tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una
delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi,
se sembro impazzita, o se l'esercito israeliano
dovesse porre fine alla loro tradizione razzista di
non far male ai bianchi, attribuite il motivo
semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un
genocidio che io anch'io sostengo in maniera
indiretta, e del quale il mio governo è in larga
misura responsabile. Voglio bene a te e a papà.

Scusatemi il lungo papiro. OK, uno sconosciuto vicino
a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e
ringraziarli.

Rachel


28 Febbraio 2003
(alla madre)

Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail. Mi
aiuta davvero ricevere le tue parole, e quelle di
altri che mi vogliono bene.

Dopo averti scritto ho perso i contatti con il mio
gruppo per circa dieci ore: le ho passate in compagnia
di una famiglia che vive in prima linea a Hi Salam. Mi
hanno offerto la cena, e hanno pure la televisione via
cavo. Nella loro casa le due stanze che danno sulla
facciata sono inutilizzabili perché i muri sono
crivellati da colpi di arma da fuoco, perciò tutta la
famiglia ­ padre, madre e tre bambini­dorme nella
stanza dei genitori. Io ho dormito sul pavimento,
accanto a Iman, la bimba più piccola, e tutti eravamo
sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po' il figlio
maschio con i compiti d'inglese e abbiamo guardato
tutti insieme Pet Semetery, che è un film davvero
terrificante. Penso che per loro sia stato un gran
divertimento vedere come quasi non riuscivo a
guardarlo. Da queste parti il giorno festivo è
venerdì, e quando mi sono svegliata stavano guardando
i Gummy Bears doppiati in arabo. Così ho fatto
colazione con loro, e sono rimasta un po' lì seduta
così, a godermi la sensazione di stare in mezzo a quel
groviglio di coperte, insieme alla famiglia che
guardava quello che a me faceva l’effetto dei cartoni
della domenica mattina. Poi ho fatto un pezzo di
strada a piedi fino a B'razil, che è dove vivono
Nidal, Mansur, la Nonna, Rafat e tutto il resto della
grande famiglia che mi ha letteralmente adottata a
cuore aperto. (A proposito, l'altro giorno, la Nonna
mi ha fatto una predica mimata in arabo: era tutto un
gran soffiare e additare lo scialle nero. Sono
riuscita a farle dire da Nidal che mia madre sarebbe
stata contentissima di sapere che qui c’è qualcuno che
mi fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni).

Ho conosciuto una loro cognata, che è venuta a
trovarli dal campo profughi di Nusserat, e ho giocato
con il suo bebè. L'inglese di Nidal migliora di giorno
in giorno. È lui a chiamarmi "sorella". Ha anche
cominciato ad insegnare alla Nonna a dire "Hello. How
are you?" in inglese. Si sente costantemente il rumore
dei carri armati e dei bulldozer che passano, eppure
tutte queste persone riescono a mantenere un sincero
buon umore, sia tra loro che nei rapporti con me.
Quando sono in compagnia di amici palestinesi mi sento
un po’ meno orripilata di quando cerco di impersonare
il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di
raccoglitrice di testimonianze, o di quando partecipo
ad azioni di resistenza diretta. Danno un ottimo
esempio del modo giusto di vivere in mezzo a tutto
questo nel lungo periodo. So che la situazione in
realtà li colpisce ­ e potrebbe alla fine schiacciarli
­ in un’infinità di modi, e tuttavia mi lascia
stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a
difendere in così grande misura la loro umanità - le
risate, la generosità, il tempo per la famiglia ­
contro l’incredibile orrore che irrompe nelle loro
vite e contro la presenza costante della morte. Dopo
stamattina mi sono sentita molto meglio. In passato ho
scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche
misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora
capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita,
che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una
straordinaria capacità elementare dell’essere umano di
mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili
­ anche di questo non avevo mai fatto esperienza in
modo così forte. Credo che la parola giusta sia
dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa
gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo.

Rachel

_____________________________________________________

Traduzioni di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia
Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila
Translators for Peace
Traduttori per la Pace [http://web.tiscali.it/traduttoriperlapace]
_____________________________________________________

l'Unità 01.01.2004
Via libera alla costruzione di 900 abitazioni. Israele raddoppia le colonie nel Golan
di Umberto De Giovannangeli



 «È bene per tutti sapere che Israele non ha intenzione di perdere il controllo del Golan, ma esattamente il contrario». Quello lanciato da Yisrael Katz, ministro dell’Agricoltura israeliano, più che un avvertimento appare come la consacrazione politica di un piano già definito nei dettagli; un piano destinato a consolidare la colonizzazione ebraica del Golan, le Alture che Israele ha conquistato con la Guerra dei Sei Giorni (1967), sbaragliando l’esercito siriano, e che ha deciso di annettersi unilateralmente nel 1981. L’obiettivo del piano, messo a punto nei giorni scorsi da una commissione interministeriale, è di raddoppiare nei prossimi tre anni il numero dei coloni sulle Alture. Il progetto di espansione - il più ambizioso dopo la conquista delle Alture e la loro annessione da parte israeliana - prevede la costruzione di 900 unità abitative e altri investimenti strutturali per un importo di circa 300 milioni di shekel (57 milioni di euro). L’Autorità Regionale per il Golan ha precisato che il piano ha il fine di potenziare le infrastrutture turistiche in nove insediamenti già esistenti e di accrescere di un migliaio di persone ogni anno il numero di coloni israeliani che risiedono in questo territorio. Attualmente il loro numero è di circa 17mila persone. Il piano, puntualizza Eli Malka, presidente dell’Autorità regionale, era in discussione già dallo scorso maggio e non è legato a eventuali negoziati di pace con Damasco, che rivendica la totale restituzione delle Alture.

 

Di diverso avviso è il ministro dell’Agricoltura, considerato un «falco» dell’esecutivo guidato da Ariel Sharon: «La decisione del governo - sottolinea Katz - è una risposta alla politica della Siria, che a parole si dice interessata alla pace ma nei fatti sostiene apertamente il terrorismo palestinese». Secca è la replica delle autorità di Damasco: «I conflitti non dovrebbero essere risolti con la forza, ma tramite la legge internazionale. Quela legge che Israele continua a calpestare», denuncia il vice ministro degli Esteri Isa Daweesh. «Israele - insiste il numero due della diplomazia siriana - s’illude di poter ottenere alcunché facendo affidamento solo sulla potenza militare e sull’occupazione».

La pubblicazione del piano scatena anche aspre polemiche interne allo Stato ebraico e ai suoi palazzi del potere. L’ufficio del primo ministro ha stigmatizzato in un durissimo comunicato la fuga di notizie, parlando «di cinico uso di un piano preparato in anticipo a fine politici» e negando che si tratti di una risposta di chiusura alle proposte di pace formulate da Damasco. Nel comunicato si esprime «rammarico che un piano di sviluppo rurale sia stato distorto a fini politici».
Resta il fatto che per Israele il Golan è di importanza strategica sia perché dalle alture si domina la Galilea nord-orientale e il lago di Tiberiade sia per le sue fonti d’acqua dolce. Inoltre dalle posizioni più avanzate è in grado di minacciare militarmente la capitale siriana, distante poche decine di chilometri. Un potere di deterrenza a cui Israele non intende rinunciare. Una conferma viene dallo scetticismo manifestato, soprattutto fuori dall’ufficialità, dai più stretti collaboratori del premier Sharon sulla serietà delle aperture siriane. «Si tratta di una mossa tattica volta a sfuggire alle minacciose pressioni americane su Damasco perché cessi di sostenere organizzazioni terroristiche», taglia corto un alto funzionario del ministero degli Esteri israeliano. Secondo un sondaggio commissionato e reso pubblico ieri dalla radio statale, il 53% degli israeliani è favorevole all’ampliamento degli insediamenti nelle Alture, e il 68% non crede che nel futuro prossimo vi sarà una ripresa dei negoziati con Damasco.
La ventilata espansione della presenza israeliana nel Golan inquieta Washington e provoca la condanna di Parigi. «L’approvazione da parte di una commissione interministeriale israeliana di un progetto di estensione delle colonie di popolamento sulle alture del Golan, può soltanto complicare il rilancio dei negoziati fra la Siria e Israele, che è nell’interesse di tutti», afferma il portavoce del Quai d’Orsay, Hervé Ladsous. «La Francia - aggiunge - lancia dunque con forza un appello a Israele a non mettere in pratica questo progetto e a non adottare nessuna altra misura che possa compromettere il processo di pace».
«Attendiamo chiarimenti», è l’interlocutoria presa di posizione del portavoce aggiunto del Dipartimento di Stato, Adam Ereli. In attesa di delucidazioni, Ereli ribadisce che su questa questione le posizioni degli Usa non sono cambiate: Washington sostiene il blocco della realizzazione di nuove colonie nel Golan. Le preoccupazioni internazionali trovano concorde il leader laburista Shimon Peres: per le finalità che intende perseguire e per il momento in cui viene annunciato, quel piano, rimarca l’ex premier, «finirà per mobilitare il mondo intero contro di noi».



http://www.uniroma2.it/rdb/torvergata/link/terrorismo/VociDissenzienti.htm 

M.O.: GLI EBREI USA CHE HANNO SCELTO DI CONTESTARE SHARON
ALZA LA VOCE LA MINORANZA DI ''DISSENZIENTI''


New York, 17 mag.(Adnkronos)

Al di fuori delle grosse organizzazioni ebraiche tradizionalmente sostenitrici dei governi israeliani, stanno facendo sentire la propria voce nuovi gruppi contrari alla politica del governo di coalizione presieduto da Ariel Sharon. Queste nuove 'voci', contrarie alle operazioni israeliane nei  Territori, chiedono la fine dell'occupazione e il rispetto per i diritti dei palestinesi.

 

Questi 'dissenzienti' confrontati ai milioni di ebrei Usa incondizionatamente a favore di Israele - scrive oggi Haaretz – sono una minuscola minoranza.


Lo stesso giorno della manifestazione pro-israeliana organizzata a New York, un movimento ebraico di sinistra ha organizzato una contro-manifestazione. Anche a San Francisco si e' tenuta un dimostrazione contro la politica israeliana. Pochi giorni dopo l''Israel Rally' tenutosi a Washington, e' nato nella capitale Usa il movimento Peace and Justice Coalition.


Il messaggio fondamentale di questi gruppi, che non si sentono rappresentati dalle grandi organizzazioni, e' la difesa di Israele ma una critica aspra all'occupazione.


''Loro considerano ogni critica a Israele come un tradimento.

Gli israeliani possono criticare il loro governo. Perche' noi non possiamo?'', dichiara, riferendosi agli ebrei pro-israeliani, Leah Harris, membro di Jews for Peace in Palestinese and Israel, un'organizzazione pacifista di Washington.


''Sembra che tutti gli ebrei debbano sostenere Israele. Se uno non e' d'accordo, e' considerato un nemico o semplicemente uno che non capisce'', afferma Maya Gilman, di Jews Against the Occupation.


Membri di questi gruppi di sinistra ritengono che la politica di Sharon incoraggi l'antisemitismo. Per questa ragione l'organizzazione di San Francisco, sta promuovendo eventi dal titolo: 'Not In Our Name'.


(Fed/Pe/Adnkronos)


 

 

http://digilander.libero.it/alternativeinfo/deramoilmanifesto20settembre2002.html 

America, i neri del Corano

di Marco D'Eramo, "il Manifesto", 20 settembre 2002

Milioni di diseredati dei ghetti e delle prigioni sono diventati musulmani e sono stati riplasmati dall'ideologia della Nation of Islam di Farrakhan, la più combattiva organizzazione degli islamici afroamericani. Oggi la loro rabbia si confronta con gli effetti dell'11 settembre e l'attacco all'Iraq

Jose Padilla è uno dei cittadini americani imprigionati per terrorismo, come John Walker Lindh, catturato in Afghanistan mentre combatteva a fianco dei taleban. Nonostante sembri il contrario, questi due uomini hanno qualcosa in comune. Mentre Lindh è un bianco californiano, Padilla, alias Abdullah al Muhajiir, è nato invece a Brooklyn da genitori portoricani, è poi diventato membro di una delle più violente gang di Chicago, i Latin Disciples. Benché portoricano, si ritiene nero e non latino, come ha dichiarato nella sua licenza di matrimonio in Florida, dove è stato arrestato per aggressione aggravata e dove è stato in carcere per 10 mesi. Lindh è stato convinto a recarsi alla moschea vicino a casa sua dalla lettura dell'Autobiografia di Malcolm X scritta da Alex Haley, mentre Padilla si è convertito all'Islam in prigione, proprio come Mike Tyson era diventato musulmano in cella. Le conversioni in galera sono dovute alla Nation of Islam (Noi), nota come i Black muslims, proprio l'organizzazione resa celebre da Malcolm X che ne fu il più celebre apostolo, prima di uscirne ed essere ucciso nel 1967, quasi certamente dalla stessa Noi: l'omicidio di Malcolm X fu una delle cause più importanti del diffondersi delle Black panthers e del nazionalismo nero.

Dal Corano alla Jihad

Quel che lega il bianco Lindh al portoricano Padilla è la Nation of Islam: attraverso di essa si sono accostati al Corano e, alla fine di un lungo percorso, alla Jihad islamica.
I Black muslims costituiscono per qualunque governo americano un problema ben più spinoso e una minaccia ben più grave di qualunque Saddam Hussein od Al Qaeda. Degli otto milioni di musulmani che vivono negli Stati uniti, 2,5 milioni e mezzo - circa il 30% - sono neri afroamericani (vent'anni fa tutti i neri viventi in Usa erano afroamericani, ma oggi c'è quasi un milione di africani appena immigrati).
Oggi nelle prigioni Usa sono detenuti più di 2 milioni di carcerati ( e altri 4 milioni sono liberi su parola per buona condotta, o in libertà vigilata). La metà di questi prigionieri sono neri (e si calcola che un maschio nero su cinque sia stato almeno una volta dietro le sbarre): vuol dire che almeno 3 milioni di maschi neri hanno conosciuto la galera. La Nation of Islam, un po' religione, un po' gang, un po' impresa commerciale (offre servigi di sicurezza), un po' centro sociale di riabilitazione dei drogati, è la più nota e più combattiva organizzazione di musulmani afroamericani. Ma soprattutto, esercita l'egemonia sulle prigioni e su molti ghetti neri.
Perciò la campagna violentemente anti-islamica lanciata dagli integralisti cristiani delle sette protestanti, le voci antiarabe degli ebrei Usa e l'atmosfera di condanna incombente sui musulmani rischiano di far divampare un incendio nei sovrappopolati penitenziari e nei miserabili ghetti urbani. Basta ricordare le sommosse nere degli anni `60, le rivolte nelle prigioni, i moti di Los Angeles del 1992, per capire che il governo si muove sul filo di un rasoio: da un lato alimenta l'ostilità contro l'antioccidentalismo dell'Islam per dare una parvenza di ragione alla guerra contro l'Iraq, ma dall'altra dice di non avere nulla contro la religione islamica per evitare in tutti i modi uno scontro aperto con la Nation of Islam, l'unico gruppo a godere di una sorta d'impunità per quanto riguarda l'antipatriottismo.
Susan Sontag è stata linciata appena ha osato dire che dei dirottatori si poteva dire tutto, ma non che fossero dei vili, perché le sembrava più vigliacco sganciare una bomba da 20.000 metri. Invece Louis Farrakhan, il leader della Noi, può dirne di tutti i colori, tanto viene completamente censurato dai media americani. Solo il settimanale inglese The Economist notò nell'ottobre scorso che per Farrakhan il biasimo per gli attacchi dell'11 settembre cade tutto sui «bugiardi, lesbiche, ruffiani e ciucciaputtane» che hanno mandato in malora la società e la politica estera Usa e meritato la punizione divina».

Farneticante teogonia

Certo, il silenzio che circonda le posizioni di Farrakhan dipende anche dal suo linguaggio colorito, dal suo antisemitismo (il giudaismo è «la Sinagoga di Satana» e Hitler «un grande uomo») e dalla farneticante teogonia della Nation of Islam, secondo cui fino a 6.000 anni fa l'umanità era tutta nera e viveva felice, finché uno scienziato pazzo, Yacub, creò il peloso uomo bianco per portare dolore e sofferenza alla razza nera in attesa che un nuovo profeta, Eljiah Muhammed, giunga a liberare i neri dalle loro catene.
Né la posizione della Noi è maggioritaria presso i neri. Anzi, uno dei più curiosi e inattesi effetti collaterali dell'11 settembre è stato di far salire i neri dal gradino più basso della società americana, che fino ad allora occupavano in condominio con i nativi. Da quando il ratial profiling e la discriminazione hanno colpito gli immigrati mediorientali (vedi la puntata precedente di questo reportage, pubblicata il 17 settembre), i neri sono di riflesso meno «altri» e più «parte di noi». La borghesia nera è diventata così un po' più borghese e un po' meno nera. Ma la reazione è ben diversa tra i milioni di neri diseredati che si sono rivolti all'Islam e che nelle prigioni sono riplasmati dall'egemonia della Noi. Per quanto snobbata, la Noi è stata l'unica organizzazione capace di portare a Washington un milione di persone a manifestare per l'orgoglio nero (la Million Man March avvenne nell'ottobre 1995).
Fin dall'inizio Farrakhan ha detto che l'amministrazione Bush non vuole o non può rispondere alla domanda generata dagli attacchi dell'11 settembre: «Perché il mondo ci odia tanto?» (odia «il governo e la politica Usa non il popolo americano»). La Nation of Islam si è opposta ai bombardamenti in Afghanistan. A luglio Farrakhan si è recato in Medio oriente. L'ingresso gli è stato rifiutato in Israele, ma lui è sbarcato in Iraq cui ha portato la solidarietà dei neri americani.

America «drogata di petrolio»

A febbraio aveva attaccato l'America «drogata di petrolio», indicando nel petrolio la causa di tutte le sue politiche, dall'appoggio alla guerriglia cristiana in Sudan per creare una secessione del sud del paese (dove è stato scoperto uno dei più grandi giacimenti), agli attacchi in Afghasnistan per impiantarsi in Asia centrale e controllare i giacimenti attorno al mar Caspio, alla sua politica mediorientale tutta basata sul controllo del petrolio, dal rovesciamento del governo laico di Mossadekh in Iran nel 1954 fino alle basi militari di stanza in Arabia saudita, in Kuwait e Qatar, per culminare al prossimo attacco all'Iraq.
La Nation of Islam fu fondata negli anni '30 dal figlio di un predicatore battista nella Georgia Rurale, Eljiah Poole, che decise di chiamarsi Eliah Muhammed dopo aver incontrato a Detroit un misterioso messaggero di Allah, W. D. Fard che lo convertì. Eljiah Mohammed fondò allora la Noi e la trasferì a Chicago, finché negli anni `50 l'apostolato di Malcolm X (anch'egli convertito in prigione) la portò sulla ribalta nazionale. Ma la Nation of Islam non è nata dal nulla.
In un interessante articolo apparso sul quindicinale In These Times, Salim Muwakkil traccia una breve storia delle origini dell'islamismo tra i neri Usa. Intanto gran parte degli schiavi neri portati in America era stata convertita all'Islam dai conquistatori e schiavisti musulmani. Gli schiavi furono convertiti al cristianesimo, la religione dei nuovi padroni. Molti di loro trovarono rifugio in sette cristiane come l'African Methodist Episcopal Church. Ma di fronte al cristianesimo, l'Islam fu sempre circondato - tra schiavi e poi tra liberti neri - da un'aura fuorilegge.

Le origini dell'islamismo nero

A fine `800, un pastore cristiano, Edward Wilmot Blyden, cominciò a propagandare l'Islam come alternativa nazionalista nera al cristianesimo: nel libro del 1887, Christianity, Islam and the Negro Race, argomentò che, per la sua tolleranza e la dottrina di fratellanza, l'Islam era una religione più appropriata del cristianesimo per la razza nera: il cristianesimo era diventato uno strumento ideologico usato dagli europei per sradicare gli africani e insegnargli a rinnegare il proprio retaggio. I legami tra Islam e nazionalismo nero si strinsero quando l'afroamericano Timothy Drew, emigrato dalla North Carolina, cambiò il proprio nome in Nobel Drew Ali e nel 1913 fondò nel New Jersey il primo «Tempio Caananita». Nel 1928 Ali cambiò il nome del suo gruppo in Moorish Science Temple of America; si diffusero negli Usa templi dove si predicava che l'Islam è la religione ancestrale dei neri. La Dottrina di Ali era (come sarà poi quella della Nation of Islam) un miscuglio di misticismo islamico, gnosi e dottrine massoniche.
Contemporaneo ad Ali fu Marcus Garvey, la cui Universal Negro Improvement Association (Unia) aveva come slogan «Un Dio, una meta, un destino» e propugnava il pan-africanismo, l'orgoglio razziale e il separatismo. Garvey voleva unire «tutti i popoli neri del mondo in un grande corpo per creare una nazione e uno stato assolutamente loro». Al suo apice l'Unia ebbe un milione di militanti e «fu il primo vero movimento di massa tra glil afroamericani e il più grande movimento razziale nella storia della diaspora africana» scrive Muwakkil. Ed è notevole che sia ambedue i genitori di Malcolm X, sia Eljiah Poole (prima di diventare Eljah Muhammed) fossero stati tutti membri dell'Unia: il cerchio si chiude.
Uno dei flash più inaspettati e sconcertanti riguarda i tanti musicisti di jazz afroamericani attratti dall'islamismo. A prima vista sembra incongrua l'idea di un jazz musulmano. Eppure Ahmad Jamal, Art Balkey, McCoy Tyner e Abbey Lincoln divennero musulmani praticanti e si disse che anche Charlie Parker si fosse convertito e avesse cambiato il suo nome in Abdul Karim. I musicisti erano attratti dal movimento Ahmadiyya, nato in India nell'800. Come si vede, se scontro ci dovrà essere tra Islam e cristianità, sarà un bel match sul ring religioso, con Mohammed Ali (Cassius Clay) e Mike Tyson a combattere per il Corano.

(2 - fine. La prima puntata sull'Islam negli Stati uniti è uscita il 17 settembre).


 

http://fc.retecivica.milano.it/rcmweb/iidp/Israele/

Sionismo%20e%20altro/Antisemitismo/

Studi%20e%20rapporti/03E97265-000F4A4A

Antisemitismo negli Stati Uniti d'America

Il 26 marzo 2003 l' Anti Defamation League (ADL) ha diffuso un rapporto sullo stato dell'antisemitismo negli Stati Uniti d'America.

Nel 2002 sono stati segnalati 1559 incidenti contro ebrei ed istituzioni ebraiche (nel 2001 erano stati 1432). Nel 2002 si registra inoltre un incremento del 24% di incidenti nei campus universitari (sono stati 106, mentre nel 2001 erano stati 85).

Gli incidenti includono aggressioni verbali e fisiche, molestie, vandalismo, messaggi e-mail di odio e altre forme di sentimenti antisemiti. Quelli più gravi sono stati: 3 incendi dolosi, 3 tentativi di incendio doloso, un tentativo d'attentato, sei allerte alla bomba, e sette dissacrazioni di cimiteri.

Gli incidenti si suddividono in 41 Stati dell'Unione e nel Distretto di Columbia. Il più alto numero si registra nello Stato di New York (302, ma nel 2001 erano stati 408).

Gli incidenti nei campus avvengono quasi sempre in occasione di manifestazioni o azioni  anti-israeliane o anti-sioniste che degenerano in atti antisemiti, quali l'equiparazione della Stella di Davide ad una svastica nazista, epiteti contro gli studenti ebrei e danni alla proprietà. Gli episodi più gravi hanno avuto luogo nell'Università del Colorado.

Preoccupa anche il ruolo di Internet, che contribuisce alla diffusione dell'antisemismo, con incitazione ad atti violenti contro gli ebrei. Numerosi anche i siti in cui viene negata la Shoah.

Tutti i dettagli dell'inchiesta sono leggibili al link:
http://www.adl.org/PresRele/ASUS_12/4243_12.asp.


Alcune riflessioni elementari sul
diritto alla libertà d'espressione

Noam Chomsky


Questo intervento del non-revisionista Chomsky apparve come prefazione al Mémoire en défense di Robert Faurisson (1980). Va detto che il grande linguista americano aveva avuto un ripensamento, che però concerneva non la sostanza del suo scritto, ma solo l'opportunità di esso (opportunità nel considerare la quale egli non dava spazio non ne ha mai dato a preoccupazioni relative alla propria persona); ma il ripensamento era tardivo, il libro era già in circolazione. Su questo risvolto, e in generale sulla posizione di Chomsky nei riguardi del revisionismo olocaustico, si veda Pierre Guillaume, Droit et Histoire, La Vieille Taupe, 1986, pp. 152-72. [ Vedi anche nostro documentazione]
Contro Chomsky entrava subito in azione la macchina del discredito mediatico.
Si vedano, di lui, le Répones inédites à mes détracteurs parisiens, Spartacus, 1984.
Per anni la grande stampa di informazione, specie francese, gli avrebbe inflitto lo status di non-persona.
Particolarmente scadente la polemica condotta contro di lui, per la penna di Rosellina Balbi, dall'organo magno della borghesia "di sinistra" italiana, "La Repubblica" (10 e 24 febbraio 1981, con lettera di Chomsky il 10).

 

Le osservazioni che seguono sono talmente banali che credo di dovermene scusare con le persone ragionevoli che le leggeranno. Ma se comunque si trova qualche buon motivo per metterle nero su bianco, e temo che questo sia proprio il caso, esse costituiscono una testimonianza riguardo ad alcuni aspetti importanti della vita culturale contemporanea.

[64]

Prima di arrivare al tema sul quale mi si chiede un'opinione, sono necessarie due precisazioni. Queste note si pongono entro limiti fondamentali da due punti di vista. Innanzitutto, intendo parlare qui solo di un argomento preciso e particolare, ossia del diritto alla libera espressione delle idee, delle conclusioni e delle convinzioni. Non parlerò assolutamente degli scritti di Robert Faurisson o di quelli critici nei suoi confronti, sui quali non so granché, o dei temi cui si riferiscono, sui quali non ho particolari interpretazioni. In secondo luogo, dovrei rivolgere qualche commento sgradevole (ma meritato) a certi settori dell'intellighenzia francese che hanno dimostrato di non avere alcun rispetto per i fatti o per la ragione, come ho avuto occasione di constatare a mie spese in circostanze su cui non tornerò. Quel che ho da dire non riguarda sicuramente moltissime altre persone che continuano a dar prova d'integrità intellettuale senza il minimo cedimento. Non scenderò in dettagli. Le tendenze di cui parlo sono molto significative e credo che ci si debba preoccupare, ma non vorrei che le mie osservazioni fossero fraintese o applicate fuori dall'ambito in cui sono formulate.

Qualche tempo fa mi è stato chiesto di firmare una petizione in difesa della difesa della "libertà di parola e di espressione" di Robert Faurisson. La petizione non faceva alcun cenno al carattere, alla qualità o alla validità delle sue ricerche, ma si richiamava in modo estremamente esplicito alla difesa dei diritti elementari che sono considerati acquisiti nelle società democratiche; essa chiedeva all'Università e alle autorità di "fare tutto il possibile per garantire la sicurezza di Faurisson e il libero esercizio dei suoi diritti legali" ("do everything possible to ensure Faurisson's safety and the free exercise of his legal rights"). L'ho firmata senza esitazioni.

Il fatto che abbia firmato quella petizione ha sollevato una tempesta di proteste in Francia. Un ex stalinista, che ha cambiato fede ma non stile intellettuale, ha pubblicato una versione grossolanamente falsificata del testo della petizione stessa, in mezzo ad un fiume di falsità che non meritano commento. Ho imparato a non stupirmi. Sono stato molto più sorpreso leggendo su "Esprit" (settembre 1980) che Pierre Vidal-Naquet considera "scandalosa" la petizione, ricordando in particolare il fatto che io l'abbia firmata. (Non mi lascerò andare a discutere un articolo del direttore della rivista, sempre in quel numero, anch'esso non meritevole di essere

[65]

commentato, almeno per chi conservi un elementare rispetto per la verità e l'onestà).

Vidal-Naquet offre un'unica ragione per definire "scandalosa" la petizione e, con essa, la mia firma: la petizione, egli scrive, presenta le "conclusioni" di Faurisson "come se fossero effettivamente delle scoperte" (p. 52). L'afferinazione di Vidal-Naquet è falsa. La petizione diceva semplicemente che Faurisson aveva reso pubbliche le sue "conclusioni" ("Since he began making his findings public"), il che è indiscutibile, ma non dice o non implica nulla di preciso sul loro valore e non implica nulla sulla loro validità. E' possibile che Vidal-Naquet sia stato indotto in errore dal testo in inglese della petizione; forse ha preso un abbaglio circa il significato del termine "findings". E' ovvio che, se affermo che qualcuno ha presentato le sue conclusioni, non inferisco assolutamente nulla sul loro carattere o sulla loro validità; l'affermazione è assolutamente neutra. Penso che sia stato proprio un semplice abbaglio quello che ha portato Vidal-Naquet a scrivere quel che ha scritto e che, stando così le cose, egli non mancherà di ritirare pubblicamente la sua accusa secondo cui io (e altri come me) avrei fatto qualcosa di "scandaloso" firmando una petizione inoffensiva sui diritti civili, di quelle che tutti noi firmiamo molto spesso.

Non faccio riferimenti personali. Supponiamo quindi che un individuo consideri davvero questa petizione "scandalosa", non per una questione d'interpretazione, ma proprio per ciò che dice. Supponiamo che questo tale consideri le idee di Faurisson stupefacenti e addirittura spaventose e che giudichi scandaleso il suo modo di condurre le ricerche. Supponiamo anche che abbia ragione di giungere a tali conclusioni (che abbia o no ragion e non ha la minima importanza in questo contesto). Dobbiamo concludere che il tizio in questione crede che la petizione sia scandalosa e che Faurisson dovrebbe essere davvero cacciato dall'Università, dovrebbe essere perseguitato e addirittura sottoposto a violenze fisiche, ecc. Un simile atteggiamento non è raro. E' tipico, ad esempio, dei comunisti americani e dei loro omologhi di altri paesi. Per coloro che hanno imparato qualcosa dal XVIII secolo (vedi Voltaire), è ovvio, senza nemmeno sognarsi di discuterne, che la difesa del diritto alla libera espressione non si limita alle idee che si approvano, ma che questo diritto dev'essere più vigorosamente sostenuto proprio nel caso di idee che si ritengono più urtanti.

[66]

Proclamare il diritto di esprimere idee generalmente accettate è quasi privo di significato. Tutto ciò è compreso perfettamente negli Stati Uniti ed ecco perché qui non v'è nulla che assomigli al caso Faurisson. In Francia, dove la tradizione delle libertà civili è lungi dall'essere solidamente radicata e dove tendenze profondamente totalitarie hanno tormentato a lungo l'intellighenzia (si vedano il collaborazionismo, la grande influenza del leninismo e dei suoi voltafaccia, l'aspetto semidelirante della nuova destra intellettuale, ecc.), le cose vanno a quanto pare in modo molto diverso.

Per coloro che s'interessano alla situazione della cultura in Francia, il caso Faurisson non è privo d'interesse. Vengono immediatamente alla memoria due esempi. Il primo è questo: ho finnato spesso petizioni, che effettivamente si spingevano molto oltre, a favore di dissidenti russi i cui punti di vista erano spaventosi: partigiani della crudeltà americana nel momento in cui questa si abbatteva sull'Indocina, oppure di una politica favorevole alla guerra nucleare, o di uno sciovinismo religioso che ricordava il Medioevo. Nessuno ha mai sollevato obiezioni. Se qualcuno l'avesse fatto, l'avrei guardato con lo stesso disprezzo che merita il comportamento di quanti denunciano la petizione a favore dei diritti civili di Faurisson, e per le stesse ragioni. Ma quanco dico che, quali che possano essere le sue opinioni, Faurisson ha dei diritti che devono essere garantiti, in Francia si considera la cosa "scandalosa" e si monta tutto un caso. La ragione di questa distinzione è del tutto evidente. Nel caso dei dissidenti russi, lo Stato, anzi i nostri Stati approvano tale sostegno, per motivi che non hanno granché a vedere, inutile dirlo, con un qualche amore per i diritti dell'uomo. Ma, nel caso di Faurisson, la difesa dei suoi diritti non è affatto una dottrina approvata ufficialmente, di modo che vari settori dell'intellighenzia, che adorano intrupparsi e marciare al passo, non provano alcun bisogno di prendere una posizione che invece accettano senza riserve quando si tratti di dissidenti sovietici. Possono operare in Francia fattori diversi: forse un lancinante senso di colpa per comportamenti vergognosi di alcuni sotto il regime di Vichy, l'assenza di proteste contro la guerra in Indocina, l'impatto profondo dello stalinismo e delle dottrine di tipo leninista, il carattere bizzarro e dadaista di certe correnti della vita intellettuale nella Francia del dopoguerra, che paiono ridurre il discorso razionale ad un passatempo strambo e inintellegibile, da ultimo l'antisemitismo che riesplode all'improvviso con violenza.

[67]

E viene alla mente un secondo esempio. E raro che io parli bene dell'intellighenzia dominante negli Stati Uniti, generalmente simile a quella di altri paesi. E' tuttavia molto significativo confrontare le reazioni francesi al caso Faurisson e il fenomeno identico che abbiamo qui. Negli Stati Uniti, Arthur Butz (che può essere considerato come l'equivalente americano di Faurisson) non è stato sottoposto agli attacchi spietati che sono stati lanciati contro Faurisson. Quando gli storici revisionisti ("no-holocaust") hanno tenuto negli Stati Uniti un grande convegno internazioriale, alcuni mesi fa, non è accaduto nulla di paragonabile all'isteria che in Francia ha circondato il caso Faurisson. Quando il Partito nazista americano organizza una marcia nella città a larga maggioranza ebraica di Skokie (Illinois), cosa che equivale chiaramente ad una provocazione, l'American Civil Liberties Union difende il diritto di manifestazione (facendo evidentemente infuriare il Partito comunista americano). Per quanto sappia, lo stesso avviene in Inghilterra o in Australia, paesi che, come gli Stati Uniti, hanno una viva tradizione di difesa delle libertà. Butz e gli altri sono oggetto di critiche e di condanna (intellettuale) dura, ma senza che si attenti, per quanto mi consti, alle loro libertà. Non c'è affatto bisogno, in questi paesi, di una petizione inoffensiva come quella che si considera "scandalosa" in Francia e se una tale petizione ci fosse stata, essa non sarebbe stata di sicuro attaccata, se non da circoli minuscoli ed insignificanti. Il paragone è illuminante. Bisognerebbe cercare di comprenderlo. Si può forse sostenere la tesi secondo la quale il nazismo e l'antisemitismo sono più pericolosi in Francia. Penso che sia vero, ma che sia proprio una ripercussione degli stessi fattori che hanno spinto al leninismo larghi settori dell'intellighenzia francese, del loro disprezzo per i principi elementari della difesa delle libertà e del fanatismo con il quale sono ora pronti a dar fiato alle trombe della crociata contro il Terzo mondo. Ci sono quindi correnti totalitarie profondamente radicate che emergono in varie forme. Ecco un tema che merita, credo, ancora molta riflessione.

Vorrei aggiungere un'osservazione finale riguardo al preteso "antisemitismo" di Faurisson. Notiamo innanzituito che, anche se Faurisson fosse per ipotesi un antisemita scatenato o un filonazista fanatico (e sono accuse contenute in una corrispondenza privata che non sarebbe opportuno citare nei particolari ora), ciò non

[68]

avrebbe assolutamente alcuna conseguenza sulla legittimità della difesa dei suoi diritti civili. Anzi, renderebbe la loro difesa ancor più imperativa in quanto, ancora una volta, ed è evidente da anni, se non da secoli, a dover essere più strenuamente difeso è proprio il diritto ad esprimere liberamente le idee più spaventose; è troppo facile difendere la libertà d'espressione di coloro che non hanno bisogno di essere difesi. Lasciando da parte questo problema centrale, ci si può chiedere se Faurisson sia veramente un antisemita o un nazista. Come ho detto, non conosco molto bene i suoi lavori. Ma, da quanto ho letto, in gran parte a seguito del tipo di attacchi che gli sono stati lanciati, non vedo alcuna prova che possa appoggiare tali conclusioni. Non trovo prove credibili neppure nei documenti che ho letto al suo riguardo, nei testi pubblicati o nella corrispondenza privata. Per quel che posso giudicare, Faurisson è una specie di liberal relativamente apolitico. Per sostenere questa accusa di antisemitismo, mi hanno riferito che si è ripescata una lettera di Faurisson che alcuni interpretano come contenente delle implicazioni antisemite, risalente all'epoca della guerra d'Algeria. Sono un poco stupito di constatare che persone serie facciano tali accuse (anche in privato) e le considerino sufficienti per bollare qualcuno come antisemita riconosciuto e di lunga data. Nei testi pubblicati, non scorgo nulla che giustifichi queste accuse. Non aggiungerò altro, ma supponiamo di applicare tali procedimenti ad altre persone, domandando loro ad esempio quale sia l'atteggiamento che hanno avuto nei riguardi della guerra francese in Indocina o dello stalinismo. Forse è meglio fermarsi qui.

Cambridge (USA), 11 ottobre 1980

Pubblicato in francese in Robert Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire. La question des chambres à gaz, Paris, La Vieille Taupe, 1980, p. IX ss.

Il testo originale in inglese si può vedere nel nostro archivio Chomsky.

Prima traduzione italiana: Il Caso Faurisson, a cura di Andrea Chersi, [1981], p. 5-10.

Nuova traduzione in: Il Caso Faurisson e il revisionismo olocaustico, Graphos, 1997, pp.63-68.


Torna alla pagina principale