http://www.amnesty.it/campaign/io_non_discrimino_2003/temi/leggi.php3?menu=temi
AMNESTY INTERNATIONAL
° Il reddito
medio dei palestinesi che hanno cittadinanza israeliana è il più
basso tra tutti i gruppi etnici del paese. ° Il 42 % dei
palestinesi cittadini israeliani all’età di 17 anni ha già
abbandonato gli studi. ° Il tasso di
mortalità infantile tra i palestinesi cittadini israeliani è
quasi il doppio rispetto a quello degli ebrei: 9,6 per 1000
nascite contro 5,3.
La
rivista de il manifesto numero 10
ottobre 2000 Israele: una crisi sociale
§
Non dimenticare la Palestina
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Febbraio-1998/9802lm14.01.html Le frontiere maledette del
Medio Oriente
La scalata proseguiva. L'imperativo strategico israelo-americano
sottolineato da Kett comportava inevitabilmente che tutto il peso del
dispositivo americano di difesa del Medio Oriente si spostasse in direzione
dell'Irak. Nel febbraio del 1990 il giornale Petroleum Economist già
sollecitava Bush a riempire con una solida "influenza americana" il
pericoloso "vuoto di potere" prodottosi nel Golfo, fraseologia per
iniziati, ma tutto sommato chiara. * * * Ogni giorno mi chiedo se qualcuno ha mai fatto una seria analisi
di quali siano gli interessi nazionali italiani nella guerra del Golfo. Se
questa analisi è stata fatta, deve essere avvenuta nelle stanze segrete, poiché
sulla stampa non è trapelato nulla. C'è notizia di qualche migliaio di
miliardi di commesse industriali perdute, ma nulla di più. Ma non è in questo
genere di perdite che possono essere riassunti tutti gli interessi nazionali. Ne avevano radicato la certezza in quarantacinque anni di pace
continuata, nel corso dei quali l'Italia era stata solo sfiorata da eventi
bellici. Una condizione felice, forse mai verificatasi nei duemila anni
precedenti. Queste cifre diventano impressionanti se guardiamo all'insieme del
Medio Oriente arabo, comprendendovi l'Iran (che è da tener presente in quanto,
anche se non è arabo, è islamico, produttore di petrolio, e si affaccia sul
Golfo). Ebbene, i 22 paesi arabi più l'Iran vantano già oggi una popolazione
di 270 milioni di abitanti. Ma ogni 10 mesi l'Egitto aumenta di 1 milione di
uomini. In Palestina, in Siria e in Algeria, le donne hanno in media 7 figli
ciascuna. L'Algeria entro vent'anni potrebbe essere un paese di 75 milioni di
abitanti. 8 agosto 2002 Fonte:
The Guardian Rinunciamo
ai diritti, israeliani! Lettera
di ebrei inglesi
Auspichiamo
che arrivi presto il giorno in cui tutti i popoli di questa
regione possano convivere in pace, senza discriminazioni e
con rispetto reciproco. Forse qualcuno di noi vorrà anche
andarci a vivere, ma solo se i diritti dei palestinesi
saranno rispettati. A coloro che considerano Israele un
rifugio sicuro per gli ebrei di fronte all’antisemitismo,
diciamo che esercitare il ruolo di occupante o di oppressore
non garantirà mai la sicurezza. Speriamo che presto il
popolo di Israele e i suoi leader se ne rendano conto. http://www.lpj.org/Nonviolence/Sami/articles/itl-articles/discriminazione.htm Discriminazioni
contro i non-Ebrei in Israele 1995 INTRODUZIONE Il Vicino Oriente si trova oggi di fronte a una svolta decisiva. Ai
Palestinesi e agli Israeliani si chiede di fare una scelta tra parecchie
soluzioni politiche: coesistenza di due Stati vicini, Israele e la Palestina;
Confederazione israelo-palestinese secondo il modello svizzero, oppure uno Stato
israelo-palestinese binazionale su tutta la Palestina.
La libertà religiosa nel Vicino Oriente è quindi un´esigenza
primordiale per la pace in Terra Santa e rimane valida qualunque sia la
soluzione politica adottata, come in assenza di ogni soluzione. Abbiamo avuto parecchie volte l´occasione di esprimerci sulla
posizione dell´Islam di fronte alla libertà religiosa[3][3].
Cercheremo qui di accennare ad alcuni problemi che riguardano Israele, basandoci
principalmente su leggi e autori israeliani. 1.
Definizione internazionale della libertà religiosa La libertà religiosa garantisce il diritto di aderire a una
determinata religione e di praticare il culto previsto da questa religione, e
inoltre esclude ogni discriminazione a causa della religione. E´ ciò che
risulta dall´articolo primo, paragrafo 3, della Carta delle Nazioni Unite e
dall´articolo 2, primo capoverso, della Dichiarazione universale dei diritti
dell´uomo. Quest´ultimo aspetto della libertà religiosa è sviluppato nella
Dichiarazione sull´eliminazione di tutte le forme d´intolleranza e di
discriminazione a causa della religione o delle convinzioni[4][4],
di cui citiamo l´articolo 4, capoverso l: Tutti gli Stati adotteranno misure
efficaci per prevenire ed eliminare ogni discriminazione a causa della religione
o della convinzione, nel riconoscimento, l´esercizio e il godimento dei diritti
dell´uomo e delle libertà fondamentali in tutti i campi della vita civile,
economica, politica, sociale e culturale. 2.
La Dichiarazione d´indipendenza dello Stato d´Israele Il 14 maggio 1948, 37 membri del "Consiglio provvisorio del
popolo" firmarono una dichiarazione che dice tra l´altro: Noi, membri del Consiglio nazionale che
rappresenta la comunità ebraica di Palestina e il movimento sionista ...,
proclamiamo la creazione di uno Stato ebraico in terra d´Israele che porterà
il nome di Stato d´Israele. Lo Stato d´Israele sarà aperto all´immigrazione
ebraica e agli ebrei che vengono da tutti i paesi in cui erano stati dispersi;
veglierà allo sviluppo del paese a beneficio di tutti i suoi abitanti, sarà
fondato sulla libertà, la giustizia e la pace secondo l´ideale dei profeti d´Israele;
assicurerà la più completa uguaglianza sociale e politica a tutti i suoi
abitanti senza distinzione di religione, di razza o di sesso; garantirà la
libertà di culto, di coscienza, di lingua, di educazione e di cultura;
assicurerà la protezione dei luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele
ai principi della Carta delle Nazioni[5][5]. Questa dichiarazione, denominata erroneamente "Dichiarazione d´indipendenza
dello Stato d´Israele", in effetti è una dichiarazione di creazione di
"uno Stato ebraico in terra d´Israele" come viene detto nel
preambolo. Volontariamente, essa non fa riferimento alle frontiere di questo
Stato, che rimangono tuttora indefinite. La parte che riguarda l´uguaglianza dei diritti non ha nessun valore
giuridico poiché questa Dichiarazione non è mai stata votata o ratificata
dalla Knesset, il parlamento israeliano[6][6].
Oltretutto, il 23 luglio l980 venne adottata una legge che dice: Quando la corte deve decidere su una
questione giuridica che richiede una decisione e non trovasse una risposta in
merito nella legge, nella giurisdisprudenza o per analogia, deve prendere la sua
decisione alla luce dei principi della libertà, dell´equità e della pace
[stabiliti] dall´eredità d´Israele[7][7]. Shulamit Aloni ha segnalato alla Knesset che l´eredità storica d´Israele
comprende anche la Halacha (regole religiose ebraiche) che tra l´altro afferma:
"Solo voi (gli ebrei) siete chiamati esseri umani; le nazioni del mondo non
sono degli esseri umani"; "Non siete tenuti ad aiutare un goy (non
Ebreo) poiché è detto "i pagani non contano"; " E´ vietato
aiutare i goym (non Ebrei) il giorno di Sabbat, poiché una vita in pericolo
sopprime i divieti del Sabbat soltanto nel caso in cui la vita in pericolo è
quella di un Ebreo". Shulamit Aloni ha proposto allora di inserire la frase
"stabiliti dalla Dichiarazione d´indipendenza". Un altro deputato ha
proposto di aggiungere "stabiliti dall´eredità universale dell´umanità",
ma questi due emendamenti sono stati respinti[8][8]. Le pratiche e le leggi che hanno fatto seguito a questa dichiarazione
dimostrano più di ogni altro argomento che i suoi autori non avevano affatto l´intenzione
di conformarsi ai principi di uguaglianza e di non discriminazione in essa
proclamati. 3.
Espulsione dei non Ebrei Ben Gurion, uno dei fondatori d´Israele e suo primo Primo Ministro,
dichiarò nel l937 che la Palestina non apparteneva a coloro che l´abitavano in
quel periodo e che questo paese non doveva risolvere il problema di due nazioni,
ma di una sola nazione, quella di tutti gli Ebrei[9][9]. Questa dichiarazione di Ben Gurion si iscrive nella linea del programma
del movimento sionista fondato da Teodoro Herzl nel 1896 e mirava a fare della
Palestina una patria per i soli Ebrei. L´attuazione di questo programma è
avvenuta grazie all´azione di gruppi terroristici israeliani, tra i quali lo
Stern e l´Irgun. A lungo il governo israeliano pretese che i Palestinesi avessero
lasciato il loro paese nel 1948 in seguito all´appello dei dirigenti arabi. Il
giornalista inglese Erskine Childers è stato il primo in Occidente a
demistificare questa falsificazione storica. Ha ascoltato la totalità delle
emissioni radiofoniche diffuse in Vicino Oriente in quel periodo e ha dimostrato
che le sole emissioni che incitavano la popolazione palestinese a partire sono
di origine sionista. Queste emissioni sviluppavano in modo volontariamente
minaccioso i temi dello sterminio al quale sarebbero stati sottoposti coloro che
rimanevano in Palestina[10][10].
Alcuni storici israeliani (Flapan, Morris, ecc.) hanno in seguito confermato che
sono effettivamente le forze armate sioniste che hanno provocato la partenza dei
Palestinesi. Questa guerra psicologica era accompagnata da massacri reali tra i
quali il più conosciuto è quello di Dair Yassin, raccontato da uno svizzero,
Jacques de Reynier, Presidente della Delegazione della Croce Rossa
internazionale nel 1948[11][11].
Questo massacro, che è costato la vita a circa 250 civili in maggioranza
bambini, donne e anziani, è stato perpetrato dall´Irgun (diretto dall´ex
Primo Ministro Menahem Begin, Premio Nobel per la pace) e dal Lehi (diretto da
Yitzhak Shamir, attuale Primo Ministro)[12][12]. In una dichiarazione fatta negli Stati Uniti nell´estate del 1948,
Menahem Begin disse come si erano svolti i fatti: Nei mesi precedenti la fine del mandato,
l´Agenzia ebraica decise di intraprendere una missione difficile, quella di far
uscire gli Arabi dalle città prima dell´evacuazione delle truppe britanniche
... Ci fu un accordo tra noi (Irgun) e l´Agenzia ebraica affinché noi
eseguissimo questi compiti mentre l´Agenzia ebraica avrebbe ripudiato tutto ciò
che noi avremmo fatto e avrebbe preteso che noi fossimo degli elementi
dissidenti, come faceva quando combattevamo i Britannici. Allora abbiamo colpito
con forza e messo il terrore nel cuore degli Arabi. Così abbiamo ottenuto l´espulsione
della popolazione araba dalle regioni assegnate allo Stato ebraico[13][13]. Dair Yassin non è stato un caso isolato. Ma le informazioni sono
pubblicate con il contagocce[14][14];
soltanto il 6 settembre 1979 il giornale israeliano Davar pubblicò la notizia
di analoghi massacri perpetrati nel 1949 nel villaggio di Al-Duwayma che contava
2700 abitanti[15][15]. L´espulsione dei non Ebrei è proseguita anche dopo la firma dell´accordo
d´armistizio con i paesi arabi vicini. Le espulsioni sono avvenute sia tra una
regione e l´altra all´interno d´Israele, sia da Israele verso i paesi arabi
vicini[16][16]. Con queste misure lo Stato d´Israele ha vuotato il paese di tre quarti
dei suoi abitanti non Ebrei che sono tuttavia considerati cittadini israeliani
dal piano di spartizione dell´ONU del 1947. Attualmente la maggior parte si
trova in 64 campi di rifugiati, 27 dei quali sono localizzati nei Territori
occupati da Israele nel 1967[17][17]. Ciò che è avvenuto in Palestina è sintetizzato in modo
inequivocabile da Shimon Peres in un articolo apparso su "Le Monde"
del 23 settembre 1988: "Cento anni fa il movimento sionista si era proposto
di realizzare una maggioranza ebraica in un solo paese, il paese del popolo
ebraico. Lo Stato ebraico significa uno Stato in cui gli Ebrei rappresentano una
chiara maggioranza"[18][18]. 4.
Il divieto di ritorno per i non Ebrei L´11 maggio l948 Israele è stato ammesso come membro dell´ONU. Il
preambolo della risoluzione 273 (III), relativa a questa ammissione, richiama la
risoluzione 194 dell´11 dicembre 1948 che riconosceva ai rifugiati palestinesi
che lo avessero desiderato il diritto "di ritornare nei loro focolari il più
presto possibile e di vivere in pace con i loro vicini; delle indennità devono
essere pagate a titolo di compensazione per i beni di coloro che non
desiderassero rientrare nei loro focolari e per ogni bene perso o danneggiato
quando, in base alla legge internazionale e all´equità, la perdita o il danno
deve essere riparato dai governi o dalle autorità responsabili". Il conte Bernadotte, mediatore speciale delle Nazioni Unite, aveva pure
insistito a parecchie riprese sul diritto dei rifugiati palestinesi di ritornare
nei loro focolari, ma Israele ha continuato a rifiutare questo diritto. La presa
di posizione di Bernadotte è una delle cause del suo assassinio deciso da tre
dirigenti del gruppo Lehi, tra i quali Yitzhak Shamir, l´attuale Primo Ministro
israeliano[19][19]. Il diritto al ritorno è stato riaffermato a più riprese dalle Nazioni
Unite[20][20],
ma è sempre stato respinto da Israele. Alcuni rifugiati hanno cercato di
ritornare nel loro paese attraverso la frontiera, tuttavia lo Stato d´Israele
li ha espulsi un´altra volta dopo averli derubati del denaro, dei gioielli e
dei documenti. Di fronte al numero crescente di "infiltrati", l´esercito
ha ricevuto l´ordine di sparare a vista su ogni persona che tentasse di
ritornare a casa sua[21][21].
Nel 1954 è stata promulgata una legge che prevede severe sanzioni contro gli
"infiltrati" e la loro riespulsione. Questa legge è applicata
soltanto nei confronti di chi non è Ebreo e vuole ritornare nel suo paese[22][22]. Si rimprovera spesso ai paesi arabi di aver mantenuto i rifugiati
palestinesi nei campi per sfruttarli politicamente, invece di integrarli. Coloro
che formulano tali rimproveri evitano volutamente di parlare del diritto dei
rifugiati palestinesi di ritornare nel proprio paese. Dimenticano anche che dal
1967 Israele controlla 19 campi in Cisgiordania e 8 campi nella striscia di
Gaza; i rifugiati di questi campi si trovano ad alcuni chilometri dalle loro
case e dalle proprie terre d´origine, ma è loro vietato ritornarvi. Il loro
crimine: non sono Ebrei. Facciamo notare che tranne una o due eccezioni, anche i movimenti di
pace israeliani che si oppongono alla politica di occupazione israeliana
rifiutano di riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. E´ il
caso del Centro internazionale per la pace nel Vicino Oriente che organizza
numerosi colloqui sulla questione palestinese senza parlare dei rifugiati. Arieh
Yaari, direttore accademico di questo Centro, afferma in una corrispondenza che
i rifugiati non saranno autorizzati a ritornare nelle loro case alfine di
mantenere il carattere ebraico dello Stato d´Israele. Il diritto al ritorno è
pure negato da Adam Keller, capo redattore di "The other Israel",
bollettino d´informazione pubblicato dal Consiglio israeliano per la pace
israelo-palestinese (di cui fanno parte Uri Avnery e Matti Peled). La stessa
posizione è sostenuta da A. B. Yehoshua, professore all´Università di Haifa e
membro di un gruppo di intellettuali israeliani che si oppone alla politica
israeliana[23][23]. Si sente spesso un argomento molto curioso sostenuto anche da
diplomatici israeliani. Dicono che Israele ha accolto migliaia di Ebrei arabi e
di conseguenza i paesi arabi devono prendere in scambio i non Ebrei di
Palestina. Non si tiene però conto che i non Ebrei di Palestina desiderano
ritornare nel proprio paese e non hanno mai accettato lo scambio tra loro e gli
Ebrei arabi che sono andati in Israele. Certamente la partenza degli Ebrei arabi è stata talvolta causata
dalle angherie commesse contro di loro da parte dei regimi arabi. Lo Stato d´Israele
ha tuttavia una pesante responsabilità nel deterioramento dei rapporti tra gli
Ebrei arabi e i regimi dei loro rispettivi paesi. Questi Ebrei sono stati spesso
spinti da Israele a lasciare i loro paesi: alcuni sono stati caricati a forza
sui battelli[24][24]
come oggi lo Stato d´Israele tenta di fare con gli Ebrei sovietici[25][25].
I servizi segreti israeliani sono arrivati fino a gettare delle bombe in una
sinagoga di Bagdad per far credere agli Ebrei che erano perseguitati in Irak.
Aggiungiamo pure che i Palestinesi accettano che gli Ebrei che desiderano
ritornare nei loro paesi d´origine possano farlo liberamente[26][26]. Segnaliamo infine che Israele, vietando ai rifugiati palestinesi di
ritornare nel loro paese, viola la Dichiarazione universale dei diritti dell´uomo
il cui articolo 13, secondo capoverso dice: "Ogni persona ha il diritto di
lasciare qualsiasi paese, compreso il suo, e di ritornare nel suo paese". 5.
Confisca dei beni dei non Ebrei L´acquisizione delle terre della Palestina figurava tra i principali
obiettivi del movimento sionista fin dalla sua creazione alla fine del secolo
scorso. Mentre fino al 1948 questo movimento era stato obbligato a procedere in
modo molto discreto alternando le lusinghe alla pressione o alle minacce velate,
immediatamente dopo la creazione dello Stato d´Israele ha potuto dare libero
corso alle sue ambizioni grazie a tutto un apparato giuridico contro i
Palestinesi non Ebrei. Una prima legge è stata votata nel 1950 e riguarda i beni dei
proprietari assenti[27][27].
Era considerato assente non soltanto chi è stato espulso da Israele o è dovuto
fuggire di fronte ai massacri, ma anche le persone che si erano spostate da una
regione all´altra durante le ostilità o per affari. Era sufficiente che un non
Ebreo avesse lasciato il suo domicilio durante alcuni giorni affinché fosse
considerato come assente, anche se nel frattempo era rientrato; bastava anche l´attestazione
dell´amministrazione che stabiliva che un tale era considerato come assente,
anche se non lo era stato veramente. La legge aggiungeva anche che l´amministrazione
non poteva essere citata davanti a un tribunale per la sua decisione. Le terre e
i beni mobili degli uni e degli altri sono stati presi da Israele e posti sotto
la custodia di un tutore che poteva disporne a piacimento. Secondo l´annuario
del governo del 1959, i beni rurali dei proprietari non Ebrei dichiarati in tal
modo assenti riguardavano 300 villaggi abbandonati o parzialmente abbandonati:
per quanto concerne i beni urbani, si tratta di 25 416 costruzioni con 45 497
appartamenti e 10 729 locali commerciali, laboratori, ecc.[28][28]. La seconda legge è un regolamento urgente di difesa ereditato dal
periodo del mandato britannico e mantenuto in vigore da Israele. L´articolo 125
di questo regolamento permetteva alle autorità di dichiarare chiusa una
determinata zona. In tal modo si espellevano gli abitanti non Ebrei dai loro
villaggi dichiarati zone vietate[29][29]. Una terza legge del 1949, detta legge d´urgenza, zona di sicurezza,
permetteva alle autorità di espellere gli abitanti di un villaggio e di vietar
loro l´accesso, che era concesso soltanto agli Ebrei[30][30]. Una quarta legge del 1949 permetteva a Israele di spossessare i
contadini non Ebrei delle loro terre, giudicate "mal sfruttate", per
darle ai kibbutz[31][31]. Una quinta legge del 1949 mirava a colmare le lacune che potevano
presentare le leggi precedenti. Questa legge permetteva alle autorità di
impossessarsi della terra di un non Ebreo per ragioni di sicurezza o per altre
ragioni e giungeva sempre allo stesso risultato: spossessare il Palestinese non
Ebreo della sua terra per attribuirla agli Ebrei[32][32]. Una sesta legge del 1953 corona le prime cinque leggi. Essa regolava il
trasferimento della proprietà delle terre confiscate secondo le precedenti
leggi all´autorità di sviluppo[33][33]. Si sente spesso dire che i Palestinesi hanno venduto le loro terre all´Agenzia
ebraica e al Fondo nazionale ebraico. Tuttavia, fino alla creazione dello Stato
d´Israele, queste organizzazioni avevano potuto acquistare al massimo 936 000
dunum (1 dunum = 900 m2), ciò che rappresenta il 3,5% della Palestina sotto
mandato o circa il 5% del territorio d´Israele fino al 1965. Il Fondo nazionale
ebraico stima che le terre appartenenti a Palestinesi cadute nelle mani dello
Stato ebraico rappresentano circa l´88% dell´insieme delle terre della
Palestina nelle frontiere dell´armistizio del 1949[34][34]. Sulle terre rubate ai Palestinesi non Ebrei, lo Stato d´Israele ha
creato nuove località, kibbutz e mochav. I non Ebrei non possono diventare
cittadini di queste località (costruite sulle loro terre); vi sono ammessi
soltanto come lavoratori. Significativo è il caso di una ragazza Ebrea che
viveva in un kibbutz, sposata con un giovane Palestinese, la quale si è vista
vietare di restare nel kibbutz benché esso fosse localizzato sul luogo dove
esisteva il villaggio, distrutto, di questo Palestinese[35][35]. 6.
Gli Ebrei sostituiscono i non Ebrei L´espulsione massiccia dei non Ebrei aveva come scopo di vuotare il
paese. Per far venire gli Ebrei al loro posto, lo Stato d´Israele ha forgiato
un arsenale giuridico che mira a garantire la maggioranza ebraica nel paese. La legge del ritorno del 1950 accorda a ogni Ebreo il diritto di
immigrare in Israele[36][36].
Un emendamento del 1970 precisa: "Per le necessità di questa legge, è
considerata come ebraica una persona nata da madre ebrea o convertita (all´ebraismo)
e che non appartiene a un´altra religione"[37][37]. Una legge del 1952 accorda automaticamente la nazionalità a ogni Ebreo
che si trovava in Palestina prima della creazione dello Stato d´Israele e a
ogni Ebreo che vi giunge dopo la sua creazione[38][38].
Un emendamento del 1971 permette perfino di accordare la nazionalità israeliana
senza la necessità di venire ad installarsi in Palestina[39][39].
Nel 1977 Claude Klein scrisse: "Dall´adozione di questo emendamento sembra
che parecchie centinaia di persone abbiano beneficiato di questo modo molto
speciale di acquisire la nazionalità[40][40]. La facilità accordata agli Ebrei per l´acquisizione della nazionalità
contrasta con le difficoltà imposte al non Ebreo, anche se nato in Palestina.
Quest´ultimo dovrebbe adempiere cumulativamente a tre condizioni previste dall´articolo
3 della legge sulla nazionalità: - che sia stato registrato il 10 marzo
1952 come abitante, secondo l´ordinanza sul censimento del 1949; - che sia abitante d´Israele il 14
luglio 1952, data di entrata in vigore della legge sulla nazionalità; - che abbia soggiornato in Israele o in
un territorio diventato israeliano tra il 15 maggio 1948 e il 14 luglio 1952,
oppure che sia entrato legalmente in Israele durante questo periodo[41][41]. Queste condizioni draconiane miravano in effetti ad escludere dal
diritto al ritorno e alla nazionalità i Palestinesi rimasti in Palestina, ma
che non soddisfacevano alle tre condizioni summenzionate. Senza scomparire
completamente, questa situazione è stata modificata soltanto nel 1980, 32 anni
dopo la nascita dello Stato d´Israele[42][42].
Eliezer Peri, nel dibattito alla Knesset, segnalava che in virtù della legge
sulla nazionalità, prima della modifica, il 90% degli Arabi d´Israele poteva
essere considerato apolide. L´emendamento del 1950, molto complicato, può
essere utilizzato per privare della nazionalità dei Palestinesi nati in
Palestina e che non hanno mai lasciato Israele dopo la sua creazione. Inoltre
questa legge priva sempre della nazionalità i Palestinesi cacciati da Israele o
ai quali è vietato ritornarvi. Quanto agli Ebrei, sono gli unici che continuano
a beneficiare del diritto di venire ad installarsi in Israele qualunque sia il
luogo e la data della loro nascita[43][43]. Segnaliamo infine che i Palestinesi in Israele hanno una carta d´identità
che comincia con il numero 02, mentre il documento dei loro concittadini di
religione ebraica inizia con il numero 01; ciò riassume chiaramente il loro
statuto. 7.
Distruzione di località dei non Ebrei Nel settembre del 1987 il Fondo nazionale ebraico distribuiva un
documento per raccogliere 6 milioni di franchi alfine di creare una
"Foresta svizzera" nella regione di Tiberiade; il Fondo ringraziava
anticipatemente i benefattori il cui sostegno "permetterà di trasformare
un suolo desertico in una verde contrada". Questa strategia fa parte di una
propaganda largamente orchestrata per far credere che la Palestina era un
deserto fatto fiorire da Israele. Il Fondo non dice però che queste foreste si
trovano spesso dove prima c´erano villaggi palestinesi distrutti da Israele. E´
il caso del parco Canada creato dove prima esisteva il villaggio agricolo
palestinese di Emmaus, raso al suolo dalle escavatrici israeliane nel 1967. In effetti, dopo l´espulsione dei Palestinesi, lo Stato d´Israele ha
distrutto la maggior parte dei loro villaggi e ha creato al loro posto delle
foreste per nasconderne le tracce; queste foreste servono spesso per mascherare
istallazioni militari. Le terre agricole sono state attribuite ai kibbutz e ai
moshav abitati esclusivamente da Ebrei. Il professor Israel Shahak, dell´Università
ebraica di Gerusalemme, scrive a questo proposito: La verità sulle popolazioni arabe che
vivevano sul territorio dello Stato d´Israele prima del 1948, è uno dei
segreti meglio custoditi della vita israeliana. Nessuna pubblicazione, nessun
libro o opuscolo che dia il loro nome o la loro localizzazione. Certamente
questo silenzio ha per scopo di rendere credibile il mito, accettato
ufficialmente, "di un paese desertico". Questo mito è insegnato e
ammesso nelle scuole israeliane e ripetuto ai visitatori. Una simile
falsificazione dei fatti rappresenta una delle più gravi infrazioni alla legge
morale e costituisce uno degli ostacoli più grandi a ogni possibilità di pace:
una pace che non sia basata né sulla forza, né sull´oppressione. A mio avviso
questa falsificazione è tanto più grave in quanto è quasi universalmente
accettata fuori dal Vicino Oriente. Siccome i villagi arabi furono quasi
completamente distrutti con le loro case, i recinti, come pure i cimiteri e le
tombe, e non è rimasta visibile nemmeno una pietra, i visitatori possono
accettare l´idea che in quel posto ci fosse solo un deserto[44][44]. La lista stabilita da Israel Shahak e verificata da Christoph Uelinger[45][45]
comprende 383 villaggi palestinesi distrutti, ripartiti come segue: Distretto di Gerusalemme
37
Distretto di Safad
76 Distretto di Beersheba
1
Distretto di Hebron
15 Distretto di Ramle
54
Distretto di Gaza
45 Distretto di Tulkarem
10
Distretto di Jaffa
19 Distretto di Acre
25
Distretto di Haifa
45 Distretto di Jenin
6
Distretto di Nazareth
4 Distretto di Tiberiade
24
Distretto di Beisan
22 Ciò rappresenta circa l´81% dell´insieme delle località palestinesi
che esistevano all´interno delle frontiere prima del 1967. A questi villaggi
bisogna aggiungere un gran numero di tribù espulse o massacrate, la cui lista
è riprodotta dal Professor Shahak. Aggiungiamo inoltre che i non Ebrei di città
come Tiberiade, Safad, Majdal (Ashqelon), Isdud (Ashdod), Beersheba sono stati
quasi interamente espulsi. A Lod, Ramle, Jaffa, Haifa e Acre, i non Ebrei sono
stati in gran parte espulsi e quelli che sono rimasti sono stati alloggiati in
ghetti usando la forza[46][46]. Significativo è il caso di Biram, un villaggio cristiano nel nord d´Israele.
Un prete melchita originario di Biram, Padre Chacour, racconta che nel 1948 gli
abitanti di questo villaggio ricevevano gli Ebrei che erano appena arrivati per
mostrar loro che da qualche parte in questo mondo c´erano persone disposte ad
accoglierli generosamente dopo le persecuzioni naziste. I soldati israeliani
hanno allora ordinato ai padri di famiglia di consegnar loro le chiavi di casa e
di partire per due settimane. Durante queste due settimane gli abitanti di Biram
hanno dormito nelle caverne, nelle grotte e sotto gli ulivi.. Dopo di che i
padri di famiglia sono andati dai soldati per poter ritornare, siccome avevano
ricevuto una promessa scritta dall´esercito che sarebbero stati autorizzati a
ritornare dopo due settimane. Ma non sono mai ritornati: sono stati condotti con
autocarri militari fino alla frontiera d´Israele e sono stati espulsi. Hanno
fatto il cammino da Naplus ad Amman, a Damasco, a Beirut come centinaia di
migliaia di altri Palestinesi. Alcuni sono tuttavia riusciti a infiltrarsi
segretamente attraverso la frontiera nord del nuovo Stato d´Israele per
raggiungere le loro donne e i loro bambini; gli altri sono diventati dei
rifugiati. La gente di Biram continua a chiedere il diritto di ritornare. Hanno
vinto la causa davanti ai tribunali israeliani, ma per persuaderli che non c´era
nessuna speranza di ritornare, Ben Gurion ha ordinato la distruzione del
villaggio il 16 settembre 1953. Nel 1987, quarant´anni dopo l´espulsione degli
abitanti, il gruppo del rabbino Meir Kahane, scortato dalla polizia, è andato a
cancellare le croci scolpite nelle pietre delle case ormai in rovina per
eliminare ogni segno cristiano. Nel mese di settembre dello stesso anno sono
ritornati per distruggere ciò che rimaneva della scuola e danneggiare una parte
della chiesa. Hanno aperto la tomba del prete che era morto otto mesi prima e
che era stato sepolto in chiesa e hanno distrutto la tomba. Nessuna sanzione è
stata presa dal governo israeliano in seguito a questi fatti[47][47]. Va da sè che non soltanto sono scomparse le località, ma anche i
luoghi di culto non ebraici; quelli che restano sono stati talvolta profanati.
La moschea di Safad è stata trasformata in una galleria d´arte; quelle di
Cesarea e di Ain Hud, in ristorante e in bar; quella di Beersheba, in museo; l´hotel
Hilton di Tel Aviv, l´hotel Plaza di Gerusalemme e i parchi adiacenti si
trovano su cimiteri mussulmani[48][48]. 8.
Distruzioni ed espulsioni dopo il 1967 Dopo la guerra del 1967, Israele ha proceduto a distruzioni di villaggi
non ebraici, ma su scala minore rispetto a quanto aveva fatto al momento della
sua creazione nel 1948. Nella regione di Latrun, gli abitanti di Beit-Nuba, Yalu ed Emmaus
hanno ricevuto l´ordine di lasciare i loro villaggi prima che le escavatrici
demolissero tutte le case. I vecchi e gli ammalati che non sono potuti partire
sono stati sepolti vivi sotto le macerie delle loro case. Le terre e le macchine
agricole sono state consegnate ai kibbutz vicini. Al posto di questi villaggi,
Israele ha piantato una foresta per il tempo libero, chiamata "Parco
Canada" , finanziata dalla comunità ebraica canadese; il parco è costato
15 milioni di dollari, secondo un documento distribuito ai visitatori. I
precedenti abitanti non sono nemmeno autorizzati a sepellire i morti vicino ai
loro antenati; alcuni hanno preso il cammino verso la Giordania, altri sono
stati posti in campi di rifugiati[49][49]. Segnaliamo infine che l´aviazione israeliana, sorvolando a bassa
altitudine i campi vicino a Gerico, ha fatto fuggire 70 000 rifugiati
palestinesi verso l´altra riva del Giordano; dopo la guerra non furono
autorizzati a ritornare. Al giorno d´oggi in Israele numerose voci chiedono l´espulsione di
tutti i Palestinesi "non Ebrei" dai Territori occupati da Israele nel
1967. Queste idee erano giá state sviluppate nel giornale Davar del 29
settembre 1967 da Joseph Weitz, vice presidente del Comitato di direzione del
Fondo nazionale ebraico dal 1951 al 1973. Secondo Weitz, lo Stato d´Israele -
comprendente la Cisgiordania, la striscia di Gaza, il Sinai e le alture del
Golan - doveva rimanere uno Stato ebraico, con una piccola minoranza non ebraica
inferiore al 15%. E aggiungeva: Detto tra noi, deve essere chiaro che
non c´è posto nel paese per due popoli. Con gli Arabi, non sarà possibile
raggiungere il nostro scopo, quello di essere un popolo indipendente in questo
paese. La sola soluzione è una terra d´Israele senza Arabi, almeno nella sua
parte occidentale ... e l´unica possibilità consiste nel trasferimento degli
Arabi che si trovano qui verso i paesi vicini, trasferirli tutti, senza lasciare
un solo villaggio o una sola tribu, e il trasferimento deve aver luogo verso l´Irak,
la Siria e la Transgiordania. Per raggiungere questo scopo bisogna trovare del
denaro, molto denaro; soltanto con un simile trasferimento il paese può
assorbire milioni di nostri fratelli Ebrei. Non esiste un´altra alternativa[50][50]. Joseph Weitz è coerente con le sue idee: già nel settembre 1948
dichiarava che non bisogna dar tregua ai rifugiati palestinesi per allontanarli
il più possibile dalle loro terre[51][51]. In una riunione tenuta a Tel Aviv nel febbraio 1988, il generale
israeliano Zeevi, soprannominato Gandhi, proponeva di risolvere il problema dei
Palestinesi dei territori con un trasferimento nei paesi arabi vicini affermando
che "non esiste una soluzione più giusta e più umana"[52][52].
Zeevi ripeteva la sua idea alla Radio israeliana il 28 giugno 1988[53][53].
Questo "Gandhi" israeliano non dice come conta di fare se i
Palestinesi rifiutano di lasciare il loro paese. Non dice nemmeno quale crimine
è stato commesso da questi Palestinesi per essere deportati dal loro paese, e
nemmeno che cosa intende fare delle loro terre e dei loro beni. Si impone allora
una domanda: questi Palestinesi sarebbero candidati alla deportazione se fossero
Ebrei? Non essere Ebreo è dunque un crimine? La prospettiva della messa in atto di questo programma è probabilmente
una delle ragioni della ruttura dei legami legali tra la Cisgiordania e la
Transgiordania, decisa il 31 luglio 1988 da re Hussein il quale non vuole veder
arrivare migliaia di nuovi rifugiati nel suo regno. L´Egitto sarebbe in possesso di rapporti secondo i quali i
responsabili israeliani starebbero pianificando di incoraggiare azioni ebraiche
estremistiche contro i Palestinesi di Cisgiordania e Gaza. Il Primo Ministro
Shamir e l´ex Ministro della Difesa Rabin si sarebbero incontrati con dirigenti
e militanti di organizzazioni estremiste come Kach, Gush Emunim, I figli di
Giudea, il gruppo Gad e il gruppo Terrorismo contro terrorismo; avrebbero
discusso i piani di azione per intimidire i Palestinesi. Questi gruppi avrebbero
ricevuto delle assicurazioni da parte delle autorità che non sarebbero stati
perseguiti in caso di utilizzazione della violenza per adempiere il loro compito[54][54].
Si tratta dunque di una ripetizione dell´accordo concluso nel 1948 tra il
gruppo dell´Irgun e l´Agenzia ebraica con lo scopo di cacciare i Palestinesi.
Ciò spiega l´impunità con la quale i coloni israeliani uccidono o feriscono i
Palestinesi con le armi messe a disposizione dall´esercito. Accanto a questo programma di espulsioni in massa, Israele procede a
espulsioni individuali di Palestinesi. Le Monde stima che tra giugno l987 e
giugno 1988 sono state deportate 2000 persone[55][55].
Le deportazioni sono diventate sempre più numerose a partire dall´insurrezione
palestinese del dicembre 1987. La corte suprema israeliana tollera queste
deportazioni contrarie al diritto internazionale. In un rapporto del luglio
1989, la Commissione Giustizia e Pace di Gerusalemme segnala che "dall´inizio
dell´Intifada circa 8000 persone dei Territori occupati si trovano senza
alloggio a causa della distruzione o della chiusura d´autorità delle loro
case". Un´altra soluzione è presentata e sostenuta da gruppi israeliani che
hanno lanciato una campagna "contro il pericolo demografico"
rappresentato dalla popolazione palestinese dei Territori occupati[56][56].
Al momento dell´apertura ufficiale della campagna elettorale israeliana, il 6
settembre 1988, Peres dichiarava: "Noi ci libereremo di Gaza e dei
territori nei quali vive una forte concentrazione araba e continueremo a essere
una numerosa popolazione ebraica su un vasto territorio"[57][57]. Questo argomento non è meno razzista di quello sviluppato dai
movimenti che cercano l´espulsione. Inoltre, in entrambi i casi, non si dice
una parola sui diritti dei rifugiati espulsi nel 1948. Come si può pretendere
di cercare la pace con persone che sono state espulse e alle quali si nega il
diritto di vivere sulle proprie terre? Una terza soluzione è sostenuta da un gruppo chiamato "Movimento
per una confederazione israelo-palestinese" presieduto attualmente da André
Chouraqui. Come dice il suo nome, questo movimento vorrebbe la costituzione di
uno Stato federale tra Israele, la Cisgiordania, Gaza ed eventualmente la
Transgiordania. La sua posizione è tuttavia altrettanto razzista di quella dei
movimenti precedenti in quanto rifiuta di riconoscere il diritto dei rifugiati
espulsi nel 1948. In un documento diffuso recentemente[58][58],
si dice che i rifugiati dovranno risiedere nella parte palestinese della
confederazione. 9.
Diritti politici dei non Ebrei Fin dalla sua creazione Israele ha manifestato la volontà di essere
uno Stato ebraico, il che significa, secondo un´espressione di Shimon Peres,
"uno Stato in cui gli Ebrei sono una chiara maggioranza"[59][59].
Come abbiamo appena detto, ciò implica l´espulsione della maggior parte dei
non Ebrei. E´ dunque praticamente impossibile aspettarsi da questo Stato che
tratti allo stesso modo Ebrei e non Ebrei. E´ vero che il diritto di voto e di essere eletto è assicurato ai non
Ebrei che vivono all´interno delle frontiere fissate dall´armistizio del 1949
come pure agli abitanti di Gerusalemme Est, ma ciò non deve indurre in errore.
I partiti politici israeliani, tranne una o due eccezioni di poca consistenza,
professano tutti l´ideologia sionista e sono apertamente favorevoli alla
discriminazione contro chi non è Ebreo. I voti di questi ultimi sono ottenuti
soltanto grazie a pressioni, ricatti e promesse di aiuto materiale; si spiega
così perché anche partiti di destra raccolgono voti tra i non Ebrei. Le autorità israeliane impediscono a chi non è Ebreo di formare
propri partiti politici o di organizzarsi per unificare i voti per difendere i
propri diritti. Parecchi mezzi tecnici o repressivi sono utilizzati per impedire
la creazione di un gruppo omogeneo di deputati non Ebrei. I partiti politici che
sollecitano i voti dei non Ebrei, invece di sostenere una sola lista
centralizzata, stabiliscono diverse liste[60][60]. I partiti che beneficiano della simpatia dei non Ebrei sono
contrastati. Un caso merita di essere citato. Il 28 giugno 1988 é stato aperto
un processo contro sette membri del comitato esecutivo della lista progressista
per la pace, tutti non Ebrei di Nazaret, accusati di appoggio a "movimenti
terroristici" per aver pubblicato un articolo non firmato su un giornale
israeliano in ligua araba nel giugno 1985. L´articolo sosteneva l´autodeterminazione
del popolo palestinese sotto la direzione dell´OLP. Il processo è stato
rinviato al mese di ottobre 1988, ma nel frattempo decine di attivisti non Ebrei
di questo partito sono stati interpellati e interrogati dal servizio di
sicurezza che ha consigliato loro di militare in altri partiti. Inoltre i fondi
accordati a questo partito per la sua campagna elettorale sono stati congelati
fino alla decisione della Commissione centrale delle elezioni (composta
unicamente da Ebrei) che è stata presa solo il 18 ottobre. Pur avendo vinto la
causa, il partito disponeva ormai di un lasso di tempo molto corto per svolgere
la sua campagna elettorale in vista delle elezioni del primo novembre 1988[61][61]. E´ interessante esaminare alcune cifre per mostrare il posto accordato
ai Palestinesi nel loro paese; i non Ebrei in Israele rappresentano: - circa il 17% della popolazione all´interno delle frontiere esistenti
prima del 1967; - circa il 37% della popolazione all´interno delle frontiere dopo il
1967. Nell´organo legislativo, la Knesseth, i deputati non Ebrei sono solo
il 6%[62][62].
Non hanno nessun potere di influenzare la politica israeliana; non hanno il
diritto di partecipare a numerosi comitati parlamentari per il solo fatto di non
essere Ebrei. Si può perciò dire che la loro presenza nella Knesset ha il solo
ruolo di dare un simulacro di democrazia allo Stato d´Israele. Nei poteri esecutivo e giudiziario la rappresentanza non ebraica è
nulla: - nessun non Ebreo è diventato presidente, primo ministro, ministro,
vice ministro o ministro senza portafoglio; - nessun non Ebreo è stato nominato ambasciatore d´Israele. Un solo
non Ebreo è stato nominato console in uno Stato degli Stati Uniti; - nessun non Ebreo fa parte della Corte suprema. Per comprendere il carattere discriminatorio di questo sistema, basta
fare un confronto con i posti occupati da Ebrei in Francia o negli Stati Uniti
nonostante la scarsa consistenza numerica di questa comunità che non supera il
2% della popolazione di questi due paesi. Aggiungiamo che gli abitanti della Cisgiordania e di Gaza non hanno il
diritto di partecipare alla vita politica israeliana o di formare un partito
politico. Non possono né eleggere né essere eletti e a loro sono impedite
anche le elezioni municipali. Soltanto nel 1976 questi abitanti hanno avuto il
diritto di eleggere i loro sindaci, ma Israele si è affrettato a dimetterli
dalle loro funzioni per sostituirli con persone di suo gradimento. I sindaci
eletti sono stati deportati o perseguitati. Si comprende perciò la sfiducia
manifestata nei confronti del piano di Shamir che prevede delle elezioni nei
Territori occupati prima della fine dell´occupazione militare israeliana. Nulla
garantisce che le persone che saranno elette non siano a loro volta dimesse
dalle loro funzioni e deportate da Israele per privare dei suoi dirigenti il
popolo palestinese dei Territori occupati. 10.
Diritti economici e culturali dei non Ebrei Ian Lustick, un autore israeliano, utilizza il termine di
"sottosviluppo" quando parla del settore arabo che considera come
"una delle caratteristiche più scioccanti della struttura economica d´Israele"[63][63].
Nel 1960 il reddito annuo di un impiegato agricolo non Ebreo era il 40% del
reddito di un Ebreo. Il reddito pro capite della popolazione non ebraica nel
1971 rappresentava il 66% del reddito medio pro capite. Ecco un confronto riguardante il possesso di alcuni beni[64][64]: 1974
% famiglie israeliane
% famiglie non Ebree frigorifero
94.2
53.8 telefono
48.0
7.0 televisione
79.7
46.2 automobile
26.1
11.5 Il tasso di mortalità infantile per mille abitanti era
il seguente: Anno
Ebrei
Non Ebrei 1960
27.2
48.0 1967
20.8
44.3 1974
19.2
37.0 Questa disparità tra Ebrei e non Ebrei si riscontra anche in alcune
attività professionali. Gli Ebrei occupano la maggior parte delle funzioni
scientifiche, accademiche e tecniche. D´altra parte lo Stato d´Israele
attribuisce alle località dette "ebraiche" sovvenzioni molto più
elevate di quelle attribuite alle località dette "non ebraiche". Ian
Lustick ha studiato 20 località "ebraiche" e 20 località "non
ebraiche" e ha costatato che le località "ebraiche" hanno
ricevuto 1855 lire israeliane mentre quelle "non ebraiche" soltanto
222 lire pro capite[65][65]. In campo educativo, gli studenti non Ebrei non sono ammessi a tutte le
facoltà oppure sono sottoposti a criteri di selezione più duri. Nel 1987 è
stato deciso che la tassa d´iscrizione all´Università ammonterebbe a 1050.-
dollari USA per uno studente ebraico e a 1550.- dollari USA per gli altri[66][66].
Inoltre, una volta diplomati, i giovani non Ebrei incontrano difficoltà molto
maggiori rispetto ai loro colleghi Ebrei per trovare un lavoro che corrisponda
alla loro formazione. 11.
Diritti economici e culturali nei Territori occupati Nella stampa si afferma spesso che Israele ha creato cinque università
per i Palestinesi. Non si dice tuttavia che queste università non sono state
create da Israele, ma dai Palestinesi e sono finanziate nella misura dell´80%
dall´Associazione delle università arabe. Dal canto suo, il Vaticano aiuta l´Università
di Betlemme. A causa della censura, queste università incontrano enormi
difficoltà per acquistare i libri per le biblioteche, libri che possono invece
essere acquistati dalle università israeliane. Ci sono problemi anche per
quanto riguarda altre infrastrutture: autorizzazione per costruire nuove
sezioni, attribuzione dei collegamenti telefonici, ... Non si contano gli ordini di chiusura. L´esercito israeliano fa spesso
irruzione in queste università, devasta i locali, arresta o maltratta gli
studenti e i professori; ci sono stati morti, feriti e deportazioni. Hanna
Nasir, un cristiano presidente dell´Università di Bir Zeit, è stato portato
di notte con un elicottero fino alla frontiera libanese, senza documenti, e gli
è stato negato il diritto di ritornare nel suo paese[67][67]. In Cisgiordania, l´assenza di una struttura statale civile e le
innumerevoli difficoltà imposte alle iniziative economiche private, impediscono
la creazione d´impieghi. Si contano 10 000 giovani universitari diplomati senza
lavoro. Questa situazione si riflette sull´emigrazione: prima dell´occupazione
del 1967, nella città di Gerusalemme vivevano 20 000 cristiani. Oggi ne
rimangono solo 6000 nella parte vecchia della città e forse 10 000 nell´agglomerato
di Gerusalemme[68][68].
In un paese in cui le condizioni di vita sono estremamente difficili per chi non
è Ebreo, la libertà di religione rappresenta una parola vuota. Le Chiese
stanno diventando dei musei e la Terra Santa si vuota dei testimoni viventi del
Cristo. 12.
Legge anti missionaria Il 27 dicembre 1977 la Knesset vota una legge che stipula: 1. Colui che dà o che promette di dare
denaro, qualcosa di equivalente o un altro vantaggio per allettare una persona
affinché cambi religione o affinché induca un´altra a cambiare religione, è
passibile di 5 anni di prigione o di una multa di 50 000 lire israeliane. 2. Colui che riceve o accetta di
ricevere denaro o qualcosa di equivalente o un altro vantaggio in cambio di una
promessa di cambiare religione o per indurre un´altra persona a cambiare
religione, è passibile di 3 anni di prigione o di una multa di 30 000 lire
israeliane[69][69]. Questa legge, accettata dalla Knesset in modo eccezionalmente rapido,
rappresentava una concessione del partito Likud al partito nazional religioso e
a Agudat Israel. Benché formulata in termini generali, ha per scopo di impedire
le conversioni dal giudaismo al cristianesimo. La rivista Vicino Oriente
cristiano scrive che il dibattito che ha preceduto il voto sulla legge è stato
un "festival anti cristiano" e il progetto di legge fu solo un
pretesto per dare libero corso al risentimento provato nei confronti dei
cristiani. La rivista aggiunge: Il fatto che la legge sia poco precisa e
che durante la discussione si siano udite dichiarazioni che costituivano un´incitazione
all´odio, indica in modo inquietante la vera intenzione di chi ha presentato la
legge: farne un´arma potente nella loro campagna lunga e radicale per mettere
fine alla presenza dei testimoni della fede cristiana in Israele[70][70]. Tralasciamo di menzionare il grande numero di attacchi contro i luoghi
di culto crisitiani e mussulmani perpetrati da gruppi ebraici che non sono quasi
mai puniti[71][71]. 13.
Conversione al giudaismo Commentando la legge anti missionaria summenzionata, Monsignor Kaldani,
vicario patriarcale latino in Israele, dice: L´essenza primordiale della legge è di
proteggere il debole. Ci si domanda se la nuova legge ... proteggerà anche i
cristiani che vivono in mezzo alla società ebraica contro le pressioni e gli
allettamenti che hanno portato molti di loro a cambiare religione contrariamente
alle loro convinzioni[72][72]. La volontà ebraica di convertire i cristiani al giudaismo è
confermata dal professor Israel Shahak che scrive: ... lo Stato d´Israele spende tanta
energia per convertire i non Ebrei al giudaismo e si comporta come Luigi XIV
quando voleva convertire i protestanti al cattolicesimo. I motivi sono simili
come pure il timore isterico di vedere gli Ebrei adottare un´altra religione.
Le pressioni esercitate in Israele ad ogni livello - dalle maestre d´asilo alla
scuola, dall´esercito ai sindaci - sui non Ebrei (e in particolare sui
cristiani) affinché aderiscano al giudaismo ricordano la Francia del XVII
secolo ... Gli stessi cristiani si trovano in una posizione particolarmente
difficile in quanto non sono circoncisi e quindi facilmente individuabili[73][73]. Bisogna notare il caso degli Ebrei sposati con cristiani che lasciano i
paesi dell´Est. Convinti che la futura integrazione di queste coppie e dei loro
figli in Israele fosse condizionata dalla conversione al giudaismo dei membri
cristiani della famiglia, gli emissari dell´Agenzia ebraica hanno cercato di
facilitare questa conversione al momento del passaggio delle coppie miste a
Vienna. E´ stato istituito una specie di tribunale rabbinico grazie al quale,
con un metodo che si potrebbe qualificare di "giudaismo senza
lacrime", decine di non Ebrei sono diventati Ebrei[74][74].
Ciò è contrario ai diritti dell´uomo. Perché l´Austria mantiene il silenzio
su questi comportamenti che si svolgono sul suo territorio? Al momento della discussione sulla legge "anti missionaria",
un deputato della Knesset ha dichiarato: "l´Agenzia ebraica ... è
colpevole di usare vantaggi materiali per forzare la gente a convertirsi al
giudaismo. I diritti e i vantaggi degli immigranti sono offerti solo agli Ebrei.
Nel caso di matrimoni misti in cui la donna non è Ebrea, si è avvertiti della
necessità della conversione se si vuole beneficiare dei diritti e dei vantaggi
di questo statuto". Questo deputato ha segnalato che "ogni anno
centinaia di non Ebrei si convertono al giudaismo contro quattro o cinque Ebrei
che si convertono al cristianesimo"[75][75]. 14.
Matrimoni misti Il professor Israel Shahak cita il seguente caso: Hanannia Deri, un
rabbino di Jaffa, è impiegato dal 1967 dal rabbinato superiore israeliano [in
modo ufficiale] e dalle autorità militari [ufficiosamente] per ritrovare le
persone di "sangue ebreo" e riportarle alla religione dei padri. Una
ragazza ebrea di Haifa, Raya, sposata contro la sua volontà con un uomo di 50
anni, fuggì con un giovane mussulmano e andò a vivere con la famiglia di lui a
Ramallah dove sposò il suo fidanzato; vivevano nel quartiere dei rifugiati ed
ebbero 2 figli. Nel 1972 Raya venne denunciata al rabbino Hanannia Deri il quale
un mattino arrivò al domicilio della famiglia con un´automobile dell´esercito,
accompagnato dai soldati. Ordinò a Raya di accompagnarlo a Haifa , dove venne
tenuta prigioniera nalla casa di suo fratello. Durante questo periodo l´esercito
e la polizia fecero pressione sul marito. Il rabbino cercò di convincerlo a
divorziare o a convertirsi al giudaismo; analoghe pressioni vennero esercitate
sui 2 figli. Israel Shahak dice: "E´ uno degli 80 casi di cui si vanta il
rabbino Deri"[76][76]. 15.
Un progetto di legge del rabbino Kahan Un deputato conservatore, Michael Eitan, ha diffuso alla Knesset un
testo che compara il progetto di legge proposto alla Knesset nel settembre 1984
dal rabbino Kahan con la legge proposta da Hitler al Reichstag nel 1935. Ci
limitiamo a riprodurre le proposte del rabbino Kahan: - Chi non è Ebreo non potrà risiedere
all´interno della città di Gerusalemme. - Ai cittadini e residenti Ebrei, uomini
e donne, è vietato sposare dei non Ebrei, in Israele o all´estero. I matrimoni
misti non sono riconosciuti dalla legge. - Ci sarà separazione assoluta tra gli
istituti scolastici ebrei e non ebrei. - Sono vietate le relazioni sessuali,
complete o parziali, tra cittadini ebrei, uomini e donne, e non ebrei, comprese
le relazioni extraconiugali. Le violazioni saranno condannate con 2 anni di
prigione. - Un non Ebreo che ha relazioni sessuali
con una prostituta ebraica o con un uomo ebreo è passibile di 5 anni di
prigione. Una prostituta ebrea o un uomo ebreo che ha relazioni con un uomo non
Ebreo è pure passibile di 5 anni di prigione. - I campi estivi e ogni altra attività
mista tra Arabi ed Ebrei saranno aboliti. Programmi di visite tra allievi ebrei
e arabi nei loro villaggi o nelle rispettive case saranno aboliti. Saranno
vietati i viaggi all´estero in cui un ragazzo ebreo è ospite di una famiglia
non ebrea come pure analoghe visite in Israele da parte di non Ebrei[77][77]. Si può certamente ricordare che il 18 ottobre 1988 la Corte suprema
israeliana ha qualificato il rabbino Kahan come razzista e ha vietato al suo
partito, il Kach, di partecipare alle elezioni del primo novembre 1988, ma non
bisogna però dimenticare che la Knesset comprende sempre 3 altri partiti
politici che condividono le opinioni del rabbino Kahan: Tahiya (3 seggi),
Moledet (2 seggi) e Tsomet (2 seggi). Si dimentica anche che le sue opinioni si
ritrovano nei programmi politici del partito Likud e del partito laburista che
rifiutano ai rifugiati palestinesi il diritto di ritornare nel loro paese a
causa della loro appartenenza religiosa. Precisiamo inoltre che Kahan è stato sostenuto dall´alta gerarchia
religiosa israeliana come l´ex grande rabbino ashkenaze Shlomo Goren il quale
si è dichiarato contrario alla legge anti-razzista perché mirava a sopprimere
la distinzione tra i goym (i non Ebrei) e gli Ebrei. Sia Goren, sia l´attuale
grande rabbino ashkenaze si oppongono agli incontri tra giovani ebrei e giovani
non ebrei[78][78].
Una circolare distribuita il primo settembre 1985 dal Direttore del Dipartimento
dell´educazione religiosa del Ministero dell´Educazione a tutti i supervisori
e direttori delle scuole religiose vieta gli incontri tra giovani ebrei e arabi.
Il motivo: la paura dei matrimoni misti[79][79]. 16.
Una politica repressiva: due pesi, due misure Fin dall´occupazione del 1967 lo Stato d´Israele ha esercitato una
discriminazione sistematica nei confronti dei non Ebrei dei Territori occupati:
confisca le terre, distrugge le loro proprietà, gli alberi da frutto vengono
sradicati, imprigiona senza processi, deporta, ecc. Queste misure sono state
prese unicamente contro i non Ebrei. Un Ebreo che uccide un non Ebreo è punito con alcuni giorni di
prigione. Al contrario, un non Ebreo che uccide un Ebreo è spesso punito con l´ergastolo
e la sua casa viene distrutta. Si invoca spesso la legittima difesa a favore di
un Ebreo, ma mai a favore di un non Ebreo. Chi non è Ebreo non ha il diritto di
difendersi. I residenti dei kibbutz che si trovano su terre che appartenevano a
contadini palestinesi ricevono le armi da Israele e hanno il permesso di sparare
sui Palestinesi, i quali sono senza armi e senza difesa. Dall´inizio dell´Intifada (dicembre 1987), l´esercito israeliano ha
fatto largo uso dei gas lacrimogeni contro la popolazione non ebraica con lo
scopo dichiarato di disperdere i manifestanti ai quali non viene lasciata
nessuna alternativa per esprimersi. Queste bombe vengono utilizzate sia nel caso
di manifestazioni violente, sia contro i gruppi pacifisti. Contrariamente a
quanto lascia supporre il nome, il gas impiegato non provoca le lacrime, bensì
la soffocazione e la morte. Ci si può chiedere qual è lo scopo perseguito dai
soldati quando gettano bombe di gas lacrimogeno all´interno degli ospedali e
delle maternità dopo aver rotto le finestre. Nel solo ospedale di Shifa, a
Gaza, si sono registrati 70 nati-morti in una settimana. E a che cosa mirano i
soldati quando gettano queste bombe all´interno delle case durante i periodi di
coprifuoco imposti durante parecchi giorni e talvolta settimane? Si temono ora
gli effetti secondari dell´utilizzazione di questi gas: morti premature,
sterilità, ecc. L´8 dicembre 1988, Itzhak Rabin, ex Ministro israeliano della difesa,
ha detto che dal dicembre del 1987 c´erano stati 257 morti, 7000 feriti e 18
000 arresti fra i Palestinesi. Ha aggiunto che gli arresti non bastano più e
che occorre picchiare e ferire un maggior numero di Palestinesi[80][80].
Queste cifre, che non rappresentano necessariamente la realtà, mostrano l´ampiezza
della repressione israeliana contro i Palestinesi. I politici israeliani pongono continuamente il problema del pericolo
demografico rappresentato dal tasso di crescita del popolo palestinese. L´utilizzazione
del gas, l´impiego delle armi da fuoco, la prigione e la deportazione sono i
nuovi metodi israeliani per fronteggiare questo pericolo? Un giorno o l´altro
bisognerà porre questa domanda. Il 29 novembre 1988 un prete di Gerusalemme ci
ha spedito una lettera nella quale ci dice: "Ci sono testimoni che hanno
visto più volte i soldati colpire dei giovani sulle parti genitali
(recentemente a Ramallah e nei dintorni). I ragazzi non osano parlarne, ma le
loro madri dicono che non sono più degli "uomini". Non si tratta di
una forma di genocidio?" Conclusione Padre Elias Chacour è originario di Biram, uno dei villaggi distrutti
da Israele. In un´intervista rilasciata nel maggio 1988 all´Agenzia di Stampa
Internazionale Cattolica, dice: Siamo cittadini di seconda categoria, sì,
ci sono diverse categorie. In realtà, credo che c´è soltanto una zona in
Israele, quella dei cittadini ebrei. C´è in seguito la non-zona, il margine,
dove chi non è Ebreo è tollerato, ma non accettato, in quanto non è stata
trovata la soluzione per sbarazzarsene. Per fortuna ci sono degli Ebrei - pochi,
ma esistono - che protestano contro questa segregazione. Se Israele non cambia
fondamentalmente la sua politica, non si converte, cioè non cambia direzione
politica, temo che tra poco ci sia una sola opzione per sopravvivere qui, l´opzione
militare. La Palestina, fin dai tempi di Abramo, non ha mai accettato un
conquistatore che non abbia cercato di radicarsi nel territorio. Gli Israeliani
non si stanno radicando; stanno seminando l´odio nel cuore dei Palestinesi.
Devono cambiare in fretta se vogliono vivere e sopravvivere con una certa qualità
di vita umana in Medio Oriente[81][81]. Nel preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell´uomo del
10 dicembre 1988 si legge: ... è essenziale che i diritti dell´uomo siano protetti da un regime
di diritto affinché l´uomo non sia costretto, come ultimo ricorso, alla
rivolta contro la tirannia e l´oppressione. Non è questa la spiegazione della rivolta palestinese contro le
autorità israeliane che si ostinano ad uccidere, ferire, imprigionare,
soffocare con il gas e deportare? L´affermazione degli
autori della Dichiarazione universale dei diritti dell´uomno conferma un´altro
passo del profeta-poeta Isaia il quale, 2700 anni fa, diceva: "La pace sarà
il frutto della giustizia" (32:17). Se Israele cerca veramente la pace in Medio Oriente, deve conformarsi
al principio della giustizia invece di intestardirsi nella sua politica
contraria ai diritti dell´uomo. Deve quindi permettere ai rifugiati palestinesi
di ritornare alle loro terre e trattare i Palestinesi su un piano di uguaglianza
con gli Ebrei. Perché il fatto di essere cristiano o mussulmano fa si che un
Palestinese sia candidato ai campi per i rifugiati, alle prigioni, alla
deportazione o alla morte? E´ un crimine essere cristiano o musulmano? Il giorno in cui Israele considererà il cristiano, il mussulmano e l´ebreo
come esseri umani uguali e li tratterà allo stesso modo, quello sarà il primo
giorno di pace in Medio Oriente. L’oggetto della infuocata polemica è l’emendamento
alla legge sulla cittadinanza, approvato ieri dalla Knesset
in terza e definitiva lettura, che negherà alla coppie
miste, nelle quali uno dei membri è un palestinese della
Cisgiordania e di Gaza, il diritto alla residenza e alla
nazionalità israeliana. Per effetto di questa modifica
legislativa le coppie miste si troveranno nella situazione
drammatica di dover scegliere tra la separazione e
l’abbandono del Paese. La legge, che è passata con 53
voti favorevoli, 25 contrari e un’astensione dopo che il
premier Ariel Sharon aveva deciso di trasformarla in un voto
di fiducia alla sua persona, ha la durata di un anno e potrà
essere rinnovata di volta in volta. La legge, contestata dai
partiti dell’opposizione, ha suscitato non poco «disagio»
anche tra i deputati della coalizione. Un malessere a cui ha
dato voce il ministro dell’Interno Avraham Poraz, del
partito laico-centrista Shinui, il cui dicastero ha
l’autorità di concedere la cittadinanza e i permessi di
residenza: «Non posso certo dirmi entusiasta di questo
emendamento, ma vi sono considerazioni che riguardano la
sicurezza, di cui dobbiamo tenere conto», confessa Poraz,
ricordando che l’emendamento era stato proposto dal
precedente governo e, sollecitato, a quanto pare, dallo Shin
Bet (il servizio segreto per la sicurezza interna). Il capo del quale, Avi Dichter, aveva personalmente
caldeggiato davanti alla Commissione interni della Knesset
la modifica richiesta, affermando che 46 israeliani sono
stati uccisi e 136 sono rimasti feriti in attentati che sono
stati perpetrati da palestinesi dei Territori, sposati ad
arabe israeliane e divenuti residenti nel Paese grazie alla
legge sulla riunificazione delle famiglie. Il passo
legislativo sembra però avere ragioni più profonde che
vanno oltre quelle contingenti di sicurezza. «Il vero
obiettivo di questa legge è demografico», sostiene il
deputato arabo Ahmed Tibi (Hadash), nell’attaccare
l’emendamento. Le autorità sostengono che nell’arco
degli ultimi dieci anni 146mila palestinesi nei Territori,
sposati ad arabe israeliane, sono legalmente divenuti
residenti in Israele, realizzando così indirettamente il «diritto
al ritorno» auspicato dai rifugiati palestinesi. La
crescita demografica araba, assai più veloce di quella
della popolazione ebraica, allarma i responsabili israeliani
che vedono in questo sviluppo una crescente minaccia al
voluto carattere ebraico dello Stato. Gli arabi israeliani
sono circa 1,1 milioni e rappresentano circa il 20% della
popolazione. «Il Parlamento ha scritto oggi (ieri, ndr.) una delle
pagine più nere della storia d’Israele. Una pagina
indegna di uno Stato che rivendica con orgoglio il suo
carattere democratico», dichiara alla radio pubblica l’ex
ministro Yossi Sarid (Meretz). Ma il presidente della
Commissione interni, Yuri Stern (Unione Nazionale, estrema
destra), che ha difeso la proposta, ha sostenuto che il
contestato emendamento è imposto dalla necessità di
proteggere la vita dei cittadini israeliani e discrimina
solo i palestinesi dei Territori «perché sono loro che ci
hanno dichiarato guerra». Finito il conflitto, aggiunge, la
legge potrà essere modificata. Pronta la replica della
scrittrice ed ex deputata laburista Yael Dayan: «La lotta
al terrorismo - dice - non può giustificare lo spregio dei
più elementari diritti civili». Sulla stessa lunghezza
d’onda si muove la protesta dell’avvocato Orna Cohen,
esponente del Comitato giuridico della minoranza araba
israeliano: «Questa legge - denuncia - si configura come
una forma particolarmente odiosa di punizione collettiva».
Appare ora molto probabile che l’opposizione ricorrerà
alla Corte Suprema contro l’emendamento con la
motivazione, anticipata da Ahmed Tibi, che esso viola la «legge
fondamentale» sui diritti dell’Uomo e sulle sue libertà.
http://www.kontrokultura.org/_public/talkshop/messages/1328.html Il «terrorismo», la Palestina e la «signora con i
capelli rossi» [1][1] Dr. in diritto; diplomato in scienze politiche. [2][2] Per la dichiarazione di Yasser Arafat davanti al
Consiglio dell´Europa, cfr. International Herald Tribune, 14.9.88, p.
1. Per la Dichiarazione d´indipendenza dello Stato palestinese, cfr.
Le Monde, 16.11.88, p. 2. [3][3]
Segnalo in particolare la mia tesi di dottorato: L´impact de la
religion sur l´ordre juridique, cas de l´Egypte, non-musulmans en
pays d´Islam, Editions universitaires, Fribourg 1979, 420 pagine, e
il mio articolo "La définition internationale des droits de l´homme
et l´Islam" in Revue générale de droit international public,
tomo 89/1985/3, pp. 624-716. [4][4] Risoluzione 36/55 proclamata dall´Assemblea generale
delle Nazioni Unite il 25 novembre 1981 [5][5]
Testo francese in Claude Klein: Le caractère juif de l´Etat d´Israel,
Edition Cujas, Paris 1977, pp. 153-155. [6][6]
Uri Davis: Israel an apartheid State, Zed books ltd, London and New
Jersey, 1987, p. 22. [7][7]
Laws of the State of Israel, vol. 34, p. 181. [8][8]
Uri Davis, op. cit., pp. 68-69. [9][9]
Ben Gurion: Zionistische Aussenpolitik, Berlin 1937, p. 28, citato in
V. Waltz & J. Zschiesche: Die Erde habt Ihr uns genommen, Berlin
1986, p. 30. [10][10]
Erskine B. Childers: The Wordless Wish: From citizens to refugees, in:
The Transformations of Palestine, Northwestern University Press,
Evanston 1971, pp. 165-202. [11][11]
Jacques de Reynier: À Jérusalem un drapeau, Editions de la Baconnière,
Neuchâtel 1950, pp. 69-79. [12][12] In una discussione alla Knesset, un deputato israeliano
ha detto che non aveva vergogna di quanto era capitato a Dair Yassin
poiché c´erano stati altri Dair Yassin; ha aggiunto che la guerra è
stata vinta grazie al massacro in questo villaggio (Tom Segev: 1949,
The first Israelis, The Free Press, Macmillan, New York & London
1986, p. 89). [13][13] Al-Hayah (Beirut), 20.12.48, citato da Musa Alami: The
lesson of Palestine, Middle-East Journal, vol. 3, ottobre 1949, no. 4,
pp. 381-382. [14][14] Nel 1985, Israele ha deciso di mantenere segreti ancora
per 20 anni i documenti relativi all´esodo dei Palestinesi (Journal
de Genève, 1-2.6.85). [15][15]
Uri Davis, op. cit., pp. 7-8. [16][16]
Sabri Geries: Les Arabes en Israel, Maspero, Paris 1969, pp. 118-120. [17][17] Secondo il "Comité de Transfert", Israele deve
rifiutare in modo categorico il ritorno dei rifugiati nei loro
villaggi. Se Israele fosse costretto ad accettare il loro ritorno,
dovrebbe farlo unicamente nelle città in cui la popolazione non
ebraica rappresenta meno del 15% di quella ebraica (Tom Segev, op.
cit., p. 30). [18][18]
Sulla questione dell´esodo dei Palestinesi, cfr. l´articolo di Amnon
Kapeliouk, "Nouvelles précisions sur l´exode des Palestiniens
à la lumière des archives officielles de l´Etat juif", Le
Monde Diplomatique, dicembre 1986, pp. 18-19. [19][19]
Sune O. Persson: Mediation and Assassination, Ithaca Press, London
1979, p. 208. Questo
problema è stato di nuovo affrontato dalla stampa (NZZ, 12.9.88, p.
4; Le Monde, 18-19.9.88. p. 2). [20][20]
Cfr. il documento delle Nazioni Unite intitolato "The right of
return of the Palestinian people", St/SG/SER. F/2, New York,
1978. [21][21]
Tom Segev, op. cit., pp. 61-63. [22][22]
Prevention of infiltration (Offences and jurisdiction) law, Laws of
the State of Israel, vol. 8, pp. 133-137. [23][23] La lettera di Yaari è del febbraio l988; quella di
Yehoshua del marzo 1988; quella di Adam Keller dell´agosto 1988.
Quest´ultima è stata pubblicata, con una mia lettera, in "The
other Israel", no 34, nov.-dic. 1988, pp. 10-11. Yehoshua ha
ripetuto la sua posizione in un´intervista accordata all´International
Herald Tribune del 7 marzo 1988. [24][24]
Tom Segev, op. cit., p. 170. [25][25] Israele vorrebbe imporre agli Ebrei sovietici un
itinerario che li conduca direttamente all´aereoporto di Tel Aviv per
impedir loro di andare negli Stati Uniti. Le Monde del 21.6.88
riferiva che circa il 90% di questi Ebrei non andavano in Israele e
preferivano installarsi direttamente negli Stati Uniti. Attualmente
gli Stati Uniti hanno posto delle limitazioni all´immigrazione degli
Ebrei sovietici. [26][26]
Ilan Halevi: De la terreur au massacre d´Etat. Papyrus, Paris 1984,
pp. 112-113. Nel 1952 Ariel Sharon ha dichiarato: "Non avrei vergogna di dire che se
avessi altrettanta forza quanta volontà, sceglierei un certo numero
di giovani intelligenti e capaci, fedeli all´ideale sionista, che
invierei dappertutto nel mondo; questi giovani nasconderebbero la loro
identità ebraica e diranno agli Ebrei della Diaspora: "Ebrei
sanguinari ... andate in Palestina". Garantisco che i risultati
sarebbero mille volte migliori di quelli ottenuti dai nostri
predicatori che da decine di anni si rivolgono a orecchie sorde"
(Giornale yiddish di Nuova York, Kemper, 11.7.52). Il 2 marzo 1983, la
Radio della Svizzera romanda dava questa informazione: "A Basilea
è stato identificato l´autore dell´atto anti-semita. Si tratta di
un giovane Ebreo di 23 anni, studente in medicina, che è stato posto
in detenzione preventiva. Ai suoi compagni di studio ebrei aveva
inviato lettere con minacce di morte e letteratura razzista o nazista
e aveva pure danneggiato beni appartenenti a famiglie ebree".
Recentemente la polizia israeliana ha interrogato 8 coloni ebrei
sospettati di aver gettato. Almeno 2 bombe incendiarie contro le case
di altri coloni per provocare reazioni anti-arabe (New York Times,
26.9.89). Questi fatti dovrebbero forse indurre a più prudenza quando
si tratta di attribuire la paternità di attacchi contro gli Ebrei. [27][27]
Absentees´ property law, Laws of the State of Israel, vol. 4, pp.
68-82. [28][28] Citato da Sabri Geries, op. cit., p. 122, nota 6. [29][29] Sabri Geries, op. cit., pp. 125-127. [30][30]
Ibid., pp. 127-130. [31][31]
Emergency regulations (cultivation of waste lands) (extension of
validity) ordonnance, Laws of the State of Israel, vol. 2. pp. 70-77. [32][32]
Emergency land requisition (regulation) law, Laws of the State of
Israel, vol. 4, pp. 3-12. [33][33]
Land acquisition (validation of acts and compensation) law, Laws of
the State of Israel, vol. 7. pp. 43-47. Su queste leggi, cfr. Sabri Geries, op. cit., pp. 117-144. [34][34] Uri Davis, op. cit., pp. 15 e 19. [35][35]
Uri Davis, op. cit., pp. 98-101. [36][36]
Law of return, Laws of the State of Israel, vol. 4, pp.28-29. [37][37]
Law of return (amendment no 2), Laws of the State of Israel, vol. 24,
p. 28. [38][38]
Nationality law, Laws of the State of Israel, vol. 6, pp. 50-52. [39][39]
Nationality (amendment no 3) law, Laws of the State of Israel, vol.
25, p. 117. [40][40]
Claude Klein, op. cit., p. 97. [41][41]
Nationality law, Laws of the State of Israel, vol. 6, pp. 50-52. [42][42]
Nationality (amendment no 4) law, Laws of the State of Israel, vol.
34, pp. 254-262. [43][43]
Uri Davis, op. cit., pp. 36-38. [44][44]
Israel Shahak: Le racisme de l´Etat d´Israel, Guy Authier éditeur,
Paris 1975, p. 152. Versione originale: Israeli League for human and civil
rights, the Shahak papers, pubblicato dal Palestine research center,
Beirut 1973, p. 94. [45][45]
Christoph Uehlinger: Palestinian localities destroyed after 1948, a
documentary list; Localités palestiniennes détruites après 1948,
liste documentée; Nach 1948 zerstorte palestinensische Ortschaften,
eine Dokumentation, 1989, edizione Association pour reconstuire
Emmaus, rue du Centre 74, CH-1025 St-Sulpice; prezzo fr. 5. La pubblicazione della lista di Israel Shahak nel nostro opuscolo "Paix
en Palestine" (1986 e 1987) ha suscitato la critica da parte di
coloro che sostengono incondizionatamente Israele che hanno attribuito
a Israel Shahak l´appellativo di "pazzo del re". Hanno
contestato in blocco il valore storico di tutti i dati contenuti in
questa lista (cfr. Gazette juive, Basilea, 23 dicembre 1986 e 5
febbraio 1987). Sui
villaggi palestinesi distrutti, cfr. Abdul-Jawwad Saleh & Walid
Mustafa: Palestine, the collective destruction of Palestinian villages
and zionist colonization 1882-1982, Jerusalem Center for development
studies - London (Amman, POB 921413) 1987. [46][46]
Uri Davis, op. cit., pp. 17-18. Tom Segev racconta come gli abitanti arabi di Haifa sono
stati costretti a ritirarsi in un ghetto lasciando le loro case e le
loro terre agli Ebrei (Tom Segev, op. cit., pp. 52-56). [47][47] Informazioni tratte dall´intervista accordata da Elias
Chacour all´Agenzia di stampa internazionale cattolica, maggio 1988.
Su questo villaggio si veda inoltre l´opera di Elias Chacour, Blood
brothers, chosen book, Michigan 1984, e la sua traduzione francese
"Frères de sang" apparsa presso il Cerf, Paris. [48][48]
Uri Davis, op. cit., p. 24. [49][49] Un´Associazione per la ricostruzione di Emmaus è stata
fondata in Svizzera nel 1986. Un opuscolo su questo villaggio, dal
titolo "Reconstruire Emmaus, symbole de paix et de justice",
è disponibile in francese, inglese e tedesco e può essere richiesto
all´indirizzo dell´Associazione: Rue du Centre 74, CH-1025
St-Sulpice. [50][50] Davar, 29 settembre 1967, citato da Uri Davis, op. cit.,
p.5. [51][51]
Tom Segev, op. cit., p. 30. [52][52]
Journal de Genève e Le Monde, 25 febbraio 1988. [53][53] Jerusalem (Tunisi), no. 38, giugno 1988, p. 32. [54][54] Al-Qabas, 13 luglio 1988, citato da Jerusalem, no. 39,
luglio 1988, p. 33. [55][55] Le Monde, 11 giugno 1987. [56][56] Articolo di Bernard Lavrie in Tribune de Genève, 3
agosto 1988. [57][57] Giornale 24 Heures, 7 settembre 1988. Peres ritorna sull´argomento
demografico in un articolo pubblicato da Le Monde il 23 settembre 1988
in cui scrive: "Uno Stato ebraico significa uno stato in cui gli
Ebrei sono una chiara maggioranza". Yehoshafat Harkabi, ex capo
dei servizi segreti israeliani, giustifica in questi termini la
necessità per Israele di ritirarsi dai territori: "Le proiezioni
demografiche mostrano che tra 20 anni in Israele il numero degli Arabi
sarà uguale a quello degli Ebrei" (Journal de Genève, 5 ottobre
1988). [58][58] Questo documento, in inglese, è stato distribuito da
André Chouraqui dopo la conferenza che ha tenuto a Ginevra il 29
aprile 1989. [59][59] Articolo di Peres in Le Monde, 23 settembre 1988. [60][60]
Ian Lustick: Arabs in the Jewish State, University of Texas Press,
Austin and London 1980, pp. 112-114 e p. 137. [61][61] The other Israel, agosto - settembre 1988, no 33, p. 7. [62][62] Alle elezioni del l. novembre 1988 sono stati eletti 6
deputati arabi sui 120 che conta la Knesseth. Si tratta di Mohammad
Miari, Tawfiq Toubi, Tawiq Ziyyat, Husayn Faris, Abd-al-Wahhab
Darawsheh e Nayef Massalhal (Revue d´études palestiniennes, no 30,
1989, pp. 77 e 85). [63][63]
Ian Lustick, op. cit., p. 158. [64][64]
Ibid, pp. 158-159. [65][65]
Ibid, p. 189 [66][66]
Al-Hadaf, Um el-Fahim, 17 maggio 1987, p.1. [67][67] Sulle misure prese dalle autorità israeliane contro le
università palestinesi si veda un rapporto redatto da otto delegati
studenteschi occidentali in missione nei Territori occupati dal 10 al
17 febbraio 1988, rapporto indirizzato al Dipartimento degli affari
esteri svizzero in data 5 aprile 1988. [68][68] Cifre fornite dal Rettore dell´Università di Betlemme
all´Agenzia di stampa internazionale cattolica, 17 maggio 1988. [69][69]
Laws of the State of Israel, vol. 32, p. 62. [70][70]
Proche-Orient chrétien, XXVII, 1977, III-IV, p.346. Si
veda anche il bollettino diocesano del patriarcato latino, no.
1-2/1978, pp. 43-47 e no. 3-4/1978, pp. 88-94. [71][71] Sugli attacchi contro i luoghi di culto cristiani, cfr.
la rivista Proche-Orient chrétien, in particolare vol . XXIV, 1974,
I, pp. 73-74, vol. XXVII, 1977, III-IV, p. 347 e vol XXX, 1980, I-V,
pp. 277-278. [72][72]
Proche-Orient chrétien, XXVII, 1977, III-IV, p. 346. [73][73]
Israel Shahak, op. cit., pp. 63-64. [74][74] Haaretz, 24. 2. 1971, citato da Proche-Orient chrétien,
XXI, 1971, II, pp. 183-184. [75][75] Jerusalem Post, 7 e 28 dicembre 1978, citato dal
bollettino diocesano del Patriarcato latino, no. 1-2/1978, p. 45. [76][76]
Israel Shahak, op. cit., pp. 89-91. [77][77] Pubblicato dalla Liberté, Friborgo, 31 ottobre / 1.
novembre 1985. [78][78]
Jerusalem Post, 24 marzo 1986, p. 3. Sulla posizione della corrente nazionalista religiosa ebraica nei confronti
dei non Ebrei, cfr. Yehoshafat Harkabi: Israel´s fateful decisions,
Tauris, Londra 1988, pp. 141-199. [79][79] Haaretz, 7 agosto 1985. [80][80] Kol Israel, in francese, 8 ottobre 1988, ore l9.15. Nell´ottobre
1989 Itzhak Rabin ha avanzato le seguenti cifre: 40 000 arrestati, 15
000 feriti e più di 500 morti fra i Palestinesi (Journal de Genève,
13 ottobre 1989, p. 3). [81][81] Intervista accordata all´Agenzia di stampa
internazionale cattolica, maggio 1988.
Formalmente, Israele è uno Stato democratico. A cadenze regolari si tengono
elezioni parlamentari e comunali a suffragio universale aperto a tutti i
cittadini israeliani.
Tuttavia, nonostante si presenti come Stato democratico, Israele compie continue
violazioni dei principi democratici nei territori palestinesi occupati come
descritto nella sezione precedente. Inoltre, Israele viola i diritti umani e i
principi democratici dei palestinesi che sono cittadini israeliani e vivono nel
territorio dello Stato d’Israele. I palestinesi cittadini israeliani
rappresentano il 20% della popolazione israeliana.
La nozione di cittadinanza dello Stato di Israele è in contrasto con il
concetto universale moderno di cittadinanza, secondo cui tutti i cittadini sono
uguali senza distinzione di fede, lingua, nazionalità ecc. Nello Stato ebraico
di Israele, solo gli ebrei godono di pieni diritti politici e sociali, mentre i
cittadini palestinesi di Israele sono discriminati sia nella legislazione
scritta (secondo una relazione dell’ONU, nel 1998 vi erano 17 leggi contenenti
discriminazioni contro cittadini arabi) e sia nella prassi consuetudinaria.
Esempi di leggi discriminanti:
La legge del ritorno (1950), si basa sulla definizione rabbinica di
ebreo, secondo la quale è ebreo chiunque sia nato da madre ebrea o si sia
convertito alla religione ebraica. La cittadinanza israeliana viene data a
qualsiasi ebreo ne faccia richiesta, il che significa che qualsiasi ebreo,
proveniente da qualunque parte del mondo può stabilirsi in Israele con pieni
diritti di cittadinanza; tutto ciò mentre il diritto al ritorno è negato ai
rifugiati palestinesi che furono costretti alla fuga dopo il conflitto
arabo-israeliano del 1948-1949. Pertanto, la nozione israeliana di cittadinanza,
basata su legami di sangue e sulla fede religiosa, è antidemocratica per
definizione.
La “Absentee Property Law” (1950), stabilisce che qualsiasi proprietà
abbandonata da coloro che furono costretti alla fuga nel corso del conflitto del
1948-1949 venga incamerata dallo Stato di Israele. Ciò si applica a 200.000
palestinesi di cittadinanza israeliana (20% del totale), che fuggirono dalle
loro case nel 1948 e si stabilirono in altre aree all’interno di Israele. Ma
questa legge si applica anche ai palestinesi che fuggirono in altri paesi o in
Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Tutte queste persone si sono viste negare
tutti i diritti di proprietà (su terreni, abitazioni, società, azioni, conti
bancari, cassette di sicurezza ecc.), che appartenevano loro fino al 1948.
Le leggi che impediscono ai partiti arabi che non riconoscono il
carattere ebraico dello Stato israeliano di partecipare alle elezioni.
La legislazione di emergenza del 1945, che consente la confisca delle
terre arabe (nel 1998 solo il 10% della proprietà immobiliare detenuta da
palestinesi prima del 1948 era ancora in mani palestinesi).
La legislazione sull’istruzione, che contempla tra i suoi scopi
dichiarati la promozione della cultura ebraica e dell’ideologia sionista.
Altre pratiche discriminatorie
La popolazione israeliana palestinese subisce discriminazioni nella
ripartizione dei finanziamenti per i servizi pubblici; ciò significa che la
maggior parte delle città a popolazione prevalentemente palestinese ubicate
all’interno di Israele ricevono stanziamenti di bilancio decisamente inferiori
per la sanità, l’istruzione e altri servizi sociali rispetto alle città a
maggioranza ebrea.
Secondo una relazione del 1998 dell’Adva Centre di Tel Aviv, le disparità
sociali ed economiche in Israele sono particolarmente evidenti nei confronti
degli arabi israeliani. La relazione fornisce alcune cifre illuminanti:
DISEGUAGLIANZE E
INTEGRALISMI
Michele Giorgio
Lo sviluppo tecnologico è stato il fattore determinante della trasformazione
economica di Israele, in misura persino superiore rispetto ad altri paesi
dell'Occidente. La produzione agricola, fino agli anni '70 fiore all'occhiello
dell'economia nazionale, oggi contribuisce per appena un 3 per cento alla
ricchezza nazionale ed è largamente dipendente dalla manodopera straniera e
palestinese. "I kibbutz, le cooperative agricole - ha spiegato Arye Arnon,
professore di economia dell'università di Beersheva - hanno fatto fatica ad
adeguarsi alle mutazioni profonde che sono avvenute in economia e nella società
e per questo motivo hanno visto rapidamente diminuire il loro peso fino a
diventare un settore marginale". I risultati di uno studio reso pubblico a
metà settembre hanno rivelato che un terzo degli israeliani che abitano e
lavorano nei kibbutz vivono sotto la soglia di povertà. Un dato che contrasta
con l'immagine di prosperità e serenità che i kibbutz hanno dato sino ad oggi
all'esterno. "Oggi domina l'alta tecnologia - ha aggiunto Arnon - settore
privilegiato dagli ambienti più liberal della società e che tuttavia si
scontra con l'economia più tradizionale che dà lavoro e reddito alle classi più
svantaggiate e povere". Secondo Arnon l'economia e la società di Israele
"si ispirano sempre di più al modello americano". Welfare, Stato
imprenditore, aziende collettive, kibbutz. Parole che stanno rapidamente
scomparendo dalla realtà quotidiana di Israele a 52 anni dalla sua fondazione.
È evidente che il processo di pace in corso in Medio Oriente è volto a
garantire l'inserimento a pieno titolo dello Stato ebraico nella regione e non
soltanto a mettere fine al conflitto arabo-israeliano o a realizzare le
aspirazioni dei palestinesi. In linea naturalmente con le esigenze della
globalizzazione che anche in Israele hanno trovato importanti sostenitori e
persino qualche ideologo.
Il processo di privatizzazione delle industrie e imprese pubbliche - politica
seguita anche dal potente sindacato unitario, Histadrut, fino a pochi anni fa il
maggior "imprenditore" del paese - è stato il colpo più duro inferto
al modello egualitario che aveva contraddistinto i primi 25-30 anni di vita di
Israele. Nel 1998 le privatizzazioni hanno portato nelle casse dello Stato circa
1,2 miliardi di dollari e il giornale "Globes-Arena", vangelo dei
sostenitori della new economy e del mercato libero, ha annunciato la imminente
cessione da parte dello Stato del controllo di banche e industrie di primo piano
come la Bank Leumi, la Bezeq (telecomunicazioni) e la compagnia di bandiera El
Al.
Amnon Raz, docente di Storia ebraica all'università di Bersheeva, sostiene che
la crescita dell'influenza dei movimenti e dei partiti religiosi non sarebbe
stata così rapida e inarrestabile senza le privatizzazioni, la politica del
libero mercato e il conseguente peggioramento delle condizioni di vita di una
porzione consistente della popolazione, in particolare degli ebrei sefarditi.
"La politica economica che ha smantellato il sistema egualitario che aveva
dominato la scena nei primi decenni di vita del paese - ha spiegato Raz - ha
consentito ai movimenti e ai partiti religiosi di costruire un sistema sociale
alternativo in grado di garantire ai più poveri i servizi, l'assistenza
economica e medica che il sistema pubblico non offre più o continua ad
assicurare solo in minima parte". A beneficiare di questa situazione è
stato in modo particolare il partito "Shas" ("Guardiani sefarditi
della Torah") che oggi rappresenta la terza forza politica del paese (dopo
i laburisti e il Likud). I dirigenti dello Shas, dopo aver catturato la base di
consenso ai tradizionali partiti di destra, mettono ora in dubbio i princìpi
laici sui quali il paese è stato costruito ma soprattutto puntano l'indice
contro il nazionalismo sionista e pongono un interrogativo lacerante per
Israele: chi è un ebreo? Soltanto l'osservanza delle regole dell'ebraismo
ortodosso definisce e garantisce l'ebraicità di un individuo oppure valgono i
criteri "laici" stabiliti dalla Legge del Ritorno, dai leader sionisti
fondatori dello Stato di Israele? Un argomento di discussione che avrebbe
trovato poco spazio nel dibattito nazionale appena una quindicina di anni fa e
che ora è uno dei temi centrali del confronto tra laici e religiosi.
Tuttavia per Amnon Raz la questione resta essenzialmente di natura economica e
sociale. "Il nazionalismo in Israele è ashkenazita, la percezione del
ruolo del paese nei confronti degli ebrei del resto del mondo era e resta
ashkenazita - ha detto - bisogna ammettere che la questione degli ebrei
sefarditi non è mai stata affrontata seriamente dall'élite ashkenazita
fondatrice di questo paese. Trenta anni fa il consenso nazionale creato dalla
situazione di conflitto con il mondo arabo aveva attenuato le tensioni sociali e
rinviato a tempo indeterminato la soluzione delle discriminazioni patite dai
sefarditi". Così come negli anni settanta manifestarono con forza contro i
laburisti (sostenuti soprattutto dagli ashkenaziti, ndr) votando in massa per il
Likud, oggi i sefarditi si schierano dalla parte dello Shas che ha dato dignità
e forza politica all'ebraismo di origine orientale, mettendo in dubbio i princìpi
sui cui si fonda lo Stato di Israele". A ciò si aggiunge il diminuito
flusso immigratorio di ebrei dell'ex Unione Sovietica - sono circa un milione
gli "ebrei russi" giunti in Israele tra la fine degli anni ottanta e
l'inizio degli anni novanta - in maggioranza laici, che avevano contribuito ad
arginare l'influenza dei partiti religiosi sostenuti in buona parte dai
sefarditi.
Accanto alle mutazioni profonde avvenute nel sistema economico e nella società,
non molto invece è cambiato nell'atteggiamento di Israele verso i suoi vicini
arabi e verso i palestinesi. Certo, è innegabile l'importanza della decisione
dei laburisti, nel 1993, di scegliere l'Olp di Yasser Arafat come partner in un
lungo e articolato negoziato che, nelle previsioni, dovrebbe portare alla
conclusione del conflitto in Medio Oriente. Allo stesso tempo Israele fa ancora
oggi enorme fatica a riconoscere i diritti dei palestinesi sui loro territori,
che peraltro continua a controllare in gran parte. "La creazione dello
Stato palestinese - si è detto convinto Amnon Raz - non sta avvenendo perché
il paese ha compreso fino in fondo che non si possono negare i diritti di un
altro popolo, ma invece come un "inevitabile sviluppo" del negoziato
in corso, che molti preferirebbero sinceramente evitare". Raz, pur
sottolineando l'importanza del dibattito democratico in corso nel paese e il
ruolo che i "nuovi storici" hanno avuto nel riscrivere pagine
fondamentali della vicenda del paese e del suo rapporto con arabi e palestinesi,
ha tuttavia messo in evidenza i "dogmi ancora accettati da tutti" -
l'eccessiva insistenza sul tema della sicurezza, ad esempio - che sono
all'origine della condizione di emarginazione e discriminazione che, a 52 anni
dalla fondazione dello Stato, vivono i palestinesi con cittadinanza israeliana,
i cosiddetti "arabi israeliani". "Una condizione - ha spiegato -
che è una conseguenza diretta della natura di uno Stato che per definizione è
ebraico e non di tutti i suoi cittadini". Un giudizio condiviso dagli
intellettuali arabi israeliani. "È giunto il momento di trasformare
Israele da Stato etnico, fondato su elementi religiosi, in uno Stato di tutti i
suoi cittadini, ebrei e arabi. Uno Stato binazionale democratico è l'unica
soluzione per un paese già ora lacerato da pericolose dispute interne".
Il regista Amos Gitai, che nei suoi film più recenti ha raccontato le
trasformazioni avvenute nel paese negli ultimi decenni, sostiene che Israele è
arrivato ad un punto di svolta. "È terminata l'impresa collettiva dei
primi 20-25 anni di vita del paese - ha spiegato - Israele è oggi qualcosa di
profondamente diverso da allora, i principi costitutivi dello Stato sono
diventati irrilevanti per una parte della popolazione e in ogni caso oggi i
giovani non si percepiscono più soltanto come soldati e tutori della sicurezza
del paese ma come ragazzi uguali ai loro coetanei in qualsiasi parte del mondo.
Sono mutate anche le condizioni esterne e molti non temono più come prima il
cosiddetto "pericolo arabo". È giunta l'ora di fare di Israele un
paese come gli altri, con una Costituzione, istituzioni civili e altro in linea
con le esigenze che esprime la popolazione".
IL SEME DELLA VIOLENZA
Perry Anderson
1. Il conflitto fra ebrei e arabi in Palestina è uno scontro fra due
nazionalismi, di un genere assai comune nel secolo scorso. La sua peculiarità
risiede nell’asimmetria fra i due antagonisti. La coscienza nazionale
palestinese si è sedimentata tardi, a partire da una più vasta identità
araba, dopo il disastro che investì la comunità quando fu sopraffatta dalle
armi ebraiche nel 1948, la Nakba 1. Il nazionalismo degli ebrei, che provocò la
nascita di un sentimento analogo fra i palestinesi, aveva assunto invece forma
organizzata al volgere del secolo. Il movimento sionista fondato da Theodor
Herzl costituiva una varietà del nazionalismo etnico diffusosi nel XIX secolo
in Europa centrale e orientale, dove trovò il maggior seguito; fu un tipico
esempio del risveglio dei popoli divisi e oppressi che abitavano la regione
nell’epoca precedente e successiva alla prima guerra mondiale. Due elementi,
comunque, caratterizzavano la situazione degli ebrei. Da una parte, essi non
occupavano la stessa terra (e non parlavano la stessa lingua) ma vivevano
dispersi nel continente, in piccole comunità. Dall’altra, possedevano una
tradizione religiosa molto antica, che forniva una identità alternativa –
mediata o immediata – collegata a una patria sacra fuori dell’Europa.
Prefiggendosi l’obiettivo di uno Stato ebraico in terra di Israele, il
sionismo ha attinto alle proprie capacità di mobilitare energie teologiche e
culturali, compensando largamente la mancanza di una terra in senso
tradizionale, o di una base linguistica.
Tuttavia, gli ostacoli alla creazione di uno Stato-nazione distante migliaia di
chilometri dai luoghi d’origine dei suoi fondatori, in un terra su cui
vivevano da lungo tempo altri popoli, governata da un vasto Stato che
rappresentava una diversa fede religiosa, sarebbero stati insormontabili senza
la presenza di un altro fattore, che avrebbe trasformato il sionismo in qualcosa
più di uno dei tanti movimenti nazionalistici dell’epoca. Dal punto di vista
sociologico, fra gli ebrei europei esisteva una netta differenziazione.
Nell’Europa dell’Est – soprattutto Polonia e Russia – erano in maggior
parte poveri e oppressi, soggetti a umiliazioni e pericoli a causa di tutti i
pregiudizi ostili dell’antisemitismo cristiano: una posizione peggiore di
quella della più oppressa nazionalità della regione. Nell’Europa
dell’Ovest, invece, l’ebraismo comprendeva non solo molti membri delle
classi medie abbienti – borghesia della proprietà e della cultura – ma
alcune delle più grandi fortune del continente. A un estremo dell’Europa
c’era lo shtetl 2 di Chagal o Martov; nell’altro, l’alta finanza dei
Rothschild e dei Warburg, o la carriera di Disraeli. L’ombra
dell’antisemitismo cadde su tutti gli ebrei, qualunque vetta di ricchezza o di
potere avessero raggiunto, collegando le classi alte ai ceti più umili, come
dimostrò chiaramente l’affare Dreyfuss, l’episodio detonante del sionismo.
Ma durante la Belle Époque il livello più elevato dell’ebraismo europeo
godette comunque di una entrée negli ambienti governativi dell’Europa
imperialista che superava i sogni di qualsiasi altra nazionalità oppressa del
tempo. Senza la sua paradossale doppia caratteristica, dall’alto e dal basso,
il sionismo non avrebbe mai realizzato i suoi obiettivi.
2. La prima guerra mondiale segnò l’inizio del movimento, con la
Dichiarazione Balfour del 1917, che annunciava l’appoggio britannico alla
creazione di un «focolare nazionale del popolo ebraico» in Palestina, facendo
seguito alle precedenti promesse francesi. La decisione di Londra di sostenere
il sionismo fu esplicitamente il frutto di un calcolo interimperialista. Il
primo obiettivo immediato fu di mobilitare l’opinione ebraica in Russia e in
America a sostegno dello sforzo bellico degli Alleati in un momento difficile
– dopo la Rivoluzione di febbraio, e prima dell’ingresso degli Usa nel
conflitto – ponendo un freno ai piani francesi in Palestina. Dietro questa
decisione, tuttavia, vi era anche un’antica impostazione ideologica della
cultura protestante, con il suo robusto attaccamento al Pentateuco, che
privilegiava il ritorno degli ebrei in Terra Santa. Questa corrente del
‘sionismo cristiano’ 3, forte di un illustre pedigree che risaliva al XVII
secolo, costituiva un retroterra fondamentale alla protezione offerta dalla élite
imperiale britannica alla costruzione di insediamenti ebraici in Palestina, una
volta che la Gran Bretagna a Versailles si fosse assicurata il controllo della
regione. Nel 1918, vivevano in Palestina circa 700.000 arabi e 60.000 ebrei.
Vent’anni dopo, c’erano 1.070000 arabi e 460.000 ebrei.
Il sionismo acquistò in tal modo la sua peculiare doppia natura. Un movimento
di nazionalismo etnico europeo divenne, indissolubilmente, una forma di
colonialismo europeo d’oltremare. La comunità di coloni creata dal sionismo
nella Palestina prima della guerra era sui generis. Diversamente dai
colonialisti inglesi in Nord America o in Australia, l’Yishuv 4 non dovette
misurarsi con dispersi cacciatori-raccoglitori, ma con una fitta popolazione
contadina che non poteva essere messa da parte o cancellata. A differenza dei
coloni francesi in Algeria, o dei primi coloni olandesi in Sudafrica, l’Yishuv
non poteva permettersi di sfruttare su larga scala la manodopera locale, senza
correre il rischio di creare una società di pied-noirs in cui sarebbe diventata
una minoranza. Il compito di costruire uno Stato-nazione etnicamente omogeneo in
un ambiente ostile poteva essere realizzato soltanto con la creazione di una
comunità separatista tenuta insieme da un credo ideologico, e non attraversata
da profonde divisioni di classe. Questo era il senso dei kibbutzim: pur essendo
di ispirazione socialista, in pratica rappresentavano l’unica soluzione
possibile al problema di una colonizzazione che non disponeva di manodopera
locale, terra vuota o ingenti capitali di rischio. L’apartheid fu una
mistificazione in Sudafrica, dove non c’era mai stato uno ‘sviluppo
separato’ delle razze, e il termine non era altro che un eufemismo per
indicare le forme estreme di sfruttamento dei neri da parte dei bianchi; ma
qualcosa del genere fu l’obiettivo temporaneo del sionismo fra le due guerre.
L’enclave ebraica in Palestina fu particolare anche per un altro aspetto. Fin
dall’inizio fu una società di coloni priva di una terra d’origine – una
colonia mai originata da una madrepatria. Essa, piuttosto, agiva in base a un
imperialismo per procura. Il potere coloniale britannico fu condizione
imprescindibile della colonizzazione ebraica. Senza la forza fisica della
polizia e dell’esercito britannici, la maggioranza araba – il 90% della
popolazione – avrebbe fermato subito l’immigrazione sionista dopo la prima
guerra mondiale. La crescita del sionismo dipendeva completamente dalla violenza
dello Stato imperiale britannico. Quando infine la popolazione araba realizzò
la portata della penetrazione ebraica, reagì con una imponente rivolta che durò
dall’aprile del 1936 al maggio 1939 – storicamente, la prima e più ampia
Intifada. Londra schierò 25.000 soldati e squadriglie aeree per schiacciare la
ribellione: la più grande guerra coloniale dell’impero britannico in tutto il
periodo fra le due guerre. La campagna anti-insurrezionale fu spalleggiata
dall’Yishuv – gli ebrei fornirono la maggior parte degli squadroni della
morte di Wingate 5. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’imperialismo
britannico aveva spezzato la schiena della società politica palestinese,
aprendo la strada al trionfo sionista del dopoguerra.
3. Annidati all’interno dell’impero britannico, i coloni ebrei non sentirono
mai completamente di farne parte. Le frizioni tra coloni d’oltremare e
madrepatria sono una costante nella storia coloniale, dal Boston Tea Party e dal
cabildo 6 di Buenos Aires fino a Ian Smith e l’Oas. Diversamente che in altri
casi, il rapporto tra l’Yishuv e Whitehall fu esente da vincoli sentimentali
di affinità o cultura. Nonostante l’anglofilia degli intermediari di stanza a
Londra come Weizmann, i tenaci leader della comunità di coloni ritenevano che
il patto fra il colonialismo britannico e il nazionalismo ebraico fosse
puramente strumentale. Nacquero tensioni non appena Londra, nel tentativo di
dominare il malcontento arabo, tentò di ridurre gradualmente l’immigrazione
ebraica, mentre in Germania aumentavano le persecuzioni naziste. Ma la seconda
guerra mondiale offrì all’ala armata della corrente maggioritaria del
sionismo la possibilità di acquisire, sotto il comando britannico, esperienza e
forniture militari, e ottenere il sostegno di Churchill alla costruzione, una
volta terminate le ostilità, di uno Stato ebraico indipendente in Palestina.
L’Irgun 7 guidata da Begin – una formazione sionista più radicale, e molto
più minoritaria – non attese la pace; nel 1944 scatenò un’insurrezione
contro la Gran Bretagna, suscitando le ire di Ben-Gurion, le cui truppe
collaborarono con i britannici nella repressione contro l’Irgun. La
prosecuzione dei controlli sull’immigrazione dopo il 1945, allorché si
conobbe l’atroce sorte degli ebrei europei durante il nazismo, spinsero l’Haganah
8 a difendere la strategia dell’Irgun. Per un anno la Gran Bretagna dovette
affrontare una vera e propria rivolta dei coloni; e anche se il sionismo
laburista, intimorito dalle severe misure adottate dai britannici, sospese la
lotta nell’agosto del 1946, Irgun e Haganah non si piegarono mai. Nella
primavera del 1947, la Gran Bretagna riconsegnava il Mandato alle Nazioni Unite.
4. Allora, come adesso, Onu si legge Usa. Nel 1947 il controllo americano
sull’organizzazione a New York, meno esteso di oggi, era ancora sufficiente a
determinare il risultato delle decisioni sulla Palestina. A Washington, Truman
era un convinto ‘cristiano sionista’. Una Commissione di inchiesta –
presieduta da un magistrato svedese affiancato da Ralph Bunche 9, e controllata
dai microfoni-spia sionisti – dichiarò che la Palestina doveva essere divisa.
Agli ebrei, con il 35% della popolazione, era attribuito il 55% dell’area;
agli arabi, con il 65% della popolazione, il 45%. All’interno dello Stato
ebraico così come veniva proposto avrebbero dovuto vivere ebrei e arabi
praticamente in egual misura; nello Stato arabo, invece, non era previsto nessun
ebreo; tali proporzioni erano giustificate dalla previsione che la futura
immigrazione ebraica in Israele avrebbe creato nel tempo una maggioranza
decisiva nel territorio ad essa assegnatole. Colpita senz’altro favorevolmente
dalla campagna antimperialista dell’Irgun, l’Urss – la sola che avrebbe
potuto bloccare questi progetti – li sottoscrisse: fu il favore essenziale che
i continui attacchi di Begin alla Gran Bretagna procurarono al sionismo. Sulla
resistenza al progetto, assai diffusa fra le nazioni più piccole dell’Onu,
ebbero la meglio le bustarelle e i ricatti utilizzati dagli americani per
garantirsi la necessaria maggioranza dei due terzi dell’Assemblea generale.
Truman, l’architetto del risultato, si definì con ogni diritto un moderno
Ciro.
La notizia della risoluzione Onu scatenò una insurrezione spontanea fra i
palestinesi, repressa dall’Yishuv nell’arco di sei mesi, mentre le forze
britanniche chiusero i confini garantendo che nessun esercito arabo
intervenisse. Quando gli inglesi lasciarono il paese, fu dichiarato lo Stato di
Israele, e gli eserciti arabi invasero tardivamente. Inferiori per numero di
uomini e armi rispetto all’Idf, essi furono pesantemente sconfitti
all’inizio del 1949; salvo tentare di condizionare il trionfo degli ebrei. Il
vero piano di spartizione aveva preceduto quello falso. Dodici giorni dopo la
risoluzione dell’Onu, la dirigenza sionista propose alla monarchia hashemita
di Giordania un accordo segreto, con cui rinunciava alla Transgiordania in
cambio della possibilità di avere mano libera altrove, poiché entrambe le
parti erano decise ad impedire in via preventiva qualsiasi occasione di dar vita
a uno Stato palestinese. La Giordania era uno Stato che dipendeva dalla Gran
Bretagna, e quest’ultima aveva dato il suo assenso all’accordo. Quando
iniziarono le ostilità, il re Abdullah puntualmente afferrò la preda,
lasciando che i suoi alleati si arrangiassero. Alla fine della guerra Israele
era in possesso di un territorio molto più vasto di quello concessogli dalle
Nazioni Unite, mentre la Giordania si annetté la Cisgiordania.
5. Nel corso delle due ondate di combattimenti tra il novembre 1947 e il marzo
1949, ma principalmente durante la prima, gli attacchi degli ebrei espulsero
dalla Palestina oltre la metà della popolazione palestinese: circa 700.000
persone. Dalla metà degli anni trenta in poi, il sionismo aveva tacitamente
messo in conto l’evacuazione attraverso l’espulsione violenta degli arabi
dal territorio destinato agli ebrei; la loro presenza infatti era incompatibile
con lo Stato nazionale omogeneo cui puntava il sionismo, ed era ormai chiaro che
non esisteva alcuna possibilità di comprare la loro partenza. In via ufficiosa,
i leader non facevano mistero di questa logica. Quando giunse l’occasione, la
colsero. Furono aiutati dalla fuga degli arabi locali, dettata dalla paura delle
uccisioni ed espulsioni praticate durante la guerra condotta dagli alti comandi
sionisti, nella quale il massacro, il saccheggio e l’intimidazione erano
strumenti di una politica finalizzata a spargere il terrore fra la popolazione
colpita. La guerra di liberazione degli arabi scatenò una imponente operazione
di pulizia etnica, sulla quale Israele – come Stato – si sarebbe basato da
allora in poi. Le espulsioni furono attuate nelle condizioni tipiche di Nacht
und Nebel – sotto la copertura del segreto militare – nelle quali nel secolo
XX furono commessi quasi tutti i crimini di questo genere. L’espulsione non
riguardò solo un popolo. Terre e proprietà vennero confiscate con una velocità
e su una scala senza precedenti nella storia coloniale. All’inizio del 1947,
gli ebrei possedevano il 7% della terra di Palestina. Alla fine del 1950, essi
avevano approssimativamente il 92% della terra compresa nel nuovo Stato, e del
bottino facevano parte case ed edifici di ogni genere. Una parte della
popolazione – 160.000 superstiti – rimasero come rifugiati interni in
Israele.
Nella scala del terrore, la Nakba non regge il confronto con la Shoah. Lo
sterminio nazista degli ebrei in Europa fu un’enormità di ordine
incomparabile, e la sproporzione tra i due eventi è stata sempre utilizzata
come giustificazione, o attenuazione, dell’espulsione dei palestinesi che è
alla base della fondazione di Israele. A tutt’oggi, le azioni dello Stato
sionista sono coperte dal velo del giudeicidio, agli occhi non solo della
popolazione di Israele o degli ebrei della diaspora, ma dell’opinione
occidentale in generale. Storicamente, tuttavia, il collegamento fu minimo o
inesistente. Nel 1947 i combattenti dell’Haganah e dell’Irgun erano ben
consci di cosa fosse accaduto agli ebrei presi in trappola nell’Europa
nazista. Ma non avrebbero agito diversamente, anche se tutti i loro compatrioti
fossero stati salvati. Gli obiettivi sionisti erano stati fissati assai prima
che Hitler giungesse al potere, e non subirono variazioni per causa sua. Una
volta Ben-Gurion disse che sarebbe stato disposto a sacrificare la vita della
metà dei bambini ebrei in Germania, se quello era il prezzo per condurre
l’altra metà in Palestina, piuttosto che lasciarli tutti al sicuro in
Inghilterra 10. La sorte degli arabi, bambini o adulti, aveva un valore molto
minore. L’obiettivo di uno Stato nazionale ebraico in Medio Oriente non
ammetteva soluzioni diverse da quella realizzata dalla Nakba con la forza. Dopo
l’evento, il giudeicidio è servito come pretesto o mitigazione, ma non ha mai
avuto alcuna influenza sul risultato. In Europa e in America, suscitò simpatie
internazionali per la guerra di indipendenza sionista, ma non fu mai un fattore
decisivo del suo successo.
Tutti i nazionalismi etnici – e tutti nazionalismi sono in qualche misura
etnici – contengono i semi di una potenziale violenza contro altre nazionalità.
Non i diversi tratti culturali, ma le situazioni politiche determinano se tali
semi producono frutti. Il nazionalismo ebraico nacque da una combinazione di
disperati senza terra e privilegiati nella società e nella politica. Come la
maggior parte dei movimenti nazionali, esso mobilitò alti ideali, coraggio,
dedizione tra i militanti. Ma raggiunse risultati, che altri – in posizioni più
fortunate – avevano ottenuto con relativa facilità e pacificamente, solo
attraverso la complicità con il colonialismo e l’esproprio violento. Per una
simile impresa, il sionismo richiese quadri di tempra implacabile, e
puntualmente li generò. Nella galleria del nazionalismo moderno, le loro gesta
si collocano all’estremità di una graduatoria di spietatezza, affollata da
molti altri. Non vi è ragione per esaltare i loro successi – che sono dipesi
largamente dalla forza dell’impero – né per far apparire migliore la loro
condotta, le cui conseguenze oggi si fanno più aspre. Ma non erano eccezionali
nel perseguire i propri scopi. Erano normali autori di una pulizia etnica.
6. Lo Stato che emerse dalla vittoria sionista fu meno ordinario. Dal punto di
vista giuridico, Israele divenne una repubblica basata sul sangue e sulla fede;
criteri confessionali e biologici si combinavano per definire gli effettivi o i
potenziali cittadini a pieno diritto come individui nati da madre ebrea, o di
provata professione mosaica, indipendentemente dalla provenienza geografica. La
Legge del Ritorno ha garantito la residenza in Israele a chiunque possedeva
queste caratteristiche teologico-etniche, mentre qualsiasi ritorno dei rifugiati
palestinesi alle proprie case è stato bloccato. Nei successivi cinquant’anni
Israele ha assorbito oltre cinque milioni di nuovi immigrati, mentre gli arabi
sono stati ridotti in una condizione di inferiorità permanente, privi del
diritto di acquistare terre o proprietà degli ebrei, di servire l’esercito o
di organizzarsi senza restrizioni politiche. Lo Stato sionista, nel frattempo,
manteneva il controllo diretto o indiretto di oltre il 90% del territorio,
mentre l’ala sindacale del partito laburista al governo controllava un insieme
di imprese – banche, fabbriche, servizi – che impiegavano circa un quarto
della forza lavoro. La spesa militare è stata regolarmente la più alta del
mondo, raggiungendo per molto tempo circa il 25-40% del Pil, e portando
rapidamente alla costruzione di un arsenale nucleare.
L’espansione della popolazione ebraica di Israele (fino a sei volte il nucleo
iniziale) e la creazione di una nuova comunità linguistica a partire da così
tanti immigrati, dalle caratteristiche più disparate, fu da tutti i punti di
vista un’impresa straordinaria. Come ritorsione per la sconfitta del 1948-49,
gli Stati arabi a turno perseguitarono o espulsero le proprie comunità
ebraiche, alle quali Israele offrì generosamente protezione e accoglienza, in
diretto contrasto con il destino dei profughi palestinesi in terra araba. Con il
crollo dell’Urss, un’altra consistente ondata di immigrati è stata
assimilata con successo. Sono stati risultati di alto livello. Sul piano
economico, tuttavia, questa struttura non è mai stata in grado di vivere
autonomamente, ma solo grazie agli imponenti aiuti finanziari dall’estero. Nei
trenta anni successivi all’indipendenza, il livello di tassazione è stato
sempre molto inferiore a quello della spesa pubblica 11. L’Agenzia Ebraica ha
inviato copiosi fondi dalla Diaspora, e la Germania Occidentale ha versato
massicce riparazioni; ma questi finanziamenti in sé non sarebbero stati
sufficienti a garantire la solvibilità di Israele. Sono stati gli Usa a rendere
possibile la fortezza sionista. Non sembra sia mai stato effettuato un calcolo
preciso dell’ammontare complessivo dei trasferimenti unilaterali di capitale
da parte dello Stato americano, molti dei quali occultati in una selva di
forniture tecniche. Ma vi sono pochi dubbi sul fatto che – come ha scritto Avi
Shlaim a proposito degli ultimi dieci anni – «mai, negli annali della storia
umana, il debito dei pochi verso i tanti è stato così grande». Nel linguaggio
più tecnico di altri due analisti amici, Israele è stato un rentier state. Il
consolidamento e l’espansione del paese sono dipesi completamente dal’enorme
flusso diretto di armi e denaro da Washington. Di fatto, il bastone imperiale
che il Regno Unito aveva ceduto nel 1948 era passato agli Stati Uniti. Da allora
in poi, il sionismo si è affidato alla protezione del potere americano, come in
passato a quella dei britannici.
La profondità e la forza del rapporto, tuttavia, sono state di diverso ordine.
In primo luogo, gli Stati Uniti sono incomparabilmente più ricchi e potenti di
quanto lo fosse anche la Gran Bretagna degli anni d’oro, per tacere del
periodo di declino fra le due guerre. All’interno degli Stati Uniti, inoltre,
la comunità ebraica – diventata, grazie ai propri sforzi il gruppo di
immigrazione più affermato – esercita un’influenza sul paese che va oltre i
sogni di qualsiasi comunità omologa nel passato dell’ebraismo europeo.
Radicato nel mondo degli affari, dell’amministrazione pubblica e dei media, il
sionismo americano fin dagli anni sessanta ha conquistato una salda presa sulle
leve dell’opinione pubblica e della politica ufficiale verso Israele, che si
è indebolita solo in rare occasioni. Da un punto di vista formale, alla fine i
coloni hanno acquistato nel tempo qualcosa di simile a una madrepatria – o a
uno Stato dentro uno Stato – che all’inizio non possedevano. Viceversa,
Israele ha agito come un affidabile sostituto degli Usa in molte operazioni di
carattere locale. La forza di questo asse è aumentata di decennio in decennio.
Negli anni novanta, il flusso degli aiuti statunitensi verso Israele è
triplicato.
7. La fondazione di Israele scosse il mondo arabo, contribuendo nel corso degli
anni cinquanta alla crescita di un nuovo e più fervente nazionalismo in Egitto,
Siria e Iraq. Considerandolo logicamente una minaccia potenziale, nel 1956 il
sionismo laburista cospirò con la Francia, allora impegnata nella guerra di
Algeria, e con la Gran Bretagna, furiosa dopo la nazionalizzazione del canale di
Suez, per sferrare un attacco trilaterale all’Egitto. Conscio della
pericolosità di un’operazione che spingeva Nasser nelle braccia dell’Urss,
e irritato per la mancanza di consultazioni con gli Usa, Eisenhower pose fine
all’attacco. La lezione fu imparata. Undici anni dopo, ottenuta nel frattempo
la benedizione americana, Israele annientò la forza aerea egiziana, conquistò
il Sinai e le alture del Golan, annetté Gerusalemme Est e occupò la
Cisgiordania e Gaza nel corso di un blitz preventivo durato sei giorni. Il
contrattacco tentato dagli arabi nel 1973 fu respinto da un imponente ponte
aereo e marittimo con gli Usa: cacciabombardieri, mezzi per il trasporto delle
truppe, e carri armati. Sei anni dopo, in risposta alle pressioni statunitensi,
l’Egitto abbandonò alleati e palestinesi al loro destino, firmando una pace
separata per riottenere il Sinai. Liberatosi dal pericolo a sud, Israele colpì
di nuovo a nord; nel 1982 invase il Libano, al fine di distruggere le basi
palestinesi e conquistare una zona cuscinetto.
Nel 1967 Isaac Deutscher osservò che Israele aveva intrapreso una strada di
sich totsiegen, vincere al prezzo della propria morte. Le vittorie si
susseguirono una dopo l’altra, con poche tracce di morte. Ma persisteva una
difficoltà. La conquista di Cisgiordania e Gaza aveva assoggettato oltre un
milione e mezzo di palestinesi all’occupazione militare israeliana: troppi da
digerire come cittadini di serie B, alla maniera degli anni cinquanta, e troppi
da espellere come profughi alla maniera del 1948, in assenza di una guerra più
prolungata. La guerra lampo del 1967 fu troppo rapida per consentire espulsioni
cospicue; in quei pochi giorni, solo 120.000 arabi furono soggetti a
‘trasferimenti retroattivi’, un numero del tutto insufficiente a modificare
gli sfavorevoli rapporti demografici in Giudea e Samaria. In questo senso più
limitato, Deutscher aveva ragione. La élite israeliana si divise sulle
conseguenze. Il sionismo laburista, che nel 1949 aveva quasi assecondato le
pressioni di Ben-Gurion e annesso la Cisgiordania d’un colpo – ma esitò e
perse l’occasione – in seguito aderì all’idea che la soluzione migliore
fosse il regime hashemita in Giordania, un vicino remissivo come ci si augurava
che fosse, disponibile ad accettare un ruolo di gendarme per vigilare sulla
regione. Il sionismo del Likud restò saldamente ancorato all’idea che Eretz
Israel 12 includeva per definizione Giudea e Samaria. La prima opzione fallì
quando la Giordania rinunciò alle rivendicazioni sulla Cisgiordania, e accettò
un’identità nazionale palestinese. La seconda poteva essere trasformata in
realtà solo nel caso di un’altra grande conflagrazione e della relativa
ondata di espulsioni, la qual cosa non appariva imminente. Il risultato fu una
impasse strategica. Nel frattempo, entrambe le parti ripiegarono su un programma
di incremento degli insediamenti ebraici nei territori occupati, collocati in
modo da attraversare in lungo e in largo le zone abitate dai palestinesi,
stringendole in una morsa sempre più serrata, in attesa di soluzioni più
definitive.
8. Venti anni di occupazione militare e di espansione da parte dei coloni, alla
fine, hanno infiammato la resistenza popolare. L’Intifada scoppiata nel
dicembre 1987 è iniziata come un movimento spontaneo e disarmato, di resistenza
civile, della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania. Gli scontri che
seguirono furono ad armi impari: per lo più pietre, bastoni e coltelli contro
fucili e mitragliatrici. La sollevazione segnò la comparsa nei territori
occupati di una nuova generazione di giovani, in una fase di risveglio generale
di consapevolezza nazionale. Il controllo di Israele sulle zone conquistate non
fu mai realmente minacciato, ma la repressione israeliana non è stata in grado
di soffocare la rivolta. All’Intifada pose fine la vittoria degli Usa nella
guerra fredda e nella Guerra del Golfo. Con il crollo dell’Unione Sovietica e
la disfatta dell’ultimo Stato mediorientale in grado di contrastare
Washington, la causa palestinese è stata isolata, e la diplomazia americana ha
avuto mano libera nel ripristinare l’ordine in una tradizionale sacca di
instabilità. La conferenza di Madrid e gli accordi di Oslo sono stati
l’equivalente locale dell’allargamento della Nato ai paesi dell’Europa
orientale e della guerra nei Balcani: chiudere le questioni lasciate aperte da
un knock out mondiale.
Allo scopo erano necessarie due condizioni: la collaborazione israeliana e il
rispetto degli accordi da parte dei palestinesi. La seconda si poteva ottenere
più facilmente della prima. Washington ha incontrato poche difficoltà nel
persuadere Arafat a svolgere il ruolo deciso per lui nella soluzione prevista È
stato più difficile convincere Israele, che ha resistito finché Shamir è
rimasto primo ministro. Ma quando il partito laburista ha riguadagnato il
primato a Gerusalemme, Rabin e Peres – consigliati dai servizi segreti
israeliani, secondo cui Arafat rappresentava a quel punto l’opportunità
migliore per controllare indirettamente Cisgiordania e Gaza – si sono mostrati
disponibili a procedere. Il risultato sono stati gli accordi di Oslo del 1993 e
del 1995: reciproco riconoscimento simbolico di Israele e dell’Olp; ritiro
limitato dell’Idf da Gaza e da alcune zone della Cisgiordania, e istituzione
di una Autorità Palestinese di ‘auto-governo’, in cambio dell’impegno di
Arafat a reprimere ulteriori attacchi contro l’occupazione israeliana. Questo
doveva essere l’inizio di un ‘processo di pace’ destinato a concludersi in
futuro con un imprecisato accordo finale, agevolato nel frattempo da generose
donazioni euro-americane all’Autorità Palestinese, e dalla cooperazione tra i
suoi servizi segreti e il Mossad, guidata della Cia. Si trattava, ha spiegato
Arafat al suo popolo, di una via eccellente verso uno Stato palestinese
indipendente.
9. Raramente un accordo internazionale è stato accolto con un consenso così
unanime come nel caso degli accordi di Oslo: le strette di mano storiche sul
prato della Casa Bianca, il premio Nobel ai partecipanti, una valanga di
commenti plaudenti o auto-congratulatori in articoli e libri in tutto il mondo.
I fatti in realtà stavano molto diversamente. Fin dall’inizio, Benny Morris
ha scritto che «come tutte le occupazioni, quella israeliana si è fondata
sulla forza bruta, la repressione e la paura, il collaborazionismo e il
tradimento, le percosse e le camere di tortura, nonché sull’intimidazione,
l’umiliazione e la manipolazione quotidiane». Lo svolgimento del ‘processo
di pace’ non ha modificato nulla di tutto ciò. Quali cambiamenti ha portato?
Dopo otto anni, l’Idf detiene il controllo totale del 60% della Cisgiordania,
e quello ‘congiunto’ di un altro 27%; una rete di nuove strade riservate
agli israeliani, costruite sulla terra confiscata, divide e circonda le residue
enclave sotto l’autorità palestinese; il numero dei coloni ebrei, che hanno
il monopolio dell’80% di tutta l’acqua dei territori occupati, è
praticamente raddoppiato; il reddito pro capite della popolazione palestinese è
diminuito di un quarto nei primi cinque anni successivi agli accordi, e da
allora è precipitato ulteriormente. A queste sofferenze si aggiungono ora la
tirannia e la corruzione della ‘polizia di Stato senza uno Stato’ guidata da
Arafat, nelle zone in cui ha il dovere – secondo l’accordo con Israele –
di tenere sotto controllo i suoi compatrioti.
In tali condizioni, non vi era nulla di più certo della perpetuazione degli
episodi di ribellione popolare, che si sono intensificati nonostante i divieti
di una classe dirigente screditata e collaborazionista. Gli attacchi degli
islamici radicali contro obiettivi israeliani si sono moltiplicati a partire
dalla metà degli anni novanta. Per neutralizzare la loro spinta propulsiva, il
governo laburista di Barak ha cercato di indurre Arafat a firmare un accordo
completo e definitivo, concedendogli l’indipendenza nominale e un seggio alle
Nazioni Unite, in cambio – da parte di Israele – dell’annessione degli
insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme, del controllo strategico di tutto
il territorio sotto bandiera palestinese, e della rinuncia a qualsiasi diritto
dei profughi a recuperare la loro casa in Israele. Spaventato dalle proporzioni
dell’opposizione a una tale resa – che significava l’abbandono di ogni
finzione di ritorno persino ai confini del 1967 – e preoccupato del suo stesso
futuro se avesse firmato, all’ultimo momento Arafat si è tirato indietro. Due
mesi dopo è esplosa la seconda Intifada. Questa volta la sollevazione è stata
un processo molto più violento, con una base significativamente più ampia, che
ha coinvolto le correnti dissidenti di Al Fatah e persino alcuni settori dello
stesso apparato dell’Anp, insieme a militanti fondamentalisti.
10. Fin dall’inizio, il critico più coraggioso e lucido degli accordi di Oslo
è stato Edward Said. La fine del processo di pace, una raccolta degli scritti
sul suo paese di origine pubblicati negli ultimi cinque anni, è un’opera
profetica. Essa unisce un rifiuto assoluto delle ipocrisie e delle bugie che
hanno abbellito i compromessi destinati a riconciliare i palestinesi con la loro
sottomissione al cedimento dei suoi critici alla compensazione e al risarcimento
puramente retorica. La principale conclusione politica che egli trae dalla
storia recente si basa su una analogia con il Sudafrica. Lì – egli osserva
– l’Anc 13 è stato pesantemente sconfitto sul campo, e la sua
organizzazione all’interno del paese è andata pressoché distrutta. Ma
attraverso una campagna battente condotta all’estero è riuscito a
delegittimare e isolare moralmente il regime dell’apartheid, al punto che alla
fine gli stessi bianchi sudafricani – soggetti a ogni genere di boicottaggio
internazionale – hanno sollecitato i negoziati, e smantellato infine il
proprio sistema di dominio. Allo stesso modo, sostiene Said, dovrebbe agire la
resistenza palestinese, «per portare a una condizione di parità noi e gli
israeliani, i quali oggi ci prevaricano in tutto, lasciandoci la dimensione
morale come unico terreno di lotta».
La forza dell’argomento si basa sulla evidente discrepanza di forza persuasiva
delle due posizioni contrapposte e sulla trascinante esemplarità
dell’argomentazione di Said. La debolezza sta nella differenza strutturale fra
la situazione oggettiva degli oppressi nei due Stati coloniali di Israele e del
Sudafrica. Il regime degli Afrikaner era una minoranza blindata e accerchiata,
che in pratica non riceveva alcun appoggio dalla madrepatria. Rifiutati in
Olanda, il massimo su cui potevano contare nel resto dell’Occidente era la
comprensione del mondo degli affari e della burocrazia, nel chiuso di sedi
private. Nessun politico, fuori del Sudafrica, poteva sostenere apertamente
l’apartheid. Negli Stati Uniti, inoltre, esisteva un vasto gruppo di persone
che si identificava direttamente e con entusiasmo nella maggioranza nera della
popolazione sudafricana, vittima dell’apartheid. Gli afro-americani
rappresentavano un essenziale elemento di pressione contro il regime di Pretoria
all’interno del sistema politico americano, anche sotto le amministrazioni più
reazionarie. La posizione della causa palestinese è completamente opposta. Oggi
negli Usa gli immigrati arabi sono presenti in numero considerevole, ma si
tratta per la maggior parte di operai: poveri, divisi ed emarginati nella scala
sociale. Invece Israele – la cui popolazione è quasi il doppio di quella di
Cisgiordania e Gaza – può contare in America sulla massiccia solidarietà
della classe media ebraica, e su una diffusa simpatia presso le forze politiche
europee. Anche con la migliore volontà morale del mondo, è assai improbabile
che si ripeta in Medio Oriente lo scenario sudafricano. Gli sforzi per isolare
Israele ed estendere la solidarietà intorno alla causa palestinese, continuano
ad essere più che mai necessari. Ma è un’illusione pensare che solo
l’opinione internazionale potrebbe avere un grande impatto sul sionismo.
11. Ciò non significa che in questo compiacente consenso generale non vi siano
crepe. Lo stesso Said ha richiamato l’attenzione su una di queste. Negli Usa
– egli sottolinea – la critica nei confronti di Israele rappresenta
‘l’ultimo tabù’, ed è molto più rischiosa e rara di quella contro gli
stessi Stati Uniti. Da molti anni il sionismo americano ha poche difficoltà a
soffocare qualsiasi serio dissenso, bollato automaticamente come espressione di
‘odio verso se stessi’, nel caso di ebrei, o di ‘antisemitismo’, quando
si tratta di gentili. In Europa esiste una maggiore pluralità di opinioni, i ma
i suoi parametri sono generalmente comunque stretti. Per la maggior parte di una
prestigiosa intellighenzia ebraica – così come per l’opinione
conservatrice, liberale e socialdemocratica in genere – la memoria del
genocidio nazista esclude Israele da tutto ciò che va oltre sospetti o
pentimenti sporadici, rapidamente accantonati alla prima presunta emergenza. Le
reazioni alla Guerra del Golfo possono essere considerate un test di questa
sensibilità. La sorte infausta dei palestinesi viene deplorata da tutti. Ma
quelli capaci di dire la verità del ‘processo di pace’ si possono contare
sulle dita di una mano.
D’altra parte, all’interno di Israele – come Said ha osservato – si
possono ascoltare verità sgradevoli che sarebbero bestemmie presso la Diaspora.
È lì che si è analizzata più compiutamente la dinamica coloniale del
sionismo, sono stati documentati i meccanismi e le proporzioni dell’espulsione
di palestinesi, si è denunciata la collusione con le potenze coloniali che si
sono succedute, si è protestato contro la tortura legale, è stata denunciata
la natura confessionale dello Stato. È in «Ha’aretz», non sul «New York
Times», il «Guardian» o «la Repubblica» che la Legge del Ritorno è stata
apertamente paragonata al Codice di Norimberga 14. L’emergere di una cultura e
di un settore – finora limitato – di opinione pubblica ‘post-sionista’,
costituisce uno dei fenomeni più positivi degli anni recenti. Il contesto in
cui è apparso, tuttavia, rappresenta un monito contro ogni esagerato ottimismo.
Fin dagli anni novanta, la scena politica israeliana è diventata sempre più
simile a quella americana, sia pure con alcuni tratti europei. Dal punto di
vista economico, il neoliberismo ha eliminato la maggior parte dei punti fermi
fissati negli anni cinquanta, poiché il partito laburista ha gareggiato con il
Likud, spesso superandolo, nella professione di zelo per la deregulation e le
privatizzazioni. Ma come negli Stati Uniti, la convergenza fra i due partiti
maggiori sulle questioni economiche e sociali – spesso fino al punto
dell’intercambiabilità – coesiste con profonde differenze nella base
elettorale e con profili ideologici contrastanti. Le sfumature nella fedeltà al
capitalismo sono semplicemente note di colore. Del resto, in una misura molto
maggiore che in America, più simili sono le politiche concrete, più stridenti
diventano le differenze secondarie. Come per i democratici e i repubblicani, così
per il partito laburista e il Likud: una kulturkampf assolutamente
sproporzionato rispetto alle contraddizioni realmente esistenti mobilita grandi
passioni, come per celare agli stessi contendenti la profonda unità esistente
fra loro.
A un livello ancora più profondo che in America, il nucleo più consistente del
mondo accademico e dell’intellighenzia forma un milieu bien-pensant di
‘centro-sinistra’. Ma in una cultura popolare dominata dal commercio e dalla
religione, la sua incidenza politica – come negli Usa – è esigua. Due
differenze continuano a distinguere il caso israeliano dal modello americano. Un
sistema proporzionale garantisce alla pletora di sette giudaiche una
rappresentanza elettorale, rendendole nei fatti arbitre delle alleanze nella
Knesset. Il Likud è meno condizionato dai partiti religiosi del partito
repubblicano. Esso ha anche un elettorato molto meno benestante, poiché è
sostenuto principalmente dagli immigrati sefarditi poveri provenienti dal Nord
Africa e dal Medio Oriente, disprezzati dai più istruiti ashkenaziti di origine
est-europea, che costituiscono la base tradizionale del partito laburista. Vi è
quindi nei due partiti israeliani uno squilibrio fra le classi che rovescia lo
schema statunitense. Gli immigrati russi, falchi in tema di sicurezza ma anche
anticlericali, sono elettori fluttuanti. Il prodotto finale del sistema è stato
descritto in modo brillante da un osservatore israeliano: «Gli attori
principali del dramma socio-politico che si sta svolgendo oggi in Israele sono
di destra: la destra socioeconomica liberale dei ceti elevati capitalisti –
chiamata in Israele ‘la sinistra’ – e la destra religiosa fondamentalista
delle classi inferiori lavoratrici – chiamata in Israele ‘la gente’».
Questo è lo scenario, tutt’altro che promettente, in cui si discute oggi del
futuro del sionismo. Qui le differenze fra i due partiti maggiori, radicati
nell’antagonismo di vecchia data fra la tradizione laburista e quella
revisionista, rimangono sostanziali, sebbene tattiche. Il sionismo laburista ha
sempre guardato a protettori stranieri di ogni tipo, ed è stato disponibile a
correggere momentaneamente la propria politica per compiacerli. La sua visione
è pragmatica: i nomi contano meno delle cose. La tradizione revisionista, di
maggior prestigio intellettuale, ha più fiducia in se stessa, ed è meno
flessibile: i nomi rimangono un indizio delle cose. Così il Labour ritiene che,
concedendo ai palestinesi un paio di bantustan, piantonati ogni pochi chilometri
da coloni e soldati israeliani, si placheranno le ansie di Washington e verrà
eliminata – con un costo reale minimo – una zona calda per Israele; mentre
il Likud, memore della storia stessa del sionismo, pensa che l’appetito vien
mangiando, e quel che oggi è pura nomenclatura probabilmente domani diverrà in
parte una realtà. Nessuno dei due partiti ha intenzione di prendere in
considerazione una vera sovranità nazionale per i palestinesi. Messi di fronte
alla reale volontà popolare in Cisgiordania e Gaza, hanno serrato i ranghi, e
si è arrivati all’attuale regime Sharon-Peres. Dietro il quale, una union
sacrée di incredulità e sdegno – seguita al rifiuto delle ‘concessioni’
di Israele a Camp David – accomuna le forze politiche.
12. In questo contesto è possibile misurare sia il coraggio che la pusillanimità
del ‘post-sionismo’. Gli importanti risultati – sul piano intellettuale
– raggiunti dalle opere di Benny Morris, Avi Shlaim, Gershom Shafir, Baruch
Kimmerling, Tom Segev, sono ora ampiamente riconosciuti. Una dopo l’altra, le
costruzioni della mitologia sionista ufficiale sono state smantellate. Ma la
ricerca coraggiosa e il giudizio intransigente, che hanno caratterizzato la loro
indagine sul passato, si sono fermati bruscamente sul presente, appena si sono
poste questioni politiche. Leoni sul piano dell’analisi, questi scrittori sono
agnelli quando si tratta di dare indicazioni concrete. Nessuno ha indagato
seriamente su Oslo, per non parlare di Camp David. Più di uno si è sbracciato
per Barak. Nessuno ha proposto un’alternativa alle ipocrisie del ‘processo
di pace’.
Quale dovrebbe essere l’alternativa? Storicamente, vi fu una corrente
all’interno dell’Yishuv secondo la quale solo uno Stato binazionale, diviso
equamente fra arabi ed ebrei, poteva portare giustizia in Palestina. Questa
tradizione non sionista, presente principalmente fra gli ebrei di origine
tedesca, aveva le sue roccaforti intellettuali nell’Università ebraica di
Gerusalemme; e trovò espressione politica nel movimento comunista. Nonostante
Edward Said abbia cercato di ravvivarla, in Israele è oggi pressoché estinta.
Per quanto auspicabile, una tale soluzione era comunque destinata a naufragare
sulla realtà di due nazionalismi etnici antagonistici, ciascuno dei quali
legittimato a rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione.
Restava solo la spartizione. Tutti i progetti per una soluzione hanno previsto
una divisione della Palestina. Qual è la proposta israeliana, dalla quale il
post-sionismo deve ancora dissociarsi? Essa si basa su quattro assiomi, che
definiscono le dimensioni, la posizione geografica, la sicurezza e l’economia
di qualsiasi entità palestinese residua cui garantire l’autogoverno o una
sovranità nominale. Dimensioni: meno di un quinto del paese; Israele terrà il
78% della Palestina conquistato nel 1948-49, Gerusalemme e una striscia di
insediamenti in Cisgiordania, che attualmente si prevede equivalente a un altro
5 o 6%. Posizione: due enclaves disgiunte, che non comprendano alcuna città
importante esistente prima della guerra, né un porto naturale. Sicurezza:
nessuna forza di difesa, ma solo polizia nazionale. Economia: nessuna
riparazione per il saccheggio delle proprietà arabe, valutate a circa 120
miliardi di sterline.
13. La spudorata iniquità di queste proposte, al centro del ‘processo di
pace’, non ha suscitato quasi nessuna protesta nella Diaspora, presso cui la
solidarietà etnica prevale pressoché universalmente sui principi morali, e
tanto meno in Israele. Esse comunque possono esser considerate dei parametri di
riferimento, in base ai quali valutare l’accettabilità di una soluzione.
Dieci anni fa, Guy Mandron, un ufficiale francese, propose una spartizione che
aveva il merito di soddisfare almeno due criteri per una soluzione equa. Il suo
progetto esigeva come condizione essenziale che il futuro Stato palestinese
dovesse estendersi su un territorio unico e continuo, e che non fosse meno
difendibile militarmente del suo omologo israeliano. L’esame delle sue carte
geografiche, che mostrano l’assoluta distanza fra quella proposta e ciò che
è ‘in offerta’ oggi, produce uno shock salutare.
Oggi in Israele vivono quasi sei milioni di ebrei e circa sei milioni di
palestinesi, sparsi nei territori occupati e nei campi profughi degli Stati
vicini e dello stesso Israele. Qualsiasi equa divisione di terra fra questi
gruppi di popolazione pressoché uguali esige un’approssimativa parità di
risorse. La configurazione territoriale di una spartizione equa dovrebbe
risultare simile al progetto di Mandron, senza le ‘compensazioni’ che egli
concede a Israele, e includendo Haifa, la cui popolazione nel 1947 era per due
terzi araba: in altre parole, un blocco unico di territorio palestinese, che
escluda Gaza e comprenda Gerusalemme Est, la Galilea e la costa dal Libano ad
Haifa, in una fascia che affianchi Israele e ripieghi su di esso, disegnando due
Stati incastrati, a forma di elle. Le riparazioni per le proprietà arabe sul
territorio palestinese saccheggiate nel 1950, l’ultima condizione fondamentale
per un accordo, andrebbero a quei palestinesi che non sono in grado di tornare
nelle proprie case all’interno dei nuovi confini, e a quelli che oggi vivono
in Israele e scelgono di rimanervi.
14. Basta illustrare queste condizioni per assistere all’addolorato
scetticismo delle anime belle del sionismo liberale e del post-sionismo: «Tutto
ciò va benissimo, ma non è neppure lontanamente realizzabile sul piano
politico». Tradotto: possediamo ciò di cui siamo sicuri. Non esiste la più
vaga intenzione da parte di nessuno, in questo fronte di opinioni, di cedere un
centimetro quadrato del 78% di un paese tetragono verso ogni restituzione, né
la minima idea che separarsi da una piccola porzione del restante 22% significhi
qualcos’altro che una ‘dolorosa concessione’. Scrive Benny Morris:
Israele ha fatto la sua parte: ha riconosciuto l’Olp, ha riconosciuto la
necessità di suddividere la Palestina fra uno Stato ebraico e uno stato
palestinese più piccolo. Si tratta di una grande rivoluzione nel pensiero di
Israele, se si paragona a cosa pensavano in proposito i suoi abitanti negli anni
fra il 1948 e il 1992. Barak è andato persino oltre, acconsentendo di dividere
Gerusalemme. Ma Israele non può accettare il diritto al ritorno senza mettere
in conto di dover far fronte a eventi distruttivi.
Ecco quel che confessa apertamente Tom Segev:
La proposta di Barak appare assai meno generosa di come ci è sembrata perché
non l’abbiamo esaminata in dettaglio (sic). La terra che offriamo risulta
essere costituita da una serie di piccole isole, senza alcuna continuità
territoriale, separate da insediamenti israeliani e da strade pattugliate
dall’esercito di Israele. Perciò la verità è che non abbiamo offerto molto.
E poi, continuando imperturbabile:
Sono giunto alla conclusione che il conflitto era inevitabile, la guerra era
inevitabile, e ora che gli insediamenti sono una realtà è inevitabile la
continuazione del conflitto, e non ci sarà la pace in questa fase. Sono sempre
stato contro gli insediamenti, ma ormai esistono... Si tratta di elementi nuovi
da considerare: non si possono evacuare interi paesi.
Seguono le parole di David Grossman, sempre apprezzato per la sua capacità di
compenentrarsi nella difficile situazione palestinese:
Barak ha messo tutto sul tavolo. Lo ha fatto nel modo sbagliato, ma penso che
ora la maggior parte degli israeliani sappia a cosa occorre rinunciare per
realizzare una pace vera. Credo che l’elezione di Ariel Sharon indichi che gli
israeliani non sono abbastanza maturi per quelle concessioni. E quando ascolto i
palestinesi, non sono sicuro che essi siano disponibili alle concessioni che
pure è necessario fare, giacché comporterebbero la rinuncia a esigere il
diritto al ritorno.
O, come ha affermato con delicatezza Jerome Slater – la voce più nuova del
sionismo progressista, coerente fautore della ‘riconciliazione’ à la Oslo
con i palestinesi, – spiegando perché non possono permettere loro di
ritornare: «Il tempo che passa non solo crea nuove realtà pratiche, ma anche
nuove, o almeno più complesse, realtà morali. La questione non è
riconducibile a ‘il potere realizza il bene’; piuttosto, ‘ciò che inizia
come potere può evolvere nel bene, o almeno nel rispetto dei diritti’.» Di
fronte a un simile ragionamento, la tradizione revisionista è più semplice e
coerente. Perché non concediamo al potere un po’ più di tempo per portare
avanti il suo lavoro? Se va bene prendere i quattro quinti del paese, che c’è
di male a concludere l’opera e prenderselo tutto? Dio non lo ha diviso, ma ce
lo ha consegnato intero. Contro la miseria intellettuale del ‘processo di
pace’, a cui questo post-sionismo si aggrappa disperatamente, l’argomento di
Eretz Israel risulta inoppugnabile.
15. Per quanto coraggiosa sia la loro resistenza all’Idf, i palestinesi sono
troppo deboli per sperare di ottenere giustizia agendo da soli, oggi come
domani. Prima o poi, e probabilmente più prima che poi, il sionismo troverà il
modo di stringere la morsa di Camp David su di loro. Finché l’Intifada
continuerà incontrollata, l’Anp prenderà tempo. Ma nessuna rivolta può
durare per sempre. Sotto l’inesorabile blocco e il fuoco dei cecchini,
potrebbe facilmente diffondersi fra gli abitanti un senso di spossatezza, e una
pace qualsiasi risultare preferibile alla continuazione di una guerra impari.
Chi potrebbe biasimarli? Avremo ancora scene toccanti sul prato della Casa
Bianca, e un coro di ‘congratulazioni internazionali’ per la nascita – da
qualche parte ad ovest del Giordano – di uno staterello frazionato, la cui élite
è irrorata di fondi riconoscenti. Israele saprebbe bene come gestire un
consociato arabo: Arafat come il maggiore Haddad, l’Anp come l’Sla 15 su
larga scala. Resta da vedere, ovviamente, se i palestinesi possano essere tenuti
in soggezione così indefinitamente. Il tempo in cui midianiti e gli amaleciti
16 potevano essere cancellati senza lasciar traccia è passato. L’opinione
pubblica israeliana ne è consapevole, e ciò spiega come mai la condizione meno
negoziabile fra quelle collegate all’entità statuale palestinese, sulla quale
non è mai stato espresso alcun dissenso, è che – pur rimanendo lo Stato
Israele completamente in armi – essa sia smilitarizzata. Deve esserlo, perché
altrimenti come potrebbero dormire sonni tranquilli i predatori del 78% della
terra, sia pure ben sorvegliati dai loro cani da guerra? La pretesa, su cui
tutti gli israeliani benpensanti concordano, confessa il crimine originario, non
risarcibile.
16. Non esistono altre prospettive? Il potere israeliano non cederà mai a
null’altro che alla forza. Ma anch’esso ha un tallone d’Achille. In
definitiva, rimane ancora uno Stato dipendente, per la difesa e il benessere,
dagli Stati Uniti. La sua sorte è sempre stata legata a una potenza straniera,
senza la quale non potrebbe sopravvivere. Se al sionismo fosse ritirato
l’appoggio americano, la sua intransigenza si esaurirebbe rapidamente. La
rigidità dell’opinione pubblica israeliana, da lungo tempo dovuta alla
certezza del placet americano, è in questo senso più fragile di quanto sembri.
Se Washington ritirasse l’appoggio a Gerusalemme, prima o poi non tarderebbero
a verificarsi dei ripensamenti. Ma come potrebbe l’America anche solo prendere
in considerazione un simile tradimento? La risposta è, come sempre fin dagli
anni cinquanta, nel mondo arabo. Finché entrambe le maggiori potenze arabe –
l’Egitto con la sua popolazione, e l’Arabia Saudita con il suo petrolio –
rimangono alle dipendenze dell’America, il Medio Oriente e il suo petrolio
sono saldamente nelle mani degli Usa, e non vi sono ragioni per negare a Israele
nulla di ciò che vuole. Ma se questa situazione dovesse modificarsi, il destino
dei palestinesi cambierebbe immediatamente. L’America ha investito cifre
enormi per sostenere la traballante dittatura di Mubarak al Cairo, cordialmente
disprezzata dalle masse egiziane; e non ha risparmiato sforzi per proteggere la
plutocrazia feudale di Ryad, insediata su una marea di immigrati senza diritti.
Se una di queste due costruzioni – o al meglio, entrambe – fosse fatta
cadere, l’equilibrio di poteri nella regione verrebbe trasformato.
La cupa storia politica del mondo arabo nel corso della seconda metà del secolo
scorso non offre molti motivi per ritenere che ciò sia possibile nel breve
periodo. Né esistono garanzie che i regimi futuri agiranno meglio di Nasser, o
produrranno qualcosa di diverso dai fallimenti di quell’epoca. Ma nessun
equilibrio statico è permanente, neanche in Medio Oriente. Qualsiasi frattura
nel suo sistema di potere farà tremare la bussola degli Usa. Regimi
autenticamente indipendenti sul Nilo o alla Mecca porrebbero presto nella giusta
prospettiva il peso delle relazioni con lo Stato sionista. Il sangue è più
denso dell’acqua, ma il petrolio è più denso di entrambi. La cattività dei
palestinesi è una conseguenza della più generale sottomissione del Medio
Oriente. Nel giorno in cui il mondo arabo allentasse la sua dipendenza da
Washington – se mai quel giorno dovesse venire – Israele sarebbe costretto a
rinunciare ai suoi smisurati privilegi. In mancanza di ciò, è improbabile che
il sionismo verrà ridimensionato.
note:
1 An-Nakba, la catastrofe, è la terribile sconfitta della
insurrezione palestinese contro l’immigrazione ebraica e, poi, contro la
formazione dello Stato di Israele (NdR).
2 Lo Shtetl è il villaggio ebraico dell’Europa orientale,
formato essenzialmente di casupole e sinagoghe di legno, spazzato via
dall’Olocausto. È, per esempio, il villaggio di Vitebsk, in Lituania, paese
natale di Marc Chagal, raffigurato in moltissimi suoi quadri.
3 Sul fenomeno del sionismo non ebreo, cfr. R. Sharif, Non-jewish
Zionism, London 1983 (NdA).
4 L’Yishuv (lett.: insediamento) è in genere la comunità
ebraica, sia quella residente in Palestina già prima della nascita del
movimento sionista (Vecchio Yishuv), quanto l’immigrazione post-sionista
(Nuovo Yishuv) (NdR).
5 Orde Charles Wingate, militare inglese, comandante di bande
irregolari che compivano raids terroristici contro i palestinesi (NdR).
6 Il Cabildo di Buenos Aires era il comitato dei coloni che proclamò
la lotta per l’indipendenza dell’Argentina dalla madre patria (NdR).
7 L’Irgun Zevai Le‘umi (in sigla, Izl) organizzazione
nazionalista armata (1937) (NdR).
8 L’Haganah, nata negli anni ’20 come organizzazione armata
clandestina di autodifesa della comunità ebraica, si trasformò negli anni
’40 in una vera e propria organizzazione militare regolare da cui nacque
l’attuale Idf (Israeli Defence Force) (NdR).
9 Intellettuale e politico americano, membro del Segretariato
dell’Onu, Premio Nobel per la pace (1950) (NdR).
10
Cfr. B. Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict
1881-1999, London 1999, p. 62; tr. it. Vittime.
Storia del conflitto arabo-sionista. 1881-2001, Rizzoli 2001. Ben-Gurion formulò
questo giudizio un mese dopo la ‘notte dei cristalli’ (NdA).
11 Per esempio, dal 1980 al 1985 il totale della spesa pubblica
superò costantemente il 70% del Pil. «La sola fiscalità non poteva finanziare
un tale livello di spese, ma grazie agli aiuti Usa e ad altre risorse esterne
non onerose, ciò non era realmente necessario. Durante la guerra del Libano del
1982, furono mobilitate risorse esterne sufficienti a consentire al governo di
destinare alle spese il 71,5% del Pil ricorrendo alla finanza nazionale solo per
il 51,6%»: Y. Plessner, The Political Economy of Israel, Albany, 1994, p. 177
(NdA).
12 La ‘Grande Israele’, la Terra Promessa, comprendente
l’intera Palestina, del sionismo delle origini (NdR).
13 L’African National Congress, il partito di Nelson Mandela
(NdR).
14 Il testo fondamentale della legislazione antisemita promulgata
(1935) dal regime nazista a Norimberga (NdR).
15 Sa‘ad Haddad, capo delle milizie cristiano-maronite, alleate
di Israele nella guerra civile del Libano, e comandante del South Lebanon Army
(Sla) (NdR).
16 Midianiti (detti anche Ismaeliti) e Amalechiti sono le tribù
che nella Palestina biblica si combatterono aspramente e inflessibilmente per un
lungo periodo (NdR).
(Traduzione di Tiziana Antonelli)
Il saggio di Perry Anderson è stato pubblicato, con il titolo Scurrying towards
Bethlehm, nel numero di luglio-agosto 2001 della «New Left Review» alle pp.
5-30. Le note dell’autore pubblicate in questa traduzione sono indicate come
(NdA), quelle della redazione con (NdR).
Il governo
di destra, ostaggio dei partiti religiosi ortodossi
In Israele,
l'irresistibile ascesa degli "uomini in nero"
di
Joseph Algazy*
Nell'accordo di coalizione del giugno 1996,
il primo ministro Benyamin Netanyahu si era impegnato a far
approvare dal parlamento una legge che stipulasse il monopolio
ortodosso in materia di conversioni, di matrimonio e di divorzio
e che escludesse i rappresentanti della corrente dell'ebraismo
riformato e di quello conservatore dai consigli religiosi locali.
La legge promessa da Netanyahu, oltre ad una
crisi giuridica, scatenerebbe una crisi senza precedenti nelle
relazioni fra Israele e la diaspora. La stragrande maggioranza
degli ebrei americani si riconosce infatti nelle corrente
religiosa riformata o in quella conservatrice, per le quali le
concessioni fatte da Netanyahu ai capi ortodossi rappresentano
una vera e propria dichiarazione di guerra. Per una buona
ragione: chiunque si fosse convertito all'ebraismo in Israele al
di fuori del quadro dell'ortodossia cesserebbe di essere ebreo...
Da qui l'annuncio di una sferzante ritorsione: le potenti comunità
ebraiche americane non solo non parteciperebbero più alle
attività della lobby filoisraeliana, ma interverrebbero presso
il Congresso e il governo di Washington affinché gli Stati uniti
facciano pressione su Israele boicottando anche le collette di
fondi a favore dello stato ebraico.
"Nessuna legge fuori dalla Torah"
Per valutare il peso di questa mobilitazione, basta sapere che,
durante il 33&oord Congresso sionista mondiale, tenutosi alla
fine del dicembre 1997, 107 dei 145 membri della delegazione
americana appartenevano alla corrente riformata e a quella
conservatrice.
Netanyahu è consapevole del pericolo che
questo rappresenterebbe per Israele, ma anche del fatto che, se
non mantiene le sue promesse, rischia che il blocco religioso
abbandoni un giorno o l'altro il governo, rendendo ineluttabili
le elezioni anticipate.
Il compromesso proposto alla fine di gennaio
dalla commissione parlamentare presieduta dal ministro delle
finanze Yaacov Neeman che prevede che ortodossi, riformati e
conservatori preparino insieme i candidati alla conversione sarà
mai accettato? Come sottolineava Haym Tsadok, ex ministro della
giustizia (1),
i partiti religiosi intendono preservare, per ragioni politiche e
ideologiche, il monopolio istituzionale del rabbinato ortodosso
nel campo del diritto di famiglia. Fatto questo che per i
cittadini israeliani rischia in ogni caso di tradursi nella
acutizzazione dei contrasti religiosi che dall'indipendenza a
oggi non hanno smesso di pesare sulla loro vita quotidiano. De
iure, in Israele esistono solo i matrimoni e i divorzi religiosi.
Un ebreo non può sposare una musulmana, e
un cristiano non può sposare un'ebrea, a meno di farlo
all'estero e di registrare in seguito il matrimonio in Israele...
Nello stesso modo, una donna ebrea, il cui divorzio non è stato
convalidato da una sentenza del tribunale rabbinico, non può
risposarsi, a maggior ragione se il marito è sparito all'estero
o è scomparso in guerra.
Inoltre, tutti gli organismi statali e i
servizi pubblici devono rispettare lo shabat (il riposo
settimanale del sabato) e la cacherut (un complesso di norme
alimentari). Concretamente, questo significa che ogni settimana,
dal venerdì pomeriggio fino al sabato sera e durante le
(numerose) feste ebraiche, i trasporti pubblici non funzionano.
Negli stessi giorni vengono chiuse molte strade che attraversano
i quartieri religiosi e vengono limitati al minimo gli scavi
archeologici nei luoghi considerati sacri dagli ortodossi.
L'influenza dei partiti religiosi sul
governo e sulla società non è un fenomeno nuovo. Dalla
fondazione di Israele a oggi questi partiti hanno partecipato a
quasi tutte le coalizioni governative. E il fatto che alcuni di
essi siano sionisti e altri no non ha mai rappresentato un
ostacolo, né per loro né per i loro alleati, le due grandi
formazioni politiche del paese oggi chiamate Partito laburista e
Likud. Fin dalle origini, nel 1948, il Mapai antenato
dell'attuale Partito laburista ha, per così dire, fatto entrare
il lupo nell'ovile imponendo un sistema in cui non esiste
separazione fra stato e religione.
Questa, peraltro, è la ragione per cui lo
stato di Israele, a tutt'oggi, non ha una Costituzione ma solo
una serie di parziali leggi costituzionali. "Una
Costituzione non può essere valida", dichiarava nel 1949
senza mezzi termini il rappresentante di Agudat Israel davanti
alla prima Knesset, "se essa non si identifica totalmente
con la Torah. Qualsiasi altra costituzione rappresenterebbe una
violazione della legge. Vi avverto che qualsiasi tentativo di
redigere una Costituzione scatenerebbe un conflitto ideologico
violento, senza possibilità di compromesso (2)".
I dirigenti del paese, a cominciare da David Ben Gurion, si
rifiutarono di entrare in conflitto con gli ortodossi su questo
punto cruciale. E spinti da questa stessa logica, hanno accettato
che le norme e i vincoli religiosi venissero imposti a tutti,
accordando ai religiosi molti privilegi (come l'esenzione dal
servizio militare per gli allievi delle scuole religiose (3)
e per le ragazze che si dichiarano praticanti) e, soprattutto,
permettendo, con la scusa di rafforzare la coscienza ebraica fra
i giovani, che i partiti religiosi avessero il diritto di
esercitare un certo controllo sull'insegnamento, compreso quello
laico.
Da questo deriva la centralità del
dibattito sulla natura dello stato. Le organizzazioni politiche e
le correnti ideologiche nazionaliste e religiose definiscono
Israele uno "stato ebraico".
Gli ambienti liberali, anche all'interno
della magistratura, lo definiscono uno "stato ebraico e
democratico". Gli ambienti arabi e di sinistra preferiscono
la definizione "stato di tutti i cittadini". Altri,
infine, accettano una formula di compromesso: "stato ebraico
e di tutti i cittadini". Tuttavia, secondo il professor
Baruch Kimmerling dell'Università di Gerusalemme (4),
gli aggettivi "ebraico" e "democratico" sono
contraddittori: in effetti, chi parla di stato
"democratico" ha in testa una concezione laica,
occidentale e universale dello stato, mentre chi parla di stato
"ebraico" dà a questo termine un'interpretazione
teologica e un contenuto di ortodossia che ha le sue radici nella
halakha. In Israele, conclude Kimmerling "una parte
importante della pratica dello stato non è sempre compatibile
con una concezione democratica, occidentale e liberale illuminata
dello stesso (5)".
Dopo la guerra del giugno 1967, fanatici
religiosi ultranazionalisti fra cui numerosi laici collaborarono
alla realizzazione di un comune obiettivo politico: la creazione
del Grande Israele, quindi la colonizzazione ebraica massiccia
dei territori occupati (6).
Tutto questo veniva fatto in nome della religione, dei sacri
testi e della storia. Anche se una corrente religiosa
minoritaria, della quale fanno parte alcuni rabbini, manifesta
una volontà di pace e di compromesso. Ad esempio il Grande
rabbino sefardita Bakshi Doron, per il quale: "secondo la
fede ebraica, la vita è più sacra di Eretz-Israel (7)".
Cinquant'anni dopo la creazione dello stato
di Israele, i partiti religiosi sono più forti che mai. Durante
le ultime elezioni legislative del maggio 1996 hanno ottenuto un
numero record di deputati (23 su un totale di 120), senza contare
i deputati religiosi eletti in altre liste. Questa rimonta gli
"uomini in nero" la devono principalmente al clima
sociale creato dal fenomeno del hazara betshuva (ritorno alla
fede) che ha assunto proporzioni considerevoli in Israele.
Secondo un recente sondaggio (8),
negli ultimi sei anni il 17% della popolazione ebrea del paese si
è riavvicinato alla religione. E più precisamente: 13.000 laici
sono diventati haredim (letteralmente: coloro che temono Dio),
24.000 religiosi praticanti e 130.000 tradizionalisti.
Contemporaneamente 150.000 laici si sono riavvicinati alla
tradizione, 175.000 tradizionalisti sono divenuti religiosi
praticanti e 24.000 religiosi praticanti sono divenuti haredim.
Perché mai questo ritorno alla religione?
Più di un quarto degli interessati (il 26%) dichiara di aver
subito l'influenza delle radio pirata e degli organismi religiosi
che inquadrano l'hazara betshuva; il 44% afferma che si è
trattato di una reazione a un avvenimento importante nella loro
vita (9).
Infine, per il 55% degli intervistati, l'hazara betshuva in
generale rappresenta un fenomeno positivo. Per trasformare in
vero e proprio monopolio lo statuto privilegiato di cui gode
rispetto alle altre correnti religiose ebraiche (riformata,
conservatrice, karaita e ebraica di origine etiopica) e alle
altre religioni (quella musulmana, drusa e cristiana) praticate
dai cittadini di Israele, l'establishment ortodosso conta
principalmente su un suo ruolo decisivo all'interno della
coalizione di destra e di estrema destra attualmente al potere.
Chi è ebreo?
Nel governo israeliano è sempre esistito un
ministero per gli affari religiosi dotato di un bilancio cospicuo
e di un potente apparato di funzionari. In passato due erano i
partiti che si spartivano il controllo di questo ministero: il
Partito religioso-nazionale (Mafdal), di obbedienza sionista, e
il Partito laburista -quando stava al governo. Oggi, il Mafdal
deve invece spartirselo col rivale Partito ultraortodosso
sefardita (Shas). La posta in gioco è considerevole, perché
questo ministero gestisce tutte le attività religiose (ebraiche
e non) e controlla il funzionamento dei consigli religiosi locali
che sono responsabili delle sinagoghe, dell'osservanza del riposo
obbligatorio del sabato (shabat) e delle norme alimentari
(cacherut), dei funerali, dei cimiteri delle abluzioni rituali,
etc... Infine, il ministero per gli affari religiosi controlla il
funzionamento delle istituzioni religiose non ebraiche.
Poiché la legge non riconosce quelli
civili, i matrimoni, come i divorzi, sono di competenza dei
tribunali religiosi, ebraici e non. Questi tribunali, se le parti
interessate preferiscono sottomettersi alle decisioni di un
tribunale religioso invece che a quelle di uno civile laico,
dirimono anche le liti fra i coniugi ed emettono sentenze sulla
custodia dei minori e gli alimenti da versare in caso di
divorzio, sui problemi relativi alle adozioni, alle successioni
ereditarie e all'esecuzione dei testamenti. Gli ambienti
clericali e conservatori, ebraici e non, non sono per nulla
soddisfatti del fatto che i tribunali civili laici, e in
particolare la Corte suprema, abbiano la priorità sui tribunali
religiosi in tutti questi campi. Inoltre, i partiti religiosi
vorrebbero che il parlamento adottasse una legge che in molti
casi li autorizzasse ad aggirare le decisioni della Corte
suprema.
Il funzionamento del Consiglio del grande
rabbinato viene regolato dalla legge. A capo di questa
istituzione si trovano due Grandi rabbini, uno askenazita e
l'altro sefardita, che si avvicendano alla presidenza del
Consiglio e del Grande tribunale rabbinico. Il Grande rabbinato
ha poteri sovrani per quanto riguarda la halakha, è responsabile
dell'investitura dei rabbini e, al di là dei suoi poteri
formali, gode di una autorità eccezionale fra i praticanti e in
tutto lo stato.
La corrente degli ebrei ortodossi,
largamente maggioritaria in Israele, monopolizza queste
istituzioni religiose, anche se esse, come abbiamo visto,
svolgono importanti funzioni sociali e civili. Al punto che essa
riesce a dare una risposta esclusivamente teologica e non sul
piano del diritto civile all'interrogativo "chi è
ebreo?". Ciò che vogliono i partiti ortodossi è imporre il
loro monopolio: essi si oppongono categoricamente al
riconoscimento legale delle conversioni alla religione ebraica
sancite dai tribunali religiosi riformati o conservatori, al
diritto di questi ultimi di emettere sentenze relative ai
matrimoni e ai divorzi e, persino, di far parte dei consigli
religiosi locali. Alla fine, ogni cittadino ebreo di Israele
dipenderà, dalla nascita alla morte, dai rabbini ortodossi. Con
un'eccezione: in seguito all'intervento della Corte suprema,
l'establishment degli ebrei ortodossi ha dovuto almeno per il
momento rassegnarsi a riconoscere la validità di matrimoni,
divorzi e conversioni all'ebraismo avvenuti all'estero, anche se
sanciti da rabbini riformati e conservatori.
Nell'agosto del 1977, Eliyahu Suissa,
ministro per gli affari religiosi e membro dello Shas, ha
presentato le sue dimissioni pur di non ratificare una decisione
della Corte suprema relativa alla nomina di una donna della
corrente dell'ebraismo riformato come membro del Consiglio
religioso della città di Natanya. In quel caso fu Netanyahu
stesso, divenuto per l'occasione ministro per gli affari
religiosi, che finì per firmare il documento di nomina.
Tentazioni egemoniche Gli "uomini in
nero" non esitano a organizzare manifestazioni violente,
specialmente a Gerusalemme: blocco delle strade, lanci di pietra
contro i guidatori, i passanti e gli agenti di polizia, incendi
delle pattumiere... Tutto per costringere le autorità a fermare
la circolazione automobilistica e a sbarrare le strade nei giorni
dello shabat e in quelli di festa, a chiudere i grandi magazzini
e le sale da gioco, a vietare l'allevamento e la vendita di
maiale, etc. Quest'anno, nel giorno di lutto annuale (che cade il
9 del mese di Ab) per commemorare la distruzione del primo e del
secondo Tempio di Gerusalemme, essi hanno persino costretto la
polizia ad evacuare con la forza centinaia di ebrei appartenenti
alla corrente conservatrice, che stavano pregando davanti al Muro
del pianto.
Le prime vittime dell'egemonia ortodossa
sono in realtà i membri delle correnti che gli haredim, forti
del monopolio che essi detengono sulla halakha, accusano di aver
"deviato" o di essere "eretici". Negli anni
50 e 60 l'establishment ortodosso contestò l'identità ebraica
dei membri della comunità Bne Yisrael, venuti dall'India,
causando loro parecchie sofferenze. Dagli anni 80, gli ebrei
venuti dall'Etiopia subiscono una sorte analoga.
Vengono obbligati a passare esami di
religione per provare di essere effettivamente ebrei; alcuni di
loro devono sottoporsi al rituale della conversione; l'autorità
dei loro rabbini non viene riconosciuta. Succede persino che le
autorità responsabili dei cimiteri rifiutino di seppellire i
loro morti con la scusa che la loro identità ebraica non è
stata accertata. Quanto poi ai karaiti, in maggioranza
provenienti dall'Egitto, essi devono affrontare queste stesse
difficoltà da decenni e, per reazione, si rinchiudono nelle loro
comunità. L'establishment ortodosso si spinge fino ad affermare
che un terzo degli immigranti originari dell'Unione sovietica non
è ebreo. E i soli a tenergli testa sono i membri della corrente
riformata e di quella conservatrice.
Peraltro, è pur vero che questi ultimi
provengono quasi tutti dagli Stati uniti, dove mantengono solidi
legami con le loro ricche e influenti comunità.
Dalla loro partecipazione alle coalizioni
governative, inoltre, tutti i partiti religiosi ricavano enormi
vantaggi materiali, in continuo aumento. Nel governo attuale, il
Mafdal detiene il portafoglio della pubblica istruzione che ha un
bilancio molto cospicuo, personale numeroso e una grande
influenza ideologica e quello dei trasporti. E' presente anche
nel ministero per gli affari religiosi, che divide con lo Shas.
Quest'ultimo oltre al ministero del lavoro e quello della
previdenza sociale (dotato di imponenti risorse) controlla il
ministero degli interni, che dispone di un bilancio enorme ed
esercita funzioni decisive, quali l'iscrizione della menzione
"ebreo" o "non ebreo" sulle carte di identità.
Per non parlare della sua enorme influenza su tutte le
municipalità. Un deputato di Agudat Israel è viceministro delle
costruzioni: una posizione dalla quale può promuovere con zelo
la crescita delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme-Est e
fare del suo meglio per favorire le comunità di haredim. E
dulcis in fundo, un deputato di Deghel Hatora presiede la
commissione per le finanze della Knesset: una commissione molto
influente, come si può immaginare.
I ministri membri dei partiti religiosi
sfruttano, non c'è dubbio, le loro posizioni di potere. Certo,
ogni tanto i loro metodi, a volte contrari alla legge o alle
norme in vigore, sollevano uno scandalo nei media. Questo non li
disturba più di tanto: quando un deputato dello Shas venne
condannato a una pena di prigione per corruzione, i suoi colleghi
e lui stesso si limitarono ad affermare che egli aveva agito in
nome di una buona causa. E che, d'altronde, se era stato
condannato lo si doveva al fatto che era un sefardita. Il partito
Shas gioca sempre sulla corda della discriminazione nei confronti
della comunità sefardita, un tema al quale il suo pubblico è
particolarmente sensibile.
Lavaggio del cervello nelle scuole Malgrado
tutti questi vantaggi, i partiti religiosi e, in particolare,
quelli ultraortodossi non avrebbero l'influenza che hanno se non
gestissero innumerevoli istituti scolastici e di beneficenza.
Questa attività consolida e allarga notevolmente la loro base
sociale e il loro ascendente ideologico. Nelle scuole, i giovani,
e attraverso di loro i genitori, subiscono un vero e proprio
lavaggio del cervello. Ma i partiti religiosi distribuiscono
anche degli aiuti. Il governo e le autorità locali riducono o
sopprimono i pasti caldi offerti agli studenti poveri delle
scuole pubbliche? Gli istituti scolastici dello Shas, invece, li
garantiscono. E offrono anche dei corsi supplementari, alla fine
dei quali gli studenti vengono riportati a casa. Non c'è da
stupirsi se, in queste condizioni, il numero delle scuole dei
partiti religiosi continua ad aumentare. Nella zona sud di Tel
Aviv, il numero dei bambini iscritti alle scuole materne dello
Shas è aumentato del 20% e fra i nuovi iscritti ci sono molti
bambini di famiglie laiche, i quali i primi giorni vanno a scuola
senza kippa (zucchetto) sulla testa e successivamente si abituano
a portarlo e finiscono per unirsi ai loro compagni religiosi
nella preghiera (10).
Come a dire che i partiti religiosi ebraici fanno ricorso alle
stesse tecniche del movimento islamista in Israele e di Hamas in
Cisgiordania e a Gaza. La somiglianza dei metodi di reclutamento
dei partiti religiosi, ebraici e musulmani, è straordinaria.
I laici, sentendosi braccati dalle
costrizioni e dai vincoli religiosi in continuo aumento,
abbandonano Gerusalemme in numero sempre maggiore. Dopo le
elezioni del 29 maggio 1996, molti intellettuali parlano di una
"guerra di civiltà" che opporrebbe i laici ai
religiosi. Secondo Baruch Kimmerling, se è vero che le ultime
elezioni hanno riportato al potere la coalizione del "campo
nazionale per la salvaguardia del Grande Israele",
all'interno di questa esiste però, in nuce, un serio conflitto
fra il nazionalismo haredim e il nazionalismo laico il quale
presenta elementi di liberalismo. Certi religiosi si sforzano di
rassicurare i laici con la promessa di non "guardare cosa
hanno nel piatto". Ma la battaglia della civiltà è una
battaglia che riguarda il carattere e l'immagine dello stato più
di quanto riguardi i singoli individui.
Lo scrittore Yael Hadaya ha recentemente
pubblicato un racconto che descrive Israele dopo le elezioni
legislative del maggio 2004. I partiti religiosi tradizionali e
quello degli amuleti e dei borbottii avranno allora vinto le
elezioni e imporranno le loro leggi e i loro costumi. E perché i
non religiosi possano continuare a vivere in Israele si pensa
alla creazione di una "autonomia"... laica (11).
In fin dei conti, perché non immaginare due
stati non lo stato di Israele e quello palestinese, ma uno stato
religioso e uno laico? Alcuni sorridono quando si evoca questa
eventualità, ma altri la prendono molto sul serio: l'acutizzarsi
delle contraddizioni fra religiosi (in genere dei militanti) e
laici (spesso depressi) rende la coesistenza sempre più
difficile.
note:
* Giornalista del quotidano Haaretz, Tel Aviv
(1)
Yediot Aharonot, 19 ottobre 1997
(2)
Citato da Dominique Vidal, Des facteurs politiques de l'emprise
de la religion en Israel, Actes, Parigi, aprile 1992.
(3)
La percentuale di giovani dispensati dal servizio militare a
causa dei loro studi religiosi è raddoppiata in tre anni per
arrivare, nel 1997, al 7,5% (Haaretz, 23 novembre 1997)
(4)
Cfr. Dominique Vidal, L'inquietante normalizzazione della società
israeliana, le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1996.
(5)
Haaretz, 27 dicembre 1996
(6)
Cfr. "In nome del Grande Israele", le Monde
diplomatique/il manifesto, dicembre 1995
(7)
Dichiarazione trasmessa sul primo canale della televisione
israeliana, 19 ottobre 1997.
(8)
Yedioth Aharonot, 15 ottobre 1997.
(9)
D'altronde, secondo lo stesso sondaggio, il 44% afferma di
sentirsi più vicino alla religione di quanto lo fossero i suoi
genitori, il 33% vicino quanto i suoi genitori e il 22% meno
vicino dei suoi genitori. Le donne (l'8,2%) tornano alla fede più
degli uomini (il 6,7%); i giovani di 18-30 anni (il 20%) più di
chi ha più di 30 anni (il 12%); gli orientali (il 12%) più
degli occidentali (il 4%) vengono chiamati orientali gli ebrei
originari dell'Asia e dell'Africa, occidentali coloro che vengono
dall'Europa o dagli Stati uniti; coloro che hanno finito il liceo
(il 10%) più di chi ha fatto degli studi superiori (il 5%).
Quanto poi all'educazione religiosa all'ebraismo dei figli, il
16% degli intervistati ha dichiarato di averla intensificata.
(10)
Hair, Tel Aviv, 1&oord ottobre 1997
(11)
Haaretz, 10 ottobre 1997, supplemento.
(Traduzione P. R.)
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991
pp. 274
Introduzione
Era una previsione che di fatto conduceva all'idea dell'imminenza di una guerra.
Con tutta evidenza non era una sola guerra che Shahak vedeva come possibile, dal
suo posto di osservazione privilegiato, ma due: una guerra arabo-israeliana e
una guerra americana per il petrolio. A conti fatti, queste due guerre tornavano
poi a fondersi in una sola. Tutti quelli che si occupano di problemi
mediorientali tengono sempre a mente che dal dicembre 1981 gli Stati Uniti ed
Israele sono uniti da un trattato di alleanza strategica. Vi sono clausole
segrete e clausole segretissime di questo trattato. La parte segretissima
impegnerebbe gli USA ad aiutare gli israeliani a fabbricare missili a testata
nucleare, secondo le affermazioni del giornale saudita Al Sharq Al Awsit,
pubblicato a Londra. Quanto alla parte che è soltanto segreta, questa viene
citata sistematicamente dalla stampa israeliana. Per usare le parole del
Jerusalem Post, gli Stati Uniti hanno assunto fin dal 1981 l'impegno di
"preservare la superiorità di Israele nei confronti della coalizione
araba". In altre parole, il Pentagono ha fornito la garanzia di mantenere
lo Stato ebraico in una condizione di supremazia militare assoluta su tutti gli
eserciti arabi riuniti. La forza militare di tutti gli Stati arabi messi insieme
non dovrà mai superare, in particolare dal punto di vista qualitativo, quella
di Israele. Questo accordo evidenzia nel modo più esplicito l'importanza ed il
ruolo che Israele assume in Medio Oriente e nella strategia americana.
La ricerca della superiorità militare assoluta comporta in se stessa la
bivalenza difensiva-offensiva. Dubbi non possono comunque sussistere giacché
sempre nel dicembre 1981 l'allora ministro della Difesa israeliano, il generale
Ariel Sharon, definì con la massima precisione gli obiettivi della politica
militare israeliana: "La sfera di interesse strategico di Israele deve
essere allargata fino a includervi, negli anni Ottanta, paesi come Turchia, Iran
e Pakistan e aree come il Golfo Persico e l'Africa".
Per conseguenza non esistono due politiche, una americana e una israeliana per
il Medio Oriente; le due politiche in ultima analisi sono una sola, poiché
finiscono sempre per integrarsi. Ogni fattore è ricondotto al problema
centrale, quello che costituisce il nocciolo della questione, il dominio
strategico del Medio Oriente e la "vigilanza" sui paesi arabi.
Ancor meno esistono singoli problemi separabili dal contesto generale. In senso
ora attivo ora passivo, l'uno influenza l'altro. Non c'è un problema
palestinese separato da quello dell'immigrazione degli ebrei sovietici, dal
problema del nazionalismo arabo, dal problema dell'integralismo islamico, dal
problema del prezzo del petrolio, dal problema della regolazione dell'estrazione
del greggio, dal problema dell'armamento arabo, dal problema della potenza
militare israeliana. Schematicamente, se i palestinesi vengono attaccati da
Israele perché gli ebrei sovietici nuovi arrivati hanno bisogno di spazio, il
nazionalismo arabo esplode, l'integralismo islamico chiede la guerra santa, gli
arabi sotto la spinta delle masse brandiscono l'arma del petrolio e tendono ad
armarsi e la potenza militare israeliana tende a distruggere l'armamento arabo.
La concatenazione può essere invertita partendo da ognuno di questi fattori.
È difficile immaginare il modo in cui sarebbe possibile disinnescarne anche uno
soltanto. La dinamica di ciascuno possiede una propria traiettoria infallibile
che conduce sempre allo scontro militare.
C'è un dosaggio che la diplomazia definisce "equilibrio". Il difetto
del dosaggio è che, nella realtà, esso consiste nel contenimento forzoso della
potenzialità esplosiva di ciascun fattore, contenimento che prevede
inevitabilmente l'uso di una certa quantità di forza o quantomeno di
costrizione, e per conseguenza produce un certo grado di tensione. Assomiglia al
processo che si compie in una pentola a pressione sotto cui è permanentemente
acceso un fuoco o un fuocherello. Solo che in questo caso in ogni pentola non c'è
acqua, c'è una miscela esplosiva, che quando scoppia produce grande calore e
minaccia di provocare una deflagrazione generale di tutte le pentole, per
simpatia.
Perché ciò sia chiaro vorrei dare al lettore l'esempio di come è stata
"costruita" la guerra che chiamiamo convenzionalmente del Kuwait, e
nella quale il Kuwait è in fondo il più trascurabile degli elementi.
Dal 1988 mi sono proposto di accumulare documentazione sul Medio Oriente
cercando di identificare gli stati di avanzamento del processo che può condurre
alla "soluzione finale" del problema palestinese com'è prospettata da
Israel Shahak, cioè l'espulsione militare dei palestinesi dalla Cisgiordania.
Il 1988 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico in Medio Oriente,
poiché vide terminare (l'8 agosto) la guerra fra Iran e Irak, con un nulla di
fatto che lasciava affacciate sul Golfo Persico due potenze militari duramente
provate, ma insieme agguerrite, con due corpi di battaglia dotati di grande
esperienza di combattimento e nel complesso più forti di quando avevano
iniziato la guerra. In particolare l'Irak poteva vantare 55 divisioni, 700
aerei, 5.500 carri armati, una potentissima artiglieria e 2.500 missili di vario
tipo.
Il problema del rapporto di forze tornava quindi a proporsi, ma non più
soltanto per Israele, bensì soprattutto per gli Stati Uniti, i quali nel corso
degli otto anni del conflitto Iran-Irak avevano giocato (con intelligenza o con
stupidità sarà la storia a dirlo) la carta del laico Saddam contro il fanatico
Khomeini, che, in termini più vicini alla realtà politica, è come dire che
avevano armato il nazionalismo arabo iracheno per indebolire l'integralismo
islamico iraniano.
Anche il 1989 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico, ma per un
diverso motivo. La distensione, l'evoluzione politica intervenuta all'interno
dell'Unione Sovietica, i mutamenti nell'Est europeo, aprirono la strada a una
nuova ondata di emigrazione ebraica verso Israele. Ciò diede la concreta
possibilità ai sionisti di mettere in esecuzione i vecchi piani di espansione
demografica (portare gli abitanti dello Stato ebraico a 7 milioni entro il
duemila) che erano rimasti un miraggio fino a quando l'URSS, per rispetto verso
gli arabi, aveva impedito l'espatrio agli ebrei. Mi limiterò qui a elencare
cronologicamente i fatti che, a mio modo di vedere, hanno segnato la progressiva
corsa verso lo scontro.
Il 16 settembre 1989, prendendo in esame la decisione americana di limitare
l'afflusso di ebrei sovietici negli Stati Uniti, il primo ministro israeliano
Itzhak Shamir disse: "Gli ebrei vogliono lasciare l'Unione Sovietica.
Diciamo pure che preferirebbero l'America a Israele. Ma non possono andare in
America. Quindi verranno in Israele". Già da mesi l'arrivo di una grande
ondata immigratoria dall'Est e dall'URSS era causa di un acceso confronto
politico all'interno di Israele. I movimenti estremisti invitavano
incessantemente nei loro interventi all'espulsione dei palestinesi dalla
Cisgiordania manu militari. Le prese di posizione ufficiali di Shamir, nel suo
doppio ruolo di esponente delle tendenze estremistiche prevalenti in Israele e
di capo dell'esecutivo, contenute in una serie di interviste pubblicate con
grande rilievo dalla stampa israeliana, sono la traccia più significativa per
seguire l'evoluzione della situazione dal lato dello Stato ebraico.
Nel febbraio del 1990 Shamir causò una tempesta politica internazionale
dichiarando: "Un grande Israele è necessario per installarvi tutti gli
ebrei sovietici". "Grande" è un'espressione ambigua, che può
essere molto minacciosa in bocca a un sionista, come il lettore apprenderà
leggendo questo libro. Il 3 marzo, mentre l'interesse del mondo era concentrato
sull'ipotesi di trattative in vista di una soluzione del problema dei territori
occupati, Shamir fu interrogato su che cosa avrebbe dovuto fare l'OLP per
rendersi accettabile come interlocutore nei colloqui di pace. La sua risposta
lapidaria fu mirata per liquidare ogni possibilità di trattativa: "L'unica
cosa che può fare è sciogliersi, perché la sua richiesta minima è uno Stato
palestinese e uno Stato palestinese non può coesistere con Israele". A ben
riflettere, con questo Shamir introduceva già un'ipotesi di guerra, in quanto
ignorava ogni possibilità di pace. Se infatti la sola possibilità di pace
consiste nel dare ai palestinesi lo Stato che ormai tutta l'umanità riconosce
loro come un diritto, il negare qualunque possibilità di coesistenza equivale a
ipotizzare la guerra come unico mezzo da parte araba per conseguire la
realizzazione del diritto, e da parte israeliana per impedirlo.
Nella stessa intervista del 3 marzo Shamir affrontava in chiaro il problema
degli ebrei sovietici: "Il popolo ebraico deve concentrare tutti i suoi
sforzi e tutte le sue capacità nell' assorbimento dell'immigrazione sovietica.
Deve far venire qui e insediare il massimo numero di ebrei sovietici entro la
fine del secolo. Dobbiamo condizionare tutti gli altri problemi politici e
sociali a questo dovere. Io propongo che tutti i leaders di Israele si occupino
esclusivamente dell'immigrazione sovietica". Infine anticipava più
precisamente l'evoluzione che ci si doveva attendere dallo Stato ebraico:
"(...) Una grande immigrazione ha bisogno di uno Stato forte". Il
portato ovvio di questa politica era che Israele doveva far conto soprattutto,
se non esclusivamente, sulla sua potenza militare, tanto offensiva quanto
difensiva.
Il 21 giugno 1990, in un'altra intervista dall'intonazione solenne, Shamir
sottolineava la natura di sfida agli arabi che l'immigrazione di massa di ebrei
sovietici assumeva. Un giornalista gli aveva chiesto: "Alcuni credono che
il deterioramento della situazione ci porterà a una guerra". "Dopo un
intervallo di relativa tranquillità voci di guerra si ricominciano a sentire
nel mondo arabo (...) Questa volta è l'Irak", rispose Shamir. "Alcuni
paesi arabi sono realmente sinceri quando dicono che è l'immigrazione stessa
che crea il pericolo di guerra (...)" "Allora gli arabi sono
giustificati nella loro paura dell'immigrazione", aveva insistito il
giornalista. Shamir non si lasciò sfuggire l'occasione di lanciare il suo
messaggio finale: "Hanno ragione, dal loro punto di vista, perché questa
immigrazione è la vera vittoria del sionismo e di tutto ciò che Israele
significa". Ancora una volta bisogna ricorrere alla storia per comprendere
"tutto ciò che Israele significa", e rimando il lettore al contenuto
del libro.
Uno stillicidio di notizie di significato inequivocabile faceva da contorno agli
orientamenti generali enunciati da Shamir, indicando come drammaticamente vicino
nel tempo il momento in cui la politica israeliana avrebbe urtato contro la
resistenza del mondo arabo. Il 20 gennaio 1990 il generale Yitzhak Mordechai,
comandante delle truppe israeliane in Cisgiordania, annunciò che la soluzione
militare contro l'Intifada era ormai, più che una possibilità, una certezza,
affermando senza condizionali: "La rivolta sarà schiacciata da una
posizione di forza con la potenza delle forze armate israeliane". L'ipotesi
di Israel Shahak relativa alla causa scatenante di un nuovo conflitto
arabo-israeliano cominciava così a prendere forma concreta.
In marzo Israele stabilì la censura militare su tutte le notizie riguardanti
l'arrivo degli immigrati dall'Est e dall'URSS. Alla fine di marzo i servizi
segreti americani e inglesi provocarono il sequestro di 40 detonatori nucleari
diretti all'Irak. Il 2 aprile, Saddam Hussein dichiarò che la campagna di
stampa scatenata contro l'Irak sulla base di questo episodio aveva lo scopo di
fornire una giustificazione ad un attacco "chirurgico" da parte di
Israele contro le industrie militari irachene, analogo a quello che aveva
lanciato nel 1981 contro il reattore nucleare "Osirak". Lo stesso 2
aprile Israele metteva in orbita, con un missile della famiglia
"Shavit", il satellite "Ofek-2" con capacità militari.
Contemporaneamente nel deserto del Negev entrava in funzione la stazione radio
della "Voice of America" (la voce dell'America) per trasmissioni in
lingua araba.
Ogni dubbio che un conflitto stava preparandosi doveva essere eliminato agli
occhi di qualsiasi osservatore attento, all'apparire, il 5 maggio 1990, sul
Jerusalem Post, di un significativo articolo dovuto alla penna del colonnello
Irving Kett, dell'esercito degli Stati Uniti, un esperto di alto rango di
strategia militare americana applicata al teatro di operazioni
israelo-palestinese. Nel 1974 Kett era stato inviato in Israele dallo "US
War College", per definire, a uso del Dipartimento di Stato, i limiti
territoriali minimi per la sicurezza dello Stato ebraico. Pertanto è un'autorità
indiscutibile nella materia. Nell'articolo Kett illustrava il suo pensiero
ricordando, a titolo di premessa, la presa di posizione di 100 generali e
ammiragli americani che nell'ottobre del 1988 avevano affittato un'intera pagina
del Washington Times per sollecitare clamorosamente Israele a non abbandonare in
alcun caso i territori occupati, sulla base della considerazione che "(...)
Un Israele forte ha servito gli interessi americani. Per rimanere forte deve
conservare la linea del fiume Giordano come suo confine orientale. Premere su
Israele perché si ritiri da questa linea, né porterà la pace, né servirà
gli interessi americani". Evidentemente chi aveva ordinato al colonnello di
scrivere l'articolo, era animato dall'intenzione di portare in primo piano gli
"interessi americani". Kett scendeva poi ad affrontare nei particolari
tecnici il problema della "profondità strategica" necessaria per la
difesa del territorio israeliano in caso di guerra con gli arabi, premettendo
che "(...) la pace in Medio Oriente serve gli interessi nazionali americani
(...) a causa delle enormi riserve petrolifere della regione". Più
allarmante di ogni altra cosa, nell'articolo di Kett, era il riferimento
esplicito alla sostanza del trattato di alleanza strategica fra USA e Israele,
quando il colonnello, a conclusione della sua analisi, affermava che gli
israeliani stavano scivolando verso l'inferiorità militare rispetto agli arabi,
dicendo per l'esattezza: "Gli arabi oggi possiedono il più vasto e più
moderno arsenale di armamenti del mondo, dopo gli USA e l'Unione Sovietica.
Hanno acquisito questo enorme arsenale spendendo centinaia di miliardi di
dollari evidentemente con un obiettivo fondamentale: la distruzione dello Stato
di Israele. In categorie critiche di armamenti Israele non è riuscito a
mantenere un rapporto di tre a uno in favore dell'insieme degli eserciti arabi
che sono schierati contro di lui. Questo divario sta continuando ad allargarsi,
e ci si può domandare se Israele non stia perdendo anche il suo vantaggio
qualitativo".
A buon intenditor poche parole: era arrivato il momento di "ridurre"
il potenziale bellico arabo, nella sua parte "esuberante". Se il
colonnello Kett citava solo una volta nel suo testo i missili dell'Irak, la
stampa israeliana nei giorni successivi si sforzava senza risparmio di
localizzare in quale paese dello schieramento arabo andava materializzandosi la
"insopportabile" superiorità militare araba.
L'11 giugno il Parlamento israeliano diede la maggioranza al governo più a
destra della storia di Israele, e in questo il generale Sharon, il responsabile
della strage di Sabra e Chatila e stratega del "grande Israele",
assumeva il ministero preposto alla fornitura di alloggio agli immigrati
sovietici, con "poteri straordinari".
Dal canto suo l'Irak, per bocca di Saddam Hussein, lanciava la minaccia di
"incenerire mezzo Israele" in caso di aggressione.
È forse utile qui un accenno più generale alla pur arcinota questione del
dominio strategico statunitense sulla regione petrolifera del Medio Oriente. Di
quale petrolio si parla quando si dice che gli americani fanno la guerra del
Golfo per il petrolio?
Il petrolio che è in giuoco nel conflitto in corso mentre questo libro compare,
non è quello che consumiamo oggi o che consumeremo nei prossimi 10 anni, ma il
petrolio del prossimo secolo. Prendo in prestito qualche cifra dalla rivista
francese Alternatives Économiques (Alternative Economiche) per introdurre il
lettore:alla comprensione dei grandi scontri di interessi entro cui vanno
collocati gli avvenimenti. Il Kuwait, in apparenza, non occupa che un ruolo
marginale sulla scena petrolifera mondiale, con i suoi 95 milioni di tonnellate
prodotte nel 1989. Se l'Irak riuscisse ad assommare alla sua produzione (139
milioni di tonnellate) quella del Kuwait, diverrebbe il quarto produttore del
mondo dopo l'URSS, gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita. Ma salirebbe al secondo
posto mondiale tra gli esportatori di greggio.
Ma non è qui il problema. Il Kuwait rappresenta soltanto il 3% della produzione
mondiale, ma dispone del 9,4 % delle riserve mondiali provate, esattamente come
l'Irak (9,9%) e l'Iran (9,2%). Entro quindici anni -se nessuna scoperta capace
di sconvolgere la statistica verrà effettuata di qui ad allora (e se il consumo
mondiale resterà vicino agli attuali 3 miliardi di tonnellate l'anno) l'Irak e
il Kuwait uniti potrebbero rappresentare dal 15 al 20 per cento della produzione
mondiale, ma un quarto delle riserve provate di tutto il petrolio del mondo. Gli
altri paesi del Golfo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e
Oman, ne deterrebbero circa il 60% (di cui il 34% da parte della sola Arabia
Saudita). Questa regione è destinata a divenire, entro quindici o venti anni,
depositaria dell'85% delle riserve petrolifere del mondo. Di più: la maggior
parte delle riserve ancora da scoprire si trovano, secondo le più avanzate
ricerche scientifiche, anch'esse sotto la sabbia dei deserti mediorientali.
Tutti sanno già oggi che la maggior parte del petrolio del ventunesimo secolo
verrà dal Golfo.
Gli Stati Uniti avranno sicuramente esaurito le proprie riserve nazionali -
Alaska esclusa - entro la fine del secolo. Già oggi gli Stati Uniti sono
divenuti parzialmente dipendenti dal petrolio del Golfo e di più si avviano a
diventarlo nel futuro. Nel 1972 importavano dal Medio Oriente il 13% del loro
consumo petrolifero. Nel 1985 la quota era cresciuta al 45 %. Nel gennaio del
1990 aveva toccato il 54 per cento.
I paesi che importano molto petrolio, vale a dire i paesi industrializzati che
basano il loro tenore di vita elevato sulla disponibilità illimitata del
petrolio al più basso prezzo, con alla testa gli Stati Uniti, sono perciò
comprensibilmente sensibili al rischio di una concentrazione delle risorse
petrolifere nelle mani di paesi militarmente forti, e gelosi delle proprie
prerogative nazionali, come Irak, Algeria, Iran e Libia. Ufficialmente la guerra
del Golfo per il recupero del Kuwait alla sovranità della famiglia dello
sceicco Jaber Al Ahmad Al Sabah è stata presentata come "la difesa del
diritto internazionale e dell'ordine esistente". Ma nessuno ci crede.
Il dubbio sorge proprio a proposito dell'ordine esistente, che nei paesi che ho
citato non collima affatto con gli interessi dei paesi industrializzati.
L'obiettivo finale implicito nella guerra è stato, al contrario, la
destabilizzazione dell'"ordine esistente" in Irak. E americani e
alleati proverebbero certo grande soddisfazione se potessero destabilizzare
anche Iran, Algeria e Libia. Il rigore nazionalistico di questi paesi (che
potrebbe essere fonte di contagio) rappresenta un pericolo mortale non tanto per
l'economia mondiale in sé e per sé, quanto per le economie di un ristretto
gruppo privilegiato di paesi sperperatori di energia. È una considerazione
ispirata dalle cifre. Attualmente il 73% di tutto il petrolio dell'orbe
terracqueo è consumato dal 22% della popolazione mondiale. Il 78% degli
abitanti della terra, i più poveri, utilizzano solo il 27% del petrolio
estratto. Ma gli Stati Uniti, che costituiscono solo il 4,8% della popolazione
del globo, ne bruciano da soli il 25%.
Nella primavera del 1990 l'ipotesi di un conflitto in Medio Oriente era già
disegnata nei suoi contorni precisi. L'Irak si trovava nella posizione di paese
bersaglio designato di una offensiva strategica congiunta israelo-americana,
diretta ad annullarne la capacità militare. Per Israele, la distruzione del
potenziale bellico iracheno era la premessa indispensabile per l'espulsione dei
palestinesi dalla Cisgiordania, in quanto l'Irak era il solo paese arabo che
avesse la volontà dichiarata di opporvisi e la forza per farlo. Per gli Stati
Uniti, la rimozione del pericolo iracheno era un imperativo assoluto per poter
mantenere, nell'immediato e in prospettiva, il controllo del petrolio
mediorientale e garantire la stabilità delle petromonarchie. Si può dire che
nella primavera del 1990 le condizioni essenziali per una guerra erano già
tutte riunite.
Il ruolo del Kuwait in questo giuoco non si presentava ancora in modo definito
come la possibile causa scatenante e come il terreno dello scontro militare.
Nell'opinione dei tecnici militari, nella primavera del 1990, la guerra aveva
tutta la probabilità di scoppiare nella forma di un intervento dell'esercito
iracheno a difesa della Giordania attaccata da Israele per trasferirvi a forza i
palestinesi. Il 23 febbraio 1990 si era tenuta ad Amman una conferenza dei capi
di governo arabi, alla quale avevano partecipato sia Saddam Hussein che
l'egiziano Hosni Mubarak, amico degli americani. Il presidente iracheno aveva
manifestato a chiare lettere l'intenzione dell'Irak di opporsi a Israele
difendendo la Giordania, aveva invocato l'uso della forza militare araba per
"liberare tutta la Palestina", e aveva preannunciato che si sarebbe
opposto agli Stati Uniti nel Golfo.
In quella occasione, Saddam Hussein elencò anche le sue rivendicazioni nei
confronti del Kuwait: rimborso del petrolio prelevato abusivamente dal Kuwait
nel giacimento di Rumailah, annullamento del debito che l'Irak aveva contratto
con il Kuwait nel corso della guerra con l'Iran (in quanto, diceva Hussein,
l'Irak aveva combattuto contro gli iraniani anche per difendere il Kuwait),
concessione all'Irak di un tratto di costa del Kuwait in acque profonde per
costruirvi un porto, come sbocco sul Golfo di cui l'Irak era privo, un prestito
immediato di 10 miliardi di dollari, cessazione della politica di svendita del
petrolio a basso prezzo praticata dal Kuwait, che era fonte di enorme danno per
l'Irak e metteva in pericolo la sua economia. La riunione, tempestosa, era
finita con una rottura definitiva tra Saddam Hussein e Hosni Mubarak, accusato
d'essere "servo degli americani".
Senza Parlamento da quattro anni, il Kuwait appariva in quel momento
innanzitutto preda di una instabilità interna. Lo sceicco aveva sciolto
d'autorità l'assemblea legislativa nel 1986 perché quest'ultima aveva preteso
di esercitare un controllo sull'esecutivo in merito alla politica petrolifera,
dominio tradizionale assoluto della famiglia regnante. L'opposizione e la
famiglia Sabah erano ai ferri corti. Il capo spirituale sciita Mohamed Baqr
Abbas El Mussawi si trovava in carcere da tempo sotto l'accusa di avere
introdotto nel paese armi ed esplosivi e di aver creato un'organizzazione per
rovesciare il potere della famiglia Sabah. Nemica giurata delle monarchie
petrolifere, l'opposizione sciita kuwaitiana era una forza non trascurabile, con
una certa propensione per la lotta armata. Dal 12 dicembre 1983, quando 6
automobili imbottite di tritolo erano saltate contemporaneamente a Kuwait City
davanti a varie ambasciate occidentali, la vita politica in Kuwait era segnata
da manifestazioni di inquietudine. Nel 1989, 16 kuwaitiani sciiti erano stati
sommariamente giudicati e decapitati in Arabia Saudita, sotto l'accusa di aver
disseminato di petardi esplosivi propagandistici l'itinerario dei pellegrini
alla Mecca, al fine di screditare il governo saudita.
Allo scopo di ridurre al silenzio il movimento democratico che, sotto l'impulso
di un gruppo di 32 ex deputati, reclamava insistentemente un parlamento
autenticamente rappresentativo, lo sceicco Jaber aveva escogitato l'elezione di
un "Consiglio nazionale provvisorio" (istituzione non prevista dalla
Costituzione), con funzioni puramente consultive; una parodia di istituzione
parlamentare destinata a fungere da paravento al potere assoluto dell'autocrazia
dei Sabah. Boicottate dall'opposizione, secondo i dati ufficiali le elezioni,
tenute il 10 giugno 1990, avevano visto la partecipazione del 62 per cento degli
elettori, nella maggior parte membri delle tribù beduine, politicamente
sottosviluppati, coperti di pensioni e favori dallo sceicco, che vivevano
normalmente fuori dal Kuwait, i più in Arabia Saudita, e si presentavano a
Kuwait City una volta al mese per incassare lo stipendio. L'assemblea eletta non
appariva rappresentativa della classe politica e intellettuale del paese, né
delle categorie economiche. I manifestini dell'opposizione democratica,
distribuiti a migliaia di esemplari in tutto il Kuwait, denunciavano la
manipolazione del voto e le violenze esercitate sugli elettori per obbligarli a
recarsi alle urne. L'arresto del portavoce dell'opposizione, l'ex diplomatico
Mohamed Kadiri, rendeva palese il nervosismo dello sceicco di fronte a una
situazione che stava sfuggendogli di mano.
Era in questa situazione di debolezza interna che il regime della famiglia Sabah
affrontava lo scontro con l'Irak. Anche se le rivendicazioni territoriali
apparivano un elemento secondario, un'arma di pressione sfoderata dall'Irak per
indurre a miti consigli il recalcitrante sceicco del Kuwait, esse pesavano
tuttavia come una spada di Damocle sull'emirato.
La vera questione di vita o di morte alla metà dell'anno 1990 per l'Irak era
costituita dal prezzo del petrolio. A partire dal 1985, la direzione della
politica petrolifera dei paesi dell'OPEC era stata dominata dalla logica imposta
dalle monarchie petrolifere, con alla testa l'Arabia Saudita ed il Kuwait:
vendere quanto più petrolio possibile ai prezzi più bassi. Il Kuwait, che
secondo le quote fissate dall'OPEC avrebbe dovuto produrre non più di 1,5
milioni di barili al giorno, aveva continuato a gettare sul mercato 2,1 milioni
di barili quotidianamente.
Per paesi scarsamente popolati, come le petromonarchie, con pesi sociali
irrisori rispetto alle gigantesche quantità di petrolio disponibili, gli
introiti delle esportazioni petrolifere concentrati nelle mani delle famiglie
regnanti (più o meno 1.000 persone in Kuwait, ad esempio) potevano essere
rovesciati sul mercato mondiale dei capitali, generando profitti che
compensavano largamente il basso prezzo del petrolio praticato all'origine.
Questa politica era in evidente sintonia con gli interessi generali
dell'economia occidentale, ansiosa di greggio a basso prezzo, che ne aveva
largamente approfittato per rinviare la sua crisi latente. Nei primi mesi del
1990 questa politica aveva provocato un vero collasso dei corsi. Da marzo a
giugno 1990 il prezzo del petrolio aveva subito un calo del 30%. Una caduta
dovuta a cause totalmente artificiali. Nei dati fondamentali del mercato non vi
era stata alcuna modifica che potesse giustificarlo. All'inizio di giugno il
greggio era giunto a valere intorno ai 12 dollari al barile. Secondo l'analista
americano Joseph Story, il prezzo reale del petrolio, tenuto conto
dell'inflazione, era arrivato all'inizio dell'estate 1990 al suo più basso
livello storico. Bisognava risalire agli anni Venti per trovare prezzi del
greggio altrettanto bassi.
Questa discesa pilotata del prezzo del greggio fra la primavera e l'inizio
dell'estate del 1990 aveva, in sé, implicitamente, tutte le caratteristiche di
una guerra economica contro l'Irak, condotta per indebolirlo nel momento in cui
la tensione con Israele raggiungeva il suo culmine. Così fu interpretata a
Baghdad.
Fra il moltiplicarsi delle dichiarazioni sulla "inevitabilità" della
guerra, il 18 giugno l'Irak affermò di attendersi come prossimo, se non
imminente, un attacco israeliano alle sue industrie belliche, promettendo una
"risposta totale". Il 30 giugno Saddam Hussein definiva nuovamente
"inevitabile" il conflitto se gli Stati Uniti non avessero provveduto
a contenere Israele che si accingeva a espellere i palestinesi dai territori
occupati e che cercava di "dominare il mondo arabo". L '11 luglio,
Saddam Hussein reiterava le sue accuse contro Israele, precisando di avere
"informazioni" su un progetto di attacco israeliano contro l'Irak.
Per questa guerra mancava solo il fattore scatenante.
All'inizio di luglio 1990, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti comunicarono all'OPEC
l'intenzione di aumentare ulteriormente l'estrazione di greggio e di procedere a
vendite massicce sui mercati mondiali, cosa che avrebbe inevitabilmente
provocato una ulteriore caduta del prezzo. Gli storici saranno molto sorpresi in
futuro se dovessero assodare che questa iniziativa del Kuwait e degli Emirati
Arabi Uniti fu presa senza essere coperta da una garanzia militare americana. Il
12 luglio il ministro algerino Sadek Bussena, presidente di turno dell'OPEC,
respinse fermamente questa ipotesi, dichiarando che il prezzo del petrolio
doveva essere portato invece subito ad almeno 18 dollari mediante una riduzione
dell'offerta. Il 17 luglio, in un discorso telediffuso in occasione del 22o
anniversario dell'ascesa al potere in Irak del Partito Socialista Arabo Baas,
Saddam Hussein denunciò esplicitamente la "politica petrolifera seguita da
certi governanti dei paesi arabi che agiscono su istigazione degli Stati
Uniti". Ritenendo tale politica "ostile alla nazione araba", il
presidente iracheno minacciò rappresaglie, senza precisarne la natura. Tirando
in ballo direttamente gli USA, Saddam Hussein rivolse agli americani l'accusa di
dettare la politica petrolifera del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti in
funzione anti irachena.
Il 18 luglio, in un memorandum ufficiale rimesso al segretario generale della
Lega Araba, l'Irak chiamò formalmente il Kuwait a rispondere del
"delitto" d'aver pompato senza limiti, fin dal 1980, petrolio dal
giacimento di Rumailah, che si trova a cavallo della frontiera fra Kuwait e
Irak, ma per otto decimi in territorio iracheno. L'Irak definì questo atto come
"aggressione militare". Il tono dell'accusa irachena era violento ed
esplicito: il Kuwait seguiva una politica petrolifera volta deliberatamente, su
mandato americano, a indebolire l'Irak nel momento in cui questo doveva far
fronte a una feroce campagna "imperial-sionista". Portata davanti alla
massima istanza araba, l'intimazione assumeva il valore di un ultimatum.
Nell'ultima decade di luglio, la situazione precipitò verticalmente. Mentre lo
scontro fra Irak e Kuwait andava assumendo toni sempre più aspri e minacciosi,
il Washington Post rivelò la presenza di due divisioni irachene blindate,
rinforzate da carri pesanti e artiglieria, alla frontiera con il Kuwait. Il
Pentagono diede inizio a "manovre congiunte" con le forze degli
Emirati Arabi Uniti nel Golfo. Il presidente egiziano Mubarak, il 25 luglio,
consigliò l'Irak ed il Kuwait di "dar prova di elasticità"
nelle trattative "per evitare l'intervento straniero". Quali
informazioni particolari possedesse Mubarak per poter preannunciare come cosa
certa uno sbarco americano preventivo in Kuwait, nessuno ha finora potuto
sapere. Ma certo il preannuncio era chiaro. L'Irak reagì all'ostentazione di
forza statunitense accusando gli Emirati Arabi Uniti di "scivolare verso il
tradimento". Qual' era la reale importanza di queste manovre? Si trattava
solo di una ostentazione di forza nel più classico stile della "politica
delle cannoniere", o dei preparativi per fornire al Kuwait la
"garanzia militare" che lo sceicco Jaber, fiducioso nell'onnipotenza
americana, verosimilmente si attendeva?
La cosa sicura è che il 25 luglio si svolse a Baghdad il famoso incontro fra
Saddam Hussein e l'ambasciatrice degli Stati Uniti ApriI Glaspie. Questo
incontro è stato oggetto in seguito di molte discussioni e illazioni. L'Irak ha
anche pubblicato la trascrizione precisa di tutto ciò che Saddam Hussein e la
signora Glaspie si dissero: non vi fu da parte americana alcun ultimatum e
nessun invito alla prudenza.
Secondo l'interpretazione corrente, la moderazione dimostrata dall'ambasciatrice
con il presidente iracheno fu una trappola tesa dalla diplomazia americana per
indurre l'Irak all'"errore fatale" di invadere il Kuwait. Gli Stati
Uniti desideravano che Saddam Hussein commettesse il passo falso per
giustificare agli occhi dell'opinione pubblica mondiale il successivo intervento
militare. Era la "causa scatenante" che si cercava da tempo per la
guerra. Con questa mossa gli Stati Uniti conseguirono almeno sei risultati:
1) si consentivano il ricorso all'arma della "difesa della legalità
internazionale" e la mobilitazione, o strumentalizzazione che sia,
dell'ONU;
2) limitavano il teatro della guerra al solo territorio del Kuwait e dell'Irak;
3) riducevano l'operazione militare alle dimensioni compatibili con l'unico
corpo di battaglia di cui gli USA dispongono, cioè le forze mercenarie di
"rapido intervento";
4) si collocavano nella posizione di poter raggiungere il loro obiettivo
principale, quello di distruggere la forza militare dell'Irak, usando la loro
unica, reale superiorità, la potenza di fuoco aerea, missilistica e navale, cioè
l'arma "fredda" della distruzione a distanza, quasi immune da perdite;
5) ottenevano indirettamente, una volta distrutto l'Irak, di restituire a
Israele la sua superiorità militare nel Medio Oriente;
6) mantenevano Israele fuori dal conflitto, impedendo la deflagrazione di una
nuova guerra generale arabo-israeliana. Una strategia che includeva per gli USA
anche numerosi vantaggi accessori, come ad esempio quello di obbligare tutti i
paesi industrializzati ad allinearsi compattamente dietro di loro nella difesa
di un interesse collettivo, il petrolio, rafforzando con ciò la propria
supremazia; quello di sfruttare l'emergenza bellica per evitare il tracollo
economico degli Stati Uniti; e infine quello di addossare le spese della guerra
alle monarchie petrolifere e ai paesi industrializzati.
Strano, militarmente parlando, anche il comportamento delle forze armate del
Kuwait. Lo sceicco Jaber mise in un primo momento in stato di allarme il suo
piccolo ma armatissimo esercito, e successivamente annullò il dispositivo,
inducendo le sue truppe alla passività. E in effetti gli iracheni avanzarono
poi in territorio kuwaitiano senza incontrare resistenza. Perché? Lo sceicco
volle semplicemente evitare le distruzioni di una battaglia? O i suoi alleati
gli imposero una strategia a lungo termine che prevedeva in un primo tempo la
perdita del territorio? Un comportamento che sembra collimare con l'idea della
"trappola".
Ma l'Irak è caduto veramente nella trappola? L'idea di Saddam Hussein che
"cade nella trappola" è difficilmente accettabile. In 22 anni di
esercizio ininterrotto del potere è sempre apparso un freddo calcolatore.
La decisione di invadere il Kuwait fu presa verosimilmente a ragion veduta. Può
darsi che il colloquio "dolce" di Saddam Hussein con l'ambasciatrice
Glaspie abbia influito sulla data dell'invasione del Kuwait, in quanto può aver
convinto lo stato maggiore iracheno che gli americani smorzavano i toni per
guadagnare tempo e facilitare uno sbarco di sorpresa in Kuwait. Ma l'occupazione
della "diciannovesima provincia" era un fatto implicito nella
strategia dell'Irak.
Alla base della decisione di Saddam Hussein di accettare la sfida americana vi
fu, giusta o sbagliata sarà la storia a dirlo, la valutazione dello stato di
debolezza dell'Occidente. Il gruppo dirigente iracheno giudicò, il 2 agosto
1990, gli Stati Uniti e l'Occidente infinitamente più deboli di quanto
volessero far credere: economicamente e finanziariamente in uno stato di crisi
prossimo al collasso; militarmente, con un solo punto di forza, la potenza di
fuoco, e incapaci di reggere un conflitto prolungato; politicamente privi di
compattezza.
Il 26 luglio, il giorno successivo all'incontro di Baghdad fra Saddam Hussein e
l'ambasciatrice americana, una riunione "storica" dell'OPEC a Ginevra
segnò la fine dell'era del petrolio a basso prezzo. La solidarietà, per la
prima volta in 10 anni, fra Irak e Iran, consentì di ripristinare la supremazia
del nazionalismo petrolifero in seno all'organizzazione dei paesi produttori.
Alla riunione, il Kuwait non fu rappresentato dal ministro Ali Khalifa che per
molti anni era stato il principale artefice del calo dei prezzi del greggio, ma
da un funzionario del ministero del petrolio, che quasi non intervenne nel
dibattito.
Con la sua energia, appoggiata sulla sua solida forza militare, l'Irak trascinò
i produttori dietro sé. L'accordo sulla gestione coordinata della produzione
del petrolio da parte dei 13 membri dell'OPEC fissò l'aumento graduale del
prezzo del barile partendo da un minimo di 18 dollari fino a un massimo di 25.
La parte dell'OPEC nel mercato mondiale era in quel momento del 47%, una quota
decisiva, molto vicina al 50%, capace di influenzare tutta l'economia mondiale.
Facendo sentire il rumore dei cingoli dei suoi carri armati alla frontiera con
il Kuwait, l'Irak aveva riportato fra i produttori arabi quella disciplina
rispetto all'uso collettivo del petrolio che aveva consentito lo choc
petrolifero del 1973 e la politica degli alti prezzi negli anni successivi.
Il 26 luglio, l'Occidente vedeva così allontanarsi quel controllo assoluto
dell'oro nero, su cui ha basato tutto l'ultimo secolo della sua storia. Il nuovo
interrogativo che si poneva al mondo era: chi avrebbe controllato veramente il
petrolio del Medio Oriente? Le monarchie petrolifere l'Arabia Saudita, gli
Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l'Oman, il Bahrein e il Kuwait e i loro alleati
occidentali, o le due potenze militari che si affacciano sul Golfo, l'Irak e
l'Iran? Questa fu la vera sfida di Saddam Hussein.
Con l'invasione del Kuwait, il 2 agosto, l'Irak rispondeva alla trappola
strategica degli Stati Uniti con una trappola storica. La storia è la vera arma
segreta Saddam Hussein, un'arma infallibile.
Occupando il Kuwait, l'Irak si poneva nella condizione di sfruttare al massimo
tutti i possibili fattori positivi della situazione:
1) sfruttava i mesi caldi del 1990 per trasformare il Kuwait in un campo
trincerato, con qualche migliaio di chilometri di camminamenti, in superficie e
sotterranei, bunker, ridotti, depositi, carri armati interrati, eccetera;
2) inchiodava così gli americani e i loro alleati a dover affrontare, per
sgomberare il Kuwait, uno scontro sul terreno su cui sono più deboli, la
battaglia terrestre;
3) poneva le premesse tattiche per poter infliggere all' avversario, soprattutto
agli americani, quelle gravi perdite umane che potrebbero rovesciare le
condizioni politiche del conflitto e che gli Stati Uniti sanno di dover evitare
a ogni costo;
4) creava le condizioni militari minime per prolungare la guerra, annullando uno
dei presupposti strategici chiave dell'azione americana, la brevità del
conflitto, trasformandolo in una guerra di logoramento;
5) si metteva nelle condizioni per poter moltiplicare fino al massimo limite gli
effetti della sua arma politica più potente: la capacità di resistenza. Una
resistenza ostinata, irriducibile fino all'assurdo, che infiammando le masse
arabe, avrebbe trasformato il conflitto in una contrapposizione storica fra
tutta la nazione araba unita e l'intero Occidente, proiettata, al di là del
presente, negli anni e nei decenni a venire.
Nel momento in cui licenzio queste pagine, questa resistenza ha già provocato
una mutazione dei dati di base della situazione, che va al di là della
questione palestinese, e della stessa questione arabo-israeliana. La fermezza
dimostrata dal popolo iracheno ha determinato la nascita di una nuova forza, che
superando un'antica contraddizione, fonde nazionalismo e integralismo arabo in
nome di una guerra che non è più soltanto nazionale, e non è più soltanto
santa. Il mito dell'arabo che muore combattendo contro gli occidentali ma non si
arrende, è già calato nella psicologia delle masse arabe. I primi sei mesi del
conflitto sono stati sufficienti per produrre questa mutazione. L'umiliazione
militare e politica dell'Irak può scatenare un'ondata di nazionalismo capace di
far saltare tutti gli "equilibri" sui quali si reggono i paesi arabi
detti moderati su cui l'Occidente fa conto, e in tale situazione il nazionalismo
arabo può trovare un sicuro alleato nel fondamentalismo islamico. Se Saddam
Hussein dovesse essere ucciso, diverrebbe un martire, e si scatenerebbe
l'inferno.
Ma già da ora sono assicurati tempi difficili. La trappola storica di Saddam
Hussein è già scattata. Qualunque cosa accada, il dominio del petrolio non sarà
cosa semplice.
Ecco le ragioni per cui ho cominciato a scrivere questo libro, alle 8 del
mattino del 2 agosto 1990, dopo aver letto la notizia dell'invasione irachena
del Kuwait, nella convinzione che si era aperta una nuova fase della storia del
Medio Oriente. Una fase che fatalmente avrebbe riportato alla superficie tutti,
e tutti insieme, i numerosi problemi apparentemente sepolti sotto le sabbie dei
deserti mediorientali. La storia presenterà un pesante conto da saldare.
Nei 170 anni di dominio più recente l'imperialismo ha costruito un capolavoro
di assurdità: non c'è un metro di territorio in tutta la regione mediorientale
che non sia rivendicato da qualcuno e non c'è paese che possa dirsi al riparo
da ambizioni altrui. La questione della sovranità sul Kuwait non è che un
esempio quasi banale. La Turchia vuole Mossul e i suoi pozzi petroliferi, che
ora appartengono all'Irak, e l'Iran considera il Bahrein come proprio
territorio, l'Arabia Saudita da sempre mira ad assorbire alcuni emirati e una
parte, o tutto, il Kuwait, lo Yemen pretende la restituzione dei territori che
l'Arabia gli ha strappato con la forza; ognuno degli emirati, tutti Stati con
debolissima giustificazione storica, rivendica un pezzo dell' altro: il Qatar
rivendica il nord dell'Abu Dhabi, il Bahrein pretende alcune isole situate
presso il Qatar, Abu Dhabi rivendica la sovranità su Dubay, Shariah vuole
l'emirato di Ajman, il sultano di Mascate vuole Shariah, e secondo l'emiro di
Ras Al Khaymah tutti e sette gli emirati della costa di Oman fanno parte del suo
territorio; per altro la Giordania è uno Stato inventato, mai esistito nella
storia, il Libano in ultima analisi è sempre stato territorio siriano, Israele
è uno Stato letteralmente artificiale, programmato e realizzato secondo un
disegno strategico delle grandi potenze a spese degli abitanti originari della
Palestina, che occupa territori giordani, siriani, libanesi ed egiziani e aspira
a nuove espansioni. Tutta la "legalità" nel Medio Oriente è stata
costruita con l'illegalità, la prevaricazione e la violenza. Le frontiere non
sono che righe immaginarie che attraversano il deserto, tracciate dopo
estenuanti mercanteggiamenti e continue cancellazioni, con riga, compasso e
matita, in base a imperativi arbitrari dettati da calcoli economici, totalmente
estranei agli interessi dei popoli, che del resto nessuno si è mai sognato di
interpellare. Ma sul terreno, sono stati gli eserciti conquistatori a fissare la
geometria della spartizione delle ricchezze, in una sequenza interminabile di
invasioni, sbarchi, colpi di mano, interventi militari, fra immani sofferenze e
perdite spaventose delle popolazioni soggette. II cosiddetto
"equilibrio" politico del Golfo Persico e di tutta la vasta regione
che lo circonda, è in realtà un groviglio di contraddizioni laceranti, uscite
da secoli di imperialismo allo stato puro, da due guerre mondiali e dal processo
di disintegrazione di cinque imperi: quello ottomano, quello zarista, quello
tedesco, quello francese e quello inglese. Un groviglio che fa di quest'area la
politicamente più instabile e più pericolosa del mondo,. nella quale in ogni
centimetro di confine è nascosta una bomba politica a scoppio ritardato.
Se la conferenza internazionale sul Medio Oriente che viene richiesta da più
parti insistentemente si farà, sarà dominata dai riverberi della storia.
II presente breve lavoro di compilazione non ha la pretesa di inserirsi nel
panorama delle opere storiche sul Medio Oriente. Benché costruito su una
documentazione ineccepibile, vuoI essere soltanto una traccia di analisi
nell'interpretazione dei fatti che sono all'attualità, in un momento in cui
capire, giudicare e decidere diviene vitale per ciascuno e per tutti. Ho cercato
semplicemente di colmare, almeno provvisoriamente, in attesa che qualcuno possa
fare meglio e in modo più approfondito, una evidente lacuna di informazione.
Questo libro è una specie di soccorso d'urgenza a beneficio delle vittime della
"disinformazione N" della televisione, che lascia fisicamente intatto
l'uomo davanti al video, ma lo distrugge dentro.
Ciò di cui si è sentito parlare fin troppo è dell'obbligo italiano a
concorrere alla "difesa della legalità internazionale" e al
"mantenimento dell'ordine esistente". L'argomento del mio libro è
appunto il modo in cui si è formato l'ordine esistente nel Golfo e in Medio
Oriente, e sono proprio le conclusioni cui sono giunto con la presente ricerca
che mi hanno indotto a chiedermi se gli interessi italiani siano stati ben
valutati. Se l'ordine internazionale non si confondesse con il controllo di una
delle maggiori riserve mondiali di petrolio, nessuno si sarebbe mai mosso per il
Kuwait. Chi andrebbe a combattere per qualche chilometro quadrato di sabbia? II
nocciolo della questione è il petrolio. Qui insorge un grande equivoco
fondamentale. Chiunque lo produca o chiunque lo venda, il petrolio si compra a
barili sul mercato. L'attuale società dei consumi, basata sul mercato mondiale,
funziona su questo principio. Il controllo delle fonti di produzione e della sua
distribuzione non è un problema che investe direttamente ogni singolo Stato, ma
è soprattutto un grande problema del grande capitale internazionale che vi ha
costruito sopra il suo sistema. Se il petrolio del Kuwait fosse passato sotto
controllo dell'Irak, cosa sarebbe cambiato dal punto di vista di una nazione
come l'Italia che compra il greggio a barili? Assolutamente nulla. L'Italia
avrebbe continuato a comprare petrolio a prezzo di mercato. Il cambiamento
sarebbe stato invece grande, anzi grandissimo, per le compagnie petrolifere, per
il mercato finanziario assetato delle liquidità del KIO (Kuwait Investment
Company, Ufficio degli Investimenti del Kuwait), per la famiglia Sabah, e per le
grandi entità bancarie e industriali che sono dipendenti dal flusso di liquidità
che ne proviene.
Ciò perché l'Irak avrebbe subito nazionalizzato l'industria petrolifera
kuwaitiana, come ha già fatto con la propria nel 1972-1975. La guerra del Golfo
non è quindi stata fatta nell'interesse diretto e immediato delle singole
nazioni, ma del sistema che le inquadra. Proprio per questo motivo il grande
capitale è stato costretto a usare truppa mercenaria. Non ha potuto schierare
soldati di leva perché, essendo reclutati in nome della patria, questi
probabilmente avrebbero voluto sapere con maggiore precisione fino a qual punto
gli interessi del grande capitale collimano con quelli della nazione.
Indirettamente questo dubbio affiora già qua e là, fra le righe, perfino nella
stampa più accanitamente guerrafondaia.
Secondo il Corriere della Sera l'"armata brancaleone" presente nel
Golfo c'è per i motivi più disparati. Il 19 febbraio 1991, questo giornale
scriveva: "Ci sono poi alcuni paesi del Terzo Mondo le cui truppe dovunque
ci si aspetterebbe di trovare, tranne che nel Golfo: sono il Pakistan, con 5.000
uomini, il Bangladesh, con 2.000, il Senegal e il Niger, con circa 500 soldati a
testa. In questo caso, il probabile calcolo dei governi locali è quello di
attrarre la benevolenza del ricco Occidente in cambio di un po' di carne da
cannone. A guerra finita si avrà qualche titolo per chiedere i ringraziamenti
per l'aiuto fornito". Questa è la cruda verità.
Questi non possono essere gli interessi nazionali dell'Italia. In cos'altro
consistono? Evidentemente esigono una definizione precisa, quantitativa. Si
tratta di sapere, in concreto, se le battaglie del Golfo assicureranno il
petrolio all'Italia; se, alla fine, distrutto l'Irak e restituito il Kuwait allo
sceicco, l'Italia avrà più o meno petrolio; e se al termine del conflitto, le
sue conseguenze avranno creato condizioni di sicurezza, quanto al rifornimento
petrolifero nella lunga prospettiva, per le presenti e future generazioni.
La decisione dell'intervento è maturata nella psicologia dei nostri dirigenti
in base alla cieca fiducia in una "vittoria finale" sull'Irak,
vittoria della "civiltà occidentale". Il concetto di
"vittoria" è emerso sistematicamente in ogni dibattito televisivo.
Esperti, inviati speciali e commentatori delle televisioni di guerra, ai quali
l'italiano medio deve forzatamente fare riferimento per formarsi un'opinione,
hanno mirato a inculcare nel pubblico l'idea di "vittoria", con la
stessa implacabile precisione delle "bombe intelligenti" di cui, con
malcelato orgoglio hanno descritto gli effetti devastanti sulle popolazioni
"indigene" dell'Irak. All'italiano medio non è passato neppure per la
testa di domandarsi se una vittoria in questa guerra esiste, e se è una
vittoria che riguarda gli effettivi interessi nazionali.
Quando l'Irak ha invaso il Kuwait la maggior parte degli italiani ha continuato
tranquillamente ad accudire alle proprie faccende. I più pensavano che una vera
guerra fosse impossibile.
Possiamo ammettere senza reticenze che in generale noi italiani, chi più chi
meno, abbiamo una coscienza molto larvata della natura imperialista della nostra
società e del nostro benessere. Crediamo, perlomeno moltissimi credono, non del
tutto in cattiva fede, che l'opulenza in cui viviamo sprofondati sia il portato
esclusivo della laboriosità, industriosità e capacità creativa di un popolo
fondamentalmente mercante e calciatore. Quelli che si spingono più lontano
nell'analisi, arrivano al massimo ad ammettere che l'operosità nazionale si è
beneficamente associata, in questo lungo periodo, alla furbesca capacità
bottegaia del suo gruppo dirigente dominante di barcamenarsi nelle più
complicate vicende internazionali, schierandosi sempre dalla parte del vincente,
cioè degli Stati Uniti. Nove lustri ininterrotti di adorazione pagana del dio
dollaro e di fede cieca nella sua efficacia per guarire tutti i mali e sanare
tutte le situazioni, hanno radicato nella società italiana una nuova religione
portatrice di un certo numero di eternità che non sono esattamente quelle dello
spirito: l'eternità del capitalismo, l'eternità della supremazia occidentale,
l'eternità del meccanismo riproduttore del benessere, l'eternità del
consumismo.
Lo scoppio della guerra ha perciò colpito l'italiano medio come un terribile
schiaffo, poiché la guerra ha portato d'improvviso all'evidenza tutta la
fragilità della costruzione su cui riposano le sue certezze.
La prima certezza disintegrata dai fatti è stata appunto quella che la sua
condizione privilegiata deriva esclusivamente da lui stesso, dal suo spirito di
iniziativa e dalla sua volontà. D'improvviso gli si è presentata davanti agli
occhi, nella forma più luminosa, quella dei bagliori delle bombe, la realtà
inoppugnabile che la sua ricchezza è basata prima di tutto sul petrolio degli
altri, e che per questo è stato coinvolto direttamente nell'impiego della
forza, sarebbe più esatto dire della ferocia, per conservarne il controllo.
Questa scoperta gli è venuta proprio dalla esagerazione maldestra del tele
bombardamento cui è stato sottoposto. Nella descrizione enfatica della
mostruosa capacità di distruzione di una macchina bellica che rappresenta una
coalizione di 972 milioni di uomini, per due terzi con un reddito medio
superiore ai 15.000 dollari l'anno, scatenata contro 17 milioni di ostinati
iracheni con meno di 3.000 dollari l'anno, era implicita la confessione che il
sistema esiste in ragione della sua capacità prevaricatrice. Anche la coscienza
più corazzata è stata perforata alla fine da questa evidenza. Oggi ogni
italiano sa di essere imperialista, qualunque sia la sua condizione sociale.
Questa presa di coscienza comporterà inevitabilmente delle scelte di campo
all'interno della popolazione italiana nel prossimo futuro.
Desidero proporre qualche motivo di riflessione sull'argomento, basato sulla
storia antica e recente, e su qualche semplice cifra. Tra il 1096 e il 1270 si
sono avute 9 grandi crociate per la riconquista dei luoghi santi del
cristianesimo, che giunsero anche a costituire dei regni cristiani in Palestina,
in Siria e in Libano. È vero che sono cose lontane nel tempo, ma quando, dopo
la prima guerra mondiale, il generale francese Gouraud giunse in Siria per
prenderne possesso in nome della Francia, penetrò a Damasco nella moschea degli
Umayydi, dove riposano i resti di Saladino, il grande vincitore dei crociati, e,
battendo il piede sulla sua tomba, esclamò: "Svegliati Saladino, siamo
tornati". La storia non è poi cosi lontana.
Al di là del loro fondamento religioso, le crociate furono rese possibili dallo
sviluppo demografico avuto all'epoca dall'Europa, la cui popolazione passò dai
30 milioni di abitanti dell'anno 1000 ai 35 milioni del 1100, ai 49 milioni del
1200, ai 57 milioni dell'anno 1250. I paesi della riva asiatica e africana del
Mediterraneo avevano 33 milioni di abitanti nell'anno 1000, scesi a 28 milioni
nell'anno 1100, diminuiti ulteriormente a 27 milioni nell'anno 1200, e ridotti a
soli 22 milioni nel 1250. La proporzione era dunque all'incirca di 1 a 1
nell'anno 1000, e divenne di 3 a 1 a favore delle popolazioni europee nell'anno
1250, durante la fase finale delle crociate cristiane.
Fra il 1830 e il 1910 la quasi totalità dei territori africani e mediorientali
che si affacciano sul Mediterraneo fu oggetto di conquiste militari e posta
sotto il dominio europeo. Il rapporto fra popolazione dell'Europa da una parte e
Nord Africa e Medio Oriente dall'altra, che era ancora di 3 a 1 nel 1750,
divenne di 5 a 1 nel 1850. Fra il 1850 e il 1900, mentre la popolazione araba
della riva meridionale aumentò solo di 18 milioni di persone, la popolazione
della riva settentrionale, europea, crebbe di ben 90 milioni di persone. La
conquista del Medio Oriente fu completata dagli europei fra il 1900 e il 1948 in
condizioni di superiorità numerica schiacciante.
Ma per la prima volta da più di duemila anni, nell'anno 1985, gli abitanti
della riva meridionale del Mediterraneo hanno superato la popolazione dei paesi
della riva settentrionale. Il Mediterraneo comincia a non essere più un mare
"europeo". Lo scarto è destinato ad aumentare in modo travolgente nel
futuro: secondo le proiezioni demografiche dell'ONU, entro 10 anni, nel 2000,
avremo 270 milioni di abitanti sulla riva meridionale islamica, e 200 in quella
settentrionale a prevalenza cristiana. Nel 2020 si manterranno stazionari i 200
milioni di abitanti nel Mediterraneo europeo, ma avremo ben 370 milioni di
abitanti sulla riva meridionale arabo-islamica, cioè quasi il doppio.
L'ampiezza di questo rovesciamento di rapporti di forza demografici lascia
prevedere tempi difficili alla distanza.
Il solo "baluardo" effettivo che l'Occidente possiede nella regione è
Israele il quale, anche nel caso in cui riesca a realizzare il suo massimo
programma di espansione demografica, raggiungerà i 7 milioni di individui fra
10 anni. Ma fra 10 anni arabi e persiani avranno superato la soglia dei 350
milioni. Da ciò deriva, senza possibilità di errore, che l'eventuale tentativo
di dominio imperialista del Medio Oriente e del suo petrolio potrà essere
esercitato solo in forma terroristica, con minacce di interventi diretti, o per
l'interposta forza atomica di Israele. Il realismo esige che l'italiano
imperialista abbia presente questa prospettiva. È un'epoca di terrore che lo
attende.
Per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, l'Italia è, fra i
paesi europei e occidentali, quello che per natura svolge un ruolo di
avanguardia in direzione del mondo arabo. Per di più è uno dei 7 paesi che si
arrogano la direzione del sistema capitalistico, uno dei cosiddetti
"grandi"; perciò implicitamente porta una parte di responsabilità
nel comportamento del mondo occidentale verso gli arabi. Ora: gli Stati Uniti
sono a migliaia di chilometri dalla Tunisia, dall'Algeria e dalla Libia, ma la
costa dell'Africa araba è a soli 150 chilometri dalla Sicilia. Gli interessi
nazionali italiani si differenziano forzatamente da quelli generali dei paesi
industrializzati, perché sono particolari, specifici, dettati dalla geografia.
L'Italia è evidentemente nella necessità di regolare la propria politica verso
i paesi arabi sui grandi cicli del movimento di massa arabo, e non sugli
atteggiamenti dei governi. E ciò per un motivo semplice: perché i governi
passano ma le masse restano. Gli Stati, sono le masse.
Nel corso di tutta la crisi irachena, televisione, radio e giornali hanno
dedicato una cura particolare nell'occultare la dimensione, la profondità e la
violenza del movimento popolare di sostegno all'Irak che ha scosso i paesi
arabi. Delle gigantesche, continue, tumultuose manifestazioni di piazza, delle
iniziative di solidarietà, della rete di organizzazioni di base sorte
spontaneamente fin nelle più remote località, dell'inquadramento paramilitare
che quasi ovunque ha caratterizzato la mobilitazione della gioventù araba,
della intonazione antiamericana, antioccidentale e anti italiana delle parole
d'ordine che sono risuonate per le vie di Rabat, di Nouakchott, di Algeri, di
Tunisi, di Tripoli, di Beirut, di Amman, Teheran, Sanaa, Aden, l'italiano medio
non ha saputo quasi nulla: poche immagini fugaci e due parole.
In sette mesi il mondo arabo ha subìto in realtà, sotto la spinta della guerra
del Kuwait, una trasformazione radicale. Una grande tempesta araba si prepara. I
governi arabi domani non saranno più quelli di ieri.
Sottovalutazione dei fattori politici e storici e sopravvalutazione dei fattori
militari si sono assommate in modo nefasto nella decisione di trascinare
l'Italia nell'avventura kuwaitiana, il cui solo effetto è stato quello di
mettere la nazione italiana in opposizione alle masse arabe. Una neutralità
avrebbe procurato invece all'Italia preziose simpatie.
Gli europei e l'Occidente in genere si dedicano a interventi militari in Medio
Oriente da almeno 170 anni (e da 90 al solo scopo di dominare il petrolio) e
hanno dovuto assistere sistematicamente al crescere delle forze ostili e al
moltiplicarsi delle difficoltà. Il nazionalismo arabo, che era una forza
irrisoria nel 1916, è diventato in settantacinque anni una enorme potenza
proprio come reazione a una serie interminabile di interventi militari delle
grandi potenze. L'integralismo islamico, che terrorizza i grandi interessi
petroliferi, che si affianca e si confonde ormai con il nazionalismo, è un
prodotto dello stesso fenomeno di reazione alla dominazione militare degli
"infedeli". Di intervento in intervento, ora l'imperialismo ha
raggiunto il limite massimo delle proprie possibilità, poiché ha dovuto
impiegare tutto il potenziale militare disponibile per cercare di ridurre alla
propria mercé non l'insieme del nazionalismo arabo, e neppure tutto
l'integralismo islamico, ma solo il nazionalismo di un piccolo popolo come
quello iracheno. Che cosa potrebbe fare di più? L'Occidente possiede forse la
potenza di fuoco per distruggere un paese arabo, due, forse anche tutti e 22 i
paesi arabi, più l'Iran, ma non possiede la forza materiale per presidiare il
territorio.
Come è noto, gli americani erano già determinati in partenza a rimanere con le
loro forze nella penisola arabica al termine del conflitto, al fine di garantire
la stabilità delle petromonarchie. Verosimilmente gli Stati Uniti saranno
indotti a considerare questa scelta tanto più obbligata in futuro, in quanto la
rivolta di base in favore dell'Irak ha raggiunto anche vasti settori della
popolazione dell'Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, dell'Oman
e del Bahrein, dove esistono numerose minoranze da sempre schierate contro il
potere dei re e degli sceicchi. Per fare un esempio, gli sciiti: sono il 60% in
Bahrein, erano il 30% della popolazione in Kuwait prima dell'occupazione
irachena (in Irak sono il 56% concentrati nella parte meridionale del paese che
confina per l'appunto con il Kuwait), il 10% nella stessa Arabia Saudita. Fra i
numerosi errori commessi, gli americani hanno fatto quello di bombardare i
luoghi santi degli sciiti, che si trovano in Irak. Sulla sola città santa di
Najaf hanno compiuto, pare, 300 incursioni, devastandola, determinando
manifestazioni furiose di rabbia anche in Iran, dove gli sciiti sono la quasi
totalità della popolazione. Non occorre alcun genio per comprendere che le
petromonarchie tanto care agli americani e all'Occidente potranno reggersi in
futuro soltanto con il sostegno diretto dei marines. Se gli americani se ne
andassero, sceicchi emiri e re cadrebbero come birilli.
Agli strateghi statunitensi si pone quindi il problema del controllo del
territorio, problema che si presenta con due corni e una molteplicità di
ripercussioni. Il primo corno riguarda la possibilità, e i rischi, di un
presidio militare statunitense permanente di Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein,
Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Un problema nel quale la difficoltà
maggiore sembra rappresentata dalla vastità del dispositivo necessario, perché
si tratterebbe di mantenere il controllo globale di 2 milioni e 460 mila
chilometri quadrati, per lo più di sabbia. Un affare con numerose incognite. La
più recente esperienza occidentale di controllo di un territorio arabo fu
quella del Libano nel 1982. Dopo l'invasione israeliana, come è noto, una
spedizione multinazionale anglo-francoitalo-americana sbarcò a Beirut per
consentire agli israeliani di sganciarsi. Quella fu la prima occasione, dopo il
disastroso sbarco francobritannico a Suez del 1956, in cui forze militari
occidentali vennero a contatto diretto con le masse arabe. Nell'assedio di
Beirut l'esercito israeliano subì uno stillicidio di perdite umane che in
prospettiva diveniva insopportabile e che alla fine lo indusse all'abbandono del
controllo del territorio libanese. Analogamente le forze di intervento americana
e francese subirono perdite enormemente sproporzionate rispetto alle dimensioni
ridottissime del territorio controllato. La lezione dell'invasione del Libano
del 1982 fu che il controllo del territorio in opposizione alle masse
nazionaliste arabe e integraliste islamiche è praticamente inattuabile.
Il secondo corno del problema riguarda le ripercussioni di una prolungata
permanenza di forze di occupazione, in qualunque modo mascherata e qualificata,
sulla terra araba. Questa eventualità è già stata dichiarata intollerabile da
tutti i governi arabi. È fin troppo facile prevedere che il presidio militare
del petrolio equivarrebbe a eternizzare il conflitto dando luogo a una
mobilitazione permanente delle masse di tutto il mondo arabo.
È altrettanto facile comprendere che l'Italia è il paese più esposto alle
ritorsioni arabe in quanto paese "complice" delle grandi potenze e
anche anello debole della catena imperialista. più grandi e profondi saranno i
motivi di rafforzamento del nazionalismo e dell'integralismo nel mondo arabo, e
più pesante sarà la fattura da pagare per l'errore sconsiderato della
partecipazione ad una guerra nella quale non era in giuoco alcun reale interesse
nazionale italiano.
1) Consideriamo moralmente sbagliato il fatto che questa
prerogativa giuridica venga concessa a noi, mentre le
persone che hanno un vero “diritto al ritorno” poiché
sono state obbligate con la forza o con il terrore a
fuggire, ne sono private.
2) Le politiche di Israele nei confronti dei palestinesi
sono barbare – non vogliamo in alcun modo identificarci
con ciò che sta facendo Israele.
3) Non siamo affatto d’accordo che l’emigrazione
sionista verso Israele rappresenti in alcun modo una
soluzione per gli ebrei della diaspora, un rimedio
all’antisemitismo o al razzismo – per quanto gli ebrei
siano stati o siano tuttora vittime di razzismo, questo non
dà loro il diritto di trasformare altri in vittime.
4) Desideriamo esprimere la nostra solidarietà a tutti
coloro che lavorano affinché arrivi un giorno in cui in
Israele, nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza possano
vivere persone senza alcuna restrizione in base alle
cosiddette origini razziali, culturali o etniche.
l'Unità 31.07.2003
Israele, una legge nega la
cittadinanza ai palestinesi delle coppie miste
di Umberto
De Giovannangeli
di Enrico Galoppini
Una conferenza sul «terrorismo»
Niente paura, Magdi Allam è uno che ha la sana abitudine di pensare con la
propria testa: da quell’ipotetica conferenza, al cui buon esito potrebbero
contribuire linguisti, semiologi e semantisti, dovrebbe venir fuori una
definizione comprensibile e di conseguenza accettabile di «terrorismo».
Ai più avvertiti tra i lettori non sfuggirà l’emergenza della questione. In
Afganistan, centinaia di migliaia di profughi avrebbero senz’altro beneficiato
da una pronta riunione di un simposio di questo tipo, e anche le popolazioni di
Somalia, Sudan, Iraq, Yemen, Siria, Libano e chi più ne ha più ne metta non
disdegnerebbero certo di vederne cominciare i lavori.
Che cos’è il «terrorismo»?, si chiede, disorientato, Magdi Allam. Le
opinioni, in tal senso, divergono oggi come su nessun altra questione. Anzi,
diciamo che a seconda degli interessi che si mira a difendere, nella e dalla
categoria di «terrorismo» ciascuno inserisce o espunge quel che più detesta o
gradisce. C’è chi adotta un criterio estensivo, chi uno restrittivo, per cui
la schiera dei «terroristi» si moltiplica o si riduce a fisarmonica .
Chiedere soccorso alla Storia può essere di conforto per chi intendesse tirarsi
fuori dal guazzabuglio di definizioni e sentenze perentorie che si leggono e
ascoltano. Nel caso dell’Argentina, del Cile e di altre dittature militari
sudamericane, pochi hanno avuto dubbi nel definire la vicenda dei desaparecidos
una forma di «terrore» organizzato direttamente da apparati dello Stato. Ma
dove sono al potere i militari queste pratiche sono la norma, anche se si
preferisce dimenticarlo in ossequio ad impresentabili «alleanze» (la Turchia
è un tipico caso). Le ‘imprese’ della polizia politica dell’Iran dello
Scià, la Savak, sono ormai note a tutti, e nel caso dell’Iraq, quando la
priorità assoluta era quella di dipingere Saddam Hussein come sanguinario
nemico pubblico numero uno, fummo informati che il «terrore di Stato» stesse
assumendo le forme dei massacri dei curdi e delle popolazioni sciite del sud,
mentre è abbastanza risaputo che in Siria nel 1982 furono massacrati migliaia
di aderenti e simpatizzanti dei Fratelli Musulmani (un intero quartiere della
città di Hamâ non esiste più). Gli Usa, che oggi si fanno vessilliferi della
«guerra al terrorismo», hanno in materia un curriculum di tutto rispetto .
Dunque, che sia esistito un «terrore di Stato» - anche se curiosamente a ciò
si dà riconoscimento o in maniera preventivamente strumentale o dopo la caduta
in disgrazia di chi lo metteva effettivamente in opera - è una realtà
incontrovertibile che la Storia ha impresso a caratteri indelebili. Lo Stato,
com’è ovvio - e anche comprensibile (vedremo perché) - il «terrorismo» può
anche subirlo; pensiamo alla Spagna o alla Francia, dove a nessun statista
responsabile è mai venuto in mente di invadere militarmente e di bombardare né
il Paese basco né la Corsica.
Persino all’unità di un’Italia che si dissolve nel nulla, tra gli
illusionismi dei tecnocrati di «Eurolandia», il mangia mangia di chi dovrebbe
ben governare e gli umori populisti del blut und boden padano, si pervenne anche
dopo atti che persino un Carlo Azeglio Ciampi non potrebbe che definire come «terroristici».
Che poi la Storia ufficiale ci racconti le gesta di «patrioti», «Carbonari»
e metta dietro la lavagna i «briganti», poco incide nella sostanza di quei
fatti.
Una definizione classica di «terrorismo»
Se si noterà bene, abbiamo scritto «terrore» e «terrorismo» sempre ben
virgolettati, in relazione a qualsiasi situazione ed episodio che abbiamo
menzionato. Dal momento che non apparteniamo ad alcuna accademia dello scrivere
e del parlar forbito non possiamo arrogarci il diritto di assicurare una nuova
definizione esauriente ai due termini, che certo non sono sinonimi; ci sia però
quanto meno concesso di esprimere un dubbio piuttosto diffuso sulla reale
corrispondenza a queste due parole di qualcosa di inequivocabilmente chiaro,
quando invece esse dovrebbero aiutarci ad inquadrare alcune dinamiche
caratterizzanti i conflitti armati, sia intestini che tra Stati. Dizionario alla
mano , «Terrore» è: 1) “Sentimento di grande e incontrollata paura, che
limita notevolmente le capacità fisiche e psichiche”; 2) “Persona o cosa
che terrorizza, che spaventa”; 3) “Fase, momento di regimi rivoluzionari o
antirivoluzionari caratterizzati da una spietata repressione degli avversari
politici”. Alla voce «Terrorismo»: “Metodo violento di lotta politica,
fondato su gravi azioni di sabotaggio e su attentati contro esponenti, fautori e
collaboratori del potere e del governo contro cui si lotta”.
Si tratta, com’è evidente specialmente per il secondo termine, di definizioni
attardatesi ad un mondo che in effetti non c’è più, ma non dall’11
settembre come ci predicano a non finire. Il «terrorismo» - a dir la verità,
una realtà alla quale non corrisponde ancora un vocabolo esaustivo - si è
evoluto parecchio, diversificando le sue modalità d’azione e allargando ai
civili il novero dei suoi bersagli, in sintonia con quanto avvenuto alle guerre,
dove in un crescendo d’odio verso il «nemico» e di follia tecnologica, da
scontri tra militari sempre meno cavallereschi si è giunti ai bombardamenti
indiscriminati di città intere. Tra «guerra» e «terrorismo» è avvenuta -
ed è ancora in corso - un’osmosi sintetizzata dalla cosiddetta «guerra al
terrorismo».
I palestinesi: «martiri» o «terroristi»?
Torniamo ora alla trasmissione di Santoro. In quella sede si discuteva di
Palestina e, comme d’habitude, abbiamo constatato che come ci si addentra nel
terreno minato della vexata quaestio palestinese qualsiasi ordinaria logica va
in frantumi, ed anche cervelli che in molte occasioni hanno dato prova di girare
bene, vengono presi da non si quale inceppamento. La definizione di che cosa sia
«terrorismo», da inclusiva per eccesso quando si tratta di battere i tacchi
davanti a Zio Sam, quando è in ballo lo Stato d’Israele si riduce ai minimi
termini: lo Stato d’Israele è la parte offesa e i «terroristi» sono solo
gli altri, i quali per giunta meritano di essere bombardati o fatti oggetto di
‘tiro al piccione’.
Curiosamente però, in attesa che qualche autorevole accademia ci dia non solo
una nuova formulazione del vocabolo «terrorismo», ma addirittura un nuovo
termine per indicare il fenomeno osmotico di cui sopra, l’obsolenscenza
semantica del nostro dizionario giunge quanto mai opportuna perché il “metodo
violento di lotta politica, fondato su gravi azioni di sabotaggio e su attentati
contro esponenti, fautori e collaboratori del potere e del governo contro cui si
lotta” è proprio quello che i filo-israeliani sostengono che il governo di
Tel Aviv si stia limitando ad applicare, negando però recisamente che questo
sia «terrorismo». Il «terrorismo» verrebbe solo dalla parte dei palestinesi,
i quali ritengono che quelli che si fanno saltare in aria al fine di ammazzare
più israeliani che si può sono dei «martiri» (shuhadâ’), e non «terroristi»
(irhâbiyyûn). Riprendiamo quindi il dizionario della lingua italiana: «martire»
è anche “chi affronta e subisce coscientemente la morte per la patria, per la
propria fede politica, per un alto ideale” (il che non significa certo
aspettare di essere impallinati con una pietra in mano…), e d’altra parte
sia l’arabo shahîd che l’italiano «martire» veicolano l’idea di rendere
testimonianza (a Dio). Come la mettiamo quindi, quando i nostri affettati
giornalisti erettisi a giudici incalzano i palestinesi e chi ne prende le parti
con la domanda di rito “allora sono «martiri» quelli che si fanno esplodere
oppure «terroristi»”? Il politically correct prevede di rispondere «terroristi».
Che gli uomini-bomba seminino il «terrore» tra gli israeliani, su questo non
c’è dubbio, ed è lo stesso “sentimento di grande e incontrollata paura,
che limita notevolmente le capacità fisiche e psichiche” che pervade gli
abitanti delle città palestinesi sottoposte ai cannoneggiamenti dei tanks.
C’è chi ha detto che si ricorre all’estremo sacrificio di sé, al «martirio»
appunto, solo quando non si scorge alcuna prospettiva praticabile, quando, in
una sola parola, si è disperati. I ben pensanti evocano lo stereotipo del «fanatismo»
musulmano, ma la verità è che il «martirio» (che, ripetiamolo, semina morte
e distruzione, in una parola il «terrore») è l’unico mezzo a disposizione
di chi non può operare alcun atto di «terrorismo» riconducibile alla
definizione del dizionario della lingua italiana. Non vi è dubbio poi che la
presente sia una “fase caratterizzata da una spietata repressione degli
avversari politici” che lo Stato d’Israele chiama «antiterrorismo» , in
totale spregio di quanto abbiamo testé appreso dal dizionario, la cui
definizione sembra al contrario fabbricata su misura per descrivere l’operato
di Tsahal e del Mossad .
Gli ebrei e lo Stato d’Israele: il mimetismo della maggioranza e il
coraggio di pochi
Siccome la caduta in disgrazia dello Stato d’Israele è obiettivamente
parecchio di là da venire, la gran maggioranza dei forgiatori d’opinioni si
schiera dalla parte che promette di garantire prebende ed onori ancora per un
pezzo. Molti da quella parte ci stanno per opportunismo, o per piaggeria, o per
i sensi di colpa che hanno loro inculcato, o perché vengono pagati. Per altri -
e non sono pochi - lo stare dalla parte dello Stato d’Israele non c’entra
niente con tutto questo. Si schierano per il semplice fatto che non può essere
altrimenti: ad onta del loro presentarsi come giornalisti «italiani», e quindi
suscettibili di posizionarsi variamente nella contesa tra arabi ed ebrei in
Palestina, essi sono ebrei (osservanti o ‘all’acqua di rose’) e per giunta
sionisti neppure troppo tiepidi, ma questo ai più non è dato di sapere, tranne
in alcuni casi di pubblico dominio. Ci sono inoltre, com’è naturale che sia,
anche ebrei che sulla questione palestinese ed altri aspetti che contribuiscono
a perpetuarla fino alla fine dei tempi sono estremamente acuti, avendo vergato
pagine sferzanti nei confronti dell’operato israeliano e delle diverse lobbies
ebraiche o filo-ebraiche sparse per il mondo (è il caso di moltissime sette
protestanti americane): si pensi a Noam Chomsky , Israel Shahak , Israel Shamir
, Norman Finkelstein , John Sack ed altri scrittori, lodevoli e coraggiose
eccezioni del tutto latitanti nell’italico stivale .
Ariel Sharon, il presidente della “signora con i capelli rossi”
Il caso della “signora con i capelli rossi” che, in collegamento da
Gerusalemme ovest, in tal modo è stata apostrofata da Thâ’ir - un
quattordicenne palestinese ospite in studio a Ramallah - dopo che egli aveva
assistito allo show di cui forniremo ampi dettagli, è proprio uno di quelli in
cui si gioca a rimpiattino tra una posizione apparentemente neutrale e quella
determinata dall’appartenenza al «popolo eletto». Una vera turlupinatura ai
danni degli ignari telespettatori. L’atteggiamento di Fiamma Nirenstein è
particolarmente degno di attenzione e di analisi poiché è paradigmatico della
posizione dei tanti ebrei italiani che, mediamente ragionevoli su tutto il
resto, quando si porta il discorso sulla Palestina cominciano a sragionare e a
vedere tutto attraverso le lenti deformanti del terror panico. Ma qui,
ripetiamo, vi è del non detto, la questione spiegandosi in una certa misura in
termini di appartenenza etnico-religiosa, e non di opinioni fluttuanti come tra
il resto dei comuni «gentili». Thâ’ir ha un difetto per la “signora con i
capelli rossi”. Ha due amici - Shâdy, di 13 anni e il fratellino di questi,
Burhân, di soli tre anni - che per colpevole distrazione loro o dei loro
genitori si trovavano sulla traiettoria di un razzo sparato da un elicottero
recante la stella di David nel bel mezzo di una strada di al-Khalîl (Hebron).
Il difetto nel difetto sta nell’ostinazione con cui Thâ’ir ripete che tutto
questo (accaduto talmente tante volte da non fare più notizia) rientra
perfettamente nella categoria del «terrorismo», di Stato o meno che dir si
voglia. A capo del Governo dello Stato che Thâ’ir considera «terrorista»
c’è un personaggio dichiarato dal competente tribunale «criminale di guerra»
e non, si badi bene, «terrorista», come la maggior parte dei filo-palestinesi
lo considera per fare pari e patta nella ridda di accuse reciproche. In arabo
egli è più definibile un mujrim («criminale», «delinquente») e non un irhâbî
(«terrorista»), anche se è pacifico che con il suo operato diffonda il «terrore»,
al pari degli uomini-bomba palestinesi.
La “signora con i capelli rossi”, che ci parla da un paese “pieno di
ciechi, di storpi, di morti, un posto dove non si può più andare in nessun
posto”, colpita nella sua “fede incrollabile nei diritti umani” e magari
fautrice dei tribunali internazionali per chi ne fa carta straccia, per motivi
che sfuggono solo alle «pecore matte» di dantesca memoria ha una gran stima di
Ariel Sharon, il cui indice di gradimento è in continua ascesa sia tra gli
israeliani che tra gli ebrei «della diaspora»: “Va bene, Sharon avrà anche
ammazzato della gente [collateral damages…], ma è riuscito ad acchiappare i
«terroristi» che Arafat si rifiuta di catturare… è un uomo vecchio che…
quest’immagine che si ha di Sharon… Qui è una storia di soldati…”.
Messaggio recepito: i signori e le signore “con i capelli rossi” d’Italia
sono con Sharon e lo riabilitano facendosi beffa di tutti i morti di questa
intifâda, per non parlare di quelli di Sabra e Chatila. L’onnipresente (perché?)
direttore della «Rivista Militare» - quello dei “bambini afgani che se vanno
a ‘paciugare’ tra le bombe inesplose… [le cluster bombs]” - per il quale
“Israele bombarda solo edifici vuoti per poi demolirli con i bulldozer” (non
si capisce la logica di azioni così fatte), conferma: “Sharon è stato un
bravissimo generale… è solo un po’ irruento”.
Il «doppio» Arafat, il «Bin Laden d’Israele»
Poi inizia la vera performance della signora che, tra omissioni e mezze verità,
la infarcisce di invenzioni pure e semplici. Tutta la colpa sarebbe di Arafat,
che non riesce a prendere i «terroristi» della lista che il governo israeliano
gli ha consegnato. Eppure in sole 12 ore - umiliandosi al ruolo di
collaborazionista di un regime di occupazione - ne aveva già presi diciassette
, non male se si pensa che per accoppare Bin Laden l’Angloamerica sta
tappezzando di bombe un’intera regione da circa un mese senza giungere ad
alcunché (forse perché, come già fatto con Saddam, un Usâma vivo spiana la
strada alle successive puntate). E’ semplicemente inaudito vedere il leader di
un’Autorità nazionale, limitata quanto si vuole, dover sottostare come uno
scolaretto agli ordini che gli giungono dall’esterno. Il sospetto diffuso tra
i palestinesi è che lo Stato d’Israele punti a concentrare i «terroristi»
in un unico luogo per poi eliminarli in un’unica soluzione («finale»?) con
il consueto «bombardamento chirurgico».
Arafat dovrebbe inoltre ubbidire perché «non è stato ai patti»: “Barak
aveva promesso molto ai palestinesi - riparte la Nirenstein riprendendo un
motivo caro a tutti i filo-sionisti -, era stato dato il 13% della Cisgiordania,
che contiene il 98% dei Palestinesi” . Quello dell’arabo «falso e bugiardo»
è un topos classico del pregiudizio d’epoca coloniale, e la Nirenstein, da
tifosa dell’ultimo colonialismo al mondo qual è, sa attingere sapientemente
dalla vasta gamma di stereotipi anti-arabi coniati a quell’epoca.
Un «terrorismo» benintenzionato?
A quattordici anni Thâ’ir non ha ancora appreso le utili arti della
dialettica e della retorica ingannevole in cui tutti gli individui dalla rossa
criniera eccellono; oppone quindi delle semplici storie, tipo quelle di altri
suoi amici finiti all’obitorio, vuoi per una pallottola in fronte o un razzo
israeliano (quelli sono spesso coetanei o anche più piccoli), vuoi per una
carica esplosiva che si sono messi addosso (quelli invece sono quasi tutti più
grandi di lui).
E qui veniamo al punto. Questi ultimi sarebbero i primi tra coloro ai quali si
vorrebbe far calzare a pennello la nebulosa definizione di «terroristi» che
ancora nessuno si è preso la responsabilità di chiarire. Ma di questi tempi
non è il caso di fasciarsi troppo la testa: anche del diritto internazionale è
stato fatto abbondante scempio, e l’unico diritto internazionale al momento in
vigore è quello dei più forti .
Il dizionario, quello che dice lo sappiamo e ne abbiamo tratto le relative
deduzioni; sentiamo ora la capitale differenza tra il vero «terrorismo» e
quello che solo un pregiudizio anti-israeliano indurrebbe a definire tale:
“dal punto di vista dello scontro c’è una differenza che è nell’etica.
Il kamikaze va lì intenzionalmente per far morire della gente, mentre nel caso
di un missile che cade su un edificio della polizia [palestinese] ci sono delle
terribili ed inevitabili perdite, ma che non sono intenzionali”.
Siamo in piena teologia del «danno collaterale»! Dato che vittime «civili»
(ma ormai abbiamo capito che nei conflitti del XXI secolo la distinzione tra
civili e militari è finita) lo stesso Israele e le penne al suo servizio
ammettono di farle, la differenza dunque la farebbe l’intenzionalità del
gesto, ed è qui la truffa che ci propina la Nirenstein, truffa reiterata grazie
ad un glossario costruito ad hoc che per indifferenza e pigrizia ci siamo
abituati ad accettare per neutro: «ultraortodossi», «determinazione», «incursioni»
da una parte, «integralisti», «fanatismo», «terrorismo» dall’altra . I
missili non “cadono”, ma vengono sparati sui loro bersagli intenzionalmente
(altrimenti questi soldati hanno una mira davvero pessima) , e non solo “sulle
auto dentro cui ci sono dei kamikaze zeppi d’esplosivo”, come ha avuto
l’ardire di favoleggiare durante la medesima trasmissione il portavoce
dell’ambasciata israeliana, secondo il quale sarebbe “indecente” e “una
vergogna” pensare che lo Stato d’Israele possa architettare massacri
indiscriminati .
Un «terrorismo» mirato?
Che gli obiettivi siano “solo le sedi della polizia” (certo che sarà dura
per quella polizia, ridotta ad accamparsi sotto le tende, acchiappare i «terroristi»)
come ci dice Fiamma Nirenstein è una menzogna colossale. Le case private
(abitate da «terroristi», of course) sfondate e crivellate di colpi non si
contano , ma le «rappresaglie» israeliane non risparmiano di regola né gli
ospedali né gli edifici di culto (compresi quelli cristiani, cosa che non
indigna alcun «cattolico padano»…) , come ci ha provvidenzialmente informati
il bravo Santoro in altre puntate del suo programma.
La «rappresaglia» è prevista dal diritto di guerra, ma contro il «terrorismo»
non si fanno «rappresaglie», si fa semplicemente tabula rasa e si procede alla
pulizia etnica.
Per questo, ai palestinesi che si ribellano ad una palese ingiustizia si vuole
negare lo status di combattenti. Meglio quindi presentare come «esecuzioni
mirate» i quotidiani omicidi di «attivisti» a cui procedono reparti delle
forze speciali israeliane.
Un nuovo «Olocausto» dietro l’angolo
Se con il sofisma dell’intenzionalità dell’atto omicida non si convince
un’opinione pubblica che potrebbe mostrare segni di cedimento, è pronta la
giustificazione ideologica del «terrorismo di Stato» israeliano: i «terroristi»
palestinesi (o i palestinesi in toto, non è chiaro per i fautori di questa
interpretazione, tra i quali - l’abbiamo letto - si conta anche il rabbino Di
Segni) auspicano l’annientamento dello Stato di Israele. Siamo all’arcinoto
«diritto di esistere» di Israele. Di qui gli attacchi preventivi (Iraq,
Libano, Egitto), gli omicidi di esponenti politici palestinesi (e non solo)
eseguiti dal Mossad in mezzo mondo sui quali nessuna magistratura ha mai osato
indagare, i rapimenti di oppositori, critici e dissidenti . Ad onor del vero,
l’Olp ha riconosciuto Israele fin dal 1988 , ma non si sa quando Tel Aviv
(attenzione, sempre più la vulgata massmediale ha adottato espressioni tipo «l’esercito
di Gerusalemme»…) riconoscerà un barlume di Stato palestinese che non ne sia
piuttosto un simulacro che onestamente richiama alla mente l’immagine di una
riserva indiana o di un bantustan.
Le «regole» valgono sono solo per gli altri
A questo punto, anche a volersi porre in perfetta equidistanza dai due
contendenti, l’unica soluzione realistica per far cessare quanto meno il «terrore»
in cui ormai vivono tutti sarebbe quella avanzata da Giuliano Ferrara, il quale,
volendo sondare l’effettiva buona volontà dello Stato d’Israele (che con
l’Europa ha stipulato diverse forme d’associazione), ha lanciato - come già
altri stanno facendo - l’idea di un invio di una forza d’interposizione
internazionale. E’ un po’ come quando due se ne danno di santa ragione: se
nessuno interviene c’è il rischio che ci scappi il morto, e così ha
ragionato il direttore de «Il Foglio».
L’Ambasciatore dello Stato d’Israele in Italia, in diretta a «La 7», non
ha invece deluso i suoi aficionados: “Si tratta di una questione interna”.
Di «questioni interne» se ne intendeva anche un certo Milosevic, e sappiamo
come nel suo caso le «regole» siano state applicate, tanto che il buon «Slobo»
è finito nel ‘cattiverio’ a meditare sui bei tempi andati.
L’arroganza della chiusura totale dell’establishment israeliano di fronte ad
una prospettiva del genere è evidente a tutti, ma gli Usa (la cui «mediazione»
è la sola che a Tel Aviv accettano) gli tengono mano alla grande: “Gli Stati
Uniti hanno posto il veto su una risoluzione Onu per l’invio di osservatori
internazionali in Medio Oriente. […] Soddisfazione in Israele per la
decisione, criticata invece dall’Autorità palestinese di Arafat. […] E’
intanto fallita la missione dell’inviato Usa, Zinni, richiamato in patria per
«consultazioni» con il presidente Bush” .
L’ultima spiaggia dei fans del sionismo: il «Nazismo islamico»
Alla luce di quanto siamo andati esponendo, ma soprattutto se qualche organo
d’informazione con un discreto bacino d’utenza cominciasse a sintonizzarsi
sulla nostra stessa lunghezza d’onda, l’impudenza nella quale lo Stato
d’Israele insiste a perpetrare i suoi misfatti potrebbe venire pregiudicata.
Allora, i fans del sionismo escogitano l’ultima trovata propagandistica
sfruttando il consumato meccanismo del riflesso condizionato. Dal cilindro della
Nirenstein, che attraversa un vero stato di grazia, è uscito recentemente uno
dei più spettacolari articoli mai scritti sull’«antisemitismo arabo»
d’ispirazione naturalmente nazista, tema che sulla scia degli studi di Bernard
Lewis (fonte privilegiata dalla stessa Nirenstein) è una specie di paranoia dei
vigilantes dell’antisemitismo . Ci riferiamo a Quegli intellettuali arabi
suggestionati dal Nazismo, uscito originariamente su «La Stampa» e
ripubblicato da «Shalom», n. 9, settembre 2001, di cui forniamo un’ampia
sintesi.
Per la Nirenstein, dietro al «terrorismo» islamico, altrimenti inspiegabile,
vi sarebbero gli eterni nemici degli ebrei, i nazisti, la categoria malvagia per
antonomasia assurta a dimensioni metafisiche proprio per eternarla ed applicarla
indistintamente a chiunque. Una volta appiccicata la patacca di nazista, con i
palestinesi (e tutti gli arabi) la partita propagandistica dovrebbe essere
finita. L’equazione tra Islam «militante» (o l’Islam tout court?)
antiamericano e Nazismo si baserebbe sulla diffusione di opere di autori
“tedeschi non solo nazisti, […] Rilke, Junger, Heidegger” tra gli
intellettuali arabi degli anni Trenta-Quaranta; dunque, l’odio verso gli Usa
agli arabi l’avrebbero instillato i nazisti (o i tedeschi, che poi, si sa,
sono nazisti…), e facendo eco alle note dichiarazioni di Berlusconi insiste
sulla messa all’indice d’ogni dissenso organizzato : “Su tutto questo si
inserì la mistica terzomondista, che mette anche oggi nella sua forma
antiglobal tutto il bene su ciò che non esiste, e sull’esistente ogni
male”.
Identica spiegazione per l’odio contro lo Stato d’Israele, che non
c’entrerebbe niente con la questione palestinese: “L’America e Israele
(non certo a causa del conflitto israelo-palestinese ma in relazione ad esso
come simbolo dello scontro fra bene e male […], divennero negli anni 80,
l’epitome stessa del male assoluto, il concentrato concettuale
dell’Occidente capitalista, l’Occidente più corruttore, intrinsecamente
malvagio e nemico”.
Eureka! Tutto si spiega con l’eterno «antisemitismo» (denunciato, come
abbiamo documentato, anche dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni): “A
Durban [la Conferenza internazionale sul razzismo, di poco precedente l’inizio
della nuova intifâda, abbandonata da Usa e Israele quando le cose avevano preso
una piega da loro non gradita] l’odio antiamericano e antisraeliano era così
denso da suggerire un’autentica rinascita di antisemitismo da una parte, e un
ritorno a una Guerra Fredda scaldata dal terrore dall’altro. La
criminalizzazione degli americani ritenuti depositari di un torto insanabile se
non con la punizione divina lasciava senza fiato”.
Ergo, tutto il mondo islamico è da combattere perché, obiettivamente, dalla
lista della Nirenstein, che sembra quella degli «Stati canaglia» stilata dal
Dipartimento di Stato, rimane fuori ben poco: “…la rivoluzione islamica
dell’Iran; la lunga successione degli attentati (suicidi, dirottamenti, bombe,
agguati) riusciti, con migliaia di morti, degli Hezbollah, di Hamas, della Jihad
e di altre organizzazioni palestinesi [quindi tutta la resistenza palestinese],
della Fratellanza musulmana, di Bin Laden, il crescente sostegno di stati come
l’Iran stesso, la Siria, l’Iraq, la Libia, l’Arabia Saudita,
l’Afghanistan, il Pakistan…”.
«Terrorismo», «Nazismo islamico»: l’eterogenesi dei fini
Finito lo show televisivo, la “signora con i capelli rossi” manda a letto Thâ’ir,
un “caro bambino, al quale mando una benedizione e auguro ogni bene”.
Anche il Professor Arnon Soffer, geografo dell’Università di Haifa, come
altri suoi colleghi, è di quelli che - cartine e studi dettagliati sul Muro di
Berlino alla mano - “augura ogni bene” a Thâ’ir e ai suoi connazionali; a
mali estremi - «terroristi», e per giunta «nazisti» - valgono solo estremi
rimedi: la separazione fisica decisa unilateralmente dagli israeliani, da
attuarsi con un muro, oppure una serie di muri concentrici, o - nelle proposte
più attente all’immagine - «muri che respirano», più filo spinato,
corrente elettrica, sensori eccetera.
Tutto questo perché? Per debellare il «terrorismo»? Niente affatto. Nel 2002
il «popolo eletto» potrebbe perdere la maggioranza demografica: una catastrofe
avvertita come la fine del progetto sionista .
A ben vedere, lo Stato d’Israele, oltre a praticare il «terrorismo», è
l’incarnazione moderna non tanto del Nazismo, quanto del Nazismo immaginario,
di quello che ci hanno raccontato che fosse.
E i palestinesi, che ruolo hanno in tutta questa storia? A ciascuno le sue
deduzioni.
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