FISICA/MENTE

 

 

http://www.amnesty.it/campaign/io_non_discrimino_2003/temi/leggi.php3?menu=temi  

AMNESTY INTERNATIONAL

Alcune leggi israeliane sono discriminatorie nei confronti dei palestinesi. La Legge del ritorno, ad esempio, garantisce automaticamente la cittadinanza israeliana agli immigrati di religione ebraica, mentre ai rifugiati palestinesi nati in quello che oggi è lo Stato di Israele viene impedito di esercitare il diritto di tornare a casa. Molti degli oltre 3000 ordini militari in vigore nei Territori occupati presentano caratteristiche apertamente discriminatorie. Un aspetto preoccupante è quello relativo alla demolizione delle abitazioni: dal 1967 migliaia di case sono state abbattute a Gerusalemme Est, a Gaza e in Cisgiordania, perché costruite "illegalmente" o perché appartenenti a famiglie di palestinesi colpevoli, o ritenuti colpevoli, di aver commesso attentati in Israele.  

 

Israele non è forse la sola democrazia del Medio oriente?

Formalmente, Israele è uno Stato democratico. A cadenze regolari si tengono elezioni parlamentari e comunali a suffragio universale aperto a tutti i cittadini israeliani.
Tuttavia, nonostante si presenti come Stato democratico, Israele compie continue violazioni dei principi democratici nei territori palestinesi occupati come descritto nella sezione precedente. Inoltre, Israele viola i diritti umani e i principi democratici dei palestinesi che sono cittadini israeliani e vivono nel territorio dello Stato d’Israele. I palestinesi cittadini israeliani rappresentano il 20% della popolazione israeliana.
La nozione di cittadinanza dello Stato di Israele è in contrasto con il concetto universale moderno di cittadinanza, secondo cui tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di fede, lingua, nazionalità ecc. Nello Stato ebraico di Israele, solo gli ebrei godono di pieni diritti politici e sociali, mentre i cittadini palestinesi di Israele sono discriminati sia nella legislazione scritta (secondo una relazione dell’ONU, nel 1998 vi erano 17 leggi contenenti discriminazioni contro cittadini arabi) e sia nella prassi consuetudinaria.

Esempi di leggi discriminanti:

La legge del ritorno (1950), si basa sulla definizione rabbinica di ebreo, secondo la quale è ebreo chiunque sia nato da madre ebrea o si sia convertito alla religione ebraica. La cittadinanza israeliana viene data a qualsiasi ebreo ne faccia richiesta, il che significa che qualsiasi ebreo, proveniente da qualunque parte del mondo può stabilirsi in Israele con pieni diritti di cittadinanza; tutto ciò mentre il diritto al ritorno è negato ai rifugiati palestinesi che furono costretti alla fuga dopo il conflitto arabo-israeliano del 1948-1949. Pertanto, la nozione israeliana di cittadinanza, basata su legami di sangue e sulla fede religiosa, è antidemocratica per definizione.

La “Absentee Property Law” (1950), stabilisce che qualsiasi proprietà abbandonata da coloro che furono costretti alla fuga nel corso del conflitto del 1948-1949 venga incamerata dallo Stato di Israele. Ciò si applica a 200.000 palestinesi di cittadinanza israeliana (20% del totale), che fuggirono dalle loro case nel 1948 e si stabilirono in altre aree all’interno di Israele. Ma questa legge si applica anche ai palestinesi che fuggirono in altri paesi o in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Tutte queste persone si sono viste negare tutti i diritti di proprietà (su terreni, abitazioni, società, azioni, conti bancari, cassette di sicurezza ecc.), che appartenevano loro fino al 1948.

Le leggi che impediscono ai partiti arabi che non riconoscono il carattere ebraico dello Stato israeliano di partecipare alle elezioni.

La legislazione di emergenza del 1945, che consente la confisca delle terre arabe (nel 1998 solo il 10% della proprietà immobiliare detenuta da palestinesi prima del 1948 era ancora in mani palestinesi).

La legislazione sull’istruzione, che contempla tra i suoi scopi dichiarati la promozione della cultura ebraica e dell’ideologia sionista.

Altre pratiche discriminatorie
La popolazione israeliana palestinese subisce discriminazioni nella ripartizione dei finanziamenti per i servizi pubblici; ciò significa che la maggior parte delle città a popolazione prevalentemente palestinese ubicate all’interno di Israele ricevono stanziamenti di bilancio decisamente inferiori per la sanità, l’istruzione e altri servizi sociali rispetto alle città a maggioranza ebrea.

Secondo una relazione del 1998 dell’Adva Centre di Tel Aviv, le disparità sociali ed economiche in Israele sono particolarmente evidenti nei confronti degli arabi israeliani. La relazione fornisce alcune cifre illuminanti:

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Il reddito medio dei palestinesi che hanno cittadinanza israeliana è il più basso tra tutti i gruppi etnici del paese.

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Il 42 % dei palestinesi cittadini israeliani all’età di 17 anni ha già abbandonato gli studi.

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Il tasso di mortalità infantile tra i palestinesi cittadini israeliani è quasi il doppio rispetto a quello degli ebrei: 9,6 per 1000 nascite contro 5,3.


La rivista de il manifesto numero  10  ottobre 2000

Israele: una crisi sociale

DISEGUAGLIANZE E INTEGRALISMI
Michele Giorgio

   

 

Gli editorialisti Haim Ben Shahar e Elhanan Helpman non hanno dubbi. Il cambiamento più significativo avvenuto nella breve storia dello Stato di Israele è stato il passaggio, rapido negli ultimi anni, da un sistema economico fondato su una sostanziale redistribuzione del reddito nazionale ad un'economia di mercato ispirata al modello liberista americano. "La crescente ineguaglianza nella distribuzione del reddito tra gli israeliani è il problema più grave che affligge il paese insieme alla crescente disoccupazione. Sebbene questo problema si registri anche in altri paesi occidentali, in Israele è particolarmente preoccupante" hanno scritto Shahar e Helpman in una serie di articoli apparsi a giugno su "Haaretz", il quotidiano più autorevole di Israele. Una trasformazione profonda dell'indirizzo economico che ha avuto conseguenze importanti sulla società contribuendo peraltro ad approfondire il solco tra i diversi segmenti della popolazione e, più di recente, anche tra laici e religiosi.
Lo sviluppo tecnologico è stato il fattore determinante della trasformazione economica di Israele, in misura persino superiore rispetto ad altri paesi dell'Occidente. La produzione agricola, fino agli anni '70 fiore all'occhiello dell'economia nazionale, oggi contribuisce per appena un 3 per cento alla ricchezza nazionale ed è largamente dipendente dalla manodopera straniera e palestinese. "I kibbutz, le cooperative agricole - ha spiegato Arye Arnon, professore di economia dell'università di Beersheva - hanno fatto fatica ad adeguarsi alle mutazioni profonde che sono avvenute in economia e nella società e per questo motivo hanno visto rapidamente diminuire il loro peso fino a diventare un settore marginale". I risultati di uno studio reso pubblico a metà settembre hanno rivelato che un terzo degli israeliani che abitano e lavorano nei kibbutz vivono sotto la soglia di povertà. Un dato che contrasta con l'immagine di prosperità e serenità che i kibbutz hanno dato sino ad oggi all'esterno. "Oggi domina l'alta tecnologia - ha aggiunto Arnon - settore privilegiato dagli ambienti più liberal della società e che tuttavia si scontra con l'economia più tradizionale che dà lavoro e reddito alle classi più svantaggiate e povere". Secondo Arnon l'economia e la società di Israele "si ispirano sempre di più al modello americano". Welfare, Stato imprenditore, aziende collettive, kibbutz. Parole che stanno rapidamente scomparendo dalla realtà quotidiana di Israele a 52 anni dalla sua fondazione. È evidente che il processo di pace in corso in Medio Oriente è volto a garantire l'inserimento a pieno titolo dello Stato ebraico nella regione e non soltanto a mettere fine al conflitto arabo-israeliano o a realizzare le aspirazioni dei palestinesi. In linea naturalmente con le esigenze della globalizzazione che anche in Israele hanno trovato importanti sostenitori e persino qualche ideologo.
Il processo di privatizzazione delle industrie e imprese pubbliche - politica seguita anche dal potente sindacato unitario, Histadrut, fino a pochi anni fa il maggior "imprenditore" del paese - è stato il colpo più duro inferto al modello egualitario che aveva contraddistinto i primi 25-30 anni di vita di Israele. Nel 1998 le privatizzazioni hanno portato nelle casse dello Stato circa 1,2 miliardi di dollari e il giornale "Globes-Arena", vangelo dei sostenitori della new economy e del mercato libero, ha annunciato la imminente cessione da parte dello Stato del controllo di banche e industrie di primo piano come la Bank Leumi, la Bezeq (telecomunicazioni) e la compagnia di bandiera El Al.

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In futuro lo Stato rinuncerà anche a buona parte delle industrie militari che passeranno ai privati. Le privatizzazioni e il nuovo indirizzo economico hanno contribuito in modo determinante ad approfondire le differenze di classe e in definitiva hanno allungato la distanza tra gli ebrei ashkenaziti (di origine europea), generalmente laici, e quelli sefarditi (provenienti dal mondo arabo), più legati ai valori religiosi. Gli israeliani più poveri - in gran parte ebrei sefarditi, religiosi ortodossi e arabi, hanno dovuto fare i conti con una Stato che ha gradualmente ridotto l'assistenza sociale ed economica ai più bisognosi. I governi che si sono succeduti in questi ultimi anni, ha evidenziato Haim Ben Shahar, si sono limitati a combattere la miseria con sussidi pubblici che hanno soltanto aumentato il livello di dipendenza delle famiglie dagli aiuti governativi, senza risolvere i problemi strutturali. "I vari governi che si sono succeduti negli ultimi venti anni - ha aggiunto Ben Shahar - hanno approvato soltanto misure parziali per alleviare la povertà senza preoccuparsi di avviare una politica finalizzata a una più equa distribuzione del reddito nazionale. Le disparità non sono state superate e il gap rimane ampio".
Amnon Raz, docente di Storia ebraica all'università di Bersheeva, sostiene che la crescita dell'influenza dei movimenti e dei partiti religiosi non sarebbe stata così rapida e inarrestabile senza le privatizzazioni, la politica del libero mercato e il conseguente peggioramento delle condizioni di vita di una porzione consistente della popolazione, in particolare degli ebrei sefarditi. "La politica economica che ha smantellato il sistema egualitario che aveva dominato la scena nei primi decenni di vita del paese - ha spiegato Raz - ha consentito ai movimenti e ai partiti religiosi di costruire un sistema sociale alternativo in grado di garantire ai più poveri i servizi, l'assistenza economica e medica che il sistema pubblico non offre più o continua ad assicurare solo in minima parte". A beneficiare di questa situazione è stato in modo particolare il partito "Shas" ("Guardiani sefarditi della Torah") che oggi rappresenta la terza forza politica del paese (dopo i laburisti e il Likud). I dirigenti dello Shas, dopo aver catturato la base di consenso ai tradizionali partiti di destra, mettono ora in dubbio i princìpi laici sui quali il paese è stato costruito ma soprattutto puntano l'indice contro il nazionalismo sionista e pongono un interrogativo lacerante per Israele: chi è un ebreo? Soltanto l'osservanza delle regole dell'ebraismo ortodosso definisce e garantisce l'ebraicità di un individuo oppure valgono i criteri "laici" stabiliti dalla Legge del Ritorno, dai leader sionisti fondatori dello Stato di Israele? Un argomento di discussione che avrebbe trovato poco spazio nel dibattito nazionale appena una quindicina di anni fa e che ora è uno dei temi centrali del confronto tra laici e religiosi.
Tuttavia per Amnon Raz la questione resta essenzialmente di natura economica e sociale. "Il nazionalismo in Israele è ashkenazita, la percezione del ruolo del paese nei confronti degli ebrei del resto del mondo era e resta ashkenazita - ha detto - bisogna ammettere che la questione degli ebrei sefarditi non è mai stata affrontata seriamente dall'élite ashkenazita fondatrice di questo paese. Trenta anni fa il consenso nazionale creato dalla situazione di conflitto con il mondo arabo aveva attenuato le tensioni sociali e rinviato a tempo indeterminato la soluzione delle discriminazioni patite dai sefarditi". Così come negli anni settanta manifestarono con forza contro i laburisti (sostenuti soprattutto dagli ashkenaziti, ndr) votando in massa per il Likud, oggi i sefarditi si schierano dalla parte dello Shas che ha dato dignità e forza politica all'ebraismo di origine orientale, mettendo in dubbio i princìpi sui cui si fonda lo Stato di Israele". A ciò si aggiunge il diminuito flusso immigratorio di ebrei dell'ex Unione Sovietica - sono circa un milione gli "ebrei russi" giunti in Israele tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta - in maggioranza laici, che avevano contribuito ad arginare l'influenza dei partiti religiosi sostenuti in buona parte dai sefarditi.
Accanto alle mutazioni profonde avvenute nel sistema economico e nella società, non molto invece è cambiato nell'atteggiamento di Israele verso i suoi vicini arabi e verso i palestinesi. Certo, è innegabile l'importanza della decisione dei laburisti, nel 1993, di scegliere l'Olp di Yasser Arafat come partner in un lungo e articolato negoziato che, nelle previsioni, dovrebbe portare alla conclusione del conflitto in Medio Oriente. Allo stesso tempo Israele fa ancora oggi enorme fatica a riconoscere i diritti dei palestinesi sui loro territori, che peraltro continua a controllare in gran parte. "La creazione dello Stato palestinese - si è detto convinto Amnon Raz - non sta avvenendo perché il paese ha compreso fino in fondo che non si possono negare i diritti di un altro popolo, ma invece come un "inevitabile sviluppo" del negoziato in corso, che molti preferirebbero sinceramente evitare". Raz, pur sottolineando l'importanza del dibattito democratico in corso nel paese e il ruolo che i "nuovi storici" hanno avuto nel riscrivere pagine fondamentali della vicenda del paese e del suo rapporto con arabi e palestinesi, ha tuttavia messo in evidenza i "dogmi ancora accettati da tutti" - l'eccessiva insistenza sul tema della sicurezza, ad esempio - che sono all'origine della condizione di emarginazione e discriminazione che, a 52 anni dalla fondazione dello Stato, vivono i palestinesi con cittadinanza israeliana, i cosiddetti "arabi israeliani". "Una condizione - ha spiegato - che è una conseguenza diretta della natura di uno Stato che per definizione è ebraico e non di tutti i suoi cittadini". Un giudizio condiviso dagli intellettuali arabi israeliani. "È giunto il momento di trasformare Israele da Stato etnico, fondato su elementi religiosi, in uno Stato di tutti i suoi cittadini, ebrei e arabi. Uno Stato binazionale democratico è l'unica soluzione per un paese già ora lacerato da pericolose dispute interne".
Il regista Amos Gitai, che nei suoi film più recenti ha raccontato le trasformazioni avvenute nel paese negli ultimi decenni, sostiene che Israele è arrivato ad un punto di svolta. "È terminata l'impresa collettiva dei primi 20-25 anni di vita del paese - ha spiegato - Israele è oggi qualcosa di profondamente diverso da allora, i principi costitutivi dello Stato sono diventati irrilevanti per una parte della popolazione e in ogni caso oggi i giovani non si percepiscono più soltanto come soldati e tutori della sicurezza del paese ma come ragazzi uguali ai loro coetanei in qualsiasi parte del mondo. Sono mutate anche le condizioni esterne e molti non temono più come prima il cosiddetto "pericolo arabo". È giunta l'ora di fare di Israele un paese come gli altri, con una Costituzione, istituzioni civili e altro in linea con le esigenze che esprime la popolazione".


La rivista de il manifesto numero  21  ottobre 2001

 

Non dimenticare la Palestina

IL SEME DELLA VIOLENZA
Perry Anderson  

 

 

Sono trascorsi nove mesi dallo scoppio della seconda Intifada contro la più lunga occupazione militare della storia moderna, che sta entrando ora nel suo trentaquattresimo anno. Il conflitto sulla Palestina è iniziato, ovviamente, molto tempo prima. I primi scontri fra arabi ed ebrei risalgono agli anni venti del secolo scorso. Dal 1948 sono state combattute da Israele cinque guerre, e due guerre civili sono state scatenate dagli effetti secondari negli Stati adiacenti. Sui conflitti in Medio Oriente si registrano comunque poche divisioni oggi in Occidente. Non c’è nessuna grande questione internazionale che raccolga tanti consensi e tanta ipocrisia come quella palestinese; un’area in cui un ‘processo di pace’, applaudito unanimemente dall’opinione più rispettabile, si sta svolgendo apparentemente da un decennio, e il cui progresso può essere messo a rischio soltanto dal risorgere della violenza. È nell’interesse di tutte le parti, secondo il senso comune, che la rivolta in Cisgiordania e Gaza venga fermata immediatamente. Uscire dalla cortina di fumo che circonda i rapporti fra israeliani e palestinesi, di cui tale valutazione costituisce un prodotto finale, è un compito che va oltre questo breve saggio; è possibile tuttavia esprimere alcune considerazioni essenziali.
1. Il conflitto fra ebrei e arabi in Palestina è uno scontro fra due nazionalismi, di un genere assai comune nel secolo scorso. La sua peculiarità risiede nell’asimmetria fra i due antagonisti. La coscienza nazionale palestinese si è sedimentata tardi, a partire da una più vasta identità araba, dopo il disastro che investì la comunità quando fu sopraffatta dalle armi ebraiche nel 1948, la Nakba 1. Il nazionalismo degli ebrei, che provocò la nascita di un sentimento analogo fra i palestinesi, aveva assunto invece forma organizzata al volgere del secolo. Il movimento sionista fondato da Theodor Herzl costituiva una varietà del nazionalismo etnico diffusosi nel XIX secolo in Europa centrale e orientale, dove trovò il maggior seguito; fu un tipico esempio del risveglio dei popoli divisi e oppressi che abitavano la regione nell’epoca precedente e successiva alla prima guerra mondiale. Due elementi, comunque, caratterizzavano la situazione degli ebrei. Da una parte, essi non occupavano la stessa terra (e non parlavano la stessa lingua) ma vivevano dispersi nel continente, in piccole comunità. Dall’altra, possedevano una tradizione religiosa molto antica, che forniva una identità alternativa – mediata o immediata – collegata a una patria sacra fuori dell’Europa. Prefiggendosi l’obiettivo di uno Stato ebraico in terra di Israele, il sionismo ha attinto alle proprie capacità di mobilitare energie teologiche e culturali, compensando largamente la mancanza di una terra in senso tradizionale, o di una base linguistica.
Tuttavia, gli ostacoli alla creazione di uno Stato-nazione distante migliaia di chilometri dai luoghi d’origine dei suoi fondatori, in un terra su cui vivevano da lungo tempo altri popoli, governata da un vasto Stato che rappresentava una diversa fede religiosa, sarebbero stati insormontabili senza la presenza di un altro fattore, che avrebbe trasformato il sionismo in qualcosa più di uno dei tanti movimenti nazionalistici dell’epoca. Dal punto di vista sociologico, fra gli ebrei europei esisteva una netta differenziazione. Nell’Europa dell’Est – soprattutto Polonia e Russia – erano in maggior parte poveri e oppressi, soggetti a umiliazioni e pericoli a causa di tutti i pregiudizi ostili dell’antisemitismo cristiano: una posizione peggiore di quella della più oppressa nazionalità della regione. Nell’Europa dell’Ovest, invece, l’ebraismo comprendeva non solo molti membri delle classi medie abbienti – borghesia della proprietà e della cultura – ma alcune delle più grandi fortune del continente. A un estremo dell’Europa c’era lo shtetl 2 di Chagal o Martov; nell’altro, l’alta finanza dei Rothschild e dei Warburg, o la carriera di Disraeli. L’ombra dell’antisemitismo cadde su tutti gli ebrei, qualunque vetta di ricchezza o di potere avessero raggiunto, collegando le classi alte ai ceti più umili, come dimostrò chiaramente l’affare Dreyfuss, l’episodio detonante del sionismo. Ma durante la Belle Époque il livello più elevato dell’ebraismo europeo godette comunque di una entrée negli ambienti governativi dell’Europa imperialista che superava i sogni di qualsiasi altra nazionalità oppressa del tempo. Senza la sua paradossale doppia caratteristica, dall’alto e dal basso, il sionismo non avrebbe mai realizzato i suoi obiettivi.
2. La prima guerra mondiale segnò l’inizio del movimento, con la Dichiarazione Balfour del 1917, che annunciava l’appoggio britannico alla creazione di un «focolare nazionale del popolo ebraico» in Palestina, facendo seguito alle precedenti promesse francesi. La decisione di Londra di sostenere il sionismo fu esplicitamente il frutto di un calcolo interimperialista. Il primo obiettivo immediato fu di mobilitare l’opinione ebraica in Russia e in America a sostegno dello sforzo bellico degli Alleati in un momento difficile – dopo la Rivoluzione di febbraio, e prima dell’ingresso degli Usa nel conflitto – ponendo un freno ai piani francesi in Palestina. Dietro questa decisione, tuttavia, vi era anche un’antica impostazione ideologica della cultura protestante, con il suo robusto attaccamento al Pentateuco, che privilegiava il ritorno degli ebrei in Terra Santa. Questa corrente del ‘sionismo cristiano’ 3, forte di un illustre pedigree che risaliva al XVII secolo, costituiva un retroterra fondamentale alla protezione offerta dalla élite imperiale britannica alla costruzione di insediamenti ebraici in Palestina, una volta che la Gran Bretagna a Versailles si fosse assicurata il controllo della regione. Nel 1918, vivevano in Palestina circa 700.000 arabi e 60.000 ebrei. Vent’anni dopo, c’erano 1.070000 arabi e 460.000 ebrei.
Il sionismo acquistò in tal modo la sua peculiare doppia natura. Un movimento di nazionalismo etnico europeo divenne, indissolubilmente, una forma di colonialismo europeo d’oltremare. La comunità di coloni creata dal sionismo nella Palestina prima della guerra era sui generis. Diversamente dai colonialisti inglesi in Nord America o in Australia, l’Yishuv 4 non dovette misurarsi con dispersi cacciatori-raccoglitori, ma con una fitta popolazione contadina che non poteva essere messa da parte o cancellata. A differenza dei coloni francesi in Algeria, o dei primi coloni olandesi in Sudafrica, l’Yishuv non poteva permettersi di sfruttare su larga scala la manodopera locale, senza correre il rischio di creare una società di pied-noirs in cui sarebbe diventata una minoranza. Il compito di costruire uno Stato-nazione etnicamente omogeneo in un ambiente ostile poteva essere realizzato soltanto con la creazione di una comunità separatista tenuta insieme da un credo ideologico, e non attraversata da profonde divisioni di classe. Questo era il senso dei kibbutzim: pur essendo di ispirazione socialista, in pratica rappresentavano l’unica soluzione possibile al problema di una colonizzazione che non disponeva di manodopera locale, terra vuota o ingenti capitali di rischio. L’apartheid fu una mistificazione in Sudafrica, dove non c’era mai stato uno ‘sviluppo separato’ delle razze, e il termine non era altro che un eufemismo per indicare le forme estreme di sfruttamento dei neri da parte dei bianchi; ma qualcosa del genere fu l’obiettivo temporaneo del sionismo fra le due guerre.
L’enclave ebraica in Palestina fu particolare anche per un altro aspetto. Fin dall’inizio fu una società di coloni priva di una terra d’origine – una colonia mai originata da una madrepatria. Essa, piuttosto, agiva in base a un imperialismo per procura. Il potere coloniale britannico fu condizione imprescindibile della colonizzazione ebraica. Senza la forza fisica della polizia e dell’esercito britannici, la maggioranza araba – il 90% della popolazione – avrebbe fermato subito l’immigrazione sionista dopo la prima guerra mondiale. La crescita del sionismo dipendeva completamente dalla violenza dello Stato imperiale britannico. Quando infine la popolazione araba realizzò la portata della penetrazione ebraica, reagì con una imponente rivolta che durò dall’aprile del 1936 al maggio 1939 – storicamente, la prima e più ampia Intifada. Londra schierò 25.000 soldati e squadriglie aeree per schiacciare la ribellione: la più grande guerra coloniale dell’impero britannico in tutto il periodo fra le due guerre. La campagna anti-insurrezionale fu spalleggiata dall’Yishuv – gli ebrei fornirono la maggior parte degli squadroni della morte di Wingate 5. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’imperialismo britannico aveva spezzato la schiena della società politica palestinese, aprendo la strada al trionfo sionista del dopoguerra.
3. Annidati all’interno dell’impero britannico, i coloni ebrei non sentirono mai completamente di farne parte. Le frizioni tra coloni d’oltremare e madrepatria sono una costante nella storia coloniale, dal Boston Tea Party e dal cabildo 6 di Buenos Aires fino a Ian Smith e l’Oas. Diversamente che in altri casi, il rapporto tra l’Yishuv e Whitehall fu esente da vincoli sentimentali di affinità o cultura. Nonostante l’anglofilia degli intermediari di stanza a Londra come Weizmann, i tenaci leader della comunità di coloni ritenevano che il patto fra il colonialismo britannico e il nazionalismo ebraico fosse puramente strumentale. Nacquero tensioni non appena Londra, nel tentativo di dominare il malcontento arabo, tentò di ridurre gradualmente l’immigrazione ebraica, mentre in Germania aumentavano le persecuzioni naziste. Ma la seconda guerra mondiale offrì all’ala armata della corrente maggioritaria del sionismo la possibilità di acquisire, sotto il comando britannico, esperienza e forniture militari, e ottenere il sostegno di Churchill alla costruzione, una volta terminate le ostilità, di uno Stato ebraico indipendente in Palestina. L’Irgun 7 guidata da Begin – una formazione sionista più radicale, e molto più minoritaria – non attese la pace; nel 1944 scatenò un’insurrezione contro la Gran Bretagna, suscitando le ire di Ben-Gurion, le cui truppe collaborarono con i britannici nella repressione contro l’Irgun. La prosecuzione dei controlli sull’immigrazione dopo il 1945, allorché si conobbe l’atroce sorte degli ebrei europei durante il nazismo, spinsero l’Haganah 8 a difendere la strategia dell’Irgun. Per un anno la Gran Bretagna dovette affrontare una vera e propria rivolta dei coloni; e anche se il sionismo laburista, intimorito dalle severe misure adottate dai britannici, sospese la lotta nell’agosto del 1946, Irgun e Haganah non si piegarono mai. Nella primavera del 1947, la Gran Bretagna riconsegnava il Mandato alle Nazioni Unite.
4. Allora, come adesso, Onu si legge Usa. Nel 1947 il controllo americano sull’organizzazione a New York, meno esteso di oggi, era ancora sufficiente a determinare il risultato delle decisioni sulla Palestina. A Washington, Truman era un convinto ‘cristiano sionista’. Una Commissione di inchiesta – presieduta da un magistrato svedese affiancato da Ralph Bunche 9, e controllata dai microfoni-spia sionisti – dichiarò che la Palestina doveva essere divisa. Agli ebrei, con il 35% della popolazione, era attribuito il 55% dell’area; agli arabi, con il 65% della popolazione, il 45%. All’interno dello Stato ebraico così come veniva proposto avrebbero dovuto vivere ebrei e arabi praticamente in egual misura; nello Stato arabo, invece, non era previsto nessun ebreo; tali proporzioni erano giustificate dalla previsione che la futura immigrazione ebraica in Israele avrebbe creato nel tempo una maggioranza decisiva nel territorio ad essa assegnatole. Colpita senz’altro favorevolmente dalla campagna antimperialista dell’Irgun, l’Urss – la sola che avrebbe potuto bloccare questi progetti – li sottoscrisse: fu il favore essenziale che i continui attacchi di Begin alla Gran Bretagna procurarono al sionismo. Sulla resistenza al progetto, assai diffusa fra le nazioni più piccole dell’Onu, ebbero la meglio le bustarelle e i ricatti utilizzati dagli americani per garantirsi la necessaria maggioranza dei due terzi dell’Assemblea generale. Truman, l’architetto del risultato, si definì con ogni diritto un moderno Ciro.
La notizia della risoluzione Onu scatenò una insurrezione spontanea fra i palestinesi, repressa dall’Yishuv nell’arco di sei mesi, mentre le forze britanniche chiusero i confini garantendo che nessun esercito arabo intervenisse. Quando gli inglesi lasciarono il paese, fu dichiarato lo Stato di Israele, e gli eserciti arabi invasero tardivamente. Inferiori per numero di uomini e armi rispetto all’Idf, essi furono pesantemente sconfitti all’inizio del 1949; salvo tentare di condizionare il trionfo degli ebrei. Il vero piano di spartizione aveva preceduto quello falso. Dodici giorni dopo la risoluzione dell’Onu, la dirigenza sionista propose alla monarchia hashemita di Giordania un accordo segreto, con cui rinunciava alla Transgiordania in cambio della possibilità di avere mano libera altrove, poiché entrambe le parti erano decise ad impedire in via preventiva qualsiasi occasione di dar vita a uno Stato palestinese. La Giordania era uno Stato che dipendeva dalla Gran Bretagna, e quest’ultima aveva dato il suo assenso all’accordo. Quando iniziarono le ostilità, il re Abdullah puntualmente afferrò la preda, lasciando che i suoi alleati si arrangiassero. Alla fine della guerra Israele era in possesso di un territorio molto più vasto di quello concessogli dalle Nazioni Unite, mentre la Giordania si annetté la Cisgiordania.
5. Nel corso delle due ondate di combattimenti tra il novembre 1947 e il marzo 1949, ma principalmente durante la prima, gli attacchi degli ebrei espulsero dalla Palestina oltre la metà della popolazione palestinese: circa 700.000 persone. Dalla metà degli anni trenta in poi, il sionismo aveva tacitamente messo in conto l’evacuazione attraverso l’espulsione violenta degli arabi dal territorio destinato agli ebrei; la loro presenza infatti era incompatibile con lo Stato nazionale omogeneo cui puntava il sionismo, ed era ormai chiaro che non esisteva alcuna possibilità di comprare la loro partenza. In via ufficiosa, i leader non facevano mistero di questa logica. Quando giunse l’occasione, la colsero. Furono aiutati dalla fuga degli arabi locali, dettata dalla paura delle uccisioni ed espulsioni praticate durante la guerra condotta dagli alti comandi sionisti, nella quale il massacro, il saccheggio e l’intimidazione erano strumenti di una politica finalizzata a spargere il terrore fra la popolazione colpita. La guerra di liberazione degli arabi scatenò una imponente operazione di pulizia etnica, sulla quale Israele – come Stato – si sarebbe basato da allora in poi. Le espulsioni furono attuate nelle condizioni tipiche di Nacht und Nebel – sotto la copertura del segreto militare – nelle quali nel secolo XX furono commessi quasi tutti i crimini di questo genere. L’espulsione non riguardò solo un popolo. Terre e proprietà vennero confiscate con una velocità e su una scala senza precedenti nella storia coloniale. All’inizio del 1947, gli ebrei possedevano il 7% della terra di Palestina. Alla fine del 1950, essi avevano approssimativamente il 92% della terra compresa nel nuovo Stato, e del bottino facevano parte case ed edifici di ogni genere. Una parte della popolazione – 160.000 superstiti – rimasero come rifugiati interni in Israele.
Nella scala del terrore, la Nakba non regge il confronto con la Shoah. Lo sterminio nazista degli ebrei in Europa fu un’enormità di ordine incomparabile, e la sproporzione tra i due eventi è stata sempre utilizzata come giustificazione, o attenuazione, dell’espulsione dei palestinesi che è alla base della fondazione di Israele. A tutt’oggi, le azioni dello Stato sionista sono coperte dal velo del giudeicidio, agli occhi non solo della popolazione di Israele o degli ebrei della diaspora, ma dell’opinione occidentale in generale. Storicamente, tuttavia, il collegamento fu minimo o inesistente. Nel 1947 i combattenti dell’Haganah e dell’Irgun erano ben consci di cosa fosse accaduto agli ebrei presi in trappola nell’Europa nazista. Ma non avrebbero agito diversamente, anche se tutti i loro compatrioti fossero stati salvati. Gli obiettivi sionisti erano stati fissati assai prima che Hitler giungesse al potere, e non subirono variazioni per causa sua. Una volta Ben-Gurion disse che sarebbe stato disposto a sacrificare la vita della metà dei bambini ebrei in Germania, se quello era il prezzo per condurre l’altra metà in Palestina, piuttosto che lasciarli tutti al sicuro in Inghilterra 10. La sorte degli arabi, bambini o adulti, aveva un valore molto minore. L’obiettivo di uno Stato nazionale ebraico in Medio Oriente non ammetteva soluzioni diverse da quella realizzata dalla Nakba con la forza. Dopo l’evento, il giudeicidio è servito come pretesto o mitigazione, ma non ha mai avuto alcuna influenza sul risultato. In Europa e in America, suscitò simpatie internazionali per la guerra di indipendenza sionista, ma non fu mai un fattore decisivo del suo successo.
Tutti i nazionalismi etnici – e tutti nazionalismi sono in qualche misura etnici – contengono i semi di una potenziale violenza contro altre nazionalità. Non i diversi tratti culturali, ma le situazioni politiche determinano se tali semi producono frutti. Il nazionalismo ebraico nacque da una combinazione di disperati senza terra e privilegiati nella società e nella politica. Come la maggior parte dei movimenti nazionali, esso mobilitò alti ideali, coraggio, dedizione tra i militanti. Ma raggiunse risultati, che altri – in posizioni più fortunate – avevano ottenuto con relativa facilità e pacificamente, solo attraverso la complicità con il colonialismo e l’esproprio violento. Per una simile impresa, il sionismo richiese quadri di tempra implacabile, e puntualmente li generò. Nella galleria del nazionalismo moderno, le loro gesta si collocano all’estremità di una graduatoria di spietatezza, affollata da molti altri. Non vi è ragione per esaltare i loro successi – che sono dipesi largamente dalla forza dell’impero – né per far apparire migliore la loro condotta, le cui conseguenze oggi si fanno più aspre. Ma non erano eccezionali nel perseguire i propri scopi. Erano normali autori di una pulizia etnica.
6. Lo Stato che emerse dalla vittoria sionista fu meno ordinario. Dal punto di vista giuridico, Israele divenne una repubblica basata sul sangue e sulla fede; criteri confessionali e biologici si combinavano per definire gli effettivi o i potenziali cittadini a pieno diritto come individui nati da madre ebrea, o di provata professione mosaica, indipendentemente dalla provenienza geografica. La Legge del Ritorno ha garantito la residenza in Israele a chiunque possedeva queste caratteristiche teologico-etniche, mentre qualsiasi ritorno dei rifugiati palestinesi alle proprie case è stato bloccato. Nei successivi cinquant’anni Israele ha assorbito oltre cinque milioni di nuovi immigrati, mentre gli arabi sono stati ridotti in una condizione di inferiorità permanente, privi del diritto di acquistare terre o proprietà degli ebrei, di servire l’esercito o di organizzarsi senza restrizioni politiche. Lo Stato sionista, nel frattempo, manteneva il controllo diretto o indiretto di oltre il 90% del territorio, mentre l’ala sindacale del partito laburista al governo controllava un insieme di imprese – banche, fabbriche, servizi – che impiegavano circa un quarto della forza lavoro. La spesa militare è stata regolarmente la più alta del mondo, raggiungendo per molto tempo circa il 25-40% del Pil, e portando rapidamente alla costruzione di un arsenale nucleare.
L’espansione della popolazione ebraica di Israele (fino a sei volte il nucleo iniziale) e la creazione di una nuova comunità linguistica a partire da così tanti immigrati, dalle caratteristiche più disparate, fu da tutti i punti di vista un’impresa straordinaria. Come ritorsione per la sconfitta del 1948-49, gli Stati arabi a turno perseguitarono o espulsero le proprie comunità ebraiche, alle quali Israele offrì generosamente protezione e accoglienza, in diretto contrasto con il destino dei profughi palestinesi in terra araba. Con il crollo dell’Urss, un’altra consistente ondata di immigrati è stata assimilata con successo. Sono stati risultati di alto livello. Sul piano economico, tuttavia, questa struttura non è mai stata in grado di vivere autonomamente, ma solo grazie agli imponenti aiuti finanziari dall’estero. Nei trenta anni successivi all’indipendenza, il livello di tassazione è stato sempre molto inferiore a quello della spesa pubblica 11. L’Agenzia Ebraica ha inviato copiosi fondi dalla Diaspora, e la Germania Occidentale ha versato massicce riparazioni; ma questi finanziamenti in sé non sarebbero stati sufficienti a garantire la solvibilità di Israele. Sono stati gli Usa a rendere possibile la fortezza sionista. Non sembra sia mai stato effettuato un calcolo preciso dell’ammontare complessivo dei trasferimenti unilaterali di capitale da parte dello Stato americano, molti dei quali occultati in una selva di forniture tecniche. Ma vi sono pochi dubbi sul fatto che – come ha scritto Avi Shlaim a proposito degli ultimi dieci anni – «mai, negli annali della storia umana, il debito dei pochi verso i tanti è stato così grande». Nel linguaggio più tecnico di altri due analisti amici, Israele è stato un rentier state. Il consolidamento e l’espansione del paese sono dipesi completamente dal’enorme flusso diretto di armi e denaro da Washington. Di fatto, il bastone imperiale che il Regno Unito aveva ceduto nel 1948 era passato agli Stati Uniti. Da allora in poi, il sionismo si è affidato alla protezione del potere americano, come in passato a quella dei britannici.
La profondità e la forza del rapporto, tuttavia, sono state di diverso ordine. In primo luogo, gli Stati Uniti sono incomparabilmente più ricchi e potenti di quanto lo fosse anche la Gran Bretagna degli anni d’oro, per tacere del periodo di declino fra le due guerre. All’interno degli Stati Uniti, inoltre, la comunità ebraica – diventata, grazie ai propri sforzi il gruppo di immigrazione più affermato – esercita un’influenza sul paese che va oltre i sogni di qualsiasi comunità omologa nel passato dell’ebraismo europeo. Radicato nel mondo degli affari, dell’amministrazione pubblica e dei media, il sionismo americano fin dagli anni sessanta ha conquistato una salda presa sulle leve dell’opinione pubblica e della politica ufficiale verso Israele, che si è indebolita solo in rare occasioni. Da un punto di vista formale, alla fine i coloni hanno acquistato nel tempo qualcosa di simile a una madrepatria – o a uno Stato dentro uno Stato – che all’inizio non possedevano. Viceversa, Israele ha agito come un affidabile sostituto degli Usa in molte operazioni di carattere locale. La forza di questo asse è aumentata di decennio in decennio. Negli anni novanta, il flusso degli aiuti statunitensi verso Israele è triplicato.
7. La fondazione di Israele scosse il mondo arabo, contribuendo nel corso degli anni cinquanta alla crescita di un nuovo e più fervente nazionalismo in Egitto, Siria e Iraq. Considerandolo logicamente una minaccia potenziale, nel 1956 il sionismo laburista cospirò con la Francia, allora impegnata nella guerra di Algeria, e con la Gran Bretagna, furiosa dopo la nazionalizzazione del canale di Suez, per sferrare un attacco trilaterale all’Egitto. Conscio della pericolosità di un’operazione che spingeva Nasser nelle braccia dell’Urss, e irritato per la mancanza di consultazioni con gli Usa, Eisenhower pose fine all’attacco. La lezione fu imparata. Undici anni dopo, ottenuta nel frattempo la benedizione americana, Israele annientò la forza aerea egiziana, conquistò il Sinai e le alture del Golan, annetté Gerusalemme Est e occupò la Cisgiordania e Gaza nel corso di un blitz preventivo durato sei giorni. Il contrattacco tentato dagli arabi nel 1973 fu respinto da un imponente ponte aereo e marittimo con gli Usa: cacciabombardieri, mezzi per il trasporto delle truppe, e carri armati. Sei anni dopo, in risposta alle pressioni statunitensi, l’Egitto abbandonò alleati e palestinesi al loro destino, firmando una pace separata per riottenere il Sinai. Liberatosi dal pericolo a sud, Israele colpì di nuovo a nord; nel 1982 invase il Libano, al fine di distruggere le basi palestinesi e conquistare una zona cuscinetto.
Nel 1967 Isaac Deutscher osservò che Israele aveva intrapreso una strada di sich totsiegen, vincere al prezzo della propria morte. Le vittorie si susseguirono una dopo l’altra, con poche tracce di morte. Ma persisteva una difficoltà. La conquista di Cisgiordania e Gaza aveva assoggettato oltre un milione e mezzo di palestinesi all’occupazione militare israeliana: troppi da digerire come cittadini di serie B, alla maniera degli anni cinquanta, e troppi da espellere come profughi alla maniera del 1948, in assenza di una guerra più prolungata. La guerra lampo del 1967 fu troppo rapida per consentire espulsioni cospicue; in quei pochi giorni, solo 120.000 arabi furono soggetti a ‘trasferimenti retroattivi’, un numero del tutto insufficiente a modificare gli sfavorevoli rapporti demografici in Giudea e Samaria. In questo senso più limitato, Deutscher aveva ragione. La élite israeliana si divise sulle conseguenze. Il sionismo laburista, che nel 1949 aveva quasi assecondato le pressioni di Ben-Gurion e annesso la Cisgiordania d’un colpo – ma esitò e perse l’occasione – in seguito aderì all’idea che la soluzione migliore fosse il regime hashemita in Giordania, un vicino remissivo come ci si augurava che fosse, disponibile ad accettare un ruolo di gendarme per vigilare sulla regione. Il sionismo del Likud restò saldamente ancorato all’idea che Eretz Israel 12 includeva per definizione Giudea e Samaria. La prima opzione fallì quando la Giordania rinunciò alle rivendicazioni sulla Cisgiordania, e accettò un’identità nazionale palestinese. La seconda poteva essere trasformata in realtà solo nel caso di un’altra grande conflagrazione e della relativa ondata di espulsioni, la qual cosa non appariva imminente. Il risultato fu una impasse strategica. Nel frattempo, entrambe le parti ripiegarono su un programma di incremento degli insediamenti ebraici nei territori occupati, collocati in modo da attraversare in lungo e in largo le zone abitate dai palestinesi, stringendole in una morsa sempre più serrata, in attesa di soluzioni più definitive.
8. Venti anni di occupazione militare e di espansione da parte dei coloni, alla fine, hanno infiammato la resistenza popolare. L’Intifada scoppiata nel dicembre 1987 è iniziata come un movimento spontaneo e disarmato, di resistenza civile, della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania. Gli scontri che seguirono furono ad armi impari: per lo più pietre, bastoni e coltelli contro fucili e mitragliatrici. La sollevazione segnò la comparsa nei territori occupati di una nuova generazione di giovani, in una fase di risveglio generale di consapevolezza nazionale. Il controllo di Israele sulle zone conquistate non fu mai realmente minacciato, ma la repressione israeliana non è stata in grado di soffocare la rivolta. All’Intifada pose fine la vittoria degli Usa nella guerra fredda e nella Guerra del Golfo. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la disfatta dell’ultimo Stato mediorientale in grado di contrastare Washington, la causa palestinese è stata isolata, e la diplomazia americana ha avuto mano libera nel ripristinare l’ordine in una tradizionale sacca di instabilità. La conferenza di Madrid e gli accordi di Oslo sono stati l’equivalente locale dell’allargamento della Nato ai paesi dell’Europa orientale e della guerra nei Balcani: chiudere le questioni lasciate aperte da un knock out mondiale.
Allo scopo erano necessarie due condizioni: la collaborazione israeliana e il rispetto degli accordi da parte dei palestinesi. La seconda si poteva ottenere più facilmente della prima. Washington ha incontrato poche difficoltà nel persuadere Arafat a svolgere il ruolo deciso per lui nella soluzione prevista È stato più difficile convincere Israele, che ha resistito finché Shamir è rimasto primo ministro. Ma quando il partito laburista ha riguadagnato il primato a Gerusalemme, Rabin e Peres – consigliati dai servizi segreti israeliani, secondo cui Arafat rappresentava a quel punto l’opportunità migliore per controllare indirettamente Cisgiordania e Gaza – si sono mostrati disponibili a procedere. Il risultato sono stati gli accordi di Oslo del 1993 e del 1995: reciproco riconoscimento simbolico di Israele e dell’Olp; ritiro limitato dell’Idf da Gaza e da alcune zone della Cisgiordania, e istituzione di una Autorità Palestinese di ‘auto-governo’, in cambio dell’impegno di Arafat a reprimere ulteriori attacchi contro l’occupazione israeliana. Questo doveva essere l’inizio di un ‘processo di pace’ destinato a concludersi in futuro con un imprecisato accordo finale, agevolato nel frattempo da generose donazioni euro-americane all’Autorità Palestinese, e dalla cooperazione tra i suoi servizi segreti e il Mossad, guidata della Cia. Si trattava, ha spiegato Arafat al suo popolo, di una via eccellente verso uno Stato palestinese indipendente.
9. Raramente un accordo internazionale è stato accolto con un consenso così unanime come nel caso degli accordi di Oslo: le strette di mano storiche sul prato della Casa Bianca, il premio Nobel ai partecipanti, una valanga di commenti plaudenti o auto-congratulatori in articoli e libri in tutto il mondo. I fatti in realtà stavano molto diversamente. Fin dall’inizio, Benny Morris ha scritto che «come tutte le occupazioni, quella israeliana si è fondata sulla forza bruta, la repressione e la paura, il collaborazionismo e il tradimento, le percosse e le camere di tortura, nonché sull’intimidazione, l’umiliazione e la manipolazione quotidiane». Lo svolgimento del ‘processo di pace’ non ha modificato nulla di tutto ciò. Quali cambiamenti ha portato? Dopo otto anni, l’Idf detiene il controllo totale del 60% della Cisgiordania, e quello ‘congiunto’ di un altro 27%; una rete di nuove strade riservate agli israeliani, costruite sulla terra confiscata, divide e circonda le residue enclave sotto l’autorità palestinese; il numero dei coloni ebrei, che hanno il monopolio dell’80% di tutta l’acqua dei territori occupati, è praticamente raddoppiato; il reddito pro capite della popolazione palestinese è diminuito di un quarto nei primi cinque anni successivi agli accordi, e da allora è precipitato ulteriormente. A queste sofferenze si aggiungono ora la tirannia e la corruzione della ‘polizia di Stato senza uno Stato’ guidata da Arafat, nelle zone in cui ha il dovere – secondo l’accordo con Israele – di tenere sotto controllo i suoi compatrioti.
In tali condizioni, non vi era nulla di più certo della perpetuazione degli episodi di ribellione popolare, che si sono intensificati nonostante i divieti di una classe dirigente screditata e collaborazionista. Gli attacchi degli islamici radicali contro obiettivi israeliani si sono moltiplicati a partire dalla metà degli anni novanta. Per neutralizzare la loro spinta propulsiva, il governo laburista di Barak ha cercato di indurre Arafat a firmare un accordo completo e definitivo, concedendogli l’indipendenza nominale e un seggio alle Nazioni Unite, in cambio – da parte di Israele – dell’annessione degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme, del controllo strategico di tutto il territorio sotto bandiera palestinese, e della rinuncia a qualsiasi diritto dei profughi a recuperare la loro casa in Israele. Spaventato dalle proporzioni dell’opposizione a una tale resa – che significava l’abbandono di ogni finzione di ritorno persino ai confini del 1967 – e preoccupato del suo stesso futuro se avesse firmato, all’ultimo momento Arafat si è tirato indietro. Due mesi dopo è esplosa la seconda Intifada. Questa volta la sollevazione è stata un processo molto più violento, con una base significativamente più ampia, che ha coinvolto le correnti dissidenti di Al Fatah e persino alcuni settori dello stesso apparato dell’Anp, insieme a militanti fondamentalisti.
10. Fin dall’inizio, il critico più coraggioso e lucido degli accordi di Oslo è stato Edward Said. La fine del processo di pace, una raccolta degli scritti sul suo paese di origine pubblicati negli ultimi cinque anni, è un’opera profetica. Essa unisce un rifiuto assoluto delle ipocrisie e delle bugie che hanno abbellito i compromessi destinati a riconciliare i palestinesi con la loro sottomissione al cedimento dei suoi critici alla compensazione e al risarcimento puramente retorica. La principale conclusione politica che egli trae dalla storia recente si basa su una analogia con il Sudafrica. Lì – egli osserva – l’Anc 13 è stato pesantemente sconfitto sul campo, e la sua organizzazione all’interno del paese è andata pressoché distrutta. Ma attraverso una campagna battente condotta all’estero è riuscito a delegittimare e isolare moralmente il regime dell’apartheid, al punto che alla fine gli stessi bianchi sudafricani – soggetti a ogni genere di boicottaggio internazionale – hanno sollecitato i negoziati, e smantellato infine il proprio sistema di dominio. Allo stesso modo, sostiene Said, dovrebbe agire la resistenza palestinese, «per portare a una condizione di parità noi e gli israeliani, i quali oggi ci prevaricano in tutto, lasciandoci la dimensione morale come unico terreno di lotta».
La forza dell’argomento si basa sulla evidente discrepanza di forza persuasiva delle due posizioni contrapposte e sulla trascinante esemplarità dell’argomentazione di Said. La debolezza sta nella differenza strutturale fra la situazione oggettiva degli oppressi nei due Stati coloniali di Israele e del Sudafrica. Il regime degli Afrikaner era una minoranza blindata e accerchiata, che in pratica non riceveva alcun appoggio dalla madrepatria. Rifiutati in Olanda, il massimo su cui potevano contare nel resto dell’Occidente era la comprensione del mondo degli affari e della burocrazia, nel chiuso di sedi private. Nessun politico, fuori del Sudafrica, poteva sostenere apertamente l’apartheid. Negli Stati Uniti, inoltre, esisteva un vasto gruppo di persone che si identificava direttamente e con entusiasmo nella maggioranza nera della popolazione sudafricana, vittima dell’apartheid. Gli afro-americani rappresentavano un essenziale elemento di pressione contro il regime di Pretoria all’interno del sistema politico americano, anche sotto le amministrazioni più reazionarie. La posizione della causa palestinese è completamente opposta. Oggi negli Usa gli immigrati arabi sono presenti in numero considerevole, ma si tratta per la maggior parte di operai: poveri, divisi ed emarginati nella scala sociale. Invece Israele – la cui popolazione è quasi il doppio di quella di Cisgiordania e Gaza – può contare in America sulla massiccia solidarietà della classe media ebraica, e su una diffusa simpatia presso le forze politiche europee. Anche con la migliore volontà morale del mondo, è assai improbabile che si ripeta in Medio Oriente lo scenario sudafricano. Gli sforzi per isolare Israele ed estendere la solidarietà intorno alla causa palestinese, continuano ad essere più che mai necessari. Ma è un’illusione pensare che solo l’opinione internazionale potrebbe avere un grande impatto sul sionismo.
11. Ciò non significa che in questo compiacente consenso generale non vi siano crepe. Lo stesso Said ha richiamato l’attenzione su una di queste. Negli Usa – egli sottolinea – la critica nei confronti di Israele rappresenta ‘l’ultimo tabù’, ed è molto più rischiosa e rara di quella contro gli stessi Stati Uniti. Da molti anni il sionismo americano ha poche difficoltà a soffocare qualsiasi serio dissenso, bollato automaticamente come espressione di ‘odio verso se stessi’, nel caso di ebrei, o di ‘antisemitismo’, quando si tratta di gentili. In Europa esiste una maggiore pluralità di opinioni, i ma i suoi parametri sono generalmente comunque stretti. Per la maggior parte di una prestigiosa intellighenzia ebraica – così come per l’opinione conservatrice, liberale e socialdemocratica in genere – la memoria del genocidio nazista esclude Israele da tutto ciò che va oltre sospetti o pentimenti sporadici, rapidamente accantonati alla prima presunta emergenza. Le reazioni alla Guerra del Golfo possono essere considerate un test di questa sensibilità. La sorte infausta dei palestinesi viene deplorata da tutti. Ma quelli capaci di dire la verità del ‘processo di pace’ si possono contare sulle dita di una mano.
D’altra parte, all’interno di Israele – come Said ha osservato – si possono ascoltare verità sgradevoli che sarebbero bestemmie presso la Diaspora. È lì che si è analizzata più compiutamente la dinamica coloniale del sionismo, sono stati documentati i meccanismi e le proporzioni dell’espulsione di palestinesi, si è denunciata la collusione con le potenze coloniali che si sono succedute, si è protestato contro la tortura legale, è stata denunciata la natura confessionale dello Stato. È in «Ha’aretz», non sul «New York Times», il «Guardian» o «la Repubblica» che la Legge del Ritorno è stata apertamente paragonata al Codice di Norimberga 14. L’emergere di una cultura e di un settore – finora limitato – di opinione pubblica ‘post-sionista’, costituisce uno dei fenomeni più positivi degli anni recenti. Il contesto in cui è apparso, tuttavia, rappresenta un monito contro ogni esagerato ottimismo.
Fin dagli anni novanta, la scena politica israeliana è diventata sempre più simile a quella americana, sia pure con alcuni tratti europei. Dal punto di vista economico, il neoliberismo ha eliminato la maggior parte dei punti fermi fissati negli anni cinquanta, poiché il partito laburista ha gareggiato con il Likud, spesso superandolo, nella professione di zelo per la deregulation e le privatizzazioni. Ma come negli Stati Uniti, la convergenza fra i due partiti maggiori sulle questioni economiche e sociali – spesso fino al punto dell’intercambiabilità – coesiste con profonde differenze nella base elettorale e con profili ideologici contrastanti. Le sfumature nella fedeltà al capitalismo sono semplicemente note di colore. Del resto, in una misura molto maggiore che in America, più simili sono le politiche concrete, più stridenti diventano le differenze secondarie. Come per i democratici e i repubblicani, così per il partito laburista e il Likud: una kulturkampf assolutamente sproporzionato rispetto alle contraddizioni realmente esistenti mobilita grandi passioni, come per celare agli stessi contendenti la profonda unità esistente fra loro.
A un livello ancora più profondo che in America, il nucleo più consistente del mondo accademico e dell’intellighenzia forma un milieu bien-pensant di ‘centro-sinistra’. Ma in una cultura popolare dominata dal commercio e dalla religione, la sua incidenza politica – come negli Usa – è esigua. Due differenze continuano a distinguere il caso israeliano dal modello americano. Un sistema proporzionale garantisce alla pletora di sette giudaiche una rappresentanza elettorale, rendendole nei fatti arbitre delle alleanze nella Knesset. Il Likud è meno condizionato dai partiti religiosi del partito repubblicano. Esso ha anche un elettorato molto meno benestante, poiché è sostenuto principalmente dagli immigrati sefarditi poveri provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente, disprezzati dai più istruiti ashkenaziti di origine est-europea, che costituiscono la base tradizionale del partito laburista. Vi è quindi nei due partiti israeliani uno squilibrio fra le classi che rovescia lo schema statunitense. Gli immigrati russi, falchi in tema di sicurezza ma anche anticlericali, sono elettori fluttuanti. Il prodotto finale del sistema è stato descritto in modo brillante da un osservatore israeliano: «Gli attori principali del dramma socio-politico che si sta svolgendo oggi in Israele sono di destra: la destra socioeconomica liberale dei ceti elevati capitalisti – chiamata in Israele ‘la sinistra’ – e la destra religiosa fondamentalista delle classi inferiori lavoratrici – chiamata in Israele ‘la gente’».
Questo è lo scenario, tutt’altro che promettente, in cui si discute oggi del futuro del sionismo. Qui le differenze fra i due partiti maggiori, radicati nell’antagonismo di vecchia data fra la tradizione laburista e quella revisionista, rimangono sostanziali, sebbene tattiche. Il sionismo laburista ha sempre guardato a protettori stranieri di ogni tipo, ed è stato disponibile a correggere momentaneamente la propria politica per compiacerli. La sua visione è pragmatica: i nomi contano meno delle cose. La tradizione revisionista, di maggior prestigio intellettuale, ha più fiducia in se stessa, ed è meno flessibile: i nomi rimangono un indizio delle cose. Così il Labour ritiene che, concedendo ai palestinesi un paio di bantustan, piantonati ogni pochi chilometri da coloni e soldati israeliani, si placheranno le ansie di Washington e verrà eliminata – con un costo reale minimo – una zona calda per Israele; mentre il Likud, memore della storia stessa del sionismo, pensa che l’appetito vien mangiando, e quel che oggi è pura nomenclatura probabilmente domani diverrà in parte una realtà. Nessuno dei due partiti ha intenzione di prendere in considerazione una vera sovranità nazionale per i palestinesi. Messi di fronte alla reale volontà popolare in Cisgiordania e Gaza, hanno serrato i ranghi, e si è arrivati all’attuale regime Sharon-Peres. Dietro il quale, una union sacrée di incredulità e sdegno – seguita al rifiuto delle ‘concessioni’ di Israele a Camp David – accomuna le forze politiche.
12. In questo contesto è possibile misurare sia il coraggio che la pusillanimità del ‘post-sionismo’. Gli importanti risultati – sul piano intellettuale – raggiunti dalle opere di Benny Morris, Avi Shlaim, Gershom Shafir, Baruch Kimmerling, Tom Segev, sono ora ampiamente riconosciuti. Una dopo l’altra, le costruzioni della mitologia sionista ufficiale sono state smantellate. Ma la ricerca coraggiosa e il giudizio intransigente, che hanno caratterizzato la loro indagine sul passato, si sono fermati bruscamente sul presente, appena si sono poste questioni politiche. Leoni sul piano dell’analisi, questi scrittori sono agnelli quando si tratta di dare indicazioni concrete. Nessuno ha indagato seriamente su Oslo, per non parlare di Camp David. Più di uno si è sbracciato per Barak. Nessuno ha proposto un’alternativa alle ipocrisie del ‘processo di pace’.
Quale dovrebbe essere l’alternativa? Storicamente, vi fu una corrente all’interno dell’Yishuv secondo la quale solo uno Stato binazionale, diviso equamente fra arabi ed ebrei, poteva portare giustizia in Palestina. Questa tradizione non sionista, presente principalmente fra gli ebrei di origine tedesca, aveva le sue roccaforti intellettuali nell’Università ebraica di Gerusalemme; e trovò espressione politica nel movimento comunista. Nonostante Edward Said abbia cercato di ravvivarla, in Israele è oggi pressoché estinta. Per quanto auspicabile, una tale soluzione era comunque destinata a naufragare sulla realtà di due nazionalismi etnici antagonistici, ciascuno dei quali legittimato a rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione.
Restava solo la spartizione. Tutti i progetti per una soluzione hanno previsto una divisione della Palestina. Qual è la proposta israeliana, dalla quale il post-sionismo deve ancora dissociarsi? Essa si basa su quattro assiomi, che definiscono le dimensioni, la posizione geografica, la sicurezza e l’economia di qualsiasi entità palestinese residua cui garantire l’autogoverno o una sovranità nominale. Dimensioni: meno di un quinto del paese; Israele terrà il 78% della Palestina conquistato nel 1948-49, Gerusalemme e una striscia di insediamenti in Cisgiordania, che attualmente si prevede equivalente a un altro 5 o 6%. Posizione: due enclaves disgiunte, che non comprendano alcuna città importante esistente prima della guerra, né un porto naturale. Sicurezza: nessuna forza di difesa, ma solo polizia nazionale. Economia: nessuna riparazione per il saccheggio delle proprietà arabe, valutate a circa 120 miliardi di sterline.
13. La spudorata iniquità di queste proposte, al centro del ‘processo di pace’, non ha suscitato quasi nessuna protesta nella Diaspora, presso cui la solidarietà etnica prevale pressoché universalmente sui principi morali, e tanto meno in Israele. Esse comunque possono esser considerate dei parametri di riferimento, in base ai quali valutare l’accettabilità di una soluzione. Dieci anni fa, Guy Mandron, un ufficiale francese, propose una spartizione che aveva il merito di soddisfare almeno due criteri per una soluzione equa. Il suo progetto esigeva come condizione essenziale che il futuro Stato palestinese dovesse estendersi su un territorio unico e continuo, e che non fosse meno difendibile militarmente del suo omologo israeliano. L’esame delle sue carte geografiche, che mostrano l’assoluta distanza fra quella proposta e ciò che è ‘in offerta’ oggi, produce uno shock salutare.
Oggi in Israele vivono quasi sei milioni di ebrei e circa sei milioni di palestinesi, sparsi nei territori occupati e nei campi profughi degli Stati vicini e dello stesso Israele. Qualsiasi equa divisione di terra fra questi gruppi di popolazione pressoché uguali esige un’approssimativa parità di risorse. La configurazione territoriale di una spartizione equa dovrebbe risultare simile al progetto di Mandron, senza le ‘compensazioni’ che egli concede a Israele, e includendo Haifa, la cui popolazione nel 1947 era per due terzi araba: in altre parole, un blocco unico di territorio palestinese, che escluda Gaza e comprenda Gerusalemme Est, la Galilea e la costa dal Libano ad Haifa, in una fascia che affianchi Israele e ripieghi su di esso, disegnando due Stati incastrati, a forma di elle. Le riparazioni per le proprietà arabe sul territorio palestinese saccheggiate nel 1950, l’ultima condizione fondamentale per un accordo, andrebbero a quei palestinesi che non sono in grado di tornare nelle proprie case all’interno dei nuovi confini, e a quelli che oggi vivono in Israele e scelgono di rimanervi.
14. Basta illustrare queste condizioni per assistere all’addolorato scetticismo delle anime belle del sionismo liberale e del post-sionismo: «Tutto ciò va benissimo, ma non è neppure lontanamente realizzabile sul piano politico». Tradotto: possediamo ciò di cui siamo sicuri. Non esiste la più vaga intenzione da parte di nessuno, in questo fronte di opinioni, di cedere un centimetro quadrato del 78% di un paese tetragono verso ogni restituzione, né la minima idea che separarsi da una piccola porzione del restante 22% significhi qualcos’altro che una ‘dolorosa concessione’. Scrive Benny Morris:
Israele ha fatto la sua parte: ha riconosciuto l’Olp, ha riconosciuto la necessità di suddividere la Palestina fra uno Stato ebraico e uno stato palestinese più piccolo. Si tratta di una grande rivoluzione nel pensiero di Israele, se si paragona a cosa pensavano in proposito i suoi abitanti negli anni fra il 1948 e il 1992. Barak è andato persino oltre, acconsentendo di dividere Gerusalemme. Ma Israele non può accettare il diritto al ritorno senza mettere in conto di dover far fronte a eventi distruttivi.
Ecco quel che confessa apertamente Tom Segev:
La proposta di Barak appare assai meno generosa di come ci è sembrata perché non l’abbiamo esaminata in dettaglio (sic). La terra che offriamo risulta essere costituita da una serie di piccole isole, senza alcuna continuità territoriale, separate da insediamenti israeliani e da strade pattugliate dall’esercito di Israele. Perciò la verità è che non abbiamo offerto molto.
E poi, continuando imperturbabile:
Sono giunto alla conclusione che il conflitto era inevitabile, la guerra era inevitabile, e ora che gli insediamenti sono una realtà è inevitabile la continuazione del conflitto, e non ci sarà la pace in questa fase. Sono sempre stato contro gli insediamenti, ma ormai esistono... Si tratta di elementi nuovi da considerare: non si possono evacuare interi paesi.
Seguono le parole di David Grossman, sempre apprezzato per la sua capacità di compenentrarsi nella difficile situazione palestinese:
Barak ha messo tutto sul tavolo. Lo ha fatto nel modo sbagliato, ma penso che ora la maggior parte degli israeliani sappia a cosa occorre rinunciare per realizzare una pace vera. Credo che l’elezione di Ariel Sharon indichi che gli israeliani non sono abbastanza maturi per quelle concessioni. E quando ascolto i palestinesi, non sono sicuro che essi siano disponibili alle concessioni che pure è necessario fare, giacché comporterebbero la rinuncia a esigere il diritto al ritorno.
O, come ha affermato con delicatezza Jerome Slater – la voce più nuova del sionismo progressista, coerente fautore della ‘riconciliazione’ à la Oslo con i palestinesi, – spiegando perché non possono permettere loro di ritornare: «Il tempo che passa non solo crea nuove realtà pratiche, ma anche nuove, o almeno più complesse, realtà morali. La questione non è riconducibile a ‘il potere realizza il bene’; piuttosto, ‘ciò che inizia come potere può evolvere nel bene, o almeno nel rispetto dei diritti’.» Di fronte a un simile ragionamento, la tradizione revisionista è più semplice e coerente. Perché non concediamo al potere un po’ più di tempo per portare avanti il suo lavoro? Se va bene prendere i quattro quinti del paese, che c’è di male a concludere l’opera e prenderselo tutto? Dio non lo ha diviso, ma ce lo ha consegnato intero. Contro la miseria intellettuale del ‘processo di pace’, a cui questo post-sionismo si aggrappa disperatamente, l’argomento di Eretz Israel risulta inoppugnabile.
15. Per quanto coraggiosa sia la loro resistenza all’Idf, i palestinesi sono troppo deboli per sperare di ottenere giustizia agendo da soli, oggi come domani. Prima o poi, e probabilmente più prima che poi, il sionismo troverà il modo di stringere la morsa di Camp David su di loro. Finché l’Intifada continuerà incontrollata, l’Anp prenderà tempo. Ma nessuna rivolta può durare per sempre. Sotto l’inesorabile blocco e il fuoco dei cecchini, potrebbe facilmente diffondersi fra gli abitanti un senso di spossatezza, e una pace qualsiasi risultare preferibile alla continuazione di una guerra impari. Chi potrebbe biasimarli? Avremo ancora scene toccanti sul prato della Casa Bianca, e un coro di ‘congratulazioni internazionali’ per la nascita – da qualche parte ad ovest del Giordano – di uno staterello frazionato, la cui élite è irrorata di fondi riconoscenti. Israele saprebbe bene come gestire un consociato arabo: Arafat come il maggiore Haddad, l’Anp come l’Sla 15 su larga scala. Resta da vedere, ovviamente, se i palestinesi possano essere tenuti in soggezione così indefinitamente. Il tempo in cui midianiti e gli amaleciti 16 potevano essere cancellati senza lasciar traccia è passato. L’opinione pubblica israeliana ne è consapevole, e ciò spiega come mai la condizione meno negoziabile fra quelle collegate all’entità statuale palestinese, sulla quale non è mai stato espresso alcun dissenso, è che – pur rimanendo lo Stato Israele completamente in armi – essa sia smilitarizzata. Deve esserlo, perché altrimenti come potrebbero dormire sonni tranquilli i predatori del 78% della terra, sia pure ben sorvegliati dai loro cani da guerra? La pretesa, su cui tutti gli israeliani benpensanti concordano, confessa il crimine originario, non risarcibile.
16. Non esistono altre prospettive? Il potere israeliano non cederà mai a null’altro che alla forza. Ma anch’esso ha un tallone d’Achille. In definitiva, rimane ancora uno Stato dipendente, per la difesa e il benessere, dagli Stati Uniti. La sua sorte è sempre stata legata a una potenza straniera, senza la quale non potrebbe sopravvivere. Se al sionismo fosse ritirato l’appoggio americano, la sua intransigenza si esaurirebbe rapidamente. La rigidità dell’opinione pubblica israeliana, da lungo tempo dovuta alla certezza del placet americano, è in questo senso più fragile di quanto sembri. Se Washington ritirasse l’appoggio a Gerusalemme, prima o poi non tarderebbero a verificarsi dei ripensamenti. Ma come potrebbe l’America anche solo prendere in considerazione un simile tradimento? La risposta è, come sempre fin dagli anni cinquanta, nel mondo arabo. Finché entrambe le maggiori potenze arabe – l’Egitto con la sua popolazione, e l’Arabia Saudita con il suo petrolio – rimangono alle dipendenze dell’America, il Medio Oriente e il suo petrolio sono saldamente nelle mani degli Usa, e non vi sono ragioni per negare a Israele nulla di ciò che vuole. Ma se questa situazione dovesse modificarsi, il destino dei palestinesi cambierebbe immediatamente. L’America ha investito cifre enormi per sostenere la traballante dittatura di Mubarak al Cairo, cordialmente disprezzata dalle masse egiziane; e non ha risparmiato sforzi per proteggere la plutocrazia feudale di Ryad, insediata su una marea di immigrati senza diritti. Se una di queste due costruzioni – o al meglio, entrambe – fosse fatta cadere, l’equilibrio di poteri nella regione verrebbe trasformato.
La cupa storia politica del mondo arabo nel corso della seconda metà del secolo scorso non offre molti motivi per ritenere che ciò sia possibile nel breve periodo. Né esistono garanzie che i regimi futuri agiranno meglio di Nasser, o produrranno qualcosa di diverso dai fallimenti di quell’epoca. Ma nessun equilibrio statico è permanente, neanche in Medio Oriente. Qualsiasi frattura nel suo sistema di potere farà tremare la bussola degli Usa. Regimi autenticamente indipendenti sul Nilo o alla Mecca porrebbero presto nella giusta prospettiva il peso delle relazioni con lo Stato sionista. Il sangue è più denso dell’acqua, ma il petrolio è più denso di entrambi. La cattività dei palestinesi è una conseguenza della più generale sottomissione del Medio Oriente. Nel giorno in cui il mondo arabo allentasse la sua dipendenza da Washington – se mai quel giorno dovesse venire – Israele sarebbe costretto a rinunciare ai suoi smisurati privilegi. In mancanza di ciò, è improbabile che il sionismo verrà ridimensionato.


note:
1  An-Nakba, la catastrofe, è la terribile sconfitta della insurrezione palestinese contro l’immigrazione ebraica e, poi, contro la formazione dello Stato di Israele (NdR).
2  Lo Shtetl è il villaggio ebraico dell’Europa orientale, formato essenzialmente di casupole e sinagoghe di legno, spazzato via dall’Olocausto. È, per esempio, il villaggio di Vitebsk, in Lituania, paese natale di Marc Chagal, raffigurato in moltissimi suoi quadri.
3  Sul fenomeno del sionismo non ebreo, cfr. R. Sharif, Non-jewish Zionism, London 1983 (NdA).
4  L’Yishuv (lett.: insediamento) è in genere la comunità ebraica, sia quella residente in Palestina già prima della nascita del movimento sionista (Vecchio Yishuv), quanto l’immigrazione post-sionista (Nuovo Yishuv) (NdR).
5  Orde Charles Wingate, militare inglese, comandante di bande irregolari che compivano raids terroristici contro i palestinesi (NdR).
6  Il Cabildo di Buenos Aires era il comitato dei coloni che proclamò la lotta per l’indipendenza dell’Argentina dalla madre patria (NdR).
7  L’Irgun Zevai Le‘umi (in sigla, Izl) organizzazione nazionalista armata (1937) (NdR).
8  L’Haganah, nata negli anni ’20 come organizzazione armata clandestina di autodifesa della comunità ebraica, si trasformò negli anni ’40 in una vera e propria organizzazione militare regolare da cui nacque l’attuale Idf (Israeli Defence Force) (NdR).
9  Intellettuale e politico americano, membro del Segretariato dell’Onu, Premio Nobel per la pace (1950) (NdR).
10  Cfr. B. Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict 1881-1999, London 1999, p. 62; tr. it. Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista. 1881-2001, Rizzoli 2001. Ben-Gurion formulò questo giudizio un mese dopo la ‘notte dei cristalli’ (NdA).
11  Per esempio, dal 1980 al 1985 il totale della spesa pubblica superò costantemente il 70% del Pil. «La sola fiscalità non poteva finanziare un tale livello di spese, ma grazie agli aiuti Usa e ad altre risorse esterne non onerose, ciò non era realmente necessario. Durante la guerra del Libano del 1982, furono mobilitate risorse esterne sufficienti a consentire al governo di destinare alle spese il 71,5% del Pil ricorrendo alla finanza nazionale solo per il 51,6%»: Y. Plessner, The Political Economy of Israel, Albany, 1994, p. 177 (NdA).
12  La ‘Grande Israele’, la Terra Promessa, comprendente l’intera Palestina, del sionismo delle origini (NdR).
13  L’African National Congress, il partito di Nelson Mandela (NdR).
14  Il testo fondamentale della legislazione antisemita promulgata (1935) dal regime nazista a Norimberga (NdR).
15  Sa‘ad Haddad, capo delle milizie cristiano-maronite, alleate di Israele nella guerra civile del Libano, e comandante del South Lebanon Army (Sla) (NdR).
16  Midianiti (detti anche Ismaeliti) e Amalechiti sono le tribù che nella Palestina biblica si combatterono aspramente e inflessibilmente per un lungo periodo (NdR).

(Traduzione di Tiziana Antonelli)

Il saggio di Perry Anderson è stato pubblicato, con il titolo Scurrying towards Bethlehm, nel numero di luglio-agosto 2001 della «New Left Review» alle pp. 5-30. Le note dell’autore pubblicate in questa traduzione sono indicate come (NdA), quelle della redazione con (NdR).

 

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Febbraio-1998/9802lm14.01.html

 

Il governo di destra, ostaggio dei partiti religiosi ortodossi
In Israele, l'irresistibile ascesa 

degli "uomini in nero"


Con la ripresa dei lavori di costruzione della colonia di Har Homa, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha dato nuova prova della sua intransigenza. Non solo egli rifiuta di attuare qualsiasi significativo ritiro dell'esercito dalla Cisgiordania e pone all'Autorità palestinese condizioni preliminari inaccettabili, ma manifesta in modo provocatorio la sua volontà di farla finita con gli accordi di Oslo. C'è anche da dire che, dopo le dimissioni del ministro degli esteri David Levy, il capo del Likud dipende come non mai dai partiti estremisti. E non c'è dubbio che i partiti religiosi ne approfittino per accrescere il loro controllo sullo stato.

di Joseph Algazy*
"E' ebreo chiunque abbia abbracciato l'ebraismo e non appartenga a un'altra religione", recita la legge israeliana. Ma il rabbinato ortodosso vorrebbe aggiungere un'altra clausola: che la conversione sia conforme alla halakha (diritto religioso) e "riconosciuta da un tribunale religioso ortodosso". Questa questione, in apparenza teologica, è diventata oggetto di un serio dibattito politico. Non c'è da stupirsene, quando si sa quanto la determinazione dell'identità ebraica di una persona sia importante in Israele e di come, al di là della sfera religiosa, ciò influisca sulla vita degli individui e di tutta la società e costituisca il fondamento della Legge del ritorno che permette a ogni ebreo che giunge in Israele di acquisire la nazionalità israeliana.
Nell'accordo di coalizione del giugno 1996, il primo ministro Benyamin Netanyahu si era impegnato a far approvare dal parlamento una legge che stipulasse il monopolio ortodosso in materia di conversioni, di matrimonio e di divorzio e che escludesse i rappresentanti della corrente dell'ebraismo riformato e di quello conservatore dai consigli religiosi locali.
La legge promessa da Netanyahu, oltre ad una crisi giuridica, scatenerebbe una crisi senza precedenti nelle relazioni fra Israele e la diaspora. La stragrande maggioranza degli ebrei americani si riconosce infatti nelle corrente religiosa riformata o in quella conservatrice, per le quali le concessioni fatte da Netanyahu ai capi ortodossi rappresentano una vera e propria dichiarazione di guerra. Per una buona ragione: chiunque si fosse convertito all'ebraismo in Israele al di fuori del quadro dell'ortodossia cesserebbe di essere ebreo... Da qui l'annuncio di una sferzante ritorsione: le potenti comunità ebraiche americane non solo non parteciperebbero più alle attività della lobby filoisraeliana, ma interverrebbero presso il Congresso e il governo di Washington affinché gli Stati uniti facciano pressione su Israele boicottando anche le collette di fondi a favore dello stato ebraico.
"Nessuna legge fuori dalla Torah" Per valutare il peso di questa mobilitazione, basta sapere che, durante il 33&oord Congresso sionista mondiale, tenutosi alla fine del dicembre 1997, 107 dei 145 membri della delegazione americana appartenevano alla corrente riformata e a quella conservatrice.
Netanyahu è consapevole del pericolo che questo rappresenterebbe per Israele, ma anche del fatto che, se non mantiene le sue promesse, rischia che il blocco religioso abbandoni un giorno o l'altro il governo, rendendo ineluttabili le elezioni anticipate.
Il compromesso proposto alla fine di gennaio dalla commissione parlamentare presieduta dal ministro delle finanze Yaacov Neeman che prevede che ortodossi, riformati e conservatori preparino insieme i candidati alla conversione sarà mai accettato? Come sottolineava Haym Tsadok, ex ministro della giustizia (1), i partiti religiosi intendono preservare, per ragioni politiche e ideologiche, il monopolio istituzionale del rabbinato ortodosso nel campo del diritto di famiglia. Fatto questo che per i cittadini israeliani rischia in ogni caso di tradursi nella acutizzazione dei contrasti religiosi che dall'indipendenza a oggi non hanno smesso di pesare sulla loro vita quotidiano. De iure, in Israele esistono solo i matrimoni e i divorzi religiosi.
Un ebreo non può sposare una musulmana, e un cristiano non può sposare un'ebrea, a meno di farlo all'estero e di registrare in seguito il matrimonio in Israele... Nello stesso modo, una donna ebrea, il cui divorzio non è stato convalidato da una sentenza del tribunale rabbinico, non può risposarsi, a maggior ragione se il marito è sparito all'estero o è scomparso in guerra.
Inoltre, tutti gli organismi statali e i servizi pubblici devono rispettare lo shabat (il riposo settimanale del sabato) e la cacherut (un complesso di norme alimentari). Concretamente, questo significa che ogni settimana, dal venerdì pomeriggio fino al sabato sera e durante le (numerose) feste ebraiche, i trasporti pubblici non funzionano. Negli stessi giorni vengono chiuse molte strade che attraversano i quartieri religiosi e vengono limitati al minimo gli scavi archeologici nei luoghi considerati sacri dagli ortodossi.
L'influenza dei partiti religiosi sul governo e sulla società non è un fenomeno nuovo. Dalla fondazione di Israele a oggi questi partiti hanno partecipato a quasi tutte le coalizioni governative. E il fatto che alcuni di essi siano sionisti e altri no non ha mai rappresentato un ostacolo, né per loro né per i loro alleati, le due grandi formazioni politiche del paese oggi chiamate Partito laburista e Likud. Fin dalle origini, nel 1948, il Mapai antenato dell'attuale Partito laburista ha, per così dire, fatto entrare il lupo nell'ovile imponendo un sistema in cui non esiste separazione fra stato e religione.
Questa, peraltro, è la ragione per cui lo stato di Israele, a tutt'oggi, non ha una Costituzione ma solo una serie di parziali leggi costituzionali. "Una Costituzione non può essere valida", dichiarava nel 1949 senza mezzi termini il rappresentante di Agudat Israel davanti alla prima Knesset, "se essa non si identifica totalmente con la Torah. Qualsiasi altra costituzione rappresenterebbe una violazione della legge. Vi avverto che qualsiasi tentativo di redigere una Costituzione scatenerebbe un conflitto ideologico violento, senza possibilità di compromesso (2)". I dirigenti del paese, a cominciare da David Ben Gurion, si rifiutarono di entrare in conflitto con gli ortodossi su questo punto cruciale. E spinti da questa stessa logica, hanno accettato che le norme e i vincoli religiosi venissero imposti a tutti, accordando ai religiosi molti privilegi (come l'esenzione dal servizio militare per gli allievi delle scuole religiose (3) e per le ragazze che si dichiarano praticanti) e, soprattutto, permettendo, con la scusa di rafforzare la coscienza ebraica fra i giovani, che i partiti religiosi avessero il diritto di esercitare un certo controllo sull'insegnamento, compreso quello laico.
Da questo deriva la centralità del dibattito sulla natura dello stato. Le organizzazioni politiche e le correnti ideologiche nazionaliste e religiose definiscono Israele uno "stato ebraico".

Gli ambienti liberali, anche all'interno della magistratura, lo definiscono uno "stato ebraico e democratico". Gli ambienti arabi e di sinistra preferiscono la definizione "stato di tutti i cittadini". Altri, infine, accettano una formula di compromesso: "stato ebraico e di tutti i cittadini". Tuttavia, secondo il professor Baruch Kimmerling dell'Università di Gerusalemme (4), gli aggettivi "ebraico" e "democratico" sono contraddittori: in effetti, chi parla di stato "democratico" ha in testa una concezione laica, occidentale e universale dello stato, mentre chi parla di stato "ebraico" dà a questo termine un'interpretazione teologica e un contenuto di ortodossia che ha le sue radici nella halakha. In Israele, conclude Kimmerling "una parte importante della pratica dello stato non è sempre compatibile con una concezione democratica, occidentale e liberale illuminata dello stesso (5)".
Dopo la guerra del giugno 1967, fanatici religiosi ultranazionalisti fra cui numerosi laici collaborarono alla realizzazione di un comune obiettivo politico: la creazione del Grande Israele, quindi la colonizzazione ebraica massiccia dei territori occupati (6). Tutto questo veniva fatto in nome della religione, dei sacri testi e della storia. Anche se una corrente religiosa minoritaria, della quale fanno parte alcuni rabbini, manifesta una volontà di pace e di compromesso. Ad esempio il Grande rabbino sefardita Bakshi Doron, per il quale: "secondo la fede ebraica, la vita è più sacra di Eretz-Israel (7)".
Cinquant'anni dopo la creazione dello stato di Israele, i partiti religiosi sono più forti che mai. Durante le ultime elezioni legislative del maggio 1996 hanno ottenuto un numero record di deputati (23 su un totale di 120), senza contare i deputati religiosi eletti in altre liste. Questa rimonta gli "uomini in nero" la devono principalmente al clima sociale creato dal fenomeno del hazara betshuva (ritorno alla fede) che ha assunto proporzioni considerevoli in Israele. Secondo un recente sondaggio (8), negli ultimi sei anni il 17% della popolazione ebrea del paese si è riavvicinato alla religione. E più precisamente: 13.000 laici sono diventati haredim (letteralmente: coloro che temono Dio), 24.000 religiosi praticanti e 130.000 tradizionalisti. Contemporaneamente 150.000 laici si sono riavvicinati alla tradizione, 175.000 tradizionalisti sono divenuti religiosi praticanti e 24.000 religiosi praticanti sono divenuti haredim.
Perché mai questo ritorno alla religione? Più di un quarto degli interessati (il 26%) dichiara di aver subito l'influenza delle radio pirata e degli organismi religiosi che inquadrano l'hazara betshuva; il 44% afferma che si è trattato di una reazione a un avvenimento importante nella loro vita (9). Infine, per il 55% degli intervistati, l'hazara betshuva in generale rappresenta un fenomeno positivo. Per trasformare in vero e proprio monopolio lo statuto privilegiato di cui gode rispetto alle altre correnti religiose ebraiche (riformata, conservatrice, karaita e ebraica di origine etiopica) e alle altre religioni (quella musulmana, drusa e cristiana) praticate dai cittadini di Israele, l'establishment ortodosso conta principalmente su un suo ruolo decisivo all'interno della coalizione di destra e di estrema destra attualmente al potere.
Chi è ebreo?
Nel governo israeliano è sempre esistito un ministero per gli affari religiosi dotato di un bilancio cospicuo e di un potente apparato di funzionari. In passato due erano i partiti che si spartivano il controllo di questo ministero: il Partito religioso-nazionale (Mafdal), di obbedienza sionista, e il Partito laburista -quando stava al governo. Oggi, il Mafdal deve invece spartirselo col rivale Partito ultraortodosso sefardita (Shas). La posta in gioco è considerevole, perché questo ministero gestisce tutte le attività religiose (ebraiche e non) e controlla il funzionamento dei consigli religiosi locali che sono responsabili delle sinagoghe, dell'osservanza del riposo obbligatorio del sabato (shabat) e delle norme alimentari (cacherut), dei funerali, dei cimiteri delle abluzioni rituali, etc... Infine, il ministero per gli affari religiosi controlla il funzionamento delle istituzioni religiose non ebraiche.
Poiché la legge non riconosce quelli civili, i matrimoni, come i divorzi, sono di competenza dei tribunali religiosi, ebraici e non. Questi tribunali, se le parti interessate preferiscono sottomettersi alle decisioni di un tribunale religioso invece che a quelle di uno civile laico, dirimono anche le liti fra i coniugi ed emettono sentenze sulla custodia dei minori e gli alimenti da versare in caso di divorzio, sui problemi relativi alle adozioni, alle successioni ereditarie e all'esecuzione dei testamenti. Gli ambienti clericali e conservatori, ebraici e non, non sono per nulla soddisfatti del fatto che i tribunali civili laici, e in particolare la Corte suprema, abbiano la priorità sui tribunali religiosi in tutti questi campi. Inoltre, i partiti religiosi vorrebbero che il parlamento adottasse una legge che in molti casi li autorizzasse ad aggirare le decisioni della Corte suprema.
Il funzionamento del Consiglio del grande rabbinato viene regolato dalla legge. A capo di questa istituzione si trovano due Grandi rabbini, uno askenazita e l'altro sefardita, che si avvicendano alla presidenza del Consiglio e del Grande tribunale rabbinico. Il Grande rabbinato ha poteri sovrani per quanto riguarda la halakha, è responsabile dell'investitura dei rabbini e, al di là dei suoi poteri formali, gode di una autorità eccezionale fra i praticanti e in tutto lo stato.
La corrente degli ebrei ortodossi, largamente maggioritaria in Israele, monopolizza queste istituzioni religiose, anche se esse, come abbiamo visto, svolgono importanti funzioni sociali e civili. Al punto che essa riesce a dare una risposta esclusivamente teologica e non sul piano del diritto civile all'interrogativo "chi è ebreo?". Ciò che vogliono i partiti ortodossi è imporre il loro monopolio: essi si oppongono categoricamente al riconoscimento legale delle conversioni alla religione ebraica sancite dai tribunali religiosi riformati o conservatori, al diritto di questi ultimi di emettere sentenze relative ai matrimoni e ai divorzi e, persino, di far parte dei consigli religiosi locali. Alla fine, ogni cittadino ebreo di Israele dipenderà, dalla nascita alla morte, dai rabbini ortodossi. Con un'eccezione: in seguito all'intervento della Corte suprema, l'establishment degli ebrei ortodossi ha dovuto almeno per il momento rassegnarsi a riconoscere la validità di matrimoni, divorzi e conversioni all'ebraismo avvenuti all'estero, anche se sanciti da rabbini riformati e conservatori.
Nell'agosto del 1977, Eliyahu Suissa, ministro per gli affari religiosi e membro dello Shas, ha presentato le sue dimissioni pur di non ratificare una decisione della Corte suprema relativa alla nomina di una donna della corrente dell'ebraismo riformato come membro del Consiglio religioso della città di Natanya. In quel caso fu Netanyahu stesso, divenuto per l'occasione ministro per gli affari religiosi, che finì per firmare il documento di nomina.
Tentazioni egemoniche Gli "uomini in nero" non esitano a organizzare manifestazioni violente, specialmente a Gerusalemme: blocco delle strade, lanci di pietra contro i guidatori, i passanti e gli agenti di polizia, incendi delle pattumiere... Tutto per costringere le autorità a fermare la circolazione automobilistica e a sbarrare le strade nei giorni dello shabat e in quelli di festa, a chiudere i grandi magazzini e le sale da gioco, a vietare l'allevamento e la vendita di maiale, etc. Quest'anno, nel giorno di lutto annuale (che cade il 9 del mese di Ab) per commemorare la distruzione del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme, essi hanno persino costretto la polizia ad evacuare con la forza centinaia di ebrei appartenenti alla corrente conservatrice, che stavano pregando davanti al Muro del pianto.
Le prime vittime dell'egemonia ortodossa sono in realtà i membri delle correnti che gli haredim, forti del monopolio che essi detengono sulla halakha, accusano di aver "deviato" o di essere "eretici". Negli anni 50 e 60 l'establishment ortodosso contestò l'identità ebraica dei membri della comunità Bne Yisrael, venuti dall'India, causando loro parecchie sofferenze. Dagli anni 80, gli ebrei venuti dall'Etiopia subiscono una sorte analoga.
Vengono obbligati a passare esami di religione per provare di essere effettivamente ebrei; alcuni di loro devono sottoporsi al rituale della conversione; l'autorità dei loro rabbini non viene riconosciuta. Succede persino che le autorità responsabili dei cimiteri rifiutino di seppellire i loro morti con la scusa che la loro identità ebraica non è stata accertata. Quanto poi ai karaiti, in maggioranza provenienti dall'Egitto, essi devono affrontare queste stesse difficoltà da decenni e, per reazione, si rinchiudono nelle loro comunità. L'establishment ortodosso si spinge fino ad affermare che un terzo degli immigranti originari dell'Unione sovietica non è ebreo. E i soli a tenergli testa sono i membri della corrente riformata e di quella conservatrice.
Peraltro, è pur vero che questi ultimi provengono quasi tutti dagli Stati uniti, dove mantengono solidi legami con le loro ricche e influenti comunità.
Dalla loro partecipazione alle coalizioni governative, inoltre, tutti i partiti religiosi ricavano enormi vantaggi materiali, in continuo aumento. Nel governo attuale, il Mafdal detiene il portafoglio della pubblica istruzione che ha un bilancio molto cospicuo, personale numeroso e una grande influenza ideologica e quello dei trasporti. E' presente anche nel ministero per gli affari religiosi, che divide con lo Shas. Quest'ultimo oltre al ministero del lavoro e quello della previdenza sociale (dotato di imponenti risorse) controlla il ministero degli interni, che dispone di un bilancio enorme ed esercita funzioni decisive, quali l'iscrizione della menzione "ebreo" o "non ebreo" sulle carte di identità. Per non parlare della sua enorme influenza su tutte le municipalità. Un deputato di Agudat Israel è viceministro delle costruzioni: una posizione dalla quale può promuovere con zelo la crescita delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme-Est e fare del suo meglio per favorire le comunità di haredim. E dulcis in fundo, un deputato di Deghel Hatora presiede la commissione per le finanze della Knesset: una commissione molto influente, come si può immaginare.
I ministri membri dei partiti religiosi sfruttano, non c'è dubbio, le loro posizioni di potere. Certo, ogni tanto i loro metodi, a volte contrari alla legge o alle norme in vigore, sollevano uno scandalo nei media. Questo non li disturba più di tanto: quando un deputato dello Shas venne condannato a una pena di prigione per corruzione, i suoi colleghi e lui stesso si limitarono ad affermare che egli aveva agito in nome di una buona causa. E che, d'altronde, se era stato condannato lo si doveva al fatto che era un sefardita. Il partito Shas gioca sempre sulla corda della discriminazione nei confronti della comunità sefardita, un tema al quale il suo pubblico è particolarmente sensibile.
Lavaggio del cervello nelle scuole Malgrado tutti questi vantaggi, i partiti religiosi e, in particolare, quelli ultraortodossi non avrebbero l'influenza che hanno se non gestissero innumerevoli istituti scolastici e di beneficenza. Questa attività consolida e allarga notevolmente la loro base sociale e il loro ascendente ideologico. Nelle scuole, i giovani, e attraverso di loro i genitori, subiscono un vero e proprio lavaggio del cervello. Ma i partiti religiosi distribuiscono anche degli aiuti. Il governo e le autorità locali riducono o sopprimono i pasti caldi offerti agli studenti poveri delle scuole pubbliche? Gli istituti scolastici dello Shas, invece, li garantiscono. E offrono anche dei corsi supplementari, alla fine dei quali gli studenti vengono riportati a casa. Non c'è da stupirsi se, in queste condizioni, il numero delle scuole dei partiti religiosi continua ad aumentare. Nella zona sud di Tel Aviv, il numero dei bambini iscritti alle scuole materne dello Shas è aumentato del 20% e fra i nuovi iscritti ci sono molti bambini di famiglie laiche, i quali i primi giorni vanno a scuola senza kippa (zucchetto) sulla testa e successivamente si abituano a portarlo e finiscono per unirsi ai loro compagni religiosi nella preghiera (10). Come a dire che i partiti religiosi ebraici fanno ricorso alle stesse tecniche del movimento islamista in Israele e di Hamas in Cisgiordania e a Gaza. La somiglianza dei metodi di reclutamento dei partiti religiosi, ebraici e musulmani, è straordinaria.
I laici, sentendosi braccati dalle costrizioni e dai vincoli religiosi in continuo aumento, abbandonano Gerusalemme in numero sempre maggiore. Dopo le elezioni del 29 maggio 1996, molti intellettuali parlano di una "guerra di civiltà" che opporrebbe i laici ai religiosi. Secondo Baruch Kimmerling, se è vero che le ultime elezioni hanno riportato al potere la coalizione del "campo nazionale per la salvaguardia del Grande Israele", all'interno di questa esiste però, in nuce, un serio conflitto fra il nazionalismo haredim e il nazionalismo laico il quale presenta elementi di liberalismo. Certi religiosi si sforzano di rassicurare i laici con la promessa di non "guardare cosa hanno nel piatto". Ma la battaglia della civiltà è una battaglia che riguarda il carattere e l'immagine dello stato più di quanto riguardi i singoli individui.
Lo scrittore Yael Hadaya ha recentemente pubblicato un racconto che descrive Israele dopo le elezioni legislative del maggio 2004. I partiti religiosi tradizionali e quello degli amuleti e dei borbottii avranno allora vinto le elezioni e imporranno le loro leggi e i loro costumi. E perché i non religiosi possano continuare a vivere in Israele si pensa alla creazione di una "autonomia"... laica (11).
In fin dei conti, perché non immaginare due stati non lo stato di Israele e quello palestinese, ma uno stato religioso e uno laico? Alcuni sorridono quando si evoca questa eventualità, ma altri la prendono molto sul serio: l'acutizzarsi delle contraddizioni fra religiosi (in genere dei militanti) e laici (spesso depressi) rende la coesistenza sempre più difficile.




note:


* Giornalista del quotidano Haaretz, Tel Aviv
(1) Yediot Aharonot, 19 ottobre 1997
(2) Citato da Dominique Vidal, Des facteurs politiques de l'emprise de la religion en Israel, Actes, Parigi, aprile 1992.

(3) La percentuale di giovani dispensati dal servizio militare a causa dei loro studi religiosi è raddoppiata in tre anni per arrivare, nel 1997, al 7,5% (Haaretz, 23 novembre 1997)
(4) Cfr. Dominique Vidal, L'inquietante normalizzazione della società israeliana, le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1996.

(5) Haaretz, 27 dicembre 1996
(6) Cfr. "In nome del Grande Israele", le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 1995
(7) Dichiarazione trasmessa sul primo canale della televisione israeliana, 19 ottobre 1997.

(8) Yedioth Aharonot, 15 ottobre 1997.

(9) D'altronde, secondo lo stesso sondaggio, il 44% afferma di sentirsi più vicino alla religione di quanto lo fossero i suoi genitori, il 33% vicino quanto i suoi genitori e il 22% meno vicino dei suoi genitori. Le donne (l'8,2%) tornano alla fede più degli uomini (il 6,7%); i giovani di 18-30 anni (il 20%) più di chi ha più di 30 anni (il 12%); gli orientali (il 12%) più degli occidentali (il 4%) vengono chiamati orientali gli ebrei originari dell'Asia e dell'Africa, occidentali coloro che vengono dall'Europa o dagli Stati uniti; coloro che hanno finito il liceo (il 10%) più di chi ha fatto degli studi superiori (il 5%). Quanto poi all'educazione religiosa all'ebraismo dei figli, il 16% degli intervistati ha dichiarato di averla intensificata.


(10) Hair, Tel Aviv, 1&oord ottobre 1997
(11) Haaretz, 10 ottobre 1997, supplemento.
(Traduzione P. R.)

 

Le frontiere maledette del Medio Oriente
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991
pp. 274


Introduzione

Nell'autunno del 1988 lessi una agghiacciante considerazione espressa da Israel Shahak, presidente della Lega israeliana dei diritti dell'uomo, che scriveva: "In quali condizioni l'attuale gruppo dirigente israeliano potrà operare il desiderato "trasferimento" di grande ampiezza (l'argomento era l'espulsione dei palestinesi dai territori occupati, n.d.a.) e continuare nello stesso tempo a ricevere l'ugualmente desiderato denaro americano? (...) La migliore risposta che io posso proporre a questa domanda essenziale è che il "trasferimento" potrà essere tentato in due circostanze: o per una guerra a iniziativa di Israele, o in una situazione in cui gli interessi americani in Medio Oriente, cioè i giacimenti petroliferi del Golfo, fossero seriamente minacciati e i regimi filoamericani fossero in pericolo di tracollo. Israele si presenterà in questo caso come il solo alleato di peso per gli americani nella regione (...) La mia opinione è che (...) Israele diverrà un alleato talmente importante per gli Stati Uniti che "in quanto difensore della civiltà occidentale nella regione" (espressione spesso usata dalla propaganda sionista negli Stati Uniti, anche se un po' meno da quando la televisione ha mostrato le immagini dell'Intifada) avrà diritto di applicare una politica di tipo nazista, come ad esempio l'espulsione totale. Non dimentichiamo che anche i nazisti all'epoca pretendevano di "difendere la civiltà occidentale contro il comunismo" e che molti lo credettero" .
Era una previsione che di fatto conduceva all'idea dell'imminenza di una guerra.
Con tutta evidenza non era una sola guerra che Shahak vedeva come possibile, dal suo posto di osservazione privilegiato, ma due: una guerra arabo-israeliana e una guerra americana per il petrolio. A conti fatti, queste due guerre tornavano poi a fondersi in una sola. Tutti quelli che si occupano di problemi mediorientali tengono sempre a mente che dal dicembre 1981 gli Stati Uniti ed Israele sono uniti da un trattato di alleanza strategica. Vi sono clausole segrete e clausole segretissime di questo trattato. La parte segretissima impegnerebbe gli USA ad aiutare gli israeliani a fabbricare missili a testata nucleare, secondo le affermazioni del giornale saudita Al Sharq Al Awsit, pubblicato a Londra. Quanto alla parte che è soltanto segreta, questa viene citata sistematicamente dalla stampa israeliana. Per usare le parole del Jerusalem Post, gli Stati Uniti hanno assunto fin dal 1981 l'impegno di "preservare la superiorità di Israele nei confronti della coalizione araba". In altre parole, il Pentagono ha fornito la garanzia di mantenere lo Stato ebraico in una condizione di supremazia militare assoluta su tutti gli eserciti arabi riuniti. La forza militare di tutti gli Stati arabi messi insieme non dovrà mai superare, in particolare dal punto di vista qualitativo, quella di Israele. Questo accordo evidenzia nel modo più esplicito l'importanza ed il ruolo che Israele assume in Medio Oriente e nella strategia americana.
La ricerca della superiorità militare assoluta comporta in se stessa la bivalenza difensiva-offensiva. Dubbi non possono comunque sussistere giacché sempre nel dicembre 1981 l'allora ministro della Difesa israeliano, il generale Ariel Sharon, definì con la massima precisione gli obiettivi della politica militare israeliana: "La sfera di interesse strategico di Israele deve essere allargata fino a includervi, negli anni Ottanta, paesi come Turchia, Iran e Pakistan e aree come il Golfo Persico e l'Africa".
Per conseguenza non esistono due politiche, una americana e una israeliana per il Medio Oriente; le due politiche in ultima analisi sono una sola, poiché finiscono sempre per integrarsi. Ogni fattore è ricondotto al problema centrale, quello che costituisce il nocciolo della questione, il dominio strategico del Medio Oriente e la "vigilanza" sui paesi arabi.
Ancor meno esistono singoli problemi separabili dal contesto generale. In senso ora attivo ora passivo, l'uno influenza l'altro. Non c'è un problema palestinese separato da quello dell'immigrazione degli ebrei sovietici, dal problema del nazionalismo arabo, dal problema dell'integralismo islamico, dal problema del prezzo del petrolio, dal problema della regolazione dell'estrazione del greggio, dal problema dell'armamento arabo, dal problema della potenza militare israeliana. Schematicamente, se i palestinesi vengono attaccati da Israele perché gli ebrei sovietici nuovi arrivati hanno bisogno di spazio, il nazionalismo arabo esplode, l'integralismo islamico chiede la guerra santa, gli arabi sotto la spinta delle masse brandiscono l'arma del petrolio e tendono ad armarsi e la potenza militare israeliana tende a distruggere l'armamento arabo. La concatenazione può essere invertita partendo da ognuno di questi fattori.
È difficile immaginare il modo in cui sarebbe possibile disinnescarne anche uno soltanto. La dinamica di ciascuno possiede una propria traiettoria infallibile che conduce sempre allo scontro militare.
C'è un dosaggio che la diplomazia definisce "equilibrio". Il difetto del dosaggio è che, nella realtà, esso consiste nel contenimento forzoso della potenzialità esplosiva di ciascun fattore, contenimento che prevede inevitabilmente l'uso di una certa quantità di forza o quantomeno di costrizione, e per conseguenza produce un certo grado di tensione. Assomiglia al processo che si compie in una pentola a pressione sotto cui è permanentemente acceso un fuoco o un fuocherello. Solo che in questo caso in ogni pentola non c'è acqua, c'è una miscela esplosiva, che quando scoppia produce grande calore e minaccia di provocare una deflagrazione generale di tutte le pentole, per simpatia.
Perché ciò sia chiaro vorrei dare al lettore l'esempio di come è stata "costruita" la guerra che chiamiamo convenzionalmente del Kuwait, e nella quale il Kuwait è in fondo il più trascurabile degli elementi.
Dal 1988 mi sono proposto di accumulare documentazione sul Medio Oriente cercando di identificare gli stati di avanzamento del processo che può condurre alla "soluzione finale" del problema palestinese com'è prospettata da Israel Shahak, cioè l'espulsione militare dei palestinesi dalla Cisgiordania.
Il 1988 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico in Medio Oriente, poiché vide terminare (l'8 agosto) la guerra fra Iran e Irak, con un nulla di fatto che lasciava affacciate sul Golfo Persico due potenze militari duramente provate, ma insieme agguerrite, con due corpi di battaglia dotati di grande esperienza di combattimento e nel complesso più forti di quando avevano iniziato la guerra. In particolare l'Irak poteva vantare 55 divisioni, 700 aerei, 5.500 carri armati, una potentissima artiglieria e 2.500 missili di vario tipo.
Il problema del rapporto di forze tornava quindi a proporsi, ma non più soltanto per Israele, bensì soprattutto per gli Stati Uniti, i quali nel corso degli otto anni del conflitto Iran-Irak avevano giocato (con intelligenza o con stupidità sarà la storia a dirlo) la carta del laico Saddam contro il fanatico Khomeini, che, in termini più vicini alla realtà politica, è come dire che avevano armato il nazionalismo arabo iracheno per indebolire l'integralismo islamico iraniano.
Anche il 1989 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico, ma per un diverso motivo. La distensione, l'evoluzione politica intervenuta all'interno dell'Unione Sovietica, i mutamenti nell'Est europeo, aprirono la strada a una nuova ondata di emigrazione ebraica verso Israele. Ciò diede la concreta possibilità ai sionisti di mettere in esecuzione i vecchi piani di espansione demografica (portare gli abitanti dello Stato ebraico a 7 milioni entro il duemila) che erano rimasti un miraggio fino a quando l'URSS, per rispetto verso gli arabi, aveva impedito l'espatrio agli ebrei. Mi limiterò qui a elencare cronologicamente i fatti che, a mio modo di vedere, hanno segnato la progressiva corsa verso lo scontro.
Il 16 settembre 1989, prendendo in esame la decisione americana di limitare l'afflusso di ebrei sovietici negli Stati Uniti, il primo ministro israeliano Itzhak Shamir disse: "Gli ebrei vogliono lasciare l'Unione Sovietica. Diciamo pure che preferirebbero l'America a Israele. Ma non possono andare in America. Quindi verranno in Israele". Già da mesi l'arrivo di una grande ondata immigratoria dall'Est e dall'URSS era causa di un acceso confronto politico all'interno di Israele. I movimenti estremisti invitavano incessantemente nei loro interventi all'espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania manu militari. Le prese di posizione ufficiali di Shamir, nel suo doppio ruolo di esponente delle tendenze estremistiche prevalenti in Israele e di capo dell'esecutivo, contenute in una serie di interviste pubblicate con grande rilievo dalla stampa israeliana, sono la traccia più significativa per seguire l'evoluzione della situazione dal lato dello Stato ebraico.
Nel febbraio del 1990 Shamir causò una tempesta politica internazionale dichiarando: "Un grande Israele è necessario per installarvi tutti gli ebrei sovietici". "Grande" è un'espressione ambigua, che può essere molto minacciosa in bocca a un sionista, come il lettore apprenderà leggendo questo libro. Il 3 marzo, mentre l'interesse del mondo era concentrato sull'ipotesi di trattative in vista di una soluzione del problema dei territori occupati, Shamir fu interrogato su che cosa avrebbe dovuto fare l'OLP per rendersi accettabile come interlocutore nei colloqui di pace. La sua risposta lapidaria fu mirata per liquidare ogni possibilità di trattativa: "L'unica cosa che può fare è sciogliersi, perché la sua richiesta minima è uno Stato palestinese e uno Stato palestinese non può coesistere con Israele". A ben riflettere, con questo Shamir introduceva già un'ipotesi di guerra, in quanto ignorava ogni possibilità di pace. Se infatti la sola possibilità di pace consiste nel dare ai palestinesi lo Stato che ormai tutta l'umanità riconosce loro come un diritto, il negare qualunque possibilità di coesistenza equivale a ipotizzare la guerra come unico mezzo da parte araba per conseguire la realizzazione del diritto, e da parte israeliana per impedirlo.
Nella stessa intervista del 3 marzo Shamir affrontava in chiaro il problema degli ebrei sovietici: "Il popolo ebraico deve concentrare tutti i suoi sforzi e tutte le sue capacità nell' assorbimento dell'immigrazione sovietica. Deve far venire qui e insediare il massimo numero di ebrei sovietici entro la fine del secolo. Dobbiamo condizionare tutti gli altri problemi politici e sociali a questo dovere. Io propongo che tutti i leaders di Israele si occupino esclusivamente dell'immigrazione sovietica". Infine anticipava più precisamente l'evoluzione che ci si doveva attendere dallo Stato ebraico: "(...) Una grande immigrazione ha bisogno di uno Stato forte". Il portato ovvio di questa politica era che Israele doveva far conto soprattutto, se non esclusivamente, sulla sua potenza militare, tanto offensiva quanto difensiva.
Il 21 giugno 1990, in un'altra intervista dall'intonazione solenne, Shamir sottolineava la natura di sfida agli arabi che l'immigrazione di massa di ebrei sovietici assumeva. Un giornalista gli aveva chiesto: "Alcuni credono che il deterioramento della situazione ci porterà a una guerra". "Dopo un intervallo di relativa tranquillità voci di guerra si ricominciano a sentire nel mondo arabo (...) Questa volta è l'Irak", rispose Shamir. "Alcuni paesi arabi sono realmente sinceri quando dicono che è l'immigrazione stessa che crea il pericolo di guerra (...)" "Allora gli arabi sono giustificati nella loro paura dell'immigrazione", aveva insistito il giornalista. Shamir non si lasciò sfuggire l'occasione di lanciare il suo messaggio finale: "Hanno ragione, dal loro punto di vista, perché questa immigrazione è la vera vittoria del sionismo e di tutto ciò che Israele significa". Ancora una volta bisogna ricorrere alla storia per comprendere "tutto ciò che Israele significa", e rimando il lettore al contenuto del libro.
Uno stillicidio di notizie di significato inequivocabile faceva da contorno agli orientamenti generali enunciati da Shamir, indicando come drammaticamente vicino nel tempo il momento in cui la politica israeliana avrebbe urtato contro la resistenza del mondo arabo. Il 20 gennaio 1990 il generale Yitzhak Mordechai, comandante delle truppe israeliane in Cisgiordania, annunciò che la soluzione militare contro l'Intifada era ormai, più che una possibilità, una certezza, affermando senza condizionali: "La rivolta sarà schiacciata da una posizione di forza con la potenza delle forze armate israeliane". L'ipotesi di Israel Shahak relativa alla causa scatenante di un nuovo conflitto arabo-israeliano cominciava così a prendere forma concreta.
In marzo Israele stabilì la censura militare su tutte le notizie riguardanti l'arrivo degli immigrati dall'Est e dall'URSS. Alla fine di marzo i servizi segreti americani e inglesi provocarono il sequestro di 40 detonatori nucleari diretti all'Irak. Il 2 aprile, Saddam Hussein dichiarò che la campagna di stampa scatenata contro l'Irak sulla base di questo episodio aveva lo scopo di fornire una giustificazione ad un attacco "chirurgico" da parte di Israele contro le industrie militari irachene, analogo a quello che aveva lanciato nel 1981 contro il reattore nucleare "Osirak". Lo stesso 2 aprile Israele metteva in orbita, con un missile della famiglia "Shavit", il satellite "Ofek-2" con capacità militari. Contemporaneamente nel deserto del Negev entrava in funzione la stazione radio della "Voice of America" (la voce dell'America) per trasmissioni in lingua araba.
Ogni dubbio che un conflitto stava preparandosi doveva essere eliminato agli occhi di qualsiasi osservatore attento, all'apparire, il 5 maggio 1990, sul Jerusalem Post, di un significativo articolo dovuto alla penna del colonnello Irving Kett, dell'esercito degli Stati Uniti, un esperto di alto rango di strategia militare americana applicata al teatro di operazioni israelo-palestinese. Nel 1974 Kett era stato inviato in Israele dallo "US War College", per definire, a uso del Dipartimento di Stato, i limiti territoriali minimi per la sicurezza dello Stato ebraico. Pertanto è un'autorità indiscutibile nella materia. Nell'articolo Kett illustrava il suo pensiero ricordando, a titolo di premessa, la presa di posizione di 100 generali e ammiragli americani che nell'ottobre del 1988 avevano affittato un'intera pagina del Washington Times per sollecitare clamorosamente Israele a non abbandonare in alcun caso i territori occupati, sulla base della considerazione che "(...) Un Israele forte ha servito gli interessi americani. Per rimanere forte deve conservare la linea del fiume Giordano come suo confine orientale. Premere su Israele perché si ritiri da questa linea, né porterà la pace, né servirà gli interessi americani". Evidentemente chi aveva ordinato al colonnello di scrivere l'articolo, era animato dall'intenzione di portare in primo piano gli "interessi americani". Kett scendeva poi ad affrontare nei particolari tecnici il problema della "profondità strategica" necessaria per la difesa del territorio israeliano in caso di guerra con gli arabi, premettendo che "(...) la pace in Medio Oriente serve gli interessi nazionali americani (...) a causa delle enormi riserve petrolifere della regione". Più allarmante di ogni altra cosa, nell'articolo di Kett, era il riferimento esplicito alla sostanza del trattato di alleanza strategica fra USA e Israele, quando il colonnello, a conclusione della sua analisi, affermava che gli israeliani stavano scivolando verso l'inferiorità militare rispetto agli arabi, dicendo per l'esattezza: "Gli arabi oggi possiedono il più vasto e più moderno arsenale di armamenti del mondo, dopo gli USA e l'Unione Sovietica. Hanno acquisito questo enorme arsenale spendendo centinaia di miliardi di dollari evidentemente con un obiettivo fondamentale: la distruzione dello Stato di Israele. In categorie critiche di armamenti Israele non è riuscito a mantenere un rapporto di tre a uno in favore dell'insieme degli eserciti arabi che sono schierati contro di lui. Questo divario sta continuando ad allargarsi, e ci si può domandare se Israele non stia perdendo anche il suo vantaggio qualitativo".
A buon intenditor poche parole: era arrivato il momento di "ridurre" il potenziale bellico arabo, nella sua parte "esuberante". Se il colonnello Kett citava solo una volta nel suo testo i missili dell'Irak, la stampa israeliana nei giorni successivi si sforzava senza risparmio di localizzare in quale paese dello schieramento arabo andava materializzandosi la "insopportabile" superiorità militare araba.
L'11 giugno il Parlamento israeliano diede la maggioranza al governo più a destra della storia di Israele, e in questo il generale Sharon, il responsabile della strage di Sabra e Chatila e stratega del "grande Israele", assumeva il ministero preposto alla fornitura di alloggio agli immigrati sovietici, con "poteri straordinari".
Dal canto suo l'Irak, per bocca di Saddam Hussein, lanciava la minaccia di "incenerire mezzo Israele" in caso di aggressione.

La scalata proseguiva. L'imperativo strategico israelo-americano sottolineato da Kett comportava inevitabilmente che tutto il peso del dispositivo americano di difesa del Medio Oriente si spostasse in direzione dell'Irak. Nel febbraio del 1990 il giornale Petroleum Economist già sollecitava Bush a riempire con una solida "influenza americana" il pericoloso "vuoto di potere" prodottosi nel Golfo, fraseologia per iniziati, ma tutto sommato chiara.
È forse utile qui un accenno più generale alla pur arcinota questione del dominio strategico statunitense sulla regione petrolifera del Medio Oriente. Di quale petrolio si parla quando si dice che gli americani fanno la guerra del Golfo per il petrolio?
Il petrolio che è in giuoco nel conflitto in corso mentre questo libro compare, non è quello che consumiamo oggi o che consumeremo nei prossimi 10 anni, ma il petrolio del prossimo secolo. Prendo in prestito qualche cifra dalla rivista francese Alternatives Économiques (Alternative Economiche) per introdurre il lettore:alla comprensione dei grandi scontri di interessi entro cui vanno collocati gli avvenimenti. Il Kuwait, in apparenza, non occupa che un ruolo marginale sulla scena petrolifera mondiale, con i suoi 95 milioni di tonnellate prodotte nel 1989. Se l'Irak riuscisse ad assommare alla sua produzione (139 milioni di tonnellate) quella del Kuwait, diverrebbe il quarto produttore del mondo dopo l'URSS, gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita. Ma salirebbe al secondo posto mondiale tra gli esportatori di greggio.
Ma non è qui il problema. Il Kuwait rappresenta soltanto il 3% della produzione mondiale, ma dispone del 9,4 % delle riserve mondiali provate, esattamente come l'Irak (9,9%) e l'Iran (9,2%). Entro quindici anni -se nessuna scoperta capace di sconvolgere la statistica verrà effettuata di qui ad allora (e se il consumo mondiale resterà vicino agli attuali 3 miliardi di tonnellate l'anno) l'Irak e il Kuwait uniti potrebbero rappresentare dal 15 al 20 per cento della produzione mondiale, ma un quarto delle riserve provate di tutto il petrolio del mondo. Gli altri paesi del Golfo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Oman, ne deterrebbero circa il 60% (di cui il 34% da parte della sola Arabia Saudita). Questa regione è destinata a divenire, entro quindici o venti anni, depositaria dell'85% delle riserve petrolifere del mondo. Di più: la maggior parte delle riserve ancora da scoprire si trovano, secondo le più avanzate ricerche scientifiche, anch'esse sotto la sabbia dei deserti mediorientali. Tutti sanno già oggi che la maggior parte del petrolio del ventunesimo secolo verrà dal Golfo.
Gli Stati Uniti avranno sicuramente esaurito le proprie riserve nazionali - Alaska esclusa - entro la fine del secolo. Già oggi gli Stati Uniti sono divenuti parzialmente dipendenti dal petrolio del Golfo e di più si avviano a diventarlo nel futuro. Nel 1972 importavano dal Medio Oriente il 13% del loro consumo petrolifero. Nel 1985 la quota era cresciuta al 45 %. Nel gennaio del 1990 aveva toccato il 54 per cento.
I paesi che importano molto petrolio, vale a dire i paesi industrializzati che basano il loro tenore di vita elevato sulla disponibilità illimitata del petrolio al più basso prezzo, con alla testa gli Stati Uniti, sono perciò comprensibilmente sensibili al rischio di una concentrazione delle risorse petrolifere nelle mani di paesi militarmente forti, e gelosi delle proprie prerogative nazionali, come Irak, Algeria, Iran e Libia. Ufficialmente la guerra del Golfo per il recupero del Kuwait alla sovranità della famiglia dello sceicco Jaber Al Ahmad Al Sabah è stata presentata come "la difesa del diritto internazionale e dell'ordine esistente". Ma nessuno ci crede.
Il dubbio sorge proprio a proposito dell'ordine esistente, che nei paesi che ho citato non collima affatto con gli interessi dei paesi industrializzati. L'obiettivo finale implicito nella guerra è stato, al contrario, la destabilizzazione dell'"ordine esistente" in Irak. E americani e alleati proverebbero certo grande soddisfazione se potessero destabilizzare anche Iran, Algeria e Libia. Il rigore nazionalistico di questi paesi (che potrebbe essere fonte di contagio) rappresenta un pericolo mortale non tanto per l'economia mondiale in sé e per sé, quanto per le economie di un ristretto gruppo privilegiato di paesi sperperatori di energia. È una considerazione ispirata dalle cifre. Attualmente il 73% di tutto il petrolio dell'orbe terracqueo è consumato dal 22% della popolazione mondiale. Il 78% degli abitanti della terra, i più poveri, utilizzano solo il 27% del petrolio estratto. Ma gli Stati Uniti, che costituiscono solo il 4,8% della popolazione del globo, ne bruciano da soli il 25%.
Nella primavera del 1990 l'ipotesi di un conflitto in Medio Oriente era già disegnata nei suoi contorni precisi. L'Irak si trovava nella posizione di paese bersaglio designato di una offensiva strategica congiunta israelo-americana, diretta ad annullarne la capacità militare. Per Israele, la distruzione del potenziale bellico iracheno era la premessa indispensabile per l'espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania, in quanto l'Irak era il solo paese arabo che avesse la volontà dichiarata di opporvisi e la forza per farlo. Per gli Stati Uniti, la rimozione del pericolo iracheno era un imperativo assoluto per poter mantenere, nell'immediato e in prospettiva, il controllo del petrolio mediorientale e garantire la stabilità delle petromonarchie. Si può dire che nella primavera del 1990 le condizioni essenziali per una guerra erano già tutte riunite.
Il ruolo del Kuwait in questo giuoco non si presentava ancora in modo definito come la possibile causa scatenante e come il terreno dello scontro militare. Nell'opinione dei tecnici militari, nella primavera del 1990, la guerra aveva tutta la probabilità di scoppiare nella forma di un intervento dell'esercito iracheno a difesa della Giordania attaccata da Israele per trasferirvi a forza i palestinesi. Il 23 febbraio 1990 si era tenuta ad Amman una conferenza dei capi di governo arabi, alla quale avevano partecipato sia Saddam Hussein che l'egiziano Hosni Mubarak, amico degli americani. Il presidente iracheno aveva manifestato a chiare lettere l'intenzione dell'Irak di opporsi a Israele difendendo la Giordania, aveva invocato l'uso della forza militare araba per "liberare tutta la Palestina", e aveva preannunciato che si sarebbe opposto agli Stati Uniti nel Golfo.
In quella occasione, Saddam Hussein elencò anche le sue rivendicazioni nei confronti del Kuwait: rimborso del petrolio prelevato abusivamente dal Kuwait nel giacimento di Rumailah, annullamento del debito che l'Irak aveva contratto con il Kuwait nel corso della guerra con l'Iran (in quanto, diceva Hussein, l'Irak aveva combattuto contro gli iraniani anche per difendere il Kuwait), concessione all'Irak di un tratto di costa del Kuwait in acque profonde per costruirvi un porto, come sbocco sul Golfo di cui l'Irak era privo, un prestito immediato di 10 miliardi di dollari, cessazione della politica di svendita del petrolio a basso prezzo praticata dal Kuwait, che era fonte di enorme danno per l'Irak e metteva in pericolo la sua economia. La riunione, tempestosa, era finita con una rottura definitiva tra Saddam Hussein e Hosni Mubarak, accusato d'essere "servo degli americani".
Senza Parlamento da quattro anni, il Kuwait appariva in quel momento innanzitutto preda di una instabilità interna. Lo sceicco aveva sciolto d'autorità l'assemblea legislativa nel 1986 perché quest'ultima aveva preteso di esercitare un controllo sull'esecutivo in merito alla politica petrolifera, dominio tradizionale assoluto della famiglia regnante. L'opposizione e la famiglia Sabah erano ai ferri corti. Il capo spirituale sciita Mohamed Baqr Abbas El Mussawi si trovava in carcere da tempo sotto l'accusa di avere introdotto nel paese armi ed esplosivi e di aver creato un'organizzazione per rovesciare il potere della famiglia Sabah. Nemica giurata delle monarchie petrolifere, l'opposizione sciita kuwaitiana era una forza non trascurabile, con una certa propensione per la lotta armata. Dal 12 dicembre 1983, quando 6 automobili imbottite di tritolo erano saltate contemporaneamente a Kuwait City davanti a varie ambasciate occidentali, la vita politica in Kuwait era segnata da manifestazioni di inquietudine. Nel 1989, 16 kuwaitiani sciiti erano stati sommariamente giudicati e decapitati in Arabia Saudita, sotto l'accusa di aver disseminato di petardi esplosivi propagandistici l'itinerario dei pellegrini alla Mecca, al fine di screditare il governo saudita.
Allo scopo di ridurre al silenzio il movimento democratico che, sotto l'impulso di un gruppo di 32 ex deputati, reclamava insistentemente un parlamento autenticamente rappresentativo, lo sceicco Jaber aveva escogitato l'elezione di un "Consiglio nazionale provvisorio" (istituzione non prevista dalla Costituzione), con funzioni puramente consultive; una parodia di istituzione parlamentare destinata a fungere da paravento al potere assoluto dell'autocrazia dei Sabah. Boicottate dall'opposizione, secondo i dati ufficiali le elezioni, tenute il 10 giugno 1990, avevano visto la partecipazione del 62 per cento degli elettori, nella maggior parte membri delle tribù beduine, politicamente sottosviluppati, coperti di pensioni e favori dallo sceicco, che vivevano normalmente fuori dal Kuwait, i più in Arabia Saudita, e si presentavano a Kuwait City una volta al mese per incassare lo stipendio. L'assemblea eletta non appariva rappresentativa della classe politica e intellettuale del paese, né delle categorie economiche. I manifestini dell'opposizione democratica, distribuiti a migliaia di esemplari in tutto il Kuwait, denunciavano la manipolazione del voto e le violenze esercitate sugli elettori per obbligarli a recarsi alle urne. L'arresto del portavoce dell'opposizione, l'ex diplomatico Mohamed Kadiri, rendeva palese il nervosismo dello sceicco di fronte a una situazione che stava sfuggendogli di mano.
Era in questa situazione di debolezza interna che il regime della famiglia Sabah affrontava lo scontro con l'Irak. Anche se le rivendicazioni territoriali apparivano un elemento secondario, un'arma di pressione sfoderata dall'Irak per indurre a miti consigli il recalcitrante sceicco del Kuwait, esse pesavano tuttavia come una spada di Damocle sull'emirato.
La vera questione di vita o di morte alla metà dell'anno 1990 per l'Irak era costituita dal prezzo del petrolio. A partire dal 1985, la direzione della politica petrolifera dei paesi dell'OPEC era stata dominata dalla logica imposta dalle monarchie petrolifere, con alla testa l'Arabia Saudita ed il Kuwait: vendere quanto più petrolio possibile ai prezzi più bassi. Il Kuwait, che secondo le quote fissate dall'OPEC avrebbe dovuto produrre non più di 1,5 milioni di barili al giorno, aveva continuato a gettare sul mercato 2,1 milioni di barili quotidianamente.
Per paesi scarsamente popolati, come le petromonarchie, con pesi sociali irrisori rispetto alle gigantesche quantità di petrolio disponibili, gli introiti delle esportazioni petrolifere concentrati nelle mani delle famiglie regnanti (più o meno 1.000 persone in Kuwait, ad esempio) potevano essere rovesciati sul mercato mondiale dei capitali, generando profitti che compensavano largamente il basso prezzo del petrolio praticato all'origine. Questa politica era in evidente sintonia con gli interessi generali dell'economia occidentale, ansiosa di greggio a basso prezzo, che ne aveva largamente approfittato per rinviare la sua crisi latente. Nei primi mesi del 1990 questa politica aveva provocato un vero collasso dei corsi. Da marzo a giugno 1990 il prezzo del petrolio aveva subito un calo del 30%. Una caduta dovuta a cause totalmente artificiali. Nei dati fondamentali del mercato non vi era stata alcuna modifica che potesse giustificarlo. All'inizio di giugno il greggio era giunto a valere intorno ai 12 dollari al barile. Secondo l'analista americano Joseph Story, il prezzo reale del petrolio, tenuto conto dell'inflazione, era arrivato all'inizio dell'estate 1990 al suo più basso livello storico. Bisognava risalire agli anni Venti per trovare prezzi del greggio altrettanto bassi.
Questa discesa pilotata del prezzo del greggio fra la primavera e l'inizio dell'estate del 1990 aveva, in sé, implicitamente, tutte le caratteristiche di una guerra economica contro l'Irak, condotta per indebolirlo nel momento in cui la tensione con Israele raggiungeva il suo culmine. Così fu interpretata a Baghdad.
Fra il moltiplicarsi delle dichiarazioni sulla "inevitabilità" della guerra, il 18 giugno l'Irak affermò di attendersi come prossimo, se non imminente, un attacco israeliano alle sue industrie belliche, promettendo una "risposta totale". Il 30 giugno Saddam Hussein definiva nuovamente "inevitabile" il conflitto se gli Stati Uniti non avessero provveduto a contenere Israele che si accingeva a espellere i palestinesi dai territori occupati e che cercava di "dominare il mondo arabo". L '11 luglio, Saddam Hussein reiterava le sue accuse contro Israele, precisando di avere "informazioni" su un progetto di attacco israeliano contro l'Irak.
Per questa guerra mancava solo il fattore scatenante.
All'inizio di luglio 1990, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti comunicarono all'OPEC l'intenzione di aumentare ulteriormente l'estrazione di greggio e di procedere a vendite massicce sui mercati mondiali, cosa che avrebbe inevitabilmente provocato una ulteriore caduta del prezzo. Gli storici saranno molto sorpresi in futuro se dovessero assodare che questa iniziativa del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti fu presa senza essere coperta da una garanzia militare americana. Il 12 luglio il ministro algerino Sadek Bussena, presidente di turno dell'OPEC, respinse fermamente questa ipotesi, dichiarando che il prezzo del petrolio doveva essere portato invece subito ad almeno 18 dollari mediante una riduzione dell'offerta. Il 17 luglio, in un discorso telediffuso in occasione del 22o anniversario dell'ascesa al potere in Irak del Partito Socialista Arabo Baas, Saddam Hussein denunciò esplicitamente la "politica petrolifera seguita da certi governanti dei paesi arabi che agiscono su istigazione degli Stati Uniti". Ritenendo tale politica "ostile alla nazione araba", il presidente iracheno minacciò rappresaglie, senza precisarne la natura. Tirando in ballo direttamente gli USA, Saddam Hussein rivolse agli americani l'accusa di dettare la politica petrolifera del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti in funzione anti irachena.
Il 18 luglio, in un memorandum ufficiale rimesso al segretario generale della Lega Araba, l'Irak chiamò formalmente il Kuwait a rispondere del "delitto" d'aver pompato senza limiti, fin dal 1980, petrolio dal giacimento di Rumailah, che si trova a cavallo della frontiera fra Kuwait e Irak, ma per otto decimi in territorio iracheno. L'Irak definì questo atto come "aggressione militare". Il tono dell'accusa irachena era violento ed esplicito: il Kuwait seguiva una politica petrolifera volta deliberatamente, su mandato americano, a indebolire l'Irak nel momento in cui questo doveva far fronte a una feroce campagna "imperial-sionista". Portata davanti alla massima istanza araba, l'intimazione assumeva il valore di un ultimatum.
Nell'ultima decade di luglio, la situazione precipitò verticalmente. Mentre lo scontro fra Irak e Kuwait andava assumendo toni sempre più aspri e minacciosi, il Washington Post rivelò la presenza di due divisioni irachene blindate, rinforzate da carri pesanti e artiglieria, alla frontiera con il Kuwait. Il Pentagono diede inizio a "manovre congiunte" con le forze degli Emirati Arabi Uniti nel Golfo. Il presidente egiziano Mubarak, il 25 luglio, consigliò l'Irak ed il Kuwait di "dar prova di elasticità"
nelle trattative "per evitare l'intervento straniero". Quali informazioni particolari possedesse Mubarak per poter preannunciare come cosa certa uno sbarco americano preventivo in Kuwait, nessuno ha finora potuto sapere. Ma certo il preannuncio era chiaro. L'Irak reagì all'ostentazione di forza statunitense accusando gli Emirati Arabi Uniti di "scivolare verso il tradimento". Qual' era la reale importanza di queste manovre? Si trattava solo di una ostentazione di forza nel più classico stile della "politica delle cannoniere", o dei preparativi per fornire al Kuwait la "garanzia militare" che lo sceicco Jaber, fiducioso nell'onnipotenza americana, verosimilmente si attendeva?
La cosa sicura è che il 25 luglio si svolse a Baghdad il famoso incontro fra Saddam Hussein e l'ambasciatrice degli Stati Uniti ApriI Glaspie. Questo incontro è stato oggetto in seguito di molte discussioni e illazioni. L'Irak ha anche pubblicato la trascrizione precisa di tutto ciò che Saddam Hussein e la signora Glaspie si dissero: non vi fu da parte americana alcun ultimatum e nessun invito alla prudenza.
Secondo l'interpretazione corrente, la moderazione dimostrata dall'ambasciatrice con il presidente iracheno fu una trappola tesa dalla diplomazia americana per indurre l'Irak all'"errore fatale" di invadere il Kuwait. Gli Stati Uniti desideravano che Saddam Hussein commettesse il passo falso per giustificare agli occhi dell'opinione pubblica mondiale il successivo intervento militare. Era la "causa scatenante" che si cercava da tempo per la guerra. Con questa mossa gli Stati Uniti conseguirono almeno sei risultati:
1) si consentivano il ricorso all'arma della "difesa della legalità internazionale" e la mobilitazione, o strumentalizzazione che sia, dell'ONU;
2) limitavano il teatro della guerra al solo territorio del Kuwait e dell'Irak;
3) riducevano l'operazione militare alle dimensioni compatibili con l'unico corpo di battaglia di cui gli USA dispongono, cioè le forze mercenarie di "rapido intervento";
4) si collocavano nella posizione di poter raggiungere il loro obiettivo principale, quello di distruggere la forza militare dell'Irak, usando la loro unica, reale superiorità, la potenza di fuoco aerea, missilistica e navale, cioè l'arma "fredda" della distruzione a distanza, quasi immune da perdite;
5) ottenevano indirettamente, una volta distrutto l'Irak, di restituire a Israele la sua superiorità militare nel Medio Oriente;
6) mantenevano Israele fuori dal conflitto, impedendo la deflagrazione di una nuova guerra generale arabo-israeliana. Una strategia che includeva per gli USA anche numerosi vantaggi accessori, come ad esempio quello di obbligare tutti i paesi industrializzati ad allinearsi compattamente dietro di loro nella difesa di un interesse collettivo, il petrolio, rafforzando con ciò la propria supremazia; quello di sfruttare l'emergenza bellica per evitare il tracollo economico degli Stati Uniti; e infine quello di addossare le spese della guerra alle monarchie petrolifere e ai paesi industrializzati.
Strano, militarmente parlando, anche il comportamento delle forze armate del Kuwait. Lo sceicco Jaber mise in un primo momento in stato di allarme il suo piccolo ma armatissimo esercito, e successivamente annullò il dispositivo, inducendo le sue truppe alla passività. E in effetti gli iracheni avanzarono poi in territorio kuwaitiano senza incontrare resistenza. Perché? Lo sceicco volle semplicemente evitare le distruzioni di una battaglia? O i suoi alleati gli imposero una strategia a lungo termine che prevedeva in un primo tempo la perdita del territorio? Un comportamento che sembra collimare con l'idea della "trappola".
Ma l'Irak è caduto veramente nella trappola? L'idea di Saddam Hussein che "cade nella trappola" è difficilmente accettabile. In 22 anni di esercizio ininterrotto del potere è sempre apparso un freddo calcolatore.
La decisione di invadere il Kuwait fu presa verosimilmente a ragion veduta. Può darsi che il colloquio "dolce" di Saddam Hussein con l'ambasciatrice Glaspie abbia influito sulla data dell'invasione del Kuwait, in quanto può aver convinto lo stato maggiore iracheno che gli americani smorzavano i toni per guadagnare tempo e facilitare uno sbarco di sorpresa in Kuwait. Ma l'occupazione della "diciannovesima provincia" era un fatto implicito nella strategia dell'Irak.
Alla base della decisione di Saddam Hussein di accettare la sfida americana vi fu, giusta o sbagliata sarà la storia a dirlo, la valutazione dello stato di debolezza dell'Occidente. Il gruppo dirigente iracheno giudicò, il 2 agosto 1990, gli Stati Uniti e l'Occidente infinitamente più deboli di quanto volessero far credere: economicamente e finanziariamente in uno stato di crisi prossimo al collasso; militarmente, con un solo punto di forza, la potenza di fuoco, e incapaci di reggere un conflitto prolungato; politicamente privi di compattezza.
Il 26 luglio, il giorno successivo all'incontro di Baghdad fra Saddam Hussein e l'ambasciatrice americana, una riunione "storica" dell'OPEC a Ginevra segnò la fine dell'era del petrolio a basso prezzo. La solidarietà, per la prima volta in 10 anni, fra Irak e Iran, consentì di ripristinare la supremazia del nazionalismo petrolifero in seno all'organizzazione dei paesi produttori. Alla riunione, il Kuwait non fu rappresentato dal ministro Ali Khalifa che per molti anni era stato il principale artefice del calo dei prezzi del greggio, ma da un funzionario del ministero del petrolio, che quasi non intervenne nel dibattito.
Con la sua energia, appoggiata sulla sua solida forza militare, l'Irak trascinò i produttori dietro sé. L'accordo sulla gestione coordinata della produzione del petrolio da parte dei 13 membri dell'OPEC fissò l'aumento graduale del prezzo del barile partendo da un minimo di 18 dollari fino a un massimo di 25. La parte dell'OPEC nel mercato mondiale era in quel momento del 47%, una quota decisiva, molto vicina al 50%, capace di influenzare tutta l'economia mondiale. Facendo sentire il rumore dei cingoli dei suoi carri armati alla frontiera con il Kuwait, l'Irak aveva riportato fra i produttori arabi quella disciplina rispetto all'uso collettivo del petrolio che aveva consentito lo choc petrolifero del 1973 e la politica degli alti prezzi negli anni successivi.
Il 26 luglio, l'Occidente vedeva così allontanarsi quel controllo assoluto dell'oro nero, su cui ha basato tutto l'ultimo secolo della sua storia. Il nuovo interrogativo che si poneva al mondo era: chi avrebbe controllato veramente il petrolio del Medio Oriente? Le monarchie petrolifere l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l'Oman, il Bahrein e il Kuwait e i loro alleati occidentali, o le due potenze militari che si affacciano sul Golfo, l'Irak e l'Iran? Questa fu la vera sfida di Saddam Hussein.
Con l'invasione del Kuwait, il 2 agosto, l'Irak rispondeva alla trappola strategica degli Stati Uniti con una trappola storica. La storia è la vera arma segreta Saddam Hussein, un'arma infallibile.
Occupando il Kuwait, l'Irak si poneva nella condizione di sfruttare al massimo tutti i possibili fattori positivi della situazione:
1) sfruttava i mesi caldi del 1990 per trasformare il Kuwait in un campo trincerato, con qualche migliaio di chilometri di camminamenti, in superficie e sotterranei, bunker, ridotti, depositi, carri armati interrati, eccetera;
2) inchiodava così gli americani e i loro alleati a dover affrontare, per sgomberare il Kuwait, uno scontro sul terreno su cui sono più deboli, la battaglia terrestre;
3) poneva le premesse tattiche per poter infliggere all' avversario, soprattutto agli americani, quelle gravi perdite umane che potrebbero rovesciare le condizioni politiche del conflitto e che gli Stati Uniti sanno di dover evitare a ogni costo;
4) creava le condizioni militari minime per prolungare la guerra, annullando uno dei presupposti strategici chiave dell'azione americana, la brevità del conflitto, trasformandolo in una guerra di logoramento;
5) si metteva nelle condizioni per poter moltiplicare fino al massimo limite gli effetti della sua arma politica più potente: la capacità di resistenza. Una resistenza ostinata, irriducibile fino all'assurdo, che infiammando le masse arabe, avrebbe trasformato il conflitto in una contrapposizione storica fra tutta la nazione araba unita e l'intero Occidente, proiettata, al di là del presente, negli anni e nei decenni a venire.
Nel momento in cui licenzio queste pagine, questa resistenza ha già provocato una mutazione dei dati di base della situazione, che va al di là della questione palestinese, e della stessa questione arabo-israeliana. La fermezza dimostrata dal popolo iracheno ha determinato la nascita di una nuova forza, che superando un'antica contraddizione, fonde nazionalismo e integralismo arabo in nome di una guerra che non è più soltanto nazionale, e non è più soltanto santa. Il mito dell'arabo che muore combattendo contro gli occidentali ma non si arrende, è già calato nella psicologia delle masse arabe. I primi sei mesi del conflitto sono stati sufficienti per produrre questa mutazione. L'umiliazione militare e politica dell'Irak può scatenare un'ondata di nazionalismo capace di far saltare tutti gli "equilibri" sui quali si reggono i paesi arabi detti moderati su cui l'Occidente fa conto, e in tale situazione il nazionalismo arabo può trovare un sicuro alleato nel fondamentalismo islamico. Se Saddam Hussein dovesse essere ucciso, diverrebbe un martire, e si scatenerebbe l'inferno.
Ma già da ora sono assicurati tempi difficili. La trappola storica di Saddam Hussein è già scattata. Qualunque cosa accada, il dominio del petrolio non sarà cosa semplice.
Ecco le ragioni per cui ho cominciato a scrivere questo libro, alle 8 del mattino del 2 agosto 1990, dopo aver letto la notizia dell'invasione irachena del Kuwait, nella convinzione che si era aperta una nuova fase della storia del Medio Oriente. Una fase che fatalmente avrebbe riportato alla superficie tutti, e tutti insieme, i numerosi problemi apparentemente sepolti sotto le sabbie dei deserti mediorientali. La storia presenterà un pesante conto da saldare.
Nei 170 anni di dominio più recente l'imperialismo ha costruito un capolavoro di assurdità: non c'è un metro di territorio in tutta la regione mediorientale che non sia rivendicato da qualcuno e non c'è paese che possa dirsi al riparo da ambizioni altrui. La questione della sovranità sul Kuwait non è che un esempio quasi banale. La Turchia vuole Mossul e i suoi pozzi petroliferi, che ora appartengono all'Irak, e l'Iran considera il Bahrein come proprio territorio, l'Arabia Saudita da sempre mira ad assorbire alcuni emirati e una parte, o tutto, il Kuwait, lo Yemen pretende la restituzione dei territori che l'Arabia gli ha strappato con la forza; ognuno degli emirati, tutti Stati con debolissima giustificazione storica, rivendica un pezzo dell' altro: il Qatar rivendica il nord dell'Abu Dhabi, il Bahrein pretende alcune isole situate presso il Qatar, Abu Dhabi rivendica la sovranità su Dubay, Shariah vuole l'emirato di Ajman, il sultano di Mascate vuole Shariah, e secondo l'emiro di Ras Al Khaymah tutti e sette gli emirati della costa di Oman fanno parte del suo territorio; per altro la Giordania è uno Stato inventato, mai esistito nella storia, il Libano in ultima analisi è sempre stato territorio siriano, Israele è uno Stato letteralmente artificiale, programmato e realizzato secondo un disegno strategico delle grandi potenze a spese degli abitanti originari della Palestina, che occupa territori giordani, siriani, libanesi ed egiziani e aspira a nuove espansioni. Tutta la "legalità" nel Medio Oriente è stata costruita con l'illegalità, la prevaricazione e la violenza. Le frontiere non sono che righe immaginarie che attraversano il deserto, tracciate dopo estenuanti mercanteggiamenti e continue cancellazioni, con riga, compasso e matita, in base a imperativi arbitrari dettati da calcoli economici, totalmente estranei agli interessi dei popoli, che del resto nessuno si è mai sognato di interpellare. Ma sul terreno, sono stati gli eserciti conquistatori a fissare la geometria della spartizione delle ricchezze, in una sequenza interminabile di invasioni, sbarchi, colpi di mano, interventi militari, fra immani sofferenze e perdite spaventose delle popolazioni soggette. II cosiddetto "equilibrio" politico del Golfo Persico e di tutta la vasta regione che lo circonda, è in realtà un groviglio di contraddizioni laceranti, uscite da secoli di imperialismo allo stato puro, da due guerre mondiali e dal processo di disintegrazione di cinque imperi: quello ottomano, quello zarista, quello tedesco, quello francese e quello inglese. Un groviglio che fa di quest'area la politicamente più instabile e più pericolosa del mondo,. nella quale in ogni centimetro di confine è nascosta una bomba politica a scoppio ritardato.
Se la conferenza internazionale sul Medio Oriente che viene richiesta da più parti insistentemente si farà, sarà dominata dai riverberi della storia.
II presente breve lavoro di compilazione non ha la pretesa di inserirsi nel panorama delle opere storiche sul Medio Oriente. Benché costruito su una documentazione ineccepibile, vuoI essere soltanto una traccia di analisi nell'interpretazione dei fatti che sono all'attualità, in un momento in cui capire, giudicare e decidere diviene vitale per ciascuno e per tutti. Ho cercato semplicemente di colmare, almeno provvisoriamente, in attesa che qualcuno possa fare meglio e in modo più approfondito, una evidente lacuna di informazione. Questo libro è una specie di soccorso d'urgenza a beneficio delle vittime della "disinformazione N" della televisione, che lascia fisicamente intatto l'uomo davanti al video, ma lo distrugge dentro.

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Ogni giorno mi chiedo se qualcuno ha mai fatto una seria analisi di quali siano gli interessi nazionali italiani nella guerra del Golfo. Se questa analisi è stata fatta, deve essere avvenuta nelle stanze segrete, poiché sulla stampa non è trapelato nulla. C'è notizia di qualche migliaio di miliardi di commesse industriali perdute, ma nulla di più. Ma non è in questo genere di perdite che possono essere riassunti tutti gli interessi nazionali.
Ciò di cui si è sentito parlare fin troppo è dell'obbligo italiano a concorrere alla "difesa della legalità internazionale" e al "mantenimento dell'ordine esistente". L'argomento del mio libro è appunto il modo in cui si è formato l'ordine esistente nel Golfo e in Medio Oriente, e sono proprio le conclusioni cui sono giunto con la presente ricerca che mi hanno indotto a chiedermi se gli interessi italiani siano stati ben valutati. Se l'ordine internazionale non si confondesse con il controllo di una delle maggiori riserve mondiali di petrolio, nessuno si sarebbe mai mosso per il Kuwait. Chi andrebbe a combattere per qualche chilometro quadrato di sabbia? II nocciolo della questione è il petrolio. Qui insorge un grande equivoco fondamentale. Chiunque lo produca o chiunque lo venda, il petrolio si compra a barili sul mercato. L'attuale società dei consumi, basata sul mercato mondiale, funziona su questo principio. Il controllo delle fonti di produzione e della sua distribuzione non è un problema che investe direttamente ogni singolo Stato, ma è soprattutto un grande problema del grande capitale internazionale che vi ha costruito sopra il suo sistema. Se il petrolio del Kuwait fosse passato sotto controllo dell'Irak, cosa sarebbe cambiato dal punto di vista di una nazione come l'Italia che compra il greggio a barili? Assolutamente nulla. L'Italia avrebbe continuato a comprare petrolio a prezzo di mercato. Il cambiamento sarebbe stato invece grande, anzi grandissimo, per le compagnie petrolifere, per il mercato finanziario assetato delle liquidità del KIO (Kuwait Investment Company, Ufficio degli Investimenti del Kuwait), per la famiglia Sabah, e per le grandi entità bancarie e industriali che sono dipendenti dal flusso di liquidità che ne proviene.
Ciò perché l'Irak avrebbe subito nazionalizzato l'industria petrolifera kuwaitiana, come ha già fatto con la propria nel 1972-1975. La guerra del Golfo non è quindi stata fatta nell'interesse diretto e immediato delle singole nazioni, ma del sistema che le inquadra. Proprio per questo motivo il grande capitale è stato costretto a usare truppa mercenaria. Non ha potuto schierare soldati di leva perché, essendo reclutati in nome della patria, questi probabilmente avrebbero voluto sapere con maggiore precisione fino a qual punto gli interessi del grande capitale collimano con quelli della nazione. Indirettamente questo dubbio affiora già qua e là, fra le righe, perfino nella stampa più accanitamente guerrafondaia.
Secondo il Corriere della Sera l'"armata brancaleone" presente nel Golfo c'è per i motivi più disparati. Il 19 febbraio 1991, questo giornale scriveva: "Ci sono poi alcuni paesi del Terzo Mondo le cui truppe dovunque ci si aspetterebbe di trovare, tranne che nel Golfo: sono il Pakistan, con 5.000 uomini, il Bangladesh, con 2.000, il Senegal e il Niger, con circa 500 soldati a testa. In questo caso, il probabile calcolo dei governi locali è quello di attrarre la benevolenza del ricco Occidente in cambio di un po' di carne da cannone. A guerra finita si avrà qualche titolo per chiedere i ringraziamenti per l'aiuto fornito". Questa è la cruda verità.
Questi non possono essere gli interessi nazionali dell'Italia. In cos'altro consistono? Evidentemente esigono una definizione precisa, quantitativa. Si tratta di sapere, in concreto, se le battaglie del Golfo assicureranno il petrolio all'Italia; se, alla fine, distrutto l'Irak e restituito il Kuwait allo sceicco, l'Italia avrà più o meno petrolio; e se al termine del conflitto, le sue conseguenze avranno creato condizioni di sicurezza, quanto al rifornimento petrolifero nella lunga prospettiva, per le presenti e future generazioni.
La decisione dell'intervento è maturata nella psicologia dei nostri dirigenti in base alla cieca fiducia in una "vittoria finale" sull'Irak, vittoria della "civiltà occidentale". Il concetto di "vittoria" è emerso sistematicamente in ogni dibattito televisivo. Esperti, inviati speciali e commentatori delle televisioni di guerra, ai quali l'italiano medio deve forzatamente fare riferimento per formarsi un'opinione, hanno mirato a inculcare nel pubblico l'idea di "vittoria", con la stessa implacabile precisione delle "bombe intelligenti" di cui, con malcelato orgoglio hanno descritto gli effetti devastanti sulle popolazioni "indigene" dell'Irak. All'italiano medio non è passato neppure per la testa di domandarsi se una vittoria in questa guerra esiste, e se è una vittoria che riguarda gli effettivi interessi nazionali.
Quando l'Irak ha invaso il Kuwait la maggior parte degli italiani ha continuato tranquillamente ad accudire alle proprie faccende. I più pensavano che una vera guerra fosse impossibile.

Ne avevano radicato la certezza in quarantacinque anni di pace continuata, nel corso dei quali l'Italia era stata solo sfiorata da eventi bellici. Una condizione felice, forse mai verificatasi nei duemila anni precedenti.
Possiamo ammettere senza reticenze che in generale noi italiani, chi più chi meno, abbiamo una coscienza molto larvata della natura imperialista della nostra società e del nostro benessere. Crediamo, perlomeno moltissimi credono, non del tutto in cattiva fede, che l'opulenza in cui viviamo sprofondati sia il portato esclusivo della laboriosità, industriosità e capacità creativa di un popolo fondamentalmente mercante e calciatore. Quelli che si spingono più lontano nell'analisi, arrivano al massimo ad ammettere che l'operosità nazionale si è beneficamente associata, in questo lungo periodo, alla furbesca capacità bottegaia del suo gruppo dirigente dominante di barcamenarsi nelle più complicate vicende internazionali, schierandosi sempre dalla parte del vincente, cioè degli Stati Uniti. Nove lustri ininterrotti di adorazione pagana del dio dollaro e di fede cieca nella sua efficacia per guarire tutti i mali e sanare tutte le situazioni, hanno radicato nella società italiana una nuova religione portatrice di un certo numero di eternità che non sono esattamente quelle dello spirito: l'eternità del capitalismo, l'eternità della supremazia occidentale, l'eternità del meccanismo riproduttore del benessere, l'eternità del consumismo.
Lo scoppio della guerra ha perciò colpito l'italiano medio come un terribile schiaffo, poiché la guerra ha portato d'improvviso all'evidenza tutta la fragilità della costruzione su cui riposano le sue certezze.
La prima certezza disintegrata dai fatti è stata appunto quella che la sua condizione privilegiata deriva esclusivamente da lui stesso, dal suo spirito di iniziativa e dalla sua volontà. D'improvviso gli si è presentata davanti agli occhi, nella forma più luminosa, quella dei bagliori delle bombe, la realtà inoppugnabile che la sua ricchezza è basata prima di tutto sul petrolio degli altri, e che per questo è stato coinvolto direttamente nell'impiego della forza, sarebbe più esatto dire della ferocia, per conservarne il controllo.
Questa scoperta gli è venuta proprio dalla esagerazione maldestra del tele bombardamento cui è stato sottoposto. Nella descrizione enfatica della mostruosa capacità di distruzione di una macchina bellica che rappresenta una coalizione di 972 milioni di uomini, per due terzi con un reddito medio superiore ai 15.000 dollari l'anno, scatenata contro 17 milioni di ostinati iracheni con meno di 3.000 dollari l'anno, era implicita la confessione che il sistema esiste in ragione della sua capacità prevaricatrice. Anche la coscienza più corazzata è stata perforata alla fine da questa evidenza. Oggi ogni italiano sa di essere imperialista, qualunque sia la sua condizione sociale. Questa presa di coscienza comporterà inevitabilmente delle scelte di campo all'interno della popolazione italiana nel prossimo futuro.
Desidero proporre qualche motivo di riflessione sull'argomento, basato sulla storia antica e recente, e su qualche semplice cifra. Tra il 1096 e il 1270 si sono avute 9 grandi crociate per la riconquista dei luoghi santi del cristianesimo, che giunsero anche a costituire dei regni cristiani in Palestina, in Siria e in Libano. È vero che sono cose lontane nel tempo, ma quando, dopo la prima guerra mondiale, il generale francese Gouraud giunse in Siria per prenderne possesso in nome della Francia, penetrò a Damasco nella moschea degli Umayydi, dove riposano i resti di Saladino, il grande vincitore dei crociati, e, battendo il piede sulla sua tomba, esclamò: "Svegliati Saladino, siamo tornati". La storia non è poi cosi lontana.
Al di là del loro fondamento religioso, le crociate furono rese possibili dallo sviluppo demografico avuto all'epoca dall'Europa, la cui popolazione passò dai 30 milioni di abitanti dell'anno 1000 ai 35 milioni del 1100, ai 49 milioni del 1200, ai 57 milioni dell'anno 1250. I paesi della riva asiatica e africana del Mediterraneo avevano 33 milioni di abitanti nell'anno 1000, scesi a 28 milioni nell'anno 1100, diminuiti ulteriormente a 27 milioni nell'anno 1200, e ridotti a soli 22 milioni nel 1250. La proporzione era dunque all'incirca di 1 a 1 nell'anno 1000, e divenne di 3 a 1 a favore delle popolazioni europee nell'anno 1250, durante la fase finale delle crociate cristiane.
Fra il 1830 e il 1910 la quasi totalità dei territori africani e mediorientali che si affacciano sul Mediterraneo fu oggetto di conquiste militari e posta sotto il dominio europeo. Il rapporto fra popolazione dell'Europa da una parte e Nord Africa e Medio Oriente dall'altra, che era ancora di 3 a 1 nel 1750, divenne di 5 a 1 nel 1850. Fra il 1850 e il 1900, mentre la popolazione araba della riva meridionale aumentò solo di 18 milioni di persone, la popolazione della riva settentrionale, europea, crebbe di ben 90 milioni di persone. La conquista del Medio Oriente fu completata dagli europei fra il 1900 e il 1948 in condizioni di superiorità numerica schiacciante.
Ma per la prima volta da più di duemila anni, nell'anno 1985, gli abitanti della riva meridionale del Mediterraneo hanno superato la popolazione dei paesi della riva settentrionale. Il Mediterraneo comincia a non essere più un mare "europeo". Lo scarto è destinato ad aumentare in modo travolgente nel futuro: secondo le proiezioni demografiche dell'ONU, entro 10 anni, nel 2000, avremo 270 milioni di abitanti sulla riva meridionale islamica, e 200 in quella settentrionale a prevalenza cristiana. Nel 2020 si manterranno stazionari i 200 milioni di abitanti nel Mediterraneo europeo, ma avremo ben 370 milioni di abitanti sulla riva meridionale arabo-islamica, cioè quasi il doppio.

Queste cifre diventano impressionanti se guardiamo all'insieme del Medio Oriente arabo, comprendendovi l'Iran (che è da tener presente in quanto, anche se non è arabo, è islamico, produttore di petrolio, e si affaccia sul Golfo). Ebbene, i 22 paesi arabi più l'Iran vantano già oggi una popolazione di 270 milioni di abitanti. Ma ogni 10 mesi l'Egitto aumenta di 1 milione di uomini. In Palestina, in Siria e in Algeria, le donne hanno in media 7 figli ciascuna. L'Algeria entro vent'anni potrebbe essere un paese di 75 milioni di abitanti.
L'ampiezza di questo rovesciamento di rapporti di forza demografici lascia prevedere tempi difficili alla distanza.
Il solo "baluardo" effettivo che l'Occidente possiede nella regione è Israele il quale, anche nel caso in cui riesca a realizzare il suo massimo programma di espansione demografica, raggiungerà i 7 milioni di individui fra 10 anni. Ma fra 10 anni arabi e persiani avranno superato la soglia dei 350 milioni. Da ciò deriva, senza possibilità di errore, che l'eventuale tentativo di dominio imperialista del Medio Oriente e del suo petrolio potrà essere esercitato solo in forma terroristica, con minacce di interventi diretti, o per l'interposta forza atomica di Israele. Il realismo esige che l'italiano imperialista abbia presente questa prospettiva. È un'epoca di terrore che lo attende.
Per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, l'Italia è, fra i paesi europei e occidentali, quello che per natura svolge un ruolo di avanguardia in direzione del mondo arabo. Per di più è uno dei 7 paesi che si arrogano la direzione del sistema capitalistico, uno dei cosiddetti "grandi"; perciò implicitamente porta una parte di responsabilità nel comportamento del mondo occidentale verso gli arabi. Ora: gli Stati Uniti sono a migliaia di chilometri dalla Tunisia, dall'Algeria e dalla Libia, ma la costa dell'Africa araba è a soli 150 chilometri dalla Sicilia. Gli interessi nazionali italiani si differenziano forzatamente da quelli generali dei paesi industrializzati, perché sono particolari, specifici, dettati dalla geografia. L'Italia è evidentemente nella necessità di regolare la propria politica verso i paesi arabi sui grandi cicli del movimento di massa arabo, e non sugli atteggiamenti dei governi. E ciò per un motivo semplice: perché i governi passano ma le masse restano. Gli Stati, sono le masse.
Nel corso di tutta la crisi irachena, televisione, radio e giornali hanno dedicato una cura particolare nell'occultare la dimensione, la profondità e la violenza del movimento popolare di sostegno all'Irak che ha scosso i paesi arabi. Delle gigantesche, continue, tumultuose manifestazioni di piazza, delle iniziative di solidarietà, della rete di organizzazioni di base sorte spontaneamente fin nelle più remote località, dell'inquadramento paramilitare che quasi ovunque ha caratterizzato la mobilitazione della gioventù araba, della intonazione antiamericana, antioccidentale e anti italiana delle parole d'ordine che sono risuonate per le vie di Rabat, di Nouakchott, di Algeri, di Tunisi, di Tripoli, di Beirut, di Amman, Teheran, Sanaa, Aden, l'italiano medio non ha saputo quasi nulla: poche immagini fugaci e due parole.
In sette mesi il mondo arabo ha subìto in realtà, sotto la spinta della guerra del Kuwait, una trasformazione radicale. Una grande tempesta araba si prepara. I governi arabi domani non saranno più quelli di ieri.
Sottovalutazione dei fattori politici e storici e sopravvalutazione dei fattori militari si sono assommate in modo nefasto nella decisione di trascinare l'Italia nell'avventura kuwaitiana, il cui solo effetto è stato quello di mettere la nazione italiana in opposizione alle masse arabe. Una neutralità avrebbe procurato invece all'Italia preziose simpatie.
Gli europei e l'Occidente in genere si dedicano a interventi militari in Medio Oriente da almeno 170 anni (e da 90 al solo scopo di dominare il petrolio) e hanno dovuto assistere sistematicamente al crescere delle forze ostili e al moltiplicarsi delle difficoltà. Il nazionalismo arabo, che era una forza irrisoria nel 1916, è diventato in settantacinque anni una enorme potenza proprio come reazione a una serie interminabile di interventi militari delle grandi potenze. L'integralismo islamico, che terrorizza i grandi interessi petroliferi, che si affianca e si confonde ormai con il nazionalismo, è un prodotto dello stesso fenomeno di reazione alla dominazione militare degli "infedeli". Di intervento in intervento, ora l'imperialismo ha raggiunto il limite massimo delle proprie possibilità, poiché ha dovuto impiegare tutto il potenziale militare disponibile per cercare di ridurre alla propria mercé non l'insieme del nazionalismo arabo, e neppure tutto l'integralismo islamico, ma solo il nazionalismo di un piccolo popolo come quello iracheno. Che cosa potrebbe fare di più? L'Occidente possiede forse la potenza di fuoco per distruggere un paese arabo, due, forse anche tutti e 22 i paesi arabi, più l'Iran, ma non possiede la forza materiale per presidiare il territorio.
Come è noto, gli americani erano già determinati in partenza a rimanere con le loro forze nella penisola arabica al termine del conflitto, al fine di garantire la stabilità delle petromonarchie. Verosimilmente gli Stati Uniti saranno indotti a considerare questa scelta tanto più obbligata in futuro, in quanto la rivolta di base in favore dell'Irak ha raggiunto anche vasti settori della popolazione dell'Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, dell'Oman e del Bahrein, dove esistono numerose minoranze da sempre schierate contro il potere dei re e degli sceicchi. Per fare un esempio, gli sciiti: sono il 60% in Bahrein, erano il 30% della popolazione in Kuwait prima dell'occupazione irachena (in Irak sono il 56% concentrati nella parte meridionale del paese che confina per l'appunto con il Kuwait), il 10% nella stessa Arabia Saudita. Fra i numerosi errori commessi, gli americani hanno fatto quello di bombardare i luoghi santi degli sciiti, che si trovano in Irak. Sulla sola città santa di Najaf hanno compiuto, pare, 300 incursioni, devastandola, determinando manifestazioni furiose di rabbia anche in Iran, dove gli sciiti sono la quasi totalità della popolazione. Non occorre alcun genio per comprendere che le petromonarchie tanto care agli americani e all'Occidente potranno reggersi in futuro soltanto con il sostegno diretto dei marines. Se gli americani se ne andassero, sceicchi emiri e re cadrebbero come birilli.
Agli strateghi statunitensi si pone quindi il problema del controllo del territorio, problema che si presenta con due corni e una molteplicità di ripercussioni. Il primo corno riguarda la possibilità, e i rischi, di un presidio militare statunitense permanente di Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Un problema nel quale la difficoltà maggiore sembra rappresentata dalla vastità del dispositivo necessario, perché si tratterebbe di mantenere il controllo globale di 2 milioni e 460 mila chilometri quadrati, per lo più di sabbia. Un affare con numerose incognite. La più recente esperienza occidentale di controllo di un territorio arabo fu quella del Libano nel 1982. Dopo l'invasione israeliana, come è noto, una spedizione multinazionale anglo-francoitalo-americana sbarcò a Beirut per consentire agli israeliani di sganciarsi. Quella fu la prima occasione, dopo il disastroso sbarco francobritannico a Suez del 1956, in cui forze militari occidentali vennero a contatto diretto con le masse arabe. Nell'assedio di Beirut l'esercito israeliano subì uno stillicidio di perdite umane che in prospettiva diveniva insopportabile e che alla fine lo indusse all'abbandono del controllo del territorio libanese. Analogamente le forze di intervento americana e francese subirono perdite enormemente sproporzionate rispetto alle dimensioni ridottissime del territorio controllato. La lezione dell'invasione del Libano del 1982 fu che il controllo del territorio in opposizione alle masse nazionaliste arabe e integraliste islamiche è praticamente inattuabile.
Il secondo corno del problema riguarda le ripercussioni di una prolungata permanenza di forze di occupazione, in qualunque modo mascherata e qualificata, sulla terra araba. Questa eventualità è già stata dichiarata intollerabile da tutti i governi arabi. È fin troppo facile prevedere che il presidio militare del petrolio equivarrebbe a eternizzare il conflitto dando luogo a una mobilitazione permanente delle masse di tutto il mondo arabo.
È altrettanto facile comprendere che l'Italia è il paese più esposto alle ritorsioni arabe in quanto paese "complice" delle grandi potenze e anche anello debole della catena imperialista. più grandi e profondi saranno i motivi di rafforzamento del nazionalismo e dell'integralismo nel mondo arabo, e più pesante sarà la fattura da pagare per l'errore sconsiderato della partecipazione ad una guerra nella quale non era in giuoco alcun reale interesse nazionale italiano.


8 agosto 2002

Fonte: The Guardian

Rinunciamo ai diritti, israeliani!

Lettera di ebrei inglesi

 

Siamo ebrei, nati e cresciuti al di fuori dello Stato di Israele; in base alla “legge del ritorno” israeliana abbiamo il diritto di risiedere in Israele e di ottenere la cittadinanza israeliana. Desideriamo rinunciare a questo “diritto”, peraltro non richiesto, perché:
1) Consideriamo moralmente sbagliato il fatto che questa prerogativa giuridica venga concessa a noi, mentre le persone che hanno un vero “diritto al ritorno” poiché sono state obbligate con la forza o con il terrore a fuggire, ne sono private.
2) Le politiche di Israele nei confronti dei palestinesi sono barbare – non vogliamo in alcun modo identificarci con ciò che sta facendo Israele.
3) Non siamo affatto d’accordo che l’emigrazione sionista verso Israele rappresenti in alcun modo una soluzione per gli ebrei della diaspora, un rimedio all’antisemitismo o al razzismo – per quanto gli ebrei siano stati o siano tuttora vittime di razzismo, questo non dà loro il diritto di trasformare altri in vittime.
4) Desideriamo esprimere la nostra solidarietà a tutti coloro che lavorano affinché arrivi un giorno in cui in Israele, nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza possano vivere persone senza alcuna restrizione in base alle cosiddette origini razziali, culturali o etniche.

Auspichiamo che arrivi presto il giorno in cui tutti i popoli di questa regione possano convivere in pace, senza discriminazioni e con rispetto reciproco. Forse qualcuno di noi vorrà anche andarci a vivere, ma solo se i diritti dei palestinesi saranno rispettati. A coloro che considerano Israele un rifugio sicuro per gli ebrei di fronte all’antisemitismo, diciamo che esercitare il ruolo di occupante o di oppressore non garantirà mai la sicurezza. Speriamo che presto il popolo di Israele e i suoi leader se ne rendano conto.


http://www.lpj.org/Nonviolence/Sami/articles/itl-articles/discriminazione.htm 

Discriminazioni contro i non-Ebrei in Israele

di Sami Aldeeb[1][1]

1995

INTRODUZIONE

Il Vicino Oriente si trova oggi di fronte a una svolta decisiva. Ai Palestinesi e agli Israeliani si chiede di fare una scelta tra parecchie soluzioni politiche: coesistenza di due Stati vicini, Israele e la Palestina; Confederazione israelo-palestinese secondo il modello svizzero, oppure uno Stato israelo-palestinese binazionale su tutta la Palestina.

Qualunque sia la soluzione adottata, ci si troverà davanti a entità politiche multiconfessionali, ciò che porrà il problema della coesistenza di individui che appartengono a diverse religioni. La pace nella regione dipenderà allora dal rispetto del diritto degli uni e degli altri, senza discriminazione dovuta all`appartenenza religiosa.

Questa esigenza era presente nello spirito degli autori della Dichiarazione d`indipendenza dello Stato d`Israele del 1948 (vedi oltre). E` anche presente nello spirito dei dirigenti palestinesi: a Strasburgo, davanti al Consiglio dell`Europa, Arafat ha affermato che il futuro Stato palestinese "sarà una repubblica, democratica e multipartitica; rispetterà la Dichiarazione universale dei diritti dell`uomo e non praticherà discriminazioni tra i suoi cittadini a causa del colore, della razza o della religione". Ciò è stato riaffermato nella Dichiarazione d`indipendenza dello Stato palestinese, proclamato ad Algeri il 15 novembre 1988, in cui si dice che questo Stato "sarà fondato sulla giustizia sociale, l`uguaglianza e l´assenza di ogni forma di discriminazione a causa della razza, della religione, del colore o del sesso, nel quadro di una Costituzione che garantisca la preminenza della legge e l´indipendenza della giustizia, e in completa fedeltà con le tradizioni spirituali palestinesi, tradizioni di tolleranza e di coabitazione generosa tra le comunità religiose nel corso dei secoli"[2][2].

D´altronde non si vede come si possa pretendere di vivere in pace su una terra culla di tre religioni monoteistiche senza rispettare le convinzoni degli uni e degli altri. La trasgressione di questo principio non rappresenta forse la causa principale della crisi vicino-orientale?

La libertà religiosa nel Vicino Oriente è quindi un´esigenza primordiale per la pace in Terra Santa e rimane valida qualunque sia la soluzione politica adottata, come in assenza di ogni soluzione.

Abbiamo avuto parecchie volte l´occasione di esprimerci sulla posizione dell´Islam di fronte alla libertà religiosa[3][3]. Cercheremo qui di accennare ad alcuni problemi che riguardano Israele, basandoci principalmente su leggi e autori israeliani.

1. Definizione internazionale della libertà religiosa

La libertà religiosa garantisce il diritto di aderire a una determinata religione e di praticare il culto previsto da questa religione, e inoltre esclude ogni discriminazione a causa della religione. E´ ciò che risulta dall´articolo primo, paragrafo 3, della Carta delle Nazioni Unite e dall´articolo 2, primo capoverso, della Dichiarazione universale dei diritti dell´uomo. Quest´ultimo aspetto della libertà religiosa è sviluppato nella Dichiarazione sull´eliminazione di tutte le forme d´intolleranza e di discriminazione a causa della religione o delle convinzioni[4][4], di cui citiamo l´articolo 4, capoverso l:

Tutti gli Stati adotteranno misure efficaci per prevenire ed eliminare ogni discriminazione a causa della religione o della convinzione, nel riconoscimento, l´esercizio e il godimento dei diritti dell´uomo e delle libertà fondamentali in tutti i campi della vita civile, economica, politica, sociale e culturale.

2. La Dichiarazione d´indipendenza dello Stato d´Israele

Il 14 maggio 1948, 37 membri del "Consiglio provvisorio del popolo" firmarono una dichiarazione che dice tra l´altro:

Noi, membri del Consiglio nazionale che rappresenta la comunità ebraica di Palestina e il movimento sionista ..., proclamiamo la creazione di uno Stato ebraico in terra d´Israele che porterà il nome di Stato d´Israele.

Lo Stato d´Israele sarà aperto all´immigrazione ebraica e agli ebrei che vengono da tutti i paesi in cui erano stati dispersi; veglierà allo sviluppo del paese a beneficio di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, la giustizia e la pace secondo l´ideale dei profeti d´Israele; assicurerà la più completa uguaglianza sociale e politica a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, di razza o di sesso; garantirà la libertà di culto, di coscienza, di lingua, di educazione e di cultura; assicurerà la protezione dei luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni[5][5].

Questa dichiarazione, denominata erroneamente "Dichiarazione d´indipendenza dello Stato d´Israele", in effetti è una dichiarazione di creazione di "uno Stato ebraico in terra d´Israele" come viene detto nel preambolo. Volontariamente, essa non fa riferimento alle frontiere di questo Stato, che rimangono tuttora indefinite.

La parte che riguarda l´uguaglianza dei diritti non ha nessun valore giuridico poiché questa Dichiarazione non è mai stata votata o ratificata dalla Knesset, il parlamento israeliano[6][6]. Oltretutto, il 23 luglio l980 venne adottata una legge che dice:

Quando la corte deve decidere su una questione giuridica che richiede una decisione e non trovasse una risposta in merito nella legge, nella giurisdisprudenza o per analogia, deve prendere la sua decisione alla luce dei principi della libertà, dell´equità e della pace [stabiliti] dall´eredità d´Israele[7][7].

Shulamit Aloni ha segnalato alla Knesset che l´eredità storica d´Israele comprende anche la Halacha (regole religiose ebraiche) che tra l´altro afferma: "Solo voi (gli ebrei) siete chiamati esseri umani; le nazioni del mondo non sono degli esseri umani"; "Non siete tenuti ad aiutare un goy (non Ebreo) poiché è detto "i pagani non contano"; " E´ vietato aiutare i goym (non Ebrei) il giorno di Sabbat, poiché una vita in pericolo sopprime i divieti del Sabbat soltanto nel caso in cui la vita in pericolo è quella di un Ebreo". Shulamit Aloni ha proposto allora di inserire la frase "stabiliti dalla Dichiarazione d´indipendenza". Un altro deputato ha proposto di aggiungere "stabiliti dall´eredità universale dell´umanità", ma questi due emendamenti sono stati respinti[8][8].

Le pratiche e le leggi che hanno fatto seguito a questa dichiarazione dimostrano più di ogni altro argomento che i suoi autori non avevano affatto l´intenzione di conformarsi ai principi di uguaglianza e di non discriminazione in essa proclamati.

3. Espulsione dei non Ebrei

Ben Gurion, uno dei fondatori d´Israele e suo primo Primo Ministro, dichiarò nel l937 che la Palestina non apparteneva a coloro che l´abitavano in quel periodo e che questo paese non doveva risolvere il problema di due nazioni, ma di una sola nazione, quella di tutti gli Ebrei[9][9].

Questa dichiarazione di Ben Gurion si iscrive nella linea del programma del movimento sionista fondato da Teodoro Herzl nel 1896 e mirava a fare della Palestina una patria per i soli Ebrei. L´attuazione di questo programma è avvenuta grazie all´azione di gruppi terroristici israeliani, tra i quali lo Stern e l´Irgun.

A lungo il governo israeliano pretese che i Palestinesi avessero lasciato il loro paese nel 1948 in seguito all´appello dei dirigenti arabi. Il giornalista inglese Erskine Childers è stato il primo in Occidente a demistificare questa falsificazione storica. Ha ascoltato la totalità delle emissioni radiofoniche diffuse in Vicino Oriente in quel periodo e ha dimostrato che le sole emissioni che incitavano la popolazione palestinese a partire sono di origine sionista. Queste emissioni sviluppavano in modo volontariamente minaccioso i temi dello sterminio al quale sarebbero stati sottoposti coloro che rimanevano in Palestina[10][10]. Alcuni storici israeliani (Flapan, Morris, ecc.) hanno in seguito confermato che sono effettivamente le forze armate sioniste che hanno provocato la partenza dei Palestinesi.

Questa guerra psicologica era accompagnata da massacri reali tra i quali il più conosciuto è quello di Dair Yassin, raccontato da uno svizzero, Jacques de Reynier, Presidente della Delegazione della Croce Rossa internazionale nel 1948[11][11]. Questo massacro, che è costato la vita a circa 250 civili in maggioranza bambini, donne e anziani, è stato perpetrato dall´Irgun (diretto dall´ex Primo Ministro Menahem Begin, Premio Nobel per la pace) e dal Lehi (diretto da Yitzhak Shamir, attuale Primo Ministro)[12][12].

In una dichiarazione fatta negli Stati Uniti nell´estate del 1948, Menahem Begin disse come si erano svolti i fatti:

Nei mesi precedenti la fine del mandato, l´Agenzia ebraica decise di intraprendere una missione difficile, quella di far uscire gli Arabi dalle città prima dell´evacuazione delle truppe britanniche ... Ci fu un accordo tra noi (Irgun) e l´Agenzia ebraica affinché noi eseguissimo questi compiti mentre l´Agenzia ebraica avrebbe ripudiato tutto ciò che noi avremmo fatto e avrebbe preteso che noi fossimo degli elementi dissidenti, come faceva quando combattevamo i Britannici. Allora abbiamo colpito con forza e messo il terrore nel cuore degli Arabi. Così abbiamo ottenuto l´espulsione della popolazione araba dalle regioni assegnate allo Stato ebraico[13][13].

Dair Yassin non è stato un caso isolato. Ma le informazioni sono pubblicate con il contagocce[14][14]; soltanto il 6 settembre 1979 il giornale israeliano Davar pubblicò la notizia di analoghi massacri perpetrati nel 1949 nel villaggio di Al-Duwayma che contava 2700 abitanti[15][15].

L´espulsione dei non Ebrei è proseguita anche dopo la firma dell´accordo d´armistizio con i paesi arabi vicini. Le espulsioni sono avvenute sia tra una regione e l´altra all´interno d´Israele, sia da Israele verso i paesi arabi vicini[16][16].

Con queste misure lo Stato d´Israele ha vuotato il paese di tre quarti dei suoi abitanti non Ebrei che sono tuttavia considerati cittadini israeliani dal piano di spartizione dell´ONU del 1947. Attualmente la maggior parte si trova in 64 campi di rifugiati, 27 dei quali sono localizzati nei Territori occupati da Israele nel 1967[17][17].

Ciò che è avvenuto in Palestina è sintetizzato in modo inequivocabile da Shimon Peres in un articolo apparso su "Le Monde" del 23 settembre 1988: "Cento anni fa il movimento sionista si era proposto di realizzare una maggioranza ebraica in un solo paese, il paese del popolo ebraico. Lo Stato ebraico significa uno Stato in cui gli Ebrei rappresentano una chiara maggioranza"[18][18].

4. Il divieto di ritorno per i non Ebrei

L´11 maggio l948 Israele è stato ammesso come membro dell´ONU. Il preambolo della risoluzione 273 (III), relativa a questa ammissione, richiama la risoluzione 194 dell´11 dicembre 1948 che riconosceva ai rifugiati palestinesi che lo avessero desiderato il diritto "di ritornare nei loro focolari il più presto possibile e di vivere in pace con i loro vicini; delle indennità devono essere pagate a titolo di compensazione per i beni di coloro che non desiderassero rientrare nei loro focolari e per ogni bene perso o danneggiato quando, in base alla legge internazionale e all´equità, la perdita o il danno deve essere riparato dai governi o dalle autorità responsabili".

Il conte Bernadotte, mediatore speciale delle Nazioni Unite, aveva pure insistito a parecchie riprese sul diritto dei rifugiati palestinesi di ritornare nei loro focolari, ma Israele ha continuato a rifiutare questo diritto. La presa di posizione di Bernadotte è una delle cause del suo assassinio deciso da tre dirigenti del gruppo Lehi, tra i quali Yitzhak Shamir, l´attuale Primo Ministro israeliano[19][19].

Il diritto al ritorno è stato riaffermato a più riprese dalle Nazioni Unite[20][20], ma è sempre stato respinto da Israele. Alcuni rifugiati hanno cercato di ritornare nel loro paese attraverso la frontiera, tuttavia lo Stato d´Israele li ha espulsi un´altra volta dopo averli derubati del denaro, dei gioielli e dei documenti. Di fronte al numero crescente di "infiltrati", l´esercito ha ricevuto l´ordine di sparare a vista su ogni persona che tentasse di ritornare a casa sua[21][21]. Nel 1954 è stata promulgata una legge che prevede severe sanzioni contro gli "infiltrati" e la loro riespulsione. Questa legge è applicata soltanto nei confronti di chi non è Ebreo e vuole ritornare nel suo paese[22][22].

Si rimprovera spesso ai paesi arabi di aver mantenuto i rifugiati palestinesi nei campi per sfruttarli politicamente, invece di integrarli. Coloro che formulano tali rimproveri evitano volutamente di parlare del diritto dei rifugiati palestinesi di ritornare nel proprio paese. Dimenticano anche che dal 1967 Israele controlla 19 campi in Cisgiordania e 8 campi nella striscia di Gaza; i rifugiati di questi campi si trovano ad alcuni chilometri dalle loro case e dalle proprie terre d´origine, ma è loro vietato ritornarvi. Il loro crimine: non sono Ebrei.

Facciamo notare che tranne una o due eccezioni, anche i movimenti di pace israeliani che si oppongono alla politica di occupazione israeliana rifiutano di riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. E´ il caso del Centro internazionale per la pace nel Vicino Oriente che organizza numerosi colloqui sulla questione palestinese senza parlare dei rifugiati. Arieh Yaari, direttore accademico di questo Centro, afferma in una corrispondenza che i rifugiati non saranno autorizzati a ritornare nelle loro case alfine di mantenere il carattere ebraico dello Stato d´Israele. Il diritto al ritorno è pure negato da Adam Keller, capo redattore di "The other Israel", bollettino d´informazione pubblicato dal Consiglio israeliano per la pace israelo-palestinese (di cui fanno parte Uri Avnery e Matti Peled). La stessa posizione è sostenuta da A. B. Yehoshua, professore all´Università di Haifa e membro di un gruppo di intellettuali israeliani che si oppone alla politica israeliana[23][23].

Si sente spesso un argomento molto curioso sostenuto anche da diplomatici israeliani. Dicono che Israele ha accolto migliaia di Ebrei arabi e di conseguenza i paesi arabi devono prendere in scambio i non Ebrei di Palestina. Non si tiene però conto che i non Ebrei di Palestina desiderano ritornare nel proprio paese e non hanno mai accettato lo scambio tra loro e gli Ebrei arabi che sono andati in Israele.

Certamente la partenza degli Ebrei arabi è stata talvolta causata dalle angherie commesse contro di loro da parte dei regimi arabi. Lo Stato d´Israele ha tuttavia una pesante responsabilità nel deterioramento dei rapporti tra gli Ebrei arabi e i regimi dei loro rispettivi paesi. Questi Ebrei sono stati spesso spinti da Israele a lasciare i loro paesi: alcuni sono stati caricati a forza sui battelli[24][24] come oggi lo Stato d´Israele tenta di fare con gli Ebrei sovietici[25][25]. I servizi segreti israeliani sono arrivati fino a gettare delle bombe in una sinagoga di Bagdad per far credere agli Ebrei che erano perseguitati in Irak. Aggiungiamo pure che i Palestinesi accettano che gli Ebrei che desiderano ritornare nei loro paesi d´origine possano farlo liberamente[26][26].

Segnaliamo infine che Israele, vietando ai rifugiati palestinesi di ritornare nel loro paese, viola la Dichiarazione universale dei diritti dell´uomo il cui articolo 13, secondo capoverso dice: "Ogni persona ha il diritto di lasciare qualsiasi paese, compreso il suo, e di ritornare nel suo paese".

5. Confisca dei beni dei non Ebrei

L´acquisizione delle terre della Palestina figurava tra i principali obiettivi del movimento sionista fin dalla sua creazione alla fine del secolo scorso.

Mentre fino al 1948 questo movimento era stato obbligato a procedere in modo molto discreto alternando le lusinghe alla pressione o alle minacce velate, immediatamente dopo la creazione dello Stato d´Israele ha potuto dare libero corso alle sue ambizioni grazie a tutto un apparato giuridico contro i Palestinesi non Ebrei.

Una prima legge è stata votata nel 1950 e riguarda i beni dei proprietari assenti[27][27]. Era considerato assente non soltanto chi è stato espulso da Israele o è dovuto fuggire di fronte ai massacri, ma anche le persone che si erano spostate da una regione all´altra durante le ostilità o per affari. Era sufficiente che un non Ebreo avesse lasciato il suo domicilio durante alcuni giorni affinché fosse considerato come assente, anche se nel frattempo era rientrato; bastava anche l´attestazione dell´amministrazione che stabiliva che un tale era considerato come assente, anche se non lo era stato veramente. La legge aggiungeva anche che l´amministrazione non poteva essere citata davanti a un tribunale per la sua decisione. Le terre e i beni mobili degli uni e degli altri sono stati presi da Israele e posti sotto la custodia di un tutore che poteva disporne a piacimento. Secondo l´annuario del governo del 1959, i beni rurali dei proprietari non Ebrei dichiarati in tal modo assenti riguardavano 300 villaggi abbandonati o parzialmente abbandonati: per quanto concerne i beni urbani, si tratta di 25 416 costruzioni con 45 497 appartamenti e 10 729 locali commerciali, laboratori, ecc.[28][28].

La seconda legge è un regolamento urgente di difesa ereditato dal periodo del mandato britannico e mantenuto in vigore da Israele. L´articolo 125 di questo regolamento permetteva alle autorità di dichiarare chiusa una determinata zona. In tal modo si espellevano gli abitanti non Ebrei dai loro villaggi dichiarati zone vietate[29][29].

Una terza legge del 1949, detta legge d´urgenza, zona di sicurezza, permetteva alle autorità di espellere gli abitanti di un villaggio e di vietar loro l´accesso, che era concesso soltanto agli Ebrei[30][30].

Una quarta legge del 1949 permetteva a Israele di spossessare i contadini non Ebrei delle loro terre, giudicate "mal sfruttate", per darle ai kibbutz[31][31].

Una quinta legge del 1949 mirava a colmare le lacune che potevano presentare le leggi precedenti. Questa legge permetteva alle autorità di impossessarsi della terra di un non Ebreo per ragioni di sicurezza o per altre ragioni e giungeva sempre allo stesso risultato: spossessare il Palestinese non Ebreo della sua terra per attribuirla agli Ebrei[32][32].

Una sesta legge del 1953 corona le prime cinque leggi. Essa regolava il trasferimento della proprietà delle terre confiscate secondo le precedenti leggi all´autorità di sviluppo[33][33].

Si sente spesso dire che i Palestinesi hanno venduto le loro terre all´Agenzia ebraica e al Fondo nazionale ebraico. Tuttavia, fino alla creazione dello Stato d´Israele, queste organizzazioni avevano potuto acquistare al massimo 936 000 dunum (1 dunum = 900 m2), ciò che rappresenta il 3,5% della Palestina sotto mandato o circa il 5% del territorio d´Israele fino al 1965. Il Fondo nazionale ebraico stima che le terre appartenenti a Palestinesi cadute nelle mani dello Stato ebraico rappresentano circa l´88% dell´insieme delle terre della Palestina nelle frontiere dell´armistizio del 1949[34][34].

Sulle terre rubate ai Palestinesi non Ebrei, lo Stato d´Israele ha creato nuove località, kibbutz e mochav. I non Ebrei non possono diventare cittadini di queste località (costruite sulle loro terre); vi sono ammessi soltanto come lavoratori. Significativo è il caso di una ragazza Ebrea che viveva in un kibbutz, sposata con un giovane Palestinese, la quale si è vista vietare di restare nel kibbutz benché esso fosse localizzato sul luogo dove esisteva il villaggio, distrutto, di questo Palestinese[35][35].

6. Gli Ebrei sostituiscono i non Ebrei

L´espulsione massiccia dei non Ebrei aveva come scopo di vuotare il paese. Per far venire gli Ebrei al loro posto, lo Stato d´Israele ha forgiato un arsenale giuridico che mira a garantire la maggioranza ebraica nel paese.

La legge del ritorno del 1950 accorda a ogni Ebreo il diritto di immigrare in Israele[36][36]. Un emendamento del 1970 precisa: "Per le necessità di questa legge, è considerata come ebraica una persona nata da madre ebrea o convertita (all´ebraismo) e che non appartiene a un´altra religione"[37][37].

Una legge del 1952 accorda automaticamente la nazionalità a ogni Ebreo che si trovava in Palestina prima della creazione dello Stato d´Israele e a ogni Ebreo che vi giunge dopo la sua creazione[38][38]. Un emendamento del 1971 permette perfino di accordare la nazionalità israeliana senza la necessità di venire ad installarsi in Palestina[39][39]. Nel 1977 Claude Klein scrisse: "Dall´adozione di questo emendamento sembra che parecchie centinaia di persone abbiano beneficiato di questo modo molto speciale di acquisire la nazionalità[40][40].

La facilità accordata agli Ebrei per l´acquisizione della nazionalità contrasta con le difficoltà imposte al non Ebreo, anche se nato in Palestina. Quest´ultimo dovrebbe adempiere cumulativamente a tre condizioni previste dall´articolo 3 della legge sulla nazionalità:

- che sia stato registrato il 10 marzo 1952 come abitante, secondo l´ordinanza sul censimento del 1949;

- che sia abitante d´Israele il 14 luglio 1952, data di entrata in vigore della legge sulla nazionalità;

- che abbia soggiornato in Israele o in un territorio diventato israeliano tra il 15 maggio 1948 e il 14 luglio 1952, oppure che sia entrato legalmente in Israele durante questo periodo[41][41].

Queste condizioni draconiane miravano in effetti ad escludere dal diritto al ritorno e alla nazionalità i Palestinesi rimasti in Palestina, ma che non soddisfacevano alle tre condizioni summenzionate. Senza scomparire completamente, questa situazione è stata modificata soltanto nel 1980, 32 anni dopo la nascita dello Stato d´Israele[42][42]. Eliezer Peri, nel dibattito alla Knesset, segnalava che in virtù della legge sulla nazionalità, prima della modifica, il 90% degli Arabi d´Israele poteva essere considerato apolide. L´emendamento del 1950, molto complicato, può essere utilizzato per privare della nazionalità dei Palestinesi nati in Palestina e che non hanno mai lasciato Israele dopo la sua creazione. Inoltre questa legge priva sempre della nazionalità i Palestinesi cacciati da Israele o ai quali è vietato ritornarvi. Quanto agli Ebrei, sono gli unici che continuano a beneficiare del diritto di venire ad installarsi in Israele qualunque sia il luogo e la data della loro nascita[43][43].

Segnaliamo infine che i Palestinesi in Israele hanno una carta d´identità che comincia con il numero 02, mentre il documento dei loro concittadini di religione ebraica inizia con il numero 01; ciò riassume chiaramente il loro statuto.

7. Distruzione di località dei non Ebrei

Nel settembre del 1987 il Fondo nazionale ebraico distribuiva un documento per raccogliere 6 milioni di franchi alfine di creare una "Foresta svizzera" nella regione di Tiberiade; il Fondo ringraziava anticipatemente i benefattori il cui sostegno "permetterà di trasformare un suolo desertico in una verde contrada". Questa strategia fa parte di una propaganda largamente orchestrata per far credere che la Palestina era un deserto fatto fiorire da Israele. Il Fondo non dice però che queste foreste si trovano spesso dove prima c´erano villaggi palestinesi distrutti da Israele. E´ il caso del parco Canada creato dove prima esisteva il villaggio agricolo palestinese di Emmaus, raso al suolo dalle escavatrici israeliane nel 1967.

In effetti, dopo l´espulsione dei Palestinesi, lo Stato d´Israele ha distrutto la maggior parte dei loro villaggi e ha creato al loro posto delle foreste per nasconderne le tracce; queste foreste servono spesso per mascherare istallazioni militari. Le terre agricole sono state attribuite ai kibbutz e ai moshav abitati esclusivamente da Ebrei. Il professor Israel Shahak, dell´Università ebraica di Gerusalemme, scrive a questo proposito:

La verità sulle popolazioni arabe che vivevano sul territorio dello Stato d´Israele prima del 1948, è uno dei segreti meglio custoditi della vita israeliana. Nessuna pubblicazione, nessun libro o opuscolo che dia il loro nome o la loro localizzazione. Certamente questo silenzio ha per scopo di rendere credibile il mito, accettato ufficialmente, "di un paese desertico". Questo mito è insegnato e ammesso nelle scuole israeliane e ripetuto ai visitatori. Una simile falsificazione dei fatti rappresenta una delle più gravi infrazioni alla legge morale e costituisce uno degli ostacoli più grandi a ogni possibilità di pace: una pace che non sia basata né sulla forza, né sull´oppressione. A mio avviso questa falsificazione è tanto più grave in quanto è quasi universalmente accettata fuori dal Vicino Oriente. Siccome i villagi arabi furono quasi completamente distrutti con le loro case, i recinti, come pure i cimiteri e le tombe, e non è rimasta visibile nemmeno una pietra, i visitatori possono accettare l´idea che in quel posto ci fosse solo un deserto[44][44].

La lista stabilita da Israel Shahak e verificata da Christoph Uelinger[45][45] comprende 383 villaggi palestinesi distrutti, ripartiti come segue:

Distretto di Gerusalemme                       37                                                                                                                                                                              Distretto di Safad                                                                                                                                                       76

Distretto di Beersheba                            1                                                                                                                                                                                Distretto di Hebron                                                                                                                                                     15

Distretto di Ramle                                  54                                                                                                                                                                              Distretto di Gaza                                                                                                                                                        45

Distretto di Tulkarem                              10                                                                                                                                                                              Distretto di Jaffa                                                                                                                                                         19

Distretto di Acre                                    25                                                                                                                                                                              Distretto di Haifa                                                                                                                                                        45

Distretto di Jenin                                    6                                                                                                                                                                                Distretto di Nazareth                                                                                                                                                  4

Distretto di Tiberiade                              24                                                                                                                                                                              Distretto di Beisan                                                                                                                                                      22

Ciò rappresenta circa l´81% dell´insieme delle località palestinesi che esistevano all´interno delle frontiere prima del 1967. A questi villaggi bisogna aggiungere un gran numero di tribù espulse o massacrate, la cui lista è riprodotta dal Professor Shahak. Aggiungiamo inoltre che i non Ebrei di città come Tiberiade, Safad, Majdal (Ashqelon), Isdud (Ashdod), Beersheba sono stati quasi interamente espulsi. A Lod, Ramle, Jaffa, Haifa e Acre, i non Ebrei sono stati in gran parte espulsi e quelli che sono rimasti sono stati alloggiati in ghetti usando la forza[46][46].

Significativo è il caso di Biram, un villaggio cristiano nel nord d´Israele. Un prete melchita originario di Biram, Padre Chacour, racconta che nel 1948 gli abitanti di questo villaggio ricevevano gli Ebrei che erano appena arrivati per mostrar loro che da qualche parte in questo mondo c´erano persone disposte ad accoglierli generosamente dopo le persecuzioni naziste. I soldati israeliani hanno allora ordinato ai padri di famiglia di consegnar loro le chiavi di casa e di partire per due settimane. Durante queste due settimane gli abitanti di Biram hanno dormito nelle caverne, nelle grotte e sotto gli ulivi.. Dopo di che i padri di famiglia sono andati dai soldati per poter ritornare, siccome avevano ricevuto una promessa scritta dall´esercito che sarebbero stati autorizzati a ritornare dopo due settimane. Ma non sono mai ritornati: sono stati condotti con autocarri militari fino alla frontiera d´Israele e sono stati espulsi. Hanno fatto il cammino da Naplus ad Amman, a Damasco, a Beirut come centinaia di migliaia di altri Palestinesi. Alcuni sono tuttavia riusciti a infiltrarsi segretamente attraverso la frontiera nord del nuovo Stato d´Israele per raggiungere le loro donne e i loro bambini; gli altri sono diventati dei rifugiati.

La gente di Biram continua a chiedere il diritto di ritornare. Hanno vinto la causa davanti ai tribunali israeliani, ma per persuaderli che non c´era nessuna speranza di ritornare, Ben Gurion ha ordinato la distruzione del villaggio il 16 settembre 1953. Nel 1987, quarant´anni dopo l´espulsione degli abitanti, il gruppo del rabbino Meir Kahane, scortato dalla polizia, è andato a cancellare le croci scolpite nelle pietre delle case ormai in rovina per eliminare ogni segno cristiano. Nel mese di settembre dello stesso anno sono ritornati per distruggere ciò che rimaneva della scuola e danneggiare una parte della chiesa. Hanno aperto la tomba del prete che era morto otto mesi prima e che era stato sepolto in chiesa e hanno distrutto la tomba. Nessuna sanzione è stata presa dal governo israeliano in seguito a questi fatti[47][47].

Va da sè che non soltanto sono scomparse le località, ma anche i luoghi di culto non ebraici; quelli che restano sono stati talvolta profanati. La moschea di Safad è stata trasformata in una galleria d´arte; quelle di Cesarea e di Ain Hud, in ristorante e in bar; quella di Beersheba, in museo; l´hotel Hilton di Tel Aviv, l´hotel Plaza di Gerusalemme e i parchi adiacenti si trovano su cimiteri mussulmani[48][48].

8. Distruzioni ed espulsioni dopo il 1967

Dopo la guerra del 1967, Israele ha proceduto a distruzioni di villaggi non ebraici, ma su scala minore rispetto a quanto aveva fatto al momento della sua creazione nel 1948.

Nella regione di Latrun, gli abitanti di Beit-Nuba, Yalu ed Emmaus hanno ricevuto l´ordine di lasciare i loro villaggi prima che le escavatrici demolissero tutte le case. I vecchi e gli ammalati che non sono potuti partire sono stati sepolti vivi sotto le macerie delle loro case. Le terre e le macchine agricole sono state consegnate ai kibbutz vicini. Al posto di questi villaggi, Israele ha piantato una foresta per il tempo libero, chiamata "Parco Canada" , finanziata dalla comunità ebraica canadese; il parco è costato 15 milioni di dollari, secondo un documento distribuito ai visitatori. I precedenti abitanti non sono nemmeno autorizzati a sepellire i morti vicino ai loro antenati; alcuni hanno preso il cammino verso la Giordania, altri sono stati posti in campi di rifugiati[49][49].

Segnaliamo infine che l´aviazione israeliana, sorvolando a bassa altitudine i campi vicino a Gerico, ha fatto fuggire 70 000 rifugiati palestinesi verso l´altra riva del Giordano; dopo la guerra non furono autorizzati a ritornare.

Al giorno d´oggi in Israele numerose voci chiedono l´espulsione di tutti i Palestinesi "non Ebrei" dai Territori occupati da Israele nel 1967. Queste idee erano giá state sviluppate nel giornale Davar del 29 settembre 1967 da Joseph Weitz, vice presidente del Comitato di direzione del Fondo nazionale ebraico dal 1951 al 1973. Secondo Weitz, lo Stato d´Israele - comprendente la Cisgiordania, la striscia di Gaza, il Sinai e le alture del Golan - doveva rimanere uno Stato ebraico, con una piccola minoranza non ebraica inferiore al 15%. E aggiungeva:

Detto tra noi, deve essere chiaro che non c´è posto nel paese per due popoli. Con gli Arabi, non sarà possibile raggiungere il nostro scopo, quello di essere un popolo indipendente in questo paese. La sola soluzione è una terra d´Israele senza Arabi, almeno nella sua parte occidentale ... e l´unica possibilità consiste nel trasferimento degli Arabi che si trovano qui verso i paesi vicini, trasferirli tutti, senza lasciare un solo villaggio o una sola tribu, e il trasferimento deve aver luogo verso l´Irak, la Siria e la Transgiordania. Per raggiungere questo scopo bisogna trovare del denaro, molto denaro; soltanto con un simile trasferimento il paese può assorbire milioni di nostri fratelli Ebrei. Non esiste un´altra alternativa[50][50].

Joseph Weitz è coerente con le sue idee: già nel settembre 1948 dichiarava che non bisogna dar tregua ai rifugiati palestinesi per allontanarli il più possibile dalle loro terre[51][51].

In una riunione tenuta a Tel Aviv nel febbraio 1988, il generale israeliano Zeevi, soprannominato Gandhi, proponeva di risolvere il problema dei Palestinesi dei territori con un trasferimento nei paesi arabi vicini affermando che "non esiste una soluzione più giusta e più umana"[52][52]. Zeevi ripeteva la sua idea alla Radio israeliana il 28 giugno 1988[53][53]. Questo "Gandhi" israeliano non dice come conta di fare se i Palestinesi rifiutano di lasciare il loro paese. Non dice nemmeno quale crimine è stato commesso da questi Palestinesi per essere deportati dal loro paese, e nemmeno che cosa intende fare delle loro terre e dei loro beni. Si impone allora una domanda: questi Palestinesi sarebbero candidati alla deportazione se fossero Ebrei? Non essere Ebreo è dunque un crimine?

La prospettiva della messa in atto di questo programma è probabilmente una delle ragioni della ruttura dei legami legali tra la Cisgiordania e la Transgiordania, decisa il 31 luglio 1988 da re Hussein il quale non vuole veder arrivare migliaia di nuovi rifugiati nel suo regno.

L´Egitto sarebbe in possesso di rapporti secondo i quali i responsabili israeliani starebbero pianificando di incoraggiare azioni ebraiche estremistiche contro i Palestinesi di Cisgiordania e Gaza. Il Primo Ministro Shamir e l´ex Ministro della Difesa Rabin si sarebbero incontrati con dirigenti e militanti di organizzazioni estremiste come Kach, Gush Emunim, I figli di Giudea, il gruppo Gad e il gruppo Terrorismo contro terrorismo; avrebbero discusso i piani di azione per intimidire i Palestinesi. Questi gruppi avrebbero ricevuto delle assicurazioni da parte delle autorità che non sarebbero stati perseguiti in caso di utilizzazione della violenza per adempiere il loro compito[54][54]. Si tratta dunque di una ripetizione dell´accordo concluso nel 1948 tra il gruppo dell´Irgun e l´Agenzia ebraica con lo scopo di cacciare i Palestinesi. Ciò spiega l´impunità con la quale i coloni israeliani uccidono o feriscono i Palestinesi con le armi messe a disposizione dall´esercito.

Accanto a questo programma di espulsioni in massa, Israele procede a espulsioni individuali di Palestinesi. Le Monde stima che tra giugno l987 e giugno 1988 sono state deportate 2000 persone[55][55]. Le deportazioni sono diventate sempre più numerose a partire dall´insurrezione palestinese del dicembre 1987. La corte suprema israeliana tollera queste deportazioni contrarie al diritto internazionale. In un rapporto del luglio 1989, la Commissione Giustizia e Pace di Gerusalemme segnala che "dall´inizio dell´Intifada circa 8000 persone dei Territori occupati si trovano senza alloggio a causa della distruzione o della chiusura d´autorità delle loro case".

Un´altra soluzione è presentata e sostenuta da gruppi israeliani che hanno lanciato una campagna "contro il pericolo demografico" rappresentato dalla popolazione palestinese dei Territori occupati[56][56]. Al momento dell´apertura ufficiale della campagna elettorale israeliana, il 6 settembre 1988, Peres dichiarava: "Noi ci libereremo di Gaza e dei territori nei quali vive una forte concentrazione araba e continueremo a essere una numerosa popolazione ebraica su un vasto territorio"[57][57].

Questo argomento non è meno razzista di quello sviluppato dai movimenti che cercano l´espulsione. Inoltre, in entrambi i casi, non si dice una parola sui diritti dei rifugiati espulsi nel 1948. Come si può pretendere di cercare la pace con persone che sono state espulse e alle quali si nega il diritto di vivere sulle proprie terre?

Una terza soluzione è sostenuta da un gruppo chiamato "Movimento per una confederazione israelo-palestinese" presieduto attualmente da André Chouraqui. Come dice il suo nome, questo movimento vorrebbe la costituzione di uno Stato federale tra Israele, la Cisgiordania, Gaza ed eventualmente la Transgiordania. La sua posizione è tuttavia altrettanto razzista di quella dei movimenti precedenti in quanto rifiuta di riconoscere il diritto dei rifugiati espulsi nel 1948. In un documento diffuso recentemente[58][58], si dice che i rifugiati dovranno risiedere nella parte palestinese della confederazione.

9. Diritti politici dei non Ebrei

Fin dalla sua creazione Israele ha manifestato la volontà di essere uno Stato ebraico, il che significa, secondo un´espressione di Shimon Peres, "uno Stato in cui gli Ebrei sono una chiara maggioranza"[59][59]. Come abbiamo appena detto, ciò implica l´espulsione della maggior parte dei non Ebrei. E´ dunque praticamente impossibile aspettarsi da questo Stato che tratti allo stesso modo Ebrei e non Ebrei.

E´ vero che il diritto di voto e di essere eletto è assicurato ai non Ebrei che vivono all´interno delle frontiere fissate dall´armistizio del 1949 come pure agli abitanti di Gerusalemme Est, ma ciò non deve indurre in errore. I partiti politici israeliani, tranne una o due eccezioni di poca consistenza, professano tutti l´ideologia sionista e sono apertamente favorevoli alla discriminazione contro chi non è Ebreo. I voti di questi ultimi sono ottenuti soltanto grazie a pressioni, ricatti e promesse di aiuto materiale; si spiega così perché anche partiti di destra raccolgono voti tra i non Ebrei.

Le autorità israeliane impediscono a chi non è Ebreo di formare propri partiti politici o di organizzarsi per unificare i voti per difendere i propri diritti. Parecchi mezzi tecnici o repressivi sono utilizzati per impedire la creazione di un gruppo omogeneo di deputati non Ebrei. I partiti politici che sollecitano i voti dei non Ebrei, invece di sostenere una sola lista centralizzata, stabiliscono diverse liste[60][60].

I partiti che beneficiano della simpatia dei non Ebrei sono contrastati. Un caso merita di essere citato. Il 28 giugno 1988 é stato aperto un processo contro sette membri del comitato esecutivo della lista progressista per la pace, tutti non Ebrei di Nazaret, accusati di appoggio a "movimenti terroristici" per aver pubblicato un articolo non firmato su un giornale israeliano in ligua araba nel giugno 1985. L´articolo sosteneva l´autodeterminazione del popolo palestinese sotto la direzione dell´OLP. Il processo è stato rinviato al mese di ottobre 1988, ma nel frattempo decine di attivisti non Ebrei di questo partito sono stati interpellati e interrogati dal servizio di sicurezza che ha consigliato loro di militare in altri partiti. Inoltre i fondi accordati a questo partito per la sua campagna elettorale sono stati congelati fino alla decisione della Commissione centrale delle elezioni (composta unicamente da Ebrei) che è stata presa solo il 18 ottobre. Pur avendo vinto la causa, il partito disponeva ormai di un lasso di tempo molto corto per svolgere la sua campagna elettorale in vista delle elezioni del primo novembre 1988[61][61].

E´ interessante esaminare alcune cifre per mostrare il posto accordato ai Palestinesi nel loro paese; i non Ebrei in Israele rappresentano:

- circa il 17% della popolazione all´interno delle frontiere esistenti prima del 1967;

- circa il 37% della popolazione all´interno delle frontiere dopo il 1967.

Nell´organo legislativo, la Knesseth, i deputati non Ebrei sono solo il 6%[62][62]. Non hanno nessun potere di influenzare la politica israeliana; non hanno il diritto di partecipare a numerosi comitati parlamentari per il solo fatto di non essere Ebrei. Si può perciò dire che la loro presenza nella Knesset ha il solo ruolo di dare un simulacro di democrazia allo Stato d´Israele.

Nei poteri esecutivo e giudiziario la rappresentanza non ebraica è nulla:

- nessun non Ebreo è diventato presidente, primo ministro, ministro, vice ministro o ministro senza portafoglio;

- nessun non Ebreo è stato nominato ambasciatore d´Israele. Un solo non Ebreo è stato nominato console in uno Stato degli Stati Uniti;

- nessun non Ebreo fa parte della Corte suprema.

Per comprendere il carattere discriminatorio di questo sistema, basta fare un confronto con i posti occupati da Ebrei in Francia o negli Stati Uniti nonostante la scarsa consistenza numerica di questa comunità che non supera il 2% della popolazione di questi due paesi.

Aggiungiamo che gli abitanti della Cisgiordania e di Gaza non hanno il diritto di partecipare alla vita politica israeliana o di formare un partito politico. Non possono né eleggere né essere eletti e a loro sono impedite anche le elezioni municipali. Soltanto nel 1976 questi abitanti hanno avuto il diritto di eleggere i loro sindaci, ma Israele si è affrettato a dimetterli dalle loro funzioni per sostituirli con persone di suo gradimento. I sindaci eletti sono stati deportati o perseguitati. Si comprende perciò la sfiducia manifestata nei confronti del piano di Shamir che prevede delle elezioni nei Territori occupati prima della fine dell´occupazione militare israeliana. Nulla garantisce che le persone che saranno elette non siano a loro volta dimesse dalle loro funzioni e deportate da Israele per privare dei suoi dirigenti il popolo palestinese dei Territori occupati.

10. Diritti economici e culturali dei non Ebrei

Ian Lustick, un autore israeliano, utilizza il termine di "sottosviluppo" quando parla del settore arabo che considera come "una delle caratteristiche più scioccanti della struttura economica d´Israele"[63][63]. Nel 1960 il reddito annuo di un impiegato agricolo non Ebreo era il 40% del reddito di un Ebreo. Il reddito pro capite della popolazione non ebraica nel 1971 rappresentava il 66% del reddito medio pro capite.

Ecco un confronto riguardante il possesso di alcuni beni[64][64]:

1974                                       % famiglie israeliane                   % famiglie non Ebree

 

frigorifero                                 94.2                                           53.8

telefono                                   48.0                                           7.0

televisione                                79.7                                           46.2

automobile                               26.1                                           11.5

 

Il tasso di mortalità infantile per mille abitanti era il seguente:

Anno                                       Ebrei                                          Non Ebrei

1960                                       27.2                                           48.0

1967                                       20.8                                           44.3

1974                                       19.2                                           37.0

 

Questa disparità tra Ebrei e non Ebrei si riscontra anche in alcune attività professionali. Gli Ebrei occupano la maggior parte delle funzioni scientifiche, accademiche e tecniche. D´altra parte lo Stato d´Israele attribuisce alle località dette "ebraiche" sovvenzioni molto più elevate di quelle attribuite alle località dette "non ebraiche". Ian Lustick ha studiato 20 località "ebraiche" e 20 località "non ebraiche" e ha costatato che le località "ebraiche" hanno ricevuto 1855 lire israeliane mentre quelle "non ebraiche" soltanto 222 lire pro capite[65][65].

In campo educativo, gli studenti non Ebrei non sono ammessi a tutte le facoltà oppure sono sottoposti a criteri di selezione più duri. Nel 1987 è stato deciso che la tassa d´iscrizione all´Università ammonterebbe a 1050.- dollari USA per uno studente ebraico e a 1550.- dollari USA per gli altri[66][66]. Inoltre, una volta diplomati, i giovani non Ebrei incontrano difficoltà molto maggiori rispetto ai loro colleghi Ebrei per trovare un lavoro che corrisponda alla loro formazione.

11. Diritti economici e culturali nei Territori occupati

Nella stampa si afferma spesso che Israele ha creato cinque università per i Palestinesi. Non si dice tuttavia che queste università non sono state create da Israele, ma dai Palestinesi e sono finanziate nella misura dell´80% dall´Associazione delle università arabe. Dal canto suo, il Vaticano aiuta l´Università di Betlemme. A causa della censura, queste università incontrano enormi difficoltà per acquistare i libri per le biblioteche, libri che possono invece essere acquistati dalle università israeliane. Ci sono problemi anche per quanto riguarda altre infrastrutture: autorizzazione per costruire nuove sezioni, attribuzione dei collegamenti telefonici, ...

Non si contano gli ordini di chiusura. L´esercito israeliano fa spesso irruzione in queste università, devasta i locali, arresta o maltratta gli studenti e i professori; ci sono stati morti, feriti e deportazioni. Hanna Nasir, un cristiano presidente dell´Università di Bir Zeit, è stato portato di notte con un elicottero fino alla frontiera libanese, senza documenti, e gli è stato negato il diritto di ritornare nel suo paese[67][67].

In Cisgiordania, l´assenza di una struttura statale civile e le innumerevoli difficoltà imposte alle iniziative economiche private, impediscono la creazione d´impieghi. Si contano 10 000 giovani universitari diplomati senza lavoro.

Questa situazione si riflette sull´emigrazione: prima dell´occupazione del 1967, nella città di Gerusalemme vivevano 20 000 cristiani. Oggi ne rimangono solo 6000 nella parte vecchia della città e forse 10 000 nell´agglomerato di Gerusalemme[68][68]. In un paese in cui le condizioni di vita sono estremamente difficili per chi non è Ebreo, la libertà di religione rappresenta una parola vuota. Le Chiese stanno diventando dei musei e la Terra Santa si vuota dei testimoni viventi del Cristo.

12. Legge anti missionaria

Il 27 dicembre 1977 la Knesset vota una legge che stipula:

1. Colui che dà o che promette di dare denaro, qualcosa di equivalente o un altro vantaggio per allettare una persona affinché cambi religione o affinché induca un´altra a cambiare religione, è passibile di 5 anni di prigione o di una multa di 50 000 lire israeliane.

2. Colui che riceve o accetta di ricevere denaro o qualcosa di equivalente o un altro vantaggio in cambio di una promessa di cambiare religione o per indurre un´altra persona a cambiare religione, è passibile di 3 anni di prigione o di una multa di 30 000 lire israeliane[69][69].

Questa legge, accettata dalla Knesset in modo eccezionalmente rapido, rappresentava una concessione del partito Likud al partito nazional religioso e a Agudat Israel. Benché formulata in termini generali, ha per scopo di impedire le conversioni dal giudaismo al cristianesimo. La rivista Vicino Oriente cristiano scrive che il dibattito che ha preceduto il voto sulla legge è stato un "festival anti cristiano" e il progetto di legge fu solo un pretesto per dare libero corso al risentimento provato nei confronti dei cristiani. La rivista aggiunge:

Il fatto che la legge sia poco precisa e che durante la discussione si siano udite dichiarazioni che costituivano un´incitazione all´odio, indica in modo inquietante la vera intenzione di chi ha presentato la legge: farne un´arma potente nella loro campagna lunga e radicale per mettere fine alla presenza dei testimoni della fede cristiana in Israele[70][70].

Tralasciamo di menzionare il grande numero di attacchi contro i luoghi di culto crisitiani e mussulmani perpetrati da gruppi ebraici che non sono quasi mai puniti[71][71].

13. Conversione al giudaismo

Commentando la legge anti missionaria summenzionata, Monsignor Kaldani, vicario patriarcale latino in Israele, dice:

L´essenza primordiale della legge è di proteggere il debole. Ci si domanda se la nuova legge ... proteggerà anche i cristiani che vivono in mezzo alla società ebraica contro le pressioni e gli allettamenti che hanno portato molti di loro a cambiare religione contrariamente alle loro convinzioni[72][72].

La volontà ebraica di convertire i cristiani al giudaismo è confermata dal professor Israel Shahak che scrive:

... lo Stato d´Israele spende tanta energia per convertire i non Ebrei al giudaismo e si comporta come Luigi XIV quando voleva convertire i protestanti al cattolicesimo. I motivi sono simili come pure il timore isterico di vedere gli Ebrei adottare un´altra religione. Le pressioni esercitate in Israele ad ogni livello - dalle maestre d´asilo alla scuola, dall´esercito ai sindaci - sui non Ebrei (e in particolare sui cristiani) affinché aderiscano al giudaismo ricordano la Francia del XVII secolo ... Gli stessi cristiani si trovano in una posizione particolarmente difficile in quanto non sono circoncisi e quindi facilmente individuabili[73][73].

Bisogna notare il caso degli Ebrei sposati con cristiani che lasciano i paesi dell´Est. Convinti che la futura integrazione di queste coppie e dei loro figli in Israele fosse condizionata dalla conversione al giudaismo dei membri cristiani della famiglia, gli emissari dell´Agenzia ebraica hanno cercato di facilitare questa conversione al momento del passaggio delle coppie miste a Vienna. E´ stato istituito una specie di tribunale rabbinico grazie al quale, con un metodo che si potrebbe qualificare di "giudaismo senza lacrime", decine di non Ebrei sono diventati Ebrei[74][74]. Ciò è contrario ai diritti dell´uomo. Perché l´Austria mantiene il silenzio su questi comportamenti che si svolgono sul suo territorio?

Al momento della discussione sulla legge "anti missionaria", un deputato della Knesset ha dichiarato: "l´Agenzia ebraica ... è colpevole di usare vantaggi materiali per forzare la gente a convertirsi al giudaismo. I diritti e i vantaggi degli immigranti sono offerti solo agli Ebrei. Nel caso di matrimoni misti in cui la donna non è Ebrea, si è avvertiti della necessità della conversione se si vuole beneficiare dei diritti e dei vantaggi di questo statuto". Questo deputato ha segnalato che "ogni anno centinaia di non Ebrei si convertono al giudaismo contro quattro o cinque Ebrei che si convertono al cristianesimo"[75][75].

14. Matrimoni misti

Il professor Israel Shahak cita il seguente caso: Hanannia Deri, un rabbino di Jaffa, è impiegato dal 1967 dal rabbinato superiore israeliano [in modo ufficiale] e dalle autorità militari [ufficiosamente] per ritrovare le persone di "sangue ebreo" e riportarle alla religione dei padri. Una ragazza ebrea di Haifa, Raya, sposata contro la sua volontà con un uomo di 50 anni, fuggì con un giovane mussulmano e andò a vivere con la famiglia di lui a Ramallah dove sposò il suo fidanzato; vivevano nel quartiere dei rifugiati ed ebbero 2 figli. Nel 1972 Raya venne denunciata al rabbino Hanannia Deri il quale un mattino arrivò al domicilio della famiglia con un´automobile dell´esercito, accompagnato dai soldati. Ordinò a Raya di accompagnarlo a Haifa , dove venne tenuta prigioniera nalla casa di suo fratello. Durante questo periodo l´esercito e la polizia fecero pressione sul marito. Il rabbino cercò di convincerlo a divorziare o a convertirsi al giudaismo; analoghe pressioni vennero esercitate sui 2 figli. Israel Shahak dice: "E´ uno degli 80 casi di cui si vanta il rabbino Deri"[76][76].

15. Un progetto di legge del rabbino Kahan

Un deputato conservatore, Michael Eitan, ha diffuso alla Knesset un testo che compara il progetto di legge proposto alla Knesset nel settembre 1984 dal rabbino Kahan con la legge proposta da Hitler al Reichstag nel 1935. Ci limitiamo a riprodurre le proposte del rabbino Kahan:

- Chi non è Ebreo non potrà risiedere all´interno della città di Gerusalemme.

- Ai cittadini e residenti Ebrei, uomini e donne, è vietato sposare dei non Ebrei, in Israele o all´estero. I matrimoni misti non sono riconosciuti dalla legge.

- Ci sarà separazione assoluta tra gli istituti scolastici ebrei e non ebrei.

- Sono vietate le relazioni sessuali, complete o parziali, tra cittadini ebrei, uomini e donne, e non ebrei, comprese le relazioni extraconiugali. Le violazioni saranno condannate con 2 anni di prigione.

- Un non Ebreo che ha relazioni sessuali con una prostituta ebraica o con un uomo ebreo è passibile di 5 anni di prigione. Una prostituta ebrea o un uomo ebreo che ha relazioni con un uomo non Ebreo è pure passibile di 5 anni di prigione.

- I campi estivi e ogni altra attività mista tra Arabi ed Ebrei saranno aboliti. Programmi di visite tra allievi ebrei e arabi nei loro villaggi o nelle rispettive case saranno aboliti. Saranno vietati i viaggi all´estero in cui un ragazzo ebreo è ospite di una famiglia non ebrea come pure analoghe visite in Israele da parte di non Ebrei[77][77].

Si può certamente ricordare che il 18 ottobre 1988 la Corte suprema israeliana ha qualificato il rabbino Kahan come razzista e ha vietato al suo partito, il Kach, di partecipare alle elezioni del primo novembre 1988, ma non bisogna però dimenticare che la Knesset comprende sempre 3 altri partiti politici che condividono le opinioni del rabbino Kahan: Tahiya (3 seggi), Moledet (2 seggi) e Tsomet (2 seggi). Si dimentica anche che le sue opinioni si ritrovano nei programmi politici del partito Likud e del partito laburista che rifiutano ai rifugiati palestinesi il diritto di ritornare nel loro paese a causa della loro appartenenza religiosa.

Precisiamo inoltre che Kahan è stato sostenuto dall´alta gerarchia religiosa israeliana come l´ex grande rabbino ashkenaze Shlomo Goren il quale si è dichiarato contrario alla legge anti-razzista perché mirava a sopprimere la distinzione tra i goym (i non Ebrei) e gli Ebrei. Sia Goren, sia l´attuale grande rabbino ashkenaze si oppongono agli incontri tra giovani ebrei e giovani non ebrei[78][78]. Una circolare distribuita il primo settembre 1985 dal Direttore del Dipartimento dell´educazione religiosa del Ministero dell´Educazione a tutti i supervisori e direttori delle scuole religiose vieta gli incontri tra giovani ebrei e arabi. Il motivo: la paura dei matrimoni misti[79][79].

16. Una politica repressiva: due pesi, due misure

Fin dall´occupazione del 1967 lo Stato d´Israele ha esercitato una discriminazione sistematica nei confronti dei non Ebrei dei Territori occupati: confisca le terre, distrugge le loro proprietà, gli alberi da frutto vengono sradicati, imprigiona senza processi, deporta, ecc. Queste misure sono state prese unicamente contro i non Ebrei.

Un Ebreo che uccide un non Ebreo è punito con alcuni giorni di prigione. Al contrario, un non Ebreo che uccide un Ebreo è spesso punito con l´ergastolo e la sua casa viene distrutta. Si invoca spesso la legittima difesa a favore di un Ebreo, ma mai a favore di un non Ebreo. Chi non è Ebreo non ha il diritto di difendersi. I residenti dei kibbutz che si trovano su terre che appartenevano a contadini palestinesi ricevono le armi da Israele e hanno il permesso di sparare sui Palestinesi, i quali sono senza armi e senza difesa.

Dall´inizio dell´Intifada (dicembre 1987), l´esercito israeliano ha fatto largo uso dei gas lacrimogeni contro la popolazione non ebraica con lo scopo dichiarato di disperdere i manifestanti ai quali non viene lasciata nessuna alternativa per esprimersi. Queste bombe vengono utilizzate sia nel caso di manifestazioni violente, sia contro i gruppi pacifisti. Contrariamente a quanto lascia supporre il nome, il gas impiegato non provoca le lacrime, bensì la soffocazione e la morte. Ci si può chiedere qual è lo scopo perseguito dai soldati quando gettano bombe di gas lacrimogeno all´interno degli ospedali e delle maternità dopo aver rotto le finestre. Nel solo ospedale di Shifa, a Gaza, si sono registrati 70 nati-morti in una settimana. E a che cosa mirano i soldati quando gettano queste bombe all´interno delle case durante i periodi di coprifuoco imposti durante parecchi giorni e talvolta settimane? Si temono ora gli effetti secondari dell´utilizzazione di questi gas: morti premature, sterilità, ecc.

L´8 dicembre 1988, Itzhak Rabin, ex Ministro israeliano della difesa, ha detto che dal dicembre del 1987 c´erano stati 257 morti, 7000 feriti e 18 000 arresti fra i Palestinesi. Ha aggiunto che gli arresti non bastano più e che occorre picchiare e ferire un maggior numero di Palestinesi[80][80]. Queste cifre, che non rappresentano necessariamente la realtà, mostrano l´ampiezza della repressione israeliana contro i Palestinesi.

I politici israeliani pongono continuamente il problema del pericolo demografico rappresentato dal tasso di crescita del popolo palestinese. L´utilizzazione del gas, l´impiego delle armi da fuoco, la prigione e la deportazione sono i nuovi metodi israeliani per fronteggiare questo pericolo? Un giorno o l´altro bisognerà porre questa domanda. Il 29 novembre 1988 un prete di Gerusalemme ci ha spedito una lettera nella quale ci dice: "Ci sono testimoni che hanno visto più volte i soldati colpire dei giovani sulle parti genitali (recentemente a Ramallah e nei dintorni). I ragazzi non osano parlarne, ma le loro madri dicono che non sono più degli "uomini". Non si tratta di una forma di genocidio?"

Conclusione

Padre Elias Chacour è originario di Biram, uno dei villaggi distrutti da Israele. In un´intervista rilasciata nel maggio 1988 all´Agenzia di Stampa Internazionale Cattolica, dice:

Siamo cittadini di seconda categoria, sì, ci sono diverse categorie. In realtà, credo che c´è soltanto una zona in Israele, quella dei cittadini ebrei. C´è in seguito la non-zona, il margine, dove chi non è Ebreo è tollerato, ma non accettato, in quanto non è stata trovata la soluzione per sbarazzarsene. Per fortuna ci sono degli Ebrei - pochi, ma esistono - che protestano contro questa segregazione. Se Israele non cambia fondamentalmente la sua politica, non si converte, cioè non cambia direzione politica, temo che tra poco ci sia una sola opzione per sopravvivere qui, l´opzione militare. La Palestina, fin dai tempi di Abramo, non ha mai accettato un conquistatore che non abbia cercato di radicarsi nel territorio. Gli Israeliani non si stanno radicando; stanno seminando l´odio nel cuore dei Palestinesi. Devono cambiare in fretta se vogliono vivere e sopravvivere con una certa qualità di vita umana in Medio Oriente[81][81].

Nel preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell´uomo del 10 dicembre 1988 si legge:

... è essenziale che i diritti dell´uomo siano protetti da un regime di diritto affinché l´uomo non sia costretto, come ultimo ricorso, alla rivolta contro la tirannia e l´oppressione.

Non è questa la spiegazione della rivolta palestinese contro le autorità israeliane che si ostinano ad uccidere, ferire, imprigionare, soffocare con il gas e deportare?

L´affermazione degli autori della Dichiarazione universale dei diritti dell´uomno conferma un´altro passo del profeta-poeta Isaia il quale, 2700 anni fa, diceva: "La pace sarà il frutto della giustizia" (32:17).

Se Israele cerca veramente la pace in Medio Oriente, deve conformarsi al principio della giustizia invece di intestardirsi nella sua politica contraria ai diritti dell´uomo. Deve quindi permettere ai rifugiati palestinesi di ritornare alle loro terre e trattare i Palestinesi su un piano di uguaglianza con gli Ebrei. Perché il fatto di essere cristiano o mussulmano fa si che un Palestinese sia candidato ai campi per i rifugiati, alle prigioni, alla deportazione o alla morte? E´ un crimine essere cristiano o musulmano?

Il giorno in cui Israele considererà il cristiano, il mussulmano e l´ebreo come esseri umani uguali e li tratterà allo stesso modo, quello sarà il primo giorno di pace in Medio Oriente.


l'Unità 31.07.2003


Israele, una legge nega la cittadinanza ai palestinesi delle coppie miste


di Umberto De Giovannangeli

  Da oggi saranno posti davanti ad una drammatica scelta: emigrare o separarsi. «Questa legge è un crimine legale contro l’umanità. Con le nostre stesse mani risolleveremo l’equazione “sionismo uguale razzismo” cara ai nostri nemici», denuncia Yossi Sarid, leader del Meretz, la sinistra sionista. «Questa legge è una vergogna per Israele», gli fa eco il deputato e rabbino Michael Melkior (Meimad-laburisti). «È una legge ingiusta, contraria ai diritti umani, che screditerà il Parlamento», incalza la deputata Zeeva Galon. «Siamo davanti a una proposta fascista e razzista», tuona il deputato Mohammed Barake (Hadash).

 

L’oggetto della infuocata polemica è l’emendamento alla legge sulla cittadinanza, approvato ieri dalla Knesset in terza e definitiva lettura, che negherà alla coppie miste, nelle quali uno dei membri è un palestinese della Cisgiordania e di Gaza, il diritto alla residenza e alla nazionalità israeliana. Per effetto di questa modifica legislativa le coppie miste si troveranno nella situazione drammatica di dover scegliere tra la separazione e l’abbandono del Paese. La legge, che è passata con 53 voti favorevoli, 25 contrari e un’astensione dopo che il premier Ariel Sharon aveva deciso di trasformarla in un voto di fiducia alla sua persona, ha la durata di un anno e potrà essere rinnovata di volta in volta. La legge, contestata dai partiti dell’opposizione, ha suscitato non poco «disagio» anche tra i deputati della coalizione. Un malessere a cui ha dato voce il ministro dell’Interno Avraham Poraz, del partito laico-centrista Shinui, il cui dicastero ha l’autorità di concedere la cittadinanza e i permessi di residenza: «Non posso certo dirmi entusiasta di questo emendamento, ma vi sono considerazioni che riguardano la sicurezza, di cui dobbiamo tenere conto», confessa Poraz, ricordando che l’emendamento era stato proposto dal precedente governo e, sollecitato, a quanto pare, dallo Shin Bet (il servizio segreto per la sicurezza interna).

Il capo del quale, Avi Dichter, aveva personalmente caldeggiato davanti alla Commissione interni della Knesset la modifica richiesta, affermando che 46 israeliani sono stati uccisi e 136 sono rimasti feriti in attentati che sono stati perpetrati da palestinesi dei Territori, sposati ad arabe israeliane e divenuti residenti nel Paese grazie alla legge sulla riunificazione delle famiglie. Il passo legislativo sembra però avere ragioni più profonde che vanno oltre quelle contingenti di sicurezza. «Il vero obiettivo di questa legge è demografico», sostiene il deputato arabo Ahmed Tibi (Hadash), nell’attaccare l’emendamento. Le autorità sostengono che nell’arco degli ultimi dieci anni 146mila palestinesi nei Territori, sposati ad arabe israeliane, sono legalmente divenuti residenti in Israele, realizzando così indirettamente il «diritto al ritorno» auspicato dai rifugiati palestinesi. La crescita demografica araba, assai più veloce di quella della popolazione ebraica, allarma i responsabili israeliani che vedono in questo sviluppo una crescente minaccia al voluto carattere ebraico dello Stato. Gli arabi israeliani sono circa 1,1 milioni e rappresentano circa il 20% della popolazione.

«Il Parlamento ha scritto oggi (ieri, ndr.) una delle pagine più nere della storia d’Israele. Una pagina indegna di uno Stato che rivendica con orgoglio il suo carattere democratico», dichiara alla radio pubblica l’ex ministro Yossi Sarid (Meretz). Ma il presidente della Commissione interni, Yuri Stern (Unione Nazionale, estrema destra), che ha difeso la proposta, ha sostenuto che il contestato emendamento è imposto dalla necessità di proteggere la vita dei cittadini israeliani e discrimina solo i palestinesi dei Territori «perché sono loro che ci hanno dichiarato guerra». Finito il conflitto, aggiunge, la legge potrà essere modificata. Pronta la replica della scrittrice ed ex deputata laburista Yael Dayan: «La lotta al terrorismo - dice - non può giustificare lo spregio dei più elementari diritti civili». Sulla stessa lunghezza d’onda si muove la protesta dell’avvocato Orna Cohen, esponente del Comitato giuridico della minoranza araba israeliano: «Questa legge - denuncia - si configura come una forma particolarmente odiosa di punizione collettiva». Appare ora molto probabile che l’opposizione ricorrerà alla Corte Suprema contro l’emendamento con la motivazione, anticipata da Ahmed Tibi, che esso viola la «legge fondamentale» sui diritti dell’Uomo e sulle sue libertà.


 

http://www.kontrokultura.org/_public/talkshop/messages/1328.html

Il «terrorismo», la Palestina e la «signora con i capelli rossi»

di Enrico Galoppini

Una conferenza sul «terrorismo»



In una recente trasmissione televisiva condotta da Michele Santoro - il quale, checché ne dicano i divoratori di palinsesti Mediaset, è tra i pochi che ancora garantiscono spazi televisivi al dissenso - il giornalista de «La Repubblica» Magdi Allam ha auspicato che al più presto venga convocata una «conferenza internazionale sul terrorismo». Forse che il bravo giornalista egiziano si è assuefatto alla propaganda di regime persuadendosi quindi che il problema capitale dell’umanità sia quello contro cui Bush II ha scatenato la «terza guerra mondiale»?
Niente paura, Magdi Allam è uno che ha la sana abitudine di pensare con la propria testa: da quell’ipotetica conferenza, al cui buon esito potrebbero contribuire linguisti, semiologi e semantisti, dovrebbe venir fuori una definizione comprensibile e di conseguenza accettabile di «terrorismo».
Ai più avvertiti tra i lettori non sfuggirà l’emergenza della questione. In Afganistan, centinaia di migliaia di profughi avrebbero senz’altro beneficiato da una pronta riunione di un simposio di questo tipo, e anche le popolazioni di Somalia, Sudan, Iraq, Yemen, Siria, Libano e chi più ne ha più ne metta non disdegnerebbero certo di vederne cominciare i lavori.
Che cos’è il «terrorismo»?, si chiede, disorientato, Magdi Allam. Le opinioni, in tal senso, divergono oggi come su nessun altra questione. Anzi, diciamo che a seconda degli interessi che si mira a difendere, nella e dalla categoria di «terrorismo» ciascuno inserisce o espunge quel che più detesta o gradisce. C’è chi adotta un criterio estensivo, chi uno restrittivo, per cui la schiera dei «terroristi» si moltiplica o si riduce a fisarmonica .
Chiedere soccorso alla Storia può essere di conforto per chi intendesse tirarsi fuori dal guazzabuglio di definizioni e sentenze perentorie che si leggono e ascoltano. Nel caso dell’Argentina, del Cile e di altre dittature militari sudamericane, pochi hanno avuto dubbi nel definire la vicenda dei desaparecidos una forma di «terrore» organizzato direttamente da apparati dello Stato. Ma dove sono al potere i militari queste pratiche sono la norma, anche se si preferisce dimenticarlo in ossequio ad impresentabili «alleanze» (la Turchia è un tipico caso). Le ‘imprese’ della polizia politica dell’Iran dello Scià, la Savak, sono ormai note a tutti, e nel caso dell’Iraq, quando la priorità assoluta era quella di dipingere Saddam Hussein come sanguinario nemico pubblico numero uno, fummo informati che il «terrore di Stato» stesse assumendo le forme dei massacri dei curdi e delle popolazioni sciite del sud, mentre è abbastanza risaputo che in Siria nel 1982 furono massacrati migliaia di aderenti e simpatizzanti dei Fratelli Musulmani (un intero quartiere della città di Hamâ non esiste più). Gli Usa, che oggi si fanno vessilliferi della «guerra al terrorismo», hanno in materia un curriculum di tutto rispetto . Dunque, che sia esistito un «terrore di Stato» - anche se curiosamente a ciò si dà riconoscimento o in maniera preventivamente strumentale o dopo la caduta in disgrazia di chi lo metteva effettivamente in opera - è una realtà incontrovertibile che la Storia ha impresso a caratteri indelebili. Lo Stato, com’è ovvio - e anche comprensibile (vedremo perché) - il «terrorismo» può anche subirlo; pensiamo alla Spagna o alla Francia, dove a nessun statista responsabile è mai venuto in mente di invadere militarmente e di bombardare né il Paese basco né la Corsica.
Persino all’unità di un’Italia che si dissolve nel nulla, tra gli illusionismi dei tecnocrati di «Eurolandia», il mangia mangia di chi dovrebbe ben governare e gli umori populisti del blut und boden padano, si pervenne anche dopo atti che persino un Carlo Azeglio Ciampi non potrebbe che definire come «terroristici».
Che poi la Storia ufficiale ci racconti le gesta di «patrioti», «Carbonari» e metta dietro la lavagna i «briganti», poco incide nella sostanza di quei fatti.


Una definizione classica di «terrorismo»

Se si noterà bene, abbiamo scritto «terrore» e «terrorismo» sempre ben virgolettati, in relazione a qualsiasi situazione ed episodio che abbiamo menzionato. Dal momento che non apparteniamo ad alcuna accademia dello scrivere e del parlar forbito non possiamo arrogarci il diritto di assicurare una nuova definizione esauriente ai due termini, che certo non sono sinonimi; ci sia però quanto meno concesso di esprimere un dubbio piuttosto diffuso sulla reale corrispondenza a queste due parole di qualcosa di inequivocabilmente chiaro, quando invece esse dovrebbero aiutarci ad inquadrare alcune dinamiche caratterizzanti i conflitti armati, sia intestini che tra Stati. Dizionario alla mano , «Terrore» è: 1) “Sentimento di grande e incontrollata paura, che limita notevolmente le capacità fisiche e psichiche”; 2) “Persona o cosa che terrorizza, che spaventa”; 3) “Fase, momento di regimi rivoluzionari o antirivoluzionari caratterizzati da una spietata repressione degli avversari politici”. Alla voce «Terrorismo»: “Metodo violento di lotta politica, fondato su gravi azioni di sabotaggio e su attentati contro esponenti, fautori e collaboratori del potere e del governo contro cui si lotta”.
Si tratta, com’è evidente specialmente per il secondo termine, di definizioni attardatesi ad un mondo che in effetti non c’è più, ma non dall’11 settembre come ci predicano a non finire. Il «terrorismo» - a dir la verità, una realtà alla quale non corrisponde ancora un vocabolo esaustivo - si è evoluto parecchio, diversificando le sue modalità d’azione e allargando ai civili il novero dei suoi bersagli, in sintonia con quanto avvenuto alle guerre, dove in un crescendo d’odio verso il «nemico» e di follia tecnologica, da scontri tra militari sempre meno cavallereschi si è giunti ai bombardamenti indiscriminati di città intere. Tra «guerra» e «terrorismo» è avvenuta - ed è ancora in corso - un’osmosi sintetizzata dalla cosiddetta «guerra al terrorismo».


I palestinesi: «martiri» o «terroristi»?

Torniamo ora alla trasmissione di Santoro. In quella sede si discuteva di Palestina e, comme d’habitude, abbiamo constatato che come ci si addentra nel terreno minato della vexata quaestio palestinese qualsiasi ordinaria logica va in frantumi, ed anche cervelli che in molte occasioni hanno dato prova di girare bene, vengono presi da non si quale inceppamento. La definizione di che cosa sia «terrorismo», da inclusiva per eccesso quando si tratta di battere i tacchi davanti a Zio Sam, quando è in ballo lo Stato d’Israele si riduce ai minimi termini: lo Stato d’Israele è la parte offesa e i «terroristi» sono solo gli altri, i quali per giunta meritano di essere bombardati o fatti oggetto di ‘tiro al piccione’.
Curiosamente però, in attesa che qualche autorevole accademia ci dia non solo una nuova formulazione del vocabolo «terrorismo», ma addirittura un nuovo termine per indicare il fenomeno osmotico di cui sopra, l’obsolenscenza semantica del nostro dizionario giunge quanto mai opportuna perché il “metodo violento di lotta politica, fondato su gravi azioni di sabotaggio e su attentati contro esponenti, fautori e collaboratori del potere e del governo contro cui si lotta” è proprio quello che i filo-israeliani sostengono che il governo di Tel Aviv si stia limitando ad applicare, negando però recisamente che questo sia «terrorismo». Il «terrorismo» verrebbe solo dalla parte dei palestinesi, i quali ritengono che quelli che si fanno saltare in aria al fine di ammazzare più israeliani che si può sono dei «martiri» (shuhadâ’), e non «terroristi» (irhâbiyyûn). Riprendiamo quindi il dizionario della lingua italiana: «martire» è anche “chi affronta e subisce coscientemente la morte per la patria, per la propria fede politica, per un alto ideale” (il che non significa certo aspettare di essere impallinati con una pietra in mano…), e d’altra parte sia l’arabo shahîd che l’italiano «martire» veicolano l’idea di rendere testimonianza (a Dio). Come la mettiamo quindi, quando i nostri affettati giornalisti erettisi a giudici incalzano i palestinesi e chi ne prende le parti con la domanda di rito “allora sono «martiri» quelli che si fanno esplodere oppure «terroristi»”? Il politically correct prevede di rispondere «terroristi».
Che gli uomini-bomba seminino il «terrore» tra gli israeliani, su questo non c’è dubbio, ed è lo stesso “sentimento di grande e incontrollata paura, che limita notevolmente le capacità fisiche e psichiche” che pervade gli abitanti delle città palestinesi sottoposte ai cannoneggiamenti dei tanks.
C’è chi ha detto che si ricorre all’estremo sacrificio di sé, al «martirio» appunto, solo quando non si scorge alcuna prospettiva praticabile, quando, in una sola parola, si è disperati. I ben pensanti evocano lo stereotipo del «fanatismo» musulmano, ma la verità è che il «martirio» (che, ripetiamolo, semina morte e distruzione, in una parola il «terrore») è l’unico mezzo a disposizione di chi non può operare alcun atto di «terrorismo» riconducibile alla definizione del dizionario della lingua italiana. Non vi è dubbio poi che la presente sia una “fase caratterizzata da una spietata repressione degli avversari politici” che lo Stato d’Israele chiama «antiterrorismo» , in totale spregio di quanto abbiamo testé appreso dal dizionario, la cui definizione sembra al contrario fabbricata su misura per descrivere l’operato di Tsahal e del Mossad .


Gli ebrei e lo Stato d’Israele: il mimetismo della maggioranza e il coraggio di pochi

Siccome la caduta in disgrazia dello Stato d’Israele è obiettivamente parecchio di là da venire, la gran maggioranza dei forgiatori d’opinioni si schiera dalla parte che promette di garantire prebende ed onori ancora per un pezzo. Molti da quella parte ci stanno per opportunismo, o per piaggeria, o per i sensi di colpa che hanno loro inculcato, o perché vengono pagati. Per altri - e non sono pochi - lo stare dalla parte dello Stato d’Israele non c’entra niente con tutto questo. Si schierano per il semplice fatto che non può essere altrimenti: ad onta del loro presentarsi come giornalisti «italiani», e quindi suscettibili di posizionarsi variamente nella contesa tra arabi ed ebrei in Palestina, essi sono ebrei (osservanti o ‘all’acqua di rose’) e per giunta sionisti neppure troppo tiepidi, ma questo ai più non è dato di sapere, tranne in alcuni casi di pubblico dominio. Ci sono inoltre, com’è naturale che sia, anche ebrei che sulla questione palestinese ed altri aspetti che contribuiscono a perpetuarla fino alla fine dei tempi sono estremamente acuti, avendo vergato pagine sferzanti nei confronti dell’operato israeliano e delle diverse lobbies ebraiche o filo-ebraiche sparse per il mondo (è il caso di moltissime sette protestanti americane): si pensi a Noam Chomsky , Israel Shahak , Israel Shamir , Norman Finkelstein , John Sack ed altri scrittori, lodevoli e coraggiose eccezioni del tutto latitanti nell’italico stivale .


Ariel Sharon, il presidente della “signora con i capelli rossi”

Il caso della “signora con i capelli rossi” che, in collegamento da Gerusalemme ovest, in tal modo è stata apostrofata da Thâ’ir - un quattordicenne palestinese ospite in studio a Ramallah - dopo che egli aveva assistito allo show di cui forniremo ampi dettagli, è proprio uno di quelli in cui si gioca a rimpiattino tra una posizione apparentemente neutrale e quella determinata dall’appartenenza al «popolo eletto». Una vera turlupinatura ai danni degli ignari telespettatori. L’atteggiamento di Fiamma Nirenstein è particolarmente degno di attenzione e di analisi poiché è paradigmatico della posizione dei tanti ebrei italiani che, mediamente ragionevoli su tutto il resto, quando si porta il discorso sulla Palestina cominciano a sragionare e a vedere tutto attraverso le lenti deformanti del terror panico. Ma qui, ripetiamo, vi è del non detto, la questione spiegandosi in una certa misura in termini di appartenenza etnico-religiosa, e non di opinioni fluttuanti come tra il resto dei comuni «gentili». Thâ’ir ha un difetto per la “signora con i capelli rossi”. Ha due amici - Shâdy, di 13 anni e il fratellino di questi, Burhân, di soli tre anni - che per colpevole distrazione loro o dei loro genitori si trovavano sulla traiettoria di un razzo sparato da un elicottero recante la stella di David nel bel mezzo di una strada di al-Khalîl (Hebron). Il difetto nel difetto sta nell’ostinazione con cui Thâ’ir ripete che tutto questo (accaduto talmente tante volte da non fare più notizia) rientra perfettamente nella categoria del «terrorismo», di Stato o meno che dir si voglia. A capo del Governo dello Stato che Thâ’ir considera «terrorista» c’è un personaggio dichiarato dal competente tribunale «criminale di guerra» e non, si badi bene, «terrorista», come la maggior parte dei filo-palestinesi lo considera per fare pari e patta nella ridda di accuse reciproche. In arabo egli è più definibile un mujrim («criminale», «delinquente») e non un irhâbî («terrorista»), anche se è pacifico che con il suo operato diffonda il «terrore», al pari degli uomini-bomba palestinesi.
La “signora con i capelli rossi”, che ci parla da un paese “pieno di ciechi, di storpi, di morti, un posto dove non si può più andare in nessun posto”, colpita nella sua “fede incrollabile nei diritti umani” e magari fautrice dei tribunali internazionali per chi ne fa carta straccia, per motivi che sfuggono solo alle «pecore matte» di dantesca memoria ha una gran stima di Ariel Sharon, il cui indice di gradimento è in continua ascesa sia tra gli israeliani che tra gli ebrei «della diaspora»: “Va bene, Sharon avrà anche ammazzato della gente [collateral damages…], ma è riuscito ad acchiappare i «terroristi» che Arafat si rifiuta di catturare… è un uomo vecchio che… quest’immagine che si ha di Sharon… Qui è una storia di soldati…”. Messaggio recepito: i signori e le signore “con i capelli rossi” d’Italia sono con Sharon e lo riabilitano facendosi beffa di tutti i morti di questa intifâda, per non parlare di quelli di Sabra e Chatila. L’onnipresente (perché?) direttore della «Rivista Militare» - quello dei “bambini afgani che se vanno a ‘paciugare’ tra le bombe inesplose… [le cluster bombs]” - per il quale “Israele bombarda solo edifici vuoti per poi demolirli con i bulldozer” (non si capisce la logica di azioni così fatte), conferma: “Sharon è stato un bravissimo generale… è solo un po’ irruento”.


Il «doppio» Arafat, il «Bin Laden d’Israele»

Poi inizia la vera performance della signora che, tra omissioni e mezze verità, la infarcisce di invenzioni pure e semplici. Tutta la colpa sarebbe di Arafat, che non riesce a prendere i «terroristi» della lista che il governo israeliano gli ha consegnato. Eppure in sole 12 ore - umiliandosi al ruolo di collaborazionista di un regime di occupazione - ne aveva già presi diciassette , non male se si pensa che per accoppare Bin Laden l’Angloamerica sta tappezzando di bombe un’intera regione da circa un mese senza giungere ad alcunché (forse perché, come già fatto con Saddam, un Usâma vivo spiana la strada alle successive puntate). E’ semplicemente inaudito vedere il leader di un’Autorità nazionale, limitata quanto si vuole, dover sottostare come uno scolaretto agli ordini che gli giungono dall’esterno. Il sospetto diffuso tra i palestinesi è che lo Stato d’Israele punti a concentrare i «terroristi» in un unico luogo per poi eliminarli in un’unica soluzione («finale»?) con il consueto «bombardamento chirurgico».
Arafat dovrebbe inoltre ubbidire perché «non è stato ai patti»: “Barak aveva promesso molto ai palestinesi - riparte la Nirenstein riprendendo un motivo caro a tutti i filo-sionisti -, era stato dato il 13% della Cisgiordania, che contiene il 98% dei Palestinesi” . Quello dell’arabo «falso e bugiardo» è un topos classico del pregiudizio d’epoca coloniale, e la Nirenstein, da tifosa dell’ultimo colonialismo al mondo qual è, sa attingere sapientemente dalla vasta gamma di stereotipi anti-arabi coniati a quell’epoca.


Un «terrorismo» benintenzionato?

A quattordici anni Thâ’ir non ha ancora appreso le utili arti della dialettica e della retorica ingannevole in cui tutti gli individui dalla rossa criniera eccellono; oppone quindi delle semplici storie, tipo quelle di altri suoi amici finiti all’obitorio, vuoi per una pallottola in fronte o un razzo israeliano (quelli sono spesso coetanei o anche più piccoli), vuoi per una carica esplosiva che si sono messi addosso (quelli invece sono quasi tutti più grandi di lui).
E qui veniamo al punto. Questi ultimi sarebbero i primi tra coloro ai quali si vorrebbe far calzare a pennello la nebulosa definizione di «terroristi» che ancora nessuno si è preso la responsabilità di chiarire. Ma di questi tempi non è il caso di fasciarsi troppo la testa: anche del diritto internazionale è stato fatto abbondante scempio, e l’unico diritto internazionale al momento in vigore è quello dei più forti .
Il dizionario, quello che dice lo sappiamo e ne abbiamo tratto le relative deduzioni; sentiamo ora la capitale differenza tra il vero «terrorismo» e quello che solo un pregiudizio anti-israeliano indurrebbe a definire tale: “dal punto di vista dello scontro c’è una differenza che è nell’etica. Il kamikaze va lì intenzionalmente per far morire della gente, mentre nel caso di un missile che cade su un edificio della polizia [palestinese] ci sono delle terribili ed inevitabili perdite, ma che non sono intenzionali”.
Siamo in piena teologia del «danno collaterale»! Dato che vittime «civili» (ma ormai abbiamo capito che nei conflitti del XXI secolo la distinzione tra civili e militari è finita) lo stesso Israele e le penne al suo servizio ammettono di farle, la differenza dunque la farebbe l’intenzionalità del gesto, ed è qui la truffa che ci propina la Nirenstein, truffa reiterata grazie ad un glossario costruito ad hoc che per indifferenza e pigrizia ci siamo abituati ad accettare per neutro: «ultraortodossi», «determinazione», «incursioni» da una parte, «integralisti», «fanatismo», «terrorismo» dall’altra . I missili non “cadono”, ma vengono sparati sui loro bersagli intenzionalmente (altrimenti questi soldati hanno una mira davvero pessima) , e non solo “sulle auto dentro cui ci sono dei kamikaze zeppi d’esplosivo”, come ha avuto l’ardire di favoleggiare durante la medesima trasmissione il portavoce dell’ambasciata israeliana, secondo il quale sarebbe “indecente” e “una vergogna” pensare che lo Stato d’Israele possa architettare massacri indiscriminati .


Un «terrorismo» mirato?

Che gli obiettivi siano “solo le sedi della polizia” (certo che sarà dura per quella polizia, ridotta ad accamparsi sotto le tende, acchiappare i «terroristi») come ci dice Fiamma Nirenstein è una menzogna colossale. Le case private (abitate da «terroristi», of course) sfondate e crivellate di colpi non si contano , ma le «rappresaglie» israeliane non risparmiano di regola né gli ospedali né gli edifici di culto (compresi quelli cristiani, cosa che non indigna alcun «cattolico padano»…) , come ci ha provvidenzialmente informati il bravo Santoro in altre puntate del suo programma.
La «rappresaglia» è prevista dal diritto di guerra, ma contro il «terrorismo» non si fanno «rappresaglie», si fa semplicemente tabula rasa e si procede alla pulizia etnica.
Per questo, ai palestinesi che si ribellano ad una palese ingiustizia si vuole negare lo status di combattenti. Meglio quindi presentare come «esecuzioni mirate» i quotidiani omicidi di «attivisti» a cui procedono reparti delle forze speciali israeliane.


Un nuovo «Olocausto» dietro l’angolo

Se con il sofisma dell’intenzionalità dell’atto omicida non si convince un’opinione pubblica che potrebbe mostrare segni di cedimento, è pronta la giustificazione ideologica del «terrorismo di Stato» israeliano: i «terroristi» palestinesi (o i palestinesi in toto, non è chiaro per i fautori di questa interpretazione, tra i quali - l’abbiamo letto - si conta anche il rabbino Di Segni) auspicano l’annientamento dello Stato di Israele. Siamo all’arcinoto «diritto di esistere» di Israele. Di qui gli attacchi preventivi (Iraq, Libano, Egitto), gli omicidi di esponenti politici palestinesi (e non solo) eseguiti dal Mossad in mezzo mondo sui quali nessuna magistratura ha mai osato indagare, i rapimenti di oppositori, critici e dissidenti . Ad onor del vero, l’Olp ha riconosciuto Israele fin dal 1988 , ma non si sa quando Tel Aviv (attenzione, sempre più la vulgata massmediale ha adottato espressioni tipo «l’esercito di Gerusalemme»…) riconoscerà un barlume di Stato palestinese che non ne sia piuttosto un simulacro che onestamente richiama alla mente l’immagine di una riserva indiana o di un bantustan.


Le «regole» valgono sono solo per gli altri

A questo punto, anche a volersi porre in perfetta equidistanza dai due contendenti, l’unica soluzione realistica per far cessare quanto meno il «terrore» in cui ormai vivono tutti sarebbe quella avanzata da Giuliano Ferrara, il quale, volendo sondare l’effettiva buona volontà dello Stato d’Israele (che con l’Europa ha stipulato diverse forme d’associazione), ha lanciato - come già altri stanno facendo - l’idea di un invio di una forza d’interposizione internazionale. E’ un po’ come quando due se ne danno di santa ragione: se nessuno interviene c’è il rischio che ci scappi il morto, e così ha ragionato il direttore de «Il Foglio».
L’Ambasciatore dello Stato d’Israele in Italia, in diretta a «La 7», non ha invece deluso i suoi aficionados: “Si tratta di una questione interna”. Di «questioni interne» se ne intendeva anche un certo Milosevic, e sappiamo come nel suo caso le «regole» siano state applicate, tanto che il buon «Slobo» è finito nel ‘cattiverio’ a meditare sui bei tempi andati.
L’arroganza della chiusura totale dell’establishment israeliano di fronte ad una prospettiva del genere è evidente a tutti, ma gli Usa (la cui «mediazione» è la sola che a Tel Aviv accettano) gli tengono mano alla grande: “Gli Stati Uniti hanno posto il veto su una risoluzione Onu per l’invio di osservatori internazionali in Medio Oriente. […] Soddisfazione in Israele per la decisione, criticata invece dall’Autorità palestinese di Arafat. […] E’ intanto fallita la missione dell’inviato Usa, Zinni, richiamato in patria per «consultazioni» con il presidente Bush” .


L’ultima spiaggia dei fans del sionismo: il «Nazismo islamico»

Alla luce di quanto siamo andati esponendo, ma soprattutto se qualche organo d’informazione con un discreto bacino d’utenza cominciasse a sintonizzarsi sulla nostra stessa lunghezza d’onda, l’impudenza nella quale lo Stato d’Israele insiste a perpetrare i suoi misfatti potrebbe venire pregiudicata.
Allora, i fans del sionismo escogitano l’ultima trovata propagandistica sfruttando il consumato meccanismo del riflesso condizionato. Dal cilindro della Nirenstein, che attraversa un vero stato di grazia, è uscito recentemente uno dei più spettacolari articoli mai scritti sull’«antisemitismo arabo» d’ispirazione naturalmente nazista, tema che sulla scia degli studi di Bernard Lewis (fonte privilegiata dalla stessa Nirenstein) è una specie di paranoia dei vigilantes dell’antisemitismo . Ci riferiamo a Quegli intellettuali arabi suggestionati dal Nazismo, uscito originariamente su «La Stampa» e ripubblicato da «Shalom», n. 9, settembre 2001, di cui forniamo un’ampia sintesi.
Per la Nirenstein, dietro al «terrorismo» islamico, altrimenti inspiegabile, vi sarebbero gli eterni nemici degli ebrei, i nazisti, la categoria malvagia per antonomasia assurta a dimensioni metafisiche proprio per eternarla ed applicarla indistintamente a chiunque. Una volta appiccicata la patacca di nazista, con i palestinesi (e tutti gli arabi) la partita propagandistica dovrebbe essere finita. L’equazione tra Islam «militante» (o l’Islam tout court?) antiamericano e Nazismo si baserebbe sulla diffusione di opere di autori “tedeschi non solo nazisti, […] Rilke, Junger, Heidegger” tra gli intellettuali arabi degli anni Trenta-Quaranta; dunque, l’odio verso gli Usa agli arabi l’avrebbero instillato i nazisti (o i tedeschi, che poi, si sa, sono nazisti…), e facendo eco alle note dichiarazioni di Berlusconi insiste sulla messa all’indice d’ogni dissenso organizzato : “Su tutto questo si inserì la mistica terzomondista, che mette anche oggi nella sua forma antiglobal tutto il bene su ciò che non esiste, e sull’esistente ogni male”.
Identica spiegazione per l’odio contro lo Stato d’Israele, che non c’entrerebbe niente con la questione palestinese: “L’America e Israele (non certo a causa del conflitto israelo-palestinese ma in relazione ad esso come simbolo dello scontro fra bene e male […], divennero negli anni 80, l’epitome stessa del male assoluto, il concentrato concettuale dell’Occidente capitalista, l’Occidente più corruttore, intrinsecamente malvagio e nemico”.
Eureka! Tutto si spiega con l’eterno «antisemitismo» (denunciato, come abbiamo documentato, anche dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni): “A Durban [la Conferenza internazionale sul razzismo, di poco precedente l’inizio della nuova intifâda, abbandonata da Usa e Israele quando le cose avevano preso una piega da loro non gradita] l’odio antiamericano e antisraeliano era così denso da suggerire un’autentica rinascita di antisemitismo da una parte, e un ritorno a una Guerra Fredda scaldata dal terrore dall’altro. La criminalizzazione degli americani ritenuti depositari di un torto insanabile se non con la punizione divina lasciava senza fiato”.
Ergo, tutto il mondo islamico è da combattere perché, obiettivamente, dalla lista della Nirenstein, che sembra quella degli «Stati canaglia» stilata dal Dipartimento di Stato, rimane fuori ben poco: “…la rivoluzione islamica dell’Iran; la lunga successione degli attentati (suicidi, dirottamenti, bombe, agguati) riusciti, con migliaia di morti, degli Hezbollah, di Hamas, della Jihad e di altre organizzazioni palestinesi [quindi tutta la resistenza palestinese], della Fratellanza musulmana, di Bin Laden, il crescente sostegno di stati come l’Iran stesso, la Siria, l’Iraq, la Libia, l’Arabia Saudita, l’Afghanistan, il Pakistan…”.


«Terrorismo», «Nazismo islamico»: l’eterogenesi dei fini

Finito lo show televisivo, la “signora con i capelli rossi” manda a letto Thâ’ir, un “caro bambino, al quale mando una benedizione e auguro ogni bene”.
Anche il Professor Arnon Soffer, geografo dell’Università di Haifa, come altri suoi colleghi, è di quelli che - cartine e studi dettagliati sul Muro di Berlino alla mano - “augura ogni bene” a Thâ’ir e ai suoi connazionali; a mali estremi - «terroristi», e per giunta «nazisti» - valgono solo estremi rimedi: la separazione fisica decisa unilateralmente dagli israeliani, da attuarsi con un muro, oppure una serie di muri concentrici, o - nelle proposte più attente all’immagine - «muri che respirano», più filo spinato, corrente elettrica, sensori eccetera.
Tutto questo perché? Per debellare il «terrorismo»? Niente affatto. Nel 2002 il «popolo eletto» potrebbe perdere la maggioranza demografica: una catastrofe avvertita come la fine del progetto sionista .
A ben vedere, lo Stato d’Israele, oltre a praticare il «terrorismo», è l’incarnazione moderna non tanto del Nazismo, quanto del Nazismo immaginario, di quello che ci hanno raccontato che fosse.
E i palestinesi, che ruolo hanno in tutta questa storia? A ciascuno le sue deduzioni.
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[1][1] Dr. in diritto; diplomato in scienze politiche.

[2][2] Per la dichiarazione di Yasser Arafat davanti al Consiglio dell´Europa, cfr. International Herald Tribune, 14.9.88, p. 1. Per la Dichiarazione d´indipendenza dello Stato palestinese, cfr. Le Monde, 16.11.88, p. 2.

[3][3] Segnalo in particolare la mia tesi di dottorato: L´impact de la religion sur l´ordre juridique, cas de l´Egypte, non-musulmans en pays d´Islam, Editions universitaires, Fribourg 1979, 420 pagine, e il mio articolo "La définition internationale des droits de l´homme et l´Islam" in Revue générale de droit international public, tomo 89/1985/3, pp. 624-716.

[4][4] Risoluzione 36/55 proclamata dall´Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 novembre 1981

[5][5] Testo francese in Claude Klein: Le caractère juif de l´Etat d´Israel, Edition Cujas, Paris 1977, pp. 153-155.

[6][6] Uri Davis: Israel an apartheid State, Zed books ltd, London and New Jersey, 1987, p. 22.

[7][7] Laws of the State of Israel, vol. 34, p. 181.

[8][8] Uri Davis, op. cit., pp. 68-69.

[9][9] Ben Gurion: Zionistische Aussenpolitik, Berlin 1937, p. 28, citato in V. Waltz & J. Zschiesche: Die Erde habt Ihr uns genommen, Berlin 1986, p. 30.

[10][10] Erskine B. Childers: The Wordless Wish: From citizens to refugees, in: The Transformations of Palestine, Northwestern University Press, Evanston 1971, pp. 165-202.

[11][11] Jacques de Reynier: À Jérusalem un drapeau, Editions de la Baconnière, Neuchâtel 1950, pp. 69-79.

[12][12] In una discussione alla Knesset, un deputato israeliano ha detto che non aveva vergogna di quanto era capitato a Dair Yassin poiché c´erano stati altri Dair Yassin; ha aggiunto che la guerra è stata vinta grazie al massacro in questo villaggio (Tom Segev: 1949, The first Israelis, The Free Press, Macmillan, New York & London 1986, p. 89).

[13][13] Al-Hayah (Beirut), 20.12.48, citato da Musa Alami: The lesson of Palestine, Middle-East Journal, vol. 3, ottobre 1949, no. 4, pp. 381-382.

[14][14] Nel 1985, Israele ha deciso di mantenere segreti ancora per 20 anni i documenti relativi all´esodo dei Palestinesi (Journal de Genève, 1-2.6.85).

[15][15] Uri Davis, op. cit., pp. 7-8.

[16][16] Sabri Geries: Les Arabes en Israel, Maspero, Paris 1969, pp. 118-120.

[17][17] Secondo il "Comité de Transfert", Israele deve rifiutare in modo categorico il ritorno dei rifugiati nei loro villaggi. Se Israele fosse costretto ad accettare il loro ritorno, dovrebbe farlo unicamente nelle città in cui la popolazione non ebraica rappresenta meno del 15% di quella ebraica (Tom Segev, op. cit., p. 30).

[18][18] Sulla questione dell´esodo dei Palestinesi, cfr. l´articolo di Amnon Kapeliouk, "Nouvelles précisions sur l´exode des Palestiniens à la lumière des archives officielles de l´Etat juif", Le Monde Diplomatique, dicembre 1986, pp. 18-19.

[19][19] Sune O. Persson: Mediation and Assassination, Ithaca Press, London 1979, p. 208. Questo problema è stato di nuovo affrontato dalla stampa (NZZ, 12.9.88, p. 4; Le Monde, 18-19.9.88. p. 2).

[20][20] Cfr. il documento delle Nazioni Unite intitolato "The right of return of the Palestinian people", St/SG/SER. F/2, New York, 1978.

[21][21] Tom Segev, op. cit., pp. 61-63.

[22][22] Prevention of infiltration (Offences and jurisdiction) law, Laws of the State of Israel, vol. 8, pp. 133-137.

[23][23] La lettera di Yaari è del febbraio l988; quella di Yehoshua del marzo 1988; quella di Adam Keller dell´agosto 1988. Quest´ultima è stata pubblicata, con una mia lettera, in "The other Israel", no 34, nov.-dic. 1988, pp. 10-11. Yehoshua ha ripetuto la sua posizione in un´intervista accordata all´International Herald Tribune del 7 marzo 1988.

[24][24] Tom Segev, op. cit., p. 170.

[25][25] Israele vorrebbe imporre agli Ebrei sovietici un itinerario che li conduca direttamente all´aereoporto di Tel Aviv per impedir loro di andare negli Stati Uniti. Le Monde del 21.6.88 riferiva che circa il 90% di questi Ebrei non andavano in Israele e preferivano installarsi direttamente negli Stati Uniti. Attualmente gli Stati Uniti hanno posto delle limitazioni all´immigrazione degli Ebrei sovietici.

[26][26] Ilan Halevi: De la terreur au massacre d´Etat. Papyrus, Paris 1984, pp. 112-113. Nel 1952 Ariel Sharon ha dichiarato: "Non avrei vergogna di dire che se avessi altrettanta forza quanta volontà, sceglierei un certo numero di giovani intelligenti e capaci, fedeli all´ideale sionista, che invierei dappertutto nel mondo; questi giovani nasconderebbero la loro identità ebraica e diranno agli Ebrei della Diaspora: "Ebrei sanguinari ... andate in Palestina". Garantisco che i risultati sarebbero mille volte migliori di quelli ottenuti dai nostri predicatori che da decine di anni si rivolgono a orecchie sorde" (Giornale yiddish di Nuova York, Kemper, 11.7.52). Il 2 marzo 1983, la Radio della Svizzera romanda dava questa informazione: "A Basilea è stato identificato l´autore dell´atto anti-semita. Si tratta di un giovane Ebreo di 23 anni, studente in medicina, che è stato posto in detenzione preventiva. Ai suoi compagni di studio ebrei aveva inviato lettere con minacce di morte e letteratura razzista o nazista e aveva pure danneggiato beni appartenenti a famiglie ebree". Recentemente la polizia israeliana ha interrogato 8 coloni ebrei sospettati di aver gettato. Almeno 2 bombe incendiarie contro le case di altri coloni per provocare reazioni anti-arabe (New York Times, 26.9.89). Questi fatti dovrebbero forse indurre a più prudenza quando si tratta di attribuire la paternità di attacchi contro gli Ebrei.

[27][27] Absentees´ property law, Laws of the State of Israel, vol. 4, pp. 68-82.

[28][28] Citato da Sabri Geries, op. cit., p. 122, nota 6.

[29][29] Sabri Geries, op. cit., pp. 125-127.

[30][30] Ibid., pp. 127-130.

[31][31] Emergency regulations (cultivation of waste lands) (extension of validity) ordonnance, Laws of the State of Israel, vol. 2. pp. 70-77.

[32][32] Emergency land requisition (regulation) law, Laws of the State of Israel, vol. 4, pp. 3-12.

[33][33] Land acquisition (validation of acts and compensation) law, Laws of the State of Israel, vol. 7. pp. 43-47. Su queste leggi, cfr. Sabri Geries, op. cit., pp. 117-144.

[34][34] Uri Davis, op. cit., pp. 15 e 19.

[35][35] Uri Davis, op. cit., pp. 98-101.

[36][36] Law of return, Laws of the State of Israel, vol. 4, pp.28-29.

[37][37] Law of return (amendment no 2), Laws of the State of Israel, vol. 24, p. 28.

[38][38] Nationality law, Laws of the State of Israel, vol. 6, pp. 50-52.

[39][39] Nationality (amendment no 3) law, Laws of the State of Israel, vol. 25, p. 117.

[40][40] Claude Klein, op. cit., p. 97.

[41][41] Nationality law, Laws of the State of Israel, vol. 6, pp. 50-52.

[42][42] Nationality (amendment no 4) law, Laws of the State of Israel, vol. 34, pp. 254-262.

[43][43] Uri Davis, op. cit., pp. 36-38.

[44][44] Israel Shahak: Le racisme de l´Etat d´Israel, Guy Authier éditeur, Paris 1975, p. 152. Versione originale: Israeli League for human and civil rights, the Shahak papers, pubblicato dal Palestine research center, Beirut 1973, p. 94.

[45][45] Christoph Uehlinger: Palestinian localities destroyed after 1948, a documentary list; Localités palestiniennes détruites après 1948, liste documentée; Nach 1948 zerstorte palestinensische Ortschaften, eine Dokumentation, 1989, edizione Association pour reconstuire Emmaus, rue du Centre 74, CH-1025 St-Sulpice; prezzo fr. 5. La pubblicazione della lista di Israel Shahak nel nostro opuscolo "Paix en Palestine" (1986 e 1987) ha suscitato la critica da parte di coloro che sostengono incondizionatamente Israele che hanno attribuito a Israel Shahak l´appellativo di "pazzo del re". Hanno contestato in blocco il valore storico di tutti i dati contenuti in questa lista (cfr. Gazette juive, Basilea, 23 dicembre 1986 e 5 febbraio 1987). Sui villaggi palestinesi distrutti, cfr. Abdul-Jawwad Saleh & Walid Mustafa: Palestine, the collective destruction of Palestinian villages and zionist colonization 1882-1982, Jerusalem Center for development studies - London (Amman, POB 921413) 1987.

[46][46] Uri Davis, op. cit., pp. 17-18. Tom Segev racconta come gli abitanti arabi di Haifa sono stati costretti a ritirarsi in un ghetto lasciando le loro case e le loro terre agli Ebrei (Tom Segev, op. cit., pp. 52-56).

[47][47] Informazioni tratte dall´intervista accordata da Elias Chacour all´Agenzia di stampa internazionale cattolica, maggio 1988. Su questo villaggio si veda inoltre l´opera di Elias Chacour, Blood brothers, chosen book, Michigan 1984, e la sua traduzione francese "Frères de sang" apparsa presso il Cerf, Paris.

[48][48] Uri Davis, op. cit., p. 24.

[49][49] Un´Associazione per la ricostruzione di Emmaus è stata fondata in Svizzera nel 1986. Un opuscolo su questo villaggio, dal titolo "Reconstruire Emmaus, symbole de paix et de justice", è disponibile in francese, inglese e tedesco e può essere richiesto all´indirizzo dell´Associazione: Rue du Centre 74, CH-1025 St-Sulpice.

[50][50] Davar, 29 settembre 1967, citato da Uri Davis, op. cit., p.5.

[51][51] Tom Segev, op. cit., p. 30.

[52][52] Journal de Genève e Le Monde, 25 febbraio 1988.

[53][53] Jerusalem (Tunisi), no. 38, giugno 1988, p. 32.

[54][54] Al-Qabas, 13 luglio 1988, citato da Jerusalem, no. 39, luglio 1988, p. 33.

[55][55] Le Monde, 11 giugno 1987.

[56][56] Articolo di Bernard Lavrie in Tribune de Genève, 3 agosto 1988.

[57][57] Giornale 24 Heures, 7 settembre 1988. Peres ritorna sull´argomento demografico in un articolo pubblicato da Le Monde il 23 settembre 1988 in cui scrive: "Uno Stato ebraico significa uno stato in cui gli Ebrei sono una chiara maggioranza". Yehoshafat Harkabi, ex capo dei servizi segreti israeliani, giustifica in questi termini la necessità per Israele di ritirarsi dai territori: "Le proiezioni demografiche mostrano che tra 20 anni in Israele il numero degli Arabi sarà uguale a quello degli Ebrei" (Journal de Genève, 5 ottobre 1988).

[58][58] Questo documento, in inglese, è stato distribuito da André Chouraqui dopo la conferenza che ha tenuto a Ginevra il 29 aprile 1989.

[59][59] Articolo di Peres in Le Monde, 23 settembre 1988.

[60][60] Ian Lustick: Arabs in the Jewish State, University of Texas Press, Austin and London 1980, pp. 112-114 e p. 137.

[61][61] The other Israel, agosto - settembre 1988, no 33, p. 7.

[62][62] Alle elezioni del l. novembre 1988 sono stati eletti 6 deputati arabi sui 120 che conta la Knesseth. Si tratta di Mohammad Miari, Tawfiq Toubi, Tawiq Ziyyat, Husayn Faris, Abd-al-Wahhab Darawsheh e Nayef Massalhal (Revue d´études palestiniennes, no 30, 1989, pp. 77 e 85).

[63][63] Ian Lustick, op. cit., p. 158.

[64][64] Ibid, pp. 158-159.

[65][65] Ibid, p. 189

[66][66] Al-Hadaf, Um el-Fahim, 17 maggio 1987, p.1.

[67][67] Sulle misure prese dalle autorità israeliane contro le università palestinesi si veda un rapporto redatto da otto delegati studenteschi occidentali in missione nei Territori occupati dal 10 al 17 febbraio 1988, rapporto indirizzato al Dipartimento degli affari esteri svizzero in data 5 aprile 1988.

[68][68] Cifre fornite dal Rettore dell´Università di Betlemme all´Agenzia di stampa internazionale cattolica, 17 maggio 1988.

[69][69] Laws of the State of Israel, vol. 32, p. 62.

[70][70] Proche-Orient chrétien, XXVII, 1977, III-IV, p.346. Si veda anche il bollettino diocesano del patriarcato latino, no. 1-2/1978, pp. 43-47 e no. 3-4/1978, pp. 88-94.

[71][71] Sugli attacchi contro i luoghi di culto cristiani, cfr. la rivista Proche-Orient chrétien, in particolare vol . XXIV, 1974, I, pp. 73-74, vol. XXVII, 1977, III-IV, p. 347 e vol XXX, 1980, I-V, pp. 277-278.

[72][72] Proche-Orient chrétien, XXVII, 1977, III-IV, p. 346.

[73][73] Israel Shahak, op. cit., pp. 63-64.

[74][74] Haaretz, 24. 2. 1971, citato da Proche-Orient chrétien, XXI, 1971, II, pp. 183-184.

[75][75] Jerusalem Post, 7 e 28 dicembre 1978, citato dal bollettino diocesano del Patriarcato latino, no. 1-2/1978, p. 45.

[76][76] Israel Shahak, op. cit., pp. 89-91.

[77][77] Pubblicato dalla Liberté, Friborgo, 31 ottobre / 1. novembre 1985.

[78][78] Jerusalem Post, 24 marzo 1986, p. 3. Sulla posizione della corrente nazionalista religiosa ebraica nei confronti dei non Ebrei, cfr. Yehoshafat Harkabi: Israel´s fateful decisions, Tauris, Londra 1988, pp. 141-199.

[79][79] Haaretz, 7 agosto 1985.

[80][80] Kol Israel, in francese, 8 ottobre 1988, ore l9.15. Nell´ottobre 1989 Itzhak Rabin ha avanzato le seguenti cifre: 40 000 arrestati, 15 000 feriti e più di 500 morti fra i Palestinesi (Journal de Genève, 13 ottobre 1989, p. 3).

[81][81] Intervista accordata all´Agenzia di stampa internazionale cattolica, maggio 1988.  

 

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