FISICA/MENTE

 

 

Cinquant'anni dopo la nascita dello stato di Israele
Rivoluzione laica per il sionismo


di Zeev Sternhell*

L'età della ragione è anche quella del dubbio. Cinquant'annni dopo l'indipendenza, la società israeliana comincia a subire i primi grandi shock della normalizzazione. Mai, in passato, erano stati sollevati tanti interrogativi sulla natura dell'identità israeliana, mai la rimessa in causa dei nostri miti fondanti è stato un fenomeno tanto diffuso, mai la necessità di un nuovo salto in avanti si era fatta sentire con tanta intensità.
Israele è nato dalla disperazione degli ebrei. E poiché Israele è stato durante gli anni trenta e quaranta il solo rifugio possibile per gli ebrei prima di tutto quelli tedeschi e successivamente gli scampati al genocidio il sionismo ha ottenuto quell'appoggio politico e quella legittimazione morale senza i quali è poco probabile che la comunità ebraica di Palestina avrebbe potuto costituirsi in uno stato con l'appoggio di due terzi degli stati membri delle Nazioni unite. Tuttavia, la necessità di salvare gli ebrei d'Europa dall'annientamento fisico non è stata la sola ragione che ha portato alla nascita di Israele. Tutt'altro. Elaborato in Europa alla fine del secolo scorso, il sionismo è partito alla conquista della Palestina negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, in un'epoca in cui, per sfuggire ai pogrom, alle umiliazioni e all'ostracismo economico, esisteva una soluzione più facile e più atta a rispondere ai bisogni immediati delle vittime che non l'appropriarsi di una terra lontana per fondarvi uno stato.
D'altronde, fino al 1924, anno in cui gli Stati uniti chiusero le loro frontiere, solo 50 mila dei 2.400.000 ebrei fuggiti dall'Europa dell'Est, avevano preso la strada della Palestina.
Gran parte di costoro abbandonerà il paese non riuscendo ad assuefarsi alle dure condizioni di vita.
Lo zoccolo duro dei fondatori dello stato è formato da qualche migliaio di ragazzi e di ragazze, per lo più molto giovani: è a loro che si deve quell'organizzazione politica, economica e culturale che ha permesso al progetto sionista di prendere forma, e successivamente di aver successo. E' questa élite rivoluzionaria, intimamente convinta di essere investita di una missione senza pari, persuasa della giustezza della sua visione della storia, dura con se stessa e con gli altri, che ha diretto la conquista del paese e tenuto in mano la maggior parte dei poteri fino all'inizio degli anni 70.
Bisogna tener presenti questi fatti se si vuole capire l'Israele di oggi e le sue future prospettive. L'evento maggiore che domina la nostra storia è la guerra dei sei giorni del 1967, alla quale gli arabi risposero con la guerra del 1973. Non è un caso se l'involontaria conquista della Cisgiordania, del Golan e del Sinai primo risultato del rifiuto arabo e dello sforzo per eliminare Israele sfocia in un malessere che la nostra società, mezzo secolo più tardi, non è ancora riuscita a superare.
L'occupazione, gli inizi della colonizzazione e i piani di annessione conosciuti col nome di Piano Allon vengono messi in opera nei primissimi giorni successivi alla vittoria del giugno 1967, quando sono ancora i padri fondatori a tenere saldamente in mano le redini del potere. Quando l'esercito israeliano si arresta sulle rive del Giordano, sul canale di Suez, e alla portata di tiro dei cannoni di Damasco, David Ben Gurion, arrivato dalla Polonia nel 1906, ha abbandonato la presidenza del consiglio da soli quattro anni. Nel 1922, quando già era a capo di quello stato in fieri che era il sindacato Histadrut, dichiarava: "La sola preoccupazione che deve informare e guidare la nostra azione è la conquista della terra e il suo risanamento mediante una immigrazione di enormi proporzioni. Tutto il resto è retorica". Né lui, né i suoi contemporanei hanno mai deviato da questa linea.
"Tutta la terra agli ebrei" Levy Eshkol, successore di Ben Gurion alla testa del governo, anche se apparentemente di inclinazioni moderate, è incapace di formulare un piano di pace. Anch'egli condivide la medesima ideologia della conquista. Anche per lui la guerra di indipendenza si è appena conclusa. Sarebbe sbagliato credere che Eshkol non fu capace di resistere alle pressioni congiunte dei falchi della nuova generazione quali Moshé Dayan, ministro della difesa, Shimon Peres, un altro pupillo di Ben Gurion, o Igal Allon, che aveva sconfitto l'Egitto nella guerra del 1948.
Arrendendosi ai loro diktat, il primo ministro non si è fatto nessuna vera violenza. In realtà tutta la famiglia laburista, che ha conservato il potere fino al 1977, rimaneva fedele alla dottrina seguita fin dai primi giorni del popolamento agricolo: non si abbandonano territori o posizioni, se non quando obbligati da forze superiori.
Un principio peraltro comune alle due correnti del sionismo, quella laburista e quella di destra ("revisionista") insediatasi al potere per la prima volta dopo il 1977, alla quale si deve la grande ondata espansionista degli anni 80 e la guerra del Libano.
In fondo, tutto il sionismo altro non è che una variante di quel nazionalismo duro, apparso in Europa alla fine del secolo scorso, quando il nazionalismo liberale, figlio del secolo dei Lumi e della rivoluzione francese, era ormai in declino.
Il nazionalismo ebraico non è per nulla diverso dal nazionalismo dell'Europa centrale e orientale: "volkista" (1), culturale, religioso e immerso nel culto di un passato eroico. Una dottrina che non ha difficoltà a rifiutare agli altri quegli stessi diritti elementari che con la più assoluta tranquillità di coscienza rivendica per sé. Così, convinto del suo pieno diritto a reclamare tutta la terra che anticamente era dei nostri re e dei nostri profeti, il sionismo non poteva concepire l'esistenza di un'altra legittimità nel paese della Bibbia.
E' quindi alla natura stessa del nostro nazionalismo e non alle vertigini provocate dalla vittoria militare o alla temporanea estinzione di qualche valore umanista che bisogna imputare l'inizio della colonizzazione. Se la questione fosse stata semplicemente quella di conservare dei territori come moneta di scambio per la pace, da usare il giorno in cui gli arabi avrebbero accettato di negoziare, perché non sottoporre la terra conquistata a un rigido regime di occupazione militare e, contemporaneamente, rispettare alla lettera la legge internazionale?
La cecità rappresentata dalla negazione del movimento nazionale arabo non ha colpito solo Golda Meir, primo ministro durante la guerra del 1973, anch'essa esponente della generazione dei pionieri. Anche i generali Alon e Dayan, soldati leggendari, figli di contadini nati in Palestina, due emblemi del nuovo ebreo, non avevano un sistema di riferimento diverso da quello dei loro predecessori. Per le élite degli anni 70 compresi Yitzhak Rabin e Shimon Peres, giunti al potere per la prima volta nel 1974 accettare l'idea di una doppia legittimità in Palestina significava minare le fondamenta stesse del sionismo.
Proprio come per i maestri del pensiero nazionale del laburismo, sbarcati nel paese all'inizio del secolo. I palestinesi potevano avere dei diritti in quanto individui, non però come collettività nazionale. Che pretendessero l'indipendenza era poi inconcepibile.
Alla fine della guerra dei sei giorni, tutti, salvo qualche eccentrico, condividevano questi principi. Nessuno dei cosiddetti pragmatici era in grado di opporre validi argomenti al classico interrogativo: perché mai era legittimo colonizzare la Galilea se, dopo la guerra, non si poteva colonizzare il Golan?
Perché si aveva il diritto di confiscare le terre degli arabi che nel 1948 erano fuggiti o erano stati cacciati, se poi era vietato occupare le terre cadute nelle nostre mani diciannove anni dopo?
Solo lentamente e in modo progressivo si è allargata la cerchia formata da una minoranza di attivisti secondo i quali la vittoria del 1949 e la fondazione di Israele costituivano uno spartiacque, sul piano storico: quanto era accettabile prima della vittoria non lo era più dopo la fondazione di Israele. Il sionismo trae il suo diritto morale su una parte della Palestina non su tutta la Palestina , dal bisogno esistenziale degli ebrei di trovare un rifugio e di formare il proprio stato.
Nessun popolo al mondo aveva tanto bisogno di una sua dimora. Ma, una volta raggiunto questo obbiettivo, i termini del problema cambiavano totalmente e lo statuto dei territori conquistati nel 1967 non poteva in alcun modo essere assimilato a quello della terra conquistata nel 1949. Ancora oggi, solo una minoranza di israeliani si sente abbastanza sicura di se stessa per formulare chiaramente questo quadro concettuale.
Ecco perché, fino agli accordi di Oslo, firmati da uomini che quando erano al potere vent'anni prima erano di un conformismo senza falle, non si è trovato nessuno in possesso di una visione tale da permettergli di alzare la bandiera di un nuovo sionismo, un sionismo che avrebbe preso il posto di quello di stampo conquistatore della prima metà del secolo. Rabin e Peres, e in questo sta il loro merito, hanno finalmente osato mettere fine al mediocre dibatto (l'unico, peraltro, che veramente abbia interessato le nostre élite) fra annessionisti a oltranza e partigiani di diverse forme di "compromesso territoriale" annessione del Golan, della valle del Giordano e di alcune parti della Giudea e della Samaria, e consegna del resto a re Hussein di Giordania. Yitzhak Rabin è morto e Shimon Peres ha perso il potere Tuttavia, questo cambiamento non sarebbe stato possibile se la società israeliana non fosse attraversata da correnti di mutamento profondo. Esiste infatti una relazione fra l'evoluzione della nostra società e il conflitto arabo-israeliano. La mistica della terra, che dettava ai governi succedutisi nel nostro paese fossero essi laburisti o di destra le loro decisioni in materia di politica territoriale, ci riportava senza posa al continuum storia-religione, primo fondamento del sionismo, anche della sua tendenza "laica".
Questa mistica era uno dei modi di pensare più condivisi: ecco perché tutte le tendenze del sionismo, sia quello religioso che quello laico, quello di destra e quello di sinistra, malgrado tutte le loro differenze, volevano frontiere che fossero le più estese possibili. Per tutti, il sionismo si definiva in termini di cultura, di storia e di religione. La nozione di cittadino israeliano sembrava per lo più una sorta di finzione legale. I cittadini non-ebrei non appartenevano alla famiglia. Perché gli accordi di Oslo vedessero la luce era quindi necessario che sul corpo del continuum storia-religione si manifestassero con chiarezza delle lacerazioni. L'esistenza dello stato ha di per sé generato una nuova dinamica. La normalizzazione della condizione ebraica, l'ingresso in scena degli israeliani della terza e della quarta generazione, la modernizzazione e l'apertura verso il mondo esterno hanno prodotto fenomeni in passato sconosciuti. La nostra società si trova impegnata in un processo di liberalizzazione che inesorabilmente spezza il carattere unidimensionale del sionismo di un tempo.
Per la prima volta vengono alla luce tendenze individualiste e laiche nel vero senso della parola, per le quali l'identità si fonda sull'aspirazione alla libertà e all'autodeterminazione e non sulla storia e sulle pietre eterne. Il nuovo israeliano, ebreo ma laico, ancora minoritario ma presente, che guarda a valori consacrati ormai due secoli fa dalla rivoluzione francese, ha cominciato negli ultimi anni a costruire la sua identità autonoma, slegata dalla religione dei suoi padri e dalla "promessa divina".
Si tratta di una rivoluzione contro la quale si ribella il sionismo del sangue e del suolo: i coloni della Cisgiordania e i loro alleati del Likud hanno ragione di affermare che il riconoscimento dei diritti nazionali dei palestinesi significa la fine di un'epoca. Israele non smette di avvicinarsi, anche se spesso in modo troppo esitante e troppo lento, alla tradizione tramandata dal secolo dei Lumi. Un numero sempre crescente di intellettuali si sente più vicino al nazionalismo di un Michelet che non a quello di Johann Gottfried Herder, che all'inizio del secolo, aveva nutrito il sionismo in Europa orientale. Un intero mondo separa gli scrittori di oggi dai grandi nomi della generazione precedente, spesso associati dopo la guerra dei sei giorni al "movimento per il Grande Israele".
Atteggiamenti estranei al sionismo delle origini si diffondono sempre più. Malgrado la vera e propria guerra di cultura che ancora ci attende e malgrado le enormi resistenze l'assassinio di Yitzhak Rabin non è necessariamente l'ultimo atto del dramma la seconda rivoluzione sionista, umanista, razionalista e laica è già in cammino.




note:


* Professore di scienze politiche presso l'Università ebraica di Gerusalemme. Autore, in particolare, di Aux Origines d'Israél.
Entre nationalisme et socialisme, Fayard, Parigi, 1996.
Un'edizione arricchita di questa opera è apparsa recentemente in inglese, The Founding Myths of Israeli Nationalism, Socialism and the Making of the Jewish State, Princeton University Press, 1998.

 

Da Il Foglio

Wednesday November 12, 2003 at 07:58 PM

Fini e Israele

Per i post fascisti è un ritorno alle origini, quando il duce tifava per il sionismo dell’Herut Roma.

 

Si parla di rottura storica, per l’incontro tra Ariel Sharon e il post fascista Gianfranco Fini. Ma è anche un ritorno alle origini. Se An è infatti erede di quel Msi in cui confluirono i resti del fascismo storico, il partito Likud del premier israeliano è a sua volta figlio di quel partito Herut fondato nel 1948 dai militanti del sionismo “revisionista” di Wladimir Jabotinsky. E su questa corrente così scriveva a Mussolini il 4 novembre 1935 Raffaele Guariglia, consigliere per le questioni orientali: “In via del tutto privata ho avuto giorni or sono una lunga conversazione col signor Jabotinsky di passaggio per Roma. Egli mi ha confermato l’atteggiamento favorevole all’Italia e al Fascismo che tiene il Sionismo revisionista, giacché questo partito ha di fronte il Sionismo, caduto nelle mani della democrazia e del socialismo ebraico, la stessa posizione e la stessa funzione del fascismo di fronte alla democrazia liberale e socialista”. Prima di sacrificare questo amore per l’alleanza con la Germania, Mussolini si entusiasmerà per questi sionisti in camicia nera, che facevano il saluto romano e chiedevano la sostituzione dell’Italia alla Gran Bretagna come potenza mandataria della Palestina. Tra il 1934 e il 1937 vari gruppi di giovani “revisionisti” saranno ammessi alla scuola marittima di Civitavecchia e attraverseranno più volte il Mediterraneo su una nave scuola dove la stella di Davide campeggia al fianco del tricolore e del fascio littorio. Saranno proprio questi giovanotti, dieci anni più tardi, a fondare la marina militare israeliana. Dopo le leggi razziali questa storia si preferirà dimenticarla, da entrambe le parti. E quando Renzo De Felice farà la sua prima ricerca documentaria per scrivere la “Storia degli ebrei italiani durante il fascismo”, sarà forse proprio la scoperta di questa vicenda occultata a gettare in lui quel seme del dubbio sulle vulgate ufficiali da cui poi nascerà tutta la sua rilettura di Mussolini. Che comunque ne sia stato intrigato è dimostrato dalla scelta di pubblicare in quel libro la foto della nave scuola sionista-fascista, e dal fatto che 27 anni dopo, nel 1988, sia tornato su quel tema con un’opera specifica: “Il fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini”. Non solo la “carta sionista”, ma anche il nazionalismo arabo e quello indiano furono infatti coltivati dall’Italia fascista come strumenti per fare pressione su Londra. Anzi, fu proprio dall’opera di “coltivazione” del Gran Muftì di Gerusalemme che, contemporaneamente, nacque anche il nazionalismo palestinese.

Da l'Unità on line

«Sharon sdogana Fini per tornaconto»

Lo storico israeliano Sternhell: una visita che m’indigna, cade un altro simbolo della nostra identità

Docente alla facoltà di Scienze politiche dell'Università Ebraica di Gerusalemme, Zeev Sterhnell è considerato tra i massimi studiosi al mondo della destra fascista in Europa. Tra i suoi libri ricordiamo: «Né destra né sinistra. La nascita dell'ideologia fascista in Francia»; «Nascita dell'Ideologia fascista»; «Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni». All'attività di storico e scienziato della politica, che l'ha portato ad insegnare nelle più prestigiose università europee, il professor Sternhell ha abbinato per lungo tempo un impegno civile che lo ha portato ad essere tra i fondatori di «Peace Now», il movimento per la pace israeliano.

DALL’INVIATO Umberto De Giovannangeli

GERUSALEMME Un'analisi impietosa a cavallo tra passato e presente. Un atto d'accusa lucido, argomentato, rivolto contro una strumentale rimozione di «un passato che non passa » operata in nome della condivisione delle scelte politiche del presente. La visita di Gianfranco Fini in Israele vista da Zeev Sternhell, storico, docente di Scienze Politiche all' Università Ebraica di Gerusalemme, considerato il più autorevole studioso della destra fascista in Europa. Tra le sue opere, ricordiamo «Né destra né sinistra. L'ideologia fascista in Francia »; «Nascita dell'Ideologia fascista» e «Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni » (editi in Italia da Baldini &Castoldi).

La visita di Gianfranco Fini in Israele viene definita «storica » perché ad esserne protagonista è il leader di un partito, Alleanza Nazionale, nato dal Movimento sociale italiano a sua volta erede della Repubblica sociale di Salò. Da storico della destra fascista europea ma anche da intellettuale progressista israeliano, come valuta questo evento?

«Innanzitutto non lo eleverei a livello di evento storico - come alcuni cercano di fare - ma lo considererei per quello che é: una mossa politica che fa comodo tanto a Fini quanto al governo di Sharon, disposto a tendere le mani a qualsiasi politico europeo che si dichiari a favore di Israele. Disposto perfino a dare a Fini quello che cerca di ottenere da anni e che gli è sempre stato rifiutato: quella riabilitazione da parte di Israele, dello Stato ebraico, che potrà da ora in poi venire esibita come biglietto da visita di una nuova identità politica. Dopo la legittimazione ricevuta da Israele nessun Paese o governo potrà più respingerlo rivangando i legami con il passato. Si potrà passare per buono il suo distacco dal passato, il suo post-fascismo, tralasciando il particolare che post-fascismo non è in ogni caso anti-fascismo e che la cancellazione di pagine come quelle della Repubblica di Salò, delle Leggi razziali, dell'assassinio Matteotti e della carcerazione di Gramsci, richiede un'opera molto più profonda, soprattutto fra gli attivisti del partito e nella base elettorale che dà la forza a Fini e che non la pensa decisamente come lui. Per quanto riguarda Israele, ancora una volta esso si trova di fronte a un dilemma che tocca un legame da instaurare, mantenere o curare. Basti pensare al dolorosissimo ristabilimento dei rapporti con la Germania di Adenauer fortemente voluto da Ben Gurion - nonostante le profonde ferite e l'opposizione di gran parte dell'opinione pubblica - per motivi principalmente finanziari (i risarcimenti ottenuti dalla Germania contribuirono a far uscire Israele dalle difficoltà economiche dei primi anni dello stato). Si possono anche ricordare le tanto discusse relazioni con il Sud Africa razzista (giustificate dal governo di allora con il fatto che anche altri Paesi europei e non, mantenevano tali contatti. Perché solo Israele avrebbe dovuto rinunciarvi?). Personalmente mi oppongo a questa visita sul piano morale, perché vi vedo la caduta di un ulteriore simbolo del passato, come è avvenuto a suo tempo per la traduzione di Céline e per la rappresentazione   di opere di Wagner, e sono contrario a tutto questo perché purtroppo il passato non ci permette di avere doveri solo verso noi stessi, ma ci impone doveri anche verso la nostra storia. Mi oppongo a questa visita sul piano ideologico, perché rifiuto il fascismo e chiunque abbia con esso un legame, diretto o indiretto. Mi oppongo a questa visita sul piano politico, perché se in altri casi menzionati Israele poteva vantare un significativo "tornaconto", nel caso di Fini Israele dà, senza ricevere nulla in cambio, approfondendo oltretutto ancora di più il baratro che si è aperto con la sinistra europea. Al di là del piccolo cabotaggio politico di Sharon, questa visita sembra essere stata organizzata non tanto per il bene di Israele, quanto per il bene del partito di cui Fini è capo ».

Il vicepremier italiano si è rivelato tra i più decisi sostenitori del governo israeliano di Ariel Sharon, difendendo scelte contestate in Europa come la realizzazione del Muro in Cisgiordania. C'è un'affinità solo politica o anche ideologica tra la destra italiana e quella israeliana?

«In generale Israele sostiene chiunque sostenga la sua politica, senza star troppo a guardare per il sottile,ma in questo caso un'affinità esiste e non la limiterei all'asse Fini- Sharon, ma la estenderei ad un triangolo rappresentato dal binomio italiano Fini-Berlusconi, da quello israeliano Sharon-Netanyahu e ovviamente da Bush. Tutti questi personaggi si stimano e si emulano uno con l'altro, con profonda convinzione, nel loro modo di vedere la politica sulla base della forza e l'economia in una ottica neo-conservatrice. Non ho dubbi che il sostegno di Fini alle scelte di Sharon sia sincero, perché queste coincidono con una visione comune delle situazioni».

A fianco d'Israele, sempre e comunque. Questo sembra essere la nuova direttrice di marcia in politica estera di Gianfranco Fini. Perfino su un'iniziativa come l'«Accordo di Ginevra » il vicepremier italiano non si è voluto discostare dalle posizioni del governo israeliano e si è mostrato alquanto «freddo».

«Penso che ciò derivi dallo stesso errore fatto anche da molti Ebrei della Diaspora i quali pensano che sostenere Israele significhi sostenere completamente ed automaticamente il governo d'Israele ed opporsi a tutto ciò a cui questo si dichiara contrario. Anche Fini e Berlusconi sembrano muoversi su questa direttiva, e questo gli è possibile per l'affinità ideologica di cui si parlava sopra; mi rimane invece difficile pensare che il sostegno dimostrato - direi quasi ostentato - da Fini e Berlusconi, rimarrebbe intatto se il posto del governo di destra di Sharon venisse preso da un governo di sinistra; verrebbero a cadere le premesse ideologiche comuni».

Ma questa apertura incondizionata di credito aiuta veramente Israele e, sul versante storico, può portare alla cancellazione del ruolo attivo avuto dal regime fascista italiano nella persecuzione degli ebrei?

«Non c'è dubbio che Israele riceve da questa visita un ulteriore avvicinamento al governo del Paese che le è in questo momento più amico in Europa. La domanda da porsi è però a quale prezzo ciò avviene nei confronti di sé stessa, dei propri valori, della propria memoria, ma anche verso l'esterno, nel modo in cui viene vista dagli altri paesi e dalla sinistra che anche se critica nei confronti delle scelte dei nostri governi, non ha mai messo in dubbio la nostra esistenza come Stato. La verità è che questa visita non fa che aggiungere confusione ad una discussione già complessa che parte dall'antisemitismo, e che si dipana nelle propaggini della storia recente a antisionismo e opposizione alla politica del governo di Israele. Ovviamente non è questo il luogo per un'analisi profonda dei tre fenomeni . Basterà dire che i confini fra loro non sono sempre chiari e spesso si sovrappongono. La situazione è chiara per l'antisemitismo - da rigettare con tutta la forza non perché è male per gli Ebrei,ma perché rappresenta un chiaro malessere della società che ne è contaminata. Facile la decisione anche per l'opposizione, del tutto legittima, alle decisioni dei governi israeliani. Il problema sta nell'antisionismo, che solo raramente rientra in una sincera posizione ideologica come quella di chi si oppone a qualsiasi forma di nazionalismo. Quasi sempre, l'antisionismo è una copertura all'opposizione stessa all' esistenza dello Stato d'Israele, la negazione al popolo ebraico del proprio diritto alla autodeterminazione. Spero che tutti siano d'accordo che questa è oggi una posizione da rifiutare. Ora Fini viene per dire no all'antisemitismo e all'antisionismo, e presentando perfino nell'aspetto delle scelte politiche di Israele posizioni praticamente di consenso totale con il governo israeliano. Un idillio, se non fosse per quella stessa base che lo sostiene, dove la musica che si sente è differente, a cominciare dal parlamentare che distribuisce cassette video in difesa del criminale nazista Erich Priebke, per proseguire con gli attivisti di An che continuano a "nutrirsi" del pensiero di un intellettuale antisemita come fu Julius Evola, e finendo con il 61% degli elettori di Alleanza Nazionale che considerano "buono" il periodo fascista. E allora tutto ritorna al punto di partenza e al duro e profondo lavoro che Fini deve ancora compiere all'interno del suo partito. Che gli sia permesso di venire a parlare a Yad Vashem per via di uno sporco scambio di favori politici, non cambia il fatto che ancora lunga è la strada perché questo discorso non rappresenti una vergogna per la memoria dei morti nell'Olocausto che aleggia in quel luogo, uno dei simboli identitari dello Stato ebraico, e un segnale di decadimento morale per Israele che ha permesso che ciò avvenisse».


Da l'Unità

Un piano per la separazione unilaterale dai Territori

Sharon prevederebbe anche lo sgombero di alcune colonie. Beilin, ex ministro, protesta contro l’arrivo di Fini.

La destra italiana commette l’errore di pensare che sostenere Israele significhi sostenere il suo governo . Temo che Berlusconi e Fini non appoggerebbero Israele nello stesso modo se fosse guidato dalla sinistra

DALL’INVIATO

GERUSALEMME A Gianfranco Fini, «uno dei più cari amici d'Israele», Ariel Sharon chiederà oggi il sostegno italiano alla «separazione unilaterale» dai palestinesi. Il progetto è ormai pronto e prevede il completamento della barriera di difesa a ridosso della linea di demarcazione con la Cisgiordania, e l'inclusione nel suo versante israeliano di «agglomerati di colonie ebraiche». Il piano contempla inoltre la consegna al controllo della sicurezza palestinese delle principali città cisgiordane, e la liberazione di un certo numero di detenuti palestinesi. In questo contesto, Sharon ritiene ipotizzabile lo sgombero di insediamenti isolati, sulla base di «specifici interessi israeliani». I coloni rimossi dovrebbero quindi insediarsi nel deserto del Neghev. Il quotidiano "Haaretz" indica anche le colonie che in Cisgiordania sarebbero candidate allo smantellamento: Tekoa, Nodkim e Maale Amos, a sud di Gerusalemme; Ganin-Kadim, Homesh, Mavo Dotan e Sa-Nur, attorno a Jenin; Har Bracha, Elon Moreh e Yitzhar, nella zona di Nablus. Pressato dagli Usa, condizionato da una crisi economica e sociale sempre più lacerante, Sharon ha deciso di accelerare i tempi dell'iniziativa politica. In previsione di una prossima ripresa dei contatti con i dirigenti dell'Anp, il primo ministro a chiesto ai suoi quattro vice premier di affiancarlo nella conduzione di questa fase cruciale della crisi israelo- palestinese. L'équipe negoziale sarà composta da Silvan Shalom (esteri, Likud); Shaul Mofaz (difesa, Likud); Ehud Olmert (industria e commercio, Likud); Yosef Lapid (giustizia, Shinui).

«La separazione unilaterale è un passaggio obbligato per arginare gli attacchi terroristici e per ridare una chance al negoziato», dichiara a l'Unità Dore Gold, già ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, attuale consigliere diplomatico del primo ministro. «Se si tratta di una manovra di pubbliche relazioni, non durerà a lungo e non ci influenzerà. Il nostro giudizio dipenderà dai fatti, non dalle parole», replica il negoziatore capo palestinese e ministro dell'Anp Saeb Erekat. Lotta al terrorismo; rilancio della RoadMap (il Tracciato di pace messo a punto dal Quartetto Usa-Ue-Onu-Russia); iniziative congiunte per contrastare il risorgente antisemitismo in Europa: sono questi i temi che le autorità di Gerusalemme intendono porre al centro della fitta serie di incontri che caratterizzeranno la tre giorni di Gianfranco Fini in Terra d'Israele, che inizierà stamani con la visita più carica di valori simbolici e di coinvolgimento umano: quella al Mausoleo dell'Olocausto di Yad Vashem. Ad accompagnare Fini in questo evento dai mille risvolti, sarà il presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Amos Luzzatto. Fortemente voluto dalla destra israeliana al governo, il viaggio del vice premier italiano e leader di Alleanza Nazionale, si scontra con la freddezza manifestata da una parte significativa della comunità degli ebrei italiani in Israele, e con la dichiarata ostilità di importanti settori della sinistra israeliana. A dar voce a questo dissenso è Yossi Beilin, ex ministro laburista della giustizia, uno dei promotori dell'Accordo di Ginevra: «Organizzando questa visita - denuncia Beilin - Israele volta le spalle alle vittime dell'Olocausto in Italia». «I governo di Ariel Sharon, che sbandiera tanto il proprio nazionalismo, estende un invito ufficiale in Israele ad un ammiratore di Mussolini, il quale cerca di purificarsi nello Stato ebraico, e questo mentre altri Paesi al mondo gli hanno chiuso la porta in faccia", aggiunge polemicamente la "colomba" israeliana. In un appello dell'ultim'ora, Beilin ha esortato gli esponenti politici israeliani a boicottare la visita del «leader di un partito che ha uno spiccato carattere antisemita e neofascista». Immediata la replica di un alto dirigente del ministero degli Esteri israeliano: «Beilin - dice - si sente forse di casa a Ginevra, ma di Roma non capisce niente». La «Roma» sostenuta da Ariel Sharon, e impersonata da Gianfranco Fini, è quella che ha sostenuto «con convinzione » la lotta al terrorismo combattuta da Israele, inquadrando, e giustificando, in questo contesto anche scelte fortemente contestate da diverse cancellerie europee e dalla stessa Casa Bianca, come il muro in Cisgiordania. Per Sharon, -Fini ha il pregio di aver compreso che oggi non c'è «alcuna separazione tra l'antisemitismo e le critiche alla politica di difesa israeliana». Ma una parte d'Israele è di avviso opposto. E per Gianfranco Fini il viaggio più atteso, rischia di rivelarsi più ostico del previsto.

u.d.g.


ISRAELE
L'ospite ci disonora
ZVI SCHULDINER


La verità è che non m'importa molto di Fini. Né di Amos Luzzatto che lo accompagnerà. Né dei momenti di vergogna di questa visita ufficiale di uno dei pochi amici del governo che abbiamo in Israele in questi giorni tristi. M'importa, innanzitutto, che siamo arrivati al punto in cui si perde il senso della vergogna. E che, quando i crimini dell'occupazione divengono così insopportabili da determinare dubbi nel nostro popolo - che pure, in preda al terrore, sostiene una destra priva di ogni freno -, il cinismo e il pragmatismo crescono in modo tale da distruggere anche la memoria e da far perdere l'equilibrio delle coscienze. Specialmente dopo gli attacchi alle sinagoghe di Istanbul è chiara la presenza del fantasma dell'antisemitismo nei cieli europei. Il fondamentalismo islamico più estremo si allea con le destre estreme, che alimentarono per anni l'odio verso gli ebrei in quanto tali. Questo fondamentalismo sa allearsi anche con alcuni gruppuscoli di sinistra, che hanno perso consapevolezza delle loro origini e ideologia.
Sarebbe assai utile che tutti prendessero nota dei segnali preoccupanti che da qui provengono per il futuro dell'Europa.

In passato, in alcuni casi per ragioni teologiche, e poi socio-economiche, fu facile accendere il fuoco contro una delle minoranze più perseguitate nell'Europa moderna e fu facile arrivare ad un Olocausto, che bruciò le vite di milioni di ebrei e di tanti altri, e poi estendere l'incendio fino alla carneficina della seconda guerra mondiale. La santa alleanza nazifascista, il silenzio complice della chiesa. La cecità di settori della sinistra, che continuarono a sostenere il mondo migliore promesso da Stalin, anche dopo il patto Molotov-Ribbentrop, le porte chiuse a chi tentava la fuga dall'inferno dello sterminio.

Sembra banale e stupido ricordarlo o specificarlo: in questa equazione il ruolo di Mussolini, il ruolo del fascismo sono stati essenziali. Non si tratta di discutere su su questo o quell'elemento di discolpa, o su cambiamenti dovuti a scelte tattiche o a ragioni cosmetiche: quello di cui bisogna discutere è l'essenza stessa del fascismo, le sue caratteristiche ideologiche e culturali. Berlusconi, con le sue digressioni sul fatto che il
duce «mandava in vacanza» i suoi oppositori, o con il suo anticomunismo viscerale, o con tanti altri suoi interventi, o il suo vice-presidente di An si sono forse allontanati in modo sostanziale dalla cultura fondamentale della destra radicale? Ma questo non è un problema degli ebrei, questo è un problema degli italiani!

Nel mondo di Bush e Bin Laden è facile far rinascere gli spettri del passato, nelle sue diverse forme. In questo mondo di terroristi e terroristi di Stato si cominciano a confondere molte delle cose in discussione e la demagogia regna ed è un aiuto per molti.

È assolutamente chiaro che democratici e liberali, di destra o di sinistra, devono dire in modo netto no all'antisemitismo. La sinistra, che a volte lo dimentica, deve dirlo con chiarezza, perché questo «no» è una delle idee cardine del pensiero di sinistra. Per le stesse ragioni si deve dire no alla politica fondamentalista e criminale del governo israeliano; e il terrorismo che si manifesta nei territori occupati - che deve essere negato e criticato in tutti i modi in cui è possibile farlo - non può giustificare l'oppressione e il terrorismo del governo di Sharon e dei suoi alleati. E occorre dirlo a voce alta, senza timore di essere accusati demagogicamente di antisemitismo.

In questo contesto è assai triste che il governo israeliano meni vanto degli amici che gli restano. Il discutibile posto d'onore di Berlusconi e Fini nel pantheon di coloro che appoggiano la crociata civilizzatrice di Sharon, gli concede il diritto di venire come ospite d'onore a Gerusalemme. Quando Fini arriva come ospite d'onore a Gerusalemme, non m'importa quello che significa per l'Italia. Mi risulta, invece, assai deplorevole che la politica israeliana, i crimini quotidiani compiuti nei territori occupati, l'enorme carcere in cui facciamo vivere più di tre milioni di palestinesi, tutto ciò insomma ci spinga a divenire alleati degli eredi del fascismo. Non m'importa per Fini, che cerca di allontanarsi dal suo assai dubbio bagaglio ideologico, ma m'importa che sia quel bagaglio ad orientare sempre più i nostri stessi atti.

 

Tim Wise parla del sionismo e Durban

From ralf@anarch.free.de (Ralf Landmesser)
Date Thu, 6 Sep 2001 14:55:06 -0400 (EDT)

      A - I N F O S  N E W S  S E R V I C E
            http://www.ainfos.ca/
Riflessioni sul sionismo
da parte di un ebreo dissidente
Tim Wise
 

Settembre 3, 2001

E così è ufficiale. Gli USA si sono ritirati dalla Conferenza Mondiale sul Razzismo, che si tiene a Durban, Sud Africa. E sebbene i cinici e gli storicamente coscienti possano sospettare che questa decisione è stata meramente consona con la nostra eterna mancanza di voglia di affrontare l’eredità del razzismo su scala globale, il motivo ufficiale è più limitato. Ossia, il ritiro a metà conferenza doveva segnalare lo scontento nei confronti di diversi delegati che cercano di far passare delle risoluzioni di condanna al trattamento israeliano dei palestinesi, nonché il sionismo stesso: quell’ideologia di nazionalismo ebraico che portò alla fondazione dello stato di Israele nel 1948.Con una conclusione indubbiamente controversa in vista per la fine della conferenza, forse vale la pena chiedere esattamente per cosa si fa tutto questo rumore?
Sebbene sia legittimo contrastare l’opinione di alcuni che il sionismo e il razzismo siano sinonimi - specialmente data l’amorfa definizione
di "razza" che rende tale posizione per sempre un discorso semantico – è difficile negare che il sionismo, in pratica se non in teoria, è uguale allo sciovinismo etnico, etnocentrismo coloniale, ed oppressione nazionale. Dicendo questo, immagino che verrò denominato tutt’altro che un figlio di Dio da molti nella comunità ebraica. "Auto-odiante" sarà il termine usato dalla maggior parte, immagino: la tipica risposta Pavloviana ad un ebreo come me, e che, ciononostante, osa criticare l’Israele o l’ideologia sottostante la sua esistenza nazionale.
"Anti-semita" sarà l’altra etichetta proposta, malgrado il fatto che il sionismo ha portato all’oppressione di popoli semitici quali i (per lo più) semitici palestinesi – ed il fatto che il sionismo si basa in un’antipatia profonda anche per gli ebrei. Nonostante il sionismo si proclama un movimento di un popolo forte e fiero, è comunque un’ideologia che è sempre stata piena di auto-odio sin dall’inizio. Infatti, i primi sionisti credevano, come premessa chiave del movimento, che gli ebrei stessi fossero responsabili per l’oppressione che abbiamo sopportato negli anni, e che tale oppressione  fosse inevitabile ed impossibile da superare, quindi, il bisogno di un proprio paese. Non avendo mai letto le parole di Theodore Herzl - il fondatore del sionismo moderno - o altri capi sionisti, molti avranno difficoltà ad accettare questa affermazione. Ma prima di aggredirmi, forse dovrebbero chiedersi chi ha detto che l’anti-semitismo, "è una reazione comprensibile ai difetti degli ebrei," o che, "ogni paese può assorbire solo un numero limitato di ebrei, se non vuole problemi di stomaco. La Germania ha già troppi ebrei." Magari si potrebbe pensare che a dire almeno uno, se non tutte e due queste Affermazioni, sia stato Adolph Hitler, essendo meritevoli della sua penna velenosa, sono invece commenti di Herzl e Chaim Weizmann, futuro presidente d’Israele e – al momento della seconda frase – capo dell’Organizzazione mondiale sionista. Così sembra che forse sarebbe meglio, per i sionisti, guardare la casa propria prima di criticare un altro ebreo “auto-odiante”.
Tornando ai giorni della scuola ebraica, non capivo mai quell’attaccamento da dialisi renale ad Israele sentito dalla gran parte dei miei compagni. Da una parte, ci dicevano che quella terra fu datoci da Dio, come parte della sua alleanza con Abramo. Si sapeva questo perché scritto nella Bibbia.
Ma questo non mi ha mai significato un granché. Dopo tutto, molti cristiani (con cui avevo molto da fare, essendo cresciuto nel Sud) mi dicevano volentieri che, secondo loro, io ero destinato all’inferno, Abramo nonostante.
Così, accettare il sionismo in base a quello che Dio diceva o non diceva mi sembrava alquanto problematico già dal principio. Inoltre, questo era lo stesso Dio che disse agli antichi ebrei di non indossare indumenti di due stoffe diverse e che insisteva sul fatto che bruciassimo le viscere degli animali che consumiamo per creare un odore piacevole. Essendo uno che porta tranquillamente i vestiti di cotone misto, e non essendo per niente in grado di sbudellare la mia cena e incenerire gli intestini dopo, ero da tempo risolto a diffidare della volontà di Dio finché l’Onnipotente stesso non si decidesse di bisbigliare tali desideri nel mio orecchio. Chiaramente, non potevo dare il minimo peso alle parole del povero rabbino.
Dall’altra parte, ci dicevano che serviva una patria per evitare un altro olocausto. Soltanto l’esistenza di uno stato ebraico forte ed indipendente potrebbe dare unità e protezione ad un popolo che aveva sofferto così tanto, e che aveva perso sei milioni di anime durante il terrore nazista.
Ma anche questo mi sembrava sospetto. Non si potrebbe dire che unire tutti gli ebrei in un posto, particolarmente se quel posto è piccolo come la Palestina, sarebbe il sogno di uno che odia gli ebrei? Renderebbe facile terminare il compito iniziato da Hitler. Sembrava all’epoca e sembra tuttora meglio lasciare delle comunità ebraiche vitali sparse per tutto il mondo, invece di sradicarci, puntando tutto quello che abbiamo, e trasferirci in un luogo dove viveva già della gente, e sperare che non si sarebbero scomodati troppo dal nostro ordine di sfratto!

Alla fine, accettare Israele come stato ebraico per motivi biblici mi lascia freddo, così come sarebbe nel caso di una nazione cristiana o islamica: due situazioni che (giustamente) farebbero venire la paura della teocrazia nel cuore di qualunque ebreo. Raccogliere in Israele tutti gli ebrei per motivi di sicurezza non ha senso nemmeno. Infatti, l’unico senso che sembra avere il sionismo è quello di potere, puro e semplice: quello del colono. Volevamo la terra, che darebbe anche all’Europa ed agli Stati Uniti un alleato nei loro giochi economici e di politica estera. Così, con la forza, la terra divenne nostra.

Quasi 800 000 palestinesi verranno spostati per permettere la creazione dello stato d’Israele, di cui 600 000 (secondo documenti riservati delle Forze di difesa israeliane) cacciati a forza dalle loro case. All’epoca, questi palestinesi,le famiglie di cui vivevano in queste terre da secoli, costituivano due terzi della popolazione totale ed erano proprietari del 90% delle terre. Sebbene alcuni sionisti ritengano la terra fosse del tutto deserta e disabitata prima del l’arrivo degli ebrei, i primi coloni erano
più onesti. Secondo Ahad Ha’am (scrivendo nel 1891):
“... siamo abituati a credere che l’Israele è quasi tutto desolato. Ma … non è il caso. Per tutto il paese, si fa fatica a trovare campi incoltivati”.

Infatti, fu il gran numero di palestinesi che spinse gli ebrei a chiedere apertamente la loro rimozione. Il capo del reparto colonizzazione dell’Agenzia ebraica disse: “non c’è spazio per entrambi i popoli in questo paese. Non c’è alternativa al trasferimento dei palestinesi in paesi vicini, al trasferimenti di tutti: non dovrebbe rimanere un solo villaggio o una solo tribù”. Herzl stesso ha ammesso che il sionismo era “qualcosa di coloniale”, che indica di nuovo che non si tratta né di scoperta né di fondazione. Abbiamo preso la terra, e per gli stessi motivi che non accetteremo da altri.

Come ha detto Shimon Peres (generalmente considerato uno dei leaders israeliani più pacifici di tutti i tempi) nel 1985: “La Bibbia è il documento
decisivo nella determinazione del futuro di questo nostro paese”. Questo è fanatismo puro, e nessuno ci penserebbe due volte di dirlo se un integralista cristiano dovesse dire una cosa simile riguardo l’America o qualsiasi altro paese.

E’ un peccato che la maggior parte degli ebrei non abbia mai studiato i principi di base di questa ideologia che ritengono così cara. Dovessero farlo, forse si spaventerebbero dalla vera natura anti-ebreo del sionismo. Ripetutamente i sionisti hanno collaborato con gente che odia gli ebrei apertamente per amor del potere politico. Prendiamo il caso di Herzl: un uomo che dava la colpa dell’antisemitismo agli ebrei stessi, e quindi, soltanto la fuga in Palestina potrebbe salvarci. Nel “Jewish State”, scrisse:

“Ogni nazione nel mezzo di cui vivono gli ebrei è anti-semitica, manifestamente o non… la cause immediata è la nostra eccessiva produzione di intelletti mediocri, che non trovano una via d’uscita né in giù, né in su. Quando affondiamo, diventiamo un proletariato rivoluzionario. Quando sorgiamo, sorge anche il nostro potere terribile del danaro”.  

Continuò, 

“Gli ebrei portano con sé i semi dell’antisemitismo in Inghilterra; l’hanno già introdotto in America”. Dovesse un non-ebreo suggerire che gli ebrei fossero la causa dell’antisemitismo, la nostra comunità si infurierebbe giustamente. Le stesse parole dalla bocca del padre del sionismo passano senza commento. Peggio ancora, nei primi tempi del regno di Hitler, la Federazione sionista di Germania scrisse al nuovo Cancelliere, sottolineando la sua disponibilità di “adattare la nostra comunità a queste nuove strutture” (ossia le leggi di Norimberga che limitavano le libertà degli ebrei), perché esse “danno alla minoranza ebrea…una  propria vita culturale, una propria vita nazionale”.
Lungi dalla resistenza al genocidio nazista, alcuni sionisti collaboravano. Quando gli inglesi formularono un progetto che avrebbe permesso a migliaia di bambini ebrei della Germania di entrare nel Regno Unito, per potersi salvare dall’olocausto, il futuro Primo ministro d’Israele, David Ben-Gurion, frenò, spiegando:

“Se io sapessi che fosse possibile salvare tutti i bambini in Germania portandoli in Inghilterra o di poter salvare solo la metà di loro trasportandoli in Israele, sceglierei la seconda alternativa.”

Più tardi, certi sionisti israeliani stringeranno alleanze con degli estremisti anti-ebrei. 
Negli anni ’70, Israele ospitò John Vorster, Primo ministro del Sud Africa, e coltivarono legami economici e militari con lo stato dell’apartheid, anche se Vorster stesso era stato incarcerato in qualità di collaboratore nazista durante la seconda guerra mondiale. Inoltre, Israele ha fornito aiuti militari al regime di Galtieri in Argentina, anche quando si sapeva che i generali ospitavano ex-nazisti nel loro paese e che gli ebrei argentini erano nel mirino della tortura e la morte. Infatti, il discorso fatto da alcuni che il sionismo sia una forma di razzismo è accettato nei discorsi di alcuni sionisti stessi, molti dei quali sono da tanto tempo d’accordo con la dottrina hitleriana che il Giudaismo è un’identità razziale quanto religiosa e culturale. Nel 1934, il sionista tedesco Joachim Prinz, futuro capo del Jewish Congress americano, disse:
“Noi vogliamo che l’assimilazione venga sostituito da una nuova legge: una dichiarazione di appartenenza alla nazione e alla razza ebraica. Uno stato che si fonda sul principio della purezza della nazione e la razza è degno di onore e rispetto solamente da un ebreo che si dichiara di stare con i suoi”.

Anni più tardi, David Ben-Gurion ammise che il leader israeliano Menahem Begin
si potrebbe definire razzista, ma che così facendo necessiterebbe “processare l’intero movimento sionista che si fonda sul principio di un’entità puramente ebraica nella Palestina.”

Le leggi che concedono privilegi speciali agli ebrei immigrati da qualsiasi parte del globo rispetto ai palestinesi, le cui famiglie erano presenti in quella terra da generazioni, e le misure che riservano la maggior parte della terra agli usi e alla proprietà esclusiva degli ebrei sono semplicemente due esempi della legislazione discriminatoria sottostante l’esperimento sionista. Come rende chiaro la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, la stessa discriminazione razziale si definisce:
“qualsiasi distinzione, esclusione, restrizione o preferenza in base alla razza, colore, discendenza o origine nazionale o etnica che ha lo scopo o effetto di annullare o impedire la ricognizione o esercizio, su una base comune, dei diritti umani e le libertà fondamentali nella vita politica, economica, sociale, culturale o altro manifestazione della vita pubblica.” In vista di questa definizione accettata a livello internazionale, non dovremmo sorprenderci che ad una Conferenza Mondiale sul razzismo, ci fosse chi potrebbe suggerire che la politica della nostra gente nella terra di Palestina meritasse un posto sull’ordine del giorno. Così, dovremmo cogliere l’opportunità di iniziare un dialogo onesto, non solo con i palestinesi, ma anche con noi stessi.

Né lo sciovinismo, così centrale al sionismo, né quell’ auto-odio ironico che va mano nella mano con il sionismo, sono degni di un popolo forte e vitale. Così come un dializzatore renale non è un buon sostituto
per un rene pienamente funzionale, il sionismo non è un buon sostituto per un giudaismo forte e vitale. Non sono morti i sei milioni per questa fine ignobile.

Tim Wise

Tim Wise è un attivista antirazzista, scrittore e lettore universitario. 
E’ raggiungibile a tjwise@mindspring.com

 
 
IL FASCISMO ALLA BASE DEL SIONISMO  
Gli incessanti sforzi dei sionisti per nascondere il fascismo che sta alla base del sionismo hanno avuto successo, ma l'idea che il sionismo sia fondamentalmente fascista rimane e non deve essere abbandonata. Prima di tutto ci sono prove evidenti della collaborazione sionista con l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler, i due maggiori regimi fascisti presenti nella prima metà del ventesimo secolo. In secondo luogo ci sono prove della segregazione razziale, dei crimini di guerra e contro l'umanità attuati dal regime di Israele. In terzo luogo è evidente che il regime segregazionista di Israele era un regime fascista travestito da falsa "democrazia". Vladimir Jabotinsky e Abraham Stern, i fondatori dei due principali gruppi terroristici sionisti palestinesi, studiavano in Italia negli anni '20 e ammiravano Mussolini e il fascismo italiano. L'amicizia tra loro e Mussolini ebbe buoni risultati, infatti nel 1934 il duce ordinò ai suoi assassini fascisti, le "camicie nere", di addestrare militarmente 134 giovani seguaci di Jabotinsky in Italia. In seguito si creò competizione fra i sionisti più accesi e quelli più "tradizionalisti" (la "corrente principale" del movimento sionista) per ottenere i favori di Mussolini. Questi due movimenti, insieme ad altri due capi della "corrente principale", si incontrarono con Mussolini stesso quando lui fu condannato e privato dei suoi poteri dai rappresentanti delle altre nazioni a causa delle sue campagne militari e delle atrocità commesse in Africa. Circa nello stesso periodo in cui i leaders sionisti facevano a gara per ottenere i favori di Mussolini, il dittatore italiano aveva un grande ammiratore in Germania: Adolf Hitler, il futuro dittatore fascisa tedesco. Hitler e Mussolini unirono le loro forze per aiutare il generale Franco in Spagna, e vi inviarono i loro contingenti militari per soffocare la repubblica e la rivoluzione del 1936. Inoltre è risaputo che l'intervento fascista in Spagna fu una delle premesse per la seconda guerra mondiale. Anche in Germania l'ammirazione per Hitler si diffuse in tutte le correnti del movimento sionista, che sperava in grandi conquiste dovute all'ascesa al potere del dittatore.  I membri di tutte le frange del movimento sionista furono molto soddisfatti nel sapere che Hitler era stato nominato consigliere della Germania nel 1933. I sionisti fanatici furono i primi ad avere un collaborazionista all'interno del regime fascista di Hitler: Georg Kareski,l'allora leader dei seguaci tedeschi di Jabotinsky. Kareski fu una figura conosciuta anche fra i profughi ebrei che fuggirono verso la Palestina. Quando scoprirono che nel 1937 Kareski era emigrato in Palestina lo cercarono per tutta la nazione, ma senza successo, perché lui godeva della piena protezione dei sostenitori di Jabotinsky in Palestina. Ci saranno molti altri sionisti che collaboreranno con Hiler, e il più noto è Rudolf Kastner, capo dell'organizzazione sionista ungherese durante la seconda guerra mondiale.  I leader dell'ala estrema del movimento sionista firmarono un accordo con Hitler nel 1933, che durava fino all'inizio della seconda guerra mondiale, e prevedeva la piena collaborazione fra il regime nazista e il movimento sionista. Il motto del regime di Mussolini in Italia era questo: "credere, obbedire, combattere!". La storia dello stato sionista di Israele mostra che anche lì fu adottato lo  stesso motto. E' necessario ora soffermarsi anche sul ruolo dominante della Gestapo sionista (in tutte le sue tre forme: Shin Bet, Shabak, Mossad) sia all'interno dello stato sionista che fuori dai suoi confini.  La natura clandestina e segreta della Gestapo sionista permette a questa realtà di perpetrare continuamente atrocità e crimini contro l'umanità senza esserne considerata responsabile, e godendo della piena protezione della CIA.  Anche la mia famiglia e io siamo stati vittime delle "punizioni" della Gestapo sionista. E' successo qui, in Australia, con la collaborazione dell'ASIO, la polizia segreta australiana. Comunque, anche prima di essere arrivato qui da Israele avevo la Gestapo sionista alle costole. A quel tempo non ero un oppositore del sionismo, ma ero un attivista pacifista che si opponeva radicalmente alle campagne militari e alle corse agli armamenti dei governanti israeliani. La mia più grande colpa, agli occhi della Gestapo sionista, fu quella di avere reso note pubblicamente le informazioni a proposito di una corsa alle armi nucleari che i governanti sionisti avevano iniziato segretamente. Lo scopo di questa corsa al nucleare era quello di acquisire la supremazia militare su tutto il medio oriente. Al Ha'mishmar, il portavoce della "sinistra sionista", pubblicò il mio articolo che condannava il progetto segreto del governo di produrre sul territorio nazionale armi nucleari. Quell'articolo deve aver fatto infuriare i capi della gestapo sionista, perché cominciarono a tormentarmi. Ma torniamo al periodo che precede la seconda guerra mondiale. A partire dal 1938 vi furono migliaia di ebrei di nazionalità tedesca che cercarono rifugio in qualsiasi altran nazione che li ospitasse. I leader sionisti ignorarono questa situazione, ma gli ebrei anti-sionisti degli Stati Uniti fecero pressioni sul governo affinchè aiutasse i profughi. Queste pressioni portarono ad indire una conferenza ad Evian, in Francia, nel 1938. A questa conferenza parteciparono i rappresentanti di 31 stati, e anche i sionisti. Proprio loro fecero di tutto per sabotare la conferenza, e vi riuscirono, perché la conferenza stessa non fu in grado di risolvere il problema dei profughi in modo positivo. In ogni caso chi conosce le basi su cui si fonda il sionismo e i principi fondamentali di questa ideologia, insieme al cinismo dei sionisti e al loro disprezzo per le persone che questo movimento pretendeva di guidare, non dovrebbe essere sorpreso. Il sionismo aveva degli aspetti razzisti e fascisti e la stragrande maggioranza degli ebrei  che vissero prima della seconda guerra mondiale non era sionista, quindi erano considerati "traditori del sionismo". Perché dunque le gerarchie sioniste avrebbero dovuto essere interessate a salvare le vite di questi profughi? Vi fu soltanto un processo in cui furono svelati alcuni aspetti del collaborazionismo sionista con i criminali di guerra nazisti, e fu il processo n°124 che si svolse presso il tribunale di Gerusalemme nel 1953. L'imputato era una persona che accusava Rudolf Kastner di aver collaborato con i gerarchi nazisti nell'eccidio di massa di centinaia di migliaia di ebrei in Ungheria, durante l'occupazione nazista del 1944. Durante il processo venne accertato che Kastner poteva essere un collaborazionista. Questa sarà la prima e unica volta in cui una corte giudiziaria accusava i massimi gradi della gerarchia sionista di complicità dell'eccidio di massa di ebrei non-sionisti europei. Inoltre il processo si tenne nello stato di Isralele e anche tutti gli altri partecipanti al processo erano sionisti!. Un altro capo di imputazione del processo riguardava l'intercessione di Kastner nei confronti di un altro criminale di guerra nazista, il generale SS Kurt Becher, salvandolo in tal modo dall'impiccagione a Norimberga da parte degli alleati. Kurt Becher fu inserito nell'elenco americano dei criminali di guerra, con il numero 221259. Ecco ciò che fu scritto su quell'elenco: "Kurt Becher,  generale SS, luogo del crimine: campo di sterminio di  Mauthausen-Budapest, imputazione: tortura".  Oltre a Kurt Becher, Kastner tentò di salvare molti altri criminali di guerra nazisti dalle punizioni dovute alle conseguenze della seconda guerra mondiale. Uno di questi fu il colonnello SS Von Visliczeny, cognato di Heinrich Himmler (capo delle SS e braccio destro di Hitler). Kastner voleva salvare dall'impiccagione anche un altro criminale delle SS: Hermann Krumey. Kastner sapeva bene che Krumey era un "assassino di massa". Durante il processo di Gerusalemme attestò che "Krumey era uno dei capi dei carnefici" e che "non meritava di essere aiutato". Durante la sessione preparatoria del processo internazionale del 1945 Kastner riferì che "il colonnello Hermann Krumey ha diretto le operazioni di sterminio di ebrei in Austria, Ungheria e Polonia". Anche se conosceva bene la natura dei crimini nazisti, Kastner fece del suo meglio per salvare quei criminali dall'impiccagione dopo la guerra. Nel marzo 1957, mentre si recava al processo d'appello presso la corte suprema israelita concessogli dal procuratore generale, Rudolf Kastner fu ucciso a colpi d'arma da fuoco vicino alla sua casa di Tel Aviv. Tra i tre assassini che furono poi condannati per omicidio, si scoprì che quello che uccise Kastner era legato allo Shin Bet, l'ala sionista della Gestapo. Il giudizio della corte suprema sul processo Kastner fu emanato tra il 17 e il 19 gennaio 1958: Becher fu salvato da una dichiarazione dello stesso Kastner e dall'insufficienza di prove.  Sembra che Kurt Becher stesso sia ancora vivo e residente in Germania. Il 12 dicembre 1994 egli fu intervistato dalla televisione israeliana e la sua fotografia fu pubblicata su molti giornali. I criminali di guerra nazisti e i collaborazionisti sionisti erano quindi stati trasformati, ad opera della macchina di propaganda sionista, da mostri fascisti in esempi di umanità!  Kastner fu assassinato dalla Gestapo sionista perché sapeva troppe cose e minacciava di rivelare tutte queste informazioni se avesse perso la causa presso il tribunale distrettuale di Gerusalemme.  Becher ha continuato a condurre una vita agiata e rispettabile in Germania. Recenti documentari sulla seconda guerra mondiale mostrano che quasi tutti i burocrati del regime di Hitler sono ancora vivi e risiedono in Germania. Essi compaiono in televisione, rilasciano interviste, forniscono la loro opinione senza che i loro avversari reagiscano. L'olocausto che la macchina della propaganda sionista è stata così efficiente nel perpetrare e nel ripetere durante gli ultimi 50 anni, fu un olocausto per le vittime degli eccidi di massa compiuti dai nazisti, e quelle vittime erano ebrei non-sionisti europei. Il sionismo, come qualsiasi altra forma di fascismo, non ha nessuna etica, nessuna morale, nessun valore umano, e soprattutto nessuna vergogna dei crimini che ha perpetrato e continua a perpetrare nel Medio Oriente come in molte altre parti del mondo. Non è quindi importante quanto i leader sionisti si impegnino per nascondere i loro crimini, perché questi crimini fanno parte della storia e sono noti a molti.  Da " Fascism at the core of zionism"  di B.Merhav

La Verità Storica - 30/01/2002


http://www.mentelocale.it/menteforum/america/00001522?expand_all=1

Il sodalizio tra sionismo e nazismo  

scritto da La Verità Storica il 30/01/2002


LA NASCITA DELLO STATO RAZZISTA E TERRORISTA DI ISRAELE GRAZIE al NAZISMO
I SIONISTI COMPLICI DEI NAZISTI PER IL GENOCIDIO DEGLI EBREI EUROPEI
LA NASCITA DELLO STATO RAZZISTA E TERRORISTA DI ISRAELE SOTTO IL SEGNO DELLA SVASTICA

Nella primavera del 1936 una coppia di ebrei, i Tuchler, inviati dalla Federazione Sionista di Germania, ed una coppia di nazisti, i von Mildenstein, inviati dal N.S.D.A.P. e dalle SS., si ritrovarono alla stazione di Berlino dove presero il treno per Trieste e s’imbarcarono sulla Martha Washington per la Palestina. Lo scopo del viaggio era quello di fare un’indagine il più possibile completa e documentata sulle POSSIBILITÀ DI INSEDIAMENTO DI EBREI TEDESCHI IN PALESTINA. «Malgrado le dichiarazioni di principio e diverse misure specifiche (boicottaggio degli ebrei tedeschi a partire dal 1 aprile 1933), tutti gli storici sono d’accordo nell’ammettere che Hitler non aveva una politica d’insieme precisa sulla questione ebraica fino alla notte dei cristalli del 9-10 novembre 1938. Ciò lasciò campo libero all’Ufficio degli Affari ebraici delle SS, per esplorare le diverse politiche attuabili. Il viaggio del barone von Mildenstein fu una di esse. Ora Mildenstein era ufficiale superiore delle SS… s’era interessato da molto tempo alla questione ebraica… Fervente sionista, entrò nelle SS. e fu reputato uno dei più qualificati specialisti del Giudaismo. Fu lui che vide per primo l’interesse che si poteva trarre dalle organizzazioni sioniste, specialmente revisioniste… Scrisse una serie di dodici lunghi articoli, molto documenteti, sul quotidiano berlinese Der Angrif di Goebbels, dal titolo Un nazista viaggia in Palestina. Vi esprimeva la sua ammirazione per il Sionismo… e concludeva che “il focolare nazionale” ebreo in Palestina “…indica un mezzo per guarire una ferita vecchia di molti secoli: la questione ebraica”. Per commemorare tale visita fu coniata una medaglia, su richiesta di Goebbels. Una faccia era ornata dalla svastica nazista e l’altra dalla stella di David… Le SS. erano divenute la componente più filosionista del partito nazista». In seguito a questo viaggio il giornale delle SS. Das schwarze Korps proclamò ufficialmente il suo appoggio al Sionismo. Il 26 novembre lo stesso quotidiano rinnovava il suo appoggio al Sionismo: «Il riconoscimento della comunità ebrea, come COMUNITÀ RAZZIALE FONDATA SUL SANGUE e non sulla religione conduce il giovane tedesco a garantire senza riserve l’integrità razziale di questa comunità ». Ancora, nel maggio 1935 Heyndrich in un articolo distingueva gli ebrei in due categorie dimostrando una forte predilezione per quelli che «professano una concezione strettamente razziale» e Alfred Rosemberg scriveva che «il Sionismo deve essere vigorosamente (31) sostenuto». Con l’avvento al potere di Hitler il Bétar fu la sola organizzazione a continuare ad uscire in parata in uniforme nelle strade di Berlino. Il 13 aprile 1935 la polizia della Baviera (feudo di Himmler e di Heyndrich) ammetteva eccezionalmente che gli aderenti al Bétar potessero indossare la loro uniforme. Questi cercavano così di spingere gli ebrei di Germania a CESSARE DI IDENTIFICARSI COME TEDESCHI e a farli innamorare della loro nuova identità nazionale israeliana (104). La Gestapo fece tutto il possibile per favorire l’emigrazione verso la Palestina; ancora nel settembre 1939 autorizzò una delegazione di sionisti tedeschi a partecipare al 21° Congresso sionista di Ginevra. Jabotinsky invece si era pronunciato per il boicottaggio della Germania, mentre Kareski, membro del movimento revisionista, perseguiva una politica di collaborazione con la Germania in vista di poter costituire lo Heretz Israel. Nel 1942 restava ancora in attività nella Germania un Kibbutz a Nevendorf per esercitare dei potenziali emigranti verso la Palestina. «Il Mossad… dispose di un centro di circa quaranta campi e centri agricoli, ove i futuri coloni si preparavano per lo sbarco in Palestina».

Documentazione inconfutabile:


Nel 1941 Itzak Shamir commise "un crimine imperdonabile dal punto di vista morale: proporre un'alleanza con Hitler, con la Germania nazista contro la gran Bretagna".
Fonte: M. Bar Zohar, Ben Gurion. Le Prophèt armé,
Parigi, Fayard, 1966, p. 99

Quando cominciò la guerra contro Hitler la quasi totalità delle organizzazioni ebraiche s'impegnò a fianco degli alleati e anche alcuni dei più importanti dirigenti, come Chaim Weizmann, presero posizione a loro favore, ma il gruppo sionista tedesco, all'epoca comunque molto minoritario, assunse un atteggiamento contrario e dal 1933 al 1941 si impegnò in una politica di compromesso e perfino di collaborazione con Hitler. Le autorità naziste, mentre perseguitavano gli ebrei, in un primo tempo estromettendoli per esempio dalle funzioni pubbliche, trattavano con i dirigenti sionisti tedeschi e accordavano loro un trattamento di favore, distinguendo gli ebrei integralisti da quelli cui davano la caccia.
L'accusa di collusione con le autorità hitleriane non è indirizzata all'immensa maggioranza degli ebrei, che non avevano atteso la guerra per contrastare il fascismo in Spagna, armi alla mano nelle Brigate internazionali dal 1936 al 1939, che crearono un Comitato ebraico di lotta perfino nel ghetto di Varsavia e seppero morire combattendo, ma è rivolta alla minoranza fortemente organizzata dei dirigenti sionisti che per otto anni (1933-1941) patteggiarono con i nazisti.
L'unica preoccupazione dei sionisti, che era di creare un potente Stato ebraico, unita alla loro visione razzista del mondo, li rendeva molto più anti-inglesi che anti-nazisti. Dopo la guerra essi divennero, come Menahem Begin o Itzak Shamir, dirigenti di primo piano nello Stato di Israele.

* * *
In data 5 settembre 1939 due giorni dopo la dichiarazione di guerra dell'Inghilterra e della Francia alla Germania Chaim Weizmann, presidente dell'Agenzia ebraica, scrisse a Chamberlain, primo ministro inglese, una lettera nella quale lo informava: "noi ebrei siamo al fianco della Gran Bretagna e combatteremo per la Democrazia". E precisava: "i rappresentanti degli ebrei sono pronti a firmare immediatamente un accordo per permettere l'utilizzo di tutte le loro forze in uomini, delle loro tecniche, del loro aiuto materiale e di tutte le loro capacità".
Pubblicata nel "Jewish Chronicle" dell'8 settembre 1939, questa lettera costituì un'autentica dichiarazione di guerra del mondo ebraico alla Germania e pose il problema dell'internamento di tutti gli ebrei tedeschi nei campi di concentramento come "fuorusciti di un popolo in stato di guerra con la Germania".

* * *
Quanto ai dirigenti sionisti, essi hanno dato prova, all'epoca del fascismo hitleriano e mussoliniano, di un comportamento equivoco, oscillante dal sabotaggio della lotta antifascista al tentativo di collaborazione.
L'obiettivo essenziale dei sionisti non era, infatti, salvare la vita degli ebrei, ma creare uno Stato ebraico in Palestina.
Il primo dirigente dello Stato d'Israele, Ben Gurion, il 7 dicembre 1938 affermò senza esitazioni davanti ai vertici sionisti: "Se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini della Germania portandoli in Inghilterra, e solamente la metà di essi portandoli in Eretz Israel, sceglierei la seconda soluzione. Perché non dobbiamo pensare solamente alla vita di questi bambini, ma anche alla storia del popolo d'Israele".
Fonte: Yvon Gelbner, Zionist policy and the fate of European Jewry,
in "Yad Vashem Studies", XII, p. 199, Gerusalemme

"La salvezza degli ebrei in Europa non figurava ai primi posti nella lista di priorità della classe dirigente. Ciò che aveva importanza primaria agli occhi di questa era la creazione dello Stato".
Fonte: Tom Segev, Le septième million,
Parigi, Liana Levi, 1993, p. 539

"Dobbiamo aiutare tutti coloro che ne hanno bisogno senza tenere conto delle caratteristiche di ciascuno? Non dobbiamo dare a questa azione un carattere nazionale sionista e tentare di salvare, in primo luogo, coloro che possono essere utili alla terra d'Israele e all'ebraismo? So che può sembrare crudele impostare la questione in questo modo, ma sfortunatamente dobbiamo stabilire chiaramente che se siamo in grado di salvare 10.000 persone tra le 50.000 che possono contribuire alla costruzione del paese e alla rinascita nazionale, oppure un milione di ebrei che diventerebbero per noi un fardello o, meglio, un peso morto, ci dobbiamo limitare e salvare i 10.000 che possono essere salvati, nonostante le accuse e gli appelli del milione lasciato da parte".
Fonte: Memorandum del "Comitato per la salvezza"
dell'Agenzia ebraica, 1943.
Cfr. Tom Segev, op. cit.

Questo fanatismo aveva ispirato, per esempio, l'atteggiamento della delegazione sionista alla conferenza di Évian nel luglio 1938, nella quale 31 nazioni si erano riunite per discutere della sistemazione dei profughi della Germania nazista: la delegazione sionista chiese, come unica soluzione possibile, di ammettere duecentomila ebrei in Palestina.
Lo Stato ebraico era più importante della vita degli ebrei.
Il nemico principale per i dirigenti sionisti era l'assimilazione.
Essi condividevano la preoccupazione fondamentale di ogni razzismo, compreso quello hitleriano: la purezza del sangue.
Ecco perché i nazisti, in funzione stessa dell'antisemitismo sistematico che li animava, fino a concepire il disegno mostruoso di cacciare tutti gli ebrei della Germania e poi dell'Europa, fintanto che ne furono padroni, considerarono i sionisti come preziosi interlocutori, giacché questi assecondavano il loro disegno.
Esistono le prove di tale collusione. La Federazione sionista tedesca il 21 giugno 1933 indirizzò al partito nazista un memorandum che dichiarava specificamente:
"Nella formazione di un nuovo Stato, che ha proclamato il principio della razza, noi desideriamo adattare la nostra comunità a queste nuove strutture [...] il nostro riconoscimento della nazionalità ebraica ci permette di stabilire relazioni chiare e sincere con il popolo tedesco e le sue realtà nazionali e razziali. Proprio perché non vogliamo sottovalutare questi principi fondamentali, perché anche noi siamo contro i matrimoni misti e per la conservazione della purezza del gruppo ebraico [...].
"Gli ebrei coscienti della loro identità, a nome dei quali parliamo, possono trovare posto all'interno della struttura dello Stato tedesco perché sono liberati dal risentimento che devono provare gli ebrei assimilati. [...] noi crediamo nella possibilità di relazioni leali tra gli ebrei consapevoli della loro comunità e lo Stato tedesco.
"Per raggiungere questi obiettivi pratici, il sionismo spera di essere in grado di collaborare anche con un governo fondamentalmente ostile agli ebrei [...]. La realizzazione del sionismo non è ostacolata che dal risentimento degli ebrei all'estero contro l'orientamento tedesco attuale.
"La propaganda per il boicottaggio attualmente diretta contro la Germania è essenzialmente non sionista [...]".
Fonte: Lucy Davidowicz, A Holocaust reader, p. 155

Il memorandum aggiungeva: "Nel caso in cui i tedeschi accettassero questa cooperazione i sionisti si sforzeranno di dissuadere gli ebrei all'estero dal progetto di boicottaggio antitedesco".
Fonte: Lucy Davidowicz, The war against jews (1933-1945),
Londra, Penguin, 1977, pp. 231-232

I dirigenti hitleriani accolsero favorevolmente l'orientamento dei capi sionisti che, con la loro preoccupazione esclusiva di costituire uno Stato in Palestina, non andavano contro il loro desiderio di sbarazzarsi degli ebrei.
Il principale teorico nazista Alfred Rosenberg scriveva: "Il sionismo deve essere rigorosamente sostenuto, di modo che un contingente annuale di ebrei tedeschi sia trasferito in Palestina".
Fonte: A. Rosenberg, Die Spur des juden im Wandel der Zeiten,
Monaco, Lehmann, 1937, p. 153

Reinhardt Heydrich, più tardi Gauleiter in Cecoslovacchia, scriveva nel 1935, quando era capo dei servizi di sicurezza SS: "Dobbiamo separare gli ebrei in due categorie, i sionisti e i sostenitori dell'assimilazione. I sionisti professano una concezione strettamente razziale e sono favorevoli all'emigrazione in Palestina, essi aiutano a costruire il loro proprio Stato ebraico [...] le nostre buone intenzioni e la nostra buona volontà ufficiale sono dalla loro parte".
Fonte: H. Höhne, Order of the Death's Head,
New York, Ballantine, 1971, p. 333

"Al Betar tedesco fu assegnato un nuovo nome: Herzlia. Le attività del movimento in Germania ottennero certamente l'approvazione della Gestapo.
"Un giorno un gruppo di SS attaccò un campo estivo del Betar. Il capo del movimento si lamentò allora presso la Gestapo e qualche giorno più tardi, la polizia segreta fece sapere che le SS in questione erano state punite. La Gestapo domandò al Betar quale poteva essere il risarcimento più adeguato. Il movimento domandò che fosse abolito il recente divieto di indossare camicie brune: la richiesta fu esaudita".
Fonte: Ben Yeruham, Sefer Betar, Korot u-Mekorot, 1969
Una circolare della Wilhelmstrasse spiega: "Gli obiettivi di questa categoria di ebrei che si oppongono all'assimilazione e che sono favorevoli a un raggruppamento di loro correligionari in seno a un focolare nazionale, nelle prime file dei quali si trovano i sionisti, sono quelli che meno si preoccupano degli scopi che in realtà persegue la politica tedesca riguardo agli ebrei".
Fonte: Lettera circolare di Bülow-Schwante a tutte l
e missioni diplomatiche del Reich, n. 83, 28 febbraio 1934

"Non c'è alcuna ragione scriveva Bülow-Schwante al ministro degli interni di ostacolare con misure amministrative l'attività sionista in Germania, poiché il sionismo non è in contraddizione con il programma del nazionalsocialismo, il cui obiettivo è quello di allontanare progressivamente gli ebrei dalla Germania".
Fonte: Lettera n. ZU 83-21.28/8 del 13 aprile 1935
Questa direttiva, che confermava le misure precedenti, era applicata alla lettera.
Sullo sfondo di questa condizione privilegiata del sionismo la Ge-stapo bavarese il 28 gennaio 1935 inviò alla polizia questa circolare: "I membri dell'organizzazione sionista, in ragione della loro attività orientata verso l'emigrazione in Palestina, non debbono essere trattati con lo stesso rigore che è necessario per i membri delle organizzazioni tedesche (assimilazioniste)".
Fonte: Kurt Grossmann, Sionistes et non-sionistes sous la loi nazie
dans les années 30, "American Jewish Yearbook", VI, p. 310

"L'organizzazione sionista degli ebrei tedeschi ebbe esistenza legale fino al 1938, cinque anni dopo la salita al potere di Hitler [...]. La "Judaische Rundschau" (giornale dei sionisti tedeschi) pubblicò fino al 1938".
Fonte: Yeshayahou Leibowitz, Israël et Judaïsme: ma part de vérité,
Bruxelles, Desclée de Brouwer, 1993, p. 116

In cambio del loro riconoscimento ufficiale come unici rappresentanti della comunità ebraica, i dirigenti sionisti offrirono di impedire il boicottaggio tentato da tutti gli antifascisti del mondo.
A partire dal 1933 cominciò la collaborazione economica: furono create due compagnie: la Ha'avara Company a Tel Aviv e la Paltreu a Berlino.
Il meccanismo dell'operazione era il seguente: un ebreo che desiderasse emigrare depositava alla Wasserman Bank di Berlino, o alla Warburg Bank di Amburgo, una somma minima di 1.000 sterline. Con questa somma gli esportatori ebraici potevano comprare mercanzie tedesche destinate alla Palestina e pagavano il valore corrispondente in lire palestinesi, per conto della Ha'avara, alla banca anglo-palestinese di Tel Aviv. Quando l'emigrante arrivava in Palestina, riceveva la somma equivalente al suo deposito in Germania.
Numerosi futuri primi ministri israeliani parteciparono all'impresa Numerosi futuri primi ministri israeliani parteciparono all'impresa della Ha'avara, specialmente Ben Gurion, Moshe Sharett (che allora si chiamava Moshe Shertok), Golda Meir, che l'appoggiò da New York, e Levi Eshkol, che ne fu il rappresentante a Berlino.
Fonte: Ben Gourion e Shertok su "Black",
in Tom Segev, op. cit., pp. 30 e 595

L'operazione era vantaggiosa per entrambe le parti: i nazisti riuscivano a spezzare il blocco (i sionisti poterono vendere i prodotti tedeschi anche in Inghilterra) e i sionisti realizzavano l'emigrazione "selettiva" che desideravano. Potevano emigrare soltanto i milionari (i cui capitali permettevano lo sviluppo della colonizzazione in Palesti-na). Conformemente agli scopi del sionismo era più importante salvare dalla Germania nazista i capitali ebraici necessari allo sviluppo della loro impresa che le vite degli ebrei poveri o non adatti al lavoro o alla guerra, che sarebbero stati un peso.
Questa politica di collaborazione durò fino al 1941 (cioè per 8 anni dopo l'avvento di Hitler al potere). Eichmann collaborava con Kastner. Il processo Eichmann, scoprì, almeno in parte, i meccanismi di questa connivenza, di questi "scambi" tra ebrei sionisti "utili" alla creazione dello Stato ebraico (persone ricche, tecnici, giovani adatti a rafforzare un esercito, ecc.) e una massa di ebrei meno avvantaggiati, abbandonati nelle mani di Hitler.
Il presidente della comunità ebraica, Itzak Gruenbaum, dichiarò il 18 gennaio 1943: "Il sionismo viene prima di tutto [...]. Diranno che sono antisemita, che non voglio salvare l'Esilio, che non ho "un caldo cuore yiddish" [...]. Lasciamoli dire quello che vogliono. Non pretenderò che l'Agenzia ebraica conceda la somma di 300.000 né di 100.000 sterline per aiutare l'ebraismo europeo. E io penso che chiunque lo esiga, compia un'azione antisionista".
Fonte: Itzak Gruenbaum, Jours de destruction, p. 68
Questo era anche il punto di vista di Ben Gurion: "Il compito del sionista non è quello di salvare il "resto" d'Israele che si trova in Eu-ropa, ma quello di salvare la terra d'Israele per il popolo ebraico".
Fonte: Tom Segev, op. cit., p. 158
"I dirigenti dell'Agenzia ebraica sono d'accordo sul fatto che la minoranza che potrà essere salvata dovrà essere scelta in funzione dei bisogni del progetto sionista in Palestina".
Fonte: Op. cit., p.125
Hannah Arendt, celebre sostenitrice della causa ebraica, assistendo ai dibattiti del processo Eichmann ha loro consacrato un libro: Eichmann à Jérusalem (Parigi, Gallimard, 1966), denunciando la passività e anche la complicità dei "consigli ebraici" (Judenräte), due terzi dei quali erano diretti da sionisti (pp. 134-141).
Nel libro di Isaiah Trunk, Judenrat, New York, Mac Millan, 1972, si legge: "Secondo i calcoli di Freudiger, il cinquanta per cento degli ebrei avrebbe potuto salvarsi se non avesse seguito le istruzioni dei Consigli ebraici" (p. 141). È significativo che, in occasione della celebrazione del 50 o anniversario dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, il capo di Stato israeliano abbia chiesto a Lech Walesa di non dare la parola a uno dei sopravvissuti, Marek Edelman, vice-comandante dell'insurrezione. In effetti Marek Edelman, in una intervista del 1993 con Edward Alter per il giornale israeliano "Haaretz" aveva ricordato quali erano stati i veri promotori ed eroi del Comita-to ebraico di lotta del ghetto di Varsavia: socialisti antisionisti del Bund, comunisti e i Mihal Rosenfeld e i Mala Zimetbaum, con Edelman.
Costoro lottarono contro il nazismo armi alla mano, come fecero gli ebrei volontari delle Brigate internazionali in Spagna: più del 30% degli americani della Brigata Abraham Lincoln erano ebrei, denunciati dai sionisti perché combattevano in Spagna invece di andare in Palestina.
Fonte: "Jewish Life" aprile 1938, p. 11
Nella Brigata polacca Dombrowski 2.250 membri su 5.000 erano ebrei.
A questi eroici ebrei che lottarono su tutti i fronti del mondo con le forze antifasciste, i dirigenti sionisti, in un articolo del loro rappresentante a Londra intitolato Gli ebrei devono partecipare al movimento antifascista?, rispondevano: "No!" e fissavano l'obiettivo unico: "La costruzione della terra d'Israele".
Nahum Goldmann, presidente dell'Organizzazione sionista mondiale e poi del Congresso mondiale ebraico, racconta nella sua Autobio-graphie il suo drammatico incontro del 1935 con il ministro degli affari esteri della Cecoslovacchia, Edvard Bene_, che rimproverava ai sionisti di avere impedito il boicottaggio di Hitler attraverso la Ha'avara (gli accordi di trasferimento) e il rifiuto dell'Organizzazione sionista mondiale di organizzare la resistenza contro il nazismo.
"Nella mia vita ho dovuto prendere parte a diversi incontri penosi, ma non mi sono mai sentito così infelice e pieno di vergogna, come durante quelle due ore. Sentivo in tutte le fibre del mio essere che Bene_ aveva ragione".
Fonte: Nahum Goldmann, Autobiographie,
Parigi, Fayard, 1969, pp. 157-158 e 260

I dirigenti sionisti avevano preso contatto con Mussolini contando sulla sua opposizione all'Inghilterra. Egli li ricevette il 20 dicembre 1922, dopo la marcia su Roma.
Fonte: Ruth Bondy, The Emissary: a life of Enzo Sereni, p. 45
Weizmann fu ricevuto il 3 gennaio 1923, e un'altra volta il 17 settembre 1926; Nahum Goldmann il 26 ottobre 1927 si incontrò con Mussolini che gli disse: "Vi aiuterò a creare questo Stato ebraico".
Fonte: Nahum Goldmann, Autobiographie, cit., p. 170
Questa collaborazione costituiva già un sabotaggio della lotta antifascista internazionale, subordinando tutta la politica sionista all'unico disegno di costruire uno Stato ebraico in Palestina. Continuò anche durante la guerra, nel momento più atroce della persecuzione di Hitler contro gli ebrei europei.
Durante la deportazione degli ebrei ungheresi il vicepresidente dell'organizzazione sionista, Rudolf Kastner, negoziò con Eichmann su questa base: se Eichmann avesse permesso il trasferimento in Palestina di 1.684 ebrei "utili" alla costruzione del futuro Stato d'Israele (capitalisti, tecnici, militari, ecc), Kastner avrebbe promesso di far credere ai 460.000 ebrei ungheresi che non si trattava di una deportazione ad Auschwitz, ma di un semplice trasferimento.
Il giudice Halevi ricordò, al momento del processo contro Eichmann, che Kastner intervenne per salvare uno dei suoi interlocutori nazisti: uno degli agenti di Himmler, lo Standartenführer Kurt Becher. La testimonianza di Kastner al processo di Norimberga gli evitò la condanna.
Il giudice fu formale: "Non si è avuta né verità né buona fede nella testimonianza di Kastner [...]. Kastner ha giurato il falso scientemente nella sua testimonianza davanti a questa corte, quando ha negato di essere intervenuto in favore di Becher. Inoltre egli ha nascosto questo fatto importante: il suo intervento a favore di Becher avvenne a nome dell'Agenzia ebraica e del Congresso ebraico mondiale [...]. È chiaro che la raccomandazione di Kastner non fu fatta a titolo personale, ma anche a nome dell'agenzia ebraica e del congresso ebraico mondiale [...] e questo è il motivo grazie al quale Becher fu rilasciato dagli alleati".
Il processo scosse l'opinione pubblica israeliana.
Nel giornale "Haaretz" del 14 luglio 1955 il dott. Moshe Keren scrisse: "Kastner doveva essere accusato di collusione con i nazisti". Ma il giornale della sera "Yediot Aharonoth" (23 giugno 1955) spiegò perché non poteva essere così: "Se Kastner viene giudicato è l'intero governo che rischia il crollo totale davanti alla Nazione in seguito a ciò che questo processo può mettere in luce".
Ciò che rischiava di essere scoperto era che Kastner non aveva agito da solo, ma con l'appoggio degli altri dirigenti sionisti che sedevano al governo al momento del processo. Il solo modo per evitare che Kastner parlasse e che scoppiasse lo scandalo era che sparisse. Egli infatti morì opportunamente.
Il governo israeliano fece ricorso davanti alla Corte suprema per riabilitarlo. E vi riuscì.
Questa politica di collaborazione giunse al suo punto culminante nel 1941, quando il gruppo più estremista dei sionisti, il Lehi (Combattenti per la liberazione d'Israele) diretto da Abraham Stern e dopo la sua morte da un triumvirato di cui faceva parte Itzak Shamir, commise "un crimine imperdonabile dal punto di vista morale: promuovere l'alleanza con Hitler, con la Germania nazista, contro la Gran Bretagna".
Fonte: M. Bar Zohar, Ben Gourion.Le Prophète armé, cit., p. 99
Elizer Halevi, noto sindacalista laburista, membro del kibbutz Gueva, rivela il 19 agosto 1983, sul settimanale "Hotam" di Tel Aviv, l'esistenza di un documento firmato da Itzak Shamir (che allora si chiamava Jezernitsky) e da Abraham Stern, consegnato all'ambasciata tedesca ad Ankara quando la guerra in Europa infuriava e le truppe del maresciallo Rommel erano già in territorio egiziano. Vi era detto chiaramente: "In materia di concezione noi ci identifichiamo con voi. Perché, quindi, non collaborare l'uno con l'altro?". "Haaretz", il 31 gennaio 1983, cita una lettera contrassegnata dalla parola "secret", inviata nel gennaio 1941 dall'ambasciatore di Hitler ad Ankara, Franz von Papen, ai suoi superiori. Von Papen raccontava dei contatti con i membri del gruppo Stern. Vi è allegato un memorandum dell'agente dei servizi segreti nazisti a Damasco, Werner Otto von Hentig, sulle trattative con gli emissari di Stern e di Shamir in cui si dice che "la cooperazione tra il movimento di liberazione d'Israele e il nuovo ordine in Europa sarà conforme a uno dei discorsi del cancelliere del III Reich, nel quale Hitler sottolinea la necessità di utilizzare tutte le possibilità di coalizione per isolare e vincere l'Inghilterra". Vi è detto ancora che il gruppo Stern è "strettamente legato ai movimenti totalitari in Europa, alle loro ideologie e alle loro strutture".
Questi documenti si trovano presso il Memoriale dell'olocausto (Yad Vashem) a Gerusalemme, classificati con il numero E 234151-8.
Uno dei capi storici del gruppo Stern, Israel Eldad, in un articolo pubblicato sul quotidiano di Tel Aviv "Yediot Aharonoth" del 4 febbraio 1983, conferma l'autenticità di quelle trattative tra il suo movimento e i rappresentanti ufficiali della Germania nazista.
Egli afferma con chiarezza che i suoi colleghi avevano spiegato ai nazisti che era probabile una comunanza di interessi tra il nuovo ordine in Europa secondo la concezione tedesca e le aspirazioni del popolo ebraico in Palestina, rappresentato dal gruppo Stern.
Ecco i principali passaggi di questo testo intitolato Principi di base dell'Organizzazione militare nazionale (NMO) in Palestina (Irgun Zvai Leumi) sulla soluzione della questione ebraica in Europa e sulla partecipazione attiva dell'NMO alla guerra a fianco della Germania:
"Risulta dai discorsi dei dirigenti dello Stato nazionalsocialista tedesco che una soluzione radicale della questione ebraica implica un'espulsione delle masse ebraiche dall'Europa (Judenreines Europa). Questa è la condizione primaria della soluzione del problema ebraico, ma non è realizzabile se non tramite il trasferimento di queste masse in Palestina, in uno Stato ebraico dotato di frontiere storiche. Risolve-re il problema ebraico in modo definitivo e liberare il popolo ebraico è l'obiettivo dell'attività politica e dei lunghi anni di lotta del Movimento per la libertà d'Israele (Lehi) e della sua Organizzazione militare nazionale in Palestina (Irgun Zevai Leumi). L'NMO, conoscendo la posizione benevola del governo del Reich verso l'attività sionista all'interno della Germania e i piani sionisti riguardanti l'emigrazione, stima che:
"1) Potrebbero esistere degli interessi comuni tra l'instaurazione in Europa di un ordine nuovo secondo la concezione tedesca e le reali aspirazioni del popolo ebraico, così come sono incarnate dal Lehi.
"2) Sarebbe possibile la cooperazione tra la nuova Germania e una rinnovata nazione ebraica (Volkish Nationalen Hebraertum).
"3) La fondazione dello Stato storico ebraico su una base nazionale e totalitaria, legato con un trattato al Reich tedesco, potrebbe contribuire a mantenere e a rinforzare nell'avvenire la posizione della Germania nel Vicino Oriente.
"A condizione che siano riconosciute, dal governo tedesco, le aspirazioni nazionali del Movimento per la libertà d'Israele (Lehi), l'Orga-nizzazione militare nazionale (NMO) offre la sua partecipazione alla guerra a fianco della Germania. La cooperazione del Movimento per la libertà d'Israele andrebbe nel senso dei recenti discorsi del Cancel-liere del Reich tedesco, nei quali il signor Hitler sottolinea che tutti i negoziati e tutte le alleanze devono contribuire a isolare l'Inghilterra e a sconfiggerla.
"Secondo la sua struttura e la sua concezione del mondo, l'NMO è strettamente legato ai movimenti totalitari europei".
Fonte: Testo in tedesco, Appendice n. 11, David Ysraeli,
Le problème palestinien dans la politique allemande de 1889 à 1945,
Bar Ilan University, Ramat Gan, Israele, 1974, pp. 315-317

Secondo la stampa israeliana, che ha pubblicato una decina di articoli a questo proposito, in nessun momento i nazisti hanno preso sul serio le proposte di Stern, di Shamir e dei loro amici.
Le trattative subirono una battuta d'arresto quando le truppe alleate catturarono, nel giugno 1941, Naftali Loubentchik, l'emissario di Abraham Stern e Itzak Shamir, nell'ufficio stesso dei servizi segreti a Damasco.
Altri membri del gruppo mantennero i contatti fino all'arresto di Shamir da parte delle autorità britanniche nel dicembre 1941, con l'accusa di "terrorismo e collaborazione col nemico nazista".
Un simile passato non ha impedito a Shamir di diventare primo ministro e di essere ancora oggi il capo di una potente "opposizione", quella che più si accanisce nell'occupazione della Cisgiordania. La realtà è che i dirigenti sionisti, nonostante le loro rivalità interne, perseguono lo stesso obiettivo razzista: cacciare con il terrore, l'esproprio o l'espulsione tutti gli autoctoni arabi dalla Palestina, per restarvi unici conquistatori e padroni.
Ben Gurion dichiarava: "Begin appartiene incontestabilmente al tipo hitleriano. È un razzista disposto a distruggere tutti gli arabi nel suo sogno di unificazione d'Israele, pronto a usare tutti i mezzi per realizzare questo fine sacro".
Fonte: E. Haber, Menahem Begin, the man and the legend,
New York, Delle, 1979, p. 385
Lo stesso Ben Gurion non ha mai creduto alla possibilità di una coesistenza con gli arabi. Sarebbe infatti stato preferibile per lui che nei confini del futuro Israele ce ne fosse il minor numero possibile. Non lo diceva esplicitamente, ma l'impressione che si ricava dai suoi discorsi e dalle sue puntualizzazioni è chiara: una grande offensiva contro gli arabi non solo avrebbe impedito un attacco da parte loro, ma avrebbe ridotto al minimo la percentuale della popolazione araba nello Stato. "Lo si può accusare di razzismo, ma allora si dovrà fare il processo a tutto il movimento sionista, che si fonda sul principio di un'entità puramente ebraica in Palestina".
Fonte: M. Bar Zohar, op. cit., p. 146
Al processo di Gerusalemme contro Eichmann il procuratore generale Haim Cohen ricordò ai giudici: "Se questo non coincide con la vostra filosofia, voi potete criticare Kastner [...] ma cosa ha a che fare tutto ciò con la collaborazione? [...] Ha sempre fatto parte della nostra tradizione sionista selezionare un'élite per organizzare l'immigrazione in Palestina [...]. Kastner non ha fatto che questo".
Fonte: Resoconto n. 124/53. Corte distrettuale di Gerusalemme
Questo alto magistrato in effetti invocava una dottrina costante del movimento sionista: esso non aveva come obiettivo salvare degli ebrei, ma costruire un forte Stato ebraico.
Il 2 maggio 1948 il rabbino Klaussner, incaricato dei profughi, presentò un rapporto alla Conferenza ebraica americana: "Io sono convinto che è necessario costringere la gente ad andare in Palestina. Per essa un dollaro americano è il più grande degli obiettivi. Con la parola "costringere" intendo suggerire un programma. Esso è già servito, e molto recentemente. È servito nell'espulsione degli ebrei dalla Polonia e nella storia dell'Esodo. Per applicare questo programma bisogna, invece di dare conforto ai "profughi", creare loro il massimo della scomodità [...] e, in un secondo tempo, intervenire con una procedura che faccia appello all'Haganah per logorare gli ebrei".
Fonte: Alfred H. Lilienthal, What price Israel? Chicago 1953, pp. 194-195
Le varianti di questo metodo d'incitamento e di coercizione furono molteplici. Il 25 dicembre del 1940, per sollevare indignazione contro gli inglesi che avevano deciso di salvare gli ebrei minacciati da Hitler accogliendoli nelle isole Mauritius, la nave che li trasportava e che aveva fatto scalo nel porto di Haifa fu fatta esplodere, senza alcuna esitazione, dai dirigenti sionisti dell'Haganah (tra i quali Ben Gurion), provocando la morte di 252 ebrei e dei membri inglesi dell'equipaggio.
Fonte: Rivelazione di Herzl Rosenblum, direttore di
"Yediot Aharonoth", "Jewish Newsletter",
New York, novembre 1958

Un altro esempio è l'Iraq: la comunità ebraica (110.000 persone nel 1948) vi era ben radicata. Il gran rabbino del paese, Kheduri Sas-soon, aveva dichiarato: "Da mille anni, in questa nazione, gli ebrei e gli arabi hanno goduto degli stessi diritti e privilegi e non si considerano come elementi contrapposti".
Cominciarono allora, nel 1950, azioni terroristiche israeliane a Baghdad. Di fronte alle reticenze degli ebrei iracheni a iscriversi sulle liste d'emigrazione verso Israele, i servizi segreti israeliani non esitarono a convincere gli ebrei che erano in pericolo, gettando delle bombe contro di loro. L'attacco contro la sinagoga Shem-Tov uccise tre persone e ne ferì alcune decine. Così cominciò l'esodo battezzato: "Operazione Ali Babà".
Fonti: "Ha'olam hazeh", 20 aprile e 1o giugno 1966,
e "Yediot Aharonoth", 8 novembre 1977

La dottrina è la stessa da quando Theodor Herzl diede la definizione di ebreo non più in base alla religione, ma in base alla razza.
L'articolo 4b della legge fondamentale dello Stato di Israele (che non ha costituzione), detta Legge del ritorno (n. 5710 del 1950), stipula: "è considerato ebreo un individuo nato da madre ebrea o convertita" (criterio razziale o criterio confessionale).
Fonte: Klein, L'État juif, Parigi, Dunod, p. 156
Ciò era in linea con la dottrina di Theodor Herzl. Egli vi ritornò sempre nei suoi Diaries. Nel 1895 specificò a un interlocutore tedesco (Speidel): "Io capisco l'antisemitismo, noi ebrei siamo restati, anche se non è colpa nostra, dei corpi estranei nelle diverse nazioni".
Fonte: T. Herzl, Diaries, p. 9
Poche pagine più avanti il testo è ancora più esplicito: "Gli antisemiti diventeranno i nostri migliori amici, i paesi antisemiti nostri alleati".
Fonte: Op. cit., p. 19
In effetti lo scopo era comune: riunire gli ebrei in un ghetto mondiale.
I fatti hanno dato ragione a Theodor Herzl.
Gli ebrei devoti, come d'altra parte molti cristiani, ripetevano ogni giorno: "L'anno prossimo a Gerusalemme", facendo di Gerusalemme non un territorio determinato, ma il simbolo dell'Alleanza di Dio con gli uomini e dello sforzo personale per meritarla. Ma il "Ritorno" non si produce che sotto l'effetto di minacce antisemitiche da parte dei paesi stranieri.
Il 31 agosto 1949, rivolgendosi a un gruppo di americani in visita in Israele, Ben Gurion dichiarò: "Pur avendo realizzato realizzato il nostro sogno di creare uno Stato ebraico, non siamo che all'inizio. Oggi, in Israele ci sono soltanto 900.000 ebrei, mentre la maggioranza del popolo ebraico si trova ancora all'estero. Il nostro compito futuro è riunire tutti gli ebrei in Israele". L'obiettivo di Ben Gurion era quello di portare in Israele quattro milioni di ebrei tra il 1951 e il 1961. Ve ne andarono 800.000. Nel 1960 non vi furono che trentamila immigrati. Nel 1975-76 l'emigrazione da Israele superò l'immigrazione.
Solo le grandi persecuzioni, come quelle avvenute in Romania, avevano dato un certo impulso al "Ritorno".
Neppure le atrocità hitleriane riuscirono a esaudire il sogno di Ben Gurion. Tra le vittime ebraiche del nazismo rifugiate all'estero tra il 1935 e il 1943 appena l'8,5% si è stabilito in Palestina. Gli Stati Uniti limitarono la loro accoglienza a 182.000 ebrei (meno del 7%), l'In-ghilterra a 67.000 (meno del 2%). L'immensa maggioranza, vale a dire il 75%, trovò rifugio in Unione Sovietica.
Fonti: Institute for Jewish Affairs, New York,
in Cristopher Sykes, Crossroads to Israel,
Londra, 1965; Nathan Weinstock, Le sionisme contre Israël,
Parigi, Maspero, 1969, p. 146

 

Da il manifesto del 19 agosto 2001

Questioni di razza
A meno di due settimane dal suo inizio, la Conferenza dell'Onu contro il razzismo è ostaggio di polemiche esplosive come quelle sul sionismo e sulla schiavitù
MARINA FORTI

 

Schiavismo, sionismo, colonialismo, sistemi di casta... la prossima Conferenza mondiale contro il razzismo, che comincia tra meno di due settimane a Durban, in Sudafrica, ha aperto conflitti profondi, di principio e politici. Minacce di boicottaggio restano all'orizzonte. I delegati di oltre 130 paesi continuano a discutere virgola per virgola i documenti di base: i lavori preparatori, che dovevano concludersi a Ginevra nella prima settimana di agosto, andranno avanti - fino all'ultimo minuto.
La "Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e relative intolleranze" - questo il nome completo - si terrà dal 31 agosto al 7 settembre sotto la presidenza della signora Mary Robinson, Alto commissario dell'Onu per i diritti umani. La scelta del Sudafrica è significativa: in nessun altro paese al mondo il dominio dei bianchi sui neri era stato codificato in un sistema politico e giuridico così brutale. Del resto le prime due conferenze contro il razzismo, nel 1978 e nell'83 a Ginevra, si erano occupate soprattutto del Sudafrica, allora governato dal regime dell'apartheid. Erano state più facili, la condanna del regime razzista sudafricano faceva l'unanimità.
Ora il paese dove i neri hanno vinto - almeno sul piano politico e simbolico, ché poi l'esclusione sociale è altra cosa - ospita la conferenza delle Nazioni unite. Ma quella che si prepara è tutt'altro che una celebrazione: tramontato l'apartheid, emergono altri aspetti della discriminazione razziale, xenofobia, intolleranza.
La questione che ha suscitato le polemiche più violente è quella del sionismo e dell'oppressione dei palestinesi nei territori occupati da Israele. Il gruppo dei paesi arabi ha dapprima proposto di riprendere, nei testi della conferenza, una risoluzione dell'Assemblea generale dell'Onu del 1975 che definiva il sionismo "una forma di razzismo" (quella risoluzione era stata annullata però nel 1991). Questo ha provocato l'opposizione non solo di Israele ma anche dell'Unione europea (che vi legge una rimessa in questione dell'esistenza stessa dello stato di Israele) e soprattutto degli Stati uniti, che hanno minacciato di boicottare la conferenza di Durban. Tom Lantos, senatore (democratico, California) e membro della delegazione Usa ai lavori preparatori - e personalmente sopravvissuto all'Olocausto - ha usato parole dure: gli Usa "non possono prendere parte al linciaggio di Israele". Ha aggiunto poi che "la conferenza di Durban ha bisogno degli Stati uniti più di quanto gli Usa abbiano bisogno della Conferenza di Durban". Era il 9 agosto, entro il giorno dopo dovevano essere pronti i documenti preparatori (una dichiarazione di principi e un piano d'azione). E' allora che Mary Robinson ha visto la conferenza in serio pericolo, ha lanciato appello al "realismo" - e ha chiesto di proseguire il lavoro preparatorio a oltranza.
I paesi arabi più moderati, Egitto in testa, hanno proposto formule come "le pratiche razziste del potere occupante", o "la discriminazione razziale contro i palestinesi", senza nominare né il sionismo, né Israele. La questione resta aperta, o meglio: resta da vedere se formule simili convinceranno gli Stati uniti a ritirare la minaccia di boicottaggio, ed è ovvio che dipende dai rapporti di forza politici.
Altre questioni dividono i paesi partecipanti. Un punto delicato è identificare le vittime del razzismo. Finora sono indicati come gruppi "vulnerabili" a discriminazione e intolleranza i discendenti di africani (nelle Americhe o in Europa), i popoli indigeni, i migranti e rifugiati o sfollati interni. Ma ci sono proposte per includere altri gruppi: i Rom (zingari), le persone di origine asiatica (i giapponesi maltrattati negli Usa durante la guerra...), le vittime dell'antisemitismo o di sentimenti anti islamici. Qualcuno chiede di riconoscere come "circostanza aggravante" dell'oppressione razzista l'essere donna. E perché poi non includere una condanna esplicita del sistema di casta (cosa che ha suscitato la protesta dell'India).
Ma l'altra questione esplosiva, che mobilita i paesi africani, è quella della schiavitù. E' la rivendicazione, neppure questa nuova, che la schiavitù sia riconosciuta come "un crimine contro l'umanità". A questo si aggiunge la richiesta di "scuse" alle vittime di tre secoli di tratta dei neri - e magari di risarcimenti. Nei lavori preparatori, Unione europea e Usa hanno finora accettato di riconoscere "la natura perversa" della schiavitù, ma quanto alle scuse Washington si oppone: suonerebbe come un'ammissione di colpa, e aprirebbe la strada ad azioni legali con richieste di risarcimenti da parte dei discendenti degli schiavi - questione da lungo dibattuta, negli Usa. E forse proprio per questo, e per le pressioni del suo Black Caucus (il gruppo trasversale dei parlamentari neri al Congresso), l'opposizione di Washington si traduce soprattutto in imbarazzo. E' imbarazzata anche l'Europa, che in fondo è responsabile della tratta degli schiavi (ma allora i negrieri arabi?).
Ma gli stessi paesi africani sono divisi: quelli anglofoni, guidati da Nigeria e Ghana, sono su posizioni più estreme (era stato il nigeriano Moshood Abiola nel 1990 a organizzare una conferenza a Lagos per lanciare l'idea dei risarcimenti, che aveva quantificato in 25 miliardi di dollari). I francofoni, con in testa il moderato Senegal, si attestano sulla richiesta di riconoscimento morale e scuse. Il presidente senegalese Abdulaye Wade è stato esplicito: "Noi subiamno ancora oggi gli effetti della schiavitù e della colonizzazione, e valutarli in termini monetari è assurdo e perfino insultante". Ai primi di agosto un documento del Gruppo dei paesi africani alla conferenza ha posto le basi del compromesso: vi si invita l'occidente a "prestare attenzione" alla New African Initiative che i governi del continente hanno lanciato un mese fa, e a "tradurre con urgenza gli impegni di solidarietà in azioni concrete": crediti, investimenti...
E' in Sudafrica intanto che la conferenza di Durban infiamma di più gli animi. Giovedì centinaia di persone hanno manifestato davanti all'ambasciata degli Stati uniti a Pretoria. "L'occidente non più semplicemente sottrarsi alle sue responsabilità nelle conseguenze economiche e sociali di decenni di dominazione coloniale", scriveva giorni fa il Sowetan. La conferenza di Durban si preannuncia calda.

 

Da Repubblica.it

Gli USA ed Israele abbandonano la conferenza di Durban contro il razzismo per i seguenti punti della dichiarazione finale

red

 

NAZIONI UNITE
Assemblea generale

Conferenza mondiale contro razzismo, discriminazione razziale, xenofobia, e intolleranza -
Durban , 31 Agosto- 7 Settembre 2001

Argomento 9 dell'agenda provvisoria
A/CONF. 189/4

Temi della conferenza

Bozza di dichiarazione
(...)

Pagina 22 A/CONF. 189/4

66. Esprimiamo [1] la nostra profonda preoccupazione per le pratiche di discriminazione razziale contro i palestinesi, così come verso altri abitanti dei territori arabi occupati, che hanno influenza su tutti gli aspetti della loro esistenza quotidiana tanto da impedire il godimento dei diritti fondamentali, e invochiamo la cessazione di tutte le pratiche di discriminazione razziale cui i palestinesi e gli altri abitanti dei territori arabi occupati da Israele sono sottoposti.

67. Siamo convinti che combattere l'antisemitismo, l'islamofobia e pratiche sioniste contro il semitismo fa parte ed è intrinseco all'opposizione di tutte le forme di razzismo e sottolineiamo la necessità di misure efficaci per affrontare il tema dell'antisemitismo, l'islamofobia e pratiche sioniste contro il semitismo, oggi allo scopo di contrastare tutte le manifestazioni di questi fenomeni;

68. Riconosciamo con profonda preoccupazione l'intensificarsi dell'antisemitismo e degli atti ostili contro gli ebrei in varie parti del mondo, così come l'emergere di movimenti razziali e violenti basati sul razzismo e su idee discriminatorie nei confronti della comunità ebraica. La conferenza mondiale riconosce con profonda preoccupazione la crescita di pratiche razziste di sionismo e antisemitismo in varie parti del mondo, così come l'emergere di movimenti razziali e violenti basati sul razzismo e su idee discriminatorie, in particolare del movimento sionista, che è basato sulla superiorità razziale;

69. Noi anche riconosciamo con profonda preoccupazione la crescita di stereotipi negativi e l'ostilità espressa contro i mussulmani in varie parti del mondo, ed esprimiamo preoccupazione a proposito di qualsiasi aperta manifestazione di islamofobia;
(...)


     

Da il manifesto del 31 agosto 2001

Babele di voci contro il razzismo

In attesa dell'apertura ufficiale di oggi della conferenza dell'Onu, centinaia di organizzazioni non governative di tutto il mondo e 7000 persone dibattono a Durban sull'infinita gamma delle discriminazioni. L'irrisolto nodo "sionismo-razzismo" provoca tensione fra i delegati e sostenitori palestinesi e quelli di Israele. Polemiche le ong statunitensi con l'amministrazione Bush MARINA FORTI - INVIATA A DURBAN

 

Forse la torre di Babele assomigliava al Kingsmead Stadium di Durban, lo stadio di cricket che da due giorni ospita il Forum delle organizzazioni non governative contro il razzismo - anche se una babele accogliente, in cui ciascuno alla fine sembra capire di cosa parlano gli altri. Circa 7000 persone sono venute in questa città del Sudafrica per sostenere una causa - e per rivolgersi ai rappresentanti di circa 180 governi alla Conferenza delle Nazioni unite "contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e le relative intolleranze", che si aprirà qui questa mattina.
Ci sono le organizzazioni per i diritti dei migranti e rifugiati, quelle dei popoli indigeni, quelle dei Rom e Sinti, gli zingari. Ci sono decine di rappresentanti venuti dall'India: i loro cartelli e striscioni sono tra i più visibili. Certo, non molti sapranno chi è quel signore in abito scuro occidentale e occhiali spessi ritratto sui loro cartelli: ma il Dottor Ambedkar è stato tra i primi Dalit (fuoricasta, "intoccabili") a esprimere una rivolta contro il sistema delle caste in India, più di mezzo secolo fa, ed è ormai un simbolo per le organizzazioni dei Dalit - come quelle venute qui a chiedere che la casta sia riconosciuta come una discriminazione che colpisce oltre 250 milioni di persone al mondo.
Appese a un tendone, foto scioccanti sono esposte dal Caucus arabo, l'insieme delle organizzazioni non governative venute da paesi arabi: sono immagini di quotidiana violenza nei territori palestinesi occupati da Irsaele, bambini feriti, ragazzetti che lanciano sassi ai carri armati, corpi insanguinati. Ci sono cartelli con la stella di Davide accanto a una svastica, un poster dice: "Occupazione uguale colonialismo uguale una nuova forma di apartheid". L'Unione degli avvocati arabi distribuisce un opuscolo in arabo, francese e inglese per argomentare perché il sionismo è una forma di razzismo. "Il progetto sionista è un progetto su base religiosa, solo per gli ebrei. Ne discende che esclude tutti gli altri, i non ebrei, gli inferiori", spiega Imam Gad, ricercatore in scienze politiche, egiziano. La questione del sionismo è tra quelle che hanno acceso i riflettori su questa conferenza, fin dai primi incontri preparatori. Nel linguaggio ufficiale l'equazione tra sionismo e razzismo è fuori questione e la commissaria dell'Onu per i diritti umani, Mary Robinson, si è adoperata (finora invano) per cercare formule di compromesso: accenni alle "politiche discriminatorie" verso la popolazione palestinese, accenni alla sofferenza dei palestinesi. "Non basta, è il progetto politico sionista che bisogna condannare", dice Gad.
Dentro allo stadio una serie di tendoni ospita le sale di riunione. Otto commissioni di lavoro discutono emendamenti a una "piattaforma" che oggi le ong presenteranno alla conferenza ufficiale. Con puntiglio e pazienza, decine di persone annotano frasi, discutono definizioni: "La discriminazione sulla base della casta, della discendenza e dell'occupazione ... restano una forma insidiosa e profonda di discriminazione... dalle conseguenze devastanti", legge un signore in anglo-indiano. Nel tendone accanto si discute del "diritto dei popoli indigeni a vivere come comunità diversa ed egualmente sovrana negli stati membri dell'Onu", con il corollario di diritto a usare la propria lingua e mantenere un'identità culturale. Si parla di rifugiati: "La discriminazione contro migranti, rifugiati, richiedenti asilo, sfollati e persone senza documenti è una forma distinta di razzismo... basata sull'essere stranieri". Altre riunioni discutono di "risarcimenti": risarcire secoli di schiavismo e colonialismo, affrontare gli effetti della segregazione. Decine di cartelli indicano seminari e dibattiti che si svolgono più o meno contemporanei in questa o quella tenda, o nel municipio di Durban, all'università (tre giorni di seminari organizzati dall'African National Congress: ieri il tema era "genere e razzismo"). Decine di cartelli o volantini annunciano eventi culturali, una piece di teatro, la proiezione di un video sulle lotte del Kwa-Zulu (la regione in cui ci troviamo: unisce la vecchia homeland nera del Kwa-Zulu e la ex provincia per soli bianchi del Natal). Ci sono giornali quotidiani che seguono e commentano i lavori, come il Human Right Features. Alcuni giovani giapponesi distribuiscono un volantino: "Non fatevi ingannare dal governo giapponese", è titolato; "il razzismo è rampante nella seconda economia mondiale" - discrimina i migranti e gli stranieri in genere, e poi ha i suoi "intoccabili", i barakumin. La babele ostenta un alto livello di concordia e rispetto reciproco, ciascuno parla della propria causa e tutti stanno ad ascoltare tutti.
Ma poi ieri pomeriggio un banchetto è comparso di fronte alla tenda del Caucus arabo, addobbato con i colori della bandiera israeliana: i ragazzi e ragazze dell'Unione mondiale degli studenti ebrei espone una cartina in cui Israele è circondata da stati arabi armati fino ai denti: dicono che "la conferenza contro il razzismo è stata deviata a fini politici dalle delegazioni arabe". Poco più in là un gruppo di signori con le palandrane nere e i boccoli degli ebrei ortodossi espone cartelli con un messaggio contrario: "La fine del sionismo sarà la pace", "Israele non rappresenta tutti gli ebrei". Circolano donne con un distintivo ben visibile sul petto: "Le organizzazioni non governative Usa sono qui, il governo Usa non c'è. Perché?".
A poche centinaia di metri dalla concordia ostentata del Forum non governativo, nel modernissimo Convention centre adiacente al grattacielo dell'Hilton, questa mattina comincia la Conferenza ufficiale. La polizia sudafricana ha disposto un servizio di sicurezza strettissimo, sono attesi trenta capi di stato. E' già arrivato il segretario dell'Onu Kofi Annan, è atteso il leader palestinese Arafat. Sono attese manifestazioni del Durban Social Forum, che riunisce organizzazioni come quella dei senza-terra sudafricani. Resta da vedere se e quanto la conferenza dei governi ascolterà il Forum dei movimenti...

   

 

Da Le Monde Diplomatique, Novembre 2000

medioriente, lo strappo
Gerusalemme «liberata», mito e realtà

 http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Novembre-2000/0011lm10.01.html

 
di Marius Schattner*

La guerra dei Sei Giorni ha lasciato impresse nella memoria collettiva degli israeliani un'immagine e una voce: la foto dei paracadutisti in estasi ai piedi del muro del Pianto, e la voce del loro comandante di brigata, il generale Motta Gur, che annuncia: «Il monte del Tempio è nelle nostre mani».
In effetti, il 7 giugno 1967, l'esercito israeliano occupa la spianata delle moschee di Al-Aqsa e della cupola della Roccia - che gli ebrei chiamano monte del Tempio - nonché tutta la città vecchia di Gerusalemme.
Uscendo dalla spianata, il ministro della difesa, Moshe Dayan, dichiara alla radio: «Questa mattina, Tsahal [l'esercito israeliano] ha liberato Gerusalemme, la capitale divisa di Israele. Siamo ritornati sul più santo dei nostri luoghi santi e mai più lo abbandoneremo (1)».
Nasce in questo giorno il mito dell'indivisibilità di Gerusalemme, «capitale riunificata e eterna dello stato di Israele». Un dogma inculcato talmente a fondo che è difficile immaginare che, fino al 1967, la direzione dello stato e, prima ancora, quella del movimento sionista non avevano mai seriamente preso in considerazione l'eventualità di un'annessione di Gerusalemme Est. Anzi: non si era nemmeno mai posta la questione di una sovranità ebraica di ordine temporale sul monte del Tempio.
Come ogni mito, quello della «Gerusalemme liberata» ha radici profonde.
Esprime l'attaccamento degli ebrei, da due millenni, a Sion, una delle colline che simboleggiano Gerusalemme - unico luogo santo per gli ebrei, mentre i cristiani e i musulmani rivolgono il proprio sguardo soprattutto verso Roma e la Mecca.
Dal punto di vista religioso, il Tempio, eretto secondo la Bibbia dal re Salomone sul monte Moria, dove Abramo aveva sacrificato un agnello al posto del figlio Isacco, era il luogo più sacro della Terra. In questo Tempio si trovava il «santo dei santi», e solo il grande sacerdote poteva penetrare al suo interno. La sua distruzione, effettuata dai romani nel 70 d.C., non rimette minimamente in causa la santità del luogo, come attesta una tradizione risalente almeno a Maimonide, filosofo ebreo del XII secolo. «Eravamo seduti sulle rive dei fiumi di Babilonia e piangevamo, ricordandoci di Sion», cantavano già i primi esiliati, dopo la caduta del primo Tempio, nel 587 a. C. Per non dimenticare questo lutto, in occasione di ogni matrimonio ebraico gli sposi rompono un bicchiere e pronunciano ad alta voce la seguente frase: «Se ti dimentico, Gerusalemme, che dimentichi allora anche la mia [mano] destra».
Nel corso degli ultimi quattrocento anni, il muro del Pianto, o Kotel, ha assunto, dal punto di vista religioso, un'importanza crescente.
Diversi fedeli venivano sul luogo per piangere la caduta del Tempio, di cui il muro costituiva l'unico resto. Pregavano invocando l'arrivo del messia, che avrebbe coinciso con la fine dell'esilio. In quel momento, e non prima, il Tempio sarebbe stato riedificato, come è scritto nel Talmud: «La ricostruzione del Tempio e dell'altare non deve essere opera di mano umana».
Se più o meno tollerava queste preghiere al Kotel, il Waqf, custode dei beni musulmani, non consentiva però agli ebrei alcun culto sulla spianata: costruito sul sito del Tempio, sei secoli dopo la sua distruzione, l'Haram el-Sharif (Nobile santuario) è infatti il terzo luogo santo dell'islam, dopo la Mecca e Medina. D'altra parte, gli stessi ebrei religiosi non avanzavano alcuna pretesa in proposito, per timore di calpestare il suolo sacro del Tempio senza essersi purificati e di commettere perciò un sacrilegio abominevole.
All'epoca, diversi ebrei religiosi «salivano» in Terra santa: chi costretto dalle persecuzioni, chi animato dalla speranza dell'imminente arrivo del messia, chi - i più poveri - desideroso di beneficiare dell'aiuto della Halouka (2). Nessuno tuttavia veniva con l'intenzione di fondare uno stato, né di istituire una capitale a Gerusalemme.
Il sionismo, nato alla fine del XIX secolo, non aspetterà invece la venuta del messia per «riunire gli esiliati». Il che, d'altronde, gli attirerà gli strali degli ortodossi, che assistono impotenti al recupero dei loro simboli religiosi da parte del nazionalismo.
E paradossalmente, il nuovo movimento avrà un atteggiamento ambiguo nei confronti della città che gli ha dato il nome.
«Sionismo senza Sion» La discrepanza tra la Gerusalemme celeste e la Gerusalemme terrestre provoca, tra i primi sionisti, quel sentimento di ineluttabile delusione già descritto da diversi viaggiatori giunti in Terra Santa. «La maledizione di Dio sembra aleggiare sulla città, città santa di tre religioni che muore di noia, di marasma e di abbandono» nota Gustave Flaubert nei suoi Quaderni di viaggio (11 agosto 1850). Il padre dell'ebraico moderno, Elizer Ben Yehouda, descriverà anche lui lo shock provato a contatto con la «città di David, distrutta e deserta, sprofondata in un abisso di depressione (3)».
Theodor Herzl, che cerca di assicurarsi la protezione delle grandi potenze per il suo progetto di stato ebraico, si guarderà bene dall'avanzare rivendicazioni esagerate o premature su Gerusalemme, che gli avrebbero alienato più di una simpatia. Ne Lo stato degli ebrei (1896), il fondatore del sionismo politico già promette alla cristianità «una forma di extraterritorialità» per i Luoghi santi. E, in occasione di un incontro con monsignor Agliardi, nunzio apostolico di Vienna, il 18 maggio 1896, avanza l'ipotesi di un'extraterritorialità per l'intera Gerusalemme, con la capitale dello stato ebraico spostata a nord della città santa. Si spinge poi fino a dare analoghe assicurazioni ai suoi interlocutori turchi (4). Tutte promesse che, dettate dal tatticismo, contavano ben poco...
Haim Weizmann, che prende in mano la guida del movimento alla fine della prima guerra mondiale, non sopportava Gerusalemme. Secondo lo storico israeliano Tom Segev (5), essa «incarnava ai suoi occhi il contrario del sogno sionista, il simbolo di un giudaismo obsoleto».
David Ben Gurion - che il generale Barak prende a modello - era particolarmente consapevole dei tranelli della santità. Se pensava di trasformare in futuro l'intera Gerusalemme in capitale di uno stato ebraico, voleva però prima creare tale stato, un obiettivo da lui ritenuto infinitamente più importante delle rivendicazioni storico-religiose sulla città santa.
Così, a differenza della destra sionista, che organizza, alla fine degli anni 20, dei «comitati di difesa del Kotel», Ben Gurion si fa sostenitore di una politica del compromesso. Nel 1937, accetta il piano della commissione Peel, che propone di dividere la Palestina in due stati, uno ebraico, su una piccola porzione di territorio, e l'altro arabo, mentre Gerusalemme sarebbe rimasta una enclave britannica.
A chi lo accusa di promuovere un «sionismo senza Sion», il presidente dell'esecutivo sionista risponde che bisogna saper cogliere l'opportunità di costituire uno stato ebraico indipendente in Palestina, da ingrandire poi in seguito. «So che c'è differenza tra l'Erez Israele [il Grande Israele, ossia tutta la Palestina] e uno stato nell'Erez Israele - scrive all'epoca. Conosco il valore delle preghiere e dei cantici su Sion, ma averli ripetuti tre volte al giorno, trecentosessantacinque giorni l'anno, per mille ottocento anni non ci ha certo fatto guadagnare un palmo di terreno e non ci ha avvicinato di un solo passo alla redenzione», continua ironico.
Ma alcuni sionisti si oppongono allora a una divisione amministrativa di Gerusalemme. Risultato: il municipio rimane nelle mani dei palestinesi.
«Oggi vivremmo una situazione migliore a Gerusalemme (...) - scrive Ben Gurion - se solo avessimo capito che bisognava dividere la città e creare un municipio ebraico autonomo. Purtroppo, abbiamo agito diversamente, animati da un presunto patriottismo, sterile, idiota e pretenzioso (...). Il risultato è che la città è sì unificata, ma sotto l'autorità dei Nashashibi e dei Khaladi [due grandi famiglie palestinesi], e tutto ciò solo perché questo o quel politicante di Gerusalemme voleva che governassimo sul monte del Tempio e la moschea di Omar».
Come aveva già fatto Herzl prima di lui, Ben Gurion si interessa soprattutto alla nuova Gerusalemme, ossia alla parte ovest della città. Quest'ultima deve essere, secondo lui, una «città ebrea», separata dalla città vecchia, destinata invece a diventare un «museo spirituale e religioso per tutte le religioni» (6). Seguendo le sue idee, l'Agenzia ebraica, branca esecutiva del movimento sionista diretta da Ben Gurion, presenta, nel 1938, un piano molto dettagliato secondo il quale la parte orientale, compresa tutta la città vecchia, sarebbe dovuta rimanere sotto controllo britannico, mentre la parte ovest sarebbe diventata la capitale dello stato ebraico.
Ispirandosi a questo, l'Assemblea generale delle Nazioni unite adotta, il 29 novembre 1947, un piano di spartizione. La risoluzione 181 prevede uno stato ebraico, uno stato arabo e uno «speciale statuto internazionale» per Gerusalemme e i Luoghi santi. Ben Gurion ha la saggezza di accettare tale piano, mentre la destra sionista, minoritaria, vi si oppone. Ma i palestinesi lo respingono, e il conflitto che ne deriva si concluderà per loro in un disastro senza pari: la Nakba.
Non solo non nasce alcuno stato palestinese, ma le forze ebraiche approfittano della guerra per ampliare di un terzo il territorio concesso allo stato d'Israele, dal quale vengono espulse centinaia di migliaia di palestinesi.
A Gerusalemme, tuttavia, la vittoria non è totale. L'esercito giordano si impadronisce del quartiere ebraico della città vecchia, i cui duemila abitanti si sono dovuti rifugiare, alla fine di maggio 1948, nella parte ovest. I difensori del quartiere, accerchiati, privi di armi e di uomini, non avevano alcuna possibilità di resistere senza aiuti esterni: bisognava quindi mandare loro rinforzi, oppure evacuarli. Ma la direzione sionista non fece né l'una né l'altra cosa: non voleva infatti rinunciare al quartiere ebraico a causa del suo significato simbolico, ma non voleva nemmeno destinarvi forze militari ben più utili altrove.
Stracciando le risoluzioni dell'Onu sull'internazionalizzazione di Gerusalemme, Ben Gurion annuncia solennemente in Parlamento, il 13 dicembre 1949, che «Israele ha e avrà un'unica capitale, l'eterna Gerusalemme». Intende ovviamente Gerusalemme Ovest, ma non lo dice esplicitamente. Poco prima, Menahem Begin, capo della destra nazionalista, aveva proposto di mettere nero su bianco che la capitale di Israele comprendeva anche la città vecchia e i Luoghi santi. Sarcastico, il capo del governo gli aveva chiesto se prevedeva di conquistare la città vecchia con le armi e, ad una sua risposta negativa, concludeva dicendo che tale proclamazione sarebbe stata semplicemente priva di senso (7).
Fino al giugno 1967, i dirigenti israeliani non prenderanno in considerazione l'idea della riunificazione, ossia della conquista della parte orientale della città. Solo la destra, che rimane all'opposizione fino alla formazione di un governo di unità nazionale alla vigilia della guerra, lancia continui proclami per la «liberazione di Gerusalemme». Ma, in generale, gli israeliani si curano ben poco di Gerusalemme Est.
La sera del 5 giugno 1967, il primo ministro Lévy Eshkol è preoccupato.
«Bisogna considerare attentamente le conseguenze politiche di un'eventuale occupazione della città vecchia», dichiara al consiglio dei ministri.
La mattina seguente, il generale Moshe Dayan, ministro della difesa, è anche lui titubante e esita a dare l'ordine di occupare la città vecchia: «Che ne faremo poi di questo Vaticano?» confida al generale incaricato dell'operazione (8). Ma alla fine, irresistibile, vince la tentazione. Il seguito è noto: la febbre mistico-nazionalista conquista larghe fette della popolazione ebraica; si festeggia sia una vittoria che sembra miracolosa sia il «ricongiungimento tra il popolo di Israele e l'Erez Israele». La via è spianata per l'ascesa dell'estrema destra religiosa.
Il 10 giugno, i bulldozer israeliani cominciano già a demolire il quartiere arabo dei Mograbi, per aprire un ampio slargo davanti al muro del Pianto: più di cento famiglie vengono evacuate manu militari, con un preavviso di tre ore. Il 27 giugno, la Knesset adotta un emendamento che estende la legislazione israeliana sulla parte orientale della città, il che equivale all'annessione.
Quanto alle nuove frontiere della città, esse inglobano il massimo di terreni possibili e il minimo di palestinesi. Ma le autorità si guardano bene dall'inimicarsi i musulmani del mondo interno toccando la spianata delle Moschee. Se, al momento dell'occupazione della spianata, Moshe Dayan vi fa issare dai soldati una bandiera israeliana, il 17 giugno conferma al Waqf la sua autorità sull'Haram el-Sharif.
Il 20 agosto, il governo vieta agli ebrei di pregare sulla spianata, per contrastare le pericolose iniziative del grande rabbino dell'esercito, Shlomo Goren (9).
Ma questo rabbino pazzo non è l'unico a considerare la conquista del monte del Tempio l'inizio della Redenzione finale. Tanto che il filosofo Yeshayahou Leibovitz si dirà scandalizzato dal culto del Kotel, un culto in definitiva pagano, da lui definito «discotel (10)». Più in linea con lo spirito del momento, André Néher scriverà che «questo mattino di Shavuot [la Pentecoste ebraica, caduta quell'anno il 7 di giugno], tutti gli ebrei hanno sentito che si era compiuta una tappa nel cammino messianico». Per lui, lo slogan «Gerusalemme non è negoziabile» è un atto di fede - un punto minimo per un «programma comune che deve essere sottoscritto da tutti i partiti politici israeliani, senza eccezione alcuna (11)».
Nel frattempo, ci si accorge che Gerusalemme non solo è negoziabile, ma addirittura negoziata, in conformità con gli accordi di Oslo del 1993. Ma il tutto non abbastanza efficacemente né abbastanza rapidamente per evitare che, in poche settimane, la questione riesploda alla fine dell'estate 2000 e che, purtroppo, decine di palestinesi perdano a loro volta la vita. In nome di Al-Aqsa...



note:

*Giornalista, autore di Histoire de la droite israélienne, Complexe, Bruxelles, 1991.
(1) Cfr. Israel's Foreign Relations, selected document, Ministry for Foreign Affairs, Gerusalemme, 1976, p. 243.

(2) Aiuto fornito dagli ebrei della diaspora alle istituzioni religiose di Gerusalemme.

(3)
Eliezer Ben Yehouda, le rêve traversé, coll. «Midrash», Desclée de Brouwer, Parigi, 1998, p. 100.

(4) Theodor Herzl, L'Etat juif, L'Herne, Parigi, 1969; Diario di Herzl, Berlino 1922, 19 maggio 1996 e 18 giugno 1996: «Ich versprach eine zeitgehende Extraterritorialität».

(5) Il che non impedirà a Weizman di ritentare di annettere il Muro.
Cfr. Tom Segev, C'était en Palestine au temps des coquelicots, Liana Lévi, Parigi, 2000.

(6) Lettera al comitato centrale del Mapai, 1 luglio 1937, in David Ben Gurion, Memorie (Zihronot, in ebraico, Am Oved, Tel Aviv, 1976).

(7) Dibattito parlamentare del 9 novembre 1949.

(8) Cfr. le memorie del capo di stato maggiore del governo di Eshkol, Israel Lior, «Oggi scoppia la guerra», (in ebraico), Tel Aviv, 1987 e Haaretz, 29 settembre 2000.

(9) Il rabbino Goren era convinto di conoscere la posizione esatta del «santo dei santi», e di poter quindi entrare nella spianata senza calpestare questo luogo sacro.
(10) Citato da Haaretz, 21 luglio 2000.

(11)
André Néher, articoli «Jérusalem l'irremplaçable» e «Les grandes retrouvailles», in Dans tes portes Jérusalem, Albin Michel, Parigi, 1972.
(Traduzione di S.L.)

 

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