Da Il Foglio
Wednesday
November 12, 2003 at 07:58 PM
Fini
e Israele
Per
i post fascisti è un ritorno alle origini, quando il duce tifava
per il sionismo dell’Herut Roma.
Si
parla di rottura storica, per l’incontro tra Ariel Sharon e il
post fascista Gianfranco Fini. Ma è anche un ritorno alle
origini. Se An è infatti erede di quel Msi in cui confluirono i
resti del fascismo storico, il partito Likud del premier
israeliano è a sua volta figlio di quel partito Herut fondato
nel 1948 dai militanti del sionismo “revisionista” di
Wladimir Jabotinsky. E su questa corrente così scriveva a
Mussolini il 4 novembre 1935 Raffaele Guariglia, consigliere per
le questioni orientali: “In via del tutto privata ho avuto
giorni or sono una lunga conversazione col signor Jabotinsky di
passaggio per Roma. Egli mi ha confermato l’atteggiamento
favorevole all’Italia e al Fascismo che tiene il Sionismo
revisionista, giacché questo partito ha di fronte il Sionismo,
caduto nelle mani della democrazia e del socialismo ebraico, la
stessa posizione e la stessa funzione del fascismo di fronte alla
democrazia liberale e socialista”. Prima di sacrificare questo
amore per l’alleanza con la Germania, Mussolini si entusiasmerà
per questi sionisti in camicia nera, che facevano il saluto
romano e chiedevano la sostituzione dell’Italia alla Gran
Bretagna come potenza mandataria della Palestina. Tra il 1934 e
il 1937 vari gruppi di giovani “revisionisti” saranno ammessi
alla scuola marittima di Civitavecchia e attraverseranno più
volte il Mediterraneo su una nave scuola dove la stella di Davide
campeggia al fianco del tricolore e del fascio littorio. Saranno
proprio questi giovanotti, dieci anni più tardi, a fondare la
marina militare israeliana. Dopo le leggi razziali questa storia
si preferirà dimenticarla, da entrambe le parti. E quando Renzo
De Felice farà la sua prima ricerca documentaria per scrivere la
“Storia degli ebrei italiani durante il fascismo”, sarà
forse proprio la scoperta di questa vicenda occultata a gettare
in lui quel seme del dubbio sulle vulgate ufficiali da cui poi
nascerà tutta la sua rilettura di Mussolini. Che comunque ne sia
stato intrigato è dimostrato dalla scelta di pubblicare in quel
libro la foto della nave scuola sionista-fascista, e dal fatto
che 27 anni dopo, nel 1988, sia tornato su quel tema con
un’opera specifica: “Il fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei
e indiani nella politica di Mussolini”. Non solo la “carta
sionista”, ma anche il nazionalismo arabo e quello indiano
furono infatti coltivati dall’Italia fascista come strumenti
per fare pressione su Londra. Anzi, fu proprio dall’opera di
“coltivazione” del Gran Muftì di Gerusalemme che,
contemporaneamente, nacque anche il nazionalismo palestinese.
www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=13512
Da
l'Unità on line
«Sharon
sdogana Fini per tornaconto»
Lo
storico israeliano Sternhell: una visita che m’indigna, cade un altro simbolo
della nostra identità
Docente
alla facoltà di Scienze politiche
dell'Università
Ebraica di Gerusalemme, Zeev
Sterhnell
è considerato tra i massimi studiosi al
mondo
della destra fascista in Europa. Tra i
suoi
libri ricordiamo: «Né destra né sinistra. La
nascita
dell'ideologia fascista in Francia»;
«Nascita
dell'Ideologia fascista»; «Nascita di
Israele.
Miti, storia, contraddizioni».
All'attività
di storico e scienziato della politica,
che
l'ha portato ad insegnare nelle più
prestigiose
università europee, il professor
Sternhell
ha abbinato per lungo tempo un
impegno
civile che lo ha portato ad essere tra i
fondatori
di «Peace Now», il movimento per la
pace
israeliano.
DALL’INVIATO
Umberto
De Giovannangeli
GERUSALEMME
Un'analisi
impietosa
a
cavallo tra passato e presente. Un
atto
d'accusa lucido, argomentato,
rivolto
contro una strumentale rimozione
di
«un passato che non passa
»
operata in nome della condivisione
delle
scelte politiche del presente.
La
visita di Gianfranco Fini in
Israele
vista da Zeev Sternhell, storico,
docente
di Scienze Politiche all'
Università
Ebraica di Gerusalemme,
considerato
il più autorevole studioso
della
destra fascista in Europa.
Tra
le sue opere,
ricordiamo
«Né
destra
né sinistra.
L'ideologia
fascista
in Francia
»;
«Nascita
dell'Ideologia
fascista» e
«Nascita
di
Israele. Miti,
storia,
contraddizioni
»
(editi
in Italia da
Baldini
&Castoldi).
La
visita di Gianfranco Fini in
Israele
viene definita «storica
»
perché ad esserne protagonista
è
il leader di un partito,
Alleanza
Nazionale, nato dal
Movimento
sociale italiano a
sua
volta erede della Repubblica
sociale
di Salò. Da storico
della
destra fascista europea
ma
anche da intellettuale progressista
israeliano,
come valuta
questo
evento?
«Innanzitutto
non lo eleverei a
livello
di evento storico - come alcuni
cercano
di fare - ma lo considererei
per
quello che é: una mossa politica
che
fa comodo tanto a Fini
quanto
al governo di Sharon, disposto
a
tendere le mani a qualsiasi politico
europeo
che si dichiari a favore
di
Israele. Disposto perfino a dare a
Fini
quello che cerca di ottenere da
anni
e che gli è sempre stato rifiutato:
quella
riabilitazione da parte di
Israele,
dello Stato ebraico, che potrà
da
ora in poi venire esibita come
biglietto
da visita di una nuova identità
politica.
Dopo la legittimazione
ricevuta
da Israele nessun Paese o
governo
potrà più respingerlo rivangando
i
legami con il passato. Si potrà
passare
per buono il suo distacco
dal
passato, il suo post-fascismo, tralasciando
il
particolare che post-fascismo
non
è in ogni caso anti-fascismo
e
che la cancellazione di pagine
come
quelle della Repubblica di Salò,
delle
Leggi razziali, dell'assassinio
Matteotti
e della carcerazione di
Gramsci,
richiede un'opera molto
più
profonda, soprattutto fra gli attivisti
del
partito e nella base elettorale
che
dà la forza a Fini e che non la
pensa
decisamente come lui. Per
quanto
riguarda Israele, ancora una
volta
esso si trova di fronte a un
dilemma
che tocca un legame da
instaurare,
mantenere o curare. Basti
pensare
al dolorosissimo ristabilimento
dei
rapporti con la Germania
di
Adenauer fortemente voluto da
Ben
Gurion - nonostante le profonde
ferite
e l'opposizione di gran parte
dell'opinione
pubblica - per motivi
principalmente
finanziari (i risarcimenti
ottenuti
dalla Germania
contribuirono
a far uscire Israele
dalle
difficoltà economiche dei primi
anni
dello stato). Si possono anche
ricordare
le tanto discusse relazioni
con
il Sud Africa razzista (giustificate
dal
governo di allora con il
fatto
che anche altri Paesi europei e
non,
mantenevano tali contatti. Perché
solo
Israele avrebbe dovuto rinunciarvi?).
Personalmente
mi oppongo
a
questa visita sul piano morale,
perché
vi vedo la caduta di un
ulteriore
simbolo del passato, come
è
avvenuto a suo tempo per la traduzione
di
Céline e per la rappresentazione
di
opere di Wagner, e sono
contrario
a tutto questo perché purtroppo
il
passato non ci permette di
avere
doveri solo verso noi stessi,
ma
ci impone doveri anche verso la
nostra
storia. Mi oppongo a questa
visita
sul piano ideologico, perché
rifiuto
il fascismo e chiunque abbia
con
esso un legame, diretto o indiretto.
Mi
oppongo a questa visita
sul
piano politico, perché se in altri
casi
menzionati Israele poteva vantare
un
significativo "tornaconto", nel
caso
di Fini Israele dà, senza ricevere
nulla
in cambio, approfondendo
oltretutto
ancora di più il baratro
che
si è aperto con la sinistra europea.
Al
di là del piccolo cabotaggio
politico
di Sharon, questa visita sembra
essere
stata organizzata non tanto
per
il bene di Israele, quanto per
il
bene del partito di cui Fini è capo
».
Il
vicepremier italiano si è rivelato
tra
i più decisi sostenitori
del
governo israeliano di
Ariel
Sharon, difendendo scelte
contestate
in Europa come
la
realizzazione del Muro in
Cisgiordania.
C'è un'affinità
solo
politica o anche ideologica
tra
la destra italiana e quella
israeliana?
«In
generale Israele sostiene
chiunque
sostenga la sua politica,
senza
star troppo a guardare per il
sottile,ma
in questo caso un'affinità
esiste
e non la limiterei all'asse Fini-
Sharon, ma la estenderei ad un
triangolo
rappresentato dal binomio
italiano Fini-Berlusconi, da
quello
israeliano Sharon-Netanyahu
e
ovviamente da Bush. Tutti
questi
personaggi si stimano e si
emulano
uno con l'altro, con profonda
convinzione,
nel loro modo
di
vedere la politica sulla base della
forza
e l'economia in una ottica
neo-conservatrice.
Non ho dubbi
che
il sostegno di Fini alle scelte di
Sharon
sia sincero, perché queste
coincidono
con una visione comune
delle
situazioni».
A
fianco d'Israele, sempre e comunque.
Questo
sembra essere
la
nuova direttrice di marcia
in
politica estera di Gianfranco
Fini.
Perfino su un'iniziativa
come
l'«Accordo di Ginevra
»
il vicepremier italiano
non
si è voluto discostare dalle
posizioni
del governo israeliano
e
si è mostrato alquanto
«freddo».
«Penso
che ciò derivi dallo stesso
errore
fatto anche da molti Ebrei
della
Diaspora i quali pensano che
sostenere
Israele significhi sostenere
completamente
ed automaticamente
il
governo d'Israele ed opporsi a
tutto
ciò a cui questo si dichiara contrario.
Anche
Fini e Berlusconi sembrano
muoversi
su questa direttiva,
e
questo gli è possibile per l'affinità
ideologica
di cui si parlava sopra; mi
rimane
invece difficile pensare che il
sostegno
dimostrato - direi quasi
ostentato
- da Fini e Berlusconi, rimarrebbe
intatto
se il posto del governo
di
destra di Sharon venisse
preso
da un governo di sinistra; verrebbero
a
cadere le premesse ideologiche
comuni».
Ma
questa apertura incondizionata
di
credito aiuta veramente
Israele
e, sul versante
storico,
può portare alla cancellazione
del
ruolo attivo avuto
dal
regime fascista italiano
nella
persecuzione degli
ebrei?
«Non
c'è dubbio che Israele riceve
da
questa visita un ulteriore avvicinamento
al
governo del Paese che
le
è in questo momento più amico
in
Europa. La domanda da porsi è
però
a quale prezzo ciò avviene nei
confronti
di sé stessa, dei propri valori,
della
propria memoria, ma anche
verso
l'esterno, nel modo in cui
viene
vista dagli altri paesi e dalla
sinistra
che anche se critica nei confronti
delle
scelte dei nostri governi,
non
ha mai messo in dubbio la nostra
esistenza
come Stato. La verità è
che
questa visita non fa che aggiungere
confusione
ad una discussione già
complessa
che parte dall'antisemitismo,
e
che si dipana nelle propaggini
della
storia recente a antisionismo e
opposizione
alla politica del governo
di
Israele. Ovviamente non è questo
il
luogo per un'analisi profonda dei
tre
fenomeni . Basterà dire che i confini
fra
loro non sono sempre chiari e
spesso
si sovrappongono. La situazione
è
chiara per l'antisemitismo - da
rigettare
con tutta la forza non perché
è
male per
gli
Ebrei,ma perché
rappresenta
un
chiaro malessere
della
società
che
ne è contaminata.
Facile
la decisione
anche
per
l'opposizione,
del
tutto legittima,
alle
decisioni
dei
governi
israeliani.
Il problema
sta
nell'antisionismo,
che
solo raramente rientra
in
una sincera posizione ideologica
come
quella di chi si oppone a
qualsiasi
forma di nazionalismo. Quasi sempre, l'antisionismo è una
copertura
all'opposizione stessa all'
esistenza
dello Stato d'Israele, la negazione
al
popolo ebraico del proprio
diritto
alla autodeterminazione. Spero
che
tutti siano d'accordo che questa
è
oggi una posizione da rifiutare.
Ora
Fini viene per dire no all'antisemitismo
e
all'antisionismo, e presentando
perfino
nell'aspetto delle scelte
politiche
di Israele posizioni praticamente
di
consenso totale con il governo
israeliano.
Un idillio, se non fosse
per
quella stessa base che lo sostiene,
dove
la musica che si sente è differente,
a
cominciare dal parlamentare
che
distribuisce cassette video in difesa
del
criminale nazista Erich
Priebke,
per proseguire con gli attivisti
di
An che continuano a "nutrirsi"
del
pensiero di un intellettuale antisemita
come
fu Julius Evola, e finendo
con
il 61% degli elettori di Alleanza
Nazionale
che considerano "buono"
il
periodo fascista. E allora tutto ritorna
al
punto di partenza e al duro e
profondo
lavoro che Fini deve ancora
compiere
all'interno del suo partito.
Che
gli sia permesso di venire a
parlare
a Yad Vashem per via di uno
sporco
scambio di favori politici,
non
cambia il fatto che ancora lunga
è
la strada perché questo discorso
non
rappresenti una vergogna per la
memoria
dei morti nell'Olocausto
che
aleggia in quel luogo, uno dei
simboli
identitari dello Stato ebraico,
e
un segnale di decadimento morale
per
Israele che ha permesso che ciò
avvenisse».
Da
l'Unità
Un
piano per la separazione unilaterale dai Territori
Sharon
prevederebbe anche lo sgombero di alcune colonie. Beilin, ex ministro, protesta
contro l’arrivo di Fini.
La destra italiana
commette l’errore
di pensare che
sostenere Israele
significhi sostenere
il suo governo
. Temo che Berlusconi
e Fini non
appoggerebbero Israele
nello stesso modo
se fosse guidato
dalla sinistra
DALL’INVIATO
GERUSALEMME
A
Gianfranco Fini,
«uno
dei più cari amici d'Israele», Ariel
Sharon
chiederà oggi il sostegno italiano
alla
«separazione unilaterale» dai palestinesi.
Il
progetto è ormai pronto e
prevede
il completamento della barriera
di
difesa a ridosso della linea di demarcazione
con
la Cisgiordania, e l'inclusione
nel
suo versante israeliano di
«agglomerati
di colonie ebraiche». Il
piano
contempla inoltre la consegna al
controllo
della sicurezza palestinese delle
principali
città cisgiordane, e la liberazione
di
un certo numero di detenuti
palestinesi.
In questo contesto, Sharon
ritiene
ipotizzabile lo sgombero di insediamenti
isolati,
sulla base di «specifici
interessi
israeliani». I coloni rimossi dovrebbero
quindi
insediarsi nel deserto
del Neghev. Il quotidiano "Haaretz" indica
anche
le colonie che in Cisgiordania
sarebbero
candidate allo smantellamento:
Tekoa,
Nodkim e Maale Amos,
a
sud di Gerusalemme; Ganin-Kadim,
Homesh,
Mavo Dotan e Sa-Nur, attorno
a
Jenin; Har Bracha, Elon Moreh e
Yitzhar,
nella zona di Nablus. Pressato
dagli
Usa, condizionato da una crisi
economica
e sociale sempre più lacerante,
Sharon
ha deciso di accelerare i
tempi
dell'iniziativa politica. In previsione
di
una prossima ripresa dei contatti
con
i dirigenti dell'Anp, il primo
ministro
a chiesto ai suoi quattro vice
premier
di affiancarlo nella conduzione
di
questa fase cruciale della crisi israelo-
palestinese.
L'équipe negoziale sarà
composta
da Silvan Shalom (esteri,
Likud);
Shaul Mofaz (difesa, Likud);
Ehud
Olmert (industria e commercio,
Likud);
Yosef Lapid (giustizia, Shinui).
«La
separazione unilaterale è un passaggio
obbligato
per arginare gli attacchi
terroristici
e per ridare una chance al
negoziato»,
dichiara a l'Unità Dore
Gold,
già ambasciatore israeliano alle
Nazioni
Unite, attuale consigliere diplomatico
del
primo ministro. «Se si
tratta
di una manovra di pubbliche relazioni,
non
durerà a lungo e non ci influenzerà.
Il
nostro giudizio dipenderà
dai
fatti, non dalle parole», replica il
negoziatore
capo palestinese e ministro
dell'Anp
Saeb Erekat.
Lotta
al terrorismo; rilancio della
RoadMap
(il Tracciato di pace messo a
punto
dal Quartetto Usa-Ue-Onu-Russia);
iniziative
congiunte per contrastare
il
risorgente antisemitismo in Europa:
sono
questi i temi che le autorità di
Gerusalemme
intendono porre al centro
della
fitta serie di incontri che caratterizzeranno
la
tre giorni di Gianfranco
Fini
in Terra d'Israele, che inizierà stamani
con
la visita più carica di valori
simbolici
e di coinvolgimento umano:
quella
al Mausoleo dell'Olocausto di
Yad
Vashem. Ad accompagnare Fini in
questo
evento dai mille risvolti, sarà il
presidente
dell'Unione delle Comunità
ebraiche
italiane Amos Luzzatto.
Fortemente
voluto dalla destra israeliana
al
governo, il viaggio del vice
premier
italiano e leader di Alleanza
Nazionale,
si scontra con la freddezza
manifestata
da una parte significativa
della
comunità degli ebrei italiani in
Israele,
e con la dichiarata ostilità di
importanti
settori della sinistra israeliana.
A
dar voce a questo dissenso è Yossi
Beilin,
ex ministro laburista della giustizia,
uno
dei promotori dell'Accordo di
Ginevra:
«Organizzando questa visita -
denuncia
Beilin - Israele volta le spalle
alle
vittime dell'Olocausto in Italia». «I governo di Ariel Sharon, che sbandiera
tanto
il proprio nazionalismo, estende
un
invito ufficiale in Israele ad un ammiratore
di Mussolini, il quale cerca di
purificarsi
nello Stato ebraico, e questo
mentre
altri Paesi al mondo gli hanno
chiuso
la porta in faccia", aggiunge polemicamente
la
"colomba" israeliana. In
un appello dell'ultim'ora, Beilin ha esortato gli esponenti politici israeliani
a
boicottare la visita del «leader di un
partito
che ha uno spiccato carattere
antisemita
e neofascista». Immediata la
replica
di un alto dirigente del ministero
degli
Esteri israeliano: «Beilin - dice
-
si sente forse di casa a Ginevra, ma di
Roma
non capisce niente».
La
«Roma» sostenuta da Ariel Sharon,
e
impersonata da Gianfranco Fini,
è
quella che ha sostenuto «con convinzione
» la lotta al terrorismo combattuta
da
Israele, inquadrando, e giustificando,
in
questo contesto anche scelte
fortemente
contestate da diverse cancellerie
europee
e dalla stessa Casa Bianca,
come
il muro in Cisgiordania. Per Sharon,
-Fini
ha il pregio di aver compreso
che
oggi non c'è «alcuna separazione
tra
l'antisemitismo e le critiche alla politica
di
difesa israeliana». Ma una parte
d'Israele
è di avviso opposto. E per
Gianfranco
Fini il viaggio più atteso,
rischia
di rivelarsi più ostico del previsto.
u.d.g.
ISRAELE
L'ospite
ci disonora
ZVI SCHULDINER
La
verità è che non m'importa molto di Fini. Né di Amos Luzzatto che lo
accompagnerà.
Né dei momenti di vergogna di questa visita ufficiale di uno dei pochi amici del governo che abbiamo in Israele in questi giorni tristi.
M'importa, innanzitutto, che siamo arrivati al punto in cui si perde il
senso della vergogna. E che, quando i crimini dell'occupazione divengono
così insopportabili da determinare dubbi nel nostro popolo - che pure, in
preda al terrore, sostiene una destra priva di ogni freno -, il cinismo e il
pragmatismo crescono in modo tale da distruggere anche la memoria e da far
perdere l'equilibrio delle coscienze. Specialmente dopo gli attacchi alle
sinagoghe di Istanbul è chiara la presenza del fantasma dell'antisemitismo
nei cieli europei. Il fondamentalismo islamico più estremo si allea con le
destre estreme, che alimentarono per anni l'odio verso gli ebrei in quanto
tali. Questo fondamentalismo sa allearsi anche con alcuni gruppuscoli di
sinistra, che hanno perso consapevolezza delle loro origini e ideologia.
Sarebbe assai utile che tutti prendessero nota dei segnali preoccupanti che
da qui provengono per il futuro dell'Europa.
In passato, in alcuni casi per ragioni teologiche, e poi socio-economiche,
fu facile accendere il fuoco contro una delle minoranze più perseguitate
nell'Europa moderna e fu facile arrivare ad un Olocausto, che bruciò le
vite di milioni di ebrei e di tanti altri, e poi estendere l'incendio
fino alla carneficina della seconda guerra mondiale. La santa alleanza
nazifascista,
il silenzio complice della chiesa. La cecità di settori della sinistra, che
continuarono a sostenere il mondo migliore promesso da Stalin, anche dopo il
patto Molotov-Ribbentrop, le porte chiuse a chi tentava la fuga dall'inferno
dello sterminio.
Sembra banale e stupido ricordarlo o specificarlo: in questa equazione il
ruolo di Mussolini, il ruolo del fascismo sono stati essenziali. Non si
tratta di discutere su su questo o quell'elemento di discolpa, o su cambiamenti
dovuti a scelte tattiche o a ragioni cosmetiche: quello di cui bisogna discutere è l'essenza stessa del fascismo, le sue caratteristiche
ideologiche e culturali. Berlusconi, con le sue digressioni sul fatto che il
duce «mandava in vacanza» i suoi oppositori, o con il suo anticomunismo
viscerale, o con tanti altri suoi interventi, o il suo vice-presidente di An
si sono forse allontanati in modo sostanziale dalla cultura fondamentale
della destra radicale? Ma questo non è un problema degli ebrei, questo è
un
problema degli italiani!
Nel mondo di Bush e Bin Laden è facile far rinascere gli spettri del passato,
nelle sue diverse forme. In questo mondo di terroristi e terroristi di Stato si cominciano a confondere molte delle cose in discussione e la
demagogia regna ed è un aiuto per molti.
È assolutamente chiaro che democratici e liberali, di destra o di sinistra,
devono dire in modo netto no all'antisemitismo. La sinistra, che a volte lo
dimentica, deve dirlo con chiarezza, perché questo «no» è una delle idee
cardine del pensiero di sinistra. Per le stesse ragioni si deve dire no alla
politica fondamentalista e criminale del governo israeliano; e il terrorismo
che si manifesta nei territori occupati - che deve essere negato e criticato
in tutti i modi in cui è possibile farlo - non può giustificare l'oppressione
e il terrorismo del governo di Sharon e dei suoi alleati. E occorre
dirlo a voce alta, senza timore di essere accusati demagogicamente di
antisemitismo.
In questo contesto è assai triste che il governo israeliano meni vanto
degli amici che gli restano. Il discutibile posto d'onore di Berlusconi
e Fini nel pantheon di coloro che appoggiano la crociata civilizzatrice di Sharon, gli
concede il diritto di venire come ospite d'onore a Gerusalemme. Quando Fini
arriva come ospite d'onore a Gerusalemme, non m'importa quello che significa
per l'Italia. Mi risulta, invece, assai deplorevole che la politica
israeliana, i crimini quotidiani compiuti nei territori occupati, l'enorme
carcere in cui facciamo vivere più di tre milioni di palestinesi, tutto ciò
insomma ci spinga a divenire alleati degli eredi del fascismo. Non m'importa
per Fini, che cerca di allontanarsi dal suo assai dubbio bagaglio
ideologico, ma m'importa che sia quel bagaglio ad orientare sempre più i
nostri stessi atti.
Tim Wise parla del sionismo e Durban
From
ralf@anarch.free.de
(Ralf Landmesser)
Date Thu, 6 Sep 2001 14:55:06 -0400 (EDT)
A - I N F O S N E W S S E R V I C E
Riflessioni sul sionismo
da parte di un ebreo dissidente
Tim Wise
Settembre 3, 2001
E così è ufficiale. Gli USA si sono ritirati dalla Conferenza Mondiale sul Razzismo, che si tiene a Durban, Sud Africa. E sebbene i cinici e gli storicamente coscienti possano sospettare che questa decisione è
stata meramente consona con la nostra eterna mancanza di voglia di affrontare
l’eredità del razzismo su scala globale, il motivo ufficiale è più limitato.
Ossia, il ritiro a metà conferenza doveva segnalare lo scontento nei confronti
di diversi delegati che cercano di far passare delle risoluzioni di
condanna al trattamento israeliano dei palestinesi, nonché il sionismo
stesso: quell’ideologia di nazionalismo ebraico che portò alla
fondazione dello stato di Israele nel 1948.Con una conclusione
indubbiamente controversa in vista per la fine della conferenza, forse
vale la pena chiedere esattamente per cosa si fa tutto questo rumore?
Sebbene sia legittimo contrastare l’opinione di alcuni che il sionismo e
il razzismo siano sinonimi - specialmente data l’amorfa definizione di
"razza" che rende tale posizione per sempre un discorso
semantico – è
difficile negare che il sionismo, in pratica se non in teoria, è uguale allo
sciovinismo etnico, etnocentrismo coloniale, ed oppressione nazionale.
Dicendo questo, immagino che verrò denominato tutt’altro che un figlio di Dio
da molti nella comunità ebraica. "Auto-odiante" sarà il termine usato dalla maggior parte, immagino: la tipica risposta Pavloviana
ad un ebreo come
me, e che, ciononostante, osa criticare l’Israele o l’ideologia
sottostante la sua esistenza nazionale.
"Anti-semita" sarà l’altra etichetta proposta, malgrado il fatto che il sionismo ha portato all’oppressione di popoli semitici quali i (per lo più)
semitici palestinesi – ed il fatto che il sionismo si basa in un’antipatia
profonda anche per gli ebrei. Nonostante il sionismo si proclama un movimento
di un popolo forte e fiero, è comunque un’ideologia che è sempre stata piena
di auto-odio sin dall’inizio. Infatti, i primi sionisti credevano, come
premessa
chiave del movimento, che gli ebrei stessi fossero responsabili per
l’oppressione
che abbiamo sopportato negli anni, e che tale oppressione fosse
inevitabile ed impossibile da superare, quindi, il bisogno di un proprio
paese. Non
avendo mai letto le parole di Theodore Herzl - il fondatore del sionismo
moderno - o altri capi sionisti, molti avranno difficoltà ad accettare
questa affermazione. Ma prima di aggredirmi, forse dovrebbero chiedersi chi
ha detto che l’anti-semitismo, "è una reazione comprensibile ai difetti
degli ebrei," o che, "ogni paese può assorbire solo un numero
limitato di ebrei, se non vuole problemi di stomaco. La Germania ha già
troppi ebrei." Magari si potrebbe pensare che a dire almeno uno, se
non tutte e due queste Affermazioni, sia stato Adolph Hitler, essendo
meritevoli della sua
penna velenosa, sono invece commenti di Herzl e Chaim Weizmann, futuro
presidente d’Israele e – al momento della seconda frase – capo dell’Organizzazione
mondiale sionista. Così sembra che forse sarebbe meglio, per i sionisti,
guardare la casa propria prima di criticare un altro ebreo “auto-odiante”.
Tornando ai giorni della scuola ebraica, non capivo mai quell’attaccamento da dialisi renale ad Israele sentito dalla gran parte dei miei compagni. Da
una
parte, ci dicevano che quella terra fu datoci da Dio, come parte della sua
alleanza con Abramo. Si sapeva questo perché scritto nella Bibbia.
Ma questo non mi ha mai significato un granché. Dopo tutto, molti cristiani (con cui avevo molto da fare, essendo cresciuto nel Sud) mi
dicevano volentieri che, secondo loro, io ero destinato all’inferno, Abramo
nonostante.
Così, accettare il sionismo in base a quello che Dio diceva o non diceva mi sembrava alquanto problematico già dal principio. Inoltre, questo era lo
stesso Dio che
disse agli antichi ebrei di non indossare indumenti
di due stoffe
diverse e che insisteva sul fatto che bruciassimo le viscere degli animali che
consumiamo per creare un odore piacevole. Essendo uno che porta tranquillamente
i vestiti di cotone misto, e non essendo per niente in grado di sbudellare la
mia cena e incenerire gli intestini dopo, ero da tempo risolto a diffidare della
volontà di Dio finché l’Onnipotente stesso non si decidesse di bisbigliare
tali desideri nel mio orecchio. Chiaramente, non potevo dare il minimo
peso alle parole del povero rabbino.
Dall’altra parte, ci dicevano che serviva una patria per evitare un altro olocausto. Soltanto l’esistenza di uno stato ebraico forte ed indipendente
potrebbe dare unità e protezione ad un popolo che
aveva sofferto così tanto, e
che aveva perso sei milioni di anime durante il terrore nazista.
Ma anche questo mi sembrava sospetto. Non si potrebbe dire che unire tutti gli ebrei in un posto, particolarmente se quel posto è piccolo come
la Palestina, sarebbe il sogno di uno che odia gli
ebrei? Renderebbe facile terminare
il compito iniziato da Hitler. Sembrava all’epoca e sembra tuttora meglio
lasciare delle comunità ebraiche vitali sparse per tutto il mondo,
invece di
sradicarci, puntando tutto quello che abbiamo, e
trasferirci in un luogo dove viveva già della gente, e sperare che non si
sarebbero scomodati
troppo dal nostro ordine di sfratto!
Alla fine, accettare Israele come stato ebraico per motivi biblici mi lascia freddo, così
come sarebbe nel caso di una nazione cristiana o islamica: due situazioni che
(giustamente) farebbero venire la paura della teocrazia nel cuore di qualunque
ebreo. Raccogliere in Israele tutti gli ebrei per motivi di sicurezza non ha
senso nemmeno. Infatti, l’unico senso che sembra avere il sionismo è quello
di potere, puro e semplice: quello del colono. Volevamo la terra, che darebbe
anche all’Europa ed agli Stati Uniti un alleato nei loro giochi economici e di
politica estera. Così, con la forza, la terra divenne nostra.
Quasi 800 000 palestinesi verranno spostati per permettere la creazione
dello stato d’Israele, di cui 600 000 (secondo documenti riservati delle
Forze di difesa israeliane) cacciati a forza dalle loro case. All’epoca,
questi palestinesi,le famiglie di cui vivevano in queste terre da secoli,
costituivano due terzi della popolazione totale ed erano proprietari del
90% delle terre. Sebbene alcuni sionisti ritengano la terra fosse del tutto
deserta e disabitata prima del l’arrivo degli ebrei, i primi coloni
erano
più onesti. Secondo Ahad Ha’am (scrivendo nel
1891):
“...
siamo abituati a credere che l’Israele è quasi tutto desolato. Ma …
non è il caso. Per tutto il paese, si fa fatica a trovare campi incoltivati”.
Infatti, fu il gran numero di palestinesi che spinse gli ebrei a chiedere
apertamente la loro rimozione. Il capo del reparto colonizzazione dell’Agenzia
ebraica disse: “non c’è spazio per entrambi i popoli in questo paese. Non c’è
alternativa al trasferimento dei palestinesi in paesi vicini, al trasferimenti
di tutti: non dovrebbe rimanere un solo villaggio o una solo tribù”.
Herzl stesso ha ammesso che il sionismo era “qualcosa di coloniale”, che
indica di nuovo che non si tratta né di scoperta né di fondazione.
Abbiamo preso la terra, e per gli stessi motivi che non accetteremo da altri.
Come ha detto Shimon Peres (generalmente considerato uno dei leaders
israeliani più pacifici di tutti i tempi) nel 1985: “La Bibbia è il
documento
decisivo nella determinazione del futuro di questo nostro paese”. Questo
è fanatismo puro, e nessuno ci penserebbe due volte di dirlo se un
integralista cristiano dovesse dire una cosa simile riguardo l’America o
qualsiasi altro paese.
E’ un peccato che la maggior parte degli ebrei non abbia mai studiato i
principi di base di questa ideologia che ritengono così cara. Dovessero
farlo, forse si spaventerebbero dalla vera natura anti-ebreo del sionismo.
Ripetutamente i sionisti hanno collaborato con gente che odia gli ebrei apertamente
per amor del potere politico. Prendiamo il caso di Herzl: un uomo che dava
la colpa dell’antisemitismo agli ebrei stessi, e quindi, soltanto la
fuga in Palestina potrebbe salvarci. Nel “Jewish State”, scrisse:
“Ogni nazione nel mezzo di cui vivono gli ebrei è anti-semitica,
manifestamente o non… la cause immediata è la nostra eccessiva
produzione di intelletti mediocri, che non trovano una via d’uscita né in
giù, né in su. Quando affondiamo, diventiamo un proletariato rivoluzionario.
Quando sorgiamo, sorge anche il nostro potere terribile del danaro”.
Continuò,
“Gli ebrei portano con sé i semi dell’antisemitismo in Inghilterra; l’hanno già introdotto in America”. Dovesse un non-ebreo suggerire che gli ebrei fossero
la causa dell’antisemitismo, la nostra comunità si
infurierebbe giustamente. Le stesse parole dalla bocca del padre del sionismo
passano senza
commento. Peggio ancora, nei primi tempi del regno di Hitler, la
Federazione sionista di Germania scrisse al nuovo Cancelliere, sottolineando
la sua
disponibilità di “adattare la nostra comunità a queste nuove
strutture” (ossia le leggi di Norimberga che limitavano le libertà degli
ebrei), perché esse “danno alla minoranza ebrea…una propria
vita culturale, una propria vita nazionale”.
Lungi dalla resistenza al genocidio nazista, alcuni sionisti collaboravano. Quando gli inglesi formularono un progetto che avrebbe permesso a migliaia
di bambini ebrei della Germania di entrare nel Regno
Unito, per potersi salvare dall’olocausto,
il futuro Primo ministro d’Israele, David Ben-Gurion, frenò, spiegando:
“Se io sapessi che fosse possibile salvare tutti i bambini in Germania
portandoli in Inghilterra o di poter salvare solo la metà di loro
trasportandoli in Israele, sceglierei la seconda alternativa.”
Più tardi, certi sionisti israeliani stringeranno alleanze con degli
estremisti anti-ebrei. Negli anni ’70, Israele ospitò John Vorster, Primo ministro del Sud Africa, e coltivarono legami economici e militari con lo stato dell’apartheid,
anche se Vorster
stesso era stato incarcerato in qualità di collaboratore nazista
durante la seconda guerra mondiale. Inoltre, Israele ha fornito aiuti
militari al regime di Galtieri in Argentina, anche quando si sapeva che i
generali ospitavano ex-nazisti nel loro paese e che gli ebrei argentini
erano nel mirino della tortura e la morte. Infatti, il discorso fatto da alcuni
che il sionismo
sia una forma di razzismo è accettato nei discorsi di alcuni sionisti
stessi, molti
dei quali sono da tanto tempo d’accordo con la dottrina hitleriana che
il Giudaismo è un’identità razziale quanto religiosa e culturale. Nel
1934, il sionista tedesco Joachim Prinz, futuro capo del Jewish Congress
americano, disse:
“Noi vogliamo che l’assimilazione venga sostituito da una nuova legge: una dichiarazione di appartenenza alla nazione e alla razza
ebraica. Uno stato che si fonda sul principio della purezza della nazione e la razza
è degno di onore e rispetto solamente da un
ebreo che si dichiara di stare con i suoi”.
Anni più tardi, David Ben-Gurion ammise che il leader israeliano Menahem
Begin
si potrebbe
definire razzista, ma che così facendo necessiterebbe “processare l’intero
movimento sionista che si fonda sul principio di
un’entità puramente ebraica nella Palestina.”
Le leggi che concedono privilegi speciali agli ebrei immigrati da
qualsiasi parte del globo rispetto ai palestinesi, le cui famiglie erano
presenti in quella terra da generazioni, e le misure che riservano la
maggior parte della terra agli usi e alla proprietà esclusiva degli ebrei
sono semplicemente due esempi della legislazione discriminatoria
sottostante l’esperimento sionista. Come rende chiaro la Convenzione
internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale,
la stessa discriminazione razziale si definisce:
“qualsiasi distinzione, esclusione, restrizione o preferenza in base alla razza, colore, discendenza o origine nazionale o etnica che
ha lo scopo o effetto di annullare o impedire la ricognizione o esercizio, su una
base comune, dei diritti umani e le libertà
fondamentali nella vita politica, economica, sociale, culturale o altro manifestazione
della vita pubblica.”
In vista di questa definizione accettata a livello internazionale, non dovremmo
sorprenderci che
ad una Conferenza Mondiale sul razzismo, ci fosse chi potrebbe suggerire
che la politica della nostra gente nella terra
di Palestina meritasse un posto sull’ordine del giorno. Così, dovremmo
cogliere l’opportunità di iniziare un dialogo onesto, non solo con i
palestinesi, ma anche con noi stessi.
Né lo sciovinismo, così centrale al sionismo, né quell’ auto-odio
ironico che va mano nella mano con il sionismo, sono degni di un popolo
forte e vitale. Così come un dializzatore renale non è un buon sostituto
per un rene
pienamente funzionale, il sionismo non è un buon sostituto per un
giudaismo forte e vitale. Non sono morti i sei
milioni per questa fine ignobile.
Tim Wise
Tim Wise è un attivista antirazzista, scrittore e lettore
universitario.
E’ raggiungibile a tjwise@mindspring.com
IL FASCISMO ALLA BASE DEL SIONISMO
Gli incessanti sforzi dei sionisti per nascondere il fascismo che sta alla base del sionismo hanno avuto successo, ma l'idea che il sionismo sia
fondamentalmente fascista rimane e non deve essere abbandonata.
Prima di tutto ci sono prove evidenti della collaborazione sionista con l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler, i due maggiori regimi fascisti
presenti nella prima metà del ventesimo secolo.
In secondo luogo ci sono prove della segregazione razziale, dei crimini
di guerra e contro l'umanità attuati dal regime di Israele.
In terzo luogo è evidente che il regime segregazionista di Israele era un
regime fascista travestito da falsa "democrazia".
Vladimir Jabotinsky e Abraham Stern, i fondatori dei due principali gruppi
terroristici sionisti palestinesi, studiavano in Italia negli anni '20 e
ammiravano Mussolini e il fascismo italiano.
L'amicizia tra loro e Mussolini ebbe buoni risultati, infatti nel 1934 il duce
ordinò ai suoi assassini fascisti, le "camicie nere", di addestrare militarmente
134 giovani seguaci di Jabotinsky in Italia.
In seguito si creò competizione fra i sionisti più accesi e quelli più "tradizionalisti"
(la "corrente principale" del movimento sionista) per ottenere i favori
di Mussolini. Questi due movimenti, insieme ad altri due capi della "corrente
principale", si incontrarono con Mussolini stesso quando lui fu
condannato e privato dei suoi poteri dai rappresentanti delle altre nazioni a
causa delle sue campagne militari e delle atrocità commesse in Africa.
Circa nello stesso periodo in cui i leaders sionisti facevano a gara per ottenere
i favori di Mussolini, il dittatore italiano aveva un grande ammiratore in
Germania: Adolf Hitler, il futuro
dittatore fascisa tedesco. Hitler e Mussolini unirono le loro forze per aiutare
il generale Franco in Spagna, e vi inviarono i loro contingenti militari per
soffocare la repubblica e la rivoluzione del 1936. Inoltre è risaputo che
l'intervento fascista in Spagna fu una delle premesse per la seconda guerra
mondiale. Anche in Germania l'ammirazione
per Hitler si diffuse in tutte le correnti
del movimento sionista, che sperava in grandi conquiste dovute all'ascesa al
potere del dittatore. I membri di tutte le frange del movimento sionista furono molto soddisfatti nel sapere che Hitler era stato nominato consigliere della Germania nel
1933. I sionisti fanatici furono i primi
ad avere un collaborazionista all'interno del regime fascista di Hitler: Georg
Kareski,l'allora leader dei seguaci tedeschi di Jabotinsky. Kareski fu una
figura conosciuta anche fra i profughi ebrei che fuggirono verso la Palestina.
Quando scoprirono che nel 1937 Kareski era emigrato in Palestina lo cercarono
per tutta la nazione, ma senza successo, perché
lui godeva della piena protezione dei sostenitori di Jabotinsky
in Palestina. Ci saranno molti altri sionisti che collaboreranno con Hiler, e il
più noto è Rudolf Kastner, capo dell'organizzazione sionista ungherese durante
la seconda guerra mondiale.
I leader dell'ala estrema del movimento sionista firmarono un accordo con Hitler nel 1933, che durava fino all'inizio della seconda guerra mondiale, e
prevedeva la piena collaborazione fra il regime nazista e il movimento sionista. Il
motto del regime di Mussolini in Italia era questo: "credere, obbedire,
combattere!". La storia dello stato sionista di Israele mostra che anche lì fu adottato
lo stesso motto. E' necessario ora soffermarsi anche sul ruolo
dominante della Gestapo sionista (in tutte
le sue tre forme: Shin Bet, Shabak, Mossad)
sia all'interno dello stato sionista che
fuori dai suoi confini.
La natura clandestina e segreta della Gestapo sionista permette a questa realtà di perpetrare continuamente atrocità e crimini contro l'umanità senza
esserne considerata responsabile, e
godendo della piena protezione della CIA.
Anche la mia famiglia e io siamo stati vittime delle "punizioni" della Gestapo sionista. E' successo qui, in Australia, con la collaborazione dell'ASIO,
la polizia segreta australiana. Comunque, anche prima di essere arrivato
qui da Israele avevo la Gestapo sionista alle costole. A quel tempo non ero un
oppositore del sionismo, ma ero un attivista pacifista che si opponeva
radicalmente alle campagne militari e alle corse agli armamenti dei governanti
israeliani. La mia più grande colpa, agli occhi della Gestapo sionista, fu
quella di avere reso note pubblicamente le informazioni a proposito di una
corsa alle armi nucleari che i governanti sionisti avevano iniziato
segretamente. Lo scopo di questa corsa al nucleare era quello di acquisire la
supremazia militare su tutto il medio oriente. Al Ha'mishmar, il portavoce
della "sinistra sionista", pubblicò il mio articolo che condannava il progetto segreto
del governo di produrre sul territorio nazionale armi nucleari.
Quell'articolo deve aver fatto infuriare i capi della gestapo sionista, perché
cominciarono a tormentarmi.
Ma torniamo al periodo che precede la seconda guerra mondiale. A partire dal 1938
vi furono migliaia di ebrei di nazionalità tedesca che cercarono rifugio
in qualsiasi altran nazione che li ospitasse. I leader sionisti ignorarono questa situazione,
ma gli ebrei anti-sionisti degli Stati Uniti fecero pressioni sul
governo affinchè aiutasse i profughi. Queste pressioni portarono ad indire una
conferenza ad Evian, in Francia, nel 1938. A questa conferenza
parteciparono i rappresentanti di 31 stati, e anche i sionisti. Proprio loro fecero
di tutto per sabotare la conferenza, e vi riuscirono, perché la conferenza
stessa non fu in grado di risolvere il problema dei profughi in modo positivo.
In ogni caso chi conosce le basi su cui si fonda il sionismo e i principi
fondamentali di questa ideologia, insieme al cinismo dei sionisti e al loro
disprezzo per le persone che questo movimento pretendeva di guidare, non
dovrebbe essere sorpreso. Il sionismo aveva degli aspetti razzisti e fascisti e
la stragrande maggioranza degli ebrei che vissero prima della seconda guerra
mondiale non era sionista, quindi erano considerati "traditori del sionismo".
Perché dunque le gerarchie sioniste avrebbero dovuto essere interessate a
salvare le vite di questi profughi?
Vi fu soltanto un processo in cui furono svelati alcuni aspetti del collaborazionismo
sionista con i criminali di guerra
nazisti, e fu il processo n°124 che si svolse presso il tribunale di Gerusalemme nel 1953. L'imputato era una persona
che accusava Rudolf Kastner di aver collaborato con i gerarchi nazisti
nell'eccidio di massa di centinaia di migliaia di ebrei in Ungheria, durante l'occupazione
nazista del 1944. Durante il processo venne accertato che Kastner
poteva essere un collaborazionista.
Questa sarà la prima e unica volta in cui una corte giudiziaria accusava i massimi gradi
della gerarchia sionista di complicità dell'eccidio di massa di ebrei
non-sionisti europei. Inoltre il processo si tenne nello stato di Isralele e anche tutti
gli altri partecipanti al processo erano sionisti!.
Un altro capo di imputazione del processo riguardava l'intercessione di Kastner nei
confronti di un altro criminale di guerra nazista, il generale SS Kurt
Becher, salvandolo in tal modo dall'impiccagione a Norimberga da parte degli alleati.
Kurt Becher fu inserito nell'elenco americano dei criminali di guerra,
con il numero 221259. Ecco ciò che fu scritto su quell'elenco: "Kurt Becher, generale
SS, luogo del crimine: campo di sterminio di Mauthausen-Budapest,
imputazione: tortura". Oltre a Kurt Becher, Kastner tentò di salvare molti altri criminali
di guerra nazisti dalle punizioni dovute alle conseguenze della
seconda guerra mondiale. Uno di questi fu il colonnello SS Von Visliczeny, cognato
di Heinrich Himmler (capo delle SS e braccio destro di Hitler).
Kastner voleva salvare dall'impiccagione anche un altro criminale delle SS: Hermann
Krumey. Kastner sapeva bene che Krumey era un "assassino di
massa". Durante il processo di Gerusalemme attestò che "Krumey era uno dei capi
dei carnefici" e che "non meritava di essere aiutato". Durante la
sessione preparatoria del processo internazionale del 1945 Kastner riferì che "il colonnello
Hermann Krumey ha diretto le operazioni di sterminio di
ebrei in Austria, Ungheria e Polonia".
Anche se conosceva bene la natura dei crimini nazisti, Kastner fece del suo meglio
per salvare quei criminali dall'impiccagione dopo la guerra.
Nel marzo 1957, mentre si recava al processo d'appello presso la corte suprema
israelita concessogli dal procuratore generale, Rudolf Kastner fu ucciso a
colpi d'arma da fuoco vicino alla sua casa di Tel Aviv. Tra i tre assassini che furono
poi condannati per omicidio, si scoprì che quello che uccise Kastner
era legato allo Shin Bet, l'ala sionista della Gestapo. Il giudizio della corte suprema
sul processo Kastner fu emanato tra il 17 e il 19 gennaio 1958:
Becher fu salvato da una dichiarazione dello stesso Kastner e dall'insufficienza di
prove. Sembra che Kurt Becher stesso sia ancora vivo e residente in
Germania. Il 12 dicembre 1994 egli fu intervistato dalla televisione israeliana e la sua
fotografia fu pubblicata su molti giornali. I criminali di guerra
nazisti e i collaborazionisti sionisti erano quindi stati trasformati, ad opera della
macchina di propaganda sionista, da mostri fascisti in esempi di
umanità! Kastner fu assassinato dalla Gestapo sionista perché sapeva troppe cose e
minacciava di rivelare tutte queste informazioni se avesse perso la
causa presso il tribunale distrettuale di Gerusalemme. Becher ha continuato a
condurre una vita agiata e rispettabile in Germania.
Recenti documentari sulla seconda guerra mondiale mostrano che quasi tutti i
burocrati del regime di Hitler sono ancora vivi e risiedono in Germania.
Essi compaiono in televisione, rilasciano interviste, forniscono la loro opinione
senza che i loro avversari reagiscano. L'olocausto che la macchina della
propaganda sionista è stata così efficiente nel perpetrare e nel ripetere durante gli
ultimi 50 anni, fu un olocausto per le vittime degli eccidi di massa
compiuti dai nazisti, e quelle vittime erano ebrei non-sionisti europei.
Il sionismo, come qualsiasi altra forma di fascismo, non ha nessuna etica, nessuna
morale, nessun valore umano, e soprattutto nessuna vergogna dei
crimini che ha perpetrato e continua a perpetrare nel Medio Oriente come in molte
altre parti del mondo. Non è quindi importante quanto i leader
sionisti si impegnino per nascondere i loro crimini, perché questi crimini fanno
parte della storia e sono noti a molti. Da " Fascism at the core of zionism" di B.Merhav
La Verità Storica - 30/01/2002
http://www.mentelocale.it/menteforum/america/00001522?expand_all=1
Il
sodalizio tra sionismo e nazismo
scritto
da La Verità Storica
il 30/01/2002
LA NASCITA
DELLO STATO RAZZISTA E TERRORISTA DI ISRAELE GRAZIE al NAZISMO
I SIONISTI COMPLICI DEI NAZISTI PER IL GENOCIDIO DEGLI EBREI EUROPEI
LA NASCITA DELLO STATO RAZZISTA E TERRORISTA DI ISRAELE SOTTO IL SEGNO DELLA
SVASTICA
Nella primavera del 1936 una coppia di ebrei, i Tuchler, inviati dalla
Federazione Sionista di Germania, ed una coppia di nazisti, i von Mildenstein,
inviati dal N.S.D.A.P. e dalle SS., si ritrovarono alla stazione di Berlino dove
presero il treno per Trieste e s’imbarcarono sulla Martha Washington per la
Palestina. Lo scopo del viaggio era quello di fare un’indagine il più
possibile completa e documentata sulle POSSIBILITÀ DI INSEDIAMENTO DI EBREI
TEDESCHI IN PALESTINA. «Malgrado le dichiarazioni di principio e diverse misure
specifiche (boicottaggio degli ebrei tedeschi a partire dal 1 aprile 1933),
tutti gli storici sono d’accordo nell’ammettere che Hitler non aveva una
politica d’insieme precisa sulla questione ebraica fino alla notte dei
cristalli del 9-10 novembre 1938. Ciò lasciò campo libero all’Ufficio degli
Affari ebraici delle SS, per esplorare le diverse politiche attuabili. Il
viaggio del barone von Mildenstein fu una di esse. Ora Mildenstein era ufficiale
superiore delle SS… s’era interessato da molto tempo alla questione
ebraica… Fervente sionista, entrò nelle SS. e fu reputato uno dei più
qualificati specialisti del Giudaismo. Fu lui che vide per primo l’interesse
che si poteva trarre dalle organizzazioni sioniste, specialmente revisioniste…
Scrisse una serie di dodici lunghi articoli, molto documenteti, sul quotidiano
berlinese Der Angrif di Goebbels, dal titolo Un nazista viaggia in Palestina. Vi
esprimeva la sua ammirazione per il Sionismo… e concludeva che “il focolare
nazionale” ebreo in Palestina “…indica un mezzo per guarire una ferita
vecchia di molti secoli: la questione ebraica”. Per commemorare tale visita fu
coniata una medaglia, su richiesta di Goebbels. Una faccia era ornata dalla
svastica nazista e l’altra dalla stella di David… Le SS. erano divenute la
componente più filosionista del partito nazista». In seguito a questo viaggio
il giornale delle SS. Das schwarze Korps proclamò ufficialmente il suo appoggio
al Sionismo. Il 26 novembre lo stesso quotidiano rinnovava il suo appoggio al
Sionismo: «Il riconoscimento della comunità ebrea, come COMUNITÀ RAZZIALE
FONDATA SUL SANGUE e non sulla religione conduce il giovane tedesco a garantire
senza riserve l’integrità razziale di questa comunità ». Ancora, nel maggio
1935 Heyndrich in un articolo distingueva gli ebrei in due categorie dimostrando
una forte predilezione per quelli che «professano una concezione strettamente
razziale» e Alfred Rosemberg scriveva che «il Sionismo deve essere
vigorosamente (31) sostenuto». Con l’avvento al potere di Hitler il Bétar fu
la sola organizzazione a continuare ad uscire in parata in uniforme nelle strade
di Berlino. Il 13 aprile 1935 la polizia della Baviera (feudo di Himmler e di
Heyndrich) ammetteva eccezionalmente che gli aderenti al Bétar potessero
indossare la loro uniforme. Questi cercavano così di spingere gli ebrei di
Germania a CESSARE DI IDENTIFICARSI COME TEDESCHI e a farli innamorare della
loro nuova identità nazionale israeliana (104). La Gestapo fece tutto il
possibile per favorire l’emigrazione verso la Palestina; ancora nel settembre
1939 autorizzò una delegazione di sionisti tedeschi a partecipare al 21°
Congresso sionista di Ginevra. Jabotinsky invece si era pronunciato per il
boicottaggio della Germania, mentre Kareski, membro del movimento revisionista,
perseguiva una politica di collaborazione con la Germania in vista di poter
costituire lo Heretz Israel. Nel 1942 restava ancora in attività nella Germania
un Kibbutz a Nevendorf per esercitare dei potenziali emigranti verso la
Palestina. «Il Mossad… dispose di un centro di circa quaranta campi e centri
agricoli, ove i futuri coloni si preparavano per lo sbarco in Palestina».
Documentazione inconfutabile:
Nel 1941 Itzak Shamir commise "un crimine imperdonabile dal punto di vista
morale: proporre un'alleanza con Hitler, con la Germania nazista contro la gran
Bretagna".
Fonte: M. Bar Zohar, Ben Gurion. Le Prophèt armé,
Parigi, Fayard, 1966, p. 99
Quando cominciò la guerra contro Hitler la quasi totalità delle organizzazioni
ebraiche s'impegnò a fianco degli alleati e anche alcuni dei più importanti
dirigenti, come Chaim Weizmann, presero posizione a loro favore, ma il gruppo
sionista tedesco, all'epoca comunque molto minoritario, assunse un atteggiamento
contrario e dal 1933 al 1941 si impegnò in una politica di compromesso e
perfino di collaborazione con Hitler. Le autorità naziste, mentre
perseguitavano gli ebrei, in un primo tempo estromettendoli per esempio dalle
funzioni pubbliche, trattavano con i dirigenti sionisti tedeschi e accordavano
loro un trattamento di favore, distinguendo gli ebrei integralisti da quelli cui
davano la caccia.
L'accusa di collusione con le autorità hitleriane non è indirizzata
all'immensa maggioranza degli ebrei, che non avevano atteso la guerra per
contrastare il fascismo in Spagna, armi alla mano nelle Brigate internazionali
dal 1936 al 1939, che crearono un Comitato ebraico di lotta perfino nel ghetto
di Varsavia e seppero morire combattendo, ma è rivolta alla minoranza
fortemente organizzata dei dirigenti sionisti che per otto anni (1933-1941)
patteggiarono con i nazisti.
L'unica preoccupazione dei sionisti, che era di creare un potente Stato ebraico,
unita alla loro visione razzista del mondo, li rendeva molto più anti-inglesi
che anti-nazisti. Dopo la guerra essi divennero, come Menahem Begin o Itzak
Shamir, dirigenti di primo piano nello Stato di Israele.
* * *
In data 5 settembre 1939 due giorni dopo la dichiarazione di guerra
dell'Inghilterra e della Francia alla Germania Chaim Weizmann, presidente
dell'Agenzia ebraica, scrisse a Chamberlain, primo ministro inglese, una lettera
nella quale lo informava: "noi ebrei siamo al fianco della Gran Bretagna e
combatteremo per la Democrazia". E precisava: "i rappresentanti degli
ebrei sono pronti a firmare immediatamente un accordo per permettere l'utilizzo
di tutte le loro forze in uomini, delle loro tecniche, del loro aiuto materiale
e di tutte le loro capacità".
Pubblicata nel "Jewish Chronicle" dell'8 settembre 1939, questa
lettera costituì un'autentica dichiarazione di guerra del mondo ebraico alla
Germania e pose il problema dell'internamento di tutti gli ebrei tedeschi nei
campi di concentramento come "fuorusciti di un popolo in stato di guerra
con la Germania".
* * *
Quanto ai dirigenti sionisti, essi hanno dato prova, all'epoca del fascismo
hitleriano e mussoliniano, di un comportamento equivoco, oscillante dal
sabotaggio della lotta antifascista al tentativo di collaborazione.
L'obiettivo essenziale dei sionisti non era, infatti, salvare la vita degli
ebrei, ma creare uno Stato ebraico in Palestina.
Il primo dirigente dello Stato d'Israele, Ben Gurion, il 7 dicembre 1938 affermò
senza esitazioni davanti ai vertici sionisti: "Se sapessi che è possibile
salvare tutti i bambini della Germania portandoli in Inghilterra, e solamente la
metà di essi portandoli in Eretz Israel, sceglierei la seconda soluzione. Perché
non dobbiamo pensare solamente alla vita di questi bambini, ma anche alla storia
del popolo d'Israele".
Fonte: Yvon Gelbner, Zionist policy and the fate of European Jewry,
in "Yad Vashem Studies", XII, p. 199, Gerusalemme
"La salvezza degli ebrei in Europa non figurava ai primi posti nella lista
di priorità della classe dirigente. Ciò che aveva importanza primaria agli
occhi di questa era la creazione dello Stato".
Fonte: Tom Segev, Le septième million,
Parigi, Liana Levi, 1993, p. 539
"Dobbiamo aiutare tutti coloro che ne hanno bisogno senza tenere conto
delle caratteristiche di ciascuno? Non dobbiamo dare a questa azione un
carattere nazionale sionista e tentare di salvare, in primo luogo, coloro che
possono essere utili alla terra d'Israele e all'ebraismo? So che può sembrare
crudele impostare la questione in questo modo, ma sfortunatamente dobbiamo
stabilire chiaramente che se siamo in grado di salvare 10.000 persone tra le
50.000 che possono contribuire alla costruzione del paese e alla rinascita
nazionale, oppure un milione di ebrei che diventerebbero per noi un fardello o,
meglio, un peso morto, ci dobbiamo limitare e salvare i 10.000 che possono
essere salvati, nonostante le accuse e gli appelli del milione lasciato da
parte".
Fonte: Memorandum del "Comitato per la salvezza"
dell'Agenzia ebraica, 1943.
Cfr. Tom Segev,
op. cit.
Questo
fanatismo aveva ispirato, per esempio, l'atteggiamento della delegazione
sionista alla conferenza di Évian nel luglio 1938, nella quale 31 nazioni si
erano riunite per discutere della sistemazione dei profughi della Germania
nazista: la delegazione sionista chiese, come unica soluzione possibile, di
ammettere duecentomila ebrei in Palestina.
Lo Stato ebraico era più importante della vita degli ebrei.
Il nemico principale per i dirigenti sionisti era l'assimilazione.
Essi condividevano la preoccupazione fondamentale di ogni razzismo, compreso
quello hitleriano: la purezza del sangue.
Ecco perché i nazisti, in funzione stessa dell'antisemitismo sistematico che li
animava, fino a concepire il disegno mostruoso di cacciare tutti gli ebrei della
Germania e poi dell'Europa, fintanto che ne furono padroni, considerarono i
sionisti come preziosi interlocutori, giacché questi assecondavano il loro
disegno.
Esistono le prove di tale collusione. La Federazione sionista tedesca il 21
giugno 1933 indirizzò al partito nazista un memorandum che dichiarava
specificamente:
"Nella formazione di un nuovo Stato, che ha proclamato il principio della
razza, noi desideriamo adattare la nostra comunità a queste nuove strutture
[...] il nostro riconoscimento della nazionalità ebraica ci permette di
stabilire relazioni chiare e sincere con il popolo tedesco e le sue realtà
nazionali e razziali. Proprio perché non vogliamo sottovalutare questi principi
fondamentali, perché anche noi siamo contro i matrimoni misti e per la
conservazione della purezza del gruppo ebraico [...].
"Gli ebrei coscienti della loro identità, a nome dei quali parliamo,
possono trovare posto all'interno della struttura dello Stato tedesco perché
sono liberati dal risentimento che devono provare gli ebrei assimilati. [...]
noi crediamo nella possibilità di relazioni leali tra gli ebrei consapevoli
della loro comunità e lo Stato tedesco.
"Per raggiungere questi obiettivi pratici, il sionismo spera di essere in
grado di collaborare anche con un governo fondamentalmente ostile agli ebrei
[...]. La realizzazione del sionismo non è ostacolata che dal risentimento
degli ebrei all'estero contro l'orientamento tedesco attuale.
"La propaganda per il boicottaggio attualmente diretta contro la Germania
è essenzialmente non sionista [...]".
Fonte: Lucy Davidowicz, A Holocaust reader, p. 155
Il memorandum aggiungeva: "Nel caso in cui i tedeschi accettassero questa
cooperazione i sionisti si sforzeranno di dissuadere gli ebrei all'estero dal
progetto di boicottaggio antitedesco".
Fonte: Lucy Davidowicz, The war against jews (1933-1945),
Londra, Penguin, 1977, pp. 231-232
I dirigenti hitleriani accolsero favorevolmente l'orientamento dei capi sionisti
che, con la loro preoccupazione esclusiva di costituire uno Stato in Palestina,
non andavano contro il loro desiderio di sbarazzarsi degli ebrei.
Il principale teorico nazista Alfred Rosenberg scriveva: "Il sionismo deve
essere rigorosamente sostenuto, di modo che un contingente annuale di ebrei
tedeschi sia trasferito in Palestina".
Fonte: A. Rosenberg, Die Spur des juden im Wandel der Zeiten,
Monaco, Lehmann, 1937, p. 153
Reinhardt Heydrich, più tardi Gauleiter in Cecoslovacchia, scriveva nel 1935,
quando era capo dei servizi di sicurezza SS: "Dobbiamo separare gli ebrei
in due categorie, i sionisti e i sostenitori dell'assimilazione. I sionisti
professano una concezione strettamente razziale e sono favorevoli
all'emigrazione in Palestina, essi aiutano a costruire il loro proprio Stato
ebraico [...] le nostre buone intenzioni e la nostra buona volontà ufficiale
sono dalla loro parte".
Fonte: H. Höhne, Order of the Death's Head,
New York, Ballantine, 1971, p. 333
"Al Betar tedesco fu assegnato un nuovo nome: Herzlia. Le attività del
movimento in Germania ottennero certamente l'approvazione della Gestapo.
"Un giorno un gruppo di SS attaccò un campo estivo del Betar. Il capo del
movimento si lamentò allora presso la Gestapo e qualche giorno più tardi, la
polizia segreta fece sapere che le SS in questione erano state punite. La
Gestapo domandò al Betar quale poteva essere il risarcimento più adeguato. Il
movimento domandò che fosse abolito il recente divieto di indossare camicie
brune: la richiesta fu esaudita".
Fonte: Ben Yeruham, Sefer Betar, Korot u-Mekorot, 1969
Una circolare della Wilhelmstrasse spiega: "Gli obiettivi di questa
categoria di ebrei che si oppongono all'assimilazione e che sono favorevoli a un
raggruppamento di loro correligionari in seno a un focolare nazionale, nelle
prime file dei quali si trovano i sionisti, sono quelli che meno si preoccupano
degli scopi che in realtà persegue la politica tedesca riguardo agli
ebrei".
Fonte: Lettera circolare di Bülow-Schwante a tutte l
e missioni diplomatiche del Reich, n. 83, 28 febbraio 1934
"Non c'è alcuna ragione scriveva Bülow-Schwante al ministro degli interni
di ostacolare con misure amministrative l'attività sionista in Germania, poiché
il sionismo non è in contraddizione con il programma del nazionalsocialismo, il
cui obiettivo è quello di allontanare progressivamente gli ebrei dalla
Germania".
Fonte: Lettera n. ZU 83-21.28/8 del 13 aprile 1935
Questa direttiva, che confermava le misure precedenti, era applicata alla
lettera.
Sullo sfondo di questa condizione privilegiata del sionismo la Ge-stapo bavarese
il 28 gennaio 1935 inviò alla polizia questa circolare: "I membri
dell'organizzazione sionista, in ragione della loro attività orientata verso
l'emigrazione in Palestina, non debbono essere trattati con lo stesso rigore che
è necessario per i membri delle organizzazioni tedesche
(assimilazioniste)".
Fonte: Kurt Grossmann, Sionistes et non-sionistes sous la loi nazie
dans les années 30, "American Jewish Yearbook", VI, p. 310
"L'organizzazione sionista degli ebrei tedeschi ebbe esistenza legale fino
al 1938, cinque anni dopo la salita al potere di Hitler [...]. La
"Judaische Rundschau" (giornale dei sionisti tedeschi) pubblicò fino
al 1938".
Fonte: Yeshayahou Leibowitz, Israël et Judaïsme: ma part de vérité,
Bruxelles, Desclée de Brouwer, 1993, p. 116
In cambio del loro riconoscimento ufficiale come unici rappresentanti della
comunità ebraica, i dirigenti sionisti offrirono di impedire il boicottaggio
tentato da tutti gli antifascisti del mondo.
A partire dal 1933 cominciò la collaborazione economica: furono create due
compagnie: la Ha'avara Company a Tel Aviv e la Paltreu a Berlino.
Il meccanismo dell'operazione era il seguente: un ebreo che desiderasse emigrare
depositava alla Wasserman Bank di Berlino, o alla Warburg Bank di Amburgo, una
somma minima di 1.000 sterline. Con questa somma gli esportatori ebraici
potevano comprare mercanzie tedesche destinate alla Palestina e pagavano il
valore corrispondente in lire palestinesi, per conto della Ha'avara, alla banca
anglo-palestinese di Tel Aviv. Quando l'emigrante arrivava in Palestina,
riceveva la somma equivalente al suo deposito in Germania.
Numerosi futuri primi ministri israeliani parteciparono all'impresa Numerosi
futuri primi ministri israeliani parteciparono all'impresa della Ha'avara,
specialmente Ben Gurion, Moshe Sharett (che allora si chiamava Moshe Shertok),
Golda Meir, che l'appoggiò da New York, e Levi Eshkol, che ne fu il
rappresentante a Berlino.
Fonte: Ben Gourion e Shertok su "Black",
in Tom Segev, op. cit., pp. 30 e 595
L'operazione era vantaggiosa per entrambe le parti: i nazisti riuscivano a
spezzare il blocco (i sionisti poterono vendere i prodotti tedeschi anche in
Inghilterra) e i sionisti realizzavano l'emigrazione "selettiva" che
desideravano. Potevano emigrare soltanto i milionari (i cui capitali
permettevano lo sviluppo della colonizzazione in Palesti-na). Conformemente agli
scopi del sionismo era più importante salvare dalla Germania nazista i capitali
ebraici necessari allo sviluppo della loro impresa che le vite degli ebrei
poveri o non adatti al lavoro o alla guerra, che sarebbero stati un peso.
Questa politica di collaborazione durò fino al 1941 (cioè per 8 anni dopo
l'avvento di Hitler al potere). Eichmann collaborava con Kastner. Il processo
Eichmann, scoprì, almeno in parte, i meccanismi di questa connivenza, di questi
"scambi" tra ebrei sionisti "utili" alla creazione dello
Stato ebraico (persone ricche, tecnici, giovani adatti a rafforzare un esercito,
ecc.) e una massa di ebrei meno avvantaggiati, abbandonati nelle mani di Hitler.
Il presidente della comunità ebraica, Itzak Gruenbaum, dichiarò il 18 gennaio
1943: "Il sionismo viene prima di tutto [...]. Diranno che sono antisemita,
che non voglio salvare l'Esilio, che non ho "un caldo cuore yiddish"
[...]. Lasciamoli dire quello che vogliono. Non pretenderò che l'Agenzia
ebraica conceda la somma di 300.000 né di 100.000 sterline per aiutare
l'ebraismo europeo. E io penso che chiunque lo esiga, compia un'azione
antisionista".
Fonte: Itzak Gruenbaum, Jours de destruction, p. 68
Questo era anche il punto di vista di Ben Gurion: "Il compito del sionista
non è quello di salvare il "resto" d'Israele che si trova in Eu-ropa,
ma quello di salvare la terra d'Israele per il popolo ebraico".
Fonte: Tom Segev, op. cit., p. 158
"I dirigenti dell'Agenzia ebraica sono d'accordo sul fatto che la minoranza
che potrà essere salvata dovrà essere scelta in funzione dei bisogni del
progetto sionista in Palestina".
Fonte: Op. cit., p.125
Hannah Arendt, celebre sostenitrice della causa ebraica, assistendo ai dibattiti
del processo Eichmann ha loro consacrato un libro: Eichmann à Jérusalem
(Parigi, Gallimard, 1966), denunciando la passività e anche la complicità dei
"consigli ebraici" (Judenräte), due terzi dei quali erano diretti da
sionisti (pp. 134-141).
Nel libro di Isaiah Trunk, Judenrat, New York, Mac Millan, 1972, si legge:
"Secondo i calcoli di Freudiger, il cinquanta per cento degli ebrei avrebbe
potuto salvarsi se non avesse seguito le istruzioni dei Consigli ebraici"
(p. 141). È significativo che, in occasione della celebrazione del 50 o
anniversario dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, il capo di Stato
israeliano abbia chiesto a Lech Walesa di non dare la parola a uno dei
sopravvissuti, Marek Edelman, vice-comandante dell'insurrezione. In effetti
Marek Edelman, in una intervista del 1993 con Edward Alter per il giornale
israeliano "Haaretz" aveva ricordato quali erano stati i veri
promotori ed eroi del Comita-to ebraico di lotta del ghetto di Varsavia:
socialisti antisionisti del Bund, comunisti e i Mihal Rosenfeld e i Mala
Zimetbaum, con Edelman.
Costoro lottarono contro il nazismo armi alla mano, come fecero gli ebrei
volontari delle Brigate internazionali in Spagna: più del 30% degli americani
della Brigata Abraham Lincoln erano ebrei, denunciati dai sionisti perché
combattevano in Spagna invece di andare in Palestina.
Fonte: "Jewish Life" aprile 1938, p. 11
Nella Brigata polacca Dombrowski 2.250 membri su 5.000 erano ebrei.
A questi eroici ebrei che lottarono su tutti i fronti del mondo con le forze
antifasciste, i dirigenti sionisti, in un articolo del loro rappresentante a
Londra intitolato Gli ebrei devono partecipare al movimento antifascista?,
rispondevano: "No!" e fissavano l'obiettivo unico: "La
costruzione della terra d'Israele".
Nahum Goldmann, presidente dell'Organizzazione sionista mondiale e poi del
Congresso mondiale ebraico, racconta nella sua Autobio-graphie il suo drammatico
incontro del 1935 con il ministro degli affari esteri della Cecoslovacchia,
Edvard Bene_, che rimproverava ai sionisti di avere impedito il boicottaggio di
Hitler attraverso la Ha'avara (gli accordi di trasferimento) e il rifiuto
dell'Organizzazione sionista mondiale di organizzare la resistenza contro il
nazismo.
"Nella mia vita ho dovuto prendere parte a diversi incontri penosi, ma non
mi sono mai sentito così infelice e pieno di vergogna, come durante quelle due
ore. Sentivo in tutte le fibre del mio essere che Bene_ aveva ragione".
Fonte: Nahum Goldmann, Autobiographie,
Parigi, Fayard, 1969, pp. 157-158 e 260
I dirigenti sionisti avevano preso contatto con Mussolini contando sulla sua
opposizione all'Inghilterra. Egli li ricevette il 20 dicembre 1922, dopo la
marcia su Roma.
Fonte: Ruth Bondy, The Emissary: a life of Enzo Sereni, p. 45
Weizmann fu ricevuto il 3 gennaio 1923, e un'altra volta il 17 settembre 1926;
Nahum Goldmann il 26 ottobre 1927 si incontrò con Mussolini che gli disse:
"Vi aiuterò a creare questo Stato ebraico".
Fonte: Nahum Goldmann, Autobiographie, cit., p. 170
Questa collaborazione costituiva già un sabotaggio della lotta antifascista
internazionale, subordinando tutta la politica sionista all'unico disegno di
costruire uno Stato ebraico in Palestina. Continuò anche durante la guerra, nel
momento più atroce della persecuzione di Hitler contro gli ebrei europei.
Durante la deportazione degli ebrei ungheresi il vicepresidente
dell'organizzazione sionista, Rudolf Kastner, negoziò con Eichmann su questa
base: se Eichmann avesse permesso il trasferimento in Palestina di 1.684 ebrei
"utili" alla costruzione del futuro Stato d'Israele (capitalisti,
tecnici, militari, ecc), Kastner avrebbe promesso di far credere ai 460.000
ebrei ungheresi che non si trattava di una deportazione ad Auschwitz, ma di un
semplice trasferimento.
Il giudice Halevi ricordò, al momento del processo contro Eichmann, che Kastner
intervenne per salvare uno dei suoi interlocutori nazisti: uno degli agenti di
Himmler, lo Standartenführer Kurt Becher. La testimonianza di Kastner al
processo di Norimberga gli evitò la condanna.
Il giudice fu formale: "Non si è avuta né verità né buona fede nella
testimonianza di Kastner [...]. Kastner ha giurato il falso scientemente nella
sua testimonianza davanti a questa corte, quando ha negato di essere intervenuto
in favore di Becher. Inoltre egli ha nascosto questo fatto importante: il suo
intervento a favore di Becher avvenne a nome dell'Agenzia ebraica e del
Congresso ebraico mondiale [...]. È chiaro che la raccomandazione di Kastner
non fu fatta a titolo personale, ma anche a nome dell'agenzia ebraica e del
congresso ebraico mondiale [...] e questo è il motivo grazie al quale Becher fu
rilasciato dagli alleati".
Il processo scosse l'opinione pubblica israeliana.
Nel giornale "Haaretz" del 14 luglio 1955 il dott. Moshe Keren
scrisse: "Kastner doveva essere accusato di collusione con i nazisti".
Ma il giornale della sera "Yediot Aharonoth" (23 giugno 1955) spiegò
perché non poteva essere così: "Se Kastner viene giudicato è l'intero
governo che rischia il crollo totale davanti alla Nazione in seguito a ciò che
questo processo può mettere in luce".
Ciò che rischiava di essere scoperto era che Kastner non aveva agito da solo,
ma con l'appoggio degli altri dirigenti sionisti che sedevano al governo al
momento del processo. Il solo modo per evitare che Kastner parlasse e che
scoppiasse lo scandalo era che sparisse. Egli infatti morì opportunamente.
Il governo israeliano fece ricorso davanti alla Corte suprema per riabilitarlo.
E vi riuscì.
Questa politica di collaborazione giunse al suo punto culminante nel 1941,
quando il gruppo più estremista dei sionisti, il Lehi (Combattenti per la
liberazione d'Israele) diretto da Abraham Stern e dopo la sua morte da un
triumvirato di cui faceva parte Itzak Shamir, commise "un crimine
imperdonabile dal punto di vista morale: promuovere l'alleanza con Hitler, con
la Germania nazista, contro la Gran Bretagna".
Fonte: M. Bar Zohar, Ben Gourion.Le Prophète armé, cit., p. 99
Elizer Halevi, noto sindacalista laburista, membro del kibbutz Gueva, rivela il
19 agosto 1983, sul settimanale "Hotam" di Tel Aviv, l'esistenza di un
documento firmato da Itzak Shamir (che allora si chiamava Jezernitsky) e da
Abraham Stern, consegnato all'ambasciata tedesca ad Ankara quando la guerra in
Europa infuriava e le truppe del maresciallo Rommel erano già in territorio
egiziano. Vi era detto chiaramente: "In materia di concezione noi ci
identifichiamo con voi. Perché, quindi, non collaborare l'uno con
l'altro?". "Haaretz", il 31 gennaio 1983, cita una lettera
contrassegnata dalla parola "secret", inviata nel gennaio 1941
dall'ambasciatore di Hitler ad Ankara, Franz von Papen, ai suoi superiori. Von
Papen raccontava dei contatti con i membri del gruppo Stern. Vi è allegato un
memorandum dell'agente dei servizi segreti nazisti a Damasco, Werner Otto von
Hentig, sulle trattative con gli emissari di Stern e di Shamir in cui si dice
che "la cooperazione tra il movimento di liberazione d'Israele e il nuovo
ordine in Europa sarà conforme a uno dei discorsi del cancelliere del III
Reich, nel quale Hitler sottolinea la necessità di utilizzare tutte le
possibilità di coalizione per isolare e vincere l'Inghilterra". Vi è
detto ancora che il gruppo Stern è "strettamente legato ai movimenti
totalitari in Europa, alle loro ideologie e alle loro strutture".
Questi documenti si trovano presso il Memoriale dell'olocausto (Yad Vashem) a
Gerusalemme, classificati con il numero E 234151-8.
Uno dei capi storici del gruppo Stern, Israel Eldad, in un articolo pubblicato
sul quotidiano di Tel Aviv "Yediot Aharonoth" del 4 febbraio 1983,
conferma l'autenticità di quelle trattative tra il suo movimento e i
rappresentanti ufficiali della Germania nazista.
Egli afferma con chiarezza che i suoi colleghi avevano spiegato ai nazisti che
era probabile una comunanza di interessi tra il nuovo ordine in Europa secondo
la concezione tedesca e le aspirazioni del popolo ebraico in Palestina,
rappresentato dal gruppo Stern.
Ecco i principali passaggi di questo testo intitolato Principi di base
dell'Organizzazione militare nazionale (NMO) in Palestina (Irgun Zvai Leumi)
sulla soluzione della questione ebraica in Europa e sulla partecipazione attiva
dell'NMO alla guerra a fianco della Germania:
"Risulta dai discorsi dei dirigenti dello Stato nazionalsocialista tedesco
che una soluzione radicale della questione ebraica implica un'espulsione delle
masse ebraiche dall'Europa (Judenreines Europa). Questa è la condizione
primaria della soluzione del problema ebraico, ma non è realizzabile se non
tramite il trasferimento di queste masse in Palestina, in uno Stato ebraico
dotato di frontiere storiche. Risolve-re il problema ebraico in modo definitivo
e liberare il popolo ebraico è l'obiettivo dell'attività politica e dei lunghi
anni di lotta del Movimento per la libertà d'Israele (Lehi) e della sua
Organizzazione militare nazionale in Palestina (Irgun Zevai Leumi). L'NMO,
conoscendo la posizione benevola del governo del Reich verso l'attività
sionista all'interno della Germania e i piani sionisti riguardanti
l'emigrazione, stima che:
"1) Potrebbero esistere degli interessi comuni tra l'instaurazione in
Europa di un ordine nuovo secondo la concezione tedesca e le reali aspirazioni
del popolo ebraico, così come sono incarnate dal Lehi.
"2) Sarebbe possibile la cooperazione tra la nuova Germania e una rinnovata
nazione ebraica (Volkish Nationalen Hebraertum).
"3) La fondazione dello Stato storico ebraico su una base nazionale e
totalitaria, legato con un trattato al Reich tedesco, potrebbe contribuire a
mantenere e a rinforzare nell'avvenire la posizione della Germania nel Vicino
Oriente.
"A condizione che siano riconosciute, dal governo tedesco, le aspirazioni
nazionali del Movimento per la libertà d'Israele (Lehi), l'Orga-nizzazione
militare nazionale (NMO) offre la sua partecipazione alla guerra a fianco della
Germania. La cooperazione del Movimento per la libertà d'Israele andrebbe nel
senso dei recenti discorsi del Cancel-liere del Reich tedesco, nei quali il
signor Hitler sottolinea che tutti i negoziati e tutte le alleanze devono
contribuire a isolare l'Inghilterra e a sconfiggerla.
"Secondo la sua struttura e la sua concezione del mondo, l'NMO è
strettamente legato ai movimenti totalitari europei".
Fonte: Testo in tedesco, Appendice n. 11, David Ysraeli,
Le problème palestinien dans la politique allemande de 1889 à 1945,
Bar Ilan University, Ramat Gan, Israele, 1974, pp. 315-317
Secondo la stampa israeliana, che ha pubblicato una decina di articoli a questo
proposito, in nessun momento i nazisti hanno preso sul serio le proposte di
Stern, di Shamir e dei loro amici.
Le trattative subirono una battuta d'arresto quando le truppe alleate
catturarono, nel giugno 1941, Naftali Loubentchik, l'emissario di Abraham Stern
e Itzak Shamir, nell'ufficio stesso dei servizi segreti a Damasco.
Altri membri del gruppo mantennero i contatti fino all'arresto di Shamir da
parte delle autorità britanniche nel dicembre 1941, con l'accusa di
"terrorismo e collaborazione col nemico nazista".
Un simile passato non ha impedito a Shamir di diventare primo ministro e di
essere ancora oggi il capo di una potente "opposizione", quella che più
si accanisce nell'occupazione della Cisgiordania. La realtà è che i dirigenti
sionisti, nonostante le loro rivalità interne, perseguono lo stesso obiettivo
razzista: cacciare con il terrore, l'esproprio o l'espulsione tutti gli
autoctoni arabi dalla Palestina, per restarvi unici conquistatori e padroni.
Ben Gurion dichiarava: "Begin appartiene incontestabilmente al tipo
hitleriano. È un razzista disposto a distruggere tutti gli arabi nel suo sogno
di unificazione d'Israele, pronto a usare tutti i mezzi per realizzare questo
fine sacro".
Fonte: E. Haber, Menahem Begin, the man and the legend,
New York, Delle, 1979, p. 385
Lo stesso Ben Gurion non ha mai creduto alla possibilità di una coesistenza con
gli arabi. Sarebbe infatti stato preferibile per lui che nei confini del futuro
Israele ce ne fosse il minor numero possibile. Non lo diceva esplicitamente, ma
l'impressione che si ricava dai suoi discorsi e dalle sue puntualizzazioni è
chiara: una grande offensiva contro gli arabi non solo avrebbe impedito un
attacco da parte loro, ma avrebbe ridotto al minimo la percentuale della
popolazione araba nello Stato. "Lo si può accusare di razzismo, ma allora
si dovrà fare il processo a tutto il movimento sionista, che si fonda sul
principio di un'entità puramente ebraica in Palestina".
Fonte: M. Bar Zohar, op. cit., p. 146
Al processo di Gerusalemme contro Eichmann il procuratore generale Haim Cohen
ricordò ai giudici: "Se questo non coincide con la vostra filosofia, voi
potete criticare Kastner [...] ma cosa ha a che fare tutto ciò con la
collaborazione? [...] Ha sempre fatto parte della nostra tradizione sionista
selezionare un'élite per organizzare l'immigrazione in Palestina [...]. Kastner
non ha fatto che questo".
Fonte: Resoconto n. 124/53. Corte distrettuale di Gerusalemme
Questo alto magistrato in effetti invocava una dottrina costante del movimento
sionista: esso non aveva come obiettivo salvare degli ebrei, ma costruire un
forte Stato ebraico.
Il 2 maggio 1948 il rabbino Klaussner, incaricato dei profughi, presentò un
rapporto alla Conferenza ebraica americana: "Io sono convinto che è
necessario costringere la gente ad andare in Palestina. Per essa un dollaro
americano è il più grande degli obiettivi. Con la parola
"costringere" intendo suggerire un programma. Esso è già servito, e
molto recentemente. È servito nell'espulsione degli ebrei dalla Polonia e nella
storia dell'Esodo. Per applicare questo programma bisogna, invece di dare
conforto ai "profughi", creare loro il massimo della scomodità [...]
e, in un secondo tempo, intervenire con una procedura che faccia appello
all'Haganah per logorare gli ebrei".
Fonte: Alfred H. Lilienthal, What price Israel? Chicago 1953, pp. 194-195
Le varianti di questo metodo d'incitamento e di coercizione furono molteplici.
Il 25 dicembre del 1940, per sollevare indignazione contro gli inglesi che
avevano deciso di salvare gli ebrei minacciati da Hitler accogliendoli nelle
isole Mauritius, la nave che li trasportava e che aveva fatto scalo nel porto di
Haifa fu fatta esplodere, senza alcuna esitazione, dai dirigenti sionisti
dell'Haganah (tra i quali Ben Gurion), provocando la morte di 252 ebrei e dei
membri inglesi dell'equipaggio.
Fonte: Rivelazione di Herzl Rosenblum, direttore di
"Yediot Aharonoth", "Jewish Newsletter",
New York, novembre 1958
Un altro esempio è l'Iraq: la comunità ebraica (110.000 persone nel 1948) vi
era ben radicata. Il gran rabbino del paese, Kheduri Sas-soon, aveva dichiarato:
"Da mille anni, in questa nazione, gli ebrei e gli arabi hanno goduto degli
stessi diritti e privilegi e non si considerano come elementi
contrapposti".
Cominciarono allora, nel 1950, azioni terroristiche israeliane a Baghdad. Di
fronte alle reticenze degli ebrei iracheni a iscriversi sulle liste
d'emigrazione verso Israele, i servizi segreti israeliani non esitarono a
convincere gli ebrei che erano in pericolo, gettando delle bombe contro di loro.
L'attacco contro la sinagoga Shem-Tov uccise tre persone e ne ferì alcune
decine. Così cominciò l'esodo battezzato: "Operazione Ali Babà".
Fonti: "Ha'olam hazeh", 20 aprile e 1o giugno 1966,
e "Yediot Aharonoth", 8 novembre 1977
La dottrina è la stessa da quando Theodor Herzl diede la definizione di ebreo
non più in base alla religione, ma in base alla razza.
L'articolo 4b della legge fondamentale dello Stato di Israele (che non ha
costituzione), detta Legge del ritorno (n. 5710 del 1950), stipula: "è
considerato ebreo un individuo nato da madre ebrea o convertita" (criterio
razziale o criterio confessionale).
Fonte: Klein, L'État juif, Parigi, Dunod, p. 156
Ciò era in linea con la dottrina di Theodor Herzl. Egli vi ritornò sempre nei
suoi Diaries. Nel 1895 specificò a un interlocutore tedesco (Speidel): "Io
capisco l'antisemitismo, noi ebrei siamo restati, anche se non è colpa nostra,
dei corpi estranei nelle diverse nazioni".
Fonte: T. Herzl, Diaries, p. 9
Poche pagine più avanti il testo è ancora più esplicito: "Gli antisemiti
diventeranno i nostri migliori amici, i paesi antisemiti nostri alleati".
Fonte: Op. cit., p. 19
In effetti lo scopo era comune: riunire gli ebrei in un ghetto mondiale.
I fatti hanno dato ragione a Theodor Herzl.
Gli ebrei devoti, come d'altra parte molti cristiani, ripetevano ogni giorno:
"L'anno prossimo a Gerusalemme", facendo di Gerusalemme non un
territorio determinato, ma il simbolo dell'Alleanza di Dio con gli uomini e
dello sforzo personale per meritarla. Ma il "Ritorno" non si produce
che sotto l'effetto di minacce antisemitiche da parte dei paesi stranieri.
Il 31 agosto 1949, rivolgendosi a un gruppo di americani in visita in Israele,
Ben Gurion dichiarò: "Pur avendo realizzato realizzato il nostro sogno di
creare uno Stato ebraico, non siamo che all'inizio. Oggi, in Israele ci sono
soltanto 900.000 ebrei, mentre la maggioranza del popolo ebraico si trova ancora
all'estero. Il nostro compito futuro è riunire tutti gli ebrei in
Israele". L'obiettivo di Ben Gurion era quello di portare in Israele
quattro milioni di ebrei tra il 1951 e il 1961. Ve ne andarono 800.000. Nel 1960
non vi furono che trentamila immigrati. Nel 1975-76 l'emigrazione da Israele
superò l'immigrazione.
Solo le grandi persecuzioni, come quelle avvenute in Romania, avevano dato un
certo impulso al "Ritorno".
Neppure le atrocità hitleriane riuscirono a esaudire il sogno di Ben Gurion.
Tra le vittime ebraiche del nazismo rifugiate all'estero tra il 1935 e il 1943
appena l'8,5% si è stabilito in Palestina. Gli Stati Uniti limitarono la loro
accoglienza a 182.000 ebrei (meno del 7%), l'In-ghilterra a 67.000 (meno del
2%). L'immensa maggioranza, vale a dire il 75%, trovò rifugio in Unione
Sovietica.
Fonti: Institute for Jewish Affairs, New
York,
in Cristopher Sykes, Crossroads to Israel,
Londra, 1965; Nathan Weinstock, Le sionisme contre Israël,
Parigi, Maspero, 1969, p. 146
Da il manifesto del 19 agosto 2001
Questioni di razza
A meno di due
settimane dal suo inizio, la Conferenza dell'Onu contro il razzismo è ostaggio
di polemiche esplosive come quelle sul sionismo e sulla schiavitù
MARINA FORTI
Schiavismo,
sionismo, colonialismo, sistemi di casta... la prossima Conferenza mondiale
contro il razzismo, che comincia tra meno di due settimane a Durban, in
Sudafrica, ha aperto conflitti profondi, di principio e politici. Minacce di
boicottaggio restano all'orizzonte. I delegati di oltre 130 paesi continuano a
discutere virgola per virgola i documenti di base: i lavori preparatori, che
dovevano concludersi a Ginevra nella prima settimana di agosto, andranno avanti
- fino all'ultimo minuto.
La "Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la
xenofobia e relative intolleranze" - questo il nome completo - si terrà
dal 31 agosto al 7 settembre sotto la presidenza della signora Mary Robinson,
Alto commissario dell'Onu per i diritti umani. La scelta del Sudafrica è
significativa: in nessun altro paese al mondo il dominio dei bianchi sui neri
era stato codificato in un sistema politico e giuridico così brutale. Del resto
le prime due conferenze contro il razzismo, nel 1978 e nell'83 a Ginevra, si
erano occupate soprattutto del Sudafrica, allora governato dal regime
dell'apartheid. Erano state più facili, la condanna del regime razzista
sudafricano faceva l'unanimità.
Ora il paese dove i neri hanno vinto - almeno sul piano politico e simbolico, ché
poi l'esclusione sociale è altra cosa - ospita la conferenza delle Nazioni
unite. Ma quella che si prepara è tutt'altro che una celebrazione: tramontato
l'apartheid, emergono altri aspetti della discriminazione razziale, xenofobia,
intolleranza.
La questione che ha suscitato le polemiche più violente è quella del sionismo
e dell'oppressione dei palestinesi nei territori occupati da Israele. Il gruppo
dei paesi arabi ha dapprima proposto di riprendere, nei testi della conferenza,
una risoluzione dell'Assemblea generale dell'Onu del 1975 che definiva il
sionismo "una forma di razzismo" (quella risoluzione era stata
annullata però nel 1991). Questo ha provocato l'opposizione non solo di Israele
ma anche dell'Unione europea (che vi legge una rimessa in questione
dell'esistenza stessa dello stato di Israele) e soprattutto degli Stati uniti,
che hanno minacciato di boicottare la conferenza di Durban. Tom Lantos, senatore
(democratico, California) e membro della delegazione Usa ai lavori preparatori -
e personalmente sopravvissuto all'Olocausto - ha usato parole dure: gli Usa
"non possono prendere parte al linciaggio di Israele". Ha aggiunto poi
che "la conferenza di Durban ha bisogno degli Stati uniti più di quanto
gli Usa abbiano bisogno della Conferenza di Durban". Era il 9 agosto, entro
il giorno dopo dovevano essere pronti i documenti preparatori (una dichiarazione
di principi e un piano d'azione). E' allora che Mary Robinson ha visto la
conferenza in serio pericolo, ha lanciato appello al "realismo" - e ha
chiesto di proseguire il lavoro preparatorio a oltranza.
I paesi arabi più moderati, Egitto in testa, hanno proposto formule come
"le pratiche razziste del potere occupante", o "la
discriminazione razziale contro i palestinesi", senza nominare né il
sionismo, né Israele. La questione resta aperta, o meglio: resta da vedere se
formule simili convinceranno gli Stati uniti a ritirare la minaccia di
boicottaggio, ed è ovvio che dipende dai rapporti di forza politici.
Altre questioni dividono i paesi partecipanti. Un punto delicato è identificare
le vittime del razzismo. Finora sono indicati come gruppi
"vulnerabili" a discriminazione e intolleranza i discendenti di
africani (nelle Americhe o in Europa), i popoli indigeni, i migranti e rifugiati
o sfollati interni. Ma ci sono proposte per includere altri gruppi: i Rom
(zingari), le persone di origine asiatica (i giapponesi maltrattati negli Usa
durante la guerra...), le vittime dell'antisemitismo o di sentimenti anti
islamici. Qualcuno chiede di riconoscere come "circostanza aggravante"
dell'oppressione razzista l'essere donna. E perché poi non includere una
condanna esplicita del sistema di casta (cosa che ha suscitato la protesta
dell'India).
Ma l'altra questione esplosiva, che mobilita i paesi africani, è quella della
schiavitù. E' la rivendicazione, neppure questa nuova, che la schiavitù sia
riconosciuta come "un crimine contro l'umanità". A questo si aggiunge
la richiesta di "scuse" alle vittime di tre secoli di tratta dei neri
- e magari di risarcimenti. Nei lavori preparatori, Unione europea e Usa hanno
finora accettato di riconoscere "la natura perversa" della schiavitù,
ma quanto alle scuse Washington si oppone: suonerebbe come un'ammissione di
colpa, e aprirebbe la strada ad azioni legali con richieste di risarcimenti da
parte dei discendenti degli schiavi - questione da lungo dibattuta, negli Usa. E
forse proprio per questo, e per le pressioni del suo Black Caucus (il gruppo
trasversale dei parlamentari neri al Congresso), l'opposizione di Washington si
traduce soprattutto in imbarazzo. E' imbarazzata anche l'Europa, che in fondo è
responsabile della tratta degli schiavi (ma allora i negrieri arabi?).
Ma gli stessi paesi africani sono divisi: quelli anglofoni, guidati da Nigeria e
Ghana, sono su posizioni più estreme (era stato il nigeriano Moshood Abiola nel
1990 a organizzare una conferenza a Lagos per lanciare l'idea dei risarcimenti,
che aveva quantificato in 25 miliardi di dollari). I francofoni, con in testa il
moderato Senegal, si attestano sulla richiesta di riconoscimento morale e scuse.
Il presidente senegalese Abdulaye Wade è stato esplicito: "Noi subiamno
ancora oggi gli effetti della schiavitù e della colonizzazione, e valutarli in
termini monetari è assurdo e perfino insultante". Ai primi di agosto un
documento del Gruppo dei paesi africani alla conferenza ha posto le basi del
compromesso: vi si invita l'occidente a "prestare attenzione" alla New
African Initiative che i governi del continente hanno lanciato un mese fa, e
a "tradurre con urgenza gli impegni di solidarietà in azioni
concrete": crediti, investimenti...
E' in Sudafrica intanto che la conferenza di Durban infiamma di più gli animi.
Giovedì centinaia di persone hanno manifestato davanti all'ambasciata degli
Stati uniti a Pretoria. "L'occidente non più semplicemente sottrarsi alle
sue responsabilità nelle conseguenze economiche e sociali di decenni di
dominazione coloniale", scriveva giorni fa il Sowetan. La conferenza
di Durban si preannuncia calda.
Da
Repubblica.it
Gli
USA ed Israele abbandonano la conferenza di Durban contro il razzismo per i
seguenti punti della dichiarazione finale
red
NAZIONI UNITE
Assemblea generale
Conferenza mondiale contro razzismo, discriminazione razziale, xenofobia, e
intolleranza -
Durban , 31 Agosto- 7 Settembre 2001
Argomento 9 dell'agenda provvisoria
A/CONF. 189/4
Temi della conferenza
Bozza di dichiarazione
(...)
Pagina 22 A/CONF. 189/4
66. Esprimiamo [1] la nostra profonda preoccupazione per le pratiche di
discriminazione razziale contro i palestinesi, così come verso altri abitanti
dei territori arabi occupati, che hanno influenza su tutti gli aspetti della
loro esistenza quotidiana tanto da impedire il godimento dei diritti
fondamentali, e invochiamo la cessazione di tutte le pratiche di discriminazione
razziale cui i palestinesi e gli altri abitanti dei territori arabi occupati da
Israele sono sottoposti.
67. Siamo convinti che combattere l'antisemitismo, l'islamofobia e pratiche
sioniste contro il semitismo fa parte ed è intrinseco all'opposizione di tutte
le forme di razzismo e sottolineiamo la necessità di misure efficaci per
affrontare il tema dell'antisemitismo, l'islamofobia e pratiche sioniste contro
il semitismo, oggi allo scopo di contrastare tutte le manifestazioni di questi
fenomeni;
68. Riconosciamo con profonda preoccupazione l'intensificarsi dell'antisemitismo
e degli atti ostili contro gli ebrei in varie parti del mondo, così come
l'emergere di movimenti razziali e violenti basati sul razzismo e su idee
discriminatorie nei confronti della comunità ebraica. La conferenza mondiale
riconosce con profonda preoccupazione la crescita di pratiche razziste di
sionismo e antisemitismo in varie parti del mondo, così come l'emergere di
movimenti razziali e violenti basati sul razzismo e su idee discriminatorie, in
particolare del movimento sionista, che è basato sulla superiorità razziale;
69. Noi anche riconosciamo con profonda preoccupazione la crescita di stereotipi
negativi e l'ostilità espressa contro i mussulmani in varie parti del mondo, ed
esprimiamo preoccupazione a proposito di qualsiasi aperta manifestazione di
islamofobia;
(...)
Da il manifesto del 31 agosto 2001
Babele di voci contro il razzismo
In attesa dell'apertura ufficiale di oggi della conferenza dell'Onu, centinaia
di organizzazioni non governative di tutto il mondo e 7000 persone dibattono a
Durban sull'infinita gamma delle discriminazioni. L'irrisolto nodo
"sionismo-razzismo" provoca tensione fra i delegati e sostenitori
palestinesi e quelli di Israele. Polemiche le ong statunitensi con
l'amministrazione Bush MARINA
FORTI - INVIATA A DURBAN
Forse la torre
di Babele assomigliava al Kingsmead Stadium di Durban, lo stadio di cricket che
da due giorni ospita il Forum delle organizzazioni non governative contro il
razzismo - anche se una babele accogliente, in cui ciascuno alla fine sembra
capire di cosa parlano gli altri. Circa 7000 persone sono venute in questa città
del Sudafrica per sostenere una causa - e per rivolgersi ai rappresentanti di
circa 180 governi alla Conferenza delle Nazioni unite "contro il razzismo,
la discriminazione razziale, la xenofobia e le relative intolleranze", che
si aprirà qui questa mattina.
Ci sono le organizzazioni per i diritti dei migranti e rifugiati, quelle dei
popoli indigeni, quelle dei Rom e Sinti, gli zingari. Ci sono decine di
rappresentanti venuti dall'India: i loro cartelli e striscioni sono tra i più
visibili. Certo, non molti sapranno chi è quel signore in abito scuro
occidentale e occhiali spessi ritratto sui loro cartelli: ma il Dottor Ambedkar
è stato tra i primi Dalit (fuoricasta, "intoccabili") a esprimere una
rivolta contro il sistema delle caste in India, più di mezzo secolo fa, ed è
ormai un simbolo per le organizzazioni dei Dalit - come quelle venute qui a
chiedere che la casta sia riconosciuta come una discriminazione che colpisce
oltre 250 milioni di persone al mondo.
Appese a un tendone, foto scioccanti sono esposte dal Caucus arabo,
l'insieme delle organizzazioni non governative venute da paesi arabi: sono
immagini di quotidiana violenza nei territori palestinesi occupati da Irsaele,
bambini feriti, ragazzetti che lanciano sassi ai carri armati, corpi
insanguinati. Ci sono cartelli con la stella di Davide accanto a una svastica,
un poster dice: "Occupazione uguale colonialismo uguale una nuova forma di apartheid".
L'Unione degli avvocati arabi distribuisce un opuscolo in arabo, francese e
inglese per argomentare perché il sionismo è una forma di razzismo. "Il
progetto sionista è un progetto su base religiosa, solo per gli ebrei. Ne
discende che esclude tutti gli altri, i non ebrei, gli inferiori", spiega
Imam Gad, ricercatore in scienze politiche, egiziano. La questione del sionismo
è tra quelle che hanno acceso i riflettori su questa conferenza, fin dai primi
incontri preparatori. Nel linguaggio ufficiale l'equazione tra sionismo e
razzismo è fuori questione e la commissaria dell'Onu per i diritti umani, Mary
Robinson, si è adoperata (finora invano) per cercare formule di compromesso:
accenni alle "politiche discriminatorie" verso la popolazione
palestinese, accenni alla sofferenza dei palestinesi. "Non basta, è il
progetto politico sionista che bisogna condannare", dice Gad.
Dentro allo stadio una serie di tendoni ospita le sale di riunione. Otto
commissioni di lavoro discutono emendamenti a una "piattaforma" che
oggi le ong presenteranno alla conferenza ufficiale. Con puntiglio e pazienza,
decine di persone annotano frasi, discutono definizioni: "La
discriminazione sulla base della casta, della discendenza e dell'occupazione ...
restano una forma insidiosa e profonda di discriminazione... dalle conseguenze
devastanti", legge un signore in anglo-indiano. Nel tendone accanto si
discute del "diritto dei popoli indigeni a vivere come comunità diversa ed
egualmente sovrana negli stati membri dell'Onu", con il corollario di
diritto a usare la propria lingua e mantenere un'identità culturale. Si parla
di rifugiati: "La discriminazione contro migranti, rifugiati, richiedenti
asilo, sfollati e persone senza documenti è una forma distinta di razzismo...
basata sull'essere stranieri". Altre riunioni discutono di
"risarcimenti": risarcire secoli di schiavismo e colonialismo,
affrontare gli effetti della segregazione. Decine di cartelli indicano seminari
e dibattiti che si svolgono più o meno contemporanei in questa o quella tenda,
o nel municipio di Durban, all'università (tre giorni di seminari organizzati
dall'African National Congress: ieri il tema era "genere e
razzismo"). Decine di cartelli o volantini annunciano eventi culturali, una
piece di teatro, la proiezione di un video sulle lotte del Kwa-Zulu (la
regione in cui ci troviamo: unisce la vecchia homeland nera del Kwa-Zulu
e la ex provincia per soli bianchi del Natal). Ci sono giornali quotidiani che
seguono e commentano i lavori, come il Human Right Features. Alcuni
giovani giapponesi distribuiscono un volantino: "Non fatevi ingannare dal
governo giapponese", è titolato; "il razzismo è rampante nella
seconda economia mondiale" - discrimina i migranti e gli stranieri in
genere, e poi ha i suoi "intoccabili", i barakumin. La babele
ostenta un alto livello di concordia e rispetto reciproco, ciascuno parla della
propria causa e tutti stanno ad ascoltare tutti.
Ma poi ieri pomeriggio un banchetto è comparso di fronte alla tenda del Caucus
arabo, addobbato con i colori della bandiera israeliana: i ragazzi e ragazze
dell'Unione mondiale degli studenti ebrei espone una cartina in cui Israele è
circondata da stati arabi armati fino ai denti: dicono che "la conferenza
contro il razzismo è stata deviata a fini politici dalle delegazioni
arabe". Poco più in là un gruppo di signori con le palandrane nere e i
boccoli degli ebrei ortodossi espone cartelli con un messaggio contrario:
"La fine del sionismo sarà la pace", "Israele non rappresenta
tutti gli ebrei". Circolano donne con un distintivo ben visibile sul petto:
"Le organizzazioni non governative Usa sono qui, il governo Usa non c'è.
Perché?".
A poche centinaia di metri dalla concordia ostentata del Forum non governativo,
nel modernissimo Convention centre adiacente al grattacielo dell'Hilton,
questa mattina comincia la Conferenza ufficiale. La polizia sudafricana ha
disposto un servizio di sicurezza strettissimo, sono attesi trenta capi di
stato. E' già arrivato il segretario dell'Onu Kofi Annan, è atteso il leader
palestinese Arafat. Sono attese manifestazioni del Durban Social Forum,
che riunisce organizzazioni come quella dei senza-terra sudafricani. Resta da
vedere se e quanto la conferenza dei governi ascolterà il Forum dei
movimenti...
Da Le Monde Diplomatique, Novembre 2000
medioriente,
lo strappo
Gerusalemme
«liberata», mito e realtà
di
Marius Schattner*
La
guerra dei Sei Giorni ha lasciato impresse nella memoria
collettiva degli israeliani un'immagine e una voce: la foto dei
paracadutisti in estasi ai piedi del muro del Pianto, e la voce
del loro comandante di brigata, il generale Motta Gur, che
annuncia: «Il monte del Tempio è nelle nostre mani».
In effetti, il 7 giugno 1967, l'esercito
israeliano occupa la spianata delle moschee di Al-Aqsa e della
cupola della Roccia - che gli ebrei chiamano monte del Tempio -
nonché tutta la città vecchia di Gerusalemme.
Uscendo dalla spianata, il ministro della
difesa, Moshe Dayan, dichiara alla radio: «Questa mattina,
Tsahal [l'esercito israeliano] ha liberato Gerusalemme, la
capitale divisa di Israele. Siamo ritornati sul più santo dei
nostri luoghi santi e mai più lo abbandoneremo (1)».
Nasce in questo giorno il mito
dell'indivisibilità di Gerusalemme, «capitale riunificata e
eterna dello stato di Israele». Un dogma inculcato talmente a
fondo che è difficile immaginare che, fino al 1967, la direzione
dello stato e, prima ancora, quella del movimento sionista non
avevano mai seriamente preso in considerazione l'eventualità di
un'annessione di Gerusalemme Est. Anzi: non si era nemmeno mai
posta la questione di una sovranità ebraica di ordine temporale
sul monte del Tempio.
Come ogni mito, quello della «Gerusalemme
liberata» ha radici profonde.
Esprime l'attaccamento degli ebrei, da due
millenni, a Sion, una delle colline che simboleggiano Gerusalemme
- unico luogo santo per gli ebrei, mentre i cristiani e i
musulmani rivolgono il proprio sguardo soprattutto verso Roma e
la Mecca.
Dal punto di vista religioso, il Tempio,
eretto secondo la Bibbia dal re Salomone sul monte Moria, dove
Abramo aveva sacrificato un agnello al posto del figlio Isacco,
era il luogo più sacro della Terra. In questo Tempio si trovava
il «santo dei santi», e solo il grande sacerdote poteva
penetrare al suo interno. La sua distruzione, effettuata dai
romani nel 70 d.C., non rimette minimamente in causa la santità
del luogo, come attesta una tradizione risalente almeno a
Maimonide, filosofo ebreo del XII secolo. «Eravamo seduti sulle
rive dei fiumi di Babilonia e piangevamo, ricordandoci di Sion»,
cantavano già i primi esiliati, dopo la caduta del primo Tempio,
nel 587 a. C. Per non dimenticare questo lutto, in occasione di
ogni matrimonio ebraico gli sposi rompono un bicchiere e
pronunciano ad alta voce la seguente frase: «Se ti dimentico,
Gerusalemme, che dimentichi allora anche la mia [mano] destra».
Nel corso degli ultimi quattrocento anni, il
muro del Pianto, o Kotel, ha assunto, dal punto di vista
religioso, un'importanza crescente.
Diversi fedeli venivano sul luogo per
piangere la caduta del Tempio, di cui il muro costituiva l'unico
resto. Pregavano invocando l'arrivo del messia, che avrebbe
coinciso con la fine dell'esilio. In quel momento, e non prima,
il Tempio sarebbe stato riedificato, come è scritto nel Talmud:
«La ricostruzione del Tempio e dell'altare non deve essere opera
di mano umana».
Se più o meno tollerava queste preghiere al
Kotel, il Waqf, custode dei beni musulmani, non consentiva però
agli ebrei alcun culto sulla spianata: costruito sul sito del
Tempio, sei secoli dopo la sua distruzione, l'Haram el-Sharif
(Nobile santuario) è infatti il terzo luogo santo dell'islam,
dopo la Mecca e Medina. D'altra parte, gli stessi ebrei religiosi
non avanzavano alcuna pretesa in proposito, per timore di
calpestare il suolo sacro del Tempio senza essersi purificati e
di commettere perciò un sacrilegio abominevole.
All'epoca, diversi ebrei religiosi «salivano»
in Terra santa: chi costretto dalle persecuzioni, chi animato
dalla speranza dell'imminente arrivo del messia, chi - i più
poveri - desideroso di beneficiare dell'aiuto della Halouka (2).
Nessuno tuttavia veniva con l'intenzione di fondare uno stato, né
di istituire una capitale a Gerusalemme.
Il sionismo, nato alla fine del XIX secolo,
non aspetterà invece la venuta del messia per «riunire gli
esiliati». Il che, d'altronde, gli attirerà gli strali degli
ortodossi, che assistono impotenti al recupero dei loro simboli
religiosi da parte del nazionalismo.
E paradossalmente, il nuovo movimento avrà
un atteggiamento ambiguo nei confronti della città che gli ha
dato il nome.
«Sionismo senza Sion» La discrepanza tra
la Gerusalemme celeste e la Gerusalemme terrestre provoca, tra i
primi sionisti, quel sentimento di ineluttabile delusione già
descritto da diversi viaggiatori giunti in Terra Santa. «La
maledizione di Dio sembra aleggiare sulla città, città santa di
tre religioni che muore di noia, di marasma e di abbandono» nota
Gustave Flaubert nei suoi Quaderni di viaggio (11 agosto 1850).
Il padre dell'ebraico moderno, Elizer Ben Yehouda, descriverà
anche lui lo shock provato a contatto con la «città di David,
distrutta e deserta, sprofondata in un abisso di depressione (3)».
Theodor Herzl, che cerca di assicurarsi la
protezione delle grandi potenze per il suo progetto di stato
ebraico, si guarderà bene dall'avanzare rivendicazioni esagerate
o premature su Gerusalemme, che gli avrebbero alienato più di
una simpatia. Ne Lo stato degli ebrei (1896), il fondatore del
sionismo politico già promette alla cristianità «una forma di
extraterritorialità» per i Luoghi santi. E, in occasione di un
incontro con monsignor Agliardi, nunzio apostolico di Vienna, il
18 maggio 1896, avanza l'ipotesi di un'extraterritorialità per
l'intera Gerusalemme, con la capitale dello stato ebraico
spostata a nord della città santa. Si spinge poi fino a dare
analoghe assicurazioni ai suoi interlocutori turchi (4).
Tutte promesse che, dettate dal tatticismo, contavano ben poco...
Haim Weizmann, che prende in mano la guida
del movimento alla fine della prima guerra mondiale, non
sopportava Gerusalemme. Secondo lo storico israeliano Tom Segev (5),
essa «incarnava ai suoi occhi il contrario del sogno sionista,
il simbolo di un giudaismo obsoleto».
David Ben Gurion - che il generale Barak
prende a modello - era particolarmente consapevole dei tranelli
della santità. Se pensava di trasformare in futuro l'intera
Gerusalemme in capitale di uno stato ebraico, voleva però prima
creare tale stato, un obiettivo da lui ritenuto infinitamente più
importante delle rivendicazioni storico-religiose sulla città
santa.
Così, a differenza della destra sionista,
che organizza, alla fine degli anni 20, dei «comitati di difesa
del Kotel», Ben Gurion si fa sostenitore di una politica del
compromesso. Nel 1937, accetta il piano della commissione Peel,
che propone di dividere la Palestina in due stati, uno ebraico,
su una piccola porzione di territorio, e l'altro arabo, mentre
Gerusalemme sarebbe rimasta una enclave britannica.
A chi lo accusa di promuovere un «sionismo
senza Sion», il presidente dell'esecutivo sionista risponde che
bisogna saper cogliere l'opportunità di costituire uno stato
ebraico indipendente in Palestina, da ingrandire poi in seguito.
«So che c'è differenza tra l'Erez Israele [il Grande Israele,
ossia tutta la Palestina] e uno stato nell'Erez Israele - scrive
all'epoca. Conosco il valore delle preghiere e dei cantici su
Sion, ma averli ripetuti tre volte al giorno,
trecentosessantacinque giorni l'anno, per mille ottocento anni
non ci ha certo fatto guadagnare un palmo di terreno e non ci ha
avvicinato di un solo passo alla redenzione», continua ironico.
Ma alcuni sionisti si oppongono allora a una
divisione amministrativa di Gerusalemme. Risultato: il municipio
rimane nelle mani dei palestinesi.
«Oggi vivremmo una situazione migliore a
Gerusalemme (...) - scrive Ben Gurion - se solo avessimo capito
che bisognava dividere la città e creare un municipio ebraico
autonomo. Purtroppo, abbiamo agito diversamente, animati da un
presunto patriottismo, sterile, idiota e pretenzioso (...). Il
risultato è che la città è sì unificata, ma sotto l'autorità
dei Nashashibi e dei Khaladi [due grandi famiglie palestinesi], e
tutto ciò solo perché questo o quel politicante di Gerusalemme
voleva che governassimo sul monte del Tempio e la moschea di Omar».
Come aveva già fatto Herzl prima di lui,
Ben Gurion si interessa soprattutto alla nuova Gerusalemme, ossia
alla parte ovest della città. Quest'ultima deve essere, secondo
lui, una «città ebrea», separata dalla città vecchia,
destinata invece a diventare un «museo spirituale e religioso
per tutte le religioni» (6).
Seguendo le sue idee, l'Agenzia ebraica, branca esecutiva del
movimento sionista diretta da Ben Gurion, presenta, nel 1938, un
piano molto dettagliato secondo il quale la parte orientale,
compresa tutta la città vecchia, sarebbe dovuta rimanere sotto
controllo britannico, mentre la parte ovest sarebbe diventata la
capitale dello stato ebraico.
Ispirandosi a questo, l'Assemblea generale
delle Nazioni unite adotta, il 29 novembre 1947, un piano di
spartizione. La risoluzione 181 prevede uno stato ebraico, uno
stato arabo e uno «speciale statuto internazionale» per
Gerusalemme e i Luoghi santi. Ben Gurion ha la saggezza di
accettare tale piano, mentre la destra sionista, minoritaria, vi
si oppone. Ma i palestinesi lo respingono, e il conflitto che ne
deriva si concluderà per loro in un disastro senza pari: la
Nakba.
Non solo non nasce alcuno stato palestinese,
ma le forze ebraiche approfittano della guerra per ampliare di un
terzo il territorio concesso allo stato d'Israele, dal quale
vengono espulse centinaia di migliaia di palestinesi.
A Gerusalemme, tuttavia, la vittoria non è
totale. L'esercito giordano si impadronisce del quartiere ebraico
della città vecchia, i cui duemila abitanti si sono dovuti
rifugiare, alla fine di maggio 1948, nella parte ovest. I
difensori del quartiere, accerchiati, privi di armi e di uomini,
non avevano alcuna possibilità di resistere senza aiuti esterni:
bisognava quindi mandare loro rinforzi, oppure evacuarli. Ma la
direzione sionista non fece né l'una né l'altra cosa: non
voleva infatti rinunciare al quartiere ebraico a causa del suo
significato simbolico, ma non voleva nemmeno destinarvi forze
militari ben più utili altrove.
Stracciando le risoluzioni dell'Onu
sull'internazionalizzazione di Gerusalemme, Ben Gurion annuncia
solennemente in Parlamento, il 13 dicembre 1949, che «Israele ha
e avrà un'unica capitale, l'eterna Gerusalemme». Intende
ovviamente Gerusalemme Ovest, ma non lo dice esplicitamente. Poco
prima, Menahem Begin, capo della destra nazionalista, aveva
proposto di mettere nero su bianco che la capitale di Israele
comprendeva anche la città vecchia e i Luoghi santi. Sarcastico,
il capo del governo gli aveva chiesto se prevedeva di conquistare
la città vecchia con le armi e, ad una sua risposta negativa,
concludeva dicendo che tale proclamazione sarebbe stata
semplicemente priva di senso (7).
Fino al giugno 1967, i dirigenti israeliani
non prenderanno in considerazione l'idea della riunificazione,
ossia della conquista della parte orientale della città. Solo la
destra, che rimane all'opposizione fino alla formazione di un
governo di unità nazionale alla vigilia della guerra, lancia
continui proclami per la «liberazione di Gerusalemme». Ma, in
generale, gli israeliani si curano ben poco di Gerusalemme Est.
La sera del 5 giugno 1967, il primo ministro
Lévy Eshkol è preoccupato.
«Bisogna considerare attentamente le
conseguenze politiche di un'eventuale occupazione della città
vecchia», dichiara al consiglio dei ministri.
La mattina seguente, il generale Moshe
Dayan, ministro della difesa, è anche lui titubante e esita a
dare l'ordine di occupare la città vecchia: «Che ne faremo poi
di questo Vaticano?» confida al generale incaricato
dell'operazione (8).
Ma alla fine, irresistibile, vince la tentazione. Il seguito è
noto: la febbre mistico-nazionalista conquista larghe fette della
popolazione ebraica; si festeggia sia una vittoria che sembra
miracolosa sia il «ricongiungimento tra il popolo di Israele e
l'Erez Israele». La via è spianata per l'ascesa dell'estrema
destra religiosa.
Il 10 giugno, i bulldozer israeliani
cominciano già a demolire il quartiere arabo dei Mograbi, per
aprire un ampio slargo davanti al muro del Pianto: più di cento
famiglie vengono evacuate manu militari, con un preavviso di tre
ore. Il 27 giugno, la Knesset adotta un emendamento che estende
la legislazione israeliana sulla parte orientale della città, il
che equivale all'annessione.
Quanto alle nuove frontiere della città,
esse inglobano il massimo di terreni possibili e il minimo di
palestinesi. Ma le autorità si guardano bene dall'inimicarsi i
musulmani del mondo interno toccando la spianata delle Moschee.
Se, al momento dell'occupazione della spianata, Moshe Dayan vi fa
issare dai soldati una bandiera israeliana, il 17 giugno conferma
al Waqf la sua autorità sull'Haram el-Sharif.
Il 20 agosto, il governo vieta agli ebrei di
pregare sulla spianata, per contrastare le pericolose iniziative
del grande rabbino dell'esercito, Shlomo Goren (9).
Ma questo rabbino pazzo non è l'unico a
considerare la conquista del monte del Tempio l'inizio della
Redenzione finale. Tanto che il filosofo Yeshayahou Leibovitz si
dirà scandalizzato dal culto del Kotel, un culto in definitiva
pagano, da lui definito «discotel (10)».
Più in linea con lo spirito del momento, André Néher scriverà
che «questo mattino di Shavuot [la Pentecoste ebraica, caduta
quell'anno il 7 di giugno], tutti gli ebrei hanno sentito che si
era compiuta una tappa nel cammino messianico». Per lui, lo
slogan «Gerusalemme non è negoziabile» è un atto di fede - un
punto minimo per un «programma comune che deve essere
sottoscritto da tutti i partiti politici israeliani, senza
eccezione alcuna (11)».
Nel frattempo, ci si accorge che Gerusalemme
non solo è negoziabile, ma addirittura negoziata, in conformità
con gli accordi di Oslo del 1993. Ma il tutto non abbastanza
efficacemente né abbastanza rapidamente per evitare che, in
poche settimane, la questione riesploda alla fine dell'estate
2000 e che, purtroppo, decine di palestinesi perdano a loro volta
la vita. In nome di Al-Aqsa...
note:
*Giornalista, autore di Histoire de la droite israélienne,
Complexe, Bruxelles, 1991.
(1)
Cfr. Israel's Foreign Relations, selected document, Ministry for
Foreign Affairs, Gerusalemme, 1976, p. 243.
(2)
Aiuto fornito dagli ebrei della diaspora alle istituzioni
religiose di Gerusalemme.
(3)
Eliezer Ben Yehouda, le rêve traversé, coll. «Midrash», Desclée de
Brouwer, Parigi, 1998, p. 100.
(4)
Theodor Herzl, L'Etat juif, L'Herne, Parigi, 1969; Diario di
Herzl, Berlino 1922, 19 maggio 1996 e 18 giugno 1996: «Ich
versprach eine zeitgehende Extraterritorialität».
(5)
Il che non impedirà a Weizman di ritentare di annettere il Muro.
Cfr. Tom Segev, C'était en Palestine au
temps des coquelicots, Liana Lévi, Parigi, 2000.
(6)
Lettera al comitato centrale del Mapai, 1 luglio 1937, in David
Ben Gurion, Memorie (Zihronot, in ebraico, Am Oved, Tel Aviv,
1976).
(7)
Dibattito parlamentare del 9 novembre 1949.
(8)
Cfr. le memorie del capo di stato maggiore del governo di Eshkol,
Israel Lior, «Oggi scoppia la guerra», (in ebraico), Tel Aviv,
1987 e Haaretz, 29 settembre 2000.
(9)
Il rabbino Goren era convinto di conoscere la posizione esatta
del «santo dei santi», e di poter quindi entrare nella spianata
senza calpestare questo luogo sacro.
(10)
Citato da Haaretz, 21 luglio 2000.
(11) André Néher, articoli «Jérusalem l'irremplaçable» e «Les grandes
retrouvailles», in Dans tes portes Jérusalem, Albin Michel,
Parigi, 1972.
(Traduzione
di S.L.)
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