FISICA/MENTE

 

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La pace, il cavaliere e l'armatura svuotata

Barbara Spinelli


4 novembre 2001

Più volte, ripensando alle dispute suscitate dal mio articolo sui mancati mea culpa nell’ebraismo, mi è venuto in mente quel che ha scritto David Grossmann, scrittore israeliano, poco dopo l’attentato di Manhattan: «Se non arriverà la pace in Medio Oriente, a poco a poco ci trasformeremo tutti in una sorta di armatura vuota, priva del proprio cavaliere». Non saremo capaci di ascoltarci l’un l’altro, perché l’armatura parlerà al nostro posto. Non saremo capaci di metterci in questione, di interrogare il nostro passato, le nostre parole, le nostre conoscenze storiche, le nostre certezze, perché tutto questo - passato, parole, conoscenze, certezze - sono diventate l’armatura che abbiamo messo fra noi e i fatti reali, fra noi e la nostra coscienza.In alcuni momenti ho perfino avuto l’impressione che questo esistere a partire dall’armatura restringesse la vocazione al pensiero individuale, solitario. Il collettivo Noi prendeva il sopravvento sul più scabroso io penso, io dubito. Non poche lettere inviate alla Stampa - e per le quali vorrei comunque ringraziare: ogni dissenso aiuta a pensare - sono firmate da piccoli collettivi, da persone che reagiscono in gruppo. Da piccole chiese, che si mobilitano contro l’eresia di individui non ortodossi. Un epiteto mi ha colpito, per la sua singolarità e per le assonanze che risveglia: «rinnegato». Questo vuol dire che discorrere su diaspora e Israele è oggi impresa ardua, sia fuori che dentro l’ebraismo. Ne fecero l’esperienza spiriti ebrei liberi come Hannah Arendt, Arthur Koestler, Henri Bergson, Simone Weil, Gershom Scholem, Ernst Gombrich, Raymond Aron, Judah Magnes, in tempi travagliati.Per parte mia non ho mai pensato che l’ebraismo fosse un monolito, e ho memoria delle voci dissidenti da esso scaturite, a cominciare dalla denuncia del bellicismo israeliano pronunciata da Primo Levi nell’82, su questo giornale. È di prese di posizione come la sua che oggi - dopo l’11 settembre - si sente crudelmente la mancanza.Anche negli altri epiteti non mi riconosco: antisemita, seguace di Göbbels, filo-terrorista, e senza pretendere di replicare a tutte le accuse - non ho competenza teologica - vorrei tentare alcune risposte provvisorie che chiariscano un poco la mia posizione.In primo luogo il mea culpa, che forse ha suscitato più sdegno. Non ho trovato altro termine, per esprimere qualcosa che secondo me non rimanda solo alle tradizioni della liturgia cristiana: le due parole latine possono esser tradotte in vari modi, ma restano un tratto costitutivo della cultura occidentale. Nei suoi momenti migliori - che sono sempre stati momenti di esame di coscienza, soprattutto dopo le guerre di religione - la cultura occidentale ha saputo coniugare lo spirito critico, un’alta idea del diritto, una vocazione a farsi piccoli di fronte all’enormità degli errori compiuti. Il mea culpa di Giovanni Paolo II sullo sterminio degli ebrei ha concentrato l’attenzione del pubblico su un male estremo, ma il ravvedimento riguarda anche mali diversi, e non a caso il Pontefice ha pronunciato molti mea culpa, non uno soltanto. Non mi sembra giusto aggrapparsi a un termine per respingere compiti che tutti siamo chiamati a assumerci - ebrei e non ebrei - se vogliamo fondare le nostre azioni sull’etica, la coscienza e la ragione. Chiedere scusa per le sofferenze arrecate, guardare il dolore dell’altro oltre quello proprio e dei propri cari: qui è la nobiltà degli esseri umani, quale che sia la loro appartenenza religiosa o etnica.Ho detto che gli ebrei faticano ad assumersi tale compito, sia in Israele sia nella diaspora, e che questa riluttanza può rivelarsi nefasta, all’indomani dell’11 settembre: per la prima volta infatti il destino di Israele è veramente in pericolo. L’America è stata la sua fondamentale garanzia di sopravvivenza, ma oggi l’ombrello protettivo si chiude: sono bastati tre aerei terroristi, scaraventati contro le Torri Gemelle e il Pentagono, perché gli Usa smettessero di essere la superpotenza invulnerabile che avevano voluto rappresentare. Non lo sono più, non si sentono più tali, e in prospettiva il loro comportamento diverrà più europeo: dunque più impaurito, negligente verso lo Stato ebraico. Questo espone gravemente Israele: la sua solitudine non è mai stata così grande e il suo sgomento si può comprendere. Ma dallo sgomento toccherà pure uscire e ripensare l’intera situazione e rimeditare anche sul passato, perché il tempo non lavora in favore della nazione israeliana. Il tempo, se lo si lascia passare senza iniziative forti anche sul piano simbolico (il ravvedimento è una di esse, oltre a gesti di pace unilaterali come il ritiro dai territori), lavora in favore delle forze di distruzione, e di un terrorismo cui urge far fronte sollecitamente. Mettiamo che Arafat abbia in mente una deportazione degli ebrei fuori dalle loro terre.Un modo sicuro per secondarlo è quello di dare tempo al tempo: dunque non fare nulla, aspettare che sia lui a fare la prima mossa. Dal suo punto di vista, sempre che abbia in mente la distruzione di Israele, sarebbe la soluzione ideale: gli basterebbe aspettare. Quello che mi preoccupa nelle lettere e negli articoli dei miei critici è la scarsa inquietudine che essi sembrano provare per la sorte effettiva degli abitanti d’Israele. Il fatto è che non c’è tempo per discutere sull’orgoglio degli ebrei e sulla vera giustizia. Israele è condannata a fare il primo passo, proprio perché più matura e più razionale delle élite arabo-palestinesi, pena una catastrofe. Ma il vero punto controverso riguarda la natura delle colpe israeliane, e se esistano colpe, e se le élite politiche e religiose - in Israele e fuori - siano disposte ad alcuni atti di contrizione o ripensamento. Atti certamente difficili, perché nulla di simile sembra venire da parte palestinese o araba. Ma atti ineludibili, e che non possono ridursi alle prese di posizione isolate di alcuni storici eterodossi, peraltro malvisti nel mondo accademico israeliano, come Tom Segev o Benny Morris. Sono le classi dirigenti (politici, rabbini) che a mio parere potrebbero utilmente aiutare Israele e l’ebraismo a uscire dall’età dei miti, e a entrare nella nuda storia dei fatti.Nella storia dei fatti non esistono persone o popoli esenti da colpe, errori. Né si capisce come mai Israele dovrebbe, unico, sottrarsi a quest’umana ventura. È il motivo per cui ho parlato di mitologia ebraica, e di un’antica tendenza a vivere nella metastoria piuttosto che nella storia: storia che è sempre fatta di cadute e riprese, errori e correzioni, dogmatismi e ritorno alla razionalità. Uno dei miti che mi sono apparsi ricorrenti è quello dell’antisemitismo eterno, che caratterizzerebbe la storia ebraica dai tempi della distruzione del Tempio ad opera dei romani, nel 70 d.C., ai giorni d’oggi. Mito temibile, perché esso ingenera l’illusione - come diceva Hannah Arendt - di «un’identità ebraica eternamente buona, la cui monotonia è stata turbata solo dall’altrettanto monotona cronaca di persecuzioni e di pogrom».Ne consegue l’incapacità di tanti israeliani di guardare la propria storia passata, e non solo passata. Penso in particolare alla genesi di Israele e ai rapporti tra ebrei e palestinesi, fin dall’inizio inesistenti o impossibili. E penso anche a vicende recenti: al dilatarsi di un integralismo ebraico che non di rado è sfociato nel terrorismo, entrando in una dialettica micidiale col terrore palestinese; alla condiscendenza di tanta parte della diaspora verso i molti rabbini che in Israele propugnano l’integralismo e ne legittimano le violenze. L’eccidio perpetrato dal medico colono Baruch Goldstein nella moschea di Hebron, il 25 febbraio ’94 (29 morti, tutti in preghiera come i 16 protestanti trucidati da fanatici islamici in Pakistan, il 28 ottobre scorso) è stato approvato da un certo numero di rabbini, alcuni dei quali hanno addirittura chiamato Goldstein «santo vendicatore». Le omelie del rabbino Yussuf Ovadia a Gerusalemme prendono regolarmente di mira l’Islam e i «serpenti musulmani»: «Dio si è pentito di aver creato gli arabi», ha detto il 5 agosto 2000, senza esser condannato dai principali rabbini della diaspora. È la ragione per cui ho suggerito un mea culpa non solo verso i palestinesi ma anche verso l’Islam, non senza sperare che il mea culpa venga un giorno anche dai palestinesi e dall’Islam.Ma le obiezioni più forti riguardano la nascita di Israele, e la guerra successiva alla proclamazione dello Stato il 14 maggio ’48. Molti lettori sono convinti anche in questo caso che l’innocenza sia tutta dalla parte di Israele, e le colpe tutte da parte degli arabi-palestinesi, che avrebbero «rifiutato» di convivere con gli ebrei. Alcuni ripropongono addirittura l’originario mito sionista di un «popolo senza terra in una terra senza popolo», quasi che la Palestina fosse un paese vuoto quando gli ebrei cominciarono a trasferirvisi nell’800. La verità dei fatti è diversa dalla leggenda su cui Israele ha costruito la propria identità. La politica di espulsione e spesso deportazione dei palestinesi non è successiva all’offensiva militare degli stati arabi, il giorno dopo la proclamazione dello Stato, ma la precedette, nel corso di quella che Benny Morris, in un lucido libro sulla nascita di Israele, chiama la guerra civile nella Palestina sotto mandato britannico (Benny Morris, Le Vittime, Rizzoli 2001).L’esodo di circa 700.000 palestinesi dai villaggi, prima e durante la guerra, non nacque da una strategia araba di rifiuto delle buone intenzioni israeliane. Fu attizzata da attentati terroristici ebraici (condotti a Haifa dalla Banda Stern e dall’Irgun di Begin) ma innanzitutto da un eccidio, a Deir Yassin il 9 aprile ’48, che costò la vita di 350 civili e che si incuneò come un incubo nelle memorie palestinesi e arabe, fin dall’esordio della guerra scoppiata nel maggio ’48. Sono fatti noti, prima ancora che i nuovi storici israeliani li riscoprissero. Nell’ottobre 1948, in una lettera al direttore di Commentary, Judah Magnes, presidente dell’Università ebraica, fu il solo a ergersi contro il mito della piccola nazione incolpevole: «Se gli arabi di Palestina hanno abbandonato i loro territori “volontariamente”, sotto l’urto della propaganda araba e in preda a un autentico panico, non si può dimenticare che l’argomento più potente, in questa propaganda, era la paura di una ripetizione delle atrocità compiute dal gruppo Irgun-Stern a Deir Yassin, dove le autorità ebraiche furono incapaci di prevenire l’azione o di punire i colpevoli, o non vollero farlo». Fu Magnes stesso a porre, fin da allora, la questione morale: «Ogni tentativo di affrontare una situazione umana tanto ampia da un punto diverso da quello umano e morale ci porterà in un pantano». E ancor oggi è cruciale per Israele darsi quella legittimazione etica che allora vacillò, per tanti ebrei e non ebrei. D’altronde questo è vero sempre: non si può agire né governare senza fare appello alla coscienza, specie la propria. L’idea stessa di morale non ha senso al di fuori di una qualche visione della colpa, o della responsabilità per gli sbagli commessi. È in questo quadro che ho accennato al cristianesimo cattolico, come modello europeo di apprendimento dagli errori e di responsabilizzazione personale. E non per sostenerne la superiorità o irreprensibilità, o per spingere gli ebrei a conversioni o acculturazioni, ma solo per costatare come un solo monoteismo sia stato capace di una secolarizzazione autentica, mutando strutture e natura della propria religione. È la tesi sostenuta dall’orientalista Bernard Lewis, secondo cui Islam e ebraismo sono, da questo punto di vista, più simili di quanto si creda.C’è da domandarsi se l’ebraismo sia in grado di affrontare simile secolarizzazione, ma per quanto riguarda il passato la risposta è negativa. La stessa Aufklärung ebraica (l’età dei Lumi che faceva capo a Moses Mendelssohn) fece una scelta di secolarizzazione - propugnando la separazione tra potere civile e religioso, l’indipendenza della cultura dalle certezze della fede - ma i suoi esponenti si sentirono costretti a abbandonare l’ortodossia, anche quando conservarono la consapevolezza delle proprie origini. È quello che sostiene Hannah Arendt: «Il laicismo e il sapere laico furono identificati esclusivamente con la cultura non ebraica, cosicché a questi ebrei non venne mai in mente di avviare un processo di secolarizzazione relativo alla loro stessa eredità». Accadde in tal modo che l’eredità spirituale della religione di Mosè divenne più che mai monopolio dei rabbini.Un altro punto dolente è quello che concerne la doppia lealtà nella diaspora. L’espressione è magari infelice e me ne scuso ma non è, la mia, un’argomentazione antisemita. Inquietudini analoghe - sulla società tribale che può nascere da un multiculturalismo legalistico - furono formulate da Raymond Aron e, nel 1996, dallo storico dell’arte Ernst Gombrich, in un discorso che suscitò scandalo perché negava l’esistenza di una specifica cultura ebraica in Europa («Queste definizioni preferisco lasciarle alla Gestapo: io parlo di cultura europea»).Invece di indignarsi converrebbe forse chiedersi cosa significhi oggi essere ebrei. So che non esiste praticamente risposta, ma un tentativo lo si può fare. Secondo molti, e io tenderei a aderire a tale posizione, è essenzialmente una fede religiosa. Il resto - razza, popolo nazionale, legame di sangue - è tutta materia incandescente, alla luce dei nazionalismi e di Auschwitz. Per quasi due millenni, la Terra è stata di fatto marginale nel pensiero ebraico. Era sostituita dal Libro. E certo si può capire il nazionalismo ebraico, dopo la catastrofe immane che sono stati i Lager. Si può capire anche la crisi della religione: per alcuni Dio velò il proprio volto e perfino scomparve, nella cenere dei forni. Ma siamo sulla terra per interrogare e interrogarci, e anche l’identità di un popolo o una religione possono divenire oggetto di indagine. Ci si può domandare se non sia nazionalismo etnico, quello che resta dell’ebraismo. Se le sue forme non siano perniciose, nella politica israeliana come palestinese, anche il giorno in cui fra i due Stati s’innalzerà quel muro che tanti auspicano, illudendosi che esso scioglierà ogni nodo di ieri e di oggi. Pernicioso perché in ambedue i casi lo sciovinismo si collega al concetto religioso di popolo eletto. Ci si può domandare se Israele e la diaspora facciano bene a vedere il mondo come raffigurazione di un antisemitismo eterno, e se sia giusto che la shoah continui a essere elemento fondante dell’ebraismo statuale e spirituale.Infine ci si può chiedere se gli ebrei non siano in qualche modo affezionati al proprio dolore: paradossalmente, a forza di chiamarlo destino, molti di loro dimenticano il pericolo concreto che hanno di fronte. Ci si può chiedere se l’antisemitismo non sia durevolmente divenuto un «elisir di vita» (Lebenselixier), come lo chiamava Theodor Herzl quando fondò il sionismo: una minaccia che conferisce identità all’ebreo, quasi più della preghiera. Sono domande che questa polemica giornalista ha reso ancora più attuali, ed è il motivo per cui vale la pena sforzarsi insieme e tentare di attenuare il timore di tanti pensatori ebrei: il timore che l’ebraismo abbia bisogno di crearsi sempre nuove emergenze, per provare la propria esistenza individuale o collettiva. Il timore che non ci sia più il cavaliere, dentro l’armatura vuota.

 

Uri Avnery
L'odore della guerra

 

Il testo inglese di questo articolo, The Smell of War,
può essere consultato sul sito di Gush Shalom :
http://www.gush-shalom.org/

8 febbraio 2003

Questa guerra non riguarda il terrorismo. 

Questa guerra non riguarda le armi di distruzione di massa.

Questa guerra non riguarda la democrazia in Irak.

Si tratta di qualcos'altro.

 

Rispetto al terrorismo: Saddam Hussein è un dittatore crudele, ma l'idea che possa avere legami con Osama Bin Laden è ridicola. Saddam dirige la sezione irakena del Baas, un partito molto laico. Bin Laden è un fondamentalista islamico, e Al Qaeda vuole la distruzione di tutti i regimi laici nella nostra regione. Chi ha inventato una tale menzogna è un ignorante o un cinico che crede si possa ingannare tutto il mondo almeno per un certo tempo.

 

Rispetto alle armi di distruzione di massa: gli Stati Uniti hanno sostenuto Saddam quando utilizzava gas tossici contro gli Iraniani (e i loro alleati kurdi in Irak). All'epoca, l'America aveva interesse a neutralizzare gli Iraniani. Oggi, ci sono armi chimiche e biologiche nella maggior parte dei paesi di questa regione, compresi Egitto, Siria e Israele, uno di quelli che possiedono armi nucleari.

 

Rispetto alla democrazia, gli Americani non sanno che farsene. Alcuni dei loro migliori amici nel mondo islamico sono dei dittatori, più o meno crudeli di Saddam. Come dice il vecchio adagio americano: «E' un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana».

Allora, perché la guerra?

In una parola: il petrolio.

 

C'è un forte odore di petrolio nell'aria. Se non lo si sente, non si può comprendere cosa sta succedendo. Ma una volta che si sia compreso tutto quello che è in gioco, le azioni di Bush & Co., per ciniche e ipocrite che siano, non sono meno logiche.

Ecco dunque quali sono gli obiettivi della guerra americana:

* Impadronirsi delle immense riserve di petrolio dell'Irak, fra le più importanti del mondo.

* Assicurare il controllo americano sulle enormi riserve di petrolio del vicino Mar Caspio.

* Rafforzare il controllo americano indiretto sul petrolio in tutti gli Stati del Golfo, come l'Arabia Saudita, il Kuwait e l'Iran.

 

Il controllo della maggior parte delle riserve petrolifere del mondo libererà a lungo gli Americani dai capricci del mercato del petrolio. Loro, e solo loro, avranno diritto di decidere su queste riserve. Loro, e solo loro, fisseranno il prezzo del petrolio nel mondo intero. Se vorranno che i prezzi salgano, saliranno. Se vorranno che scendano, scenderanno. Con un semplice gesto, potranno sferrare un colpo fatale alle economie della Germania, della Francia e del Giappone. Nessun paese al mondo sarà in grado di opporsi a loro. Non è sorprendente che Germania e Francia si oppongano alla guerra. Questa è diretta contro di loro.

 

Si sostiene che gli Americani abbiano l'intenzione di entrare in Irak, stabilirvi la democrazia e partire. Questa idea è grottesca.

 

Gli USA entrano in Irak per restarci, per anni e decenni. La loro presenza fisica nel mondo arabo e musulmano creerà una nuova realtà geopolitica.

 

Sicuramente, non è la prima volta che un grande impero utilizza il suo potere militare per insediare la sua dominazione economica. La storia è piena di esempi. Si potrebbe dire che tutta la Storia ne è un esempio. Ma non c'è mai stata una superpotenza come gli Stati Uniti, senza alcun rivale, che utilizzasse la sua immensa potenza militare per assicurare la sua dominazione sull'economia mondiale per generazioni a venire.

 

Da questo punto di vista, la prossima guerra sull'Irak - una «piccola» guerra, militarmente parlando - avrà una portata storica.

 

Di certo, Bush tenterà di mettere in piedi un governo locale irakeno, al fine di mimetizzare l'occupazione americana e gli darà una certa legittimità. Ci sono numerosi volontari pronti a servire come Quisling. Ancora una volta, Bush potrà scegliere qualche nuovo Saddam Hussein, un dittatore nominato dagli USA.

 

Ma la guerra è la guerra. La guerra comincia in generale con un piano ben preparato, ma anche il «miglior» piano, applicato dalla più grande potenza militare, può andare male. Le masse arabe possono sollevarsi contro i loro governi corrotti, apatici, sostenuti dagli Americani. I Turchi possono perpetrare un massacro nel nord dell'Irak per schiacciare i Kurdi una volta per tutte, e nessuno sa come potrebbe andare a finire. I luoghi santi degli sciiti nel sud dell'Irak, vicini all'Iran, possono essere causa di problemi.

 

Quali saranno le conseguenze di tutto questo per Israele? O, per utilizzare la vecchia espressione: «E' un bene per gli Ebrei?»

 

Le relazioni fra Bush e Sharon sono quasi simbiotiche. Dal punto di vista di Sharon, la presenza massiccia degli Stati Uniti nella nostra regione rafforza Israele e gli permetterà di mettere in opera il suo piano segreto.

 

Ma, come si dice in ebraico, «c'è una spina nella coda del montone». L'occupazione permanente dell'Irak trasforma gli Stati Uniti in una sorta di potenza «araba», che ha un interesse vitale alla stabilità e alla tranquillità della regione. Essi vorranno impedire con tutti i mezzi il caos nei paesi arabi - prima, durante e dopo la guerra.

 

Sharon e i suoi generali hanno, al contrario, interesse a che ci sia più caos possibile, al fine di utilizzarlo per «trasferire» milioni di Palestinesi sull'altra riva del Giordano. C'è qui un conflitto di interessi fra Bush e Sharon.

 

Sharon, persona estremista ma prudente, sa che non deve in alcuna circostanza irritare Bush. Agirà con cautela. Lui possiede tesori di pazienza e di caparbietà. Cercherà di ottenere da Bush il permesso di trasferire (almeno una parte) dei Palestinesi, di uccidere Arafat («Se Saddam, perché non Arafat?») e di annientare il popolo palestinese.

 

Bush, quanto a lui, desidererà che Israele se ne stia tranquillo, molto tranquillo. Nello stesso tempo, può utilizzare la minaccia di Israele per assicurarsi che gli Arabi, anch'essi, resteranno tranquilli, molto tranquilli. Minaccerà i dirigenti arabi, che muoiono di paura all'idea di una sollevazione dei loro popoli, di sciogliere la briglia a Sharon se non si comporteranno come si deve.

 

Tutto ciò è bene per Israele? Dai punti di vista economico, sociale e della sicurezza, la risposta è no. Noi entriamo in una fase di avventurismo, con l'avventuriero n°1 alla testa del nostro Stato. La terra tremerà nella nostra regione e nessuno può prevedere i pericoli che sono in agguato. Una sola cosa è certa: questo non apporterà la pace.

 

Io non faccio parte di quelli che possono parlare della guerra con serenità. Io ho visto la guerra, conosco il suo volto. Io vedo le migliaia di persone che saranno uccise, le decine di migliaia che saranno ferite e mutilate, le centinaia di migliaia che diventeranno profughi, le famiglie rovinate, l'oceano di lacrime e la sofferenza umana.

Io mi associo ai milioni di quelli che, attraverso il mondo, dicono NO.

25 marzo 2006

© Solidarité-Palestine - E-mail: webmaster@solidarite-palestine.org


 

IL GRANDE GIOCO



Israele ed USA uniti contro il mondo: l'aggressivita' di Israele e' sempre stata fattore destabilizzante per il Medioriente fin dall'anno della sua creazione come bastione degli interessi americani nell'area

di Uri Avnery, pacifista israeliano

Alcune settimane fa, e' accaduto qualcosa di curioso: Israele ha scoperto che l'Iran e' il Grande Satana.

E' accaduto abbastanza improvvisamente. Non c'e' stata alcuna notizia sensazionale precedentemente, nessuna scoperta. Come per ordine di un drill-sergeant, l'intero apparato israeliano ha mutato direzione. Tutti i politici, i generali, i media ufficiali, con il solito baccano concertato, tutti insieme hanno scoperto, in una notte, che l'Iran e' l'immediato, vero e terribile pericolo.

Con un eccezionale tempismo, in quello stesso momento veniva sequestrata una nave che, cosi' ci hanno detto, trasportava armi iraniane ad Arafat. E, in quello stesso momento, a Washington, Shimon Peres, un uomo per tutte le stagioni e servo di tutti i padroni, si avvicinava ad ogni diplomatico che incrociava ed a tutti raccontava la stessa storia di migliaia di missili iraniani dati agli Hezbollah. Si', si', gli Hezbollah (inclusi da Bush nella famigerata lista delle "organizzazioni terroristiche") stanno ricevendo armi orribili dall'Iran (incluso da Bush nell' "Asse del Male") per minacciare Israele, il prediletto del Congresso.

Vi sembra folle? Affatto! In questa follia c'e' metodo.

La faccenda e' semplice da spiegare. L'America e' ancora infuriata per l'attacco alle Torri gemelle. Ha appena vinto una guerra stupefacente in Afghanistan senza sacrificare quasi nessun soldato americano. Ora e' ferma, furiosa ed ubriaca per la vittoria, e non sa chi attaccare. L'Iraq? La Corea del Nord? La Somalia? Il Sudan?

Il Presidente Bush non puo' fermarsi proprio ora, non si puo' sciupare una simile immensa concentrazione di potere. Inoltre, Bin Laden non e' stato ancora ucciso. La situazione economica e' disastrata, Washington e' scossa da uno scandalo di proporzioni gigantesche (Enron). Il pubblico americano non deve sentirsi demoralizzato da tutto cio'.

Ed ecco che arrivano i leaders di Israele e cominciano a gridare dal tetto: l'Iran e' il nemico! L'Iran deve essere attaccato!

Chi ha preso questa decisione? Quando? Come? E, piu' importante, dove? Chiaramente non in Israele, ma a Washington DC. Una componente importante dell'amministrazione USA ha dato un segno ad Israele: Inizia una massiccia offensiva politica per indirizzare la pubblica opinione, i media ed il Congresso americani.

Chi sono questi elementi? E quali sono i loro interessi? C'e' bisogno di una spiegazione piu' dettagliata.

La risorsa terrestre piu' ambita sono i giganteschi giacimenti di petrolio della regione del Mar Caspio, i quali sfidano la ricchezza di quelli sauditi. Si ritiene che nel 2010 essi produrranno 3,2 miliardi di barili di greggio al giorno, che vanno ad aggiungersi ai 4850 miliardi di piedi cubici di gas naturale all'anno.

Gli Stati Uniti sono determinati a (1) ottenerne il possesso, (2) eliminare tutti i potenziali rivali, (3) salvaguardare l'area politicamente e militarmente, e (4) riuscire a trovare una via che, dai giacimenti, arrivi al mare aperto.

Questa campagna e' sostenuta da un gruppo di persone alle quali appartiene anche la famiglia Bush. Insieme all'industria degli armamenti, questo gruppe include sia George Bush senior, che il George junior appena eletto. Il Presidente degli USA e' una persona sempliciotta, il suo mondo mentale ed intellettivo e' piuttosto limitato, ed i suoi discorsi sono primitivi, provocano caricature, come un Western di seconda categoria. Va bene per la massa. Ma i suoi manipolatori sono persone sofisticate ed astute, davvero. Sono loro che guidano, in realta', l'amministrazione.

L'attacco alle Torri gemelle ha reso il loro lavoro incredibilmente facile. Osama Bin Laden non ha compreso di servire, con le sue azioni, gli interessi americani. Se credessi alla Teoria della Cospirazione, penserei che Bin Laden e' un agente segreto americano. Non credendovi, sono portato, piuttosto, a stupirmi di fronte alla coincidenza.

La "Guerra al Terrorismo" di Bush costituisce un pretesto perfetto per la campagna orchestrata dai manipolatori. Sotto la copertura di questa guerra, l'America ha ottenuto il controllo totale sulle tre piccole nazioni islamiche che circondano i giacimenti di petrolio: Turkmenistan, Uzbekistan e Kyrgyzstan. L'intera regione e' ora sotto il completo controllo americano, sia militare che politico. Tutti i potenziali rivali - primi tra tutti Russia e Cina - sono stati eliminati.

Da lungo tempo, gli americani stavano studiando quale fosse il tragitto migliore per trasportare il petrolio del Caspio al mare. Le rotte che passavano attraverso le zone di influenza russa sono state scartate. La competizione ottocentesca tra Gran Bretagna e Russia, denominata il "Grande Gioco", continua oggi tra America e Russia.

Fino a poco fa, la rotta occidentale, che passava attraverso il Mar Nero e la Turchia, sembrava la piu' gettonata, ma c'e' da dire che agli americani non piaceva molto. La Russia era ancora troppo vicina.

La rotta migliore era a sud, verso l'Oceano Indiano. L'Iran non era stata presa affatto in considerazione, essendo guidata da un "manipolo di fanatici". Rimaneva una rotta alternativa: dal Mar Caspio, attraverso l'Afghanistan e la parte occidentale del Pakistan (chiamata Belucistan), all'Oceano Indiano. Per questo gli americani condussero delle trattative, abbastanza amichevolmente, con il regime dei Taleban. Non ottennero granche'. Quindi inizio' la "Guerra contro il Terrorismo", gli USA conquistarono tutto l'Afghanistan ed installarono i loro agenti come nuovo governo. Il dittatore pakistano fu anch'egli piegato al volere americano.

Se si guardano le mappe delle grandi basi americane create per la guerra, si rimane colpiti dal fatto che sono sistemate sulla rotta dell'oleodotto progettato per trasportare il petrolio all'Oceano Indiano.

E cio' avrebbe dovuto essere la fine della storia, ma, come si sa, l'appetito vien mangiando. Gli americani hanno imparato due cose dall' esperienza afghana: (1) che ogni paese puo' essere piegato attraverso bombardamenti sofisticati, senza mettere in pericolo la vita di nessun soldato, e (2) che la forza militare ed i soldi dell'America possono insediare governi-fantoccio dovunque.

Quindi a Washington si e' fatta strada una nuova idea: perche' l'oleodotto dovrebbe "circumnavigare" l'Iran se e' possibile costruirne uno piu' breve passante per lo stesso Iran? Si deve soltanto far cadere il governo iraniano ed installare un governo filo-americano. Nel passato cio' sembrava impossibile. Ora, dopo l'episodio afghano, il progetto sembra molto verosimile. Bisogna solo preparare l'opinione pubblica americana ed ottenere il sostegno del Congresso prima di sferrare un attacco all'Iran.

Per questo obiettivo, c'e' bisogno dei servigi israeliani. Israele ha un'enorme influenza sul Congresso e sui media. Funzionera' cosi': ogni giorno i generali israeliani dichiarano che l'Iran sta producendo armi di distruzione di massa e che minaccia lo stato ebraico di un secondo Olocausto. Sharon annuncia che il sequestro di una nave iraniana carica d'armi dimostra che Arafat e' collegato alla cospirazione iraniana. Peres dice a tutti che i missili iraniani minacciano il mondo intero. Ogni giorno qualche giornale americano annuncia che Bin Laden e' in Iran o presso gli Hezbollah libanesi.

Il presidente Bush sa come ricompensare coloro che lo servono a puntino. Sharon ha ottenuto mano libera per opprimere i palestinesi, arrestare Arafat, assassinare i militanti ed espandere gli insediamenti. E' semplice, lo scambio: tu mi procuri il sostegno della stampa e del Congresso, io ti servo i palestinesi su di un piatto d'argento.

Questo non potrebbe accadere se l'America avesse ancora bisogno del supporto di alleati europei ed arabi. Ma in Afghanistan gli americani hanno capito che non hanno piu' bisogno di alcuno. Possono sputare negli occhi dei pietosi regimi arabi, sempre a caccia di sostegno finanziario, e anche dell'Europa. Chi ha bisogno delle insignificanti armate britanniche o tedesche quando l'America, da sola, e' piu' potente di tutti gli eserciti del mondo messi assieme?

L'idea della cooperazione israelo-americana contro l'Iran non e' nuova per Sharon. Al contrario, nel 1981, quando egli era ministro della Difesa in Israele, offri' al Pentagono un piano ben disegnato: nel momento in cui Khomeini si sarebbe dimesso, l'esercito israeliano avrebbe immediatamente occupato l'Iran in attesa dell'arrivo degli americani. A tale proposito, il Pentagono avrebbe dovuto rifornire Israele delle armi piu' sofisticate, da trattenere nel paese per essere usate dagli americani nell'operazione.

A quel tempo, il Pentagono non accetto' l'idea. Ora, la cooperazione e' stata ridefinita con un differente background.

Quale conclusione otteniamo da tutto cio'? Innanzitutto dobbiamo tenere ben presente che una reazione iraniana ad un eventuale attacco americano potrebbe farci molto male. Ci sono missili. Ci sono armi chimiche e batteriologiche. Inoltre, quelli tra noi che desiderano la pace, non dovrebbero fare affidamento sull'America. Tutto dipende da noi, israeliani e palestinesi.

Il nostro sangue e' piu' prezioso del petrolio del Mar Caspio. Almeno per noi.

L'altra America


Il capo degli ispettori dell'Onu, Hans Blix, chiede altro tempo: Saddam Hussein collabora, sta distruggendo le sue armi secondo la risoluzione 1441. Ma non c'è più tempo, il presidente degli Stati uniti, ispirato dal dio degli eserciti, ha ormai lanciato l'ultimatum estremo: nessun se e nessun ma. Dieci giorni per disarmare, poche altre ore a Saddam per consegnarsi all'armata del bene. Poi, un diluvio di fuoco sull'Iraq; e indipendentemente dall'esito della seconda risoluzione del consiglio di sicurezza. A un simile progetto si oppongono la Francia, la Germania, la Russia, la Cina. Esse negano che vi siano le condizioni previste per l'uso della forza e insistono sulla possibilità attuale di ottenere pacificamente il completo disarmo di Baghdad. La spaccatura nel consiglio di sicurezza delle Nazioni unite non corrisponde all'opinione pubblica mondiale. Quest'ultima, nella sua immensa maggioranza, in Europa, nel mondo arabo e musulmano, nei paesi del Sud, esprime un'opposizione decisa alla guerra, come hanno mostrato le manifestazioni del 15 febbraio. Anche negli Stati uniti, al di là dell'unanimismo di facciata, reso possibile dall'incredibile sottomissione al potere dei media, si esprime un'altra America: quella che dice no all'avventura militare (si legga il dossier da pagina 6 a pagina 19).

Edward W. Said
Ai primi di febbraio la stampa ha riferito, in un breve trafiletto, la notizia di un fondo di dieci milioni di dollari donati dal principe saudita Walid Ibn Talal all'Università americana del Cairo per istituirvi una facoltà di studi americani. Subito dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, questo giovane miliardario aveva spontaneamente offerto dieci milioni di dollari alla città di New York, spiegando di voler rendere così un tributo alla città colpita, e invitando nel contempo gli Stati uniti a riconsiderare la loro politica mediorientale. Ovviamente, si riferiva al sostegno totale e incondizionato dell'America nei confronti di Israele, ma anche, più in generale, alla politica americana di denigrazione, o quanto meno di scarso rispetto per l'islam.
In un moto di isterica rabbia Rudolph Giuliani, allora sindaco di New York (la città con il più alto numero di residenti ebrei a livello mondiale) rispedì senza cerimonie l'assegno al principe: un gesto sprezzante, di ingiurioso dispetto, che oserei definire razzista, con il quale Giuliani intendeva evidentemente proiettare l'immagine di una New York intrepida e refrattaria a qualsiasi interferenza esterna; e al tempo stesso lusingare, con un atto tutt'altro che educativo, un elettorato ebraico generalmente ritenuto compatto ed unanime.
Nella sua rozzezza, il comportamento di Rudolph Giuliani ricalca un gesto compiuto nel 1995 (a due anni dalla firma degli accordi di Oslo) quando rifiutò di ammettere Yasser Arafat a un concerto alla Philarmonic Hall al quale erano invitate tutte le personalità presenti all'Onu. Atti del genere rientrano nel repertorio della teatralità di bassa lega in auge presso molti mediocri politici con cariche elettive nelle maggiori città americane, e in quanto tali sono perfettamente prevedibili. Quella somma era stata offerta a una città ferita da un attacco atroce, che certo avrebbe potuto farne buon uso; ma per il sistema politico americano e i suoi protagonisti Israele deve essere anteposto a qualsiasi altra considerazione. Giuliani aveva giocato d'anticipo, prima ancora di sapere quale sarebbe stata la posizione dell'agguerritissima lobby filo-israeliana. E quindi nessuno oggi può dire cosa sarebbe accaduto se il denaro non fosse stato rispedito al mittente. Come ha scritto la nota narratrice e saggista Joan Didion in un articolo pubblicato dalla New York Review of Books (1), l'America ha sempre tentato, in base a un principio formulato per la prima volta dal presidente Roosevelt, di sostenere contemporaneamente, contro ogni logica, sia la monarchia saudita che lo stato d'Israele. Tanto che ormai «non siamo più neppure in grado di discutere di un qualsiasi tema suscettibile di scalfire i nostri rapporti con il governo in carica in Israele». Tutto questo rischia di confermare una visione in gran parte fittizia della realtà americana. Di fatto, da almeno tre generazioni i politici e leader arabi, così come i loro consiglieri (formatisi peraltro il più delle volte in università degli Usa) definiscono e orientano le politiche dei rispettivi paesi basandosi su una visione di questo tipo, incoerente oltre che fantasiosa. Il concetto di fondo, certo, è che «gli americani» dettano legge in tutto e per tutto, ma non appena si passa a un livello più dettagliato s'incontrano le opinioni più variegate e contraddittorie, che vanno dagli Stati uniti come cospirazione ebraica all'immagine di un'America dispensatrice inesausta di buoni sentimenti e aiuti per gli oppressi, passando per quella di un paese interamente in mano a una sorta di figura olimpica: l'uomo bianco che siede alla Casa bianca.
Negli ultimi vent'anni, in occasione dei miei frequenti incontri con Yasser Arafat, ho tentato molte volte di fargli presente la complessità della società americana; un paese che certo non potrebbe essere governato come, ad esempio, la Siria. In questa realtà pervasa da ogni sorta di correnti, interessi, pressioni e retaggi storici, il modello di potere e di autorità che si è imposto è assai diverso, e merita di essere studiato. Avevo anche mobilitato il mio amico Eqbal Ahmad, ora scomparso, che fu non solo un profondo conoscitore della società americana, ma anche un insigne teorico e storico dei movimenti anti-coloniali e di liberazione nazionale nel mondo. Ahmad aveva approfondito tra l'altro i rapporti tra l'Fln algerino e il governo francese durante la guerra del 1954-62, e il comportamento adottato dai vietnamiti durante i negoziati con Henry Kissinger negli anni '70. In questo senso c'è un contrasto stridente tra i leader dei movimenti di liberazione dell'Algeria e del Vietnam, che conoscevano a fondo i loro avversari, e quelli palestinesi: la loro idea dell'America è quasi caricaturale, basata il più delle volte sul sentito dire o su una lettura superficiale di Time. Quanto ad Arafat, la sua ossessione era riuscire a farsi ricevere personalmente alla Casa bianca per parlare con quel bianco tra i bianchi che per lui era William Clinton. E forse pensava che trattare con lui sarebbe stato come mettersi d'accordo con un Hosni Mubarak in Egitto, o un Hafez al Assad in Siria. Nel frattempo, però Clinton si rivelò una tipica creatura, oltre che un artefice della politica americana, capace di sedurre e confondere i palestinesi con il suo fascino e la sua capacità di manipolazione, a tutto danno di Arafat e dei suoi, senza che la loro visione semplicistica dell'America cambiasse di una virgola. Nulla è mutato, in questo senso, negli ultimi cinquant'anni. E se si chiede loro come faranno a resistere, ad agire politicamente in un mondo ormai dominato da un'unica iperpotenza, i più alzano le braccia con il gesto disperato dell'amante deluso: con l'America, si sente dire spesso, non c'è niente da fare.
Ma un altro aspetto, più incoraggiante, s'intravede nella recente iniziativa del principe Walid di finanziare un centro di ricerche.
A questo proposito le mie sono soltanto ipotesi. So comunque per certo che a parte alcuni corsi o seminari di letteratura o politica americana tenuti, in ordine sparso, in varie università del mondo arabo, non è finora mai esistito, neppure presso istituzioni quali le università americane del Cairo e di Beirut, un Centro accademico specializzato nell'analisi sistematica e scientifica della società americana, della sua popolazione e della sua storia. Ora, la mia tesi è che in un mondo dominato da una grande potenza ormai senza rivali né limiti di sorta, abbiamo tutti un bisogno vitale di conoscere quanto è umanamente possibile sulla sua vorticosa dinamica. E ritengo che questo debba comportare tra l'altro anche la padronanza dell'inglese, che manca a molti dei leader arabi. Certo, l'America è il paese di McDonald's, di Hollywood, dei jeans, della Coca-cola, della Cnn - prodotti d'esportazione che si trovano ovunque, in virtù della globalizzazione; ed è il paese delle grandi imprese multinazionali e della voglia di generi di consumo comodi e facili, peraltro diffusa, a quanto pare, in tutto il mondo. Ma dobbiamo anche essere consapevoli delle fonti da cui tutto questo proviene, così come dell'interpretazione da dare ai processi culturali e sociali ad essi sottesi. Una comprensione che appare anche più importante da quando i pericoli di un'idea dell'America eccessivamente semplicistica, statica e riduttiva sono emersi in tutta la loro evidenza.
Nel momento in cui scrivo, gran parte del mondo è sotto il tallone degli Stati uniti (oppure ha stretto con essi un'alleanza esclusivamente opportunistica, come l'Italia o la Spagna), mentre l'iperpotenza si prepara a una guerra profondamente impopolare contro l'Iraq. Se non fosse per le dimostrazioni e le proteste tuttora in atto, esplose unicamente e interamente a livello popolare, in tutto il mondo il 15 febbraio scorso, questa guerra contro l'Iraq non sarebbe altro che un atto impudente di cinico, incontrastato dominio. Ma la contestazione da parte di tanti americani, scesi in piazza non diversamente dagli europei, asiatici, africani e latinoamericani, così come le prese di posizione della stampa di molti paesi, stanno quanto meno a dimostrare una presa di coscienza del fatto che l'America - o piuttosto l'esiguo gruppo di uomini oggi al governo del paese, si propone di conseguire l'egemonia mondiale. Che fare allora?
Vorrei tratteggiare rapidamente lo straordinario panorama dell'America di oggi, visto da un cittadino americano come me che per anni ha potuto vivere confortevolmente in questo paese, pur conservando, grazie alle sue origini palestinesi, la visione comparativa di uno straniero. Il mio proposito è semplicemente di suggerire alcuni strumenti di comprensione, di intervento e, se mi è concesso usare questo termine, di resistenza nei confronti di un paese che non è affatto monolitico come generalmente si tende a credere. Religione, bandiera, storia patria C'è una differenza tra l'America e i classici imperi del passato, che hanno anch'essi sempre ribadito la propria totale originalità e determinazione a non ricadere nelle ambizione smisurate degli imperialismi precedenti. Ciò che distingue in particolare gli Stati uniti è la loro sorprendente ostentazione di benignità, innocenza e di un quasi celestiale altruismo. A sostegno di questa pericolosa illusione è stata reclutata una nuova falange di intellettuali dal passato liberal o di sinistra, che storicamente si erano schierati contro le guerre americane all'estero, ma sono oramai disponibili a sostenere quest'idea di un impero della virtù e del bene. E lo fanno con una varietà di toni e di stili, che vanno dal patriottismo demagogico a un più o meno dissimulato cinismo. Certo, gli eventi dell'11 settembre hanno avuto un ruolo in questo voltafaccia. Ma il fatto più sorprendente è che nel loro orrore, gli attacchi alle torri gemelle e al Pentagono sono trattati come se fossero nati dal nulla, e non preparati in qualche paese d'oltre-oceano, reso farneticante dall'ubiqua presenza dell'America e dal suo interventismo. Naturalmente, questa considerazione non va intesa come un alibi per il terrorismo islamico, che dev'essere condannato da ogni punto di vista. Va però notato che le analisi ortodosse dell'azione americana, in Afghanistan ieri e oggi contro l'Iraq, ignorano il senso delle proporzioni e non tengono minimamente conto della prospettiva storica.
Ciò che i nuovi «falchi liberal» fingono di non vedere è la massiccia, decisiva presenza della destra cristiana (così simile all'estremismo islamico nel suo fervore moralistico) negli Stati uniti di oggi.
La visione del mondo alla quale si ispira è tratta soprattutto dall'Antico Testamento, e coincide in larga misura con quella israeliana. Un aspetto peculiare dell'alleanza tra i neo-conservatori filoisraeliani e i cristiani estremisti è il particolare favore con cui questi ultimi vedono il sionismo. Di fatto, lo considerano come il modo migliore per convogliare tutti gli ebrei in Terra Santa e preparare la strada alla seconda venuta del Messia; allora gli ebrei dovrebbero scegliere tra la conversione al cristianesimo o l'annientamento. Ma queste tesi teologiche sanguinarie e violentemente antisemite di solito non vengono citate nei discorsi dei cristiani fondamentalisti americani, e sono ovviamente ignorate dagli ambienti ebraici filoisraeliani.
Tra tutti i paesi del mondo, l'America è quello che più esplicitamente si richiama alla religione. La vita della nazione - dalle scritte su edifici e monumenti a quelle incise sulle monete - è tutta permeata di riferimenti a Dio, frequenti anche nelle più locuzioni più comuni, quali «in God we trust», «God's country», «God Bless America». La base elettorale di George W. Bush comprende da 60 a 70 milioni di uomini e donne che come lui credono di aver incontrato Gesù e di essere sulla terra per compiere l'opera di dio nel paese di dio.
Taluni giornalisti e sociologi (come Francis Fukuyama) hanno sostenuto che la contemporanea religiosità americana nasce da un'aspirazione comunitaria e dalla nostalgia per un senso di stabilità da tempo perduto, dato che il 20% circa della popolazione cambia di continuo casa e lavoro. Sono considerazioni che hanno indubbiamente un fondamento di verità; ma questa religiosità è caratterizzata soprattutto dalla tendenza alle illuminazioni profetiche e della fede incrollabile in una missione apocalittica, del tutto avulsa dalla concretezza e complessità del mondo reale. Un altro fattore determinante è rappresentato dall'enorme distanza che separa gli Stati uniti dalle turbolenze del resto del mondo. I soli due stati confinanti sul continente americano, il Canada e il Messico, non hanno una grande capacità di moderare gli slanci.
Nel loro insieme, questi fattori convergono in un'ideologia che alimenta l'idea di un'America virtuosa e benefica, portatrice di libertà e di progresso economico e sociale: un'immagine onnipresente nella vita quotidiana, tanto da apparire come una realtà assolutamente naturale e incontrovertibile. America è sinonimo del Bene, di perfetta lealtà e perfetto amore. E una venerazione non minore è tributata ai Padri fondatori e alla Costituzione - che in effetti è un documento straordinario, ma pur sempre di origine umana. Il retaggio di quell'epoca è profondamente sentito come il punto d'ancoraggio dell'autenticità americana. In nessun altro paese la bandiera ha una tale valenza iconografica.
La si vede dovunque - sui taxi, sui risvolti delle giacche, sulle facciate delle case, alle finestre, sui tetti. È la principale incarnazione della nazione, simbolo dell'eroica resistenza di una comunità assediata da nemici indegni. Il patriottismo rimane tuttora la prima delle virtù americane, ed è strettamente legato allo spirito religioso e alla convinzione di essere sempre dalla parte della ragione, non soltanto all'interno dei propri confini ma dovunque nel mondo. Un patriottismo che può manifestarsi persino nell'atteggiamento consumistico - come quando gli americani vennero esortati, dopo l'11 settembre, a spendere di più, alla faccia dei malvagi terroristi.
Ecco dove il presidente Bush e i suoi sottoposti - i vari Donald Rumsfeld, Colin Powell, John Ashcroft e Condoleezza Rice - hanno potuto attingere a piene mani per mobilitare l'apparato militare destinato a fare la guerra a un paese a 7.000 km di distanza, con l'obiettivo di «farla finita con Saddam», come ormai si va ripetendo dovunque. A tutto questo sono però sottesi i meccanismi capitalistici, che oggi stanno andando incontro a cambiamenti non solo radicali, ma a mio parere anche destabilizzanti. L'economista Julie Schor ha dimostrato (2) che gli americani lavorano più a lungo di trent'anni fa, guadagnando relativamente di meno. Ma finora, a livello politico i dogmi liberisti dell'economia di mercato non sono mai stati oggetto di una discussione seria e sistematica. Come se a nessuno fosse mai venuto in mente che qualcosa andrebbe cambiato in un sistema in cui la stretta alleanza tra il governo federale e il grande capitale non riesce neppure ad assicurare ai cittadini americani un minimo di copertura sanitaria universale e un livello di istruzione decente.
Ma le notizie di borsa hanno la precedenza su qualsiasi analisi o revisione del sistema.
Ho cercato di elencare, sia pure sommariamente, gli elementi costitutivi di quel consenso americano sfruttato dai politici, che procedono a forza di semplificazioni, riducendo tutto a una serie di slogan.
Ma in questa società, che di fatto è straordinariamente complessa, esistono anche numerose correnti contrarie e alternative. Le crescenti resistenze alla guerra, che il presidente tenta di minimizzare, provengono da un'altra America, più informale, in gran parte ignorata o travisata dai grandi media - dal New York Times alle emittenti televisive, passando per la maggior parte delle maggiori riviste e case editrici.
Non si era mai arrivati a una così spudorata, scandalosa complicità tra l'informazione televisiva e le smanie belliciste del governo in carica. Ormai i telespettatori che seguono abitualmente la Cnn o di una delle altre grandi emittenti generaliste parlano con eccitazione del malefico Saddam e di quanto il «nostro» intervento sia urgente e necessario, per fermare il mostro prima che sia troppo tardi. Come se non bastasse, i vari canali sono ormai monopolizzati da veterani dell'esercito, esperti di terrorismo e politologi specializzati nelle questioni mediorientali, che il più delle volte non conoscono neppure una delle lingue della regione, e magari non hanno mai messo piede in Medioriente. Ma non per questo rinunciano ad arringare i telespettatori, in un gergo infarcito di luoghi comuni, sostenendo che «noi» dobbiamo occuparci dell'Iraq. Senza dimenticare di attrezzare le nostre finestre e le nostre automobili per proteggerci in caso di attentati con gas letali.
Questo consenso, proprio perché scientemente costruito e gestito, è come immerso in una sorta di presente atemporale, per il quale il concetto stesso di storia è anatema. Nei discorsi pubblici, il termine stesso di storia è usato sistematicamente in senso spregiativo, come indica una locuzione diffusa negli Stati uniti: «you're history» (sei un reperto storico, un pezzo da museo, cioè un rottame). D'altra parte, la storia nella sua accezione positiva è ciò che ogni cittadino americano è tenuto a credere, senza alcun tipo di analisi storica o di spirito critico, del suo paese (ma non del resto del mondo, definito come «vecchio», generalmente arretrato e quindi irrilevante).
A questo riguardo si può notare tuttavia una curiosa contraddizione.
A livello popolare, è come se la gente pensasse che gli Stati uniti siano in qualche modo al disopra, o al di là della storia; ma al tempo stesso, è assai diffusa una vera e propria ossessione per ogni sorta di riferimenti storici, dalle più infime tematiche regionali fino ai vasti orizzonti degli imperi mondiali. Vale la pena ricordare un esempio in questo campo. Dieci anni fa è esplosa nella sfera pubblica una grossa polemica sull'insegnamento della storia nelle scuole. Da parte di uno degli schieramenti si sosteneva che la storia degli Stati uniti dovesse essere insegnata senza ombre né sfumature, come una vicenda eroica, edificante per le giovani menti. In altri termini, ciò che importava non era la verità storica ma la «correttezza ideologica», per formare cittadini docili e pronti ad accettare per buoni una serie di assiomi immutabili sugli Stati uniti, sia sul piano interno che nei loro rapporti con il resto del mondo. Perciò i libri di testo dovevano essere epurati da ogni elemento di divisione indotto dal cosiddetto «postmodernismo» (lo schiavismo, la condizione delle minoranze, delle donne).
Ma il tentativo di imporre criteri tanto risibili non è andato in porto. Ecco come Linda Symcox ha riassunto l'intera vicenda: «Viene da pensare che questo tentativo [neo-conservatore] sia ispirato a un malcelato desiderio di inculcare agli studenti una visione della storia consensuale e relativamente aconflittuale. Ma il tutto è finito con una netta inversione di rotta. Grazie all'opera degli storici e dei sociologi che hanno curato la redazione del testo, il documento destinato a impartire le direttive per l'insegnamento si è trasformato in veicolo di quella stessa visione pluralistica che il governo aveva tentato di contrastare. Così, in definitiva il progetto di imporre una versione consensuale della storia (...) è stato contrastato da storici non indifferenti a temi quali la giustizia sociale e la redistribuzione del potere, e che ritengono necessaria una lettura più articolata del passato (3)».
In una sfera pubblica per tanti versi dominata dai mass media a più ampia diffusione ci si imbatte in una serie di locuzioni e di schemi ai quali ho dato il nome di «narrathemes», che impacchettano, strutturano e finiscono così per controllare ogni dibattito, dietro una parvenza di diversificazione e di pluralismo. Mi limiterò a ricordarne alcuni che in questo periodo mi hanno particolarmente colpito. Innanzitutto, l'uso insistente della prima persona plurale, di quel «noi» che dà per scontata un'identità nazionale, rappresentata senza contrasti di sorta dal «nostro» presidente, dal «nostro» segretario di stato, dalle «nostre» forze armate nel deserto, dai «nostri» interessi, solitamente intesi come intrinsecamente innocenti, di pura e semplice legittima difesa e senza alcun tipo di secondi fini.
La foresta del dissenso Secondo un altro «narratheme», la guerra del Vietnam con i suoi attacchi particolarmente devastanti era dovuta a un attacco di autolesionismo, a un impulso di «autodistruzione reciproca», secondo un'espressione memorabile di James Carter. Ma solitamente nei «narrathemes» i riferimenti storici vengono evitati con ogni cura, in particolare per quanto riguarda i precedenti imbarazzanti come il sostegno fornito a suo tempo dagli Stati uniti sia a Saddam Hussein che a Osama bin Laden.
Ancora più sorprendente è la censura, persino istituzionalizzata, di due aspetti determinanti della storia americana: la schiavitù dei neri e lo sterminio degli amerindi. Washington vanta un importantissimo Museo dell'Olocausto, ma sulle tragedie di quei popoli non esiste nulla del genere, in nessuno stato del paese. Terzo esempio: la cieca convinzione che ogni contestazione della politica statunitense nasca dall'«antiamericanismo», causato solo dall'invidia per la «nostra» democrazia (o libertà, ricchezza, potenza) oppure sia da ascrivere - come nel caso del no della Francia alla guerra contro l'Iraq - alla pura e semplice nefandezza degli stranieri.
In questo contesto si insiste molto nel ricordare che nel XX secolo l'America salvò per ben due volte l'Europa, dando per scontato che le truppe americane fossero le sole ad aver fatto la guerra sul serio, mentre gli europei se ne stavano per lo più comodamente seduti a guardare. Quanto poi alle regioni nelle quali gli Stati uniti hanno le mani in pasta da mezzo secolo - come in Medioriente e in America latina - il «narratheme» che domina la scena, praticamente incontrastato, è quello di un'America onesta e leale nei suoi sforzi di intermediazione per il bene di tutti. Non resta molto spazio per le questioni quali i profitti finanziari, il saccheggio delle risorse, l'aspirazione a un potere egemonico, i cambiamenti di regime ottenuti con la forza e/o con la sovversione (come ad esempio in Iran nel 1953 o in Cile nel 1973). E se mai qualcuno si azzarda a sollevare questi temi, le sue parole sembrano cadere nel vuoto.
Se mai si sfiorano queste realtà, il linguaggio è quello aberrante dei think tanks e del governo, fatto di locuzioni quali «soft power» e «proiezione della visione americana». Ancora più fitta è la cortina di silenzio su realtà straordinariamente inique e crudeli, nella quali l'America ha responsabilità dirette, come ad esempio gli attacchi di Ariel Sharon contro i civili palestinesi, o le tremende conseguenze delle sanzioni contro l'Iraq per la popolazione, o ancora le pratiche punitive disumane dei governi della Colombia e della Turchia, che godono dell'appoggio degli Stati uniti. Tutti questi temi sono considerati non pertinenti in una discussione «seria» di politica estera.
C'è infine il «narratheme» che dà per scontata la saggezza e autorità morale ad alcuni noti personaggi, quali ad esempio Henry Kissinger, David Rockefeller e l'intero gruppo dei responsabili dell'attuale amministrazione, riaffermata dovunque con martellante insistenza e senza neppure l'ombra di un dubbio. Scarsi commenti e nessuna critica ha suscitato ad esempio la recente nomina a cariche governative importanti di due personaggi (Elliott Abrams e John Pointdexter) già condannati per reati commessi ai tempi dell'Irangate. Quest'accettazione acritica dell'autorità passata e presente, anche nei casi in cui si è coperta di fango, si esprime in forme diverse - dal linguaggio ossequioso dei vari commentatori e opinionisti fino al rifiuto totale di vedere nel personaggio di turno qualcosa di diverso dell'impeccabile doppiopetto scuro con camicia bianca e cravatta rossa. A tutto questo è sottesa la fede americana nel pragmatismo, visto come il sistema filosofico più adatto a gestire la realtà: una posizione non solo antimetafisica e antistorica, ma curiosamente anche antifilosofica.
Questa specie di antinominalismo postmoderno costituisce, accanto al pensiero analitico, una corrente di pensiero molto influente nelle università americane. Ad esempio, nell'università in cui insegno, pensatori quali Hegel o Heidegger sono presenti nel programma delle facoltà di letteratura o di storia dell'arte, ma si studiano pochissimo in quella di filosofia. Questa serie di miti, di «master stories», viene diffusa con impressionante insistenza dalle grandi reti di comunicazione americane recentemente riorganizzate e mobilitate, in particolare ad uso e consumo del mondo arabo ed islamico. Sono invece deliberatamente oscurate le tradizioni del dissenso, che costituiscono una sorta di contromemoria ufficiosa: tradizioni che si spiegano in larga misura con il carattere della società americana, formata essenzialmente da immigrati. Forme di dissidenza si fanno strada sia negli interstizi che all'interno stesso dei «narrathemes».
Purtroppo, all'estero raramente i commentatori tengono in debito conto questa «foresta del dissenso», di segno sia progressista che reazionario: questi flussi di opinione rendono a volte più evidenti, agli occhi di un osservatore attento, i collegamenti, non sempre facili da individuare, tra i vari «narrathemes». Un esame attento delle componenti della fortissima resistenza contro la guerra contro l'Iraq voluta da Bush farebbe emergere un quadro dell'America assai diverso, estremamente mobile e molto più aperto alla cooperazione internazionale e al dialogo. Sorvolerò sul considerevole numero di persone che si oppongono alla guerra perché ne temono i costi, in termini sia finanziari che di vittime americane, per non parlare delle ricadute su un'economia già in crisi; e non mi soffermerò neppure sulla massa magmatica dei conservatori, per i quali l'America è calunniata da perfidi stranieri, dall'Onu e da comunisti senza timor di Dio, o sulla componente libertaria e isolazionista, strana coalizione tra destra e sinistra che non è il caso di menzionare in questo contesto. Un'altra categoria che mi limiterò a citare brevemente è quella degli studenti: una parte importante della popolazione universitaria diffida profondamente della politica estera americana, praticamente su tutti i piani, ma soprattutto per quanto attiene alla globalizzazione economica.
Questi giovani, animati da principi morali e per certi aspetti assai vicini all'anarchia, hanno tenuto vivo nelle università americane l'interesse per i grandi temi quali la guerra del Vietnam, l'apartheid in Sudafrica e i diritti civili negli Stati uniti.
Restano da esaminare vari gruppi legati ad esperienze e prese di coscienza particolari. In Europa, in Africa o in Asia questi gruppi verrebbero definiti di sinistra; ma negli Stati uniti la forza del sistema bipartitico è tale che dalla fine della seconda guerra mondiale non c'è più stato nulla di simile a un movimento socialista o di sinistra a vocazione parlamentare. Citerò innanzitutto l'ala sinistra della comunità afro-americana, formata da gruppi urbani che si mobilitano contro la brutalità della polizia, le discriminazioni in campo occupazionale, il degrado dell'habitat e del sistema scolastico, guidati e rappresentati da personalità quali il reverendo Al Sharpton, Cornel West, Mohammed Ali, Jesse Jackson (per quanto in ribasso come leader) e vari altri che si richiamano a Martin Luther King Jr.
A questi movimenti si associano numerose altre collettività etniche di latinoamericani, amerindi e musulmani. Certo, questi gruppi impegnano molte delle loro energie per tentare di farsi strada negli ambienti del potere locale o nazionale, per partecipare a trasmissioni televisive prestigiose o aggiudicarsi qualche seggio nei consigli d'amministrazione di fondazioni, università o grandi imprese. Ma nel complesso, non sono mossi tanto dall'ambizione quanto da un senso d'ingiustizia e di rivolta contro le discriminazioni; e non sono quindi mai completamente integrabili nel «sogno americano», riservato soprattutto ai bianchi e al ceto medio. È il caso di notare una particolarità interessante di alcuni personaggi quali ad esempio il reverendo Al Sharpton o il verde Ralph Nader, ormai più o meno tollerati, tanto da essersi conquistati una certa visibilità, che però non si prestano ad essere cooptati perché troppo intransigenti, o non sufficientemente interessati al tipo di premi abitualmente offerti dalla società statunitense.
Tra le componenti del dissenso va citata una parte preponderante del movimento delle donne, impegnate su temi quali il diritto all'aborto, la lotta contro le violenze e molestie sessuali e la parità sul lavoro.
Anche alcune associazioni professionali (in particolare di medici, avvocati, scienziati, universitari, più alcuni sindacati e un settore del movimento ambientalista) contribuiscono alla dinamica dei gruppi contro corrente, pur rimanendo legate, in quanto corpi istituzionalmente costituiti, all'ordine sociale e a tutto ciò che le sue esigenze comportano. Un paese percorso da conflitti Non va poi sottovalutato il ruolo delle Chiese organizzate, divenute in molti casi veri e propri vivai del dissenso e della volontà di cambiamento. I fedeli di queste Chiese vanno nettamente distinti dai cristiani fondamentalisti e dai tele-evangelisti di cui già si è parlato. I vescovi e i laici cattolici ad esempio, così come il clero della Chiesa episcopale, i quaccheri e il sinodo presbiteriano - nonostante gli scandali sessuali nel primo caso e la perdita d'influenza negli altri tre - hanno adottato in materia di pace e di guerra posizioni straordinariamente progressiste, protestando contro le violazioni dei diritti umani perpetrate all'estero, contro l'ipertrofico bilancio militare e la politica economica neoliberista, che fin dal primi anni '80 ha portato alla mutilazione dei servizi pubblici.
Storicamente, una parte della comunità ebraica organizzata è da sempre impegnata nella lotta per i diritti delle minoranze, sia negli Stati uniti che all'estero. Ma, dopo Reagan e l'ascesa dei neoconservatori, le sue potenzialità positive sono in gran parte soffocate dall'alleanza della destra religiosa statunitense con Israele, e dalla febbrile attività delle organizzazioni sioniste, sempre pronte a tacciare di antisemitismo chiunque critichi la politica israeliana (si è sentito persino agitare lo spettro di una nuova «Auschwitz americana»). Molti altri gruppi e individui che aderiscono ad assemblee, riunioni e manifestazioni pacifiche hanno preso le distanze dall'alienante coro patriottico del dopo 11 settembre, facendo quadrato in difesa delle libertà civili (tra cui la libertà d'espressione) minacciate dall'Us Patriot Act. Anche il ceto medio, che vive una situazione di disagio costante, è sempre più sensibile agli appelli contro la pena capitale e contro vari abusi (dei quali l'esempio più noto è il campo di detenzione di Guantanamo), e tende a condividere la diffidenza verso le autorità in genere, siano esse militari o civili, e la perplessità a fronte di un sistema carcerario sempre più privatizzato (la percentuale dei detenuti rispetto alla popolazione è la più alta del mondo, e nelle carceri quella degli uomini e delle donne di colore è proporzionalmente altissima). Tutto questo si riflette nella confusa mischia del cyberspazio, luogo di svolgimento di inarrestabili contese tra l'America ufficiosa e quella ufficiale. In una situazione economica in continuo deterioramento in cui il fossato tra ricchi e poveri si allarga sempre più, e a fronte degli incredibili sperperi, della corruzione ai più alti livelli della società e delle privatizzazioni selvagge, che mettono e repentaglio quanto rimane del sistema di sicurezza sociale, le tanto celebrate virtù del sistema capitalistico appaiono sempre più indifendibili.
Davvero l'America è unita intorno al suo presidente, alla sua politica estera bellicista, al pericoloso semplicismo della sua visione economica?
O in altri termini: l'identità americana è stata veramente stabilita una volta per tutte? E il mondo dovrà quindi adattarsi a convivere con l'immensa potenza militare di un blocco monolitico che ha dispiegato le sue truppe in decine di paesi e bombarda a destra e a manca chiunque non si pieghi al suo volere, con il pieno assenso di «tutti gli americani»?
Ho cercato di suggerire qui un altro modo di vedere l'America: un paese percorso da conflitti, ove la contestazione è molto più vivace di quanto generalmente si creda. Un paese che sta vivendo una grave crisi d'identità. Avrà anche vinto la guerra fredda, come oggi ci si compiace di dire, ma le conseguenze di questa vittoria sul piano interno sono tutt'altro che univoche. E la lotta non è finita. Limitandosi a concentrare l'attenzione sul potere centrale, politico e militare si perde di vista una dialettica interna tuttora in atto, e ben lontana dall'essere risolta.
C'è un grosso errore che accomuna la tesi di Francis Fukuyama sulla fine della storia e quella di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà: hanno entrambe il torto di considerare la storia delle culture come se ognuna delle sue realtà fosse chiaramente delimitata nello spazio e nel tempo. Mentre di fatto, il contesto politico- culturale è soprattutto un terreno di lotta costante sulle identità, la definizione di sé e la proiezione nel futuro. Ogni cultura - e in particolar modo quella americana, che è essenzialmente una cultura di immigrati - è formata da numerose componenti che si accavallano e si sovrappongono in vari modi. E forse, una delle conseguenze «collaterali» della globalizzazione è il sorgere di comunità transnazionali, che si mobilitano su tematiche di carattere globale - come nel caso dei movimenti impegnati per i diritti umani, per la liberazione della donna o contro la guerra.
Gli Stati uniti non sono affatto isolati da tutto questo. L'importante è saper vedere al di là delle apparenze, e non lasciarsi scoraggiare da una superficie apparentemente compatta, per collegarsi alle varie correnti del dissenso su temi che interessano tanta parte dell'umanità su questo pianeta. Da questo diverso modo di guardare all'America possono sorgere motivi di speranza e d'incoraggiamento.



note:

* Docente di letterature comparate alla Columbia University (Stati uniti), autore in particolare di Orientalismo, Feltrinelli, Cultura e Imperialismo, Gamberetti, e dell'autobiografia Sempre nel posto sbagliato, Feltrinelli.

(1) 16 gennaio 2003.
(2) The Overworked American: the unexpected decline of leisure, Basic Books, New York, 1991.

(3) Linda Symcox, Whose history? the Struggle for national Standards in America classrooms, Teachers College Press, New York, 2002.
(Traduzione di E. H.)

 

11 dicembre 2003
http://www.ilmanifesto.it

TERRORISMO
«E' colpa d'Israele»
Parlano i capi dei Servizi segreti di Tel Aviv


JOSEPH HALEVI

 

Da un po' di mesi si sta sviluppando in Israele una discussione
molto serrata sul terrorismo in rapporto all'occupazione dei
territori palestinesi. L'elemento importante consiste nel fatto che
il dibattito avviene e si alimenta all'interno delle massime sfere
militari e dei servizi segreti d'Israele. Le recenti dichiarazioni
del vice premier Ehud Olmert sulla necessità di ritirarsi da una
buona fetta dei territori occupati e da una parte di Gerusalemme
orientale scaturiscono proprio dalla natura altolocata della
discussione e prefigurano una strategia di ripiego in cui il ritiro
unilterale verrà usato per convalidare comunque annessioni
territoriali. Negli ultimi tre mesi uno dopo l'altro, senza
interruzione, i maggiori dirigenti militari e dei servizi segreti
del paese hanno apertamente constatato il totale fallimento delle
risposte repressive del governo alla seconda Intifada. La novità
consiste nella valutazione del terrorismo visto come il risultato di
politiche concrete, prevalentemente prodotte dal governo di Israele.
I punti essenziali della discussione si trovano in tre gruppi di
interventi. Il primo - effettuato inizialmente in forma anonima poi
emerso alla luce del sole - proviene dal Capo di Stato Maggiore
dell'esercito Moshe Yaalon le cui dichiarazioni hanno ricevuto un
grande risalto nella stampa internazionale («Our strategy helps the
terrorists - army chief warns Sharon», The Guardian 31 ottobre)..«Le
nostre decisioni tattiche ci portano ad operare contro il nostro
interesse strategico» ha detto Yaalon aggiungendo inoltre: «Ciò
aumenta l'odio per Israele e rafforza le organizazioni
terroristiche». Secondo il capo dell'esercito israeliano «per i
palestinesi non ci sono speranze, non ci sono prospettive, nè nella
Striscia di Gaza, nè a Betlemme o a Gerico». La stampa di Tel Aviv
ha interpretato tali esplosive dichiarazioni come un tentativo di
scaricare sul sistema politico il fallimento della strategia
militare. Ma lo scisma è più profondo. Per il governo di Sharon il
terrorismo è il prodotto di una propaganda d'odio. Esso è quindi un
male in sè avulso dalla condizione specifica dei palestinesi.
Tuttavia, secondo il Guardian, nelle settimane precedenti
all'intervento di Yaalon i comandanti militari in Cisgiordania
avevano avvertito l'amministrazione militare locale che la
disperazione dei palestinesi aveva raggiunto nuovi abissi
alimentando un odio per Israele che, secondo gli stessi comandanti,
poco o niente ha a che vedere con la propaganda d'odio su cui il
governo scarica la reponsabilità del terrorismo. Il secondo gruppo
di interventi consiste in una lunga intervista al quotidiano Yediot
Ahronot del 14 novembre di quattro ex recenti direttori generali dei
servizi di sicurezza Shin Beth. L'intervista è accessibile in
inglese presso il sito
http://www.peacenow.org/nia/news/yedioth1103.html. ed è stata
sintetizzata sul New York Times del 15 novembre («4 Israeli Ex-
Security Chiefs Denounce Sharon's Hard Line»). Per gli ex direttori
Israele è sull'orlo del precipizio perché tutti i passi che ha
intrapreso sono contrari alle aspirazioni di pace. Inoltre, sostiene
Amy Ayalon, direttore dal 1996 al 2000, «stiamo facendo dei passi
sicuri e ben calcolati per arrivare ad un punto in cui Israele non
sarà nè una democrazia nè una terra per gli ebrei. Tutto il resto è
pura chiosa». La causa odierna della deriva verso la catastrofe
risiede nel fatto che la preoccupazione principale si concentra
sulla prevenzione del terrorismo che è stata trasformata in un
indicatore di progresso politico. Per Carmi Gillon, direttore dello
Shin Beth nel 1995 e 1996 questo è un errore. Invece secondo Avraham
Shalom (1980-1986) non è un errore ma una scusa per non far nulla.
Gillon osserva che mentre Sharon accettava la Road Map imponeva una
condizione che ha trasformato la questione del terrorismo
nell'essenza e nel fine di tutto. In questa modo, osserva, è
impossibile vedere alcuna Road Map.

L'utimo intervento è ad opera di Izahar Be'er direttore del centro
per la difesa della democrazia Keshev. Pubblicato solo sull'edizione
in ebraico di Ha Aretz del 4 dicembre, l'articolo tratta delle
relazioni di causa ed effetto che muovono il terrorismo. Be'er
ricorda che il primo attentato suicida in territorio israeliano
avvenne il 4 aprile 1994, cioè 40 giorni dopo l'attentato di Baruch
Goldstein a Hebron che uccise 29 musulmani in preghiera. Be'er
mostra inoltre come gli assassinii mirati di Sharon rappresentino
l'assorbimento da parte del governo israeliano della filosofia
terroristica di Goldstein per il quale la violenza diretta ad
obiettivi simbolici poteva arrestare con successo processi politici
volti ad ostacolare la formazione del Grande Israele. Con l'arrivo
delle destra al potere tale concezione è diventata la politica del
governo. La strategia delle eliminazioni ha costituito lo strumento
per riaccendere il fuoco ogniqualvolta le fiamme rischiavano di
affievolirsi. Secondo Be'er è necessario prendere seriamente in
considerazione la possibilità che molti attentati avvengano in
reazione alle eliminazioni mirate.

 

Lo ha dichiarato alla radio il vicepremier israeliano Ehud Olmert
"Possiamo ucciderlo oppure segregarlo nella sua residenza"


"L'uccisione di Arafat è una delle opzioni"  


Alla Muqata si susseguono manifestazioni di solidarietà per il raìs
Abu Ala: "Se Israele non rivede la decisione, niente governo"

 

TEL AVIV -

Uccidere Arafat è "una delle opzioni". Lo dice il vicepremier israeliano Ehud Olmert alla radio Gerusalemme. E lo fa per spiegare la decisione del governo di "espellere in via di principio" il presidente dell'Anp. Ma eliminarlo fisicamente è solo una possibilità. L'altra è quella di segregarlo nella sua residenza di Ramallah, concedendogli due pasti al giorno ma non permettendogli di ricevere visite o parlare al telefono.

"Noi - ha spiegato Olmert - cerchiamo di eliminare tutti i capi del terrorismo, e Arafat è fra questi". La posizione del governo di Sharon è sempre più dura: il presidente dei palestinesi è considerato responsabile delle violenze e degli attacchi suicidi, unico artefice del fallimento della tregua. E non solo perché non è in grado di tenere a bada le formazioni estremiste, ma anche perché è lui il primo "terrorista". Il piano per espellerlo è già pronto. La scelta, quindi, sta tra l'eliminazione fisica e l'annientamento politico: in quest'ultima opzione, Arafat sarebbe segregato nella Muqata più di quanto lo sia già ora. Chiarisce Olmert: "Sarebbe rifornito di cibo due volte al giorno, ma non potrebbe ricevere ospiti, né dare interviste, né parlare al telefono".

Ma c'è anche chi crede che la morte di Arafat sarebbe l'unica scelta possibile: Avi Dichter, il capo dello Shin Bet, la sicurezza interna, ha dichiarato al quotidiano Maariv che si oppone all'eventuale espulsione del presidente palestinese. La sua eliminazione fisica sarebbe meno dannosa, dice Dichter, perché, dopo qualche settimana di turbolenza, alla fine i regimi arabi moderati resisterebbero alle proteste e la tutta l'area acquisterebbe maggiore stabilità.

A Ramallah, proseguono intanto le manifestazioni di solidarietà per il raìs: sono arrivati anche molti "scudi umani", pronti a difenderlo nel caso in cui arrivassero i reparti speciali israeliani. E probabilmente l'ipotesi che la sua espulsione gli garantirebbe un nuovo palcoscenico si sta rivelando fondata. Il suo atteggiamento, in questi giorni, è più ambiguo che mai: ai suoi seguaci promette battaglia, agli osservatori internazionali si presenta come vittima dell'ostinazione israeliana.

Intanto, il primo effetto della decisione del governo Sharon si fa sentire sulla formazione del nuovo governo guidato da Abu Ala. Una formazione che è tutt'ora bloccata. "Se Israele non cambierà atteggiamento, è per me superfluo cercare di formare un governo" ha detto il neo-premier a un gruppo di pacifisti israeliani.
( 14 settembre 2003 )

 

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