http://www.lastampa.it/_web/_p_vista/spinelli/archivio/spinelli011104.asp
La pace, il cavaliere e
l'armatura svuotata
Barbara Spinelli
Uri
Avnery Il
testo inglese di questo articolo, The Smell of
War, 8
febbraio 2003 Questa
guerra non riguarda il terrorismo. Questa
guerra non riguarda le armi di distruzione di massa. Questa
guerra non riguarda la democrazia in Irak. Si
tratta di qualcos'altro. Allora,
perché la guerra? In
una parola: il petrolio. Ecco
dunque quali sono gli obiettivi della guerra americana: *
Impadronirsi delle immense riserve di petrolio dell'Irak,
fra le più importanti del mondo. *
Assicurare il controllo americano sulle enormi riserve di
petrolio del vicino Mar Caspio. *
Rafforzare il controllo americano indiretto sul petrolio in
tutti gli Stati del Golfo, come l'Arabia Saudita, il Kuwait
e l'Iran. Io
mi associo ai milioni di quelli che, attraverso il mondo,
dicono NO. 25 marzo 2006
©
Solidarité-Palestine -
E-mail: webmaster@solidarite-palestine.org
11 dicembre 2003
TEL AVIV -
4 novembre 2001
L'odore della guerra
può essere consultato sul sito di Gush Shalom :
http://www.gush-shalom.org/
IL
GRANDE GIOCO
di Uri Avnery, pacifista israeliano
E' accaduto abbastanza improvvisamente. Non c'e' stata alcuna notizia
sensazionale precedentemente, nessuna scoperta. Come per ordine di un
drill-sergeant, l'intero apparato israeliano ha mutato direzione. Tutti i
politici, i generali, i media ufficiali, con il solito baccano concertato, tutti
insieme hanno scoperto, in una notte, che l'Iran e' l'immediato, vero e
terribile pericolo.
Con un eccezionale tempismo, in quello stesso momento veniva sequestrata una
nave che, cosi' ci hanno detto, trasportava armi iraniane ad Arafat. E, in
quello stesso momento, a Washington, Shimon Peres, un uomo per tutte le stagioni
e servo di tutti i padroni, si avvicinava ad ogni diplomatico che incrociava ed
a tutti raccontava la stessa storia di migliaia di missili iraniani dati agli
Hezbollah. Si', si', gli Hezbollah (inclusi da Bush nella famigerata lista delle
"organizzazioni terroristiche") stanno ricevendo armi orribili
dall'Iran (incluso da Bush nell' "Asse del Male") per minacciare
Israele, il prediletto del Congresso.
Vi sembra folle? Affatto! In questa follia c'e' metodo.
La faccenda e' semplice da spiegare. L'America e' ancora infuriata per l'attacco
alle Torri gemelle. Ha appena vinto una guerra stupefacente in Afghanistan senza
sacrificare quasi nessun soldato americano. Ora e' ferma, furiosa ed ubriaca per
la vittoria, e non sa chi attaccare. L'Iraq? La Corea del Nord? La Somalia? Il
Sudan?
Il Presidente Bush non puo' fermarsi proprio ora, non si puo' sciupare una
simile immensa concentrazione di potere. Inoltre, Bin Laden non e' stato ancora
ucciso. La situazione economica e' disastrata, Washington e' scossa da uno
scandalo di proporzioni gigantesche (Enron). Il pubblico americano non deve
sentirsi demoralizzato da tutto cio'.
Ed ecco che arrivano i leaders di Israele e cominciano a gridare dal tetto:
l'Iran e' il nemico! L'Iran deve essere attaccato!
Chi ha preso questa decisione? Quando? Come? E, piu' importante, dove?
Chiaramente non in Israele, ma a Washington DC. Una componente importante
dell'amministrazione USA ha dato un segno ad Israele: Inizia una massiccia
offensiva politica per indirizzare la pubblica opinione, i media ed il Congresso
americani.
Chi sono questi elementi? E quali sono i loro interessi? C'e' bisogno di una
spiegazione piu' dettagliata.
La risorsa terrestre piu' ambita sono i giganteschi giacimenti di petrolio della
regione del Mar Caspio, i quali sfidano la ricchezza di quelli sauditi. Si
ritiene che nel 2010 essi produrranno 3,2 miliardi di barili di greggio al
giorno, che vanno ad aggiungersi ai 4850 miliardi di piedi cubici di gas
naturale all'anno.
Gli Stati Uniti sono determinati a (1) ottenerne il possesso, (2) eliminare
tutti i potenziali rivali, (3) salvaguardare l'area politicamente e
militarmente, e (4) riuscire a trovare una via che, dai giacimenti, arrivi al
mare aperto.
Questa campagna e' sostenuta da un gruppo di persone alle quali appartiene anche
la famiglia Bush. Insieme all'industria degli armamenti, questo gruppe include
sia George Bush senior, che il George junior appena eletto. Il Presidente degli
USA e' una persona sempliciotta, il suo mondo mentale ed intellettivo e'
piuttosto limitato, ed i suoi discorsi sono primitivi, provocano caricature,
come un Western di seconda categoria. Va bene per la massa. Ma i suoi
manipolatori sono persone sofisticate ed astute, davvero. Sono loro che guidano,
in realta', l'amministrazione.
L'attacco alle Torri gemelle ha reso il loro lavoro incredibilmente facile.
Osama Bin Laden non ha compreso di servire, con le sue azioni, gli interessi
americani. Se credessi alla Teoria della Cospirazione, penserei che Bin Laden e'
un agente segreto americano. Non credendovi, sono portato, piuttosto, a stupirmi
di fronte alla coincidenza.
La "Guerra al Terrorismo" di Bush costituisce un pretesto perfetto per
la campagna orchestrata dai manipolatori. Sotto la copertura di questa guerra,
l'America ha ottenuto il controllo totale sulle tre piccole nazioni islamiche
che circondano i giacimenti di petrolio: Turkmenistan, Uzbekistan e Kyrgyzstan.
L'intera regione e' ora sotto il completo controllo americano, sia militare che
politico. Tutti i potenziali rivali - primi tra tutti Russia e Cina - sono stati
eliminati.
Da lungo tempo, gli americani stavano studiando quale fosse il tragitto migliore
per trasportare il petrolio del Caspio al mare. Le rotte che passavano
attraverso le zone di influenza russa sono state scartate. La competizione
ottocentesca tra Gran Bretagna e Russia, denominata il "Grande Gioco",
continua oggi tra America e Russia.
Fino a poco fa, la rotta occidentale, che passava attraverso il Mar Nero e la
Turchia, sembrava la piu' gettonata, ma c'e' da dire che agli americani non
piaceva molto. La Russia era ancora troppo vicina.
La rotta migliore era a sud, verso l'Oceano Indiano. L'Iran non era stata presa
affatto in considerazione, essendo guidata da un "manipolo di
fanatici". Rimaneva una rotta alternativa: dal Mar Caspio, attraverso
l'Afghanistan e la parte occidentale del Pakistan (chiamata Belucistan),
all'Oceano Indiano. Per questo gli americani condussero delle trattative,
abbastanza amichevolmente, con il regime dei Taleban. Non ottennero granche'.
Quindi inizio' la "Guerra contro il Terrorismo", gli USA conquistarono
tutto l'Afghanistan ed installarono i loro agenti come nuovo governo. Il
dittatore pakistano fu anch'egli piegato al volere americano.
Se si guardano le mappe delle grandi basi americane create per la guerra, si
rimane colpiti dal fatto che sono sistemate sulla rotta dell'oleodotto
progettato per trasportare il petrolio all'Oceano Indiano.
E cio' avrebbe dovuto essere la fine della storia, ma, come si sa, l'appetito
vien mangiando. Gli americani hanno imparato due cose dall' esperienza afghana:
(1) che ogni paese puo' essere piegato attraverso bombardamenti sofisticati,
senza mettere in pericolo la vita di nessun soldato, e (2) che la forza militare
ed i soldi dell'America possono insediare governi-fantoccio dovunque.
Quindi a Washington si e' fatta strada una nuova idea: perche' l'oleodotto
dovrebbe "circumnavigare" l'Iran se e' possibile costruirne uno piu'
breve passante per lo stesso Iran? Si deve soltanto far cadere il governo
iraniano ed installare un governo filo-americano. Nel passato cio' sembrava
impossibile. Ora, dopo l'episodio afghano, il progetto sembra molto verosimile.
Bisogna solo preparare l'opinione pubblica americana ed ottenere il sostegno del
Congresso prima di sferrare un attacco all'Iran.
Per questo obiettivo, c'e' bisogno dei servigi israeliani. Israele ha un'enorme
influenza sul Congresso e sui media. Funzionera' cosi': ogni giorno i generali
israeliani dichiarano che l'Iran sta producendo armi di distruzione di massa e
che minaccia lo stato ebraico di un secondo Olocausto. Sharon annuncia che il
sequestro di una nave iraniana carica d'armi dimostra che Arafat e' collegato
alla cospirazione iraniana. Peres dice a tutti che i missili iraniani minacciano
il mondo intero. Ogni giorno qualche giornale americano annuncia che Bin Laden
e' in Iran o presso gli Hezbollah libanesi.
Il presidente Bush sa come ricompensare coloro che lo servono a puntino. Sharon
ha ottenuto mano libera per opprimere i palestinesi, arrestare Arafat,
assassinare i militanti ed espandere gli insediamenti. E' semplice, lo scambio:
tu mi procuri il sostegno della stampa e del Congresso, io ti servo i
palestinesi su di un piatto d'argento.
Questo non potrebbe accadere se l'America avesse ancora bisogno del supporto di
alleati europei ed arabi. Ma in Afghanistan gli americani hanno capito che non
hanno piu' bisogno di alcuno. Possono sputare negli occhi dei pietosi regimi
arabi, sempre a caccia di sostegno finanziario, e anche dell'Europa. Chi ha
bisogno delle insignificanti armate britanniche o tedesche quando l'America, da
sola, e' piu' potente di tutti gli eserciti del mondo messi assieme?
L'idea della cooperazione israelo-americana contro l'Iran non e' nuova per
Sharon. Al contrario, nel 1981, quando egli era ministro della Difesa in
Israele, offri' al Pentagono un piano ben disegnato: nel momento in cui Khomeini
si sarebbe dimesso, l'esercito israeliano avrebbe immediatamente occupato l'Iran
in attesa dell'arrivo degli americani. A tale proposito, il Pentagono avrebbe
dovuto rifornire Israele delle armi piu' sofisticate, da trattenere nel paese
per essere usate dagli americani nell'operazione.
A quel tempo, il Pentagono non accetto' l'idea. Ora, la cooperazione e' stata
ridefinita con un differente background.
Quale conclusione otteniamo da tutto cio'? Innanzitutto dobbiamo tenere ben
presente che una reazione iraniana ad un eventuale attacco americano potrebbe
farci molto male. Ci sono missili. Ci sono armi chimiche e batteriologiche.
Inoltre, quelli tra noi che desiderano la pace, non dovrebbero fare affidamento
sull'America. Tutto dipende da noi, israeliani e palestinesi.
Il nostro sangue e' piu' prezioso del petrolio del Mar Caspio. Almeno per noi.
L'altra America
Edward W. Said
In un moto di isterica rabbia Rudolph Giuliani, allora sindaco di New York (la
città con il più alto numero di residenti ebrei a livello mondiale) rispedì
senza cerimonie l'assegno al principe: un gesto sprezzante, di ingiurioso
dispetto, che oserei definire razzista, con il quale Giuliani intendeva
evidentemente proiettare l'immagine di una New York intrepida e refrattaria a
qualsiasi interferenza esterna; e al tempo stesso lusingare, con un atto
tutt'altro che educativo, un elettorato ebraico generalmente ritenuto compatto
ed unanime.
Nella sua rozzezza, il comportamento di Rudolph Giuliani ricalca un gesto
compiuto nel 1995 (a due anni dalla firma degli accordi di Oslo) quando rifiutò
di ammettere Yasser Arafat a un concerto alla Philarmonic Hall al quale erano
invitate tutte le personalità presenti all'Onu. Atti del genere rientrano nel
repertorio della teatralità di bassa lega in auge presso molti mediocri
politici con cariche elettive nelle maggiori città americane, e in quanto tali
sono perfettamente prevedibili. Quella somma era stata offerta a una città
ferita da un attacco atroce, che certo avrebbe potuto farne buon uso; ma per il
sistema politico americano e i suoi protagonisti Israele deve essere anteposto a
qualsiasi altra considerazione. Giuliani aveva giocato d'anticipo, prima ancora
di sapere quale sarebbe stata la posizione dell'agguerritissima lobby
filo-israeliana. E quindi nessuno oggi può dire cosa sarebbe accaduto se il
denaro non fosse stato rispedito al mittente. Come ha scritto la nota narratrice
e saggista Joan Didion in un articolo pubblicato dalla New York Review of Books (1),
l'America ha sempre tentato, in base a un principio formulato per la prima volta
dal presidente Roosevelt, di sostenere contemporaneamente, contro ogni logica,
sia la monarchia saudita che lo stato d'Israele. Tanto che ormai «non siamo più
neppure in grado di discutere di un qualsiasi tema suscettibile di scalfire i
nostri rapporti con il governo in carica in Israele». Tutto questo rischia di
confermare una visione in gran parte fittizia della realtà americana. Di fatto,
da almeno tre generazioni i politici e leader arabi, così come i loro
consiglieri (formatisi peraltro il più delle volte in università degli Usa)
definiscono e orientano le politiche dei rispettivi paesi basandosi su una
visione di questo tipo, incoerente oltre che fantasiosa. Il concetto di fondo,
certo, è che «gli americani» dettano legge in tutto e per tutto, ma non
appena si passa a un livello più dettagliato s'incontrano le opinioni più
variegate e contraddittorie, che vanno dagli Stati uniti come cospirazione
ebraica all'immagine di un'America dispensatrice inesausta di buoni sentimenti e
aiuti per gli oppressi, passando per quella di un paese interamente in mano a
una sorta di figura olimpica: l'uomo bianco che siede alla Casa bianca.
Negli ultimi vent'anni, in occasione dei miei frequenti incontri con Yasser
Arafat, ho tentato molte volte di fargli presente la complessità della società
americana; un paese che certo non potrebbe essere governato come, ad esempio, la
Siria. In questa realtà pervasa da ogni sorta di correnti, interessi, pressioni
e retaggi storici, il modello di potere e di autorità che si è imposto è
assai diverso, e merita di essere studiato. Avevo anche mobilitato il mio amico
Eqbal Ahmad, ora scomparso, che fu non solo un profondo conoscitore della società
americana, ma anche un insigne teorico e storico dei movimenti anti-coloniali e
di liberazione nazionale nel mondo. Ahmad aveva approfondito tra l'altro i
rapporti tra l'Fln algerino e il governo francese durante la guerra del 1954-62,
e il comportamento adottato dai vietnamiti durante i negoziati con Henry
Kissinger negli anni '70. In questo senso c'è un contrasto stridente tra i
leader dei movimenti di liberazione dell'Algeria e del Vietnam, che conoscevano
a fondo i loro avversari, e quelli palestinesi: la loro idea dell'America è
quasi caricaturale, basata il più delle volte sul sentito dire o su una lettura
superficiale di Time. Quanto ad Arafat, la sua ossessione era riuscire a farsi
ricevere personalmente alla Casa bianca per parlare con quel bianco tra i
bianchi che per lui era William Clinton. E forse pensava che trattare con lui
sarebbe stato come mettersi d'accordo con un Hosni Mubarak in Egitto, o un Hafez
al Assad in Siria. Nel frattempo, però Clinton si rivelò una tipica creatura,
oltre che un artefice della politica americana, capace di sedurre e confondere i
palestinesi con il suo fascino e la sua capacità di manipolazione, a tutto
danno di Arafat e dei suoi, senza che la loro visione semplicistica dell'America
cambiasse di una virgola. Nulla è mutato, in questo senso, negli ultimi
cinquant'anni. E se si chiede loro come faranno a resistere, ad agire
politicamente in un mondo ormai dominato da un'unica iperpotenza, i più alzano
le braccia con il gesto disperato dell'amante deluso: con l'America, si sente
dire spesso, non c'è niente da fare.
Ma un altro aspetto, più incoraggiante, s'intravede nella recente iniziativa
del principe Walid di finanziare un centro di ricerche.
A questo proposito le mie sono soltanto ipotesi. So comunque per certo che a
parte alcuni corsi o seminari di letteratura o politica americana tenuti, in
ordine sparso, in varie università del mondo arabo, non è finora mai esistito,
neppure presso istituzioni quali le università americane del Cairo e di Beirut,
un Centro accademico specializzato nell'analisi sistematica e scientifica della
società americana, della sua popolazione e della sua storia. Ora, la mia tesi
è che in un mondo dominato da una grande potenza ormai senza rivali né limiti
di sorta, abbiamo tutti un bisogno vitale di conoscere quanto è umanamente
possibile sulla sua vorticosa dinamica. E ritengo che questo debba comportare
tra l'altro anche la padronanza dell'inglese, che manca a molti dei leader
arabi. Certo, l'America è il paese di McDonald's, di Hollywood, dei jeans,
della Coca-cola, della Cnn - prodotti d'esportazione che si trovano ovunque, in
virtù della globalizzazione; ed è il paese delle grandi imprese multinazionali
e della voglia di generi di consumo comodi e facili, peraltro diffusa, a quanto
pare, in tutto il mondo. Ma dobbiamo anche essere consapevoli delle fonti da cui
tutto questo proviene, così come dell'interpretazione da dare ai processi
culturali e sociali ad essi sottesi. Una comprensione che appare anche più
importante da quando i pericoli di un'idea dell'America eccessivamente
semplicistica, statica e riduttiva sono emersi in tutta la loro evidenza.
Nel momento in cui scrivo, gran parte del mondo è sotto il tallone degli Stati
uniti (oppure ha stretto con essi un'alleanza esclusivamente opportunistica,
come l'Italia o la Spagna), mentre l'iperpotenza si prepara a una guerra
profondamente impopolare contro l'Iraq. Se non fosse per le dimostrazioni e le
proteste tuttora in atto, esplose unicamente e interamente a livello popolare,
in tutto il mondo il 15 febbraio scorso, questa guerra contro l'Iraq non sarebbe
altro che un atto impudente di cinico, incontrastato dominio. Ma la
contestazione da parte di tanti americani, scesi in piazza non diversamente
dagli europei, asiatici, africani e latinoamericani, così come le prese di
posizione della stampa di molti paesi, stanno quanto meno a dimostrare una presa
di coscienza del fatto che l'America - o piuttosto l'esiguo gruppo di uomini
oggi al governo del paese, si propone di conseguire l'egemonia mondiale. Che
fare allora?
Vorrei tratteggiare rapidamente lo straordinario panorama dell'America di oggi,
visto da un cittadino americano come me che per anni ha potuto vivere
confortevolmente in questo paese, pur conservando, grazie alle sue origini
palestinesi, la visione comparativa di uno straniero. Il mio proposito è
semplicemente di suggerire alcuni strumenti di comprensione, di intervento e, se
mi è concesso usare questo termine, di resistenza nei confronti di un paese che
non è affatto monolitico come generalmente si tende a credere. Religione,
bandiera, storia patria C'è una differenza tra l'America e i classici imperi
del passato, che hanno anch'essi sempre ribadito la propria totale originalità
e determinazione a non ricadere nelle ambizione smisurate degli imperialismi
precedenti. Ciò che distingue in particolare gli Stati uniti è la loro
sorprendente ostentazione di benignità, innocenza e di un quasi celestiale
altruismo. A sostegno di questa pericolosa illusione è stata reclutata una
nuova falange di intellettuali dal passato liberal o di sinistra, che
storicamente si erano schierati contro le guerre americane all'estero, ma sono
oramai disponibili a sostenere quest'idea di un impero della virtù e del bene.
E lo fanno con una varietà di toni e di stili, che vanno dal patriottismo
demagogico a un più o meno dissimulato cinismo. Certo, gli eventi dell'11
settembre hanno avuto un ruolo in questo voltafaccia. Ma il fatto più
sorprendente è che nel loro orrore, gli attacchi alle torri gemelle e al
Pentagono sono trattati come se fossero nati dal nulla, e non preparati in
qualche paese d'oltre-oceano, reso farneticante dall'ubiqua presenza
dell'America e dal suo interventismo. Naturalmente, questa considerazione non va
intesa come un alibi per il terrorismo islamico, che dev'essere condannato da
ogni punto di vista. Va però notato che le analisi ortodosse dell'azione
americana, in Afghanistan ieri e oggi contro l'Iraq, ignorano il senso delle
proporzioni e non tengono minimamente conto della prospettiva storica.
Ciò che i nuovi «falchi liberal» fingono di non vedere è la massiccia,
decisiva presenza della destra cristiana (così simile all'estremismo islamico
nel suo fervore moralistico) negli Stati uniti di oggi.
La visione del mondo alla quale si ispira è tratta soprattutto dall'Antico
Testamento, e coincide in larga misura con quella israeliana. Un aspetto
peculiare dell'alleanza tra i neo-conservatori filoisraeliani e i cristiani
estremisti è il particolare favore con cui questi ultimi vedono il sionismo. Di
fatto, lo considerano come il modo migliore per convogliare tutti gli ebrei in
Terra Santa e preparare la strada alla seconda venuta del Messia; allora gli
ebrei dovrebbero scegliere tra la conversione al cristianesimo o
l'annientamento. Ma queste tesi teologiche sanguinarie e violentemente
antisemite di solito non vengono citate nei discorsi dei cristiani
fondamentalisti americani, e sono ovviamente ignorate dagli ambienti ebraici
filoisraeliani.
Tra tutti i paesi del mondo, l'America è quello che più esplicitamente si
richiama alla religione. La vita della nazione - dalle scritte su edifici e
monumenti a quelle incise sulle monete - è tutta permeata di riferimenti a Dio,
frequenti anche nelle più locuzioni più comuni, quali «in God we trust», «God's
country», «God Bless America». La base elettorale di George W. Bush comprende
da 60 a 70 milioni di uomini e donne che come lui credono di aver incontrato Gesù
e di essere sulla terra per compiere l'opera di dio nel paese di dio.
Taluni giornalisti e sociologi (come Francis Fukuyama) hanno sostenuto che la
contemporanea religiosità americana nasce da un'aspirazione comunitaria e dalla
nostalgia per un senso di stabilità da tempo perduto, dato che il 20% circa
della popolazione cambia di continuo casa e lavoro. Sono considerazioni che
hanno indubbiamente un fondamento di verità; ma questa religiosità è
caratterizzata soprattutto dalla tendenza alle illuminazioni profetiche e della
fede incrollabile in una missione apocalittica, del tutto avulsa dalla
concretezza e complessità del mondo reale. Un altro fattore determinante è
rappresentato dall'enorme distanza che separa gli Stati uniti dalle turbolenze
del resto del mondo. I soli due stati confinanti sul continente americano, il
Canada e il Messico, non hanno una grande capacità di moderare gli slanci.
Nel loro insieme, questi fattori convergono in un'ideologia che alimenta l'idea
di un'America virtuosa e benefica, portatrice di libertà e di progresso
economico e sociale: un'immagine onnipresente nella vita quotidiana, tanto da
apparire come una realtà assolutamente naturale e incontrovertibile. America è
sinonimo del Bene, di perfetta lealtà e perfetto amore. E una venerazione non
minore è tributata ai Padri fondatori e alla Costituzione - che in effetti è
un documento straordinario, ma pur sempre di origine umana. Il retaggio di
quell'epoca è profondamente sentito come il punto d'ancoraggio dell'autenticità
americana. In nessun altro paese la bandiera ha una tale valenza iconografica.
La si vede dovunque - sui taxi, sui risvolti delle giacche, sulle facciate delle
case, alle finestre, sui tetti. È la principale incarnazione della nazione,
simbolo dell'eroica resistenza di una comunità assediata da nemici indegni. Il
patriottismo rimane tuttora la prima delle virtù americane, ed è strettamente
legato allo spirito religioso e alla convinzione di essere sempre dalla parte
della ragione, non soltanto all'interno dei propri confini ma dovunque nel
mondo. Un patriottismo che può manifestarsi persino nell'atteggiamento
consumistico - come quando gli americani vennero esortati, dopo l'11 settembre,
a spendere di più, alla faccia dei malvagi terroristi.
Ecco dove il presidente Bush e i suoi sottoposti - i vari Donald Rumsfeld, Colin
Powell, John Ashcroft e Condoleezza Rice - hanno potuto attingere a piene mani
per mobilitare l'apparato militare destinato a fare la guerra a un paese a 7.000
km di distanza, con l'obiettivo di «farla finita con Saddam», come ormai si va
ripetendo dovunque. A tutto questo sono però sottesi i meccanismi
capitalistici, che oggi stanno andando incontro a cambiamenti non solo radicali,
ma a mio parere anche destabilizzanti. L'economista Julie Schor ha dimostrato (2)
che gli americani lavorano più a lungo di trent'anni fa, guadagnando
relativamente di meno. Ma finora, a livello politico i dogmi liberisti
dell'economia di mercato non sono mai stati oggetto di una discussione seria e
sistematica. Come se a nessuno fosse mai venuto in mente che qualcosa andrebbe
cambiato in un sistema in cui la stretta alleanza tra il governo federale e il
grande capitale non riesce neppure ad assicurare ai cittadini americani un
minimo di copertura sanitaria universale e un livello di istruzione decente.
Ma le notizie di borsa hanno la precedenza su qualsiasi analisi o revisione del
sistema.
Ho cercato di elencare, sia pure sommariamente, gli elementi costitutivi di quel
consenso americano sfruttato dai politici, che procedono a forza di
semplificazioni, riducendo tutto a una serie di slogan.
Ma in questa società, che di fatto è straordinariamente complessa, esistono
anche numerose correnti contrarie e alternative. Le crescenti resistenze alla
guerra, che il presidente tenta di minimizzare, provengono da un'altra America,
più informale, in gran parte ignorata o travisata dai grandi media - dal New
York Times alle emittenti televisive, passando per la maggior parte delle
maggiori riviste e case editrici.
Non si era mai arrivati a una così spudorata, scandalosa complicità tra
l'informazione televisiva e le smanie belliciste del governo in carica. Ormai i
telespettatori che seguono abitualmente la Cnn o di una delle altre grandi
emittenti generaliste parlano con eccitazione del malefico Saddam e di quanto il
«nostro» intervento sia urgente e necessario, per fermare il mostro prima che
sia troppo tardi. Come se non bastasse, i vari canali sono ormai monopolizzati
da veterani dell'esercito, esperti di terrorismo e politologi specializzati
nelle questioni mediorientali, che il più delle volte non conoscono neppure una
delle lingue della regione, e magari non hanno mai messo piede in Medioriente.
Ma non per questo rinunciano ad arringare i telespettatori, in un gergo
infarcito di luoghi comuni, sostenendo che «noi» dobbiamo occuparci dell'Iraq.
Senza dimenticare di attrezzare le nostre finestre e le nostre automobili per
proteggerci in caso di attentati con gas letali.
Questo consenso, proprio perché scientemente costruito e gestito, è come
immerso in una sorta di presente atemporale, per il quale il concetto stesso di
storia è anatema. Nei discorsi pubblici, il termine stesso di storia è usato
sistematicamente in senso spregiativo, come indica una locuzione diffusa negli
Stati uniti: «you're history» (sei un reperto storico, un pezzo da museo, cioè
un rottame). D'altra parte, la storia nella sua accezione positiva è ciò che
ogni cittadino americano è tenuto a credere, senza alcun tipo di analisi
storica o di spirito critico, del suo paese (ma non del resto del mondo,
definito come «vecchio», generalmente arretrato e quindi irrilevante).
A questo riguardo si può notare tuttavia una curiosa contraddizione.
A livello popolare, è come se la gente pensasse che gli Stati uniti siano in
qualche modo al disopra, o al di là della storia; ma al tempo stesso, è assai
diffusa una vera e propria ossessione per ogni sorta di riferimenti storici,
dalle più infime tematiche regionali fino ai vasti orizzonti degli imperi
mondiali. Vale la pena ricordare un esempio in questo campo. Dieci anni fa è
esplosa nella sfera pubblica una grossa polemica sull'insegnamento della storia
nelle scuole. Da parte di uno degli schieramenti si sosteneva che la storia
degli Stati uniti dovesse essere insegnata senza ombre né sfumature, come una
vicenda eroica, edificante per le giovani menti. In altri termini, ciò che
importava non era la verità storica ma la «correttezza ideologica», per
formare cittadini docili e pronti ad accettare per buoni una serie di assiomi
immutabili sugli Stati uniti, sia sul piano interno che nei loro rapporti con il
resto del mondo. Perciò i libri di testo dovevano essere epurati da ogni
elemento di divisione indotto dal cosiddetto «postmodernismo» (lo schiavismo,
la condizione delle minoranze, delle donne).
Ma il tentativo di imporre criteri tanto risibili non è andato in porto. Ecco
come Linda Symcox ha riassunto l'intera vicenda: «Viene da pensare che questo
tentativo [neo-conservatore] sia ispirato a un malcelato desiderio di inculcare
agli studenti una visione della storia consensuale e relativamente aconflittuale.
Ma il tutto è finito con una netta inversione di rotta. Grazie all'opera degli
storici e dei sociologi che hanno curato la redazione del testo, il documento
destinato a impartire le direttive per l'insegnamento si è trasformato in
veicolo di quella stessa visione pluralistica che il governo aveva tentato di
contrastare. Così, in definitiva il progetto di imporre una versione
consensuale della storia (...) è stato contrastato da storici non indifferenti
a temi quali la giustizia sociale e la redistribuzione del potere, e che
ritengono necessaria una lettura più articolata del passato (3)».
In una sfera pubblica per tanti versi dominata dai mass media a più ampia
diffusione ci si imbatte in una serie di locuzioni e di schemi ai quali ho dato
il nome di «narrathemes», che impacchettano, strutturano e finiscono così per
controllare ogni dibattito, dietro una parvenza di diversificazione e di
pluralismo. Mi limiterò a ricordarne alcuni che in questo periodo mi hanno
particolarmente colpito. Innanzitutto, l'uso insistente della prima persona
plurale, di quel «noi» che dà per scontata un'identità nazionale,
rappresentata senza contrasti di sorta dal «nostro» presidente, dal «nostro»
segretario di stato, dalle «nostre» forze armate nel deserto, dai «nostri»
interessi, solitamente intesi come intrinsecamente innocenti, di pura e semplice
legittima difesa e senza alcun tipo di secondi fini.
La foresta del dissenso Secondo un altro «narratheme», la guerra del Vietnam
con i suoi attacchi particolarmente devastanti era dovuta a un attacco di
autolesionismo, a un impulso di «autodistruzione reciproca», secondo
un'espressione memorabile di James Carter. Ma solitamente nei «narrathemes» i
riferimenti storici vengono evitati con ogni cura, in particolare per quanto
riguarda i precedenti imbarazzanti come il sostegno fornito a suo tempo dagli
Stati uniti sia a Saddam Hussein che a Osama bin Laden.
Ancora più sorprendente è la censura, persino istituzionalizzata, di due
aspetti determinanti della storia americana: la schiavitù dei neri e lo
sterminio degli amerindi. Washington vanta un importantissimo Museo
dell'Olocausto, ma sulle tragedie di quei popoli non esiste nulla del genere, in
nessuno stato del paese. Terzo esempio: la cieca convinzione che ogni
contestazione della politica statunitense nasca dall'«antiamericanismo»,
causato solo dall'invidia per la «nostra» democrazia (o libertà, ricchezza,
potenza) oppure sia da ascrivere - come nel caso del no della Francia alla
guerra contro l'Iraq - alla pura e semplice nefandezza degli stranieri.
In questo contesto si insiste molto nel ricordare che nel XX secolo l'America
salvò per ben due volte l'Europa, dando per scontato che le truppe americane
fossero le sole ad aver fatto la guerra sul serio, mentre gli europei se ne
stavano per lo più comodamente seduti a guardare. Quanto poi alle regioni nelle
quali gli Stati uniti hanno le mani in pasta da mezzo secolo - come in
Medioriente e in America latina - il «narratheme» che domina la scena,
praticamente incontrastato, è quello di un'America onesta e leale nei suoi
sforzi di intermediazione per il bene di tutti. Non resta molto spazio per le
questioni quali i profitti finanziari, il saccheggio delle risorse,
l'aspirazione a un potere egemonico, i cambiamenti di regime ottenuti con la
forza e/o con la sovversione (come ad esempio in Iran nel 1953 o in Cile nel
1973). E se mai qualcuno si azzarda a sollevare questi temi, le sue parole
sembrano cadere nel vuoto.
Se mai si sfiorano queste realtà, il linguaggio è quello aberrante dei think
tanks e del governo, fatto di locuzioni quali «soft power» e «proiezione
della visione americana». Ancora più fitta è la cortina di silenzio su realtà
straordinariamente inique e crudeli, nella quali l'America ha responsabilità
dirette, come ad esempio gli attacchi di Ariel Sharon contro i civili
palestinesi, o le tremende conseguenze delle sanzioni contro l'Iraq per la
popolazione, o ancora le pratiche punitive disumane dei governi della Colombia e
della Turchia, che godono dell'appoggio degli Stati uniti. Tutti questi temi
sono considerati non pertinenti in una discussione «seria» di politica estera.
C'è infine il «narratheme» che dà per scontata la saggezza e autorità
morale ad alcuni noti personaggi, quali ad esempio Henry Kissinger, David
Rockefeller e l'intero gruppo dei responsabili dell'attuale amministrazione,
riaffermata dovunque con martellante insistenza e senza neppure l'ombra di un
dubbio. Scarsi commenti e nessuna critica ha suscitato ad esempio la recente
nomina a cariche governative importanti di due personaggi (Elliott Abrams e John
Pointdexter) già condannati per reati commessi ai tempi dell'Irangate.
Quest'accettazione acritica dell'autorità passata e presente, anche nei casi in
cui si è coperta di fango, si esprime in forme diverse - dal linguaggio
ossequioso dei vari commentatori e opinionisti fino al rifiuto totale di vedere
nel personaggio di turno qualcosa di diverso dell'impeccabile doppiopetto scuro
con camicia bianca e cravatta rossa. A tutto questo è sottesa la fede americana
nel pragmatismo, visto come il sistema filosofico più adatto a gestire la realtà:
una posizione non solo antimetafisica e antistorica, ma curiosamente anche
antifilosofica.
Questa specie di antinominalismo postmoderno costituisce, accanto al pensiero
analitico, una corrente di pensiero molto influente nelle università americane.
Ad esempio, nell'università in cui insegno, pensatori quali Hegel o Heidegger
sono presenti nel programma delle facoltà di letteratura o di storia dell'arte,
ma si studiano pochissimo in quella di filosofia. Questa serie di miti, di «master
stories», viene diffusa con impressionante insistenza dalle grandi reti di
comunicazione americane recentemente riorganizzate e mobilitate, in particolare
ad uso e consumo del mondo arabo ed islamico. Sono invece deliberatamente
oscurate le tradizioni del dissenso, che costituiscono una sorta di
contromemoria ufficiosa: tradizioni che si spiegano in larga misura con il
carattere della società americana, formata essenzialmente da immigrati. Forme
di dissidenza si fanno strada sia negli interstizi che all'interno stesso dei «narrathemes».
Purtroppo, all'estero raramente i commentatori tengono in debito conto questa «foresta
del dissenso», di segno sia progressista che reazionario: questi flussi di
opinione rendono a volte più evidenti, agli occhi di un osservatore attento, i
collegamenti, non sempre facili da individuare, tra i vari «narrathemes». Un
esame attento delle componenti della fortissima resistenza contro la guerra
contro l'Iraq voluta da Bush farebbe emergere un quadro dell'America assai
diverso, estremamente mobile e molto più aperto alla cooperazione
internazionale e al dialogo. Sorvolerò sul considerevole numero di persone che
si oppongono alla guerra perché ne temono i costi, in termini sia finanziari
che di vittime americane, per non parlare delle ricadute su un'economia già in
crisi; e non mi soffermerò neppure sulla massa magmatica dei conservatori, per
i quali l'America è calunniata da perfidi stranieri, dall'Onu e da comunisti
senza timor di Dio, o sulla componente libertaria e isolazionista, strana
coalizione tra destra e sinistra che non è il caso di menzionare in questo
contesto. Un'altra categoria che mi limiterò a citare brevemente è quella
degli studenti: una parte importante della popolazione universitaria diffida
profondamente della politica estera americana, praticamente su tutti i piani, ma
soprattutto per quanto attiene alla globalizzazione economica.
Questi giovani, animati da principi morali e per certi aspetti assai vicini
all'anarchia, hanno tenuto vivo nelle università americane l'interesse per i
grandi temi quali la guerra del Vietnam, l'apartheid in Sudafrica e i diritti
civili negli Stati uniti.
Restano da esaminare vari gruppi legati ad esperienze e prese di coscienza
particolari. In Europa, in Africa o in Asia questi gruppi verrebbero definiti di
sinistra; ma negli Stati uniti la forza del sistema bipartitico è tale che
dalla fine della seconda guerra mondiale non c'è più stato nulla di simile a
un movimento socialista o di sinistra a vocazione parlamentare. Citerò
innanzitutto l'ala sinistra della comunità afro-americana, formata da gruppi
urbani che si mobilitano contro la brutalità della polizia, le discriminazioni
in campo occupazionale, il degrado dell'habitat e del sistema scolastico,
guidati e rappresentati da personalità quali il reverendo Al Sharpton, Cornel
West, Mohammed Ali, Jesse Jackson (per quanto in ribasso come leader) e vari
altri che si richiamano a Martin Luther King Jr.
A questi movimenti si associano numerose altre collettività etniche di
latinoamericani, amerindi e musulmani. Certo, questi gruppi impegnano molte
delle loro energie per tentare di farsi strada negli ambienti del potere locale
o nazionale, per partecipare a trasmissioni televisive prestigiose o
aggiudicarsi qualche seggio nei consigli d'amministrazione di fondazioni,
università o grandi imprese. Ma nel complesso, non sono mossi tanto
dall'ambizione quanto da un senso d'ingiustizia e di rivolta contro le
discriminazioni; e non sono quindi mai completamente integrabili nel «sogno
americano», riservato soprattutto ai bianchi e al ceto medio. È il caso di
notare una particolarità interessante di alcuni personaggi quali ad esempio il
reverendo Al Sharpton o il verde Ralph Nader, ormai più o meno tollerati, tanto
da essersi conquistati una certa visibilità, che però non si prestano ad
essere cooptati perché troppo intransigenti, o non sufficientemente interessati
al tipo di premi abitualmente offerti dalla società statunitense.
Tra le componenti del dissenso va citata una parte preponderante del movimento
delle donne, impegnate su temi quali il diritto all'aborto, la lotta contro le
violenze e molestie sessuali e la parità sul lavoro.
Anche alcune associazioni professionali (in particolare di medici, avvocati,
scienziati, universitari, più alcuni sindacati e un settore del movimento
ambientalista) contribuiscono alla dinamica dei gruppi contro corrente, pur
rimanendo legate, in quanto corpi istituzionalmente costituiti, all'ordine
sociale e a tutto ciò che le sue esigenze comportano. Un paese percorso da
conflitti Non va poi sottovalutato il ruolo delle Chiese organizzate, divenute
in molti casi veri e propri vivai del dissenso e della volontà di cambiamento.
I fedeli di queste Chiese vanno nettamente distinti dai cristiani
fondamentalisti e dai tele-evangelisti di cui già si è parlato. I vescovi e i
laici cattolici ad esempio, così come il clero della Chiesa episcopale, i
quaccheri e il sinodo presbiteriano - nonostante gli scandali sessuali nel primo
caso e la perdita d'influenza negli altri tre - hanno adottato in materia di
pace e di guerra posizioni straordinariamente progressiste, protestando contro
le violazioni dei diritti umani perpetrate all'estero, contro l'ipertrofico
bilancio militare e la politica economica neoliberista, che fin dal primi anni
'80 ha portato alla mutilazione dei servizi pubblici.
Storicamente, una parte della comunità ebraica organizzata è da sempre
impegnata nella lotta per i diritti delle minoranze, sia negli Stati uniti che
all'estero. Ma, dopo Reagan e l'ascesa dei neoconservatori, le sue potenzialità
positive sono in gran parte soffocate dall'alleanza della destra religiosa
statunitense con Israele, e dalla febbrile attività delle organizzazioni
sioniste, sempre pronte a tacciare di antisemitismo chiunque critichi la
politica israeliana (si è sentito persino agitare lo spettro di una nuova «Auschwitz
americana»). Molti altri gruppi e individui che aderiscono ad assemblee,
riunioni e manifestazioni pacifiche hanno preso le distanze dall'alienante coro
patriottico del dopo 11 settembre, facendo quadrato in difesa delle libertà
civili (tra cui la libertà d'espressione) minacciate dall'Us Patriot Act. Anche
il ceto medio, che vive una situazione di disagio costante, è sempre più
sensibile agli appelli contro la pena capitale e contro vari abusi (dei quali
l'esempio più noto è il campo di detenzione di Guantanamo), e tende a
condividere la diffidenza verso le autorità in genere, siano esse militari o
civili, e la perplessità a fronte di un sistema carcerario sempre più
privatizzato (la percentuale dei detenuti rispetto alla popolazione è la più
alta del mondo, e nelle carceri quella degli uomini e delle donne di colore è
proporzionalmente altissima). Tutto questo si riflette nella confusa mischia del
cyberspazio, luogo di svolgimento di inarrestabili contese tra l'America
ufficiosa e quella ufficiale. In una situazione economica in continuo
deterioramento in cui il fossato tra ricchi e poveri si allarga sempre più, e a
fronte degli incredibili sperperi, della corruzione ai più alti livelli della
società e delle privatizzazioni selvagge, che mettono e repentaglio quanto
rimane del sistema di sicurezza sociale, le tanto celebrate virtù del sistema
capitalistico appaiono sempre più indifendibili.
Davvero l'America è unita intorno al suo presidente, alla sua politica estera
bellicista, al pericoloso semplicismo della sua visione economica?
O in altri termini: l'identità americana è stata veramente stabilita una volta
per tutte? E il mondo dovrà quindi adattarsi a convivere con l'immensa potenza
militare di un blocco monolitico che ha dispiegato le sue truppe in decine di
paesi e bombarda a destra e a manca chiunque non si pieghi al suo volere, con il
pieno assenso di «tutti gli americani»?
Ho cercato di suggerire qui un altro modo di vedere l'America: un paese percorso
da conflitti, ove la contestazione è molto più vivace di quanto generalmente
si creda. Un paese che sta vivendo una grave crisi d'identità. Avrà anche
vinto la guerra fredda, come oggi ci si compiace di dire, ma le conseguenze di
questa vittoria sul piano interno sono tutt'altro che univoche. E la lotta non
è finita. Limitandosi a concentrare l'attenzione sul potere centrale, politico
e militare si perde di vista una dialettica interna tuttora in atto, e ben
lontana dall'essere risolta.
C'è un grosso errore che accomuna la tesi di Francis Fukuyama sulla fine della
storia e quella di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà: hanno entrambe
il torto di considerare la storia delle culture come se ognuna delle sue realtà
fosse chiaramente delimitata nello spazio e nel tempo. Mentre di fatto, il
contesto politico- culturale è soprattutto un terreno di lotta costante sulle
identità, la definizione di sé e la proiezione nel futuro. Ogni cultura - e in
particolar modo quella americana, che è essenzialmente una cultura di immigrati
- è formata da numerose componenti che si accavallano e si sovrappongono in
vari modi. E forse, una delle conseguenze «collaterali» della globalizzazione
è il sorgere di comunità transnazionali, che si mobilitano su tematiche di
carattere globale - come nel caso dei movimenti impegnati per i diritti umani,
per la liberazione della donna o contro la guerra.
Gli Stati uniti non sono affatto isolati da tutto questo. L'importante è saper
vedere al di là delle apparenze, e non lasciarsi scoraggiare da una superficie
apparentemente compatta, per collegarsi alle varie correnti del dissenso su temi
che interessano tanta parte dell'umanità su questo pianeta. Da questo diverso
modo di guardare all'America possono sorgere motivi di speranza e
d'incoraggiamento.
note:
* Docente di letterature comparate alla Columbia University (Stati uniti),
autore in particolare di Orientalismo, Feltrinelli, Cultura e Imperialismo,
Gamberetti, e dell'autobiografia Sempre nel posto sbagliato, Feltrinelli.
(1) 16 gennaio 2003.
(2) The Overworked American: the
unexpected decline of leisure, Basic Books, New York, 1991.
(3) Linda Symcox, Whose history? the
Struggle for national Standards in America classrooms, Teachers College Press,
New York, 2002.
(Traduzione di E. H.)
http://www.ilmanifesto.it
TERRORISMO
«E' colpa d'Israele»
Parlano i capi dei Servizi segreti di Tel Aviv
JOSEPH HALEVI
molto serrata sul terrorismo in rapporto all'occupazione dei
territori palestinesi. L'elemento importante consiste nel fatto che
il dibattito avviene e si alimenta all'interno delle massime sfere
militari e dei servizi segreti d'Israele. Le recenti dichiarazioni
del vice premier Ehud Olmert sulla necessità di ritirarsi da una
buona fetta dei territori occupati e da una parte di Gerusalemme
orientale scaturiscono proprio dalla natura altolocata della
discussione e prefigurano una strategia di ripiego in cui il ritiro
unilterale verrà usato per convalidare comunque annessioni
territoriali. Negli ultimi tre mesi uno dopo l'altro, senza
interruzione, i maggiori dirigenti militari e dei servizi segreti
del paese hanno apertamente constatato il totale fallimento delle
risposte repressive del governo alla seconda Intifada. La novità
consiste nella valutazione del terrorismo visto come il risultato di
politiche concrete, prevalentemente prodotte dal governo di Israele.
I punti essenziali della discussione si trovano in tre gruppi di
interventi. Il primo - effettuato inizialmente in forma anonima poi
emerso alla luce del sole - proviene dal Capo di Stato Maggiore
dell'esercito Moshe Yaalon le cui dichiarazioni hanno ricevuto un
grande risalto nella stampa internazionale («Our strategy helps the
terrorists - army chief warns Sharon», The Guardian 31 ottobre)..«Le
nostre decisioni tattiche ci portano ad operare contro il nostro
interesse strategico» ha detto Yaalon aggiungendo inoltre: «Ciò
aumenta l'odio per Israele e rafforza le organizazioni
terroristiche». Secondo il capo dell'esercito israeliano «per i
palestinesi non ci sono speranze, non ci sono prospettive, nè nella
Striscia di Gaza, nè a Betlemme o a Gerico». La stampa di Tel Aviv
ha interpretato tali esplosive dichiarazioni come un tentativo di
scaricare sul sistema politico il fallimento della strategia
militare. Ma lo scisma è più profondo. Per il governo di Sharon il
terrorismo è il prodotto di una propaganda d'odio. Esso è quindi un
male in sè avulso dalla condizione specifica dei palestinesi.
Tuttavia, secondo il Guardian, nelle settimane precedenti
all'intervento di Yaalon i comandanti militari in Cisgiordania
avevano avvertito l'amministrazione militare locale che la
disperazione dei palestinesi aveva raggiunto nuovi abissi
alimentando un odio per Israele che, secondo gli stessi comandanti,
poco o niente ha a che vedere con la propaganda d'odio su cui il
governo scarica la reponsabilità del terrorismo. Il secondo gruppo
di interventi consiste in una lunga intervista al quotidiano Yediot
Ahronot del 14 novembre di quattro ex recenti direttori generali dei
servizi di sicurezza Shin Beth. L'intervista è accessibile in
inglese presso il sito
http://www.peacenow.org/nia/news/yedioth1103.html.
ed è stata
sintetizzata sul New York Times del 15 novembre («4 Israeli Ex-
Security Chiefs Denounce Sharon's Hard Line»). Per gli ex direttori
Israele è sull'orlo del precipizio perché tutti i passi che ha
intrapreso sono contrari alle aspirazioni di pace. Inoltre, sostiene
Amy Ayalon, direttore dal 1996 al 2000, «stiamo facendo dei passi
sicuri e ben calcolati per arrivare ad un punto in cui Israele non
sarà nè una democrazia nè una terra per gli ebrei. Tutto il resto è
pura chiosa». La causa odierna della deriva verso la catastrofe
risiede nel fatto che la preoccupazione principale si concentra
sulla prevenzione del terrorismo che è stata trasformata in un
indicatore di progresso politico. Per Carmi Gillon, direttore dello
Shin Beth nel 1995 e 1996 questo è un errore. Invece secondo Avraham
Shalom (1980-1986) non è un errore ma una scusa per non far nulla.
Gillon osserva che mentre Sharon accettava la Road Map imponeva una
condizione che ha trasformato la questione del terrorismo
nell'essenza e nel fine di tutto. In questa modo, osserva, è
impossibile vedere alcuna Road Map.
L'utimo intervento è ad opera di Izahar Be'er direttore del centro
per la difesa della democrazia Keshev. Pubblicato solo sull'edizione
in ebraico di Ha Aretz del 4 dicembre, l'articolo tratta delle
relazioni di causa ed effetto che muovono il terrorismo. Be'er
ricorda che il primo attentato suicida in territorio israeliano
avvenne il 4 aprile 1994, cioè 40 giorni dopo l'attentato di Baruch
Goldstein a Hebron che uccise 29 musulmani in preghiera. Be'er
mostra inoltre come gli assassinii mirati di Sharon rappresentino
l'assorbimento da parte del governo israeliano della filosofia
terroristica di Goldstein per il quale la violenza diretta ad
obiettivi simbolici poteva arrestare con successo processi politici
volti ad ostacolare la formazione del Grande Israele. Con l'arrivo
delle destra al potere tale concezione è diventata la politica del
governo. La strategia delle eliminazioni ha costituito lo strumento
per riaccendere il fuoco ogniqualvolta le fiamme rischiavano di
affievolirsi. Secondo Be'er è necessario prendere seriamente in
considerazione la possibilità che molti attentati avvengano in
reazione alle eliminazioni mirate.
"Possiamo ucciderlo oppure segregarlo nella sua residenza"
Alla Muqata si susseguono manifestazioni di solidarietà per il raìs
Abu Ala: "Se Israele non rivede la decisione, niente governo"
"Noi - ha spiegato Olmert - cerchiamo di eliminare tutti i capi del
terrorismo, e Arafat è fra questi". La posizione del governo di Sharon
è sempre più dura: il presidente dei palestinesi è considerato responsabile
delle violenze e degli attacchi suicidi, unico artefice del fallimento della
tregua. E non solo perché non è in grado di tenere a bada le formazioni
estremiste, ma anche perché è lui il primo "terrorista". Il piano
per espellerlo è già pronto. La scelta, quindi, sta tra
l'eliminazione fisica e l'annientamento politico: in quest'ultima opzione,
Arafat sarebbe segregato nella Muqata più di quanto lo sia già ora.
Chiarisce Olmert: "Sarebbe rifornito di cibo due volte al giorno, ma non
potrebbe ricevere ospiti, né dare interviste, né parlare al telefono".
Ma c'è anche chi crede che la morte di Arafat sarebbe l'unica scelta
possibile: Avi Dichter, il capo dello Shin Bet, la sicurezza interna, ha
dichiarato al quotidiano Maariv che si oppone all'eventuale espulsione del
presidente palestinese. La sua eliminazione fisica sarebbe meno dannosa, dice
Dichter, perché, dopo qualche settimana di turbolenza, alla fine i regimi
arabi moderati resisterebbero alle proteste e la tutta l'area acquisterebbe
maggiore stabilità.
A Ramallah, proseguono intanto le manifestazioni di solidarietà per il raìs:
sono arrivati anche molti "scudi umani", pronti a difenderlo nel
caso in cui arrivassero i reparti speciali israeliani. E probabilmente
l'ipotesi che la sua espulsione gli garantirebbe un nuovo palcoscenico si sta
rivelando fondata. Il suo atteggiamento, in questi giorni, è più ambiguo che
mai: ai suoi seguaci promette battaglia, agli osservatori internazionali si
presenta come vittima dell'ostinazione israeliana.
Intanto, il primo effetto della decisione del governo Sharon si fa sentire
sulla formazione del nuovo governo guidato da Abu Ala. Una formazione che è
tutt'ora bloccata. "Se Israele non cambierà atteggiamento, è per me
superfluo cercare di formare un governo" ha detto il neo-premier a un
gruppo di pacifisti israeliani.