Archivio Web Noam Chomsky
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Noam Chomsky
La colonizzazione del Medio Oriente:
le sue origini e il suo profilo
La concezione strategica
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Acquisire il controllo unilaterale delle regioni medio orientali produttrici di
petrolio non è un obiettivo di poco conto. Quando gli Stati Uniti divennero una
vera e propria superpotenza negli anni quaranta, la leadership politica vide la
regione come l'"area strategicamente più importante del mondo" (Eisenhower),
"una enorme fonte di potere strategico, e uno dei maggiori obiettivi
materiali della storia del mondo" oltre che "probabilmente il più
ricco obiettivo del mondo nel campo degli investimenti stranieri"
(Dipartimento di Stato, anni quaranta) un obiettivo che gli Stati Uniti
intendevano tenere per sé e per il loro alleato britannico, nel Nuovo Ordine
Mondiale che si andava allora dispiegando.
Da allora, gli Stati Uniti si sono attenuti a una concezione strategica per la
regione che avevano ereditato dal loro predecessore britannico. Il grande
"obiettivo materiale" deve essere gestito da amministratori locali,
dittature familiari deboli e dipendenti, disposte a fare ciò che gli si dice di
fare. Tali dittature costituiscono quello che i pianificatori imperialisti
britannici avevano chiamato la "facciata araba", edificata per
consentire alla Gran Bretagna di governare dietro a varie "finzioni
costituzionali" dopo aver concesso una garanzia di indipendenza nominale.
Gli amministratori possono essere brutali e corrotti finché vogliono, a patto
di svolgere la propria funzione. Sotto questo aspetto essi rientrano in una
impressionante collezione di tiranni e assassini: i vari dittatori militari
latinoamericani, Suharto, Marcos, Mobutu, Ceaucescu, e molti altri criminali
alla stessa stregua. E' difficile immaginare un crimine che potrebbe farli
espellere da questo club. Perfino Stalin venne trovato con le carte in regola.
Truman stimava e ammirava l'"onesto" leader russo. La sua morte
sarebbe stata una "autentica catastrofe", secondo Truman, il quale
aggiungeva che avrebbe potuto "trattare con" Stalin fintantoché gli
Stati Uniti avessero condiviso la sua strada l'85 per cento delle volte. Quello
che Stalin faceva a casa sua non lo riguardava. Altri rispettati personaggi
condividevano questo giudizio, compreso Churchill, il cui smaccato apprezzamento
per il tiranno sanguinario proseguì nel 1945: "il premier Stalin era uomo
di grande forza, nel quale riponeva la massima fiducia", spiegò Churchill
al suo gabinetto dopo Yalta, esprimendo l'auspicio che il leader russo rimanesse
al comando.
Non c'è nulla di nuovo nel sostegno offerto ai mostri del Medio Oriente e
nell'indifferenza per i crimini piu spaventosi se ciò contribuisce a perseguire
i più elevati fini della "stabilità". Se non si comprendono queste
persistenti caratteristiche della "diplomazia reale", quello che
accade nel mondo è destinato a rimanere un mistero.
La "facciata" va protetta dagli abitanti locali, che sono arretrati e
incivili, e non sembrano cogliere le ragioni per le quali del "più ricco
obiettivo economico del mondo" debbano giovarsi non loro, ma gli
investitori occidentali. Di conseguenza, è necessario affidarsi a gendarmi
locali per mantenere l'ordine; in momenti diversi, all'Iran, alla Turchia, al
Pakistan, e ad altri ancora. La forza statunitense e britannica rimane sullo
sfondo, ove necessario. Israele ricade nel secondo di questi livelli di
controllo.
Nei corridoi del potere, le idee fondamentali vengono intese abbastanza bene,
anche se viene considerato sconveniente parlare in modo troppo schietto; così
non ci appropriamo di risorse per noi stessi, ma piuttosto le sottraiamo a
potenziali nemici, per autodifesa; indipendentemente dai fatti, noi e i nostri
alleati siamo impegnati in "controterrorismo" o
"rappresaglia", non in "terrorismo", ecc. Tuttavia, una
certa chiarezza emerge dalle nebbie.
Molto impressionato dal successo militare di Israele nella guerra del 1948, lo
Stato Maggiore descrisse il nuovo Stato come la principale potenza militare
della regione dopo la Turchia, che offriva agli Stati Uniti lo strumento per
"acquisire un vantaggio strategico nel Medio Oriente, che avrebbe
controbilanciato il declino della potenza britannica nell'area". Dieci anni
dopo, il Consiglio di sicurezza nazionale giunse alla conclusione che un
"corollario logico" dell'opposizione al crescente nazionalismo arabo
"consisterebbe nel sostenere Israele come unica forte potenza
filo-occidentale in Medio Oriente". Durante gli anni sessanta, gli analisti
statunitensi videro la potenza israeliana come una barriera alle minacce
nasseriane alla "facciata", impressione confermata dalla distruzione
della forza militare dell'Egitto da parte di Israele nel 1967. La tesi secondo
cui Israele poteva servire da "risorsa strategica" per difendere gli
interessi e gli alleati degli Stati Uniti dalle forze nazionaliste venne
ulteriormente corroborata nel 1970, quando Israele parò quella che si profilava
come una minaccia siriana al Regno di Giordania e potenzialmente ai produttori
di petrolio. E l'impressione ando crescendo negli anni seguenti.
La tesi della risorsa strategica trovò la sua collocazione naturale all'interno
della Dottrina di Nixon, secondo la quale gli Stati Uniti non potevano "più
interpretare il ruolo di poliziotto mondiale" e quindi "si attendevano
che altre nazioni fornissero più di un poliziotto per perlustrare i propri
quartieri" (ministro della difesa Melvin Laird). Il quartier generale della
polizia – era inteso – rimaneva a Washington; gli altri dovevano perseguire
i propri "interessi regionali" all interno del "quadro globale di
ordine" amministrato dagli Stati Uniti, per riprendere il modo in cui Henry
Kissinger spiegò il concetto generale agli europei, ammonendoli a non
infrangere le regole. I due principali poliziotti incaricati di perlustrare il
distretto medio orientale erano Israele e l'Iran, segretamente alleati. Gli
studiosi parlano, in genere, di una "strategia dei "due pilastri"
per il controllo statunitense, pensando a Iran e Arabia Saudita; che, invece, si
sia trattato di una "strategia dei tre pilastri" e apparso chiaro
almeno fin dagli anni settanta.
Nel maggio del 1973, il principale specialista del Senato su petrolio e Medio
Oriente, il falco democratico Henry Jackson, osservò che il dominio
statunitense sulla regione è salvaguardato dalla "forza e
dall'orientamento occidentale di Israele sul Mediterraneo e dell'Iran sul Golfo
Persico", due "amici affidabili degli Stati Uniti". Questi amici
"sono serviti a inibire e contenere quegli elementi irresponsabili e
radicali di certi stati arabi che, se gliene fosse stata data la possibilita,
avrebbero rappresentato in effetti una grave minaccia alle nostre principali
fonti di petrolio nel Golfo Persico". All'epoca, gli Stati Uniti si
servivano appena di queste fonti. Il maggiore produttore di petrolio del mondo
fino al 1970 fu il Venezuela, che l'amministrazione Wilson aveva preso a
controllare come un feudo privato mezzo secolo prima, espellendo la Gran
Bretagna, altro esempio dell'"idealismo wilsoniano": in questo caso,
della sua dedizione al principio della "porta aperta" e al principio
di "autodeterminazione". Anche altre riserve dell'emisfero occidentale
erano sostanziose. Ma la sorgente più economica e abbondante di petrolio del
mondo, che si trovava appunto nella regione del Golfo, era necessaria come
riserva e come leva per dominare il mondo, oltre che per l'ingente ricchezza che
ne scaturiva, principalmente per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
Se i materiali di archivio venissero resi disponibili, avrebbero sicuramente
molto di interessante da dire riguardo alle tacite relazioni intrattenute nel
corso degli anni tra la facciata araba e i due principali gendarmi, con i quali
era ufficialmente in guerra. Questo è del tutto improbabile in Arabia Saudita e
negli Emirati del Golfo, e purtroppo meno probabile di quanto lo fosse un tempo
negli Stati Uniti, dopo il passaggio a una censura molto più aspra sotto Reagan,
che, a quanto pare, ancora permane; recenti scoperte effettuate dallo storico
israeliano Benny Morris destano dubbi anche sugli archivi israeliani. Le
relazioni segrete tra Israele e lo Scià sono state ampiamente rivelate,
soprattutto in Israele.
Non deve affatto sorprendere che dopo la caduta dello Scià, Israele e Arabia
Saudita cominciarono istantaneamente a cooperare nella vendita di armi
statunitensi all'esercito iraniano. Lo si è sostanzialmente ammesso in pubblico
sin dal 1982. Si era agli stadi iniziali di quello che in seguito sarebbe
divenuto noto come lo scandalo delle "armi in cambio di ostaggi",
scoppiato quando non fu più possibile nascondere alcuni aspetti della vicenda.
Non vi era alcun ostaggio quando ebbe inizio l'operazione
statunitense-israeliana-saudita, e alti funzionari israeliani furono abbastanza
franchi nello spiegare quello che stava accadendo fin dai primi giorni: un
tentativo di ispirare un colpo militare per restaurare il vecchio ordine. Del
resto, si trattava solo di una "procedura operativa standard". Il modo
abituale di rovesciare un governo civile e di stabilire relazioni con elementi
militari, le persone incaricate di sbrigare il lavoro. Il progetto è talvolta
coronato da successo; l'Indonesia e il Cile ne sono due esempi recenti. L'Iran
si e rivelato un osso più duro.
Vari agenti acquisiscono diritti a seconda del loro ruolo all'interno della
generale concezione strategica. Gli Stati Uniti hanno diritti per definizione.
Anche i poliziotti di ronda hanno diritti, a meno che non siano negligenti, nel
qual caso, se agiscono in modo troppo indipendente, diventano nemici. Gli
amministratori locali hanno diritti fintantoché badano ai propri affari. Se ci
vuole un "pugno di ferro" per preservare la "stabilità",
così sia.
Gli abitanti dei bassifondi del Cairo o dei villaggi libanesi, e altri come
loro, non hanno né ricchezza né potere, e quindi nessun diritto, per semplice
conseguenza logica. Anche i loro interessi sono "un incidente, non un
fine". Nel caso dei palestinesi, essi non solo non hanno diritti ma, peggio
ancora, sono un fastidio; la loro infelice sorte è stata un agente irritante
con effetto dirompente sull'opinione pubblica araba. Pertanto essi hanno diritti
negativi, fatto che spiega molte cose. E' stato necessario incidere
quell'ascesso in qualche maniera, con la violenza o in altro modo. L'idea di
fondo e che se si riuscisse a sgombrare il campo dalla questione palestinese,
dovrebbe essere possibile portare alla superficie le tacite relazioni tra le
parti dotate di diritti, ed estenderle, incorporando anche altri paesi in un
sistema regionale dominato dagli Stati Uniti nell "area strategicamente [più]
importante del mondo".
Questa è sempre stata la logica essenziale del "processo di pace". Il
quadro, stabile e durevole, non ci permette di dedurre con assoluta esattezza ciò
che accade e probabilmente continuerà ad accadere; le faccende umane sono
troppo complesse perché ciò sia possibile. Ma ci consente di arrivarci
sorprendentemente vicino.
Fino a poco tempo fa, non è stato possibile imporre appieno la concezione
strategica guida, in parte a causa dei limiti del potere degli Stati Uniti, in
parte in seguito a problemi determinati dall'impegno a conservare il ruolo
cruciale di Israele come "risorsa strategica". Tale ruolo ha assunto
maggiori proporzioni tra gli anni settanta e gli anni ottanta, andando ben al di
la del Medio Oriente. Questa è stata una delle conseguenze delle iniziative
intraprese dal Congresso a partire dai primi anni settanta per imporre
condizioni concernenti i diritti umani sulle azioni dell esecutivo; tali
iniziative sono uno dei più importanti effetti dei movimenti popolari degli
anni sessanta, che modificarono in modo considerevole gli atteggiamenti e la
percezione del grande pubblico nei confronti di un ampia gamma di questioni, con
considerevole rammarico per l'opinione dell'élite'. I pianificatori ebbero
bisogno di ricorrere sempre più spesso a dei surrogati. Per citare un solo
illuminante esempio, quando John F. Kennedy decise di spedire la forza aerea
statunitense a bombardare il Vietnam del sud, non vi fu un sussurro di protesta;
ma quando i reaganiani cercarono di condurre operazioni simili in America
centrale, scatenarono una pubblica rivolta, e dovettero limitarsi a massicce
operazioni terroristiche clandestine.
In un simile contesto, Israele venne ad assumere nuove funzioni. Perciò, quando
le condizioni riguardanti i diritti umani stabilite dal Congresso impedirono al
presidente Carter di spedire jet in Indonesia nel 1978, mentre le atrocità a
Timor est raggiungevano il culmine, egli poté fare in modo che Israele inviasse
jet statunitensi, che sarebbero giunti attraverso un canale libero. I maggiori
contributi tuttavia, si ebbero in Africa e Sudamerica, specie da quando
l'amministrazione Reagan creò una rete di terrorismo internazionale di
imponenti dimensioni, comprendente neonazisti argentini, Taiwan, Sudafrica,
Inghilterra, Arabia Saudita, Marocco e altri. Va ricordato che gli operatori di
poco conto come Gheddafi ingaggiano terroristi, mentre i pezzi grossi
preferiscono ricorrere direttamente a Stati terroristi.
Sulla questione del ruolo centrale di Israele nella politica medio orientale
degli Stati Uniti, vi è stato qualche dibattito interno. Ma per varie ragioni,
non prive di interesse, la tesi della risorsa strategica si è trovata raramente
a fronteggiare gravi minacce. Gli sparuti tentativi di discostarsi da tale tesi
sono stati rapidamente soffocati, in gran parte in riconoscimento delle
dimostrazioni di valore militare di Israele, che produssero una grande
impressione non solo nei leader statunitensi ma anche in un vasto spettro dell
opinione intellettuale.
Queste sono alcune delle ragioni per le quali gli Stati Uniti hanno
costantemente svilito o piegato gli sforzi diplomatici per risolvere il
conflitto nel corso di oltre 20 anni. La maggior parte di tali iniziative
avrebbero imposto un qualche riconoscimento dei diritti palestinesi, laddove
Washington è ferma nel sostenere che i palestinesi non hanno alcun diritto che
possa interferire col potere israeliano. Inoltre, queste iniziative avrebbero
portato a un qualche tipo di coinvolgimento internazionale in un accordo;
Washington è sempre stata riluttante ad accettare anche questo, nonostante si
sia dimostrata disposta a fare un'eccezione per il suo "luogotenente"
britannico, per mutuare l'espressione con la quale un influente consigliere di
Kennedy spiegò in che modo andava inteso il "rapporto speciale" con
l'importante partner. E' stato necessario "assicurarsi che gli europei e i
giapponesi non venissero coinvolti nell'azione diplomatica in Medio
Oriente", come spiego in privato Henry Kissinger.
Le premesse fondamentali sono cosi profondamente radicate che sono entrate a far
parte della stessa terminologia impiegata per inquadrare i problemi. Prendiamo
il termine "negazionismo [rejectionism]", che qualora venisse
impiegato in senso neutrale dovrebbe riferirsi alla negazione del diritto
dell'autodeterminazione nazionale per l'uno o l'altro dei due gruppi che
reclamano appunto tale diritto nella ex Palestina: gli abitanti indigeni e i
coloni ebrei che li hanno gradualmente sostituiti. Ma il termine non viene
impiegato a questo modo. Piuttosto, "negazionisti" sono coloro i quali
negano i diritti di uno solo dei contendenti, vale a dire del popolo ebreo:
alcuni elementi dell'Olp, il governo dell'Iran e qualcun altro. D'altro canto,
quanti negano i diritti dei palestinesi (compresi i due maggiori gruppi politici
di Israele, i due partiti politici statunitensi, tutti i governi israeliani e
statunitensi, praticamente tutta l'opinione statunitense rappresentata nei mezzi
di informazione) sono "moderati" o "pragmatici", perfino
"colombe". E ancor più degno di nota, tuttavia, il fatto che, senza
alcuna vergogna, le persone e le organizzazioni che vengono considerate
"civili e libertarie" possano denunciare come "offensivo"
l'"accostamento tra quegli israeliani che si oppongono alla creazione di
uno Stato potenzialmente ostile al confine di Israele e quei palestinesi che
tuttora propugnano la distruzione di Israele [...]" ossia, il confronto tra
coloro che negano il diritto all autodeterminazione ai palestinesi e coloro che
negano tale diritto agli ebrei israeliani.
La consuetudine razzista è così saldamente radicata da passare inosservata e
risulta incomprensibile quando la si fa notare. Come Orwell osservò nella sua
trattazione della "censura [...] deliberata in Inghilterra", lo
strumento più efficace e il "generale tacito accordo che "non
starebbe bene" menzionare quel particolare fatto"; è compito di una
decente istruzione inculcare gli atteggiamenti opportuni. E uno dei fatti che
"non starebbe bene" menzionare, o addirittura pensare, e che gli Stati
Uniti sono stati a lungo il leader del fronte della negazione.
Vale la pena osservare come la guerra fredda sia stata per lo più una
considerazione secondaria, circostanza talvolta ammessa nel dibattito interno.
Così nel marzo del 1958, il segretario di Stato John Foster Dulles informò il
Consiglio di sicurezza nazionale che né il comunismo né l'Unione Sovietica
erano coinvolti nelle tre maggiori crisi mondiali dell'epoca, tutte riguardanti
il mondo islamico: il Medio Oriente, il Nordafrica e l'Indonesia. E quando uno
dei presenti suggerì che altri avrebbero potuto lavorare per conto dei russi,
il presidente Eisenhower fece "vigorosa obiezio- ne", rivela il
documento.
Non credo che ci sia nulla da aggiungere su questo punto; lo si sta cominciando
ad ammettere, anche ufficialmente, dato che il pretesto non serve più ad alcuno
scopo utile. La transizione è stata rapida. A 1989 inoltrato, gli Stati Uniti
si stavano difendendo dalla globale aggressione comunista. Alla fine dell'anno,
non era più questo ciò che stavano facendo (o che avevano mai fatto). Nel
marzo del 1990, la Casa Bianca presentò il suo regolare rapporto al Congresso
per spiegare perché il budget del Pentagono doveva venire mantenuto al suo
colossale livello, il primo rapporto dopo la caduta del muro di Berlino nel
novembre del 1989. La conclusione fu la solita, ma le ragioni stavolta furono
differenti: la minaccia non era il Cremlino, ma la "tecnologia sempre più
sofisticata" del terzo mondo. In particolare, gli Stati Uniti dovevano
mantenere le proprie forze di intervento puntate sul Medio Oriente dato
"l'affidamento che il mondo libero fa sulle riserve di energia che si
trovano in questa regione chiave", dove le "minacce ai nostri
interessi potrebbero non risiedere alle porte del Cremlino". Fatto questo
che talvolta è stato riconosciuto negli ultimi anni, o anche prima, se è per
questo, come nel 1958. 0 nel 1980, quando l'architetto della forza di intervento
rapido (il futuro comando centrale) del presidente Carter, puntata
principalmente sul Medio Oriente, testimoniò davanti al Congresso che l'impiego
più probabile del dispiegamento militare non era quello di resistere a un
attacco sovietico (estremamente poco plausibile), ma di occuparsi delle tensioni
indigene e regionali: il "nazionalismo radicale" che ha rappresentato
sempre una preoccupazione di primo piano.
Ovviamente, nel Medio Oriente come altrove, i bersagli dell'attacco statunitense
si rivolsero ai russi per cercare appoggio, cosa che il Cremlino fu talvolta
disposto a offrire per ragioni puramente ciniche e opportunistiche. E la potenza
sovietica ebbe un effetto deterrente, come i documenti ripetutamente mostrano.
Ma a parte queste precisazioni, rimane vero che "le minacce ai nostri
interessi potrebbero non risiedere alle porte del Cremlino".
Nel 1991, Washington era nella condizione di raggiungere i suoi obiettivi
strategici con poco riguardo per l'opinione mondiale. Non era più necessario
minare tutte le iniziative diplomatiche, come Washington aveva fatto per 20
anni. L'Unione Sovietica era scomparsa, e con essa, lo spazio per il non
allineamento, un fatto di grande importanza per le vicende mondiali, che ha
ricevuto scarsa attenzione a occidente ma è stato accolto con non lieve
apprensione nel terzo mondo. In una rivista cilena, il noto autore Mario
Benedetti scrisse che "la combinazione dell indebolimento dell'Urss e della
vittoria [statunitense] nel Golfo potrebbe rivelarsi tragica [per il sud] a
causa della rottura dell equilibrio militare internazionale che in qualche modo
serviva a contenere le smanie di dominio statunitense" e perché la
provocazione lanciata allo sciovinismo razzista occidentale "potrebbe
stimolare imprese imperialiste ancor più selvagge". Lo stato d'animo
generale del sud venne fotografato dal cardinale brasiliano Paulo Evaristo Arns,
il quale osservò come nelle nazioni arabe "il ricco si è schierato con il
governo statunitense mentre i milioni di poveri hanno condannato questa
aggressione militare". In tutto il terzo mondo "vi è odio e paura:
quando decideranno di invaderci" e con quale pretesto? Se non in modo
marginale, nulla di tutto ciò giunge all'occidente, sprofondato nel
trionfalismo e nell'autocongratulazione.
La maggior parte del terzo mondo era ad ogni modo piombata nel completo
disordine, devastata dalla catastrofe del capitalismo degli anni ottanta.
L'Europa ha fondamentalmente abdicato a qualsiasi ruolo nelle faccende del Medio
Oriente, garantendo agli Stati Uniti il controllo pressoché totale che avevano
a lungo agognato. La guerra del Golfo ha suggellato il patto, stabilendo che
"si fa quello che diciamo noi" e mettendo in moto un genuino
"processo di pace" – vale a dire un processo saldamente sottoposto
al controllo unilaterale degli Stati Uniti.
http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/me2_concezione.html
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Noam Chomsky
La colonizzazione del Medio Oriente:
le sue origini e il suo profilo
Lo "stallo"
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L'esito della guerra fu estremamente gradito agli Stati Uniti, visto che venne
meno l'influenza nasseriana nella regione (con grande sollievo della
"facciata") e Israele assunse il controllo della sponda occidentale,
di Gaza, degli altopiani del Golan e del Sinai. Ma la guerra aveva portato il
mondo pericolosamente vicino a uno scontro tra superpotenze. Si temevano
minacciose comunicazioni sulla "linea calda" tra Washington e Mosca.
Il premier sovietico Kosygin a un certo punto ammonì il presidente Johnson che
"se volete la guerra, guerra avrete", come riportò anni dopo il
ministro della difesa Robert McNamara, aggiungendo la sua opinione che
"siamo andati maledettamente vicini alla guerra" quando la flotta
degli Stati Uniti "circondò una portaerei [sovietica] nel
Mediterraneo"; egli non spiegò i dettagli, ma l'episodio probabilmente
risaliva al periodo in cui Israele si impossessò degli altipiani siriani del
Golan dopo il cessate il fuoco.
Chiaramente bisognava fare qualcosa. Seguì un processo diplomatico, che
condusse alla risoluzione numero 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite, che da allora ha costituito il quadro di riferimento diplomatico.
Nonostante fosse stata deliberatamente formulata in modo vago nella speranza di
ottenere l'adesione generale, vi sono pochi dubbi sul modo in cui la risoluzione
venne interpretata dal Consiglio di sicurezza, compresi gli Stati Uniti:
richiedeva una pace completa in cambio del completo ritiro israeliano, forse con
qualche reciproco e minore aggiustamento. Che gli Stati Uniti sostenessero
questo consenso internazionale emerge chiaramente dai documenti che sono stati
divulgati, e in alcuni casi trapelati, compresa un importante ricostruzione del
Dipartimento di Stato. Questa interpretazione della risoluzione 242 venne
confermata pubblicamente nel piano Rogers del 1969 presentato dal segretario di
Stato William Rogers e approvato dal presidente Nixon, nel quale si era
sostenuto che "qualsiasi mutamento dei confini preesistenti non avrebbe
dovuto riflettere la portata della conquista e avrebbe dovuto limitarsi a
variazioni di poco conto necessarie per la mutua sicurezza".
La 242 non venne attuata. Nonostante tutti avessero firmato, gli stati arabi
rifiutarono di accordare una pace completa e Israele rifiutò di ritirarsi
completamente. Notate che la 242 e piattamente negazionista: non offre nulla ai
palestinesi, che vengono contemplati solo in relazione al problema dei
rifugiati.
L'impasse venne rotta nel febbraio del 1971, quando il presidente egiziano Sadat
si unì al consenso internazionale, accettando la proposta del mediatore dell'Onu
Gunnar Jarring per la pace completa con Israele in cambio del completo ritiro
israeliano dal territorio egiziano. Israele accolse di buon grado la
dichiarazione dell'Egitto "di essere pronto a intavolare un accordo di pace
con Israele", ma lo rifiutò, affermando che "Israele non si ritirerà
entro i confini precedenti al 5 giugno del 1967". Questa posizione e stata
da allora sostenuta senza deviazioni da entrambi i raggruppamenti politici, le
coalizioni basate rispettivamente sul partito laburista e sul Likud.
Sadat, facendo propria la posizione ufficiale degli Stati Uniti, pose Washington
di fronte a un dilemma: Washington avrebbe dovuto accettarla, lasciando così
Israele da sola tra i principali attori dell opposizione? 0 gli Stati Uniti
avrebbero dovuto cambiare politica unendosi a Israele nel loro riiiuto a
tutt'oggi unilaterale delle disposizioni della 242 concernenti il ritiro Henry
Kissinger preferì quest ultima alternativa, perorando la situazione di
"stallo", sulla base di motivazioni così bizzarre che è stato
necessario ignorarle, probabilmente a causa dell'imbarazzo; non è il solo caso
del genere. Può darsi che la sua principale motivazione fosse quella di
soppiantare il suo rivale William Rogers e assumere cosi la direzione del
Dipartimento di Stato come stava per fare.
La linea di Kissinger prevalse. Da allora gli Stati Uniti hanno negato non solo
i diritti dei palestinesi (all'epoca, forti del consenso interno), ma anche le
disposizioni di ritiro della risoluzione 242 così come erano intese dai suoi
autori – compresi gli Stati Uniti, contrariamente alle invenzioni successive.
Anche queste sono cose che "non starebbe bene" dire. Pertanto,
l'intera vicenda è vietata: espulsa dalla storia.
Nelle sue memorie, il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, allora
ambasciatore di Israele a Washington, descrive l'accettazione della
"famosa" proposta Jarring da parte di Sadat un "fulmine a ciel
sereno", una "pietra miliare" sulla via della pace, per quanto
inaccettabile perché rimaneva l'"impronta elusiva di Sadat",
implicando un "nesso pregiudiziale" tra l'accordo di pace e il ritiro
di Israele entro i confini precedenti al giugno del 1967 (in accordo con la 242,
così come veniva intesa all'epoca al di fuori di Israele). Negli Stati Uniti, d
altro canto, i fatti sono scomparsi. Vengono regolarmente ignorati dai
giornalisti e dai commentatori dei principali mezzi di informazione, e
abbastanza spesso anche nei lavori accademici. L'esempio più recente è la
storia di Mark Tessler, che è più equilibrata della maggior parte delle altre.
Nella sua estesa analisi dell'attività diplomatica, non si trova alcun cenno
all'ufficiale offerta di pace da parte di Sadat e al rifiuto di Israele, ma una
nota a pie' di pagina fa riferimento a un'intervista del 1971 nella quale Sadat
informava il redattore di Neurstoeek Arnaud de Borchgrave "che l'Egitto era
pronto a riconoscere Israele e a trattare la pace". De Borchgrave informò
il primo ministro israeliano Golda Meir "che Sadat avrebbe presto ripetuto
la sua offerta di pace all'inviato delle Nazioni Unite Gunnar Jarring",
prosegue Tessler, ma la Meir "respinse l'apertura di Sadat".
Questo è tutto per la "famosa pietra miliare". Pochi altri si sono
anche solo avvicinati cosi tanto alla realtà.
Il rifiuto della 242 da parte degli Stati Uniti su iniziativa di Kissinger
cancellò la questione del ritiro dal "processo di pace". Il problema
del negazionismo sorse alcuni anni dopo, quando il consenso internazionale si
spostò verso una posizione non negazionista, condivisa anche dai maggiori stati
arabi e dall'Olp. Il problema giunse all'apice quando il Consiglio di sicurezza
discusse una risoluzione che incorporava il testo della risoluzione 242, ma
aggiungeva una disposizione concernente uno Stato palestinese da fondare nella
sponda occidentale e nella striscia di Gaza. La risoluzione venne sostenuta
dagli "stati del conflitto" arabi (Egitto, Giordania, Siria) e dall'Olp,
dall'Unione Sovietica, dall'Europa e dalla maggior parte del resto del mondo. Ad
essa posero il veto gli Stati Uniti, che si erano ormai saldamente attestati a
capo della frangia più estrema del Fronte della Negazione. Washington pose il
suo veto a una risoluzione simile nel 1980. La questione passò allora
all'Assemblea generale, che tenne votazioni annuali nelle quali gli Stati Uniti
e Israele rimasero isolati all'opposizione (una volta sola in compagnia della
Repubblica dominicana); un voto negativo degli Stati Uniti nell'Assemblea
equivale a un veto, anche se gli Stati Uniti sono completamente soli, o quasi,
come comunemente accade. L'ultima delle regolari votazioni annuali si tenne nel
dicembre del 1990, 144-2. Un'altra risoluzione che appoggiava "Il diritto
del popolo palestinese all'autodeterminazione" venne presa in esame nel
novembre del 1994 (124-2).
Tutto questo è bandito dalla storia, di rado persino riportato, espulso dai
documenti in favore di edificanti storie sugli sforzi americani tesi al
raggiungimento della pace, contrastati da negazionisti arabi e altri cattivi
personaggi, nel quadro, probabilmente, di un cosmico "scontro di civiltà".
La votazione alle Nazioni Unite del 1990 avvenne poco prima della guerra del
Golfo che pose gli Stati Uniti nella posizione di imporre, alla fine, la loro
forma estrema di negazionismo. L'amministrazione Bush aveva riaffermato quei
principi ben prima, nel piano Baker del dicembre del 1989, il quale non faceva
altro che appoggiare il piano Shamir-Peres proposto dalla coalizione di governo
israeliana nel maggio del 1989. Secondo il piano Shamir-Peres-Baker, gli Stati
Uniti e Israele avrebbero selezionato certi palestinesi che avrebbero ricevuto
il permesso di discutere l'"iniziativa di Israele", ma nient'altro. Il
piano teoricamente era pubblico ma trovò un'eco immediata solo nella stampa
dissidente, oltre a essere trascurato o mal rappresentato anche in buona parte
dei migliori studi accademici. Si è parlato di una sola delle sue disposizioni,
quella relativa alle elezioni, per illustrare ciò che la stampa talvolta
definisce la "brama di democrazia" dei leader americani: una
democrazia che dovrebbe essere realizzata tramite elezioni da tenersi sotto il
controllo militare di Israele mentre buona parte del settore istruito della
popolazione giace in prigione senza capi di imputazione.
I termini cruciali del piano Shamir-Peres-Baker erano: 1) che non vi puo essere
nessun "altro Stato palestinese nel distretto di Gaza e nell'area tra
Israele e la Giordania" (es- sendo gia la Giordania uno "Stato
palestinese"); e 2) che "Non vi può essere alcuna variazione nello
status di Giudea, Samaria e Gaza [la sponda occidentale e la striscia di Gaza]
se non in accordo con le linee guida essenziali del governo [israeliano]",
le quali escludono l'autodeterminazione palestinese.
E' importante tenere a mente che questa era la posizione ufficiale
dell'amministrazione Bush, che viene regolarmente condannata per la sua aspra
posizione anti-Israele. E' coerente con l'estremo negazionismo statunitense
degli anni precedenti, ed è il contesto in cui si inquadra il "processo di
pace" che l'amministrazione alla fine è riuscita a imporre dopo la guerra
del Golfo.
Tutto ciò è inaccettabile dal punto di vista dottrinale, e quindi
inesprimibile se non addirittura inconcepibile nella cultura intellettuale
estremamente disciplinata. I fatti non sono in discussione, ma sono sovversivi
per il potere e così è necessario "uccidere la storia", per mutuare
l'appropriato termine che viene usato per descrivere la regolare prassi dei
commissari. Dai media, difficilmente provengono obiezioni – anche se alcuni
degli eventi sono stati riportati fedelmente, compresi gli eventi del gennaio
del 1976 che sono completamente spariti dalla storia ufficiale.
Dal principio degli anni ottanta, la storia divenne semplicemente un'opera
buffa, mentre i media dell'élite e la comunità intellettuale si battevano con
crescente disperazione "per non vedere" i sempre più evidenti
tentativi da parte dell'Olp di passare a un accordo negoziato – occultando
anche il fatto, oggetto di ampio dibattito in Israele, che il principale
proposito del devastante attacco israeliano in Libano nel 1982 era di minare la
minaccia degli sforzi dell'Olp di negoziare un accordo politico.
http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/me3_stallo.html
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Noam Chomsky
La colonizzazione del Medio Oriente:
le sue origini e il suo profilo
"La pace del vincitore": gli accordi di Oslo
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L'esito è completamente in accordo con l'immutata posizione statunitense sul
negazionismo e sul ritiro (su quest'ultimo salda sin dal 1971). Ricade anche
all'interno della gamma delle varie proposte israeliane che si sono succedute
negli anni, dal piano Allon del 1968 che rappresenta la proposta estrema delle
colombe, al piano Shamir-Peres-Baker del 1989, e ai piani proposti dal
rappresentante dell'estrema destra Ariel Sharon e dal partito laburista nel
1992, che a malapena differiscono. Anche tutto ciò e ben documentato e
regolarmente riportato in modo corretto in Israele e in pubblicazioni
alternative dissidenti negli Stati Uniti, ma pochi americani hanno potuto avere
anche il minimo sentore dei fatti. Ormai, con l'Europa che ha sgombrato il
campo, sembra di poter dire lo stesso dei cittadini europei, anche se, non
avendo compiuto un'indagine accurata, lo dico con cautela. In questo contesto,
non deve sorprendere granché che la Norvegia si sia prestata a fare da
intermediario per l'accordo Israele-Arafat, che si è attenuto rigidamente al
tradizionale negazionismo statunitense-israeliano.
Per quanto concerne la ragione per la quale Israele ha deciso di rivolgersi al
canale di negoziato di Oslo, escludendo gli Stati Uniti finché non è giunto il
momento della fanfara (e dei soldi), può darsi che si temesse che un accordo
con Clinton nei panni del mediatore non avrebbe avuto alcuna credibilità nel
mondo arabo, alla luce dell'avvicinamento della sua amministrazione verso le
posizioni dei falchi. Questo allontanamento da una lunga storia di sostegno alla
meno estrema forma di negazionismo dei laburisti ha stupito i commentatori
israeliani. Sembra che tale condotta sia da attribuire al falco australiano del
Medio Oriente Martin Indyk e al Washington Institute for Near East Policy che
egli ha fondato dopo aver lasciato l'Aipac, la lobby di Israele a Washington;
l'istituto ha avuto un ruolo interessante nella stampa statunitense consentendo
ai giornalisti di presentare la propaganda israeliana come un "mero
resoconto dei fatti" formulato con le parole di "esperti" forniti
dall'istituto.
Un accordo, ovviamente, avviene tra due parti e, perciò, ci si deve anche
chiedere perché Arafat ha accettato ciò che rappresentava una completa
capitolazione di fronte alle richieste di Stati Uniti e Israele. La risposta più
verosimile è che egli deve avervi intravisto l'ultima chance di mantenere la
sua posizione di potere all'interno del movimento palestinese. L'Olp si è
attirata il disprezzo di buona parte della popolazione dei territori per la sua
corruzione e il suo assurdo atteggiamento, e dal 1993, l'opposizione ad Arafat e
le istanze di democratizzazione dell'organizzazione avevano raggiunto livelli
drammatici, riportati nella stampa israeliana e sicuramente noti alle autorità
israeliane, che hanno intravisto la possibilità di siglare un tipo di accordo
che avevano sempre desiderato. Come virtuale agente di Israele, Arafat ha potuto
conservare il suo feudo, ottenendo anche in tal modo accesso a sostanziosi
fondi. Da quanto è dato sapere, sembra che sia stato questo a condurlo a Oslo.
I piani di Sharon e dei laburisti del 1992, ora effettivamente fissati nella
Dichiarazione dei principi, si basano sul principio al quale Israele ha aderito
fermamente sin dal suo piano Allon del 1968: Israele deve essere in grado di
controllare i territori nella misura che reputa utile, comprese le terre e le
risorse utilizzabili (in particolare le riserve d'acqua della sponda
occidentale, alle quali Israele attinge abbondantemente). I modi il cui il
controllo andrebbe esercitato sono stati oggetto di un dibattito strategico che
si e sviluppato nel corso degli anni, così come i confini che si desidera va
dare alla "Grande Israele". Per quanto concerne la questione dei modi
di controllo, la questione più dibattuta e stata quella di determinare se
l'autorità vada divisa in termini territoriali o "funzionali", ove
quest'ultimo aggettivo sta praticamente a prefigurare una situazione in cui
Israele continuerebbe a controllare il territorio e l'autorità palestinese
sarebbe responsabile dei palestinesi che si trovano all'interno di tale
territorio. Dalla metà del 1995, Israele continua a rimanere attestata sulla
posizione secondo cui può esservi tutt'al più una divisione
"funzionale" dell'autorità almeno nel 1999: non vi sarà alcun
fondamentale "trasferimento di sovranità" ai palestinesi, ha
annunciato il ministro degli esteri Shimon Peres alla radio israeliana, e la
maggior parte della terra della sponda occidentale rimarrà sotto il controllo
dell'esercito israeliano durante tale periodo. Quanto ai confini, i programmi
attuali indicano l'intenzione di includere all'interno della "Grande
Israele" la Valle del Giordano, circa un terzo della striscia di Gaza, area
circostante l'entità nebulosa e in rapida espansione della "Grande
Gerusalemme", che si estende ormai a est fino a Gerico; e qualsiasi altra
zona Israele scelga di annettersi con la benedizione (e il finanziamento) della
superpotenza che la protegge. L'espansione della "Grande Gerusalemme"
in effetti spacca la sponda occidentale in "cantoni" in accordo con il
piano Sharon; un altro corridoio di accesso alla Giordania colonizzato da
israeliani frammenta ulteriormente la regione.
Quando la Dichiarazione dei principi venne annunciata, gli osservatori bene
informati riconobbero che non offriva "nemmeno l'accenno di una soluzione
al problema di fondo che esiste tra Israele e i palestinesi", né nel breve
periodo né strada facendo (il giornalista israeliano Danny Rubinstein). Il suo
significato operativo divenne ancora più chiaro dopo l'Accordo del Cairo del
maggio 1994, col quale si assicurò che i territori amministrati da Arafat
sarebbero rimasti "completamente nell'ovile economico di Israele",
come osservò il Wall Street Journal, e che l'amministrazione militare sarebbe
rimasta intatta in tutto fuorché nel nome. L'importanza dell'accordo venne
immediatamente compresa in Israele. Meron Benvenisti, ex vice sindaco di
Gerusalemme e capo del Data Base Project per la sponda occidentale, oltre a
essere da molti anni uno dei più scaltri osservatori dell'informazione
ufficiale israeliana, commentò che l'Accordo del Cairo, "a tal punto che
è difficile credere ai propri occhi nel leggerlo, [...] garantisce
all'amministrazione militare l'autorità esclusiva nella "legislazione,
aggiudicazione, esecuzione politica"" e "responsabilità per
l'esercizio di questi poteri in conformità col diritto internazionale" che
gli Stati Uniti e Israele interpretano a proprio piacimento. "L'intero
intricato sistema di ordinanze militari [...] conserverà la sua forza, a parte
la facoltà di regolamentazione legislativa e quanti altri poteri Israele potrà
espressamente garantire" ai palestinesi. I giudici israeliani conservano
"poteri di veto su qualsiasi legislazione palestinese "che potrebbe
mettere a repentaglio i principali interessi israeliani”", che hanno
"la precedenza", e vengono interpretati come Stati Uniti e Israele
preferiscono. Pur essendo subordinate alle decisioni di Israele su tutte le
questioni di una certa importanza, alle autorità palestinesi viene garantito un
dominio di loro esclusiva competenza: esse hanno "responsabilità esecutiva
per qualsiasi cosa venga fatta o non fatta", il che significa che
acconsentono a caricarsi i gravosi costi dei 28 anni di occupazione, dalla quale
Israele ha tratto enorme profitto, e ad assumere una perdurante responsabilità
per la sicurezza di Israele. Questo "accordo di resa", osserva
Benvenisti, pone in atto le estremistiche proposte di Sharon del 1981 che a suo
tempo erano state respinte dall'Egitto.
Dopo un altro accordo Israele-Arafat, un anno dopo, Benvenisti ha commentato che
"Arafat ancora una volta ha chinato il capo di fronte all'avversario
infinitamente più forte". Egli ha rivisto i termini dell'accordo, che ha
lasciato oltre metà della sponda occidentale "all'assoluto controllo
israeliano" e ha rimandato la discussione dello status di un altro 40 per
cento per diversi anni, durante i quali Israele potrà continuare a servirsi
dell'aiuto statunitense per "fabbricare fatti" come di consueto.
L'accordo, nota Benvenisti, rescinde la disposizione della Dichiarazione dei
principi "secondo cui la sponda occidentale verrà considerata
"un'unità territoriale, la cui integrità verrà preservata durante il
periodo di interim"". Egli predice che poco cambierà rispetto al
periodo dell'occupazione, se non che "il controllo israeliano diverrà meno
diretto: invece di gestire gli affari in prima persona, gli "ufficiali di
collegamento" israeliani li seguiranno tramite gli impiegati dell'Autorità
palestinese". Come la Gran Bretagna durante il suo periodo d'oro, Israele
continuerà a governare al riparo di "finzioni costituzionali". Di
certo non c'è nessuna innovazione; si tratta dello schema tradizionale di
conquista attuato dagli europei nella maggior parte del mondo.
La situazione è ancora peggiore a Gaza, dove i servizi di sicurezza israeliani
(Shabak) rimangono "una forza invisibile ma violenta, la cui oscura
presenza si avverte costantemente, ed esercita un potere letale sulle vite degli
abitanti di Gaza", riporta il corrispondente di Ha'aretz Amira Hass,
aggiungendo che le autorità israeliane continuano a controllare anche
l'economia. Dal 1991, osserva Graham Usher, Israele ha riconvertito la
tradizionale produzione di frutta e verdura di Gaza alla produzione di piante
ornamentali e fiori tramite varie misure coercitive, tra le quali le confische
che hanno ridotto di quasi un terzo la terra da agrumi coltivabile. Lo scopo è
solo in parte quello di sottrarre territorio di un certo valore al controllo
arabo. Israele intende anche "assorbire l'urto del commercio di Gaza con
altre economie, o meglio, custodirlo all'interno del commercio israeliano".
L'esportazione di questi settori a monocoltura è nelle mani di imprenditori
israeliani, e il bassissimo costo del lavoro nella demoralizzata striscia di
Gaza permette agli imprenditori israeliani di mantenere i propri mercati europei
in sostanziale attivo.
Nell'estate del 1995, il 95 per cento della popolazione di Gaza era
"imprigionata nella regione" dalla forza israeliana, riporta il gruppo
israeliano per i diritti umani Tsevet'aza, con l'"economia
strangolata" e le forze di sicurezza preposte a controllare il commercio,
l'esportazione e le comunicazioni, spesso impegnate a "peggiorare le
condizioni di vita dei palestinesi". In condizioni simili, pochi sono
disposti a fronteggiare i rischi dell'investimento, almeno al di fuori dei
parchi industriali messi su dai produttori israeliani per "sfruttare la
poco costosa manodopera palestinese". Tsevet'aza riporta inoltre che
Israele continua a negare agli investitori palestinesi la licenza di aprire
piccoli impianti produttivi, e che i pescatori vengono tenuti a sei chilometri
dalla costa, dove non vi è affatto pesce durante i mesi estivi. Le limitate
risorse d acqua in questa regione molto arida vengono impiegate per l'intensiva
agricoltura israeliana, persino i laghi artificiali di eleganti luoghi di
villeggiatura, stando a quanto riportano i visitatori. Nel frattempo, le risorse
di acqua erogate ai palestinesi di Gaza sono state ridotte della metà dopo gli
accordi di Oslo, come ha scritto l'ispettore delle Nazioni Unite per i diritti
umani Rene Felber in un rapporto aspramente critico sulle condizioni carcerarie
e sulla politica idrica. Egli ha rassegnato le dimissioni poco tempo dopo,
commentando che non ha senso redigere rapporti che vanno a finire in un cestino.
Un anno dopo la Dichiarazione dei principi, il controllo di Israele sulla terra
della sponda occidentale ha raggiunto il 75 per cento, in aumento rispetto al 65
per cento del periodo in cui sono stati firmati gli accordi. Anche
l'insediamento e il "consolidamento" di colonie è proceduto a passo
spedito, accanto alla costruzione di "strade di circonvallazione" che
collegano le colonie ebraiche con Israele vera e propria, tagliando fuori i
villaggi arabi che sono rimasti isolati l'uno dagli altri e dai centri urbani
che Israele preferisce cedere all'amministrazione palestinese. I progetti
autostradali sono immensi, con costi stimati intorno ai 400 milioni di dollari,
secondo il segretario generale del partito laburista attualmente al governo. Lo
scopo è di fornire ai coloni quella che si potrebbe chiamare "una strada
dove non si è obbligati a vedere gli arabi attorno". I dettagli sono
segreti, ma "le linee generali emergono dalle mappe dei coloni",
riporta il corrispondente Barton Gellman, compreso il solito metodo di mettere
"la forza della legge israeliana" al servizio di progetti
"iniziati illegalmente dai coloni". Benvenisti descrive le strade come
"fatti politici dotati di conseguenze a lungo termine" che rientrano
nel piano di "suddividere le aree arabe in settori, di tramutare la sponda
occidentale in un lager", nel quadro di "una pace del vincitore, di un
diktat".
I fondi governativi per le colonie dei territori occupati sono aumentati del 70
per cento nell'anno successivo alla Dichiarazione dei principi (1994),
nonostante si partisse da un livello che era già elevato rispetto agli standard
precedenti. Il sostegno ai coloni e così generoso che i loro standard di vita
sono tra i più alti del paese. Gli annunci pubblicitari sui giornali
"invitano gli ebrei di Tel Aviv e delle sue vicinanze a stabilirsi a Ma'aleh
Ephraim" con vista sulla valle del Giordano e collegata a Gerusalemme da
strade di circonvallazione, nell'ambito dello sviluppo che taglia praticamente
in due la sponda occidentale. Gli annunci promettono piscine, enormi prati, e
una genuina atmosfera agreste che vi assicurerà un'alta qualità di vita",
con concessioni governative di 20.000 dollari per famiglia oltre a bassi tassi
di interesse, sgravi fiscali e altri incentivi. Nel giugno del 1995 il sindaco
della vicina Ma'aleh Adumin ha annunciato la costruzione di 6.000 nuove unità
residenziali destinate ad accrescere più del doppio la popolazione della città
portandola a cinquantamila anime negli anni a venire, accanto alla costruzione
di viali, di negozi, di un nuovo municipio e di altri edifici. La rivista del
partito laburista Daoar riporta che il governo Rabin ha conservato le priorità
del governo di estrema destra Shamir che ha rimpiazzato; mentre fingeva di
congelare le colonie, il partito laburista "le ha aiutate finanziariamente
ancor più di quanto il governo Shamir abbia mai fatto", estendendo le
colonie "ovunque nella sponda Occidentale, anche nei punti più
provocatori", compresi gli insediamenti dei sostenitori (spesso americani)
del rabbino (americano) Kahane, che è stato bandito dal sistema politico
israeliano per aver invocato le leggi di Norimberga di Hitler e per altre
scimmiottature dei nazisti.
In seguito a tali misure, nell'anno successivo alla Dichiarazione dei principi
la popolazione ebraica della sponda occidentale è cresciuta del 10 per cento, a
Gaza del 20 per cento, secondo quanto riporta la stampa israeliana, un processo
che prosegue e potrebbe accelerare. Il generale (in pensione) Shlomo Gazit, ex
capo dello spionaggio militare e Amministratore della sponda occidentale,
osserva che i programmi annunciati dal partito laburista sono mirati a
raddoppiare la popolazione ebraica della sponda occidentale entro il
"periodo di interim" di cinque anni a decorrere dagli accordi di Oslo.
La Foundation for Middle East Peace a Washington, che pubblica regolari
aggiornamenti, giunge alla conclusione che "i piani di costruzione del
governo Rabin per le colonie della sponda occidentale e di Gerusalemme
rivaleggiano con, e sotto alcuni aspetti sorpassano gli sforzi di costruzione
coloniale del governo Shamir durante il 1989-92", con "una decisa
intensificazione" prevista per gli anni a venire; il governo Shamir era
stato in precedenza il più estremista nell'opporsi ai diritti palestinesi e
nell'incoraggiare la presa dei territori da parte di Israele.
Un piano recentemente annunciato "polverizza qualsiasi residua [illusione]
palestinese che l'Accordo di Oslo possa portare ad un ritiro israeliano da
importanti territori della sponda occidentale o che Gerusalemme est possa mai
divenire una capitale palestinese", ha commentato nel gennaio del 1995
Danny Rubinstein, il veterano dei corrispondenti della sponda occidentale. Gli
eventi successivi non fanno che rafforzare tale conclusione. A giugno, è stata
fondata Ma'ale Yisrael, la 145' colonia nella sponda occidentale, contro gli
ordini del governo ma con la sua acquiescenza. I coloni usano mezzi pesanti e
esplosivi per costruire strade di accesso nei pressi di settori della sponda
occidentale densamente popolati e attentamente pattugliati, ma il governo non ne
sa nulla, come dicono i suoi portavoce alla stampa. Gli arabi vengono trattati
in maniera alquanto differente se commettono reati simili, come quello di
cercare di espandere il centro abitato sulla terra di loro proprietà (i
permessi vengono raramente accordati).
Da tutto ciò è escluso quello che sta avvenendo a Gerusalemme est e nei suoi
dintorni, conquistati durante la guerra del 1967. "Dall'annessione di
Gerusalemme est nel 1967", riporta il gruppo israeliano per i diritti umani
B'Tselem, "il governo israeliano ha adottato una politica di sistematica e
deliberata discriminazione nei confronti della popolazione palestinese della
città in tutte le questioni attinenti all'esproprio di terre, alla
pianificazione e alla costruzione", e in questo quadro rientra "il
deliberato insediamento di ebrei in Gerusalemme est [che] è illegale secondo il
diritto internazionale", ma accettabile per gli Stati Uniti, autorità
suprema in virtù del loro potere. "L'estesa edificazione e gli enormi
investimenti" da parte del governo "incoraggiano gli ebrei a
insediarsi" nella zona est di Gerusalemme in precedenza araba, mentre le
autorità "soffocano lo sviluppo e l'edificazione per la popolazione
palestinese", come altrove nei territori e in Israele stessa. La maggior
parte delle terre espropriate era di proprietà privata di arabi, riporta B'Tselem:
secondo il ministro dell'integrazione israeliano Yair Tzaban: "Circa 38500
unita residenziali sono state costruite su questa terra per la popolazione
ebraica ma nessuna per i palestinesi". Inoltre, "l'edificazione è
stata ostacolata sulla maggior parte dell'area che rimane nelle mani dei
palestinesi". "Solo il 14 per cento di tutto il territorio di
Gerusalemme est è destinato allo sviluppo di centri residenziali
palestinesi". "Zone verdi" vengono fissate come "un cinico
mezzo nel quadro del tentativo di privare i palestinesi del diritto di costruire
sulla loro terra e di preservare tali zone come luoghi per la futura costruzione
a beneficio della popolazione ebraica"; dell'attuazione di tali piani si ha
regolarmente notizia.
La linea di condotta è stata ideata dal sindaco Teddy Kollek, oggetto di grande
ammirazione ad occidente come personaggio di spicco per le sue doti democratiche
e umanitarie. Il loro proposito, commenta Amir Cheshin, consigliere di Kollek
sulle questioni arabe, era di "porre ostacoli nel processo di
pianificazione nel settore arabo". "Non voglio dare [agli arabi] un
senso di uguaglianza" ha spiegato Kollek, anche se sarebbe utile farlo
"qui e li, dove non ci costa molto"; altrimenti
"soffriremo". La commissione pianificatrice di Kollek ha anche
consigliato di favorire lo sviluppo per gli arabi laddove abbia "un
"effetto vetrina"", che "verrà visto da un gran numero di
persone (residenti, turisti, ecc.)". Kollek ha spiegato ai mezzi di
informazione israeliani nel 1990 che per gli arabi egli "non aveva
coltivato nulla né costruito nulla", se non un sistema fognario che –
egli si affrettò a rassicurare i suoi ascoltatori – non era mirato "al
loro benessere, al loro agio>>, dove per "loro" si intendevano
gli arabi di Gerusalemme. Piuttosto, "si erano verificati alcuni casi di
colera [nei settori arabi], e gli ebrei avevano il timore di venire contagiati,
perciò installammo le fogne e un sistema idrico per prevenire il colera".
Sotto il successore di Kollek, il sindaco del Likud Ehud Olmert, il trattamento
riservato agli arabi si è fatto considerevolmente più duro, stando alla stampa
locale.
Oltre a Gerusalemme est, alle colonie ebraiche, agli impianti militari e alla
rete autostradale di circonvallazione, Israele continuerà a controllare le
risorse idriche della sponda occidentale e "le terre pubbliche disabitate
della sponda occidentale che ammontano a circa la metà del territorio della
sponda occidentale", riporta Aluf Ben; il totale dei terreni pubblici
ammonta a circa il 70 per cento dell'intero territorio della sponda occidentale,
secondo quanto riporta la stampa israeliana. I terreni pubblici sono riservati
all'uso da parte di ebrei; gli arabi della sponda occidentale sono confinati nei
cantoni separati che sono stati loro assegnati. Queste restrizioni valgono anche
per il 92 per cento dei terreni all'interno di Israele, attuate in vari modi per
precludere ai cittadini israeliani arabi non solo quasi tutta la terra della
loro nazione, ma anche i fondi per lo sviluppo. I contributi da parte degli
americani destinati a realizzare tali obiettivi sono deducibili dalle tasse come
donazioni in beneficenza, e perciò i costi vengono divisi tra i contribuenti in
generale; è facile prevedere che programmi del governo per precludere agli
ebrei il 92 per cento di New York e i normali servizi cittadini potrebbero
ricevere un'accoglienza un po' differente. Come al solito, i fatti sono nelle
mani di chi paga i conti.
Israele ha sempre preferito trattare con la Giordania – lo "Stato
palestinese" del piano Shamir-Peres-Baker – piuttosto che con i
palestinesi; i due Stati hanno sempre avuto un comune interesse nel sopprimere
il nazionalismo palestinese, e hanno cooperato a questo fine durante la guerra
del 1948. In particolare, i piani statunitensi e israeliani favoriscono accordi
per Gerusalemme e la valle del Giordano con la Giordania piuttosto che con
l'amministrazione palestinese. In vista di tali obiettivi, una piccola parte del
territorio della valle del Giordano è stata restituita alla Giordania con
grande fanfara. Dobbiamo consultare la stampa israeliana per scoprire che il
Fondo nazionale ebraico (Fne) aveva impiegato mezzi pesanti e qualche settimana
di lavoro per "radere" il fertile manto superficiale della terra e
trasferirlo nelle colonie ebraiche.
L'esproprio della proprietà araba per gli insediamenti ebraici "pone
problemi in relazione al processo di pace", ha comunicato al Consiglio di
sicurezza Madeleine Albright, ambasciatore di Clinton presso le Nazioni Unite;
ma "non crediamo che il Consiglio di sicurezza sia la sede appropriata dove
discutere di questa azione" – che è stata completamente finanziata dal
contribuente americano (compresa la costituzione del Fne, ufficialmente a scopi
benefici), e non è stata discussa in nessun'altra sede. "Nel linguaggio di
Washington, questo vuol dire che gli Stati Uniti porranno il veto a qualsiasi
risoluzione su Gerusalemme che sia "ostile" a Israele", osserva
il corrispondente Graham Usher. Si tratta della prassi tradizionale; come la
Corte mondiale e altre istituzioni internazionali, le Nazioni Unite fanno quello
che vogliono gli Stati Uniti o vengono sciolte; e l'espansione israeliana a
spese dei palestinesi è una tradizionale politica statunitense che sta
raggiungendo nuovi apici sotto Clinton.
http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/me4_vincitore.html
Archivio Web Noam Chomsky
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Noam Chomsky
La colonizzazione del Medio Oriente:
le sue origini e il suo profilo
Terrore e punizione
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Anche le atrocità israeliane in Libano passano regolarmente sotto silenzio
negli Stati Uniti. Più di 100 libanesi sono stati uccisi dall'esercito
israeliano o dai suoi mercenari dell'esercito del Libano del sud nella prima metà
del 1995, riporta l'Economist di Londra, a fronte dei sei soldati israeliani
caduti in Libano. Le forze israeliane usano armi terribili, compresi granate
antipersona che si frantumano in schegge di metallo (talvolta granate a azione
ritardata in modo da portare al massimo livello il terrore), che hanno ucciso
due bambini nel luglio del 1995, altri quattro nella stessa città alcuni mesi
prima e altri sette a Nabatiye, dove "nessun giornalista straniero si è
casualmente trovato" a descrivere le atrocità, come ha riferito Robert
Fisk. Di solito si hanno delle menzioni occasionali nel contesto di articoli che
denunciano le azioni terroristiche di rappresaglia degli Hezbollah nei confronti
degli israeliani. A prescindere dall'identità delle vittime, la reazione delle
autorità militari è invariabilmente la stessa: punire i palestinesi. L'esempio
più drammatico si è avuto a Hebron dopo il massacro di 29 palestinesi nella
moschea di Ibrahim nel febbraio del 1994 da parte del colono di Hebron Baruch
Goldstein, un immigrato americano, al pari della gran parte della frangia
estrema, di temperamento neonazista, come i commentatori israeliani regolarmente
osservano. Dopo il massacro, "l'occupazione israeliana raddoppiò
l'oppressione" dei palestinesi, ha riportato un anno dopo Ori Nir. Nuove
misure di sicurezza "per proteggere i coloni ebrei dalla vendetta"
divennero permanenti, con le strade principali chiuse e il mercato, un tempo
centro regionale e base dell'economia di Hebron, distrutto. Il mercato è stato
chiuso perché si trova nei pressi dell'insediamento di 50 famiglie ebraiche in
questa città di 120.000 palestinesi, e "i coloni erano soliti rovesciare i
chioschi in scorribande, finché le autorità militari israeliane si stufarono
di trovarsi in mezzo a tumulti e si limitarono a chiudere il mercato",
riporta il corrispondente Gideon Levy: "Ora i negozi sono chiusi e
l'ingresso nella strada è consentito solo agli ebrei", compresi quelli che
"vanno al mercato con cani feroci per intimidire i palestinesi",
scagliano pietre contro di loro mentre marciano attraverso le zone palestinesi
"armati e pronti ad entrare in azione" durante le settimanali
scorribande del sabato sera, o chiariscono chi è che comanda in altri modi, con
l'acquiescenza delle forze di sicurezza.
Gli autobus degli arabi sono banditi dalla città, continua Nit, mentre quelli
usati dalla esigua minoranza dei coloni ebrei si muovono liberamente. Per gli
arabi, la "folle realtà" posta dalla forza militare "subordina
le loro vite agli interessi dei coloni". La vita per loro è divenuta
"un incubo" con la distruzione dell'economia e la costante violenza da
parte dei coloni che tengono incatenati dei cani per sbarrare loro il passaggio,
dipingono sulle loro case stelle di David slogan come "Fuori gli
arabi", "Morte agli arabi", "Lunga vita a Baruch Goldstein"
e perpetrano umiliazioni arbitrarie o anche di peggio mentre le forze di
sicurezza girano lo sguardo dall'altra parte. Si fanno vedere, aggiunge il
corrispondente Ran Kislev, ma solo quando gli arabi “cercano di difendere la
loro proprietà” a Hebron o nei villaggi circostanti. Con la normale
conseguenza “che numerosi arabi vengono feriti e ancor di più
imprigionati”.
La punizione forse più severa è il coprifuoco che segue regolarmente a ogni
tumulto, a prescindere da chi ne sia responsabile. Dopo il massacro di Goldstein
nella moschea (la Grotta dei patriarchi), il confino degli arabi per lunghi
periodi tramite virtuali (spesso reali) arresti domiciliari divenne una routine,
attuata talvolta in un modo che rivela la sgradevole realtà più efficacemente
delle regolari atrocità. Durante le vacanze della Pasqua ebraica nel 1995, per
esempio, un coprifuoco ininterrotto venne imposto ai 120.000 palestinesi di
Hebron affinché i pochi coloni e i 35.000 visitatori ebrei giunti a Hebron con
pullman noleggiati potessero fare picnic e spostarsi liberamente per la città,
danzando per le strade, intonando pubbliche preghiere per abbattere “il
governo della sinistra”, ponendo la prima pietra di un nuovo edificio
residenziale, e indulgendo in altri piacevoli occupazioni sotto lo sguardo
attento di uno straordinario dispiegamento di forze militari. “La celebrazione
è stata conclusa”, riporta Yacov Ben Efrat, “da coloni che hanno
imperversato per la città vecchia, distruggendo proprietà e infrangendo
finestrini delle macchine [...] in una città magicamente ripulita [...] dai
palestinesi”, cogliendo l'occasione “per insultare i palestinesi
imprigionati nelle loro case e per lanciare loro dei sassi se osavano sbirciare
dalla finestra gli ebrei che festeggiavano nella loro città” (Israel Shahak).
“Bambini, genitori e anziani vengono di fatto imprigionati per giorni nelle
loro case, che nella maggior parte dei casi sono gravemente sovraffollate”,
riporta Levy, e non possono far altro che accendere i propri apparecchi
televisivi per “osservare una colona che annuncia gioiosamente, "c'è un
coprifuoco, grazie a Dio "”, e ascoltare le “allegre danze dei
coloni”, le “processioni festive”, alcune alla “Grotta dei patriarchi
aperta solo agli ebrei”. Nel frattempo “il commercio, le professioni, gli
studi, la famiglia, l'amore – tutto si interrompe bruscamente”, e il
“sistema medico è rimasto paralizzato” di modo che “molte persone malate
a Hebron non hanno potuto raggiungere gli ospedali durante il coprifuoco e donne
che stavano partorendo non sono riuscite a giungere in tempo alle cliniche”.
I coprifuoco protratti nel tempo impongono grandi sofferenze, talvolta
letteralmente la fame, a una popolazione che per sopravvivere è stata costretta
a dipendere da un lavoro servile in terra d Israele, svolto in condizioni
terribili che sono state condannate per anni dalla stampa israeliana con
pittoresche descrizioni. Il solo studio accademico comparativo giunge alla
conclusione che “la situazione di arabi non cittadini in Israele è peggiore
rispetto a quella di non lavoratori stranieri in altri paesi”, dei lavoratori
emigrati negli Stati Uniti, dei “lavoratori ospiti” in Europa, ecc. Ma
questi erano i bei vecchi tempi. Ora i palestinesi sono progressivamente
sostituiti da lavoratori provenienti da Thailandia, Filippine, Romania e altre
nazioni dove le persone versano nella miseria. Il ministero del lavoro ha
riportato oltre 70.000 lavoratori stranieri registrati dal marzo del 1995,
mentre solo 18.000 permessi di ingresso sono stati garantiti a palestinesi dei
territori, in confronto ai 70.000 di un anno prima. Alcuni giornalisti
riferiscono che, accanto a decine di migliaia di emigranti illegali, essi
subiscono “orari di lavoro inumani e detrazioni della paga con vari
pretesti”, con “uomini venduti come schiavi da un padrone all'altro” e
“donne che subiscono gravi molestie sessuali e hanno paura di fiatare”,
sapendo che la minima protesta può condurre all'espulsione.
Queste “persone silenziose e lavoratrici in molti casi vivono in condizioni
subumane”, scrive il redattore di Ha aretz, “e sono spesso soggette
all'oppressione da parte dei loro datori di lavoro”. Vengono tenuti isolati e
senza diritti, vita familiare o sicurezza. La loro condizione “sarebbe la più
stretta approssimazione alla schiavitù” se alla base non vi fosse un
“contratto consensuale” reso possibile dalle condizioni create dal
“capitalismo reale” in buona parte del mondo. La soluzione “Thai”
preannunzia ulteriori disastri per i palestinesi, egli ammonisce, con pericolose
conseguenze anche per Israele.
I coprifuoco e le chiusure “hanno devastato l'economia palestinese
distruggendo 100.000 famiglie nella sola Gaza”, riporta Nadav Ha'etzni. Il
“trauma” può essere accostato solo all'espropriazione e espulsione in massa
dei palestinesi nel 1948. Dato che la manodopera importata in stato di semi
schiavitù preclude alla forza lavoro palestinese l'unico impiego che le era
stato concesso, “gli accordi di Oslo hanno creato un Medio Oriente veramente
nuovo”, egli scrive.
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Noam Chomsky
La colonizzazione del Medio Oriente:
le sue origini e il suo profilo
Programmi e piani di sviluppo
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Nonostante la barriera posta da Israele allo sviluppo nei territori fosse nota,
la sua entità apparve sorprendente persino agli occhi del più informato degli
osservatori quando fu possibile visitare la Giordania dopo gli accordi di pace.
Il confronto è particolarmente opportuno, osserva Danny Rubinstein, dal momento
che la popolazione palestinese è più o meno numericamente equivalente sui due
lati del Giordano, e la sponda occidentale era in una certa misura più
sviluppata prima della conquista israeliana nel 1967. Dopo essersi occupato con
bravura per anni dei territori occupati, Rubinstein era ben consapevole che
l'amministrazione israeliana "aveva deliberatamente peggiorato 1e
condizioni in cui i palestinesi dei territori dovevano vivere". Nondimeno
egli rimase scioccato e rattristato nello scoprire la sbalorditiva verità.
"Nonostante la Giordania abbia un economia instabile e appartenga al terzo
mondo", egli trovò che "il suo tasso di sviluppo è molto superiore a
quello della sponda occidentale per non parlare di Gaza", amministrate da
una società ricchissima che si avvale di aiuti stranieri senza pari. Mentre
Israele ha costruito strade solo per i coloni ebrei, "in Giordania la gente
guida su nuove autostrade a multiple corsie, ben attrezzate con ponti e
intersezioni". L'elettricità e disponibile ovunque, a differenza della
sponda occidentale, dove la grande maggioranza dei villaggi arabi dispone solo
di generatori locali che funzionano irregolarmente. "Lo stesso vale per il
sistema idrico. Nell'arida Giordania, vari grandi progetti idrici [...] hanno
mutato la sponda orientale della valle del Giordano in una densa e florida area
agricola", mentre sulla sponda occidentale le risorse idriche sono state
destinate all'uso dei coloni e di Israele stessa - circa i 5/6 dell'acqua della
sponda occidentale, secondo gli specialisti israeliani. Molti villaggi non hanno
affatto acqua corrente e anche città come Hebron e Ramallah mancano di acqua
corrente per molte ore al giorno d'estate.
Le fabbriche, il commercio, gli alberghi e le università si sono sviluppate
nell'impoverita Giordania, fino a raggiungere livelli discreti. Praticamente
nulla di simile è stato permesso sulla sponda occidentale, a parte la
costruzione di "due piccoli alberghi a Betlemme". "Tutte le
università nei territori sono state costruite solamente grazie a fondi privati
e donazioni da parte di Stati stranieri senza ricevere un centesimo da
Israele", a parte l'Universita islamica di Hebron, originariamente
finanziata da Israele nell'ambito del piano volto a incoraggiare il
fondamentalismo islamico affinché minasse alle fondamenta l'Olp, e che ora è
un centro di Hamas. I servizi nella sponda occidentale sono "estremamente
arretrati" in confronto alla Giordania. "Due grandi edifici a
Gerusalemme est che i giordani stavano costruendo nel 1967 e che erano destinati
a divenire ospedali e cliniche per i residenti della sponda occidentale sono
stati mutati in edifici di polizia dal governo israeliano", che ha
rifiutato anche permessi per costruire fabbriche a Nablus e Hebron sotto la
pressione dell'industria manifatturiera israeliana che voleva un mercato
controllato, privo di competizione. "Il risultato è che l'arretrato e
povero regno di Giordania ha fatto molto più per i palestinesi che vivono nel
suo territorio di Israele", mostrando "in modo ancora più lampante
quanto male siano stati trattati dall'occupazione israeliana".
Così nella striscia di Gaza, "nulla simboleggia meglio l'ineguaglianza nel
consumo di acqua, degli umidi prati verdi, delle aiuole irrigate, dei giardini
fiorenti e delle piscine delle colonie ebraiche nella sponda occidentale",
osservano due corrispondenti del Financial Times, mentre i vicini villaggi
palestinesi si vedono negare il diritto di scavare pozzi e hanno acqua corrente
- solo un giorno per diverse settimane - inquinata dagli scarichi fognari,
cosicché gli uomini devono salire in macchina per recarsi in città a riempire
taniche d'acqua o appaltare a privati il servizio a un costo quindici volte
maggiore. Israele reclama il diritto all'acqua della sponda occidentale - che
fornisce qualcosa come il 30 per cento de11e risorse idriche israeliane e metà
dell'acqua impiegata per l'agricoltura - per "consuetudine storica" a
partire dall'occupazione del 1967. E' difficile immaginare che ceda questa
preziosa risorsa a qualsiasi autorità palestinese, un fatto che da solo rende i
discorsi sull'autonomia praticamente insensati.
L'imponente letteratura apologetica racconta una storia differente, lodando la
"benigna" occupazione che ha portato simili benefici agli ingrati
palestinesi "facendo fiorire il deserto". Pone anche molta enfasi sul
grande aumento delle opportunità di istruzione offerte alla popolazioni
palestinese sotto il governo israeliano - trascurando, tuttavia, ciò che diceva
Rubinstein, e anche qualche altra cosa. In discussioni interne, i funzionari del
governo hanno raccomandato di concedere tali opportunità scolastiche nel
contesto del piano globale volto a "trasferire" i palestinesi altrove,
nella misura del possibile. La speranza e che "molti laureati possano
emigrare dalla regione" dal momento che non vi sarà alcuna opportunità
per loro sotto il governo israeliano (Michael Shashar, portavoce del governo
militare nei primi anni dell'occupazione). Per i palestinesi che rimangono, non
deve esservi altra scelta se non quella di una esistenza marginale in villaggi
isolati o di un lavoro servile in atroci condizioni in Israele.
I lineamenti di fondo del "processo di pace" sono stati descritti in
modo realistico dalla professoressa dell'università di Tel Aviv Tanya Reinhardt,
la quale ha fatto rilevare come sia un errore accostare gli accordi che vengono
attualmente imposti alla fine dell'apartheid in Sudafrica; piuttosto, dovrebbero
venire comparati con l'istituzione di quel mostruoso sistema, con le sue misure
di "autonomia" per "nuovi stati indipendenti", così come
venivano viste dai razzisti sudafricani e dai loro leali amici. Gli Stati Uniti
versano denaro a palate che in effetti viene destinato alla confisca di terre,
all'edificazione e allo sviluppo nei territori occupati, a finanziare forze di
sicurezza, e così via. Il risultato di tutto ciò sarà che i palestinesi
finiranno per essere un popolo sottomesso, privo di diritti, o giungeranno ad un
punto tale di disperazione da cercare di andarsene. La Giordania può essere
vista come un potenziale terreno di dumping, che resisterà, ma forse in modo
inefficace dato che viene assorbita sempre più completamente come una regione
dipendente all'interno dell'economia israeliana di gran lunga più ricca e
potente.
E' prevedibile che Israele e la corrente dell'Olp che fa a capo ad Arafat
saranno uniti nella ferma opposizione alla democrazia nelle aree ad
amministrazione palestinese. Si possono solo ammirare Rabin e Peres per la
franchezza con la quale annunciano che "se Hamas vince le elezioni per il
parlamento dell'Autonomia - l'accordo decade". Arafat naturalmente plaudirà,
nello stesso modo in cui ha invalidato le elezioni del novembre del 1994 al
Consiglio di Fatah nella regione di Ramallah, e ha fatto in modo che non
venissero più indette, dopo la sconfitta dei suoi sostenitori. E anche
difficile immaginare che Israele ponga fine la sua occupazione illegale del
Libano meridionale (nonostante l'invito del Consiglio di sicurezza del marzo
1978 al ritiro immediato e incondizionato) o alle operazioni terroristiche che
conduce a volontà in quella e altre regioni del Libano; tra queste si intendono
non solo le atrocità delle quali viene occasionalmente data notizia, ma anche i
casi minori non riportati negli Stati Uniti: per esempio, il divieto che Israele
ha imposto sulla pesca a sud di Tyre per quasi 20 anni; o il rapimento di un
libanese del sud annunciato dall'esercito nel luglio del 1994, portato in
Israele col sospetto di aver partecipato ad operazioni contro gli occupatori
israeliani e il loro esercito assassino - operazioni che sono di legittima
difesa, non di terrorisrno, in accordo con la principale risoluzione delle
Nazioni Unite sul terrorismo, che nel dicembre 1986 ottenne 153 voti a favore e
2 contrari con Honduras unico astenuto; ma in effetti venne respinta, poiché
gli Stati Uniti votarono contro (assieme ad Israele); e perciò non è stata
riportata ed è bandita dalla storia.
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Noam Chomsky
La colonizzazione del Medio Oriente:
le sue origini e il suo profilo
"Rifiuti umani e scarto della società"
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D'altro canto, ai palestinesi vanno 100 milioni di dollari statunitensi, tutti
attraverso il canale dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) di Arafat, per
lo più per finanziare le forze di sicurezza. L'amministrazione Clinton ha
tagliato di 17 milioni di dollari il contributo statunitense all Unrwa, il più
grande singolo datore di lavoro nella striscia di Gaza e responsabile del 40 per
cento dei servizi sanitari e scolastici della regione. Può darsi che Washington
abbia in programma di cancellare l'Unrwa, che "Israele ha storicamente
combattuto", osserva il corrispondente Graham Usher, lasciando i
palestinesi come un "problema" da affidare ad Israele e all'Anp,
considerata un virtuale agente del governo israeliano. Rompendo con la
precedente tradizione politica, l'amministrazione Clinton ha votato contro tutte
le risoluzioni dell'Assemblea generale concernenti rifugiati palestinesi nel
1993 e nel 1994, sulla base del fatto che tali questioni "pregiudicano
l'esito del processo di pace in corso e andrebbero risolte tramite negoziati
diretti", ora saldamente nelle mani degli Stati Uniti e dei suoi alleati.
Un passo verso lo smantellamento dell'Unrwa, e il programmato spostamento del
suo quartier generale a Gaza. Questo do vrebbe porre veramente termine al
sostegno internazionale per il milione e ottocentomila rifugiati palestinesi in
Giordania, Libano e Siria. Il passo successivo consisterà nel togliere i fondi
all'Unrwa per metterli nelle mani dell'Anp, riportano fonti delle Nazioni Unite.
I fondi che vanno a Israele e all'Egitto, e i pochi spiccioli destinati ai
palestinesi, sono la componente degli aiuti statunitensi maggiormente avversata
dall'opinione pubblica. Ma la politica diverge nettamente dall'opinione su
un'ampia gamma di questioni, non solo questa.
Si potrebbe osservare che le elargizioni statunitensi a Israele non sono solo
straordinari nelle proporzioni, ma anche illeciti. Lo Human Rights Watch (Hrw)
ha recentemente affrontato la questione, mettendo in rilievo ancora una Volta
che la legge statunitense espressamente proibisce aiuti militari o economici a
qualsiasi governo che pratichi la tortura sistematica. E come si evince
nuovamente dal suo ampio rapporto, Israele "pratica un sistematico schema
di maltrattamento e tortura", secondo standard internazionalmente
accettati, e in proporzioni alquanto notevoli. Lo Hrw stima che "il numero
di palestinesi torturati o gravemente maltrattati durante gli interrogatori al
tempo dell'Intifada [dal dicembre del 1987] ammonta a decine di migliaia",
su una popolazione maschile di adulti e adolescenti di meno di 3/4 di un
milione, di cui solo una parte alla fine e stata posta in stato di accusa (e
giudicata colpevole, di solito su "confessione"). Israele è
evidentemente la sola democrazia industriale in cui la tortura e legalmente
autorizzata, su raccomandazione dell'ufficiale Commissione Landau, la quale è
giunta alla conclusione che i servizi di sicurezza hanno impiegato la tortura
per sedici anni ma che solo certe misure di coercizione dovrebbero d'ora in poi
venire consentite (indicate esplicitamente in una sezione segreta); le pratiche
che sono state osservate e sono autorizzate vengono considerate torture dagli
osservatori dei diritti umani. Lo Human Rights Watch fornisce dettagli, come
l'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, e altre indagini
compiute negli ultimi 20 anni.
E', comunque, ingiusto prendersela solo con Israele, dal momento che la maggior
parte degli aiuti statunitensi sono -illeciti per lo stesso motivo; per esempio,
la metà degli aiuti militari statunitensi al Sudamerica sono destinati alla
Colombia, che non solo pratica la tortura ma compie anche massacri su scala
imponente, ponendosi al comando dell'emisfero negli abusi dei diritti umani.
Gli estremi presupposti negazionisti dei governanti si rivelano ad ogni momento.
Ne è esempio la reazione all'iniziativa di Arafat di invocare una "Jihad"
per Gerusalemme; la quale suscitò una sorta di isteria negli Stati Uniti, poiché
provava che non ci si poteva fidare dell'ambiguo terrorista. Nel frattempo
Israele annunciò che la sua Jihad era compiuta: Gerusalemme sarebbe rimasta
l'eterna e indivisa capitale di Israele, priva di qualunque istituzione
palestinese (per tacere dei diritti). Questa dichiarazione è passata sotto
silenzio negli Stati Uniti. La reazione (inesistente) alla decisione di Israele
di affidare l'amministrazione dei luoghi santi al suo alleato giordano riflette
la stessa posizione negazionista, così come la mancanza di preoccupazione
riguardo all'espansione dei confini delle aree ambigue di Gerusalemme, ed il
passo spedito al quale lì procedono edificazione e colonizzazione direttamente
finanziate dall'ignaro contribuente statunitense.
Un ennesimo passo verso la realizzazione del negazionismo
israeliano-statunitense è la cessazione del teorico diritto di ritorno e
compensazione per i rifugiati palestinesi. Tale diritto era un elemento cruciale
della Dichiarazione universale dei diritti umani: il suo articolo 13 afferma che
"Tutti hanno il diritto di lasciare qualsiasi nazione, compresa la propria
e di far ritorno alla propria nazione" (mio il corsivo). Il giorno dopo che
la Dichiarazione venne approvata dal'Assemblea generale, si adottò all'unanimità
anche la risoluzione 194 che applicava l'articolo 13 al caso dei palestinesi. La
Dichiarazione è riconosciuta nei tribunali degli Stati Uniti e altrove in
quanto "diritto internazionale consuetudinario e come "autorevole
definizione" degli standard in fatto di diritti umani. L'articolo 13 è
sicuramente la disposizione più famosa, invocata ogni anno per molti anni in
occasione del giorno dei diritti umani, il 10 dicembre, con dimostrazioni e
furiosi appelli all'Unione Sovietica per consentire agli ebrei russi di partire,
loro sacrosanto diritto in base all'articolo 13. Quello che si è sempre
nascosto e che coloro i quali lo invocavano con maggior passione erano i suoi più
appassionati oppositori. Il trucco venne realizzato con semplicità: fu solo
necessario sopprimere la frase in corsivo, col suo significato esplicitato dalla
risoluzione 194. Questa ipocrisia, perlomeno, è un ricordo del passato. La
prima parte dell'articolo 13 ha perso la sua importanza, e l'amministrazione
Clinton ha tolto sostegno alla seconda parte nel dicembre del 1993 nella sua
prima celebrazione del giorno dei diritti umani, votando, in contraddizione con
la linea politica seguita ufficialmente per 45 anni, a sfavore della risoluzione
194, come seampre in solitudine (accanto ad Israele).
La vittoria dell'estremismo negazionista israeliano-statunitense è una
conquista straordinaria. Costituisce un altro significativo passo verso la
realizzazione delle aspirazioni della leadership sionista dei vecchi tempi,
quando il padre fondatore del moderno sionismo, Chaim Weizmann, informò Lord
Balfour che "il problema noto come la questione araba in Palestina sarà di
carattere meramente locale e, in effetti chiunque sia al corrente della
situazione non la considera un fattore estremamente significativo". La
situazione attuale non si scosta dalle linee guida di fondo tracciate dall'ex
presidente Haim Herzog nel 1972, quando dichiarò che non nega ai palestinesi
alcun luogo o posizione o opinione su ogni questione" anche se
"certamente non sono preparato a considerarli come partner in alcun modo in
una terra che è stata consacrata nelle mani della nostra nazione per migliaia
di anni. Per gli ebrei di questa terra non possono esservi partner". Come
ho detto, ricade ben all'interno della gamma delle varie proposte israeliane
avanzate dalla sinistra all'estrema destra, a partire dal 1968.
E' vero, i risultati sono ancora inferiori all'atteggiamento espresso da
Weizmann quando rilevò, 70 anni fa, che i britannici lo avevano informato del
fatto che in Palestina "ci sono alcune centinaia di negri, ma si tratta di
una questione senza importanza". La situazione attuale, tuttavia, dimostra
che gli specialisti del governo israeliano nel 1948, ebbero vista lunga nel
prevedere che i rifugiati palestinesi si sarebbero assimilati altrove o "si
sarebbero dispersi": "alcuni di loro moriranno e per lo più si
tramuteranno in rifiuti umani e scarto della società, entrando nei ranghi delle
classi più povere delle nazioni arabe". E vista lunga ebbe anche Moshe
Dayan - forse il leader che si mostro più comprensivo nei confronti dei
palestinesi - quando, prima della guerra del 1973, dichiarò che il controllo
israeliano sui territori era "permanente" e consigliò che Israele
dicesse ai palestinesi "che non abbiamo alcuna soluzione, continuerete a
vivere come cani e chi vuole può partire - e vedremo a cosa porta questo
processo [...]".
Ovviamente, Israele non avrebbe mai potuto raggiungere tali scopi con i suoi
soli mezzi, e probabilmente non avrebbe rnai osato perseguirli. Lo poteva fare
solo alleandosi col dominatore del mondo. La convinzione che la potenza
statunitense sia guidata da una qualche sorta di "obbligo morale" nei
confronti di Israele è troppo ridicola per meritare commento, cosa di cui
Israele si accorgerebbe immediatamente se facesse l'errore di scavalcare il
padrone. Fintantoché si mantiene il rapporto strategico e la dominazione
statunitense permane senza grave rischio interno per gli Stati Uniti stessi, le
questioni concernenti la giustizia e i diritti umani possono essere
tranquillamente archiviate.
Ri cordate come fonti ufficiali abbiano riconosciuto che il budget del Pentagono
deve rimanere alto, con forze di intervento puntate principalmente contro il
Medio Oriente, dove "minacce ai nostri interessi potrebbero non risiedere
alle porte del Cremlino". Con questa visione del mondo reale, vi sono buone
ragioni di accettare il giudizio di Shlomo Gazit secondo cui dopo la guerra
fredda, il principale compito di Israele non è cambiato affatto, e rimane di
cru- ciale importanza. La sua ubicazione al centro del Medio Oriente arabo
musulmano predestina Israele ad essere un devoto guardiano della stabilità di
tutte le nazioni che la circondano. Il suo [ruolo] è di proteggere i regimi
esistenti: prevenire o arrestare i processi di radicalizzazione e bloccare
l'espansione del fanatismo religioso fondamentalista.
Per comprendere le sue parole si deve solo operare la consueta traduzione dal
gergo odierno al linguaggio comune. Il termine "stabilità" significa
controllo statunitense, "radicalizzazione" significa inaccettabili
forme di indipendenza e "fanatismo religioso fondamentalista" è un
caso particolare del crimine di indipendenza. Non ha importanza che i criminali
preferiscano il nazionalismo laico, il socialismo democratico, il fascismo, la
teologia della liberazione o il "fanatismo religioso fondamentalista".
Sicuramente il compito di Israele non è di minare il regime più estremista del
fondamentalismo islamico, quello dell'Arabia Saudita - almeno non per ora - così
come Israele non venne chiamata a "bloccare" le forze estremiste
fondamentaliste islamiche di Gulbuddin Hekmatyar, il prediletto degli Stati
Uniti ne- gli anni ottanta, che fece a pezzi i resti dell Afghanistan dopo il
ritiro sovietico mentre espandeva il suo narcotraffico; o i gruppi
fondamentalisti islamici che Israele finanziava nei territori occupati alcuni
anni fa, per controbattere l'Olp. Né, se è per questo, ci si aspetta che
Israele "controlli" gli Stati Uniti, una delle più estremiste culture
religiose fondamentaliste del mondo.
Se Israele reagisce in modo intelligente di fronte a quella che Thomas Friedman,
specialista del Medio Oriente del New York Times, ha chiamato la "bandiera
bianca" di Arafat, farà cadere le restrizioni imposte per impedire
qualsiasi sviluppo nei territori, La posizione razionale sarebbe di incoraggiare
un flusso di fondi stranieri che possono essere usati per fondare un settore di
servizio per l'industria israeliana e produrre benefici per gli investitori
israeliani e i loro partner palestinesi e stranieri. Sarebbe sensato per Israele
spostare impianti di assemblaggio di alcune miglia in una zona dove non ci si
deve affatto preoccupare di questioni come i diritti dei lavoratori,
l'inquinamento e la presenza di indesiderati arabi (o anche dei lavoratori
thailandesi e romeni) all'interno delle aree coloniche ebraiche. Impianti a Gaza
e dintorni, oltre che nei cantoni della sponda occidentale, possono fornire
manodopera a basso costo e facilmente sfruttabile, generando profitti per gli
investitori e aiutando a controllare la popolazione. Settori ricchi di Israele
dovrebbero ottenere considerevoli profitti se i territori venissero sfruttati in
modo intelligente sul modello che Washington adotta nei propri dintorni.
Quanto alla forza di sicurezza, sarebbe sensato affidarla principalmente a forze
locali asservite - il modello seguito dai britannici in India, dagli Stati Uniti
nella regione dei Caraibi dell'America centrale, e in genere dalle potenze
razionali. I vantaggi sarebbero molteplici, e uno di questi venne evidenziato
dall'ultimo vincitore del premio Nobel per la pace poco dopo l'annuncio della
Dichiarazione dei principi. Parlando al consiglio politico del partito
laburista, il primo ministro Rabin spiegò che le forze palestinesi sarebbero
state in grado di "occuparsi di Gaza senza i problemi provocati dagli
appelli all'Alta corte di giustizia, da B'Tselem, e da tutti i teneri di cuore,
dalle madri e dai padri". Questo è più o meno vero, sebbene a volte possa
tornare utile anche l'ostentazione della forza come nel tradizionale schema
imperiale.
Con una buona pianificazione, le cose dovrebbero svilupparsi secondo le linee
tracciate da Asher Davidi sulla stampa del partito laburista nel febbraio del
1993, pochi mesi prima dell'accordo Israele-Arafat a Oslo. Egli descrisse
l'"accordo completo tra rappresentanti dei vari settori (delle banche,
dell'industria e del commercio su larga scala) e il governo sul fatto che la
dipendenza economica dell'en- tità palestinese deve essere preservata" ma
con "una transizione dal colonialismo al neocolonialismo", intrapresa
congiuntamente con una ricca frangia di investitori e subappaltatori
palestinesi, come nel modello comunemente applicato nel terzo mondo.
Non è chiaro quali implicazioni potrebbe avere questa situazione per la società
israeliana al suo interno. Uno specialista israeliano di spicco, Sami Smooha,
predice che un accordo di pace "accrescerebbe in modo significativo
l'ineguaglianza", danneggiando i cittadini ebrei di seconda classe di
origini orientali e migliorando lo status dei cittadini palestinesi di terza
classe. Può darsi, anche se l'ineguaglianza può crescere per altre ragioni.
Israele rimane estremamente dipendente dalle elargizioni e dagli aiuti
americani, ed è percio più predisposta di altri a seguire il modello
statunitense, abbandonando il suo tradizionale contratto sociale. Dal momento
che l'economia e "liberalizzata", si può prevedere che
l'ineguaglianza insolitamente elevata all'interno di Israele sia destinata a
crescere, rispecchiando l'ordinarnento interno del padrone che continua a
foraggiarla in cambio dei servizi resi.
Dopo la guerra del 1967, mi sembrava che il corso più saggio e umano per i
vincitori sarebbe stato di far rivivere le tradizionali idee sioniste sulla
federazione di aree amministrate da ebrei e da arabi, che avrebbe forse condotto
a una conclusiva integrazione binazionalista man mano che si intrecciavano
scambi tra le comunità a cavallo dei confini nazionali. Questa opzione si fece
particolarmente appropriata, secondo me, dopo il rifiuto da parte di Kissinger
delle disposizioni di ritiro della risoluzione 242, lo divenne ancora di più
dopo che gli Stati Uniti dovettero frettolosamente schierarsi accanto ad Israele
nel respingere la nozione dei due Stati quando quest'ultima entrò nell'agenda
internazionale intorno alla metà degli anni settanta, e lo divenne più che mai
negli anni che seguirono. Con l'avvento della Dichiarazione dei principi,
dovrebbe ormai essere ovvio che l'opzione dei due Stati ha perduto qualsiasi
(dal mio punto di vista limitata) possibilità di realizzazione, e da allora la
cosa si è fatta ancora più chiara. Agli israeliani, ai palestinesi e agli
esterni simpatizzanti che hanno a cuore i temi della pace e della giustizia, il
momento appare più che maturo per cominciare a preoccuparsi di questioni
concernenti i diritti umani e la democrazia invece di sempre più irrealistiche
illusioni politiche, e per tornare, parallelamente, a considerare alternative
che sono state a lungo disponibili e lo sono tuttora. Tali alternative avrebbero
potuto prevenire la guerra del 1973, che si presentò come una necessita
ineluttabile per Israele, la terribile invasione del Libano con le sue
conseguenze, e molte altre distruzioni e sofferenze, che non sono in alcun modo
terminate.
In tutta la faccenda, osserviamo chiaramente in azione i principi guida
dell'ordine mondiale: gli affari mondiali sono gestiti dalla Regola della Forza,
mentre si fa affidamento sugli intellettuali affinché dissimulino la realta per
assecondare le esigenze del potere. Ci vuole una certa disciplina per non
rendersene conto. Gli accordi che vengono attualmente messi in pratica sono
degradanti e vergognosi, ma non più del simile modello che viene adottato in
buona parte del mondo dal momento che gli ideali operativi - non quelli delle
favole - hanno superato molti ostacoli popolari alla loro realizzazione. Alcuni
si sono spinti più in là degli altri nel "tramutarsi in rifiuti umani e
scarto della società" ma questa è la direzione nella quale sta andando, e
andrà, buona parte del mondo, se ai padroni viene permesso di progettare un
ordine mondiale in cui "si fa quello che diciamo noi".
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La colonizzazione del Medio Oriente: le sue origini ed il suo profilo
"Si fa quello che diciamo noi"
La concezione strategica
Lo "stallo"
"La pace del vincitore": gli accordi di Oslo
Terrore e punizione
Programmi e piani di sviluppo
"Rifiuti umani e scarto della società"
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tratto da Noam Chomsky - "Il potere; Natura umana e ordine sociale" -
Editori Riuniti 1997
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