http://www.altremappe.org/IntervistaMeyer.htm
Quel muro rappresenta tutta la crudeltà dell'occupazione
La denuncia di H. G. Meyer, ebreo tedesco della Federazione EJJP - Ebrei
Europei per una pace giusta
Intervista a cura di Sveva Haertter
Agosto 2003
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Novembre-2002/0211lm14.01.html
Un
rapporto dell´inviato speciale Onu Jean Ziegler denuncia: i palestinesi sono
alla fame, i bimbi denutriti sono oltre il 25 per cento. E c´è l´esproprio di
pozzi e fattorie Il
Muro dell'Apartheid Sharon
e il "muro d'acciaio".
http://www.ecn.org/reds/etnica/palestina/palestina0104muromerip.html
*
Jeff Halper è coordinatore del comitato israeliano contro la demolizione
delle abitazioni, redattore di "News from Within" ed è
professore di antropologia presso l'università Ben-Gurion. Il fuoco di Sharon sugli israeliani
Manifestazione contro il Muro, l'esercito
spara
Tra «esecuzioni mirate» e attentati, un altro natale di sangue 26.12.2003 Natale di sangue in Terra Santa. A dominare, anche nel
Giorno della speranza, è il linguaggio dell'odio, del
terrore, della violenza; a vigere, in questo martoriato
angolo del mondo, è sempre e solo la legge del taglione.
Centinaia di fiammelle ardono ancora alla fermata
dell'autobus in una delle più trafficate arterie stradali
di Tel Aviv, dove l'altra sera un kamikaze palestinese si è
fatto esplodere, causando la morte di tre soldati israeliani
di 19 e 20 anni e di una ragazza di 17. «Questo inferno non
finirà mai, mai», ripete tra le lacrime Yael, una delle
tante ragazze di Tel Aviv che venerdì mattina hanno deposto
un fiore, lasciato un bigliettino, acceso una candela, in
memoria dei tre giovani israeliani uccisi nell'ennesima
strage di innocenti, rivendicata dal Fronte popolare per la
liberazione della Palestina (Fplp) in risposta, recita un
comunicato, all'esecuzione di suoi militanti da parte di
Tsahal, avvenuta nei giorni scorsi a Nablus. E a Bet Furik, un villaggio nei pressi di Nablus, i
bulldozer militari israeliani hanno raso al suolo, venerdì
mattina, l'abitazione di Saed Kamal Al-Hanani, il
diciottenne kamikaze palestinese autore dell'attacco suicida
di Tel Aviv. La distruzione della casa, avverte il ministro
della Difesa israeliano Shaul Mofaz, è «un messaggio
rivolto ai terroristi e ai loro complici: per le loro azioni
c'è sempre un prezzo da pagare». L'avvertimento di Mofaz
arriva al termine di una serie di consultazioni che il
titolare della Difesa ha avuto con alti ufficiali
dell'esercito e dei servizi di sicurezza all'indomani
dell'attentato di Tel Aviv. Israele ha deciso di mantenere
il completo isolamento della Cisgiordania e di Gaza,
reimposto dopo la strage alla fermata degli autobus, ma non
di revocare una serie di facilitazioni al movimento di
palestinesi all'interno dei Territori e all'ingresso di
turisti e pellegrini a Betlemme per la durata delle festività
natalizie. «Israele ha esercitato il suo diritto di difesa contro
un pericoloso terrorista che stava progettando un
mega-attentato.. Siamo costretti ad agire visto che l'Anp di
Yasser Arafat non fa nulla per contrastare i gruppi armati»,
dice a l'Unità Ranaan Gissin, portavoce del premier Ariel
Sharon. Sotto accusa è anche la Siria, rea, per il governo
di Gerusalemme, di ospitare un ufficio dell'Fplp a Damasco.
«L'escalation militare israeliana mira a sabotare ogni
sforzo diplomatico volto all'attuazione della Road Map»,
ribatte il vice premier palestinese Saeb Erekat. «I
sionisti pagheranno a caro prezzo il loro terrorismo di
Stato», avverte Abdel Aziz Rantisi, il leader politico di
Hamas. E nuove operazioni di «martirio» (attentati
suicidi) reclamano i 20mila palestinesi che a Gaza hanno
partecipato al funerale del capo militare della Jihad
islamica. Da Tel Aviv e Gaza, l'interminabile scia di sangue ha
raggiunto anche il villaggio di Masha, vicino a Kalkilya (Cisgiordania).
Centocinquanta pacifisti, membri di un gruppo denominato «Anarchici
contro la barriera», erano impegnati in una manifestazione
di protesta contro il «Muro dell'apartheid», quando i
soldati israeliani, per disperderli, hanno prima fatto uso
di candelotti lacrimogeni e dopo colpi di avvertimento hanno
sparato contro i dimostranti che stavano cercando di
danneggiare la barriera, ferendo l'israeliano Gil Naamati in
modo serio e leggermente una donna statunitense. I due
feriti sono stati ricoverati all'ospedale Bellinson di Tel
Aviv, dove Naamati è stato sottoposto a un delicato
intervento chirurgico. «Le sue condizioni sono stazionarie»,
afferma una fonte ospedaliera. Aprendo il fuoco sui pacifisti, l'esercito «ha superato
ogni limite», denuncia Yossi Sarid, parlamentare e leader
storico del Meretz, la sinistra sionista. «L'esercito deve
spiegare come è potuto accadere che soldati abbiano sparato
contro manifestanti israeliani. Chi ha impartito questo
ordine illegale deve essere rimosso dal suo incarico», ci
dice al telefono Naomi Chazan, anche lei parlamentare del
Meretz, tra le artefici dell'Accordo di Ginevra.
http://www.sci-italia.it/sezioni/sezpale/Muro.html Servizio Civile Internazionale di Stefania
Pizzolla QALQILIYA: un esempio concreto Il MURO ED I DIRITTI UMANI
d. Cosa pensi dell'esito dell'incontro tra Bush e
Sharon? Bush inizialmente chiedeva di interrompere la costruzione del muro,
invece è passata la linea di Sharon.
r. Sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.
Tutto questo parlare di Road Map sembra un circo. Non ha niente a che vedere
con la realtà dei fatti, con la dura realtà che vivono gli israeliani ed i
palestinesi. Soprattutto i palestinesi.
d. Di recente sei andato di persona a vedere il
muro che è in costruzione.
r. È terribile. Vedi larghe strisce di terreno
dove sono stati abbattuti ulivi secolari a centinaia, distrutti gli impianti
di irrigazione. È incredibile quello che succede e la crudeltà in cui si
manifesta l'occupazione. Pensa a quegli schifosi dei coloni che non si degnano
nemmeno di costruire fogne per la propria merda e la scaricano direttamente
nei wadi palestinesi. Sono barbari. E della peggior specie.
d. Durante l'incontro pare che Sharon abbia detto
che per fare dei buoni vicini, prima di tutto ci vuole un buon recinto.
r. Ma non se serve ad appropriarsi di metà del
giardino dell'altro e magari anche di un pezzo della sua casa! Così si
diventa nemici per l'eternità. Se il muro seguisse un percorso rettilineo a
ridosso della linea verde e servisse veramente a garantire la sicurezza
potrebbe anche andare, ma in realtà serve ad isolare le città palestinesi e
ad annettere gli insediamenti ad Israele. Espropriare terre e pozzi non
c'entra niente con la sicurezza. Queste cose vanno dette con chiarezza e
denunciate.
d. Ma c'è chi accusa di antisemitismo coloro che
criticano le scelte del governo israeliano.
r. Questa è la più grossa sciocchezza della
storia mondiale! Per 2000 anni gli ebrei sono stati odiati per il solo fatto
di esistere. Le teorie razziali servivano a dimostrare che gli ebrei erano
intrinsecamente cattivi, gli ebrei e tutto quello che facevano. Hitler li
accusava di tutto e del contrario di tutto, di essere capitalisti e di essere
bolscevichi. Ricordo quando prendevamo il tram con mio padre e lui diceva
"Bambini parlate piano, altrimenti la gente dice che gli ebrei fanno
sempre casino." Il poveretto non pensava al fatto che appena iniziavamo a
parlare sottovoce, la gente diceva "Questi ebrei! Hanno sempre qualcosa
da nascondere!" Questo è il vero antisemitismo e non ha nulla a che fare
con Israele. Israele è vicino agli USA che sono la più grossa potenza in
assoluto ed Israele stesso è una potenza mondiale. Usare strumentalmente
accuse di antisemitismo per tacitare critiche contro la sua politica significa
abusarne per eliminare il diritto di mettere in discussione le scelte di uno
dei Paesi più potenti del mondo.
d. Ma esiste anche un modo sbagliato di criticare
Israele, a volte si sentono cose che rasentano l'antisemitismo o che risultano
semplicemente provocatorie. Cosa pensi ad esempio delle equiparazioni con il
nazismo?
r. So di cosa parli e devo confessarti che il
paragone non mi turba più di tanto. Il problema è che la maggior parte delle
persone, quando sentono parlare di nazismo pensano ai campi di sterminio. Ma
il nazismo non è stato solo questo. Quando vedo i palestinesi in fila ai
check-points penso sempre a tutte le angherie e umiliazioni che ho subito da
ragazzo in Germania ben prima di essere deportato.
d. A Bruxelles abbiamo discusso molto del
boicottaggio. Molti erano contrari perché gli ricordava lo slogan nazista
"Kauf nicht beim Juden".
r. Non penso che il boicottaggio sia una
questione centrale. E poi è complicato, ci vuole tempo. Personalmente compro
prodotti israeliani solo quando non trovo alternative. Per il Sud Africa è
stato uno strumento importante, ma si tratta di porre delle priorità. Per
esercitare una pressione reale è molto meglio la sospensione del trattato di
associazione UE-Israele.
d. Qui in Italia un'associazione ha manifestato
davanti ad un supermercato a sostegno del boicottaggio. Per attirare
l'attenzione c'era una bambina su una croce.
r. No, questo proprio no! È inaccettabile! È un
uso orrendo degli stereotipi più schifosi dell'antisemitismo. Che c'entra lo
stato di Israele con Gesù? Questo è un chiaro esempio dell'antisemitismo che
ti ho descritto prima. Il peggiore.
d. Quindi esistono modi "giusti",
utili, di criticare Israele e di impostare campagne a sostegno del popolo
palestinese, e modi sbagliati.
r. Te lo spiego così: tutti i cavalli bianchi
sono cavalli, ma non tutti i cavalli sono bianchi. Tutti gli antisemiti
criticano Israele (magari non in pubblico), ma non tutti quelli che criticano
Israele sono antisemiti. Per una critica efficace e seria, parlare dei fatti
basta e avanza. Succedono cose terribili, crimini di guerra, violazioni dei
diritti umani. Queste sono le cose da denunciare con forza, prendendo le
distanze dalla politica di Sharon. La critica serve e deve essere visibile,
pubblica.
Chi tace acconsente.
L'annessione dei territori palestinesi
Israele, il muro della
vergogna
Matthew Brubacher
Un primo muro era stato costruito attorno a Gaza già ai tempi
della prima Intifada (1987-1993), allorché lo stato ebraico
circondò quella striscia di terra con una barriera elettrificata
ermeticamente chiusa.
Ciò gli permise di conservare la sua autorità sulle sedici
colonie ebraiche e di controllare i movimenti dei palestinesi.
Attualmente, Israele mantiene sotto il suo controllo il 20% di
Gaza, costringendo i suoi 1,2 milioni di abitanti a vivere nei
tre cantoni separati in uno spazio che è appena il doppio
rispetto a quello di Washington D.C.
I palestinesi della Cisgiordania subiranno lo stesso destino di
quelli di Gaza. La prima tappa consiste nel separare Israele
dalla maggior parte del nord della Cisgiordania. La chiusura
segue le frontiere del 1967, pur con l'annessione di numerose
colonie; chiude in una stretta numerosi territori chiave
palestinesi, e ne spezza numerosi altri. Alcune zone palestinesi
come il villaggio di Qaffin si vedono sottrarre il 60% dei loro
terreni agricoli, mentre altre, come la città di Qalqilya, non
solo vengono privati delle loro terre, ma vengono separate sia
dalla Cisgiordania che da Israele. Questa parte del muro costa al
governo israeliano oltre un milione di dollari a chilometro, ed
è fortificata da pareti di cemento armato di otto metri, da
torri di controllo ogni 300 metri, da trincee profonde due metri,
da recinzioni di filo spinato e strade di aggiramento.
La prima parte di questo muro «del nord» si estende su 95
chilometri, da Salem a Kafr Kassem, e porterà ad una annessione
di fatto dell'1,6% della Cisgiordania, includendo 11 colonie
israeliane e 10.000 abitanti palestinesi. Lo stato ebraico ha il
progetto di incorporare questa zona in Israele in modo che,
allorché riprenderanno i negozi sullo status finale, un ritorno
al passato costerebbe talmente caro dal punto di vista politico,
che questa annessione sarà considerata irreversibile.
Ci si trova quindi di fronte ad una strategia mirante a
modificare la linea verde.
La costruzione del muro attorno a Gerusalemme est è ancora più
devastante per le aspirazioni ad uno stato palestinese. Mentre a
nord il muro non si spinge mai più di otto chilometri
all'interno delle terre, a Gerusalemme penetra molto più in
profondità. Questa differenza dimostra che gli israeliani
seguono una logica variabile, a seconda che si tratti del muro
del nord o del muro di Gerusalemme. Le aspirazioni minime di
Israele, conformemente alle proposte formulate agli incontri di
Camp David nel luglio 2000 e di Taba nel gennaio 2001, dimostrano
che lo stato ebraico intende conservare le colonie situate al
nord e che si trovano attualmente al di là del muro. Ciò
conferma, come hanno ripetuto sia il primo ministro Ariel Sharon
che l'ex ministro della difesa Benyamin Ben Eliezer, che il muro
in questa regione non rappresenta una frontiera politica. Per
contro, a Gerusalemme, la sua costruzione riflette le aspirazioni
israeliane e rappresenta pertanto una frontiera politica.
Per consolidare il proprio controllo sulla Grande Gerusalemme, lo
stato ebraico concentra le proprie costruzioni in questa regione.
Nel «piano di avvolgimento di Gerusalemme» a cui Sharon ha dato
via libera all'inizio di quest'anno, il muro dovrebbe seguire le
frontiere di Gerusalemme così come gli israeliani le avevano
definite dopo l'annessione di Gerusalemme est nel 1967,
includendovi inoltre i due grandi blocchi di colonie di Givon e
di Maale Adumim, che si trovano al di fuori di tale territorio.
Questa incorporazione della Grande Gerusalemme nello stato
ebraico pone numerosi e gravi problemi, perché porta ad
incorporare un gran numero di palestinesi, sottolineando una
volta di più le contraddizioni esistenti tra gli imperativi
demografici e quelli della sicurezza.
Per risolvere tale problema, Israele tenta di costruire due muri
intorno a Gerusalemme: il primo costituisce una separazione
interna, costruita essenzialmente attorno alle frontiere
municipali definite da Israele. Il secondo costituirà una
separazione esterna, attorno a blocchi di colonie. A differenza
delle fortezze medievali, questi muri di Gerusalemme saranno
costituiti da una barriera elettrificata, una strada di
aggiramento e, in alcuni luoghi, da trincee, pareti di cemento
armato e apparecchi rilevatori di movimento.
I due muri si presentano come una collana, formando una specie di
filo che collega le colonie israeliane esistenti e le postazioni
militari. Si tratta di collegare colonie già protette da cordoni
di sicurezza, e di rafforzare così il controllo su tutti gli
spazi che le separano. Al momento, Israele concentra l'attenzione
sulla costruzione di barriere per separare le zone israeliane
dalla popolazione palestinese. Nel nord, Israele ha costruito un
muro che attraversa la zona di Qalandia per separare Gerusalemme
da Ramallah. A est, è stata costruita una parete di cemento
armato lungo il Monte degli Ulivi per tagliare le zone
palestinesi di Abu Dis e di Azzaria rispetto a Gerusalemme.
A sud, un muro ed una trincea separano Betlemme da Gerusalemme e,
come se non bastasse, comportano l'annessione di una parte
notevole delle ultime terre municipali palestinesi. Israele si
annette così un luogo sacro sia per gli ebrei che per i
musulmani, la cosiddetta « tomba di Rachele», che peraltro è
situata decisamente all'interno di Betlemme, e confina con due
campi profughi.
Incoraggiato dal silenzio della comunità internazionale, che ha
evitato di condannare tali azioni, il sindaco Ehud Olmert sta
predisponendo inoltre la costruzione di un muro attorno a Kufr
Aqab e al campo profughi di Qalandia. Trovandosi nella parte nord
della municipalità israeliana di Gerusalemme, gli abitanti
palestinesi di questa zona sono muniti di carte di residenza di
Gerusalemme e pagano le imposte, ma non hanno accesso ai servizi
locali. Al contrario, il check point di Qalandia limita le loro
possibilità di entrare a Gerusalemme.
Inoltre, il sindaco Olmert intende costruire un ulteriore muro
per separare queste zone dalla Cisgiordania, rinchiudendo così i
loro abitanti in una prigione virtuale.
Una volta completato il muro, dal nord della Cisgiordania a
Gerusalemme, lo stato ebraico si sarà annesso il 7% del West
Bank, tra cui 39 colonie israeliane e circa 290.000 palestinesi,
70.000 dei quali non hanno ufficialmente diritto di residenza in
Israele e pertanto non hanno il diritto di viaggiare o di
beneficiare dei servizi sociali israeliani - dopo che Israele li
ha privati di qualunque mezzo di sussistenza in Cisgiordania.
Questi 70.000 palestinesi vivono in una situazione di estrema
vulnerabilità e probabilmente saranno costretti a emigrare. Se
il muro verso sud si spingerà fino a Hebron, si ritiene che
Israele si sarà annessa un altro 3% della Cisgiordania.
Il governo israeliano costruisce il muro e porta avanti la
politica degli insediamenti, forte del principio secondo cui «quello
che è costruito oggi, lo conserveremo domani». Benché siano
contrarie al diritto internazionale, e in particolare a decine e
decine di risoluzioni delle Nazioni unite, non esiste alcun
meccanismo per impedire tali azioni. Il rafforzamento degli
insediamenti renderà più costoso il loro smantellamento e
ancora più difficile se si tiene conto dei parametri proposti,
nel dicembre 2000, dallo stesso presidente americano Bill Clinton:
«Quello che è ebreo a Gerusalemme sarà israeliano, quello che
è arabo diventerà palestinese».
Anche se la comunità internazionale sembra unita a sostegno del
«quartetto» (1) e della sua proposta di riprendere i negoziati
sullo status definitivo nel giro di tre-cinque anni, non ha
riflettuto minimamente al tipo di stato palestinese che a quel
punto sarà ancora possibile negoziare.
Perché le trattative abbiano una possibilità di ripartire e di
andare avanti, la comunità internazionale non deve limitarsi a
imporre il blocco delle colonie, ma deve anche attivare misure
atte ad incoraggiare i coloni ad abbandonare i territori
occupati. Una simile politica non può essere legata a
precondizioni o a un cessate il fuoco. Se è vero che i negoziati
di pace dovranno affrontare una lunga serie di problemi, le
colonie e la costruzione del muro rappresentano un rischio reale
e strutturale per la pace nella regione e, soprattutto, per
qualsiasi prospettiva di coesistenza fra due stati indipendenti e
destinati a durare nel tempo.
note:
* Ricercatore presso l'Orient House di Gerusalemme, fatta
chiudere da Israele. È stato il consigliere dei negoziatori
palestinesi sulla questione di Gerusalemme.
(1) Il «quartetto» raggruppa l'Organizzazione delle Nazioni
unite (Onu), gli Stati uniti, la Federazione russa e l'Unione
europea per tentare di definire una politica comune sul
Medioriente.
(Traduzione di R. I.) aa qq Guerra sociale
Ignacio Ramonet
Jean Ziegler, svizzero, già sociologo all´Università di Ginevra, autore del
fortunato ´La fame nel mondo spiegata a mio figlio´ e di cui Marco Tropea
editore ha recentemente pubblicato ´La privatizzazione del mondo: padroni,
predatori e mercenari del mercato globale´, dal 2000 ha l´incarico dalle
Nazioni Unite. In questa veste, dal 3 al 13 luglio scorso è stato in
Cisgiordania e a Gaza, per poi stendere un rapporto di 25 pagine che è un
impietoso atto d´accusa contro il governo Sharon e che è già diventato un
infuocato caso diplomatico. Il capo della delegazione israeliana a Ginevra,
l'ambasciatore Yaakov Levy, ha scritto una lettera di protesta ufficiale al
presidente dell´Alto commissariato, la libica Najat Al-Hajjaji, in cui lamenta
il fatto che alcuni stralci del rapporto siano stati resi noti prima che ne
fosse stato messo a conoscenza lo Stato interessato, cioè quello che
rappresenta, avanza dubbi sulla correttezza procedurale, chiede
"appropriate sanzioni". Con ´L´espresso´, Levy rincara la dose:
"Ziegler ha steso un rapporto totalmente politico, ha tradito il suo
mandato che è preciso e limitato. Si è occupato di insediamenti, Convenzione
di Ginevra, muro di sicurezza, futuro dell´area, Road Map. Tutte questioni che
non hanno nulla a che vedere con il diritto al cibo e all´acqua. Lavorando
attivamente con delle Ong, israeliane e palestinesi, Ziegler ha abbandonato la
linea dell´imparzialità".
L´interessato nega qualunque violazione e si prepara a presentare il 10
novembre le sue conclusioni all´assemblea generale delle Nazioni Unite, l´organo
che dovrà discuterle. Sempre che, nel frattempo, non venga accolta la richiesta
israeliana di ritirare il rapporto. Le polemiche già divampano sotto traccia
nel felpato ambiente diplomatico ginevrino. Il sociologo viene accusato da più
parti di aver ulteriormente compromesso le già precarie relazioni tra Israele e
l´Onu, soprattutto dopo che era stato il primo relatore delle Nazioni Unite non
solo accettato, ma anche aiutato nel suo lavoro dal governo di Gerusalemme.
Il rapporto è davvero esplosivo. Dapprima una introduzione in cui esprime
"simpatia e compassione per tutte le persone uccise o ferite", per gli
820 israeliani e i 2.518 palestinesi ammazzati dall´inizio della seconda
Intifada (settembre 2000) al momento del suo viaggio. La missione, sollecitata
dall´Alto commissariato, doveva servire per capire i motivi della crisi
alimentare, in un´area, i territori occupati, "così fertile e abitata da
un popolo con antiche tradizioni agricole e mercantili". L´autore mette le
mani avanti per le possibili contestazioni di essersi occupato di una sola
parte: "Non stava nel mandato esaminare la denutrizione in Israele".
Lamenta di non essersi potuto muovere liberamente, nonostante le assicurazioni,
e di essere stato spesso bloccato ai check-point.
Accusa Ziegler: "Il livello di denutrizione a Gaza è pari a quello dei
poverissimi Paesi sub-sahariani, una situazione assurda dato che la Palestina
aveva un reddito economico medio". Le cifre: "Il 22 per cento dei
bambini sotto i 5 anni soffrono di denutrizione (9,3 per cento acuta, 13,2 per
cento cronica). Nel 2000 in questa condizione erano il 7,6 per cento. Il 15,6
per cento dei bambini soffre di anemia che può provocare danni fisici e mentali
permanenti. Il consumo di cibo è sceso del 30 per cento. Più della metà delle
famiglie mangia una volta al giorno. Molti si sostentano solo con pane e tè".
E sono triplicati i poveri. Il 60 per cento dei palestinesi vive in regime di
estrema povertà (75 per cento a Gaza, 50 per cento nella West Bank); il reddito
pro capite è la metà rispetto a due anni fa; più del 50 per cento dipende
esclusivamente dagli aiuti umanitari. E spesso capita che gli aiuti non possano
essere distribuiti dalle Ong perché i camion vengono bloccati dall´esercito.
Ziegler cita la Banca mondiale: "La causa principale della crisi economica
palestinese è la chiusura dei territori". La difficoltà di movimento non
è solo una restrizione della libertà, ma "priva del diritto al cibo e
alla salute". Spesso "carichi alimentari sono bloccati per giorni
senza spiegazioni". Il relatore ha visto "camion di frutta e verdura
sostare sotto il sole". Più di 100 mila palestinesi hanno perso il lavoro
in Israele perché sono loro negati i permessi per varcare il confine. Molte Ong
ritengono che "le misure militari non servono alla sicurezza, ma sono una
forma di punizione collettiva".
La carenza d´acqua è preoccupante come quella di cibo: "Circa 280 comunità
rurali non hanno accesso all´acqua potabile e dipendono da rifornimenti con
autobotti il cui costo è aumentato dell´80 per cento".
Ziegler è stato testimone oculare della distruzione di campi, uliveti e
agrumeti. Segnala gli espropri di fattorie e sorgenti d´acqua per la
costruzione "della barriera di sicurezza-muro d´apartheid" o per l´ampliamento
delle colonie israeliane, come a Maale Adumim, tra Gerusalemme e Gerico, dove
saranno edificati 502 nuovi appartamenti e si dividerà in due la West Bank. Il
relatore ci vede un disegno politico e non esita a usare il termine ´bantustanizzazione´
della regione: i bantustan erano le aree assegnate ai neri nel Sudafrica dell´apartheid.
Per la legislazione internazionale, ricorda Ziegler, West Bank, Gaza e
Gerusalemme est sono territori occupati, Israele la Potenza occupante. Come
tale, il suo governo ha l´obbligo di provvedere "alla sopravvivenza della
popolazione e alla sua assistenza, se necessario". È vero che, in seguito
agli accordi di pace di Oslo, una parte importante di queste ´responsabilità´
è stata trasferita all´Autorità palestinese. Ma dal 2000 in poi lo Stato
ebraico ha ripreso il controllo di larghe fette di territorio, sia militarmente
che amministrativamente. Dunque, la situazione è mutata "e non possono
esistere dubbi sugli obblighi d´Israele circa il diritto al cibo nei
territori". Soprattutto dopo che ha distrutto "la maggior parte delle
infrastrutture dell´Anp". Invece, le continue chiusure, il coprifuoco, le
incursioni militari non permettono alla gente di ricevere il sostentamento.
Alcuni esempi: "Dal 21 giugno al 6 settembre 2002 Nablus è rimasta sotto
coprifuoco per 1.797 ore, Tulkarem per 1.486". Nel 2002, delle 250 mila
tonnellate di olio d´oliva prodotte è stato possibile venderne solo 200 a
causa delle restrizioni. Per lo stesso motivo il villaggio di Beit Furik, che
non ha sorgenti proprie, non è stato rifornito d´acqua per almeno nove
giorni".
Secondo il Centro nazionale d´informazione palestinese, dal settembre 2000 al
marzo 2003 le ´forze d´occupazione´ hanno distrutto due milioni e mezzo di
ulivi e più di un milione di alberi di agrumi e altri frutti, oltre a 806 pozzi
e 296 magazzini agricoli. La Banca mondiale ha stimato in 217 milioni di dollari
i danni all´agricoltura e in 140 milioni di dollari i danni alle infrastrutture
per l´acqua.
In Cisgiordania nel 1999 sono state costruite 44 nuove colonie, nel 2001 altre
34 e 14 approvate dal governo israeliano. A Gaza 6.429 coloni israeliani usano
il 45 per cento della terra, mentre un milione di palestinesi si deve
accontentare del rimanente 55 per cento. Uno squilibrio che riguarda anche l´uso
delle risorse idriche.
Nel 2002 i palestinesi hanno potuto utilizzare 70 litri di acqua a testa al
giorno contro i 350 litri dei coloni ebrei. Nella West Bank gli ´occupanti´
prendono per sé più dell´85 per cento dell´acqua. Il governo israeliano ha
offerto ai palestinesi di partecipare a un piano per la desalinizzazione dell´acqua
del Mediterraneo. Annota Ziegler: "Non pare economicamente una buona idea
visto che l´acqua potabile c´è".
Un capitolo è poi dedicato alla barriera di difesa definita apertamente ´muro
d´apartheid´. Il sociologo svizzero è totalmente contrario alla sua
costruzione (il governo Sharon ha appena approvato un prolungamento di 40
chilometri): "Anch´esso viola il rispetto del diritto al cibo e annette di
fatto a Israele molti fertili ettari di territorio. Ben 36 comunità saranno
separate dalle loro fattorie, 19 saranno completamente imprigionate". Per
il solo primo tratto di muro sono stati confiscati 2.875 acri oltre alla
maggioranza delle risorse idriche. Il secondo tratto taglierà nel mezzo la
Cisgiordania". Nel giudizio di Ziegler, in pratica, l´impossibilità di
edificare uno Stato.
La lunga disamina include anche un accenno alle difficili condizioni di vita dei
prigionieri palestinesi prima di arrivare alle ´conclusioni e raccomandazioni´.
La catastrofe umanitaria, provocata dall´occupazione, può facilmente essere
evitata. È assurdo che bambini, donne e uomini soffrano la fame visto che
abitano in una terra fertile. Il governo di Sharon si assuma immediatamente le
proprie responsabilità, rispetti le leggi internazionali e la finisca con un´occupazione
che, in questi termini così repressivi, non è giustificata dalle ragioni della
sicurezza.
Come è evidente, un rapporto implacabile che finirà ora davanti all´Assemblea
generale delle Nazioni Unite.
Jean Ziegler, il suo dossier ha scatenato un putiferio. Israele l´accusa di
essere andato oltre il mandato. Di aver stilato un rapporto politico.
"Se parlare di denutrizione dei bambini, di distruzione di case, alberi,
campi e fonti d´acqua, significa stilare un rapporto politico, allora il mio lo
è. Dal mio punto di vista, la verità è che mi sono attenuto strettamente al
mandato di relatore sul diritto al cibo".
Nelle premesse lei ha precisato che non era suo compito occuparsi della
denutrizione in Israele, ma solo nei territori occupati. Gli israeliani
ritengono tuttavia uno scandalo che non abbia fatto nemmeno un cenno sulla
corruzione che regna all´interno dell´Autorità palestinese.
"Rispondo partendo da una premessa. Sono già stato, per svolgere un lavoro
analogo, in Bangladesh, in Brasile, in Nigeria. Non ho scelto io, quest´anno, i
territori palestinesi, che non conoscevo e che ho visitato per la prima volta,
ma sono stato sollecitato ad andarci dall´Alto commissariato delle Nazioni
Unite per i diritti umani. Una volta là ho ascoltato diverse critiche, anche
molto forti, su Arafat e sull´amministrazione. Critiche che arrivano da
parlamentari oltre che dalla gente comune. Se non ne ho scritto è per una
ragione precisa. Il presidente eletto, Arafat, è bloccato da oltre due anni
dentro la Muqata, gli stessi ministri che formano il governo hanno difficoltà
enormi di circolazione. Di fatto, non sono nelle condizioni di svolgere il loro
compito. Sarebbe stato come sparare alle nuvole. Sarebbe stato come fare, ad
esempio, un rapporto sulla corruzione in Italia all´epoca di Bettino Craxi oggi
che Bettino Craxi non c´è più. Che senso poteva mai avere?".
Altra contestazione. Alcuni stralci del rapporto sono finiti in mano dei media
prima che di uno dei diretti interessati, cioè lo Stato d´Israele.
"E questa non è una mia colpa, semmai dell´Alto commissariato che doveva
trasmetterlo immediatamente. Se alcune cose sono uscite è perché io lo ho
inviato subito alle Ong con cui ho lavorato affinché verificassero l´esattezza
di alcuni passaggi e dati su cui mi ero avvalso della loro collaborazione".
A proposito di Ong, lei le ha molto lodate. Anche quelle israeliane...
"Sì, le Ong e non solo. Io e i miei collaboratori siamo rimasti fortemente
impressionati dal coraggio di diversi rappresentanti della società civile d´Israele
nell´opporsi all´esercito e alle sue vessazioni sfidando la diffamazione.
Questa società civile esiste ed è un punto di partenza molto importante".
Qual è il suo giudizio su una possibile soluzione del conflitto?
"Deve nascere uno Stato palestinese con frontiere sicure. I due Stati
devono poter vivere in sicurezza. Israele deve smetterla con le uccisioni mirate
e i palestinesi con gli attentati. Non vedo altra possibilità".
Una possibilità davvero difficile da immaginare oggi.
"Sì. La politica del governo Sharon lo impedisce. La costruzione del muro
rende di fatto impossibile la nascita di uno Stato palestinese ed è un grave
ostacolo al diritto al cibo. Nessun leader palestinese, anche animato dalle
migliori intenzioni,
potrà mai accettare di mediare su questo".
Quale sarà il destino del suo rapporto?
"Ci sono state forze che hanno tentato di stopparlo all´interno delle
Nazioni Unite. Si sa che l´influenza americana è notevole. Però io lo porterò
all´Assemblea generale. Che poi deciderà se far proprie o meno le mie
raccomandazioni".
Il premier di Israele Ariel Sharon ha davanti a sé almeno due anni per portare
a compimento una politica dei fatti compiuti in Cisgiordania, a Gaza e in genere
nel Medio Oriente. Bush ha dimostrato di non volere o non potere esercitare una
seria pressione sul governo israeliano in un anno elettorale. Non tanto per la
effettiva o immaginaria potenza della lobby pro-israeliana a Washington, quanto
perché l´elettorato repubblicano, in tempi di guerra al terrorismo, si
identifica con lo Stato ebraico attaccato dai terroristi palestinesi. Inoltre,
ammesso che Bush perda le elezioni, il suo successore avrebbe bisogno di molti
mesi, almeno, prima di rivedere ed eventualmente cambiare la
politica americana verso Israele.
Questa lunga finestra di opportunità viene utilizzata dalla leadership
israeliana senza considerare interessi o pressioni altrui. Lo dimostra, fra l´altro,
il recente raid contro un campo profughi-base terroristica in Siria. Per quanto
incruento, un forte segnale non solo verso la leadership siriana, ma nei
confronti di tutti quegli Stati della regione che Israele considera pericolosi
per la propria sicurezza in quanto sponsor del terrorismo. Ciò vale soprattutto
per l´Iran. Gerusalemme è da tempo convinta che il nemico strategico nella
regione siano gli ayatollah persiani. I quali possono colpire già oggi Israele
con armi convenzionali; domani potrebbero minacciarlo con l´arma nucleare.
Anche per questo nessuno in Israele può escludere qualche raid preventivo
contro bersagli atomici iraniani, se le pressioni americane ed europee non
dissuaderanno Teheran dal perseguire l´obiettivo di costruire la bomba atomica.
Un Iran atomico darebbe il colpo di grazia al peraltro già morente regime di
non proliferazione nucleare. Nella regione, paesi come la Turchia, l´Arabia
Saudita e lo stesso Egitto potrebbero sentirsi obbligati a inseguire l´Iran
sullo stesso terreno. Un Medio Oriente in cui Israele non detenesse più il
monopolio del nucleare (per quanto non dichiarato) è evidentemente uno scenario
drammatico dal punto di vista
di Sharon come di qualsiasi altro leader dello Stato ebraico.
Nel frattempo, il governo israeliano lavora a un altro fatto compiuto: il muro
di separazione che, almeno in parte, potrebbe diventare il confine di Stato fra
Israele e quel che resterà della Palestina. L´annessione di una parte dei
territori occupati garantirebbe a Gerusalemme quel minimo di profondità
strategica considerata vitale per potersi opporre a un´eventuale nuova
aggressione araba. Allo stesso tempo, ridurrebbe a ben poca cosa il futuro Stato
palestinese. Anche quando accettano la logica dei due Stati, israeliani e
palestinesi intendono due cose ben diverse. I primi considerano una Palestina
territorialmente molto ridotta e spezzettata, di fatto un protettorato
israeliano; i secondi invece pensano a costruire una piattaforma sufficiente per
far valere, magari fra qualche decennio, la loro superiorità demografica per
dominare il territorio fra il Mediterraneo e il fiume Giordano. In ogni caso,
questo non è tempo di trattative. È l´ora dei falchi, in attesa di colombe
che forse non spiccheranno mai il volo.
Dettagli del dispositivo di sicurezza
Fotografie
Il Muro del nord della Cisgiordania
Nei fatti, non si tratta di una semplice «recinzione» o di un semplice «muro»,
ma di un dispositivo che comporta, da una parte e dall'altra, una zona di
sicurezza larga dai 30 ai 100 metri, sotto stretta sorveglianza (barriere
elettrificate, trincee, telecamere, pattuglie...)
http://www.forumpalestina.org/news/Archivio%20news/2003/agosto03/muro1.jpg

Il modello è stato realizzato dal quotidiano britannico The Guardian.
http://www.forumpalestina.org/news/Archivio%20news/2003/agosto03/muro2.gif

1 Torre di osservazione munita di radar e ospitante soldati muniti di
equipaggiamento per la visione notturna.
2 Telecamera a infrarossi; completata da una sorveglianza video costante da
palloni frenati e aerei senza pilota. Tutte le informazioni sono inviate in
tempo reale verso un posto di comando.
3 Rotoli di filo spinato affilato («razor wire») di 1 metro e 80 di altezza.
4 Strada asfaltata per i movimenti delle truppe. Fra la strada e il filo
spinato, una pista di sabbia permette di conservare le tracce di chiunque tenti
di avvicinarsi.
5 Recinzione metallica alta 3 metri, munita di sensori.
6 Lungo le sezioni considerate da Israele come « ad alto rischio », la
recinzione è rimpiazzata da un muro di cemento alto 8 metri.
7 Strada per i veicoli di pattuglia.
8 Fossato profondo due metri per impedire il passaggio dei veicoli palestinesi.
9 Rotoli di filo spinato affilato e sensori al suolo per individuare ogni
movimento prima che venga raggiunta la recinzione.
http://www.forumpalestina.org/news/Archivio%20news/2003/agosto03/muro3.jpg

Una torre di osservazione a Qalqiliya.
http://www.forumpalestina.org/news/Archivio%20news/2003/agosto03/muro4.jpg

A Qalqiliya, il muro di cemento è alto 8 metri.
http://www.forumpalestina.org/news/Archivio%20news/2003/agosto03/muro5.jpg

Recinzione elettrificata.
http://www.forumpalestina.org/news/Archivio%20news/2003/agosto03/muro6.jpg

http://www.forumpalestina.org/news/Archivio%20news/2003/agosto03/muro7.jpg

Rotoli di filo spinato. Come si può osservare sul dettaglio a destra, non si
tratta di filo spinato ordinario ma di un filo munito di lame taglienti come
rasoi.
http://www.forumpalestina.org/news/Archivio%20news/2003/agosto03/muro8.jpg

Bambini ai piedi del muro in costruzione a Qalqiliya. Ben presto questo campo da
gioco improvvisato sarà rimpiazzato da un insieme di dispositivi di sicurezza
larghi oltre 40 metri.
http://www.forumpalestina.org/news/Archivio%20news/2003/agosto03/muro9.jpg

http://www.forumpalestina.org/news/Archivio%20news/2003/agosto03/muro10.jpg

Falamya, a nord di Qalqiliya.
La prima foto è stata scattata il 16 ottobre 2002, la seconda il 29 dicembre
2002 (© ARIJ).

Traduzione di G. Monti da www.solidarite-palestine.org
Analisi della coalizione al governo in Israele. Le contraddizioni della
politica israeliana a partire da un principio storico dell'imperialismo
sionista: la dottrina del muro d'acciaio. Di Jeff Halper, da Merip. Marzo
2001.
Sono passati sette anni dagli accordi di Oslo ed è chiaro che i leader
israeliani non hanno mai preso veramente in considerazione l'idea della
realizzazione di uno stato palestinese sovrano, ma hanno pensato solo ad
una "pace" che garantisca ai Palestinesi una indipendenza
limitata sotto il pieno controllo di Israele. I tre milioni di Palestinesi
che vivono nei Territori Occupati costituiscono il maggiore ostacolo che
impedisce ad Israele di avere un controllo continuo, dal momento che
Israele non può né incorporarli come cittadini né può governare su di
loro all'infinito sotto un regime di apartheid sempre più forte. Il
processo di Oslo che si è chiuso con il summit di Camp David del 2000 e
con gli incontri di Taba a gennaio, ha portato ad un'occupazione con
consenso.
Ma quando la politica di occupazione degli insediamenti, della chiusura e
del controllo militare non è riuscita a
spezzare la resistenza dei Palestinesi e ha, invece, portato ad una seconda
intifada, l'ampio "consenso" moderato di sinistra-centro-destra
della politica israeliana ha deciso di rafforzare un'autorità più
diretta. Il governo di "unità nazionale" di Sharon rappresenta
una chiusura delle fila attorno al bassissimo rifiuto del Sionismo e la
chiusura di Israele a sostenere la possibilità di condividere realmente
questa terra con i Palestinesi - sia in uno stato che in due stati. Il
ruolo del governo di Sharon è quello di creare una tale disperazione tra i
Palestinesi che questi supplicheranno per la sopravvivenza. Si sforzerà di
infrangere le speranze che hanno i Palestinesi di realizzare uno stato
fattibile e sovrano, di sconfigere i Palestinesi una volta per tutte. In
quanto a questo, "l'unità nazionale" si rifà ad un importante
precedente storico.
In un famoso articolo intitolato "Il muro di ferro", pubblicato
nel 1923, Ze'ev Jabotinsky articolava un principio fondamentale del
movimento sionista: il sionismo deve riuscire a formare uno stato ebreo
nell'intera terra di Israele, senza alcun riguardo verso la reazione degli
arabi. Jabotinsky aveva capito che i Palestinesi erano un gruppo nazionale
con aspirazioni nazionali, ma il sionismo era disposto a garantire loro
solo una certa autonomia all'interno di uno stato ebreo che copriva
l'intero territorio. Egli sapeva benissimo che questo scopo non poteva
essere realizzato senza resistenza. "Ogni popolo indigeno",
scriveva Jabotinsky, "opporrà resistenza all'invasione degli
stranieri fino a quando vedrà una qualsiasi speranza di liberarsi dal
pericolo di un insediamento da parte di estranei. Questo sarà il
comportamento degli Arabi fino a quando vedranno un minimo di speranza
nell'impedire che la Palestina diventi
terra di Israele". Per Jabotinsky il trucco consisteva nel distruggere
quel "barlume di speranza". Secondo la sua dottrina del
"muro di ferro", i Palestinesi avrebbero acconsentito ad avere
dei limitati diritti civili e nazionali solo dopo che la loro resistenza
fosse stata spezzata. "La sola via per un accordo" scriveva
Jabotinsky, "è attraverso il muro di ferro, cioè l'insediamento in
Palestina di una forza che non verrà influenzata in nessun modo dalle
pressioni degli Arabi... Un accordo volontario è impensabile... Noi
dobbiamo sospendere i nostri tentativi di insediamento oppure dobbiamo
portarli
avanti senza prestare attenzione ai sentimenti degli indigeni. Così gli
insediamenti si svilupperanno sotto la protezione di una forza armata che
non dipende dalla popolazione locale, dietro un muro di ferro che
non potrà essere abbattuto".
Per questo Jabotinsky è spesso considerato una figura estremista; lo
storico Avi Shlaim sostiene che la sua dottrina del "muro di
ferro" è diventata centrale per l'approccio di Israele verso i
Palestinesi. Rivolgendosi all'esecutivo israeliano dopo lo scoppio della
rivolta araba del 1936, David Ben-Gurion, il primo Primo Ministro dello
stato di Israele e padre del moderno Partito Laburista, ha detto: "In
questo momento un accordo totale è, senza dubbio, fuori questione. Solo
dopo la piena disperazione degli Arabi, e questa disperazione emergerà non
solo dal fallimento del disordine e del tentativo di ribellione, ma anche
come conseguenza della nostra crescita nel paese, si potrà far accettare
agli Arabi l'esistenza di Israele ebrea heretz". Ben Gurion non solo
era d'accordo con Jabotinsky, ma sosteneva che la pace era da prendere in
considerazione se combaciava con il programma del sionismo: "Noi non
abbiamo bisogno di un accordo per arrivare alla pace nel paese...la pace
per noi è uno strumento. Lo scopo è la piena e totale realizzazione del
sionismo. Solo per questo noi abbiamo veramente bisogno di un
accordo".
L'analisi di Shlaim dice che potremmo mettere insieme i Laburisti di "Ben-Gurion"
-- le vecchie guardie del Partito Laburista, compreso Shimon Peres, che
sosteneva la partecipazione al governo di Sharon -- con il Likud, il
discendente diretto dei rivisionisti di Jabotinsky e di Menachem Begin.
Ciò che li unisce è il fatto di accettare l'approccio del "muro di
ferro" verso il mondo arabo -- e verso i Palestinesi in particolare.
Dall'altra parte del muro di ferro ci sono le "colombe" (fautori
della pace) sia del partito Laburista sia di Meretz, la sinistra israeliana
più radicale e i cittadini palestinesi di Israele. Yitzhak Rabin e Peres
sono stati definisti in Israele come "yonetz," un miscuglio
ambivalente e confuso di "colomba" e "falco". L'ampia
coalizzazione di centro-destra comprende sia il Likud che Peres e la
corrente principale dei Laburisti, quest'ultima rappresentata dal ministro
della difesa Binyamin Ben Eliezer, un altro generale laburista
dell'esercito. "L'unità nazionale" comprende altri settori della
società israeliana, come: il partito di Sephardi Shas, altri partiti
ortodossi, i partiti degli immigranti russi e l'estrema destra come Rehavam
Ze'evi's Moledet che sostiene di "trasferire" i Palestinesi fuori
dai Territori Occupati. Il governo di Sharon può radunare 73 voti dai 120
del Knesset -- di più se includiamo alcune fazioni dell'ala di destra che
non si sono unite per diverse ragioni. Il blocco Sharon-Peres-Ben Eliezer
crede che sia possibile costruire il "muro di ferro" di
Jabotinsky. La loro interpretazione della mappa politica li porta, come è
successo nel 1993, alla conclusione che i Palestinesi sono sconfitti.
Israele ha il supporto quasi totale del Congresso degli Stati Uniti e dei
mass-media, così come dell'amministrazione di Bush. Il sostegno degli
Stati Uniti rende irrilevante le periodiche proteste degli altri partiti
internazionali, compresi l'ONU e l'UE. Queste proteste vengono di fatto
vanificate anche dalla dipendenza degli Arabi e dei Paesi musulmani dagli
Stati Uniti e dall'Europa, così come dai rilevanti interessi comuni con
Israele.
Israele vive in una bolla totalmente protetta. La coalizzazione dell'
"unità nazionale" pensa che l'Autorità Palestinese (PA) abbia
perso la fiducia del popolo e che sia sull'orlo del collasso. Come nel
1993, la PA sarà utile solo se finalmente si "stabilisce" con
Israele. L'idea di Sharon di "insediamento" non include l'88-96%
del West Bank, tutta la striscia di Gaza e le sacche di Gerusalemme est --
idee promosse da Barak e Clinton -- ma piuttosto il 42% del West Bank
attualmente classificato come Aree A e B, il 60% di Gaza dove ci sono
grandi centri di Palestinesi e nessuna delle sacche di Gerusalemme Est.
Fino ad ora la via palestinese è l'unica forza effettiva che frena
l'approccio del "muro di ferro" --- ed è duramente soffocata.
Poichè il controllo di Israele sui Territori Occupati è virtualmente
l'unica base per "l'unità nazionale", non ci deve sorprendere il
fatto che il governo di unità nazionale di Sharon non ha un programma
politico, se non quello di fare in modo che i Palestinesi si arrendano.
Come ha sostenuto Doron Rosenblum, un commentatore di Israele: "Noi
non abbiamo mai avuto un governo basato su ragioni pessimistiche come
questo: il suo programma è completamente nascosto e sconosciuto ... Non
sta facendo nessuna promessa se non quella di "riportare la
sicurezza". Ma il governo di Sharon non durerà a lungo. Il governo è
lento, è formato da 8 partiti e 26 ministri e la questione finanziaria e
altre
questioni nazionali potrebbero causarne il collasso nei prossimi mesi. In
ogni caso, le elezioni generali si dovranno tenere entro novembre del 2003.
Con l'elezione di Sharon, il Knesset ha abolito anche l'elezione diretta
del primo ministro. Israele ritornerà al vecchio sistema, con il quale gli
elettori votano solo per le liste di partito e i leader del partito che ha
avuto più voti formeranno poi il governo. Questo sistema riporterà la
prevalenza del parlamento di due o tre blocchi di partiti (il Laburista, il
Likud e forse lo Shas), invece dell'estrema frammentazione degli ultimi due
Knesset che hanno minato la stabilità dei governi di Netanyahu e di Barak.
Il blocco laburista di sinistra ha di gran lunga meno partner potenziali
del blocco Likud-Shas e per questo gli sarà difficile formare un governo
nelle elezioni future.
Ma siccome il partito Laburista raccoglie più voti del Likud, sia i
laburisti sia Sharon vedono l'abolizione delle elezioni dirette come un
modo per fermare il ritorno di Netanyahu al potere. Da tutto questo si
possono trarre due conclusioni.
Primo, la maggior parte dei partiti nel Knesset sono favorevoli
all'approccio del "muro di ferro" e a fare un'ulteriore
repressione verso i Palestinesi. L scorsa settimana, le forze di difesa di
Israele hanno isolato Ramallah, l'università di Birzeit e circa 33
villaggi, scavando profonde trincee e fermando i carri armati nelle strade
e il comune di Gerusalemme ha annunciato che comincerà a demolire le case
dei Palestinesi.
Secondo, anche se il Partito Laburista ha un piano dietro il "muro di
ferro", probabilmente non potrà formare un governo che possa fermare
in pratica quella politica. Pensiamo che i governi di unità nazionale di
Israele si avranno -- formalmente o de facto -- tra qualche tempo. Una pace
giusta e duratura non emergerà da Israele; solo le pressioni
internazionali possono salvare i Palestinesi dall'essere schiacciati da un
muro di ferro.
PALESTINA
Ieri soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro
pacifisti di nazionalità diverse che protestavano contro la costruzione del
Muro in Cisgiordania, ferendo gravemente un israeliano e in modo leggero un
americano. E dopo il raid a Rafah, Nablus e Jenin, costato la vita a 10
palestinesi, Sharon ha ordinato all'aviazione di uccidere un capo militare del
Jihad, uccidendo altri 4 palestinesi. Un siluro contro la tregua. Per «risposta»,
un attentato kamikaze alla periferia di Tel Aviv è costato la vita a tre
soldati e una ragazza
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Arrestato il figlio di Barghuti
Qualche ora dopo si è appreso che il figlio di Marwan Barghuti, il leader di Al
Fatah incarcerato in Israele, è stato arrestato dal servizio di segreto di
sicurezza dello Stato ebraico, lo Shin-Bet. Lo ha riferito il legale della
famiglia, Jawad Bulus, secondo il quale Qassam Barghuti, di 19 anni, è stato
arrestato all' arrivo dalla Giordania al valico di confine sul ponte Allenby.
Secondo l'avvocato l'arresto di Qassam è una forma di pressione psicologica
delle autorità israeliane sul padre. Nel frattempo Marwan Barghuti, in un
esposto inviato all' associazione umanitaria israeliana «Medici per i Diritti
Umani», ha denunciato le sue durissime condizioni di detenzione. Ha detto di
essere trattato in modo inumano e di aver avuto le mani e i piedi legati a una
sedia durante i 90 giorni di interrogatori successivi all'arresto. Ha inoltre
affermato di essere rinchiuso in una cella puzzolente, in condizioni igieniche
terribili e che le sue richieste di essere visitato da un medico sono state
respinte. Lo Shin-Bet ha negato che Barghuti sia stato legato durante gli
interrogatori.
ISRAELE
Contratti d'apartheid
I
soldati di Tel Aviv sparano contro i pacifisti, grave un
giovane israeliano
di Umberto
De Giovannangeli
Alle lacrime di Yael e dei ragazzi di Tel Aviv fanno da
contraltare le grida di vendetta che tornano a infiammare
Gaza City dopo l'eliminazione mirata condotta da tre
elicotteri da combattimento Apache contro Makled Hamid, 38
anni, capo militare della Jihad islamica. Nel raid, oltre ad
Hamid e a due sue guardie del corpo, hanno perso la vita
anche due civili palestinesi. Il terrorista ucciso, spiega
un portavoce militare di Tel Aviv, non solo era responsabile
della morte di numerosi israeliani in passati attentati, ma
era anche attivamente impegnato a metterne a punto uno
nuovo, ed era perciò divenuto una «bomba a orologeria»
che doveva essere neutralizzata.
IL MURO DELLA VERGOGNA
La barriera era costituita in alcune zone da un muro vero e proprio, in
altre zone da una rete di filo spinato; il tutto ovviamente corredato da
torri di controllo militari, telecamere, sensori, filo elettrico, ecc.
Per dare un’idea dell’impatto del muro in Palestina, paragoniamolo al
muro di Berlino: lungo 155 km (1/5 di quello nella sola Cisgiodania) ed
alto 3.5 metri (meno della metà di quello in costruzione in Palestina!
Il progetto del "Muro della vergogna" è stato più volte
rimaneggiato per accogliere le richieste degli abitanti degli insediamenti
costruiti negli anni da Israele all’interno del territorio palestinese.
L’ultimo piano, presentato nel marzo 2003, prevede la costruzione di un
muro aggiuntivo, della lunghezza di ulteriori 300 km, nella zona est della
West Bank, che include gli insediamenti della valle del Giordano.
Se portato a termine, il muro dividerà la West Bank in tre zone separate e
non comunicanti tra loro. Inoltre, continua la costruzione del muro intorno
a Gaza.
La costruzione del muro prevede la confisca, senza consultazione ne’
compensazione, di territori palestinesi, di sorgenti d’acqua, pozzi e
l’isolamento forzato della popolazione locale, oltre alla demolizione
delle case dei palestinesi, forse l’aspetto più doloroso ed umiliante.
In alcune aree la confisca corrisponde ad un’annessione de facto di
intere strisce di terra con il conseguente sradicamento della popolazione
locale, costretta a spostarsi in altre aree.
Circa il 4,5 % della popolazione palestinese residente in Cisgiordania e
200.000 palestinesi residenti nella zona di Gerusalemme si troveranno
tagliati fuori dal resto della Palestina.
Il territorio confiscato solo durante la prima fase della costruzione del
muro in Cisgiordania corrisponde al 10% del territorio palestinese. Il muro
di per se’ distruggerà 8.750 acri di terreno. Centinaia di migliaia di
piante verranno sradicate (negli ultimi due anni sono già state sradicate
250.000 piante di olivo e numerosi alberi da frutto) e l’effetto sul
sistema idro-geologico sarà devastante. Circa il 18% del già scarso
bacino idrico palestinese passerà ad Israele.
Le associazioni ambientaliste ed esperti statunitensi, hanno previsto la
conseguente sparizione di diverse specie vegetali ed animali. Questo senza
tenere in conto gli effetti a breve e lungo termine della produzione e
dell’uso di materiale bellico (solo per fare un esempio, l’uranio
impoverito) .
Tutto ciò va ad aggravare la già pesante situazione ambientale della
Cisgiordania: il governo israeliano ha sempre rifiutato di occuparsi del
problema dei rifiuti prodotti dagli insediamenti israeliani. Il risultato
è che ogni anno i coloni scaricano 224.000 tonnellate di rifiuti in
Palestina, inquinando terre, acque e villaggi.
Ad oggi è stata già avviata la costruzione del muro in 5 dei nove
distretti in cui è divisa la West Bank.
Qalqiliya è una città con circa 40.000 abitanti che è stata
completamente circondata dal muro. L’unico ingresso alla città è ora
costituito da un check point militare sotto il controllo dell’esercito
israeliano. Una città fino a poco tempo fa vitale centro economico di
rilevanza per tutta la regione, deve ora affrontare un tasso di
disoccupazione pari al 70% ed un "abbandono" del 10% della
popolazione.
La comunità internazionale si sta battendo contro la costruzione del muro
della vergogna, assieme alla società civile palestinese ed ai movimenti
pacifisti israeliani. Questa lotta è già costata la vita ad
un’attivista internazionale, il ferimento di altri 4 attivisti
internazionali e l’espulsione di molti altri. Questi numeri si perdono
nei costi in termini di vite umane che la popolazione palestinese, in primo
luogo, ed anche quella israeliana pagano quotidianamente.