FISICA/MENTE

 

http://www.altremappe.org/IntervistaMeyer.htm 

Quel muro rappresenta tutta la crudeltà dell'occupazione


La denuncia di H. G. Meyer, ebreo tedesco della Federazione EJJP - Ebrei Europei per una pace giusta
Intervista a cura di Sveva Haertter
Agosto 2003

Hajo G. Meyer nasce nel 1924 a Bielefeld in Germania. Nel 1939 fugge in Olanda con un "Kindertransport" ed inizia una lunga trafila che va dai campi profughi al lavoro come bracciante e poi come meccanico. Nel 1943 riesce a sostenere gli esami di maturità, si nasconde, ma nel marzo del 1944 viene catturato e deportato ad Auschwitz. Riesce miracolosamente a sopravvivere e tornato in Olanda si laurea in fisica teorica. Diventa direttore della ricerca in una grossa azienda olandese. Dal 1984 è in pensione, lavora come liutaio e da due anni è attivo come pubblicista. Hajo fa parte del gruppo olandese "Een Ander Joods Geluid" (un'altra voce ebraica), uno dei gruppi che compongono "European Jews for a Just Peace" (EJJP). Durante l'incontro del marzo scorso a Bruxelles, Hajo era il più acceso sostenitore della necessità di un intervento di EJJP per denunciare la strumentalità delle accuse di antisemitismo rivolte contro chiunque critichi la politica del governo israeliano.

d. Cosa pensi dell'esito dell'incontro tra Bush e Sharon? Bush inizialmente chiedeva di interrompere la costruzione del muro, invece è passata la linea di Sharon.
r. Sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Tutto questo parlare di Road Map sembra un circo. Non ha niente a che vedere con la realtà dei fatti, con la dura realtà che vivono gli israeliani ed i palestinesi. Soprattutto i palestinesi.

d. Di recente sei andato di persona a vedere il muro che è in costruzione.
r. È terribile. Vedi larghe strisce di terreno dove sono stati abbattuti ulivi secolari a centinaia, distrutti gli impianti di irrigazione. È incredibile quello che succede e la crudeltà in cui si manifesta l'occupazione. Pensa a quegli schifosi dei coloni che non si degnano nemmeno di costruire fogne per la propria merda e la scaricano direttamente nei wadi palestinesi. Sono barbari. E della peggior specie.

d. Durante l'incontro pare che Sharon abbia detto che per fare dei buoni vicini, prima di tutto ci vuole un buon recinto.
r. Ma non se serve ad appropriarsi di metà del giardino dell'altro e magari anche di un pezzo della sua casa! Così si diventa nemici per l'eternità. Se il muro seguisse un percorso rettilineo a ridosso della linea verde e servisse veramente a garantire la sicurezza potrebbe anche andare, ma in realtà serve ad isolare le città palestinesi e ad annettere gli insediamenti ad Israele. Espropriare terre e pozzi non c'entra niente con la sicurezza. Queste cose vanno dette con chiarezza e denunciate.

d. Ma c'è chi accusa di antisemitismo coloro che criticano le scelte del governo israeliano.
r. Questa è la più grossa sciocchezza della storia mondiale! Per 2000 anni gli ebrei sono stati odiati per il solo fatto di esistere. Le teorie razziali servivano a dimostrare che gli ebrei erano intrinsecamente cattivi, gli ebrei e tutto quello che facevano. Hitler li accusava di tutto e del contrario di tutto, di essere capitalisti e di essere bolscevichi. Ricordo quando prendevamo il tram con mio padre e lui diceva "Bambini parlate piano, altrimenti la gente dice che gli ebrei fanno sempre casino." Il poveretto non pensava al fatto che appena iniziavamo a parlare sottovoce, la gente diceva "Questi ebrei! Hanno sempre qualcosa da nascondere!" Questo è il vero antisemitismo e non ha nulla a che fare con Israele. Israele è vicino agli USA che sono la più grossa potenza in assoluto ed Israele stesso è una potenza mondiale. Usare strumentalmente accuse di antisemitismo per tacitare critiche contro la sua politica significa abusarne per eliminare il diritto di mettere in discussione le scelte di uno dei Paesi più potenti del mondo.

d. Ma esiste anche un modo sbagliato di criticare Israele, a volte si sentono cose che rasentano l'antisemitismo o che risultano semplicemente provocatorie. Cosa pensi ad esempio delle equiparazioni con il nazismo?
r. So di cosa parli e devo confessarti che il paragone non mi turba più di tanto. Il problema è che la maggior parte delle persone, quando sentono parlare di nazismo pensano ai campi di sterminio. Ma il nazismo non è stato solo questo. Quando vedo i palestinesi in fila ai check-points penso sempre a tutte le angherie e umiliazioni che ho subito da ragazzo in Germania ben prima di essere deportato.

d. A Bruxelles abbiamo discusso molto del boicottaggio. Molti erano contrari perché gli ricordava lo slogan nazista "Kauf nicht beim Juden".
r. Non penso che il boicottaggio sia una questione centrale. E poi è complicato, ci vuole tempo. Personalmente compro prodotti israeliani solo quando non trovo alternative. Per il Sud Africa è stato uno strumento importante, ma si tratta di porre delle priorità. Per esercitare una pressione reale è molto meglio la sospensione del trattato di associazione UE-Israele.

d. Qui in Italia un'associazione ha manifestato davanti ad un supermercato a sostegno del boicottaggio. Per attirare l'attenzione c'era una bambina su una croce.
r. No, questo proprio no! È inaccettabile! È un uso orrendo degli stereotipi più schifosi dell'antisemitismo. Che c'entra lo stato di Israele con Gesù? Questo è un chiaro esempio dell'antisemitismo che ti ho descritto prima. Il peggiore.

d. Quindi esistono modi "giusti", utili, di criticare Israele e di impostare campagne a sostegno del popolo palestinese, e modi sbagliati.
r. Te lo spiego così: tutti i cavalli bianchi sono cavalli, ma non tutti i cavalli sono bianchi. Tutti gli antisemiti criticano Israele (magari non in pubblico), ma non tutti quelli che criticano Israele sono antisemiti. Per una critica efficace e seria, parlare dei fatti basta e avanza. Succedono cose terribili, crimini di guerra, violazioni dei diritti umani. Queste sono le cose da denunciare con forza, prendendo le distanze dalla politica di Sharon. La critica serve e deve essere visibile, pubblica.
Chi tace acconsente.

 

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Novembre-2002/0211lm14.01.html 

L'annessione dei territori palestinesi
Israele, il muro della vergogna




La fine del governo di unità nazionale, con l'uscita dei laburisti, e le conseguenti elezioni previste per la fine del gennaio 2003 rendono più rigida la posizione di Israele di fronte alle richieste della comunità internazionale, in particolare rispetto a un eventuale ritiro dai territori rioccupati. Nel tempo così guadagnato, il governo dello stato ebraico accelera la costruzione di un muro con cui, fin da oggi, procede all'annessione unilaterale di una parte della Cisgiordania.

Matthew Brubacher

Il «muro di sicurezza» che il governo israeliano costruisce attorno alla Cisgiordania e a Gerusalemme modificherà radicalmente il paesaggio sia geografico che politico del Medioriente. Innalzando una chiusura tre volte più alta e due volte più larga del muro di Berlino - quello che la Ddr chiamava «il muro della pace» e la Germania federale il «muro della vergogna» - Israele procede all'annessione unilaterale di una parte considerevole della Cisgiordania e rafforza gli sbarramenti militari attorno alle città palestinesi, imprigionandovi così gli abitanti.
Un primo muro era stato costruito attorno a Gaza già ai tempi della prima Intifada (1987-1993), allorché lo stato ebraico circondò quella striscia di terra con una barriera elettrificata ermeticamente chiusa.
Ciò gli permise di conservare la sua autorità sulle sedici colonie ebraiche e di controllare i movimenti dei palestinesi. Attualmente, Israele mantiene sotto il suo controllo il 20% di Gaza, costringendo i suoi 1,2 milioni di abitanti a vivere nei tre cantoni separati in uno spazio che è appena il doppio rispetto a quello di Washington D.C.
I palestinesi della Cisgiordania subiranno lo stesso destino di quelli di Gaza. La prima tappa consiste nel separare Israele dalla maggior parte del nord della Cisgiordania. La chiusura segue le frontiere del 1967, pur con l'annessione di numerose colonie; chiude in una stretta numerosi territori chiave palestinesi, e ne spezza numerosi altri. Alcune zone palestinesi come il villaggio di Qaffin si vedono sottrarre il 60% dei loro terreni agricoli, mentre altre, come la città di Qalqilya, non solo vengono privati delle loro terre, ma vengono separate sia dalla Cisgiordania che da Israele. Questa parte del muro costa al governo israeliano oltre un milione di dollari a chilometro, ed è fortificata da pareti di cemento armato di otto metri, da torri di controllo ogni 300 metri, da trincee profonde due metri, da recinzioni di filo spinato e strade di aggiramento.
La prima parte di questo muro «del nord» si estende su 95 chilometri, da Salem a Kafr Kassem, e porterà ad una annessione di fatto dell'1,6% della Cisgiordania, includendo 11 colonie israeliane e 10.000 abitanti palestinesi. Lo stato ebraico ha il progetto di incorporare questa zona in Israele in modo che, allorché riprenderanno i negozi sullo status finale, un ritorno al passato costerebbe talmente caro dal punto di vista politico, che questa annessione sarà considerata irreversibile.
Ci si trova quindi di fronte ad una strategia mirante a modificare la linea verde.
La costruzione del muro attorno a Gerusalemme est è ancora più devastante per le aspirazioni ad uno stato palestinese. Mentre a nord il muro non si spinge mai più di otto chilometri all'interno delle terre, a Gerusalemme penetra molto più in profondità. Questa differenza dimostra che gli israeliani seguono una logica variabile, a seconda che si tratti del muro del nord o del muro di Gerusalemme. Le aspirazioni minime di Israele, conformemente alle proposte formulate agli incontri di Camp David nel luglio 2000 e di Taba nel gennaio 2001, dimostrano che lo stato ebraico intende conservare le colonie situate al nord e che si trovano attualmente al di là del muro. Ciò conferma, come hanno ripetuto sia il primo ministro Ariel Sharon che l'ex ministro della difesa Benyamin Ben Eliezer, che il muro in questa regione non rappresenta una frontiera politica. Per contro, a Gerusalemme, la sua costruzione riflette le aspirazioni israeliane e rappresenta pertanto una frontiera politica.
Per consolidare il proprio controllo sulla Grande Gerusalemme, lo stato ebraico concentra le proprie costruzioni in questa regione.
Nel «piano di avvolgimento di Gerusalemme» a cui Sharon ha dato via libera all'inizio di quest'anno, il muro dovrebbe seguire le frontiere di Gerusalemme così come gli israeliani le avevano definite dopo l'annessione di Gerusalemme est nel 1967, includendovi inoltre i due grandi blocchi di colonie di Givon e di Maale Adumim, che si trovano al di fuori di tale territorio.
Questa incorporazione della Grande Gerusalemme nello stato ebraico pone numerosi e gravi problemi, perché porta ad incorporare un gran numero di palestinesi, sottolineando una volta di più le contraddizioni esistenti tra gli imperativi demografici e quelli della sicurezza.
Per risolvere tale problema, Israele tenta di costruire due muri intorno a Gerusalemme: il primo costituisce una separazione interna, costruita essenzialmente attorno alle frontiere municipali definite da Israele. Il secondo costituirà una separazione esterna, attorno a blocchi di colonie. A differenza delle fortezze medievali, questi muri di Gerusalemme saranno costituiti da una barriera elettrificata, una strada di aggiramento e, in alcuni luoghi, da trincee, pareti di cemento armato e apparecchi rilevatori di movimento.
I due muri si presentano come una collana, formando una specie di filo che collega le colonie israeliane esistenti e le postazioni militari. Si tratta di collegare colonie già protette da cordoni di sicurezza, e di rafforzare così il controllo su tutti gli spazi che le separano. Al momento, Israele concentra l'attenzione sulla costruzione di barriere per separare le zone israeliane dalla popolazione palestinese. Nel nord, Israele ha costruito un muro che attraversa la zona di Qalandia per separare Gerusalemme da Ramallah. A est, è stata costruita una parete di cemento armato lungo il Monte degli Ulivi per tagliare le zone palestinesi di Abu Dis e di Azzaria rispetto a Gerusalemme.
A sud, un muro ed una trincea separano Betlemme da Gerusalemme e, come se non bastasse, comportano l'annessione di una parte notevole delle ultime terre municipali palestinesi. Israele si annette così un luogo sacro sia per gli ebrei che per i musulmani, la cosiddetta « tomba di Rachele», che peraltro è situata decisamente all'interno di Betlemme, e confina con due campi profughi.
Incoraggiato dal silenzio della comunità internazionale, che ha evitato di condannare tali azioni, il sindaco Ehud Olmert sta predisponendo inoltre la costruzione di un muro attorno a Kufr Aqab e al campo profughi di Qalandia. Trovandosi nella parte nord della municipalità israeliana di Gerusalemme, gli abitanti palestinesi di questa zona sono muniti di carte di residenza di Gerusalemme e pagano le imposte, ma non hanno accesso ai servizi locali. Al contrario, il check point di Qalandia limita le loro possibilità di entrare a Gerusalemme.
Inoltre, il sindaco Olmert intende costruire un ulteriore muro per separare queste zone dalla Cisgiordania, rinchiudendo così i loro abitanti in una prigione virtuale.
Una volta completato il muro, dal nord della Cisgiordania a Gerusalemme, lo stato ebraico si sarà annesso il 7% del West Bank, tra cui 39 colonie israeliane e circa 290.000 palestinesi, 70.000 dei quali non hanno ufficialmente diritto di residenza in Israele e pertanto non hanno il diritto di viaggiare o di beneficiare dei servizi sociali israeliani - dopo che Israele li ha privati di qualunque mezzo di sussistenza in Cisgiordania. Questi 70.000 palestinesi vivono in una situazione di estrema vulnerabilità e probabilmente saranno costretti a emigrare. Se il muro verso sud si spingerà fino a Hebron, si ritiene che Israele si sarà annessa un altro 3% della Cisgiordania.
Il governo israeliano costruisce il muro e porta avanti la politica degli insediamenti, forte del principio secondo cui «quello che è costruito oggi, lo conserveremo domani». Benché siano contrarie al diritto internazionale, e in particolare a decine e decine di risoluzioni delle Nazioni unite, non esiste alcun meccanismo per impedire tali azioni. Il rafforzamento degli insediamenti renderà più costoso il loro smantellamento e ancora più difficile se si tiene conto dei parametri proposti, nel dicembre 2000, dallo stesso presidente americano Bill Clinton: «Quello che è ebreo a Gerusalemme sarà israeliano, quello che è arabo diventerà palestinese».
Anche se la comunità internazionale sembra unita a sostegno del «quartetto» (1) e della sua proposta di riprendere i negoziati sullo status definitivo nel giro di tre-cinque anni, non ha riflettuto minimamente al tipo di stato palestinese che a quel punto sarà ancora possibile negoziare.
Perché le trattative abbiano una possibilità di ripartire e di andare avanti, la comunità internazionale non deve limitarsi a imporre il blocco delle colonie, ma deve anche attivare misure atte ad incoraggiare i coloni ad abbandonare i territori occupati. Una simile politica non può essere legata a precondizioni o a un cessate il fuoco. Se è vero che i negoziati di pace dovranno affrontare una lunga serie di problemi, le colonie e la costruzione del muro rappresentano un rischio reale e strutturale per la pace nella regione e, soprattutto, per qualsiasi prospettiva di coesistenza fra due stati indipendenti e destinati a durare nel tempo.



note:

* Ricercatore presso l'Orient House di Gerusalemme, fatta chiudere da Israele. È stato il consigliere dei negoziatori palestinesi sulla questione di Gerusalemme.

(1) Il «quartetto» raggruppa l'Organizzazione delle Nazioni unite (Onu), gli Stati uniti, la Federazione russa e l'Unione europea per tentare di definire una politica comune sul Medioriente.
(Traduzione di R. I.) aa qq Guerra sociale
Ignacio Ramonet

Un rapporto dell´inviato speciale Onu Jean Ziegler denuncia: i palestinesi sono alla fame, i bimbi denutriti sono oltre il 25 per cento. E c´è l´esproprio di pozzi e fattorie




A causa delle durissime misure militari imposte dall´esercito israeliano di occupazione dall´inizio della seconda Intifada i territori palestinesi occupati sono sull´orlo di una catastrofe umanitaria... Non usa eufemismi diplomatici Jean Ziegler, relatore speciale per il diritto all´alimentazione dell´Alto commissariato Onu per i diritti umani. Bambini denutriti cui viene negato il diritto al cibo e all´acqua che dovrebbe essere garantito dalla ´Potenza occupante´, cioè Israele, il cui esercito, al contrario, distrugge alberi da frutta, coltivazioni, impianti idrici, impedisce la mobilità e, con la costruzione del muro, esclude di fatto la possibilità nel futuro della nascita di uno Stato palestinese. La sicurezza dei cittadini d´Israele, aggiunge il relatore, è ovviamente da salvaguardare, ma le misure prese dalle autorità dello Stato ebraico nei Territori occupati sono "sproporzionate", hanno punito nella sua totalità la popolazione a causa delle azioni di alcuni dei suoi membri.

Jean Ziegler, svizzero, già sociologo all´Università di Ginevra, autore del fortunato ´La fame nel mondo spiegata a mio figlio´ e di cui Marco Tropea editore ha recentemente pubblicato ´La privatizzazione del mondo: padroni, predatori e mercenari del mercato globale´, dal 2000 ha l´incarico dalle Nazioni Unite. In questa veste, dal 3 al 13 luglio scorso è stato in Cisgiordania e a Gaza, per poi stendere un rapporto di 25 pagine che è un impietoso atto d´accusa contro il governo Sharon e che è già diventato un infuocato caso diplomatico. Il capo della delegazione israeliana a Ginevra, l'ambasciatore Yaakov Levy, ha scritto una lettera di protesta ufficiale al presidente dell´Alto commissariato, la libica Najat Al-Hajjaji, in cui lamenta il fatto che alcuni stralci del rapporto siano stati resi noti prima che ne fosse stato messo a conoscenza lo Stato interessato, cioè quello che rappresenta, avanza dubbi sulla correttezza procedurale, chiede "appropriate sanzioni". Con ´L´espresso´, Levy rincara la dose: "Ziegler ha steso un rapporto totalmente politico, ha tradito il suo mandato che è preciso e limitato. Si è occupato di insediamenti, Convenzione di Ginevra, muro di sicurezza, futuro dell´area, Road Map. Tutte questioni che non hanno nulla a che vedere con il diritto al cibo e all´acqua. Lavorando attivamente con delle Ong, israeliane e palestinesi, Ziegler ha abbandonato la linea dell´imparzialità".

L´interessato nega qualunque violazione e si prepara a presentare il 10 novembre le sue conclusioni all´assemblea generale delle Nazioni Unite, l´organo che dovrà discuterle. Sempre che, nel frattempo, non venga accolta la richiesta israeliana di ritirare il rapporto. Le polemiche già divampano sotto traccia nel felpato ambiente diplomatico ginevrino. Il sociologo viene accusato da più parti di aver ulteriormente compromesso le già precarie relazioni tra Israele e l´Onu, soprattutto dopo che era stato il primo relatore delle Nazioni Unite non solo accettato, ma anche aiutato nel suo lavoro dal governo di Gerusalemme.

Il rapporto è davvero esplosivo. Dapprima una introduzione in cui esprime "simpatia e compassione per tutte le persone uccise o ferite", per gli 820 israeliani e i 2.518 palestinesi ammazzati dall´inizio della seconda Intifada (settembre 2000) al momento del suo viaggio. La missione, sollecitata dall´Alto commissariato, doveva servire per capire i motivi della crisi alimentare, in un´area, i territori occupati, "così fertile e abitata da un popolo con antiche tradizioni agricole e mercantili". L´autore mette le mani avanti per le possibili contestazioni di essersi occupato di una sola parte: "Non stava nel mandato esaminare la denutrizione in Israele". Lamenta di non essersi potuto muovere liberamente, nonostante le assicurazioni, e di essere stato spesso bloccato ai check-point.

Accusa Ziegler: "Il livello di denutrizione a Gaza è pari a quello dei poverissimi Paesi sub-sahariani, una situazione assurda dato che la Palestina aveva un reddito economico medio". Le cifre: "Il 22 per cento dei bambini sotto i 5 anni soffrono di denutrizione (9,3 per cento acuta, 13,2 per cento cronica). Nel 2000 in questa condizione erano il 7,6 per cento. Il 15,6 per cento dei bambini soffre di anemia che può provocare danni fisici e mentali permanenti. Il consumo di cibo è sceso del 30 per cento. Più della metà delle famiglie mangia una volta al giorno. Molti si sostentano solo con pane e tè". E sono triplicati i poveri. Il 60 per cento dei palestinesi vive in regime di estrema povertà (75 per cento a Gaza, 50 per cento nella West Bank); il reddito pro capite è la metà rispetto a due anni fa; più del 50 per cento dipende esclusivamente dagli aiuti umanitari. E spesso capita che gli aiuti non possano essere distribuiti dalle Ong perché i camion vengono bloccati dall´esercito.

Ziegler cita la Banca mondiale: "La causa principale della crisi economica palestinese è la chiusura dei territori". La difficoltà di movimento non è solo una restrizione della libertà, ma "priva del diritto al cibo e alla salute". Spesso "carichi alimentari sono bloccati per giorni senza spiegazioni". Il relatore ha visto "camion di frutta e verdura sostare sotto il sole". Più di 100 mila palestinesi hanno perso il lavoro in Israele perché sono loro negati i permessi per varcare il confine. Molte Ong ritengono che "le misure militari non servono alla sicurezza, ma sono una forma di punizione collettiva".

La carenza d´acqua è preoccupante come quella di cibo: "Circa 280 comunità rurali non hanno accesso all´acqua potabile e dipendono da rifornimenti con autobotti il cui costo è aumentato dell´80 per cento".

Ziegler è stato testimone oculare della distruzione di campi, uliveti e agrumeti. Segnala gli espropri di fattorie e sorgenti d´acqua per la costruzione "della barriera di sicurezza-muro d´apartheid" o per l´ampliamento delle colonie israeliane, come a Maale Adumim, tra Gerusalemme e Gerico, dove saranno edificati 502 nuovi appartamenti e si dividerà in due la West Bank. Il relatore ci vede un disegno politico e non esita a usare il termine ´bantustanizzazione´ della regione: i bantustan erano le aree assegnate ai neri nel Sudafrica dell´apartheid. Per la legislazione internazionale, ricorda Ziegler, West Bank, Gaza e Gerusalemme est sono territori occupati, Israele la Potenza occupante. Come tale, il suo governo ha l´obbligo di provvedere "alla sopravvivenza della popolazione e alla sua assistenza, se necessario". È vero che, in seguito agli accordi di pace di Oslo, una parte importante di queste ´responsabilità´ è stata trasferita all´Autorità palestinese. Ma dal 2000 in poi lo Stato ebraico ha ripreso il controllo di larghe fette di territorio, sia militarmente che amministrativamente. Dunque, la situazione è mutata "e non possono esistere dubbi sugli obblighi d´Israele circa il diritto al cibo nei territori". Soprattutto dopo che ha distrutto "la maggior parte delle infrastrutture dell´Anp". Invece, le continue chiusure, il coprifuoco, le incursioni militari non permettono alla gente di ricevere il sostentamento. Alcuni esempi: "Dal 21 giugno al 6 settembre 2002 Nablus è rimasta sotto coprifuoco per 1.797 ore, Tulkarem per 1.486". Nel 2002, delle 250 mila tonnellate di olio d´oliva prodotte è stato possibile venderne solo 200 a causa delle restrizioni. Per lo stesso motivo il villaggio di Beit Furik, che non ha sorgenti proprie, non è stato rifornito d´acqua per almeno nove giorni".

Secondo il Centro nazionale d´informazione palestinese, dal settembre 2000 al marzo 2003 le ´forze d´occupazione´ hanno distrutto due milioni e mezzo di ulivi e più di un milione di alberi di agrumi e altri frutti, oltre a 806 pozzi e 296 magazzini agricoli. La Banca mondiale ha stimato in 217 milioni di dollari i danni all´agricoltura e in 140 milioni di dollari i danni alle infrastrutture per l´acqua.

In Cisgiordania nel 1999 sono state costruite 44 nuove colonie, nel 2001 altre 34 e 14 approvate dal governo israeliano. A Gaza 6.429 coloni israeliani usano il 45 per cento della terra, mentre un milione di palestinesi si deve accontentare del rimanente 55 per cento. Uno squilibrio che riguarda anche l´uso delle risorse idriche.
Nel 2002 i palestinesi hanno potuto utilizzare 70 litri di acqua a testa al giorno contro i 350 litri dei coloni ebrei. Nella West Bank gli ´occupanti´ prendono per sé più dell´85 per cento dell´acqua. Il governo israeliano ha offerto ai palestinesi di partecipare a un piano per la desalinizzazione dell´acqua del Mediterraneo. Annota Ziegler: "Non pare economicamente una buona idea visto che l´acqua potabile c´è".

Un capitolo è poi dedicato alla barriera di difesa definita apertamente ´muro d´apartheid´. Il sociologo svizzero è totalmente contrario alla sua costruzione (il governo Sharon ha appena approvato un prolungamento di 40 chilometri): "Anch´esso viola il rispetto del diritto al cibo e annette di fatto a Israele molti fertili ettari di territorio. Ben 36 comunità saranno separate dalle loro fattorie, 19 saranno completamente imprigionate". Per il solo primo tratto di muro sono stati confiscati 2.875 acri oltre alla maggioranza delle risorse idriche. Il secondo tratto taglierà nel mezzo la Cisgiordania". Nel giudizio di Ziegler, in pratica, l´impossibilità di edificare uno Stato.

La lunga disamina include anche un accenno alle difficili condizioni di vita dei prigionieri palestinesi prima di arrivare alle ´conclusioni e raccomandazioni´. La catastrofe umanitaria, provocata dall´occupazione, può facilmente essere evitata. È assurdo che bambini, donne e uomini soffrano la fame visto che abitano in una terra fertile. Il governo di Sharon si assuma immediatamente le proprie responsabilità, rispetti le leggi internazionali e la finisca con un´occupazione che, in questi termini così repressivi, non è giustificata dalle ragioni della sicurezza.

Come è evidente, un rapporto implacabile che finirà ora davanti all´Assemblea generale delle Nazioni Unite.


Jean Ziegler, il suo dossier ha scatenato un putiferio. Israele l´accusa di essere andato oltre il mandato. Di aver stilato un rapporto politico.

"Se parlare di denutrizione dei bambini, di distruzione di case, alberi, campi e fonti d´acqua, significa stilare un rapporto politico, allora il mio lo è. Dal mio punto di vista, la verità è che mi sono attenuto strettamente al mandato di relatore sul diritto al cibo".

Nelle premesse lei ha precisato che non era suo compito occuparsi della denutrizione in Israele, ma solo nei territori occupati. Gli israeliani ritengono tuttavia uno scandalo che non abbia fatto nemmeno un cenno sulla corruzione che regna all´interno dell´Autorità palestinese.

"Rispondo partendo da una premessa. Sono già stato, per svolgere un lavoro analogo, in Bangladesh, in Brasile, in Nigeria. Non ho scelto io, quest´anno, i territori palestinesi, che non conoscevo e che ho visitato per la prima volta, ma sono stato sollecitato ad andarci dall´Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Una volta là ho ascoltato diverse critiche, anche molto forti, su Arafat e sull´amministrazione. Critiche che arrivano da parlamentari oltre che dalla gente comune. Se non ne ho scritto è per una ragione precisa. Il presidente eletto, Arafat, è bloccato da oltre due anni dentro la Muqata, gli stessi ministri che formano il governo hanno difficoltà enormi di circolazione. Di fatto, non sono nelle condizioni di svolgere il loro compito. Sarebbe stato come sparare alle nuvole. Sarebbe stato come fare, ad esempio, un rapporto sulla corruzione in Italia all´epoca di Bettino Craxi oggi che Bettino Craxi non c´è più. Che senso poteva mai avere?".

Altra contestazione. Alcuni stralci del rapporto sono finiti in mano dei media prima che di uno dei diretti interessati, cioè lo Stato d´Israele.

"E questa non è una mia colpa, semmai dell´Alto commissariato che doveva trasmetterlo immediatamente. Se alcune cose sono uscite è perché io lo ho inviato subito alle Ong con cui ho lavorato affinché verificassero l´esattezza di alcuni passaggi e dati su cui mi ero avvalso della loro collaborazione".

A proposito di Ong, lei le ha molto lodate. Anche quelle israeliane...

"Sì, le Ong e non solo. Io e i miei collaboratori siamo rimasti fortemente impressionati dal coraggio di diversi rappresentanti della società civile d´Israele nell´opporsi all´esercito e alle sue vessazioni sfidando la diffamazione. Questa società civile esiste ed è un punto di partenza molto importante".

Qual è il suo giudizio su una possibile soluzione del conflitto?

"Deve nascere uno Stato palestinese con frontiere sicure. I due Stati devono poter vivere in sicurezza. Israele deve smetterla con le uccisioni mirate e i palestinesi con gli attentati. Non vedo altra possibilità".

Una possibilità davvero difficile da immaginare oggi.

"Sì. La politica del governo Sharon lo impedisce. La costruzione del muro rende di fatto impossibile la nascita di uno Stato palestinese ed è un grave ostacolo al diritto al cibo. Nessun leader palestinese, anche animato dalle migliori intenzioni,

potrà mai accettare di mediare su questo".

Quale sarà il destino del suo rapporto?

"Ci sono state forze che hanno tentato di stopparlo all´interno delle Nazioni Unite. Si sa che l´influenza americana è notevole. Però io lo porterò all´Assemblea generale. Che poi deciderà se far proprie o meno le mie raccomandazioni".


Il premier di Israele Ariel Sharon ha davanti a sé almeno due anni per portare a compimento una politica dei fatti compiuti in Cisgiordania, a Gaza e in genere nel Medio Oriente. Bush ha dimostrato di non volere o non potere esercitare una seria pressione sul governo israeliano in un anno elettorale. Non tanto per la effettiva o immaginaria potenza della lobby pro-israeliana a Washington, quanto perché l´elettorato repubblicano, in tempi di guerra al terrorismo, si identifica con lo Stato ebraico attaccato dai terroristi palestinesi. Inoltre, ammesso che Bush perda le elezioni, il suo successore avrebbe bisogno di molti mesi, almeno, prima di rivedere ed eventualmente cambiare la

politica americana verso Israele.

Questa lunga finestra di opportunità viene utilizzata dalla leadership israeliana senza considerare interessi o pressioni altrui. Lo dimostra, fra l´altro, il recente raid contro un campo profughi-base terroristica in Siria. Per quanto incruento, un forte segnale non solo verso la leadership siriana, ma nei confronti di tutti quegli Stati della regione che Israele considera pericolosi per la propria sicurezza in quanto sponsor del terrorismo. Ciò vale soprattutto per l´Iran. Gerusalemme è da tempo convinta che il nemico strategico nella regione siano gli ayatollah persiani. I quali possono colpire già oggi Israele con armi convenzionali; domani potrebbero minacciarlo con l´arma nucleare. Anche per questo nessuno in Israele può escludere qualche raid preventivo contro bersagli atomici iraniani, se le pressioni americane ed europee non dissuaderanno Teheran dal perseguire l´obiettivo di costruire la bomba atomica. Un Iran atomico darebbe il colpo di grazia al peraltro già morente regime di non proliferazione nucleare. Nella regione, paesi come la Turchia, l´Arabia Saudita e lo stesso Egitto potrebbero sentirsi obbligati a inseguire l´Iran sullo stesso terreno. Un Medio Oriente in cui Israele non detenesse più il monopolio del nucleare (per quanto non dichiarato) è evidentemente uno scenario drammatico dal punto di vista

di Sharon come di qualsiasi altro leader dello Stato ebraico.

Nel frattempo, il governo israeliano lavora a un altro fatto compiuto: il muro di separazione che, almeno in parte, potrebbe diventare il confine di Stato fra Israele e quel che resterà della Palestina. L´annessione di una parte dei territori occupati garantirebbe a Gerusalemme quel minimo di profondità strategica considerata vitale per potersi opporre a un´eventuale nuova aggressione araba. Allo stesso tempo, ridurrebbe a ben poca cosa il futuro Stato palestinese. Anche quando accettano la logica dei due Stati, israeliani e palestinesi intendono due cose ben diverse. I primi considerano una Palestina territorialmente molto ridotta e spezzettata, di fatto un protettorato israeliano; i secondi invece pensano a costruire una piattaforma sufficiente per far valere, magari fra qualche decennio, la loro superiorità demografica per dominare il territorio fra il Mediterraneo e il fiume Giordano. In ogni caso, questo non è tempo di trattative. È l´ora dei falchi, in attesa di colombe che forse non spiccheranno mai il volo.



http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?m1s=null&m2s=mon&idCategory=4793&idContent=313021

Il Muro dell'Apartheid



Dettagli del dispositivo di sicurezza
Fotografie

Il Muro del nord della Cisgiordania
Nei fatti, non si tratta di una semplice «recinzione» o di un semplice «muro», ma di un dispositivo che comporta, da una parte e dall'altra, una zona di sicurezza larga dai 30 ai 100 metri, sotto stretta sorveglianza (barriere elettrificate, trincee, telecamere, pattuglie...)

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Il modello è stato realizzato dal quotidiano britannico The Guardian.



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1 Torre di osservazione munita di radar e ospitante soldati muniti di equipaggiamento per la visione notturna.

2 Telecamera a infrarossi; completata da una sorveglianza video costante da palloni frenati e aerei senza pilota. Tutte le informazioni sono inviate in tempo reale verso un posto di comando.

3 Rotoli di filo spinato affilato («razor wire») di 1 metro e 80 di altezza.

4 Strada asfaltata per i movimenti delle truppe. Fra la strada e il filo spinato, una pista di sabbia permette di conservare le tracce di chiunque tenti di avvicinarsi.

5 Recinzione metallica alta 3 metri, munita di sensori.


6 Lungo le sezioni considerate da Israele come « ad alto rischio », la recinzione è rimpiazzata da un muro di cemento alto 8 metri.


7 Strada per i veicoli di pattuglia.

8 Fossato profondo due metri per impedire il passaggio dei veicoli palestinesi.


9 Rotoli di filo spinato affilato e sensori al suolo per individuare ogni movimento prima che venga raggiunta la recinzione.

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Una torre di osservazione a Qalqiliya.

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A Qalqiliya, il muro di cemento è alto 8 metri.

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Recinzione elettrificata.

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Rotoli di filo spinato. Come si può osservare sul dettaglio a destra, non si tratta di filo spinato ordinario ma di un filo munito di lame taglienti come rasoi.

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Bambini ai piedi del muro in costruzione a Qalqiliya. Ben presto questo campo da gioco improvvisato sarà rimpiazzato da un insieme di dispositivi di sicurezza larghi oltre 40 metri.

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A nordest di Qalqiliya, Jayyous (3.000 abitanti), con i suoi 900 ettari di terreni isolati, è uno dei villaggi vicini alla Linea Verde le cui terre e risorse saranno più colpite dall'erezione del Muro. Una grande porzione di terra all'esterno del villaggio è già stata spianata, e due o tre sentieri sono stati bloccati.


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Falamya, a nord di Qalqiliya.

La prima foto è stata scattata il 16 ottobre 2002, la seconda il 29 dicembre 2002 (© ARIJ).

Una trincea larga 100 metri e lunga 8 chilometri ha annientato una grande parte delle terre di questo villaggio di 600 abitanti, i cui campi appartengono a migliaia di famiglie della regione di Qalqiliya e Tulkarem. Il resto della terra (circa 35 ettari) sarà isolato e inaccessibile ai proprietari. I terreni di Falamya rappresentavano circa il 45% della produzione agricola palestinese e approvvigionavano la totalità della Cisgiordania di frutta e legumi. Inoltre, la costruzione della ha danneggiato i canali della sua rete di distribuzione dell'acqua che alimenta anche quattro villaggi vicini. Tre dei suoi cinque pozzi sono stati finanziati dal governo francese.




Traduzione di G. Monti da www.solidarite-palestine.org


 

Sharon e il "muro d'acciaio".

http://www.ecn.org/reds/etnica/palestina/palestina0104muromerip.html 


Analisi della coalizione al governo in Israele. Le contraddizioni della politica israeliana a partire da un principio storico dell'imperialismo sionista: la dottrina del muro d'acciaio. Di Jeff Halper, da Merip. Marzo 2001.

 

 

La coalizione del governo di Sharon, che comprende sia Shimon Peres sia coloro che rifiutano la linea dura, è caratterizzata dalle contraddizioni della distinzione convenzionale tra destra e sinistra nella politica israeliana.
Sono passati sette anni dagli accordi di Oslo ed è chiaro che i leader israeliani non hanno mai preso veramente in considerazione l'idea della realizzazione di uno stato palestinese sovrano, ma hanno pensato solo ad una "pace" che garantisca ai Palestinesi una indipendenza limitata sotto il pieno controllo di Israele. I tre milioni di Palestinesi che vivono nei Territori Occupati costituiscono il maggiore ostacolo che impedisce ad Israele di avere un controllo continuo, dal momento che Israele non può né incorporarli come cittadini né può governare su di loro all'infinito sotto un regime di apartheid sempre più forte. Il processo di Oslo che si è chiuso con il summit di Camp David del 2000 e con gli incontri di Taba a gennaio, ha portato ad un'occupazione con consenso.

Ma quando la politica di occupazione degli insediamenti, della chiusura e del controllo militare non è riuscita a
spezzare la resistenza dei Palestinesi e ha, invece, portato ad una seconda intifada, l'ampio "consenso" moderato di sinistra-centro-destra della politica israeliana ha deciso di rafforzare un'autorità più diretta. Il governo di "unità nazionale" di Sharon rappresenta una chiusura delle fila attorno al bassissimo rifiuto del Sionismo e la chiusura di Israele a sostenere la possibilità di condividere realmente questa terra con i Palestinesi - sia in uno stato che in due stati. Il ruolo del governo di Sharon è quello di creare una tale disperazione tra i Palestinesi che questi supplicheranno per la sopravvivenza. Si sforzerà di infrangere le speranze che hanno i Palestinesi di realizzare uno stato fattibile e sovrano, di sconfigere i Palestinesi una volta per tutte. In quanto a questo, "l'unità nazionale" si rifà ad un importante precedente storico.

LA DOTTRINA DELLA DISPERAZIONE
In un famoso articolo intitolato "Il muro di ferro", pubblicato nel 1923, Ze'ev Jabotinsky articolava un principio fondamentale del movimento sionista: il sionismo deve riuscire a formare uno stato ebreo nell'intera terra di Israele, senza alcun riguardo verso la reazione degli arabi. Jabotinsky aveva capito che i Palestinesi erano un gruppo nazionale con aspirazioni nazionali, ma il sionismo era disposto a garantire loro solo una certa autonomia all'interno di uno stato ebreo che copriva l'intero territorio. Egli sapeva benissimo che questo scopo non poteva essere realizzato senza resistenza. "Ogni popolo indigeno", scriveva Jabotinsky, "opporrà resistenza all'invasione degli stranieri fino a quando vedrà una qualsiasi speranza di liberarsi dal pericolo di un insediamento da parte di estranei. Questo sarà il comportamento degli Arabi fino a quando vedranno un minimo di speranza nell'impedire che la Palestina diventi
terra di Israele". Per Jabotinsky il trucco consisteva nel distruggere quel "barlume di speranza". Secondo la sua dottrina del "muro di ferro", i Palestinesi avrebbero acconsentito ad avere dei limitati diritti civili e nazionali solo dopo che la loro resistenza fosse stata spezzata. "La sola via per un accordo" scriveva Jabotinsky, "è attraverso il muro di ferro, cioè l'insediamento in Palestina di una forza che non verrà influenzata in nessun modo dalle pressioni degli Arabi... Un accordo volontario è impensabile... Noi dobbiamo sospendere i nostri tentativi di insediamento oppure dobbiamo portarli
avanti senza prestare attenzione ai sentimenti degli indigeni. Così gli insediamenti si svilupperanno sotto la protezione di una forza armata che non dipende dalla popolazione locale, dietro un muro di ferro che
non potrà essere abbattuto".

Per questo Jabotinsky è spesso considerato una figura estremista; lo storico Avi Shlaim sostiene che la sua dottrina del "muro di ferro" è diventata centrale per l'approccio di Israele verso i Palestinesi. Rivolgendosi all'esecutivo israeliano dopo lo scoppio della rivolta araba del 1936, David Ben-Gurion, il primo Primo Ministro dello stato di Israele e padre del moderno Partito Laburista, ha detto: "In questo momento un accordo totale è, senza dubbio, fuori questione. Solo dopo la piena disperazione degli Arabi, e questa disperazione emergerà non solo dal fallimento del disordine e del tentativo di ribellione, ma anche come conseguenza della nostra crescita nel paese, si potrà far accettare agli Arabi l'esistenza di Israele ebrea heretz". Ben Gurion non solo era d'accordo con Jabotinsky, ma sosteneva che la pace era da prendere in considerazione se combaciava con il programma del sionismo: "Noi non abbiamo bisogno di un accordo per arrivare alla pace nel paese...la pace per noi è uno strumento. Lo scopo è la piena e totale realizzazione del sionismo. Solo per questo noi abbiamo veramente bisogno di un accordo".

LA COALIZZAZIONE DEL MURO DI FERRO
Inserito nel contesto attuale, il lavoro storico di Shlaim ci suggerisce che l'adesione all'idea del muro di ferro potrebbe essere un modo migliore per individuare delle figure politiche, piuttosto che sostenere o opporsi agli accordi di Oslo.
L'analisi di Shlaim dice che potremmo mettere insieme i Laburisti di "Ben-Gurion" -- le vecchie guardie del Partito Laburista, compreso Shimon Peres, che sosteneva la partecipazione al governo di Sharon -- con il Likud, il discendente diretto dei rivisionisti di Jabotinsky e di Menachem Begin. Ciò che li unisce è il fatto di accettare l'approccio del "muro di
ferro" verso il mondo arabo -- e verso i Palestinesi in particolare. Dall'altra parte del muro di ferro ci sono le "colombe" (fautori della pace) sia del partito Laburista sia di Meretz, la sinistra israeliana più radicale e i cittadini palestinesi di Israele. Yitzhak Rabin e Peres sono stati definisti in Israele come "yonetz," un miscuglio ambivalente e confuso di "colomba" e "falco". L'ampia coalizzazione di centro-destra comprende sia il Likud che Peres e la corrente principale dei Laburisti, quest'ultima rappresentata dal ministro della difesa Binyamin Ben Eliezer, un altro generale laburista dell'esercito. "L'unità nazionale" comprende altri settori della società israeliana, come: il partito di Sephardi Shas, altri partiti ortodossi, i partiti degli immigranti russi e l'estrema destra come Rehavam Ze'evi's Moledet che sostiene di "trasferire" i Palestinesi fuori dai Territori Occupati. Il governo di Sharon può radunare 73 voti dai 120 del Knesset -- di più se includiamo alcune fazioni dell'ala di destra che non si sono unite per diverse ragioni. Il blocco Sharon-Peres-Ben Eliezer crede che sia possibile costruire il "muro di ferro" di Jabotinsky. La loro interpretazione della mappa politica li porta, come è successo nel 1993, alla conclusione che i Palestinesi sono sconfitti. Israele ha il supporto quasi totale del Congresso degli Stati Uniti e dei mass-media, così come dell'amministrazione di Bush. Il sostegno degli Stati Uniti rende irrilevante le periodiche proteste degli altri partiti internazionali, compresi l'ONU e l'UE. Queste proteste vengono di fatto vanificate anche dalla dipendenza degli Arabi e dei Paesi musulmani dagli Stati Uniti e dall'Europa, così come dai rilevanti interessi comuni con Israele.

Israele vive in una bolla totalmente protetta. La coalizzazione dell' "unità nazionale" pensa che l'Autorità Palestinese (PA) abbia perso la fiducia del popolo e che sia sull'orlo del collasso. Come nel 1993, la PA sarà utile solo se finalmente si "stabilisce" con Israele. L'idea di Sharon di "insediamento" non include l'88-96% del West Bank, tutta la striscia di Gaza e le sacche di Gerusalemme est -- idee promosse da Barak e Clinton -- ma piuttosto il 42% del West Bank attualmente classificato come Aree A e B, il 60% di Gaza dove ci sono grandi centri di Palestinesi e nessuna delle sacche di Gerusalemme Est. Fino ad ora la via palestinese è l'unica forza effettiva che frena l'approccio del "muro di ferro" --- ed è duramente soffocata.

UN FUTURO DI "UNITA' NAZIONALE"
Poichè il controllo di Israele sui Territori Occupati è virtualmente l'unica base per "l'unità nazionale", non ci deve sorprendere il fatto che il governo di unità nazionale di Sharon non ha un programma politico, se non quello di fare in modo che i Palestinesi si arrendano. Come ha sostenuto Doron Rosenblum, un commentatore di Israele: "Noi non abbiamo mai avuto un governo basato su ragioni pessimistiche come questo: il suo programma è completamente nascosto e sconosciuto ... Non sta facendo nessuna promessa se non quella di "riportare la sicurezza". Ma il governo di Sharon non durerà a lungo. Il governo è lento, è formato da 8 partiti e 26 ministri e la questione finanziaria e altre
questioni nazionali potrebbero causarne il collasso nei prossimi mesi. In ogni caso, le elezioni generali si dovranno tenere entro novembre del 2003. Con l'elezione di Sharon, il Knesset ha abolito anche l'elezione diretta del primo ministro. Israele ritornerà al vecchio sistema, con il quale gli elettori votano solo per le liste di partito e i leader del partito che ha avuto più voti formeranno poi il governo. Questo sistema riporterà la prevalenza del parlamento di due o tre blocchi di partiti (il Laburista, il Likud e forse lo Shas), invece dell'estrema frammentazione degli ultimi due Knesset che hanno minato la stabilità dei governi di Netanyahu e di Barak. Il blocco laburista di sinistra ha di gran lunga meno partner potenziali del blocco Likud-Shas e per questo gli sarà difficile formare un governo nelle elezioni future.
Ma siccome il partito Laburista raccoglie più voti del Likud, sia i laburisti sia Sharon vedono l'abolizione delle elezioni dirette come un modo per fermare il ritorno di Netanyahu al potere. Da tutto questo si possono trarre due conclusioni.
Primo, la maggior parte dei partiti nel Knesset sono favorevoli all'approccio del "muro di ferro" e a fare un'ulteriore repressione verso i Palestinesi. L scorsa settimana, le forze di difesa di Israele hanno isolato Ramallah, l'università di Birzeit e circa 33 villaggi, scavando profonde trincee e fermando i carri armati nelle strade e il comune di Gerusalemme ha annunciato che comincerà a demolire le case dei Palestinesi.

Secondo, anche se il Partito Laburista ha un piano dietro il "muro di ferro", probabilmente non potrà formare un governo che possa fermare in pratica quella politica. Pensiamo che i governi di unità nazionale di Israele si avranno -- formalmente o de facto -- tra qualche tempo. Una pace giusta e duratura non emergerà da Israele; solo le pressioni internazionali possono salvare i Palestinesi dall'essere schiacciati da un muro di ferro.

* Jeff Halper è coordinatore del comitato israeliano contro la demolizione delle abitazioni, redattore di "News from Within" ed è professore di antropologia presso l'università Ben-Gurion.


 

Il fuoco di Sharon sugli israeliani
PALESTINA 

Manifestazione contro il Muro, l'esercito spara 

Tra «esecuzioni mirate» e attentati, un altro natale di sangue


E' stato un Natale di sangue nei Territori occupati e in Israele. Soldati israeliani ieri hanno aperto il fuoco contro manifestanti di nazionalità diverse che protestavano contro la costruzione del muro in Cisgiordania, ferendo gravemente un israeliano e in modo leggero un americano. E' la prima volta che i militari aprono il fuoco per proteggere il Muro. I pacifisti, circa 200, appartenenti a varie organizzazioni di sinistra, stavano dimostrando nel villaggio di Masha, vicino a Qalqilya, uno dei centri abitati più minacciati dalla costruzione del muro. Testimoni hanno riferito che i militari hanno sparato ad altezza d'uomo, non appena i manifestanti hanno toccato la barriera. Deputati israeliani di opposizione hanno denunciato il comportamento dell'esercito che, secondo Yosi Sarid (Meretz), «ha superato ogni limite». Il clima si è fatto pesante nei Territori occupati e in Israele. In seguito al raid a Rafah costato ad inizio settimana la vita a nove palestinesi, giovedì il governo Sharon ha ordinato all'aviazione di uccidere Makled Hamid, un capo militare del Jihad Islami, e con lui sono rimasti uccisi altri 4 palestinesi, rilanciando così la strategia delle «esecuzioni mirate» che colpiscono anche civili innocenti. Invece i palestinesi hanno compiuto un attentato kamikaze alla periferia di Tel Aviv - costato la vita a tre soldati e una ragazza di 17 anni - mettendo fine ad oltre due mesi di tregua non dichiarata all'interno del territorio israeliano.
Ieri soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro pacifisti di nazionalità diverse che protestavano contro la costruzione del Muro in Cisgiordania, ferendo gravemente un israeliano e in modo leggero un americano. E dopo il raid a Rafah, Nablus e Jenin, costato la vita a 10 palestinesi, Sharon ha ordinato all'aviazione di uccidere un capo militare del Jihad, uccidendo altri 4 palestinesi. Un siluro contro la tregua. Per «risposta», un attentato kamikaze alla periferia di Tel Aviv è costato la vita a tre soldati e una ragazza
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Un Natale di sangue nei Territori Occupati e in Israele, che non ha risparmiato persino un gruppo di pacifisti. Soldati israeliani ieri hanno aperto il fuoco contro manifestanti di nazionalità diverse che protestavano contro la costruzione del muro in Cisgiordania, ferendo gravemente un israeliano e in modo leggero un americano. E' la prima volta che i militari aprono il fuoco per proteggere il Muro, ma non è la prima volta che pacifisti vengono presi di mira. La scorsa primavera a Rafah (Gaza) una giovane americana, Rachel Correy, perse la vita sotto i cingoli di una ruspa israeliana durante la demolizione di una casa. Più di recente, sempre a Rafah, un pacifista britannico, Tom Hurdall, è stato colpito alla testa da un proiettile sparato da una torretta israeliana e da allora giace in ospedale in stato di morte celebrale. I pacifisti, circa 200, appartenenti al gruppo «Anarchici contro la barriera» e a varie organizzazioni di sinistra, stavano dimostrando nel villaggio di Masha, vicino a Qalqilya, uno dei centri abitati più minacciati dalla costruzione del muro. Secondo il portavoce militare israeliano, i soldati avrebbero esploso colpi di avvertimento in aria perché alcuni manifestanti stavano «danneggiando» la barriera. Testimoni invece hanno riferito che i militari hanno sparato ad altezza d'uomo, non appena i manifestanti hanno toccato la barriera. A cadere sotto i colpi sono stati l'israeliano Gil Naamati, che è stato trasferito all'ospedale in gravi condizioni, e un americano. Deputati israeliani di opposizione hanno denunciato il comportamento dell'esercito che, secondo Yosi Sarid (Meretz), «ha superato ogni limite». «L' esercito - hanno affermato altri deputati - deve spiegare come è successo che soldati abbiano sparato contro manifestanti israeliani». E' sconfortante il fatto che la sinistra israeliana sia indignata per il ferimento di manifestanti israeliani e sia rimasta di fatto in silenzio di fronte alla morte di Rachel Correy. Il clima si è fatto pesante nei Territori occupati e in Israele. Gli unici momenti di serenità si sono avuti a Betlemme che ha vissuto un Natale tranquillo dopo tre anni. In seguito al raid a Rafah costato ad inizio settimana la vita a nove palestinesi, giovedì il governo di Ariel Sharon ha ordinato all'aviazione di uccidere Makled Hamid, un capo militare del Jihad Islami, e con lui sono rimasti uccisi altri 4 palestinesi, rilanciando così la strategia delle «esecuzioni mirate» di militanti dell'Intifada che però colpiscono anche civili innocenti. Ha soprattutto sganciato un siluro contro un possibile accordo di cessate il fuoco che pure le organizzazioni politiche palestinesi avevano ricominciato a discutere nei giorni scorsi. Invece i palestinesi hanno compiuto un attentato kamikaze alla periferia di Tel Aviv - costato la vita a tre soldati e una ragazza di 17 anni - mettendo fine ad oltre due mesi di tregua non dichiarata all'interno del territorio israeliano. Il governo Sharon ha accusato di nuovo il premier palestinese Abu Ala - che pure ha condannato l'attacco suicida - di non fare nulla per smantellare le organizzazioni armate palestinesi. Il ministro della difesa Shaul Mofaz ieri ha convocato i comandanti militari per studiare la rappresaglia all'attentato. Nella seduta si è deciso di mantenere il rigido isolamento della Cisgiordania e di Gaza, reimposto dopo l'attacco suicida. Sono state irrigidite le restrizioni ai movimenti dei civili palestinesi. Le truppe israeliane con l'appoggio di alcuni carri armati, ieri mattina erano già entrate in azione nella casbah di Nablus dove hanno perquisito di numerose case. A Bet Furik è stata demolita l'abitazione di Said Al-Hanani, il kamikaze del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) responsabile dell'ultimo attentato. Al-Hanani, in un messaggio lasciato prima di compiere il suo gesto, ha scritto di aver scelto di diventare uno shahid (martire) per vendicare suo cugino, un capo militare del Fplp, ucciso nei giorni scorsi a Nablus dai soldati. Ieri mentre in Israele si tenevano i funerali delle tre donne e dell'uomo uccisi a Tel Aviv, a Gaza si piangevano i 5 morti del raid aereo sul quartiere di Sheikh Radwan, a Gaza city. Obiettivo ufficiale dell'attacco condotto da elicotteri Apache era Maklid Ahmed, un capo militare del Jihad, e le sue guardie del corpo ma, come è già accaduto troppe volte, sono rimasti uccisi anche civili. Israele sostiene di aver attuato il raid aereo perché Maklid Ahmed stava mettendo a punto un attentato. Due giorni fa un palestinese, che aveva con sé una mina, è stato sorpreso e ucciso da soldati di guardia all'insediamento ebraico di Ganei Tal, nel sud di Gaza.

Arrestato il figlio di Barghuti

Qualche ora dopo si è appreso che il figlio di Marwan Barghuti, il leader di Al Fatah incarcerato in Israele, è stato arrestato dal servizio di segreto di sicurezza dello Stato ebraico, lo Shin-Bet. Lo ha riferito il legale della famiglia, Jawad Bulus, secondo il quale Qassam Barghuti, di 19 anni, è stato arrestato all' arrivo dalla Giordania al valico di confine sul ponte Allenby. Secondo l'avvocato l'arresto di Qassam è una forma di pressione psicologica delle autorità israeliane sul padre. Nel frattempo Marwan Barghuti, in un esposto inviato all' associazione umanitaria israeliana «Medici per i Diritti Umani», ha denunciato le sue durissime condizioni di detenzione. Ha detto di essere trattato in modo inumano e di aver avuto le mani e i piedi legati a una sedia durante i 90 giorni di interrogatori successivi all'arresto. Ha inoltre affermato di essere rinchiuso in una cella puzzolente, in condizioni igieniche terribili e che le sue richieste di essere visitato da un medico sono state respinte. Lo Shin-Bet ha negato che Barghuti sia stato legato durante gli interrogatori.



ISRAELE
Contratti d'apartheid

26.12.2003
I soldati di Tel Aviv sparano contro i pacifisti, grave un giovane israeliano
di Umberto De Giovannangeli



 I kamikaze che tornano a seminare la morte nel cuore di Tel Aviv. Gli elicotteri Apache che tornato a colpire a Gaza City. I soldati israeliani che aprono il fuoco contro un gruppo di pacifisti a Kalkilya, ferendo gravemente un loro giovane connazionale e, leggermente, un' altra pacifista americana, Anne Farina, 26 anni.

Natale di sangue in Terra Santa. A dominare, anche nel Giorno della speranza, è il linguaggio dell'odio, del terrore, della violenza; a vigere, in questo martoriato angolo del mondo, è sempre e solo la legge del taglione. Centinaia di fiammelle ardono ancora alla fermata dell'autobus in una delle più trafficate arterie stradali di Tel Aviv, dove l'altra sera un kamikaze palestinese si è fatto esplodere, causando la morte di tre soldati israeliani di 19 e 20 anni e di una ragazza di 17. «Questo inferno non finirà mai, mai», ripete tra le lacrime Yael, una delle tante ragazze di Tel Aviv che venerdì mattina hanno deposto un fiore, lasciato un bigliettino, acceso una candela, in memoria dei tre giovani israeliani uccisi nell'ennesima strage di innocenti, rivendicata dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) in risposta, recita un comunicato, all'esecuzione di suoi militanti da parte di Tsahal, avvenuta nei giorni scorsi a Nablus.

E a Bet Furik, un villaggio nei pressi di Nablus, i bulldozer militari israeliani hanno raso al suolo, venerdì mattina, l'abitazione di Saed Kamal Al-Hanani, il diciottenne kamikaze palestinese autore dell'attacco suicida di Tel Aviv. La distruzione della casa, avverte il ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz, è «un messaggio rivolto ai terroristi e ai loro complici: per le loro azioni c'è sempre un prezzo da pagare». L'avvertimento di Mofaz arriva al termine di una serie di consultazioni che il titolare della Difesa ha avuto con alti ufficiali dell'esercito e dei servizi di sicurezza all'indomani dell'attentato di Tel Aviv. Israele ha deciso di mantenere il completo isolamento della Cisgiordania e di Gaza, reimposto dopo la strage alla fermata degli autobus, ma non di revocare una serie di facilitazioni al movimento di palestinesi all'interno dei Territori e all'ingresso di turisti e pellegrini a Betlemme per la durata delle festività natalizie.

Alle lacrime di Yael e dei ragazzi di Tel Aviv fanno da contraltare le grida di vendetta che tornano a infiammare Gaza City dopo l'eliminazione mirata condotta da tre elicotteri da combattimento Apache contro Makled Hamid, 38 anni, capo militare della Jihad islamica. Nel raid, oltre ad Hamid e a due sue guardie del corpo, hanno perso la vita anche due civili palestinesi. Il terrorista ucciso, spiega un portavoce militare di Tel Aviv, non solo era responsabile della morte di numerosi israeliani in passati attentati, ma era anche attivamente impegnato a metterne a punto uno nuovo, ed era perciò divenuto una «bomba a orologeria» che doveva essere neutralizzata.

«Israele ha esercitato il suo diritto di difesa contro un pericoloso terrorista che stava progettando un mega-attentato.. Siamo costretti ad agire visto che l'Anp di Yasser Arafat non fa nulla per contrastare i gruppi armati», dice a l'Unità Ranaan Gissin, portavoce del premier Ariel Sharon. Sotto accusa è anche la Siria, rea, per il governo di Gerusalemme, di ospitare un ufficio dell'Fplp a Damasco. «L'escalation militare israeliana mira a sabotare ogni sforzo diplomatico volto all'attuazione della Road Map», ribatte il vice premier palestinese Saeb Erekat. «I sionisti pagheranno a caro prezzo il loro terrorismo di Stato», avverte Abdel Aziz Rantisi, il leader politico di Hamas. E nuove operazioni di «martirio» (attentati suicidi) reclamano i 20mila palestinesi che a Gaza hanno partecipato al funerale del capo militare della Jihad islamica.

Da Tel Aviv e Gaza, l'interminabile scia di sangue ha raggiunto anche il villaggio di Masha, vicino a Kalkilya (Cisgiordania). Centocinquanta pacifisti, membri di un gruppo denominato «Anarchici contro la barriera», erano impegnati in una manifestazione di protesta contro il «Muro dell'apartheid», quando i soldati israeliani, per disperderli, hanno prima fatto uso di candelotti lacrimogeni e dopo colpi di avvertimento hanno sparato contro i dimostranti che stavano cercando di danneggiare la barriera, ferendo l'israeliano Gil Naamati in modo serio e leggermente una donna statunitense. I due feriti sono stati ricoverati all'ospedale Bellinson di Tel Aviv, dove Naamati è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico. «Le sue condizioni sono stazionarie», afferma una fonte ospedaliera.

Aprendo il fuoco sui pacifisti, l'esercito «ha superato ogni limite», denuncia Yossi Sarid, parlamentare e leader storico del Meretz, la sinistra sionista. «L'esercito deve spiegare come è potuto accadere che soldati abbiano sparato contro manifestanti israeliani. Chi ha impartito questo ordine illegale deve essere rimosso dal suo incarico», ci dice al telefono Naomi Chazan, anche lei parlamentare del Meretz, tra le artefici dell'Accordo di Ginevra.


http://www.sci-italia.it/sezioni/sezpale/Muro.html 

 

Servizio Civile Internazionale

 

IL MURO DELLA VERGOGNA (2)

di Stefania Pizzolla

 

Era aprile 2002 quando il Primo Ministro israeliano Ariel Sharon diede l’avvio alla progettazione di una barriera di separazione che doveva essere costruita nel nord della West Bank e nella zona di Gerusalemme. La motivazione apportata era la difesa dal terrorismo. Nelle previsioni la "barriera" doveva essere lunga circa 350 km, alta 8 metri e prevedeva una zona "cuscinetto" larga dai 30 ai 100 metri. 
La barriera era costituita in alcune zone da un muro vero e proprio, in altre zone da una rete di filo spinato; il tutto ovviamente corredato da torri di controllo militari, telecamere, sensori, filo elettrico, ecc. 
Per dare un’idea dell’impatto del muro in Palestina, paragoniamolo al muro di Berlino: lungo 155 km (1/5 di quello nella sola Cisgiodania) ed alto 3.5 metri (meno della metà di quello in costruzione in Palestina!
Il progetto del "Muro della vergogna" è stato più volte rimaneggiato per accogliere le richieste degli abitanti degli insediamenti costruiti negli anni da Israele all’interno del territorio palestinese. L’ultimo piano, presentato nel marzo 2003, prevede la costruzione di un muro aggiuntivo, della lunghezza di ulteriori 300 km, nella zona est della West Bank, che include gli insediamenti della valle del Giordano.
Se portato a termine, il muro dividerà la West Bank in tre zone separate e non comunicanti tra loro. Inoltre, continua la costruzione del muro intorno a Gaza.
La costruzione del muro prevede la confisca, senza consultazione ne’ compensazione, di territori palestinesi, di sorgenti d’acqua, pozzi e l’isolamento forzato della popolazione locale, oltre alla demolizione delle case dei palestinesi, forse l’aspetto più doloroso ed umiliante. In alcune aree la confisca corrisponde ad un’annessione de facto di intere strisce di terra con il conseguente sradicamento della popolazione locale, costretta a spostarsi in altre aree. 
Circa il 4,5 % della popolazione palestinese residente in Cisgiordania e 200.000 palestinesi residenti nella zona di Gerusalemme si troveranno tagliati fuori dal resto della Palestina.
Il territorio confiscato solo durante la prima fase della costruzione del muro in Cisgiordania corrisponde al 10% del territorio palestinese. Il muro di per se’ distruggerà 8.750 acri di terreno. Centinaia di migliaia di piante verranno sradicate (negli ultimi due anni sono già state sradicate 250.000 piante di olivo e numerosi alberi da frutto) e l’effetto sul sistema idro-geologico sarà devastante. Circa il 18% del già scarso bacino idrico palestinese passerà ad Israele.
Le associazioni ambientaliste ed esperti statunitensi, hanno previsto la conseguente sparizione di diverse specie vegetali ed animali. Questo senza tenere in conto gli effetti a breve e lungo termine della produzione e dell’uso di materiale bellico (solo per fare un esempio, l’uranio impoverito) .
Tutto ciò va ad aggravare la già pesante situazione ambientale della Cisgiordania: il governo israeliano ha sempre rifiutato di occuparsi del problema dei rifiuti prodotti dagli insediamenti israeliani. Il risultato è che ogni anno i coloni scaricano 224.000 tonnellate di rifiuti in Palestina, inquinando terre, acque e villaggi.
Ad oggi è stata già avviata la costruzione del muro in 5 dei nove distretti in cui è divisa la West Bank. 

QALQILIYA: un esempio concreto
Qalqiliya è una città con circa 40.000 abitanti che è stata completamente circondata dal muro. L’unico ingresso alla città è ora costituito da un check point militare sotto il controllo dell’esercito israeliano. Una città fino a poco tempo fa vitale centro economico di rilevanza per tutta la regione, deve ora affrontare un tasso di disoccupazione pari al 70% ed un "abbandono" del 10% della popolazione. 

Il MURO ED I DIRITTI UMANI

Il muro costituisce un’ulteriore violazione da parte del governo di Israele ai diritti umani come definiti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La violazione del diritto alla proprietà ed al lavoro, alla libertà di movimento, all’acqua, all’abitazione in posti dignitosi e sicuri, all’accesso ai servizio pubblici (inclusi educazione e la sanità), al godimento delle risorse naturali (acqua e territorio, per esempio), al diritto di espressione ed alla sicurezza fisica. Inoltre Israele ha sottoscritto una serie di Convenzioni e trattati internazionali che sta quotidianamente disattendendo. Prima fra tutti la 4° Convenzione di Ginevra e i regolamenti dell’Aia che proibiscono la requisizione di terra in territori occupati, la distruzione o il cambiamento delle proprietà private, e la pratica di sistemi di punizione o trasferimenti di massa.
La comunità internazionale si sta battendo contro la costruzione del muro della vergogna, assieme alla società civile palestinese ed ai movimenti pacifisti israeliani. Questa lotta è già costata la vita ad un’attivista internazionale, il ferimento di altri 4 attivisti internazionali e l’espulsione di molti altri. Questi numeri si perdono nei costi in termini di vite umane che la popolazione palestinese, in primo luogo, ed anche quella israeliana pagano quotidianamente. 
 

 

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