http://hermes.mfn.unipmn.it/~fantom/Docs/iswmd.htm
"Israele ha usato armi di distruzione di massa "
La storia buia di Israele svelata
di Salman Abu Sitta
Israele, non l'Iraq, e' il primo paese dell'area ad aver usato armi di distruzione di massa con intenti genocidi. Salman Abu-Sitta* scava in questa buia storia
In un periodo in cui gli schermi TV sono pieni di immagini di false armi di distruzione di massa in Iraq, tra gente al limite della sopravvivenza, l'occidente finge di non vedere il primo terrorista biologico del Medioriente, Israele, in cui e' collocata la piu' vasta quantita' di armi di distruzione di massa (ADM) tra Londra e Pechino.
Messo a confronto con tale anomalia, l'ambasciatore statunitense alle NU, John Negroponti, risponde col cinismo tipico: "Israele non ha mai usato queste armi contro il suo popolo o i suoi vicini". Supponendo che l'ambasciatore sia ben informato, questa dichiarazione e' una bugia flagrante. Israele ha usato armi biologiche ancora prima che venisse creato su suolo arabo nel 1948. L'obiettivo, secondo Ben Gurion, era il genocidio o almeno fare in modo che i palestinesi dispossessati non tornassero a casa.
AVVELENAMENTO DELLE FORNITURE IDRICHE AD AKKA: Dopo l'occupazione sionista di Haifa il 23 aprile 1948, sotto il naso delle forze mandatarie britanniche guidate dal Generale Stockwell, un uomo storicamente screditato per i suoi fallimenti, migliaia di uomini si diressero ad Akka, la citta' vicina ed il prossimo obiettivo sionista. Akka era ancora sotto il controllo delle forze britanniche. I sionisti assediarono la citta' dalla parte terrestre e cominciarono a tempestare la popolazione con colpi di mortaio giorno e notte. Famosa per le sue storiche mura, Akka resistette per molto tempo. Le forniture d'acqua alla citta' giungevano da un villaggio vicino, Kabri, 10 km a nord, attraverso un acquedotto. I sionisti iniettarono agenti tifoidi nell'acquedotto ad un punto intermedio che passava attraverso gli insediamenti sionisti. (vedi mappa).
La storia puo' essere finalmente raccontata grazie all'archivio della Commissione Internazionale della Croce Rossa, disponibile oggi, 50 anni dopo l'evento. Una serie di rapporti, denominati G59/1/GC, G3/82, inviati dal delegato della CICR de Meuron dal 6 al 19 maggio 1948, descrive le condizioni della popolazione cittadina, colpita da un'improvvisa epidemia di tifo, e gli sforzi per combatterla.Di particolare importanza sono i verbali di una conferenza d'emergenza sull'epidemia tenuta all'Ospedale della Croce Rossa Libanese di Akka il 6 maggio. All'incontro parteciparono il brigadiere Beveridge, capo dei servizi medici britannici, il colonnello Bonnet dell'esercito britannico, il dottor MacLean del Servizio Medico, il signor de Meuron, delegato della CICR, ed alti dirigenti della citta'. I verbali stabilirono che almeno 70 civili erano tra le vittime, ma molti altri potevano non essere stati registrati. Si stabiliva, inoltre, che l'epidemia aveva avuto origine dall'acqua e non dalle precarie condizioni igieniche, come sostenevano gli israeliani. Si decideva che ulteriori rifornimenti d'acqua dovessero provenire da pozzi artesiani o stazioni agricole a nord di Akka e non dall'acquedotto. Fu utilizzata soluzione clorina, la popolazione comincio' ad essere vaccinata, i profughi furono sottoposti a rigorosi controlli (essi avrebbero potuto allargare l'epidemia ai campi profughi del Libano, come i sionisti avrebero voluto).
In altri rapporti, de Meuron menziono' 55 contagi tra i soldati britannici, che furono trasportati a Port Said ed ospedalizzati. Il Generale Stockwell chiese a de Meuron di arrivare a Gerusalemme con volo militare per recuperare i medicinali. I britannici, che avevano lasciato la Palestina nelle mani dei sionisti, non volevano che altri imbarazzanti incidenti ritardassero la loro partenza.
Il Brigadiere Beveridge disse a de Meuron che "era la prima volta che capitava in Palestina". Questo smentisce la pretesa israeliana, condivisa anche dallo storico israeliano Benny Morris, che l'epidemia fosse dovuta a "condizioni igieniche precarie dei profughi". Se fosse stato cosi', come mai lo stesso numero di soldati britannici fu contagiato? E come mai tali condizioni non causarono epidemie in simili concentrazioni di profughi in condizioni ancora piu' precarie, come a Jaffa, Lydda, Nazareth e Gaza?
Il delegato della CICR ammiro' grandemente gli sforzi eroici dei medici palestinesi, al-Dahhan e al-Araj, dell'ospedale della Croce Rossa Libanese ad Akka, del dottor Dabbas e della signora Bahai di Haifa.
La citta', colpita dall'epidemia, divenne facile preda dei sionisti. I loro bombardamenti divennero piu' intensi. Camion con altoparlanti invitavano la popolazione ad "arrendersi o commettere suicidio. Vi annienteremo fino all'ultimo uomo". E non si trattava di semplici parole. Lo ricorda Palumbo nel suo "The Palestinian Catastrophe", il quale cita il caso di Mohammad Fayez Sufi. Questi, insieme ad alcuni amici, usci' per prendere del cibo, ma alcuni membri del gruppo furono catturati dai sionisti e costretti a bere del liquido, probabilmente cianide. Morirono in mezz'ora.Il luogotenente Petite, un osservatore francese dell'ONU, riporto' che l'esercito si dedico' a saccheggi sistematici delle case palestinesi, rubando mobilio, abiti e tutto cio' potesse servire ai nuovi immigrati ebrei. In parte, i saccheggi furono parte di "un piano sionista per impedire il ritorno dei profughi". Il luogotenente Petite riporto' che i sionisti uccisero 100 civili arabi che si rifiutavano di lasciare le loro case.
De Meuron riporto' orrori ancora peggiori. Parlo' di un "regno del terrore" e dello stupro di una ragazza da parte di soldati dopo che ne avevano assassinato il padre. Scrisse inoltre che tutti i civili maschi furono portati in campi di concentramento e considerati "prigionieri di guerra" anche se non erano soldati. A causa di cio', donne e bambini restarono senza casa e senza protezione, soggetti a molti atti di violenza. Egli chiese ai sionisti una lista dei civili detenuti come "prigionieri di guerra", chiese di sapere dove fossero e se potessero essere visitati. Piu' importante ancora, chiese che Akka fosse posta sotto protezione della CRI. Chiunque legga i rapporti de Meuron da Akka non puo' non notare il tono di forte ripugnanza verso le azioni che i sionisti stavano commettendo nella citta' palestinese.
L'episodio, iniziato con l'avvelenamento del rifornimento idrico di Akka e terminato con il collasso della citta', la pulizia etnica dei suoi abitanti e l'occupazione da parte degli immigrati ebrei, eccito' l'appetito sionista verso nuove imprese del genere.L'AVVELENAMENTO DI GAZA: Due settimane dopo il "successo" di Akka, i sionisti colpirono di nuovo. Questa volta a Gaza, dove avevano trovato rifugio centinaia di migliaia di profughi dopo che i loro villaggi della Palestina del sud erano stati occupati. La fine fu comunque differente.
Il seguente cablogramma fu inviato dal comandante delle forze egiziane in Palestina al Quartier Generale del Cairo:
"24 maggio [1948], ore 15:20. Le nostre forze dell'intelligence hanno catturato due ebrei, David Horeen e David Mizrahi, che gironzolavano intorno alle postazioni dell'esercito. Sono stati interrogati ed hanno confessato di essere stati inviati dall'ufficiale Moshe per contaminare le riserve d'acqua dell'esercito. Portavano con se' bottiglie d'acqua divise a meta'. La parte superiore era riempita d'acqua potabile, mentre la parte inferiore era piena di liquido contaminato con agenti di tifo e dissenteria, equipaggiata con un'apertura sul retro da cui il liquido poteva essere rilasciato. Hanno confessato di essere parte di un team di 20 elementi inviati dal Rehovot con lo stesso obiettivo. Entrambi hanno scritto la confessione in ebraico e l'hanno firmata. Abbiamo preso le necessarie precauzioni mediche".
Nel Diario di Guerra di Ben Gurion, il 27 maggio 1948, viene segnata questa nota:
[Il Capo di Stato Maggiore Yigel Yadin] ha raccolto un cablogramma da Gaza il quale sosteneva che erano stati catturati due ebrei con germi della malaria e dava istruzioni di non bere acqua". Cio' e' tipico della visione obliqua della storia da parte di Ben Gurion. Lui era pienamente consapevole del peso della storia allorche' tali crimini fossero stati scoperti. Il processo di Norimberga si era tenuto appena tre anni prima. Molto di piu' su tale cablogramma viene invece detto nel libro di Yeruham Cohen, Nel buio del giorno e della notte, Tel Aviv, 1969, pg 66-68.
I criminali furono giustiziati tre mesi dopo. Il 22 luglio 1948, l'Alta Commissione Araba [palestinese] sottopose alle Nazioni Unite un rapporto in 13 pagine in cui si accusavano i sionisti di utilizzare armi "disumane", mirando al genocidio mediante l'uso di batteri e germi, sviluppati in laboratori speciali. Il rapporto accusa inoltre i sionisti (il termine Israele non viene mai adoperato) di aver diffuso il colera in Egitto e Siria nel 1947-48. La storia fu ripresa dal superpremiato giornalista del New York Times Thomas J.Hamilton e pubblicata il 24 luglio 1948. Essa dimostra che l'Egitto e la Siria erano gia' entrate nel campo di "operazioni" da parte dei sionisti.
IL COLERA IN EGITTO E SIRIA: L'estate del 1947 fu fervida di attivita' diplomatiche. La Speciale Commissione delle Nazioni Unite sulla Palestina (UNSCOP) era occupata in tours diplomatici in Palestina e paesi arabi per proporre la partizione della Palestina cosi' che la nuova comunita' di immigrati ebrei, che controllava solo il sei per cento della Palestina mandataria, ottenesse oltre la meta' del territorio (circa il 54%) per fondarvi uno stato estero nel mezzo della terra araba.
Gli arabi dibattevano su come resistere allo schema occidentale di portar loro via il loro territorio. Le forze su cui contare erano i paesi vicini confinanti con la Palestina. Il Libano era debole. La Trans-giordania era ancora controllata dai britannici ed il re-fantoccio, Abdallah, era conciliante verso i sionisti. Restavano l'Egitto, il paese arabo piu' forte, e la Siria, recentemente liberatasi dalle catene del mandato francese. La Siria era il centro della resistenza araba all'occupazione straniera della Palestina. A Qatana furono approntati speciali centri per l'addestramento di giovani volontari che entrassero in Palestina sotto la bandiera dell' "Esercito arabo per la Riscossa". Essi erano dunque gli obiettivi piu' importanti.Nel suo rapporto di 220 pagine continuamente aggiornate, intitolato "Bioterrorismo e biocrimini: l'uso illecito degli agenti biologici a partire dal 1900", datato febbraio 2001, il dott. W. Seth Carus del Centro per la ricerca sulla controproliferazione, Universita' della Difesa Nazionale, Washington DC, lista il seguente sottotitolo a pg.87: "Caso 1947-01: Terrorismo sionista 1947-48".
In tale sezione, egli sostiene che l'epidemia di colera in Siria ed Egitto ebbe molta attenzione da parte della stampa internazionale. Il primo articolo sul colera in Egitto apparve sul Times di Londra il 26 settembre 1947. Fino all'ultimo caso apparso nel gennaio 1948, morirono 10.262 persone. L'articolo dichiara che l'epidemia in Siria fu molto piu' limitata, con pochi casi in due cittadine a sud di Damasco, presso il confine con la Palestina. In quel caso, l'esercito siriano formo' un cordone sanitario e le vittime furono davvero limitate. Poco dopo, il giornale di Beirut in lingua francese, Orient, riporto' che erano stati arrestati molti agenti sionisti, colpevoli di aver diffuso il colera per impedire la mobilitazione dell'esercito dei volontari. Il loro destino e' sconosciuto.
Questi incidenti, come l'avvelenamento di Gaza, furono citati nel rapporto dell'ACA alle Nazioni Unite, afferma Carus, aggiungendo informazioni di fonte diversa per quanto riguarda l'avvelenamento di Gaza. Rachel Katzman, la sorella di Horeen, disse: "Incontrai uno dei comandanti di mio fratello in una conferenza a Gerusalemme. Gli chiesi se effettivamente mio fratello avesse tentato di contaminare le sorgenti d'acqua. "Queste erano le armi che avevamo", rispose, "e questo e' quanto".COME BEN GURION COMINCIO' TUTTO QUESTO? Il 4 maggio 1948, Ben Gurion scrisse una lettera a Ehud Avriel, un operatore in Europa della Jewish Agency, chiedendogli di arruolare scienziati ebrei dell'Europa dell'est per "aumentare la nostra capacita' di uccidere le masse o di curare le masse; entrambe sono importanti". Questa citazione tronca e' data da Avner Cohen il quale cita un autore del Centro di Ricerca Ben Gurion a Sdeh Boker.
Per capire il significato di questa citazione, dobbiamo ricordare la dottrina di Ben Gurion: la distruzione della societa' palestinese in Palestina e' la condizione necessaria per la creazione dello stato d'Israele sulle sue rovine. Come corollario a questa dottrina, la pulizia etnica divenne parte integrante del sionismo. Se non fosse stato possibile "rimuovere" i palestinesi con i massacri e le espulsioni, sarebbero stati "rimossi" con lo "sterminio". Tali parole sono usate specificamente nella lettera dell'ACA menzionata precedentemente. Il termine "sterminio" e' stato usato raramente dagli arabi riguardo il loro destino. Gli orrori dell'Europa erano lontani o forse non ben conosciuti.
Il riferimento di Ben Gurion a "curare le masse" e' un altro trucco della sua visione distorta della storia. Nessun paese arabo, nel 1948, aveva la capacita' o la volonta' di causare "assassinio di massa" degli ebrei usando armi biologiche. Come avvenne, fu Ben Gurion il primo ad utilizzare tali armi. La sua eredita', amplificata e raffinata, persevera fino ad oggi.
Avendo creato Israele nel mezzo del mondo arabo, Ben Gurion era determinato a raggiungere questo straordinario obiettivo malgrado tutto. "Siamo inferiori agli altri popoli in quanto a numero", rimarco', "ma nessun altro popolo ci e' superiore in quanto ad abilita' intellettuale'.
Negli anni '40, raduno' attorno a se' Ernst David Bergmann, Avraham Marcus (Marek) Klingberg (dell'Armata Rossa) ed i fratelli Aharon ed Ephraim Katachalsky (Katzir) - tutti esperti di microbiologia. Essi formarono il nucleo del Corpo Scientifico dell'Hagana durante il periodo del mandato Britannico. Ephraim Katachalsky fu nominato comandante di questa nuova unita', ribattezzata HEMED, nel maggio 1948. Sorse poi una disputa tra Chaim Weizmann, che desiderava creare un istituto scientifico per una scienza "pulita", e Ben Gurion, che insisteva sulla creazione di un centro "sporco" per lo sviluppo di armi biologiche. Entrambi realizzarono i loro desideri. L'Istituto Weizmann per la Ricerca Scientifica fu costruito a Rehovot. Una nuova unita' all'interno della HEMED, dedicata alle armi biologiche e chiamata HEMED BEIT, fu creata come ramo dell'esercito israeliano. Il suo capo fu Alexander Keynan, un microbiologo dell'Universita' ebraica di Gerusalemme.Con lo spopolamento di 530 villaggi e citta' palestinesi durante la Catastrofe del 1948, molte case rimaste vuote furono "regalate" agli immigrati ebrei, che ne presero possesso negli anni '50. Il Capo di Staff Yigal Yadin seleziono' per la nuova unita' sullo sviluppo di armi biologiche una villa situata in un grande giardino di aranci ad ovest di Nes Ziona. Questa unita', conosciuta con il nome di Istituto Israeliano di Ricerca Biologica (IIBR), e' ancora oggi sita in quel luogo. La costruzione e' stata ampliata e circondata da un muro alto tre metri, sensori e torrette di controllo.
Mentre l'IIBR rappresenta il fronte di un'istituzione scientifica, che produce documenti "puliti" e viene invitata alle conferenze scientifiche, le vere armi biologiche vengono sviluppate all'interno dell'istituto, in un centro altamente classificato (Machon 2, uno di quattro) fondato e controllato direttamente dal ministro della difesa.
Ephraim Katzir fu ricompensato per i suoi servigi allo stato con l'elezione a presidente di Israele nel 1973. Aharon Katzir rimase ucciso nell'attacco all'aeroporto di Lydda il 30 maggio 1972.Subito dopo gli avvelenamenti a Akka e Gaza, Ben Gurion lancio' un progetto per sviluppare una "capacita' non convenzionale economica" nel 1955. Perche' questa fretta? Come riporta Cohen, Munia Mardor, fondatore del RAFAEL (Autorita' Israeliana per lo sviluppo degli armamenti), disse che Ben Gurion "era evidentemente preoccupato di non rispettare le scadenze che aveva stabilito, e del fatto che, se il nemico avesse ottenuto tale capacita', Israele non avrebbe posseduto deterrenti". Si scopri' poi che la fretta era per rispettare la scadenza dell'Aggressione Tripartita a Suez nel 1956. Ben Gurion era pronto a bombardare l'Egitto con armi biologiche se la sua campagna fosse fallita. Come se non fosse abbastanza, quello stesso anno Israele firmo' un accordo con la Francia per costruire un programma nucleare. L'emissario di Ben Gurion in Francia non era altri che il "pacifico diplomatico" Shimon Pensky (Peres).
DOVE SI TROVA L'IIBR? Negli anni '30, la strada da Ramleh a Nabi Rubin, un sito religioso popolare visitato annualmente, passava attraverso Wadi Hunein, un bel suolo sabbioso con piccoli acquitrini. La ricca famiglia al-Taji al-Farouki di Ramleh acquisto' vasti appezzamenti di questa terra e li trasformo' in giardini di cedri talmente importanti da essere esportati in centinaia di migliaia di cassette in Europa. Shukri al-Taji acquisto' una bellissima villa - una costruzione rettangolare a due piani in cima ad una collina, in una grande appezzamento di terra, 134.029 metri quadrati di area. Il numero dell'appezzamento e' 549/32 e l'atto di proprieta' e' contenuto nel catasto al numero E42/260 del 16 marzo 1932. Egli costrui', inoltre, una moschea sulla strada asfaltata da Jaffa a Qubeiba. Su un'altra collina, un kilometro ad ovest, suo cugino Abdel Rahman Hamed al-Taji costrui' una villa consistente di diverse costruzioni. Le due ville nel mezzo di vasti giardini d'aranci suggeriscono una scena idilliaca di tranquillo raccoglimento.
Questo fu il luogo scelto da Yigal Yadin per le sue ricerche sulle armi biologiche. La villa di Shukri al-Taji divenne la sede dell'IIBR. Il sito web dell'Istituto (http://www.iibr.gov.il) mostra con orgoglio nella pagina iniziale l'entrata della costruzione, la quale non e' altro che la villa di Shukri, con la sua facciata ad archi ed alti alberi rigogliosi. Shukri mori' di crepacuore al Cairo meno di dieci anni dopo, da profugo.
Le altre proprieta' della famiglia furono espropriate ed usate. La moschea fu trasformata in sinagoga e chiamata "Gulat Israel". La casa di Abdel Rahman divenne un ospedale psichiatrico.CACCIA AI COLPEVOLI: Sara Leibovitz-Dar e' una pignola giornalista investigativa. Il trauma sperimentato dai suoi genitori nella nativa Lituania lascio' un segno indelebile in lei. Caratterialmente, aborrisce le ingiustizie e, soprattutto, l'accettazione di esse. Sara investigo' sugli avvelenamenti di Gaza ed Akka e sull'abbattimento di un aereo civile libico. Lo storico militare israeliano Uri Milstein identifico' per lei i nomi degli ufficiali responsabili di crimini biologici.
Nel 1993, Sara cerco' di intervistare il comandante responsabile dell'avvelenamento di Akka. Questi rifiuto' di parlarle. "Perche' cerca grane per un episodio avvenuto 45 anni fa?", chiese. "Cosa ci guadagnera' pubblicandolo?"Anche l'ufficiale responsabile dei fatti di Gaza rifiuto' di risponderle. "Non otterra' alcuna risposta a queste domande, ne' da me ne' da altri". Sara insiste'. Chiese al colonnello Shlomo Gur, ex-capo dell'HEMED, se fosse stato al corrente delle operazioni segrete a Gaza nel 1948. "Abbiamo avuto notizia delle epidemie di tifo a Akka e delle operazioni di Gaza. Vi erano molte voci, ma non posso confermare se esse fossero vere o no", rispose.
Queste dichiarazioni furono pubblicate su Hadashot con il titolo "Microbi al servizio dello stato" il 13 agosto 1993. Sara, che oggi lavora per Ha'aretz, concluse l'articolo con il commento seguente:
"Cio' che allora fu fatto con profonda convinzione e zelo viene oggi coperto con vergogna".Non tutti hanno paura di parlare. Naim Giladi e' un ebreo iracheno adescato in Israele da agenti del Mossad nei primi anni '50. Con lo zelo e la dedizione di un novello sionista, scopri' immediatamente che, all'interno dell'establishment ashkenazita "non c'erano molte opportunita' per quelli di noi che erano cittadini di seconda classe", come disse all'editore di The Link di New York, dove emigro' dopo aver lasciato Israele. "Cominciai a scoprire i metodi barbarici di come liberarsi del maggior numero possibile di palestinesi. Il mondo oggi inorridisce al pensiero della guerra batteriologica, ma Israele e' stato probabilmente il primo ad usarla in Medioriente. Le forze ebraiche "svuotavano" i villaggi palestinesi uccidendo dozzine di giovani, minacciando gli altri ed avvelenando con batteri di tifo e dissenteria le sorgenti d'acqua, cosicche' i profughi non potessero tornare a casa" (The Link, Vol.31, numero 2, Aprile-Maggio 1998).
Un altro testimone che parlo' fu l'ex agente del Mossad Victor Ostrovsky, il quale affermo' che test letali venivano fatti su prigionieri arabi all'interno del palazzo dell'IIBR.L'INVESTIGAZIONE OLANDESE: Il 4 ottobre 1992, alle ore 6.21, il volo 1862 della El Al lascio' l'aeroporto Schiphol di Amsterdam per Tel Aviv, con a bordo tre membri dell'equipaggio, un passeggero e 114 tonnellate di merce. Sette minuti dopo, si schianto' su di un palazzo di Bijlmer. Il volo 1862 della El Al divenne il peggiore disastro aereo nella storia olandese: esso provoco' la morte di almeno 47 persone (il numero esatto e' sconosciuto, dal momento che nell'area vivevano molti immigrati) e distrusse la salute di oltre 3.000 cittadini olandesi. Gli abitanti di tutta l'area colpita cominciarono a manifestare malattie sconosciute, eritemi, difficolta' respiratorie, disordini nervosi, malformazioni neonatali e cancro.
Il governo olandese, in collusione con quello israeliano, menti' ai suoi cittadini affermando che l'aereo trasportava profumi e fiori. Che fiori! All'energico e persistente editore scientifico del quotidiano olandese NRC Handelsblad,Karel Knip, ci vollero molti anni per scoprire i fatti. Knip pubblico', il 27 novembre 1999, l'investigazione piu' accurata e fattuale del lavoro di terrorismo biologico dell'IIBR.All'inizio egli scopri' che l'aereo trasportava 50 galloni, tra l'altro, di DMMP, una sostanza usata per preparare un quarto di tonnellata del letale gas nervino Sarin, venti volte piu' letale del cianuro. Esso trasportava un carico per conto della Solkatronic Chemicals di Morrisville, Pennsylvania, all'IIBR in Israele, con il permesso del Dipartimento del Commercio USA. Questo e' in violazione della Convenzione sulle Armi Chimiche, di cui gli USA, ma non Israele, sono parte contraente.
Con ostinata determinazione, Knip controllo' la letteratura scientifica prodotta dall'IIBR e dai dipartimenti di microbiologia della Facolta' di Medicina dell'Universita' di Tel Aviv e dell'Universita' Ebraica a partire dal 1950. Egli riusci' ad identificare 140 scienziati coinvolti in ricerche su armi biologiche. Il numero potrebbe essere piu' elevato, dal momento che molti di essi avevano forti collegamenti con il Walter Reed Army Institute, l'Uniformed Services University, l' American Chemical and Biological Weapons (CBW) Center di Edgewood e l'Universita' dello Utah.
Ancora piu' importante, Knip riusci' ad identificare tre categorie di produzioni dell'IIBR: malattie, intossicanti e convulsivi, ed il loro sviluppo in ogni decennio degli ultimi 50 anni.
La ricerca si sposto' dai virus e batteri alle tossine poiche' queste ultime sono molto piu' velenose. I gas nervini conosciuti col nome di Tabun, Soman, Sarin, VX, Ciclo-Sarin e Amiton sono tutti gas letali ed agiscono allo stesso modo.
Knip ando' oltre. Chiese l'assistenza di esperti nel settore, come il professor Julian Perry Robinson, dell'Universita' del Sussex, Brighton, il dottor Jean Pascal Zanders del SIPRI di Stoccolna e il professor Malcolm Dando, dell'Universita' di Bradford. Essi spiegarono le sue scoperte. Inoltre, Knip scopri' delle strette cooperazioni tra l'IIBR ed il programma anglo-americano di armi di distruzione di massa. Questo programma si occupava di virus e batteri trasmessi attraverso roditori ed insetti e copriva vaiolo, avvelenamenti da funghi e legionella.La tendenza nuova e pericolosa nella ricerca dell'IIBR sulle armi biologiche e' lo sviluppo di incapacitanti che paralizzano, disorientano, causano movimenti incontrollabili e forti dolori allo stomaco. La maggior parte di questi incapacitanti hanno antidoti in grado di riparare ai danni arrecati. Questi incapacitanti sono stati e sono ancora usati contro i palestinesi dell'Intifada.
Vi e' inoltre una forte collaborazione con Germania ed Olanda sulle armi biologiche. Questa e', probabilmente, la ragione del silenzio del governo olandese sulla tragedia di Amsterdam.
La cooperazione con gli USA e' abbastanza scoperta. Il "Programma della Difesa di Ricerca Medica, Biologica e Nucleare" del Congresso, descrive apertamente la cooperazione con Israele sugli agenti nervini e sui convulsanti sotto la guisa di ricerca sugli antidoti. E' chiaro che, per poter sviluppare l'antidoto, bisogna conoscere il veleno stesso. Il dottor Avigdor Shafferman, direttore dell'IIBR, contribuisce al programma.La Commissione Preparatoria per l'Organizzazione e la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW) dell'Aja finge di ignorare completamente le attivita' criminali di Israele. Ironia della sorte, sono i ricercatori israeliani a guidare l'OPCW per quello che concerne i metodi per scoprire le armi chimiche. I ricercatori israeliani R. Barak, A. Lorber e Z. Boger dell' IIBR, della CHEMO Solutions e delle Rotem Industries rispettivamente, propongono i metodi per investigare sugli agenti di guerra chimica. Nessun corpo internazionale sembra che voglia applicare questi metodi ad Israele stesso. Il meccanismo per fare questo monitoraggio e' disponibile negli USA, ma e' impossibile pensare ad un team di ispettori guidati da un Blix americano che ispezioni le camere segrete dell'IIBR.
Cio', comunque, potrebbe non applicarsi agli scienziati di coscienza. Il professor Keith Yamamoto, dell'Universita' della California e il Dottor Jonathan Kimg del MIT, hanno criticato il programma americano sulle armi biologiche dimostrando che il tentativo di modificare le tossine (come fa l'IIBR) puo' difficilmente catalogarsi come ricerca "difensiva". Ma un criticismo del genere verso Israele e' oggi praticamente impossibile da prendere in considerazione.LE VITTIME PALESTINESI: I crimini biologici perpetrati contro i palestinesi ad Akka e Gaza nel 1948 hanno luogo ancora oggi.
Nel 1997, agenti del Mossad cercarono di assassinare Khaled Mish'al, direttore dell'Ufficio Politico di Hamas ad Amman. Re Hussein reagi' furiosamente a quella flagrante violazione della sovranita' della Giordania e del Trattato di pace con Israele. Poiche' il tentativo falli' grazie alla prontezza della guardia del corpo di Mish'al, Israele invio' una dottoressa con l'antidoto. La tossina usata era la SEB, che, applicata alla canna di una pistola speciale con un raggio di 50 metri, veninva iniettata direttamente nel collo della vittima.
Abbondano i casi di gas nervini utilizzati contro scolari e scuole. Neil Sammonds enumera questi casi:
Defoglianti chimici contro i raccolti palestinesi ad 'Ain al-Beida nel 1968, ad Aqraba nel 1972, a Medjel Ben Fadil nel 1978 e nel Negev nel 2002.
Armi chimiche, incluso l'idrogeno di cianuro, gas nervino e proiettili al fosforo nella guerra del 1982 contro il Libano.
Gas letale contro prigionieri palestinesi e libanesi.
Ma il caso piu' ampiamente pubblicizzato e documentato in tutto il mondo da numerose ONG internazionali e' l'applicazione di incapacitanti, particolarmente a Khan Yunis, nel febbraio 2001. Le immagini delle vittime che si contorcevano dal dolore ed in preda a convulsioni incontrollabili fecero il giro del mondo.
James Brooks di "Pace giusta in Palestina" fece un resoconto dettagliato di questi attacchi sui civili giorno dopo giorno. In un primo momento, le vittime credevano si trattasse di lacrimogeni. L'odore era penetrante, dolce come quello dello zucchero. Mutava colore come un arcobaleno. Quindici minuti dopo averlo inalato, la vittima "sentiva lo stomaco contorcersi ed un intenso bruciore al petto impediva di respirare". Poi iniziavano le convulsioni. La vittima cominciava a saltare ed a muovere le gambe come sotto l'effetto di una crisi isterica. Alcuni cadevano in stato d'incoscienza. Il dolore si alternava a vomito e il tutto poteva durare per giorni o settimane.A causa delle denuncie da parte di gruppi per i diritti umani, le vittime dei gas velenosi di Khan Yunis vennero filmate dal regista americano James Longley, in un documentario che "porta lo spettatore direttamente al centro dei tumulti nella Gaza occupata da Israele". Longley compilo' un rapporto di 43 pagine in cui venivano intervistati le vittime, i medici e gli infermieri che si occuparono di loro.
Questi diabolici incapacitanti suscitarono le proteste di qualche ONG, ma niente piu' di questo. Non vi furono investigazioni internazionali ne' censure di alcun genere, e le stesse armi furono utilizzate a marzo ad al-Bireh, Nablus ed ancora a Gaza il mese successivo.
Avvenne invece il contrario. Ci fu una vasta condanna orchestrata dal sionismo mondiale allorche', nel novembre 1999, Suha Arafat, moglie del presidente, accuso' Israele di usare "gas velenosi" in presenza dell'aspirante politica Hilary Clinton. Il picco di ipocrisia e cinismo venne raggiunto allorche' le incensate autorita' israeliane dichiararono che le accuse fattuali di Suha erano "una violazione del processo di pace"!Vi sono effetti sconosciuti ed a lungo termine delle tossine e degli incapacitanti chimici. Il 3 febbraio 2003, il dottor Khamis al-Najjar, direttore del Centro di Ricerca sul Cancro del ministero della Sanita' di Ramallah ha denunciato un allarmante incremento del cancro, specie tra le donne ed i bambini. Il rapporto del centro copre il periodo 1995-2000 e mostra 3.646 casi, piu' della meta' tra donne. I casi di Gaza sono piu' numerosi di quelli della Cisgiordania. Il rapporto, citando il tasso di incremento, prevede che i casi triplicheranno nel prossimo futuro. Prendendo in considerazione la paranoia israeliana circa la demografia palestinese e giudicando dai loro precedenti record, e' possibile che l'effetto cumulativo dell'esposizione a tossine ed incapacitanti abbia prodotto una accresciuta incidenza dei casi di cancro. Un simile studio sara' condotto tra breve sui feti ed i neonati.
DOVE ANDIAMO DA QUI? Israele ha firmato ma non ratificato la Convenzione sulle Armi Chimiche e non e' parte contraente di quella sulle armi biologiche. Israele non riconosce l'applicazione della Quarta Convenzione di Ginevra sui territori palestinesi occupati di Cisgiordania e Gaza, come fa invece il resto del mondo. Non c'e' da sorprendersi. Israele viola tutte le leggi del libro.
L'articolo 147 della Convenzione di Ginevra stabilisce che "causare volutamente grandi sofferenze o seri danni alla salute dei civili e' una violazione grave" che, secondo l'articolo 146, le persone colpevoli di tale condotta dovranno essere portate di fronte alle corti indipendentemente dalla loro nazionalita'". Se cio' fosse applicato, Sharon ed i suoi accoliti dovrebbero passare dietro le sbarre di una corte belga lunghi anni.
C'e' una quantita' incredibile di convenzioni che Israele viola costantemente, a cominciare dal Protocollo di Ginevra del 1925 sui gas velenosi alla Convenzione sulla Proibizione dello sviluppo, produzione ed uso di armi chimiche del 1993.
Con questi precedenti, sembra un insulto alla giustizia aver inviato centinaia di ispettori in Iraq per distruggere industrie e case private, mentre una quantita' incredibile di armi di distruzione di massa viene ammassata in Israele. Forse i 10 milioni di persone che manifestarono in 600 citta' del mondo contro la guerra all'Iraq il 15-16 febbraio cercarono di sottolineare questa amara ironia rifiutando questa guerra. Molti striscioni lo dicevano chiaramente.Probabilmente la voce interna in Israele potra' essere ascoltata piu' attentamente. Il sindaco di Nes Ziona, a circa 10 km dal centro di Tel Aviv, si e' lamentato del fatto che la vicinanza dell'IIBR alla citta' pone un grande pericolo sulla popolazione, in caso di incidente. Ha ragione. La Commissione Scientifica della Knesset ha riportato 22 casualita', inclusi tre casi fatali, negli ultimi 15 anni. Ma questi erano casi insignificanti.
Quale potrebbe essere la situazione se avvenisse un grosso incidente in una giornata ventosa, che causasse l'esplosione di tonnellate di materiale tossico e la sua evaporazione nel cielo, in una periferia congestionata, dove vivono tre milioni di persone in un'area di appena 1000 km quadrati? Ben Gurion, mentre accarezzava il suo malvagio piano di "sterminare" gli arabi, non penso' a questo scenario imprevisto nei suoi sogni piu' folli.
http://www.ilmanifesto.it/php3/ric_view.php3?page=/
Quotidiano-archivio/24-Dicembre-2003/art97.html&word=Uri;Avnery
ISRAELE/PALESTINA
Separazione o
annessione? I piani di Ariel Sharon
URI AVNERY
il manifesto 27 agosto 2003 TERRORISMO
RISPETTABILE URI AVNERY Un buon consiglio ad Abu Mazen: stai alla larga dall'Altalena! Alla vigilia della fondazione dello stato di Israele, in Palestina c'erano
tre organizzazioni ebraiche armate. In privato, gli esperti della sicurezza
israeliana paragonano le organizzazioni palestinesi attuali ad esse. La più
grande era l'Hagana (Difesa), una milizia semi-ufficiale e
semi-clandestina della leadership sionista. Può essere paragonata a Fatah (Tanzim).
La seconda era l'Irgun, ossia l'Organizzazione militare
nazionale di destra di Menahem Begin. L'Irgun era nato negli
anni `30 in seguito a una scissione dall'Hagana e conduceva azioni
sanguinose contro gli arabi e le forze di occupazioni britanniche. Può essere
paragonato all'ala militare di Hamas. Ancor più estremisti erano i Combattenti
per la libertà di Israele, comunemente conosciuti come la banda Stern
(dal nome del suo fondatore, poi ucciso dalla polizia britannica). Questo gruppo
era uscito dall'Irgun nel 1940, dopo che l'organizzazione aveva
acconsentito a un "armistizio" con gli inglesi allo scoppio
della seconda guerra mondiale. C'è una certa rassomiglianza tra gli "sternisti"
e la Jihad islamica. La leadership sionista eletta, guidata da Ben Gurion, detestava i due gruppi
"dissidenti", in primo luogo perché questi le impedivano di
condurre la politica che riteneva giusta. Ogni volta che si discuteva un
compromesso con le autorità britanniche, essi compivano qualche azione
spettacolare contro gli inglesi, come l'attentato dinamitardo al quartier
generale britannico presso l'hotel King David, oppure l'omicidio di Lord Moyne o
l'impiccagione di due sergenti britannici. In secondo luogo, i dissidenti
minacciavano la sua autorità. In terzo luogo, la leadership era di sinistra,
mentre l'Irgun era di estrema destra. (L'ideologia degli sternisti
è più difficile da definire.) Ben Gurion e i suoi colleghi tentarono di tutto. Alla fine del 1944 avviarono
persino un'operazione chiamata in codice Saison. Gli uomini dell'Hagana
furono incaricati di rapire i membri dell'Irgun per strada e nelle
loro case e di consegnarli alla polizia inglese, che li interrogò sotto tortura
e li incarcerò. Fu Menahem Begin, il comandante dell'Irgun, a impedire una
sanguinosa guerra civile. Egli non rifuggiva dal versare sangue arabo e
britannico, ma considerava ripugnante versare sangue ebraico. Vietò ai suoi
uomini di reagire e i membri dell'Irgun non si difesero neanche
durante i giorni peggiori della Saison. (Il suo rivale, il leader della banda Stern Nathan Yellin-Mor,
impartì ordini diversi. Anni dopo mi ha raccontato: "ebbi un incontro
segreto con il leader dell'Hagana, Eliyahu Golomb. Appoggiai il mio revolver
davanti a me, sul tavolo, e dissi: `Ciascuno di noi aprirà il fuoco su chiunque
tenterà di rapirci'". L'Hagana saggiamente decise di non
passare all'azione contro questo gruppo.) E l'Altalena? Quando Ben Gurion proclamò l'istituzione dello stato di
Israele nel maggio 1948, egli era determinato a mettere fine a tutte le
organizzazioni armate tranne l'Hagana, che divenne l'IDF
(nome ufficiale ebraico: esercito israeliano dell'Hagana).
Aspettava solo un'occasione favorevole. Questa giunse quando l'Irgun
inviò nel nuovo stato una nave carica di combattenti, armi e munizioni. La nave
si chiamava Altalena (pseudonimo di Vladimir Jabotinsky, il padre
spirituale e politico del Likud). I dettagli dell'Affair Altalena sono
ancora avvolti nel mistero, ma l'esito è chiarissimo: Ben Gurion chiese che
tutte le armi fossero consegnate a lui, Begin rifiutò. Contro la nave, che
aveva raggiunto la spiaggia di Tel Aviv, fu aperto il fuoco. L'attacco era
comandato da Yitzhaq Rabin. Menahem Begin, che era salito a bordo, fu fatto
allontanare dai suoi uomini via mare e fuggì. Alcuni degli uomini dell'Irgun
restarono uccisi, la nave affondò con tutte le armi nella stiva. Ben Gurion
elogiò pubblicamente il "santo cannone" che l'aveva affondata. Tutto questo accadeva nel mezzo della guerra contro gli arabi. Agendo in modo
risoluto, Ben Gurion mise fine una volta per tutte all'esistenza di eserciti
privati in Israele. (Tre mesi dopo egli distrusse anche la banda Stern,
prendendo a pretesto l'omicidio del mediatore Onu svedese, il conte Folke
Bernadotte, da parte degli sternisti.) Quanti oggi chiedono che Abu Mazen "ripeta l'affaire Altalena",
stanno avanzando una richiesta demagogica e pericolosa. Le circostanze sono
diverse. Tra le altre cose: L'eliminazione del nostro movimento clandestino armato è stata possibile
solo perché la grande maggioranza della popolazione israeliana aveva capito che
con l'istituzione dello stato era stato raggiunto l'obiettivo nazionale e le
azioni dei gruppi armati non potevano che mettere a rischio questo risultato.
Quando sarà istituito lo stato palestinese e la maggioranza dei palestinesi
capirà che il loro obiettivo nazionale è stato raggiunto, per i loro leader
non sarà difficile avere la meglio sulle organizzazioni armate che cercano di
ostacolarli. Prima di allora, nessun "cannone sacro"
palestinese aprirà il fuoco. [traduzione Marina Impallomeni] http://www.informationguerrilla.org/kamikaze_figli_delloppressione.htm Kamikaze, figli
dell'oppressione URI AVNERY
http://italy2.peacelink.org/palestina/articles/art_1062.html
Dopo il rocambolesco smantellamento dell'avamposto israeliano di Mitzpe
Yitzhak...
Ury Avnery
Se l'esercito avesse veramente voluto evacuare l'avamposto di
Mitpe-Yitzhar in modo rapido ed efficiente avrebbe usato i lacrimogeni.
L'intera faccenda si sarebbe risolta in pochi minuti, ma in questo modo non
ci sarebbero state scene drammatiche alla TV e George W. avrebbe chiesto al
suo amico Arik "Hey, perché non la fai finita con tutti gli avamposti
in una settimana?"
Note:
Dan Meridor è tornato il martedi scorso su queste pagine a dissertare su un
mito ricorrente: "la generosità di Israele e l'ostinato rifiuto
palestinese nelle negoziazioni di pace tripartite Barak/Clinton/Arafat,
realizzate a Camp David nel luglio del 2000". Il ministro centrista
dell'attuale governo Sharon era stato membro della delegazione israelita in
tale riunione e ha dichiarato: "A Camp David, il primo ministro Ehud
Barak ha offerto ai palestinesi quello che mai era stato offerto, in quel caso
si è arrivato all'estremo….. quello che è stato proposto ad Arafat è
semplicemente la fine dell'occupazione, cioè più del 90% dei territori
occupati…. Arafat non accetto semplicemente perché non ha voluto firmare
una frase nella quale si diceva 'la fine del conflitto'." San Agostino
aveva già segnato che "negli ampi spazi della memoria" si
modificano anche "in qualche modo gli oggetti che sono stati percepiti
dai sensi". Una pratica politica frequente.
Perché Arafat ha dimenticato le armi dei deboli?
http://www.ecn.org/reds/etnica/palestina/palestina0109said.html
http://www.filiarmonici.org/1391-030903.html Gli orrori della
1391, prigione-vergogna "Come Pinochet" http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/index1.html Jonathan
Cook* http://www.11settembre.net/IL%20CATALOGO%20DEI%20massacri%20israeliani.htm Fonti:
The Palestinian Encyclopedia, Part I, op. cit., p. 413, paraphrased. Ghazi
al-Sa'di, Massacres and Practices, 1936-1983, Amman, Dar al-Jalillil-Nashr
wal-Dirasat [The Galilee House for Publication and Research] , June 1985, p. 43.
The Palestinian Encyclopedia, op. cit., p. 413. al-Sa'di, op. cit., p. 43. The
Palestinian Encyclopedia, op. cit., p. 414. al-Sa'di, op. cit., p. 43. The
Palestinian Encyclopedia, Part II, op. cit., p. 434. Dr. Hamdan Badr, The Role
of the Hagana Organization in the Establishment of Israel, Amman: Dar al-Jalil
lil-Nashr wal-Dirasat, 1985, p. 303. Ibid. Arafat Hijazi, Dair Yasin: The Roots
and Dimensions of the Crime in Zionist Thought, p. 63. Roget Delurme [sp?],
trans. by Nakhla Kallas, I Accuse, no place of publication: Dar al-Jurmuq
lil-Tiba'a wal-Nashr [The Jurmuq House for Printing and Publication], no date,
pp. 52-53. Dominique Lapierre and Larry Collins, O' Jerusalem, 1972, p. 275.
Hijazi, op. cit., p. 63. al-Sa'di, op. cit., p. 60. Salih al-Shar', op. cit., p.
201. The Palestinian Encyclopedia, Part III, p. 502. Jawad al-Hamad, The
Palestinian People: Victim of Zionist Massacres and Terrorism, Markaz Dirasat
al-Sharq al-Awsat [Center for Middle East Studies], 1995, p.24. The Palestinian
Encyclopedia, Part III, op. cit., pp. 502-503. The Memoirs of Ariel Sharon,
trans. by Antoine Abir, Beirut, Maktabat Bisan, 1991, p. 110. Emile Habiby, Kufr
Qasim: the Political Massacre, Haifa: Manshourat Arabask [Arabask Publications],
1976, p. 82. The Palestinian Encyclopedia, Part III, op. cit., p. 653. Habiby,
op. cit., p. 17. al-Sa'di, op. cit., pp. 85-86. The Palestinian Encyclopedia,
Part III. op. cit., p. 653. Habiby, op. cit., p. 37. al-Hamd, op. cit., p. 29.
al-Sa'di, op. cit., p. 87. Among the Most Important Terrorists, Beirut: Mu'assasat
al-Dirasat al-Filistiniya [The Foundation for Palestinian Studies], 1973, pp.
37-38. Husayn Abu al-Naml, The Gaza Strip, 1948-1967: Economic, Political,
Social and Military Developments, Beirut: Center for Research, PLO, 1979, p.
121. Ghazi al-Sourani, The Gaza Strip, 1948-1993, Beirut: Dar al-Mubtada', 1993,
p. 27. Abu al-Naml, op. cit., p. 121. Abd al-Hafiz Muhammad, The Massacre:
Beirut, Sabra and Shatila, the Invasion of Lebanon, Amman, the Akhbar al-Usbu' [Weekly
News] newspaper, 1982, p. 111. The Qatar News Agency, The Invasion, the Massacre:
Crime of the Twentieth Century, no date of publication, 1982, p....[?]. al-Hamad,
op. cit., p. 36. Amnoun Kabliyouk [sp?], trans. by the Arab Translation Center,
Sabra and Shatila: The Investigation of a Massacre, Paris: Manshourat al-Maktab
al-Arabi [Arab Office Publications], 1983, p. 34. Muhammad, op. cit., p. 89.
al-Sa'di, A Document of Crime and Condemnation, Amman: Dar al-Jalillil-Nashr,
1983, p. 262. Kabliyouk, op. cit., p. 79. The Qatar News Agency, op. cit., p.
134. Muhammad, op. cit., pp. 119-120. Kabliyouk, op. cit., pp. 51-52. al-Hamad,
op. cit., p. 38. Sahifat al-Muslimun al-Sa'udiya (the Saudi newspaper, The
Muslims), March 5, 1993. al-Hamad, op. cit., p. 55. Nawaf al-Zaru, Jerusalem:
Between Zionist Judaization Plans and the Palestinian Struggle and Resistance,
Amman: Dar al-Khawaja lil-Nashr wal-Tawzi' [Khawaja House for Publication and
Distribution], 1991, p. 115. The Jordanian newspaper, Al-Dustour, October 9,
1990. al-Zaru, op. cit., p. 129. Al-Dustour, op. cit. al-Zaru, op. cit., p. 129.
Ibid., p. 128. Al-Muslimun newspaper, op. cit. The Jordanian newspaper, Al-Ra'y
[Opinion], February 26, 1994. Usama Mustafa, "Goldstein: Settler, Soldier,
or the Forbidden Fruit of Peace?" the Filastin al-Muslima [Muslim Palestine]
magazine (London), April 1994, p. 9. Al-Ra'y, op. cit. Mustafa, op. cit., p. 9.
Al-Dustour, op. cit., Feb. 26, 1994. The Jordanian newspaper, Al-Aswaq [Markets],
February 27, 1994. Mustafa, op. cit., p. 9. A team of analysts, "The
Israeli Campaign Against the Hamas Movement and the Hizbollah Organization:
Programs, Goals, Outcomes and Implications", the periodical Qadaya Sharq
Awsatiya [Middle East Issues], No. 2, Amman, Markaz Dirasat al-Sharq al-Awsat
[Center for Middle East Studies], pp. 84-85. Ibid., p. 84. Filastin al-Muslima (London),
May 1996 issue, p. 9. Ibid. Ibid http://www.ossimoro.it/peace_now5.htm
«Riserve» palestinesi?
Il gioco si chiama Hitnatkut («tagliarci fuori»). Significato: gran parte
della zona della West Bank diventerà di fatto una parte di Israele, e il
resto lo lasceremo ai palestinesi, che saranno rinchiusi in enclave
isolate. Da queste enclave, gli insediamenti saranno rimossi.Fase uno:Per
fare questo, abbiamo bisogno di tempo, circa sei mesi. Stiamo parlando di
un'operazione militare complicata e su vasta scala. L'esercito dovrà occupare e
fortificare nuove linee, «rilocalizzando» allo stesso tempo dozzine di
insediamenti isolati. Questo richiederà una pianificazione dettagliata, che non
è ancora stata avviata. Bisognerà preparare le forze e gli strumenti
necessari. Sei mesi è il minimo.Durante questo periodo non ce ne staremo con le
mani in mano. Al contrario, completeremo il «recinto difensivo», che giocherà
un ruolo importante nel nuovo assetto. Creeremo i «blocchi di insediamenti», e
lì trasferiremo i coloni che saranno rilocalizzati. L'esecuzione del piano in
sei mesi è di un tempismo perfetto. Proprio allora la campagna elettorale
americana arriverà al culmine. Nessun politico americano oserà dire una sola
parola contro Israele. I democratici hanno bisogno dei voti e dei soldi degli
ebrei. I repubblicani hanno anche bisogno dei voti e dei soldi dei 60 milioni di
fondamentalisti cristiani che appoggiano gli elementi più estremisti di
Israele. Mentre, con calma, prepareremo la grande operazione, continueremo ad
adulare il presidente Bush e a elogiare la sua demenziale Road Map, senza,
naturalmente, adempiere ad alcuno degli obblighi che questa prevede. Ma
accuseremo i palestinesi di averla violata.Allo stesso tempo, fingeremo di
volere i negoziati con i palestinesi. Cercheremo di incontrare Abu-Ala quante più
volte possibile e di andare fino in fondo. Quando saremo pronti, chiuderemo i
contatti, dichiareremo morta la Road Map e affermeremo in tono rammaricato che
tutti i nostri sforzi di avviare i negoziati di pace sono falliti per colpa di
Arafat. Prima fase: a questo punto, il «muro di separazione» sarà pronto. I
territori palestinesi (le aree A e B del trattato di Oslo) saranno circondati da
tutti i lati. In pratica ci saranno all'incirca una dozzina di sacche isolate.
Per mantenere la nostra promessa sulla «contiguità» palestinese collegheremo
le enclave con strade speciali, ponti e tunnel, che potremo chiudere in
qualunque momento. L'esercito si ritirerà gradualmente fino alla barriera di
separazione e si schiererà nei territori che saranno annessi a Israele,
compresi, tra gli altri, i blocchi di insediamenti di Karne Shomron, Elkana,
Ariel e Kedumim; la Modi'in Road e il territorio a sud di essa fino alla Green
Line, tutta l'area della Grande Gerusalemme già annessa nel 1967; i nuovi
quartieri intorno a Gerusalemme fino a Maaleh Adumim e forse oltre;
l'insediamento ebraico a Hebron e Kiryat Arba e quelli nella zona di Hebron;
tutta la costa del Mar Morto; tutta la valle del Giordano, compresi 15
chilometri di sponde. Nell'insieme, oltre la metà della West Bank. Queste zone
non saranno annesse ufficialmente, ma le annetteremo di fatto nel più breve
tempo possibile. Le riempiremo di insediamenti (usando anche i coloni degli
insediamenti «rilocalizzati»), zone industriali, strade, istituzioni pubbliche
e installazioni militari, cosicché diventeranno indistinguibili dalle zone
propriamente israeliane. Allo stesso tempo, evacueremo gli insediamenti oltre la
barriera, compresi quelli nella Striscia di Gaza (con o senza il blocco di Katif).
In linea con la proposta americana, chiameremo le enclave palestinesi «uno
stato palestinese con confini provvisori». Questo darà ai palestinesi
l'illusione di poter negoziare i confini «permanenti» ma, naturalmente, il «recinto
di separazione» sarà il confine definitivo. Il terrore non terminerà
completamente, ma le enclave palestinesi saranno nelle nostre mani e noi
potremo rimuovere ognuna di esse in qualunque momento, impedire i collegamenti
dall'una all'altra e rendere la vita al loro interno intollerabile. A loro non
converrà compiere atti violenti.Ufficialmente i palestinesi avranno libero
accesso alle frontiere con l'Egitto e la Giordania, ma in pratica manterremo una
presenza militare che ci consentirà di impedire gli spostamenti in qualunque
momento. All'inizio il mondo griderà, ma messo di fronte al fatto compiuto la
gente si calmerà. Anche se Bush dovesse restare alla Casa Bianca, egli sarà
paralizzato fino a dopo le elezioni, alla fine del 2004. Se sarà eletto
presidente un democratico, avrà bisogno di altri mesi per organizzarsi. A quel
punto tutto sarà finito, e noi potremo generosamente acconsentire a qualche
piccolo aggiustamento.
Può essere realizzato?
È possibile che Sharon riesca a convincere l'opinione pubblica israeliana.
La stragrande maggioranza della popolazione è unita su due punti: (a) il
desiderio di pace e sicurezza, e (b) la sfiducia nei confronti degli arabi e la
indisponibilità a trattare con loro. (Alcune settimane fa, un supplemento
satirico ha pubblicato uno slogan: «Sì alla pace, no ai
palestinesi».) Il piano di Sharon promette entrambe le cose. Promette pace e
sicurezza, ed è interamente «unilaterale». Non richiede alcun negoziato con i
palestinesi, e non dipende dalla volontà degli arabi, che possono essere
completamente ignorati. Da questo punto di vista, il piano di Sharon ha un
grande vantaggio sulla iniziativa di Ginevra, che è interamente basata sul
presupposto che ci sia una controparte e che dobbiamo negoziare con i
palestinesi e fare la pace con loro. Lunghi anni di lavaggio del cervello fatto
da Ehud Barak e dalla maggior parte egli altri leader della «sinistra sionista»
hanno convinto l'opinione pubblica israeliana che non c'è alcuna controparte,
che gli arabi imbrogliano, che Arafat ha violato tutti gli accordi che aveva
firmato, ecc.
I miti e le «mine». A partire dai coloni
Il piano Sharon si conforma a tutti questi miti, mentre l'iniziativa di Ginevra
contrasta con essi. Ma sotto la strada che porta all'attuazione del Piano Sharon
ci sono due grandi mine: i coloni e i palestinesi. Tra gli abitanti degli
insediamenti che dovrebbero essere «rilocalizzati» vi sono alcuni degli
elementi più estremisti del movimento dei coloni. Non c'è alcuna possibilità
che essi se ne vadano pacificamente. Dovranno essere allontanati con la
forza.Questo richiederà un grosso sforzo militare. Mentre molti coloni moderati
si sposteranno volontariamente in cambio di un lauto risarcimento, molti altri
resisteranno. Secondo una stima, serviranno circa 5000 soldati e poliziotti per
rimuovere un solo piccolo «avanposto»: Migron, vicino Ramallah, che Sharon
avrebbe dovuto rimuovere molto tempo fa secondo la Road Map. Quando dovranno
essere rimosse dozzine di insediamenti più grandi e radicati, servirà una
operazione gigantesca, quasi di guerra, con un richiamo generale dei riservisti
e con tutte le implicazioni politiche.L'esercito non può abbandonare questi
territori lasciandosi dietro gli insediamenti. Finché lì ci sono gli
insediamenti, lì ci sarà anche l'esercito. In altre parole, l'attuazione del
piano non sarà rapida e ordinata, come l'ultima notte nel sud del Libano, ma un
processo di molti mesi, forse anni. Mentre il riassetto delle aree che saranno
annesse di fatto a Israele sarà rapido ed efficace, la consegna dei territori
da lasciare ai palestinesi sarà molto lenta. È una totale illusione credere
che in tutto questo tempo i palestinesi se ne staranno tranquillamente a
guardare. Essi vedranno l'esecuzione di un piano che loro considerano, e a
ragione, un espediente per la distruzione degli obbiettivi nazionali del popolo
palestinese. Chiaramente nelle enclave palestinesi non ci sarà posto per
far tornare i profughi (per non parlare di qualunque ritorno dei profughi in
Israele). Chiamare questa struttura uno «stato palestinese» è uno scherzo di
cattivo gusto. Se Sharon riuscirà ad attuare questo piano, si aprirà un nuovo
capitolo nel centenario conflitto israelo-palestinese. I palestinesi saranno
ammassati in territori che costituiranno circa il 10% del territorio originale
della Palestina prima del 1948. Essi non avranno alcuna possibilità di
ingrandire questo territorio. Al contrario: temeranno che Sharon e i suoi
successori vogliano estrometterli anche da ciò che gli resta, completando la
pulizia etnica di Eretz Israel.Perciò i palestinesi combatteranno contro questo
piano, e la loro lotta si intensificherà a mano a mano che esso andrà avanti.
Saranno impiegate tutte le tecniche possibili: lanciare missili e granate
mortali oltre la barriera di separazione, mandare attentatori suicidi in
Israele, e così via. Probabilmente, lo scontro violento si riverserà in molti
altri paesi del mondo, sia a terra che in cielo. Non ci saranno né pace, né
sicurezza. Alla fine, saranno decisivi i fattori fondamentali: la capacità di
sopportazione di entrambi i popoli, la loro prontezza a continuare una battaglia
sanguinosa, con tutte le sue implicazioni economiche e sociali, e la scelta del
mondo di stare a guardare passivamente. L'idea di una «pace unilaterale» è
incredibilmente originale. La «pace senza l'altra parte» è una contraddizione
in termini. Le persone istruite la chiameranno un ossimoro, un termine greco che
significa, letteralmente, pura follia. Alla fine, il destino di questo piano sarà
lo stesso di tutti gli altri piani grandiosi elaborati da Sharon nella sua lunga
carriera. Basta solo pensare alla guerra del Libano e al suo prezzo.
(Traduz. Marina Impallomeni)
http://www.lacaverna.it/palestina/schede/DIBGEN/270803m1.html
Dall'Hagana all'Irgun, le operazioni segrete in Palestina
Quando i tank girano all'impazzata nel centro di una città, sfasciando le
macchine e distruggendo i muri e le strade, sparandoin tutte le direzioni,
gettando nel panico un'intera popolazione - questo provoca una rabbia
impotente.
Quando i soldati sventrano il soggiorno di una famiglia traumatizzando
adulti e bambini, razziando i loro averi, distruggendo i frutti di una vita
di duro lavoro, e poi abbattono il muro dell'appartamento accanto per
compiere lì la stessa devastazione - questo provoca una rabbia impotente.
Quando i soldati sparano su tutto quel che si muove - perché presi dal
panico, o perché non rispettano la legalità, o perché Sharon ha detto loro
di «causare perdite» - questo provoca una rabbia impotente.
Quando gli ufficiali ordinano di sparare alle ambulanze, uccidendo i medici
e i paramedici impegnati a salvare le vite dei feriti che muoiono
dissanguati - questo provoca una rabbia impotente.
Quando queste, e mille altre azioni simili, umiliano un intero popolo
facendo indurire l'anima della gente - questo provoca una rabbia impotente.
E poi si scopre che la rabbia, dopo tutto, non è impotente. Gli attentatori
kamikaze portano avanti la loro vendetta con un intero popolo che gioisce a
ogni israeliano ucciso, sia questo un soldato o un colono, una ragazza in un
autobus o un giovane in discoteca.
Gli israeliani sono disorientati di fronte a questo terribile fenomeno. Non
riescono a capirlo perché non sanno (e forse non vogliono sapere) che cosa
succede nelle città e nei villaggi palestinesi. Solo flebili echi di quanto
è realmente successo li hanno raggiunti. I media obbedienti sopprimono le
informazioni, o le annacquano in modo che il mostro appaia come un innocuo
animale domestico. La televisione, che è ora soggetta a una censura in stile
sovietico, non spiega ai suoi spettatori che cosa sta succedendo. Se si
permette a qualcuno di dire qualche parola in nome della par condicio, le
parole sono sommerse da un mare di chiacchiere dei politici, dei
commentatori - che agiscono come portavoce non ufficiali - e dei generali
responsabili della devastazione. Questi generali assistono impotenti a una
lotta che non capiscono e fanno dichiarazioni arroganti lontane dalla
realtà. Affermazioni come «abbiamo intercettato gli attacchi», «gli abbiamo
dato una lezione», «abbiamo distrutto l'infrastruttura del terrorismo»
dimostrano una infantile mancanza di comprensione di quanto stanno facendo.
Lungi dal «distruggere l'infrastruttura del terrorismo», hanno costruito una
serra i cui crescono gli attentatori kamikaze.
Una persona il cui fratello è stato ucciso, la cui casa è stata distrutta in
un'orgia di vandalismo, che è stata mortalmente umiliata davanti agli occhi
dei suoi figli, va al mercato, compra un fucile per 40.000 sheqel (per farlo
alcuni vendono la macchina) e va a cercare vendetta. «Datemi un odio grigio
come un sacco» ha scritto il nostro poeta, Nathan Alterman, pieno di rabbia
contro i tedeschi. Un odio grigio come un sacco è ora dappertutto.
Bande di uomini armati percorrono ora tutte le città e i villaggi del West
Bank e della striscia di Gaza, con o senza maschere nere (che si possono
acquistare nei mercati per 10 sheqel). Queste bande non appartengono ad
alcuna organizzazione. I membri di al Fatah, Hamas e della Jihad si
accordano per progettare gli attacchi, infischiandosene delle istituzioni.
Chiunque pensa che Arafat possa premere un pulsante e fermare tutto questo
vive nel mondo dei sogni. Arafat è un leader adorato ora più che mai, ma
neanche lui può fermare il suo popolo in preda alla rabbia.Tutt'al più, la
pentola a pressione si può raffreddare lentamente, se la maggioranza delle
persone si persuadono che sia stato restituito loro l'onore e sia stata loro
garantita la liberazione. Solo allora diminuirà il sostegno pubblico ai
«terroristi», che verranno isolati e avvizziranno fino a scomparire. È quel
che è successo in passato. Anche durante il periodo di Oslo ci sono stati
attentati, ma erano messi a segno da dissidenti, fanatici, e l'avversione
pubblica nei loro confronti ha limitato il danno che avrebbero potuto
causare.
I politici americani, come gli ufficiali israeliani, non capiscono ciò che
stanno facendo. Quando un altezzoso vice-presidente detta condizioni
umilianti per un incontro con Arafat, getta benzina sul fuoco. Una persona
priva di empatia per la sofferenza del popolo occupato, e che non capisce la
sua condizione, farebbe meglio a tacere. Perché ognuna di queste umiliazioni
uccide dozzine di israeliani. Dopo tutto, gli attentatori kamikaze stanno
facendo la fila.
Traduzione di Marina Impallomeni
The best show in Town
Fonte: Bollettino Gush Shalom (Movimento Indipendente per la pace)
http://www.gush-shalom.org
http://www.avnery-news.co.il -
21 giugno 2003
I telespettatori di tutto il mondo hanno visto sui loro schermi eroici
soldati israeliani combattere contro i coloni fanatici. Primi piani: visi
contratti dalla rabbia, un soldato in barella, una giovane donna che piange
disperata, bambini in lacrime, ragazzi che imperversano infuriati, masse di
persone che lottano tra loro. Una battaglia per la vita o la morte.
Non c'è ombra di dubbio: Ariel Sharon sta conducendo un'eroica lotta
contro i coloni per tener fede alla sua promessa di rimuovere gli avamposti
"abusivi" compresi quelli abitati. Il vecchio guerriero sta di
nuovo affrontando un nemico determinato
Senza batter ciglio.
La conclusione è lapalissiana, in Israele come nel resto del Mondo: se per
evacuare un insignificante avamposto abitato da al massimo una dozzina di
persone è necessario uno scontro così duro, come ci si può aspettare che
Sharon smantelli 90 avamposti come promesso nella Road Map? Se le cose si
presentano così complicate per rimuovere qualche tenda e una piccola casa
in pietra, come ci si può soltanto sognare di evacuare le vere colonie,
dove vivono dozzine, centinaia o addirittura migliaia di famiglie? Ciò
deve aver impressionato George Bush e la sua gente.
Purtroppo non ha impressionato me. Mi ha fatto sorridere. Negli ultimi anni
ho assistito a dozzine di scontri con i militari. E so come sono veramente.
L'esercito israeliano ha già demolito migliaia di case palestinesi nei
Territori occupati. La cosa funziona così: al mattino presto centinaia di
soldati circondano la zona. Dopo di loro arrivano i blindati e i bulldozer
e inizia l'operazione. Quando la disperazione
porta gli abitanti della casa a resistere i soldati li prendono a
bastonate, lanciano candelotti lacrimogeni, sparano proiettili ricoperti di
gomma e, se la resistenza si fa più forte, anche con proiettili veri. Gli
anziani vengono gettati a terra, le donne trascinate via, i giovani
ammanettati e messi faccia al muro.
In pochi minuti tutto è finito.
Va bene, si potrebbe dire, questo succede agli arabi, non si comportano così
con gli ebrei... Sbagliato, si comportano così anche con gli ebrei,
dipende da chi sono. Io per, esempio, sono un ebreo. Sono stato attaccato
cinque volte con i lacrimogeni finora, una volta erano gas speciali e per
alcuni istanti credetti di morire soffocato.Durante uno degli assedi a
Ramallah decidemmo di portare cibo alla città assediata. Eravamo circa
tremila pacifisti israeliani, sia ebrei che arabi. Al check point di Al-Ram,
a nord di Gerusalemme, una schiera di poliziotti e militari ci fermò. Ci
fu uno scambio di insulti e un sacco di urla. Improvvisamente ci siamo
trovati sotto una pioggia di candelotti lacrimogeni, le persone si sono
disperse nel panico tossendo e soffocando, alcuni sono stati calpestati da
chi fuggiva, uno del nostro gruppo, un 82enne ebreo abitante di un kibbutz,
è stato ferito.Ho visto manifestazioni in cui sono stati sparati
proiettili ricoperti di gomma contro cittadini israeliani (in genere
arabi). Una volta mi sono trovato nei locali di una scuola saturi di gas
irritanti a Um-al Fahem in Israele.
In altre parole è stato uno spettacolo per la TV ben allestito.
Alcuni giorni prima i capi dei coloni si erano incontrati con Ariel Sharon.
Alla fine dei colloqui, volgendosi alle telecamere, ostentavano facce
scure, ma chiunque conosca questa gente si potrebbe accorgere, guardando
quei volti alla TV, che non c'erano in gioco forti emozioni.
Naturalmente "Yesha rabbis", un gruppo di funzionari politici
barbuti (ortodossi n.d.t.), ha esortato i soldati a non obbedire agli
ordini e ha invocato il Signore e il Messia in loro aiuto, ma anche loro
mancavano di autentica passione. Come mai? Perché tutti loro sapevano che
era stato tutto concordato in anticipo. I comandanti militari e i capi dei
coloni, amici e colleghi di vecchia data, si erano incontrati e avevano
deciso cosa sarebbe successo e soprattutto cosa non sarebbe successo:
nessun attacco improvviso, nessuno sforzo per impedire che migliaia di
ragazzi raggiungessero il luogo dello scontro con largo anticipo, nessun
uso di bastoni, idranti, gas lacrimogeni, proiettili ricoperti di gomma, o
altro che non fossero le mani nude. I soldati non avrebbero indossato
elmetti e non sarebbero stati equipaggiati con scudi. I coloni avrebbero
gridato e spintonato, ma non avrebbero colpito i soldati sul serio.
L'intero spettacolo sarebbe stato meno violento di una normale zuffa fra
hooligan inglesi, ma sarebbe apparso in TV come una battaglia disperata tra
forze titaniche.
Ariel Sharon ha una discreta esperienza in questo genere di cose. Una
dozzina d'anni fa orchestrò uno spettacolo simile quando, dopo il trattato
di pace con l'Egitto, gli fu ordinato dal primo ministro Menahem Begin di
evacuare la città di Yamit nel nord del Sinai. A quei tempi Ariel Sharon
era ministro della difesa. E chi era uno dei leader della disperata
resistenza? Tsachi Hanegbi, oggi ministro della polizia. Tutto
l'establishment ha cooperato questa settimana per la riuscita del grande
show. I media hanno dedicato ampi spazi alla "battaglia". Decine
di coloni
sono stati invitati presso gli studi televisivi a parlare senza fine,
mentre da quanto ho visto io non un solo attivista del campo per la pace è
stato chiamato ai microfoni.
Anche i tribunali hanno fatto la loro parte: i pochi coloni arrestati per
aver resistito violentemente all'esercito sono stati mandati a casa dopo un
paio di giorni. I giudici, che non dimostrano alcuna clemenza quando arabi
compaiono loro di fronte, hanno trattato i coloni fanatici come fossero
figlioli disobbedienti.
L'intera commedia sarebbe potuta anche essere divertente se non riguardasse
una questione molto seria. Un "avamposto" si presenta come un
innocente gruppetto di roulotte sulla cima di una collina dimenticata da
Dio, ma è ben lontano dall'essere innocuo. È il sintomo di un cancro che
cresce, non a caso Ariel Sharon - lo stesso Ariel Sharon - esortò qualche
anno fa i coloni a prendere il
controllo di tutte le colline di "Giudea e Samaria".La malattia
si manifesta a questo modo: un gruppo di attaccabrighe occupa la cima di
una collina a qualche chilometro da un insediamento già costruito e ci
piazza una roulotte. Dopo qualche tempo l'avamposto assomiglia ancora a un
gruppetto di roulotte, poi vengono portati un generatore di corrente e una
torre per l'acqua. A questo
punto fanno la loro apparizione le donne e i bambini e viene costruito un
recinto, poi alcune unità dell'esercito vengono inviate a difesa dei
coloni. I militari dichiarano che, per ragioni di sicurezza, ai palestinesi
è vietato avvicinarsi, per evitare che possano spiare e preparare un
attacco. La zona di sicurezza diventa sempre più grande e gli abitanti dei
vicini villaggi palestinesi non possono più raggiungere i loro frutteti e
i loro campi, se qualcuno ci prova rischia di farsi sparare addosso. Tutti
i coloni hanno un'arma e non hanno niente da temere dalla legge se la usano
contro un arabo sospetto. Tutti gli arabi sono sospetti, ovviamente.
Si dà il caso che io abbia avuto a che fare con Mitzpe Yitzhak, proprio l'
"avamposto" comparso nello Show di questa settimana. Alcuni mesi
fa fummo chiamati dagli abitanti del villaggio palestinese di Habala
affinché li aiutassimo a raccogliere le olive in un oliveto vicino a
quell' "avamposto". Quando gli addetti alla raccolta arrivarono
in prossimità dell'avamposto, i coloni aprirono il fuoco.
Un israeliano del nostro gruppo fu ferito da un proiettile che rimbalzò ai
suoi piedi.
Gli avamposti "illegali" sono stati in realtà installati in modo
sistematico, con l'aiuto dell'esercito e secondo i suoi piani. Quando in
una regione gli avamposti si moltiplicano, i villaggi palestinesi restano
strangolati in mezzo a loro e la vita diventa un inferno.
Chiaramente la speranza dei coloni e degli ufficiali dell'esercito è che
alla fine i palestinesi si rassegnino e gli lascino campo libero.Sharon
evacuerà davvero avamposti a dozzine? Naturalmente tutto dipende dal suo
amico George W. Se si realizzerà l'" Hudna" (tregua) tra
l'Autorità Palestinese e Hamas, Bush potrebbe forse esercitare forti
pressioni su Sharon. Ieri, durante la mia visita a Yasser Arafat, l'ho
trovato cautamente ottimista, ma ha anche detto che rimangono meno di
quattro mesi di tempo per riuscire a smuovere la situazione: a partire da
novembre il presidente degli Stati Uniti d'America sarà troppo occupato a
farsi rieleggere.
Ciò significa che Sharon non ha altro da fare che produrre ancora qualche
spettacolo di questo genere per la TV, poi lui e i coloni avranno di nuovo
mano libera.
Traduzione a cura di Paolo (Action for peace)
Chi fosse interessato alla versione originale in inglese può richiederlo
tramite email a pinistudio@tin.it.
http://www.lacaverna.it/documentazione/articoli/bugie.htm
Piccole grandi bugie
l 9 dicembre 2001
Autore: Juan Gelman
[Poeta e scrittore argentino di origine ebraica]
Fonte: "Pagina 12"
giornale Argentino
traduzione: Luis S. Pereira Marcondes [per lacaverna]
Vediamo - come semplice esempio - un'altra versione di un altro partecipante
al vertice, parliamo di Robert Malley, assistente speciale del presidente
Clinton nelle relazioni Arabe-Israelite: "Si dice che (a Camp David)
Israele aveva fatto una proposta generosa, storica, e che i palestinesi come
al solito hanno perso una nuova opportunità per non approfittarne. In
sintesi, addossarle a Yasser Arafat il non accordo finale…. Per un processo
di tale complessità, è una diagnosi notevolmente superficiale".
L'articolo di Malley, pubblicato nel The New York Review of Books del
9/8/2001, analizza la strategia del "tutto o niente" di Barak - che
non seguiva i passi intermedi fatti da Rabin a Oslo - la crescente sfiducia di
Arafat, la tendenza pro-Israelita di Clinton, per concludere: "La
conseguenza finale e quasi totalmente non avvertita della proposta di Barak è
che, veramente parlando, non è esistito mai una proposta israelita. Decisi a
preservare la posizione di Israele nel caso non si trovasse un accordo, e
decisi a non permettere che i palestinesi ottengano alcun vantaggio con i
compromessi unilaterali, gli israeliani sempre si fermarono ad un passo, per
non dire vari, prima della proposta. Le idee dichiarate a Camp David non sono
mai state messe per scritto, si formularono solo verbalmente….E inoltre non
sono state mai definite in dettaglio".
Malley afferma che Barak era disposto a sloggiare il 91% della Riviera
Occidentale, ma niente ha detto sulla Striscia di Gaza, la quale è un terzo
sotto controllo israeliano. Inoltre Tel Aviv considera che il "Gran
Gerusaleme" non forma parte della Riviera Occidentale, e Robert Fisk,
inviato del giornale britannico The Independent, ha segnalato il 23/07/2001:
"Fuori di discussione rimaneva l'oriente arabo di Gerusaleme -
illegalmente occupato da Israele dopo la guerra dei sei giorni del 1967 - la
larga striscia di territori occupati dagli israeliani attorno alla città e
una zona cuscinetto militare con 16 Km attorno ai territori palestinesi…..La
superficie totale delle terre palestinesi dalle quali Israele era disposto a
ritirarsi era circa un 46%". Secondo Tanya Reinhart professoressa
dell'Università di Tel Aviv, Barak reiterò in luglio il piano israelita
"1040-50" presentato a marzo di quel anno, cioè: Israele prendeva
immediatamente un 10% del territorio palestinese, un 50% doveva essere sotto
autonomia palestinese e un 40% era tutto da discutere. "Questo è il
discorso di Barak - sottolineava anche la giornalista del giornale israelita
Yedioth Aharonot il 16/01/01 - che ci viene detto sia al mattino che alla
notte e che modella la percezione collettiva della realtà: la generosità di
Barak in confronto al rifiuto di Arafat…. Nel caso dei palestinesi, non c'è
documentazione ufficiale alcuna su quello che Barak ha proposto ad Arafat, e
certamente nessuna lista o data stabilita per smantellare nemmeno un solo
insediamento….L'unico dato è il discorso sulla generosità di Barak".
Inoltre, Ami Ayalon, capo dei servizi secreti del Shin Beth sotto il governo
Barak, opinò pubblicamente anche che non è stata una discussione seria
quella di Camp David. Ma il mito tranquillizza le coscienze, aiuta a
giustificare il terrorismo di stato che applica Sharon e giustifica pure la
occupazione dei territori palestinesi.
Non è la prima volta nella storia che menzogne di questo tipo si usano per
infiammare l'opinione pubblica per giustificare azioni di dubbiosa legalità.
Il "misterioso" scoppio che nel 1898 mando a picco il
"Maine", l'imbarcazione da guerra americana in sosta nel porto
dell'Avana, è servito come pretesto a Whashington per sottomettere Cuba. La
stampa faceva la campagna per la guerra contro il dominio coloniale spagnolo,
ma in realtà la lotta era contro l'indipendentista Martì agli inizi del
1895. Le presunte cacciatorpediniere vietnamite contro i distruttori americani
nel Golfo del Tonkino nell'agosto del 1964, hanno servito da base ad una
guerra che eliminò milioni di vietnamiti e 50.000 soldati americani. Quasi 30
anni dopo, durante la guerra del golfo, il giornalista Sydney Schanberg
sollecitava i suoi colleghi a non dimenticare "il nostro incondizionale
coro di approvazione quando Lyndon Jhonson ci ingannò con la storia del Golfo
del Tonkino". Sarebbe anche lodevole che non lo dimenticassero ora i
giornali americani, che attualmente danno un appoggio quasi incondizionato
alla guerra "antiterrorista" globale. Comunque, questo già non
interessa alle centinaia di civili palestinesi che l'Israele di Sharon
assassinò a Jenin
http://squat.net/tmc/msg02330.html
Edward Said "Un popolo bisognoso di leadership"
NEW LEFT REVIEW 11 SETTEMBRE-OTTOBRE 2001
UN POPOLO BISOGNOSO DI LEADERSHIP
EDWARD SAID
nei giorni seguenti i terribili eventi dell'11 settembre. Raid missilistici
sono stati scatenati sulle città di Jenin, Jerico e Ramallah ed hanno
distrutto postazione della sicurezza, edifici governativi e case di civili.
Nel distretto di Beituniya a Ramallah, alcune granate hanno colpito un bar,
una moschea ed una scuola materna – tutti perfettamente ammessi come
"danni
collaterali" e scarsamente menzionati sui mezzi di comunicazione
occidentali. Una simile aggressione israeliana, dopo tutto, è la norma da
un anno a questa parte. Sono stati uccisi oltre 600 palestinesi dall'inizio
dell'Intifada di Al-Aqsa – quattro volte il numero di morti della parte
israeliana, e 15.000 feriti – dodici volte superiore al numero di feriti
dell'altra parte.
Le Forze Armate Israeliane regolari hanno sterminato presunti terroristi a
volontà, la maggior parte delle volte uccidendo anche innocenti. Il 7
agosto scorso, quattordici palestinesi sono stati assassinati dalle truppe
israeliane che hanno utilizzato elicotteri da guerra e missili, per
"prevenire" che loro uccidessero degli israeliani, sebbene almeno due
bambini e cinque passanti fosse colpiti, per non parlare dei molti civili
feriti.
Forniti di bombardieri dono degli americani, elicotteri da guerra,
innumerevoli carri armati e missili, una superba marina ed un servizio
segreto efficiente, per non parlare delle sue armi nucleari, Israele
opprime un popolo spodestato senza armamenti o artiglieria, privo di forze
aeree – il suo unico patetico aeroporto di Gaza è controllato da Israele –
esercito o marina, o di qualsiasi istituzione di protezione di un moderno
stato. La crudele segregazione da parte di Israele di 1,3 milioni di
persone nella Striscia di Gaza, stipati come sardine in un ristretto
territorio circondato da filo spinato e di quasi due milioni di persone
nell'West Bank – le cui entrate ed uscite sono controllate dall'Esercito
Israeliano – ha pochi analogie nella storia del colonialismo. Perfino
durante il regime dell'apartheid non sono mai stati usati aerei F-16 per
bombardare i territori africani, come invece ora fanno contro le città ed i
villaggi palestinesi.
Dietro questa spietata oppressione militare c'è una logica di lungo
termine. La distruzione della società palestinese iniziata nel 1948, con
l'espulsione del 68% dei nativi – di cui 4,5 milioni sono tuttora rifugiati
– è continuata per i 34 anni di occupazione dal 1967. Decine di anni di
pressione quotidiana su una popolazione la cui colpa principale è quella di
essere lì, sulla strada di Israele, ha reso la vita impossibile ai
palestinesi, costringendoli a cessare qualsiasi resistenza, o ad andarsene
– come hanno fatto in 150.000 verso la Giordania. I leader della comunità
sono stati incarcerati e deportati dal regime di occupazione, sono stati
confiscati piccoli commerci, demolite le fattorie, chiuse le università,
gli studenti esclusi dalle classi. Nessun agricoltore o imprenditore
palestinese può esportare direttamente la sua merce in qualsiasi paese
arabo – i loro prodotti devono passare da Israele, perché le tasse sono
pagate a Israele. In una parola, lo scopo, come ha dichiarato la
ricercatrice americana Sara Roy, è stato 'de-develop' impedire lo sviluppo,
far regredire la società palestinese.
Oggi, divisi in circa 63 zone non contigue, presidiate da 140 insediamenti
israeliani con la loro rete stradale bandita agli arabi, i palestinesi sono
stati ridotti ad una massa povera di disoccupati – il 60% è senza lavoro.
Metà della popolazione di Gaza e dell'West Bank vive con meno di 2 dollari
al giorno. Non possono spostarsi liberamente da un posto all'altro
all'interno dei territori occupati ma devono sopportare file interminabili
ai posti di blocco israeliani, che regolarmente, per ore, bloccano ed
umiliano vecchi, malati, studenti e religiosi. Circa 150.000 ulivi ed
alberi di limoni sono stati estirpati per punizione; 2.000 case demolite;
ampi territori espropriati per permettere l'installazione di coloni –
attualmente sono circa 400.000 – o distrutti per scopi militari.
Per quanto riguarda il "processo di pace" di Oslo, iniziato nel 1993,
questo ha semplicemente riorganizzato l'occupazione, offrendo il 18% dei
territori divisi nel 1967 alla corrotta, sul modello di Vichy, Autorità di
Arafat, il cui mandato è stato essenzialmente di polizia e di tassare il
suo popolo per conto di Israele. Dopo otto infruttuosi, miseri anni di
ulteriori "negoziati", orchestrati da un gruppo di funzionari
statunitensi
che comprendeva personaggi delle lobby di Israele come Martin Indyk e
Dennis Ross, ai palestinesi sono stati inflitti sempre più abusi, sempre
più insediamenti, arresti, sofferenze, compreso, dall'agosto 2001, la
"giudaizzazione" di Gerusalemme Est, con la Casa d'Oriente occupata e
svuotata: documenti preziosi, documenti legali sulle terre, mappe, che
Israele ha semplicemente rubato, come fece con gli archivi dell'OLP a
Beirut nel 1982. Questo è stato il risultato della visita gratuitamente
arrogante di Ariel Sharon alla spianata di Al-Sharif a Gerusalemme il 28
settembre 2000, circondato da 1.000 soldati e guardie messe a disposizione
da Ehud Barak – un'azione unanimemente condannata perfino dal Consiglio di
Sicurezza. Poche ore dopo, come avrebbe potuto prevedere anche un bambino,
scoppiò la rivolta contro la colonizzazione – con otto palestinesi uccisi
come prime vittime.
Il 'controllo' di Sharon
Pochi mesi dopo Sharon salì al potere principalmente per
"sottomettere" i
palestinesi – per dargli una lezione, o liberarsi di loro. Il suo record
personale di killer di arabi risale a 30 anni fa, prima dei massacri di
Sabra e Shatila che compirono le sue forze armate nel 1982, e per i quali è
ora sotto inchiesta presso la corte belga. Ma egli non è pazzo. Ad ogni
azione di resistenza palestinese, le sue forze armate aumentano un poco la
pressione, stringono l'assedio, occupano più territorio, tagliano i
rifornimenti, lanciano incursioni più profonde sulle città palestinesi come
Jenin e Ramallah, rendendo la vita ancora più intollerabile alle vittime
dell'occupazione – mentre ad ogni segno di critica, la sua macchina di
propaganda spiega che sta solo "difendendo" se stesso,
"provvedendo alla
sicurezza" dei territori e "ristabilendo il controllo" con
l'unico scopo di
"prevenire il terrorismo". Sharon ed i suoi beniamini accusano anche
Arafat
di essere "l'ideatore del terrorismo, sebbene egli non possa letteralmente
muoversi senza il permesso di Israele, nello stesso tempo dichiarano di non
nutrire conflitti con il popolo palestinese. Che grazia per quella gente!
Con un tale "controllo", perché mai sarebbe necessaria un'invasione
su
larga scala, accuratamente pubblicizzata per intimidire i palestinesi?
Negli Stati Uniti, dove Israele ha la sua principale base politica e da cui
ha ricevuto oltre 92 miliardi di dollari di aiuti dal 1967, le vittime
palestinesi non hanno nome e volto, degni appena di una citazione nelle
cronache nazionali. Le cose sono diverse per i morti ebrei. Il terribile
costo umano dei suicidi che si fanno saltare in aria ad Haifa o
Gerusalemme, vengono subito spiegati secondo lo schema consueto. Arafat non
ha fatto abbastanza per controllare i suoi terroristi; le loro odiose
minacce a danno "nostro" e del nostro più forte alleato; Israele deve
difendere tenacemente la sua sicurezza. Osservatori attenti
aggiungerebbero: questa gente ha combattuto instancabilmente per centinaia
di anni; c'è stata troppa sofferenza da entrambe le parti, e la violenza
deve essere fermata; il fatto che i palestinesi mandino i loro ragazzi a
combattere, è un altro segno perché Israele debba smetterla. Così, Israele
ha invaso Jenin con bulldozer e carri armati. In America, Israele ha vinto
la battaglia delle pubbliche relazioni così da tanto tempo che potrebbe
sembrare non necessario investire altri milioni di dollari in una campagna
di informazione – utilizzando "star" come Zubin Mehta, Itzhak
Perlman e
Amos Oz – per migliorare ulteriormente la sua immagine.
Durante una trasmissione televisiva americana, l'agosto scorso, tra il
ministero dell'Autorità Palestinese Nabil Shaath ed il nuovo leader del
Partito Laburista Avraham Burg, portavoce della Knesset, ha confermato lo
schema – e dimostrato, ancora una volta, l'incapacità dell'Autorità e dei
suoi portavoce di sostenere il popolo palestinese. Burg ha potuto
snocciolare una falsità dietro l'altra: che Israele ha sempre voluto la
pace; che Israele fa di tutto per mantenere la calma mentre i terroristi
palestinesi – incoraggiati dall'Autorità di Arafat, che controlla ogni cosa
– minaccia di brutali omicidi i bambini israeliani; che, quale democratico
e amante della pace, non vede una reale volontà di pace palestinese; che la
sola differenza tra Shaath e se stesso è che egli, Burg, è stato in grado
di esercitare una certa influenza di controllo su Sharon mentre Shaath non
lo può fare su Arafat. La classica propaganda – una bugia viene creduta
quando viene ripetuta abbastanza spesso – secondo cui Israele è la vittima
dei palestinesi. Shaath ha potuto solo rispondere con umiliante servilismo
alla sua valanga di bugie, continuando a ripetere che anche i palestinesi
vogliono la pace; che chiedono di ritornare ad Oslo; che stanno cercando di
contenersi; che rispettano il Rapporto Mitchell sponsorizzato da AIPAC (i
cui autori principali, Warren Rudman e lo stesso Mitchell, sono stati tra i
membri più pagati della lobby israeliana durante le loro carriere al Senato).
Data la preziosa opportunità di trovarsi con un ipocrita assassino come
Burg, perché gente come Shaath, Abed Rabbo, Erekat, Ashrawi ed altri non
sono capaci semplicemente di ricordargli che Israele continua a perseverare
nei suoi crimini quotidianamente? A rilevare il fatto che letteralmente
milioni di persone non possono lavorare, comperare cibo, avere assistenza
medica? Che centinaia di persone sono state uccise, migliaia di case
distrutte, decine di migliaia di alberi sradicati, vaste aree di terra
confiscate, che gli insediamenti proseguono – e che tutto questo durante un
"processo di pace"? Per una volta potrebbero parlare come esseri umani
piuttosto che imitazioni di basso livello di Kissinger e Rabin? Perfino un
portavoce normalmente affidabile come Ghassan Khatib sembra essersi
infettato dal virus. Naturalmente è necessario rispondere a questioni su
tregue, accordi ecc.; ma queste persone sono così lontane dall'orrore
quotidiano della Palestina tanto da non poterlo neppure citare? Loro
rispondono a domande sul Piano Mitchell o sulla visita di Powell: fino a
che ci sarà un'occupazione militare della Palestina da parte di Israele,
non ci potrà essere pace. La maggior parte della violenza – carri armati,
aerei, missili, posti di blocco, insediamenti, soldati – arriva da parte
israeliana.
Le negligenze di Arafat
Nonostante Israele tenga stretti i Palestinesi, Arafat spera ancora che gli
americani salvino lui ed il suo traballante regime. Ora più che mai, lui e
la sua corte continua ad implorare la protezione americana. Il popolo
palestinese merita di meglio. Dobbiamo dire chiaramente che con Arafat e
company al comando non c'è speranza. Ma che razza di leader è questo, che
trascorre l'ultimo anno grottescamente in visita in Vaticano e Lagos ed
altri vari posti, implorando senza dignità o perfino intelligenza per
osservatori immaginari, aiuti arabi, supporto internazionale, invece di
restare vicino alla sua gente e tentare di aiutarla con forniture di
medicinali, organizzazione pratica e reale leadership? Quello di cui hanno
bisogno i palestinesi sono leader che stanno realmente con e dalla parte
del loro popolo, che fanno veramente resistenza sul terreno, non grassi
burocrati che fumano sigari occupati a preservare i propri affari ed a
rinnovare i loro lasciapassare da VIP, che hanno perso qualsiasi traccia di
decenza e credibilità.
Arafat è finito. Perché non ammettiamo che egli non può comandare, ne
pianificare, ne adottare un solo provvedimento che faccia la differenza ad
eccezione che per lui ed i suoi amici di Oslo che hanno beneficiato
materialmente della miseria del loro popolo? Tutti i sondaggi indicano che
la sua presenza blocca qualsiasi sviluppo. Noi abbiamo bisogno di una
leadership capace di pensare, progettare e prendere decisioni, invece di
inginocchiarsi davanti al Papa o a George Bush mentre Israele uccide
impunemente la sua gente. I veri leader di un movimento di resistenza
rispondono a bisogni popolari, rispecchiano le realtà sul terreno e si
espongono agli stessi pericoli e difficoltà di tutti quanti. La lotta per
la liberazione dall'occupazione israeliana è dove ogni palestinese resiste.
Oslo non può essere riscaldata o resuscitata come vorrebbero Arafat e
company. Quello che serve adesso sono azioni di massa per sostenere la
resistenza e la liberazione, piuttosto che confondere la gente blaterando
di ritornare ad Oslo – chi può credere a questa folle idea? - o dello
stupido Piano Mitchell.
Che dire di Israele, bloccato in una campagna senza futuro, flagellato
dalla spietatezza? Come disse il poeta e critico irlandese James Cousins
nel 1925: qualsiasi potenza coloniale si troverà ad affrontare le "false
ed
egoistiche preoccupazioni che si presentano nella naturale evoluzione del
suo stesso spirito nazionale, e spinta fuori dal sentiero della rettitudine
verso la tortuosa scorciatoia del pensiero, della parola ed dell'azione
disonesti, nella difesa artificiosa di una falsa posizione". Tutti i
colonizzatori hanno percorso questa strada, imparando o non fermandosi
davanti a nulla, fino a che alla fine – come Israele dopo i suoi ventidue
anni di occupazione del sud del Libano – abbandonano i territori lasciando
dietro un popolo esausto e paralizzato. Se l'impresa sionista doveva
soddisfare le aspirazioni degli ebrei, perché ha richiesto così tante
vittime di un altro popolo che non ha avuto niente a che fare con l'esilio
degli ebrei e le persecuzioni?
Dietro la millanteria e la ferocia del governo di Sharon, la fiducia in
Israele sta crollando. I veri credenti nel sionismo, nel senso originale
del termine, sembrano essere sempre meno. Un autorevole osservatore
israeliano ha così riassunto la scena attuale: "il sionismo è diventano
solo un affare di apparati politici e slogan... Sionismo oggi? Un rompicapo
ideologico in cui tutti, destra, sinistra o centro, secolari,
tradizionalisti o integralisti, possono trovare qualche cosa per
giustificare le proprie passioni del momento. Anche Israele è entrato
nell'era del post-sionismo".(1) Naturalmente, questo non significa che
un'improvvisa luce sia scesa sull'opinione pubblica israeliana. Il lento
cambiamento della fede sionista nella sua forma originale, come un
nazionalismo salvifico genuino, ha spesso lasciato dietro di se qualcosa di
peggio – un razzismo sub-ideologico, condito di ostilità e diffidenza verso
gli arabi. Ma questo pozzo di pregiudizi, che sotto di se nasconde il
tronco vuoto e in decomposizione delle dottrine ufficiali, è molto più
facile da strombazzare al mondo come la missione dell'esistenza di Israele,
che il messaggio sionista originale. Quelli che pensano che la posizione
internazionale di Israele è più che mai forte, come Perry Anderson ha
argomentato in questa rivista, sbagliano.(2) Nonostante gli editoriali o le
pagine di opinione della stampa americana siano influenzati – o, in misura
minore quella europea - per non parlare dei notiziari, forse, i giorni in
cui la legittimità del diritto palestinese alla sovranità nazionale possa
essere completamente ignorato sono passati. Molta gente comune europea ed
americana non accettano più il concetto che Israele goda di uno speciale
statuto morale che rende perdonabile la sua politica di persecuzione ed
omicidio. La potenza di occupazione gode di protettori imperiali
all'estero. Ma nell'opinione pubblica mondiale è sempre più più isolata, ed
Israele lo sa.
Questo spiega i disperati espedienti a cui sono ricorsi i suoi amici negli
Stati Uniti, alla ricerca di una strada per togliere Israele dall'impasse
dei suoi tentativi di reprimere la nuova Intifada. Edward Luttwak, del
Centro di Studi Strategici ed Internazionali, esulta di fronte "ai
progressi della capacità militare" di Israele che ha permesso alle Forze
Speciali Israeliane di eliminare Mustafa Zibri a Ramallah ed assassinare
leader palestinesi a volontà.(3) Graham Fuller, Vice-Presidente del
National Intelligence Council alla CIA, sollecita la costruzione –
letterale – di un Muro di Berlino intorno ai territori occupati,
pattugliato da "forze internazionali", per imprigionare i palestinesi.(4)
Thomas Friedman, columnist del New York Times, opina che "l'unica soluzione
per Israele e gli USA [sic] possa essere invitare la NATO ad occupare il
West Bank e Gaza e dichiarare uno stato palestinese a controllo NATO, tipo
il Kossovo e la Bosnia.(5) Ciò che hanno dimostrato questi schemi brutali e
senza senso, era la paura che Israele stesse perdendo. Una vera leadership
palestinese avrebbe dovuto sapere come dimostrare tutto ciò. I terribili
avvenimenti dell'11 settembre, senza dubbio ora riconfigureranno la
geografia politica del mondo Musulmano ed Arabo in nuovi modi imprevisti e
pericolosi – in tutti i sensi.
17 settembre 2001
1) Elie Bamavi, 'Sionismes', in Elie Barnavi and Saul Friediander, Les
Juifs et le XXe siècle, Paris 2000, pp. 229-30.
2) Perry Anderson. 'Scurring towards Bethlehem', NLR 10, July-August 2001.
3) Isreael's Relation is on Targ~~. Los Angeles Times, 30 August 200 I.
4) Build a Berlin Wall in the Middle East', Los Angeles Times , 14August 2001
5) A Way Out of the Middle East Impasse', New York Times 24 August 2001.
Torture e abusi nel carcere di cui neanche i politici conoscono
l'esistenza
Michele Giorgio
il manifesto 3 settembre 2003
Un altro ex ministro della giustizia, Dan Meridor, invece ha ammesso di
aver sempre saputo di questo carcere speciale ma di non averlo mai
visitato. Dopo le rivelazioni fatte da Aviv Lavie, la parlamentare del
Meretz Zahava Gal-On ha chiesto di poter entrare nella prigione ma non è
stata ancora autorizzata.
Nel carcere di massima sicurezza 1391, situato in una base dell'esercito, i
prigionieri vivono in celle di 2,5x2,5 metri. Solo i personaggi
"illustri" hanno diritto a più spazio (2,5x4 metri). Le celle di
isolamento sono grandi non piú di 1,5x1,5 metri. Un buco nel pavimento è
il water che il carcere offre ai suoi "ospiti". I detenuti ogni
giorno hanno diritto ad un'ora all'aria aperta, il resto del tempo lo
passano in locali senza finestre, con la luce artificiale. Tre volte al
giorno un militare bussa alla porta delle celle, i detenuti si coprono il
capo e il volto con un sacco e alzano le mani in alto e le abbassano
soltanto dopo la consegna del cibo. Gli interrogatori, affidati agli agenti
della 504, sono durissimi, spesso si trasformano in torture vere e proprie
e i detenuti vengono persino minacciati, ha scritto Aviv Lavie, di abusi
sessuali.
La prigione segreta era riservata a cittadini di altri paesi catturati
lungo i confini durante sconfinamenti o incursioni armate oppure perché
rapiti dalle unità speciali israeliane, come lo sceicco Abdel Karim Obeid
(nel 1989) e l'ex capo guerrigliero sciita Mustafa Dirani (nel 1994).
Entrambi, nelle intenzioni israeliane, servirebbero per realizzare uno
scambio di prigionieri che dovrebbe portare alla liberazione del pilota
navigatore Ron Arad abbattuto in Libano nel 1986 (molti ritengono che sia
morto) e di altri israeliani. A far compagnia a Obeid é stato per ben 11
anni Hashim Fahaf, un giovane che si trovava per caso nella abitazione
dello sceicco la sera del suo rapimento e che per ritornare a casa (assieme
ad altri 18 libanesi mai processati) ha dovuto aspettare una sentenza della
Corte Suprema israeliana.
Di recente, su richiesta dello Shin bet (servizio segreto interno) il
carcere ha aperto le sue tristi porte anche ad alcuni palestinesi, ritenuti
capi di cellule armate dell'Intifada. Proprio la scomparsa nel nulla di
alcuni palestinesi arrestati in Cisgiordania nell'ultimo anno ha messo in
moto qualche mese fa l'iniziativa dei centri per i diritti umani che ha
costretto, durante una udienza della Corte Suprema, l'avvocato dello stato
a rivelare in pubblico l'esistenza della prigione segreta. I centri per i
diritti umani tuttavia sottolineano che non bisogna dimenticare la
situazione all'interno di carceri di cui si conosce da sempre l'esistenza e
dove le condizioni di vita sono insopportabili e gli abusi frequenti. Negli
ultimi mesi i circa 7.000 prigionieri politici palestinesi (quasi tutti
arrestati negli ultimi due anni) hanno attuato piú volte scioperi della
fame e proteste. Due di loro non mangiano da 20 giorni, le loro condizioni
di salute vengono giudicate critiche.
Quella che riproduciamo è una lettera scritta dalla figlia di un
dissidente politico cileno assassinato nelle carceri di Pinochet durante la
dittatura militare. La donna, che oggi vive nel kibbutz di Megidda, rivolge
un pesante atto di accusa al governo Sharon per il modo in cui vengono
trattati i prigionieri politici. La lettera è stata pubblicata da Haaretz
magazine il 22 agosto 2003.
Come figlia cilena di un desaparecido e come attivista politica ho
sperimentato in prima persona il potere e la malvagità della
dittatura. La mia famiglia non ha potuto sapere nulla della sorte di
mio padre per molti anni, fin quando abbiamo appreso che era stato
torturato e ucciso. Io sono stata costretta a nascondermi con la mia
piccola bambina. Il nostro crimine era unicamente quello di credere di
poter lottare per la libertà.
L'articolo di Aviv Lavie ci ha riportato alla memoria quei giorni
terribili di Pinochet e della sua giunta militare. Israele, con
ostinata perseveranza, sta diventando sempre più come quel regime
buio. Persone vengono incarcerate senza processo, torturate, sono
negati loro i diritti fondamentali, tra cui le visite da parte di
familiari e avvocati. Noi già conoscevamo tutte queste cose, ma
l'articolo svela una realtà più dura: torture sessuali, carceri, il
dominio dell'apparato militare su quello civile e politico (fino al
punto che il primo cancella informazioni dagli ultimi due). Non
possiamo accettare nessuna scusa per violazioni dei diritti umani così
evidenti. Dobbiamo capire che tutto ciò viene compiuto nel nostro
nome. Tutto ciò mi spaventa.
Lili Traubman, dal Kibbutz di Megiddo
La Guantanamo di Israele
Recessione economica, insicurezza
cronica, isolamento diplomatico: nonostante questo bilancio catastrofico, il
governo israeliano si ostina ad andare avanti sulla sua strada. Solo quattro
paesi (Stati uniti, Israele, Micronesia e isole Marshall) si sono opposti, il 21
ottobre, alla condanna senza appello dell'Assemblea generale delle Nazioni
unite, ma Israele continuerà nella costruzione del muro che racchiuderà il 40%
della Cisgiordania. La sinistra israeliana prevede di firmare il 20 novembre con
i rappresentanti di tutte le forze palestinesi un importante accordo di pace:
Ariel Sharon ha subito gridato al «tradimento» e continua la sua escalation
sanguinosa in cui Israele sta perdendo la propria identità. Ulteriore
dimostrazione: questo carcere segreto, in cui la tortura è di uso corrente...
L'edificio 1391: così si chiama questa fortezza di cemento armato costruita su
una collina che domina un kibbutz, nel centro di Israele, quasi completamente
nascosta da alte mura e abeti. Due torri di guardia militari consentono alle
sentinelle armate di abbracciare con lo sguardo i campi circostanti che si
stendono a perdita d'occhio. Dall'esterno, gli edifici somigliano alle decine di
posti di polizia costruiti negli anni trenta in tutta la Palestina sotto il
mandato britannico.
Molti sono stati trasformati in basi militari, indicate da cartelli con un
semplice numero.
E tuttavia, l'Edificio 1391, vicino alla Linea verde, la frontiera prima del
1967 tra Israele e la Cisgiordania, è diverso. Non figura sulle mappe, è stato
cancellato dalle foto aeree, e di recente è stato portato via anche il cartello
che indicava il suo numero. I censori hanno cancellato dai media israeliani
qualsiasi accenno alla sua posizione geografica in nome del segreto che, secondo
il governo, è di essenziale importanza per «impedire che si attenti alla
sicurezza del paese». Secondo certi avvocati, i giornalisti stranieri che
divulgassero informazioni in merito rischiano l'espulsione dal paese.
Nonostante gli sforzi accaniti del governo per imporre un vero e proprio black
out sull'informazione, cominciano a venire alla luce i fatti atroci che si sono
svolti proprio in questo luogo per oltre un decennio. Un giornale ebraico ha
definito l'edificio 1391 la «Guantanamo di Israele», con riferimento al
carcere americano di Camp X-Ray, nell'enclave americana a Cuba, in cui sono
detenuti i prigionieri taliban e i membri di al Qaeda.Nell'ottobre 2003, una
commissione di esperti giuridici internazionali guidata da Richard Goldstone,
giudice presso la Corte costituzionale del Sudafrica ed ex procuratore generale
del tribunale internazionale per la ex Jugoslavia e il Ruanda, ha definito Camp
X-Ray un «buco nero» in cui i detenuti scompaiono e vengono spogliati dei loro
diritti più fondamentali sanciti dalle convenzioni di Ginevra. «Gli stati non
possono mantenere i detenuti di cui sono responsabili al di fuori della
giurisdizione di tutti i tribunali internazionali», aggiungevano gli esperti
nel loro rapporto.
Quanto avviene tra le mura dell'Edificio 1391, che peraltro non ha ricevuto la
minima pubblicità, a differenza di Camp X-Ray, costituisce una violazione del
diritto internazionale ancora più flagrante. A differenza di Camp X-Ray, la
situazione geografica del carcere militare israeliano non è conosciuta
pubblicamente, e non esistono neppure le foto di prigionieri scattate col
teleobiettivo come quelle che noi abbiamo di Guantanamo. Altra differenza
rispetto al carcere americano, l'Edificio 1391 non è mai stato sottoposto ad
una ispezione indipendente, neppure dalla Croce Rossa. Quanto avviene laggiù è
un mistero imperscrutabile.
Se il giudice Goldstone ha potuto dichiarare che «662 persone private di
qualsiasi accesso a una procedura regolare» in materia giuridica, erano
detenute a Camp X-Ray, in Israele nessuno, tranne un nucleo ristretto di alti
funzionari del governo e della sicurezza, sa quante persone siano incarcerate
nell'Edificio 1391. Testimonianze di ex detenuti lasciano intuire che sia
stracolmo di prigionieri, fra cui numerosi libanesi, catturati durante i
diciotto anni d'occupazione israeliana nel sud del paese dei cedri.
Quattro mesi dopo le prime rivelazioni sull'esistenza di questa prigione
segreta, spetta alla giustizia israeliana fare in modo che il governo rilasci
informazioni concrete al riguardo.
«Chiunque entri in questo carcere è letteralmente a rischio di scomparire -
potenzialmente per sempre», afferma Leah Tsemel, avvocatessa israeliana
specializzata nella difesa dei palestinesi (si veda l'articolo in basso). «Non
ha nulla da invidiare alle galere dei dittatori sudamericani».Le rare
informazioni che si è riusciti a raccogliere suggeriscono che i metodi di
interrogatorio che ricorrono alla tortura sono di uso corrente. Mustafà Dirani,
della milizia sciita libanese Amal, oggi defunto, di cui Israele recentemente ha
riconosciuto che era stato incarcerato nell'Edificio 1391 dopo essere stato
rapito in Libano da agenti israeliani nel 1994, ha dichiarato di essere stato
violentato dai suoi inquisitori.
I primi barlumi che sono trapelati dal segreto che avvolge il carcere sono
venuti da Leah Tsemel, lo scorso anno, dopo che l'esercito israeliano aveva
rioccupato alcune città della Cisgiordania, nell'ambito dell'Operazione «Muro
difensivo» dell'aprile 2002. Fino ad allora, a quanto pare, l'edificio era
servito esclusivamente per prigionieri stranieri, soprattutto giordani,
libanesi, siriani, egiziani e iraniani. Quanti sono? Nessuno lo sa. Il Comitato
degli amici dei prigionieri di Nazareth afferma che quindici cittadini stranieri
arabi sono «dichiarati scomparsi» dal sistema penitenziario israeliano.
A ciò si aggiungano numerosi casi di rapimento, soprattutto in Libano, che si
presume siano opera di Israele. Quattro responsabili del governo iraniano che
sono scomparsi a Beirut nel 1982 non sono mai stati ritrovati. In occasione
delle recenti trattative per lo scambio di prigionieri tra Israele e la milizia
libanese di Hezbollah, le loro famiglie hanno chiesto informazioni allo stato
ebraico.
Dopo gli arresti di massa dell'aprile 2002, che hanno spinto gli istituti di
pena israeliani a un punto critico di sovraffollamento, anche alcuni palestinesi
sono stati mandati nell'Edificio 1391. Per un certo periodo la «scomparsa» di
questi detenuti è rimasta occultata nel caos generale che è seguito alle
incursioni dell'esercito. Tuttavia, nell'ottobre 2002 Leah Tsemel e una
organizzazione israeliana di difesa dei diritti dell'uomo, Hamoked, si sono
rivolti ai giudici per ottenere informazioni. Gli habeas corpus che sono stati
presentati richiedevano che i palestinesi scomparsi comparissero in giudizio,
onde dimostrare che erano ancora vivi. Messe alle strette, le autorità
israeliane hanno ammesso che gli scomparsi erano detenuti in un luogo segreto,
senza fornire ulteriori dettagli. Tutte le richieste d'informazione sono state
trasmesse a Madi Harb, il capo dell'unità anti-terrorismo del carcere di Kishon,
nei pressi di Haifa. In seguito a tali richieste, Israele ha precisato che
soltanto un piccolo numero di palestinesi erano stati incarcerati nell'Edificio
1391, benché molti altri abbiano affermato di avervi soggiornato, come il
dirigente di al Fatah Marwan Barghuti, che è attualmente sotto processo in
Israele. A detta delle autorità, quei prigionieri sono stati successivamente
trasferiti in carceri di ordinaria amministrazione.
Uno solo di loro, Bashar Jadallah, un uomo d'affari di Nablus di cinquant'anni,
è stato rimesso in libertà. Era stato arrestato insieme al cugino
ventitreenne, Mohammed Jadallah, al ponte di Allenby, tra la Giordania e
Israele, il 22 novembre 2002. In una dichiarazione scritta sotto giuramento,
Mohammed Jadallah ha riferito di essere stato torturato finché non ha
confessato di appartenere ad Hamas.Diversamente dalla maggior parte degli altri
detenuti, Bashar Jadallah afferma di non essere stato picchiato né sottoposto a
torture fisiche, forse a causa della sua età. Ma ha trascorso vari mesi in un
isolamento pressoché assoluto, senza mai vedere i suoi rapitori, che lo
terrorizzavano.
La sua minuscola cella, di 2 metri per 2, senza finestre e con le pareti
verniciate di nero, era debolmente illuminata da una lampadina sempre accesa, 24
ore su 24. Gli era stato impedito di mettersi in contatto con un avvocato e di
vedere altri detenuti. Quando chiedeva ai suoi interrogatori dove si trovava, gi
rispondevano che era «sulla luna».
Gli avevano vietato di vedere chiunque, al di fuori della sua cella.
«Prima di farmi uscire, mi facevano mettere dei grossi occhiali scuri che mi
coprivano completamente gli occhi. Dovevo mettere quegli occhiali quando mi
portavano in un altro locale, ad esempio nella sala degli interrogatori o in
infermeria. Potevo togliermi gli occhiali soltanto dopo esser rientrato nella
mia cella».
Hamoked accluderà al suo dossier il parere di uno specialista, il dottor
Yehuakim Stein, uno psichiatra di Gerusalemme, sugli effetti della detenzione in
simili condizioni. Secondo lui, il modo in cui sono stati trattati Jadallah e
gli altri palestinesi che hanno testimoniato sotto giuramento, rappresenta una
forma di tortura mentale, che provoca quella che egli definisce la
"sindrome Ddd" (dread, dependency and debility; terrore, dipendenza e
indebolimento).
La mancanza di cibo, di sonno, di movimento e di stimoli mentali, spiega lo
psichiatra, abbinata all'assenza di qualsiasi contatto umano, che si tratti di
un avvocato, dei parenti, di altri detenuti o perfino delle guardie, mira a
fiaccare la resistenza dei carcerati nel corso degli interrogatori, e a ridurli
in uno stato di dipendenza totale nei confronti dei loro interrogatori. Se a
tutto ciò si aggiunge la sofferenza fisica provocata dagli atti di tortura, o
dalle minacce di tortura, la paura di essere ucciso e la sensazione di essere
stato dimenticato da tutti per sempre, i detenuti si consumano con quello che il
dottor Stein definisce un «terrore» molto pericoloso sul piano psicologico.
«Il fatto di non sapere dove fossi e di non poter neppure guardare in faccia le
guardie mi faceva estremamente paura - riferisce Bashar Jadallah. La cosa
peggiore era la sensazione che potevo scomparire e la mia famiglia non avrebbe
mai saputo che cosa mi fosse successo».
La descrizione di Bashar Jadallah, del suo isolamento e delle sue condizioni di
vita coincide con quella fatta da altri detenuti, le cui testimonianze sono
state raccolte da Leah Tsemel e da Hamoked.
Ricordano i materassi umidi e puzzolenti su cui dormivano, i secchi raramente
svuotati che servivano da gabinetto, l'unico rubinetto d'acqua nella cella,
sotto il controllo di guardie invisibili. Rumori violenti impedivano loro di
dormire, e l'aria condizionata poteva farli tremare dal freddo.Le testimonianze
scritte ricordano atti di tortura, una prassi che è stata messa al bando dalla
Corte Suprema di Israele nel 1999. Hannah Friedman, direttrice del Comitato
pubblico contro la tortura, riferisce che la sua organizzazione ha constatato un
aumento costante dei casi di tortura nelle carceri israeliane dopo l'inizio
dell'ultima intifada.
Secondo un recente studio, il 58% dei detenuti palestinesi verrebbe sottoposto
ad atti di violenza dichiarata, come ad esempio percosse, calci, scosse
violente, o essere costretti a mettersi in posizioni dolorose o imprigionati con
manette che segano i polsi.
Queste prassi, e altre ancora peggiori, sembrano essere di uso corrente
nell'Edificio 1391. Mohammed Jadallah riferisce nella sua testimonianza scritta
di essere stato percosso ripetutamente, di aver subìto le catene ai polsi, di
essere stato legato a una sedia in posizioni dolorose, e di non aver avuto il
permesso di andare al gabinetto.
Gli hanno impedito di dormire versandogli l'acqua addosso non appena si
assopiva. I suoi interrogatori gli hanno mostrato le foto di molti suoi parenti,
minacciando di far loro del male. «Mi hanno portato una foto di mio padre
vestito da carcerato, mi hanno fatto ascoltare una cassetta in cui parlava come
se fosse un detenuto. Hanno minacciato di metterlo in carcere e di torturarlo».E
tuttavia, questi prigionieri, probabilmente hanno incontrato una sorte migliore
dei loro compagni di sventura incarcerati per molto tempo nell'Edificio 1391, i
cittadini stranieri. I palestinesi che sono passati da questa prigione segreta
sono rimasti sotto l'autorità dei servizi di sicurezza nazionale, lo Shin Bet,
responsabili degli interrogatori nei normali centri israeliani di detenzione.
Gli stranieri dell'Edificio 1391, invece, dipendono da un settore speciale
dell'intelligence militare, l'Unità 504. Il trattamento loro riservato è stato
rivelato da alcuni documenti trasmessi ai giudici nell'ambito del processo di
Mustafà Dirani.
Quest'ultimo è stato rapito a casa sua in Libano, nel maggio 1994, allorché i
servizi di intelligence israeliani tentavano di accertare dove si trovava un
pilota, Ron Arad, il cui aereo si era schiantato al suolo nel Sud Libano nel
1986. Dirani ha tenuto prigioniero Arad per due anni, a quanto pare, prima di «venderlo»
all'Iran.
Trasferito lo scorso anno nel carcere di Ashmoret, nei pressi di Netanya, Dirani
è rimasto per otto anni nell'Edificio 1391, con un altro detenuto celebre, lo
sceicco Abdel Karim Obeid, di Hezbollah.
Durante i primi mesi di cattività, allorché gli israeliani erano sicuri di
ottenere da lui utili informazioni su Arad, è stato torturato da un inquisitore
che era un alto ufficiale dell'esercito, noto esclusivamente con il soprannome
di «maggiore George». Benché la tortura, all'epoca, fosse legale in Israele,
Dirani ha sporto querela contro lo stato ebraico e contro il Maggiore George per
due casi di violenza sessuale.
In uno George avrebbe ordinato a un soldato di stuprare Dirani, nell'altro gli
avrebbe infilato un bastone nel retto.
Le accuse di Dirani sono state confermate dalle testimonianze di alcuni soldati
che avevano prestato servizio nel carcere. TN, un interrogatore dichiara: «So
che era prassi corrente minacciare di inserire un bastone, con l'intenzione di
farlo se il soggetto non parlava». La petizione in difesa di George, che è
stata firmata da 60 ufficiali, non nega i fatti, ma ritiene semplicemente che
sia ingiusto prendersela con George per avere impiegato metodi di uso corrente
nel carcere. George stesso ha ammesso che era prassi corrente che i detenuti
fossero spogliati durante gli interrogatori.
Jihad Shuman, un cittadino britannico che Israele ha accusato di appartenere a
Hezbollah dopo il suo arresto a Gerusalemme nel gennaio 2001, è stato detenuto
per tre notti nell'Edificio 1391. Riferisce di essere stato percosso con
violenza dai soldati: «Mi hanno tolto la benda dagli occhi. Ho visto quindici
soldati armati, alcuni muniti di manganelli, che mi circondavano. Alcuni mi
hanno malmenato, spinto e colpito alle spalle». Poco dopo è stato interrogato
da un uomo in uniforme militare, che gli ha detto: «Deve confessare, altrimenti
è un uomo finito, e nessuno saprà che cosa le è capitato. La confessione o la
morte».
Non ci vuole molto a immaginare gli effetti di tali metodi sullo stato emotivo e
psicologico dei detenuti. Ghassan Dirani, un parente di Mustafa Dirani, che è
stato catturato insieme a lui e detenuto per un certo tempo nel carcere 1391, ha
poi sofferto di schizofrenia catatonica. Se lo stato di Israele ha confermato ai
giudici che l'Edificio 1391 era un carcere segreto, è tutt'altro che certo che
questo sia l'unico del paese, secondo documenti scoperti di recente da alcuni
gruppi di difesa dei diritti umani. Fra i documenti forniti ad Hamoked
dall'esercito israeliano, alcuni riguardano Mussa Azzain, un militante di
Hezbollah di 35 anni, incarcerato nell'agosto 1992 nella prigione tristemente
famosa di Khiam nel Sud Libano. Secondo alcuni responsabili israeliani, è stato
successivamente trasferito in una «facility barak» in Israele.
Azzain riferisce di essere stato portato in un carcere segreto che i detenuti
chiamavano Sarafend, nome spesso citato dai prigionieri libanesi. Sarafend è il
nome inglese di una base militare che si chiama attualmente Tzrifin, alla
periferia di Tel Aviv.
Numerosi detenuti che sono stati in una prigione segreta hanno affermato di
sentire il rumore delle onde. Ma l'Edificio 1391 si trova a una buona distanza
dal mare. Altri hanno riferito che sentivano il decollo degli aerei o rumori di
spari, che potevano provenire da un poligono militare. Dato che esistono quasi
70 edifici Taggart - postazioni di polizia fortificate costruite sotto il
mandato britannico - molte di queste potrebbero essere utilizzate come prigioni
segrete senza destare alcun sospetto.
Un altro edificio Taggart, a Gedera, a sud di Tel Aviv, sarebbe stato adibito a
tale uso finché le operazioni non sono state trasferite, a quanto pare,
all'Edificio 1391 negli anni '70. È possibile che vi siano altri casi del
genere. Secondo un ex responsabile della Croce rossa che aveva l'incarico di
ritrovare i prigionieri durante la prima intifada, dal 1987 al 1993,
l'organizzazione umanitaria ha appreso, all'inizio degli anni '90, che Israele
aveva imprigionato in segreto alcuni palestinesi in un edificio del centro di
detenzione militare nei pressi di Nablus, noto sotto il nome di Farah.
Kerstein sospetta lo stato ebraico di possedere numerose prigioni segrete che
apre e chiude secondo le necessità. Al culmine dell'occupazione del Libano, è
possibile che molte di queste prigioni fossero in funzione.
Il gran numero di prigionieri palestinesi lo scorso anno potrebbe aver indotto
le autorità ad attivare altre carceri segrete. La signora Kerstein teme anche
che lo stato ebraico subappalti i servizi di questi edifici segreti ad altri
paesi, in particolare gli Stati uniti dopo la loro invasione dell'Iraq. Secondo
la Croce rossa non c'è nessun iracheno tra i detenuti di Guantanamo. Dato il
caos che regna in Iraq, è pressoché impossibile sapere chi sia stato arrestato
e dove siano detenuti i prigionieri.
A detta di alcune fonti diplomatiche, esistono le prove del fatto che gli Stati
uniti interrogano i prigionieri in Giordania, in modo da aggirare il diritto
internazionale e da sfuggire agli occhi della Croce Rossa che ha accesso a
Guantanamo. È possibile che Egitto, Marocco e Pakistan diano loro manforte.«Sarebbe
quanto meno sorprendente che Israele, l'alleato più fedele degli Stati uniti,
di cui sappiamo che possiede almeno un carcere segreto, non offra i suoi servizi
agli americani - afferma Kerstein.
Israele vanta un'esperienza pluridecennale per quanto riguarda la tortura e
l'interrogatorio dei prigionieri arabi - esattamente la competenza che serve
agli americani, nei tempi lunghi successivi alle invasioni dell'Afghanistan e
dell'Iraq».
*Giornalista indipendente, Israele.
IL CATALOGO DEI MASSACRI ISRAELIANI E'
SCRITTO NELLA TORAH:
PALESTINA SOTTO OCCUPAZIONE
di Avi Shlaim -storico israeliano- docente di relazioni internazionali al St
Anthony College di Oxford
Risposta. Gli americani che occupano posizioni di potere, ed anche il pubblico
americano, non conoscono la storia. Uno dei miei studenti un giorno disse:
" Questa è storia passata". Come se la storia potesse essere altro
che passato. Ma ciò che intendeva era: " Parliamo del qui ed ora e non di
ciò che avvenne nel passato.". Non conoscendo la storia, gli americani non
possono capire niente del Medio oriente. Edward Said ha sottolineato che il
trattato di Oslo del 1993 si occupa unicamente degli argomenti e dei problemi
conseguenti alla vittoria di Israele del 1967. Non va alla radice del problema
cioè di ciò che avvenne nel 1948, dei diritti dei rifugiati. Ora, se gli
americani nono vogliono interessarsi dei problemi nati nel 1967, figuriamoci se
si interesserebbero del 1948. Le conseguenze sono evidenti. Dal momento che gli
americani non si interessano del 1948 e del 1967, è difficile per loro capire
quale enorme compromesso i palestinesi accettarono firmando gli accordi di Oslo
ed accettando la soluzione dei due stati. Esi non afferrano a fondo il fatto che
i palestinesi hanno già rinunciato alla rivendicazione del 78% della Palestina
sotto mandato britannico, e insistono solamente che venga loro riconosciuto quel
restante 22%, cioè il West Bank e Gaza. Ed anche lì, essi sarebbero pronti ad
accettare ulteriori compromessi ma non molto oltre.
D. L'editorialista del New York Times. Thomas Friedman, si lamenta con noi un
paio di volte alla settimana sulla cultura araba, in particolare quella
palestinese, e sul fatto che si rifà troppo al passato. Come risponde?
R. Thomas Friedman è statte studente del St Anthony e noi siamo molto fieri di
lui. Ma ciò non significa che io sia d'accordo con qualunque cosa egli scriva.
E' un'assurdità sostenere che gli arabi non vogliono dimenticare il loro
passato. Forse che gli ebrei dimenticano il loro passato? Possono dimenticare
l'Olocausto? Certo che no. E allora perché mai i palestinesi dovrebbero
dimenticare la "nakba" (la fuga forzata dei palestinesi dalle loro
case nel 1948) La storia gioca un ruolo importante negli eventi umani e non
perché guarda solo al passato. Edward Said ha scritto sull'importanza del
revisionismo storico in Israele. Non solo offre una migliore comprensione del
passato, ma contribuisce a creare per far avanzare ambedue le parti nel processo
di pace.
D. C'è un modello in Israele per ciò che va ricordato e ciò che va
dimenticato?
R. In un certo senso, il conflitto israelo-palestinese è, a livello
psicologico, una gara a chi è la vittima. Gli israeliani non concederebbero mai
ai palestinesi lo stato di vittime, che continuano a tenere per sé. Un esempio
di ciò è il caso dei rifugiati del 1948, che Benny Morris ha dimostrato essere
il risultato delle pressioni di Israele e di vere e proprie espulsioni. Eppure
nessun leader israeliano accetterebbe mai la responsabilità morale, e non
parliamo poi di quella politica, di creare il problema dei rifugiati. Non
ammetterebbero neppure di condividere una parte della responsabilità morale per
questo problema. A Ehud Barak a Camp David non venne richiesto di accettare il
diritto al ritorno dei rifugiati. Gli venne chiesto di accettare che Israele si
prendesse appena una parte della responsabilità morale per questo problema, che
poi sarebbe stato trattato dalla comunità internazionale. Ed egli rifiutò. Gli
israeliani hanno un certo tipo di memoria collettiva, che viene riflessa nella
storia passata di questo conflitto: Israele è nel giusto, Israele è senza
macchia, gli arabi hanno torto. Ecco che cosa dice la storia passata, la
versione che viene tuttora insegnata nelle scuole sul storia di questo
conflitto. Gli israeliani sono indubbiamente i vincitori, eppure insistono di
essere anche loro vittime. Questo è sempre stato un paradosso nella società
israeliana. Da una parte hanno questo immenso potenziale militare, e dall'altro
lato hanno una altissima vulnerabilità psicologica e un'immagine di se
stessicome di esseri deboli e sotto minaccia.
D. La memoria collettiva è selettiva?
R. Quella che è stata definita la "versione lacrimosa della storia
ebraica" è una versione ashkenazi (ebraica europea) della storia degli
ebrei e di Israele che non è condivisa dall'esperienza degli ebrei dei paesi
arabi fino al 1948. La mia famiglia proviene dall'Irak. Per i miei genitori, l'Irak
è stato il giardino dell'Eden. Ne avevano molta nostalgia. Non ci sono mai
stati veri problemi tra ebrei ed arabi prima che venisse fondato lo stato di
Israele. Perciò l'esperienza generale degli ebrei sotto governo arabo non
corrisponde con quello che è stato chiamato la "versione lacrimosa della
storia ebraica". In un certo senso è stato richiesto agli ebrei arabi di
dimenticare il loro passato per potersi conformare con la commemorazione del
passato ashkenazi, in quanto la elite politica, militare,economica, e
soprattutto culturale in Israele è sempre stata ed è tuttora ashkenazi. Un
approccio radicale e dissenziente non europeo è marginale. Ci sono alcune voci
di minoranza, ma non fanno presa sull'opinione pubblica in Israele. La storia
che viene insegnata a scuola è una storia ashkenazi.
D. Lei sembra mosso da un ottimismo vero sulla validità della storia. Ma che
cosa succede se la connessione tra la conoscenza dell'informazione storica e
l'agire sulla base di questa informazione viene spezzata?
R. C'erano nel passato tre Nuovi Storici: Benny Morris, Ilan Pappé ed io. Benny
Morris ha virato verso l'estrema destra ed ha fatto defezione. Siamo rimasti in
due. Ma già fin da prima esistevano delle divergenze tra di noi sulla natura
della storia.. E. H. Carr sostiene che il compito fondamentale dello storico non
è quello di registrare ma di valutare. Benny Morris non è mai stato d'accordo
su questo e cioè secondo lui il compito fondamentale dello storico e quello di
registrare, non di dare giudizi. Ilan Pappé ed io pensiamo ancora oggi che
bisogna fare ambedue le cose. Ma l'enfasi è posta sulla valutazione. E alcuni
amici israeliani mi dicono: "Perché dai sempre giudizi?" La mia
risposta è: "Perché sono uno storico". La mia opinione è che lo
storico è un giudice, ed un giudice al di sopra delle parti. E perciò mi
arrogo il diritto di giudicare i leader israeliani. Il mio mestiere consiste nel
fornire sempre nuove informazioni, nuovi approfondimenti ed una introspezione più
approfondita, più equilibrata, una capacità di comprensione critica sulle
cause e l'evolversi del conflitto arabo israeliano. Io non mi sono mai occupato
di politica. E non mi faccio grandi illusioni di poter influenzare la politica..
Ma non è questo che conta. Il mio compito è di fare ricerca, scrivere libri di
storia, commentare i conflitti in modo da facilitarne la risoluzione. E lì
finisce il mio compito di storico. Nel passato, non mi sentivo moralmente
responsabile di dichiararmi. Ma oggi, per quello che sta succedendo ai
palestinesi, mi sento moralmente responsabile. Non posso stare seduto nel mio
studio di casa e occuparmi di storia. Devo essere coinvolto negli affari
correnti, perché, in quanto esperto del conflitto, mi sento la responsabilità
morale di prendere posizione in questo momento in cui Israele, sotto la guida di
Ariel Sharon, sta cercando di spazzare via i resti di Oslo e di distruggere le
basi della soluzione dei due stati. Ero molto ottimista sulle prospettive a
lungo termine della soluzione del conflitto. Il mio passato ottimismo si basava
su un commento ceh Abba Eban usava fare: "Le nazioni sono capaci di agire
razionalmente quando hanno esaurito tutte le altre alternative". Prima
pensavo che Israeliani e Palestinesi avrebbero esaurito tutte le altre
alternative e che finalmente avrebbero agito razionalmente, ma ora faccio parte
dei pessimisti.
D. Un professore una volta mi raccontò che ciò che conta nella società
israeliana non sono i fatti, ma le sensazioni, il senso della comunità. Lei è
d'accordo?
R. In Israele certamente i sentimenti contano molto più che i fatti. Un senso
di solidarietà, di comunità. Ma vorrei precisare che dicendo ciò negli ultimi
dieci anni circa, il consenso nazionale, la percezione di un conflitto singolo,
diretto, bipolare tra Israele da una parte e tutti gli arabi dall'altra, si è
affievolito. Ed è stato rimpiazzato da una serie di subculture in Israele che
non condividono più questo ampio consenso dell'essere una nazione contro il
mondo arabo.
Ci sono sei milioni di abitanti in Israele. Un milione di questi sono arabi
israeliani. Essi hanno fatto del loro meglio per farsi integrare, ma sono stati
respinti e ributtati ed ora stanno diventando, soprattutto i giovani, molto più
militanti e radicali, e si identificano molto più apertamente con i loro
fratelli palestinesi del West Bank e di Gaza. Poi abbiamo anche un'altra
subcultura che si aggira intorno agli Sha, che hanno 17 seggi in parlamento. La
loro cultura non è democratica, e neppure credono nella supremazia della legge.
Poi abbiamo partiti religiosi nazionalisti, cioè i partiti ashkenazi: essi
combinano un messianismo religioso con il nazionalismo ebraico. Poi ci sono un
milione di emigranti russi. Perciò non abbiamo più una singola amalgama
coesiva che esisteva prima in Israele, ma una polverizzazione di sottoculture.
D. Se è lo spirito di gruppo che conta, che speranza ha lo storico di produrre
fatti che vanno contro le sensibilità delle comunità esistenti?
R. Il revisionismo storico ha avuto un impatto innegabile nell'insegnamento
della storia nelle scuole superiori israeliane. Ma questo è stato rovesciato
dal contrattacco contro di noi del ministro dell'educazione, che è un uomo
dell'ala destra di Sharon. Questa signora ha licenziato il direttore generale
che era di idee liberali, ed ha ordinato che tutti i libri di storia che
incorporavano le scoperte della Nuova Storia fossero mandati al macero e che
fossero ripresi i vecchi libri di storia. Ma io non posso abbandonare la
battaglia proprio ora. Questo è uno scontro di lungo termine per conquistare i
cuori e le menti delle persone. Ora la gente di Sharon è all'offensiva e la
Nuova Storia è in ritirata. Ma ciò può cambiare quando egli se ne andrà. E
la Nuova Storia sarà ancora al suo posto. Ma per quanto riguarda l'impatto
della Nuova Storia e della storia più in generale, ci sono veramente due
diversi Israele. C'è la maggioranza degli israeliani che non è interessata
alla storia e che pensa di avere un diritto divino su Eretz Israel. Essi hanno
una cambiale consegnata loro da Dio che garantisce loro il possesso di questo
paese e non vogliono farsi confondere le idee dai fatti. E poi c'è una
minoranza sempre più ristretta aperta alla storia ed addirittura alla Nuova
Storia.
D. Si parla di boicottare gli intellettuali israeliani e le istituzioni
accademiche. Che cosa ne pensa? Ilan Pappé si è dichiarato a favore.
R. Io sono per il boicottaggio delle merci israeliane e contro il boicottaggio
degli accademici. Israele commercia per il 40% con la EU e poco con gli Stati
Uniti, perciò le sanzioni europee contro Israele sarebbero molto efficaci ed io
sono a favore, incluso l'embargo sulle armi. A merito della Gran Bretagna
bisogna dire che un embargo sulla vendita di armi è stato rafforzato perché
Israele aveva continuato a comprare armi dalla Gran Bretagna Un boicottaggio
culturale ed accademico è tutt'altra cosa: non danneggerebbe il governo. Al
contrario, il governo se ne beneficerebbe, sostenendo che c'è
dell'antisemitismo, che c'è ostilità contro di noi come popolo. Noi siamo
tutti nella stessa barca, e dobbiamo stringerci sotto le stese bandiere. Molti
accademici sono aperti. O comunque lo erano. Non comportiamoci in modo da
scoraggiarli dal dialogo e dai contatti. Ma il problema vero è il rapporto che
hanno gli Stati Uniti con Israele, così parziale e così emotivo. L'America dà
un supporto enorme a Israele, nell'ordine dei miliardi di dollari all'anno. Mai
negli annali della storia, così poche persone sono state debitrici di così
tanto a così tanti. Ciò introduce una contraddizione fatale nel ruolo
dell'America nel processo di pace. Da una parte , l'America si presenta come un
mediatore onesto, e dall'altra è completamente schierata dalla parte di un dei
contendenti. E perciò non può essere un mediatore onesto. Sulla falsariga
della posizione attuale, Moshe Dayan usava dire: " I nostri amici americani
ci danno denaro, ci danno armi, e ci danno consigli. Noi prendiamo il loro
denaro, prendiamo le loro armi, e rifiutiamo i loro consigli." Perciò sta
a voi americani di assicurarvi che gli israeliani non prendano il vostro denaro
e le vostre armi, disprezzando completamente i vostri consigli. Sta a voi far
pressione su Israele perché si comporti in modo da mandare avanti il processo
di pace. Ciò che più mi irrita degli americani è che non hanno fatto nulla
per promuovere una soluzione del conflitto e tuttavia escludono tutti gli altri
che vorrebbero giocare un ruolo costruttivo per raggiungere una soluzione. Fin
dal 1967, gli Stati Uniti hanno mantenuto il monopolio del diplomazia intorno al
conflitto arabo israeliano, escludendone la EU e l'ONU. Ma non sono arrivati ad
una conclusione. Ed allora perché l'America insiste ad escludere chiunque
altro?
D.Il "Muro di Ferro" che unisce la potenza militare alle conquiste
territoriali, era all'inizio una strategia disegnata per forzare i palestinesi e
gli arabi ad accettare una soluzione con Israele, dopo di che poteva essere
smantellato. In altre parole, era un mezzo finalizzato ad uno scopo.Recentemente
Lei ha sostenuto che il Muro di Ferro è diventato un'ideologia fine a se
stessa.
R. Nell'ultimo anno, Ariel Sharon ha messo in piedi altri 34 insediamenti
avanzati.- Ciò sta portando al disastro tutta la regione. La comunità
internazionale ha la responsabilità di proteggere i palestinesi e di tenere a
freno gli israeliani. Il problema è che l'amministrazione Bush ha accettato la
tesi di Sharon che Arafat è un terrorista che deve venire rimosso dal suo
incarico e che l'Autorità palestinese è un'organizzazione terroristica. Ci
dovrebbe essere una presa di posizione internazionale molto insistente sui
principi e le negoziazioni basate sul principio di due stati sovrani. E la parte
araba ha offerto di negoziare su questa base.Il piano del principe Abdallah,
sostenuto dal summit di Beirut della Lega Araba. Offre a Israele non una pace
giusta, ma una normalizzazione, non solo con gli stati vicini, ma con tutto il
mondo arabo, basato sul ritiro da parte di Israele dalla maggior parte dei
territori arabi che aveva conquistato nel 1967, e neanche da tutti. Perciò
esiste un accordo arabo su questa base, c'è un accordo internazionale su questo
piano e su questi principi .La comunità internazionale deve far pressione su
Israele perché rientri sulla via della politica, deve forzare Sharon a
smetterla di sparare ed a cominciare a dialogare.
Znet www.zmag.org
19-6-02 (Intervista raccolta il 10-5-02)