FISICA/MENTE

 

 

http://hermes.mfn.unipmn.it/~fantom/Docs/iswmd.htm 

"Israele ha usato armi di distruzione di massa "

La storia buia di Israele svelata 

di Salman Abu Sitta

Israele, non l'Iraq, e' il primo paese dell'area ad aver usato armi di distruzione di massa con intenti genocidi. Salman Abu-Sitta* scava in questa buia storia
In un periodo in cui gli schermi TV sono pieni di immagini di false armi di distruzione di massa in Iraq, tra gente al limite della sopravvivenza, l'occidente finge di non vedere il primo terrorista biologico del Medioriente, Israele, in cui e' collocata la piu' vasta quantita' di armi di distruzione di massa (ADM) tra Londra e Pechino.
Messo a confronto con tale anomalia, l'ambasciatore statunitense alle NU, John Negroponti, risponde col cinismo tipico: "Israele non ha mai usato queste armi contro il suo popolo o i suoi vicini". Supponendo che l'ambasciatore sia ben informato, questa dichiarazione e' una bugia flagrante. Israele ha usato armi biologiche ancora prima che venisse creato su suolo arabo nel 1948. L'obiettivo, secondo Ben Gurion, era il genocidio o almeno fare in modo che i palestinesi dispossessati non tornassero a casa.


AVVELENAMENTO DELLE FORNITURE IDRICHE AD AKKA: Dopo l'occupazione sionista di Haifa il 23 aprile 1948, sotto il naso delle forze mandatarie britanniche guidate dal Generale Stockwell, un uomo storicamente screditato per i suoi fallimenti, migliaia di uomini si diressero ad Akka, la citta' vicina ed il prossimo obiettivo sionista. Akka era ancora sotto il controllo delle forze britanniche. I sionisti assediarono la citta' dalla parte terrestre e cominciarono a tempestare la popolazione con colpi di mortaio giorno e notte. Famosa per le sue storiche mura, Akka resistette per molto tempo. Le forniture d'acqua alla citta' giungevano da un villaggio vicino, Kabri, 10 km a nord, attraverso un acquedotto. I sionisti iniettarono agenti tifoidi nell'acquedotto ad un punto intermedio che passava attraverso gli insediamenti sionisti. (vedi mappa).
La storia puo' essere finalmente raccontata grazie all'archivio della Commissione Internazionale della Croce Rossa, disponibile oggi, 50 anni dopo l'evento. Una serie di rapporti, denominati G59/1/GC, G3/82, inviati dal delegato della CICR de Meuron dal 6 al 19 maggio 1948, descrive le condizioni della popolazione cittadina, colpita da un'improvvisa epidemia di tifo, e gli sforzi per combatterla.

Di particolare importanza sono i verbali di una conferenza d'emergenza sull'epidemia tenuta all'Ospedale della Croce Rossa Libanese di Akka il 6 maggio. All'incontro parteciparono il brigadiere Beveridge, capo dei servizi medici britannici, il colonnello Bonnet dell'esercito britannico, il dottor MacLean del Servizio Medico, il signor de Meuron, delegato della CICR, ed alti dirigenti della citta'. I verbali stabilirono che almeno 70 civili erano tra le vittime, ma molti altri potevano non essere stati registrati. Si stabiliva, inoltre, che l'epidemia aveva avuto origine dall'acqua e non dalle precarie condizioni igieniche, come sostenevano gli israeliani. Si decideva che ulteriori rifornimenti d'acqua dovessero provenire da pozzi artesiani o stazioni agricole a nord di Akka e non dall'acquedotto. Fu utilizzata soluzione clorina, la popolazione comincio' ad essere vaccinata, i profughi furono sottoposti a rigorosi controlli (essi avrebbero potuto allargare l'epidemia ai campi profughi del Libano, come i sionisti avrebero voluto).

In altri rapporti, de Meuron menziono' 55 contagi tra i soldati britannici, che furono trasportati a Port Said ed ospedalizzati. Il Generale Stockwell chiese a de Meuron di arrivare a Gerusalemme con volo militare per recuperare i medicinali. I britannici, che avevano lasciato la Palestina nelle mani dei sionisti, non volevano che altri imbarazzanti incidenti ritardassero la loro partenza.

Il Brigadiere Beveridge disse a de Meuron che "era la prima volta che capitava in Palestina". Questo smentisce la pretesa israeliana, condivisa anche dallo storico israeliano Benny Morris, che l'epidemia fosse dovuta a "condizioni igieniche precarie dei profughi". Se fosse stato cosi', come mai lo stesso numero di soldati britannici fu contagiato? E come mai tali condizioni non causarono epidemie in simili concentrazioni di profughi in condizioni ancora piu' precarie, come a Jaffa, Lydda, Nazareth e Gaza?

Il delegato della CICR ammiro' grandemente gli sforzi eroici dei medici palestinesi, al-Dahhan e al-Araj, dell'ospedale della Croce Rossa Libanese ad Akka, del dottor Dabbas e della signora Bahai di Haifa.
La citta', colpita dall'epidemia, divenne facile preda dei sionisti. I loro bombardamenti divennero piu' intensi. Camion con altoparlanti invitavano la popolazione ad "arrendersi o commettere suicidio. Vi annienteremo fino all'ultimo uomo". E non si trattava di semplici parole. Lo ricorda Palumbo nel suo "The Palestinian Catastrophe", il quale cita il caso di Mohammad Fayez Sufi. Questi, insieme ad alcuni amici, usci' per prendere del cibo, ma alcuni membri del gruppo furono catturati dai sionisti e costretti a bere del liquido, probabilmente cianide. Morirono in mezz'ora.

Il luogotenente Petite, un osservatore francese dell'ONU, riporto' che l'esercito si dedico' a saccheggi sistematici delle case palestinesi, rubando mobilio, abiti e tutto cio' potesse servire ai nuovi immigrati ebrei. In parte, i saccheggi furono parte di "un piano sionista per impedire il ritorno dei profughi". Il luogotenente Petite riporto' che i sionisti uccisero 100 civili arabi che si rifiutavano di lasciare le loro case.
De Meuron riporto' orrori ancora peggiori. Parlo' di un "regno del terrore" e dello stupro di una ragazza da parte di soldati dopo che ne avevano assassinato il padre. Scrisse inoltre che tutti i civili maschi furono portati in campi di concentramento e considerati "prigionieri di guerra" anche se non erano soldati. A causa di cio', donne e bambini restarono senza casa e senza protezione, soggetti a molti atti di violenza. Egli chiese ai sionisti una lista dei civili detenuti come "prigionieri di guerra", chiese di sapere dove fossero e se potessero essere visitati. Piu' importante ancora, chiese che Akka fosse posta sotto protezione della CRI. Chiunque legga i rapporti de Meuron da Akka non puo' non notare il tono di forte ripugnanza verso le azioni che i sionisti stavano commettendo nella citta' palestinese.
L'episodio, iniziato con l'avvelenamento del rifornimento idrico di Akka e terminato con il collasso della citta', la pulizia etnica dei suoi abitanti e l'occupazione da parte degli immigrati ebrei, eccito' l'appetito sionista verso nuove imprese del genere.

L'AVVELENAMENTO DI GAZA: Due settimane dopo il "successo" di Akka, i sionisti colpirono di nuovo. Questa volta a Gaza, dove avevano trovato rifugio centinaia di migliaia di profughi dopo che i loro villaggi della Palestina del sud erano stati occupati. La fine fu comunque differente.

Il seguente cablogramma fu inviato dal comandante delle forze egiziane in Palestina al Quartier Generale del Cairo:

"24 maggio [1948], ore 15:20. Le nostre forze dell'intelligence hanno catturato due ebrei, David Horeen e David Mizrahi, che gironzolavano intorno alle postazioni dell'esercito. Sono stati interrogati ed hanno confessato di essere stati inviati dall'ufficiale Moshe per contaminare le riserve d'acqua dell'esercito. Portavano con se' bottiglie d'acqua divise a meta'. La parte superiore era riempita d'acqua potabile, mentre la parte inferiore era piena di liquido contaminato con agenti di tifo e dissenteria, equipaggiata con un'apertura sul retro da cui il liquido poteva essere rilasciato. Hanno confessato di essere parte di un team di 20 elementi inviati dal Rehovot con lo stesso obiettivo. Entrambi hanno scritto la confessione in ebraico e l'hanno firmata. Abbiamo preso le necessarie precauzioni mediche".

Nel Diario di Guerra di Ben Gurion, il 27 maggio 1948, viene segnata questa nota:

[Il Capo di Stato Maggiore Yigel Yadin] ha raccolto un cablogramma da Gaza il quale sosteneva che erano stati catturati due ebrei con germi della malaria e dava istruzioni di non bere acqua". Cio' e' tipico della visione obliqua della storia da parte di Ben Gurion. Lui era pienamente consapevole del peso della storia allorche' tali crimini fossero stati scoperti. Il processo di Norimberga si era tenuto appena tre anni prima. Molto di piu' su tale cablogramma viene invece detto nel libro di Yeruham Cohen, Nel buio del giorno e della notte, Tel Aviv, 1969, pg 66-68.

I criminali furono giustiziati tre mesi dopo. Il 22 luglio 1948, l'Alta Commissione Araba [palestinese] sottopose alle Nazioni Unite un rapporto in 13 pagine in cui si accusavano i sionisti di utilizzare armi "disumane", mirando al genocidio mediante l'uso di batteri e germi, sviluppati in laboratori speciali. Il rapporto accusa inoltre i sionisti (il termine Israele non viene mai adoperato) di aver diffuso il colera in Egitto e Siria nel 1947-48. La storia fu ripresa dal superpremiato giornalista del New York Times Thomas J.Hamilton e pubblicata il 24 luglio 1948. Essa dimostra che l'Egitto e la Siria erano gia' entrate nel campo di "operazioni" da parte dei sionisti.

IL COLERA IN EGITTO E SIRIA: L'estate del 1947 fu fervida di attivita' diplomatiche. La Speciale Commissione delle Nazioni Unite sulla Palestina (UNSCOP) era occupata in tours diplomatici in Palestina e paesi arabi per proporre la partizione della Palestina cosi' che la nuova comunita' di immigrati ebrei, che controllava solo il sei per cento della Palestina mandataria, ottenesse oltre la meta' del territorio (circa il 54%) per fondarvi uno stato estero nel mezzo della terra araba.
Gli arabi dibattevano su come resistere allo schema occidentale di portar loro via il loro territorio. Le forze su cui contare erano i paesi vicini confinanti con la Palestina. Il Libano era debole. La Trans-giordania era ancora controllata dai britannici ed il re-fantoccio, Abdallah, era conciliante verso i sionisti. Restavano l'Egitto, il paese arabo piu' forte, e la Siria, recentemente liberatasi dalle catene del mandato francese. La Siria era il centro della resistenza araba all'occupazione straniera della Palestina. A Qatana furono approntati speciali centri per l'addestramento di giovani volontari che entrassero in Palestina sotto la bandiera dell' "Esercito arabo per la Riscossa". Essi erano dunque gli obiettivi piu' importanti.

Nel suo rapporto di 220 pagine continuamente aggiornate, intitolato "Bioterrorismo e biocrimini: l'uso illecito degli agenti biologici a partire dal 1900", datato febbraio 2001, il dott. W. Seth Carus del Centro per la ricerca sulla controproliferazione, Universita' della Difesa Nazionale, Washington DC, lista il seguente sottotitolo a pg.87: "Caso 1947-01: Terrorismo sionista 1947-48".

In tale sezione, egli sostiene che l'epidemia di colera in Siria ed Egitto ebbe molta attenzione da parte della stampa internazionale. Il primo articolo sul colera in Egitto apparve sul Times di Londra il 26 settembre 1947. Fino all'ultimo caso apparso nel gennaio 1948, morirono 10.262 persone. L'articolo dichiara che l'epidemia in Siria fu molto piu' limitata, con pochi casi in due cittadine a sud di Damasco, presso il confine con la Palestina. In quel caso, l'esercito siriano formo' un cordone sanitario e le vittime furono davvero limitate. Poco dopo, il giornale di Beirut in lingua francese, Orient, riporto' che erano stati arrestati molti agenti sionisti, colpevoli di aver diffuso il colera per impedire la mobilitazione dell'esercito dei volontari. Il loro destino e' sconosciuto.
Questi incidenti, come l'avvelenamento di Gaza, furono citati nel rapporto dell'ACA alle Nazioni Unite, afferma Carus, aggiungendo informazioni di fonte diversa per quanto riguarda l'avvelenamento di Gaza. Rachel Katzman, la sorella di Horeen, disse: "Incontrai uno dei comandanti di mio fratello in una conferenza a Gerusalemme. Gli chiesi se effettivamente mio fratello avesse tentato di contaminare le sorgenti d'acqua. "Queste erano le armi che avevamo", rispose, "e questo e' quanto".

COME BEN GURION COMINCIO' TUTTO QUESTO? Il 4 maggio 1948, Ben Gurion scrisse una lettera a Ehud Avriel, un operatore in Europa della Jewish Agency, chiedendogli di arruolare scienziati ebrei dell'Europa dell'est per "aumentare la nostra capacita' di uccidere le masse o di curare le masse; entrambe sono importanti". Questa citazione tronca e' data da Avner Cohen il quale cita un autore del Centro di Ricerca Ben Gurion a Sdeh Boker.

Per capire il significato di questa citazione, dobbiamo ricordare la dottrina di Ben Gurion: la distruzione della societa' palestinese in Palestina e' la condizione necessaria per la creazione dello stato d'Israele sulle sue rovine. Come corollario a questa dottrina, la pulizia etnica divenne parte integrante del sionismo. Se non fosse stato possibile "rimuovere" i palestinesi con i massacri e le espulsioni, sarebbero stati "rimossi" con lo "sterminio". Tali parole sono usate specificamente nella lettera dell'ACA menzionata precedentemente. Il termine "sterminio" e' stato usato raramente dagli arabi riguardo il loro destino. Gli orrori dell'Europa erano lontani o forse non ben conosciuti.

Il riferimento di Ben Gurion a "curare le masse" e' un altro trucco della sua visione distorta della storia. Nessun paese arabo, nel 1948, aveva la capacita' o la volonta' di causare "assassinio di massa" degli ebrei usando armi biologiche. Come avvenne, fu Ben Gurion il primo ad utilizzare tali armi. La sua eredita', amplificata e raffinata, persevera fino ad oggi.

Avendo creato Israele nel mezzo del mondo arabo, Ben Gurion era determinato a raggiungere questo straordinario obiettivo malgrado tutto. "Siamo inferiori agli altri popoli in quanto a numero", rimarco', "ma nessun altro popolo ci e' superiore in quanto ad abilita' intellettuale'.
Negli anni '40, raduno' attorno a se' Ernst David Bergmann, Avraham Marcus (Marek) Klingberg (dell'Armata Rossa) ed i fratelli Aharon ed Ephraim Katachalsky (Katzir) - tutti esperti di microbiologia. Essi formarono il nucleo del Corpo Scientifico dell'Hagana durante il periodo del mandato Britannico. Ephraim Katachalsky fu nominato comandante di questa nuova unita', ribattezzata HEMED, nel maggio 1948. Sorse poi una disputa tra Chaim Weizmann, che desiderava creare un istituto scientifico per una scienza "pulita", e Ben Gurion, che insisteva sulla creazione di un centro "sporco" per lo sviluppo di armi biologiche. Entrambi realizzarono i loro desideri. L'Istituto Weizmann per la Ricerca Scientifica fu costruito a Rehovot. Una nuova unita' all'interno della HEMED, dedicata alle armi biologiche e chiamata HEMED BEIT, fu creata come ramo dell'esercito israeliano. Il suo capo fu Alexander Keynan, un microbiologo dell'Universita' ebraica di Gerusalemme.

Con lo spopolamento di 530 villaggi e citta' palestinesi durante la Catastrofe del 1948, molte case rimaste vuote furono "regalate" agli immigrati ebrei, che ne presero possesso negli anni '50. Il Capo di Staff Yigal Yadin seleziono' per la nuova unita' sullo sviluppo di armi biologiche una villa situata in un grande giardino di aranci ad ovest di Nes Ziona. Questa unita', conosciuta con il nome di Istituto Israeliano di Ricerca Biologica (IIBR), e' ancora oggi sita in quel luogo. La costruzione e' stata ampliata e circondata da un muro alto tre metri, sensori e torrette di controllo.

Mentre l'IIBR rappresenta il fronte di un'istituzione scientifica, che produce documenti "puliti" e viene invitata alle conferenze scientifiche, le vere armi biologiche vengono sviluppate all'interno dell'istituto, in un centro altamente classificato (Machon 2, uno di quattro) fondato e controllato direttamente dal ministro della difesa.
Ephraim Katzir fu ricompensato per i suoi servigi allo stato con l'elezione a presidente di Israele nel 1973. Aharon Katzir rimase ucciso nell'attacco all'aeroporto di Lydda il 30 maggio 1972.

Subito dopo gli avvelenamenti a Akka e Gaza, Ben Gurion lancio' un progetto per sviluppare una "capacita' non convenzionale economica" nel 1955. Perche' questa fretta? Come riporta Cohen, Munia Mardor, fondatore del RAFAEL (Autorita' Israeliana per lo sviluppo degli armamenti), disse che Ben Gurion "era evidentemente preoccupato di non rispettare le scadenze che aveva stabilito, e del fatto che, se il nemico avesse ottenuto tale capacita', Israele non avrebbe posseduto deterrenti". Si scopri' poi che la fretta era per rispettare la scadenza dell'Aggressione Tripartita a Suez nel 1956. Ben Gurion era pronto a bombardare l'Egitto con armi biologiche se la sua campagna fosse fallita. Come se non fosse abbastanza, quello stesso anno Israele firmo' un accordo con la Francia per costruire un programma nucleare. L'emissario di Ben Gurion in Francia non era altri che il "pacifico diplomatico" Shimon Pensky (Peres).

DOVE SI TROVA L'IIBR? Negli anni '30, la strada da Ramleh a Nabi Rubin, un sito religioso popolare visitato annualmente, passava attraverso Wadi Hunein, un bel suolo sabbioso con piccoli acquitrini. La ricca famiglia al-Taji al-Farouki di Ramleh acquisto' vasti appezzamenti di questa terra e li trasformo' in giardini di cedri talmente importanti da essere esportati in centinaia di migliaia di cassette in Europa. Shukri al-Taji acquisto' una bellissima villa - una costruzione rettangolare a due piani in cima ad una collina, in una grande appezzamento di terra, 134.029 metri quadrati di area. Il numero dell'appezzamento e' 549/32 e l'atto di proprieta' e' contenuto nel catasto al numero E42/260 del 16 marzo 1932. Egli costrui', inoltre, una moschea sulla strada asfaltata da Jaffa a Qubeiba. Su un'altra collina, un kilometro ad ovest, suo cugino Abdel Rahman Hamed al-Taji costrui' una villa consistente di diverse costruzioni. Le due ville nel mezzo di vasti giardini d'aranci suggeriscono una scena idilliaca di tranquillo raccoglimento.

Questo fu il luogo scelto da Yigal Yadin per le sue ricerche sulle armi biologiche. La villa di Shukri al-Taji divenne la sede dell'IIBR. Il sito web dell'Istituto (http://www.iibr.gov.il) mostra con orgoglio nella pagina iniziale l'entrata della costruzione, la quale non e' altro che la villa di Shukri, con la sua facciata ad archi ed alti alberi rigogliosi. Shukri mori' di crepacuore al Cairo meno di dieci anni dopo, da profugo.
Le altre proprieta' della famiglia furono espropriate ed usate. La moschea fu trasformata in sinagoga e chiamata "Gulat Israel". La casa di Abdel Rahman divenne un ospedale psichiatrico.

CACCIA AI COLPEVOLI: Sara Leibovitz-Dar e' una pignola giornalista investigativa. Il trauma sperimentato dai suoi genitori nella nativa Lituania lascio' un segno indelebile in lei. Caratterialmente, aborrisce le ingiustizie e, soprattutto, l'accettazione di esse. Sara investigo' sugli avvelenamenti di Gaza ed Akka e sull'abbattimento di un aereo civile libico. Lo storico militare israeliano Uri Milstein identifico' per lei i nomi degli ufficiali responsabili di crimini biologici.
Nel 1993, Sara cerco' di intervistare il comandante responsabile dell'avvelenamento di Akka. Questi rifiuto' di parlarle. "Perche' cerca grane per un episodio avvenuto 45 anni fa?", chiese. "Cosa ci guadagnera' pubblicandolo?"

Anche l'ufficiale responsabile dei fatti di Gaza rifiuto' di risponderle. "Non otterra' alcuna risposta a queste domande, ne' da me ne' da altri". Sara insiste'. Chiese al colonnello Shlomo Gur, ex-capo dell'HEMED, se fosse stato al corrente delle operazioni segrete a Gaza nel 1948. "Abbiamo avuto notizia delle epidemie di tifo a Akka e delle operazioni di Gaza. Vi erano molte voci, ma non posso confermare se esse fossero vere o no", rispose.

Queste dichiarazioni furono pubblicate su Hadashot con il titolo "Microbi al servizio dello stato" il 13 agosto 1993. Sara, che oggi lavora per Ha'aretz, concluse l'articolo con il commento seguente:
"Cio' che allora fu fatto con profonda convinzione e zelo viene oggi coperto con vergogna".

Non tutti hanno paura di parlare. Naim Giladi e' un ebreo iracheno adescato in Israele da agenti del Mossad nei primi anni '50. Con lo zelo e la dedizione di un novello sionista, scopri' immediatamente che, all'interno dell'establishment ashkenazita "non c'erano molte opportunita' per quelli di noi che erano cittadini di seconda classe", come disse all'editore di The Link di New York, dove emigro' dopo aver lasciato Israele. "Cominciai a scoprire i metodi barbarici di come liberarsi del maggior numero possibile di palestinesi. Il mondo oggi inorridisce al pensiero della guerra batteriologica, ma Israele e' stato probabilmente il primo ad usarla in Medioriente. Le forze ebraiche "svuotavano" i villaggi palestinesi uccidendo dozzine di giovani, minacciando gli altri ed avvelenando con batteri di tifo e dissenteria le sorgenti d'acqua, cosicche' i profughi non potessero tornare a casa" (The Link, Vol.31, numero 2, Aprile-Maggio 1998).
Un altro testimone che parlo' fu l'ex agente del Mossad Victor Ostrovsky, il quale affermo' che test letali venivano fatti su prigionieri arabi all'interno del palazzo dell'IIBR.

L'INVESTIGAZIONE OLANDESE: Il 4 ottobre 1992, alle ore 6.21, il volo 1862 della El Al lascio' l'aeroporto Schiphol di Amsterdam per Tel Aviv, con a bordo tre membri dell'equipaggio, un passeggero e 114 tonnellate di merce. Sette minuti dopo, si schianto' su di un palazzo di Bijlmer. Il volo 1862 della El Al divenne il peggiore disastro aereo nella storia olandese: esso provoco' la morte di almeno 47 persone (il numero esatto e' sconosciuto, dal momento che nell'area vivevano molti immigrati) e distrusse la salute di oltre 3.000 cittadini olandesi. Gli abitanti di tutta l'area colpita cominciarono a manifestare malattie sconosciute, eritemi, difficolta' respiratorie, disordini nervosi, malformazioni neonatali e cancro.
Il governo olandese, in collusione con quello israeliano, menti' ai suoi cittadini affermando che l'aereo trasportava profumi e fiori. Che fiori! All'energico e persistente editore scientifico del quotidiano olandese NRC Handelsblad,Karel Knip, ci vollero molti anni per scoprire i fatti. Knip pubblico', il 27 novembre 1999, l'investigazione piu' accurata e fattuale del lavoro di terrorismo biologico dell'IIBR.

All'inizio egli scopri' che l'aereo trasportava 50 galloni, tra l'altro, di DMMP, una sostanza usata per preparare un quarto di tonnellata del letale gas nervino Sarin, venti volte piu' letale del cianuro. Esso trasportava un carico per conto della Solkatronic Chemicals di Morrisville, Pennsylvania, all'IIBR in Israele, con il permesso del Dipartimento del Commercio USA. Questo e' in violazione della Convenzione sulle Armi Chimiche, di cui gli USA, ma non Israele, sono parte contraente.

Con ostinata determinazione, Knip controllo' la letteratura scientifica prodotta dall'IIBR e dai dipartimenti di microbiologia della Facolta' di Medicina dell'Universita' di Tel Aviv e dell'Universita' Ebraica a partire dal 1950. Egli riusci' ad identificare 140 scienziati coinvolti in ricerche su armi biologiche. Il numero potrebbe essere piu' elevato, dal momento che molti di essi avevano forti collegamenti con il Walter Reed Army Institute, l'Uniformed Services University, l' American Chemical and Biological Weapons (CBW) Center di Edgewood e l'Universita' dello Utah.

Ancora piu' importante, Knip riusci' ad identificare tre categorie di produzioni dell'IIBR: malattie, intossicanti e convulsivi, ed il loro sviluppo in ogni decennio degli ultimi 50 anni.
La ricerca si sposto' dai virus e batteri alle tossine poiche' queste ultime sono molto piu' velenose. I gas nervini conosciuti col nome di Tabun, Soman, Sarin, VX, Ciclo-Sarin e Amiton sono tutti gas letali ed agiscono allo stesso modo.
Knip ando' oltre. Chiese l'assistenza di esperti nel settore, come il professor Julian Perry Robinson, dell'Universita' del Sussex, Brighton, il dottor Jean Pascal Zanders del SIPRI di Stoccolna e il professor Malcolm Dando, dell'Universita' di Bradford. Essi spiegarono le sue scoperte. Inoltre, Knip scopri' delle strette cooperazioni tra l'IIBR ed il programma anglo-americano di armi di distruzione di massa. Questo programma si occupava di virus e batteri trasmessi attraverso roditori ed insetti e copriva vaiolo, avvelenamenti da funghi e legionella.

La tendenza nuova e pericolosa nella ricerca dell'IIBR sulle armi biologiche e' lo sviluppo di incapacitanti che paralizzano, disorientano, causano movimenti incontrollabili e forti dolori allo stomaco. La maggior parte di questi incapacitanti hanno antidoti in grado di riparare ai danni arrecati. Questi incapacitanti sono stati e sono ancora usati contro i palestinesi dell'Intifada.

Vi e' inoltre una forte collaborazione con Germania ed Olanda sulle armi biologiche. Questa e', probabilmente, la ragione del silenzio del governo olandese sulla tragedia di Amsterdam.
La cooperazione con gli USA e' abbastanza scoperta. Il "Programma della Difesa di Ricerca Medica, Biologica e Nucleare" del Congresso, descrive apertamente la cooperazione con Israele sugli agenti nervini e sui convulsanti sotto la guisa di ricerca sugli antidoti. E' chiaro che, per poter sviluppare l'antidoto, bisogna conoscere il veleno stesso. Il dottor Avigdor Shafferman, direttore dell'IIBR, contribuisce al programma.

La Commissione Preparatoria per l'Organizzazione e la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW) dell'Aja finge di ignorare completamente le attivita' criminali di Israele. Ironia della sorte, sono i ricercatori israeliani a guidare l'OPCW per quello che concerne i metodi per scoprire le armi chimiche. I ricercatori israeliani R. Barak, A. Lorber e Z. Boger dell' IIBR, della CHEMO Solutions e delle Rotem Industries rispettivamente, propongono i metodi per investigare sugli agenti di guerra chimica. Nessun corpo internazionale sembra che voglia applicare questi metodi ad Israele stesso. Il meccanismo per fare questo monitoraggio e' disponibile negli USA, ma e' impossibile pensare ad un team di ispettori guidati da un Blix americano che ispezioni le camere segrete dell'IIBR.
Cio', comunque, potrebbe non applicarsi agli scienziati di coscienza. Il professor Keith Yamamoto, dell'Universita' della California e il Dottor Jonathan Kimg del MIT, hanno criticato il programma americano sulle armi biologiche dimostrando che il tentativo di modificare le tossine (come fa l'IIBR) puo' difficilmente catalogarsi come ricerca "difensiva". Ma un criticismo del genere verso Israele e' oggi praticamente impossibile da prendere in considerazione.

LE VITTIME PALESTINESI: I crimini biologici perpetrati contro i palestinesi ad Akka e Gaza nel 1948 hanno luogo ancora oggi.
Nel 1997, agenti del Mossad cercarono di assassinare Khaled Mish'al, direttore dell'Ufficio Politico di Hamas ad Amman. Re Hussein reagi' furiosamente a quella flagrante violazione della sovranita' della Giordania e del Trattato di pace con Israele. Poiche' il tentativo falli' grazie alla prontezza della guardia del corpo di Mish'al, Israele invio' una dottoressa con l'antidoto. La tossina usata era la SEB, che, applicata alla canna di una pistola speciale con un raggio di 50 metri, veninva iniettata direttamente nel collo della vittima.
Abbondano i casi di gas nervini utilizzati contro scolari e scuole. Neil Sammonds enumera questi casi:


Defoglianti chimici contro i raccolti palestinesi ad 'Ain al-Beida nel 1968, ad Aqraba nel 1972, a Medjel Ben Fadil nel 1978 e nel Negev nel 2002.
Armi chimiche, incluso l'idrogeno di cianuro, gas nervino e proiettili al fosforo nella guerra del 1982 contro il Libano.
Gas letale contro prigionieri palestinesi e libanesi.
Ma il caso piu' ampiamente pubblicizzato e documentato in tutto il mondo da numerose ONG internazionali e' l'applicazione di incapacitanti, particolarmente a Khan Yunis, nel febbraio 2001. Le immagini delle vittime che si contorcevano dal dolore ed in preda a convulsioni incontrollabili fecero il giro del mondo.
James Brooks di "Pace giusta in Palestina" fece un resoconto dettagliato di questi attacchi sui civili giorno dopo giorno. In un primo momento, le vittime credevano si trattasse di lacrimogeni. L'odore era penetrante, dolce come quello dello zucchero. Mutava colore come un arcobaleno. Quindici minuti dopo averlo inalato, la vittima "sentiva lo stomaco contorcersi ed un intenso bruciore al petto impediva di respirare". Poi iniziavano le convulsioni. La vittima cominciava a saltare ed a muovere le gambe come sotto l'effetto di una crisi isterica. Alcuni cadevano in stato d'incoscienza. Il dolore si alternava a vomito e il tutto poteva durare per giorni o settimane.

A causa delle denuncie da parte di gruppi per i diritti umani, le vittime dei gas velenosi di Khan Yunis vennero filmate dal regista americano James Longley, in un documentario che "porta lo spettatore direttamente al centro dei tumulti nella Gaza occupata da Israele". Longley compilo' un rapporto di 43 pagine in cui venivano intervistati le vittime, i medici e gli infermieri che si occuparono di loro.
Questi diabolici incapacitanti suscitarono le proteste di qualche ONG, ma niente piu' di questo. Non vi furono investigazioni internazionali ne' censure di alcun genere, e le stesse armi furono utilizzate a marzo ad al-Bireh, Nablus ed ancora a Gaza il mese successivo.
Avvenne invece il contrario. Ci fu una vasta condanna orchestrata dal sionismo mondiale allorche', nel novembre 1999, Suha Arafat, moglie del presidente, accuso' Israele di usare "gas velenosi" in presenza dell'aspirante politica Hilary Clinton. Il picco di ipocrisia e cinismo venne raggiunto allorche' le incensate autorita' israeliane dichiararono che le accuse fattuali di Suha erano "una violazione del processo di pace"!

Vi sono effetti sconosciuti ed a lungo termine delle tossine e degli incapacitanti chimici. Il 3 febbraio 2003, il dottor Khamis al-Najjar, direttore del Centro di Ricerca sul Cancro del ministero della Sanita' di Ramallah ha denunciato un allarmante incremento del cancro, specie tra le donne ed i bambini. Il rapporto del centro copre il periodo 1995-2000 e mostra 3.646 casi, piu' della meta' tra donne. I casi di Gaza sono piu' numerosi di quelli della Cisgiordania. Il rapporto, citando il tasso di incremento, prevede che i casi triplicheranno nel prossimo futuro. Prendendo in considerazione la paranoia israeliana circa la demografia palestinese e giudicando dai loro precedenti record, e' possibile che l'effetto cumulativo dell'esposizione a tossine ed incapacitanti abbia prodotto una accresciuta incidenza dei casi di cancro. Un simile studio sara' condotto tra breve sui feti ed i neonati.

DOVE ANDIAMO DA QUI? Israele ha firmato ma non ratificato la Convenzione sulle Armi Chimiche e non e' parte contraente di quella sulle armi biologiche. Israele non riconosce l'applicazione della Quarta Convenzione di Ginevra sui territori palestinesi occupati di Cisgiordania e Gaza, come fa invece il resto del mondo. Non c'e' da sorprendersi. Israele viola tutte le leggi del libro.
L'articolo 147 della Convenzione di Ginevra stabilisce che "causare volutamente grandi sofferenze o seri danni alla salute dei civili e' una violazione grave" che, secondo l'articolo 146, le persone colpevoli di tale condotta dovranno essere portate di fronte alle corti indipendentemente dalla loro nazionalita'". Se cio' fosse applicato, Sharon ed i suoi accoliti dovrebbero passare dietro le sbarre di una corte belga lunghi anni.
C'e' una quantita' incredibile di convenzioni che Israele viola costantemente, a cominciare dal Protocollo di Ginevra del 1925 sui gas velenosi alla Convenzione sulla Proibizione dello sviluppo, produzione ed uso di armi chimiche del 1993.
Con questi precedenti, sembra un insulto alla giustizia aver inviato centinaia di ispettori in Iraq per distruggere industrie e case private, mentre una quantita' incredibile di armi di distruzione di massa viene ammassata in Israele. Forse i 10 milioni di persone che manifestarono in 600 citta' del mondo contro la guerra all'Iraq il 15-16 febbraio cercarono di sottolineare questa amara ironia rifiutando questa guerra. Molti striscioni lo dicevano chiaramente.

Probabilmente la voce interna in Israele potra' essere ascoltata piu' attentamente. Il sindaco di Nes Ziona, a circa 10 km dal centro di Tel Aviv, si e' lamentato del fatto che la vicinanza dell'IIBR alla citta' pone un grande pericolo sulla popolazione, in caso di incidente. Ha ragione. La Commissione Scientifica della Knesset ha riportato 22 casualita', inclusi tre casi fatali, negli ultimi 15 anni. Ma questi erano casi insignificanti.

Quale potrebbe essere la situazione se avvenisse un grosso incidente in una giornata ventosa, che causasse l'esplosione di tonnellate di materiale tossico e la sua evaporazione nel cielo, in una periferia congestionata, dove vivono tre milioni di persone in un'area di appena 1000 km quadrati? Ben Gurion, mentre accarezzava il suo malvagio piano di "sterminare" gli arabi, non penso' a questo scenario imprevisto nei suoi sogni piu' folli.


 

http://www.ilmanifesto.it/php3/ric_view.php3?page=/

Quotidiano-archivio/24-Dicembre-2003/art97.html&word=Uri;Avnery 

ISRAELE/PALESTINA
Separazione o annessione? I piani di Ariel Sharon
URI AVNERY


Ha letto il testo scritto del suo discorso, parola per parola, senza alzare gli occhi dal foglio. Per lui era fondamentale attenersi strettamente alla formulazione esatta, dato che si trattava di un testo in codice. È impossibile decifrarlo senza decifrare il codice. Ed è impossibile decifrare il codice senza conoscere Ariel Sharon veramente bene.Perciò non sorprende che la marea di interpretazioni in Israele e all'estero sia stata ridicola. I commentatori, semplicemente, non hanno capito ciò che avevano ascoltato. Ecco perché hanno scritto cose come «Non ha detto niente di nuovo», «Non ha un piano», «Sta prendendo tempo», «È vecchio e stanco». E la solita reazione da Washington: «Un passo positivo, ma...».Sciocchezze. Nel suo discorso, Sharon ha delineato un piano completo, dettagliato ed estremamente pericoloso. Quelli che non l'hanno capito - israeliani, palestinesi e diplomatici stranieri - non saranno in grado di reagire con efficacia.

«Riserve» palestinesi?

Il gioco si chiama Hitnatkut («tagliarci fuori»). Significato: gran parte della zona della West Bank diventerà di fatto una parte di Israele, e il resto lo lasceremo ai palestinesi, che saranno rinchiusi in enclave isolate. Da queste enclave, gli insediamenti saranno rimossi.Fase uno:Per fare questo, abbiamo bisogno di tempo, circa sei mesi. Stiamo parlando di un'operazione militare complicata e su vasta scala. L'esercito dovrà occupare e fortificare nuove linee, «rilocalizzando» allo stesso tempo dozzine di insediamenti isolati. Questo richiederà una pianificazione dettagliata, che non è ancora stata avviata. Bisognerà preparare le forze e gli strumenti necessari. Sei mesi è il minimo.Durante questo periodo non ce ne staremo con le mani in mano. Al contrario, completeremo il «recinto difensivo», che giocherà un ruolo importante nel nuovo assetto. Creeremo i «blocchi di insediamenti», e lì trasferiremo i coloni che saranno rilocalizzati. L'esecuzione del piano in sei mesi è di un tempismo perfetto. Proprio allora la campagna elettorale americana arriverà al culmine. Nessun politico americano oserà dire una sola parola contro Israele. I democratici hanno bisogno dei voti e dei soldi degli ebrei. I repubblicani hanno anche bisogno dei voti e dei soldi dei 60 milioni di fondamentalisti cristiani che appoggiano gli elementi più estremisti di Israele. Mentre, con calma, prepareremo la grande operazione, continueremo ad adulare il presidente Bush e a elogiare la sua demenziale Road Map, senza, naturalmente, adempiere ad alcuno degli obblighi che questa prevede. Ma accuseremo i palestinesi di averla violata.Allo stesso tempo, fingeremo di volere i negoziati con i palestinesi. Cercheremo di incontrare Abu-Ala quante più volte possibile e di andare fino in fondo. Quando saremo pronti, chiuderemo i contatti, dichiareremo morta la Road Map e affermeremo in tono rammaricato che tutti i nostri sforzi di avviare i negoziati di pace sono falliti per colpa di Arafat. Prima fase: a questo punto, il «muro di separazione» sarà pronto. I territori palestinesi (le aree A e B del trattato di Oslo) saranno circondati da tutti i lati. In pratica ci saranno all'incirca una dozzina di sacche isolate. Per mantenere la nostra promessa sulla «contiguità» palestinese collegheremo le enclave con strade speciali, ponti e tunnel, che potremo chiudere in qualunque momento. L'esercito si ritirerà gradualmente fino alla barriera di separazione e si schiererà nei territori che saranno annessi a Israele, compresi, tra gli altri, i blocchi di insediamenti di Karne Shomron, Elkana, Ariel e Kedumim; la Modi'in Road e il territorio a sud di essa fino alla Green Line, tutta l'area della Grande Gerusalemme già annessa nel 1967; i nuovi quartieri intorno a Gerusalemme fino a Maaleh Adumim e forse oltre; l'insediamento ebraico a Hebron e Kiryat Arba e quelli nella zona di Hebron; tutta la costa del Mar Morto; tutta la valle del Giordano, compresi 15 chilometri di sponde. Nell'insieme, oltre la metà della West Bank. Queste zone non saranno annesse ufficialmente, ma le annetteremo di fatto nel più breve tempo possibile. Le riempiremo di insediamenti (usando anche i coloni degli insediamenti «rilocalizzati»), zone industriali, strade, istituzioni pubbliche e installazioni militari, cosicché diventeranno indistinguibili dalle zone propriamente israeliane. Allo stesso tempo, evacueremo gli insediamenti oltre la barriera, compresi quelli nella Striscia di Gaza (con o senza il blocco di Katif). In linea con la proposta americana, chiameremo le enclave palestinesi «uno stato palestinese con confini provvisori». Questo darà ai palestinesi l'illusione di poter negoziare i confini «permanenti» ma, naturalmente, il «recinto di separazione» sarà il confine definitivo. Il terrore non terminerà completamente, ma le enclave palestinesi saranno nelle nostre mani e noi potremo rimuovere ognuna di esse in qualunque momento, impedire i collegamenti dall'una all'altra e rendere la vita al loro interno intollerabile. A loro non converrà compiere atti violenti.Ufficialmente i palestinesi avranno libero accesso alle frontiere con l'Egitto e la Giordania, ma in pratica manterremo una presenza militare che ci consentirà di impedire gli spostamenti in qualunque momento. All'inizio il mondo griderà, ma messo di fronte al fatto compiuto la gente si calmerà. Anche se Bush dovesse restare alla Casa Bianca, egli sarà paralizzato fino a dopo le elezioni, alla fine del 2004. Se sarà eletto presidente un democratico, avrà bisogno di altri mesi per organizzarsi. A quel punto tutto sarà finito, e noi potremo generosamente acconsentire a qualche piccolo aggiustamento.

Può essere realizzato?

È possibile che Sharon riesca a convincere l'opinione pubblica israeliana. La stragrande maggioranza della popolazione è unita su due punti: (a) il desiderio di pace e sicurezza, e (b) la sfiducia nei confronti degli arabi e la indisponibilità a trattare con loro. (Alcune settimane fa, un supplemento satirico ha pubblicato uno slogan: « alla pace, no ai palestinesi».) Il piano di Sharon promette entrambe le cose. Promette pace e sicurezza, ed è interamente «unilaterale». Non richiede alcun negoziato con i palestinesi, e non dipende dalla volontà degli arabi, che possono essere completamente ignorati. Da questo punto di vista, il piano di Sharon ha un grande vantaggio sulla iniziativa di Ginevra, che è interamente basata sul presupposto che ci sia una controparte e che dobbiamo negoziare con i palestinesi e fare la pace con loro. Lunghi anni di lavaggio del cervello fatto da Ehud Barak e dalla maggior parte egli altri leader della «sinistra sionista» hanno convinto l'opinione pubblica israeliana che non c'è alcuna controparte, che gli arabi imbrogliano, che Arafat ha violato tutti gli accordi che aveva firmato, ecc.

I miti e le «mine». A partire dai coloni

Il piano Sharon si conforma a tutti questi miti, mentre l'iniziativa di Ginevra contrasta con essi. Ma sotto la strada che porta all'attuazione del Piano Sharon ci sono due grandi mine: i coloni e i palestinesi. Tra gli abitanti degli insediamenti che dovrebbero essere «rilocalizzati» vi sono alcuni degli elementi più estremisti del movimento dei coloni. Non c'è alcuna possibilità che essi se ne vadano pacificamente. Dovranno essere allontanati con la forza.Questo richiederà un grosso sforzo militare. Mentre molti coloni moderati si sposteranno volontariamente in cambio di un lauto risarcimento, molti altri resisteranno. Secondo una stima, serviranno circa 5000 soldati e poliziotti per rimuovere un solo piccolo «avanposto»: Migron, vicino Ramallah, che Sharon avrebbe dovuto rimuovere molto tempo fa secondo la Road Map. Quando dovranno essere rimosse dozzine di insediamenti più grandi e radicati, servirà una operazione gigantesca, quasi di guerra, con un richiamo generale dei riservisti e con tutte le implicazioni politiche.L'esercito non può abbandonare questi territori lasciandosi dietro gli insediamenti. Finché lì ci sono gli insediamenti, lì ci sarà anche l'esercito. In altre parole, l'attuazione del piano non sarà rapida e ordinata, come l'ultima notte nel sud del Libano, ma un processo di molti mesi, forse anni. Mentre il riassetto delle aree che saranno annesse di fatto a Israele sarà rapido ed efficace, la consegna dei territori da lasciare ai palestinesi sarà molto lenta. È una totale illusione credere che in tutto questo tempo i palestinesi se ne staranno tranquillamente a guardare. Essi vedranno l'esecuzione di un piano che loro considerano, e a ragione, un espediente per la distruzione degli obbiettivi nazionali del popolo palestinese. Chiaramente nelle enclave palestinesi non ci sarà posto per far tornare i profughi (per non parlare di qualunque ritorno dei profughi in Israele). Chiamare questa struttura uno «stato palestinese» è uno scherzo di cattivo gusto. Se Sharon riuscirà ad attuare questo piano, si aprirà un nuovo capitolo nel centenario conflitto israelo-palestinese. I palestinesi saranno ammassati in territori che costituiranno circa il 10% del territorio originale della Palestina prima del 1948. Essi non avranno alcuna possibilità di ingrandire questo territorio. Al contrario: temeranno che Sharon e i suoi successori vogliano estrometterli anche da ciò che gli resta, completando la pulizia etnica di Eretz Israel.Perciò i palestinesi combatteranno contro questo piano, e la loro lotta si intensificherà a mano a mano che esso andrà avanti. Saranno impiegate tutte le tecniche possibili: lanciare missili e granate mortali oltre la barriera di separazione, mandare attentatori suicidi in Israele, e così via. Probabilmente, lo scontro violento si riverserà in molti altri paesi del mondo, sia a terra che in cielo. Non ci saranno né pace, né sicurezza. Alla fine, saranno decisivi i fattori fondamentali: la capacità di sopportazione di entrambi i popoli, la loro prontezza a continuare una battaglia sanguinosa, con tutte le sue implicazioni economiche e sociali, e la scelta del mondo di stare a guardare passivamente. L'idea di una «pace unilaterale» è incredibilmente originale. La «pace senza l'altra parte» è una contraddizione in termini. Le persone istruite la chiameranno un ossimoro, un termine greco che significa, letteralmente, pura follia. Alla fine, il destino di questo piano sarà lo stesso di tutti gli altri piani grandiosi elaborati da Sharon nella sua lunga carriera. Basta solo pensare alla guerra del Libano e al suo prezzo.

(Traduz. Marina Impallomeni)


http://www.lacaverna.it/palestina/schede/DIBGEN/270803m1.html  

il manifesto 27 agosto 2003

TERRORISMO RISPETTABILE
Dall'Hagana all'Irgun, le operazioni segrete in Palestina

URI AVNERY

Un buon consiglio ad Abu Mazen: stai alla larga dall'Altalena!

Nel prossimo futuro Abu Mazen è destinato a sentire ripetere questo nome fino alla nausea. Ogni israeliano che incontrerà gli chiederà di fare ad Hamas ciò che Ben Gurion fece a quella nave. Ma sarà una richiesta insidiosa. Una breve analisi dimostrerà il perché.

Alla vigilia della fondazione dello stato di Israele, in Palestina c'erano tre organizzazioni ebraiche armate. In privato, gli esperti della sicurezza israeliana paragonano le organizzazioni palestinesi attuali ad esse. La più grande era l'Hagana (Difesa), una milizia semi-ufficiale e semi-clandestina della leadership sionista. Può essere paragonata a Fatah (Tanzim). La seconda era l'Irgun, ossia l'Organizzazione militare nazionale di destra di Menahem Begin. L'Irgun era nato negli anni `30 in seguito a una scissione dall'Hagana e conduceva azioni sanguinose contro gli arabi e le forze di occupazioni britanniche. Può essere paragonato all'ala militare di Hamas. Ancor più estremisti erano i Combattenti per la libertà di Israele, comunemente conosciuti come la banda Stern (dal nome del suo fondatore, poi ucciso dalla polizia britannica). Questo gruppo era uscito dall'Irgun nel 1940, dopo che l'organizzazione aveva acconsentito a un "armistizio" con gli inglesi allo scoppio della seconda guerra mondiale. C'è una certa rassomiglianza tra gli "sternisti" e la Jihad islamica.

La leadership sionista eletta, guidata da Ben Gurion, detestava i due gruppi "dissidenti", in primo luogo perché questi le impedivano di condurre la politica che riteneva giusta. Ogni volta che si discuteva un compromesso con le autorità britanniche, essi compivano qualche azione spettacolare contro gli inglesi, come l'attentato dinamitardo al quartier generale britannico presso l'hotel King David, oppure l'omicidio di Lord Moyne o l'impiccagione di due sergenti britannici. In secondo luogo, i dissidenti minacciavano la sua autorità. In terzo luogo, la leadership era di sinistra, mentre l'Irgun era di estrema destra. (L'ideologia degli sternisti è più difficile da definire.)

Ben Gurion e i suoi colleghi tentarono di tutto. Alla fine del 1944 avviarono persino un'operazione chiamata in codice Saison. Gli uomini dell'Hagana furono incaricati di rapire i membri dell'Irgun per strada e nelle loro case e di consegnarli alla polizia inglese, che li interrogò sotto tortura e li incarcerò.

Fu Menahem Begin, il comandante dell'Irgun, a impedire una sanguinosa guerra civile. Egli non rifuggiva dal versare sangue arabo e britannico, ma considerava ripugnante versare sangue ebraico. Vietò ai suoi uomini di reagire e i membri dell'Irgun non si difesero neanche durante i giorni peggiori della Saison.

(Il suo rivale, il leader della banda Stern Nathan Yellin-Mor, impartì ordini diversi. Anni dopo mi ha raccontato: "ebbi un incontro segreto con il leader dell'Hagana, Eliyahu Golomb. Appoggiai il mio revolver davanti a me, sul tavolo, e dissi: `Ciascuno di noi aprirà il fuoco su chiunque tenterà di rapirci'". L'Hagana saggiamente decise di non passare all'azione contro questo gruppo.)

E l'Altalena? Quando Ben Gurion proclamò l'istituzione dello stato di Israele nel maggio 1948, egli era determinato a mettere fine a tutte le organizzazioni armate tranne l'Hagana, che divenne l'IDF (nome ufficiale ebraico: esercito israeliano dell'Hagana). Aspettava solo un'occasione favorevole. Questa giunse quando l'Irgun inviò nel nuovo stato una nave carica di combattenti, armi e munizioni. La nave si chiamava Altalena (pseudonimo di Vladimir Jabotinsky, il padre spirituale e politico del Likud). I dettagli dell'Affair Altalena sono ancora avvolti nel mistero, ma l'esito è chiarissimo: Ben Gurion chiese che tutte le armi fossero consegnate a lui, Begin rifiutò. Contro la nave, che aveva raggiunto la spiaggia di Tel Aviv, fu aperto il fuoco. L'attacco era comandato da Yitzhaq Rabin. Menahem Begin, che era salito a bordo, fu fatto allontanare dai suoi uomini via mare e fuggì. Alcuni degli uomini dell'Irgun restarono uccisi, la nave affondò con tutte le armi nella stiva. Ben Gurion elogiò pubblicamente il "santo cannone" che l'aveva affondata.

Tutto questo accadeva nel mezzo della guerra contro gli arabi. Agendo in modo risoluto, Ben Gurion mise fine una volta per tutte all'esistenza di eserciti privati in Israele. (Tre mesi dopo egli distrusse anche la banda Stern, prendendo a pretesto l'omicidio del mediatore Onu svedese, il conte Folke Bernadotte, da parte degli sternisti.)

Quanti oggi chiedono che Abu Mazen "ripeta l'affaire Altalena", stanno avanzando una richiesta demagogica e pericolosa. Le circostanze sono diverse. Tra le altre cose:

  • Ben Gurion cominciò a distruggere l'Irgun dopo che gli inglesi se n'erano andati e lo stato di Israele era già stato istituito, sia formalmente che nei fatti. Ad Abu Mazen si chiede di fare altrettanto mentre lo stato di Palestina non esiste e l'esercito israeliano controlla tutti i territori occupati.
  • Ben Gurion, come oggi Yasser Arafat, possedeva la necessaria autorità morale, giuridica e materiale. Abu Mazen no.
  • Ben Gurion aveva a disposizione un esercito grande e disciplinato, che era già passato attraverso la verifica delle armi. (All'epoca io ero un soldato e la mia compagnia ebbe una parte indiretta nella vicenda.) Abu Mazen non ha niente. Nel corso degli ultimi due anni l'esercito israeliano ha distrutto sistematicamente le strutture delle forze di sicurezza palestinesi, comprese le loro prigioni e i loro database. Quando i soldati israeliani vedono un poliziotto palestinese armato lo uccidono immediatamente, violando gli accordi di Oslo che hanno istituito una forza di polizia armata. Non c'è analogia tra questa situazione e il background dell'affaire Altalena. Arafat e Abu Mazen oggi si stanno comportando esattamente come fece Ben Gurion in una fase simile: fanno pressione, sia moralmente che concretamente, sui "dissidenti", ci discutono e li minacciano.

L'eliminazione del nostro movimento clandestino armato è stata possibile solo perché la grande maggioranza della popolazione israeliana aveva capito che con l'istituzione dello stato era stato raggiunto l'obiettivo nazionale e le azioni dei gruppi armati non potevano che mettere a rischio questo risultato. Quando sarà istituito lo stato palestinese e la maggioranza dei palestinesi capirà che il loro obiettivo nazionale è stato raggiunto, per i loro leader non sarà difficile avere la meglio sulle organizzazioni armate che cercano di ostacolarli. Prima di allora, nessun "cannone sacro" palestinese aprirà il fuoco.

[traduzione Marina Impallomeni]


 

http://www.informationguerrilla.org/kamikaze_figli_delloppressione.htm 

Kamikaze, figli dell'oppressione

URI AVNERY



Quando un intero popolo è in preda alla rabbia essa diventa una nemica pericolosa, perché la rabbia non obbedisce agli ordini. Quando esiste nei cuori di milioni di persone, non la si può eliminare premendo un pulsante. Quando dilaga, questa rabbia crea gli attentatori kamikaze - bombe umane alimentate dalla potenza della collera, contro cui non c'è difesa. Una persona che ha rinunciato alla vita, che non cerca vie d'uscita, è libera di fare qualsiasi cosa le dica la sua mente disturbata. Alcuni degli attentatori kamikaze vengono uccisi prima di raggiungere i loro obiettivi, ma quando ce ne sono migliaia, nessuno strumento militare può ripristinare la sicurezza. Le azioni del generale Mofaz nell'ultimo mese hanno portato questa rabbia a un acme senza precedenti e l'hanno instillata nei cuori di ogni palestinese, sia egli un professore universitario o un ragazzo di strada, una casalinga o una liceale, una persona di sinistra o un fondamentalista.
Quando i tank girano all'impazzata nel centro di una città, sfasciando le macchine e distruggendo i muri e le strade, sparandoin tutte le direzioni, gettando nel panico un'intera popolazione - questo provoca una rabbia impotente.
Quando i soldati sventrano il soggiorno di una famiglia traumatizzando adulti e bambini, razziando i loro averi, distruggendo i frutti di una vita di duro lavoro, e poi abbattono il muro dell'appartamento accanto per compiere lì la stessa devastazione - questo provoca una rabbia impotente.
Quando i soldati sparano su tutto quel che si muove - perché presi dal panico, o perché non rispettano la legalità, o perché Sharon ha detto loro di «causare perdite» - questo provoca una rabbia impotente.
Quando gli ufficiali ordinano di sparare alle ambulanze, uccidendo i medici e i paramedici impegnati a salvare le vite dei feriti che muoiono dissanguati - questo provoca una rabbia impotente.
Quando queste, e mille altre azioni simili, umiliano un intero popolo facendo indurire l'anima della gente - questo provoca una rabbia impotente.
E poi si scopre che la rabbia, dopo tutto, non è impotente. Gli attentatori kamikaze portano avanti la loro vendetta con un intero popolo che gioisce a ogni israeliano ucciso, sia questo un soldato o un colono, una ragazza in un autobus o un giovane in discoteca.
Gli israeliani sono disorientati di fronte a questo terribile fenomeno. Non riescono a capirlo perché non sanno (e forse non vogliono sapere) che cosa succede nelle città e nei villaggi palestinesi. Solo flebili echi di quanto è realmente successo li hanno raggiunti. I media obbedienti sopprimono le informazioni, o le annacquano in modo che il mostro appaia come un innocuo animale domestico. La televisione, che è ora soggetta a una censura in stile sovietico, non spiega ai suoi spettatori che cosa sta succedendo. Se si permette a qualcuno di dire qualche parola in nome della par condicio, le parole sono sommerse da un mare di chiacchiere dei politici, dei commentatori - che agiscono come portavoce non ufficiali - e dei generali responsabili della devastazione. Questi generali assistono impotenti a una lotta che non capiscono e fanno dichiarazioni arroganti lontane dalla realtà. Affermazioni come «abbiamo intercettato gli attacchi», «gli abbiamo dato una lezione», «abbiamo distrutto l'infrastruttura del terrorismo» dimostrano una infantile mancanza di comprensione di quanto stanno facendo. Lungi dal «distruggere l'infrastruttura del terrorismo», hanno costruito una serra i cui crescono gli attentatori kamikaze.
Una persona il cui fratello è stato ucciso, la cui casa è stata distrutta in un'orgia di vandalismo, che è stata mortalmente umiliata davanti agli occhi dei suoi figli, va al mercato, compra un fucile per 40.000 sheqel (per farlo alcuni vendono la macchina) e va a cercare vendetta. «Datemi un odio grigio come un sacco» ha scritto il nostro poeta, Nathan Alterman, pieno di rabbia contro i tedeschi. Un odio grigio come un sacco è ora dappertutto.
Bande di uomini armati percorrono ora tutte le città e i villaggi del West Bank e della striscia di Gaza, con o senza maschere nere (che si possono acquistare nei mercati per 10 sheqel). Queste bande non appartengono ad alcuna organizzazione. I membri di al Fatah, Hamas e della Jihad si accordano per progettare gli attacchi, infischiandosene delle istituzioni.
Chiunque pensa che Arafat possa premere un pulsante e fermare tutto questo vive nel mondo dei sogni. Arafat è un leader adorato ora più che mai, ma neanche lui può fermare il suo popolo in preda alla rabbia.Tutt'al più, la pentola a pressione si può raffreddare lentamente, se la maggioranza delle persone si persuadono che sia stato restituito loro l'onore e sia stata loro garantita la liberazione. Solo allora diminuirà il sostegno pubblico ai «terroristi», che verranno isolati e avvizziranno fino a scomparire. È quel che è successo in passato. Anche durante il periodo di Oslo ci sono stati attentati, ma erano messi a segno da dissidenti, fanatici, e l'avversione pubblica nei loro confronti ha limitato il danno che avrebbero potuto causare.
I politici americani, come gli ufficiali israeliani, non capiscono ciò che stanno facendo. Quando un altezzoso vice-presidente detta condizioni umilianti per un incontro con Arafat, getta benzina sul fuoco. Una persona priva di empatia per la sofferenza del popolo occupato, e che non capisce la sua condizione, farebbe meglio a tacere. Perché ognuna di queste umiliazioni uccide dozzine di israeliani. Dopo tutto, gli attentatori kamikaze stanno facendo la fila.
Traduzione di Marina Impallomeni


http://italy2.peacelink.org/palestina/articles/art_1062.html 

Dopo il rocambolesco smantellamento dell'avamposto israeliano di Mitzpe Yitzhak...
The best show in Town

Ury Avnery
Fonte: Bollettino Gush Shalom (Movimento Indipendente per la pace)
http://www.gush-shalom.org
http://www.avnery-news.co.il - 21 giugno 2003

Il più dotato dei registi non avrebbe potuto fare di meglio. È stato uno Show perfetto.
I telespettatori di tutto il mondo hanno visto sui loro schermi eroici soldati israeliani combattere contro i coloni fanatici. Primi piani: visi contratti dalla rabbia, un soldato in barella, una giovane donna che piange disperata, bambini in lacrime, ragazzi che imperversano infuriati, masse di persone che lottano tra loro. Una battaglia per la vita o la morte.
Non c'è ombra di dubbio: Ariel Sharon sta conducendo un'eroica lotta contro i coloni per tener fede alla sua promessa di rimuovere gli avamposti "abusivi" compresi quelli abitati. Il vecchio guerriero sta di nuovo affrontando un nemico determinato
Senza batter ciglio.
La conclusione è lapalissiana, in Israele come nel resto del Mondo: se per evacuare un insignificante avamposto abitato da al massimo una dozzina di persone è necessario uno scontro così duro, come ci si può aspettare che Sharon smantelli 90 avamposti come promesso nella Road Map? Se le cose si presentano così complicate per rimuovere qualche tenda e una piccola casa in pietra, come ci si può soltanto sognare di evacuare le vere colonie, dove vivono dozzine, centinaia o addirittura migliaia di famiglie? Ciò deve aver impressionato George Bush e la sua gente.
Purtroppo non ha impressionato me. Mi ha fatto sorridere. Negli ultimi anni ho assistito a dozzine di scontri con i militari. E so come sono veramente. L'esercito israeliano ha già demolito migliaia di case palestinesi nei Territori occupati. La cosa funziona così: al mattino presto centinaia di soldati circondano la zona. Dopo di loro arrivano i blindati e i bulldozer e inizia l'operazione. Quando la disperazione
porta gli abitanti della casa a resistere i soldati li prendono a bastonate, lanciano candelotti lacrimogeni, sparano proiettili ricoperti di gomma e, se la resistenza si fa più forte, anche con proiettili veri. Gli anziani vengono gettati a terra, le donne trascinate via, i giovani ammanettati e messi faccia al muro.
In pochi minuti tutto è finito.
Va bene, si potrebbe dire, questo succede agli arabi, non si comportano così con gli ebrei... Sbagliato, si comportano così anche con gli ebrei, dipende da chi sono. Io per, esempio, sono un ebreo. Sono stato attaccato cinque volte con i lacrimogeni finora, una volta erano gas speciali e per alcuni istanti credetti di morire soffocato.Durante uno degli assedi a Ramallah decidemmo di portare cibo alla città assediata. Eravamo circa tremila pacifisti israeliani, sia ebrei che arabi. Al check point di Al-Ram, a nord di Gerusalemme, una schiera di poliziotti e militari ci fermò. Ci fu uno scambio di insulti e un sacco di urla. Improvvisamente ci siamo trovati sotto una pioggia di candelotti lacrimogeni, le persone si sono disperse nel panico tossendo e soffocando, alcuni sono stati calpestati da chi fuggiva, uno del nostro gruppo, un 82enne ebreo abitante di un kibbutz, è stato ferito.Ho visto manifestazioni in cui sono stati sparati proiettili ricoperti di gomma contro cittadini israeliani (in genere arabi). Una volta mi sono trovato nei locali di una scuola saturi di gas irritanti a Um-al Fahem in Israele.

Se l'esercito avesse veramente voluto evacuare l'avamposto di Mitpe-Yitzhar in modo rapido ed efficiente avrebbe usato i lacrimogeni. L'intera faccenda si sarebbe risolta in pochi minuti, ma in questo modo non ci sarebbero state scene drammatiche alla TV e George W. avrebbe chiesto al suo amico Arik "Hey, perché non la fai finita con tutti gli avamposti in una settimana?"
In altre parole è stato uno spettacolo per la TV ben allestito.
Alcuni giorni prima i capi dei coloni si erano incontrati con Ariel Sharon. Alla fine dei colloqui, volgendosi alle telecamere, ostentavano facce scure, ma chiunque conosca questa gente si potrebbe accorgere, guardando quei volti alla TV, che non c'erano in gioco forti emozioni.
Naturalmente "Yesha rabbis", un gruppo di funzionari politici barbuti (ortodossi n.d.t.), ha esortato i soldati a non obbedire agli ordini e ha invocato il Signore e il Messia in loro aiuto, ma anche loro mancavano di autentica passione. Come mai? Perché tutti loro sapevano che era stato tutto concordato in anticipo. I comandanti militari e i capi dei coloni, amici e colleghi di vecchia data, si erano incontrati e avevano deciso cosa sarebbe successo e soprattutto cosa non sarebbe successo: nessun attacco improvviso, nessuno sforzo per impedire che migliaia di ragazzi raggiungessero il luogo dello scontro con largo anticipo, nessun uso di bastoni, idranti, gas lacrimogeni, proiettili ricoperti di gomma, o altro che non fossero le mani nude. I soldati non avrebbero indossato elmetti e non sarebbero stati equipaggiati con scudi. I coloni avrebbero gridato e spintonato, ma non avrebbero colpito i soldati sul serio. L'intero spettacolo sarebbe stato meno violento di una normale zuffa fra hooligan inglesi, ma sarebbe apparso in TV come una battaglia disperata tra forze titaniche.
Ariel Sharon ha una discreta esperienza in questo genere di cose. Una dozzina d'anni fa orchestrò uno spettacolo simile quando, dopo il trattato di pace con l'Egitto, gli fu ordinato dal primo ministro Menahem Begin di evacuare la città di Yamit nel nord del Sinai. A quei tempi Ariel Sharon era ministro della difesa. E chi era uno dei leader della disperata resistenza? Tsachi Hanegbi, oggi ministro della polizia. Tutto l'establishment ha cooperato questa settimana per la riuscita del grande show. I media hanno dedicato ampi spazi alla "battaglia". Decine di coloni
sono stati invitati presso gli studi televisivi a parlare senza fine, mentre da quanto ho visto io non un solo attivista del campo per la pace è stato chiamato ai microfoni.
Anche i tribunali hanno fatto la loro parte: i pochi coloni arrestati per aver resistito violentemente all'esercito sono stati mandati a casa dopo un paio di giorni. I giudici, che non dimostrano alcuna clemenza quando arabi compaiono loro di fronte, hanno trattato i coloni fanatici come fossero figlioli disobbedienti.
L'intera commedia sarebbe potuta anche essere divertente se non riguardasse una questione molto seria. Un "avamposto" si presenta come un innocente gruppetto di roulotte sulla cima di una collina dimenticata da Dio, ma è ben lontano dall'essere innocuo. È il sintomo di un cancro che cresce, non a caso Ariel Sharon - lo stesso Ariel Sharon - esortò qualche anno fa i coloni a prendere il
controllo di tutte le colline di "Giudea e Samaria".La malattia si manifesta a questo modo: un gruppo di attaccabrighe occupa la cima di una collina a qualche chilometro da un insediamento già costruito e ci piazza una roulotte. Dopo qualche tempo l'avamposto assomiglia ancora a un gruppetto di roulotte, poi vengono portati un generatore di corrente e una torre per l'acqua. A questo
punto fanno la loro apparizione le donne e i bambini e viene costruito un recinto, poi alcune unità dell'esercito vengono inviate a difesa dei coloni. I militari dichiarano che, per ragioni di sicurezza, ai palestinesi è vietato avvicinarsi, per evitare che possano spiare e preparare un attacco. La zona di sicurezza diventa sempre più grande e gli abitanti dei vicini villaggi palestinesi non possono più raggiungere i loro frutteti e i loro campi, se qualcuno ci prova rischia di farsi sparare addosso. Tutti i coloni hanno un'arma e non hanno niente da temere dalla legge se la usano contro un arabo sospetto. Tutti gli arabi sono sospetti, ovviamente.
Si dà il caso che io abbia avuto a che fare con Mitzpe Yitzhak, proprio l' "avamposto" comparso nello Show di questa settimana. Alcuni mesi fa fummo chiamati dagli abitanti del villaggio palestinese di Habala affinché li aiutassimo a raccogliere le olive in un oliveto vicino a quell' "avamposto". Quando gli addetti alla raccolta arrivarono in prossimità dell'avamposto, i coloni aprirono il fuoco.
Un israeliano del nostro gruppo fu ferito da un proiettile che rimbalzò ai suoi piedi.
Gli avamposti "illegali" sono stati in realtà installati in modo sistematico, con l'aiuto dell'esercito e secondo i suoi piani. Quando in una regione gli avamposti si moltiplicano, i villaggi palestinesi restano strangolati in mezzo a loro e la vita diventa un inferno.
Chiaramente la speranza dei coloni e degli ufficiali dell'esercito è che alla fine i palestinesi si rassegnino e gli lascino campo libero.Sharon evacuerà davvero avamposti a dozzine? Naturalmente tutto dipende dal suo amico George W. Se si realizzerà l'" Hudna" (tregua) tra l'Autorità Palestinese e Hamas, Bush potrebbe forse esercitare forti pressioni su Sharon. Ieri, durante la mia visita a Yasser Arafat, l'ho trovato cautamente ottimista, ma ha anche detto che rimangono meno di quattro mesi di tempo per riuscire a smuovere la situazione: a partire da novembre il presidente degli Stati Uniti d'America sarà troppo occupato a farsi rieleggere.
Ciò significa che Sharon non ha altro da fare che produrre ancora qualche spettacolo di questo genere per la TV, poi lui e i coloni avranno di nuovo mano libera.

Note:
Traduzione a cura di Paolo (Action for peace)
Chi fosse interessato alla versione originale in inglese può richiederlo tramite email a pinistudio@tin.it.



http://www.lacaverna.it/documentazione/articoli/bugie.htm 

Piccole grandi bugie

l 9 dicembre 2001 Autore: Juan Gelman
[Poeta e scrittore argentino di origine ebraica]
Fonte: "Pagina 12" giornale Argentino traduzione: Luis S. Pereira Marcondes [per lacaverna]
...Non è la prima volta nella storia che menzogne di questo tipo si usano per infiammare l'opinione pubblica per giustificare azioni di dubbiosa legalità. Il "misterioso" scoppio che nel 1898 mando a picco il "Maine", l'imbarcazione da guerra americana in sosta nel porto dell'Avana, è servito come pretesto a Whashington per sottomettere Cuba

 

Dan Meridor è tornato il martedi scorso su queste pagine a dissertare su un mito ricorrente: "la generosità di Israele e l'ostinato rifiuto palestinese nelle negoziazioni di pace tripartite Barak/Clinton/Arafat, realizzate a Camp David nel luglio del 2000". Il ministro centrista dell'attuale governo Sharon era stato membro della delegazione israelita in tale riunione e ha dichiarato: "A Camp David, il primo ministro Ehud Barak ha offerto ai palestinesi quello che mai era stato offerto, in quel caso si è arrivato all'estremo….. quello che è stato proposto ad Arafat è semplicemente la fine dell'occupazione, cioè più del 90% dei territori occupati…. Arafat non accetto semplicemente perché non ha voluto firmare una frase nella quale si diceva 'la fine del conflitto'." San Agostino aveva già segnato che "negli ampi spazi della memoria" si modificano anche "in qualche modo gli oggetti che sono stati percepiti dai sensi". Una pratica politica frequente.

Vediamo - come semplice esempio - un'altra versione di un altro partecipante al vertice, parliamo di Robert Malley, assistente speciale del presidente Clinton nelle relazioni Arabe-Israelite: "Si dice che (a Camp David) Israele aveva fatto una proposta generosa, storica, e che i palestinesi come al solito hanno perso una nuova opportunità per non approfittarne. In sintesi, addossarle a Yasser Arafat il non accordo finale…. Per un processo di tale complessità, è una diagnosi notevolmente superficiale". L'articolo di Malley, pubblicato nel The New York Review of Books del 9/8/2001, analizza la strategia del "tutto o niente" di Barak - che non seguiva i passi intermedi fatti da Rabin a Oslo - la crescente sfiducia di Arafat, la tendenza pro-Israelita di Clinton, per concludere: "La conseguenza finale e quasi totalmente non avvertita della proposta di Barak è che, veramente parlando, non è esistito mai una proposta israelita. Decisi a preservare la posizione di Israele nel caso non si trovasse un accordo, e decisi a non permettere che i palestinesi ottengano alcun vantaggio con i compromessi unilaterali, gli israeliani sempre si fermarono ad un passo, per non dire vari, prima della proposta. Le idee dichiarate a Camp David non sono mai state messe per scritto, si formularono solo verbalmente….E inoltre non sono state mai definite in dettaglio".

Malley afferma che Barak era disposto a sloggiare il 91% della Riviera Occidentale, ma niente ha detto sulla Striscia di Gaza, la quale è un terzo sotto controllo israeliano. Inoltre Tel Aviv considera che il "Gran Gerusaleme" non forma parte della Riviera Occidentale, e Robert Fisk, inviato del giornale britannico The Independent, ha segnalato il 23/07/2001: "Fuori di discussione rimaneva l'oriente arabo di Gerusaleme - illegalmente occupato da Israele dopo la guerra dei sei giorni del 1967 - la larga striscia di territori occupati dagli israeliani attorno alla città e una zona cuscinetto militare con 16 Km attorno ai territori palestinesi…..La superficie totale delle terre palestinesi dalle quali Israele era disposto a ritirarsi era circa un 46%". Secondo Tanya Reinhart professoressa dell'Università di Tel Aviv, Barak reiterò in luglio il piano israelita "1040-50" presentato a marzo di quel anno, cioè: Israele prendeva immediatamente un 10% del territorio palestinese, un 50% doveva essere sotto autonomia palestinese e un 40% era tutto da discutere. "Questo è il discorso di Barak - sottolineava anche la giornalista del giornale israelita Yedioth Aharonot il 16/01/01 - che ci viene detto sia al mattino che alla notte e che modella la percezione collettiva della realtà: la generosità di Barak in confronto al rifiuto di Arafat…. Nel caso dei palestinesi, non c'è documentazione ufficiale alcuna su quello che Barak ha proposto ad Arafat, e certamente nessuna lista o data stabilita per smantellare nemmeno un solo insediamento….L'unico dato è il discorso sulla generosità di Barak". Inoltre, Ami Ayalon, capo dei servizi secreti del Shin Beth sotto il governo Barak, opinò pubblicamente anche che non è stata una discussione seria quella di Camp David. Ma il mito tranquillizza le coscienze, aiuta a giustificare il terrorismo di stato che applica Sharon e giustifica pure la occupazione dei territori palestinesi.

Non è la prima volta nella storia che menzogne di questo tipo si usano per infiammare l'opinione pubblica per giustificare azioni di dubbiosa legalità. Il "misterioso" scoppio che nel 1898 mando a picco il "Maine", l'imbarcazione da guerra americana in sosta nel porto dell'Avana, è servito come pretesto a Whashington per sottomettere Cuba. La stampa faceva la campagna per la guerra contro il dominio coloniale spagnolo, ma in realtà la lotta era contro l'indipendentista Martì agli inizi del 1895. Le presunte cacciatorpediniere vietnamite contro i distruttori americani nel Golfo del Tonkino nell'agosto del 1964, hanno servito da base ad una guerra che eliminò milioni di vietnamiti e 50.000 soldati americani. Quasi 30 anni dopo, durante la guerra del golfo, il giornalista Sydney Schanberg sollecitava i suoi colleghi a non dimenticare "il nostro incondizionale coro di approvazione quando Lyndon Jhonson ci ingannò con la storia del Golfo del Tonkino". Sarebbe anche lodevole che non lo dimenticassero ora i giornali americani, che attualmente danno un appoggio quasi incondizionato alla guerra "antiterrorista" globale. Comunque, questo già non interessa alle centinaia di civili palestinesi che l'Israele di Sharon assassinò a Jenin


 

 

Perché Arafat ha dimenticato le armi dei deboli?

Un'analisi critica delle debolezze della direzione palestinese nella lotta contro il sionismo: "Quand'é che noi, come popolo, assumeremo la nostra responsabilità per ciò che dopotutto é nostro e smetteremo di contare su leader che non hanno più idea di ciò che stanno facendo?". Di Edward Said. Luglio 2001.

http://www.ecn.org/reds/etnica/palestina/palestina0109said.html 

 

Un anno fa Bill Clinton convocò un incontro tra le leadership di Israele e della Palestina nel rifugio presidenziale di Camp David per portare a termine un accordo di pace, dal momento che pensava che le due parti fossero pronte per un tale passo. Metto in evidenza il ruolo di Clinton in tutto questo perché è caratteristico di un uomo sul quale i Palestinesi avevano riposto le loro speranze, lo avevano guardato come un eroe a Ramallah e a Gaza, lo avevano assecondato ad ogni occasione, quell'uomo che spingeva l'uno verso l'altro i due nemici, unendoli per decenni in una lotta sconvolgente solo per poter dire, per i propri fini egoisitici, di essere stato l'artefice di un accordo storico. Yasser Arafat non voleva andare. Ehud Barak é andato principalmente per strappare ai Palestinesi la promessa che questi avrebbero messo fine al conflitto e, cosa ancora più importante, che avrebbero rinunciato alle loro pretese contro Israele (compreso il diritto dei rifugiati a rientrare) una volta che il processo di Oslo si fosse concluso. Clinton è sempre stato, primo, un opportunista, secondo, un sionista e terzo un maldestro politico. I Palestinesi erano la parte più debole; erano guidati male e impreparati. Clinton pensava che poiché il suo incarico (e quello di Barak) stava terminando, poteva organizzare una cerimonia per la pace basata sulla capitolazione dei Palestinesi, una cerimonia che avrebbe incoronato per sempre la sua presidenza, cancellando il ricordo di Monica Lewinsky e lo scandalo in via di sviluppo di Marc Rich.

 

Ovviamente questo grande progetto fallì completamente. Perfino le fonti americane, di recente, hanno sostenuto pubblicamente la tesi palestinese che "la generosa offerta" di Barak non era né un'offerta né tantomeno un'offerta generosa. Robert Malley, un membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza della Casa Bianca, ha pubblicato un resoconto di ciò che é accaduto che, sebbene sia critico verso le tattiche palestinesi durante il summit di Camp David, mostra chiaramente che Israele non pensava minimamente ad offrire ciò che richiedevano le legittime aspirazioni nazionali dei Palestinesi.

 

Ma il resoconto di Malley risale al luglio 2001, un anno dopo la fine del summit di Camp David e dopo che la ben organizzata macchina di propaganda israeliana aveva diffuso la voce che Arafat aveva tragicamente rifiutato l'offerta migliore che Israele potesse fare. Queste voci furono sostenute dai discorsi di Clinton, secondo il quale Barak era coraggioso e Arafat creava solo malcontento. E questa tesi é stata largamente diffusa, creando un danno immenso per la causa palestinese. E' stata del tutto trascurata l'osservazione fatta da un tirapiedi dell'informazione israeliana che dopo Camp David e Taba, nessun Palestinese ha avuto un ruolo consistente nel dare una versione palestinese della debacle. Così, Israele ha avuto il campo tutto per sé, con risultati nello sfruttamento e in reazioni violente che sono virtualmente incalcolabili.

 

Ero ben consapevole del danno arrecato all'Intifada dall'immagine che Israele aveva dato di se stessa, come se fosse una sostenitrice della pace rifiutata lo scorso autunno e inverno. Ho telefonato ad alcuni membri dell'entourage di Arafat per dire loro che aprissero gli occhi urgentemente al loro leader sul fatto che Israele stava usando il silenzio dei Palestinesi, sostenendo che il silenzio fosse l'equivalente verbale della violenza palestinese. Mi é giunta voce che Arafat é stato risoluto, che ha rifiutato di rivolgersi al suo popolo, ad Israele o al mondo, senza dubbio sperando che il fato o i suoi miracolosi poteri di non-comunicazione, avrebbero neutralizzato la campagna di disinformazione israeliana. In ogni caso il mio appello non ha avuto effetto. Arafat e i suoi numerosi tirapiedi sono rimasti inattivi, non hanno capito e, naturalmente, sono restati silenziosi.

 

Prima di tutto dobbiamo biasimare noi stessi. Né la nostra leadership né i nostri intellettuali sembrano avere capito che nemmeno una coraggiosa insurrezione anticolonialista può spiegare da sola le sue ragioni e che quello che noi (e gli altri Arabi) consideriamo il nostro diritto alla resistenza può essere visto da Israele come terrorismo e violenza senza principi. Nel frattempo Israele ha convinto il mondo a dimenticare la sua violenta occupazione e la sua punizione terroristica collettiva contro il popolo palestinese - per non parlare della sua interminabile pulizia etnica.

 

Eppure abbiamo peggiorato le cose permettendo all'incapace Arafat di dire e disdire come gli pare sulla questione della violenza. Qualsiasi documento sui diritti umani che sia mai stato siglato, riconosce il diritto di un popolo di resistere all'occupazione militare, alla distruzione delle proprie case e proprietà e all'esproprio delle terre per costruirci degli insediamenti. Arafat e i suoi consiglieri sembrano non aver capito che quando hanno accettato ciecamente i termini del discorso unilaterale di Israele su terrore e violenza - sul piano del discorso politico -, in sostanza hanno rinunciato al loro diritto alla resistenza. Invece di dire chiaramente che ogni rinuncia alla resistenza doveva essere accompagnata dalla sottoscrizione da parte di Israele di un'uguale rinuncia all'occupazione, il popolo palestinese é stato reso vulnerabile, per responsabilità della sua leadership, di fronte alle accuse di terrore e violenza. Qualsiasi cosa Israele facesse diventava ritorsione. Qualsiasi cosa facessero i Palestinesi veniva considerata o violenza o terrore oppure (di solito) entrambe. Il risultato era disgustoso: un criminale di guerra come Sharon che denunciava la violenza palestinese.

 

Un'altra conseguenza dell'inettitudine palestinese è stata che il governo ha tirato dalla sua parte i cosiddetti attivisti di pace israeliani, trasformando quel triste gruppo di sostenitori dei campi in alleati silenziosi del lamentoso governo retto da Sharon. I pochi Israeliani coraggiosi e di saldi principi come alcuni dei Nuovi Storici-- Jeff Halper, Michel Warschavsky e i loro gruppi -- sono un'eccezione. Quante volte abbiamo sentito i "pacifisti" ufficiali lamentare il loro "disappunto" per l' "ingratitudine" e la violenza palestinese? Quante volte invece qualcuno ha ricordato loro che hanno il compito di spingere i loro governi a porre fine all'occupazione e non di (come hanno sempre fatto) impartire lezioni ad un popolo occupato sulla propria magnanimità e le proprie speranze disattese? Quale francese mai, neppure il più reazionario, sarebbe stato tollerante nel 1944 di fronte alle preghiere dei tedeschi di essere "ragionevoli" verso la loro occupazione della Francia? Ovviamente nessuno. Ma noi abbiamo tollerato le insolenti pretese di pace di Israele, i proclami su quanto sia stato "generoso" Barak, senza ricordare ad Israele che ognuno dei suoi leader é stato un assassino o un oppressore degli Arabi dal 1948 ad oggi. Ben-Gurion presiedeva la Nakba; Eshkol fu responsabile delle conquiste del 1967; Begin fu responsabile di Deir Yassin e del Libano; Rabin fu responsabile dello scoppio della prima Intifada e prima di questo dell'evacuazione di 60.000 civili palestinesi disarmati da Ramleh e Lydda nel 1948; Peres fu responsabile della distruzione di Qana; Barak ha personalmente preso parte all'assassinio di leader palestinesi; Sharon ha condotto il massacro di Qibya ed é responsabile di Sabra e Shatila. Il vero ruolo del pacifismo in Israele é di fare quello che non ha mai seriamente fatto; cioé riconoscere tutto questo e prevenire ulteriori violenze da parte dell'esercito e dell'aereonautica israeliani contro un popolo diseredato, senza uno stato; e non quello di dare consigli facili e gratuiti ai Palestinesi o di esprimere le proprie speranze e disappunto al popolo che Israele ha oppresso per più di mezzo secolo.

 

Ma una volta che la leadership palestinese ha rinunciato ai suoi principi e si è illusa di essere una grande potenza capace di giocare al gioco delle nazioni, ha attirato su di sé il destino di essere una nazione debole, senza né la sovranità né il potere di rafforzare le proprie posizioni e le proprie tattiche. Il signor Arafat é ipnotizzato, con la sua convinzione di essere un presidente in carica che vola da Parigi a Londra, a Beijing, al Cairo, da una visita di stato senza senso ad un'altra, tanto che alla fine ha dimenticato che le armi, i deboli e i senza patria non possono sparire e che sono i suoi principi e la sua gente. Occupare e difendere all'infinito gli elevati territori della morale; continuare a dire la verità e ricordare al mondo quello che é il quadro storico completo; sostenere il diritto legale alla resistenza e alla restituzione; mobilitare gente ovunque invece di apparire in sintonia con i voleri di Chirac e Blair; non dipendere né dai media né da Israele, ma contare su se stessi per dire la verità. I leader palestinesi hanno dimenticato tutto questo, prima ad Oslo e poi ancora a Camp David. Quand'é che noi, come popolo, assumeremo la nostra responsabilità per ciò che dopotutto é nostro e smetteremo di contare su leader che non hanno più idea di ciò che stanno facendo?


http://squat.net/tmc/msg02330.html

Edward Said "Un popolo bisognoso di leadership"


NEW LEFT REVIEW 11 SETTEMBRE-OTTOBRE 2001

UN POPOLO BISOGNOSO DI LEADERSHIP

EDWARD SAID



La pressione israeliana sui palestinesi è aumentata ulteriormente perfino
nei giorni seguenti i terribili eventi dell'11 settembre. Raid missilistici
sono stati scatenati sulle città di Jenin, Jerico e Ramallah ed hanno
distrutto postazione della sicurezza, edifici governativi e case di civili.
Nel distretto di Beituniya a Ramallah, alcune granate hanno colpito un bar,
una moschea ed una scuola materna – tutti perfettamente ammessi come "danni
collaterali" e scarsamente menzionati sui mezzi di comunicazione
occidentali. Una simile aggressione israeliana, dopo tutto, è la norma da
un anno a questa parte. Sono stati uccisi oltre 600 palestinesi dall'inizio
dell'Intifada di Al-Aqsa – quattro volte il numero di morti della parte
israeliana, e 15.000 feriti – dodici volte superiore al numero di feriti
dell'altra parte.

Le Forze Armate Israeliane regolari hanno sterminato presunti terroristi a
volontà, la maggior parte delle volte uccidendo anche innocenti. Il 7
agosto scorso, quattordici palestinesi sono stati assassinati dalle truppe
israeliane che hanno utilizzato elicotteri da guerra e missili, per
"prevenire" che loro uccidessero degli israeliani, sebbene almeno due
bambini e cinque passanti fosse colpiti, per non parlare dei molti civili
feriti.

Forniti di bombardieri dono degli americani, elicotteri da guerra,
innumerevoli carri armati e missili, una superba marina ed un servizio
segreto efficiente, per non parlare delle sue armi nucleari, Israele
opprime un popolo spodestato senza armamenti o artiglieria, privo di forze
aeree – il suo unico patetico aeroporto di Gaza è controllato da Israele –
esercito o marina, o di qualsiasi istituzione di protezione di un moderno
stato. La crudele segregazione da parte di Israele di 1,3 milioni di
persone nella Striscia di Gaza, stipati come sardine in un ristretto
territorio circondato da filo spinato e di quasi due milioni di persone
nell'West Bank – le cui entrate ed uscite sono controllate dall'Esercito
Israeliano – ha pochi analogie nella storia del colonialismo. Perfino
durante il regime dell'apartheid non sono mai stati usati aerei F-16 per
bombardare i territori africani, come invece ora fanno contro le città ed i
villaggi palestinesi.

Dietro questa spietata oppressione militare c'è una logica di lungo
termine. La distruzione della società palestinese iniziata nel 1948, con
l'espulsione del 68% dei nativi – di cui 4,5 milioni sono tuttora rifugiati
– è continuata per i 34 anni di occupazione dal 1967. Decine di anni di
pressione quotidiana su una popolazione la cui colpa principale è quella di
essere lì, sulla strada di Israele, ha reso la vita impossibile ai
palestinesi, costringendoli a cessare qualsiasi resistenza, o ad andarsene
– come hanno fatto in 150.000 verso la Giordania. I leader della comunità
sono stati incarcerati e deportati dal regime di occupazione, sono stati
confiscati piccoli commerci, demolite le fattorie, chiuse le università,
gli studenti esclusi dalle classi. Nessun agricoltore o imprenditore
palestinese può esportare direttamente la sua merce in qualsiasi paese
arabo – i loro prodotti devono passare da Israele, perché le tasse sono
pagate a Israele. In una parola, lo scopo, come ha dichiarato la
ricercatrice americana Sara Roy, è stato 'de-develop' impedire lo sviluppo,
far regredire la società palestinese.

Oggi, divisi in circa 63 zone non contigue, presidiate da 140 insediamenti
israeliani con la loro rete stradale bandita agli arabi, i palestinesi sono
stati ridotti ad una massa povera di disoccupati – il 60% è senza lavoro.
Metà della popolazione di Gaza e dell'West Bank vive con meno di 2 dollari
al giorno. Non possono spostarsi liberamente da un posto all'altro
all'interno dei territori occupati ma devono sopportare file interminabili
ai posti di blocco israeliani, che regolarmente, per ore, bloccano ed
umiliano vecchi, malati, studenti e religiosi. Circa 150.000 ulivi ed
alberi di limoni sono stati estirpati per punizione; 2.000 case demolite;
ampi territori espropriati per permettere l'installazione di coloni –
attualmente sono circa 400.000 – o distrutti per scopi militari.

Per quanto riguarda il "processo di pace" di Oslo, iniziato nel 1993,
questo ha semplicemente riorganizzato l'occupazione, offrendo il 18% dei
territori divisi nel 1967 alla corrotta, sul modello di Vichy, Autorità di
Arafat, il cui mandato è stato essenzialmente di polizia e di tassare il
suo popolo per conto di Israele. Dopo otto infruttuosi, miseri anni di
ulteriori "negoziati", orchestrati da un gruppo di funzionari statunitensi
che comprendeva personaggi delle lobby di Israele come Martin Indyk e
Dennis Ross, ai palestinesi sono stati inflitti sempre più abusi, sempre
più insediamenti, arresti, sofferenze, compreso, dall'agosto 2001, la
"giudaizzazione" di Gerusalemme Est, con la Casa d'Oriente occupata e
svuotata: documenti preziosi, documenti legali sulle terre, mappe, che
Israele ha semplicemente rubato, come fece con gli archivi dell'OLP a
Beirut nel 1982. Questo è stato il risultato della visita gratuitamente
arrogante di Ariel Sharon alla spianata di Al-Sharif a Gerusalemme il 28
settembre 2000, circondato da 1.000 soldati e guardie messe a disposizione
da Ehud Barak – un'azione unanimemente condannata perfino dal Consiglio di
Sicurezza. Poche ore dopo, come avrebbe potuto prevedere anche un bambino,
scoppiò la rivolta contro la colonizzazione – con otto palestinesi uccisi
come prime vittime.

Il 'controllo' di Sharon

Pochi mesi dopo Sharon salì al potere principalmente per "sottomettere" i
palestinesi – per dargli una lezione, o liberarsi di loro. Il suo record
personale di killer di arabi risale a 30 anni fa, prima dei massacri di
Sabra e Shatila che compirono le sue forze armate nel 1982, e per i quali è
ora sotto inchiesta presso la corte belga. Ma egli non è pazzo. Ad ogni
azione di resistenza palestinese, le sue forze armate aumentano un poco la
pressione, stringono l'assedio, occupano più territorio, tagliano i
rifornimenti, lanciano incursioni più profonde sulle città palestinesi come
Jenin e Ramallah, rendendo la vita ancora più intollerabile alle vittime
dell'occupazione – mentre ad ogni segno di critica, la sua macchina di
propaganda spiega che sta solo "difendendo" se stesso, "provvedendo alla
sicurezza" dei territori e "ristabilendo il controllo" con l'unico scopo di
"prevenire il terrorismo". Sharon ed i suoi beniamini accusano anche Arafat
di essere "l'ideatore del terrorismo, sebbene egli non possa letteralmente
muoversi senza il permesso di Israele, nello stesso tempo dichiarano di non
nutrire conflitti con il popolo palestinese. Che grazia per quella gente!
Con un tale "controllo", perché mai sarebbe necessaria un'invasione su
larga scala, accuratamente pubblicizzata per intimidire i palestinesi?

Negli Stati Uniti, dove Israele ha la sua principale base politica e da cui
ha ricevuto oltre 92 miliardi di dollari di aiuti dal 1967, le vittime
palestinesi non hanno nome e volto, degni appena di una citazione nelle
cronache nazionali. Le cose sono diverse per i morti ebrei. Il terribile
costo umano dei suicidi che si fanno saltare in aria ad Haifa o
Gerusalemme, vengono subito spiegati secondo lo schema consueto. Arafat non
ha fatto abbastanza per controllare i suoi terroristi; le loro odiose
minacce a danno "nostro" e del nostro più forte alleato; Israele deve
difendere tenacemente la sua sicurezza. Osservatori attenti
aggiungerebbero: questa gente ha combattuto instancabilmente per centinaia
di anni; c'è stata troppa sofferenza da entrambe le parti, e la violenza
deve essere fermata; il fatto che i palestinesi mandino i loro ragazzi a
combattere, è un altro segno perché Israele debba smetterla. Così, Israele
ha invaso Jenin con bulldozer e carri armati. In America, Israele ha vinto
la battaglia delle pubbliche relazioni così da tanto tempo che potrebbe
sembrare non necessario investire altri milioni di dollari in una campagna
di informazione – utilizzando "star" come Zubin Mehta, Itzhak Perlman e
Amos Oz – per migliorare ulteriormente la sua immagine.

Durante una trasmissione televisiva americana, l'agosto scorso, tra il
ministero dell'Autorità Palestinese Nabil Shaath ed il nuovo leader del
Partito Laburista Avraham Burg, portavoce della Knesset, ha confermato lo
schema – e dimostrato, ancora una volta, l'incapacità dell'Autorità e dei
suoi portavoce di sostenere il popolo palestinese. Burg ha potuto
snocciolare una falsità dietro l'altra: che Israele ha sempre voluto la
pace; che Israele fa di tutto per mantenere la calma mentre i terroristi
palestinesi – incoraggiati dall'Autorità di Arafat, che controlla ogni cosa
– minaccia di brutali omicidi i bambini israeliani; che, quale democratico
e amante della pace, non vede una reale volontà di pace palestinese; che la
sola differenza tra Shaath e se stesso è che egli, Burg, è stato in grado
di esercitare una certa influenza di controllo su Sharon mentre Shaath non
lo può fare su Arafat. La classica propaganda – una bugia viene creduta
quando viene ripetuta abbastanza spesso – secondo cui Israele è la vittima
dei palestinesi. Shaath ha potuto solo rispondere con umiliante servilismo
alla sua valanga di bugie, continuando a ripetere che anche i palestinesi
vogliono la pace; che chiedono di ritornare ad Oslo; che stanno cercando di
contenersi; che rispettano il Rapporto Mitchell sponsorizzato da AIPAC (i
cui autori principali, Warren Rudman e lo stesso Mitchell, sono stati tra i
membri più pagati della lobby israeliana durante le loro carriere al Senato).

Data la preziosa opportunità di trovarsi con un ipocrita assassino come
Burg, perché gente come Shaath, Abed Rabbo, Erekat, Ashrawi ed altri non
sono capaci semplicemente di ricordargli che Israele continua a perseverare
nei suoi crimini quotidianamente? A rilevare il fatto che letteralmente
milioni di persone non possono lavorare, comperare cibo, avere assistenza
medica? Che centinaia di persone sono state uccise, migliaia di case
distrutte, decine di migliaia di alberi sradicati, vaste aree di terra
confiscate, che gli insediamenti proseguono – e che tutto questo durante un
"processo di pace"? Per una volta potrebbero parlare come esseri umani
piuttosto che imitazioni di basso livello di Kissinger e Rabin? Perfino un
portavoce normalmente affidabile come Ghassan Khatib sembra essersi
infettato dal virus. Naturalmente è necessario rispondere a questioni su
tregue, accordi ecc.; ma queste persone sono così lontane dall'orrore
quotidiano della Palestina tanto da non poterlo neppure citare? Loro
rispondono a domande sul Piano Mitchell o sulla visita di Powell: fino a
che ci sarà un'occupazione militare della Palestina da parte di Israele,
non ci potrà essere pace. La maggior parte della violenza – carri armati,
aerei, missili, posti di blocco, insediamenti, soldati – arriva da parte
israeliana.

Le negligenze di Arafat

Nonostante Israele tenga stretti i Palestinesi, Arafat spera ancora che gli
americani salvino lui ed il suo traballante regime. Ora più che mai, lui e
la sua corte continua ad implorare la protezione americana. Il popolo
palestinese merita di meglio. Dobbiamo dire chiaramente che con Arafat e
company al comando non c'è speranza. Ma che razza di leader è questo, che
trascorre l'ultimo anno grottescamente in visita in Vaticano e Lagos ed
altri vari posti, implorando senza dignità o perfino intelligenza per
osservatori immaginari, aiuti arabi, supporto internazionale, invece di
restare vicino alla sua gente e tentare di aiutarla con forniture di
medicinali, organizzazione pratica e reale leadership? Quello di cui hanno
bisogno i palestinesi sono leader che stanno realmente con e dalla parte
del loro popolo, che fanno veramente resistenza sul terreno, non grassi
burocrati che fumano sigari occupati a preservare i propri affari ed a
rinnovare i loro lasciapassare da VIP, che hanno perso qualsiasi traccia di
decenza e credibilità.

Arafat è finito. Perché non ammettiamo che egli non può comandare, ne
pianificare, ne adottare un solo provvedimento che faccia la differenza ad
eccezione che per lui ed i suoi amici di Oslo che hanno beneficiato
materialmente della miseria del loro popolo? Tutti i sondaggi indicano che
la sua presenza blocca qualsiasi sviluppo. Noi abbiamo bisogno di una
leadership capace di pensare, progettare e prendere decisioni, invece di
inginocchiarsi davanti al Papa o a George Bush mentre Israele uccide
impunemente la sua gente. I veri leader di un movimento di resistenza
rispondono a bisogni popolari, rispecchiano le realtà sul terreno e si
espongono agli stessi pericoli e difficoltà di tutti quanti. La lotta per
la liberazione dall'occupazione israeliana è dove ogni palestinese resiste.
Oslo non può essere riscaldata o resuscitata come vorrebbero Arafat e
company. Quello che serve adesso sono azioni di massa per sostenere la
resistenza e la liberazione, piuttosto che confondere la gente blaterando
di ritornare ad Oslo – chi può credere a questa folle idea? - o dello
stupido Piano Mitchell.

Che dire di Israele, bloccato in una campagna senza futuro, flagellato
dalla spietatezza? Come disse il poeta e critico irlandese James Cousins
nel 1925: qualsiasi potenza coloniale si troverà ad affrontare le "false ed
egoistiche preoccupazioni che si presentano nella naturale evoluzione del
suo stesso spirito nazionale, e spinta fuori dal sentiero della rettitudine
verso la tortuosa scorciatoia del pensiero, della parola ed dell'azione
disonesti, nella difesa artificiosa di una falsa posizione". Tutti i
colonizzatori hanno percorso questa strada, imparando o non fermandosi
davanti a nulla, fino a che alla fine – come Israele dopo i suoi ventidue
anni di occupazione del sud del Libano – abbandonano i territori lasciando
dietro un popolo esausto e paralizzato. Se l'impresa sionista doveva
soddisfare le aspirazioni degli ebrei, perché ha richiesto così tante
vittime di un altro popolo che non ha avuto niente a che fare con l'esilio
degli ebrei e le persecuzioni?

Dietro la millanteria e la ferocia del governo di Sharon, la fiducia in
Israele sta crollando. I veri credenti nel sionismo, nel senso originale
del termine, sembrano essere sempre meno. Un autorevole osservatore
israeliano ha così riassunto la scena attuale: "il sionismo è diventano
solo un affare di apparati politici e slogan... Sionismo oggi? Un rompicapo
ideologico in cui tutti, destra, sinistra o centro, secolari,
tradizionalisti o integralisti, possono trovare qualche cosa per
giustificare le proprie passioni del momento. Anche Israele è entrato
nell'era del post-sionismo".(1) Naturalmente, questo non significa che
un'improvvisa luce sia scesa sull'opinione pubblica israeliana. Il lento
cambiamento della fede sionista nella sua forma originale, come un
nazionalismo salvifico genuino, ha spesso lasciato dietro di se qualcosa di
peggio – un razzismo sub-ideologico, condito di ostilità e diffidenza verso
gli arabi. Ma questo pozzo di pregiudizi, che sotto di se nasconde il
tronco vuoto e in decomposizione delle dottrine ufficiali, è molto più
facile da strombazzare al mondo come la missione dell'esistenza di Israele,
che il messaggio sionista originale. Quelli che pensano che la posizione
internazionale di Israele è più che mai forte, come Perry Anderson ha
argomentato in questa rivista, sbagliano.(2) Nonostante gli editoriali o le
pagine di opinione della stampa americana siano influenzati – o, in misura
minore quella europea - per non parlare dei notiziari, forse, i giorni in
cui la legittimità del diritto palestinese alla sovranità nazionale possa
essere completamente ignorato sono passati. Molta gente comune europea ed
americana non accettano più il concetto che Israele goda di uno speciale
statuto morale che rende perdonabile la sua politica di persecuzione ed
omicidio. La potenza di occupazione gode di protettori imperiali
all'estero. Ma nell'opinione pubblica mondiale è sempre più più isolata, ed
Israele lo sa.

Questo spiega i disperati espedienti a cui sono ricorsi i suoi amici negli
Stati Uniti, alla ricerca di una strada per togliere Israele dall'impasse
dei suoi tentativi di reprimere la nuova Intifada. Edward Luttwak, del
Centro di Studi Strategici ed Internazionali, esulta di fronte "ai
progressi della capacità militare" di Israele che ha permesso alle Forze
Speciali Israeliane di eliminare Mustafa Zibri a Ramallah ed assassinare
leader palestinesi a volontà.(3) Graham Fuller, Vice-Presidente del
National Intelligence Council alla CIA, sollecita la costruzione –
letterale – di un Muro di Berlino intorno ai territori occupati,
pattugliato da "forze internazionali", per imprigionare i palestinesi.(4)
Thomas Friedman, columnist del New York Times, opina che "l'unica soluzione
per Israele e gli USA [sic] possa essere invitare la NATO ad occupare il
West Bank e Gaza e dichiarare uno stato palestinese a controllo NATO, tipo
il Kossovo e la Bosnia.(5) Ciò che hanno dimostrato questi schemi brutali e
senza senso, era la paura che Israele stesse perdendo. Una vera leadership
palestinese avrebbe dovuto sapere come dimostrare tutto ciò. I terribili
avvenimenti dell'11 settembre, senza dubbio ora riconfigureranno la
geografia politica del mondo Musulmano ed Arabo in nuovi modi imprevisti e
pericolosi – in tutti i sensi.

17 settembre 2001



1) Elie Bamavi, 'Sionismes', in Elie Barnavi and Saul Friediander, Les
Juifs et le XXe siècle, Paris 2000, pp. 229-30.
2) Perry Anderson. 'Scurring towards Bethlehem', NLR 10, July-August 2001.
3) Isreael's Relation is on Targ~~. Los Angeles Times, 30 August 200 I.
4) Build a Berlin Wall in the Middle East', Los Angeles Times , 14August 2001
5) A Way Out of the Middle East Impasse', New York Times 24 August 2001.

 

http://www.filiarmonici.org/1391-030903.html 

Gli orrori della 1391, prigione-vergogna
Torture e abusi nel carcere di cui neanche i politici conoscono l'esistenza
Michele Giorgio
il manifesto 3 settembre 2003

 

La prigione segreta 1391 si trova nella parte centrale del paese. Sulla localitá della "Guantanamo" di Israele Aviv Lavie non ha potuto riferire di più, la censura militare ha posto limiti strettissimi. Molto di più invece il giornalista di Haaretz è riuscito a raccontarci sulle condizioni di vita, sugli abusi, le torture subite dai detenuti e altro ancora su ciò che avviene all'interno delle mura di questo carcere vietato persino alla Croce rossa internazionale. Dell'esistenza di questa prigione sotto la gestione diretta della unità di intelligence 504, erano all'oscuro non solo l'opinione pubblica israeliana e la comunità internazionale ma anche, ad esempio, l'ex ministro della giustizia (ai tempi di Yitzhak Rabin) David Libai.
Un altro ex ministro della giustizia, Dan Meridor, invece ha ammesso di aver sempre saputo di questo carcere speciale ma di non averlo mai visitato. Dopo le rivelazioni fatte da Aviv Lavie, la parlamentare del Meretz Zahava Gal-On ha chiesto di poter entrare nella prigione ma non è stata ancora autorizzata.
Nel carcere di massima sicurezza 1391, situato in una base dell'esercito, i prigionieri vivono in celle di 2,5x2,5 metri. Solo i personaggi "illustri" hanno diritto a più spazio (2,5x4 metri). Le celle di isolamento sono grandi non piú di 1,5x1,5 metri. Un buco nel pavimento è il water che il carcere offre ai suoi "ospiti". I detenuti ogni giorno hanno diritto ad un'ora all'aria aperta, il resto del tempo lo passano in locali senza finestre, con la luce artificiale. Tre volte al giorno un militare bussa alla porta delle celle, i detenuti si coprono il capo e il volto con un sacco e alzano le mani in alto e le abbassano soltanto dopo la consegna del cibo. Gli interrogatori, affidati agli agenti della 504, sono durissimi, spesso si trasformano in torture vere e proprie e i detenuti vengono persino minacciati, ha scritto Aviv Lavie, di abusi sessuali.
La prigione segreta era riservata a cittadini di altri paesi catturati lungo i confini durante sconfinamenti o incursioni armate oppure perché rapiti dalle unità speciali israeliane, come lo sceicco Abdel Karim Obeid (nel 1989) e l'ex capo guerrigliero sciita Mustafa Dirani (nel 1994). Entrambi, nelle intenzioni israeliane, servirebbero per realizzare uno scambio di prigionieri che dovrebbe portare alla liberazione del pilota navigatore Ron Arad abbattuto in Libano nel 1986 (molti ritengono che sia morto) e di altri israeliani. A far compagnia a Obeid é stato per ben 11 anni Hashim Fahaf, un giovane che si trovava per caso nella abitazione dello sceicco la sera del suo rapimento e che per ritornare a casa (assieme ad altri 18 libanesi mai processati) ha dovuto aspettare una sentenza della Corte Suprema israeliana.
Di recente, su richiesta dello Shin bet (servizio segreto interno) il carcere ha aperto le sue tristi porte anche ad alcuni palestinesi, ritenuti capi di cellule armate dell'Intifada. Proprio la scomparsa nel nulla di alcuni palestinesi arrestati in Cisgiordania nell'ultimo anno ha messo in moto qualche mese fa l'iniziativa dei centri per i diritti umani che ha costretto, durante una udienza della Corte Suprema, l'avvocato dello stato a rivelare in pubblico l'esistenza della prigione segreta. I centri per i diritti umani tuttavia sottolineano che non bisogna dimenticare la situazione all'interno di carceri di cui si conosce da sempre l'esistenza e dove le condizioni di vita sono insopportabili e gli abusi frequenti. Negli ultimi mesi i circa 7.000 prigionieri politici palestinesi (quasi tutti arrestati negli ultimi due anni) hanno attuato piú volte scioperi della fame e proteste. Due di loro non mangiano da 20 giorni, le loro condizioni di salute vengono giudicate critiche.

"Come Pinochet"
Quella che riproduciamo è una lettera scritta dalla figlia di un dissidente politico cileno assassinato nelle carceri di Pinochet durante la dittatura militare. La donna, che oggi vive nel kibbutz di Megidda, rivolge un pesante atto di accusa al governo Sharon per il modo in cui vengono trattati i prigionieri politici. La lettera è stata pubblicata da Haaretz magazine il 22 agosto 2003.

Come figlia cilena di un desaparecido e come attivista politica ho sperimentato in prima persona il potere e la malvagità della dittatura. La mia famiglia non ha potuto sapere nulla della sorte di mio padre per molti anni, fin quando abbiamo appreso che era stato torturato e ucciso. Io sono stata costretta a nascondermi con la mia piccola bambina. Il nostro crimine era unicamente quello di credere di poter lottare per la libertà.
L'articolo di Aviv Lavie ci ha riportato alla memoria quei giorni terribili di Pinochet e della sua giunta militare. Israele, con ostinata perseveranza, sta diventando sempre più come quel regime buio. Persone vengono incarcerate senza processo, torturate, sono negati loro i diritti fondamentali, tra cui le visite da parte di familiari e avvocati. Noi già conoscevamo tutte queste cose, ma l'articolo svela una realtà più dura: torture sessuali, carceri, il dominio dell'apparato militare su quello civile e politico (fino al punto che il primo cancella informazioni dagli ultimi due). Non possiamo accettare nessuna scusa per violazioni dei diritti umani così evidenti. Dobbiamo capire che tutto ciò viene compiuto nel nostro nome. Tutto ciò mi spaventa.
Lili Traubman, dal Kibbutz di Megiddo

 

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/index1.html

La Guantanamo di Israele

Jonathan Cook*



Recessione economica, insicurezza cronica, isolamento diplomatico: nonostante questo bilancio catastrofico, il governo israeliano si ostina ad andare avanti sulla sua strada. Solo quattro paesi (Stati uniti, Israele, Micronesia e isole Marshall) si sono opposti, il 21 ottobre, alla condanna senza appello dell'Assemblea generale delle Nazioni unite, ma Israele continuerà nella costruzione del muro che racchiuderà il 40% della Cisgiordania. La sinistra israeliana prevede di firmare il 20 novembre con i rappresentanti di tutte le forze palestinesi un importante accordo di pace: Ariel Sharon ha subito gridato al «tradimento» e continua la sua escalation sanguinosa in cui Israele sta perdendo la propria identità. Ulteriore dimostrazione: questo carcere segreto, in cui la tortura è di uso corrente...



L'edificio 1391: così si chiama questa fortezza di cemento armato costruita su una collina che domina un kibbutz, nel centro di Israele, quasi completamente nascosta da alte mura e abeti. Due torri di guardia militari consentono alle sentinelle armate di abbracciare con lo sguardo i campi circostanti che si stendono a perdita d'occhio. Dall'esterno, gli edifici somigliano alle decine di posti di polizia costruiti negli anni trenta in tutta la Palestina sotto il mandato britannico.
Molti sono stati trasformati in basi militari, indicate da cartelli con un semplice numero.
E tuttavia, l'Edificio 1391, vicino alla Linea verde, la frontiera prima del 1967 tra Israele e la Cisgiordania, è diverso. Non figura sulle mappe, è stato cancellato dalle foto aeree, e di recente è stato portato via anche il cartello che indicava il suo numero. I censori hanno cancellato dai media israeliani qualsiasi accenno alla sua posizione geografica in nome del segreto che, secondo il governo, è di essenziale importanza per «impedire che si attenti alla sicurezza del paese». Secondo certi avvocati, i giornalisti stranieri che divulgassero informazioni in merito rischiano l'espulsione dal paese.
Nonostante gli sforzi accaniti del governo per imporre un vero e proprio black out sull'informazione, cominciano a venire alla luce i fatti atroci che si sono svolti proprio in questo luogo per oltre un decennio. Un giornale ebraico ha definito l'edificio 1391 la «Guantanamo di Israele», con riferimento al carcere americano di Camp X-Ray, nell'enclave americana a Cuba, in cui sono detenuti i prigionieri taliban e i membri di al Qaeda.Nell'ottobre 2003, una commissione di esperti giuridici internazionali guidata da Richard Goldstone, giudice presso la Corte costituzionale del Sudafrica ed ex procuratore generale del tribunale internazionale per la ex Jugoslavia e il Ruanda, ha definito Camp X-Ray un «buco nero» in cui i detenuti scompaiono e vengono spogliati dei loro diritti più fondamentali sanciti dalle convenzioni di Ginevra. «Gli stati non possono mantenere i detenuti di cui sono responsabili al di fuori della giurisdizione di tutti i tribunali internazionali», aggiungevano gli esperti nel loro rapporto.
Quanto avviene tra le mura dell'Edificio 1391, che peraltro non ha ricevuto la minima pubblicità, a differenza di Camp X-Ray, costituisce una violazione del diritto internazionale ancora più flagrante. A differenza di Camp X-Ray, la situazione geografica del carcere militare israeliano non è conosciuta pubblicamente, e non esistono neppure le foto di prigionieri scattate col teleobiettivo come quelle che noi abbiamo di Guantanamo. Altra differenza rispetto al carcere americano, l'Edificio 1391 non è mai stato sottoposto ad una ispezione indipendente, neppure dalla Croce Rossa. Quanto avviene laggiù è un mistero imperscrutabile.
Se il giudice Goldstone ha potuto dichiarare che «662 persone private di qualsiasi accesso a una procedura regolare» in materia giuridica, erano detenute a Camp X-Ray, in Israele nessuno, tranne un nucleo ristretto di alti funzionari del governo e della sicurezza, sa quante persone siano incarcerate nell'Edificio 1391. Testimonianze di ex detenuti lasciano intuire che sia stracolmo di prigionieri, fra cui numerosi libanesi, catturati durante i diciotto anni d'occupazione israeliana nel sud del paese dei cedri.
Quattro mesi dopo le prime rivelazioni sull'esistenza di questa prigione segreta, spetta alla giustizia israeliana fare in modo che il governo rilasci informazioni concrete al riguardo.
«Chiunque entri in questo carcere è letteralmente a rischio di scomparire - potenzialmente per sempre», afferma Leah Tsemel, avvocatessa israeliana specializzata nella difesa dei palestinesi (si veda l'articolo in basso). «Non ha nulla da invidiare alle galere dei dittatori sudamericani».Le rare informazioni che si è riusciti a raccogliere suggeriscono che i metodi di interrogatorio che ricorrono alla tortura sono di uso corrente. Mustafà Dirani, della milizia sciita libanese Amal, oggi defunto, di cui Israele recentemente ha riconosciuto che era stato incarcerato nell'Edificio 1391 dopo essere stato rapito in Libano da agenti israeliani nel 1994, ha dichiarato di essere stato violentato dai suoi inquisitori.
I primi barlumi che sono trapelati dal segreto che avvolge il carcere sono venuti da Leah Tsemel, lo scorso anno, dopo che l'esercito israeliano aveva rioccupato alcune città della Cisgiordania, nell'ambito dell'Operazione «Muro difensivo» dell'aprile 2002. Fino ad allora, a quanto pare, l'edificio era servito esclusivamente per prigionieri stranieri, soprattutto giordani, libanesi, siriani, egiziani e iraniani. Quanti sono? Nessuno lo sa. Il Comitato degli amici dei prigionieri di Nazareth afferma che quindici cittadini stranieri arabi sono «dichiarati scomparsi» dal sistema penitenziario israeliano.
A ciò si aggiungano numerosi casi di rapimento, soprattutto in Libano, che si presume siano opera di Israele. Quattro responsabili del governo iraniano che sono scomparsi a Beirut nel 1982 non sono mai stati ritrovati. In occasione delle recenti trattative per lo scambio di prigionieri tra Israele e la milizia libanese di Hezbollah, le loro famiglie hanno chiesto informazioni allo stato ebraico.
Dopo gli arresti di massa dell'aprile 2002, che hanno spinto gli istituti di pena israeliani a un punto critico di sovraffollamento, anche alcuni palestinesi sono stati mandati nell'Edificio 1391. Per un certo periodo la «scomparsa» di questi detenuti è rimasta occultata nel caos generale che è seguito alle incursioni dell'esercito. Tuttavia, nell'ottobre 2002 Leah Tsemel e una organizzazione israeliana di difesa dei diritti dell'uomo, Hamoked, si sono rivolti ai giudici per ottenere informazioni. Gli habeas corpus che sono stati presentati richiedevano che i palestinesi scomparsi comparissero in giudizio, onde dimostrare che erano ancora vivi. Messe alle strette, le autorità israeliane hanno ammesso che gli scomparsi erano detenuti in un luogo segreto, senza fornire ulteriori dettagli. Tutte le richieste d'informazione sono state trasmesse a Madi Harb, il capo dell'unità anti-terrorismo del carcere di Kishon, nei pressi di Haifa. In seguito a tali richieste, Israele ha precisato che soltanto un piccolo numero di palestinesi erano stati incarcerati nell'Edificio 1391, benché molti altri abbiano affermato di avervi soggiornato, come il dirigente di al Fatah Marwan Barghuti, che è attualmente sotto processo in Israele. A detta delle autorità, quei prigionieri sono stati successivamente trasferiti in carceri di ordinaria amministrazione.
Uno solo di loro, Bashar Jadallah, un uomo d'affari di Nablus di cinquant'anni, è stato rimesso in libertà. Era stato arrestato insieme al cugino ventitreenne, Mohammed Jadallah, al ponte di Allenby, tra la Giordania e Israele, il 22 novembre 2002. In una dichiarazione scritta sotto giuramento, Mohammed Jadallah ha riferito di essere stato torturato finché non ha confessato di appartenere ad Hamas.Diversamente dalla maggior parte degli altri detenuti, Bashar Jadallah afferma di non essere stato picchiato né sottoposto a torture fisiche, forse a causa della sua età. Ma ha trascorso vari mesi in un isolamento pressoché assoluto, senza mai vedere i suoi rapitori, che lo terrorizzavano.
La sua minuscola cella, di 2 metri per 2, senza finestre e con le pareti verniciate di nero, era debolmente illuminata da una lampadina sempre accesa, 24 ore su 24. Gli era stato impedito di mettersi in contatto con un avvocato e di vedere altri detenuti. Quando chiedeva ai suoi interrogatori dove si trovava, gi rispondevano che era «sulla luna».
Gli avevano vietato di vedere chiunque, al di fuori della sua cella.
«Prima di farmi uscire, mi facevano mettere dei grossi occhiali scuri che mi coprivano completamente gli occhi. Dovevo mettere quegli occhiali quando mi portavano in un altro locale, ad esempio nella sala degli interrogatori o in infermeria. Potevo togliermi gli occhiali soltanto dopo esser rientrato nella mia cella».
Hamoked accluderà al suo dossier il parere di uno specialista, il dottor Yehuakim Stein, uno psichiatra di Gerusalemme, sugli effetti della detenzione in simili condizioni. Secondo lui, il modo in cui sono stati trattati Jadallah e gli altri palestinesi che hanno testimoniato sotto giuramento, rappresenta una forma di tortura mentale, che provoca quella che egli definisce la "sindrome Ddd" (dread, dependency and debility; terrore, dipendenza e indebolimento).
La mancanza di cibo, di sonno, di movimento e di stimoli mentali, spiega lo psichiatra, abbinata all'assenza di qualsiasi contatto umano, che si tratti di un avvocato, dei parenti, di altri detenuti o perfino delle guardie, mira a fiaccare la resistenza dei carcerati nel corso degli interrogatori, e a ridurli in uno stato di dipendenza totale nei confronti dei loro interrogatori. Se a tutto ciò si aggiunge la sofferenza fisica provocata dagli atti di tortura, o dalle minacce di tortura, la paura di essere ucciso e la sensazione di essere stato dimenticato da tutti per sempre, i detenuti si consumano con quello che il dottor Stein definisce un «terrore» molto pericoloso sul piano psicologico.
«Il fatto di non sapere dove fossi e di non poter neppure guardare in faccia le guardie mi faceva estremamente paura - riferisce Bashar Jadallah. La cosa peggiore era la sensazione che potevo scomparire e la mia famiglia non avrebbe mai saputo che cosa mi fosse successo».
La descrizione di Bashar Jadallah, del suo isolamento e delle sue condizioni di vita coincide con quella fatta da altri detenuti, le cui testimonianze sono state raccolte da Leah Tsemel e da Hamoked.
Ricordano i materassi umidi e puzzolenti su cui dormivano, i secchi raramente svuotati che servivano da gabinetto, l'unico rubinetto d'acqua nella cella, sotto il controllo di guardie invisibili. Rumori violenti impedivano loro di dormire, e l'aria condizionata poteva farli tremare dal freddo.Le testimonianze scritte ricordano atti di tortura, una prassi che è stata messa al bando dalla Corte Suprema di Israele nel 1999. Hannah Friedman, direttrice del Comitato pubblico contro la tortura, riferisce che la sua organizzazione ha constatato un aumento costante dei casi di tortura nelle carceri israeliane dopo l'inizio dell'ultima intifada.
Secondo un recente studio, il 58% dei detenuti palestinesi verrebbe sottoposto ad atti di violenza dichiarata, come ad esempio percosse, calci, scosse violente, o essere costretti a mettersi in posizioni dolorose o imprigionati con manette che segano i polsi.
Queste prassi, e altre ancora peggiori, sembrano essere di uso corrente nell'Edificio 1391. Mohammed Jadallah riferisce nella sua testimonianza scritta di essere stato percosso ripetutamente, di aver subìto le catene ai polsi, di essere stato legato a una sedia in posizioni dolorose, e di non aver avuto il permesso di andare al gabinetto.
Gli hanno impedito di dormire versandogli l'acqua addosso non appena si assopiva. I suoi interrogatori gli hanno mostrato le foto di molti suoi parenti, minacciando di far loro del male. «Mi hanno portato una foto di mio padre vestito da carcerato, mi hanno fatto ascoltare una cassetta in cui parlava come se fosse un detenuto. Hanno minacciato di metterlo in carcere e di torturarlo».E tuttavia, questi prigionieri, probabilmente hanno incontrato una sorte migliore dei loro compagni di sventura incarcerati per molto tempo nell'Edificio 1391, i cittadini stranieri. I palestinesi che sono passati da questa prigione segreta sono rimasti sotto l'autorità dei servizi di sicurezza nazionale, lo Shin Bet, responsabili degli interrogatori nei normali centri israeliani di detenzione. Gli stranieri dell'Edificio 1391, invece, dipendono da un settore speciale dell'intelligence militare, l'Unità 504. Il trattamento loro riservato è stato rivelato da alcuni documenti trasmessi ai giudici nell'ambito del processo di Mustafà Dirani.
Quest'ultimo è stato rapito a casa sua in Libano, nel maggio 1994, allorché i servizi di intelligence israeliani tentavano di accertare dove si trovava un pilota, Ron Arad, il cui aereo si era schiantato al suolo nel Sud Libano nel 1986. Dirani ha tenuto prigioniero Arad per due anni, a quanto pare, prima di «venderlo» all'Iran.
Trasferito lo scorso anno nel carcere di Ashmoret, nei pressi di Netanya, Dirani è rimasto per otto anni nell'Edificio 1391, con un altro detenuto celebre, lo sceicco Abdel Karim Obeid, di Hezbollah.
Durante i primi mesi di cattività, allorché gli israeliani erano sicuri di ottenere da lui utili informazioni su Arad, è stato torturato da un inquisitore che era un alto ufficiale dell'esercito, noto esclusivamente con il soprannome di «maggiore George». Benché la tortura, all'epoca, fosse legale in Israele, Dirani ha sporto querela contro lo stato ebraico e contro il Maggiore George per due casi di violenza sessuale.
In uno George avrebbe ordinato a un soldato di stuprare Dirani, nell'altro gli avrebbe infilato un bastone nel retto.
Le accuse di Dirani sono state confermate dalle testimonianze di alcuni soldati che avevano prestato servizio nel carcere. TN, un interrogatore dichiara: «So che era prassi corrente minacciare di inserire un bastone, con l'intenzione di farlo se il soggetto non parlava». La petizione in difesa di George, che è stata firmata da 60 ufficiali, non nega i fatti, ma ritiene semplicemente che sia ingiusto prendersela con George per avere impiegato metodi di uso corrente nel carcere. George stesso ha ammesso che era prassi corrente che i detenuti fossero spogliati durante gli interrogatori.
Jihad Shuman, un cittadino britannico che Israele ha accusato di appartenere a Hezbollah dopo il suo arresto a Gerusalemme nel gennaio 2001, è stato detenuto per tre notti nell'Edificio 1391. Riferisce di essere stato percosso con violenza dai soldati: «Mi hanno tolto la benda dagli occhi. Ho visto quindici soldati armati, alcuni muniti di manganelli, che mi circondavano. Alcuni mi hanno malmenato, spinto e colpito alle spalle». Poco dopo è stato interrogato da un uomo in uniforme militare, che gli ha detto: «Deve confessare, altrimenti è un uomo finito, e nessuno saprà che cosa le è capitato. La confessione o la morte».
Non ci vuole molto a immaginare gli effetti di tali metodi sullo stato emotivo e psicologico dei detenuti. Ghassan Dirani, un parente di Mustafa Dirani, che è stato catturato insieme a lui e detenuto per un certo tempo nel carcere 1391, ha poi sofferto di schizofrenia catatonica. Se lo stato di Israele ha confermato ai giudici che l'Edificio 1391 era un carcere segreto, è tutt'altro che certo che questo sia l'unico del paese, secondo documenti scoperti di recente da alcuni gruppi di difesa dei diritti umani. Fra i documenti forniti ad Hamoked dall'esercito israeliano, alcuni riguardano Mussa Azzain, un militante di Hezbollah di 35 anni, incarcerato nell'agosto 1992 nella prigione tristemente famosa di Khiam nel Sud Libano. Secondo alcuni responsabili israeliani, è stato successivamente trasferito in una «facility barak» in Israele.
Azzain riferisce di essere stato portato in un carcere segreto che i detenuti chiamavano Sarafend, nome spesso citato dai prigionieri libanesi. Sarafend è il nome inglese di una base militare che si chiama attualmente Tzrifin, alla periferia di Tel Aviv.
Numerosi detenuti che sono stati in una prigione segreta hanno affermato di sentire il rumore delle onde. Ma l'Edificio 1391 si trova a una buona distanza dal mare. Altri hanno riferito che sentivano il decollo degli aerei o rumori di spari, che potevano provenire da un poligono militare. Dato che esistono quasi 70 edifici Taggart - postazioni di polizia fortificate costruite sotto il mandato britannico - molte di queste potrebbero essere utilizzate come prigioni segrete senza destare alcun sospetto.
Un altro edificio Taggart, a Gedera, a sud di Tel Aviv, sarebbe stato adibito a tale uso finché le operazioni non sono state trasferite, a quanto pare, all'Edificio 1391 negli anni '70. È possibile che vi siano altri casi del genere. Secondo un ex responsabile della Croce rossa che aveva l'incarico di ritrovare i prigionieri durante la prima intifada, dal 1987 al 1993, l'organizzazione umanitaria ha appreso, all'inizio degli anni '90, che Israele aveva imprigionato in segreto alcuni palestinesi in un edificio del centro di detenzione militare nei pressi di Nablus, noto sotto il nome di Farah.
Kerstein sospetta lo stato ebraico di possedere numerose prigioni segrete che apre e chiude secondo le necessità. Al culmine dell'occupazione del Libano, è possibile che molte di queste prigioni fossero in funzione.
Il gran numero di prigionieri palestinesi lo scorso anno potrebbe aver indotto le autorità ad attivare altre carceri segrete. La signora Kerstein teme anche che lo stato ebraico subappalti i servizi di questi edifici segreti ad altri paesi, in particolare gli Stati uniti dopo la loro invasione dell'Iraq. Secondo la Croce rossa non c'è nessun iracheno tra i detenuti di Guantanamo. Dato il caos che regna in Iraq, è pressoché impossibile sapere chi sia stato arrestato e dove siano detenuti i prigionieri.
A detta di alcune fonti diplomatiche, esistono le prove del fatto che gli Stati uniti interrogano i prigionieri in Giordania, in modo da aggirare il diritto internazionale e da sfuggire agli occhi della Croce Rossa che ha accesso a Guantanamo. È possibile che Egitto, Marocco e Pakistan diano loro manforte.«Sarebbe quanto meno sorprendente che Israele, l'alleato più fedele degli Stati uniti, di cui sappiamo che possiede almeno un carcere segreto, non offra i suoi servizi agli americani - afferma Kerstein.
Israele vanta un'esperienza pluridecennale per quanto riguarda la tortura e l'interrogatorio dei prigionieri arabi - esattamente la competenza che serve agli americani, nei tempi lunghi successivi alle invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq».


*Giornalista indipendente, Israele.


http://www.11settembre.net/IL%20CATALOGO%20DEI%20massacri%20israeliani.htm


IL CATALOGO DEI MASSACRI ISRAELIANI E' SCRITTO NELLA TORAH:



"Distruggi le loro terre, colpisci le loro colonne e spezza le loro statue, e devasta i loro luoghi santi, ripulisci la terra e sradicali, per questo ti ho dato loro in tuo possesso" Numeri 33:52,53 "e loro distrussero tutto ciò che Era in città, sia uomini che donne, giovani e vecchi, buoi e pecore e asini, con il filo della spada." Josué 6:21 Nonostante l'immagine che Israele distribuisce di se stessa, cioè di nazione oppressa, è con consapevolezza che noi presentiamo questi crimini che dimostrano, esse da sole, la brutalità dell'esercito Israeliano e la ferocia dei suoi soldati che sembra abbiano sete di sangue. È con la speranza che il mondo veda un quadro chiaro, che noi presentiamo questi fatti penosi. È interessante il fatto che oggi i media non dicono nulla su questi crimini, mentre ne sono prodighi sull'Olocausto. Essi riportano notizie per uno o due settimane, ma poi si scivola nel mare dell'oblio. Coloro che tentano di fare conoscere la realtà storica di Israele, vengono accusati di anti-semitismo. Così, con la speranza di mantenere viva la memoria, presentiamo questa vergognosa storia di Israele, che sembra avere trovato il ruolo di Goliah più interessante che non quello di David. IL MASSACRO DELL'HOTEL KING DAVID: L'esplosione all'Hotel King David del 22 luglio 1946 (Palestina), che provocò la morte di 92 inglesi, arabi e ebrei, e il ferimento di altre 58 persone, non fu un atto di "ebrei estremisti" ma un massacro premeditato attuato dall'Irgun, in accordo con i maggiori esponenti politici ebrei in Palestina la Jewish Agency e il suo capo David Ben-Gurion. Secondo Yitshaq Ben-Ami, un ebreo palestinese, che ha passato 30 anni in esilio dopo la nascita di Israele, ha investigato sui crimini della feroce cricca a capo del movimento sionista interno. L'Irgun ha concepito un piano per attaccare l'Hotel King David all'inizio del 1946, ma la luce verde fu data solo il primo luglio. Secondo il Dr. Sneh, l'operazione venne personalmente approvata da Ben-Gurion, dal suo auto-esilio in Europa. Sadeh, l'ufficiale alle operazioni dell'Haganah, e Giddy Paglin, il capo delle operazioni dell'Irgun con il consenso di Menachem Begin, che aveva dato agli inglese 35 minuti di tempo per evacuare l'edificio, senza dar loro la possibilità di disinnescare l'ordigno. La motivazione della Jewish Agency, era la distruzione delle prove, che gli inglesi avevano raccolto, e che indicavano che l'ondata di terrore in Palestina non era solo un'azione di un ristretto gruppo come l'Irgun e la banda Stern, ma vennero commessi in collusione con l'Haganah e il gruppo Palmach che erano sotto il controllo del gruppo dirigente delle istituzioni sioniste stesse, note come Jewish Agency. Così parecchi civili innocenti morirono nel massacro dell'Hotel King David, e ciò come parte del normale agire nella storia oltraggiosa del sionismo: un atto criminale fu compiuto, attribuito a un gruppo isolato, ma sempre sotto la diretta autorizzazione delle massime autorità sioniste, cioè la Jewish Agency, durante il Mandato in Palestina o poco prima l'istituzione del governo di Israele. Quel che segue è una dichiarazione fatta alla Casa dei Comuni da parte del primo ministro inglese Clement Attlee: il 22 luglio 1946, uno dei più vili e feroci crimini registrati nella storia è stato compiuto. Riferiamo che l'esplosione del King David Hotel s Gerusalemme. 92 persone hanno perso la vita in questo attacco proditorio, 45 i feriti, tra cui molti alti ufficiali, cadetti e personale d'ufficio, sia uomini che donne. Il King David Hotel era usato come ufficio del segretariao del governo in Palestina e come quartier generale dell'esercito inglese. L'attacco è stato compiuto il 22 luglio, alle 12.00, quando gli uffici sono pieni. Gli attentatori camuffati da lattai, hanno trasportato esplosivo in contenitori di latte, mettendoli nel basamento dell'Hotel e sono fuggiti. Il Capo Segretario del Governo di Palestina, Sir John Shaw, dichiaò alla radio: come capo del Segretariato, la maggior parte dei morti e dei feriti erano del mio staff, li conoscevo personalmente da undici anni. Erano più che colleghi. Inglesi, Arabi, Ebrei, Greci, Armeni; ufficiali anziani, poliziotti, miei sottoposti, il mio autista, furieri, guardie, uomini e donne, giovani e vecchi, erano miei amici. Nessuno potrebbe desiderare di avere sottoposti più efficienti, leali e onesti di queste comuni persone dignitose. Il loro unico crimine era la loro fedele, imparziale e umile servizio rivolto alla Palestina e al suo popolo. Per questo sono stati ricompensati con una strage sanguinosa. Sebbene membri della Irgun'vai Leumi si assumessero la responsabilità di questo crimine, resero pubblico, più tardi, che avevano ottenuto il consenso e l'approvazione del comando dell'Haganah, e di conseguenza quella della Jewish Agency. Il Massacro dell'Hotel King David scioccò la coscienza del mondo civile. Il 23 luglio, Anthony Eden, leader dell'opposizione Conservatrice, pose una questione nella Casa dei Comuni, al Primo Ministro Attlee, del Labor Party, chiedendo perché non avessa fatto alcuna dichiarazione sulla strage di Gerusalem. Attlee rispose: che ogni sforzo era stato fatto per identificare e arrestare gli attenatori. Il lavoro di racupero dei resti, che venne immediatamente organizzato, continua. I parenti delle vittime sono state avvertite per telegramma al più presto e con la più accurata informazione possibile. La Casa dei Comuni desidera esprimere le più profonde condoglianze con i parenti delle vittime e dei feriti in questo vile attentato. IL MASSACRO DI BALDAT AL-SHAIKH: 30-31 Gennaio 1947 (Palestina): questo massacro venne attuato a seguito di una controversia sorta tra operai palestinesi e sionisti, presso la raffineria di petrolio di Haifa, che causò la morte di parecchi palestinesi e il ferimento e il decesso di circa 60 sionisti. Un grande numero di operai arabi palestinesi vivevano a Baldat al-Shaikh e a Hawasa, site nel sud-est di Haifa. Conseguentemente, i sionisti pianificarono l'attacco a Baldat al-Shaikh e Hawasa, come la risposta per vendicare i sionisti uccisi nella raffineria: 1. la notte tra il 30 e il 31 gennaio del 1947, una forza mista composta dal Primo battaglione della Palmakh e dalla brigata Carmelie (circa 150 o 200 terroristi sionisti), sotto il comando di Hayim Afinu'am lanciò un raid contro le due città. 2. Concentrarono l'attacco sui sobborghi di Baldat al-Shaikh e Hawasa. Attaccando di sorpresa le case in prima fila, mentre i loro abitanti dormivano; le bombardarono con le granate, quindi entrarono dentro e spararono con le pistole-mitragliatrici. 3. L'attacco terrorista provocò la morte di circa 60 civili, uccisi nelle loro case, parecchi erano donne, vecchi e bambini. 4. L'attacco durò un'ora, dopo di ché i sionisti si ritirarono alle 2:00 del mattino, dopo avere attaccato le case di numerosi civili. 5. secondo il rapporto scritto dal capo dell'operazione terroristica, "gli attaccanti scivolarono nella città e iniziarono a lavorare nelle case. E dato che le armi erano dirette dentro le stanze, fu impossibile impedire il ferimento di donne e bambini." IL MASSACRO DI YEHIDA: 13 Dicembre 1947 (Palestina): uomini del villaggio arabo di Yehiday (presso Petah Tekva, il primo insediamento sionista che sia mai stato stabilito) riuniti in un cafè locale, videro una pattuglia dell'esercito inglese entrare nel villaggio, si rassicurarono, dato che il giorno prima i terroristi ebrei avevano assassinato 12 palestinesi. I quattro veicoli si fermarono davanti il cafè, ne scesero degli uomini in divisa cachi ed elmetto. Tuttavia, divenne presto chiaro che non erano giunti a proteggere il villaggio. Con la mitragliatrici, sparraono contro la folla raccolta nel cafè. Qualcuno degli invasori piazzò bombe nelle case, mentre altri terroristi camuffati lanciarono granate contro i civili. Sembrò che gli invasori potessero annientare i cittadini, ma una vera pattuglia inglese giunse a sventare la ben organizzata azione di killeraggio. Il risultato poteva essere ben più alto dei sette arabi assassinati. In precedenza, lo stesso giorno, 6 Arabi vennero uccisi e altri 23 feriti quando una bomba artigianale esplose tra la folla che stava presso la porta di Damasco a Gerusalemme. A Jaffa un'altra bomba uccise altri sei Arabi e ne ferì 40. IL MASSACRO DI KHISAS: 18 Dicembre 1947 (Palestina): due autocarri dell'Haganah, trasportava dei terroristi attraverso il villaggio di Khisas (sul confine Libanese-Siriano) sparando con le mitragliatrici e gettando granate. 10 civili Arabi venenro uccisi nel raid. IL MASSACRO DI QAZAZA: 19 Dicembre 1947 (Palestina) : 5 bambini Arabi vennero assassinati quando dei terroristi ebrei fecero esplodere una casa del villaggio Mukhtar. IL MASSACRO DEL SEMIRAMIS HOTEL: 5/7/1948(Palestina): La Jewish Agency aumentò la campagna del terrore contro gli Arabi Palestinesi. Decisero di perpetrare un massacro sanguinoso bombardando il Semiramis Hotel nel quartiere Katamon di Gerusalemme, allo scopo di scacciare i Palestinesi da Gerusalemme. Il massacro del Semiramis Hotel, del 5 gennaio 1948, fu una diretta responsabilità del leader della Jewish Agency David Ben-Gurion e dei capi dell'Haganah Moshe Sneh e Yisrael Galili. Se il massacro fosse stato compiutoin tempo di guerra, sarebbero stati condannati a morte per la loro criminale responsabilità assieme ai terroristi che piazzarono l'esplosivo. Una descrizione del massacro del Semiramis Hotel da parte dei documenti dell'ONU, è qui presentata, così come il rapporto della Polizia Palestinese, spedito al Colonial Office di Londra: 5 gennaio 1948. I terroristi dell'Haganah effettuano il più barbaro attacco alle 1.00 del mattino di lunedì, il Semiramis Hotel nel quartiere Katamon di Gerusalemme, uccidendo persone innocenti e ferendone parecchie. La forza terrorista della Jewish Agency fece esplodere l'entrata dell'hotel con una piccola bomba e quindi piazzò delle bombe nel basamento dell'edificio. Perciò a causa dell'esplosione, l'edificio crollò sui residenti. Quando i terroristi si ritirarono, iniziarono a sparare sulle case del vicinato. Gli assassinati furono: Subhi El-Taher, Mussulmano; Mary Masoud, Cristiana; Georgette Khoury, Cristiana; Abbas Awadin, Mussulmano; Nazira Lorenzo, Cristiana; Mary Lorenzo, Cristiana; Mohammed Saleh Ahmed, Mussulmano; Ashur Abed El Razik Juma, Moslem; Ismail Abed El Aziz, Mussulmano; Ambeer Lorenzo, Cristiano; Raof Lorenzo, Cristiano; la famiglia Cristiana di Abu Suwan, sette membri, marito, moglie e cinque bambini. Accanto a questi assassinati, 16 altri furono feriti, tra cui donne e bambini. Di seguito il testo del cablogramma dell'Alto Commissario per la Palestina al Colonial Office riguardo il massacro: Gerusalemme. 01.17, Città. Alle 01.17 circa, una granata è stata gettata nel Semiramis Hotel, quartiere di Katamon, causando danni superficiali, ma non perdite umane. Durante la conseguente confusione, una carica è stata piazzata nell'edificio, e esplose un minuto dopo, demolendo completamente metà dell'edificio. Testimoni hanno dichiarato che gli attentatori provenivano dalla Upper Katamon Road, su due taxi. Quattro persone sono scese dal primo taxi, e un'altra, apparentemente per coprire i primi, dal secondo. Vestivano tutti abiti europei. IL MASSACRO DI DAIR YASIN: 9/4/1948(Palestina): Le forze delle bande sioniste Tsel, Irgun e Hagana, attuando la strategia terrorista di uccisione di civili, allo scopo di ottenre i loro obbiettivi. Entrarono nel villaggio la notte del 9 Aprile 1948. Loro compito era di scacciare i Palestinesi dalla loro terra, raccogliendo gli abitanti inermi, distruggendo le loro case e bruciandoli nelle loro case, rendendo chiaro al mondo intero in quale abisso di barbarie si fosse gettato il sionismo. L'attacco iniziò quando i bambini dormivano nelle braccia dei lro padri e delle loro madri. Nelle parole di Menachim Begin sono descritti gli eventi: "gli Arabi combatterono tenacemente in difesa delle loro case, delle loro donne e dei loro figli." Il combattimento si svolse di casa in casa, e quando gli ebrei occupavano una casa, la facevano esplodere, spingendo gli abitanti a uscire o ad affrontare la morte. Credendo alla minaccia, le prsone lasciavano le case nel terrore e sperando di salvare donne e bambini. Ma ciò che le bande Stern e Irgun era quello di abbattere chiunque finisse nel raggio delle loro armi. Quindi, in un quadro di barbarie come pochi l'umanità ha potuto vedere, tranne la sua parte più depravata, i terroristi iniziarono a gettare bombe mano nelle case, allo scopo di fare uscire o seppellire chiunque fosse dentro. Gli ordini che essi ricevettero, era quello di distruggere ogni casa. Dopo avere usato gli esplosivi, le bande Stern e Irgun uccidevano chi trovavano ancora vivo. Le esplosioni continuavano nello stesso modo barbaro fino al pomeriggio del 10 Aprile 1948. Una volta raccolti i civili , che erano sopravvissuti, li misero accanto alla base dei muri e negli angoli, quindi li mitragliarono. Circa 25 uomini vennero prelevati dalle case caricati sugli autocarri e condotti nel "tour della vittoria", nei sobborghi di Judah Mahayina e di Zakhroun Yousif. Alla fine del tour, gli uomini vennero portati in una cava di pietre, tra Tahawwu'at Shawul e Dair Yasin, e qui vennero assassinati a sangue freddo. Allora i "combattenti" di Etsel e Layhi portarono su autocarri le donne e i bambini in qualche modo sopravvissuti, portandoli alla porta Mendelbaum. Finalmente, una unità dell'Hagana giunse e seppellì in una fossa comune circa 250 corpi di arabi, parecchi di essi donne, bambini e vecchi. Una donna che sopravvisse al massacro, di nome Halima Id, descrisse ciò che accadde alle sue sorelle. "vidi un soldato catturare mia sorella Saliha al-Halabi, incinta di nove mesi, puntò il suo mitra sulla sua schiena, quindi vuotò il caricatore sul suo corpo. Quindi si trasformò in un macellaio, prese un coltello e squartò il suo ventre per poter macellare il bambino, con il suo coltello da nazista. In un'altra località del villaggio Hanna Khalil, una ragazza, all'epoca, vide un uomo brandire un grosso coltello e squartare dalla testa al ventre il corpo della sua vicina Jamila Habash. Quindi uccise il vicino Fathi nello stesso modo, all'ingresso della casa. Una donna di 40 anni, di nome Safiya, descrisse come venne assalita da un uomo che improvvisamente aprì i suoi pantaloni e le balzasse addosso. "iniziai a gridare e a agitarmi. Ma le donne attorno me subirono lo stesso destino. Dopo che ci strapparono i vestiti, così che potessero afferrare il nostro seno e i nostri corpi, con gesti troppo orribili da descrivere." Alcuni soldati tagliarono le orecchie alle donne, per avere un piccolo ricordo... Una volta giunte le notizie del massacro, una delegazione della Croce Rossa cercò di visitare il villaggio. Tuttavia, fu loro permesso di visitare il posto, solo il giorno dopo. Nel frattempo i sionisti cercavano di coprire l'evidenza del loro crimine. Raccolsero il maggior numero possibile dei corpi smembrati delle vittime, li gettarono nel pozzo del villaggio e lo chiusero. Quindi cambiarono le segnaletiche che conducevano al villaggio, in modo da impedire alla delegazione della croce rossa di trovare il villaggio. Tuttavia la delegazione trovò ben presto la strada giusta, e trovarono i corpi di 150 donne bambini e vecchi. In aggiunta ai corpi ritrovati nel pozzo, furono scoperti i corpi seppelliti nella cava, mentre altri corpi giacevano ancora nelle strade e negli angoli del villaggio, tra le rovine delle case. In seguito, il capo della banda terrorista dell'Hagana che prese parte al seppellimento dei corpi dei civili palestinesi, scrisse che il suo gruppo non intraprese alcuna operazione militare contro i massacratori, poiché volevano istillare la paura nei cuori degli arabi. Perciò scelsero un villaggio pacifico, disarmato, al fine di spargere il terrore tra gli arabi e costringerli alla fuga. IL MASSACRO DI NASER AL-DIN: 13-14 Aprile 1948(Palestina) : un contingente del Lehi e Irgun entrò in questo villaggio (presso Tiberiade) entrò la notte del 13 Aprile vestito come soldati Arabi. All'entrata al villaggio, la gente si avvicino loro per ringraziarli, allora i terroristi fecero fuoco, uccidendo ognuno di essi. Solo 40 persone sopravvissero. Tutte le case vennero rase al suolo. IL MASSACRO DI TANTURA: 15 Maggio 1948 (Palestina): "da testimoni e informazioni che ho, da testimoni ebrei e arabi, e da alcuni soldati presenti, almeno 200 persone del villaggio di Tantura sono stati uccisi dalle truppe israeliane... "Dato il numero, è uno dei più grandi massacri" Teddy Katz uno storico israeliano dice che Tantura, presso Haifa nel nord della Palestina, aveva 1,500 residenti all'epoca. Più tardi venne demolita allo scopo di costruire un parcheggio vicino alla spiaggia e al Nahsholim kibbutz. Fawzi Tanji, ora ha 73, rifugiato in un campo nella West Bank, proviene da Tantura dice: Avevo 21 anni, presero un gruppo di 10 uomini, li allinearono al muro del cimitero e li uccisero. Quindi presero un altro gruppo, uccisi, trascinarono via i corpi, e così via. Dice Tanji. Aspettavo il mio turno di morire con sangue freddo, vedevo gli uomini cadere davanti a me. Katz dice che altri Palestinesi furono uccisi nelle loro case, e in altri punti del villaggio. A un certo punto, dice, i soldati sparavano a tutto ciò che si muoveva. IL MASSACRO DI BEIT DARAS: 21 Maggio 1948 (Palestina): dopo parecchi tentativi falliti di occupare questo villaggio, i sionisti mobilitarono un grande contingente e circondarono il villaggio. La gente di Beit Daras decise che donne e bambini dovevano andarsene. Appena donne e bambini lasciarono il villaggio, l'esercito sionista li massacrò nonostante sapesse che si trattava di donne e bambini che lasciavano il villaggio per evitare la battaglia. IL MASSACRO DELLA MOSCHEA DI DAHMASH: 11 luglio 1948 (Palestina): dopo che 89th Battaglione Commando Israeliano, comandato da Moshe Dayan occupò Lydda, gli israeliani dissero agli arabi, con l'altoparlante, che dovevano riunirsi nella moschea per essere al sicuro. Per rappresaglia a un attacco con bombe a mano, effettuato dopo la resa, che aveva provocato la morte di parecchi soldati israeliani, 80-100 Palestinesi vennero massacrati nella moschea, i loro corpi furono lasciati decomporsi, per 10 giorni, sotto il sole d'estate. La moschea è oggi abbandonata. Questo massacro provocò panico e terrore nella popolazione araba di Lydda e Ramle, che ricevettero l'ordine di abbandonare le due città, dopo che vennero spogliati dei loro beni personali da parte dei soldati israeliani. Yitzak Rabin, Comandante della Brigata, disse: - non si deve può evitare l'uso della forza e minacciare l'uso delle armi, per spingere gli abitanti fino a dieci/quindici miglia , presso il punto cui la popolazione può incontrare la Legione araba. Molti dei 60.000 abitanti di Lydda e Ramble trovarono rifugio presso i campi di Ramallah, circa 350 morirono per disidratazione, durante la marcia. Molti sopravvissero bevendo la propria urina. Le condizioni nei campi richiesero altre vite. IL MASSACRO DI DAWAYMA: il 29 Ottobre (Palestina): l'esercito israeliano massacrò brutalmente circa 100 donne e bambini, precipitandoli da una scarpata di questo villaggio posto nel lato occidentale delle montagne di Hebron. Mr. Walid Khalidi, autore di "tutto quel che rimane" dice che gli abitanti palestinesi di Dawayma affrontarono lil più grande massacro israeliano, uno, ancora oggi, dei più sconosciuti. Ciò che segue è un estratto della descrizione del massacro pubblicato nel giornale israeliano Al ha Mishmar, riportato su "tutto quel che rimane": I bambini venivano uccisi sfondandogli il cranio con i bastoni. Non vi era una casa senza un morto, un ufficiale ordinò di mettere due vecchie in una casa e di farla esplodere con loro dentro. Il geniere incaricato si rifiutò, allora di lasciare la donna e facesse ciò che diavolo voleva. Un soldato gridava che aveva violentato una donna e che l'aveva uccisa! L'ex capo del villaggio di Dawayma, intervistato nel 1984 dal giornale israeliano Hadashot, riportato da Mr. Khalidi, offre un'altra descrizione: La gente scappava, e chiunque veniva visto nelle case, veniva ucciso. I soldati israeliani uccidevano anche per le strade. Fecero esplodere la mia casa, in presenza di testimoni oculari, i carri armati fecero fuoco, abbandonai il villaggio subito. Dopo le 10.30, due carri armati demolirono la moschea di Darawish. Circa 75 vecchi erano là dentro, per la preghiera del venerdì. Vennero tutti uccisi. Circa 35 famiglie si nascosero nella cava di Dawayma, secondo il capo villaggio, e quando le forze israeliane le scoprirono gli dissero di uscire, in fila e iniziarono a camminare, allora spararono con le mitragliatrici dai due lati della fila. Quindi raccolsero i corpi, li misero in una cisterna e la seppellirono. IL MASSACRO DI HOULA: 26/10/1948 (Libano) :Houla si trova nel sud del Libano, a pochi chilometri dal confine israeliano. Quando i volontari arabi giunsero a liberare la Palestina dall'occupazione israeliana, stabilirono il quartier generale a Houla, su una collina da cui si vedeva la Palestine. La forza aveva condotto con successo la difesa dei villaggi Libanesi, ma i combattenti si ritirarono improvvisamente il 26 Ottobre 1948." "I militanti ebrei attaccarono le due città, per vendicarsi dell'aiuto che i residenti avevano dato alle forze di resistenza. Il 31 Ottobre ebrei militanti, vestiti con abiti tradizionali arabi, entrarono nel villaggio. Gli abitanti li accolsero pensando che fossero volontari arabi che ritornavano. Si sbagliavano. I militanti radunarono 85 persone e li tennero i alcune case, spararono contro i civili, uccidendoli tutti tranne tre. Ma ciò non bastò. I militanti ebrei fecero esplodere le case con i cadaveri all'interno. confiscarono le proprietà. I tre che sopravvissero, di cui uno è ancora vivo, e gli altri fuggirono a Beirut. Secondo l'armistizio, tra il Libano e Israele del 1949, gli abitanti del villaggio ritornarono. Trovando le loro case in rovina e le loro fattorie bruciate. Houla rimase sotto occupazione israeliana, è sopportò la brutalità e il vandalismo degli israeliani verso il Libano. Solo 1,200 dei 12,000 abitanti rimase nel villaggio. Il massacro di Houla fu uno della serie di massacri commessi dagli israeliani contro i civili Libanesi. IL MASSACRO DI SALHA: 1948 (Libano): dopo aver spinto la popolazione nella moschea del villaggio, le forze di occupazione ordinarono loro di mettersi faccia al muro, e allora spararono su di loro, trasformando la moschea in un macello. 105 furono i martiri. IL MASSACRO DI SHARAFAT: 7 Febbraio 1951(Palestina): i soldati israeliani attraversarono il confine armistiziale del villaggio a 5Km da Gerusalemme e fecero esplodere le case le capo villaggio e dei suoi vicini. 10 i morti (due vecchi, 3 donne e 5 bambini) 8 i feriti. IL MASSACRO DI QIBYA: 14-15/10/1953 (Palestina): nella notte del 14-15 Ottobre 1953, questo villaggio fu oggetto di un brutale attacco israeliano condotto da unità dell'esercito regolare, come parte di una azione pianificata in cui molti tipi di armi vennero usate. La sera del 14 Ottobre, un reparto militare israeliano di circa 600 soldati si mosse verso il villaggio. Arrivati, circondarono il villaggio, isolandolo dagli altri centri arabi. L'attacco iniziò concentrato, con un indiscriminato tiro dell'artiglieria sulle case del villaggio. Il fuoco continuò finché la forza principale giunse nei sobborghi del villaggio. Nel frattempo, altre unità condotte nei centri arabi vicini come Shuqba, Badrus e Na'lin allo scopo di distrarli e prevenire ogni tipo di aiuto al popolo di Qibya. Minarono parecchie strade per isolare il villaggio completamente. Unità della fanteria israeliana attaccarono gli abitanti della cittadina, unità di genieri piazzarono esplosivi nelle case e le fecero saltare in aria, con le persone all'interno. Tutto ciò sotto la protezione dei fanti, che spararono su chiunque voleva fugire. Questo atto di brutalità continuò fino alle 4:00 del 15 Ottobre 1953, a quel punto le forze nemiche si ritirarono nella base di provenienza. Ciò che segno in modo particolare la memoria dei sopravvissuti, fu ciò che videro: una donna araba seduta in una pila di detriti e che guardava il cielo con lo sguardo perso. Fra il cumulo della casa distrutta spuntavano piccoli piedi e piccole mani; ciò che restava dei suoi sei figli, mentre il corpo di suo marito, martoriato dalla pallottole, giaceva nella strada di fronte a lei. Questo vile attacco terrorista provocò la distruzione di 56 case, la moschea, la scuola, e i serbatoi d'acqua. Inoltre 67 cittadini morirono, sia uomini che donne, con molti feriti. Il terrorista Ariel Sharon, il comandante dell'unità "101" che prese parte all'attacco terrorista, dichiarò che gli ordini dei suoi capi, parlavano chiaramente su come dovevano essere trattati i cittadini arabi del villaggio. Disse: "gli ordini erano chiarissimi: Qibya doveva essere l'esempio per tutti." IL MASSACRO DI KAFR QASEM: 29 Ottobre 1956 (Palestina): il giorno in cui gli israeliani assaltarono l'Egitto , unità delle guardie di Frontiera israeliane iniziarono alle 16:00 ciò che chiamarono un "giro nel triangolo dei villaggi". Dissero ai capi villaggio di questi villaggi che il coprifuoco darebbe iniziato alle 17.00 invece che alle 18.00 usuali. E gli abitanti dovevano stare a casa. Il capo villaggio protestò che vi erano circa 400 abitanti che lavoravano fuori, e non c'era tempo sufficiente per informarli della novità. Un ufficiale l'assicurò che sarebbero stati attenti. Nel frattempo, i soldati si posizionarono all'entrata del villaggio. Alle 16.55 circa, inconsapevoli dell'imboscata che li attendeva, i contadini innocenti ritornarono a casa, dopo la dura giornata di lavoro. I soldati israeliani scesero dai loro veicoli e ordinarono ai cittadini di allinearsi. Allora l'ufficiale comandante urlò: "falciateli!" e i soldati trucidarono, a sangue freddo, i palestinesi. Con il massacro ancora in atto, i soldati israeliani iniziarono a finire i superstiti. Il governo di Israele ebbe gravi difficoltà nel nascondere la verità, ma dopo che le indagini si conclusero, Ben Gurion, Primo Ministro israeliano, annunciò che qualcuno nel Triangolo era stato ferito dalle guardie di frontiera. La stampa prese parte alla cospirazione, ne coprire l'"incidente". La stampa ebraica scrisse "errore?" e "disgrazia", quando si menzionarono le vittime, e era difficile capire di chi si trattasse. Ancora più assurdo il processo che condannò i colpevoli con pene lievi. La corte, che trovò il maggiore Meilinki e il tenente Daham colpevoli dell'assassinio di 43 persone, condannò il primo a 17 anni e il secondo a 15 anni. Ciò che va sottolineato sul comportamento degli ufficiali israeliani era la varietà di autorità competenti nell'emissione della sentenza. Infine, il comitato per il rilascio dei prigionieri, ordinò la remissione a un terzo delle condanna per tutti coloro che erano stati imprigionati. Nel settembre 1960, Daham venne nominato dalla municipalità di Ramle, addetto agli affari arabi. IL MASSACRO DI KHAN YUNIS: 3/11/1956 (Palestina): un altro massacro venne commesso il 3 Novembre 1956 quando gli israeliani occuparono la città di Khan Yunis e l'adiacnete campo profughi. Gli israeliani dichiararono che vi era stata resistenza, ma lo stato di rifugiati era finito quando gli israeliani arrivarono, tutte le vittime erano disarmate. Parecchie case di Khan Yunis furono rase al suolo. Corpi gettati dappertutto e poiché venne istituito il coprifuoco, nessuno di essi poté essere sepolto. (più tardi una indagine dell'UNRWA scoprì che gli israeliani a Khan Yunis e nel campo rifugiati uccisero quel giorno 275 civili). Dopo che gli israeliani si ritirarono da Gaza, sotto la pressione degli USA, una fossa comune venne scoperta a Khan Yunis nel Marzo 1957. La fossa conteneva i corpi di 40 arabi, che avavno le mani legate dietro la schiena ed erano stati uccisi con un colpo alla nuca. ("IMPERIAL ISRAEL", Michael Palumbo; London; Bloomsbury Publishing; 1990 pp. 30 - 32, citazione della Assemblea Generale dell'ONU: Official Record, supplemento 11.ma sessione, nop.) IL MASSACRO DI GAZA: 5/4/1956 (Palestina): la sera di mercoledì 5 Aprile 1956, le forze di occupazione sioniste, spararono colpi di mortaio contro la città di Gaza. Il fuoco venne concentrato contro il centro cittadino, dove la popolazione civile svolgeva i propri affari quotidiani. Molti dei colpi venenro diretti contro Mukhtar Street, Piazza Palestina e le strade vicine, così come contro il Shuja'iyya district. A causa di questo massacro terroristico attuato dalle bande dell'esercito sionista contro il popolo palestinese, 56 persone vennero uccise e altre 103 ferite, inclusi uomini, donne , bambini. Qualcuno di loro morì per le ferite riportate, portando il numero di morti ammazzati a 60, incluse 27 donne, 29 uomini e 4 bambini. IL MASSACRO DI AL-SAMMOU': 13 Novembre 1966 (Palestina): forze israeliane attaccarono un villaggio, distrussero 125 case, la clinica e la scuola del villaggio e altre 15 case nei sobborghi del villaggio. 18 persone venenro uccise e 54 ferite. IL MASSACRO DI AITHAROUN: 1975 (Libano): gli israeliani perpetrarono questo massacro iniziando con delle bombe-trappola, catturarono e uccisero tre fratelli. Trascinarono i loro corpi per le strade. 9 civili furono uccisi e 23 feriti. IL MASSACRO DI KAWNIN: 15/10/1975 (Libano): Un carro armato israeliano schiacciò un autoveicolo con 16 persone a bordo, solo nove si salvarono. IL MASSACRO DI HANIN: 16/10/1976(Libano): dopo un assedio di due mesi e un ora di bombardamento, le forze di occupazione devastarono il villaggio, trasformandolo in un bagno di sangue. 20 furono i martiri. IL MASSACRO DI BINT JBEIL: 21/10/1976 (Libano): l'affollato mercato fu bersaglaito da un improvviso tiro di sbarramento israeliano, macellando parecchie persone. 23 uccisi e 30 feriti. IL MASSACRO DI ABBASIEH: 17/3/1978 (Libano): Durante l'invasione del 1978, gli aerei da combattimento israeliani distrussero la moschea della città, che era usata da done e bambini come rifugio antiaereo. I martiri furono 80. IL MASSACRO DI ADLOUN: 17/3/1978 (Libano): A Adloun, il 17 marzo, due veicoli che trasportavano 8 passeggeri furono attaccati dagli israeliani, mentre avanzavano verso Beirut. Solo un passeggero si salvò. IL MASSACRO DI SAIDA: 4/4/1981 (Libano): una delle aree residenziali di Saida venne bersagliata dall'artiglieria israeliana, provocando l'assassinio di parecchi civili e la distruzione di molte case. 20 persone furono uccise e 30 ferite. IL MASSACRO DI FAKHANI: 17/7/1981 (Libano): un orrendo massacro venne compiuto quando aerei da combattimento attaccarono una area residenziale affollata, vennero usate le armi più avanzate, che uccisero e ferirono parecchi civili. 150 persone venenro uccise e 600 vennero ferite. IL MASSACRO DI BEIRUT: 17/7/1981 (Libano) aerei da combattimento israeliani effettuarono parecchi raids su parecchi quartieri di Beirut, Ouzai, Ramlet, Al baida, Fakhani, Chatila e nell'area dell'Università araba, uccisero parecchi cittadini: 150 persone e altre 600 furono ferite. IL MASSACRO DI SABRA E SHATILA: Parecchi eventi condussero il gruppo di terroristi estremisti delle forze Libanesi del kata'ib, che appoggiavano l'esercito sionista nell'effettuare massacri contro i palestinesi. Dall'inizio dell'invasione sionista del Libano, i sionisti e i loro agenti lavoravano nel tentativo si estirpare la presenza palestinese in Libano. Vi sarebbero stati i peggiori massacri che il mondo avrebbe mai sentito, attuati dalle forze israeliane, e dalle milizie sotto loro comando, contro i campi palestinesi del sud del Libano (al-Rushaidiya, 'Ayn al-Hilu, al-Miya Miya, e altri). Questi massacri furono lo sbocco di un lungo calcolo. Vennero attuati da un gruppo di forze Libanesi sotto il comando di Ilyas Haqiba, capo dell'intelligence del kata'ib e con l'approvazione del ministro della difesa sionista Ariel Sharon e del comandante del distretto nord; Generale Amir Dawri. Gli alti ufficiali israeliani avevano pianificato di permettere alle forze Libanesi di entrare nei campi palestinesi una volta che Beirut fosse stata circondata. Due giorni prima dell'inizio del massacro, la sera del 14 Settembre, il briefing di pianificazione e coordinamento tra il terrorista Sharon e il suo compare Eitan. Il piano prevedeva di lasciare che le forze del kata'ib devastassero i campi, il 15 Settembre gli israeliani devastarono Beirut ovest, e isolarono i campi. Un incontro ad alto livello si tenne il giovedì mattina, 16 Settembre 1982, in cui gli israeliani erano presentati dal Generale Amir Dawri, comandante supremo delle forze del nord. Il compito di attuare l'operazione venne assegnata a Eli Haqiba, ufficiale della sicurezza della forze Libanesi. All'incontro era presente Fadi Afram, Comandante delle forze Libanesi. il processo di distruzione dei campi iniziò al tramonto di giovedì 16 Settembre, e continuò per circa 36 ore. L'esercito sionista circondò i campi, fornendo tutto il supporto necessario al massacro, aiuto, rifornimenti per attuare il loro crimine efferato. Fornirono bulldozers e le mappe necessarie. In aggiunta scagliarono bombe illuminanti per rischiarare la notte, così che nessun palestinese potesse sfuggire alla trappola mortale. Chiunque sfuggisse, donne, bambini, vecchi, venivano riportati indietro dalle truppe sioniste, ad affrontare il loro destino. A mezzogiorno di venerdì , il secondo giorno del massacro terrorista, e con l'approvazione dell'esercito israeliano, le forze del kata'ib ricevettero altre munizioni, mentre le forze presenti nel campo vennero rimpiazzate da truppe "fresche". Il sabato mattina, 18 Settembre 1982, il massacro raggiunse il culmine, e migliaia di residenti nei campi vennero annientati. Informazioni riguardanti il massacro iniziarono a uscire dopo che bambini e donne sfuggirono dai campi all'ospedale di Gaza, dove disero ai dottori cosa era successo. Notizie del massacro arrivarono ai giornalisti stranieri il venerdì mattino, 17 Settembre alle ore 17.38. Uno dei giornalisti che andò al campo, dopo il massacro, riportò ciò che vide, dicendo: "I corpi dei palestinesi venenro gettai tra le macerie del campo di Shatila. Era impossibile sapere esattamente quante vittime vi fossero, ma dovevano essere più di 1.000. Qualcuno degli uomini che erano stati giustiziati erano disposti lungo un muro, e un bulldozer era stato usato nel tentativo di coprire i corpi e nascondere le conseguenze del massacro. Ma mani e piedi delle vittime spuntavano dalle macerie." Hasan Salama (57 anni), il cui fratello ottantenne era stato ucciso nel masaco, dice: "Provenivano dalle montagne, su trenta enormi autocarri. All'inizio uccisero le persone con i coltelli, per non provocare rumore. Allora il venerdì i cecchini a Shatila uccidevano chiunque, attraversasse le strade. Il venerdì pomeriggio, uomini armati andavano nelle case e sparavano su uomini, donne e bambini. Quindi fecero esplodere le case, trasformandole in cumuli di macerie." Amnoun Kabliyouk [p. 10] scrisse nel suo libro, riguardo la tragedia di una ragazza palestinese che, come gli altri ragazzi, affrontò il terrificante massacro. Tredicenne, fu la sola sopravvissuta della sua famiglia (padre, madre, nonno, fratelli e sorelle, tutti uccisi). Disse a un ufficiale Libanese: " stavamo in un rifugio fino a tarda notte di giovedì, ma allora decisi di andarmene con la mia amica, poiché non potevamo respirare più. Allora, all'improvviso, vedemmo persone alzare bandiera bianca, con le mani alzate, e avvicinarsi alle truppe del kata'ib dicendo: "veniamo in pace". I falangisti li uccisero subito sul posto. Le donne gridavano, gemevano e imploravano pietà. Io scappai indietro, verso le case e mi nascosi in una vasca da bagno. Vidi che catturavano i nostri vicini e li uccidevano. Tentai di vedere fuori dalla finestra, ma uno del kata'ib mi vide e mi sparò. Così mi rimisi nella vasca, dove restai per cinque ore. Quando mi alzai, mi catturarono e mi trascinarono assieme agli altri. Uno mi chiese se fossi palestinese, e risposi di sì. Il mio nipotino di nove anni era accanto me, e gridava e piangeva tanto che uno degli uomini si arrabbiò e lo uccise. Io mi infuriai e gli dissi che il bambino era tutto ciò che restava della mia famiglia. Ciò lo rese ancora più arrabbiato, prese il bambini e lo tagliò in due parti." Il massacro continuò fino al mattino di sabato 18 Settembre 18, lasciando da 3.000 a 3.500 civili palestinesi e Libanesi uccisi, quasi tutti donne, bambini e vecchi. IL MASSACRO DI JIBSHEET: 27/3/1984 (Libano): i tanks e gli elicotteri delle forze di occupazione spararono sulla folla, uccidendo parecchi civili. 7 persone furono martirizzate e 10 ferite. IL MASSACRO DI SOHMOR: 19/9/1984 (Libano): le forze di occupazione devastarono al città con i tanks, e altri veicoli, ordinarono agli abitanti di riunirsi nella moschea, dove gli spararono. 13 martiri e 12 feriti. IL MASSACRO DI SEER AL GARBIAH: 23/3/1985 (Libano): il massacro venne effettuato nell'edificio Al-Husseinieh dove le persone si erano rifuggiate per ripararsi dal bombardamento delle truppe israeliane che devastarono la città con moltissimi veicoli.7 i martiri. IL MASSACRO DI MAARAKA: 5/3/1985 (Libano): le forze di occupazione piazzarono esplosivi nell'edificio Husseinieh. Venne fatto esplodere durante la distribuzione degli aiuti. Parecchi civili vennero assassinati. 15 persone rimasero uccise. IL MASSACRO DI ZRARIAH: 11/3/1985(Libano): a seguito del pesante bombardamento, le forze di occupazione, devastarono la città con 100 veicoli e perpetrò un efferato massacro di bambini, donne e vecchi. 22 civili furono macellati. IL MASSACRO DI HOMEEN AL-TAHTA: 21/3/1985(Libano): dopo l'attacco al villaggio con 140 veicoli le forze di occupazione ordinarono agli abitanti di raccogliersi nella scuola del villaggio, che venne distrutto con i prigionieri all'interno. 20 innocenti furono martirizzati. IL MASSACRO DI JIBAA: 30/3/1985(Libano): una enorme forza nemica attaccò la città e la mise sotto assedio. Quando la gente tentò di sfuggire all'assedio, i soldati nemici gli spararono addosso, uccidendo e ferendo. 5 gli assassinati e 5 i feriti. IL MASSACRO DI YOHMOR: 13/4/1985 (Libano): all'una del mattino, truppe corazzate israeliane entrarono nella città usando veicoli civili e aprirono il fuoco sulle case uccidendo 10 persone, tra cui un famiglia di sei persone. IL MASSACRO DI TIRI: 17/8/1986 (Libano): un crimine spietato venne commesso contro civili nella città, con le forze di occupazione che tagliavano mani e orecchie. 4 persone uccise e 79 mutilati e feriti. IL MASSACRO DI AL-NAHER AL-BARED (CAMPO PALESTINESE): 11/12/1986 (Libano): aerei da combattimento israeliani attaccarono il campo profughi palestinesi, uccidendo parecchi profughi. 20 uccisi e 22 feriti. IL MASSACRO DI AIN AL-HILLWEE (CAMPO PALESTINESE):: 5/9/1987(Libano): aerei da combattimento israeliani attaccarono due volte il campo uccidendo 31 persone e ferendone altre 41. I rifugiati vennero colpiti da un radi mentre evacuavano i feriti e i morti, altri 34 persone vennero uccise. IL MASSACRO DI OYON QARA: 20 Maggio 1990, un soldato israeliano allineò dei lavoratori e li assassinò sette con il mitra. 13 Palestinesi vennero uccisi dalle forze israeliane nel successive dimostrazioni. IL MASSACRO DI SIDDIQINE: 25/7/1990(Libano): aerei da combattimento israeliani attaccarono una casa, tra gli uccisi, un bambino di tre anni. IL MASSACRO DELLA MOSCHEA DI AL-AQSA: 8 Ottobre 1990: una estesa politica sionista, basata sull'esercizio del controllo della città di Gerusalemme e di svuotamento dei suoi residenti arabi attraverso molti mezzi sordidi, come un terrorismo sionista e spargimento del sangue del popolo palestinese, una politica che i sionisti hanno attuato in parecchie occasioni, le autorità sioniste iniziarono, il lunedì 8 Ottobre 1990 a effettuare questo feroce massacro contro i fedeli palestinesi. Parecchi giorni prima del fatto, i "fedeli del Tempio", distribuì ai media una dichiarazione, in occasione del festival religioso che chiamavano il "festival del trono". Nella dichiarazione l'organizzazione annunciò che intendeva effettuare una marcia sul monte del Tempio (come lo chiamano). Si chiamavano a raccolta gli ebrei, per partecipare a questa marcia, secondo la dichiarazione, sarebbe stata un'azione decisiva nel porre la pietra di fondazione per il cosiddetto "terzo tempio". In aggiunta, il capo dell'organizzazione, Ghershoun Salmoun, annunciò che "l'occupazione Arabo-Islamica del tempio doveva cessare, e gli ebrei dovevano rinnovare il loro profondo legame con la sacra area." La marcia, in cui 200.000 ebrei presero parte, guidate verso la moschea di al-Aqsa, per porre la pietra di fondazione del "terzo tempio". Allo stesso tempo, alle 10.00, mezz'ora dopo l'inizio del massacro, le forze israeliane d'occupazione disposero gli sbarramenti lungo le strade che conducevano a Gerusalemme, per impedire ai palestinesi di giungere in città. Inoltre chiusero le porte della moschea stessa e proibirono ai residenti di Gerusalemme di uscire. Tuttavia, migliaia di persone si erano già raccolte nella moschea, rispondendo alla chiamata dell'imam e del movimento islamico per proteggere e impedire ai "fedeli del Tempio" di devastare e forse imporre il controllo ebreo sull'area. Quando i fedeli mussulmani iniziarono la resistenza al gruppo sionista allo scopo di impedire la disposizione della pietra di fondazione del loro cosiddetto tempio, le forze israeliane d'occupazione iniziarono il massacro, usando tute le armi a disposizione, armi automatiche, bombe caricate con i gas velenosi, elicotteri, ecc. I soldati israeliani, le forze dell'intelligence e i coloni ebrei spararono raffiche continuamente, in tutte le direzioni, in modo pianificato e coordinato. Migliaia di fedeli palestinesi di tutte le età e di tutte le religioni, caddero nella trappola mortale. 23 palestinesi furono assassinati, e altri 850 furono feriti in vario modo. I soldati israeliani iniziarono a sparare alle 10:30 e si fermarono dopo 35 minuti. Aprirono il fuoco, a sangue freddo, sui fedeli palestinesi. Continuarono anche fuori la moschea. L'infermiera Fatima Abu Khadir, che venne ferita da un proiettile che le fratturò il polso, dichiarò: " entrammo nella moschea con l'ambulanza. Vidi un gran numero di feriti che erano a terra. Allora io vidi molti soldati, centinaia di soldati. Erano a 30 metri dall'ambulanza si inginochiavano per prendere la mira, e le loro armi miravano all'interno dell'ambulanza. Dopo non potetti sentire nulla". Notizie di agenzia descrivono i feriti all'interno della moschea di al-Aqsa, che dicevano che il sangue copriva "l'interi duecento metri tra il duomo della roccia e la moschea di al-Aqsa. Il sangue fluiva dappertutto, attraversava i gradini, sporcava l'intero recinto interno bianco, cosi come le porte della moschea. I muri delle due moschee recavano una lunga striscia di impronte insanguinate, e i vestiti bianchi delle donne erano insanguinati. Chiunque, i feriti e i più fortunati, i soccorritori, i giornalisti e i soldati israeliani, tutti sembravano nuotare nel sangue. Il fisico Muhammad Abu 'Ayila riferisce ciò che accadde a lui e a un uomo ferito, che cercarono di portare un primo aiuto, e di come i sionisti, alla vista del sangue che usciva dal recinto della sacra moschea, accecò la loro vista fino al punto che essi non distinguevano bambini dai vecchi, uomini dalle donne, tra feriti e possibili avversari. "uscì dall'ambulanza per portare un kit di pronto soccorso. Avevo una uniforme bianca. I soldati mi videro e sapevano che ero un dottore. Ma quando raccolsi un ferito presso di me e cercai di proteggerlo, fui colpito alle spalle da tre proiettili. A quel punto il ferito accanto me morì. Potrebbe essere stato salvato, se non fossi stato colpito." Parecchi dei feriti, infatti, lo erano nella testa e nel petto. Allora, in una farsa organizzata per giustificare il crimine commesso dai sionisti, che avevano le mani sporche del sangue palestinese, il terrorista Yitzhaq Shamir, Primo Ministro dello stato sionista all'epoca, formò una commissione d'inchiesta, chiamata "Zamir Committee", con a capo Tu'fi Zamir, ex comandante del Mossad. Il risultato della commissione, venne annunciato da Moshe Almert, capo dell'ufficio Media Office del governo d'occupazione, disse "Il rapporti conferma chiaramente che la responsabilità dell'escalation è dalla parte delle migliaia di estremisti mussulmani ,che attaccarono il sacro luogo degli ebrei." IL MASSACRO DELLA MOSCHEA IBRAHIMI: 25 Febbraio 1994 (Palestina): Mentre i fedeli nella moschea di Ibrahimi della città di Hebron erano inginocchiati e prostrati davanti Dio, volgendo il loro viso verso la sacra casa di dio nel venerdì di preghiera del 25 Febbraio 1994, piovvero a tradimento proiettili sionisti, caddero in ogni direzione, addosso i fedeli, colpendo più di 350 pacifici fedeli, qualcuno rimase ucciso, altri feriti. A questo punto iniziò il secondo capitolo del massacro terrorista, ad opera del colono terrorista Baroukh Goldstein e dei suoi sostenitori. Come nella prima parte, aveva sparato all'ora della preghiera del giovedì sera, nel momento in cui soldati e coloni ebrei impedivano ai fedeli mussulmani di entrare nella moschea per la preghiera dell'alba, con il pretesto che era il giorno della loro "festa" "Boleme". I del colono terrorista si raccolsero in un altro cortile della moschea e iniziarono a sparare in direzione dei fedeli che pregavano. Dopo qualche tempo, le forze di occupazione permisero a essi di entrare a gruppi nella moschea stessa. Alle 22:00 i fedeli mussulmani venne detto di abbandonare la moschea, e i soldati d'occupazione sionista iniziarono a bastonare parecchi di essi, mentre se ne andavano. Hatim Qufaysha, testimone del crimine sionista, dice: "Alle 5:20 di oggi, Tutti stavano nella moschea. Lasciai le mie scarpe, e vidi un vecchio con una uniforme che correva trasportando un enorme fucile e delle munizioni. Ero sorpreso di vederlo entrare nella moschea durante la preghiera. Aprì il fuoco, e io mi allontanai e chiesi al soldato che sorvegliava l'area di intervenire. Ma lui mi colpì, e quindi, abbandonai la moschea. Un testimone oculare che sopravvisse al massacro dice: "Sentii il suono di una esplosione soffocato. Venne seguito da una raffica di proiettili che passavano sopra le teste dei fedeli." Talal Abu Sunayna, che venne ferito alle spalle dai soldati, aggiunge:" vidi un colono nascondersi dietro i pilasti della moschea, e sparare sui fedeli con il suo fucile. Un altro colono ebreo stava dietro e caricava il suo secondo fucile, in modo da essere pronto al suo turno." Muhammad Sari, uno dei fedeli presenti al momento del massacro, dichiara, "la gente di solito aspettava, in gran numero, l'alba per pregare il venerdì." Stima che molti fedeli presenti quella mattina in circa 500. Il "muezzin annunciò l'inizio della preghiera, così ci inginocchiammo per la prima prostrazione. Allora all'improvviso, sentii un pesante suono di arma da fuoco dietro di me. Quando mi voltai in direzione del suono, vidi un soldato che aveva tappato le proprie orecchie e aveva preso il fucile automatico per sparare sui fedeli." Sari venne ferito alle gambe, mentre cercava di alzarsi. Molti giovani cercavano di sfuggire all'agguato e di proteggere, con il corpo, gli altri nella moschea . Nel frattempo Goldstein venne abbattuto dai giovani. Ma a causa del fuoco, la mosche a divenne una macelleria, inondata di sangue. Muhammad Sulayman Abu Salih, custode della moschea di Abramo, descrive la terrificante visione all'interno della moschea: "I terroristi cercavano di uccidere il maggior numero di persone. I corpi erano sparsi dappertutto, sporcando di sangue il pavimento della moschea." Quindi " io gridai verso i soldati di fermarli, ma tutti loro se ne andarono. Gli armati rimasero, ricaricarono le armi, e uccisero subito alemto sette persone, i loro cervelli si sparsero dappertutto sul pavimento. Spararono per dieci minuti, e i soldati non fecero nulla mentre il massacro si compiva." Sheikh Ibrahim Abdeen, l'imam della moschea, dice che i proiettili provenivano da diversi punti, che fu un bagno di sangue. I soldati israeliani reagirono lentamente, ritardarono l'arrivo delle ambulanze. Nessuno dei terroristi autori del massacro si fermo con la morte di Goldstein. Quando la sparatoria cessò, i soldati entrarono nella moschea. Secondo le testimonianze sul massacro, i soldati assieme ai coloni, aprirono il fuoco su coloro che circondavano Goldstein, e nessuno di loro sopravvisse. Fu così, compiuto un secondo massacro fuori dalla moschea, i soldati spararono sull'ambulanza che era arrivata alla moschea per salvare i feriti; quindi vi fu il terzo massacro, e non si fermarono qui, i soldati perseguitarono i feriti, e coloro che li soccorrevano, fino alle porte dell'ospedale, dove continuavano a uccidere. Altre forze inseguirono le processioni funebri delle loro vittime, fino al cimitero, e continuavano a uccidere. Infine tale miserabile attacco alla moschea di Ibrahimi Mosque provocò la morte di almeno 24 persone e il ferimento di altre centinaia. IL MASSACRO DI JABALIA: 28 Marzo 1994, un poliziotto ebreo aprì il fuoco su degli attivisti palestinesi, uccidendone brutalmente 6 e ferendone 49. Alcuni dei feriti vennero presi dalle auto e "giustiziati" sul posto con un colpo alla testa. IL MASSACRO DI ARAMTA: 15/4/1994(Libano): dopo il blocco della città, armati entrano e ordinano alle persone di raccogliersi nella piazza centrale, dove vennero aggrediti. Portarono gli uomini e le donne per il campo di detenzione. Più tardi devastarono il distretto della città, uccidendo chiunque vedessero. 2 persone furono assassinate e 6 ferite. IL MASSACRO DELL' ERETZ CHECKPOINT: 17 luglio 1994, fonti Palestinesi riportano che forze di occupazione hanno commesso uno spregevole massacro contro lavoratori palestinesi sull'Eretz checkpoint. Testimoni e fonti israeliane affermano che 11 palestinesi sono stati uccisi e altri 200 feriti. Fonti israeliane riportano che 21 soldati israeliani e 1 colono sono rimasti feriti. Due soldati furono feriti da proietili, uno ucciso. Come riportato da fonti israeliane e palestinesi, la scena è descritta come una zona di guerra, che durò sei ore. Quattro tanks israeliani e elicotteri vennero portati dalle forze di occupazione, mentre molti coloni prendevano parte al fuoco contro i palestinesi. Proteste si diffusero in tutti i Territori Occupati. A Gaza, Palestinesi alzarono la bandiera nera e chiamavano alla vendetta. A Ramallah, i negozi chiusero, mentre si registravano numerosi scontri all'Hebron University, due palestinesi sono stati uccisi a Hebron. IL MASSACRO DI EIR AL-ZAHRANI: 5/8/1994(Libano): aerei da combattimento israeliani spararono un missile contro un edificio a Deir Al-Zahranee che ospitava abitanti. 8 assassinati e 17 feriti. IL MASSACRO DELLO SCUOLABUS A NABATIYEH: 21/03/1994(Libano): aerei da combattimento israeliani spararono contro uno scuolabus pieno di bambini, 4 uccisi e 10 feriti. IL SECONDO MASSACRO DI SOHMOR: 2/04/1996 (Libano): L'artiglieria israeliana sparò contro un veicolo civile, che trasportava otto civili, uccidendoli. IL MASSACRO DI MANSURIAH: 13 Aprile 1996, alle 1:30 un elicottero delle IDF, sparò razzi contro un veicolo con tredici persone a bordo, mentre abbandonavano il villaggio di al-Mansuri, uccidendo due donne e quattro ragazze. Il veicolo era una Volvo station wagon con due lampeggianti blu e una mezzaluna rossa sul tetto e la scritta ambulanza in arabo. Un film dimostra, così come un soldato dell'ONU, che arrivò subito dopo l'attacco, che non vi erano armi o attrezzature militari sull'auto, solo cibo e vestiti. Le indagini di Amnesty rivelano che nessuno dei passeggeri fosse un membro di Hizbullah. IL MASSACRO DI NABATYAIH: 18 Aprile 1996, 11 persone sono uccise e altre 10 ferite dall'attacco aereo dell'IDF condotto contro una casa di Nabatiyya al-Faqwah, a tre chilometri a nord di Nabatiyya, nel Sud del Libano. Otto degli assassinati era parte della stessa famiglia: una madre con i suoi sette figli, incluso un bambino di quattro giorni. Intorno alle 6:30 elicotteri dell'IDF spararono razzi contro tre edifici del villaggio, demolendone una totalmente e danneggiando gravemente gli altri due. Famiglie libanesi vivevano nelle case. I portavoce dell'IDF dichiaravano che gli elicotteri spararono sull'edificio in cui gli 11 vennero uccisi poiché Hizbullah vi effettuava dei tiri di mortaio. Indagini di Amnesty e HRW non confermano queste affermazioni. La dichiarazione delle IDF ignora il fatto che le IDF spararono contro gli altri due edifici nello stesso attacco. IL MASSACRO DI QANA: 18 Aprile 1996, la pulizia etnica attuata dall'esercito terrorista sionista colpiva non solo i civili palestinesi ma anche quelli Libanesi, anche nel sud del Libano. Nel tentativo di spezzare la forza dell'Hizbollah Libanese, l'esercito terrorista sionista attuò una operazione contro il sud del Libano. Questa operazione era basata sulla mentalità sionista, di stampo terroristico e sanguinario, che crede che "l'esercizio di pressioni contro i cittadini libanesi porterà, praticamente, a seguito di queste azioni, Hizbollah a essere obbligato a cesare il fuoco." Ragionando così, le forze sioniste bombardarono i rifugi in cui vi erano circa 500 civili libanesi, quasi tutti bambini, vecchi e donne, costretti ad abbandonare le loro case a causa dei raids israeliani nei loro villaggi, e che non potevano raggiungere Beirut. Questo bombardamento provocò la morte di 109 civili e il ferimento di altri 116. Durante l'attacco, l'esercito terrorista sionista usò 5-6 bombe avanzate concepite per esplodere sui bersagli in modo da provocare il maggior numero possibile di perdite. Tuttavia, indagini internazionali, confermano che l'esercito terrorista sionista ha deliberatamente attaccato il rifugio. Ali, uno dei feriti nell'attacco, dice: "uscii la mattina con due amici e andai al rifugio di Qana. Dove vi erano mia moglie e i miei quattro figli. Erano andati in un rifugio che ospitava almeno 50 persone, all'improvviso il suono di bombe aumentò, un primo rifugio, quindi il secondo esplosero, cercammo di uscire, un altro rifugio venne colpito. Non sapevo cosa fosse successo a mia moglie e ai bambini." Fadi Jabir piange quando parla di ciò che vide dopo il bombardamento israeliano del campo ONU delle forze di peace-keeping a Fayjiya, che ospitava coloro che avevano abbandonato le loro case. Dice " sentì la gente gridare 'Allahu akbar!', una donna perdette coscienza, raggiunsi l'uscita, per vedere cosa fosse successo, e il suo cervello cadde nelle mie mani. Sa'd Allaah Balhas, ferito da un frammento di shrapnel nel massacro sionista, dice: "in un secondo perdetti tutto: i miei figli, 14 dei miei nipoti, mia moglie. Non volevo ancora vivere, chiesi al dottore di uccidermi. IL MASSACRO DI TRQUMIA: 10 Marzo 1998: Israeliani Occupano la West Bank, soladti israeliani aprirono il fuoco con armi automatiche su un veicolo di lavoratori palestinesi disarmati, uccidendo Adnan Abu Zneid, 34 anni e altri due palestinesi. Due altri lavoratori vennero feriti, mentre tornavano da un cantiere presso Tel Aviv. Testimoni descrivono il fuoco israeliano come "indiscriminato." Il Maggiore israeliano Uzi Dayan dice che i soldati si comportarono "secondo regolamento" sparando sul veicolo presso il checkpoint fuori Hebron. Ali Abu Zneid, 37, cugino dell'assassinato, era nel veicolo e venne ferito sotto i corpi degli altri, dice che i soldati ebrei, "spararono per uccidere". Il Ministro della difesa israeliano Yitzhak Mordechai descrisse l'omicidio come un "incidente". IL MASSACRO DI JANTA: 22/12/1998 (Libano): aerei da combattimento israeliani aspettavano che i bambini tornassero a casa dai campi per abbracciare la loro madre, quando effettuarono tale selvaggio attacco. La madre e i suoi figli vennero uccisi. IL MASSACRO DEL 24 GIUNGO 1999: 24/6/1999 (Libano) Martiri: 8 feriti: 84 Target: edifici a Beirut In una intervista con la rivista "kolhaer", cinque soldati israeliani dissero che il comandante dell'artiglieria disse ai soldati "siamo dei tiratori esperti, comunque vi sono milioni di arabi... questo è il loro problema. Che gli arabi aumentino o diminuiscano è lo stesso ... noi facciamo il nostro dovere. Il problema non è più grande di un gruppo di "Arabosheem" (termine razzista israeliano usato contro gli arabi). Noi dobbiamo lanciare più bombe per uccidere il maggior numero di arabi. IL MASSACRO DEI VILLAGGI DELLA VALLE DELAL BEKAA OCCIDENTALE: 29/12/1999 (Libano): aerei da combattimento israeliani bombardano dei bambini che celebrano un festival, uccidendone otto e ferendone 11 altri. Questi sono alcuni dei massacri commessi contro i civili Palestinesi e Libanesi da parte dei sionisti. Se i raids nel sud del Libano, ieri e oggi, sono stati presi in considerazione, mostrano per fare iniziare a emergere la gravità dei crimini contro l'umanità. Se abbiamo indugiato nei dettagli efferati di queste atrocità commesse dal 1948, l'operazione di riferimento, è per dimostrare la deliberata umiliazione e i massacri di arabi, e la violazione dei luoghi santi dei mussulmani e dei cristiani, così come il saccheggio dei luoghi santi e delle proprietà private da parte dei soldati e dei coloni sionisti; così potrete iniziare ad apprezzare cosa sia il sionismo nella sua interezza. 

Fonti: The Palestinian Encyclopedia, Part I, op. cit., p. 413, paraphrased. Ghazi al-Sa'di, Massacres and Practices, 1936-1983, Amman, Dar al-Jalillil-Nashr wal-Dirasat [The Galilee House for Publication and Research] , June 1985, p. 43. The Palestinian Encyclopedia, op. cit., p. 413. al-Sa'di, op. cit., p. 43. The Palestinian Encyclopedia, op. cit., p. 414. al-Sa'di, op. cit., p. 43. The Palestinian Encyclopedia, Part II, op. cit., p. 434. Dr. Hamdan Badr, The Role of the Hagana Organization in the Establishment of Israel, Amman: Dar al-Jalil lil-Nashr wal-Dirasat, 1985, p. 303. Ibid. Arafat Hijazi, Dair Yasin: The Roots and Dimensions of the Crime in Zionist Thought, p. 63. Roget Delurme [sp?], trans. by Nakhla Kallas, I Accuse, no place of publication: Dar al-Jurmuq lil-Tiba'a wal-Nashr [The Jurmuq House for Printing and Publication], no date, pp. 52-53. Dominique Lapierre and Larry Collins, O' Jerusalem, 1972, p. 275. Hijazi, op. cit., p. 63. al-Sa'di, op. cit., p. 60. Salih al-Shar', op. cit., p. 201. The Palestinian Encyclopedia, Part III, p. 502. Jawad al-Hamad, The Palestinian People: Victim of Zionist Massacres and Terrorism, Markaz Dirasat al-Sharq al-Awsat [Center for Middle East Studies], 1995, p.24. The Palestinian Encyclopedia, Part III, op. cit., pp. 502-503. The Memoirs of Ariel Sharon, trans. by Antoine Abir, Beirut, Maktabat Bisan, 1991, p. 110. Emile Habiby, Kufr Qasim: the Political Massacre, Haifa: Manshourat Arabask [Arabask Publications], 1976, p. 82. The Palestinian Encyclopedia, Part III, op. cit., p. 653. Habiby, op. cit., p. 17. al-Sa'di, op. cit., pp. 85-86. The Palestinian Encyclopedia, Part III. op. cit., p. 653. Habiby, op. cit., p. 37. al-Hamd, op. cit., p. 29. al-Sa'di, op. cit., p. 87. Among the Most Important Terrorists, Beirut: Mu'assasat al-Dirasat al-Filistiniya [The Foundation for Palestinian Studies], 1973, pp. 37-38. Husayn Abu al-Naml, The Gaza Strip, 1948-1967: Economic, Political, Social and Military Developments, Beirut: Center for Research, PLO, 1979, p. 121. Ghazi al-Sourani, The Gaza Strip, 1948-1993, Beirut: Dar al-Mubtada', 1993, p. 27. Abu al-Naml, op. cit., p. 121. Abd al-Hafiz Muhammad, The Massacre: Beirut, Sabra and Shatila, the Invasion of Lebanon, Amman, the Akhbar al-Usbu' [Weekly News] newspaper, 1982, p. 111. The Qatar News Agency, The Invasion, the Massacre: Crime of the Twentieth Century, no date of publication, 1982, p....[?]. al-Hamad, op. cit., p. 36. Amnoun Kabliyouk [sp?], trans. by the Arab Translation Center, Sabra and Shatila: The Investigation of a Massacre, Paris: Manshourat al-Maktab al-Arabi [Arab Office Publications], 1983, p. 34. Muhammad, op. cit., p. 89. al-Sa'di, A Document of Crime and Condemnation, Amman: Dar al-Jalillil-Nashr, 1983, p. 262. Kabliyouk, op. cit., p. 79. The Qatar News Agency, op. cit., p. 134. Muhammad, op. cit., pp. 119-120. Kabliyouk, op. cit., pp. 51-52. al-Hamad, op. cit., p. 38. Sahifat al-Muslimun al-Sa'udiya (the Saudi newspaper, The Muslims), March 5, 1993. al-Hamad, op. cit., p. 55. Nawaf al-Zaru, Jerusalem: Between Zionist Judaization Plans and the Palestinian Struggle and Resistance, Amman: Dar al-Khawaja lil-Nashr wal-Tawzi' [Khawaja House for Publication and Distribution], 1991, p. 115. The Jordanian newspaper, Al-Dustour, October 9, 1990. al-Zaru, op. cit., p. 129. Al-Dustour, op. cit. al-Zaru, op. cit., p. 129. Ibid., p. 128. Al-Muslimun newspaper, op. cit. The Jordanian newspaper, Al-Ra'y [Opinion], February 26, 1994. Usama Mustafa, "Goldstein: Settler, Soldier, or the Forbidden Fruit of Peace?" the Filastin al-Muslima [Muslim Palestine] magazine (London), April 1994, p. 9. Al-Ra'y, op. cit. Mustafa, op. cit., p. 9. Al-Dustour, op. cit., Feb. 26, 1994. The Jordanian newspaper, Al-Aswaq [Markets], February 27, 1994. Mustafa, op. cit., p. 9. A team of analysts, "The Israeli Campaign Against the Hamas Movement and the Hizbollah Organization: Programs, Goals, Outcomes and Implications", the periodical Qadaya Sharq Awsatiya [Middle East Issues], No. 2, Amman, Markaz Dirasat al-Sharq al-Awsat [Center for Middle East Studies], pp. 84-85. Ibid., p. 84. Filastin al-Muslima (London), May 1996 issue, p. 9. Ibid. Ibid



http://www.ossimoro.it/peace_now5.htm

PALESTINA SOTTO OCCUPAZIONE



di Avi Shlaim -storico israeliano- docente di relazioni internazionali al St Anthony College di Oxford

Domanda. Nei negoziati di pace condotti dagli Stati Uniti negli ultimi anni, si è sostenuto insistentemente che il passato non aveva, o non avrebbe dovuto avere, nessun peso sul presente. Che cosa pensa Lei come storico delle prospettive di negoziati che partono da questo presupposto?

Risposta. Gli americani che occupano posizioni di potere, ed anche il pubblico americano, non conoscono la storia. Uno dei miei studenti un giorno disse: " Questa è storia passata". Come se la storia potesse essere altro che passato. Ma ciò che intendeva era: " Parliamo del qui ed ora e non di ciò che avvenne nel passato.". Non conoscendo la storia, gli americani non possono capire niente del Medio oriente. Edward Said ha sottolineato che il trattato di Oslo del 1993 si occupa unicamente degli argomenti e dei problemi conseguenti alla vittoria di Israele del 1967. Non va alla radice del problema cioè di ciò che avvenne nel 1948, dei diritti dei rifugiati. Ora, se gli americani nono vogliono interessarsi dei problemi nati nel 1967, figuriamoci se si interesserebbero del 1948. Le conseguenze sono evidenti. Dal momento che gli americani non si interessano del 1948 e del 1967, è difficile per loro capire quale enorme compromesso i palestinesi accettarono firmando gli accordi di Oslo ed accettando la soluzione dei due stati. Esi non afferrano a fondo il fatto che i palestinesi hanno già rinunciato alla rivendicazione del 78% della Palestina sotto mandato britannico, e insistono solamente che venga loro riconosciuto quel restante 22%, cioè il West Bank e Gaza. Ed anche lì, essi sarebbero pronti ad accettare ulteriori compromessi ma non molto oltre.

D. L'editorialista del New York Times. Thomas Friedman, si lamenta con noi un paio di volte alla settimana sulla cultura araba, in particolare quella palestinese, e sul fatto che si rifà troppo al passato. Come risponde?

R. Thomas Friedman è statte studente del St Anthony e noi siamo molto fieri di lui. Ma ciò non significa che io sia d'accordo con qualunque cosa egli scriva. E' un'assurdità sostenere che gli arabi non vogliono dimenticare il loro passato. Forse che gli ebrei dimenticano il loro passato? Possono dimenticare l'Olocausto? Certo che no. E allora perché mai i palestinesi dovrebbero dimenticare la "nakba" (la fuga forzata dei palestinesi dalle loro case nel 1948) La storia gioca un ruolo importante negli eventi umani e non perché guarda solo al passato. Edward Said ha scritto sull'importanza del revisionismo storico in Israele. Non solo offre una migliore comprensione del passato, ma contribuisce a creare per far avanzare ambedue le parti nel processo di pace.

D. C'è un modello in Israele per ciò che va ricordato e ciò che va dimenticato?

R. In un certo senso, il conflitto israelo-palestinese è, a livello psicologico, una gara a chi è la vittima. Gli israeliani non concederebbero mai ai palestinesi lo stato di vittime, che continuano a tenere per sé. Un esempio di ciò è il caso dei rifugiati del 1948, che Benny Morris ha dimostrato essere il risultato delle pressioni di Israele e di vere e proprie espulsioni. Eppure nessun leader israeliano accetterebbe mai la responsabilità morale, e non parliamo poi di quella politica, di creare il problema dei rifugiati. Non ammetterebbero neppure di condividere una parte della responsabilità morale per questo problema. A Ehud Barak a Camp David non venne richiesto di accettare il diritto al ritorno dei rifugiati. Gli venne chiesto di accettare che Israele si prendesse appena una parte della responsabilità morale per questo problema, che poi sarebbe stato trattato dalla comunità internazionale. Ed egli rifiutò. Gli israeliani hanno un certo tipo di memoria collettiva, che viene riflessa nella storia passata di questo conflitto: Israele è nel giusto, Israele è senza macchia, gli arabi hanno torto. Ecco che cosa dice la storia passata, la versione che viene tuttora insegnata nelle scuole sul storia di questo conflitto. Gli israeliani sono indubbiamente i vincitori, eppure insistono di essere anche loro vittime. Questo è sempre stato un paradosso nella società israeliana. Da una parte hanno questo immenso potenziale militare, e dall'altro lato hanno una altissima vulnerabilità psicologica e un'immagine di se stessicome di esseri deboli e sotto minaccia.

D. La memoria collettiva è selettiva?

R. Quella che è stata definita la "versione lacrimosa della storia ebraica" è una versione ashkenazi (ebraica europea) della storia degli ebrei e di Israele che non è condivisa dall'esperienza degli ebrei dei paesi arabi fino al 1948. La mia famiglia proviene dall'Irak. Per i miei genitori, l'Irak è stato il giardino dell'Eden. Ne avevano molta nostalgia. Non ci sono mai stati veri problemi tra ebrei ed arabi prima che venisse fondato lo stato di Israele. Perciò l'esperienza generale degli ebrei sotto governo arabo non corrisponde con quello che è stato chiamato la "versione lacrimosa della storia ebraica". In un certo senso è stato richiesto agli ebrei arabi di dimenticare il loro passato per potersi conformare con la commemorazione del passato ashkenazi, in quanto la elite politica, militare,economica, e soprattutto culturale in Israele è sempre stata ed è tuttora ashkenazi. Un approccio radicale e dissenziente non europeo è marginale. Ci sono alcune voci di minoranza, ma non fanno presa sull'opinione pubblica in Israele. La storia che viene insegnata a scuola è una storia ashkenazi.

D. Lei sembra mosso da un ottimismo vero sulla validità della storia. Ma che cosa succede se la connessione tra la conoscenza dell'informazione storica e l'agire sulla base di questa informazione viene spezzata?

R. C'erano nel passato tre Nuovi Storici: Benny Morris, Ilan Pappé ed io. Benny Morris ha virato verso l'estrema destra ed ha fatto defezione. Siamo rimasti in due. Ma già fin da prima esistevano delle divergenze tra di noi sulla natura della storia.. E. H. Carr sostiene che il compito fondamentale dello storico non è quello di registrare ma di valutare. Benny Morris non è mai stato d'accordo su questo e cioè secondo lui il compito fondamentale dello storico e quello di registrare, non di dare giudizi. Ilan Pappé ed io pensiamo ancora oggi che bisogna fare ambedue le cose. Ma l'enfasi è posta sulla valutazione. E alcuni amici israeliani mi dicono: "Perché dai sempre giudizi?" La mia risposta è: "Perché sono uno storico". La mia opinione è che lo storico è un giudice, ed un giudice al di sopra delle parti. E perciò mi arrogo il diritto di giudicare i leader israeliani. Il mio mestiere consiste nel fornire sempre nuove informazioni, nuovi approfondimenti ed una introspezione più approfondita, più equilibrata, una capacità di comprensione critica sulle cause e l'evolversi del conflitto arabo israeliano. Io non mi sono mai occupato di politica. E non mi faccio grandi illusioni di poter influenzare la politica.. Ma non è questo che conta. Il mio compito è di fare ricerca, scrivere libri di storia, commentare i conflitti in modo da facilitarne la risoluzione. E lì finisce il mio compito di storico. Nel passato, non mi sentivo moralmente responsabile di dichiararmi. Ma oggi, per quello che sta succedendo ai palestinesi, mi sento moralmente responsabile. Non posso stare seduto nel mio studio di casa e occuparmi di storia. Devo essere coinvolto negli affari correnti, perché, in quanto esperto del conflitto, mi sento la responsabilità morale di prendere posizione in questo momento in cui Israele, sotto la guida di Ariel Sharon, sta cercando di spazzare via i resti di Oslo e di distruggere le basi della soluzione dei due stati. Ero molto ottimista sulle prospettive a lungo termine della soluzione del conflitto. Il mio passato ottimismo si basava su un commento ceh Abba Eban usava fare: "Le nazioni sono capaci di agire razionalmente quando hanno esaurito tutte le altre alternative". Prima pensavo che Israeliani e Palestinesi avrebbero esaurito tutte le altre alternative e che finalmente avrebbero agito razionalmente, ma ora faccio parte dei pessimisti.

D. Un professore una volta mi raccontò che ciò che conta nella società israeliana non sono i fatti, ma le sensazioni, il senso della comunità. Lei è d'accordo?

R. In Israele certamente i sentimenti contano molto più che i fatti. Un senso di solidarietà, di comunità. Ma vorrei precisare che dicendo ciò negli ultimi dieci anni circa, il consenso nazionale, la percezione di un conflitto singolo, diretto, bipolare tra Israele da una parte e tutti gli arabi dall'altra, si è affievolito. Ed è stato rimpiazzato da una serie di subculture in Israele che non condividono più questo ampio consenso dell'essere una nazione contro il mondo arabo.

Ci sono sei milioni di abitanti in Israele. Un milione di questi sono arabi israeliani. Essi hanno fatto del loro meglio per farsi integrare, ma sono stati respinti e ributtati ed ora stanno diventando, soprattutto i giovani, molto più militanti e radicali, e si identificano molto più apertamente con i loro fratelli palestinesi del West Bank e di Gaza. Poi abbiamo anche un'altra subcultura che si aggira intorno agli Sha, che hanno 17 seggi in parlamento. La loro cultura non è democratica, e neppure credono nella supremazia della legge. Poi abbiamo partiti religiosi nazionalisti, cioè i partiti ashkenazi: essi combinano un messianismo religioso con il nazionalismo ebraico. Poi ci sono un milione di emigranti russi. Perciò non abbiamo più una singola amalgama coesiva che esisteva prima in Israele, ma una polverizzazione di sottoculture.

D. Se è lo spirito di gruppo che conta, che speranza ha lo storico di produrre fatti che vanno contro le sensibilità delle comunità esistenti?

R. Il revisionismo storico ha avuto un impatto innegabile nell'insegnamento della storia nelle scuole superiori israeliane. Ma questo è stato rovesciato dal contrattacco contro di noi del ministro dell'educazione, che è un uomo dell'ala destra di Sharon. Questa signora ha licenziato il direttore generale che era di idee liberali, ed ha ordinato che tutti i libri di storia che incorporavano le scoperte della Nuova Storia fossero mandati al macero e che fossero ripresi i vecchi libri di storia. Ma io non posso abbandonare la battaglia proprio ora. Questo è uno scontro di lungo termine per conquistare i cuori e le menti delle persone. Ora la gente di Sharon è all'offensiva e la Nuova Storia è in ritirata. Ma ciò può cambiare quando egli se ne andrà. E la Nuova Storia sarà ancora al suo posto. Ma per quanto riguarda l'impatto della Nuova Storia e della storia più in generale, ci sono veramente due diversi Israele. C'è la maggioranza degli israeliani che non è interessata alla storia e che pensa di avere un diritto divino su Eretz Israel. Essi hanno una cambiale consegnata loro da Dio che garantisce loro il possesso di questo paese e non vogliono farsi confondere le idee dai fatti. E poi c'è una minoranza sempre più ristretta aperta alla storia ed addirittura alla Nuova Storia.

D. Si parla di boicottare gli intellettuali israeliani e le istituzioni accademiche. Che cosa ne pensa? Ilan Pappé si è dichiarato a favore.

R. Io sono per il boicottaggio delle merci israeliane e contro il boicottaggio degli accademici. Israele commercia per il 40% con la EU e poco con gli Stati Uniti, perciò le sanzioni europee contro Israele sarebbero molto efficaci ed io sono a favore, incluso l'embargo sulle armi. A merito della Gran Bretagna bisogna dire che un embargo sulla vendita di armi è stato rafforzato perché Israele aveva continuato a comprare armi dalla Gran Bretagna Un boicottaggio culturale ed accademico è tutt'altra cosa: non danneggerebbe il governo. Al contrario, il governo se ne beneficerebbe, sostenendo che c'è dell'antisemitismo, che c'è ostilità contro di noi come popolo. Noi siamo tutti nella stessa barca, e dobbiamo stringerci sotto le stese bandiere. Molti accademici sono aperti. O comunque lo erano. Non comportiamoci in modo da scoraggiarli dal dialogo e dai contatti. Ma il problema vero è il rapporto che hanno gli Stati Uniti con Israele, così parziale e così emotivo. L'America dà un supporto enorme a Israele, nell'ordine dei miliardi di dollari all'anno. Mai negli annali della storia, così poche persone sono state debitrici di così tanto a così tanti. Ciò introduce una contraddizione fatale nel ruolo dell'America nel processo di pace. Da una parte , l'America si presenta come un mediatore onesto, e dall'altra è completamente schierata dalla parte di un dei contendenti. E perciò non può essere un mediatore onesto. Sulla falsariga della posizione attuale, Moshe Dayan usava dire: " I nostri amici americani ci danno denaro, ci danno armi, e ci danno consigli. Noi prendiamo il loro denaro, prendiamo le loro armi, e rifiutiamo i loro consigli." Perciò sta a voi americani di assicurarvi che gli israeliani non prendano il vostro denaro e le vostre armi, disprezzando completamente i vostri consigli. Sta a voi far pressione su Israele perché si comporti in modo da mandare avanti il processo di pace. Ciò che più mi irrita degli americani è che non hanno fatto nulla per promuovere una soluzione del conflitto e tuttavia escludono tutti gli altri che vorrebbero giocare un ruolo costruttivo per raggiungere una soluzione. Fin dal 1967, gli Stati Uniti hanno mantenuto il monopolio del diplomazia intorno al conflitto arabo israeliano, escludendone la EU e l'ONU. Ma non sono arrivati ad una conclusione. Ed allora perché l'America insiste ad escludere chiunque altro?

D.Il "Muro di Ferro" che unisce la potenza militare alle conquiste territoriali, era all'inizio una strategia disegnata per forzare i palestinesi e gli arabi ad accettare una soluzione con Israele, dopo di che poteva essere smantellato. In altre parole, era un mezzo finalizzato ad uno scopo.Recentemente Lei ha sostenuto che il Muro di Ferro è diventato un'ideologia fine a se stessa.

R. Nell'ultimo anno, Ariel Sharon ha messo in piedi altri 34 insediamenti avanzati.- Ciò sta portando al disastro tutta la regione. La comunità internazionale ha la responsabilità di proteggere i palestinesi e di tenere a freno gli israeliani. Il problema è che l'amministrazione Bush ha accettato la tesi di Sharon che Arafat è un terrorista che deve venire rimosso dal suo incarico e che l'Autorità palestinese è un'organizzazione terroristica. Ci dovrebbe essere una presa di posizione internazionale molto insistente sui principi e le negoziazioni basate sul principio di due stati sovrani. E la parte araba ha offerto di negoziare su questa base.Il piano del principe Abdallah, sostenuto dal summit di Beirut della Lega Araba. Offre a Israele non una pace giusta, ma una normalizzazione, non solo con gli stati vicini, ma con tutto il mondo arabo, basato sul ritiro da parte di Israele dalla maggior parte dei territori arabi che aveva conquistato nel 1967, e neanche da tutti. Perciò esiste un accordo arabo su questa base, c'è un accordo internazionale su questo piano e su questi principi .La comunità internazionale deve far pressione su Israele perché rientri sulla via della politica, deve forzare Sharon a smetterla di sparare ed a cominciare a dialogare.

Znet www.zmag.org
19-6-02 (Intervista raccolta il 10-5-02)

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