Qualche
volta sono i gentili al loro seguito, il cui ethos, se non la cui identità,
aspira all’ebraicità, a sobbarcarsi
questo compito. Per non sbilanciarsi troppo, si affrettano poi a ricordarci
che l’antisemitismo resta comunque qualcosa da prendere molto sul serio. Il
fatto che Israele, con l’approvazione di una nutrita maggioranza di ebrei,
stia combattendo una guerra – una guerra razziale, contro i Palestinesi –
è proprio la ragione principale per stare in guardia. Chi lo sa? Si potrebbe
sempre sollevare qualche ombra di risentimento!
Io la penso
diversamente. Ritengo che non si dovrebbe quasi mai prendere sul serio
l’antisemitismo, e che qualche volta dovremmo perfino riderci sopra. Credo
che l’antisemitismo sia sostanzialmente irrilevante a proposito del
conflitto israelo-palestinese, se non forse come distrazione dai problemi
reali. Io sostengo che certe affermazioni siano vere; sostengo anche
la loro sensatezza. Non credo che farle sia una cattiveria gratuita come
strappare la coda alle lucertole.
Antisemitismo,
tecnicamente e strettamente parlando, non significa odio per i semiti: questo
è confondere le definizioni con l’etimologia. Antisemitismo
significa odio per gli ebrei. Ma su questo punto, immediatamente, ci
troviamo a dover fare i conti con il secolare “gioco delle tre carte”
dell’identità ebraica: “Ecco: la nostra è una religione! No: un’etnia!
No: un’entità culturale! Cioè, scusate… una religione!” Appena ci
stanchiamo di questo gioco, veniamo subito risucchiati nell’altro:
“Antisionismo è antisemitismo!”, che prontamente si alterna con
quello di: “Non confondiamo sionismo con ebraismo! Come osi, antisemita?!”
Bene,
cerchiamo di essere sportivi. Cerchiamo di dare dell’antisemitismo un
definizione tanto estesa quanto potrebbe mai desiderarlo un qualsiasi
sostenitore di Israele: antisemitismo può essere l’odio per la razza
ebraica, o per la cultura, o per la religione ebraica, oppure odio per il
sionismo. Odio, ma anche disapprovazione, o opposizione, o lieve antipatia.
Ma i sostenitori di Israele non troveranno questo gioco divertente come si
aspettano. Gonfiare il significato di antisemitismo fino a includere
qualunque cosa che possa danneggiare politicamente Israele è una spada a
doppio taglio. Può essere comodo per colpire i propri nemici, ma il problema
è che l’inflazione delle definizioni, come qualunque altra
inflazione, svaluta la moneta. Più cose si definiscono antisemite, meno
orribile suonerà il concetto di antisemitismo. Questo accade perché,
mentre nessuno può impedirci di gonfiare le definizioni, continuiamo a non
poter modificare i fatti. Nello specifico, nessuna definizione di
antisemitismo potrà cancellare la versione dei fatti, sostanzialmente dalla
parte dei palestinesi, che qui sostengo, come fanno la maggior parte degli
europei, molti israeliani, e un numero crescente di nordamericani.
Che differenza fa
questo? Supponiamo, per esempio, che un israeliano di destra dica che le
colonie rappresentano la realizzazione di aspirazioni che sono fondamentali
per il popolo ebraico, e che opporsi ad esse è antisemitismo. Possiamo
accettare questa posizione, che certamente è difficile da confutare. Ma non
possiamo nemmeno abbandonare la convinzione, ben fondata, che gli insediamenti
israeliani stiano soffocando il popolo palestinese e spegnendo ogni speranza
di pace. Dunque, fare acrobazie
sulle definizioni non serve a niente: possiamo solo dire: al diavolo le
aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, le colonie sono inaccettabili.
Dobbiamo anche aggiungere che, dal momento che siamo moralmente obbligati a
opporci alle colonie, siamo obbligati a essere antisemiti. Grazie
all’inflazione delle definizioni, certe forme di “antisemitismo” sono
diventate un obbligo morale. Diventa ancora peggio quando è l’antisionismo
ad essere bollato come antisemita, perché le colonie, se anche non
rappresentano le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, sono
un’estensione del tutto plausibile del sionismo. Opporsi alle colonie vuol
dire quindi opporsi al sionismo, e dunque, secondo la definizione allargata,
è antisemita. Più il concetto di antisemitismo viene espanso fino a
includere l’opposizione alle politiche di Israele, più esso sembra una cosa
positiva. E, dati i crimini di cui deve rispondere il sionismo, c’è un
altro semplice passaggio logico da fare: l’antisionismo è un obbligo
morale, dunque se essere antisionisti è antisemitismo, l’antisemitismo
stesso diventa un obbligo morale.

Foto ricordo di un safari - febbraio 2002
Quali sono questi crimini?
Perfino gli apologeti di Israele, in maggioranza, hanno smesso di negarli,
limitandosi a insinuare che farli notare è un po’ antisemita. Dopotutto,
Israele non è peggio di altri. Primo: e allora? Impariamo all’età di sei
anni che “lo fanno tutti” non è una scusa valida. Ce lo siamo
dimenticato? Secondo, i crimini non diventano peggiori solo perché
considerati indipendentemente dal loro scopo. È vero, altri popoli hanno
massacrato dei civili, li hanno lasciati morire per mancanza di cure mediche,
hanno demolito le loro case, distrutto i loro raccolti, e li hanno usati come
scudi umani. Ma Israele lo fa per validare l’affermazione inesatta di Israel
Zangwill del 1901, secondo cui “La Palestina è una terra senza un popolo;
gli Ebrei sono un popolo senza terra”. Spera di creare una terra totalmente
svuotata dai gentili, un’Arabia deserta in cui i bambini ebrei
possano ridere e giocare in mezzo a un deserto chiamato pace.
Molto prima dell’era di Hitler, i sionisti arrivarono
da luoghi lontani migliaia di chilometri per spogliare dei loro beni persone
che non avevano mai fatto loro nulla di male, e di cui riuscirono a ignorare
la stessa esistenza. Le atrocità dei sionisti non facevano parte del piano
iniziale. Emersero man mano che il razzismo inconsapevole di un popolo
perseguitato sfociava nell’ideologia di superiorità razziale di un popolo
persecutore. Questa è la ragione per cui chi guidò le violenze, le
mutilazioni e le uccisioni di bambini a Deir Yassin sarebbe poi diventato
primo ministro di Israele. Ma questi omicidi non furono abbastanza. Oggi,
quando Israele potrebbe avere la pace senza pagare alcun prezzo, continua a
condurre un’altra campagna di spoliazione, rendendo lentamente,
deliberatamente, la Palestina un luogo invivibile per i palestinesi, e
vivibile per gli ebrei. Il suo obiettivo non è la difesa o l’ordine
pubblico, ma l’estinzione di un popolo. In verità, Israele ha abbastanza
abilità di pubbliche relazioni da farlo con un grado di violenza americano
piuttosto che hitleriano. Si tratta di un genocidio più delicato, più
gentile, che dipinge i suoi responsabili come vittime.
Israele sta costruendo uno stato razziale, non
religioso. Io, come pure i miei genitori, sono sempre stato ateo. Eppure ho
diritto, per la mia nascita biologica, alla cittadinanza israeliana; magari
voi siete i più fervidi credenti nel Giudaismo, ma questo diritto non lo
avete. I palestinesi vengono vessati e uccisi per me, non per voi. Sono spinti
verso la Giordania, a morire in una guerra civile. E dunque no, sparare ai
civili palestinesi non è la stessa cosa che sparare ai civili vietnamiti o
ceceni. I palestinesi non sono un “danno collaterale” in una guerra contro
comunisti ben armati o forze separatiste: gli si spara perché Israele pensa
che tutti i palestinesi debbano dileguarsi o morire, così che le persone con
un nonno ebreo possano tracciarsi le suddivisioni di proprietà sulle macerie
delle loro case. Questo non è il tragico errore di una superpotenza arrogante
e pasticciona, ma un male emergente, la strategia deliberata di uno stato
concepito e impegnato in nome di un nazionalismo etnico sempre più
aggressivo. Ha al suo attivo relativamente pochi cadaveri, ma le sue armi
nucleari potrebbero uccidere probabilmente venticinque milioni di persone in
poche ore.
Intendiamo dire che è
antisemitismo accusare non solo gli israeliani, ma gli ebrei in generale, di
complicità in questi crimini contro l’umanità? Di nuovo, forse no, perché
ci sono argomenti più che ragionevoli a sostegno di queste affermazioni.
Paragoniamole, ad esempio, con l’affermare che i tedeschi in generale
furono complici di certi crimini. Questo non ha mai voluto dire che tutti i
tedeschi, fino all’ultimo uomo, donna, bambino e ritardato mentale, fossero
colpevoli. Vuol dire che la maggior parte dei tedeschi lo fu. La loro colpa
non fu, ovviamente, quella di aver spinto prigionieri nudi dentro le camere a
gas. Fu quella di aver sostenuto gli individui che pianificarono quegli atti,
oppure – come molta letteratura ebraica moralistica, sopra le righe, ci
spiega – quella di aver negato l’orrore che si dispiegava attorno a loro,
quella di aver rinunciato a parlare e a resistere, quella del consenso
passivo. È da notare che, in questo caso, il fatto che ogni forma di
resistenza attiva potesse essere estremamente pericolosa non è valido come
scusante.
Bene, non c’è praticamente
nessun ebreo che oggi possa correre dei rischi per il fatto di parlare chiaro.
E il parlare chiaro è l’unica forma di resistenza che si richiede. Se molti
ebrei parlassero chiaro, la cosa avrebbe un effetto enorme. Ma la stragrande
maggioranza degli ebrei non lo fa; e, nella maggior parte dei casi, non lo fa
perché sostiene Israele. A questo punto, la stessa nozione di responsabilità
collettiva dovrebbe forse essere abbandonata; forse, qualche persona
intelligente cercherà di convincerci che dobbiamo farlo. Ma al momento
presente, l’evidenza per la complicità ebraica sembra molto più forte di
quella per la responsabilità tedesca. Dunque, se non è razzista, ed
è ragionevole, affermare che i tedeschi sono stati complici di crimini contro
l’umanità, non è razzista, ed è ragionevole, dire lo stesso degli ebrei.
E se anche il concetto di responsabilità collettiva fosse da abbandonare, il
dire che la maggior parte delle persone ebree adulte sostiene uno Stato che
commette crimini di guerra sarebbe sempre ragionevole, perché è
semplicemente la verità. Quindi, se dire queste cose è
antisemitismo, può apparire ragionevole essere antisemiti.
In altri termini, c’è da
fare una scelta. O si usa la parola antisemitismo adattandola alle
proprie intenzioni politiche, o la si usa come termine di condanna morale, ma
non si possono fare entrambe le cose. Se si vuole evitare che
l’antisemitismo finisca con il diventare qualcosa di ragionevole o di
eticamente accettabile, esso deve essere univocamente definito, senza
polemica. Saremmo al sicuro, se confinassimo l’idea di antisemitismo
all’odio esplicitamente etnico per gli ebrei, a chi attacca qualcuno solo
perché è nato ebreo. Ma saremmo inutilmente al sicuro: neppure i nazisti
affermavano di odiare la gente solo perché era nata ebrea. Sostenevano di
odiare gli ebrei perché essi aspiravano a dominare gli ariani. Chiaramente,
una visione simile deve essere considerata comunque antisemita, sia che
appartenga ai cinici razzisti che l’hanno concepita, sia agli stupidi che
l’hanno mandata giù.
C’è un solo modo per
essere sicuri che il termine antisemitismo includa tutti (e soltanto)
le azioni o gli atteggiamenti negativi verso gli ebrei. Dobbiamo cominciare da
quelli su cui siamo tutti d’accordo che lo siano, e assicurarci che il
termine indichi tutti e solo quelli. Probabilmente, tutti noi condividiamo un
senso morale comune abbastanza per poterlo fare.
Per esempio, condividiamo
abbastanza senso morale per dire che tutti gli atti e le avversioni basate
sulla discriminazione etnica sono inaccettabili, e di conseguenza possiamo
classificarli senza dubbio come antisemiti. Ma non vuol dire che qualunque
forma di ostilità verso gli ebrei, nemmeno nel caso che significhi
ostilità verso una maggioranza schiacciante di ebrei, debba essere
considerata antisemita. Né dovrebbe esserlo qualunque forma
di ostilità verso la religione o la cultura ebraica.
Io, per esempio, sono
cresciuto nella cultura ebraica, e come capita a molte persone che sono
cresciute in una determinata cultura, essa ha finito con il non piacermi. Ma
è insensato classificare il fatto che non mi piaccia come antisemita; e non
perché io sono ebreo, ma perché la mia antipatia è innocua. Forse non è
innocua in assoluto: potrebbe darsi che, in qualche debolissimo modo
indiretto, essa un giorno incoraggi qualcuno degli atti o degli atteggiamenti
pericolosi che abbiamo deciso di chiamare antisemiti. Ma allora? Il
filosemitismo esagerato, quello che considera tutti gli ebrei come dei santi,
brillanti, sensibili e intelligenti, potrebbe avere lo stesso effetto. I
pericoli prospettati dalla mia disapprovazione per la cultura ebraica sono
molto minori. Anche nei casi in cui è molto diffusa, l’antipatia collettiva
per una cultura è normalmente innocua. La cultura francese, per esempio,
sembra risultare largamente antipatica tra i nordamericani, ma nessuno,
nemmeno i francesi, considera questo una sorta di crimine razzista.
Non è neppure vero che tutte le azioni o gli
atteggiamenti che possano recare un danno agli ebrei siano da considerare
antisemiti. Molte persone disapprovano la cultura americana; alcuni
boicottano i prodotti americani. Sia l’atteggiamento, sia l’azione
potrebbero in generale recare un danno agli americani, ma non c’è niente di
moralmente condannabile nell’una o nell’altra cosa. Definirli come atti di
antiamericanismo significherebbe solo affermare che alcune forme di
antiamericanismo sono perfettamente accettabili. Se l’opposizione alla
politica di Israele viene chiamata antisemita, in quanto potrebbe portare
qualche danno agli ebrei in generale, questo significherà solo dire che
alcune forme di antisemitismo sono ugualmente accettabili.
Se si vuole che antisemitismo
rimanga un termine negativo, lo si può applicare anche al di là delle
azioni, delle idee e dei sentimenti esplicitamente razzisti. Ma non
lo si può applicare oltre gli esempi di ostilità grave e chiaramente
ingiustificata contro gli ebrei. I nazisti si costruirono fantasie storiche
per giustificare i propri attacchi; lo stesso fanno i moderni antisemiti che
credono nei Protocolli dei Savi di Sion. Lo stesso fanno i razzisti
striscianti, che si lamentano del dominio ebraico sull’economia. Questo è
antisemitismo nel senso stretto e negativo della parola. Si tratta di
azioni o di propaganda pianificate per fare del male agli ebrei, non per
qualcosa che hanno fatto, ma per quello che sono. Lo stesso discorso può
applicarsi agli atteggiamenti che questa propaganda punta a inculcare: benché
non sia sempre esplicitamente razzista, essa si porta dietro motivazioni
razziste, e l’intenzione di fare un danno reale. Un’opposizione
ragionevolmente fondata alle politiche di Israele, invece, non si adatta a
questa descrizione, nemmeno quando offende tutti gli ebrei. Né vi si adatta
la semplice e innocua antipatia per qualcosa di ebraico.

Istruttore della "Legione ebraica" composta in gran parte da cittadini degli Stati Uniti
In conclusione, quello che ho
suggerito è che sarebbe meglio restringere la definizione di antisemitismo,
in modo tale che nessun atto possa essere allo stesso tempo antisemita e
accettabile. Ma possiamo andare oltre. Ora che abbiamo giocato abbastanza,
poniamoci qualche domanda sul ruolo che ha il vero, deprecabile
antisemitismo, nel conflitto israelo-palestinese e nel mondo in generale.
Indubbiamente esiste del genuino antisemitismo nel
mondo arabo: la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, le leggende sugli
ebrei che nei loro rituali verserebbero il sangue dei bambini gentili. Questo
è oggettivamente ingiustificabile. Ma lo è anche il fatto che si siamo
dimenticati di nuovo di rispondere alla lettera della nonna. In altri termini,
c’è un punto importante: dobbiamo semplicemente accettare il principio che
l’antisemitismo è un male. Non farlo ci porrebbe al di fuori del consesso
civile. Ma è una cosa molto diversa dall’avere qualcuno che ci ossessiona
pretendendo che l’antisemitismo sia il Male di tutti i Mali. Non siamo
bambini che stanno imparando la moralità: è responsabilità nostra
stablire le nostre priorità morali. Non possiamo farlo fondandoci su
orribili immagini che risalgono al 1945, o sui lamenti angosciati di
giornalisti sofferenti. Dobbiamo chiederci quanto male fa o può fare
l’antisemitismo, non nel passato, ma oggi. E dobbiamo chiederci dove questo
male può manifestarsi, e perché.
Si ritiene che vi siano gravi
pericoli nell’antisemitismo del mondo arabo. Ma l’antisemitismo arabo non
è la causa dell’ostilità araba verso Israele, o magari verso gli ebrei. Ne
è un effetto. Il progredire dell’antisemitismo arabo va di pari
passo con il progredire dell’avanzata territoriale ebraica, e delle atrocità
commesse da ebrei. Questo, non per giustificare il genuino
antisemitismo, semmai, per banalizzarlo: esso è arrivato nel Medio Oriente
con il sionismo, e scomparirà quando il sionismo cesserà di essere una
minaccia espansionistica. Di fatto, la sua causa principale non è la
propaganda antisemita, ma gli sforzi sistematici, decennali e senza posa che
fa Israele per coinvolgere tutti gli ebrei nei propri crimini. Se
l’antisemitismo arabo persistesse dopo il raggiungimento di un accordo di
pace, potremmo discuterne, e deprecarlo. Ma comunque, non farebbe
molto danno reale agli ebrei. I governi arabi avrebbero solo da perdere,
permettendo attacchi contro i propri cittadini ebrei: significherebbe un
invito per Israele a intervenire. E ci sono ben poche ragioni di aspettarsi
che tali attacchi si verifichino: se tutti gli orrori delle recenti campagne
israeliane non sono bastati a provocarli, è difficile immaginarsi cosa
potrebbe riuscirci. Ci vorrebbe probabilmente qualche azione israeliana così
orrenda e criminale da far scomparire gli attacchi stessi.
Se è verosimile che l’antisemitismo possa avere
effetti terribili, è di gran lunga più probabile che li abbia nell’Europa
occidentale. Là, i risvegli neofascisti sono del tutto reali. Ma sono un
pericolo per gli ebrei? Non ci sono dubbi che Le Pen, per fare un esempio, sia
antisemita. Ma non esiste alcun indizio che abbia intenzione di fare qualcosa
a questo proposito. Al contrario, sta facendo ogni sforzo possibile per
pacificarsi gli ebrei, e forse addirittura per assicurarsi il loro aiuto
contro il suo vero obiettivo, gli “arabi”. Non sarebbe certo il primo
politico ad allearsi con qualcuno che non gli piace. Ma se avesse davvero dei
piani accuratamente dissimulati contro gli ebrei, allora sì che sarebbe
insolito: Hitler e i russi antisemiti che avrebbero scatenato i pogrom erano
straordinariamente trasparenti
sulle loro intenzioni, e non tentarono mai di accattivarsi il sostegno degli
ebrei. E che alcuni ebrei francesi vedano Le Pen come uno sviluppo positivo, o
addirittura un alleato, è un fatto (si veda, per esempio, Le Pen è un
bene per noi, dicono sostenitori ebrei, Ha’aretz, 4 maggio 2002, e il
commento di Goldenburg su France TV del 23 aprile). Certo, esistono ragioni
storiche per temere un orrendo assalto contro gli ebrei. E tutto è possibile:
potrebbe esserci un massacro di ebrei a Parigi domani stesso, oppure di
algerini. Quale dei due è pù probabile? Se si imparano lezioni dalla storia,
le si dovrebbe applicare a circostanze che si somiglino. L’Europa di
oggi assomiglia ben poco all’Europa del 1933. E ci sono anche
possibilità positive: per quale motivo la probabilità di un pogrom dovrebbe
essere maggiore di quella di vedere l’antisemitismo svanire in una
malevolenza inconcludente? Qualunque legittima preoccupazione dovrebbe basarsi
sul fatto che c’è effettivamente una minaccia.
L’occorrenza di aggressioni antisemite potrebbe
dimostrare questa minaccia. Ma queste prove sono notevolmente confuse: non
viene fatta nessuna distinzione tra gli attacchi contro monumenti o simboli
ebraici e le effettive aggressioni contro ebrei. Inoltre, si mette l’accento
sull’aumentata frequenza degli attacchi, tanto da lasciar sfuggire
all’attenzione il fatto che il loro livello sia veramente molto basso. Gli
attacchi simbolici, in effetti, sono aumentati in assoluto, in modo
significativo. Quelli alle persone no (*). Ancora più importante, la maggior
parte di questi attacchi viene da residenti musulmani: in altre parole, da una
minoranza largamente odiata, perseguitata, e soggetta a severo controllo
poliziesco, che non ha la minima possibilità di intraprendere una seria
campagna di violenza contro gli ebrei.
È certo molto spiacevole che una mezza dozzina di
ebrei siano finiti in ospedale – nessuno ucciso – a causa di recenti
aggressioni in vari luoghi d’Europa. Ma chiunque consideri questo come uno
dei problemi più importanti del mondo, semplicemente non ha dato
un’occhiata al mondo. Questi attacchi sono di competenza della polizia, non
sono una ragione per cui noi tutti dobbiamo farci poliziotti di noi stessi e
degli altri, per arginare qualche mortale malattia morale. Questo tipo di
reazione è appropriato solo quando gli assalti razzisti avvengono in società
ostili o indifferenti alla minoranza aggredita. Coloro che hanno
realmente paura di un ritorno del nazismo, per esempio, dovrebbero riservare
la loro angosciata preoccupazione alle aggressioni, di gran lunga più
sanguinose, e di gran lunga più facilmente perdonate, contro gli zingari, la
cui storia di persecuzioni è pienamente paragonabile al passato degli ebrei.
La posizione degli ebrei è molto più vicina a quella dei bianchi americani,
che sono anch’essi, ovviamente, vittime di aggressioni a sfondo etnico.
Non c’è dubbio che molte persone rifiutino questa
sorta di ragionamento numerico a sangue freddo. Replicheranno che, con
l’ombra del passato che incombe su di noi, anche una sola ingiuria
antisemita è una cosa terribile, e che la bruttura non si può misurare dal
numero di cadaveri. Ma se assumiamo un punto di vista più ampio sulla
faccenda, l’antisemitismo diventa meno importante, non di più.
Considerare qualunque spargimento di sangue ebraico come una calamità
planetaria, che va al di là di ogni misura e paragone, è razzismo puro e
semplice: significa dare al sangue di una razza un valore maggiore che a
quello di tutte le altre. Il fatto che gli ebrei siano stati perseguitati per
secoli, e che abbiano sofferto terribilmente mezzo secolo fa, non cancella il
fatto che, nell’Europa di oggi, gli ebrei sono cittadini ben integrati, che
hanno di gran lunga meno ragioni di soffrire e di temere di quante ne abbiano
altri gruppi etnici. Certo, le aggressioni razziste contro una minoranza
benestante sono tanto spregevoli quanto gli attacchi razzisti contro una
minoranza povera e senza potere. Ma aggressori ugualmente spregevoli non vuol
dire attacchi altrettanto preoccupanti.
Non sono gli ebrei, oggi, che vivono con l’incubo del
campo di concentramento. I
“campi di transito” proposti da Le Pen sono per gli arabi, non per gli
ebrei. E per quanto vi siano partiti politicamente rappresentativi che
contengono molti antisemiti, non uno solo di questi partiti mostra alcun segno
di articolare, e tanto meno di perseguire, un programma antisemita. Né esiste
alcuna ragione di sospettare che, una volta al potere, cambieranno tono.
L’Austria di Haider non è considerata pericolosa per gli ebrei; né lo era
la Croazia di Tudjman. E sa anche ci fosse un tale pericolo, be’, abbiamo
uno stato ebraico con tanto di armi nucleari pronto ad accogliere qualunque
rifugiato, come pure farebbero gli Stati Uniti o il Canada. E dire che non ci
sono pericoli reali adesso, non significa dire che bisogna ignorare ogni
pericolo che potrebbe sorgere in futuro. Se in Francia, per esempio, il Front
National cominciasse a invocare campi di transito per gli ebrei, dovremmo
preoccuparci. Ma non è il caso di preoccuparci per ogni cosa allarmante che
potrebbe appena ipoteticamente accadere: ci sono cose molto più allarmanti
che accadono già!
Si potrebbe sempre replicare che, se le cose non sono
diventate più allarmanti, è solo perché gli ebrei – e altri – sono
sempre stati tanto vigili nel combattere l’antisemitismo. Ma questo non è
plausibile. Per prima cosa, la vigilanza contro l’antisemitismo è una
specie di visione a senso unico: come i neofascisti stanno ben imparando,
possono sempre evitare di farsi notare rimanendosene zitti a proposito degli
ebrei. Inoltre, non ci sono stati pericoli gravi per gli ebrei nemmeno in
paesi tradizionalmente antisemiti sui quali il mondo non tiene gli
occhi aperti, come l’Ucraina o la Croazia. Paesi ai quali si dedica
pochissima attenzione non sembrano più pericolosi di quelli che ne hanno
molta. Per quanto riguarda le vigorose reazioni contro Le Pen in Francia, esse
sembrano avere molto più a che fare con la repulsione francese verso il
neofascismo che con le rampogne della Anti-Defamation League. Supporre che le
organizzazioni ebraiche e i coscienziosi giornalisti che insistono sul
pericolo antisemita stiano salvando il mondo dalla catastrofe è come
affermare che siano stati Bertrand Russell e i pacifisti quaccheri a salvarci
da una guerra nucleare.
A questo punto, si potrebbe dire: quali che siano i
reali pericoli, questi avvenimenti sono comunque atroci per gli ebrei, e si
portano dietro insopportabili ricordi dolorosi. Questo può essere vero per
quei pochi che ancora hanno questi ricordi, non per gli ebrei in generale. Io
sono un ebreo tedesco, e avrei un’ottima opportunità di rivendicare il mio
status di vittima di seconda o terza generazione. Invece, gli incidenti
antisemiti e un clima di crescente antisemitismo non mi preoccupano così
tanto. Ho molta più paura quando mi trovo in situazioni realmente pericolose,
per esempio quando guido. E comunque, anche i ricordi dolorosi e gli stati
d’ansia non rappresentano molto, paragonati alle reali sofferenze fisiche
inflitte dalle discriminazioni a tanti non ebrei.
Tutto questo non vuole sminuire tutto
l’antisemitismo, ovunque. Si sente spesso parlare di malevoli antisemiti in
Polonia o in Russia, sia per le strade, sia al governo. Ma, per quanto ciò
possa essere preoccupante, è anche immune da ogni influenza da parte dei
conflitti israelo-palestinesi, ed è molto improbabile che quei conflitti
possano influenzarlo in un modo o nell’altro. Per di più, per quanto ne so,
in nessun luogo c’è tanta violenza contro gli ebrei quanta ce n’è contro
gli “arabi”. Quindi, se anche l’antisemitismo è, da qualche parte, una
questione catastroficamente seria, possiamo solo concluderne che il sentimento
antiarabo è qualcosa di ancora, molto più serio. E siccome qualunque gruppo
antisemita è anche, e in misura molto maggiore, contro l’immigrazione e
contro gli arabi, questi gruppi si potrebbero combattere non in nome
dell’antisemitismo, ma in difesa degli arabi e degli immigrati.
In breve, il vero scandalo oggi non è
l’antisemitismo, ma l’importanza che gli si dà. Israele ha commesso dei
crimini di guerra. Ha coinvolto gli ebrei in generale in questi crimini, e in
generale gli ebrei si sono affrettati a lasciarvisi coinvolgere. Questo ha
provocato astio contro gli ebrei. Perché non avrebbe dovuto? In
qualche caso questo astio è razzista, in qualche altro caso no, ma cosa
importa? Perché dovremmo dedicarvi tanta attenzione? Il fatto che la guerra
etnica di Israele abbia provocato un’aspra rabbia è importante in confronto
alla guerra stessa? La remota possibilità che da qualche parte, in qualche
momento, in qualche modo, questo odio potrebbe forse, in teoria, uccidere
degli ebrei è importante rispetto alla brutale, reale persecuzione fisica dei
palestinesi, e rispetto alle centinaia di migliaia di voti a favore di chi
vorrebbe internare gli arabi nei campi di transito? Oh, ma… dimenticavo.
Come non detto, mi rimangio tutto: qualcuno con la bomboletta spray ha scritto
degli slogan antisemiti sul muro di una sinagoga.
(*) Nemmeno la ADL o il B’nai B’rith
includono gli attacchi palestinesi contro Israele nel conto; parlano piuttosto
di “Punti di vista insidiosi con cui viene visto il conflitto tra israeliani
e palestinesi, usati dagli antisemiti” (http://www.adl.org/presrele/ASInt_13/4084_13.asp)
E come molte altre persone, io non considero gli attacchi terroristici di
organizzazioni come Al Qaeda come esempi di antisemitismo, ma piuttosto come
una fallimentare campagna paramilitare contro gli USA e Israele. Perfino se li
si include nel conto, non appare particolarmente pericoloso essere ebreo al di
fuori di Israele.
http://www.shalom.it/3.03/H.html
Una riflessione sulle tesi di Moni Ovadia, Clotilde Pontecorvo e Paola Di CoriGli ebrei buoni e quelli cattivi
di Claudio Vercelli
Oggi accade un fenomeno apparentemente curioso, ovvero che i benestanti dicano o credano d'identificarsi con la causa dell'innovazione e del cambiamento, mentre coloro che appartengono agli strati meno abbienti sembrino aver abbracciato le ragioni della conservazione. A ben guardare, nei fatti non è propriamente così, ma viviamo in una situazione dove le rappresentazioni contano molto più della realtà. Ai secondi (la plebe dei "bottegai" e della "piazza", tanto per intendersi) spesso e volentieri i primi, i colti, contestano la loro stessa presunta essenza, che rivolge lo sguardo solo verso di sé, ai propri interessi materiali. In poche parole, confutano di non essere in grado di andare un centimetro al di là di quella quotidianità di fatti e cose che connotano la vita di tutti noi. Nel caso degli ebrei, poi, c'è chi contesta loro di essere a volte rigidamente ancorati ad uno schematismo culturale e ideologico, anacronistico e settario. Solamente uno spirito intellettuale libero e meticcio saprebbe, a detta di alcuni, rimediare a tale cristallizzazione.
Recentemente, in un articolo denso e accorato pubblicato sull'organo dell'antisionismo militante Il Manifesto, Clotilde Pontecorvo e Paola Di Cori contestavano a una parte consistente della Comunità di Roma l'assunzione di "posizioni di autodifesa aggressiva e miope". Nel passato, ma ancor di più nel presente. Le parole usate dalle due autrici, ancorché improntate a grande cautela, sembrano ribadire luoghi comuni nei quali fatichiamo a riconoscerci. La pietra dello scandalo, ancora una volta, è Israele, assurto suo malgrado a cartina di tornasole di ogni problema, caricato di responsabilità che non ha, o che per altri paesi tali non sono, a partire dal fatto stesso di esistere. Lo spirito critico nei confronti del suo operato sarebbe coltivato, a caro prezzo, dall'intelligenza ebraica. Gli altri (i più, sembra di capire), rimarrebbero vincolati a cliché più o meno di comodo. La spaccatura tra una élite raffinata e colta ed una corposa parte della comunità, giudicata come frequentemente attardata su posizioni retrograde o comunque chiuse in sé, sarebbe così un dato costitutivo dello stesso modo di vivere due diverse identità ebraiche.
A questo punto si impone un supplemento di riflessione, che senza esacerbare gli animi ci permetta di trovare, nelle pur legittime differenze, temi e terreni di intesa. Ma anche, se necessario, di distinzione.
Al giorno d'oggi esiste tutta una vulgata di pensiero che enfatizza un certo modo di vedere le cose, apprezzando molto una determinata idea di ebraismo ma rivelando di gradire assai meno i semiti in carne ed ossa. Sussistono soprattutto molti equivoci, troppi, riguardo ai tanti aspetti del rapporto con le realizzazioni concrete di questi ultimi (a partire dal sionismo politico e da Israele) che risultano poco digeribili a parecchi. Insomma, piacciono le fantasie sugli ebrei, non la loro concreta presenza. La diffusione di un certo tipo di cultura semitica, di facile fruizione poiché completamente decontestualizzata, ha raccolto molti assensi: dai libri dei grandi narratori israeliani a tutta la ripresa della cultura yiddish, molte sono le occasioni per apprezzare le creazioni del "genio ebraico" novecentesco. Moni Ovadia, ad esempio, ne ha fatto il suo cavallo di battaglia, raccogliendo assensi di critica e pubblico. E' bene, tuttavia, che stia attento a non esserne disarcionato, poiché le trappole che sono tese dalle circostanze sono tante, sopravanzano la malizia di colui che vorrebbe dominarle in virtù della sua intelligenza, e le note gaie potrebbero anche trasformarsi nella pantomima del giullare di corte, come appare dalla sua ultima intervista a l'Espresso.
Noi siamo consapevoli di un fatto, ovvero che oggi, per una collettività sempre più dipendente e condizionata dai mezzi di comunicazione di massa, una cosa non conta per come è bensì per come viene rappresentata e fruita. Sappiamo, in altre parole, che si possono apprezzare le opere disprezzando talvolta la concretezza dei loro autori e il contesto nel quale vengono pensate e costruite. In altri termini, si può leggere con diletto Yehoshua pensando poi che gli israeliani siano carnefici. Nelle università italiane è spesso così.
Buona parte della vicenda del conflitto israelo-palestinese sta dentro l'angosciante ridondanza e la devastante ripetitività di giudizio che i massmedia e l'opinione pubblica hanno fatto propri nel corso del tempo, consolidando una pessima immagine dello Stato ebraico e concorrendo a diffonderla sulla scorta di antichi pregiudizi: come se la sua essenza stesse tutta dentro la cattiva interpretazione che si dà del suo operato e della sua stessa esistenza. La spasmodica concentrazione sulle "colpe" d'Israele fa sì che esso sia divenuto colpevole a priori, e che possa essere giudicato anche solo in nome di responsabilità presunte, che sono tematizzate dagli intellettuali di cui sopra come un tradimento dell'immagine di "bontà" e una infrazione al destino di vittima che agli ebrei è costantemente ascritto. Nelle critiche rivolte a questi ultimi, al loro essere oramai irriducibili a tale subalternità, c'è come l'eco di un tradimento. Gli ebrei non stanno al loro posto, insomma.
Sappiamo che due sono i contenitori di pensiero, prima ancora che i contenuti, ad essere in crisi: l'antifascismo, almeno quello nella sua versione accademica, perbenista, museale e incartapecorita di una generazione stanca e perdente; ma anche la sinistra stessa, parola con la quale si definisce oramai una diaspora di soggetti e di pensieri privi di un centro di gravità. Non a caso di entrambi Asor Rosa, apocalittico cantore della contemporaneità, ne è sintesi, nella immensa contraddittorietà che il suo libro "La pace" concentra ed esprime. Il problema, allora, non è di giocare alla parte dell'ebreo seducente, ma di ragionare sulla priorità di una identità in trasformazione della quale, ancora una volta, le diverse generazioni, ma soprattutto le più giovani, dovrebbero essere parte attiva. Poiché ai linguaggi vecchi e corrosi dal tempo corrispondono sempre soggetti anziani, almeno nello spirito. E i cliché richiamano finzioni, non persone.
Oggi la nuova frontiera dell'ebraismo peninsulare sta nel sapersi dare questa mèta. Ben venga il richiamo al pensiero critico, ma che esso non sia giocato contro quanti ragionano fuori dalla "società che conta", dai salotti buoni, cercando magari nel confronto con i propri pari le ragioni di una comune esistenza. La grandezza e la persistenza dell'ebraismo sta anche nella semplicità di gesti, parole e fatti. Quelli che ognuno di noi pone in essere quotidianamente, senza essere incapsulato dentro categorie tanto onnicomprensive quanto lontane dal vissuto.
Insomma tutto il mondo ce l' ha con Israele! Caspita! E tutto il mondo è di
sinistra? Caspita! E quelli che hanno fatto la scritta contro Mieli sono di sinistra? Caz ...! E i professori universitari di Venezia e Bologna sono di sinistra? Arcicaz
...! E il sorvolare su quello Stato che nasce dal terrorismo? Invenzioni della
sinistra! E l'affermare che Israele nel 1967 fu attaccata? Verità storica! Fiamma io sono contro di lei perché è persona che fomenta odio. Perché
falsifica. Perché è cieca. E se questo vuol dire che sono antisemita, lo sono,
come quell'ebreo recentemente scomparso, quello che viene dal campo di sterminio
di Belsen , quello che è vissuto quarant'anni in Israele ed ha insegnato
Chimica all'Università di Tel Aviv, come quell'Israel Shahak che dice
esattamente ciò che lei imputa alla sinistra. Continui ad andare a braccetto con fascisti più o meno pentiti. Vedrà,
vedrà alla prossima fermata chi le sarà vicino e chi le correrà dietro con
un'ascia! R.R. http://www.informazionecorretta.com/showPage.php?template=rassegna&id=2511
A
pagina 69 di Liberal del 2003-10-27, Fiamma Nirenstein
firma un
articolo dal titolo «Il nuovo antisemitismo» Riportiamo
il testo integrale dell'articolo di Fiamma Nirenstein sul nuovo
antisemitismo pubblicato sull'ultimo numero di Liberal.
*****
http://www.marxists.org/italiano/trotsky/1937/2/22-termidoro.htm#topp
Scritto il 22 febbraio 1937.
Non ci si è ancora scordati, spero, che l'antisemitismo era piuttosto esteso
nella Russia zarista tra i contadini, la piccola borghesia cittadina,
l'intellighenzia e lo strato più arretrato della classe operaia. La
"madre" Russia era rinomata non solo per i suoi periodici pogrom, ma
anche per l'esistenza di un considerevole numero di pubblicazioni antisemite
che, a quell'epoca, godevano di una vasta circolazione. La Rivoluzione d'Ottobre
abolì lo status da esiliati degli ebrei. Ciò, tuttavia, non vuol dire affatto
che in un sol colpo essa si sia sbarazzata dell'antisemitismo. Una lunga e
persistente battaglia contro la religione ha fallito ad impedire che, ancora
oggi, migliaia e migliaia di chiese, moschee e sinagoghe venissero affollate da
gente supplichevole. La stessa situazione prevale nella sfera dei pregiudizi
nazionali. La legislazione da sola non cambia le persone. I loro pensieri,
emozioni e concezioni dipendono dalla tradizione, dalle condizioni materiali di
vita, dal loro livello culturale, ecc. Il regime sovietico non ha ancora venti
anni. La parte più anziana della popolazione è stata educata sotto lo zarismo.
La generazione più giovane ha ereditato molto dalla vecchia. Queste condizioni
storiche generali dovrebbero di per sé render chiaro a qualsiasi persona
pensante che, malgrado il modello legislativo della Rivoluzione d'Ottobre, è
impossibile che i pregiudizi sciovinisti e nazionalisti, e specialmente
l'antisemitismo, possano non essere persistiti con forza tra lo strato più
arretrato della popolazione.
Ma ciò non è affatto tutto. Il regime sovietico, in realtà, ha visto
nascere una serie di nuovi fenomeni che, a causa della povertà e del basso
livello culturale della popolazione, erano capaci di creare, come di fatto è
accaduto, un rinnovato sentimento antisemita. Gli ebrei sono una popolazione
tipicamente cittadina. Essi comprendono una considerevole percentuale della
popolazione cittadina in Ucraina, nella Russia Bianca e persino nella Grande
Russia. Il regime sovietico, più di qualsiasi altro nel mondo, ha bisogno di un
numero assai vasto di funzionari pubblici. Questi sono reclutati fra la parte di
popolazione cittadina più acculturata. Com'è logico gli ebrei risultano
occupare un posto sproporzionatamente largo tra la burocrazia, specialmente tra
i livelli medi e bassi. Noi potremmo di certo chiudere i nostri occhi innanzi a
questo fatto e limitarci a vaghe generalizzazioni riguardo l'uguaglianza e la
fratellanza di tutte le razze. Ma una politica da struzzi non ci permetterebbe
di avanzare di un singolo passo avanti. L'odio dei contadini e degli operai
per la burocrazia è un tratto fondamentale della vita sovietica. Il
dispotismo del regime, la persecuzione di ogni critica, il soffocamento di ogni
vivo pensiero ed infine la cornice giudiziaria, non sono altro che un mero
riflesso di questo fatto basilare. Anche per mezzo di un ragionamento
aprioristico sarebbe impossibile non concludere che l'odio per la burocrazia
assuma una coloritura antisemita, almeno in quei posti in cui i funzionari ebrei
sono una percentuale significante e sono posti innanzi ad un vasto esercito di
masse contadine. Nel 1923 io proposi alla conferenza del partito bolscevico
ucraino di assumere come funzionari individui capaci di parlare e di scrivere
nella lingua delle popolazioni circostanti. Quanti ironici commenti vennero
fatti a proposito di questa proposta, specialmente da parte dell'intellighenzia
ebraica che parlava e scriveva russo e non aveva intenzioni di imparare la
lingua ucraina! Bisogna ammettere che a questo riguardo la situazione è
cambiata considerevolmente per il meglio. Ma la composizione nazionale della
burocrazia è mutata di poco e, ciò che è assai più importante, l'antagonismo
tra la popolazione e la burocrazia è cresciuto in modo mostruoso durante gli
ultimi dieci-dodici anni. Tutti i seri ed onesti osservatori, specialmente
coloro che hanno vissuto a lungo tra le masse di persone che lavorano assai
duramente, portano testimonianza dell'esistenza dell'antisemitismo, non solo di
quello vecchio ed ereditario, ma anche della nuova, sovietica, varietà.
Il burocrate sovietico si sente moralmente in un campo assediato. Egli cerca
con tutta la sua forza di rompere questo suo isolamento. La politica di Stalin,
almeno per il 50 percento, è dettata da questa situazione. Cioè: (1) la
demagogia pseudo-socialista ("Il socialismo è già compiuto",
"Stalin ha dato, dà e darà una vita felice al popolo", ecc.); (2)
misure politiche ed economiche designate per costruire attorno alla burocrazia
un largo strato di nuova aristocrazia (le paghe sproporzionatamente alte
concesse agli stacanovisti, ai militari, agli ordini onorari, alla nuova
"nobiltà", ecc.); (3) sostenere i sentimenti nazionalisti ed i
pregiudizi dello strato più arretrato della popolazione.
Il burocrate ucraino, se è egli stesso un indigeno ucraino, tenterà
inevitabilmente, al momento critico, di enfatizzare il fatto che egli è un
fratello del muzhik e del contadino - non una sorta di straniero ed in nessuna
circostanza un ebreo. Ovviamente non c'è in tale attitudine - ahimè!- neppure
una goccia di "socialismo" o almeno di elementare democrazia. Ma è
precisamente questo il nocciolo del problema. La burocrazia privilegiata,
paurosa di perdere i suoi stessi privilegi, e conseguentemente completamente
demoralizzata, rappresenta allo stato attuale lo strato più antisocialista
ed antidemocratico della società sovietica. Nella lotta per la propria
auto-conservazione essa sfrutta i pregiudizi più radicati e gli istinti più
arretrati. Se a Mosca Stalin allestisce processi per accusare i trotskysti di
gettar veleno sugli operai, allora non è difficile immaginare che folle
sentiero possa seguire la burocrazia in alcune stamberghe ucraine e dell'Asia
centrale!
Colui che osserva attentamente la vita sovietica, anche se solo attraverso le
pubblicazioni ufficiali, scorgerà di tanto in tanto in varie parti del paese
spaventosi ascessi burocratici: bustarelle, corruzione, appropriazioni indebite,
uccisione di persone la cui esistenza è imbarazzante per la burocrazia, stupri
di donne e cose simili. Se noi potessimo tagliare verticalmente all'interno,
vedremmo come tali ascessi risultano dallo strato burocratico. Qualche volta
Mosca è costretta a ricorrere a processi dimostrativi. In tutti questi processi
gli ebrei ricoprono inevitabilmente una vasta percentuale, in parte perché,
come abbiamo già detto, essi compongono una grande parte della burocrazia e
sono marchiati del biasimo verso di essa, in parte perché, spinto dall'istinto
auto conservazione, il quadro dirigente della burocrazia, al centro e nelle
provincie, si sforza di deviare l'indignazione delle classi operaie da se stesso
sugli ebrei. Questo fatto era noto ad ogni osservatore critico dell'URSS già da
dieci anni or sono, quando il regime di Stalin aveva rivelato a mala pena le sue
caratteristiche basilari.
La Battaglia contro l'Opposizione rappresentava per la cricca dominante una
questione di vita o di morte. Il suo programma, i principi, i suoi collegamenti
con le masse, tutto venne sradicato e messo in disparte a causa della bramosia
di auto-conservazione della cricca dominante. Queste persone non si fermano
innanzi a nulla pur di proteggere il proprio potere ed i propri privilegi.
Recentemente è stato rilasciato un annuncio al mondo intero che il mio figlio
più giovane, Sergei Sedov, era sotto accusa per aver tramato contro gli operai.
Qualsiasi persona normale concluderà: persone capaci di avanzare tali accuse,
hanno raggiunto l'ultimo stadio di degradazione morale. È possibile in questo
caso dubitare anche per un solo istante che questi medesimi accusatori siano
capaci di incoraggiare i pregiudizi antisemiti delle masse? Precisamente nel
caso di mio figlio entrambe queste depravazioni sono unite. Dal giorno della
loro nascita, i miei figli portano il nome della loro madre (Sedov). Essi non
hanno mai usato nessun altro nome - né alle scuole elementari, né
all'università, né nella loro vita matura. Per quanto riguarda me, negli
ultimi trentaquattro anni ho portato il nome di Trotsky. Durante il periodo
sovietico nessuno mi ha mai chiamato col nome di mio padre (Bronstein), così
come nessuno ha mai chiamato Stalin, Dzhugashvili. In modo da non costringere i
miei figli a cambiar nome, io, per necessità di "cittadinanza", ho
preso il nome di mia moglie (cosa che, per la legislazione sovietica, è
perfettamente legale). Però, dopo che mio figlio, Sergei Sedov, è stato
accusato di tramare contro gli operai, il GPU ha comunicato alla stampa
sovietica ed estera che il nome "reale" (!) di mio figlio non è Sedov
ma Bronstein. Se questi accusatori avessero voluto enfatizzare la connessione
dell'accusato con me, essi lo avrebbero chiamato Trotsky, poiché politicamente
il nome Bronstein non significa niente per nessuno. Ma essi stavano giocando
un'altra partita; ovvero, essi desideravano enfatizzare la mia origine ebrea e
quella semi ebrea di mio figlio. Mi sono soffermato su quest'episodio poiché
esso ha un carattere vitale, seppur affatto eccezionale.
Tra il 1923 e il 1926, quando Stalin, con Zinov'ev e Kamenev, era ancora un
membro della "Troika", le corde dell'antisemitismo venivano suonate
con estrema cauzione ed in modo mascherato. Oratori assai istruiti (Stalin già
allora tramava furtive battaglie contro i suoi soci) dicevano che i seguaci di
Trotsky erano piccoli borghesi delle "piccole città", senza nessuna
definizione della loro razza. In realtà ciò era falso. La percentuale di ebrei
nelle file dell'Opposizione non era affatto più grande di quella presente nel
partito e nella burocrazia. È sufficiente elencare i nomi dei leader
dell'Opposizione per gli anni 1923-25. I. N. Smirnov, Serebryakov, Rakovsky,
Piatakov, Preobrazhensky, Krestinsky, Muralov, Beloborodov, Mrachkovsky, V.
Yakovlev, Sapronov, V. M. Smirnov, Ishtchenko - russi a tutti gli effetti. Radek
all'epoca era solo un mezzo simpatizzante. Ma, così come nei processi dei
funzionari corrotti e di altri farabutti, così anche al tempo dell'espulsione
dell'Opposizione dal partito, la burocrazia ha volutamente enfatizzato i nomi
dei membri ebrei di secondaria importanza. Ciò fu discusso piuttosto
apertamente all'interno del partito, e, indietro sino al 1925, l'Opposizione
vide in questa situazione un lampante sintomo del decadimento della cricca
dominante.
Dopo che Zinov'ev e Kamenev si sono uniti all'Opposizione, la situazione è
cambiata radicalmente in peggio. A questo punto si è creata una grande e
perfetta occasione per dire ai lavoratori che a capo dell'Opposizione stavano
tre "insoddisfatti intellettuali ebrei". Sotto la direzione di Stalin,
Uglanov a Mosca e Kirov a Leningrado hanno portato avanti sistematicamente e
quasi completamente allo scoperto questa linea. In modo da dimostrare più
nettamente agli operai le differenze tra il "vecchio" corso ed il
"nuovo", gli ebrei, anche quando incondizionatamente devoti alla linea
generale, furono rimossi dai posti di responsabilità che ricoprivano
all'interno del partito e dei Soviet. Non solo nelle campagne, ma anche nelle
industrie di Mosca l'accanimento contro l'Opposizione a partire dal 1926 assume
spesso un completamente ovvio carattere antisemita. Molti agitatori parlavano
sfacciatamente: "Gli ebrei sono nulla". Io ho ricevuto centinaia di
lettere che deploravano i metodi antisemiti utilizzati nella lotta contro
l'Opposizione. Ad una delle sessioni del Politburo, io scrissi un appunto a
Bucharin: "Tu non puoi non sapere che nella battaglia contro l'Opposizione
vengono utilizzati metodi demagoghi da Cento Neri (antisemitismo, ecc.)".
Bucharin mi rispose evasivamente sullo stesso pezzo di carta: "Esempi
personali sono certamente possibili". Io scrissi nuovamente: "Io non
sto pensando ad esempi individuali, ma ad una sistematica agitazione portata
avanti nelle grandi imprese moscovite. Sarai d'accordo a venire con me per
investigare su un esempio di ciò alla fabbrica di 'Skorokhod' (ne conosco altri
di tali esempi)". Bucharin rispose: "Va bene, possiamo andarci".
Invano ho tentato di fargli mantenere questa promessa. Stalin gli ha
categoricamente vietato di farlo. Nei mesi della preparazione dell'espulsione
dell'Opposizione, degli arresti, degli esili (avvenuti nella seconda metà del
1927), l'agitazione antisemita assunse un carattere completamente sfrenato. Lo
slogan, "Battere l'Opposizione", spesso ha preso l'aspetto del vecchio
slogan "Battere gli ebrei e salvare la Russia". La faccenda andò così
lontano da costringere Stalin a pubblicare una dichiarazione scritta che
affermava: "Noi lottiamo contro Trotsky, Zinov'ev e Kamenev non perché
essi sono ebrei ma perché sono Oppositori", ecc. Ad ogni persona
politicamente pensante fu completamente chiaro che questa dichiarazione
volontariamente equivoca, diretta contro gli "eccessi" di
antisemitismo, allo stesso tempo nutriva con completa premeditazione questo
sentimento. "Non scordate che i leader dell'Opposizione sono - ebrei".
Questo fu il significato della dichiarazione di Stalin, pubblicata in
tutti i giornali sovietici.
Quando l'Opposizione, per affrontare direttamente la repressione, procedette
in una più decisiva ed aperta battaglia, Stalin, nella forma di una
"burla" assai significativa, disse a Piatakov e Preobrazhensky:
"Voi almeno state lottando contro il CE brandendo pubblicamente le vostre
asce. Questo prova 'l'ortodossia' delle vostre azioni. Trotsky invece
lavora astutamente e senza accetta". Preobrazhensky e Piatakov mi
riferirono di questa conversazione con sommo disgusto. Dozzine di volte Stalin
ha tentato di contrapporre a me il cuore "ortodosso" dell'Opposizione.
Il ben noto giornalista radicale tedesco, ex-editore di Aktion,
Franz Pfemfert, ora in esilio, mi scrisse nell'agosto 1936:
"Forse ricordi che molti anni fa io dichiarai su Aktion che
molte azioni di Stalin possono trovar spiegazione nelle sue tendenze antisemite.
Il fatto che in questo mostruoso processo lui, per mezzo di Tass, è stato
capace di 'correggere' i nomi di Zinov'ev e Kamenev rappresenta, di per sé, un
gesto di stile tipicamente Streicheriano. In questo modo Stalin ha dato il
segnale di 'Via' a tutti i senza scrupoli elementi antisemiti".
Di fatto i nomi Zinov'ev e Kamenev, sembrerebbe, sono più famosi dei nomi
Radomislyski e Rozenfeld. Quali altri motivi potrebbe aver avuto Stalin di far
conoscere il "vero" nome delle sue vittime, eccetto quello di far leva
sugli umori antisemiti? Tale atto, privo della minima giustificazione legale,
fu, come abbiamo visto, similmente compiuto sul nome di mio figlio. Ma,
indubbiamente, la cosa più sorprendente è il fatto che tutti e quattro i
"terroristi" secondo quanto si dice mandati da me dall'estero,
risultano essere tutti ebrei e - allo stesso tempo - agenti dell'antisemita
Gestapo! Giacché io non ho mai visto nessuno di questi sfortunati, è chiaro
che il GPU ha deliberatamente scelto loro a causa delle loro origini razziali. E
il GPU non agisce di sua propria iniziativa!
Ancora: se tali metodi sono utilizzati nelle alte sfere, laddove la
responsabilità di Stalin è assolutamente inquestionabile, allora non è
difficile immaginare ciò che accade nel resto della società, nelle fabbriche e
specialmente nei kolkhoz. E come potrebbe essere altrimenti? Lo
sterminio fisico della vecchia generazione bolscevica è, per qualsiasi
individuo pensante, un'incontrovertibile espressione della reazione termidoriana,
e nel suo stadio più avanzato. La storia non ha mai visto alcun esempio in cui
la reazione che ha seguito l'ondata rivoluzionaria non sia stata accompagnata
dalle più sfrenate passioni scioviniste, antisemite su tutte.
Nell'opinione di alcuni "amici dell'URSS", i miei riferimenti allo
sfruttamento di tendenze antisemite da parte di una fetta considerevole della
presente burocrazia, rappresentano una maliziosa invenzione costruita allo scopo
di lottare contro Stalin. È difficile discutere con "amici" di
professione della burocrazia. Queste persone negano l'esistenza della reazione
termidoriana. Essi accettano persino i processi di Mosca nel loro valore di
facciata. Non esistono "amici" che visitano l'URSS con l'intenzione di
trovarvi macchie. Non pochi di essi ricevono speciali pagamenti per la loro
solerzia nel guardare solo ciò che viene loro indicato dal dito della
burocrazia. Ma disgrazia a quei lavoratori, rivoluzionari, socialisti e
democratici che, nelle parole di Pushkin, preferiscono "un'illusione che ci
esalti" all'amara verità. Uno deve prendere la vita così come è. È
necessario trovare nella realtà medesima la forza per sconfiggere le sue
caratteristiche reazionarie e barbariche. Questo è ciò che il marxismo ci
insegna.
Alcuni aspiranti "eruditi" hanno perfino accusato me d'avere
"improvvisamente" sollevato la "questione ebraica" e di
voler creare qualche sorta di ghetto per gli ebrei. Io posso solo scrollarmi le
spalle per compassione. Ho vissuto la mia vita intera al di fuori dei circoli
ebraici. Ho sempre lavorato nel movimento proletario russo. Sfortunatamente non
ho neppure imparato a leggere la lingua ebraica. La questione ebraica non ha mai
occupato il centro della mia attenzione. Ma ciò non significa ch'io ho il
diritto di chiudere gli occhi di fronte al problema ebraico che esiste e che
richiede una soluzione. "Gli Amici dell'URSS" si sentono soddisfatti
con la creazione di Birobidjan. Io non mi soffermerò a questo punto su
considerazioni sul fatto se esso sia stato o meno costruito su solide basi, o su
che tipo di regime lì esista. (Birobidjan non può far altro che riflettere i
vizi del dispotismo burocratico). Ma neppure un singolo individuo pensante e
progressista si opporrà al fatto che l'URSS ha designato uno speciale
territorio per quei cittadini che si sentono ebrei, che usano la lingua ebraica
preferendola a tutte le altre e che desiderano vivere come una massa compatta.
È o non è questo un ghetto? Durante il periodo della democrazia sovietica, di
migrazioni completamente volontarie, non si sarebbe potuto parlare di
ghetti. Ma la questione ebraica, per la maniera in cui la sistemazione degli
ebrei è stata portata avanti, assume un aspetto internazionale. Non abbiamo
forse ragione nel dire che una federazione socialista mondiale avrebbe reso
possibile la creazione di una "Birobidjan" per quegli ebrei che
avessero desiderato avere una propria autonoma repubblica come arena della
propria cultura? Si può assumere che una democrazia socialista non farebbe
ricorso all'assimilazione forzata. Potrebbe tranquillamente darsi che entro due
o tre generazioni i confini di una repubblica ebrea indipendente, come di molte
altre regioni nazionali, vengano cancellati. Non ho né il tempo né il
desiderio di meditare su questo fatto. I nostri discendenti sapranno meglio di
noi cosa occorre fare. Io sto pensando ad un periodo storico di transizione nel
quale la questione ebraica, come tale, è ancora acuta e richiede adeguate
misure da parte della federazione mondiale degli stati proletari. Gli identici
metodi usati per risolvere la questione ebraica, che sotto il decadente
capitalismo hanno carattere utopico e reazionario (Sionismo), prenderanno, sotto
un regime di socialista federato, un significato reale e salutare. Questo è ciò
che io volevo evidenziare. Potrebbe un qualsiasi marxista, o persino un
qualsiasi coerente democratico, obiettare a ciò?
Antisemitismo e altri demoni
Yael Meroz Il viaggio di Fini in Israele.
Intervista allo storico Angelo d'Orsi L'antisemitismo abita a destra http://www.liberazione.it/giornale/031126/LB12D681.asp Sulla "Stampa" di ieri lo storico Giovanni De Luna
prendeva atto che le condanne di Fini del fascismo delle leggi
razziali colpisce - di fatto - il filone del revisionismo: quella
corrente storiografica che riabilita Salò per legittimare un
nuovo assetto politico sulle ceneri della Prima Repubblica. «Temo
che sia un po' troppo ottimistico - risponde a
"Liberazione" lo storico Angelo d'Orsi - ma del resto,
tutti noi facciamo analisi affrettate in corso d'opera».
E' chiaro che c'è stato un percorso a partire dalle sacre
acque di Fiuggi. Ma in questo viaggio verso la democrazia non
sempre i fatti hanno corrisposto alle parole. Non era un
atteggiamento nazista quando, ad esempio, Fini affermò che gli
insegnanti omosessuali andavano cacciati dalla scuola italiana?
Da un po' di tempo è invalso l'uso nel dibattito pubblico
dell'equazione fascismo uguale leggi razziali. Ma il fascismo
nasce nel '19, va al potere dopo quattro anni di attacco armato,
non solo alle organizzazioni del movimento operaio, ma alle
stesse strutture dello Stato liberale. E' un colpo di stato
garantito dalla monarchia e dai ceti dominanti borghesi - agrari
e urbani. Dopo il '22 il fascismo mette in atto una serie di
aggressioni, eliminazioni fisiche e politiche di avversari,
carcerazioni, esili forzati, confino di polizia - che non era
certo una "villeggiatura" come ha sostenuto
recentemente il nostro ineffabile presidente del consiglio. Poi
ci sono le politiche imperialiste e di guerra, come la
riconquista della Libia - dove vengono usate per la prima volta i
gas asfissianti - e la conquista dell'Etiopia. Infine, l'ingresso
nella Seconda guerra mondiale. Il fascismo, quindi, non può
essere ridotto alle leggi razziali come se queste fossero l'unico
atto nefasto del regime fascista, l'unico neo, un incidente di
percorso! E' una sciocchezza.
L'antisemitismo è una componente storica dell'ideologia e
della pratica politica della destra estrema fin dal secondo
Ottocento. Si parla di un nuovo antisemitismo non più
genericamente religioso, ma politico e razziale, che nasce in
Francia e poi in Germania per espandersi in Europa a partire
dagli anni Settanta dell'800. Il fascismo italiano recepisce
questo antisemitismo attraverso l'eredità del nazionalismo -
ricordiamo Francesco Coppola oppure, Giovanni Preziosi, direttore
per trent'anni, dal '13 al '43, della rivista "Una vita
italiana", uno dei peggiori veicoli delle ideologie razziste
in Italia, non solo antisemite. Alla base c'è la dottrina della
divisione dell'umanità in razze inferiori e razze superiori.
Tutto questo assume una valenza ideologica quando si comincerà a
identificare il comunismo e il bolscevismo con lo spirito
asiatico, quindi con una cultura non europea, contaminata
dall'ebraismo e, quindi, da eliminare.
C'è non soltanto una faccia esteriore, ma anche un'abitudine,
un corpo di ideologie del fascismo radicato profondamente. Fini
che va in Israele dimostra non che è diventato antifascista e
democratico, ma che lo Stato di Israele è governato da governi
di destra. Il significato politico di fondo non è che gli ex
missini sono diventati democratici, ma che il governo italiano fa
un'ulteriore passo contro l'Europa in direzione di Usa e Israele.
E c'è anche un altro aspetto. Mentre in passato la comunità
ebraica italiana lodevolmente hanno sempre teso a separare
l'ebraismo dalle politiche dello Stato di Israele, oggi noto che
andiamo nella direzione opposta. C'è un progressivo
appiattimento.
Certo. Lo stesso sionismo ha una componente laica e di
sinistra che oggi viene completamente obliterata e cancellata.
E' l'accusa strisciante di antisemitismo o di fiancheggiamento
del terrorismo lanciata a chiunque critichi la politica del
governo israeliano. Secondo me questa linea sta passando. Il
popolo palestinese sta perdendo sostegno anche in una parte
dell'opinione democratica e di sinistra. La capacità di
pressione nei media dell'altra parte è molto forte nel giocare
questo ricatto morale dell'antisemitismo nei confronti della
sinistra. Questo non è accettabile e va detto in tutti i modi,
senza paure. Il nostro presente e il nostro passato è tutto
all'insegna di una lotta al razzismo in tutte le sue forme e
giustificazioni. Questo non impedisce di criticare la linea
politica del governo israeliano o le scelte delle comunità
ebraiche quando si appiattiscono su Sharon.
E' una lettura infondata. A me non pare che, in quanto tale,
nella sinistra ci sia mai stata una componente antisemita, né
tantomeno sul piano ideologico e teorico. E' proprio il valore
dell'uguaglianza che distingue la sinistra dalla destra. Tra
l'altro, la nascita dello Stato d'Israele fu avallata dalla
sinistra. Non dimentichiamo la matrice egualitaria e
socialisteggiante del sionismo. Andare nei kibbutz negli anni '50
era un'esperienza di socialismo vissuto, senza costrizione.
C'è stata persecuzione in forme più o meno soft. Ma risale a
una tradizione di pogrom ed esclusione in paesi come Ungheria e
Polonia dove c'era un antisemitismo di matrice cattolica e
religiosa. La persecuzione si spiega non in base al fatto che
quelli erano governi comunisti, ma per l'esistenza di una
componente cattolica antigiudaica fortissima in quelle società.
E secondo me c'è ancora. Una simile tradizione c'è anche nella
Russia e risale al falso storico dei Protocolli di Sion
fabbricati a fine '800 dalla polizia segreta zarista.
Tonino Bucci
Antisemitismo,
l'arma da togliere a Sharon di Naomi
Klein Malgrado le
facili etichette tipo «antiglobalizzazione», le proteste legate al commercio
mondiale degli ultimi tre anni hanno riguardato tutte l'autodeterminazione:
ossia il diritto degli esseri umani, ovunque nel mondo, di scegliere da sé la
maniera migliore di organizzare le loro società e le loro economie, si tratti
di introdurre la riforma agraria in Brasile o di produrre farmaci anti-Aids
generici in India, o magari di resistere a una forza di occupazione in
Palestina. Quando centinaia di attivisti antiglobalizzazione cominciarono ad
affluire a Ramallah per fare da «scudi umani» tra i carri armati israeliani
e i palestinesi, la teoria che era andata sviluppandosi in opposizione ai
vertici sul commercio mondiale si è trasformata in azione concreta. Riportare
questo spirito coraggioso a Washington, il luogo dove si fa tanta parte della
politica mediorientale, era il logico passo successivo. Ma quando ho visto in
tv Le Pen raggiante, le braccia levate in trionfo, una parte del mio
entusiasmo è svanito. Non c'è nessun legame tra il fascismo francese e i
dimostranti di Washington che gridavano «Palestina libera!» (in effetti, se
c'è qualcuno che i sostenitori di Le Pen sembrano detestare più degli ebrei,
sono gli arabi). Eppure, non potevo fare a meno di pensare a tutti gli eventi
recenti cui ho partecipato nei quali si condannava - giustamente - la violenza
antimusulmana, si flagellava - doverosamente - Ariel Sharon, ma non si diceva
una parola sugli attacchi alle sinagoghe, ai cimiteri e ai centri comunitari
ebraici. Né potevo scacciare il pensiero che ogniqualvolta visito siti di
attivisti come indymedia.org, che praticano l'open publishing, mi trovo
davanti a una sfilza di teorie sull'11 settembre come prodotto di una
cospirazione ebraica e a stralci dei "Protocolli degli savi anziani di
Sion". Il movimento antiglobalizzazione non è antisemita; è solo che
non ha fatto i conti con tutte le implicazioni dell'intervenire nel conflitto
mediorientale. A sinistra ci si limita in genere a fare una scelta di campo, e
nel Medio Oriente, dove uno dei contendenti è sotto occupazione e l'altro ha
l'appoggio militare Usa, la scelta sembra chiara. La prima,
fondamentale e diffusa paura su cui Sharon fa leva, quella che gli permette di
affermare che tutte le sue mosse aggressive hanno in realtà un carattere
difensivo, è la paura che i vicini di Israele vogliano ricacciare in mare gli
ebrei. dalla Stampa 1
maggio 2002 Autrice di
"No logo" - www.nologo.org
ROMA - La principale minaccia alla pace nel mondo viene da Israele.
Questa, almeno, la percezione dei cittadini europei secondo i risultati di un
sondaggio voluto dalla commissione dell'Unione europea. I dati verranno
presentati ufficialmente domani ma, com'era prevedibile, di fronte alle prime
anticipazioni, lo Stato ebraico non è rimasto indifferente. Fonti del
ministero degli Esteri israeliano hanno definito "scandaloso" il
sondaggio, sottolineando che la domanda su Israele è stata formulata "in
modo tendenzioso". Il
sondaggio europeo e Israele Non è antisemita chi
critica Sharon http://boards1.melodysoft.com/app?ID=foro99&msg=82 Non c'entra
http://www.arcipelago.org/palestina/la_sinistra_e_il_ricatto_dell2.htm LA
SINISTRA E IL RICATTO DELL’ANTISEMITISMO Franco
Lattes Fortini - Lettera agli ebrei italiani - Il Manifesto, 24.5.1989 ***** Noi
lavoriamo per quella pace. Roma,
27.2.2003 Sergio
Cararo e Germano Monti – Forum Palestina http://www.carta.org/agenzia/palestina/020410siamo.htm SIAMO
Azienda israeliana assume cinesi, «ma niente sesso
con le israeliane»
ANALISI a cura di Barbara Spinelli
BIBLIOGRAFIA Oltre ai riferimenti riportati vi è un
sito web, non esplicitamente citato, in cui ho ricavato altre notizie:
http://www.ifrance.com/amipalazzi/palazzi_it.htm
Ogni ebreo nato dopo l’Olocausto impara subito un messaggio
molto chiaro: il male, per gli ebrei, è quasi sempre giunto dalla
destra, in particolare dalla Chiesa, almeno per una buona parte
della sua storia, e, naturalmente, dal nazismo e dal fascismo.
L’Olocausto ha fatto ricadere il male sulla destra. E poiché
gli ebrei sono il simbolo vivente di quanto possa essere malvagia
la destra, legittimano la sinistra con la loro stessa semplice
esistenza. Allo stesso tempo, la sinistra ha concesso la propria
benedizione agli ebrei quali vittime par excellence, alleati
sempre fedeli nella lotta per i diritti dei deboli contro i più
forti. Quale ricompensa per il sostegno offertogli, come la
possibilità di pubblicare libri e girare film, nonché per la
reputazione di artisti, intellettuali e giudici morali che gli
veniva riconosciuta, gli ebrei, persino durante le persecuzioni
antisemite dell’Unione Sovietica, hanno dato alla sinistra il
proprio appoggio morale, invitandola a unirsi a loro nel pianto di
fronte ai monumenti dell’Olocausto. Oggi il gioco è
inequivocabilmente finito. La sinistra si è dimostrata la vera
culla dell’attuale antisemitismo. Quando parlo di antisemitismo,
non mi riferisco alle legittime critiche rivolte contro lo Stato
di Israele, bensì all’antisemitismo puro e semplice, talvolta
accompagnato anche da critiche: criminalizzazione, stereotipi e
menzogne specifiche o generiche, che da menzogne sugli ebrei
(cospiratori, assetati di sangue, dominatori del mondo) hanno
ampliato il loro raggio e sono diventate menzogne su Israele
(Stato cospiratore e sfrenatamente violento), in modo addirittura
brutale soprattutto a partire dalla seconda Intifada, nel
settembre del 2000, e assumendo una ferocia sempre maggiore
dall’inizio dell’operazione Chomat Magen, «Muro difensivo»,
quando l’esercito israeliano è rientrato nelle città
palestinesi per rispondere agli attacchi terroristici. L’idea
fondamentale dell’antisemitismo, oggi come sempre, è che gli
ebrei abbiano un animo perverso che li rende diversi e inadatti,
in quanto popolo moralmente inferiore, a diventare membri regolari
della famiglia umana. Ora questa ideologia dell’Untermensch si
è estesa a Israele in quanto Stato ebraico: un’entità
straniera, separata, diversa, fondamentalmente malvagia, la cui
esistenza nazionale viene lentamente ma inesorabilmente svuotata
di significato e privata di giustificazione. Israele, proprio come
il classico ebreo cattivo, non ha, secondo l’antisemitismo
contemporaneo, diritto di nascita, ma è macchiato da un «peccato
originale» commesso contro i palestinesi. La sua eroica storia è
stata rovesciata e trasformata in una storia di arroganza. Oggi si
parla molto più di Deir Yassin che della fondazione e della
difesa del kibbutz Degania; molto più delle sofferenze dei
profughi palestinesi che della sorpresa di vedere, nel 1948,
cinque eserciti negare il diritto di esistenza appena decretato
dalle Nazioni Unite; molto più del Lechi e dell’Irgun, le
organizzazioni clandestine della resistenza ebraica, che
dell’eroica battaglia combattuta sulla via di Gerusalemme. La
caricatura dell’ebreo malvagio si è trasformata nella
caricatura dello Stato malvagio. E ora il tradizionale ebreo col
naso aquilino imbraccia un’arma e si diverte a uccidere i
bambini arabi.
Sulle prime pagine dei giornali europei abbiamo visto vignette
che, ripetendo i classici stereotipi antisemiti, mostrano Sharon
mentre divora bambini palestinesi e i soldati israeliani impegnati
a minacciare culle di piccoli Gesù. Tutto questo nuovo
antisemitismo, che si è materializzato sotto forma di una
violenza fisica senza precedenti contro persone e simboli ebraici,
nasce nel seno di organizzazioni che si dedicano ufficialmente
alla salvaguardia dei diritti umani, e ha raggiunto il proprio
apice nel summit delle Nazioni Unite tenuto recentemente a Durban,
quando l’antisemitismo è ufficialmente diventato lo stendardo
della nuova religione secolare del nostro tempo, la religione dei
diritti umani, facendo così di Israele e degli ebrei il suo
nemico dichiarato. Ma gli ebrei e in generale la comunità
internazionale sono stati presi del tutto di sorpresa e non hanno
denunciato la nuova ondata di antisemitismo. Nessuno si
scandalizza se Israele viene ogni giorno accusato, senza alcun
motivo, di eccessiva violenza, di atrocità e di crudeltà. Ognuno
è tormentato e turbato per la necessità di sferrare dolorosi
attacchi contro i covi dei terroristi, spesso nascosti in mezzo a
famiglie e bambini. Tuttavia, ogni Paese ha il diritto di
difendersi. Nel corso della storia, soltanto agli ebrei è stato
negato questo diritto, e così avviene ancora oggi. Perché la
guerra al terrorismo è spesso considerata un problema
fondamentale che il mondo deve ancora risolvere (si pensi soltanto
agli Usa, e alla loro guerra contro l’Afghanistan e l’Iraq),
mentre Israele viene trattato come un imputato considerato già
colpevole proprio per il fatto che lo combatte? Non è forse un
segno di antisemitismo mostrare apertamente di essere convinti che
gli ebrei debbano morire in silenzio? Perché Israele è
ufficialmente accusato di violare i diritti umani da una speciale
commissione di Ginevra, mentre Cina, Libia e Sudan non sono mai
stati fatti oggetto di alcuna accusa? Perché a Israele è stato
negato un posto fisso in un gruppo regionale delle Nazioni Unite,
mentre la Siria siede nel Consiglio di Sicurezza senza che nessuno
alzi nemmeno un dito in segno di protesta? Perché tutti possono
partecipare a una guerra contro l’Iraq, ma a Israele è invece
proibito di farlo, anche se è sempre stata direttamente
minacciata di totale distruzione da parte di Saddam Hussein? Perché,
quando Stati sovrani e organizzazioni di vario genere rivolgono
minacce di morte a Israele, nessuno solleva la questione all’Onu?
Avete mai visto l’Italia minacciata dalla Francia o dalla Spagna
nello stesso modo in cui gli iraniani minacciano Israele, come
quando i loro leader proclamano che distruggeranno Israele con una
sola bomba atomica? E chi apre mai bocca sul fatto che una gran
parte dei giornali, delle televisioni, delle radio e dei libri
scolastici di tutto il mondo invitano a cacciare gli ebrei fuori
da Israele e a ucciderli in qualsiasi parte del mondo con
attentati terroristici? Nessuno nella comunità internazionale
sembra considerarlo un problema. Israele è un unterstate, uno
Stato di seconda categoria, al quale è negato il diritto
fondamentale a un’esistenza onorevole e pacifica, riconosciuto a
tutti gli altri Stati. Lo Stato ebraico non è uno Stato come
tutti gli altri.
Questo nuovo antisemitismo ha un volto che, come quello di Medusa,
pietrifica chiunque lo osservi. La gente non vuole ammetterlo e
neppure nominarlo perché in questo modo si svela sia l’identità
dei suoi sostenitori sia il suo vero obiettivo. Persino gli stessi
ebrei non vogliono chiamare un antisemita con il suo vero nome,
temendo di frantumare vecchie alleanze. Perché la sinistra ha una
propria idea molto precisa su cosa debba essere un ebreo, e se
questi non segue le sue direttive, viene immediatamente
rimproverato: come osi essere un ebreo diverso da come ti ho
ordinato? Combattere il terrorismo? Eleggere Sharon? Ma sei pazzo?
E qui la risposta degli ebrei e degli israeliani è sempre la
stessa: siamo ancora molto timidi, molto desiderosi del vostro
affetto. Perciò, invece di pretendere che Israele sia
riconosciuta una nazione come tutte le altre e che gli ebrei
diventino cittadini di pari gradi in tutto il mondo, preferiamo
stare al vostro fianco, persino quando tirate fuori centinaia e
centinaia di affermazioni antisemite. Preferiamo restare vicini a
voi davanti a un monumento eretto in memoria dell’Olocausto,
ascoltandovi deprecare il vecchio antisemitismo, mentre allo
stesso tempo accusate Israele, e perciò gli ebrei, di essere dei
killer razzisti. Facciamo un esempio che è diventato famoso in
tutto il mondo e che risale a quando Paolo Mieli è stato nominato
- seppur brevemente - presidente della Rai. Un incarico di grande
importanza, perché la Rai è un impero che influenza
profondamente l’opinione pubblica italiana e controlla miliardi
di dollari. Mieli è un cognome ebraico e la stessa notte della
sua nomina, la sede della Rai è stata imbrattata di graffiti.
Sopra l’insegna «Rai» è stata scritta la parola raus, e
attorno alla lettera «a» di Rai è stata disegnata una stella di
David, trasformando il signifcato dell’acronimo «Rai» da «Radio
televisione italiana» in «Radio televisione israeliana». Si
tratta di un esempio perfetto di ciò di cui stiamo parlando: raus
e la stella di David sono i simboli classici del tradizionale
disprezzo e odio antisemitico, mentre la versione «Radio
televisione israeliana», mettendo Israele al centro del quadro,
è una chiara dimostrazione di come Israele sia il punto focale
dell’odio antisemita di sinistra. Sorprendentemente, o forse
prevedibilmente, una così sfacciata manifestazione di
antisemitismo ha suscitato pochissime reazioni sia da parte delle
autorità italiane sia da parte della comunità ebraica italiana.
Ecco un altro episodio significativo: un gruppo di professori
della prestigiosa università di Ca’ Foscari a Venezia ha
firmato una petizione per boicottare i professori e i ricercatori
israeliani. Il testo di questa petizione è del tutto irrilevante,
ma le reazioni che ha suscitato nella comunità ebraica sono molto
interessanti. Un suo autorevole membro, quando gli è stata
chiesta la sua opinione, ha detto: «Stanno facendo un grosso
errore. Questi professori non si accorgono che, con il loro
boicottaggio, stanno dando una mano alla politica di Sharon». Una
reazione così assurda è la prova tangibile dell’incapacità,
all’interno del mondo ebraico, di comprendere questo genere
totalmente nuovo di antisemitismo, che ha come suo obiettivo
principale lo Stato di Israele. Un altro esempio ancora è offerto
da una lettera di un gruppo di professori dell’università di
Bologna, indirizzata ai «loro amici ebrei» e pubblicata con un
altissimo numero di firme a sottoscrizione. Eccone un passaggio:
«Abbiamo sempre considerato il popolo ebraico come un popolo
intelligente, sensibile, forte, forse, più di tanti altri perché
selezionato nella sofferenza e nelle persecuzioni, nelle
umiliazioni subite per secoli, nei pogrom e, per ultimo, nei campi
di sterminio nazisti. Abbiamo avuto compagni di scuola e amici
ebrei, colleghi di lavoro da noi stimati, e anche allievi
israeliani a cui abbiamo trasmesso i nostri insegnamenti
portandoli alla laurea, e che oggi esercitano la loro professione
in Israele. Siamo spinti a scrivervi perché sentiamo purtroppo
che la nostra stima e il nostro affetto per voi, per il popolo
ebraico, si sta trasformando in dolorosa rabbia ... tante altre
persone, dentro e fuori la nostra università, che hanno stima per
il vostro popolo oggi provano i nostri stessi sentimenti. È
necessario che vi rendiate conto che oggi state facendo ai
palestinesi quello che a voi è stato fatto nei secoli passati ...
possibile che non vi accorgiate che state fomentando contro voi
stessi un odio immenso?». Questa lettera è un perfetto riassunto
di tutte le caratteristiche del nuovo antisemitismo. C’è la
definizione pre-sionista del popolo ebraico come di un popolo che
soffre, anzi che deve soffrire per sua stessa natura; un popolo
destinato a sopportare le più terribili persecuzioni senza
nemmeno alzare un dito e che, perciò, è degno di compassione e
solidarietà. È ovvio che uno Stato di Israele solido,
democratico, militarmente forte ed economicamente prospero è
l’antitesi di questo stereotipo. Il «nuovo ebreo», che cerca
di non soffrire e che, soprattutto, può e vuole difendersi, perde
immediatamente tutto il suo fascino agli occhi della sinistra.
Ma fino a quando la mappa del Medio Oriente non è stata colorata
di rosso dalla guerra fredda e Israele non è stato dichiarato la
longa manus dell’imperialismo americano, la situazione era
diversa. Il nuovo Stato di Israele, fino alla guerra del 1967, era
costruito sulla base di un’ideologia che permetteva o
addirittura obbligava la sinistra a essere orgogliosa degli ebrei
e gli ebrei a esserlo della sinistra, anche quando gli israeliani
stavano combattendo e vincendo aspre guerre. Gli ebrei che erano
sopravvissuti alla persecuzione nazifascista, la persecuzione
della destra, avevano fondato uno Stato socialista ispirato ai
valori della sinistra, il lavoro e il collettivismo, e in questo
modo avevano nuovamente santificato la sinistra come il rifugio di
tutte le vittime. In cambio, agli ebrei fu garantita la
legittimazione. Ma, di fatto, gli ebrei erano straordinariamente
importanti per la sinistra. Il popolo israeliano era un’accusa
vivente contro l’antisemitismo che aveva scatenato la Shoah,
l’antisemitismo nazi-fascista; e ora stava addirittura
costruendo fattorie collettive e dando vita a un sindacato
onnipotente! Questo, per certi aspetti, fece assolvere
l’antisemitismo stalinista, o perlomeno gli diede
un’importanza minore di quella che ebbe realmente. Gli ebrei
divennero indispensabili alla sinistra: osservate il tono
paternalistico e pieno di compassione dei professori bolognesi: «Perfavore,
cari amici ebrei, tornate indietro. Mettetevi di nuovo insieme a
noi. Malediciamo insieme Israele e celebriamo lo Shoah Day». Ma
la contraddizione è diventata persino ontologicamente
insopportabile: infatti, come si può piangere insieme ai
sopravvissuti per l’uccisione degli ebrei da parte dei nazisti,
quando gli ebrei di oggi sono accusati di essere loro stessi dei
nazisti? In un programma radiofonico trasmesso in Europa, qualcuno
ha detto che, dopo la diffusione delle immagini di Muhammed
al-Dura, l’Europa ha potuto finalmente dimenticare la famosa
fotografia del ragazzino con le mani in alto nel ghetto di
Varsavia. Il significato di quest’affermazione, spesso ripetuta
in altre forme, è la cancellazione della memoria dell’Olocausto
per mezzo di un’identificazione tra Israele e il nazismo, vale a
dire con il razzismo, il genocidio, la crudele eliminazione dei
civili, delle donne e dei bambini, con un’esplosione
assolutamente ingiustificata di violenza e degli istinti più
bassi e brutali. Significa pretendere di credere ciecamente, senza
fare alcuna indagine, alla versione palestinese di un episodio
molto controverso, così come di molti altri fatti. Significa dare
per scontate le «atrocità» di cui parlano sempre i portavoce
palestinesi, e ignorare qualsiasi prova concreta che non avvalla
la loro versione dei fatti. Certo, la gente può, e lo ha sempre
fatto, prendere come oro colato i pregiudizi sugli ebrei: ognuno
è libero di pensare ciò che vuole. Ma noi ebrei dobbiamo
semplicemente riservarci il diritto morale di considerare
responsabile delle sue parole chi la pensa in quel modo; ai nostri
occhi, questa persona sarà un autentico antisemita. Perciò gli
dovremo dire: se tu menti o ricorri a pregiudizi e stereotipi
parlando di Israele sei un antisemita e noi ti combatteremo. Non
dobbiamo farci intimidire dai professori che, nella loro lettera,
ci dicono: «Vi abbiamo aiutato, voi poveri ebrei, privi di tutto,
un popolo senza nazione, a rimanere in vita durante la Diaspora e
la fondazione di Israele. Senza di noi non siete nulla. Perciò
state attenti: se persistete nel vostro tradimento vi
annienteremo. Se non sapete qual è il vostro posto non esistete;
e il vostro posto non è da nessuna parte». Sostengono che la
loro sia una legittima critica alla Stato di Israele; ma la verità
è che buona parte di queste critiche sono soltanto delle
menzogne, come quando Suha Arafat ha affermato che gli israeliani
avevano avvelenato le acque palestinesi, o quando lo stesso Yasser
Arafat ha detto che Israele impiegava uranio impoverito contro il
popolo palestinese, e che le donne-soldato israeliane si
mostravano nude davanti ai guerriglieri palestinesi per
confonderli. Lo stesso vale quando si dice che l’esercito
israeliano spara deliberatamente contro i bambini o i giornalisti.
Come giornalista, non posso passare sotto silenzio il grande aiuto
dato dai mass media a questo nuovo antisemitismo. Fin
dall’inizio dell’Intifada noi, giornalisti combattenti per la
libertà cresciuti nei campi di Che Guevara e dei fedayin, abbiamo
dato del conflitto israelo-palestinese un resoconto che è senza
dubbio il più sbilanciato e prevenuto che si sia mai visto in
tutta la storia del giornalismo. Ecco i principali fattori che
rendono distorta l’informazione sull’Intifada:
1) Mancanza di profondità storica nell’attribuzione delle
responsabilità del suo scoppio: in altre parole, l’incapacità
di raccontare in modo adeguato la storia dell’offerta israeliana
per uno Stato palestinese e del rifiuto di Arafat che, in
sostanza, non è altro che il rifiuto di accettare l’esistenza
di Israele come Stato ebraico, e si inserisce nella scia di ormai
quasi settant’anni di rifiuti arabi alla ripartizione del
territorio di Israele tra arabi ed ebrei, come consigliato dagli
inglesi nel 1936, deciso dalle Nazioni Unite nel 1947 e sempre
accettato dai rappresentanti ebrei.
2) Incapacità, fin dai primi scontri ai check point, di stabilire
la responsabilità delle prime morti in conseguenza del fatto che,
a differenza della prima Intifada, nella seconda l’esercito
israeliano ha dovuto affrontare combattenti armati nascosti in
mezzo a una folla disarmata.
3) Incapacità di riconoscere l’enorme influenza delle pressioni
culturali esercitate sui palestinesi, a partire dal sistematico
indottrinamento condotto dalle scuole e dai mass media
palestinesi, con lo scopo di denigrare gli ebrei e gli israeliani
e di idealizzare i più brutali atti terroristici.
4) La piatta descrizione della morte dei bambini palestinesi senza
soffermarsi in alcun modo sulle circostanze in cui è avvenuta.
L’equiparazione tra le vittime civili israeliane e palestinesi,
come se il terrorismo e la guerra che lo combatte fossero la
stessa cosa, e come se le uccisioni mirate equivalessero a una
deplorevole e triste conseguenza di un nuovo e difficile genere di
lotta.
5) L’uso delle fonti palestinesi per verificare la realtà dei
fatti, come se le fonti palestinesi fossero le più affidabili.
Sto pensando a Jenin, ai resoconti non confermati di episodi che
sono passati sulla carta stampata o alla televisione come verità
assoluta. Al contrario, le fonti israeliane, che sono molto spesso
affidabili per la presenza nel Paese di un giornalismo aggressivo,
libero e aperto, nonché per l’altrettanto determinata battaglia
contro le politiche del governo cambattuta dai partiti
d’opposizione, dagli obiettori di coscienza, dai commentatori
televisivi e dai giornalisti, sono considerate servili, piene di
pregiudizi e non degne di attenzione.
6) La manipolazione dell’ordine in cui vengono date le notizie e
la manipolazione delle stesse notizie. I titoli forniscono il
numero dei palestinesi uccisi o feriti e la maggior parte degli
articoli, almeno in Europa, prima di raccontare gli scontri a
fuoco e le loro cause, si dilungano sull’età e la storia
famigliare dei terroristi. Motivazioni e scopi delle azioni
condotte dall’esercito israeliano, come quella di catturare i
terroristi, distruggere le fabbriche d’armi, i nascondigli e le
basi d’attacco contro Israele, sono raramente menzionati. Al
contrario, le operazioni israeliane sono spesso presentate come
del tutto superflue, strane, crudeli e inutili.
7) La manipolazione del linguaggio, sfruttando il vantaggio della
grande confusione che regna circa la definizione dei concetti di
«terrorismo» e «terrorista». Anche questa è una vecchia
questione, legata alla nozione di combattente per la libertà, così
cara alla mia generazione. Tempo fa, stavo facendo alcune
interviste presso un check point. Mi è stato presto chiaro che
l’uso della parola «terrorista» suonava nelle orecchie di
tutti i miei interlocutori palestinesi come un peccato politico e
semantico di capitale gravità. La stampa lo sa benissimo:
l’occupazione è la causa di tutto, il terrorismo è chiamato
resistenza e, in se stesso, non esiste affatto. I terroristi che
uccidono donne e bambini sono chiamati militanti o combattenti. Un
atto di terrorismo è spesso definito uno «scontro a fuoco»,
anche quando si tratta soltanto di bambini e vecchie signore
freddate a colpi di mitra dentro la loro macchina su
un’autostrada. È pure interessante notare che un giovane shahid
è motivo di profondo orgoglio per la lotta palestinese, ma se
domandate come si fa a mandare a morire un bambino di dodici anni
o per quale motivo questi ragazzini vengono indottrinati a
compiere simili atti, la risposta è: «Ma andiamo, un bambino non
può essere un terrorista. Come può un ragazzino di dodici anni
essere un terrorista?». Questo è probabilmente il punto
fondamentale: dato che è in atto un dibattito infuocato sulla
definizione di terrorismo, si accetta comunemente che il
terrorismo sia un modo di combattere. Questo è un regalo
semantico e anche materiale del nuovo antisemitismo, secondo il
quale è naturale che un ebreo sia morto. Detto più precisamente,
la scelta intenzionale di obiettivi civili allo scopo di innescare
la paura e distruggere il morale del nemico non viene considerato
un peccato morale nei confronti di Israele. Non scatena
l’indignazione del mondo, e anche quando lo fa, nasconde tra le
sue pieghe un certa simpatia per gli aggressori terroristi. Ciò
che la stampa europea non riesce a capire, o non vuole, è che il
terrorismo è un mezzo di combattimento da condannare e da
proibire, indipendentemente dagli specifici obiettivi politici che
cerca di realizzare.
8) Infine, i media hanno diffuso il davvero stravagante concetto
che i coloni, donne e bambini compresi, non siano dei veri e
propri esseri umani. Sono presentati come delle pedine in un gioco
pericoloso, al quale hanno volontariamente scelto di partecipare.
La loro morte è un fatto praticamente naturale e del tutto
logico. In un certo senso, se la sono voluta. Al contrario, quando
viene ucciso un comandante di Hamas, sebbene pure lui, ovviamente,
«se la sia voluta», si apre un dibattito morale e filosofico per
condannare la perfidia con cui si eseguono sommarie condanne a
morte. Sarebbe un dibattito certamente legittimo, se non fosse per
uno scandaloso uso dei due pesi e delle due misure da parte della
stampa mondiale.
9) Infine, non bisogna dimenticare che non si parla quasi mai
della censura e della corruzione che regna all’interno
dell’Autorità palestinese, così come dell’eliminazione
fisica dei suoi nemici politici.
Se vogliamo ottenere qualcosa, se decidiamo che è giunto il
momento di combattere, dobbiamo sbarazzarci delle imposture e
degli inganni del politicamente corretto. Dobbiamo saper dire che
la libera stampa fallisce la sua missione quando mente, e che sta
effettivamente mentendo. Dobbiamo dire che tutti i diritti umani
sono violati quando a un popolo è negato il diritto
all’autodifesa, e che questo diritto a Israele è effettivamente
negato. I diritti umani sono calpestati anche quando una nazione
viene sottoposta alla diffamazione sistematica e resa
automaticamente un obiettivo legittimo per i terroristi. Non
dobbiamo più accettare ciò che abbiamo accettato fin dal giorno
in cui è nato il nostro Stato, vale a dire che debba essere
considerato come uno Stato diverso e a sé stante all’interno
della comunità internazionale. Un altro punto importante: tra le
varie forme di antisemitismo oggi in voga, una riguarda la
confusione tra «israeliano» ed «ebreo». Apparentemente, è
sbagliato insinuare che gli ebrei agiscano nell’interesse dello
Stato di Israele e non in quello dello Stato in cui vivono. Più
un Paese confonde i due termini, più è considerato antisemita, e
quindi ci si immaginerebbe che gli ebrei combattano questo
pregiudizio. Ma è un grave errore. Poiché lo Stato di Israele, e
insieme a esso gli ebrei, sono stati vittime del peggior genere di
pregiudizi, gli ebrei dovrebbero considerare apertamente il loro
essere identificati con Israele come un prestigio e un onore.
Dovrebbero dichiarare con orgoglio questa identificazione. Se è
vero che Israele è l’obiettivo principale degli attacchi
antisemiti, è proprio qui che dobbiamo concentrare la nostra
attenzione. Dobbiamo giudicare il carattere morale della persona
con la quale stiamo parlando in base a questo test: se menti su
Israele, se lo ricopri di pregiudizi, sei un antisemita. Se sei
prevenuto nei confronti di Israele, sei contro gli ebrei.
Naturalmente questo non significa che sia proibito criticare
Israele e le sue politiche. Ben poco, tuttavia, di quello che si
sente dire su Israele ha qualcosa a che fare con una lucida
critica. Pregiudizi e partiti presi, e non la figura di Sharon,
sono la ragione principale delle critiche. Questi autoproclamatisi
critici non sono affatto quei devoti intercessori a favore degli
ebrei che pretendono di essere. Perciò dobbiamo dire loro: da ora
in poi non potete più usare liberamente il lasciapassare dei
diritti umani; non potete più sfruttare falsi stereotipi. Dovete
dimostrare concretamente quello che affermate: che l’esercito
assalta senza pietà poveri villaggi arabi che non hanno niente a
che fare con il terrorismo; che uccide di proposito i bambini, e
che si diverte a far fuori i giornalisti. Non ci riuscite? Avete
definito gli eventi di Jenin un massacro? Allora siete degli
antisemiti, proprio come i vecchi antisemiti che fate finta di
odiare. Dovete ancora convincermi di non esser antisemiti, ora che
sappiamo che non condannate il terrorismo, e che non avete mai
detto una parola contro le caricature degli ebrei dal naso
ricurvo, con una borsa piena di dollari in una mano e una
mitragliatrice nell’altra.
Israele è rimasto scioccato dalla nuova ondata di antisemitismo.
Tutte le teorie secondo le quali l’antisemitismo classico
sarebbe diminuito con la creazione di Israele, e infine scomparso
del tutto, sono state smentite. Per di più, Israele è diventato,
di fatto, la somma di tutto il male, la prova che «i protocolli
dei Savi Sion» avevano ragione e che le accuse di omicidio
rituale dei bambini erano vere. I palestinesi sono trasformati in
un nuovo Gesù messo in croce, e la guerra in Iraq o in
Afghanistan scatenata dagli Stati Uniti fa parte del piano ebraico
per il dominio del pianeta. Gli ebrei di tutto il mondo sono
minacciati, picchiati e persino uccisi per fargli pagare il prezzo
dell'esistenza di Israele. Israele e gli ebrei oggi hanno una sola
certezza: ora che dispongono di propri mezzi di difesa, una nuova
Shoah non è più possibile. Tuttavia, dobbiamo passare dall'idea
di una possibile eliminazione fisica degli ebrei a quella di una
loro possibile eliminazione morale. L'unico modo per affrontare
questa minaccia è combattere senza paura, sul nostro stesso
terreno, usando tutte le armi storiche ed etiche che Israele
possiede. Nessuna vergogna, nessun timore e nessun senso di colpa.
Israele ha la possibilità di dimostrare ciò che è veramente:
l'avamposto nella lotta al terrorismo e il baluardo della
democrazia. Non è una cosa da poco. Ma noi ebrei ci comportiamo
come vittime e non cogliamo questa possibilità perchè
significherebbe metterci in conflitto con i nostri vecchi alleati,
rinunciando alla loro legittimazione. Dobbiamo renderci conto che
questa legittimazione si trova nelle nostre mani, anche se non
l'abbiamo mai fatta valere. La parola d'ordine degli ebrei
dovrebbe essere «orgoglio ebraico», nel senso di orgoglio per la
nostra storia e per la nostra identità nazionale, ovunque ci
troviamo. Orgoglio ebraico significa che dobbiamo reclamare
l'esclusiva identità del popolo ebraico e il suo diritto di
esistere. Dobbiamo comportarci come se questo diritto non ci fosse
mai stato riconosciuto perchè oggi, ancora una volta, non lo è
più. Nel difendere quest'identità dobbiamo essere, come dice
Hillel Halkin, i più tenaci e i più resistenti di tutti, e allo
stesso tempo i più liberali. Nessuna sinistra e nessuna destra.
Non daremo alla sinistra il potere di decidere dove dobbiamo
stare. Decideremo le nostre alleanze da soli, in base alla
situazione concreta dei nostri potenziali partner.
Termidoro e antisemitismo
Trotsky (1937)
Tradotto, dalla versione in inglese presente sul MIA, e trascritto da
Dario Romeo, Settembre 2000
Le polemiche sul sondaggio della commissione
della Ue riportano comunque alla ribalta un problema che da qualche
tempo sembra riapparire. Luci e ombre sull’argomento nel Vecchio
Continente
I risultati del sondaggio hanno risvegliato un vecchio demone, acquattato
nell’ombra, sempre presente - assente nei rapporti tra il mondo ebraico
e l’Europa: l’antisemitismo. Il Presidente della Commissione, Prodi ha
subito preso le distanze, dicendo che "nella misura in cui il
risultato possa essere la spia di un pregiudizio più profondo e generico
verso il mondo ebraico, la nostra ripulsa è ancora più radicale. In
Europa [...] non c’è posto per l’antisemitismo". Fassino e
Berlusconi, uniti volontariamente o no intorno alla questione, hanno
espresso il loro timore per una rinascita dell’antisemitismo. Il
periodico on-line Ebraismo e Dintorni scrive: "Il sondaggio è vero e
fotografa realisticamente la situazione. L’antisemitismo non è mai
morto e sta riaffacciandosi dietro le quinte del politically correct".
Ugualmente, la reazione del governo Sharon in Israele, benché confortato
dall’inequivocabile appoggio dell’Italia ("È la nostra unica
amica" diceva un giornale in primo piano), è stata un contrattacco:
Sharon: "Questa è l’Europa, con il suo antisemitismo"; il
portavoce del Ministero degli esteri: "Gli europei sono ciechi alla
sofferenza delle vittime del terrore e la colpa è dei loro governi";
il Ministro delle relazioni con la diaspora, Nathan Charansky, ha
dichiarato che "l’Unione europea dovrebbe cessare il lavaggio dei
cervelli che mira a demonizzare Israele, per evitare che l’Europa
ripiombi nei periodi più oscuri del proprio passato"; il Ministro
degli esteri Shalom, ha assunto una posizione meno estrema, affermando che
"il sondaggio non indica sentimenti antisemiti da parte dei cittadini
dell’Ue, ma il fatto che Israele è presente, più di tutti gli altri
paesi, sui media". Il quotidiano Haaretz riteneva che si trattasse di
un risultato di un’inefficacia "Hasbara" del governo
israeliano nel mondo, rispetto a quella palestinese (il termine Hasbara è
usato in Israele per descrivere gli sforzi delle autorità per spiegare la
propria posizione).
La polemica intorno al sondaggio ha sollevato una questione più ampia:
come parlare d’Israele? In un articolo titolato esattamente così,
scritto per il New York Times Sunday Magazine nello scorso agosto, Ian
Buruma cerca di capire se è possibile criticare Israele senza essere
considerati antisemiti. Buruma scrive: "È perfettamente possibile,
ovviamente, avere una posizione critica nei confronti delle politiche
d’Israele [...] senza essere un antisemita. È ugualmente possibile
criticare le politiche degli Usa senza essere un anti-americano [...],
proprio come uno può opporsi al capitalismo o alla
"globalizzazione" senza desiderare o approvare un attacco
suicidio su Manhattan. La cosa disturbante è, invece, il modo in cui
queste posizioni si mischiano sempre di più in un cocktail di ostilità".
È possibile, quindi, secondo Buruma, criticare Israele senza essere
considerati antisemiti; proprio come è possibile criticare le politiche
di Mugabe in Zimbabwe o dell’ex Presidente della Malesia, Mahatir, senza
essere considerati anti-neri o anti-musulmani. In altre parole, Israele
non è un paese al di sopra delle norme universali o immune alle critiche
internazionali; ma è possibile non cadere nella trappola di questo
"cocktail"?
Il caso della Germania
Prima di approfondire questo argomento va detto che l’antisemitismo
è, in effetti, un fenomeno non ancora completamente sradicato. Un esempio
sorprendente (o forse no?) viene dalla Germania, dove il Capo delle
forze speciali è stato rimosso la settimana scorsa dal suo incarico dopo
aver scritto una lettera d’appoggio ad un deputato conservatore (a sua
volta espulso dal gruppo parlamentare della Cdu e in odore di cacciata
anche dal partito) a proposito di un suo intervento in cui diceva che gli
ebrei avevano un ruolo chiave nella rivoluzione russa del ’17 e che
perciò sono responsabili dei numerosi morti di allora, paragonandoli
esplicitamente ai nazisti. Il generale ha scritto: "Le sue parole
sono espressione di grande coraggio, che non si trova più nel nostro
paese".Sempre in Germania, inoltre, un sondaggio del 2002 ha rilevato
che il 60% degli intervistati erano parzialmente o completamente
d’accordo con l’affermazione che gli Ebrei esercitano troppa influenza
nel paese. In altre parole, sembra che il tabù o la vergogna di esprimere
opinioni del genere stia scomparendo.
Tuttavia, quasi a cercare di sminuire le polemiche, secondo un’indagine
del ministero degli esteri israeliano dietro il 95% degli incidenti
antisemiti in occidente ci sono immigrati musulmani che "si vendicano
delle ingiustizie dell’occupazione israeliana nei territori
palestinesi". Risultati simili sono stati ottenuti da un’indagine
dell’Università di Tel Aviv, che ha stabilito che il riaffermarsi
dell’antisemitismo in Europa coincide con l’inizio della seconda
Intifada e con la pesante rappresaglia d’Israele agli attacchi suicidi.
E va detto che la maggior parte degli attacchi erano limitati ad atti di
vandalismo in sinagoghe e cimiteri ebrei. Tali atti sono chiaramente
ingiustificabili, ma la visibile correlazione tra il livello della
violenza nel Medio Oriente e il numero degli incidenti antisemiti in
Europa non va ignorata. Inoltre, negli ultimi anni, sembra che Israele
ricorra sempre più spesso all’accusa di antisemitismo nelle sue
reazioni alle critiche esterne. A questo riguardo Abraham Foxman, dalla
"Anti Defamation League" (una delle più grandi organizzazioni
ebraiche negli Usa), ha notato che la credibilità della lotta contro
l’antisemitismo può essere messa a dura prova in due modi: quando si
smentisce l’esistenza dei motivi antisemiti o quando "ogni torto
compiuto contro una persona ebrea viene etichettata come
antisemitismo".
Secondo Akiva Eldar, di Haaretz l’utilizzo frequente dell’accusa di
antisemitismo non è soltanto inappropriato, ma anche poco utile e
controproducente. "Dire che il mondo intero ce l’ha con noi -
scrive Eldar - è molto più facile che ammettere che Israele,
ideata come un rifugio e una fonte d’orgoglio per gli Ebrei, si è
trasformata non solo in un paese meno ebraico e meno sicuro per i suoi
cittadini, ma anche in una vera fonte di pericolo e di vergogna per quegli
ebrei che vivono fuori dei suoi confini. Sostenere che si è antisemita
quando si definisce la recente politica del governo israeliano un pericolo
per la pace nel mondo è uno spregevole svilimento del termine
antisemitismo".
Ma perché, allora, gli Ebrei nel mondo ed in Israele hanno reagito in
questo modo al sondaggio? Secondo Meron Benvenisti, sempre su Haaretz, nel
contesto di un conflitto etnico-nazionale-religioso che coinvolge dei
profondi elementi ideologici e sentimentali, la legittimazione
internazionale è un fattore cruciale, e la sua assenza provoca un forte
senso di angoscia che gli israeliani cercano di togliersi di dosso
invocando addirittura lo spettro dell’antisemitismo.
Consigli per essere ascoltati
Guy Izhak Austrian e Ella Goldman, due ebrei israelo-americani attivisti
per la pace, in un articolo pubblicato nel marzo scorso hanno teso una
mano a chi, critico nei confronti di Israele, non voglia cadere nella
trappola dell’antisemitismo, offrendo una serie di consigli su come
essere ascoltati dagli ebrei e dagli israeliani. Gli autori sottolineano
l’importanza di accettare e ammettere che esistono dei sentimenti e
pregiudizi anti-ebrei nel movimento solidale palestinese: la frase
"non sono un antisemita" non è confortante se viene
accompagnata dalla negazione dell’esistenza di antisemitismo.
Essi notano ancora che le ferite della persecuzione, e soprattutto
dell’Olocausto, non sono guarite. Perciò, entrare nei dettagli tecnici
su cosa significa il termine antisemitismo (escludendo o no gli arabi) o
sul fatto che non solo gli ebrei sono vittime di guerre e oppressione è
inutile e controproducente. Austrian e Goldman, inoltre, consigliano di
accettare l’esistenza di un’identità ebraica che va oltre il
sentimento religioso. Il significato di questi consigli è in sostanza che
la dimensione psicologica della reazione degli Ebrei non deve essere
sottovalutata.
In ultima analisi, possiamo dedurre che i 7.515 cittadini europei
interpellati nel sondaggio sono antisemiti? A livello individuale, la
risposta è molto probabilmente "no". L’antisemitismo
"classico" in Europa ha raggiunto dei livelli molto bassi (in
aprile 2003, un sondaggio compiuto in Francia ha rilevato che l’85% dei
francesi simpatizzano con gli Ebrei, rispetto al 82% nel 2002 ed il 72%
nel 1990). Inoltre, la paura degli Europei per quello che sta succedendo
nel Medio Oriente non è irrazionale; essa è basata sulla prossimità
geografica e sulle notizie che riempiono quotidianamente i media. A questo
riguardo, sarebbe stato forse più corretto associare questa paura per la
pace mondiale con la persistenza del conflitto, piuttosto che con un
Paese. La risposta degli europei si basa, molto probabilmente, anche sulla
loro "riscoperta" del mondo ebraico: non più "una vittima
che soffre persecuzioni e discriminazione", associati soprattutto con
lo stesso continente europeo, ma "un aggressore opprimente che crea
nuove vittime".
Evitare dichiarazioni pesanti
Ciò detto, il sondaggio potrebbe mettere in atto dei meccanismi
indesiderati e reintrodurre la vecchia percezione secondo cui gli ebrei
(personificati nello Stato d’Israele) sono i principali responsabili per
i problemi nel mondo. Bisogna evitare dichiarazioni che insinuino
l’immagine di un Israele "mostruoso" o "criminale",
che non meriti di far parte della collettività internazionale. A questo
proposito va notato come tante occupazioni militari, pur essendo non meno
cruente (come quella della Cina nel Tibet, ad esempio), non suscitano lo
stesso sdegno internazionale.
E allora, come nell’eterno dilemma dell’uovo e della gallina, chi
viene prima: le politiche del governo israeliano o l’antisemitismo? La
risposta, chiaramente, non è semplice. Il legame tra il livello di
violenza nel Medio Oriente ed il risveglio dell’antisemitismo rende le
cose ancora più complicate in quanto crea una situazione antitetica alla
visione di Hertzel, il padre del Sionismo, che voleva, attraverso la
creazione di uno stato tutto ebraico, risolvere una volta e per sempre la
"Questione ebraica". Secondo Naomi Klein, una dei più famosi
esponenti del movimento New Global (tra l’altro, d’origine ebraica),
per risolvere questo dilemma bisogna, nello stesso tempo, criticare la
politica israeliana e condannare vigorosamente l’ascesa
dell’antisemitismo, evitandosi di "pensare in termini di una
semplice dicotomia di palestinesi buoni - israeliani cattivi". Queste
sottigliezze sono importanti perché in realtà, dietro tante
dichiarazioni, reazioni e accuse c’è ancora una grande paura (fondata o
no) di un altro Olocausto. Pare proprio che in questo caso, contraddicendo
le più banali regole biologiche, la gallina e l’uovo non siano legati
da un nesso di causa-effetto ma rappresentino piuttosto due facce di una
stessa medaglia.
Fini è diventato un sincero democratico?
Basta la denuncia delle leggi razziali del '38 per prendere le
distanze dal retaggio storico del fascismo?
L'antisemitismo c'era da molto prima del '38?
Non è riduttivo identificare tout court il fascismo con la sua
manifestazione storica del ventennio? Non è cultura fascista
quella che oggi permea le leggi sull'immigrazione, sulle droghe,
sulle questioni culturali e sociali?
Non c'è il rischio, in questa saldatura, di smarrire la
tradizione cosmopolita e universalistica dell'ebraismo?
La tendenza a identificare la critica a Sharon con
l'antisemitismo è diventato negli ultimi tempi un argomento
accusatorio contro la sinistra. Con il risultato di spingere ai
margini la questione palestinese. O no?
C'è anche chi ritiene che l'antisemitismo pervada il pensiero
marxista fin dalla "Questione ebraica" del giovane
Marx...
C'è stato antisemitismo nei paesi dell'Est?
Domenica 21, di sera, ho acceso il televisore nella speranza di cogliere un
barlume di questa protesta di portata storica. Mi sono imbattuta invece in
qualcosa di diverso: un trionfante Jean-Marie Le Pen che celebrava il suo
nuovo status di secondo leader politico francese nella gerarchia della
popolarità. E da quel momento mi chiedo se la nuova alleanza che ha preso
forma nelle strade sia in grado di far fronte anche a quest'ultima minaccia. A
me, che critico tanto l'occupazione israeliana quanto la globalizzazione sotto
il segno delle corporations, sembra che la convergenza verificatasi a
Washington sia venuta incontro a un bisogno antico.
Ma è possibile criticare Israele e insieme condannare vigorosamente l'ascesa
dell'antisemitismo. Ed è egualmente possibile essere favorevoli
all'indipendenza palestinese senza per questo pensare nei termini di una
semplicistica dicotomia «palestinesi buoni/israeliani cattivi», che è
l'immagine speculare di formule tipo «il bene contro il male» tanto care al
presidente George W. Bush. Perché preoccuparsi di sottigliezze del genere?
Perché chiunque sia interessato a combattere il fascismo stile Le Pen o la
brutalità stile Sharon deve guardare in faccia la realtà dell'antisemitismo.
L'odio antiebraico è una potente arma politica nelle mani della destra sia
europea sia israeliana. Per Le Pen l'antisemitismo è un vero regalo, che ha
contribuito a far impennare i suoi consensi dal 10 al 17% in una settimana.
Quanto a Ariel Sharon, il suo vero asso nella manica è la paura
dell'antisemitismo, non importa se reale o immaginario. Sharon ama dire che
combatte i terroristi per dimostrare che non ha paura. In realtà, dietro le
sue scelte politiche sta proprio la paura. Il suo grande talento consiste nel
comprendere pienamente la profondità della paura ebraica di un altro
Olocausto. Egli sa come tracciare paralleli tra le angosce ebraiche riguardo
all'antisemitismo e le paure americane del terrorismo. Ed è un esperto nello
sfruttare tutto questo per i suoi fini politici.
La seconda paura oggetto delle manipolazioni di Sharon riguarda gli ebrei
della Diaspora, ed è la paura che alla fine essi si troveranno a dover
cercare un rifugio sicuro in Israele. Questa paura fa sì che milioni di ebrei
in tutto il mondo, molti dei quali sono disgustati dall'aggressione
israeliana, tacciano e firmino assegni: un acconto sulla protezione futura.
L'equazione è semplice: quanto maggiore è la paura degli ebrei, tanto più
potente è Sharon. Giunto al potere sulla base di un programma di «pace e
sicurezza», il governo Sharon è riuscito a stento a celare il compiacimento
per l'avanzata di Le Pen, chiedendo senza indugio agli ebrei francesi di fare
i bagagli e trasferirsi nella Terra Promessa. Per Sharon, la paura ebraica è
la garanzia che può continuare incontrastato per la sua strada, perché ne
ricava l'impunità necessaria per fare l'impensabile: mandare i soldati nel
ministero dell'Istruzione dell'Autorità palestinese a rubare e distruggere
gli archivi; seppellire vivi i bambini nelle loro case; bloccare le ambulanze,
impedendo il soccorso ai moribondi.
Eppure una via d'uscita esiste. Niente cancellerà l'antisemitismo, ma gli
ebrei dentro e fuori Israele sarebbero probabilmente un po' più sicuri se ci
s'impegnasse a distinguere tra le varie posizioni ebraiche e le azioni dello
Stato israeliano. E qui un movimento internazionale può svolgere un ruolo
cruciale. Già vanno prendendo forma le alleanze tra gli attivisti
antiglobalizzazione e i refuznik israeliani, ossia i soldati che si rifiutano
di servire nei territori occupati. E le immagini più potenti nelle
dimostrazioni di Washington erano i rabbini che marciavano al fianco dei
palestinesi. Ma bisogna fare di più. È facile per gli attivisti impegnati
nella battaglia per la giustizia sociale dire che, siccome gli ebrei hanno già
difensori così potenti a Washington e a Gerusalemme, l'antisemitismo è un
nemico che non spetta a loro combattere. Si tratta di un errore fatale.
Proprio perché l'antisemitismo è utilizzato da gente come Sharon, è
necessario lottare contro di esso. Quando l'antisemitismo non sarà più
considerato come una faccenda che interessa soltanto gli ebrei, come qualcosa
di cui debbono occuparsi soltanto Israele e la lobby sionista, Sharon si
troverà privo della sua arma più efficace nell'indifendibile e sempre più
brutale politica di occupazione. E c'è un vantaggio supplementare:
ogniqualvolta l'odio antiebraico diminuisce, diminuisce anche il numero di
coloro che la pensano come Jean-Marie Le Pen.
( Traduzione del Gruppo Logos)
Lo Stato ebraico al primo posto per il 59% degli intervistati
Sondaggio Ue: è Israele la principale minaccia alla pace
Gerusalemme: "Domande tendenziose, inchiesta scandalosa"
Al secondo posto Corea del Nord e Iran, sesti gli Stati Uniti
L'indagine è stata realizzata attraverso quindici domande, che spaziano dalla
legittimità dell'intervento americano in Iraq, alla gestione della
ricostruzione del Paese, fino alla valutazione della minaccia del terrorismo e
della situazione in Medio Oriente. I quesiti sono stati posti ad un campione
di oltre 7.500 cittadini dell'Unione europea (circa 500 gli italiani) tra l'8
e il 16 ottobre scorsi.
Una delle domande invitava gli intervistati a scegliere tra quattro gradi di
minaccia per la pace (da "molto forte" a "nessuna"), in
una lista di dodici Paesi tra i quali figurano, tra gli altri, gli Stati
Uniti, l'Unione europea, la Russia, la Corea del Nord, l'Iran, l'Iraq,
l'Afghanistan, Israele, il Pakistan e l'India.
Ebbene, al primo posto tra i Paesi che rappresentano una minaccia per la pace
è risultato Israele, indicato dal 59 per cento degli intervistati. Di
seguito, con il 54 per cento, la Corea del Nord e l'Iran, al quarto posto
l'Iraq, al quinto l'Afghanistan e al sesto gli Stati Uniti.
Un sondaggio "scandaloso". Così ha reagito israele, secondo quanto
riferito da fonti del ministero degli Esteri. Soprattutto, la domanda su
Israele sarebbe stata formulata "in modo tendenzioso". E i
risultati, sempre secondo le medesime fonti, sarebbero stati influenzati dal
fatto stesso di formulare una lista di Stati, e dal loro ordine di
presentazione.
In sostanza il sondaggio, osservano le fonti, indica che in Europa l'opinione
pubblica è assai poco solidale con Israele; il che sarebbe da attribuire,
forse, alla risonanza data, proprio nei giorni in cui veniva effettuata
l'indagine, alla costruzione della cosiddetta "barriera di
sicurezza" in Cisgiordania (più nota come "il muro"), al
rifiuto da parte del governo israeliano del "patto di pace"
israelo-palestinese stretto da parte dei due schieramenti, e alla scarsa
considerazione ostentata da Israele per le posizioni dell'Unione europea sul
Medio Oriente.
Assai più drastico il giudizio del ministro per le Comunità ebraiche nella
Diaspora, Nathan Sharansky: "Il fatto che la maggioranza degli europei
veda Israele come il pericolo maggiore per la pace nel mondo, e non gli Stati
che finanziano il terrorismo, o dittatori che minacciano di usare armi di
distruzione di massa, è un'altra prova che dietro le critiche 'politiche' a
Israele c'è solo puro antisemitismo".
"Come in passato - ha continuato Sharansky - gli ebrei venivano
considerati come il 'diavolo' responsabile dei mali del mondo, così oggi il
mondo 'civilizzato' incolpa lo stato ebraico, Israele, dei problemi del
mondo".
Dal sondaggio risulta che gli europei che più ritengono Israele un pericolo
sono gli olandesi (70 per cento circa), mentre gli italiani si collocano,
insieme agli spagnoli, al di sotto della media Ue. Quanto al ruolo
dell'Europa, ben pochi la ritengono un fattore di pericolo per la pace. La
maggioranza assoluta dei cittadini intervistati (81 per cento) ritiene invece
che l'Unione dovrebbe giocare un ruolo più importante nella soluzione del
conflitto israelo-palestinese. Nella stessa classifica, gli italiani, con l'89
per cento, sono secondi solo ai greci (90 per cento).
Akiva
Eldar, «Ha’aretz», Israele, «Internazionale» nr. 513, novembre 2003
Più complessa la diagnosi dei funzionari del ministero degli esteri, che
seguono con ansia crescente l’aumento tendenziale dell’antisemitismo.
Secondo loro, i responsabili del 95 per cento degli episodi di antisemitismo che
si sono verificati in Europa nell’ultimo anno erano immigrati musulmani. Gli
attacchi erano soprattutto proteste contro l’iniquità dell’occupazione
israeliana dei Territori. Sempre secondo gli analisti esiste un rapporto diretto
fra il netto aumento dell’antisemitismo e la frequenza delle immagini di
militari israeliani che sparano a bambini palestinesi. Anche le foto di coloni
che erigono avamposti nel cuore del territorio palestinese evidenziano, agli
occhi dei non ebrei, l’identità ebraica degli occupanti.
Purtroppo in Israele ci sono uomini politici le cui dichiarazioni presentano
questo conflitto locale e nazionale come religioso e globale: costoro sono
responsabili dell’incolumità degli ebrei in quanto ebrei in tutto il mondo.
Lo stesso ministro Sharansky, ultimamente, ha scritto che la spianata delle
moschee è più importante della pace. Altri ministri non fanno mistero della
propria convinzione che le truppe israeliane stiano nei Territori in base alla
credenza religiosa secondo cui la terra d’Israele apparterrebbe solo al popolo
d’Israele.
Invece quando i governi israeliani hanno manifestato la seria intenzione di
mettere fine all’occupazione, l’antisemitismo si è affievolito, cedendo il
passo – in Europa e persino nei paesi islamici – a simpatia e appoggio per
lo stato ebraico.
Dire «il mondo intero ce l’ha con noi» è molto più facile che ammettere che
lo stato d’Israele, nato come rifugio e fonte d’orgoglio per gli ebrei, si
è trasformato non solo in un paese meno ebraico e meno sicuro per i suoi
cittadini, ma anche in una vera fonte di pericolo e di penoso imbarazzo per gli
ebrei che scelgono di vivere al di fuori dei suoi confini. Sostenere che si è
antisemiti quando si definisce la politica del governo israeliano un pericolo
per la pace mondiale è uno spregevole svilimento del termine «antisemita».
(…)
LUIGI PINTOR
Israele e la sua esistenza come stato non corrono alcun rischio. E' un paese
forte e ricco come pochi ed è garantito come nessun altro su scala
internazionale. Solo uno sconvolgimento mondiale potrebbe metterlo a repentaglio
così come solo uno sconvolgimento mondiale lo ha fatto nascere.
Ieri c'è stata a Gerusalemme un'altra strage suicida e quindi non è un giorno
adatto per fare questo discorso. Ma invece sì, perché se la vita in quella
terra, in Israele e in Palestina ancor più, è certamente invivibile
l'antisemitismo non c'entra niente o quasi.
Lì c'è un conflitto territoriale e nazionale come in tutto il medio oriente c'è
un conflitto regionale. E' carico di storia, di incompatibilità etniche e
religiose e di molte altre cose, ma vederlo in questa luce anziché nella sua
materialità non porta da nessuna parte. Più è complesso, più va affrontato
nei suoi tratti essenziali.
Un tratto essenziale è il dilemma annientamento-convivenza. Non è per
antisemitismo che il mondo arabo non riconosce Israele ma perché lo considera
un intruso e lo teme. E non è occupando territori non suoi che Israele garantirà
meglio la propria sicurezza e felicità, l'identità e la memoria del suo
popolo.
Non è per partigianeria che ammiro gli ebrei che in patria e fuori, anche a
Washington, si espongono a persecuzione per difendere l'immagine di Israele dai
danni che la guerra le infligge. Custodiscono una giusta memoria di sé e della
propria storia e dànno alla bestia antisemita la risposta più alta.
Così come i ragazzi palestinesi che lanciavano sassi contro i carri armati
hanno praticato una delle più alte forme di lotta di liberazione del nostro
tempo, di cui gli attentati suicidi sono un disperato e tristissimo esito.
Non siamo equanimi? E' solo che non dimentichiamo che tra i contendenti gli uni
sono molti forti e ricchi e gli altri molto deboli e poveri. Pensate che non
conti? E neanche dimentichiamo che il razzismo ha oggi per bersaglio nuove
vittime totalmente indifese e miserabili. Voi lo dimenticate?
Siamo quelle/i che discutono con i propri alunni del razzismo e
dell'antisemitismo negli stadi [dei buuuu, curva di ebrei, ecc.] e fuori
[barzellette sugli ebrei, per es. e altro]
Siamo quelle/i che spiegano e rispiegano ai propri alunni perché non è bello
disegnare le svastiche e gliele fanno cancellare
Siamo quelle/i che leggono in classe Il Diario di Anna Frank, Se questo è un
uomo, Shemà; che fanno vedere Gli ultimi giorni, Jona che visse, Schindler's
List
Siamo quelle/i che organizzano attività didattiche sulla cultura ebraica
Siamo quelle/i che credono nell'educazione alla pace, nel ripudio della guerra,
nella convivenza tra i popoli, nel rispetto tra diversi
Siamo quelle/i che trovano entusiasmante lavorare nelle nuove classi
multietniche della scuola italiana, mentre i governanti "smemorati"
fanno leggi contro gli immigrati,
Siamo quelle/i che "tengono memoria" della nostra storia patria con i
suoi alti e bassi [l'emigrazione, il colonialismo, la dittatura fascista, la
Resistenza, la Costituzione]
Siamo quelle/i che pensano che il popolo palestinese abbia diritto a vivere in
un suo stato, così come gli Israeliani, due stati due popoli
Siamo quelle/i che ritengono Sharon un criminale, sia per quello che sta facendo
che per quello che ha fatto [Sabra e Chatila]
Siamo quelle/i che sanno che in Israele, oltre ai sostenitori di Sharon esistono
gruppi, organizzazioni, militari obiettori, individui che si oppongono alla sua
politica e si battono per la pace, per la propria sicurezza, contro
l'occupazione dei territori e le colonie, per i diritti del popolo palestinese
Siamo quelle/i che non amano la cultura della morte per sé e per gli altri,
perché non si è testimoni [cioè martiri] quando ci si fa esplodere insieme ad
altri come te, alla fermata di un autobus o in un ristorante
Siamo quelle/i che sono fieri ed ammirati dei nuovi profeti disarmati, dei
nostri figli e dei giovani che a Ramallah, Betlemme, Deheishe, in un mondo di
Pilati, rischiano la propria vita per testimoniare che un altro mondo è
possibile.
Remo Marcone, Donatella Artese De Lollis, Dina Capozio, Bruna
Sferra, Stefania Santuccio, Michele Arcangelo Firinu, Alessandro Anniballi
[Insegnanti di scuola elementare e media, Cobas, Roma]
MI. GIO.
GERUSALEMME
Non si fa politica con i testi sacri
11 febbraio 2001
http://www.lastampa.it/_web/_p_vista/spinelli/archivio2/110201.stm