Analisi di
Barbara Spinelli
ORA L’EUROPA AIUTI I PACIFISTI ISRAELIANI
http://www.lastampa.it/_web/_P_VISTA/spinelli/archivio/spinelli031019.asp
La Stampa 19 ottobre 2003
TERRORISTI E PARTIGIANI
La Stampa 16 novembre 2003
http://www.lastampa.it/_web/_P_VISTA/spinelli/archivio/spinelli031116.asp
Un po' di speranza!
http://www.arci.it/Scripts/vedianche.exe?Id=812
Più di trecento pacifisti israeliani rompono il blocco e vanno a Ramallah, insieme ai palestinesi e ad Arafat.
- Sembrava una cosa impossibile. Come riuscire a passare il check point in tanti israeliani? Altri in queste ultime settimane erano riusciti ad entrare a Ramallah, da Shulamit Aloni figura storica nella sinistra israeliana ad un gruppo di giornalisti guidati da Uri Avneri, ma erano piccoli gruppi o individui che erano riusciti a passare le maglie del controllo percorrendo strade e stradine interne o con auto targate stampa.
- Questa volta non si trattava di "personalità" ma di "movimento". Da qualche giorno si era in contatto con i rappresentanti di alcuni villaggi intorno a Ramallah perchè non succedessero incidenti. La sera prima si era andati in perlustrazione al check point di Kalandia mettendo in conto (sbagliando in questo caso) che i soldati avrebbero impedito l'ingresso ai pacifisti israeliani , si voleva trovare un posto per manifestare che non fosse di ulteriore intralcio ai palestinesi. Il check point di Kalandia, è stato collocato all'altezza della strada che congiunge il nord della Cisgiordania con il Sud, impedendo cosi la cominicazione tra le diverse aree. E' un luogo di inferno dove ogni automobile palestinese viene controllata minuziosamente dai soldati israeliani e per fare 300 metri ci vogliono ore e ore di fila. Il più della gente lascia i trasporti auto e passa a piedi, spendendo cosi' il doppio, e osservi lunghe file di anziani, donne e uomini con bambini al braccio, vecchie contadine con borse enormi, vedi la fatica, il dolore, l'umiliazione dei giovani che vengono fermati malamente dai soldati, quando non gli si spara addosso. Ti chiedi come possano resistere e ti spieghi, pur non accettandolo, perché il giorno prima un palestinese impazzito dall'esasperazione in un litigio per eccesso di traffico e per il posto del parcheggio, avesse accoltellato un altro palestinese provocando una reazione da parte degli Shabab del campo profughi di Kalandia che per vendetta hanno incendiato alcuni negozi della famiglia dell'accoltellatore. Una tragedia nella tragedia, il palestinese accoltellatore era un cristiano e i ragazzi della vendetta musulmani. E'dovuto intervenire Arafat perché la questione non divenisse uno scontro religioso.
- Al mattino, il colorato gruppi di pacifisti è partito con un po' di ritardo, arrivati al check point in più di trecento, si è passati a piedi. Soldati e polizia hanno cercato di fermare il gruppo: è vietato agli israeliani passare, infrangete la legge. "Siamo tutti italiani", dicevano ridendo giovani e non giovani, superando il check point. Nelle discussioni che ci sono state tra polizia e organizzatori è stato minacciato che al rientro sarebbero stati tutti arrestati. Dall'altra parte intanto, gli Shabab del campo di Kalandia ci stavano aspettando con i trasporti pronti per andare a Ramallah. Decine e decine di taxi collettivi, si sono diretti alla sede dell'autorità palestinese dove Arafat vive ormai da mesi, imprigionato, con i carri armati in mezzo alla strada ad un centinaio di metri dalla sua finiestra.
- La commozione, l'esaltazione, il brivido di aver superato i divieti, erano straordinari, anche la paura: di essere arrivati nell'ignoto, di incappare in qualche attentato, di non sapere come i palestinesi avrebbero accolto una folla di israeliani, incontrare Arafat, salutargli dargli la mano, sorridergli, ascoltarlo. Cose che possono apparire banali e invece sono radicate nel profondo anche da parte di chi ha scelto decisamente di stare con la pace giusta, o come dicono nei loro slogan "l'occupazione è violenza, l'occupazione uccide tutti, fine dell'occupazione".
- All' incontro con Arafat hanno parlato a nome di tutti una palestinese israeliana e un ebreo israeliano, strette di mano, abbracci, tutti commossi, anche i cinici, gli scettici e i critici di Arafat. Il presidente ha ringraziato, ha dato il benvenuto, augurato che finisca questa tragedia e i due popoli possano vive insieme in pace, Niv Gordon e Rose Amer a mano congiunte con Arafat hanno ribadito il loro impegno per la pace. Usciti per la strada si sono recati verso i carri armati del loro esercito, per una manifestazione silenziosa e sono subito stati accolti da bombe suono e gas lacrimogeni. Bisognava andarsene, al Ministero dell'Educazione stavano aspettando i rappresentanti delle Associazioni Palestinesi. Nel frattempo avevo raggiunto le Donne Palestinesi che stavano manifestando nel centro di Ramallah attendendo l'arrivo dei pacifisti. Frustrazione i pacifisti non sono arrivati per disguidi e incomprensioni di luoghi. Mi chiama al telefono Gadi Elgazi uno dei leader di Tay'ush e professore universitario, dice di raggiungerli al Ministero, quando arrivo Amira Hass, grande giornalista ma anche piena di ansie, mi aggredisce: "ecco vedi noi siamo arrivati ma dove sono i palestinesi", altrettanto aggressiva le rispondo che si è un po' disorganizzati, per esempio le donne palestinesi li stavano aspettando ad al Manara. Poi ci abbracciamo, Amira è entusiasta, ci diciamo che è una giornata storica non solo per il movimento pacifista israeliano ma per la costruzione di relazioni con i palestinesi.
Nel frattempo arrivano le donne palestinesi, tra loro Zahira Kamal, Islah Jad, Hanan, la figlia di Abu Jihad, Khaddura Fares, parlamentare palestinese e tanti e tante altre. Si succedono gli interventi, tutti consapevoli del momento straordinario e della nuova fase nelle relazioni. Tra gli israeliani vi sono molti ragazzi che si sono rifiutati di servire nei territori occupati, molte donne della Coalizione per la pace, militanti di Gush Shalom, Yesh Gul, ma sopratutto una nuova generazione di arabi israeliani e ebrei israeliani; lo fa notare Zahira Kamal dicendo che questa nuovi volti le danno un po' di fiducia e che i palestinesi hanno bisogno di vedere che gli israeliani non sono solo la minaccia dei soldati o degli F16 o dei carri armati, cosi' come gli israeliani si possono rendere conto che i palestinesi hanno desiderio di pace e sono essere umani con tutte le loro sofferenze, grandezze e meschinità. Ho parlato anch'io comossa come tutti, ho detto semplicemente di come erano stati bravi a passare il confine, di come ero felice di vederli insieme palestinesi e israeliani per me che da anni faccio la spola tra l'uno e l'altro, ma naturalmente non ho mancato di dire della responsabilità dell'Europa per il protrarsi dell'occupazione militare.
Si torna a Tel-Aviv, si ripassa da Kalandia, battute feroci con i soldati, ma niente arresti. "E' fatta - dice Gadi ElGazi -abbiamo passato il confine, adesso dobbiamo continuare, è importante aver incontrato Arafat, ma ancora più importante per noi che siamo società civile avere incontrato i rappresentanti della società civile palestinese". Alla sera di Domenica mi telefona Mustapha Barghouti, sta lasciando Porto Alegre, è molto soddisfatto del posto che la questione palestinese ha avuto nel movimento. Dice che gli italiani hanno avuto un ruolo molto positivo, rispetto la convocazione del Forum a Gerusalemme. Gli racconto l'evento dei pacifisti israeliani, restiamo d'accordo di organizzare un incontro con loro per la Campagna della Missioni Civili per la protezione della Popolazione Palestinese. E' sbagliato nutrire qulache speranza?
- Purtroppo i tempi di crescita del movimento sono più lenti dei bombardamenti di Sharon, fermare Sharon e la sua politica omicida e suicida è una responsabilità morale e politica, ma intanto i segnali che vengano dalla società israeliana sono sempre di più, il numero di soldati che si oppongono alla brutalità e all'orrore dell'occupazione militare cresce di giorno in giorno, e per una società militarista come quella israeliana che dall'interno dell'esercito si cominci a dire, mi rifiuto, è certamente un passo positivo e traumatico. La risposta dei quartieri generali è dura. Non lasciamoli soli.
- Il 27 Febbraio in tanti, cittadine e cittadini europei, saremo davanti al Parlamento Europeo a Bruxelles per chiedere la fine dell'occupazione militare, la sospensione degli accordi di associazione con Israele e una presenza internazionale per la protezione della popolazione civile.
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/26/26A20020309.html
La causa palestinese
DIPLOMAZIA DAL BASSO
Giovanni Russo Spena
http://www.gazzella-onlus.com/a024.html
Tabula rasa a Hebron L'esercito israeliano con due tonnellate di esplosivo fa saltare il Muqata.
MI. GIO.
GERUSALEMME A favore della
scarcerazione dei refuzenik condannati al carcere militare - i soldati e
ufficiali che si rifiutano di servire nei Territori Occupati - , ieri circa 300
israeliani hanno manifestato ad Atlit (Haifa), presso la prigione n.6. Nei
giorni scorsi un ufficiale della riserva e leader dei refuzenik, David Zonshein,
e' stato scarcerato su decisione dell'Alta Corte che ha accolto il ricorso
contro il carcere militare. ****** http://www.altremappe.org/SindacoVenezia.htm Pacifiste
veneziane respinte da Israele: intervento del sindaco COMUNICATO
STAMPA Venezia
24 giugno 2002 http://www.peacereporter.net/it/canali/culture/031124olioPalestina?caratteri=n
Un olio che sa di pace
Palestina - Ana bahub lFalastina, ana bahub
lFalastina, io amo la Palestina, io amo la Palestina. La voce quasi rotta
dall’emozione. Stentava a crederlo. Eppure, era proprio questa la frase
stampata sulla maglietta indossata con orgoglio da Iossi, un ragazzino
israeliano di diciassette anni. Incredulo, Mahmud, un contadino palestinese
di una quarantina d’anni di un villaggio nel nord della Palestina,
Jama’in, situato accanto all’insediamento di Ariel. Huwwe yahudi, huwwe
israili, lui è ebreo, lui è israeliano, continuava Mahmud, rivolgendosi
alla madre settantenne, anche lei sorpresa ed emozionata per la presenza di
un gruppo di circa cinquanta pacifisti israeliani, che, sabato scorso,
avevano deciso di andare a raccogliere le olive nel nord della Palestina,
di quello che, chissà, forse, un giorno, diventerà lo stato palestinese
tanto sognato e tanto atteso.
Sono i pacifisti di Taayush, un gruppo misto di arabi ed ebrei
israeliani, di Black Laundry, un’associazione di gay e lesbiche
israeliani, di Yesh Gvul, l’associazione che appoggia i soldati
israeliani che si rifiutano di “servire” nei Territori Occupati. Sono
quelle donne e quegli uomini, quei ragazzi e quelle ragazze che, più di
tutti gli altri israeliani, hanno capito il momento terribile che sia
Israele sia la Palestina stanno vivendo in questo momento. Perché non sono
solo i palestinesi sull’orlo del baratro, non sono solo i palestinesi che
rischiano, forse come mai nella loro storia, di essere spazzati via dalla
politica assurda e folle del governo Sharon. Anche Israele è vicino a quel
baratro, perché non può che essere così per un paese che ha
deliberatamente scelto la strada dell’apartheid per tre milioni di
persone, che ha votato leggi razziste e discriminatorie per il venti per
cento dei propri cittadini, che sta progressivamente smarrendo quei valori
democratici di cui, da sempre, l’ebraismo mondiale si è fatto portavoce. E
sono proprio questi “traditori”, come Sharon chiama chi osa dissentire
dalle scelte del suo governo, che dimostrano di amare Israele più di tutti
gli altri, che con ostinazione combattono per evitare che il loro paese
possa girare completamente le spalle alla democrazia e sprofondare in una
spirale di autoritarismo, militarizzazione e progressiva cancellazione
persino delle più elementari libertà individuali e collettive. Iossi non era il solo “traditore” a portare una maglietta
con una scritta così bella. Molte erano le bandiere palestinesi, da sole o
accanto a quelle israeliane, stampate sulle magliette o sui pantaloncini
che questa cinquantina di israeliani “di sinistra” indossavano per
aiutare i palestinesi nella raccolta delle olive. Un gesto così semplice,
eppure così difficile. Così normale, eppure così speciale. Sono,
infatti, questi i mesi in cui si raccolgono le olive per produrre l’olio
che darà il sostentamento a tante famiglie palestinesi. E sono proprio
questi i mesi in cui molti coloni israeliani dimostrano le loro attitudini
violente e razziste, cercando di impedire la raccolta con azioni di
disturbo o vere e proprie spedizioni punitive contro i contadini, nel
totale disinteresse dell’esercito israeliano, che si trova lì per
difendere i coloni israeliani dalle aggressioni dei palestinesi, e mai
viceversa. Ma non è solo questo il motivo che rende il gesto della
raccolta delle olive così prezioso ed emozionante. E’ la sensazione che, nonostante il muro che sta dividendo
la Palestina in una serie di ghetti e di prigioni a cielo aperto,
nonostante l’indiscriminata violenza dell’esercito israeliano,
nonostante la vergognosa e cieca brutalità degli attentati kamikaze,
nonostante il clima asfissiante ed opprimente che si respira qui, un
episodio come questo possa ancora dare speranza, aprire uno squarcio di
luce nel buio di questi anni, ricominciare a rendere fertile una terra
divenuta arida per la tanta violenza e intolleranza. E, allora, vengono quasi i brividi all’idea che poche
persone, con le mani sporche di terra e le braccia graffiate dai rami degli
olivi, possano controbilanciare quei poteri forti che stritolano, con i
loro ingranaggi, anche il più piccolo segnale di pace. E allora, chissà, forse si può anche provare ad alzare lo
sguardo e a vedere lontano, sulle colline della Palestina, tra quegli
oliveti che ancora non sono stati sequestrati per “motivi di sicurezza”
dagli insediamenti in espansione, tra i teli di stoffa stesi sotto gli
alberi per raccogliere le olive, nelle bottiglie che contengono l’olio
prodotto, il germe di una pace che stenta a crescere, ma che non muore mai,
che non morrà mai finché esisteranno persone disposte a rischiare in
prima persone, a non obbedire agli ordini sbagliati dei propri superiori, a
dissentire dall’opinione comune, e a scegliere la giustizia e la pace. ottobre 2003 http://www.carta.org/campagne/pace/020114ebrei_pacifisti.htm
[14.01.2002]
http://www.informationguerrilla.org/torture_scudi_umani.htm Torture, scudi umani, uccisioni indiscriminate, arresti in
massa: prime
http://www.saveriani.bs.it/missioneoggi/arretrati/2003_05/riservisti.htm I
RISERVISTI ISRAELIANI YESH-GVUL Yesh-Gvul
("C'è un limite!") è un gruppo di pacifisti israeliani che si
batte contro l'occupazione, appoggiando i refusenik: ovvero i soldati
disponibili a far servizio nell'Esercito, ma non nei territori. L'APPELLO Fermate il massacro! Ponete fine all'occupazione! L'occupazione genera
terrorismo. L'occupazione militare è terrorismo.
©
YESH-GVUL http://www.casadellacultura.it/iniziative/materiali/048_pace_palestina.php "Cosa
diavolo sta succedendo, qui?"
Oggi siamo in una situazione completamente diversa
da quella precedente; quello che è successo a partire dall'invasione della
Cisgiordania e soprattutto quello che è successo a Jenin a marzo e aprile, non
segna solo l'inizio di un altro ciclo di violenze nel conflitto ma rappresenta
ciò che Sharon crede sarà la fine del conflitto, la sconfitta definitiva dei
palestinesi e la vittoria di Israele. Siamo in situazione molto più complicata,
ora. Le possibilità per la costituzione di uno Stato Palestinese indipendente e
sovrano sono oggi più ridotte. http://www.casadellacultura.it/iniziative/materiali/049_pace_palestina.php ""Cosa
diavolo sta succedendo, qui?" http://www.casadellacultura.it/iniziative/confronti/003_opinioni_pubblico.php Chi
non si rassegna: opinioni del pubblico J 1°intervento http://www.casadellacultura.it/primo_piano/home/009_israele_palestina.php Costruire la pace
L'escalation
di violenze tra israeliani e palestinesi sembra aver raggiunto ormai un punto di
non ritorno, eppure la vostra associazione continua a sostenere che la
maggioranza della popolazione di entrambe le parti è a favore della pace. Su
cosa si basa questa opinione? Un intervento
internazionale è invocato da più parti come unica via d'uscita dall'attuale
crisi. Secondo lei quali dovrebbero essere le azioni più efficaci da
intraprendere? Secondo lei ci
sono le condizioni per intervenire, oltre che a livello diplomatico, anche sul
piano militare? L'ostacolo maggiore è il fiume di sangue che è
corso, che ha scavato odi, rancori e sfiducia profonda negli uni e negli altri.
Per questo occorre studiare misure per restituire la fiducia, le
cosiddette confidence building measures. Si dovrebbe iniziare attuando i piani
Mitchell e Tenet, ritirando le forze israeliane ulle posizioni iniziali e
provvedendo a bloccare totalmente gli insediamenti. Contemporaneamente, occorre
avviare concretamente un'azione rivolta a disincentivare il ricorso alla forza
con iniziative politiche, ma anche di sicurezza verso i gruppi armati
palestinesi che ormai hanno assunto un'autonomia molto forte. Insieme a ciò
potrebbe esserci un ritiro pilota dagli insediamenti israeliani nella zona di
Gaza. Infine, andrebbe riconosciuto lo Stato Palestinese in nuce (come era stato
ipotizzato dal piano Peres - Abu Ala) per poter negoziare in un clima di parità
tra due stati a pieno titolo. Tutti questi passi possono creare un clima
diverso. Possono svolgere un'azione di sostegno a favore
della popolazione, ma credo soprattutto che possano svolgere un ruolo di
diplomazia parallela: esse possono fare sì che avvengano contatti in maniera
informale e che si creino canali di comunicazione. È quello che abbiamo fatto
noi in tutti questi anni, organizzando seminari segreti. Per esperienza so che
si possono ottenere buoni risultati facendo incontrare dieci o quindici persone
al di fuori dei riflettori. È una questione complessa che richiede una
risposta articolata. Intanto, va osservato che l'antisemitismo c'è sempre.
Parlare di rinascita implica una morte, che non c'è stata. In Europa esiste un
sentire comune impregnato del vecchio cattolicesimo (quello pre -conciliare) che
racchiude il germe dell'antisemitismo. (*)
Cos'è
il CIPMO http://www.rekombinant.org/article.php?sid=1500
Palestina. Gli insediamenti abusivi della mente
Loro sono rientrati da circa un mese. Le
voci sono ancora spezzate, gli occhi conservano indelebili
le immagini del continuo sopruso, ma grande è la
determinazione. Il loro voler continuare ad agire.
GLI
EBREI CONTRO L'OCCUPAZIONE E LA SINISTRA AMBIGUA http://www.arcipelago.org/primo%20piano/ebreicontro.htm Da "Il Manifesto" del 18 marzo 2003 http://www.arcipelago.org/palestina/News/manif_18.3.htm "Boicottiamo
il made in Israel" Io non
compro "Made in Israel" http://italy2.peacelink.org/palestina/articles/art_1023.html Claudio Grassi Anche nel nostro paese parlare senza fronzoli di Israele,
delle sue ininterrotte violazioni dei diritti del popolo
palestinese, è ancora un tabù. Rischi d'incappare in una
campagna mirata che ti paragona ai peggiori antisemiti della
storia, come è avvenuto ad Alberto Asor Rosa, di leggere il tuo
nome sul solito "scoop" di Libero sui "legami tra
la sinistra nostrana e i kamikaze integralisti", di trovare
qualche rabbino estremista che invoca l'applicazione della legge
Mancino, pensata apposta per i neonazisti. Figuriamoci se
l'oggetto della discussione sono azioni pratiche e praticabili,
volte a colpire alle fondamenta l'economia di guerra su cui si
basa lo stato israeliano, a esercitare una pressione dal basso
affinché abbia termine l'occupazione illegale di Gaza, della
West Bank e di Gerusalemme Est e sia riconosciuto il diritto al
ritorno dei rifugiati palestinesi; una pressione sull'esempio di
quella che ha contribuito a sgretolare il Sudafrica
dell'apartheid. LE ACCUSE INFONDATE Perfino a sinistra, tra le forze amalgamatesi attorno al
rifiuto della guerra senza se e senza ma, capaci di critiche
anche molto nette alla politica del governo americano o al regime
turco (autore del genocidio di milioni di kurdi), spesso si è
costretti a ripiegare su posizioni difensive quando si denunciano
i crimini commessi in Palestina. Proprio per non incorrere nella
scure dell'"antisemitismo". Può quindi capitare che,
assieme a dirigenti Forza Italia e post-fascisti di An (dal
passato tutt'altro che immacolato su argomenti di questo tipo),
amministratori locali di centrosinistra si scaglino contro un
tranquillo circolo Arci di Pisa, giudicando "assolutamente
sbagliato e incondivisibile" il boicottaggio dei prodotti
made in Israel. O che intellettuali di origine progressista,
strumentalizzando questa campagna, alludano al ritorno di un
clima da "notte dei cristalli". I PRODOTTI DA NON ACQUISTARE E in Italia? Nonostante la strumentalizzazione o, più spesso,
la ferrea censura dei media, nel nostro Paese hanno già avuto
luogo centinaia di iniziative. Promossi principalmente dal Forum
Palestina (www.forumpalestina.org) e altri comitati di supporto
alla causa palestinese, volantinaggi hanno informato i clienti
abituali dei supermercati Auchan, La Rinascente, Upim e Carrefour,
e azioni dimostrative sono state indette contro le sedi di
Caterpillar, Mac Donald's e Hazera Genetics, tre delle aziende
inserite nella lunga lista. UNO STRUMENTO EFFICACE "L'abolizione del diritto all'educazione e
all'insegnamento, la chiusura delle Università, la persecuzione
degli studenti", sono le parole di Etienne Balibar, docente
emerito all'Università di Paris X Nanterre, "sono
intollerabili, soprattutto nelle condizioni di una occupazione
militare. Appello
Di Action For Peace per la manifestazione del 4 ottobre «Colpevoli
i 5 refusnik» http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/18-Dicembre-2003/art34.html
Alcuni
Ebrei americani rinunciano al loro diritto alla
cittadinanza israeliana e respingono la politica
di Israele, che giudicano «barbara»
Alcuni Ebrei americani rinunciano al loro diritto alla
cittadinanza israeliana e respingono la politica di Israele,
che giudicano «barbara» Ritrasmesso da Al-Awda-Unity - News
Service (http://al-awda.org/)
il 6 gennaio 2003 : Jewish Americans Renounce Right to
Israeli Citizenship; Reject Israel's Policies as "Barbaric" La lettera, diffusa originariamente in
Inghilterra, si spinge oltre: essa dichiara che il diritto
legittimo alla cittadinanza - accordato a tutti gli Ebrei,
ovunque si trovino, dalla «Legge del Ritorno» di Israele -
è «moralmente indifendibile». Essa ricorda che «quelli
che dovrebbero avere per primi il diritto ad un vero
"ritorno" (i Palestinesi) sono esclusi, essendo
stati obbligati «con la forza o il terrore, ad abbandonare»
i loro focolari. Infine, i firmatari della lettera esprimono
la loro speranza di un avvenire democratico e «la
solidarietà con tutti coloro che, in questo momento,
lavorano perché venga un giorno in cui le persone possano
vivere in Israele, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza
senza alcuna restrizione fondata su sedicenti origini
razziali, culturali o etniche». La lettera: Noi siamo Ebrei, nati e cresciuti al di
fuori di Israele, che, in virtù della «legge del ritorno»
di Israele, abbiamo un diritto legittimo di vivere in
Israele e di esserne cittadini. Noi non abbiamo sollecitato
questo diritto e desideriamo rinunciarvi perché: 1. Consideriamo moralmente indifendibile
che questo diritto legittimo ci sia accordato, mentre quelli
che per primi avrebbero diritto ad un vero «ritorno»,
essendo stati obbligati a fuggire, con la forza o il
terrore, ne sono esclusi. 2. La politica di Israele verso i
Palestinesi è barbara - noi non vogliamo identificarci, in
alcun modo, con quello che Israele sta facendo. 3. Noi non siamo assolutamente d'accordo
con l'idea che l'emigrazione sionista verso Israele
rappresenti una qualche «soluzione» per gli Ebrei della
diaspora, l'antisemitismo o il razzismo - gli Ebrei, che
sono stati o sono gravemente vittime del razzismo, non hanno
alcun diritto di perseguitare altri. 4. Noi vogliamo esprimere la nostra
solidarietà con tutti quelli che, in questo momento,
lavorano perché venga un giorno in cui le persone possano
vivere in Israele, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza
senza alcuna restrizione fondata su sedicenti origini
razziali, culturali o etniche. Noi speriamo con tutto il nostro cuore
che venga il giorno in cui tutti i popoli della regione
possano vivere in pace gli uni con gli altri, sulla base
dell'assenza di discriminazioni e del reciproco rispetto. E'
anche possibile che alcuni di noi sperino di vivere là, ma
solamente se i diritti dei Palestinesi saranno rispettati. A
quelli che considerano Israele come «rifugio sicuro» per
gli Ebrei di fronte all'antisemitismo, noi diciamo che non
ci può essere alcuna sicurezza nel fatto di accettare il
ruolo dell'occupante e dell'oppressore. Noi speriamo che gli
Israeliani e i loro dirigenti arrivino presto a capirlo. da http://www.solidarite-palestine.org
http://www.viottoli.it/appuntidiviaggio/2003/appunti423.html Pubblichiamo parte di un intervento
tenuto il 5 settembre alle Nazioni Unite da Jeff Halper,
presidente il Comitato israeliano contro la demolizione
delle case palestinesi. Di Jeff Halper, urbanista israeliano
e docente di antropologia all'Università Ben Gurion del
Negev, avevamo già pubblicato una lunga intervista sul
numero di gennaio 2003.
La road map, ancora sul piatto solo perché nessuno l'ha
ancora dichiarata morta, sta per essere consegnata al
cestino della storia, come un altro dei vani tentativi di
raggiungere una pace giusta in Medio Oriente. È tempo di salvare le parti buone di Israele: la
cultura, la società, le istituzioni. E di lasciar andare
quello che non può essere salvato: la "proprietà"
esclusiva di un Paese, nel quale gli ebrei saranno presto
una minoranza. Nessuno scommetterebbe più un soldo sulla road map. Dal
Dipartimento di Stato agli attivisti internazionali,
all'uomo medio sulle strade della Palestina e di Israele: è
davvero difficile trovare qualcuno che ancora creda nella
road map. Sin dall'inizio è stata liquidata come
un'iniziativa fallimentare; e, come tale, è andata ad
aggiungersi ad una lunga lista di altre analoghe: dal
Tenet-Mitchell al Gunnar Jarring, al Piano Roger (del 1969,
ndr). Ma è davvero così? La road map possiede
un'importanza che anche i suoi sostenitori sembrano oggi
tralasciare. SE LA ROAD MAP FALLISCE Guardando la cosa dal basso, cioè dalla prospettiva
israeliana di creare con una campagna durata tre decenni dei
"fatti sul terreno" irreversibili, la road map
rappresenta l'ultimo tentativo di una soluzione che prevede
la nascita di due Stati. Come chiunque abbia passato un po'
di ore nei Territori Occupati può confermare, Israele sta
finendo di inglobare il West Bank, di trasformare
un'occupazione temporanea in uno stato permanente di
apartheid. Sharon ha perfezionato la dottrina di Jabotinsky
del "Muro di Ferro", stabilendo una tale quantità
di "fatti sul terreno", che i palestinesi possono
scordarsi di avere un giorno uno Stato per conto proprio.
Gli insediamenti israeliani sono così estesi, il loro
collegamento con lo Stato d'Israele tramite un massiccio
sistema d'autostrade e di bretelle è così completo, e il
Muro di Separazione che confina i palestinesi in piccole
aree è in uno stato talmente avanzato, da rendere
impossibile e ridicola la soluzione dei due Stati. Vista la mancanza di volontà della comunità
internazionale di costringere Israele a ritirarsi dai
Territori, e visto il rifiuto del Congresso americano di
esercitare qualsiasi pressione su Israele, Israele è sul
punto di emergere come il nuovo Stato del mondo dove regna
l'apartheid. Soltanto la road map sta a metà strada fra la
speranza di autodeterminazione palestinese in uno Stato
(seppur piccolo) realmente sovrano, e la creazione di uno
Stato di fatto controllato da Israele. Anziché considerare
la road map solo come l'ultima delle iniziative fallite,
dovremmo vederla come uno spartiacque nel conflitto
israelo-palestinese. Il suo fallimento cambierà
completamente l'intera natura della lotta per una soluzione
giusta e sostenibile della questione palestinese. PREGI E LIMITI DELLA ROAD MAP Come documento, la road map ha molti pregi. È il primo
documento internazionale approvato dagli Stati Uniti che
intima "la fine dell' occupazione". In effetti, è
il primo in assoluto che usa il termine
"occupazione", sfidando la lunga negazione
israeliana di questo dato di fatto. È anche la prima
iniziativa che si pone come obiettivo la creazione di uno
Stato palestinese vitale, andando ben oltre le negoziazioni
vaghe e dall'esito aperto degli Accordi di Oslo. Il solo uso
del termine "vitale" fa sperare che la comunità
internazionale sia finalmente diventata consapevole della
strategia di Israele di stabilire "fatti sul
terreno" che pregiudicano qualsiasi negoziazione e
rendono impossibile un vero Stato palestinese. Che la scadenza sia a breve e che entro il 2005 debba
sorgere uno Stato palestinese indipendente, democratico e
vitale, capace di coesistere in pace e sicurezza accanto a
quello d'Israele, è di per sé positivo. Come lo è la
natura reciproca del processo, monitorato dal Quartetto e
non solo dagli americani. Anche i riferimenti alle
risoluzioni delle Nazioni Unite, agli accordi
precedentemente raggiunti dalle parti e all'iniziativa
saudita, sono positivi. Sia nei suoi contenuti che nella
struttura, la road map appare come un tentativo ben
concepito, potenzialmente giusto di raggiungere "una
soluzione finale e di vasta portata del conflitto
israelo-palestinese". Ma, come si sapeva sin dall'inizio, manca la volontà di
farla funzionare. Quattro mesi dopo la sua pubblicazione, la
road map sembra ad un punto morto. La Russia e le Nazioni
Unite non sono mai entrate in prima persona nel processo, e
l'Europa ha lasciato tutta la responsabilità agli Stati
Uniti. Bush, al vertice di Aqaba, ha annunciato che gli
Stati Uniti avrebbero nuovamente assunto il ruolo di
mediatore unico, piegandosi così ad una delle
"riserve" chiave di Israele. Mentre la maggior
parte degli sforzi erano diretti ad assicurare
"riforme" nell'Autorità palestinese (compresa l'
installazione non democratica di un premier senza alcuna
credibilità pubblica) e mentre un funzionario di basso
rango del Dipartimento di Stato è stato mandato qui per
occuparsi di "sicurezza", la campagna israeliana
volta a consolidare la propria presa su West Bank,
Gerusalemme Est e Gaza è proseguita liberamente. Visto che nessuno s'illude che la road map produca altri
effetti, fra i critici non prevale un atteggiamento del tipo
"ve l'avevo detto", né una vera sensazione di
un'altra opportunità sprecata. Piuttosto c'è una forte
determinazione a continuare la lotta contro l'occupazione,
indipendentemente da quanto tempo ci vorrà. La road map,
ancora sul piatto solo perché nessuno l'ha ancora
dichiarata morta, sta per essere consegnata al cestino della
storia, come un altro dei vani tentativi di raggiungere una
pace giusta in Medio Oriente. UN APARTHEID PERMANENTE Il significato della road map deriva sia dalla sua
cadenza temporale, che dai contenuti. Solo delle pressioni
internazionali che costringano Israele a porre fine
all'occupazione, a ritirarsi completamente dai Territori
conquistati nel '67 (con piccoli aggiustamenti territoriali
minori), assicureranno il requisito fondamentale della
"soluzione due-Stati": uno Stato palestinese
davvero sovrano. Se la road map fallisce o, più
probabilmente, langue (poiché l'iniziativa non verrà mai
dichiarata ufficialmente morta), entriamo in una fase di
apartheid di fatto. Ad Israele sarà permesso continuare il
suo processo di incorporazione, gli Stati Uniti entreranno
nella lunga fase pre-elettorale, durante la quale non potrà
essere esercitata alcuna pressione su Israele, e ci vorranno
uno o due anni prima che un'altra iniziativa di pace venga
formulata. Per quel tempo nessuno potrà più illudersi che
possa sorgere uno Stato palestinese "vitale" Con
le proprie mani, Israele avrà escluso quest'ipotesi e avrà
creato invece un solo Stato. Il maggior rischio per i palestinesi, in un processo di
road map non ancora dichiarata morta, è che possa essere
"venduta" loro dagli americani la versione di
Stato palestinese secondo Sharon: un Batustan senza
controllo sulle frontiere, senza libertà di movimento,
senza vitalità economica, senza accesso alle sorgenti
d'acqua, senza una presenza significativa a Gerusalemme e
senza una vera sovranità (il 90% del Paese resterebbe ad
Israele). Per una giusta soluzione del conflitto, dobbiamo
guardarci da una simile eventualità e combatterla. LA LOTTA PER UN SOLO STATO Il solo "Stato" palestinese che potrebbe
emergere dalla matrice di controllo israeliana è uno Stato
palestinese Batustan. Visto che questa non è una
"soluzione" accettabile, non ne rimane che
un'altra: la creazione di un solo Stato
palestinese-israeliano. La scena è dunque pronta per la
prossima fase di lotta: una campagna internazionale per un
unico Stato. Essendo il popolo palestinese e quello ebreo
molto mescolati (un milione di palestinesi vive all'interno
di Israele, mentre 400mila ebrei vivono nei Territori
Occupati), la fattibilità di uno Stato bi-nazionale, con
due popoli che coesistano in una specie di federazione, non
c'è. Stando così le cose, la soluzione più pratica sembra
quella di un unico Stato democratico unitario che offra
uguale cittadinanza a tutti. Allora, il nostro slogan del
periodo post-road map sarà quello della lotta sudafricana
contro l'apartheid: una persona, un voto. In questo interminabile crepuscolo della road map, siamo
ancora in piena transizione da una soluzione a due-Stati,
nella quale le nostre energie sono investite in un estremo
tentativo di porre fine all'occupazione, ad una campagna per
un solo Stato che riconosca la permanenza dell'occupazione e
cerchi quindi di neutralizzare i suoi aspetti di controllo,
creando una struttura statale comune. Nessuno degli attori
è pronto ad un cambiamento del genere: né i palestinesi, né
la comunità internazionale, né gli attivisti per la pace e
i diritti umani, né gli ebrei sparsi per il mondo e, meno
che meno, gli ebrei israeliani. Rappresentanti dell'Autorità
palestinese hanno addirittura suggerito che sollevare questa
questione oggi è controproducente, superando le richieste
che anche i più aperti sostenitori della pace sono oggi
pronti ad accettare. Finché la road map offrirà un barlume di speranza che
si possa fare qualcosa riguardo all'occupazione israeliana,
la discussione di scenari alternativi resterà prematura. Ma
tale discussione si aprirà inevitabilmente, se e quando il
processo della road map fallirà e la dura realtà della
presenza permanente d'Israele emergerà con chiarezza. Senza
troppo considerare come ci sentiamo all'idea di un solo
Stato, è tempo che ci prepariamo sia mentalmente che dal
punto di vista pratico ad una tale eventualità e alla lotta
che una campagna anti-apartheid genera. ALCUNE COSE CHE DOVREMMO FARE Dovremmo utilizzare il linguaggio dei diritti umani e
della legge internazionale. Una campagna per uno Stato
democratico si propone di assicurare i diritti di tutti gli
abitanti del Paese; non è contro il popolo israeliano, né
cerca in alcun modo di delegittimare la società o la
cultura israeliana. Partendo dal presupposto che la
sicurezza e il benessere di tutte le popolazioni della
regione possono essere garantite solo attraverso una
soluzione politica, e che l'autodeterminazione nazionale
troverà la propria espressione attraverso un'Unione
regionale del Medio Oriente, dobbiamo presentare il singolo
Stato democratico come il miglior mezzo per tutelare i
diritti collettivi e individuali, non come una minaccia. Il fatto che l'occupazione e l'apartheid costituiscano
delle gravi provocazioni per un mondo regolato dai diritti
umani e dalla legge, dovrebbe essere un messaggio centrale.
Visto il peso del conflitto israelo-palestinese all'interno
del mondo arabo e musulmano, è chiaro che il sistema
internazionale non troverà mai stabilità (compresa una
risposta al terrorismo), a meno che questa questione venga
risolta e si presti una maggiore attenzione agli effetti del
conflitto. Dovremmo appellarci all'opinione pubblica ebraica, sia a
quella che vive in Israele che a quella della diaspora, per
evitare le sofferenze sperimentate durante la lotta contro
l'apartheid in Sudafrica. Essenzialmente, il Sionismo
invitava gli ebrei ad assumersi la responsabilità del
proprio destino. Uno Stato ebreo è risultato essere
politicamente e, in definitiva, moralmente indifendibile. È
tempo di salvare le parti buone di Israele: la sua vibrante
cultura nazionale, la società, le istituzioni, l'economia.
E di lasciar andare quello che non può essere salvato: la
"proprietà" esclusiva di un Paese, nel quale gli
ebrei saranno presto una minoranza. Jeff Halper (da: Missione
Oggi - novembre 2003) 07 Aprile 2001 INTERVENTO Quel
no arabo all'antisemitismo URI AVNERY http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/21/21A20011008.html La rivista del Manifesto Non dimenticare la Palestina
Tra i quindici italiani bloccati e tenuti segregati per oltre 24 ore dalla
polizia di frontiera, c'erano anche tre veneziane, Gloria Bertasi, Silvia
Foffano, Alberta Buzzaccarin, rappresentanti delle associazioni cittadine,
che fanno parte della delegazione del Comune di Venezia.
L'iniziativa, regolarmente autorizzata, è la prima manifestazione
pacifista promossa unitariamente da esponenti della società civile
palestinese e israeliana, sostenuta da parlamentari e da intellettuali
israeliani.
-----------------------
Assessorato al Centro Pace Comune di Venezia
Arturo Marzano
Coordinatore dei progetti di UCODEP in Palestina
Ebrei pacifisti
Noi auspichiamo e chiediamo con forza questo intervento ai
dirigenti dei paesi europei e all'Europa.
La lettera è stata scritta nei primi giorni di gennaio 2002
mentre Anthony
Zinni era in visita in Israele, ma riteniamo sia ancora attuale,
sia perché la seconda parte della mediazione di Zinni deve
iniziare tra pochi giorni, sia perché essa è comunque molto
significativa dell'impegno politico, civile e morale di questo
gruppo israeliano, che dovrebbe essere più conosciuto in Italia.
Illustrissimo Segretario di Stato,
Il rappresentante degli Stati Uniti, Anthony Zinni, ha appena
concluso la sua missione in Israele-Palestina per un ulteriore
tentativo di mediare tra il governo israeliano e la leadership
palestinese, missione che vedrà una seconda tappa il 17 gennaio.
Noi firmatari di questo messaggio, sostenitori dei movimenti
impegnati per una pace in quell'area, affermiamo quanto segue:
1.Ci appare evidente che la soluzione del conflitto Mediorientale
richiede assistenza esterna.
2.Tuttavia, apprezzeremmo un aiuto reale ed efficace, diverso
dalla
partecipazione alle manipolazioni del Primo Ministro Sharon, che
sono chiaramente finalizzate al sabotaggio dei negoziati ed a
perpetuare lo spargimento di sangue.
3. La precedente visita di Zinni è stata seguita dai seguenti
avvenimenti:
a) il Primo Ministro Sharon ha ordinato l'assassinio del
comandante militare di Hamas con l'ovvio e prevedibile risultato
di ulteriori, più gravi atti di rappresaglia. L'obbiettivo di
Sharon, pienamente raggiunto, era di controbattere le pressioni
per negoziati con l'Autorità Palestinese.
b) Come al solito, la responsabilità è stata attribuita
all'Autorità Palestinese.
Gli USA si sono associati nell'accusare Arafat di insufficienti
sforzi per fermare il terrorismo, mentre Sharon procedeva a
distruggere gli strumenti di Arafat per esercitare il suo potere
e la sua autorevolezza.
c) Il Primo Ministro Sharon ha promesso un suo impegno per la
pace in cambio di un periodo di cessazione degli scontri. (Egli,
insieme alla sua controparte estremista tra i Palestinesi, hanno
facilmente fatto in modo che questo periodo non si verificasse).
Zinni se ne è andato a mani vuote.
4. Siamo convinti che se gli Usa non cambiano la loro politica
nei riguardi di Sharon, questo scenario si perpetuerà. Il Primo
Ministro Sharon è evidentemente interessato a perpetuare
l'occupazione della Palestina, che è alla radice del conflitto.
Le sue dichiarate intenzioni di pace sono rese vane da anni di
continue politiche di sopraffazione, quali la promozione di
insediamenti, e la messa in atto di misure brutalmente oppressive
contro i Palestinesi.
Come recente esempio, si voglia considerare l'arresto e i
maltrattamenti subiti recentemente, dal Dr. Mustafa Barghouti,
Presidente dell'Unione Palestinese dei Comitati di Soccorso
Medico. Questo esempio mette in evidenza il fatto che sotto la
pretesa di combattere il terrorismo, Sharon sopprime il diritto
palestinese alla resistenza pacifica contro l'occupazione.
5. Le politiche di Sharon nei riguardi dei Palestinesi seguono
due linee principali:
a) la distruzione dell'Autorità Palestinese (perché la sua
esistenza lo rende vulnerabile alle pressioni internazionali
verso i negoziati);
b) rendere la vita dei Palestinesi il più miserabile possibile.
6. Il rendere tre milioni di persone disperate e private di tutto
non è un modo di combattere il terrorismo, ma piuttosto di
promuoverlo. Sharon ha una lunga carriera in questo campo. Per
esempio, gli estremisti Hezbollah sono stati i principali
beneficiari della lunga ed insensata guerra in Libano, iniziata
da Sharon.
7. Il portare alla disperazione tre milioni di Palestinesi è
nell'interesse degli estremisti palestinesi ed israeliani
(incluso il Primo Ministro Sharon). Tuttavia, queste politiche
mettono in pericolo il futuro di entrambe le nazioni, e non
dovrebbero esser sostenute da politici interessati alla stabilità.
Per fermare queste politiche, sono necessarie energiche misure da
parte degli Stati uniti e della Comunità internazionale. La
politica fatta di deboli suggerimenti al governo israeliano non
ha avuto risultati, perché tali suggerimenti sono stati sempre
ignorati da Sharon.
Auguriamo a Anthony Zinni successo nella sua missione di
mediazione.
Con rispetto,
Massimo Almagioni, Luca Baranelli, Anna Belgrado, Fiamma
Bianchi Bandinelli, Andrea Billau, Marilla Boffito, Danilo Bruno,
Paola Canarutto, Vincenzo Cottinelli, Gian Mario Cazzaniga,
Bianca Dacomo Annoni, Marina Del Monte, Donne in Nero di Milano,
Esther Fano, Carla Forti, Giorgio Forti, Alberto Gajano, Sergio
Landucci, Piero Leodi, Michele Luzzati, Annalucia Messina,
Alessandra Minerbi, Ferruccio Nobili, Lorenzo Paolino, Francesca
Polito, Adriana Redaelli, Renata Sarfati, Silvio Sarfati, Stefano
Sarfati Nahmad, Stefania Sinigaglia, Renato Solmi, Vincenzo
Strambio de Castillia, Daniela Tagliaferri, Lorena Toffoletto,
Tommaso Ulivieri, Milena Valli, Antonella Visintin, Ileana
Zeppetella, Cesare Cases, Paolo Amati, Rolando Bianchi Bandinelli,
Antonina Saba, Giovanna Baranelli, Luisa Baranelli, Costantino
Cioni, Daniele De Amicis, Manfredi Di Nardo, Pucci Panzieri.
denunce dei pacifisti israeliani
B'TSELEM
(B'tselem è un'organizzazione pacifista israeliana impegnata sui
diritti umani e contro la tortura. In queste ore è impegnata a Jenin a
trattare sulle condizioni dei prigionieri palestinesi. Sito web:
www.btselem.org)
enormemente con le ultime incursioni militari israeliane. Informazioni
dettagliate sono molto difficili poiché Israele ha impedito l'accesso alle
aree in cui l'esercito sta operando. (...).
Detenzioni e torture di massa
Sin dall'inizio dell'operazione «Muraglia di difesa» l'esercito israeliano
detiene migliaia di palestinesi nei territori occupati. Spesso gli arresti
di massa sono stati condotti secondo i criteri di età e di genere, così
molti palestinesi sono stati detenuti semplicemente perché erano presenti
laddove venivano effettuati gli arresti e non perché fossero sospettati. Il
5 aprile 2002, B'Tselem ha ricevuto informazioni da una fonte israeliana
sulle dure condizioni di detenzione e sull'uso della tortura durante gli
interrogatori nell'accampamento militare di Ofer, situato vicino Ramallah.
L'esercito ha emesso un ordine tassativo che nega ai detenuti il diritto di
incontrare dei legali. B'Tselem, insieme a tre altre organizzazioni per i
diritti umani israeliane, ha presentato una petizione urgente all'Alta corte
di giustizia di Israele chiedendo che ai detenuti venga permesso di
incontrarsi con i legali e che la corte vieti il ricorso alla forza fisica
contro di loro durante gli interrogatori. Il 7 aprile 2002, dopo una breve
udienza, la corte ha rigettato la petizione. (...)
Scudi umani e niente cure
L'8 marzo, intorno all'una del pomeriggio, sei soldati israeliani sono
entrati nella moschea di al-Baq nella città vecchia di Nablus, dove era
stata istituita una clinica di emergenza. Secondo le informazioni fornite a
B'Tselem dal dottor Zahara el-Wawi, medico di quella clinica, i soldati sono
entrati nella moschea con i fucili puntati alle spalle dei civili
palestinesi che sono stati costretti a marciare davanti ai soldati come
"scudi umani". I soldati hanno separato il personale medico dai
pazienti,
perquisito i cadaveri e controllato l'identità dei pazienti feriti.Da molti
giorni a questa parte, B'Tselem sta ricevendo resoconti riguardanti l'uso di
civili palestinesi come scudi umani da parte dei soldati israeliani, oltre
all'impedimento del trasporto di persone ferite e la mancanza di
elettricità, acqua e forniture mediche nelle strutture ospedaliere. Questo è
un fenomeno che B'Tselem ha documentato nelle invasioni degli ultimi mesi
nelle città palestinesi.
Alcuni casi di uccisioni
(...) Gli episodi elencati rappresentano solo una piccolissima parte delle
violazioni dei diritti umani che vengono commesse nel West Bank. (...) Gran
parte delle informazioni riportate qui di seguito sono state raccolte al
telefono, poiché gli operatori sul campo sono impossibilitati a raggiungere
le vittime e i testimoni oculari per raccogliere testimonianze dirette. Le
informazioni sono state verificate nel massimo grado possibile date le
circostanze attuali. Il 10 aprile, alle 5:15 due residenti di Dura,
distretto di Hebron, Aref Mahmud Sayid Ahmad (33 anni) e Na'if Salem Sayd
Ahmad (32 anni) stavano tornando a casa dalle preghiere del mattino presso
una moschea della città. Quando si trovavano a dieci metri dalla casa di
`Aref Ahmad, da un elicottero è stato sparato un missile che ha ucciso
entrambi gli uomini. L'esplosione ha causato un incendio nella casa di 'Aref
Ahmad. Sua moglie e la figlia di 8 anni sono state ferite alla testa dallo
shrapnel. Faruq, fratello di Na'if Ahmad, è stato gravemente ferito a una
gamba. A causa del coprifuoco imposto alla città, è stato impossibile
mandare un'ambulanza. Questi si trovano ancora nella casa di Na'if Ahmad.
Taher `Abd a-Dudin (35 anni), residente a Dura e sofferente di un ritardo
mentale, ha lasciato ieri la sua casa alle 8 del mattino per comprare le
sigarette. Quando ha visto i soldati per la strada si è spaventato e ha
cominciato a scappare verso la sua casa. I soldati gli hanno sparato
uccidendolo. Il suo corpo è nel municipio di Dura.
Domenica 7 aprile 2002 alle 11 del mattino, sei soldati sono entrati in casa
di Nabil Nadim Nur a-Din (43 anni) nella città vecchia di Nablus e l'hanno
perquisita. Dopo la perquisizione i soldati hanno chiesto a Nur a-Din di
uscire in strada e di rimuovere gli ostacoli sul lato della strada. Egli si
è rifiutato, perché in quel momento erano in atto degli scontri a fuoco, e
ha detto ai soldati: «Anche se mi sparate, non uscirò in strada». In
risposta, uno dei soldati gli ha sparato. Poi i soldati hanno ordinato al
figlio di Nur a-Din, Ahmad, di sgomberare la strada. Ahmad è uscito di casa
con loro ma è riuscito a scappare. Ieri Nabil Nur a-Din è riuscito a
raggiungere l'ospedale Rafidia a Nablus, 9 aprile, dove è ancora in cura.
(Fonte: B'Tselem) Muhammad Abu Hatab (30 anni) è stato ucciso vicino il
campo profughi di Askar, nel distretto di Nablus il 5 aprile 2002. Il suo
corpo è rimasto in un campo aperto, a 5 metri dalla strada, visibile ai
soldati lì vicino. Un palestinese che aveva tentato di rimuovere il corpo è
stato preso dai soldati che poi lo hanno picchiato, gli hanno tolto i
vestiti e lo hanno portato via. Il 9 aprile alle 10.30 gli uomini della
Mezzaluna Rossa hanno tentato di rimuovere il corpo. I soldati gli hanno
sparato. Solo il 10 aprile, alle 17.30, l'esercito ha permesso la rimozione
del corpo. Domenica 7 aprile 2002, poco dopo le 21, sono stati sparati dei
colpi in direzione della casa della famiglia S., vicino il vecchio campo
profughi di 'Askar. Il capofamiglia, 65 anni, è rimasto ucciso e sua figlia
S. H. (32 anni) è stata colpita al petto da una pallottola. Solo lunedì
pomeriggio, dopo aver raggiunto un'intesa con l'esercito israeliano,
un'ambulanza della Mezzaluna Rossa è stata mandata sul posto per portare la
figlia in ospedale. Comunque i soldati hanno sparato all'ambulanza e hanno
ordinato al personale di allontanarsi. Ancora il 10 pomeriggio S. H. non è
stata portata all'ospedale. (Fonte: HaMoked - Center for the Defense of the
Individual) Hafez Mahmud Sabra (63 anni) è stato ucciso il 7 aprile 2002 nel
campo profughi di 'Askar nel distretto di Nablus. Alle ore 19 Sabra si è
recato nel suo cortile e ha porto una brocca d'acqua ai suoi vicini. Un
tank, situato a 300 metri dalla sua casa, gli ha sparato e lo ha ucciso. Uno
shrapnel ha colpito sua figlia Suna Hafez Mahmud Sabra (36 anni) che è
rimasta ferita alla schiena e alla testa. Lei si trovava in casa quando è
avvenuta la sparatoria. Poiché non viene permesso alle ambulanze di
circolare, la famiglia ha deciso di seppellire il padre in cortile. Solo
ieri sera, 9 aprile, Suna Sabra è riuscita a raggiungere l'ospedale Rafidia
dove ha ricevuto assistenza. (Fonte: B'Tselem)Giovedì 4 aprile 2002 c'erano
28 pazienti con insufficienza renale a Jenin impossibilitati a raggiungere
l'ospedale per sottoporsi a dialisi. I tentativi fatti dall'associazione per
i diritti civili in Israele di concordare il loro arrivo in ospedale sono
falliti. Solo domenica, dopo almeno quattro giorni senza dialisi, 4 pazienti
su 28 sono stati portati in ospedale. Le fonti nell'ospedale di Jenin, senza
elettricità, non sanno cosa sia successo agli altri 24 malati. Un veicolo
corazzato dell'esercito israeliano staziona davanti all'entrata
dell'ospedale, impedendo di entrare o uscire. (Fonte: Physicians for Human
Rights). Sette soldati israeliani pattugliano il villaggio di Sabastiya nel
distretto di Nablus una volta al giorno.
Negli ultimi giorni il pattugliamento è stato effettuato dallo stesso gruppo
di soldati che ogni giorno hanno scelto una abitazione a caso e hanno
lanciato al suo interno granate e bombe lacrimogene. Il 9 mentre sedevano a
un caffè vicino alle rovine storiche del villaggio, i soldati hanno fermato
i passanti e li hanno picchiati. B'Tselem ha fatto appello al portavoce
dell'esercito israeliano chiedendo di investigare questo caso. Non abbiamo
avuto risposta.
Il 4 aprile 2002, Ghania `Othman Khalil Kharameh (13 anni) è stata ferita
mentre si trovava nella sua casa nel quartiere di Ras Al `Ein a Nablus. I
proiettili l'hanno colpita al braccio e al petto. Solo sei giorni dopo è
stato possibile portarla in ospedale.
Che fine hanno fatto i detenuti?
Ci sono 1.000 detenuti che si trovano nell'accampamento militare di Ofer;
tra 1.000 e 1.500 nella prigione militare di Megiddo; 100 nella struttura di
detenzione di Salem aperta vicino Jenin e molte dozzine in strutture di
detenzione permanente nel West Bank. I detenuti rilasciati da Ofer hanno
riferito dure condizioni di trattamento. Tra le altre cose, hanno denunciato
cibo insufficiente, sovraffollamento, freddo, umiliazioni e percosse. Alcuni
dei detenuti sono costretti a dormire su tavole di legno. Con l'aumento del
numero dei detenuti, ciascuno ha uno spazio di 40 centimetri in cui dormire,
e alcuni non hanno neanche quello. L'esercito vieta ai detenuti incontri con
gli avvocati. E l'Alta corte di giustizia ha rigettato una petizione di
quattro organizzazioni per i diritti umani che chiedevano di entrare nel
campo militare di Ofer. (Fonte: HaMoked - Center for the Defense of the
Individual).
FERMATE IL MASSACRO
Cosa sono questi territori "di sicurezza" che
giustificano il ridurre alla fame interi villaggi e privare i malati delle cure
mediche? Che genere di "sicurezza" può nascere dal coprifuoco e
dall'assedio, dalla confisca delle terre, dall'impedire che la gente lavoro o
studi, dall'umiliazione dei posti di blocco, dalle perquisizioni violente nelle
case palestinesi?
Ponete fine all'occupazione! Interrompete la catena di sangue! Ogni
"liquidazione" (assassinio) prepara un atto terroristico. Il bambino
che ferite oggi, sarà il terrorista di domani. Ponete fine all'occupazione.
Fermate il massacro! Il mondo vi guarda.
Una via d'uscita dall'orrore di
oggi sembra prendere sempre più corpo: alla sindrome
"Uccidi e piangi", Yesh-Gvul ribatte con
quest'altra, "Noi non uccidiamo, non piangiamo e
non serviamo nei territori occupati".
www.yesh-gvul.org
a cura di Valentina Anzoise
[Jeff
Halper, docente di antropologia urbana alla Ben Gurion University e coordinatore
del "Comitato Israeliano contro la demolizione delle case palestinesi]
Il concetto che sta alla base tanto per il Movimento Sionista, quanto per tutti
i governi israeliani, è che Israele è un unico, ininterrotto paese che si
estende dal Giordano fino al Mediterraneo; questo non è vero per tutto il
popolo di Israele ma lo è certamente per i suoi leader.
Noi siamo abituati a parlare delle due parti del conflitto: israeliani e
palestinesi, ma storicamente per Israele e per il Movimento Sionista anche prima
della costituzione dello Stato di Israele non ci sono mai state due parti, ma
solo la parte israeliana. Le radici di tutto ciò possono essere fatte risalire
ad un tipo di nazionalismo, con caratteristiche tribali, nato nel XIX secolo
nell'Europa Orientale, secondo il quale questa è un'unica terra, la terra di
Israele e appartiene esclusivamente ad un popolo, ossia al popolo Ebraico.
I vari governi israeliani e il Movimento Sionista non hanno mai riconosciuto
l'esistenza di un altro popolo in questo paese, di un popolo palestinese con una
differente identità, storia e cultura, né tanto meno hanno riconosciuto il
diritto alla terra e all'autodeterminazione.Da un lato c'è un "noi"
che reclama, per diritto esclusivo, la terra e dall'altro c'è solamente un "problema
arabo", una massa indifferenziata di persone.
Nel processo di pace ad Oslo Israele ha posto come pre-condizione per entrare in
trattativa che i palestinesi firmassero un documento in cui si riconosceva lo
Stato di Israele come parte legittima del Medio Oriente. Mentre Israele non ha
riconosciuto la presenza di un popolo palestinese, e lo stesso Rabin ha
sostenuto che riconoscere il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione,
avrebbe comportato la costituzione di uno stato palestinese come sbocco
inevitabile dei negoziati. Israele non voleva fare promesse di alcun tipo ed
esserne vincolato , dal momento che non sapeva come si sarebbero chiusi i
negoziati. Quindi, durante le trattative, piuttosto che riconoscere l'esistenza
del popolo palestinese Israele scelse l'OLP come interlocutore legittimo.
Il problema per Israele diventa come controllare questo paese eliminando i
palestinesi. Dal 1967 ha avuto la potenza e il potere per farlo. Ha
investito miliardi di euro in infrastrutture per creare quella che io ho
definito la "matrice di controllo": vi sono più di 200 insediamenti,
al di là di quelli che erano i confini fino al 1967, dove vivono più di
400.000 israeliani, ha costruito dei by-pass, che collegano i territori occupati
a quello che è Israele vero e proprio, un sistema di strade e autostrade,
pagato dagli Usa,durante periodo di Oslo. I palestinesi si trovano in 200 isole,
e coprono il 40% della Cisgiordania (grande come la Lombardia). Israele ha
investito miliardi per incorporare la Cisgiordania e Gaza dentro Israele, perchè
la Giudea e la Samaria sono il cuore di Israele e sono molto più centrali che
non Tel Aviv.
A questo punto le ipotesi che si aprono sono:
- dare ai palestinesi la cittadinanza, costituire un unico paese, uno
stato bi-nazionale, ipotesi questa in contrasto con l'idea originaria del
sionismo,
- non dare la cittadinanza ai palestinesi, creando una situazione analoga
a quella dell'apartheid in Sudafrica.
Se Israele seguisse la strada segnata dal Sudafrica, i palestinesi si
troverebbero contenuti in tanti piccoli e distinti stati-isola: a quel punto non
sarebbe più necessario né trattare né occuparsi di loro, formalmente
l'esistenza di uno Stato palestinese sarebbe riconosciuta ma solo formalmente
poiché la mancanza di una continuità territoriale ne impedirebbe la gestione,
mentre Israele rimarrebbe un'unica nazione.
A che punto sono le cose adesso? Negli anni di Oslo leggevamo la mappa
verticalmente
La Cisgiordania doveva essere il centro dello stato palestinese, e sotto esserci
la piccola Gaza come una specie di appendice. Ai tempi di Oslo si tentava di
capire come si potesse liberare abbastanza territorio in Cisgiorgdania perché
ci potesse essere uno stato palestinese gestibile in quanto tale; le modalità
individuate erano due: o la fine totale dell'occupazione israeliana, o almeno
una sua riduzione al punto da permettere la costituzione di uno stato
palestinese considerabile come tale.
Dall' invasione di marzo-aprile la situazione è cambiata completamente,
la rioccupazione della Cisgiordania ha significato la distruzione di intere
infrastrutture e dell'economia. La mappa, oggi, è da leggersi in senso opposto:
Gaza, nell'idea israeliana diventerò il centro dello stato palestinese e la
Cisgiordania un' appendice. Questo spiega perché Gaza non sia stata
eccessivamente colpita. Israele ha bisogno di un posto dove relegare,
"cacciare" l'autorità palestinese. Oggi la Cisgiordania è divisa in
otto cantoni e Gaza in tre, ciascuno collegato orizzontalmente con Israele ma
non verticalmente tra di loro. Israele consoliderà questi otto cantoni in tre o
quattro perché risulti un'ipotesi credibile( non come fu per il Sudafrica).
Quindi ci sarà un cantone a nord intorno a Nablus, definito a est
dal blocco di insediamenti nella valle del Giordano e a sud da quello che si
chiama il blocco di Ariel. E' qui che si trova il muro, lungo più di 300 km,
tre volte quello di Berlino e 2 metri più alto. Per costruirlo sono stati spesi
500 milioni di euro , ed è stato costruito 6 km all'interno della linea verde
(confine), il che vuol dire che 100.000 palestinesi vivranno per sempre tra il
confine e il muro, in una terra di nessuno, in un corridoio.
Il secondo cantone sarà intorno alla città di Ramallah,
delimitato dagli insediamenti intorno al Giordano, e dal blocco Ariel e a sud
dalla grande Gerusalemme, e avrebbe la funzione di tenere i palestinesi lontani
da questa zona e soprattutto da Gerusalemme. Dal momento che metà dell'economia
possibile palestinese si basa sul forte motore economico del turismo di
Gerusalemme, questo significherebbe non solo separarli ma anche togliere loro
delle possibilità economiche.
Il terzo cantone sarebbe a Sud intorno alla città di Hebron.
Il governo israeliano, sia i laburisti che il Likud, credono di aver vinto e che
il conflitto sia finito, a Jenin pensano di aver distrutto la capacita dei
palestinesi di resistere, a Ramallah di aver sconfitto la società civile
palestinese (sono stati distrutti l' Ufficio del registro, banche, l'Accademia
di Scienza) inoltre pensano di essere riusciti ad isolare l'autorità
palestinese, a demonizzare Arafat e a neutralizzarlo, e quindi di essere
riusciti a completare il lavoro iniziato più di 35 anni fa con gli
insediamenti. Sono riusciti a chiudere i palestinesi in isole perché hanno il
Congresso americano al 100% dietro di sé, ed è il Congresso che dice al
Presidente cosa fare. L'Europa è assolutamente passiva e complice e non prenderà
una posizione indipendente, infine le Nazioni Unite sono completamente
neutralizzate, quindi Israele non vede la posizione palestinese, vede solo come
USA, Europa e qualunque altra forza non si oppongono.
Ci sono tre forze oggi che stanno tra la sconfitta, e quindi la vittoria
di un'occupazione, e la libertà dei palestinesi e direi anche degli israeliani
e sono:
La strada, la gente come Jamal, che vive una situazione inconcepibile ma
non ha ceduto, questa gente però è stanca e allora la domanda è: quanto
ancora riuscirà a resistere contro uno degli eserciti più potenti del mondo?
La seconda forza è il movimento pacifista in Israele, non è grande ma
è molto importante, ci sono molto gruppi (il Comitato Israeliano contro la
demolizione delle case palestinesi, il Gruppo per la Pace delle donne
israeliane, la Coalizione Donne per la Pace, il Centro di Informazione
Alternativa, i rabbini per i diritti umani, e molti altri) e sono molto attivi,
collaborano assieme israeliani e palestinesi, tuttavia non sono abbastanza forti
per riuscire a vincere le elezioni.
La terza forza, cruciale, siete voi:la società civile internazionale,
perché questa deve essere una battaglia come fu quella contro l'apartheid in
Sudafrica. Non deve essere cioè visto come un problema locale, ma
internazionale, per il Sudafrica divenne un problema universale perché l'idea
stessa che uno Stato potesse essere fondato su basi razziali era un fatto che
riguardava tutti.
Dobbiamo rendere internazionale la necessità di una soluzione per un popolo che
oggigiorno è tenuto in prigione, in cui c'è un'occupazione che sta vincendo.
Questo è il motivo per cui tutti devono combattere contro questo apartheid,
come fu per l'apartheid.
Intervento di Jamal
Zakout
a cura di Valentina Anzoise
[Jamal
Zakout, membro
dell'Unione Democratica Palestinese e della Coalizione israelo-palestinese per
la Pace]
Nel 1948 i miei genitori sono stati costretti a andare a vivere a Gaza, sono
nato in un campo per rifugiati, mi sono laureato, sono stato sei volte in
prigione senza essere mai stato coinvolto in atti di violenza, sono uno dei
fondatori della prima intifada, e per questo sono stato deportato. Rabin mi ha
permesso di ritornare un mese prima della firma dell'accordo Gaza-Gerico, prima
di Oslo. Più tardi sono stato personalmente coinvolto nell'attuazione del
protocollo civile, non implementato, di Oslo.
Dal settembre 2000 sono tornato a far parte della leadership dell'Intifada, sono
membro della Coalizione israelo-palestinese per la Pace che ha denunciato su
tutti i giornali palestinesi il fatto che da entrambe le parti sia stata presa
di mira la popolazione civile.
Vorrei ringraziare il mio amico Jeff, perché ha davvero analizzato quali erano
i piani sul tavolo non solo di Sharon ma in parte anche di Barak. Vi
ricordo che Barak ha rifiutato di implementare anche quello che era stato
stabilito da Netanhyau, sebbene si fosse presentato come quello che avrebbe
salvato il processo di pace, che il Likud nel nome di Nethanyau aveva distrutto.
Ha esitato anche a nominare il gruppo che avrebbe preso parte ai negoziati per
decidere infine di negoziare a quattrocchi con Arafat a Camp David.
Non commenterò se le offerte di Barak fossero generose o meno, dico solo che
non si era ad un mercato orientale ma in una trattativa di pace che doveva
essere basato su dei principi, il più importante dei quali era attuare le risoluzioni
242 e 338 dell' ONU e risolvere il problema dei rifugiati; vediamo poi qual
era poi l'offerta di Barak. Barak ha cominciato a parlare di percentuali di
ritiro dalla Cisgiordania, doveva essere dal 70 al 76% esclusa Gerusalemme (
15%), il Giordano poi avrebbe dovuto essere preso in affitto da Israele per
venti anni. Neanche un accenno al problema dei rifugiati.
In breve l'offerta fatta alle autorità palestinesi era di accettare una realtà
creata con la forza in trent'anni; invece di fare delle trattative sulla base
del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU, venne fatta un'offerta la
cui accettazione avrebbe portato ad uno stato palestinese di cui non era
garantita nemmeno l'integrità territoriale.
Robert Malley il principale consigliere di Clinton disse che il
fallimento di Camp David era dovuto alla politica americana che stava
perseguendo più le richieste israeliane che non il processo di pace.
Nell'arco di due settimane a Camp David, Barak ha incontrato Arafat solo per
quindici minuti; comunque l'unica occasione di far avvicinare le due parti non
è stata a Camp David ma dopo, a Taba, ma Barak era vicino alle elezioni
e i suoi consiglieri gli dissero che poteva o concludere gli accordi a Taba o
andare alle elezioni, lui stesso disse di non essere interessato a concludere
nessun tipo di accordo, e quando tornò da Camp David dichiarò di essere stato
lì solo per smascherare Arafat.
Se le persone che erano a Camp David e a Taba avessero avuto un mandato, forse
l'accordo sarebbe stato concluso. Ecco perché fece rientrare il gruppo delle
trattative da Taba due settimane prima delle elezioni e invece che concludere
l'accordo con i palestinesi ne fece un altro, segreto, con Sharon. Dopo
si parlò di seconda Intifada, ma quello che dico io è che si trattò di una
risposta ad una decisa, pianificata e organizzata aggressione di Israele. Moshe
Dayan due mesi prima di ritirarsi dal vertice del consiglio di Sicurezza
Nazionale Israeliano dichiarò che era stato chiesto all'Esercito di preparare
un piano militare anche prima di Camp David: quindi lo scenario
dell'aggressione era già pronto.
Due giorni a Firenze ho conosciuto un ufficiale israeliano che faceva parte
dell'unità di progettazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale;è da lui che
ho saputo per la prima volta che i piani militari per occupare Betlemme erano
pronti già dal 1998 e non dal giugno 2000. Quindi è chiaro che l'Intifada non
è una risposta alla generosa offerta di Israele, perché l'aggressione era già
pianificata.
La mappa che ha mostrato Jeff mostra quello che Sharon aveva dichiarato, ossia
che questa è la continuazione della guerra di indipendenza del 1948 e
nella mentalità della destra israeliana questo significa trasferimento di
persone, distruzione di case, villaggi, città, trasferimento dei rifugiati che
da mezzo milione che erano sono diventati 4 milioni.
Sharon sta pianificando di spazzare via il Movimento Nazionale Palestinese,
quindi non solo l'OLP e non solo l'autorità palestinese, ma dal profondo delle
piazze e delle strade palestinesi vi dico che non ci riuscirà.
Nonostante quello che io e Jeff possiamo dire Oslo rappresentava un passo in
avanti ma Sharon, giunto al potere, ha cominciato a distruggere ogni possibilità
di raggiungere un qualunque accordo di pace; colpendo l'economia, le
infrastrutture dell'autorità palestinese e delle Ong palestinesi, per
distruggere le possibilità di pace e alimentare quel sentimento di odio e
violenza che nutre i suoi piani. Quando noi palestinesi condanniamo o facciamo
pressione contro quelli che stanno attaccando la popolazione civile, lui fa
salire la pressione, ad esempio quando ha odorato l'accordo con Hamas, ha
commesso crimini a Gaza, a Ramallah e da altre parti. In quell'occasione c'è
stata l'operazione in cui sono stati uccisi 17 civili, tra cui 11 bambini sotto
i 12 anni, e ha dichiarato che quella era stata la migliore operazione
dell'aviazione israeliana e ha fatto le sue congratulazioni.
Sharon è ben noto. E' "l'eroe" di Chabra e Chatila e di molti
massacri prima e dopo. Ricorderò ai simpatizzanti del governo israeliano che
nel 1982 in Israele 400.000 persone hanno dimostrato contro Sharon, che è stato
riconosciuto dalle stesse autorità israeliane e da una commissione legale come
uno dei responsabili di Chabra e Chatila. Non gli fu permesso di continuare ad
essere ministro della difesa ma successivamente fu eletto Primo Ministro.
Io comunque accuso soprattutto Beni Lazar e Peres. Beni Lazar era
quello che dava "le spallate" per Sharon e Peres era la lingua e la
copertura di questa politica in tutto il mondo, all'improvviso si sono resi
conto che non potevano continuare a fare quello che stavano facendo, e se ne
sono tirati fuori, ma io dico che sono loro i responsabili principali della
debolezza di quella parte di Israele che è per la pace. Spero che il partito
laburista e tutte le altre coalizioni avranno il tempo di riabilitarsi per le
prossime elezioni e che possano fare qualcosa di alternativo alla politica di
Sharon, perché quello che ci aspetta è ben peggiore di quello che abbiamo
dovuto affrontare fino ad ora.
Jeff ha detto che ci saranno 100.000 persone ad oriente del muro. Personalmente
sono sicuro che se inizierà una guerra contro l'Iraq, allora quei
100.000, che io penso siano di più, verranno trasferiti ancora più ad est e ci
sarà, in questo caso qui, una pulizia etnica e non solo un'inclusione di
territorio.
Penso che la mia responsabilità di palestinese, come di qualunque altra
persona, libera, in Israele o in qualunque altra parte del mondo, sia difendere
la possibilità della pace.
Noi palestinesi sappiamo che non potremo ritornare nelle nostre terre con la
forza o con una guerra, così come Israele non potrà mai sconfiggere i
palestinesi con azioni militari o una guerra.
Una vera pace deve essere basata sulle risoluzioni delle Nazioni Unite e sul
diritto internazionale, questa è l'unica possibilità per raggiungere una vera
pace, noi ne siamo responsabili quindi non abbiamo solo il diritto, ma anche
l'obbligo di difendere noi stessi, e la nostra resistenza allora, di qualunque
tipo sia, è una resistenza legittima, ad eccezione del prendere come obiettivo
i civili.
Non sarò un ostaggio della storia ma sarò un combattente per la libertà, la
pace e il futuro e per raggiungere ciò è mio dovere impedire a questi soldati
e a questi eserciti di ucciderci. Abbiamo il diritto all'autodifesa.
Vorrei dedicare un minuto alle bombe suicide in Israele. Penso che questo
fenomeno sia un fallimento della comunità internazionale; perché, direte voi,
saremmo responsabili se dei ragazzi palestinesi fanno parte di Hamas, diventano
dei terroristi e vanno ad ammazzare civili? Io vi dico: domandatevi perché
ragazzi di ventiquattro anni, istruiti o no, arrivano al punto che non trovano
nessuna differenza tra il vivere e il morire.
Penso che questa sia una responsabilità internazionale, delle Nazioni Unite,
dell'Europa e degli Usa, con tutti i gradi di differenza: il veto
degli USA, il silenzio dell'Europa e la neutralità delle Nazioni Unite,
"prigioniere" nel momento in cui rifiutano di mandare almeno degli
osservatori. Si parla di occupazione, invasione, aggressione, legittima o no, ma
in ogni caso i palestinesi non possono farcela da soli; il quantitativo di armi
sofisticate a disposizione di Israele è in grado, non solo di vincere una
guerra contro i palestinesi, e nemmeno solo contro tutti paesi arabi, ma contro
tutti i paesi del Medio Oriente. In questa sede non mi metterò a dire qual è
la politica di Hamas, perché sono anche io contro, sono contro il fatto che la
religione venga usata così sia dai musulmani sia dagli ebrei, ma mi domando
perché il 60 o 70 % dei palestinesi, della gente normale, sia a favore delle
bombe suicide. Sono molto preoccupato per questo ma non per gli israeliani, ma
per me stesso, per il mio futuro, per la mia democrazia, perché prima a
sostenere gli attentati non c'era più del 5% della popolazione e ora invece
siamo passati al 60-70%, e credo il motivo principale sia il sentimento di
essere non protetti e la perdita di credibilità della comunità
internazionale.
E' molto importante che vi siano gruppi italiani, o di altri paesi europei, che
vengono a mostrare la loro solidarietà, tutto ciò è molto importante
soprattutto per il nostro futuro, perché quello che Sharon sta tentando di fare
è far credere ai palestinesi di essere isolati e di essere solo degli
estremisti, e quindi spingerli a sostenere Hamas. Sharon sarebbe felice se Gaza
diventasse una nuova Kandahar e Hamas fosse, non l'autorità ufficiale, ma il
potere di fatto, nelle strade della striscia di Gaza.
Vorrei finire con una frase: l'occupazione deve finire. Deve finire
l'occupazione di tutti i territori occupati nel 1967, nulla di più nulla di
meno. Potrebbero esistere due stati, se venisse risolto anche il problema dei
rifugiati e si avesse il diritto di vivere dove uno sceglie di vivere.
Edward Said, la cui casa esiste ancora, non ha il diritto di tornare mentre
Libermann, che non è mai "appartenuto" a questa terra, ha il diritto
di tornare, nonostante il fatto che la presenza di Edward Said potrebbe
contribuire a sviluppare la civiltà all'interno di questa zona.
Sono totalmente d'accordo con Jeff quando dice che quando i palestinesi saranno
liberi dall'occupazione lo saranno anche gli israeliani, perché mai un popolo,
e non solo un governo, potrà essere libero finché occuperà un altro paese.
Vi ricordo che oggi 2 milioni di palestinesi sono sotto un coprifuoco
permanente. Possono andare al mercato o all'ospedale solo con un permesso e
solo per poche ore al giorno, penso che questa situazione non possa continuare
senza esplodere. Il governo israeliano si sbaglia se pensa che se vincerà
allora ii palestinesi saranno i perdenti e dovranno arrendersi e accettare tutte
le condizioni israeliane. I palestinesi non si arrenderanno e ho paura che, non
solo non saremo i perdenti ma, con questa formula, non ci sarà un vincitore e
un perdente, perché siamo in una situazione in cui potranno esserci solo due
perdenti o due vincitori, e noi preferiremmo due vincitori. Per questo
abbiamo bisogno del vostro sostegno. Grazie.
a cura di Valentina Anzoise
Gli
interventi del professor Halper e di Jamal Zakout, anche
vista la complessità degli argomenti trattati, hanno
suscitato una notevole partecipazione e reazione da parte
del pubblico; abbiamo quindi deciso di riportare le domande
ma anche le osservazioni e le critiche che sono state fatte.
Jamal
Zakout
Qual è secondo la sua opinione, una soluzione possibile e
realizzabile?
2°intervento
Il Movimento sionista, ne facevo parte già
trent'anni fa, parlava già allora del problema palestinese
quindi dire che non sia mai esistito un dibattito
all'interno del Movimento è assolutamente negabile.
Il solo parlare dei kamikaze sembra una presa di posizione a
favore di Sharon; tuttavia nel momento in cui si parla dei
territori palestinesi distrutti, sembra che gli israeliani
siano solo dei guerrafondai e non si fa menzione del fatto
che è in corso una guerra, un'intifada, nata all'indomani
della proposta di pace negata dai palestinesi. Non
sto sostenendo che la guerra sia stata condotta bene ma non
menzionare questa questione rende imbarazzante pensare ad
una soluzione che porti alla pace e non alla
contrapposizione.
3°intervento
Le inesattezze dette dal professore rispetto al passato mi
ricordano la tecnica oratoria di Berlusconi, che racconta inesattezze
per giustificare tutto quello che vuole fare e mette in
bocca all'avversario cose che non si è mai sognato di dire.
Schierandosi in questo modo dalla parte dei palestinesi non
si va verso la pace, perché posizioni così non avranno mai
la possibilità di far presa né su Israele né
sull'opinione pubblica internazionale.
4°intervento
Ricorderò cosa diceva Jabotinsky, fondatore
del Nazionalismo, ancora prima che Israele diventasse uno
Stato:"gli arabi se ne devono andare, i giovani
dimenticheranno e i vecchi moriranno. Israele è solo per
noi", questa è un'idea condivisa da tanti dopo di lui
e anche dallo stesso Ben Gurion, uno dei padri
fondatori della Patria. Anzi direi che, forse per il poco
tempo, non ha citato altre cose, come il ruolo delle
religioni. Ci sono rabbini che dicono che rubare le
olive ai palestinesi non è peccato perché la terra è di
Israele, e tutto questo è documentato. Quindi trovo che il
quadro dato sia oggettivo ed esatto.
Marianella Sclavi, coordinatrice dell'incontro
Stefano Levi della Torre, scrittore e pittore, commentatore
Ci sono alcune considerazioni da fare, anche in merito
all'atteggiamento che deve avere una persona che sta
"qui" rispetto ad un dramma che sta "là"?
Due sono gli atteggiamenti possibili: il primo è
ritenere che non possiamo che aderire allo stato d'animo di
quella gente che è ossessionata, arrabbiata e inferocita a
causa di questa situazione, e questo è un atteggiamento
molto comune.
Il secondo, quello che io condivido, è pensare che noi che
siamo in terza fila abbiamo la responsabilità di rimanere
lucidi e non assumere atteggiamenti da "curva" o
da tifo.
Questo è il contributo che possiamo dare alla gente che sta
là e che è esasperata.
Seconda considerazione: come molti israeliani Jeff ha tutto
il diritto di essere unilaterale e di essere indignato
rispetto alla politica del proprio governo, e del resto ci
sono diverse articolazioni e critiche anche nei confronti
delle autorità palestinesi.
L'esposizione unilaterale del professor Halper mi è
sembrata giusta e la mappa lucida e chiara, ne condivido la
descrizione, infatti quello che si sta verificando è
proprio la frantumazione delle possibilità di creazione a
livello territoriale di uno Stato palestinese.
Dopodiché trovo che l'analisi del sionismo non sia stata
corretta, all'interno del movimento ci sono anche
sionisti di sinistra che hanno sempre osteggiato sia i
laburisti sia il Likud.
A questo punto bisogna vedere se c'è uno squilibrio, in
questo caso c'è ed è chiarissimo: Israele opprime i
palestinesi, quindi c'è un popolo oppresso e un popolo
oppressore, ma comunque resta il fatto che esiste un
conflitto e due politiche. Israele è favorita dalla
politica che ha preso piede adesso, anche perché la gente
è esasperata dagli atti terroristici, ma è anche rilevante
la crisi di governo che si è verificata, e l'uscita dei
laburisti; significa che al suo interno ci sono anche
posizioni differenti. Sono asimmetrie da riconoscere e non
possiamo appoggiare l'uno o l'altro senza guardare le linee
politiche di entrambi, questo significherebbe avere una
mentalità staliniana per cui non ci si permette di
criticare lo Stato-guida.
Quello che propongo è ancora un'indagine su noi stessi per
capire che atteggiamento avere di fronte a questa
situazione.
5°intervento
Intervista a Janiki
Cingoli
di Marco Rolando
Una cosa è che ci sia necessità, un'altra è che ci siano le condizioni. La
prima c'è, ma le seconde occorre ancora farle maturare. Per far ciò, è
importante non dilungarsi su un aspetto solo: la crisi è complessa e va
affrontata contestualmente da tutti i punti di vista. Pensare che sia
possibile mandare forze di sicurezza e imporre un tregua a parti che non la
vogliono è un po' mitico: il rischio è quello di trovarsi in mezzo alle bombe
degli uni e degli altri, come è successo in Somalia.
Il processo di pace va rilanciato su più livelli:
1. bisogna programmare un ritiro sulle posizioni iniziali delle forze
israeliane;
2. proclamare con forza e convinzione la tregua;
3. proclamare con altrettanta forza da parte palestinese la sospensione
dell'escalation terroristica, impedendo ai gruppi armati di agire;
4. contestualmente gli israeliani debbono dichiarare la sospensione di attività
di killeraggio dei leader palestinesi della rivolta.
Una volta avviato questo discorso di tregua, quindi creato un clima favorevole,
può essere utile un'azione di osservatori non solo disarmati: questi sarebbero
solo un mezzo tecnico, non il fine. Il fine è la tregua e il riavvio del
processo negoziale. Non possiamo illuderci che la tregua possa reggere se non si
rimette in moto il processo negoziale.
È naturale pensare anche a un piano di aiuto economico straordinario a favore
dei paesi palestinesi devastati dall'Intifada e dalla reazione israeliana (di
cui parla anche Berlusconi). Un piano economico di questo tipo, però, avrebbe
senso solo dentro a un processo negoziale più ampio.
Non possiamo pensare di lasciare questi due popoli al loro destino, sarebbe
un rischio per tutti. Occorre capire cosa sta accadendo nelle masse arabe in
questo momento: la lotta dei palestinesi è amplificata dalle più importanti
televisioni arabe, tra cui Al-jazeera e, di fatto, questo può destabilizzare
profondamente i governi arabi moderati. In Egitto ci sono anche notizie di
movimenti dell'esercito, per non parlare dell'Arabia Saudita, patria di Bin
Laden… C'è un interesse strategico fortissimo a non far procedere questo
processo di destabilizzazione. Non ha senso, al giorno d'oggi, pensare di
condurre la lotta al terrorismo ignorando quanto succede tra israeliani e
palestinesi.
Il problema è che si crea spesso una sovrapposizione tra ciò che fa il
governo di Israele, in quanto Stato, gli israeliani in quanto popolazione e gli
israeliti cioè gli ebrei. È molto importante dire che questi sono piani
diversi, non sovrapponibili. È diritto di ogni ebreo prendere posizione su
quanto sta accadendo laggiù, ma non un dovere: nessuno lo può chiamare a
pronunciarsi in proposito. Allo stesso modo non si può chiedere a un italiano
che abita in Argentina di prendere posizione su ciò che fa il governo
Berlusconi in Italia. Forzando un po' si può dire che gli ebrei sono in parte
un popolo disperso e in parte un popolo che ha costituito un nucleo nazionale:
questi ultimi rispondono della loro scelta, gli altri rispondono di se stessi.
Per questo, evito di organizzare dibattiti in cui, di fronte ai palestinesi,
ci siano ebrei italiani: ci devono essere israeliani, perché è con questi che
c'è una lotta in corso.
maori
- Geopolitica 04.02.2002
La visione del problema
Le luci della sala si abbassano e s'inizia con delle diapositive, scatti
fotografici che fanno rivivere cortei pacifisti tra Gerusalemme e Ramallah, la
rimozione del check point di Bir Zeit, la folla della manifestazione di Nablus,
religiosi a fianco dei pacifisti. E ancora le camionette e i carri armati dell'esercito israeliano e i volti arroganti dei soldati, quelli del coraggio
delle donne palestinesi che sorridono per le strade e le foto degli uomini
combattenti o no, comunque uccisi dai militari di Israele. Le barriere
invalicabili che a Gerusalemme Est nascondono al mondo l'Horient House
E poi le voci spezzate dei testimoni. E nei loro racconti le immagini che
continuano a scorrere, il grido profondo di un popolo che ci domanda di aiutarlo
a cambiare la visione del problema, quella che cè nei nostri paesi in Europa.
Una presunzione del sapere fatta di stereotipi, sospetti, pregiudizi e
ignoranza. Fatta della stessa presunzione del sapere cosa accade laggiù in
Cisgiordania o nella striscia di Gaza, a Gerusalemme Est. Dove il popolo di
Palestina soffoca e muore ogni giorno di più circondato dai check point dell'esercito, dalle by-pass roads, dalle colate di cemento delle colonie armate
dei civili ebrei, dalle colline degli olivi, fertili ma rasate a deserto intorno
alle macerie delle propie case. Una presunzione che è la conseguenza degli
insediamenti della mente (Barbara Di Tommaso nella sua testimonianza), abusivi
come gli abitati dei coloni con campi da tennis e piscina. Pensieri indotti dall'omertà, dalle mistificazioni e dalle falsità mediatiche di organi
dinformazione allineati in Europa alle scelte strategiche, economiche e
politiche USA da una parte e di Israele dall'altra. I primi dopo l11 settembre
hanno reagito alle contraddizioni causate dal proprio governo del mondo e dal
controllo delle sue risorse con la guerra. Mr. Bush e i suoi collaboratori hanno
definito la lista dei buoni e dei cattivi, degli alleati e dei terroristi, e
sono sempre più decisi a riconoscere in Yasser Arafat assediato da due mesi in
Ramallah dai tank (leader scelto democraticamente dal suo popolo nel 90) e nell'Autorità Nazionale Palestinese un nemico. I secondi spinti dalla brutalità
del governo del criminale di guerra Sharon, stanno schiacciando inesorabilmente
l'acceleratore di una macchina bellica potente come quella di Israele che sta
utilizzando tutto il suo arsenale più sofisticato per distruggere tutto: case,
villaggi, città, campi coltivati, sorgenti idriche, scuole, posti di polizia,
porto, radio, aeroporto, uno dopo l'altro i simboli e i rappresentanti della
legittima esistenza e volontà di un popolo. Popolo che fino a prova contraria
è la vittima secondo le risoluzioni ONU e gli accordi internazionali di un'occupazione nel proprio territorio che dura da 35 eterni anni. In un progetto
che ha solo un obbiettivo: chiudere definitivamente la partita con i
palestinesi. Cancellarne il territorio, le infrastrutture, l'economia la
speranza.
Numeri
Fino al 19 dicembre scorso erano 930 i morti di cui 82 assassinati in esecuzioni
mirate di leaders politici, circa 200 i bambini uccisi. 20000 i feriti della
seconda Intifada di cui 7000 bambini e fra questi 437 che resteranno per sempre
disabili. Un escalation della realtà che dai racconti può essere solo in parte
restituita a tutta la sua gravità. Ma ogni parola, ogni inevitabile pausa, ogni
sentito respiro dei pacifisti che si susseguono è un contributo, che va a
sbriciolare la menzogna ufficiale del governo di Tel Aviv condivisa nella media
dell'opinione pubblica internazionale: il terrorismo dei kamikaze che mette in
pericolo la sicurezza e l'esistenza stessa dello stato d'Israele. Ogni parola è
testimonianza in grado di svelare il dramma di un popolo oppresso, le cui donne
sono costrette dalla barbarie dei soldati dei 120 check point che attanagliano
Cisgiordania e Gaza a partorire o perdere ancora in grembo i propri figli perché
impedite a raggiungere gli ospedali. Quegli stessi check point che rubano il
tempo e la vita ai palestinesi che li devono attraversare per muoversi, andare a
studiare, lavorare. Il tempo degli studenti universitari e dei medici, costretti
dalle loro scelte a cercare aiuto nelle reti di solidarietà interne o attorno
alle università e agli ospedali per poter continuare a sostenere gli esami o
prestare la loro opera. Un auto-esilio doloroso, che si traduce in mesi di
assenza dalle città di provenienza (sempre più simili per la politica
segregante a bantustan militarizzati), dalle loro case, dagli affetti. A chi
lavora viene impedito di passare i blocchi, e i permessi di lavoro in scadenza
non vengono ormai più rinnovati. La disoccupazione è ormai arrivata al 60/70%.
In West Bank e Gaza il check point è continuo. Un flagello che non permette a
volte neanche il passaggio delle ambulanze palestinesi, alle quali non è
concessa in ogni caso nessuna precedenza. Inferni danteschi dai quali può
frequentemente capitare che un soldato, rispondendo agli ordini di un'efferata e
criminale catena di comando, vada ad impugnare il suo fucile prendendo la mira e
sparando Cadono a terra con la testa colpita i bambini che non hanno più gioco,
più infanzia. Il tempo di un bambino che muore assassinato per la sicurezza dei
coloni Un bambino palestinese. Ti si fanno vicino quando all'improvviso esplodono
cruenti i colpi d'arma da fuoco. A te che non hai mai vissuto l'orrore degli
spari, delle raffiche della guerra, a te che sei arrivato per testimoniare, per
opporti fisicamente al disastro che a volte non si può proprio impedire. Ti
guardano e ti sorridono, ti sostengono. Loro fanno coraggio a te abituati ormai
all'autodifesa. Parole di denuncia che pesano molto più delle pietre che
lanciano i palestinesi in questa loro seconda Intifada. Di più delle macerie
delle case che i Caterpillar (bulldozers americani, gentilmente offerti per l'occasione a prezzo stracciato
dall'amministrazione degli Stati Uniti) e il fuoco
pesante notturno abbattono. E durante la notte le famiglie, in quelle case
attaccate dai colpi, ci dormono. Ma tranquilli, che agli scampati non è
permesso di attivarsi per evitare i crolli o ricostruirle le loro case. Stanno
sradicando un popolo laggiù come gli olivi della sua terra, sistematicamente
divelti con le loro radici, risorsa economica e simboli della tradizione a un
tempo solo. Il governo di Israele, senza memoria. Arrivato persino a imporre
numeri sono quelli assegnati ai componenti della piccola comunità di Al Mawasi
all'estremo sud della striscia di Gaza. Una prigione nella prigione in cui è
quasi impossibile entrare e dove circa 8000 persone, contadini e pescatori
vivono l'incubo in nome della sicurezza dell'insediamento dei circa 7000 coloni
militanti di Qush Katif (molti provengono da New York).
La legge e la speranza
Qualsiasi punto dei Territori può essere considerato improvvisamente, in tempo
reale zona militare e/o sotto coprifuoco. Soprattutto se l'interposizione dei
civili internazionali sta cercando di attraversarla per raggiungere un punto di
imminente pericolo per la popolazione palestinese o se cerca di dare vita ad una
pacifica manifestazione. Inutile descrivere cosa succede durante i
rastrellamenti. Raramente sono visibili, sempre terribilmente pericolosi e
violenti. Israele è oggi una grande caserma senza più leggi. Le leggi sono i
regolamenti militari. La società ne è ormai profondamente condizionata. E
molto difficile per chi sceglie di opporsi alle logiche del governo Sharon
lavorare intensamente a un progetto di opposizione sociale. I pacifisti
israeliani sono violentemente attaccati dall'opinione pubblica, accusati di
antisemitismo e pesantemente boicottati dalla più parte dei media. Evidente la
cura con la quale le autorità israeliane seguono il loro lavoro. La situazione
è prossima ad esplodere. Non esiste par condicio in queste storie. Non è
ammissibile. Il popolo di Palestina, muore oggi nella sua terra e chiede aiuto.
La legittima resistenza di questo popolo, il coraggio delle sue donne, il
sacrificio dei suoi giovani e dei suoi bambini, l'attivismo dei pacifisti arabi
ed ebrei (in Israele il 60% della popolazione ritiene ancora, nonostante la
massacrante propaganda istituzionale, legittima la nascita di uno Stato di
Palestina), la flebile, formale posizione della Comunità Europea che ancora
sostiene un Arafat, (testimone di un popolo e della sua storia da sempre) come
unico referente possibile per la ricostruzione del processo di pace. E ancora i
riservisti di Tzahal e la loro obiezione che di ora in ora cresce (un centinaio
alloggi) e rompe il tabù col rifiuto a servire l'esercito per l'occupazione, per
crimini di guerra. Le prime reazioni degli organi di stampa e della società
civile di Israele che si interroga sulle promesse elettorali di Sharon e sulla
reale esistenza di un progetto per la politica e il futuro del paese. E
sufficiente per imporre, ribadiscono gli attivisti delle numerose associazioni e
gruppi italiani che aderiscono ad Action for Peace , di proseguire il lavoro e
sostenere la sempre più provata speranza dei palestinesi.
Agire e comunicare
Racconti e testimonianze sono circostanziati e hanno un efficacia evidente.
Assumono una valenza enorme e raggiungono in pieno l'obbiettivo che gli
organizzatori di questa nuova azione si sono prefissi. Informare attivamente
della situazione sul campo, in una comunicazione diretta senza mediazioni o
filtri di alcun tipo. Direttamente a chi è prossimo alla partenza o a chi
semplicemente da tempo vive come si può, da qui, l'apprensione per la vicenda
palestinese. Un evento come questo rende immediatamente possibile la fruizione
di strumenti e contatti con cui interagire per mettersi in azione. Una
iniziativa quella della serata di Milano, in cui si è sperimentato quello che l'epoca del dopo Genova ha insegnato e pone come unica strada possibile: la
partecipazione diretta e la messa in comune delle esperienze che diventano
propulsione per il rilancio delle lotte, dei diritti e dei bisogni. Time cost
life, il tempo costa vite umane e ogni vita umana persa è perdita di speranza e
complicazione per una soluzione. Il tempo sta per finire. I palestinesi chiedono
a noi europei di continuare con le missioni civili di interposizione per
allentare (il governo di Tel Aviv teme i testimoni e le aggressioni e le
violenze in presenza di internazionali diminuiscono quando non cessano) la morsa
dell'esercito di occupazione israeliano. Ci chiedono di farci carico di
iniziative presso l'opinione pubblica e i governi per un impegno politico dell'Europa volto
all'invio in Palestina di una forza internazionale d'interposizione vera. Un primo minimo passo verso un qualsiasi possibile futuro.
Lotte, diritti, bisogni. Ora è tempo di occuparsi in maniera più importante di
quelli dell'ancora vivo popolo di Palestina.
Haider Abdel Shafi: Quello che succede qui non è solo contro i palestinesi ma
contro tutta l'umanità
Maurizio Biosa copyleft
http://www.carta.org/rivista/settimanale/2003/11/11sinigaglia.htm
Storia degli ebrei italiani contro l'occupazione della Palestina
articolo di Sergio Sinigaglia
"Quella sera - racconta - sono salita sul palco ed ho detto che al mio
ritorno avrei denunciato con forza le violenze dell'esercito israeliano, tutto
quel che avevo visto con i miei occhi. Ho aggiunto che negavo al governo Sharon
il diritto di commettere quei crimini anche in rappresentanza degli ebrei della
diaspora, quindi anche in mio nome. Subito dopo, sono venuti tanti ragazzi e
ragazze che erano lì, a stringermi la mano e a ringraziarmi. Come me, avevano
le lacrime agli occhi".
Le accuse delle comunità
Una volta tornata in Italia, Sveva ha preso contatto con altri amici
disposti a gridare forte "non in mio nome" e da questo tam-tam ha
preso vita l'esperienza della "rete". E sono molte, ormai, le
iniziative alla quale gli Eco [Ebrei contro l'occupazione], in particolare a
Roma ma non solo, hanno partecipato o che hanno promosso. Forti le accuse
provenienti dalle comunità israelitiche, soprattutto nella capitale. Spesso,
quella di "antisemitismo", che viene usata come arma per offendere, e
stroncare qualunque ragionamento diverso.
"Credo che la paura dell'antisemitismo sia usata oggi sostanzialmente
come arma di ricatto, sia da parte del governo israeliano che da parte di chi si
considera amico di Israele - dice Lucio Damascelli, docente universitario romano
- Secondo questo schema, chi critica la politica israeliana è un antisemita
nascosto, e se è un ebreo danneggia il rifugio degli ebrei, lo Stato di
Israele. Inoltre il sospetto di antisemitismo, gettato su chi critica lo Stato
di Israele, è un modo per impedire la denuncia di ciò che sta avvenendo nella
politica, ma anche nella società israeliana, con gravi violazioni non solo
della presunta democrazia, ma degli stessi diritti umani fondamentali.
L'antisemitismo esiste, ma farne uso strumentale è una delle cause della
banalizzazione dello sterminio degli ebrei, ed è inoltre uno degli elementi che
contribuiscono al risveglio del cosiddetto antisemitismo di sinistra".
Ma che rapporto ha avuto la "rete", in questo periodo, con il
movimento e la sinistra in generale? Risponde Damascelli: "Credo che la
'rete' nasca e viva nella sinistra, con un approccio totalmente laico e vicino
alle persone e ai gruppi che si occupano di solidarietà al popolo palestinese e
al pacifismo israeliano. Ultimamente c'è stato un confronto anche all'interno
della sinistra e del movimento, a proposito di questioni che non avremmo pensato
di dover puntualizzare. Considero però sbagliato l'atteggiamento di chi, come
reazione a qualche fenomeno spiacevole che avviene a sinistra, si rifiuta di
continuare a discutere e soprattutto ad impegnarsi nella lotta contro
l'occupazione israeliana, che sta distruggendo non solo la Palestina, ma anche
la società civile israeliana e la speranza in uno stato democratico".
Ma, come ci ha testimoniato Sveva Haertter, è stata proprio la necessità
di distinguersi nettamente dalle politiche criminali del governo Sharon, a far
scattare in molti della "rete" la molla. Lo conferma Francesca Polito:
"Oltre che per un senso civico-politico, ho deciso di aderire per una forma
di autodifesa riguardo alla mia appartenenza, perché non voglio che venga
strumentalizzata attribuendole un senso politico in cui non mi riconosco,
rendendomi complice di azioni e discorsi discriminatori e criminali".
La passeggiata di Sharon
Si trattava di un gioco sin troppo scoperto, che voleva rappresentare
nuovamente una pièce già vista e rivista: da una parte gli ebrei
esasperati e praticamente costretti dagli eventi a ricorrere alla violenza,
dall'altra gli ebrei più ragionevoli, che "comprendono" le
ragioni dell'esasperazione ma vorrebbero porre un freno alle sue
manifestazioni più evidenti, mostrandosi aperti al dialogo, più che altro
per motivi di immagine.
Il vero problema, però, è stato messo in luce proprio da quei cittadini
ebrei che non si sentono subordinati agli orientamenti dei rappresentanti
di una comunità che, in verità, è la prima a non riconoscerli più di
tanto, visto che a votare per le diverse liste per la recente elezione
degli organismi dirigenti delle comunità ebraiche si è recato meno del
25% degli aventi diritto. Nei loro interventi, ospitati dal Manifesto e da
Liberazione, gli Ebrei contro l'Occupazione fanno notare come "esponenti
più o meno autorevoli della comunità ebraica che usano mostrarsi intenti
a calmare la situazione" , in realtà sono gli stessi che hanno creato
il clima adatto perché si verificassero le violenze.
Sappiamo quanto sia difficile per un cittadino ebreo, in particolare
romano, rifiutare apertamente la sottomissione ai voleri della
"comunità", voleri che non da oggi coincidono senza sfumature
con la politica dei governi israeliani; emarginazioni, diffamazioni e
intimidazioni sono all'ordine del giorno, esattamente come lo sono
nell'Israele di Sharon e Peres per i pacifisti, i refusnik e le loro
famiglie. Non nascondiamo, dunque, la nostra stima verso chi ha il coraggio
di manifestare apertamente le proprie opinioni ed altrettanto apertamente
dichiarare che l'origine del dramma sta proprio nell'appropriazione della
terra e delle vite altrui.
Ciò che non comprendiamo è l'atteggiamento insulso di quella sinistra
che, con eccezionale ottusità, si ostina a considerare gli sharonisti
nostrani interlocutori affidabili e meritevoli di attenzione, rimuovendo
l'esistenza di quelle persone - come gli Ebrei contro l'Occupazione,
appunto - che si impegnano veramente nella ricerca del dialogo e della
pace, pagandone in prima persona le conseguenze, come le pagano i militari
israeliani che si rifiutano di andare a fare i macellai nei Territori
palestinesi.
Diciamocela tutta: l'incomprensibile sottovalutazione dell'impegno degli
Ebrei contro l'Occupazione si situa nel contesto dell'insopportabile
ambiguità della sinistra nei confronti del dramma palestinese,
quell'ambiguità che ha portato addirittura la Federazione romana e
autorevoli dirigenti di Rifondazione Comunista a tacciare quasi di
antisemitismo i promotori delle manifestazioni e delle iniziative di
solidarietà con la resistenza palestinese. La stessa ambiguità che ha
impedito - per ora - il dispiegamento delle potenzialità ancora inespresse
di quel movimento che lo scorso 9 marzo ha mostrato a tutti quanto sia
diffusa e consapevole la solidarietà con la resistenza palestinese. La
stessa ambiguità che vede il quotidiano Liberazione ignorare
sistematicamente le iniziative pro Palestina - come è avvenuto persino con
la bellissima rassegna cinematografica che si è tenuta a Roma nei giorni
scorsi - mentre dedica un'intera pagina alla "giornata della cultura
ebraica", con tanto di appuntamenti nelle varie Sinagoghe della
penisola. La stessa ambiguità che ha portato ad attacchi strumentali
contro quegli esponenti della sinistra DS "colpevoli" di essersi
schierati per il diritto dei Palestinesi alla vita, alla terra ed alla
libertà.
Non disponiamo degli elementi di conoscenza necessari per comprendere
appieno le motivazioni di scelte sbagliate e disonorevoli, ma ci sembra
chiaro che rappresentano un ostacolo alla crescita del movimento di
solidarietà con la resistenza palestinese. Allo stato attuale, dobbiamo
renderci conto che il peso dell'iniziativa continua a gravare sulle spalle
di chi lo ha sostenuto fino ad ora, vale a dire comitati e associazioni di
base, singoli Circoli e Federazioni del PRC, pacifisti e sindacalismo di
base; anche la necessità vitale di dare voce ai cittadini ebrei contrari
alla politica criminale di Sharon e Peres tocca a queste soggettività e
siamo convinti che riusciranno a farlo.
Un'altra necessità, ormai, è quella di inchiodare alle proprie
responsabilità quella sinistra che gioca a nascondino sulla pelle dei
Palestinesi e di quegli Ebrei che - in Italia come in Israele - vogliono il
dialogo e la pace; a questa sinistra non dobbiamo più permettere di
giocare.
Gli "ebrei contro l'occupazione" chiedono
all'Ue il blocco dell'import dallo stato ebraico
ALBERTO D'ARGENZIO
BRUXELLES
"L'occupazione è terrorismo, è terrorismo di stato"
ripeteva sabato uno degli invitati, Albert Aghazarian, professore
all'Università palestinese di Bir-Zeit. Gli "ebrei europei per
una pace giusta" partono proprio dalla considerazione che l'unica
via d'uscita per la crisi in Medioriente è che Israele abbondoni i
territori occupati nel 1967, che si realizzi l'evacuazione totale dei
coloni, che nasca uno stato palestinese in Cisgiordania e nella
striscia di Gaza e che Gerusalemme divenga la capitale condivisa di
due paesi indipendenti. Inoltre chiedono a Tel Aviv di
"riconoscere la sua parte di responsabilità nel dramma dei
profughi palestinesi", riconoscendo loro "il diritto al
ritorno". Un cammino contromano alla politica di Sharon che si
vuole percorrere con le armi della pressione e del sostegno. Pressione
sulla Ue affinché sospenda l'Accordo di libera associazione con Tel
Aviv sulla base dell'articolo 2, quello che prevede il rispetto dei
diritti umani, e sostegno al popolo palestinese edal dissenso in
Israele.
"L'occupazione è già di per sé una violazione dei diritti
umani, già questa basta per sospendere l'Accordo", affermava
ieri Richard Kuper, portavoce della Rete, durante la conferenza stampa
finale. Ma Israele - accusa Kuper - viola l'accordo con la Ue anche
perché rende impossibile il riconoscimento dei prodotti degli
insediamenti ebraici nei Territori occupati, mercanzie che non possono
giovarsi del particolare regime fiscale accordato da Bruxelles al Made
in Israel ma che grazie all'attitudine del governo Sharon finiscono
per ricevere i medesimi sconti. "Sono dei premi per
l'occupazione", ripeteva Kuper. La Rete ha anche accettato il
principio del boicottaggio dell'occupazione, decidendo di impegnarsi
nella campagna contro i prodotti provenienti dagli insediamenti
ebraici nei Territori e di quelli che servono per mantenere e
perpetuare l'occupazione, in primis materiale militare e
tecnologia di punta. Parallelamente l'azione di sostegno. Ai Refusenik,
con un aiuto morale e finanziario che partirà già il prossimo 23
marzo con il lancio di una campagna di sensibilizzazione, e alla
società civile palestinese, stritolata dal terrorismo israeliano e
arabo.
"In questa situazione è importantissimo che ci sia la nostra
voce - concludeva Kuper - la nostra presenza vuole evitare che
qualsiasi voce che esce dal coro venga tacciata di
antisemitismo". Il problema diventa adesso dare spessore a questa
voce. Alla Rete degli "ebrei europei per una pace giusta"
manca ancora l'anello di Spagna e Portogallo, paesi chiave nella
relazione con il mondo arabo, come manca il contatto con la stampa e i
sindacati israeliani.
Si diffonde anche in Italia il boicottaggio dell'economia di
guerra israeliana
Fonte: Liberazione, 19 marzo 2003
19 marzo 2003
La risposta più eloquente è venuta dalla Rete degli "Ebrei
contro l'occupazione", secondo la quale la paura
dell'"antisemitismo" è "un'arma formidabile nelle
mani di Sharon, del governo israeliano e di tutti coloro che lo
appoggiano", il cui uso politico è grave "non solo
perché distrae da ciò che è stato l'antisemitismo storico ed
offende la memoria delle sue conseguenze, fino al massacro degli
ebrei europei, ma anche perché genera nuovo antisemitismo".
I critici del boicottaggio, evidentemente, non sanno - o fingono
di non sapere - che l'appello ai "consumatori" a non
comprare merci israeliane (riconoscibili dal codice a barre che
inizia col numero 729) e di aziende direttamente coinvolte in
questa economia di guerra, è stato lanciato più di due anni fa,
in concomitanza con l'inizio della nuova Intifada, proprio da
gruppi e personalità ebraiche degli Stati Uniti e dei territori
occupati. Non sanno - o fingono di non sapere - che a livello
mondiale ed europeo la campagna è sostenuta dai soggetti più
svariati. In Inghilterra lo stesso governo di Tony Blair,
pressato da alcune associazioni di consumatori, è stato
costretto a far ritirare dagli scaffali dei supermercati una
serie di prodotti provenienti dalle zone sotto occupazione
israeliana, soprattutto dalle alture del Golan, e illegalmente
marchiati "made in Israel". In Francia il boicottaggio
è attuato dalla quasi totalità dei partiti di sinistra, dal
Partito comunista alla Lcr passando per i Verdi, ma anche dalle
Donne in Nero, Attac e la Confederazione contadina di Bovè. Il
parlamento europeo sta discutendo se mantenere o meno le
relazioni commerciali con lo stato israeliano e, in ogni caso, il
10 aprile dello scorso anno ha votato la sospensione
dell'associazione di Israele all'Ue.
Sono prodotti dalla Caterpillar, i bulldozer dell'esercito
israeliano utilizzati per demolire le case palestinesi e
sradicare gli alberi d'ulivo. Il presidente della più nota
catena di fast-food, Greenberg, è direttore onorario di una
Camera di Commercio e Industria America-Israele e, secondo il
Chicago Online, Mac Donald's è uno dei maggiori partner
economici di un'organizzazione ultra-conservatrice ebraica. La
Hazera Genetics è, invece, un'azienda israeliana specializzata
nell'import di sementi geneticamente modificate e che, con i suoi
pomodorini "Pachino" di dubbia genuinità, sta mettendo
in crisi le coltivazioni tradizionali della Sicilia.
Che il boicottaggio sia uno strumento utile, dai risultati
tangibili, lo dimostra la recente sospensione dell'accordo
stipulato tra l'azienda italiana Acea (di cui il Comune di Roma
è il principale azionista) e le autorità israeliane in materia
di sfruttamento delle acque. Le petizioni firmate in calce da
decine di esponenti politici, giornalisti, docenti, semplici
cittadini e le interrogazioni presentate al sindaco Veltroni
hanno fatto sentire il fiato sul collo, contribuendo a fare
chiarezza su un atto che sarebbe suonato alla stregua di una
provocazione. Infatti, fa notare il Forum Palestina, la
sottrazione dell'acqua ai palestinesi e agli altri paesi della
regione (il Libano, per esempio) è un elemento fondamentale del
colonialismo israeliano; Israele, a differenza dei paesi vicini,
non ha mai sottoscritto i trattati internazionali sulle acque e
non si contano le risoluzioni dell'Onu che hanno condannato le
sue rapine delle risorse naturali, prima fra tutte proprio
l'acqua.
Al rifiuto di acquistare prodotti di società dai nomi esotici,
come Jaffa, Carmel, Delta Galil, di multinazionali tipo Nestlé,
Coca Cola, Nokia e L'Oréal, o di stipulare accordi commerciali
con le autorità d'Israele, ora si aggiunge anche la richiesta di
una moratoria delle relazioni scientifiche e culturali con lo
stato sionista. Centinaia di docenti e ricercatori di ogni parte
del globo, tra cui diversi italiani, hanno sottoscritto due
appelli distinti del "Coordinamento degli scienziati per una
pace giusta in Medio Oriente", nei quali si chiede la
cessazione di ogni forma di collaborazione istituzionale e di
sostegno materiale agli organismi israeliani, fino a quando il
governo di Sharon non deciderà di avviare seri negoziati di pace
con i palestinesi. Con l'impegno dei firmatari di non assistere
ad alcuna conferenza scientifica in Israele e non rispondere alle
richieste di perizie provenienti dalle istituzioni di quel paese,
fermo restando che nessuno mette in discussione le relazioni
personali con singoli colleghi israeliani.
Non possiamo accettare che da un lato della linea di demarcazione
regnino le libertà accademiche e dall'altro la costrizione e la
schiavitù". Per lui e gli altri accademici non è stata una
scelta facile. La calunnia di "antisemitismo" è sempre
dietro l'angolo, e non mancano anche tra le presunte
"colombe" coloro che considerano il boicottaggio una
proposta "senza precedenti", salvo poi non battere
ciglio dinnanzi all'embargo criminale che colpisce l'intero
popolo irakeno o ad atti di pirateria internazionale come la
legge Helms-Burton. A chi ha cercato di trovare le differenze tra
l'attuale situazione nei territori occupati e quella del
Sudafrica del razzismo boero, prima della vittoria di Mandela,
Balibar risponde che "io non credo che l'occupazione della
Palestina sia meno orribile dell'apartheid", e ai colleghi
israeliani che hanno mostrato "sconcerto" e
"indignazione" propone di impegnarsi concretamente per
sostenere le Università palestinesi, "poiché ogni dialogo,
anche quello accademico, ha come condizione il ristabilimento di
un minimo di uguaglianza fra le parti".
Il boicottaggio è un'arma pacifica, alla portata di tutti, non
rivolta contro le popolazioni civili (a differenza dell'embargo)
ma contro l'establishment politico, militare ed economico che
tiene sotto il tallone di ferro milioni di persone. Un mezzo
attraverso il quale far sentire la nostra vicinanza alla
Resistenza palestinese e alla sua legittima lotta di liberazione
nazionale, ma anche alle forze democratiche, ai refusenik, a
quella parte di Israele che dice "signornò" alla
violenza del regime di Ariel Sharon. Un modo di acquistare
intelligente, in antitesi al modello produci-consuma-crepa.
http://www.manifestazione.biz/4ottobre/appelli/actionforpeace.htm
Basta con l'occupazione israeliana! No al muro della vergogna! Due popoli e
due Stati per pace e giustizia in Medio Oriente!
4 ottobre a Roma per reclamare dalla UE una pace giusta in
Palestina-Israele
I governi dei nostri Paesi, che oggi sono riuniti nella Conferenza
intergovernativa, non hanno saputo ascoltare la nostra voce.
La strategia della guerra globale è stata adottata o subita dalla quasi
totalità delle Nazioni della parte più ricca del Pianeta.
Oggi chiediamo ai governi dell'Unione Europea di farsi promotori di pace e
di rifiutare la logica della violenza e delle armi.
Sappiamo che uno dei punti essenziali per sconfiggere la logica della
guerra è riuscire a costruire la pace in Medio Oriente, ponendo fine al
conflitto tra Israele e Palestina.
In Palestina il governo israeliano sta costruendo un vergognoso muro
dell'apartheid. Questo muro di cemento e filo spinato attraversa i
territori illegalmente occupati da Israele e costringe gran parte della
popolazione palestinese in veri e propri ghetti, negando loro i più
elementari diritti umani, sottraendo loro ulteriore terra e risorse. La
costruzione del muro, condannata dalla gran parte della comunità
internazionale, procede senza sosta e peggiora le condizioni di una
popolazione ai limiti della sopravvivenza per l'umiliante presenza dei
check point e dall'assedio economico-militare. Il 9 novembre, anniversario
della caduta del muro di Berlino, manifesteremo in tutta Europa contro il
muro israeliano, raccogliendo l'appello delle ong palestinesi.
Quest'assedio è anche politico. Il presidente democraticamente eletto dal
popolo palestinese, Yasser Arafat, non è riconosciuto da Israele ed è
apertamente minacciato di morte dal capo di quel governo. Sharon rifiuta
ogni proposta di tregua e continua nella scellerata politica degli
assassini politici mirati, che colpiscono indiscriminatamente anche la
popolazione civile, incluse donne e bambini, ed hanno il dichiarato scopo
di distruggere la classe dirigente palestinese e cancellare ogni autonomia
politica dell'Anp. Il governo israeliano straccia quotidianamente i diritti
umani ed il diritto internazionale. Le risoluzioni dell'Onu e le
Convenzioni di Ginevra sono totalmente disattese, le prigioni israeliane
sono piene di migliaia di prigionieri politici, tra cui centinaia di
bambini e adolescenti.
Mentre gli Stati Uniti sostengono attivamente l'economia e la politica di
guerra di quel Paese, l'Unione Europea si limita a vuote dichiarazioni
verbali ma non attua nessuna iniziativa che può portare alla pace.
Chiediamo che sia applicata la sospensione dell'accordo d'associazione
commerciale tra l'Unione Europea e Israele, già votata dal Parlamento
Europeo, per il mancato rispetto da parte israeliana delle clausole
sottoscritte. Questo accordo avvantaggia economicamente le esportazioni
d'Israele, costituite anche, malgrado il divieto dell'accordo, da prodotti
provenienti dalle colonie illegali presenti sui territori occupati.
Chiediamo che l'Europa si attivi, anche come parte del quartetto che
promuove la Road Map, per avviare un processo di pace e che ottenga l'invio
di una forza d'interposizione internazionale, sotto il comando Onu, per
promuovere una vera tregua al fine di salvaguardare la vita di migliaia di
civili innocenti in Palestina ed in Israele.
Soprattutto chiediamo che attui ogni sforzo per fermare la politica del
terrore del Governo Israeliano, che alimenta l'inaccettabile terrorismo
fondamentalista, causa di grandi sofferenze nella popolazione israeliana e
di ulteriore chiusura di quella società.
Come parte della società civile internazionale manteniamo la nostra
presenza nei territori occupati, le ong continuano ad operare a sostegno
dell'educazione, della salute e delle attività agricole di sussistenza
alimentare; rendiamo più forti i legami di amicizia e solidarietà con
palestinesi e israeliani contro l'occupazione, con quei giovani che
rifiutano il servizio militare; di sparare sui propri fratelli e sorelle;
con le donne in nero che da anni manifestano contro l'occupazione; con le
donne e gli uomini che da Israele portano nei territori solidarietà
concreta e messaggio di pace; migliaia di cittadine e cittadini del mondo
si sono avvicendati in quei luoghi, talvolta pagando prezzi altissimi:
alcuni pacifisti sono stati uccisi, altri feriti, imprigionati od espulsi
perché chiedevano giustizia e pace per il popolo palestinese.
L'Europa dei poteri è però immobile.
Manifestiamo il 4 ottobre perchè non vogliamo un'Europa legata al carro
armato della politica USA, perché l'Europa eserciti le sue responsabilità
in un'area che ci parla di una storia comune e di una pace necessaria,
perché vogliamo un Europa di pace e di diritti per tutti e tutte.
Prime adesioni: Movimento palestinese per la democrazia e la cultura, Ebrei
contro l'occupazione, Associazione per la pace, Donne in nero, FIOM,
Piattaforma delle ONG italiane per la Palestina, CGIL, Giovani Comunisti,
Rifondazione Comunista
Per adesioni inviare una e-mail a: Info.actionforpeace@tiscali.it
La Corte d'Israele: «Con il
loro no all'esercito, vogliono la fine dell'occupazione».
Il verdetto il 23
SVEVA HAERTTER *
«Riconosciamo che gli accusati sono moralmente ed
ideologicamente contrari all'idea di far parte di un
esercito che secondo le loro convinzioni commette
azioni immorali. Ma il loro rifiuto non deriva solo da
questo, anzi, forse in prima istanza deriva dal loro
desiderio di cambiare l'opinione pubblica, di
influenzare il comportamento di altri, causando infine
modifiche nelle politiche del governo e quindi la fine
dell'occupazione», ha detto il colonnello Levy, per
poi proseguire con complicate argomentazioni tese a
ribadire che la disobbedienza dei cinque è una
minaccia intollerabile. «Tutti devono far parte
dell'esercito e rischiare la vita per difendere il
paese. Qui non esiste servizio civile alternativo, ma
anche se esistesse, non sarebbe la giusta risposta a
questi cinque. Uguaglianza non significa solo che tutti
devono dare tre anni della propria vita, significa che
tutti devono correre lo stesso rischio». Ma cosa
rischiano le migliaia di ortodossi, esonerati dal
servizio militare, che ricevono sussidi per gli studi
religiosi?
Intanto un anno di vita i cinque lo hanno già dato. La
pena si conoscerà martedì e può arrivare fino ad
altri tre anni di carcere militare. Scontato
l'isolamento sociale e la penalizzazione per il futuro
lavorativo come conseguenza della scelta di rifiutare
la leva in un esercito di occupazione.
«Ci stanno punendo per aver pronunciato la parola o-c-c-u-p-a-z-i-o-n-e
e io la ripeto: occupazione, occupazione, occupazione»,
ha esclamatoMatan Kaminer: «È facile per un
diciottenne farsi esonerare usando sotterfugi. Molti lo
fanno. Abbiamo scelto la linea dura dicendo che
l'occupazione è un abominio morale che persone morali
non possono tollerare e che per questo rifiutiamo la
leva. Se la sincerità comporta la galera, ci resteremo
parecchio». «Diciamo una verità che la maggior parte
del pubblico non conosce o sceglie di non conoscere ed
è per questo che veniamo puniti. Commettono crimini di
guerra e si aspettano che noi restiamo in silenzio. Ma
non staremo zitti. Diremo parole chiare contro
l'occupazione, anche se ci costerà caro», ha ribadito
Haggai Matar.
«Al peggiorare dell'occupazione corrisponderà un
aumento del rifiuto» sono state le parole di Adam Maor,
riprese dal Tg israeliano del Canale 1. «Un
paese che opprime 3,5 milioni di persone e nega i loro
diritti umani fondamentali, non può che opprimere
anche i suoi cittadini». Shmri Tsameret ha aggiunto:
«La sentenza non mi spaventa. Questo tribunale fa
parte dell'esercito e l'esercito commette azioni
terribili ed immorali: manda i miei amici a rischiare
la vita a Netzarim ed Hebron, quando tutti sanno che
prima o poi questi insediamenti verranno abbandonati.
L'esercito causa la disperazione dei palestinesi, di
fatto è l'esercito che alleva i terroristi suicidi.
Ecco cos'è l'esercito, non è strano che un tribunale
militare abbia emesso una sentenza come questa». Poi
è toccato a Noam Bahat che ha ricordato che «è una
guerra fatta per scelta, non per sopravvivenza o per
autodifesa. Quindi è immorale per definizione.
Dobbiamo rifiutarla perché finirà solo quando la
gente smetterà di sostenerla».
Presidi di solidarietà ai Cinque si sono svolti
a Londra, Berlino e Roma, dove al sit-in convocato
dalla «Rete Ebrei contro l'Occupazione» nei pressi
dell'ambasciata israeliana hanno partecipato più di
cinquanta persone di persone. Non resta che farne altri
il 23 dicembre, giorno in cui si conoscerà la
condanna.
(* In base alla relazionedi Gush Shalom)
NON RESTA CHE BATTERSI CONTRO L'APARTHEID
LETTERA AGLI EBREI ITALIANI
Franco Lattes Fortini
In attesa che una ripubblicazione dei volumi consenta di ovviare a questa non
indifferente lacuna, «la rivista del manifesto» ristampa il testo apparso in
prima pagina sul «manifesto» del 24 maggio 1989.
Ogni giorno siamo informati della repressione israeliana contro la popolazione
palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato, come vuole chi la
guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle vite, alla cultura, le
abitazioni, le piantagioni e la memoria di quel popolo – nel medesimo tempo
– distrugge o deforma l’onore di Israele. In uno spazio che è quello di una
nostra regione, alla centinaia di uccisi, migliaia di feriti, decine di migliaia
di imprigionati – e al quotidiano sfruttamento della forza-lavoro palestinese,
settanta o centomila uomini – corrispondono decine di migliaia di giovani
militari e coloni israeliani che per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con
mogli, i figli e amici, dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare.
Anzi saranno indotti a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome di qualche
cinismo real-politico e di qualche delirio nazionale o mistico, diverso da
quelli che hanno coperto di ossari e monumenti l’Europa solo perché è
dispiegato nei luoghi della vita d’ogni giorno e con la manifesta complicità
dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso
e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire
di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che
quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d’ora un cibo
contaminato e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei loro e nostri
profeti stanno scritte parole che non sta a me ricordare.
Quell’assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle
mani dei palestinesi le pietre cadessero e – come auspicano i ‘falchi’ di
Israele – fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della
politica di distensione dell’Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza
militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte della
opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un’altra parte,
tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri
popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre.
Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo
è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla
violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina ideologica della
sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a
deridere i sentimenti di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i
nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello Stato di
Israele. E questo è anche l’esito di un ventennio di politica israeliana.
L’uso che questa ha fatto della Diaspora ha rovesciato, almeno in Italia, il
rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica, in confronto al 1967.
Credevano di essere più protetti e sono più esposti alla diffidenza e alla
ostilità.
Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica
israeliana ed ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione della sinistra
italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata di fomentare
sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più aiutato, quella
distinzione, a mantenerla. Sono molti a saper distinguere e anch’io ero di
quelli. Ma ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili tanto silenzio o
non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli amici degli ebrei
italiani? Coloro che, ebrei o amici degli ebrei – pochi o molti, noti o
oscuri, non importa – credono che la coscienza e la verità siano più
importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza di quelle
imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza,
scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare lo stipite
delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che nella notte l’Angelo
non lo riconosca; o invece trovino la forza di rifiutare complicità a chi
quotidianamente ne bagna la terra, che contro di lui grida. Né smentiscano a se
stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle di un esercito
inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno e giudicheranno.
E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato mi
permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che lo faccio per rendere
testimonianza della mia esistenza o del cognome di mio padre e della sua
discendenza da ebrei. Perché credo che il significato e il valore degli uomini
stia in quello che essi fanno di sé medesimi a partire dal proprio codice
genetico e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in destino. Mai come
su questo punto – che rifiuta ogni ‘voce del sangue’ e ogni valore al
passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente; sì che a partire da
questi siano giudicati – credo di sentirmi lontano da un punto capitale
dell’ebraismo o da quel che pare esserne manifestazione corrente.
In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati, amici
degli ebrei e dell’ebraismo, scrivo queste parole a una estremità di
sconforto e speranza perché sono persuaso che il conflitto di Israele e di
Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per
l’indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo
bene. Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio
armato di una nazione, come la Francia agì in Algeria, gli Stati Uniti in
Vietnam o l’Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia
era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli
americani quelli del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli ebrei, ben
prima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri vasi sacri,
una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e
volontà. Non rammento quale sionista si era augurato che quella eccezionalità
scomparisse e lo Stato di Israele avesse, come ogni altro, i suoi ladri e le sue
prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il suo Libro è da sempre anche il
nostro, e così gli innumerevoli vivi e morti libri che ne sono discesi. È solo
paradossale retorica dire che ogni bandiera israeliana da nuovi occupanti
innalzata a ingiuria e trionfo sui tetti di un edificio da cui abbiano, con
moneta o minaccia, sloggiato arabi o palestinesi della città vecchia di
Gerusalemme, tocca alla interpretazione e alla vita di un verso di Dante o al
senso di una cadenza di Brahms?
La distinzione fra ebraismo e stato d’Israele, che fino a ieri ci era potuta
parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse
proprio dall’assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere
meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di
Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti
politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte
almeno, quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.
Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono
e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va
perduta una parte dell’immenso deposito di verità e sapienza che, nella e per
la cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora,
dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle
persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana, Simone Weil,
ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso
aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza
per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una
memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra
vita e patria. Un poeta ha parlato del proscritto e del suo sguardo «che danna
un popolo intero intorno ad un patibolo»: ecco, intorno ai ghetti di Gaza e
Cisgiordania ogni giorno Israele rischia una condanna ben più grave di quelle
dell’Onu, un processo che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé, se non
vorrà ubriacarsi come già fece Babilonia.
La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazioni
palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di un
tesoro comune. Non c’è laggiù università o istituto di ricerca, non
biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di
compensare l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica
della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.
E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali
sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati dello
Tsahal, un’altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi.
Parlino, dunque.