FISICA/MENTE

 

 

Analisi di Barbara Spinelli

ORA L’EUROPA AIUTI I PACIFISTI ISRAELIANI

http://www.lastampa.it/_web/_P_VISTA/spinelli/archivio/spinelli031019.asp 

La Stampa  19 ottobre 2003

Dopo il voto unanime al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli europei che vogliono unirsi e contare nel mondo hanno due possibilità. Possono interpretare il voto sull’Iraq come una specie di penitenza per gli errori commessi da governi come Francia e Germania, e in tal caso avranno imparato una sola lezione dal passato: la potenza americana è a tal punto preponderante che l'Europa non può rendersi autonoma, pena la propria insignificanza. Tale è la nuova legge internazionale - così ragionano i teorici del presunto trionfo statunitense all'Onu - e ad essa occorre adattarsi se non si vuol fare la fine, abbastanza ridicola, di chi protesta contro il padre-tutore ma continua poi ad aver disperato bisogno che il padre distribuisca i frutti delle sue prestazioni belliche e del suo dominio globale.

Gli economisti e strateghi inglesi danno a chi si comporta in tal modo il nome di free rider: gli europei non sarebbero altro che individui che vogliono usufruire di una corsa gratis, rifiutando di contribuire all'esborso del costo del biglietto nella speranza che siano gli altri a pagare. Userebbero il mezzo di trasporto messo a disposizione dall’iperpotenza Usa - e i benefici che ne possono derivare - ma senza volerne pagare i costi: se l'America vince vincerà anche l'Europa, se perde perderanno tutti ma almeno l'Europa non avrà sacrificato né soldi né uomini. Quanto sia pericolosa questa visione lo si è visto nei giorni scorsi: Vladimir Putin, interessato a non esser disturbato in Cecenia, ha fatto di tutto perché il consenso dato dagli europei apparisse come un allineamento acritico al nuovo duopolio russo-americano. Presentandosi come mediatore tra il sovrano Usa e i piccoli riottosi sovrani d'Europa, il Cremlino ha ottenuto il silenzio dell'uno e degli altri su ciò che più gli sta a cuore: la presenza, sovranamente prevaricatrice, nel Caucaso.

La seconda possibilità, per l'Europa, è di considerare il voto all'Onu come una sconfitta di tutte le posizioni unilateraliste, di tutte le sovranità statali assolutizzate. Tutte hanno fatto fallimento negli ultimi tempi, compresa quella americana che nella sostanza può continuare a operare unilateralmente in Iraq, ma ormai in nome d’una risoluzione Onu.

L’America ha smesso di esser potenza iper-sovrana due volte, ultimamente. Una prima volta l'11 settembre, quando furono abbattute le Torri; una seconda volta nell’ultima guerra del Golfo: guerra fortunata nelle prime settimane, ma poi degenerata in guerriglia.
Oggi l'amministrazione è impantanata in un difficilissimo riordinamento dell'Iraq, che somiglia molto poco alle ricostruzioni postbelliche in Germania o Giappone. Non c'è a Baghdad un'amministrazione autonoma funzionante, non c'è un lento abituarsi alla pace civile e militare, ma c'è una guerra che continua e c'è una maggioranza sciita che ha salutato la caduta di Saddam ma che vuol ora liberarsi di quella che considera un'occupazione. La dottrina delle guerre preventive non esce vincente da quest’esperienza, ma gravemente malconcia: d'ora in poi l'America faticherà più che in passato a essere creduta, quando minaccerà di combattere i mali del mondo. La sua capacità di dissuasione è debilitata anziché consolidata, la sua vulnerabilità accresciuta anziché diminuita, ed è questa potenza inferma che gli europei hanno in realtà appoggiato all'Onu.

Questo significa però che i compiti cominciano ora, per gli europei che aspirano a unirsi. Proprio perché l'America è così debole, proprio perché le armi occidentali non sono percepite più come interamente credibili, proprio perché la dottrina preventiva Usa sta degenerando, occorre che gli europei si diano al più presto una difesa e una politica estera, capaci di prevenire davvero i pericoli. E questo in due modi: lavorando perché la possibilità d'una difesa europea sia contemplata nella costituzione, e perché tale difesa diventi non una somma di nazioni, non una somma di eserciti a disposizione delle strategie americane - come sembra volere il governo britannico - ma un'autentica unione che farà politica, che saprà organizzare militarmente quel che la Nato non sa più organizzare, e che prenderà decisioni a maggioranza, se necessario.

Ma è soprattutto in Medio Oriente che l'Europa deve far sentire la sua voce e la sua forza, fin d'ora, ed operare perché la debolezza statunitense non crei sconquassi. Dicono in molti che lo stallo è totale in questa zona ma una strada esiste, anche se tenue. C'è un accordo di pace informale, sottoscritto da leader dell'opposizione israeliana e da dirigenti palestinesi tutt’altro che marginali, che l'Europa potrebbe attivamente appoggiare. È il cosiddetto accordo di Ginevra, presentato domenica scorsa in Giordania dall’ex ministro della Giustizia israeliano Yossi Beilin e dall’ex ministro dell’Informazione palestinese Abed Rabbo.

Non è una proposta ufficiale, e il premier Sharon ha già liquidato l'accordo come un'impresa fraudolenta, vergognosa: condotta alle spalle del governo, d'intesa col nemico terrorista. Ma l'iniziativa ha l'appoggio di tutti coloro che aspirano a resuscitare un dialogo di pace, non solo a sinistra, ed è l'unica disponibile. Ha l'appoggio dell'ex candidato laburista alla presidenza del Consiglio Amram Mitzna e del deputato laburista Abraham Burg. Raccoglie il consenso degli scrittori David Grossmann e Amos Oz. È guardata con interesse da alcuni moderati del Likud.

Quanto ai palestinesi, la maggior parte dei firmatari è legata a Arafat o a Marwan Barghouti, fondatore delle milizie Tanzim-Fatah che hanno contribuito alla nascita della seconda Intifada. Il loro assenso significa che qualcosa si muove in Palestina, e che le parole di Sharon non sono vere: non sono inesistenti e non sono tutti adepti di Bin Laden, gli interlocutori palestinesi di chi voglia lottare contro il terrorismo e fare anche la pace, in Israele.

Le iniziative ufficiali e non ufficiali sono state molte, in passato. Ma questa presenta un vantaggio considerevole e assai innovativo, rispetto ad altre. Per la prima volta, i palestinesi che hanno firmato accettano l'esistenza di uno Stato israeliano a maggioranza ebraica, come nei progetti originari del sionismo, e fanno passi avanti sostanziali sulla questione che ha sin qui impedito ogni accordo: il diritto al ritorno dei profughi palestinesi che sono stati espulsi dalle terre su cui Israele costruì il suo Stato, nel '48-'49 (simile ritorno metterebbe fine a uno stato maggioritariamente ebraico). Alcune ambiguità permangono, perché il diritto non viene ufficialmente abbandonato: ma nell’articolo 7 e nell’opzione 4 dell'intesa di Ginevra il ritorno dei rifugiati è considerato possibile solo se Israele dà sovranamente il suo consenso.

La risoluzione 194 dell'Onu, che per decenni ha impedito la pace promettendo ai palestinesi un illusorio ritorno, viene di fatto superata. La Montagna dei templi passerebbe sotto sovranità palestinese, ma un'autorità internazionale ne assumerebbe il controllo. La maggior parte degli insediamenti israeliani verrebbe abbandonata (quasi del tutto in Cisgiordania, completamente a Gaza) ma lo Stato israeliano potrebbe mantenere una decina di cruciali colonie: circa 300 coloni resterebbero sotto la sua giurisdizione. In cambio, la Palestina riceverebbe porzioni di terra adiacenti la striscia di Gaza, nel Negev.

L'ordine e la pace in Medio Oriente dovevano essere uno dei principali risultati dell'operazione in Iraq, assieme alla democratizzazione del mondo arabo-musulmano. Proprio qui l'America si mostra più incapace, se non fallimentare: la guerra nel Golfo non solo ha moltiplicato l'antiamericanismo e il terrorismo mondiali (lo dimostrano le nuove minacce di Bin Laden, diffuse ieri) ma ha anche condotto alla paralisi le relazioni Israele-Palestina. L'Europa ha la possibilità, qui, di mostrare vera autonomia.

Autonomia non è mero capriccio di un figlio poco ubbidiente al padre-tutore. Non è il figlio che vuol diventare sovrano come ha tentato di esserlo il padre. Unica grande sconfitta è la sovranità assoluta degli Stati - in questa guerra irachena per metà vinta e per metà persa - e sconfitti sono coloro che hanno creduto o credono di poter fare da soli: senza osservare leggi internazionali superiori alla propria, senza tentare coalizioni di Stati veramente ampie, rappresentative. Sono sconfitti nel campo della guerra Bush e Blair. Sono sconfitti nel campo della pace Chirac e Schröder. Ed è sconfitto Sharon, in Israele. Questa potrebbe essere la conclusione cui giunge l'Europa, se non si limiterà a essere distruttrice di alleanze e vorrà divenire, invece, costruttrice di alleanze e coalizioni che operino al posto degli Stati sovrani.

Per questo è così importante che essa stringa oggi un'alleanza durevole con le forze di pace in Israele e Palestina. Svizzera e Giappone già appoggiano l'iniziativa di Ginevra. Il Consiglio europeo rappresentato dall’Italia potrebbe fare altrettanto, prendendo sul serio l'intesa Beilin-Rabbo e incontrando i suoi portavoce. È importante che l'Europa apra a questi possibili alleati, forte della riconciliazione con l'America. Autonomia per l'Unione europea non è né unilateralismo né corsa gratis, ma è la volontà di dare a se stessa una legge, un nòmos, che aiuti a rinvigorire la dissuasione militare degli occidentali e la credibilità delle coalizioni democratiche. Probabilmente ha ragione William Pfaff, editorialista sull’Herald Tribune: intervenire in Medio Oriente sostenendo le sue forze di conciliazione e di pace è oggi l'aiuto più autentico che l'Europa può dare non solo a se stessa, ma anche all'America.

 

Analisi  di Barbara Spinelli

TERRORISTI E PARTIGIANI

La Stampa  16 novembre 2003

   http://www.lastampa.it/_web/_P_VISTA/spinelli/archivio/spinelli031116.asp 

Dopo l’attacco alle due sinagoghe di Istanbul, dopo l’attacco di mercoledì alla caserma italiana di Nassiriya, dopo l’attacco a Riad dell’8 novembre: ormai è chiaro che gli insorti iracheni e i terroristi globali si muovono più o meno disordinatamente assieme, e hanno come obiettivo tre gruppi di paesi: l’America in prima linea, presente militarmente in Iraq, e accanto all’America Israele e l’Europa (i musulmani turchi sono assimilati agli europei).

Sono i kamikaze e le auto bomba a unificarli così, nella strage. Sono loro a volere e a imporre quest’uniformità di sentimenti, di orrore: un’uniformità che non distingue più una situazione dall’altra, che cancella le caratteristiche e le responsabilità dei singoli conflitti, che non lascia più spazio a chi vuol lavorare per la pace e ricominciare la politica, non solo in Europa ma anche in America e anche in Israele.

Non cedere al terrorismo significa forse questo, oggi: rifiutare l’uniformità suicida imposta dal terrorismo kamikaze, ogni volta che quest’uniformità cancella specifiche geografie, specifiche storie, responsabilità. Significa continuare a pensare, a dispetto di chi - suicidandosi terroristicamente - vorrebbe uccidere non solo il proprio pensiero ma anche il nostro. Significa rimeditare una cosa per volta, senza rinunciare a distinguere: la guerra contro il terrore e l’impossibilità di debellarlo per sempre; la guerra americana in Iraq e i modi per concluderla senza lasciar sfasciate troppe cose; la guerra di Israele e le prospettive d’un accordo con la Palestina. Il ministro israeliano Shalom non ha torto, quando parla a proposito dell’attentato in Turchia di una «minaccia terrorista mondiale». Ma sfugge alle responsabilità nazionali, quando si limita a internazionalizzare il fenomeno e a cercare risposte solo globali.

Per tentare di capire si può cominciare dall’Italia, così gravemente colpita. Se davvero si vuol rendere omaggio al sacrificio dei carabinieri e dei soldati a Nassiriya, occorrerà molto più di una solenne cerimonia funebre, e del dolore collettivo che vi si esprimerà. Se è vero che il dolore apre la strada alla sapienza, come da tempi immemorabili ci dicono i tragici greci, occorrerà anche una rivoluzione delle parole, una meditazione sul loro senso effettivo, un rapporto più stretto fra quel che si fa, quel che si sente, quel che si vede, e quel che si dice.

Questo rapporto è stato fin qui sregolato, se non inesistente. E’ ancora labile, dopo l’eccidio di Nassiriya. Si cerca ancora rifugio in eufemismi, che imbelliscono e deformano la verità della guerra che i coalizzati combattono sotto guida americana. Si parla ancora di soldati di pace, per la pace. Si parla di un drappello di kamikaze estranei al territorio iracheno, nell’illusione di poter de-territorializzare quella che è una guerriglia locale condotta con vari metodi, tra cui il terrorismo. Ci si nasconde dietro parole imprecise, ed è proprio l’imprecisione che impedisce al dolore collettivo di generare la sapienza di quel che veramente accade, di quel che ci aspetta, di quel che è possibile fare, con le armi e la politica e la ragione.

Il principale errore lo compiamo quando globalizziamo tutto quello che facciamo sui singoli teatri di guerra - Iraq e Afghanistan per i coalizzati, Palestina per Israele - e quando globalizziamo anche tutto quel che fanno gli avversari (siano essi resistenti o terroristi). La nostra lotta non è contro le varie forze di resistenza e contro l'uso che esse fanno del terrore suicida, ma contro un anonimo, indecifrabile terrorismo mondializzato: questo generalmente dicono i dirigenti Usa e molti dirigenti europei o israeliani. E anche l'avversario viene defraudato per questa via del suo territorio e immaginato come terrorista globale: privo di patria, di confini, di sostegni locali.

De-territorializzare la guerra è un espediente che può consolare in un primo momento, ma che rischia di divenire doppiamente micidiale. Micidiale è in primo luogo l’arroganza, che è alla base di una volontà così persistente di ignorare il tòpos, il luogo dove i soldati sono mandati: la terra irachena su cui si combatte diventa il mondo, e perfino il nostro mondo. Il ministro della Difesa Martino ha addirittura visto, in Iraq, il «nostro Ground Zero»: come se l’attacco bellico di Nassiriya fosse avvenuto in casa nostra, e non in casa d’altri. Come se il mondo su cui interveniamo fosse ormai nostro: è quel che succede nelle utopie, che per definizione son prive di tòpos.

Ma micidiale è anche la debolezza, che si dissimula dietro la presunta mondializzazione delle minacce: trasfigurando l’avversario bellico in terrorista globale, negando qualsiasi suo legame con il territorio e il tessuto dell’Iraq, apparirà meno vistoso il fatto che sono gli americani e i coalizzati ad aver perso - se mai l’hanno avuto - il controllo del territorio. Constatare l'esistenza d’un «male mondiale» ha senso, perché tutti siamo implicati. Ma è anche una menzogna, che singolarmente coniuga un'estrema volontà di potenza e un'estrema dimostrazione di impotenza.

Contro chi combattiamo, e per che cosa e per chi? Prima o poi varrà la pena rispondere a queste domande, senza rifugiarsi in parole che falsificano le concrete esperienze sul fronte. Contro chi combattiamo in Iraq: sono terroristi, certo, perché i loro metodi lo sono. Colpiscono non solo gli uomini in uniforme ma anche i civili, musulmani compresi. Ma sono terroristi che si organizzano e vedono se stessi come partigiani, guerriglieri, ed è troppo facile e astratto negar loro tale appellativo. Colin Powell li chiama insorti, non terroristi. Non sono privi di legami con il territorio, solo pochi sono adepti di Bin Laden, e per questo sono così pericolosi. La guerra americana in Iraq voleva instaurare una democrazia-modello nel Golfo (son spariti gli accenni alle armi di distruzione) e ha finito col favorire un'alleanza mortifera fra terrorismo internazionale, fedeli di Saddam, nazionalisti anti-Saddam, sciiti radicali temporaneamente associati ai sunniti.

Conviene leggere l’inchiesta pubblicata sul Guardian del 13 ottobre da Saki Chehab, libanese d'origine palestinese, che ha contattato molti resistenti-terroristi: gli insorti non sono tutti fedeli a Saddam, né sono subito liquidabili come emissari di Al Qaeda. La maggior parte di essi sono nazionalisti, che non sopportano le truppe americane e che spesso sono passati alla resistenza perché offesi dal modo di comportarsi, irrispettoso, violento, dei soldati Usa. I fedeli di Saddam si mobilitano perché hanno perso il potere, i nazionalisti perché vogliono indipendenza e sicurezza, gli integralisti perché sognano un Islam politico: «Quel che più mi ha colpito - scrive Chehab - è la forza del loro proposito unitario: liberare l'Iraq dagli occupanti. Quelli che ho visto non erano residui del partito Baath. Essi biasimavano anzi Saddam, per aver portato gli americani in Iraq. Assicuravano addirittura che la cattura di Saddam avrebbe definitivamente rotto il legame tra quest'ultimo e i movimenti di resistenza. Si definivano nazionalisti».

La forza di tali propositi è stata sottovalutata da Washington, che solo ora vorrebbe cambiar rotta e anticipare al giugno 2004 il passaggio dei poteri a un governo iracheno. I carabinieri italiani per parte loro lo sapevano: per questo e non per ingenua cecità si erano insediati nel cuore di Nassiriya, sapendo che compito prioritario degli occupanti era conquistare la fiducia d’un popolo fiero della sua indipendenza, dunque suscettibile. Per questo tanti italiani sono contrari a un ritiro, pur avversando la guerra: quel modo di esser presenti in Iraq, per cui i carabinieri sono morti, deve servire da esempio e preparare un'uscita non catastrofica dal conflitto.

L’altra questione è: per cosa combattiamo e per chi. E’ stato detto che combattiamo ormai in nome di un’unica comunità, che va dagli Stati Uniti a Israele passando per l'Europa. E in effetti questa comunità c'è: è stata creata dal terrorismo. Ma è una comunità di responsabilità e di doveri, e non ancora di convinzioni. Il governo israeliano non potrà evitare di far la sua parte, combattendo il terrorismo ma anche capendo le sue origini e facendo le «dolorose concessioni» di cui ha parlato Sharon: abbandonare territori e colonie è la più urgente delle concessioni e indebolisce l’energia degli attentatori. Il governo Usa non potrà fare a meno di meditare su una guerra che ha abbattuto Saddam ma fortificato il terrorismo.

Una guerra che forse poteva essere evitata con la forza dissuasiva dell'armata Usa nel Golfo, se è vero quello che ha scritto James Risen sul New York Times del 5 novembre: Saddam era pronto a cedere su tutto, pur di evitare l'offensiva. Era pronto a far entrare ispettori americani, a consegnare un uomo implicato nell'11 settembre, a convocare entro due anni elezioni libere controllate internazionalmente. Forse era un bluff, ma nessuno può dire con certezza che lo fosse.

Quanto all’Europa, essa sarà chiamata a escogitare una politica più efficace di quella americana, se non vuole limitarsi a denunciare l’alleato in difficoltà. Sul Corriere della Sera, Stefano Folli ha invocato una «comunità sovrannazionale di valori» - tra Europa, Usa, Israele - che di fatto non esiste ancora, se non nel mirino terrorista. Nelle comunità sovrannazionali ognuno rinuncia a un pezzo consistente della propria sovranità, e questo non è accaduto tra Usa Europa e Israele.

Ognuno agisce unilateralmente, ed è solo il terrorismo a unirci, non nell’azione dei governi ma nel dolore e nel patimento di quei poveri carabinieri e turchi ed ebrei e arabi che abbiamo visto insanguinati a Nassiriya, a Istanbul, a Riad. Il terrorista suicida non considera se stesso come terrorista. Si considera un partigiano, reso forte dalla fusione tra religione e nazionalismo. Avere un vocabolario meno semplificato può aiutare a capire un po’ il mondo che abita lui, e che abitiamo noi.

 

Un po' di speranza!

 http://www.arci.it/Scripts/vedianche.exe?Id=812 

 

 Più di trecento pacifisti israeliani rompono il blocco e vanno a Ramallah, insieme ai palestinesi e ad Arafat.  

 

Il 2  Febbraio a Tel Aviv avrebbe dovuto esserci una manifestazione indetta da diversi gruppi pacifisti israeliani, la polizia  l'ha vietata. Passato il primo momento di incertezza, alcuni gruppi pacifisti  tra i quali Tay'ush  (convivenza in arabo), un gruppo che si è formato in questa seconda Intifadah e che organizza aiuti per la popolazione palestinese, assediata e prigioniera all'interno dei villaggi, e sopratutto ha condotto una campagna per impedire l'evacuazione di contadini nelle vicinanze  di  Hebron, hanno deciso di rinviare la manifestazione alla prossima settimana  sfidando  un altro divieto dell'esercito e della polizia: recarsi a Ramallah nell'area  dell'autonomia palestinese, incontrare Arafat e le organizzazioni palestinesi.

- Sembrava una cosa impossibile. Come riuscire a passare il check point in tanti  israeliani?  Altri  in queste ultime settimane erano riusciti ad entrare a Ramallah, da Shulamit Aloni figura storica nella sinistra israeliana ad un gruppo di giornalisti guidati da Uri Avneri, ma erano piccoli gruppi o individui che erano riusciti a passare le maglie del controllo percorrendo strade e stradine interne o con auto targate stampa.

-  Questa volta non si trattava  di "personalità" ma di "movimento". Da qualche giorno si era in contatto con i  rappresentanti di alcuni villaggi intorno a Ramallah perchè non succedessero incidenti. La sera prima si era andati in perlustrazione al  check point di Kalandia mettendo in  conto (sbagliando in questo caso) che i soldati avrebbero impedito l'ingresso ai pacifisti israeliani , si voleva trovare un posto per manifestare che non fosse di ulteriore intralcio ai palestinesi. Il check point di Kalandia, è stato collocato all'altezza della strada che congiunge il nord della Cisgiordania con il Sud, impedendo cosi la cominicazione tra le diverse aree. E' un luogo di inferno dove ogni automobile palestinese viene controllata minuziosamente dai soldati israeliani e per fare 300 metri ci vogliono ore e ore di fila. Il più della gente lascia i trasporti auto e passa a piedi, spendendo cosi' il doppio, e osservi lunghe file di anziani, donne e uomini con bambini al braccio, vecchie contadine con borse enormi, vedi la fatica, il dolore, l'umiliazione dei giovani che vengono fermati malamente dai soldati, quando non gli si spara addosso. Ti chiedi come possano resistere e ti spieghi, pur non accettandolo, perché il giorno prima un palestinese impazzito dall'esasperazione in un litigio per eccesso di traffico e per il posto del parcheggio, avesse  accoltellato un altro palestinese provocando una reazione da parte degli Shabab del campo profughi di Kalandia che per vendetta hanno incendiato alcuni negozi della famiglia dell'accoltellatore. Una tragedia nella tragedia, il palestinese accoltellatore era un cristiano e i ragazzi della vendetta  musulmani. E'dovuto intervenire Arafat perché la questione non divenisse uno scontro religioso.

- Al mattino, il colorato gruppi di pacifisti è partito con un po' di ritardo, arrivati al check point in più di trecento, si è passati a piedi.  Soldati e polizia hanno cercato di fermare il gruppo: è vietato agli israeliani passare, infrangete la legge.  "Siamo tutti italiani",  dicevano ridendo giovani e non giovani, superando il check point. Nelle discussioni che ci sono state tra polizia e organizzatori  è stato minacciato che al rientro sarebbero stati tutti arrestati. Dall'altra parte intanto, gli Shabab del campo di Kalandia ci stavano aspettando con i trasporti  pronti per andare a Ramallah. Decine e decine di taxi collettivi, si sono diretti alla sede dell'autorità palestinese dove Arafat vive ormai  da mesi, imprigionato, con i carri armati in mezzo alla strada ad un centinaio di metri dalla sua finiestra.

- La commozione, l'esaltazione, il brivido di aver superato i divieti, erano straordinari, anche la paura: di essere arrivati nell'ignoto, di incappare in qualche attentato, di non sapere come i palestinesi avrebbero accolto una folla di israeliani, incontrare Arafat, salutargli dargli la mano, sorridergli, ascoltarlo. Cose  che possono apparire banali e invece sono radicate nel profondo anche da parte di chi ha scelto decisamente di stare con la pace giusta, o come dicono nei loro slogan "l'occupazione è violenza, l'occupazione uccide tutti, fine dell'occupazione".

- All' incontro con Arafat hanno parlato a nome di tutti una palestinese israeliana e un ebreo israeliano, strette di mano, abbracci, tutti commossi, anche i cinici, gli scettici e i critici di Arafat. Il presidente ha ringraziato, ha dato il benvenuto, augurato che finisca questa tragedia e i due popoli possano vive insieme in pace, Niv Gordon e Rose Amer a mano congiunte con Arafat hanno ribadito il loro impegno per la pace. Usciti  per la strada si sono recati verso i carri armati del loro esercito, per una manifestazione silenziosa e sono subito stati accolti da bombe suono e gas lacrimogeni. Bisognava andarsene, al Ministero dell'Educazione stavano aspettando i rappresentanti delle Associazioni Palestinesi. Nel frattempo avevo raggiunto le Donne Palestinesi che stavano manifestando nel centro di Ramallah attendendo l'arrivo dei pacifisti. Frustrazione i pacifisti non sono arrivati per disguidi e incomprensioni di luoghi. Mi chiama al telefono Gadi Elgazi uno dei leader di Tay'ush e professore universitario, dice  di raggiungerli al Ministero, quando arrivo Amira Hass, grande giornalista ma anche piena di ansie, mi aggredisce: "ecco vedi noi siamo arrivati ma dove sono i palestinesi", altrettanto aggressiva le rispondo che si è un po' disorganizzati, per esempio le donne palestinesi li stavano aspettando ad al Manara.  Poi ci abbracciamo, Amira è entusiasta, ci diciamo che è una giornata storica non solo per il movimento pacifista israeliano ma per la costruzione di relazioni con i palestinesi.

 Nel frattempo arrivano le donne palestinesi, tra loro Zahira Kamal, Islah Jad, Hanan, la figlia di Abu Jihad, Khaddura Fares, parlamentare palestinese e tanti e tante altre. Si succedono gli interventi, tutti consapevoli del momento straordinario e della nuova fase nelle relazioni. Tra gli israeliani vi sono molti ragazzi  che si sono rifiutati di servire nei territori occupati, molte donne della Coalizione per la pace, militanti di Gush Shalom, Yesh Gul, ma sopratutto una nuova generazione di arabi israeliani e ebrei israeliani;  lo fa notare  Zahira Kamal dicendo che questa nuovi volti le danno un po' di fiducia e che i palestinesi hanno bisogno di vedere che gli israeliani non sono solo la minaccia dei soldati o degli F16 o dei carri armati, cosi' come gli israeliani si possono rendere conto che i palestinesi hanno desiderio di pace e sono essere umani con tutte le loro sofferenze, grandezze e  meschinità. Ho parlato anch'io comossa come tutti, ho detto semplicemente di come erano stati bravi a passare il confine, di come ero felice di vederli insieme palestinesi e israeliani per me che da anni faccio la spola tra l'uno e l'altro, ma naturalmente non ho mancato di dire della responsabilità dell'Europa per il protrarsi dell'occupazione militare.

 Si torna a Tel-Aviv, si ripassa da Kalandia, battute feroci con i soldati, ma niente arresti. "E' fatta  -  dice Gadi ElGazi -abbiamo passato il confine, adesso dobbiamo continuare, è importante aver incontrato Arafat, ma ancora più importante per noi che siamo società civile avere incontrato i rappresentanti della società civile palestinese". Alla sera di Domenica mi telefona Mustapha Barghouti, sta lasciando Porto Alegre, è molto soddisfatto del posto che la questione palestinese ha avuto nel movimento. Dice che gli italiani hanno avuto un ruolo molto positivo, rispetto la convocazione del Forum a Gerusalemme. Gli racconto l'evento dei pacifisti israeliani,  restiamo d'accordo  di organizzare un incontro con loro per la Campagna della Missioni Civili per la protezione della Popolazione Palestinese. E' sbagliato nutrire qulache speranza?

- Purtroppo i tempi di crescita del movimento  sono più lenti dei bombardamenti di Sharon, fermare Sharon e la sua politica omicida e suicida è una responsabilità morale e politica, ma intanto i segnali che vengano dalla società israeliana sono sempre di più, il numero di soldati che si oppongono  alla brutalità e all'orrore dell'occupazione militare cresce di giorno in giorno, e  per una società militarista come quella israeliana che dall'interno dell'esercito si cominci a dire, mi rifiuto, è certamente un passo positivo e traumatico. La risposta dei quartieri generali è dura.  Non lasciamoli soli.

- Il 27 Febbraio in tanti, cittadine e cittadini europei, saremo davanti al Parlamento Europeo a Bruxelles per chiedere la fine dell'occupazione militare, la sospensione degli accordi di associazione con Israele e una presenza internazionale per la protezione della popolazione civile.


  numero  26  marzo 2002

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/26/26A20020309.html 

La causa palestinese

DIPLOMAZIA DAL BASSO
Giovanni Russo Spena  

 

Torno da Gerusalemme e dai territori occupati palestinesi.La delegazione di cui ho fatto parte si chiamava «Action For Peace» e aveva una composizione ricca e significativa, che andava dai movimenti pacifisti, a settori del movimento antiglobalizzazione, dalla Fiom e dalla Cgil a Rifondazione comunista.
Abbiamo tentato di dar vita ad una ‘rete’ pacifista che, avendo come assi la disobbedienza civile e la non violenza, costruisse azioni comuni sia con i palestinesi che con i pacifisti israeliani, azioni simboliche tese a ‘proteggere’ la popolazione palestinese, a rompere il suo isolamento internazionale, a far da ponte con le culture democratiche israeliane.
Abbiamo tentato, nella latitanza più assoluta di iniziativa dei governi europei, di praticare forme di diplomazie ‘dal basso’, trasformando noi stessi in informali ‘osservatori di pace’, anche per stimolare criticamente l’ineludibile iniziativa dei governi e delle Nazioni Unite.
Grande, infatti, è l’angoscia per l’inadeguatezza della mobilitazione. Vengono a maturazione i frutti avvelenati della ‘guerra infinita e globale’ di Bush, del nuovo maccartismo che è in atto. Sharon paragona Arafat a Bin Laden: la guerra contro il popolo palestinese diventa un episodio centrale della ‘guerra santa’ dell’Occidente contro il ‘terrorismo’. Se la ‘questione palestinese’ è trattata alla stregua del ‘terrorismo’, viene cancellata come problema politico; Sharon vuole ridurla a ‘questione militare’. Questa riduzione allude alla ‘soluzione finale’ del problema palestinese attraverso un’offensiva militare alimentata dalla ‘guerra globale’. Intanto, sul piano materiale, peggiorano quotidianamente le condizioni di vita delle donne e degli uomini palestinesi; sul piano diplomatico, il paradigma di Oslo non è più proponibile. La causa della pace non è separabile dalla giustizia e, quindi, dalla fine dell’illegittima occupazione militare israeliana dei territori palestinesi.
«Con la distruzione delle case di Rafah», ha detto il 14 gennaio a «l’Unità» Gabri Lavsky, portavoce di Peace Now, storico movimento pacifista israeliano, «il nostro governo ha perso ogni coscienza morale. Si è trattato di un crimine di guerra. In gioco – conclude Lavsky –è la stessa natura democratica di Israele. Perpetuare l’occupazione dei territori significa avviarsi verso un regime di polizia che tutto giustifica, anche gli abusi più ignobili, in nome dell’emergenza ‘terrorismo’».
La ‘nuova’ questione palestinese dopo l’11 settembre, infatti, mostra una dicotomia netta: o si arriverà, come progetta Sharon, alla ‘soluzione finale’, rimuovendo dalla storia il popolo palestinese; o, invece, si dovrà procedere a una radicale, difficilissima, decolonizzazione completa dei territori palestinesi. Una terza via, anche ad avviso dei nostri più attenti interlocutori palestinesi e della sinistra israeliana, proprio non c’è. Abbiamo avuto la netta sensazione, intellettiva, ma anche affettiva, che il conflitto tra palestinesi e israeliani sia lo scontro tra due movimenti storici che è giunto, in questa fase e contesto, a un punto decisivo di non ritorno. «Sharon» come scrive quella splendida figura di democratico israeliano che è Uri Avnery «è il prototipo del sionista». Contro la fermezza tradizionale e la resistenza eroica palestinese, non previste, peraltro, da Sharon, si staglia una forza impressionante: l’essenza ideologica, politica, militare del sionismo, il cui obiettivo ultimo è la trasformazione della «terra di Israele in uno stato ebraico omogeneo». È un dato che fa piazza pulita di ogni diplomatismo, di ogni politicismo, di ogni posizione ipocritamente equidistante: non si tratta di essere filo o anti israeliani (venendo magari tacciati, con grande superficialità e malafede, di antisemitismo), si tratta di mettere a fuoco gli elementi nuovi e gli sviluppi del piano del governo israeliano, perché essi attengono ad una nuova configurazione sociale e ad una nuova, più autoritaria dislocazione dei poteri statuali.
La ‘soluzione finale’ di Sharon si fonda, infatti, su punti ‘forti’, anche se non privi di contraddizioni. Ne ricordo solo i principali, tratti dall’inchiesta diretta sul campo:
una sofisticata riarticolazione del mercato del lavoro israeliano, anche facendo progressivamente a meno della forza lavoro palestinese, sostituita da immigrati asiatici, sudamericani, o anche da ebrei provenienti da paesi poveri, che occupano il ruolo di servi della gleba in una società e in una struttura produttiva sempre più gerarchizzate dentro la crisi della globalizzazione, della new economy (che è stato un volano formidabile per Israele), con il degrado impressionante dello Stato sociale; una stretta autoritaria impressionante che si chiude a tenaglia non solo contro i palestinesi, ma contro lo stesso Stato di diritto israeliano. I comunisti israeliani ne sono allarmati; così come i pacifisti israeliani e i nuovi movimenti – che ricollegano lotta per la pace, per l’autodeterminazione dei popoli, all’impegno comune con i palestinesi contro la distruzione punitiva delle loro case da parte dell’esercito israeliano, per una forma odiosa di punizione collettiva, e con l’impegno, molto aspro, a organizzare disobbedienza e diserzione all’interno dell’esercito di occupazione. Mi permetto di osservare che, analizzando il quadro israeliano, il punto grave di debolezza appare essere la mancata saldatura tra movimenti pacifisti e gli ancora esili movimenti antiglobalizzazione, sindacali e sociali, i quali ultimi sono in piazza in questo momento contro la crisi occupazionale e dello Stato sociale. La frammentazione e la ‘guerra tra poveri’ può innescare, anziché movimenti di massa democratici (come è necessario anche se difficile) ma pulsioni di stampo xenofobo: i laburisti israeliani rischiano oggi di rappresentare non il popolo ma le oligarchie produttive e i ceti medi intellettuali, mentre populismi e razzismi contrappongono lavoratori e disoccupati israeliani e palestinesi, in una logica di competizione, nella quale i sindacati svolgono una funzione che non ci è apparsa affatto positiva e lungimirante. La mancata saldatura dei movimenti è fattore preoccupante tanto più di fronte alla ristrutturazione sempre più etica ed autoritario dello Stato. È impressionante la fisicità materiale di interi quartieri in cui la laicità è considerata colpa, peccato, antiebraismo; è impressionante vedere l’esercito sempre più influenzato dai coloni. Vi è un segmento vasto e reazionario che sta ricostruendo, nella crisi di identità, il proprio blocco sociale attorno all’esercito di occupazione. La mutilazione della democrazia israeliana è sconcertante.
la politica di ‘fatti compiuti’ che il governo israeliano persegue nel più assoluto silenzio internazionale: 15 nuove colonie all’interno dei territori occupati (siamo, oggi, a 126 insediamenti, per un totale di 240 mila coloni). Silenzio anche sui 96 check points che fanno della Cisgiordania e di Gaza carceri a cielo aperto, sulla sottrazione della terra su cui si dovrebbe costruire lo Stato palestinese. Vengono espiantati dai carri armati migliaia di agrumeti e palmizi. «Noi palestinesi siamo le vittime di un popolo vittimizzato, ma non da noi», ci ha detto Azmi Bishara (parlamentare a cui è stata tolta l’immunità per aver criticato le politiche di occupazione dei territori da parte del governo israeliano). Bisogna vivere di persona un check point per capire cosa sia; bisogna abbatterlo simbolicamente insieme ai palestinesi per viverne il senso di liberazione: il check point è una rete che ingabbia un popolo, che ne spezza i flussi di vita e di lavoro, che lo costringe all’umiliazione di fronte all’isteria di potere arrogante che distrugge la dignità delle persone in nome di una ossessione sicuritaria, peraltro inefficace. È una vita trasformata in lotta per la sopravvivenza quotidiana in un inferno, come ci hanno spiegato con acume e sofferenza soprattutto le donne palestinesi. Ci hanno parlato di lunghi, interminabili giorni trascorsi nella preoccupazione per la sopravvivenza quotidiana dei propri uomini, delle figlie, dei figli. Parlare di politica di pace senza retorica significa, oggi, innanzitutto, lavorare per una Palestina senza check points, puntando a una radicale opera di decolonizzazione.

http://www.gazzella-onlus.com/a024.html 

Tabula rasa a Hebron L'esercito israeliano con due tonnellate di esplosivo fa saltare il Muqata.

Tra le macerie potrebbero esserci tutti gli agenti dell'Anp (una quindicina) che hanno resistito fino all'ultimo. I carri armati fanno fuoco: assassinati un bambino di 12 anni a Faraa (Jenin) e una donna a Gaza. Israele blocca l'ingresso a 2.000 pacifisti e operatori umanitari. Espulse ieri due volontarie italiane di "Gazzella", il gruppo d'aiuto ai bambini palestinesi feriti

MI. GIO. GERUSALEMME

 

La vita palestinese non vale davvero niente dopo il discorso di George Bush che ha dato carta bianca al governo israeliano. La rioccupazione della Cisgiordania e' lecita, la repressione e' legittima, i rastrellamenti legali. E non turbano le capitali occidentali le due tonnellate di esplosivo usate ieri all'alba dall'esercito israeliano per ridurre in pochi attimi un edificio storico come il Muqata di Hebron in un cumulo di macerie dove sotto potrebbero esserci i cadaveri di una quindicina di palestinesi - "terroristi" secondo il governo Sharon - che non volevano arrendersi alle forze di occupazione. Le ruspe dell'esercito ieri sera non avevano trovato ancora alcun cadavere. Il Muqata, 12mila metri quadrati, 350 stanze, fu costruito negli anni Trenta dalla Gran Bretagna che allora esercitava un mandato sulla Palestina. Dal 1948 la grande caserma di cemento passo- sotto il controllo della Giordania e, dal 1967, sotto quello di Israele che ne fece una delle principali prigioni in Cisgiordania. Nel 1997 il Muqata era passato all'Anp e ospitava i servizi di sicurezza e la guardia presidenziale "Forza 17".

A favore della scarcerazione dei refuzenik condannati al carcere militare - i soldati e ufficiali che si rifiutano di servire nei Territori Occupati - , ieri circa 300 israeliani hanno manifestato ad Atlit (Haifa), presso la prigione n.6. Nei giorni scorsi un ufficiale della riserva e leader dei refuzenik, David Zonshein, e' stato scarcerato su decisione dell'Alta Corte che ha accolto il ricorso contro il carcere militare.

 

E sono i bambini palestinesi a sfidare ogni giorno il coprifuoco imposto dalle forze di occupazione israeliane. Soprattutto a Jenin e Nablus. I soldati non esitano a sparare contro di loro. Ieri Mohammed Mubarak, 12 anni, e' stato centrato in pieno petto dai colpi sparati da reparti israeliani entrati nel campo profughi di Faraa (Jenin) per mettere fine ai lanci di sassi dei ragazzini palestinesi. I Merkava impenetrabili, potenti, invincibili - "i migliori carri armati al mondo" ripetoono le industrie militari israeliane ormai alla versione n.5 del mezzo corazzato - non si lasciano impressionare dai sassi dei bambini palestinesi. In otto giorni sono stati uccisi sei bambini per "violazioni del coprifuoco". Ieri e' stata uccisa anche una donna palestinese (il marito e' rimasto ferito in modo grave) da raffiche di mitragliatrice pesante sparate dai mezzi corazzati israeliani contro la cittadina di Deir Al-Balah, al centro della Striscia di Gaza. La donna si trovava in casa quando e' stata colpita. Un'altra vittima innocente di fronte all'indifferenza del mondo.

******

 

A proposito di bambini, sono stati bloccati ieri per dodici ore all'aeroporto di Tel Aviv e espulsi col primo volo per l'Italia Edoardo Cicchetti e Silvia Gallerano, soci dell'onlus Gazzella, una rete di solidarieta' e aiuto ai bimbi palestinesi feriti nella Striscia di Gaza. Avevano con se' le credenziali che li accreditavano quali membri della delegazione - una parte della quale qualche giorno prima aveva gia' raggiunto regolarmente Gaza - delle famiglie italiane che da due anni hanno adottato a distanza centinaia di bambini palestinesi feriti. Dovevano contattare, come fanno periodicamente, le famiglie dei campi profughi di Jabalia, Khan Younis, Rafah per avere notizie delle condizioni di salute dei bambini e trasmettergli il piccolo aiuto economico che le famiglie italiane gli avevano affidato. Inutilmente le autorita' consolari italiane di Tel Aviv hanno garantito l'obiettivo della delegazione; e' stato anche offerto alle autorita' israeliane di scortare i due fino a Gaza in modo da accertarsi che, strada facendo non partecipassero a inesistenti manifestazioni pacifiste. Le autorita' di frontiera israeliane sono state irremovibili; in teoria gli aiuti umanitari sono benvenuti, in pratica e' meglio tenere rinchiusi in uno stanzone per dodici ore gli "adottanti" e rimandarli a casa con un bel timbro di espulsione sul passaporto. Cosi' per qualche anno non aiuteranno i bambini palestinesi feriti. Intanto il ministro dell'interno israeliano Eli Yishai continua a negare l'accesso in Israele e nei Territori Occupati a pacifisti internazionali ed operatori umanitari. Oltre 2000 riportavano nelle scorse settimane i giornali israeliani. Nei giorni scorsi Yishai ha impedito l'arrivo a Gerusalemme ad oltre 300 italiani che dovevano partecipare alla "Catena umana della pace", la prima iniziativa presa insieme, negli ultimi due anni, da pacifisti israeliani e palestinesi. La scorsa notte erano bloccate all'aeroporto di Tel Aviv in attesa dell'espulsione le operatrici umanitarie italiane Ivana Nanni e Claudia Righini, dell'Ong "Terres Des Hommes", giunte con una lettera di incarico firmata dal Rappresentante della Commissione Europea nei territori palestinesi, Jean Breteche. Loro non hanno ottenuto alcuna assistenza dall'ambasciata italiana a Tel Aviv e dai rappresentanti dell'Ue. Le autorita' israeliane continuano a ripetere che i pacifisti e gli esperti dellee Ong verrebbero in realta' "a portare aiuto ai terroristi". Un'accusa gravissima, ma mai provata. Il silenzio dei governi occidentali e delle loro ambasciate su tutto cio- e' assoluto. Una domanda. Perche' l'Ue e il governo italiano continuano ad investire fondi in progetti umanitari e di sviluppo in Cisgiordania e Gaza che poi non hanno possibilita' di essere realizzati per l'ostruzionismo dell'occupante (che pure, secondo la Convenzione di Ginevra, deve garantire l'aiuto umanitario alle popolazioni sotto occupazione)?

 

http://www.altremappe.org/SindacoVenezia.htm 

Pacifiste veneziane respinte da Israele: intervento del sindaco

COMUNICATO STAMPA

 

Le autorità israeliane hanno respinto all'aeroporto di Tel Aviv vari gruppi di persone provenienti da diversi Paesi e diretti a Gerusalemme per partecipare alla "catena umana" organizzata da gruppi pacifisti israeliani e palestinesi per sabato 29 giugno.
Tra i quindici italiani bloccati e tenuti segregati per oltre 24 ore dalla polizia di frontiera, c'erano anche tre veneziane, Gloria Bertasi, Silvia Foffano, Alberta Buzzaccarin, rappresentanti delle associazioni cittadine, che fanno parte della delegazione del Comune di Venezia.
L'iniziativa, regolarmente autorizzata, è la prima manifestazione pacifista promossa unitariamente da esponenti della società civile palestinese e israeliana, sostenuta da parlamentari e da intellettuali israeliani.

 

Il sindaco di Venezia, Paolo Costa, ritenendo il forzato rimpatrio delle delegazioni italiane immotivato e ostile all'auspicato processo di pace, ha ringraziato l'Ambasciata per l'assistenza fornita ai cittadini italiani e ha chiesto al Governo italiano di esprimere una ferma protesta al Governo israeliano. La delegazione istituzionale veneziana, composta dalla presidente del Consiglio comunale, Mara Rumiz, dall'assessore comunale alla Pace, Paolo Cacciari, dalla presidente della Consulta delle donne, Mara Bianca, dalla responsabile del Centro Donna, Alberta Basaglia, ha comunque deciso di mantenere i propri impegni e partirà regolarmente mercoledì mattina per Israele.

Venezia 24 giugno 2002
-----------------------
Assessorato al Centro Pace Comune di Venezia


http://www.peacereporter.net/it/canali/culture/031124olioPalestina?caratteri=n 

Un olio che sa di pace

Palestina - Ana bahub lFalastina, ana bahub lFalastina, io amo la Palestina, io amo la Palestina. La voce quasi rotta dall’emozione. Stentava a crederlo. Eppure, era proprio questa la frase stampata sulla maglietta indossata con orgoglio da Iossi, un ragazzino israeliano di diciassette anni. Incredulo, Mahmud, un contadino palestinese di una quarantina d’anni di un villaggio nel nord della Palestina, Jama’in, situato accanto all’insediamento di Ariel. Huwwe yahudi, huwwe israili, lui è ebreo, lui è israeliano, continuava Mahmud, rivolgendosi alla madre settantenne, anche lei sorpresa ed emozionata per la presenza di un gruppo di circa cinquanta pacifisti israeliani, che, sabato scorso, avevano deciso di andare a raccogliere le olive nel nord della Palestina, di quello che, chissà, forse, un giorno, diventerà lo stato palestinese tanto sognato e tanto atteso.

Sono i pacifisti di Taayush, un gruppo misto di arabi ed ebrei israeliani, di Black Laundry, un’associazione di gay e lesbiche israeliani, di Yesh Gvul, l’associazione che appoggia i soldati israeliani che si rifiutano di “servire” nei Territori Occupati. Sono quelle donne e quegli uomini, quei ragazzi e quelle ragazze che, più di tutti gli altri israeliani, hanno capito il momento terribile che sia Israele sia la Palestina stanno vivendo in questo momento. Perché non sono solo i palestinesi sull’orlo del baratro, non sono solo i palestinesi che rischiano, forse come mai nella loro storia, di essere spazzati via dalla politica assurda e folle del governo Sharon. Anche Israele è vicino a quel baratro, perché non può che essere così per un paese che ha deliberatamente scelto la strada dell’apartheid per tre milioni di persone, che ha votato leggi razziste e discriminatorie per il venti per cento dei propri cittadini, che sta progressivamente smarrendo quei valori democratici di cui, da sempre, l’ebraismo mondiale si è fatto portavoce.

E sono proprio questi “traditori”, come Sharon chiama chi osa dissentire dalle scelte del suo governo, che dimostrano di amare Israele più di tutti gli altri, che con ostinazione combattono per evitare che il loro paese possa girare completamente le spalle alla democrazia e sprofondare in una spirale di autoritarismo, militarizzazione e progressiva cancellazione persino delle più elementari libertà individuali e collettive.

Iossi non era il solo “traditore” a portare una maglietta con una scritta così bella. Molte erano le bandiere palestinesi, da sole o accanto a quelle israeliane, stampate sulle magliette o sui pantaloncini che questa cinquantina di israeliani “di sinistra” indossavano per aiutare i palestinesi nella raccolta delle olive. Un gesto così semplice, eppure così difficile. Così normale, eppure così speciale. Sono, infatti, questi i mesi in cui si raccolgono le olive per produrre l’olio che darà il sostentamento a tante famiglie palestinesi. E sono proprio questi i mesi in cui molti coloni israeliani dimostrano le loro attitudini violente e razziste, cercando di impedire la raccolta con azioni di disturbo o vere e proprie spedizioni punitive contro i contadini, nel totale disinteresse dell’esercito israeliano, che si trova lì per difendere i coloni israeliani dalle aggressioni dei palestinesi, e mai viceversa. Ma non è solo questo il motivo che rende il gesto della raccolta delle olive così prezioso ed emozionante.

E’ la sensazione che, nonostante il muro che sta dividendo la Palestina in una serie di ghetti e di prigioni a cielo aperto, nonostante l’indiscriminata violenza dell’esercito israeliano, nonostante la vergognosa e cieca brutalità degli attentati kamikaze, nonostante il clima asfissiante ed opprimente che si respira qui, un episodio come questo possa ancora dare speranza, aprire uno squarcio di luce nel buio di questi anni, ricominciare a rendere fertile una terra divenuta arida per la tanta violenza e intolleranza.

E, allora, vengono quasi i brividi all’idea che poche persone, con le mani sporche di terra e le braccia graffiate dai rami degli olivi, possano controbilanciare quei poteri forti che stritolano, con i loro ingranaggi, anche il più piccolo segnale di pace.

E allora, chissà, forse si può anche provare ad alzare lo sguardo e a vedere lontano, sulle colline della Palestina, tra quegli oliveti che ancora non sono stati sequestrati per “motivi di sicurezza” dagli insediamenti in espansione, tra i teli di stoffa stesi sotto gli alberi per raccogliere le olive, nelle bottiglie che contengono l’olio prodotto, il germe di una pace che stenta a crescere, ma che non muore mai, che non morrà mai finché esisteranno persone disposte a rischiare in prima persone, a non obbedire agli ordini sbagliati dei propri superiori, a dissentire dall’opinione comune, e a scegliere la giustizia e la pace.

ottobre 2003
Arturo Marzano
Coordinatore dei progetti di UCODEP in Palestina


http://www.carta.org/campagne/pace/020114ebrei_pacifisti.htm 

[14.01.2002]  

Ebrei pacifisti

Noi che già da tempo ci sentiamo vicini ai pacifisti israeliani e palestinesi che si battono per rendere possibile una pace vera e giusta fra i loro popoli accogliamo la richiesta di uno dei gruppi più attivi, Gush Shalom, diretto da Uri Avnery, di divulgare anche in Europa e di firmare insieme a loro la lettera aperta che hanno indirizzato al Segretario di Stato Usa Colin Powell, con il loro punto di vista sulla situazione e sulle prospettive, nella speranza che anche dalle autorità europee venga un aiuto concreto e convinto a una soluzione pacifica e giusta del conflitto mediorientale.
Noi auspichiamo e chiediamo con forza questo intervento ai dirigenti dei paesi europei e all'Europa.
La lettera è stata scritta nei primi giorni di gennaio 2002 mentre Anthony
Zinni era in visita in Israele, ma riteniamo sia ancora attuale, sia perché la seconda parte della mediazione di Zinni deve iniziare tra pochi giorni, sia perché essa è comunque molto significativa dell'impegno politico, civile e morale di questo gruppo israeliano, che dovrebbe essere più conosciuto in Italia.
Illustrissimo Segretario di Stato, Il rappresentante degli Stati Uniti, Anthony Zinni, ha appena concluso la sua missione in Israele-Palestina per un ulteriore tentativo di mediare tra il governo israeliano e la leadership palestinese, missione che vedrà una seconda tappa il 17 gennaio. Noi firmatari di questo messaggio, sostenitori dei movimenti impegnati per una pace in quell'area, affermiamo quanto segue:
1.Ci appare evidente che la soluzione del conflitto Mediorientale richiede assistenza esterna.
2.Tuttavia, apprezzeremmo un aiuto reale ed efficace, diverso dalla
partecipazione alle manipolazioni del Primo Ministro Sharon, che sono chiaramente finalizzate al sabotaggio dei negoziati ed a perpetuare lo spargimento di sangue.
3. La precedente visita di Zinni è stata seguita dai seguenti avvenimenti:
a) il Primo Ministro Sharon ha ordinato l'assassinio del comandante militare di Hamas con l'ovvio e prevedibile risultato di ulteriori, più gravi atti di rappresaglia. L'obbiettivo di Sharon, pienamente raggiunto, era di controbattere le pressioni per negoziati con l'Autorità Palestinese.
b) Come al solito, la responsabilità è stata attribuita all'Autorità Palestinese.
Gli USA si sono associati nell'accusare Arafat di insufficienti sforzi per fermare il terrorismo, mentre Sharon procedeva a distruggere gli strumenti di Arafat per esercitare il suo potere e la sua autorevolezza.
c) Il Primo Ministro Sharon ha promesso un suo impegno per la pace in cambio di un periodo di cessazione degli scontri. (Egli, insieme alla sua controparte estremista tra i Palestinesi, hanno facilmente fatto in modo che questo periodo non si verificasse). Zinni se ne è andato a mani vuote.
4. Siamo convinti che se gli Usa non cambiano la loro politica nei riguardi di Sharon, questo scenario si perpetuerà. Il Primo Ministro Sharon è evidentemente interessato a perpetuare l'occupazione della Palestina, che è alla radice del conflitto. Le sue dichiarate intenzioni di pace sono rese vane da anni di continue politiche di sopraffazione, quali la promozione di insediamenti, e la messa in atto di misure brutalmente oppressive contro i Palestinesi.
Come recente esempio, si voglia considerare l'arresto e i maltrattamenti subiti recentemente, dal Dr. Mustafa Barghouti, Presidente dell'Unione Palestinese dei Comitati di Soccorso Medico. Questo esempio mette in evidenza il fatto che sotto la pretesa di combattere il terrorismo, Sharon sopprime il diritto palestinese alla resistenza pacifica contro l'occupazione.
5. Le politiche di Sharon nei riguardi dei Palestinesi seguono due linee principali:
a) la distruzione dell'Autorità Palestinese (perché la sua esistenza lo rende vulnerabile alle pressioni internazionali verso i negoziati);
b) rendere la vita dei Palestinesi il più miserabile possibile.
6. Il rendere tre milioni di persone disperate e private di tutto non è un modo di combattere il terrorismo, ma piuttosto di promuoverlo. Sharon ha una lunga carriera in questo campo. Per esempio, gli estremisti Hezbollah sono stati i principali beneficiari della lunga ed insensata guerra in Libano, iniziata da Sharon.
7. Il portare alla disperazione tre milioni di Palestinesi è nell'interesse degli estremisti palestinesi ed israeliani (incluso il Primo Ministro Sharon). Tuttavia, queste politiche mettono in pericolo il futuro di entrambe le nazioni, e non dovrebbero esser sostenute da politici interessati alla stabilità.
Per fermare queste politiche, sono necessarie energiche misure da parte degli Stati uniti e della Comunità internazionale. La politica fatta di deboli suggerimenti al governo israeliano non ha avuto risultati, perché tali suggerimenti sono stati sempre ignorati da Sharon.
Auguriamo a Anthony Zinni successo nella sua missione di mediazione.
Con rispetto, Massimo Almagioni, Luca Baranelli, Anna Belgrado, Fiamma Bianchi Bandinelli, Andrea Billau, Marilla Boffito, Danilo Bruno, Paola Canarutto, Vincenzo Cottinelli, Gian Mario Cazzaniga, Bianca Dacomo Annoni, Marina Del Monte, Donne in Nero di Milano, Esther Fano, Carla Forti, Giorgio Forti, Alberto Gajano, Sergio Landucci, Piero Leodi, Michele Luzzati, Annalucia Messina, Alessandra Minerbi, Ferruccio Nobili, Lorenzo Paolino, Francesca Polito, Adriana Redaelli, Renata Sarfati, Silvio Sarfati, Stefano Sarfati Nahmad, Stefania Sinigaglia, Renato Solmi, Vincenzo Strambio de Castillia, Daniela Tagliaferri, Lorena Toffoletto, Tommaso Ulivieri, Milena Valli, Antonella Visintin, Ileana Zeppetella, Cesare Cases, Paolo Amati, Rolando Bianchi Bandinelli, Antonina Saba, Giovanna Baranelli, Luisa Baranelli, Costantino Cioni, Daniele De Amicis, Manfredi Di Nardo, Pucci Panzieri.

 

http://www.informationguerrilla.org/torture_scudi_umani.htm 

Torture, scudi umani, uccisioni indiscriminate, arresti in massa: prime
denunce dei pacifisti israeliani


B'TSELEM

(B'tselem è un'organizzazione pacifista israeliana impegnata sui
diritti umani e contro la tortura. In queste ore è impegnata a Jenin a
trattare sulle condizioni dei prigionieri palestinesi. Sito web:
www.btselem.org)



La situazione dei diritti umani nei territori occupati è peggiorata
enormemente con le ultime incursioni militari israeliane. Informazioni
dettagliate sono molto difficili poiché Israele ha impedito l'accesso alle
aree in cui l'esercito sta operando. (...).

Detenzioni e torture di massa

Sin dall'inizio dell'operazione «Muraglia di difesa» l'esercito israeliano
detiene migliaia di palestinesi nei territori occupati. Spesso gli arresti
di massa sono stati condotti secondo i criteri di età e di genere, così
molti palestinesi sono stati detenuti semplicemente perché erano presenti
laddove venivano effettuati gli arresti e non perché fossero sospettati. Il
5 aprile 2002, B'Tselem ha ricevuto informazioni da una fonte israeliana
sulle dure condizioni di detenzione e sull'uso della tortura durante gli
interrogatori nell'accampamento militare di Ofer, situato vicino Ramallah.

L'esercito ha emesso un ordine tassativo che nega ai detenuti il diritto di
incontrare dei legali. B'Tselem, insieme a tre altre organizzazioni per i
diritti umani israeliane, ha presentato una petizione urgente all'Alta corte
di giustizia di Israele chiedendo che ai detenuti venga permesso di
incontrarsi con i legali e che la corte vieti il ricorso alla forza fisica
contro di loro durante gli interrogatori. Il 7 aprile 2002, dopo una breve
udienza, la corte ha rigettato la petizione. (...)



Scudi umani e niente cure

L'8 marzo, intorno all'una del pomeriggio, sei soldati israeliani sono
entrati nella moschea di al-Baq nella città vecchia di Nablus, dove era
stata istituita una clinica di emergenza. Secondo le informazioni fornite a
B'Tselem dal dottor Zahara el-Wawi, medico di quella clinica, i soldati sono
entrati nella moschea con i fucili puntati alle spalle dei civili
palestinesi che sono stati costretti a marciare davanti ai soldati come
"scudi umani". I soldati hanno separato il personale medico dai pazienti,
perquisito i cadaveri e controllato l'identità dei pazienti feriti.Da molti
giorni a questa parte, B'Tselem sta ricevendo resoconti riguardanti l'uso di
civili palestinesi come scudi umani da parte dei soldati israeliani, oltre
all'impedimento del trasporto di persone ferite e la mancanza di
elettricità, acqua e forniture mediche nelle strutture ospedaliere. Questo è
un fenomeno che B'Tselem ha documentato nelle invasioni degli ultimi mesi
nelle città palestinesi.



Alcuni casi di uccisioni

(...) Gli episodi elencati rappresentano solo una piccolissima parte delle
violazioni dei diritti umani che vengono commesse nel West Bank. (...) Gran
parte delle informazioni riportate qui di seguito sono state raccolte al
telefono, poiché gli operatori sul campo sono impossibilitati a raggiungere
le vittime e i testimoni oculari per raccogliere testimonianze dirette. Le
informazioni sono state verificate nel massimo grado possibile date le
circostanze attuali. Il 10 aprile, alle 5:15 due residenti di Dura,
distretto di Hebron, Aref Mahmud Sayid Ahmad (33 anni) e Na'if Salem Sayd
Ahmad (32 anni) stavano tornando a casa dalle preghiere del mattino presso
una moschea della città. Quando si trovavano a dieci metri dalla casa di
`Aref Ahmad, da un elicottero è stato sparato un missile che ha ucciso
entrambi gli uomini. L'esplosione ha causato un incendio nella casa di 'Aref
Ahmad. Sua moglie e la figlia di 8 anni sono state ferite alla testa dallo
shrapnel. Faruq, fratello di Na'if Ahmad, è stato gravemente ferito a una
gamba. A causa del coprifuoco imposto alla città, è stato impossibile
mandare un'ambulanza. Questi si trovano ancora nella casa di Na'if Ahmad.

Taher `Abd a-Dudin (35 anni), residente a Dura e sofferente di un ritardo
mentale, ha lasciato ieri la sua casa alle 8 del mattino per comprare le
sigarette. Quando ha visto i soldati per la strada si è spaventato e ha
cominciato a scappare verso la sua casa. I soldati gli hanno sparato
uccidendolo. Il suo corpo è nel municipio di Dura.

Domenica 7 aprile 2002 alle 11 del mattino, sei soldati sono entrati in casa
di Nabil Nadim Nur a-Din (43 anni) nella città vecchia di Nablus e l'hanno
perquisita. Dopo la perquisizione i soldati hanno chiesto a Nur a-Din di
uscire in strada e di rimuovere gli ostacoli sul lato della strada. Egli si
è rifiutato, perché in quel momento erano in atto degli scontri a fuoco, e
ha detto ai soldati: «Anche se mi sparate, non uscirò in strada». In
risposta, uno dei soldati gli ha sparato. Poi i soldati hanno ordinato al
figlio di Nur a-Din, Ahmad, di sgomberare la strada. Ahmad è uscito di casa
con loro ma è riuscito a scappare. Ieri Nabil Nur a-Din è riuscito a
raggiungere l'ospedale Rafidia a Nablus, 9 aprile, dove è ancora in cura.
(Fonte: B'Tselem) Muhammad Abu Hatab (30 anni) è stato ucciso vicino il
campo profughi di Askar, nel distretto di Nablus il 5 aprile 2002. Il suo
corpo è rimasto in un campo aperto, a 5 metri dalla strada, visibile ai
soldati lì vicino. Un palestinese che aveva tentato di rimuovere il corpo è
stato preso dai soldati che poi lo hanno picchiato, gli hanno tolto i
vestiti e lo hanno portato via. Il 9 aprile alle 10.30 gli uomini della
Mezzaluna Rossa hanno tentato di rimuovere il corpo. I soldati gli hanno
sparato. Solo il 10 aprile, alle 17.30, l'esercito ha permesso la rimozione
del corpo. Domenica 7 aprile 2002, poco dopo le 21, sono stati sparati dei
colpi in direzione della casa della famiglia S., vicino il vecchio campo
profughi di 'Askar. Il capofamiglia, 65 anni, è rimasto ucciso e sua figlia
S. H. (32 anni) è stata colpita al petto da una pallottola. Solo lunedì
pomeriggio, dopo aver raggiunto un'intesa con l'esercito israeliano,
un'ambulanza della Mezzaluna Rossa è stata mandata sul posto per portare la
figlia in ospedale. Comunque i soldati hanno sparato all'ambulanza e hanno
ordinato al personale di allontanarsi. Ancora il 10 pomeriggio S. H. non è
stata portata all'ospedale. (Fonte: HaMoked - Center for the Defense of the
Individual) Hafez Mahmud Sabra (63 anni) è stato ucciso il 7 aprile 2002 nel
campo profughi di 'Askar nel distretto di Nablus. Alle ore 19 Sabra si è
recato nel suo cortile e ha porto una brocca d'acqua ai suoi vicini. Un
tank, situato a 300 metri dalla sua casa, gli ha sparato e lo ha ucciso. Uno
shrapnel ha colpito sua figlia Suna Hafez Mahmud Sabra (36 anni) che è
rimasta ferita alla schiena e alla testa. Lei si trovava in casa quando è
avvenuta la sparatoria. Poiché non viene permesso alle ambulanze di
circolare, la famiglia ha deciso di seppellire il padre in cortile. Solo
ieri sera, 9 aprile, Suna Sabra è riuscita a raggiungere l'ospedale Rafidia
dove ha ricevuto assistenza. (Fonte: B'Tselem)Giovedì 4 aprile 2002 c'erano
28 pazienti con insufficienza renale a Jenin impossibilitati a raggiungere
l'ospedale per sottoporsi a dialisi. I tentativi fatti dall'associazione per
i diritti civili in Israele di concordare il loro arrivo in ospedale sono
falliti. Solo domenica, dopo almeno quattro giorni senza dialisi, 4 pazienti
su 28 sono stati portati in ospedale. Le fonti nell'ospedale di Jenin, senza
elettricità, non sanno cosa sia successo agli altri 24 malati. Un veicolo
corazzato dell'esercito israeliano staziona davanti all'entrata
dell'ospedale, impedendo di entrare o uscire. (Fonte: Physicians for Human
Rights). Sette soldati israeliani pattugliano il villaggio di Sabastiya nel
distretto di Nablus una volta al giorno.

Negli ultimi giorni il pattugliamento è stato effettuato dallo stesso gruppo
di soldati che ogni giorno hanno scelto una abitazione a caso e hanno
lanciato al suo interno granate e bombe lacrimogene. Il 9 mentre sedevano a
un caffè vicino alle rovine storiche del villaggio, i soldati hanno fermato
i passanti e li hanno picchiati. B'Tselem ha fatto appello al portavoce
dell'esercito israeliano chiedendo di investigare questo caso. Non abbiamo
avuto risposta.

Il 4 aprile 2002, Ghania `Othman Khalil Kharameh (13 anni) è stata ferita
mentre si trovava nella sua casa nel quartiere di Ras Al `Ein a Nablus. I
proiettili l'hanno colpita al braccio e al petto. Solo sei giorni dopo è
stato possibile portarla in ospedale.

Che fine hanno fatto i detenuti?

Ci sono 1.000 detenuti che si trovano nell'accampamento militare di Ofer;
tra 1.000 e 1.500 nella prigione militare di Megiddo; 100 nella struttura di
detenzione di Salem aperta vicino Jenin e molte dozzine in strutture di
detenzione permanente nel West Bank. I detenuti rilasciati da Ofer hanno
riferito dure condizioni di trattamento. Tra le altre cose, hanno denunciato
cibo insufficiente, sovraffollamento, freddo, umiliazioni e percosse. Alcuni
dei detenuti sono costretti a dormire su tavole di legno. Con l'aumento del
numero dei detenuti, ciascuno ha uno spazio di 40 centimetri in cui dormire,
e alcuni non hanno neanche quello. L'esercito vieta ai detenuti incontri con
gli avvocati. E l'Alta corte di giustizia ha rigettato una petizione di
quattro organizzazioni per i diritti umani che chiedevano di entrare nel
campo militare di Ofer. (Fonte: HaMoked - Center for the Defense of the
Individual).

 

http://www.saveriani.bs.it/missioneoggi/arretrati/2003_05/riservisti.htm 

I RISERVISTI ISRAELIANI
FERMATE IL MASSACRO

YESH-GVUL

Yesh-Gvul ("C'è un limite!") è un gruppo di pacifisti israeliani che si batte contro l'occupazione, appoggiando i refusenik: ovvero i soldati disponibili a far servizio nell'Esercito, ma non nei territori.

 

   Qualsiasi operazione nei territori è out, fuori discussione. Come lo sono quelle al di qua della Linea Verde, in carceri speciali dove i palestinesi vengono trattenuti per periodi di sei mesi (rinnovabili), senza che sia stata loro formulata un'accusa. Dal 1982 - quando per la prima volta, durante l'invasione israeliana del Libano, ci si cominciò a chiedere che senso avesse quell'atto di "aggressione gratuita e futile" - il numero di refusenik ha continuato a salire: dai 168 soldati, incarcerati ripetutamente vent'anni fa, ai quasi 200 in occasione della prima Intifada nel 1987, ai mille di oggi.

L'APPELLO

Fermate il massacro! Ponete fine all'occupazione! L'occupazione genera terrorismo. L'occupazione militare è terrorismo.

   Quando ordinate o permettete esecuzioni extragiudiziali ("liquidazioni" in gergo militare), quando ordinate o permettete la demolizione di case abitate, quando fate fuoco sulla popolazione civile inerme o sulle sue abitazioni, quando sradicate frutteti, quando impedite gli approvvigionamenti di cibo o le cure mediche, state compiendo azioni definite dalle convenzioni internazionali (come la quarta Convenzione di Ginevra) e dalla stessa legge israeliana, crimini di guerra. Pensate che tali crimini siano giustificabili? Considerate giustificabile demolire case e distruggere le proprietà di intere famiglie? È giustificabile l'uccisione di bambini, donne, vecchi o, comunque, di civili inermi?
   Cosa sono questi territori "di sicurezza" che giustificano il ridurre alla fame interi villaggi e privare i malati delle cure mediche? Che genere di "sicurezza" può nascere dal coprifuoco e dall'assedio, dalla confisca delle terre, dall'impedire che la gente lavoro o studi, dall'umiliazione dei posti di blocco, dalle perquisizioni violente nelle case palestinesi?
   Ponete fine all'occupazione! Interrompete la catena di sangue! Ogni "liquidazione" (assassinio) prepara un atto terroristico. Il bambino che ferite oggi, sarà il terrorista di domani. Ponete fine all'occupazione. Fermate il massacro! Il mondo vi guarda.

 

  

Il governo di Ariel Sharon sta facendo il possibile per togliere visibilità a questa nuova forza: i tanti ufficiali da combattimento (da sergenti a maggiori) si vedono affidare un diverso incarico, e sempre più raramente finiscono dietro le sbarre. Eppure, la protesta cresce.
   Una via d'uscita dall'orrore di oggi sembra prendere sempre più corpo: alla sindrome "Uccidi e piangi", Yesh-Gvul ribatte con quest'altra, "Noi non uccidiamo, non piangiamo e non serviamo nei territori occupati".

© YESH-GVUL
www.yesh-gvul.org


http://www.casadellacultura.it/iniziative/materiali/048_pace_palestina.php 

"Cosa diavolo sta succedendo, qui?" 


Intervento di Jeff Halper
a cura di Valentina Anzoise

[Jeff Halper, docente di antropologia urbana alla Ben Gurion University e coordinatore del "Comitato Israeliano contro la demolizione delle case palestinesi]

Due le motivazioni principali che hanno spinto a questo incontro:vedere quali siano le concrete politiche del territorio nei Territori Occupati al di là di tutti gli accordi; raccogliere le storie di coloro che stanno lavorando a ricomporre il tessuto sociale e a costruire terreni comuni. C'è un tipo di diplomazia che procede su più binari, a più livelli, una multitracked diplomacy, che coordina tutti questi livelli di azione.

Oggi siamo in una situazione completamente diversa da quella precedente; quello che è successo a partire dall'invasione della Cisgiordania e soprattutto quello che è successo a Jenin a marzo e aprile, non segna solo l'inizio di un altro ciclo di violenze nel conflitto ma rappresenta ciò che Sharon crede sarà la fine del conflitto, la sconfitta definitiva dei palestinesi e la vittoria di Israele. Siamo in situazione molto più complicata, ora. Le possibilità per la costituzione di uno Stato Palestinese indipendente e sovrano sono oggi più ridotte.

Il concetto che sta alla base tanto per il Movimento Sionista, quanto per tutti i governi israeliani, è che Israele è un unico, ininterrotto paese che si estende dal Giordano fino al Mediterraneo; questo non è vero per tutto il popolo di Israele ma lo è certamente per i suoi leader.
Noi siamo abituati a parlare delle due parti del conflitto: israeliani e palestinesi, ma storicamente per Israele e per il Movimento Sionista anche prima della costituzione dello Stato di Israele non ci sono mai state due parti, ma solo la parte israeliana. Le radici di tutto ciò possono essere fatte risalire ad un tipo di nazionalismo, con caratteristiche tribali, nato nel XIX secolo nell'Europa Orientale, secondo il quale questa è un'unica terra, la terra di Israele e appartiene esclusivamente ad un popolo, ossia al popolo Ebraico.
I vari governi israeliani e il Movimento Sionista non hanno mai riconosciuto l'esistenza di un altro popolo in questo paese, di un popolo palestinese con una differente identità, storia e cultura, né tanto meno hanno riconosciuto il diritto alla terra e all'autodeterminazione.Da un lato c'è un "noi" che reclama, per diritto esclusivo, la terra e dall'altro c'è solamente un "problema arabo", una massa indifferenziata di persone.

Nel processo di pace ad Oslo Israele ha posto come pre-condizione per entrare in trattativa che i palestinesi firmassero un documento in cui si riconosceva lo Stato di Israele come parte legittima del Medio Oriente. Mentre Israele non ha riconosciuto la presenza di un popolo palestinese, e lo stesso Rabin ha sostenuto che riconoscere il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione, avrebbe comportato la costituzione di uno stato palestinese come sbocco inevitabile dei negoziati. Israele non voleva fare promesse di alcun tipo ed esserne vincolato , dal momento che non sapeva come si sarebbero chiusi i negoziati. Quindi, durante le trattative, piuttosto che riconoscere l'esistenza del popolo palestinese Israele scelse l'OLP come interlocutore legittimo.
Il problema per Israele diventa come controllare questo paese eliminando i palestinesi. Dal 1967 ha avuto la potenza e il potere per farlo. Ha investito miliardi di euro in infrastrutture per creare quella che io ho definito la "matrice di controllo": vi sono più di 200 insediamenti, al di là di quelli che erano i confini fino al 1967, dove vivono più di 400.000 israeliani, ha costruito dei by-pass, che collegano i territori occupati a quello che è Israele vero e proprio, un sistema di strade e autostrade, pagato dagli Usa,durante periodo di Oslo. I palestinesi si trovano in 200 isole, e coprono il 40% della Cisgiordania (grande come la Lombardia). Israele ha investito miliardi per incorporare la Cisgiordania e Gaza dentro Israele, perchè la Giudea e la Samaria sono il cuore di Israele e sono molto più centrali che non Tel Aviv.

A questo punto le ipotesi che si aprono sono:

- dare ai palestinesi la cittadinanza, costituire un unico paese, uno stato bi-nazionale, ipotesi questa in contrasto con l'idea originaria del sionismo,

- non dare la cittadinanza ai palestinesi, creando una situazione analoga a quella dell'apartheid in Sudafrica.

Se Israele seguisse la strada segnata dal Sudafrica, i palestinesi si troverebbero contenuti in tanti piccoli e distinti stati-isola: a quel punto non sarebbe più necessario né trattare né occuparsi di loro, formalmente l'esistenza di uno Stato palestinese sarebbe riconosciuta ma solo formalmente poiché la mancanza di una continuità territoriale ne impedirebbe la gestione, mentre Israele rimarrebbe un'unica nazione.
A che punto sono le cose adesso? Negli anni di Oslo leggevamo la mappa verticalmente
La Cisgiordania doveva essere il centro dello stato palestinese, e sotto esserci la piccola Gaza come una specie di appendice. Ai tempi di Oslo si tentava di capire come si potesse liberare abbastanza territorio in Cisgiorgdania perché ci potesse essere uno stato palestinese gestibile in quanto tale; le modalità individuate erano due: o la fine totale dell'occupazione israeliana, o almeno una sua riduzione al punto da permettere la costituzione di uno stato palestinese considerabile come tale.

Dall' invasione di marzo-aprile la situazione è cambiata completamente, la rioccupazione della Cisgiordania ha significato la distruzione di intere infrastrutture e dell'economia. La mappa, oggi, è da leggersi in senso opposto: Gaza, nell'idea israeliana diventerò il centro dello stato palestinese e la Cisgiordania un' appendice. Questo spiega perché Gaza non sia stata eccessivamente colpita. Israele ha bisogno di un posto dove relegare, "cacciare" l'autorità palestinese. Oggi la Cisgiordania è divisa in otto cantoni e Gaza in tre, ciascuno collegato orizzontalmente con Israele ma non verticalmente tra di loro. Israele consoliderà questi otto cantoni in tre o quattro perché risulti un'ipotesi credibile( non come fu per il Sudafrica).
Quindi ci sarà un cantone a nord intorno a Nablus, definito a est dal blocco di insediamenti nella valle del Giordano e a sud da quello che si chiama il blocco di Ariel. E' qui che si trova il muro, lungo più di 300 km, tre volte quello di Berlino e 2 metri più alto. Per costruirlo sono stati spesi 500 milioni di euro , ed è stato costruito 6 km all'interno della linea verde (confine), il che vuol dire che 100.000 palestinesi vivranno per sempre tra il confine e il muro, in una terra di nessuno, in un corridoio.
Il secondo cantone sarà intorno alla città di Ramallah, delimitato dagli insediamenti intorno al Giordano, e dal blocco Ariel e a sud dalla grande Gerusalemme, e avrebbe la funzione di tenere i palestinesi lontani da questa zona e soprattutto da Gerusalemme. Dal momento che metà dell'economia possibile palestinese si basa sul forte motore economico del turismo di Gerusalemme, questo significherebbe non solo separarli ma anche togliere loro delle possibilità economiche.
Il terzo cantone sarebbe a Sud intorno alla città di Hebron.

Il governo israeliano, sia i laburisti che il Likud, credono di aver vinto e che il conflitto sia finito, a Jenin pensano di aver distrutto la capacita dei palestinesi di resistere, a Ramallah di aver sconfitto la società civile palestinese (sono stati distrutti l' Ufficio del registro, banche, l'Accademia di Scienza) inoltre pensano di essere riusciti ad isolare l'autorità palestinese, a demonizzare Arafat e a neutralizzarlo, e quindi di essere riusciti a completare il lavoro iniziato più di 35 anni fa con gli insediamenti. Sono riusciti a chiudere i palestinesi in isole perché hanno il Congresso americano al 100% dietro di sé, ed è il Congresso che dice al Presidente cosa fare. L'Europa è assolutamente passiva e complice e non prenderà una posizione indipendente, infine le Nazioni Unite sono completamente neutralizzate, quindi Israele non vede la posizione palestinese, vede solo come USA, Europa e qualunque altra forza non si oppongono.

Ci sono tre forze oggi che stanno tra la sconfitta, e quindi la vittoria di un'occupazione, e la libertà dei palestinesi e direi anche degli israeliani e sono:
La strada, la gente come Jamal, che vive una situazione inconcepibile ma non ha ceduto, questa gente però è stanca e allora la domanda è: quanto ancora riuscirà a resistere contro uno degli eserciti più potenti del mondo?
La seconda forza è il movimento pacifista in Israele, non è grande ma è molto importante, ci sono molto gruppi (il Comitato Israeliano contro la demolizione delle case palestinesi, il Gruppo per la Pace delle donne israeliane, la Coalizione Donne per la Pace, il Centro di Informazione Alternativa, i rabbini per i diritti umani, e molti altri) e sono molto attivi, collaborano assieme israeliani e palestinesi, tuttavia non sono abbastanza forti per riuscire a vincere le elezioni.
La terza forza, cruciale, siete voi:la società civile internazionale, perché questa deve essere una battaglia come fu quella contro l'apartheid in Sudafrica. Non deve essere cioè visto come un problema locale, ma internazionale, per il Sudafrica divenne un problema universale perché l'idea stessa che uno Stato potesse essere fondato su basi razziali era un fatto che riguardava tutti.
Dobbiamo rendere internazionale la necessità di una soluzione per un popolo che oggigiorno è tenuto in prigione, in cui c'è un'occupazione che sta vincendo.
Questo è il motivo per cui tutti devono combattere contro questo apartheid, come fu per l'apartheid.

http://www.casadellacultura.it/iniziative/materiali/049_pace_palestina.php

""Cosa diavolo sta succedendo, qui?"
I
ntervento di Jamal Zakout
a cura di Valentina Anzoise

[Jamal Zakout, membro dell'Unione Democratica Palestinese e della Coalizione israelo-palestinese per la Pace]

Due le motivazioni principali che hanno spinto a questo incontro:vedere quali siano le concrete politiche del territorio nei Territori Occupati al di là di tutti gli accordi; raccogliere le storie di coloro che stanno lavorando a ricomporre il tessuto sociale e a costruire terreni comuni. C'è un tipo di diplomazia che procede su più binari, a più livelli, una multitracked diplomacy, che coordina tutti questi livelli di azione.

Il mio nome è Jamal Zakout e sono un membro dell'Unione Democratica Palestinese.
Nel 1948 i miei genitori sono stati costretti a andare a vivere a Gaza, sono nato in un campo per rifugiati, mi sono laureato, sono stato sei volte in prigione senza essere mai stato coinvolto in atti di violenza, sono uno dei fondatori della prima intifada, e per questo sono stato deportato. Rabin mi ha permesso di ritornare un mese prima della firma dell'accordo Gaza-Gerico, prima di Oslo. Più tardi sono stato personalmente coinvolto nell'attuazione del protocollo civile, non implementato, di Oslo.
Dal settembre 2000 sono tornato a far parte della leadership dell'Intifada, sono membro della Coalizione israelo-palestinese per la Pace che ha denunciato su tutti i giornali palestinesi il fatto che da entrambe le parti sia stata presa di mira la popolazione civile.

Vorrei ringraziare il mio amico Jeff, perché ha davvero analizzato quali erano i piani sul tavolo non solo di Sharon ma in parte anche di Barak. Vi ricordo che Barak ha rifiutato di implementare anche quello che era stato stabilito da Netanhyau, sebbene si fosse presentato come quello che avrebbe salvato il processo di pace, che il Likud nel nome di Nethanyau aveva distrutto. Ha esitato anche a nominare il gruppo che avrebbe preso parte ai negoziati per decidere infine di negoziare a quattrocchi con Arafat a Camp David.
Non commenterò se le offerte di Barak fossero generose o meno, dico solo che non si era ad un mercato orientale ma in una trattativa di pace che doveva essere basato su dei principi, il più importante dei quali era attuare le risoluzioni 242 e 338 dell' ONU e risolvere il problema dei rifugiati; vediamo poi qual era poi l'offerta di Barak. Barak ha cominciato a parlare di percentuali di ritiro dalla Cisgiordania, doveva essere dal 70 al 76% esclusa Gerusalemme ( 15%), il Giordano poi avrebbe dovuto essere preso in affitto da Israele per venti anni. Neanche un accenno al problema dei rifugiati.
In breve l'offerta fatta alle autorità palestinesi era di accettare una realtà creata con la forza in trent'anni; invece di fare delle trattative sulla base del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU, venne fatta un'offerta la cui accettazione avrebbe portato ad uno stato palestinese di cui non era garantita nemmeno l'integrità territoriale.
Robert Malley il principale consigliere di Clinton disse che il fallimento di Camp David era dovuto alla politica americana che stava perseguendo più le richieste israeliane che non il processo di pace.
Nell'arco di due settimane a Camp David, Barak ha incontrato Arafat solo per quindici minuti; comunque l'unica occasione di far avvicinare le due parti non è stata a Camp David ma dopo, a Taba, ma Barak era vicino alle elezioni e i suoi consiglieri gli dissero che poteva o concludere gli accordi a Taba o andare alle elezioni, lui stesso disse di non essere interessato a concludere nessun tipo di accordo, e quando tornò da Camp David dichiarò di essere stato lì solo per smascherare Arafat.

Se le persone che erano a Camp David e a Taba avessero avuto un mandato, forse l'accordo sarebbe stato concluso. Ecco perché fece rientrare il gruppo delle trattative da Taba due settimane prima delle elezioni e invece che concludere l'accordo con i palestinesi ne fece un altro, segreto, con Sharon. Dopo si parlò di seconda Intifada, ma quello che dico io è che si trattò di una risposta ad una decisa, pianificata e organizzata aggressione di Israele. Moshe Dayan due mesi prima di ritirarsi dal vertice del consiglio di Sicurezza Nazionale Israeliano dichiarò che era stato chiesto all'Esercito di preparare un piano militare anche prima di Camp David: quindi lo scenario dell'aggressione era già pronto.

Due giorni a Firenze ho conosciuto un ufficiale israeliano che faceva parte dell'unità di progettazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale;è da lui che ho saputo per la prima volta che i piani militari per occupare Betlemme erano pronti già dal 1998 e non dal giugno 2000. Quindi è chiaro che l'Intifada non è una risposta alla generosa offerta di Israele, perché l'aggressione era già pianificata.

La mappa che ha mostrato Jeff mostra quello che Sharon aveva dichiarato, ossia che questa è la continuazione della guerra di indipendenza del 1948 e nella mentalità della destra israeliana questo significa trasferimento di persone, distruzione di case, villaggi, città, trasferimento dei rifugiati che da mezzo milione che erano sono diventati 4 milioni.
Sharon sta pianificando di spazzare via il Movimento Nazionale Palestinese, quindi non solo l'OLP e non solo l'autorità palestinese, ma dal profondo delle piazze e delle strade palestinesi vi dico che non ci riuscirà.
Nonostante quello che io e Jeff possiamo dire Oslo rappresentava un passo in avanti ma Sharon, giunto al potere, ha cominciato a distruggere ogni possibilità di raggiungere un qualunque accordo di pace; colpendo l'economia, le infrastrutture dell'autorità palestinese e delle Ong palestinesi, per distruggere le possibilità di pace e alimentare quel sentimento di odio e violenza che nutre i suoi piani. Quando noi palestinesi condanniamo o facciamo pressione contro quelli che stanno attaccando la popolazione civile, lui fa salire la pressione, ad esempio quando ha odorato l'accordo con Hamas, ha commesso crimini a Gaza, a Ramallah e da altre parti. In quell'occasione c'è stata l'operazione in cui sono stati uccisi 17 civili, tra cui 11 bambini sotto i 12 anni, e ha dichiarato che quella era stata la migliore operazione dell'aviazione israeliana e ha fatto le sue congratulazioni.
Sharon è ben noto. E' "l'eroe" di Chabra e Chatila e di molti massacri prima e dopo. Ricorderò ai simpatizzanti del governo israeliano che nel 1982 in Israele 400.000 persone hanno dimostrato contro Sharon, che è stato riconosciuto dalle stesse autorità israeliane e da una commissione legale come uno dei responsabili di Chabra e Chatila. Non gli fu permesso di continuare ad essere ministro della difesa ma successivamente fu eletto Primo Ministro.
Io comunque accuso soprattutto Beni Lazar e Peres. Beni Lazar era quello che dava "le spallate" per Sharon e Peres era la lingua e la copertura di questa politica in tutto il mondo, all'improvviso si sono resi conto che non potevano continuare a fare quello che stavano facendo, e se ne sono tirati fuori, ma io dico che sono loro i responsabili principali della debolezza di quella parte di Israele che è per la pace. Spero che il partito laburista e tutte le altre coalizioni avranno il tempo di riabilitarsi per le prossime elezioni e che possano fare qualcosa di alternativo alla politica di Sharon, perché quello che ci aspetta è ben peggiore di quello che abbiamo dovuto affrontare fino ad ora.

Jeff ha detto che ci saranno 100.000 persone ad oriente del muro. Personalmente sono sicuro che se inizierà una guerra contro l'Iraq, allora quei 100.000, che io penso siano di più, verranno trasferiti ancora più ad est e ci sarà, in questo caso qui, una pulizia etnica e non solo un'inclusione di territorio.
Penso che la mia responsabilità di palestinese, come di qualunque altra persona, libera, in Israele o in qualunque altra parte del mondo, sia difendere la possibilità della pace.
Noi palestinesi sappiamo che non potremo ritornare nelle nostre terre con la forza o con una guerra, così come Israele non potrà mai sconfiggere i palestinesi con azioni militari o una guerra.
Una vera pace deve essere basata sulle risoluzioni delle Nazioni Unite e sul diritto internazionale, questa è l'unica possibilità per raggiungere una vera pace, noi ne siamo responsabili quindi non abbiamo solo il diritto, ma anche l'obbligo di difendere noi stessi, e la nostra resistenza allora, di qualunque tipo sia, è una resistenza legittima, ad eccezione del prendere come obiettivo i civili.
Non sarò un ostaggio della storia ma sarò un combattente per la libertà, la pace e il futuro e per raggiungere ciò è mio dovere impedire a questi soldati e a questi eserciti di ucciderci. Abbiamo il diritto all'autodifesa.

Vorrei dedicare un minuto alle bombe suicide in Israele. Penso che questo fenomeno sia un fallimento della comunità internazionale; perché, direte voi, saremmo responsabili se dei ragazzi palestinesi fanno parte di Hamas, diventano dei terroristi e vanno ad ammazzare civili? Io vi dico: domandatevi perché ragazzi di ventiquattro anni, istruiti o no, arrivano al punto che non trovano nessuna differenza tra il vivere e il morire.
Penso che questa sia una responsabilità internazionale, delle Nazioni Unite, dell'Europa e degli Usa, con tutti i gradi di differenza: il veto degli USA, il silenzio dell'Europa e la neutralità delle Nazioni Unite, "prigioniere" nel momento in cui rifiutano di mandare almeno degli osservatori. Si parla di occupazione, invasione, aggressione, legittima o no, ma in ogni caso i palestinesi non possono farcela da soli; il quantitativo di armi sofisticate a disposizione di Israele è in grado, non solo di vincere una guerra contro i palestinesi, e nemmeno solo contro tutti paesi arabi, ma contro tutti i paesi del Medio Oriente. In questa sede non mi metterò a dire qual è la politica di Hamas, perché sono anche io contro, sono contro il fatto che la religione venga usata così sia dai musulmani sia dagli ebrei, ma mi domando perché il 60 o 70 % dei palestinesi, della gente normale, sia a favore delle bombe suicide. Sono molto preoccupato per questo ma non per gli israeliani, ma per me stesso, per il mio futuro, per la mia democrazia, perché prima a sostenere gli attentati non c'era più del 5% della popolazione e ora invece siamo passati al 60-70%, e credo il motivo principale sia il sentimento di essere non protetti e la perdita di credibilità della comunità internazionale.

E' molto importante che vi siano gruppi italiani, o di altri paesi europei, che vengono a mostrare la loro solidarietà, tutto ciò è molto importante soprattutto per il nostro futuro, perché quello che Sharon sta tentando di fare è far credere ai palestinesi di essere isolati e di essere solo degli estremisti, e quindi spingerli a sostenere Hamas. Sharon sarebbe felice se Gaza diventasse una nuova Kandahar e Hamas fosse, non l'autorità ufficiale, ma il potere di fatto, nelle strade della striscia di Gaza.
Vorrei finire con una frase: l'occupazione deve finire. Deve finire l'occupazione di tutti i territori occupati nel 1967, nulla di più nulla di meno. Potrebbero esistere due stati, se venisse risolto anche il problema dei rifugiati e si avesse il diritto di vivere dove uno sceglie di vivere.
Edward Said, la cui casa esiste ancora, non ha il diritto di tornare mentre Libermann, che non è mai "appartenuto" a questa terra, ha il diritto di tornare, nonostante il fatto che la presenza di Edward Said potrebbe contribuire a sviluppare la civiltà all'interno di questa zona.
Sono totalmente d'accordo con Jeff quando dice che quando i palestinesi saranno liberi dall'occupazione lo saranno anche gli israeliani, perché mai un popolo, e non solo un governo, potrà essere libero finché occuperà un altro paese.
Vi ricordo che oggi 2 milioni di palestinesi sono sotto un coprifuoco permanente. Possono andare al mercato o all'ospedale solo con un permesso e solo per poche ore al giorno, penso che questa situazione non possa continuare senza esplodere. Il governo israeliano si sbaglia se pensa che se vincerà allora ii palestinesi saranno i perdenti e dovranno arrendersi e accettare tutte le condizioni israeliane. I palestinesi non si arrenderanno e ho paura che, non solo non saremo i perdenti ma, con questa formula, non ci sarà un vincitore e un perdente, perché siamo in una situazione in cui potranno esserci solo due perdenti o due vincitori, e noi preferiremmo due vincitori. Per questo abbiamo bisogno del vostro sostegno. Grazie.

 

http://www.casadellacultura.it/iniziative/confronti/003_opinioni_pubblico.php 

Chi non si rassegna: opinioni del pubblico
a cura di Valentina Anzoise

Gli interventi del professor Halper e di Jamal Zakout, anche vista la complessità degli argomenti trattati, hanno suscitato una notevole partecipazione e reazione da parte del pubblico; abbiamo quindi deciso di riportare le domande ma anche le osservazioni e le critiche che sono state fatte.

J
Jamal Zakout

1°intervento

Professor Halper, Lei non ha parlato degli attentati, questo significa che per lei queste azioni terroristiche non hanno influenzato il conflitto?
Qual è secondo la sua opinione, una soluzione possibile e realizzabile?

2°intervento
Quello da Lei presentato è un disegno in bianco e nero, dove il nero sta tutto dalla parte israeliana, senza distinguere tra laburisti e Likud, senza dare la possibilità di una prospettiva storica, per cui sembra che nessun governo israeliano abbia mai riconosciuto il problema palestinese quando invece lo stesso Moshe Dayan all'indomani della guerra dei sei giorni dichiarò che bisognava restituire immediatamente i territori.
Il Movimento sionista, ne facevo parte già trent'anni fa, parlava già allora del problema palestinese quindi dire che non sia mai esistito un dibattito all'interno del Movimento è assolutamente negabile.
Il solo parlare dei kamikaze sembra una presa di posizione a favore di Sharon; tuttavia nel momento in cui si parla dei territori palestinesi distrutti, sembra che gli israeliani siano solo dei guerrafondai e non si fa menzione del fatto che è in corso una guerra, un'intifada, nata all'indomani della proposta di pace negata dai palestinesi. Non sto sostenendo che la guerra sia stata condotta bene ma non menzionare questa questione rende imbarazzante pensare ad una soluzione che porti alla pace e non alla contrapposizione.

3°intervento
Raramente ho sentito parole del genere, non dico nella bocca della sinistra israeliana, ma nemmeno dell'OLP, di Al-Fatah, e forse nemmeno di Al-Qaeda.
Le inesattezze dette dal professore rispetto al passato mi ricordano la tecnica oratoria di Berlusconi, che racconta inesattezze per giustificare tutto quello che vuole fare e mette in bocca all'avversario cose che non si è mai sognato di dire.
Schierandosi in questo modo dalla parte dei palestinesi non si va verso la pace, perché posizioni così non avranno mai la possibilità di far presa né su Israele né sull'opinione pubblica internazionale.

4°intervento
Conosco questa storia da tanto tempo, sono stato cacciato da scuola per non contaminare gli ariani in Italia e riconosco nel discorso di Jeff Halper un quadro storico che nessuno può negare.
Ricorderò cosa diceva Jabotinsky, fondatore del Nazionalismo, ancora prima che Israele diventasse uno Stato:"gli arabi se ne devono andare, i giovani dimenticheranno e i vecchi moriranno. Israele è solo per noi", questa è un'idea condivisa da tanti dopo di lui e anche dallo stesso Ben Gurion, uno dei padri fondatori della Patria. Anzi direi che, forse per il poco tempo, non ha citato altre cose, come il ruolo delle religioni. Ci sono rabbini che dicono che rubare le olive ai palestinesi non è peccato perché la terra è di Israele, e tutto questo è documentato. Quindi trovo che il quadro dato sia oggettivo ed esatto.

Marianella Sclavi, coordinatrice dell'incontro

Ho inviato Jeff a tenere una lezione in Università oggi, forse alcune cose vi sembrerebbero più chiare se aveste visto i lucidi che ha mostrato. Gli israeliani arrivano con le ruspe per radere al suolo le case dei palestinesi, e loro si oppongono: sono pacifisti israeliani del Comitato di cui fa parte Jeff e pacifisti palestinesi, che insieme fanno resistenza passiva con il loro corpo. Le case vengono comunque distrutte, quindi raccolgono i soldi per ricostruirle, le ricostruiscono e poi vengono di nuovo distrutte.

Stefano Levi della Torre, scrittore e pittore, commentatore

Inizio dicendo che esprimo opinioni solo in nome di me stesso.
Ci sono alcune considerazioni da fare, anche in merito all'atteggiamento che deve avere una persona che sta "qui" rispetto ad un dramma che sta "là"?
Due sono gli atteggiamenti possibili: il primo è ritenere che non possiamo che aderire allo stato d'animo di quella gente che è ossessionata, arrabbiata e inferocita a causa di questa situazione, e questo è un atteggiamento molto comune.
Il secondo, quello che io condivido, è pensare che noi che siamo in terza fila abbiamo la responsabilità di rimanere lucidi e non assumere atteggiamenti da "curva" o da tifo.
Questo è il contributo che possiamo dare alla gente che sta là e che è esasperata.
Seconda considerazione: come molti israeliani Jeff ha tutto il diritto di essere unilaterale e di essere indignato rispetto alla politica del proprio governo, e del resto ci sono diverse articolazioni e critiche anche nei confronti delle autorità palestinesi.

L'importante è capire qual è il nostro atteggiamento. Per chi fosse filo-israeliano i palestinesi sarebbero solo dei terroristi e gli israeliani gente che soffre e che il proprio governo tenta di difendere; per chi fosse filo-palestinese i palestinesi sarebbero solo gente e gli israeliani apparati militari e politici che opprimono un popolo, ma i palestinesi non sono solo gente sono anche soggetti politici e militari che si stanno scontrando con altri soggetti politici e militari. Se non cominciamo con il riconoscere questo non ha senso parlare di Stato palestinese e di due popoli due Stati, che peraltro è, secondo me, l'unica soluzione possibile.
L'esposizione unilaterale del professor Halper mi è sembrata giusta e la mappa lucida e chiara, ne condivido la descrizione, infatti quello che si sta verificando è proprio la frantumazione delle possibilità di creazione a livello territoriale di uno Stato palestinese.
Dopodiché trovo che l'analisi del sionismo non sia stata corretta, all'interno del movimento ci sono anche sionisti di sinistra che hanno sempre osteggiato sia i laburisti sia il Likud.
A questo punto bisogna vedere se c'è uno squilibrio, in questo caso c'è ed è chiarissimo: Israele opprime i palestinesi, quindi c'è un popolo oppresso e un popolo oppressore, ma comunque resta il fatto che esiste un conflitto e due politiche. Israele è favorita dalla politica che ha preso piede adesso, anche perché la gente è esasperata dagli atti terroristici, ma è anche rilevante la crisi di governo che si è verificata, e l'uscita dei laburisti; significa che al suo interno ci sono anche posizioni differenti. Sono asimmetrie da riconoscere e non possiamo appoggiare l'uno o l'altro senza guardare le linee politiche di entrambi, questo significherebbe avere una mentalità staliniana per cui non ci si permette di criticare lo Stato-guida.
Quello che propongo è ancora un'indagine su noi stessi per capire che atteggiamento avere di fronte a questa situazione.

5°intervento
Nella sua presentazione Jeff Halper ha fatto delle critiche molto dure al proprio governo in relazione alla situazione attuale, qual è la sua opinione invece, sul suo governo, rispetto alla situazione attuale? 6
Lei signora ha fatto una domanda anche dopo il discorso del professor Halper. Una domanda sui kamikaze. Anche io sono d'accordo con lei rispetto ai kamikaze, ma le domando anche:cosa è nata prima l'occupazione o i kamikaze? Seconda domanda: come sapete Israele usa gli F-15, gli F-16 e i carri armati contro i campi profughi, Lei cosa consiglia ai palestinesi di fare per proteggere i loro figli, i loro campi e la loro terra?

 

http://www.casadellacultura.it/primo_piano/home/009_israele_palestina.php 

Costruire la pace
Intervista a Janiki Cingoli
di Marco Rolando

Nel momento in cui ogni prospettiva di pace nel conflitto israeliano palestinese sembra essere tramontata, c'è ancora chi ha il coraggio di sperare: è Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, da anni impegnato a favorire il dialogo tra i due popoli. In questa intervista, ecco le ragioni per credere ancora in una soluzione positiva.(*)

L'escalation di violenze tra israeliani e palestinesi sembra aver raggiunto ormai un punto di non ritorno, eppure la vostra associazione continua a sostenere che la maggioranza della popolazione di entrambe le parti è a favore della pace. Su cosa si basa questa opinione?

Per quanto riguarda Israele, sono stati effettuati sondaggi che mostrano una maggioranza della popolazione disposta al ritiro dai territori in cambio di sicurezza e pace. Da parte palestinese vale lo stesso discorso, anche se l'esaltazione è maggiore: parlando con queste persone capisci che sono in molti a pensare che così non si può andare avanti. Siamo di fronte, in sostanza, a un divario tra i gruppi più militarizzati e la popolazione quotidiana. Nel caso di Israele, questa forbice si esprime da un lato con la maggioranza che ha votato Sharon sulla base di una richiesta di sicurezza - anche se, va detto, il suo consenso è drasticamente diminuito - dall'altro con questa larga fascia di popolazione che si esprime a favore della pace. Questa doppia intenzione è un punto da tenere ben presente per costruire un movimento di pace forte.

Un intervento internazionale è invocato da più parti come unica via d'uscita dall'attuale crisi. Secondo lei quali dovrebbero essere le azioni più efficaci da intraprendere?

Un esempio viene da una notizia di oggi (29 aprile 2002, ndr): le pressioni americane insieme a quelle inglesi ed europee pare abbiano avuto come primo esito l'avvio del ritiro da Rammallah, forse anche da Betlemme, e la rimessa in libertà di Arafat, restituendogli la sua funzione negoziale. In cambio è stato chiesto che gli assassini del Ministro israeliano Zeevi e i responsabili dell'importazione di tonnellate di armi per mezzo di una nave, che erano uomini vicini ad Arafat, siano non solo condannati, ma anche messi sotto custodia con la vigilanza di uomini statunitensi e inglesi. Ciò ha fatto venire meno la richiesta di estradizione in Israele. Questo è un punto importante, anche se resta ancora da risolvere la crisi della Natività, dove ci sono ancora una trentina di terroristi coinvolti. Lì c'è da mettere fine a una doppia violazione. Come ha detto il Vaticano, costituisce una violazione che ci siano uomini armati dentro un luogo sacro ed è violazione che ci sia un assedio al di fuori di esso.

Secondo lei ci sono le condizioni per intervenire, oltre che a livello diplomatico, anche sul piano militare?

Noi siamo a favore di un intervento di Peace Enforcement, che è un'azione diversa rispetto a quella dei semplici osservatori internazionali. Se si dovesse arrivare a una tregua prolungata ci dovranno essere in giro uomini che provvedano a requisire le armi alle organizzazioni terroristiche palestinesi e a impedire azioni militari israeliane contro i civili palestinesi. Un po' la stessa azione che si è fatta in Kossovo. La capacità dell'ONU a intervenire attraverso stati delegati allo scopo è in questi casi molto rapidoae riesce a mettere in campo facilmente le forze.
Una cosa è che ci sia necessità, un'altra è che ci siano le condizioni. La prima c'è, ma le seconde occorre ancora farle maturare. Per far ciò, è importante non dilungarsi su un aspetto solo: la crisi è complessa e va affrontata contestualmente da tutti i punti di vista. Pensare che sia possibile mandare forze di sicurezza e imporre un tregua a parti che non la vogliono è un po' mitico: il rischio è quello di trovarsi in mezzo alle bombe degli uni e degli altri, come è successo in Somalia.

Il processo di pace va rilanciato su più livelli:
1. bisogna programmare un ritiro sulle posizioni iniziali delle forze israeliane;
2. proclamare con forza e convinzione la tregua;
3. proclamare con altrettanta forza da parte palestinese la sospensione dell'escalation terroristica, impedendo ai gruppi armati di agire;
4. contestualmente gli israeliani debbono dichiarare la sospensione di attività di killeraggio dei leader palestinesi della rivolta
.

Una volta avviato questo discorso di tregua, quindi creato un clima favorevole, può essere utile un'azione di osservatori non solo disarmati: questi sarebbero solo un mezzo tecnico, non il fine. Il fine è la tregua e il riavvio del processo negoziale. Non possiamo illuderci che la tregua possa reggere se non si rimette in moto il processo negoziale.

Quali sono i maggiori ostacoli alla ripresa dei negoziati di pace e come farvi fronte?

L'ostacolo maggiore è il fiume di sangue che è corso, che ha scavato odi, rancori e sfiducia profonda negli uni e negli altri. Per questo occorre studiare misure per restituire la fiducia, le cosiddette confidence building measures. Si dovrebbe iniziare attuando i piani Mitchell e Tenet, ritirando le forze israeliane ulle posizioni iniziali e provvedendo a bloccare totalmente gli insediamenti. Contemporaneamente, occorre avviare concretamente un'azione rivolta a disincentivare il ricorso alla forza con iniziative politiche, ma anche di sicurezza verso i gruppi armati palestinesi che ormai hanno assunto un'autonomia molto forte. Insieme a ciò potrebbe esserci un ritiro pilota dagli insediamenti israeliani nella zona di Gaza. Infine, andrebbe riconosciuto lo Stato Palestinese in nuce (come era stato ipotizzato dal piano Peres - Abu Ala) per poter negoziare in un clima di parità tra due stati a pieno titolo. Tutti questi passi possono creare un clima diverso.
È naturale pensare anche a un piano di aiuto economico straordinario a favore dei paesi palestinesi devastati dall'Intifada e dalla reazione israeliana (di cui parla anche Berlusconi). Un piano economico di questo tipo, però, avrebbe senso solo dentro a un processo negoziale più ampio.

Non possiamo pensare di lasciare questi due popoli al loro destino, sarebbe un rischio per tutti. Occorre capire cosa sta accadendo nelle masse arabe in questo momento: la lotta dei palestinesi è amplificata dalle più importanti televisioni arabe, tra cui Al-jazeera e, di fatto, questo può destabilizzare profondamente i governi arabi moderati. In Egitto ci sono anche notizie di movimenti dell'esercito, per non parlare dell'Arabia Saudita, patria di Bin Laden… C'è un interesse strategico fortissimo a non far procedere questo processo di destabilizzazione. Non ha senso, al giorno d'oggi, pensare di condurre la lotta al terrorismo ignorando quanto succede tra israeliani e palestinesi.

Le organizzazioni non governative possono avere un ruolo nel processo negoziale?

Possono svolgere un'azione di sostegno a favore della popolazione, ma credo soprattutto che possano svolgere un ruolo di diplomazia parallela: esse possono fare sì che avvengano contatti in maniera informale e che si creino canali di comunicazione. È quello che abbiamo fatto noi in tutti questi anni, organizzando seminari segreti. Per esperienza so che si possono ottenere buoni risultati facendo incontrare dieci o quindici persone al di fuori dei riflettori.

Cosa ne pensa dei recenti allarmi lanciati da più parti sulla possibile rinascita dell'antisemitismo in Europa?

È una questione complessa che richiede una risposta articolata. Intanto, va osservato che l'antisemitismo c'è sempre. Parlare di rinascita implica una morte, che non c'è stata. In Europa esiste un sentire comune impregnato del vecchio cattolicesimo (quello pre -conciliare) che racchiude il germe dell'antisemitismo.
Il problema è che si crea spesso una sovrapposizione tra ciò che fa il governo di Israele, in quanto Stato, gli israeliani in quanto popolazione e gli israeliti cioè gli ebrei. È molto importante dire che questi sono piani diversi, non sovrapponibili. È diritto di ogni ebreo prendere posizione su quanto sta accadendo laggiù, ma non un dovere: nessuno lo può chiamare a pronunciarsi in proposito. Allo stesso modo non si può chiedere a un italiano che abita in Argentina di prendere posizione su ciò che fa il governo Berlusconi in Italia. Forzando un po' si può dire che gli ebrei sono in parte un popolo disperso e in parte un popolo che ha costituito un nucleo nazionale: questi ultimi rispondono della loro scelta, gli altri rispondono di se stessi. Per questo, evito di organizzare dibattiti in cui, di fronte ai palestinesi, ci siano ebrei italiani: ci devono essere israeliani, perché è con questi che c'è una lotta in corso.

(*) Cos'è il CIPMO

Il Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, che ha per Presidente onorario il Premio Nobel Rita Levi Montalcini, e vede nel suo Comitato Promotore alcuni tra i più significativi esponenti nazionali, appartenenti a diversi orientamenti politici e culturali, è stato promosso nell'autunno 1989 dal Comune di Milano, dalla Regione Lombardia e dalla Provincia di Milano. Il CIPMO si è proposto, fin dalla sua fondazione, di svolgere un ruolo utile nel favorire il dialogo tra israeliani, palestinesi ed arabi. All'inizio del 1996, è stata fondata la Sezione Toscana del Centro, che sta portando avanti una importante attività, in stretto rapporto con la Regione Toscana. Direttore del centro è il professore Janiki Cingoli, analista ed esperto di cooperazione euromediterranea, che ci ha rilasciato questa intervista.

http://www.rekombinant.org/article.php?sid=1500 

Palestina. Gli insediamenti abusivi della mente
maori - Geopolitica 04.02.2002

 

Loro sono rientrati da circa un mese. Le voci sono ancora spezzate, gli occhi conservano indelebili le immagini del continuo sopruso, ma grande è la determinazione. Il loro voler continuare ad agire.



La loro azione, i partecipanti italiani all'iniziativa europea Action for Peace, l'hanno ribadita il primo di febbraio invitando a Milano la società civile a riunirsi attorno ai racconti di un viaggio di pace nella serata Palestina con i nostri occhi. Importante la risposta in una sala gremita da 250 persone e un centinaio che non può entrare per motivi di sicurezza. Action for Peace è una campagna di missioni per la realizzazione di una forza d'interposizione civile a protezione del popolo palestinese, organizzata e sostenuta continuativamente da molte associazioni europee in stretta collaborazione con la rete di coordinamento delle ONG palestinesi (PNGO), europee e di alcune ONG del pacifismo israeliano. Donne in Nero, Arci, Assopace, Associazione Italia Palestina, Guerre e pace, FIOM, Forum Sociali, Salaam Ragazzi dell'olivo e Rete Radieresh le principali realtà italiane coinvolte. Gli obbiettivi di questa missione civile, che ha coinvolto 200 donne e uomini nei giorni dal 27 dicembre 2001 al 3 gennaio 2002, sono stati: dissuadere con la loro presenza le aggressioni armate dell'esercito e dei coloni israeliani contro i palestinesi, mandare un segnale politico alla comunità internazionale ad al governo israeliano per chiedere l'invio di una vera forza internazionale di protezione, l'applicazione delle risoluzioni ONU e la fine dell'occupazione. Esprimere solidarietà concreta con il popolo palestinese e con chi in Israele milita per una pace giusta e sostenibile. Ed è proprio a partire da quest'ultimo aspetto che la presenza degli internazionali in Palestina si è rivelata drammaticamente necessaria.

La visione del problema

Le luci della sala si abbassano e s'inizia con delle diapositive, scatti fotografici che fanno rivivere cortei pacifisti tra Gerusalemme e Ramallah, la rimozione del check point di Bir Zeit, la folla della manifestazione di Nablus, religiosi a fianco dei pacifisti. E ancora le camionette e i carri armati dell'esercito israeliano e i volti arroganti dei soldati, quelli del coraggio delle donne palestinesi che sorridono per le strade e le foto degli uomini combattenti o no, comunque uccisi dai militari di Israele. Le barriere invalicabili che a Gerusalemme Est nascondono al mondo l'Horient House
E poi le voci spezzate dei testimoni. E nei loro racconti le immagini che continuano a scorrere, il grido profondo di un popolo che ci domanda di aiutarlo a cambiare la visione del problema, quella che cè nei nostri paesi in Europa. Una presunzione del sapere fatta di stereotipi, sospetti, pregiudizi e ignoranza. Fatta della stessa presunzione del sapere cosa accade laggiù in Cisgiordania o nella striscia di Gaza, a Gerusalemme Est. Dove il popolo di Palestina soffoca e muore ogni giorno di più circondato dai check point dell'esercito, dalle by-pass roads, dalle colate di cemento delle colonie armate dei civili ebrei, dalle colline degli olivi, fertili ma rasate a deserto intorno alle macerie delle propie case. Una presunzione che è la conseguenza degli insediamenti della mente (Barbara Di Tommaso nella sua testimonianza), abusivi come gli abitati dei coloni con campi da tennis e piscina. Pensieri indotti dall'omertà, dalle mistificazioni e dalle falsità mediatiche di organi dinformazione allineati in Europa alle scelte strategiche, economiche e politiche USA da una parte e di Israele dall'altra. I primi dopo l11 settembre hanno reagito alle contraddizioni causate dal proprio governo del mondo e dal controllo delle sue risorse con la guerra. Mr. Bush e i suoi collaboratori hanno definito la lista dei buoni e dei cattivi, degli alleati e dei terroristi, e sono sempre più decisi a riconoscere in Yasser Arafat assediato da due mesi in Ramallah dai tank (leader scelto democraticamente dal suo popolo nel 90) e nell'Autorità Nazionale Palestinese un nemico. I secondi spinti dalla brutalità del governo del criminale di guerra Sharon, stanno schiacciando inesorabilmente l'acceleratore di una macchina bellica potente come quella di Israele che sta utilizzando tutto il suo arsenale più sofisticato per distruggere tutto: case, villaggi, città, campi coltivati, sorgenti idriche, scuole, posti di polizia, porto, radio, aeroporto, uno dopo l'altro i simboli e i rappresentanti della legittima esistenza e volontà di un popolo. Popolo che fino a prova contraria è la vittima secondo le risoluzioni ONU e gli accordi internazionali di un'occupazione nel proprio territorio che dura da 35 eterni anni. In un progetto che ha solo un obbiettivo: chiudere definitivamente la partita con i palestinesi. Cancellarne il territorio, le infrastrutture, l'economia la speranza.

Numeri

Fino al 19 dicembre scorso erano 930 i morti di cui 82 assassinati in esecuzioni mirate di leaders politici, circa 200 i bambini uccisi. 20000 i feriti della seconda Intifada di cui 7000 bambini e fra questi 437 che resteranno per sempre disabili. Un escalation della realtà che dai racconti può essere solo in parte restituita a tutta la sua gravità. Ma ogni parola, ogni inevitabile pausa, ogni sentito respiro dei pacifisti che si susseguono è un contributo, che va a sbriciolare la menzogna ufficiale del governo di Tel Aviv condivisa nella media dell'opinione pubblica internazionale: il terrorismo dei kamikaze che mette in pericolo la sicurezza e l'esistenza stessa dello stato d'Israele. Ogni parola è testimonianza in grado di svelare il dramma di un popolo oppresso, le cui donne sono costrette dalla barbarie dei soldati dei 120 check point che attanagliano Cisgiordania e Gaza a partorire o perdere ancora in grembo i propri figli perché impedite a raggiungere gli ospedali. Quegli stessi check point che rubano il tempo e la vita ai palestinesi che li devono attraversare per muoversi, andare a studiare, lavorare. Il tempo degli studenti universitari e dei medici, costretti dalle loro scelte a cercare aiuto nelle reti di solidarietà interne o attorno alle università e agli ospedali per poter continuare a sostenere gli esami o prestare la loro opera. Un auto-esilio doloroso, che si traduce in mesi di assenza dalle città di provenienza (sempre più simili per la politica segregante a bantustan militarizzati), dalle loro case, dagli affetti. A chi lavora viene impedito di passare i blocchi, e i permessi di lavoro in scadenza non vengono ormai più rinnovati. La disoccupazione è ormai arrivata al 60/70%. In West Bank e Gaza il check point è continuo. Un flagello che non permette a volte neanche il passaggio delle ambulanze palestinesi, alle quali non è concessa in ogni caso nessuna precedenza. Inferni danteschi dai quali può frequentemente capitare che un soldato, rispondendo agli ordini di un'efferata e criminale catena di comando, vada ad impugnare il suo fucile prendendo la mira e sparando Cadono a terra con la testa colpita i bambini che non hanno più gioco, più infanzia. Il tempo di un bambino che muore assassinato per la sicurezza dei coloni Un bambino palestinese. Ti si fanno vicino quando all'improvviso esplodono cruenti i colpi d'arma da fuoco. A te che non hai mai vissuto l'orrore degli spari, delle raffiche della guerra, a te che sei arrivato per testimoniare, per opporti fisicamente al disastro che a volte non si può proprio impedire. Ti guardano e ti sorridono, ti sostengono. Loro fanno coraggio a te abituati ormai all'autodifesa. Parole di denuncia che pesano molto più delle pietre che lanciano i palestinesi in questa loro seconda Intifada. Di più delle macerie delle case che i Caterpillar (bulldozers americani, gentilmente offerti per l'occasione a prezzo stracciato dall'amministrazione degli Stati Uniti) e il fuoco pesante notturno abbattono. E durante la notte le famiglie, in quelle case attaccate dai colpi, ci dormono. Ma tranquilli, che agli scampati non è permesso di attivarsi per evitare i crolli o ricostruirle le loro case. Stanno sradicando un popolo laggiù come gli olivi della sua terra, sistematicamente divelti con le loro radici, risorsa economica e simboli della tradizione a un tempo solo. Il governo di Israele, senza memoria. Arrivato persino a imporre numeri sono quelli assegnati ai componenti della piccola comunità di Al Mawasi all'estremo sud della striscia di Gaza. Una prigione nella prigione in cui è quasi impossibile entrare e dove circa 8000 persone, contadini e pescatori vivono l'incubo in nome della sicurezza dell'insediamento dei circa 7000 coloni militanti di Qush Katif (molti provengono da New York).

La legge e la speranza

Qualsiasi punto dei Territori può essere considerato improvvisamente, in tempo reale zona militare e/o sotto coprifuoco. Soprattutto se l'interposizione dei civili internazionali sta cercando di attraversarla per raggiungere un punto di imminente pericolo per la popolazione palestinese o se cerca di dare vita ad una pacifica manifestazione. Inutile descrivere cosa succede durante i rastrellamenti. Raramente sono visibili, sempre terribilmente pericolosi e violenti. Israele è oggi una grande caserma senza più leggi. Le leggi sono i regolamenti militari. La società ne è ormai profondamente condizionata. E molto difficile per chi sceglie di opporsi alle logiche del governo Sharon lavorare intensamente a un progetto di opposizione sociale. I pacifisti israeliani sono violentemente attaccati dall'opinione pubblica, accusati di antisemitismo e pesantemente boicottati dalla più parte dei media. Evidente la cura con la quale le autorità israeliane seguono il loro lavoro. La situazione è prossima ad esplodere. Non esiste par condicio in queste storie. Non è ammissibile. Il popolo di Palestina, muore oggi nella sua terra e chiede aiuto. La legittima resistenza di questo popolo, il coraggio delle sue donne, il sacrificio dei suoi giovani e dei suoi bambini, l'attivismo dei pacifisti arabi ed ebrei (in Israele il 60% della popolazione ritiene ancora, nonostante la massacrante propaganda istituzionale, legittima la nascita di uno Stato di Palestina), la flebile, formale posizione della Comunità Europea che ancora sostiene un Arafat, (testimone di un popolo e della sua storia da sempre) come unico referente possibile per la ricostruzione del processo di pace. E ancora i riservisti di Tzahal e la loro obiezione che di ora in ora cresce (un centinaio alloggi) e rompe il tabù col rifiuto a servire l'esercito per l'occupazione, per crimini di guerra. Le prime reazioni degli organi di stampa e della società civile di Israele che si interroga sulle promesse elettorali di Sharon e sulla reale esistenza di un progetto per la politica e il futuro del paese. E sufficiente per imporre, ribadiscono gli attivisti delle numerose associazioni e gruppi italiani che aderiscono ad Action for Peace , di proseguire il lavoro e sostenere la sempre più provata speranza dei palestinesi.

Agire e comunicare

Racconti e testimonianze sono circostanziati e hanno un efficacia evidente. Assumono una valenza enorme e raggiungono in pieno l'obbiettivo che gli organizzatori di questa nuova azione si sono prefissi. Informare attivamente della situazione sul campo, in una comunicazione diretta senza mediazioni o filtri di alcun tipo. Direttamente a chi è prossimo alla partenza o a chi semplicemente da tempo vive come si può, da qui, l'apprensione per la vicenda palestinese. Un evento come questo rende immediatamente possibile la fruizione di strumenti e contatti con cui interagire per mettersi in azione. Una iniziativa quella della serata di Milano, in cui si è sperimentato quello che l'epoca del dopo Genova ha insegnato e pone come unica strada possibile: la partecipazione diretta e la messa in comune delle esperienze che diventano propulsione per il rilancio delle lotte, dei diritti e dei bisogni. Time cost life, il tempo costa vite umane e ogni vita umana persa è perdita di speranza e complicazione per una soluzione. Il tempo sta per finire. I palestinesi chiedono a noi europei di continuare con le missioni civili di interposizione per allentare (il governo di Tel Aviv teme i testimoni e le aggressioni e le violenze in presenza di internazionali diminuiscono quando non cessano) la morsa dell'esercito di occupazione israeliano. Ci chiedono di farci carico di iniziative presso l'opinione pubblica e i governi per un impegno politico dell'Europa volto all'invio in Palestina di una forza internazionale d'interposizione vera. Un primo minimo passo verso un qualsiasi possibile futuro. Lotte, diritti, bisogni. Ora è tempo di occuparsi in maniera più importante di quelli dell'ancora vivo popolo di Palestina.


Haider Abdel Shafi: Quello che succede qui non è solo contro i palestinesi ma contro tutta l'umanità

Maurizio Biosa copyleft

 

http://www.carta.org/rivista/settimanale/2003/11/11sinigaglia.htm

 

Storia degli ebrei italiani contro l'occupazione della Palestina

articolo di Sergio Sinigaglia

 

ALLA GRANDE manifestazione di Roma del 15 febbraio contro la guerra, è stato il settore del corteo che forse ha riscosso i maggiori consensi, applausi da parte della grande folla, sorrisi. E in effetti, faceva un certo effetto, vedere ebrei, israeliani e palestinesi sfilare insieme sotto un grande striscione che diceva "Insieme si può", e firmato dal "Movimento palestinese per la cultura e la democrazia" e dalla "Rete ebrei contro l'occupazione". Poco più in là, una bandiera divisa a metà, da una parte i colori palestinesi, dall'altra quelli israeliani. Ali Rashid, il viceconsole palestinese in Italia, ha descritto questo piccolo ma nutrito gruppo di donne e di uomini come "lo zoccolo duro della nuova superpotenza mondiale: l'opinione pubblica internazionale". Sicuramente è stato un segnale molto forte. Ma come è nata l'esperienza della "rete"? Che cosa ha spinto un piccolo nucleo di ebrei italiani a dare vita a questa esperienza, spesso scontrandosi con le pesanti accuse mosse loro dalle comunità israelitiche locali? Abbiamo incontrato alcuni dei compagni che hanno promosso la "rete". Anche se gli "ebrei contro l'occupazione" esistono anche in altre città [Milano, Firenze, Pisa, Ancona], è a Roma il nucleo più numeroso e attivo. E i nostri interlocutori sono tutti romani. Sveva Haerteer è stata tra i primi. "Durante la prima Intifada ero ancora convinta delle ragioni di Israele. Attraverso la militanza politica, ho cominciato a vedere la questione palestinese in modo diverso. L'inizio della nuova Intifada è stato in qualche modo uno choc". Sono due gli eventi che hanno spinto Sveva a un ripensamento: la visione della mappa in cui venivano riportati i confini stabiliti dall'accordo di Oslo, che la spinse ad andare a vedere di persona; l'altro, più importante, è stato l'incontro con Neta Golan, la pacifista israeliana fondatrice dell'"International solidarity movement", cui apparteneva Rachel, la pacifista statunitense uccisa da una ruspa militare israeliana a Gaza. Sveva alla fine del 2000 partecipa a un viaggio in Israele, nell'ambito del progetto "Io donna vado in Palestina", organizzato delle Donne in Nero. Lì partecipa ad un incontro promosso da B'Tselem, l'organizzazione israeliana impegnata nella battaglia per il rispetto dei diritti umani nei territori palestinesi.
"Quella sera - racconta - sono salita sul palco ed ho detto che al mio ritorno avrei denunciato con forza le violenze dell'esercito israeliano, tutto quel che avevo visto con i miei occhi. Ho aggiunto che negavo al governo Sharon il diritto di commettere quei crimini anche in rappresentanza degli ebrei della diaspora, quindi anche in mio nome. Subito dopo, sono venuti tanti ragazzi e ragazze che erano lì, a stringermi la mano e a ringraziarmi. Come me, avevano le lacrime agli occhi".

Le accuse delle comunità
Una volta tornata in Italia, Sveva ha preso contatto con altri amici disposti a gridare forte "non in mio nome" e da questo tam-tam ha preso vita l'esperienza della "rete". E sono molte, ormai, le iniziative alla quale gli Eco [Ebrei contro l'occupazione], in particolare a Roma ma non solo, hanno partecipato o che hanno promosso. Forti le accuse provenienti dalle comunità israelitiche, soprattutto nella capitale. Spesso, quella di "antisemitismo", che viene usata come arma per offendere, e stroncare qualunque ragionamento diverso. "Credo che la paura dell'antisemitismo sia usata oggi sostanzialmente come arma di ricatto, sia da parte del governo israeliano che da parte di chi si considera amico di Israele - dice Lucio Damascelli, docente universitario romano - Secondo questo schema, chi critica la politica israeliana è un antisemita nascosto, e se è un ebreo danneggia il rifugio degli ebrei, lo Stato di Israele. Inoltre il sospetto di antisemitismo, gettato su chi critica lo Stato di Israele, è un modo per impedire la denuncia di ciò che sta avvenendo nella politica, ma anche nella società israeliana, con gravi violazioni non solo della presunta democrazia, ma degli stessi diritti umani fondamentali. L'antisemitismo esiste, ma farne uso strumentale è una delle cause della banalizzazione dello sterminio degli ebrei, ed è inoltre uno degli elementi che contribuiscono al risveglio del cosiddetto antisemitismo di sinistra". Ma che rapporto ha avuto la "rete", in questo periodo, con il movimento e la sinistra in generale? Risponde Damascelli: "Credo che la 'rete' nasca e viva nella sinistra, con un approccio totalmente laico e vicino alle persone e ai gruppi che si occupano di solidarietà al popolo palestinese e al pacifismo israeliano. Ultimamente c'è stato un confronto anche all'interno della sinistra e del movimento, a proposito di questioni che non avremmo pensato di dover puntualizzare. Considero però sbagliato l'atteggiamento di chi, come reazione a qualche fenomeno spiacevole che avviene a sinistra, si rifiuta di continuare a discutere e soprattutto ad impegnarsi nella lotta contro l'occupazione israeliana, che sta distruggendo non solo la Palestina, ma anche la società civile israeliana e la speranza in uno stato democratico". Ma, come ci ha testimoniato Sveva Haertter, è stata proprio la necessità di distinguersi nettamente dalle politiche criminali del governo Sharon, a far scattare in molti della "rete" la molla. Lo conferma Francesca Polito: "Oltre che per un senso civico-politico, ho deciso di aderire per una forma di autodifesa riguardo alla mia appartenenza, perché non voglio che venga strumentalizzata attribuendole un senso politico in cui non mi riconosco, rendendomi complice di azioni e discorsi discriminatori e criminali".
La passeggiata di Sharon
Per Francesca, il lavoro della "rete" dovrebbe puntare a stabilire un dialogo costante con l'ambiente delle comunità israelitiche locali e con il pubblico etereogeneo interessato, forze politiche incluse, purché venga mantenuta un'autonomia dai partiti. Anche per Andrea Billau la provocatoria passeggiata di Sharon sulla spianata delle moschee e le conseguenze che ha prodotto è stata decisiva. Dopo un mese, si era ormai ad ottobre del 2000, Andrea incontrò alcuni amici della sinistra ebraica "istituzionale" e discusse con loro: "Purtroppo - racconta - ho dovuto riscontrare toni alquanto esacerbati, di netto rifiuto verso qualunque osservazione critica. Ho loro proposto di partecipare ad una iniziativa sulla Palestina, per un confronto, ma mi hanno risposto con la solita assurda obiezione: con gli antisemiti non si può discutere". Dopo pochi mesi, Andrea viene informato dell'iniziativa di un gruppo di ebrei, decisi a pubblicare l'appello intitolato "Non in mio nome", che diventerà poi patrimonio anche di tanti altri a livello internazionale. "Da allora, abbiamo firmato altri documenti, preso parte e promosso diverse iniziative, fino ad arrivare alla bella partecipazione con i palestinesi in occasione della manifestazione del 15 febbraio. Che emozione, sentire gli applausi della gente ai lati del corteo!". Andrea fa notare che in questa esperienza, pur positiva, si è dovuto fare i conti, all'interno della sinistra, con retaggi vetero e poca conoscenza della realtà ebraica: "Ma il lavoro degli Ebrei contro l'occupazione testimonia che una delle caratteristiche più belle della storia ebraica, la presenza di un forte pensiero critico, è ancora viva", dice.

 

GLI EBREI CONTRO L'OCCUPAZIONE E LA SINISTRA AMBIGUA

http://www.arcipelago.org/primo%20piano/ebreicontro.htm 

 

L'aggressione a Vittorio Agnoletto e il pogrom contro tutti i partecipanti alla riunione dei Social Forum al centro sociale Rialto occupato sono gli ultimi episodi di una lunga serie di violenze e prevaricazioni messe in atto dalla comunità ebraica romana: ricordiamo ancora il tentato assalto alla manifestazione del 9 marzo e il ferimento di due giovani dimostranti, l'aggressione del lunedì di Pasqua al presidio di Piazza S. Marco, la gazzarra di fronte alla sede nazionale di Rifondazione Comunista, l'aggressione a Luisa Morgantini, Mauro Bulgarelli e Gianfranco Bettin dopo la trasmissione Sciuscià, le provocazioni ancora contro il presidio di Piazza S. Marco durante l'Israele day, fino agli episodi di domenica 9 giugno nel vecchio Ghetto di Roma. Non sorprende, dunque, il gioco delle parti intrapreso fra un Gad Lerner che vuole riportare Agnoletto sul luogo del delitto e personaggi come Fiamma Nirenstein e i vertici della comunità ebraica romana che, di fatto, hanno legittimato quel delitto, come tutti quelli precedenti e, soprattutto, come legittimano la politica del criminale di guerra Ariel Sharon e del suo complice Shimon Peres.
Si trattava di un gioco sin troppo scoperto, che voleva rappresentare nuovamente una pièce già vista e rivista: da una parte gli ebrei esasperati e praticamente costretti dagli eventi a ricorrere alla violenza, dall'altra gli ebrei più ragionevoli, che "comprendono" le ragioni dell'esasperazione ma vorrebbero porre un freno alle sue manifestazioni più evidenti, mostrandosi aperti al dialogo, più che altro per motivi di immagine.
Il vero problema, però, è stato messo in luce proprio da quei cittadini ebrei che non si sentono subordinati agli orientamenti dei rappresentanti di una comunità che, in verità, è la prima a non riconoscerli più di tanto, visto che a votare per le diverse liste per la recente elezione degli organismi dirigenti delle comunità ebraiche si è recato meno del 25% degli aventi diritto. Nei loro interventi, ospitati dal Manifesto e da Liberazione, gli Ebrei contro l'Occupazione fanno notare come "esponenti più o meno autorevoli della comunità ebraica che usano mostrarsi intenti a calmare la situazione" , in realtà sono gli stessi che hanno creato il clima adatto perché si verificassero le violenze.
Sappiamo quanto sia difficile per un cittadino ebreo, in particolare romano, rifiutare apertamente la sottomissione ai voleri della "comunità", voleri che non da oggi coincidono senza sfumature con la politica dei governi israeliani; emarginazioni, diffamazioni e intimidazioni sono all'ordine del giorno, esattamente come lo sono nell'Israele di Sharon e Peres per i pacifisti, i refusnik e le loro famiglie. Non nascondiamo, dunque, la nostra stima verso chi ha il coraggio di manifestare apertamente le proprie opinioni ed altrettanto apertamente dichiarare che l'origine del dramma sta proprio nell'appropriazione della terra e delle vite altrui.
Ciò che non comprendiamo è l'atteggiamento insulso di quella sinistra che, con eccezionale ottusità, si ostina a considerare gli sharonisti nostrani interlocutori affidabili e meritevoli di attenzione, rimuovendo l'esistenza di quelle persone - come gli Ebrei contro l'Occupazione, appunto - che si impegnano veramente nella ricerca del dialogo e della pace, pagandone in prima persona le conseguenze, come le pagano i militari israeliani che si rifiutano di andare a fare i macellai nei Territori palestinesi.
Diciamocela tutta: l'incomprensibile sottovalutazione dell'impegno degli Ebrei contro l'Occupazione si situa nel contesto dell'insopportabile ambiguità della sinistra nei confronti del dramma palestinese, quell'ambiguità che ha portato addirittura la Federazione romana e autorevoli dirigenti di Rifondazione Comunista a tacciare quasi di antisemitismo i promotori delle manifestazioni e delle iniziative di solidarietà con la resistenza palestinese. La stessa ambiguità che ha impedito - per ora - il dispiegamento delle potenzialità ancora inespresse di quel movimento che lo scorso 9 marzo ha mostrato a tutti quanto sia diffusa e consapevole la solidarietà con la resistenza palestinese. La stessa ambiguità che vede il quotidiano Liberazione ignorare sistematicamente le iniziative pro Palestina - come è avvenuto persino con la bellissima rassegna cinematografica che si è tenuta a Roma nei giorni scorsi - mentre dedica un'intera pagina alla "giornata della cultura ebraica", con tanto di appuntamenti nelle varie Sinagoghe della penisola. La stessa ambiguità che ha portato ad attacchi strumentali contro quegli esponenti della sinistra DS "colpevoli" di essersi schierati per il diritto dei Palestinesi alla vita, alla terra ed alla libertà.  
Non disponiamo degli elementi di conoscenza necessari per comprendere appieno le motivazioni di scelte sbagliate e disonorevoli, ma ci sembra chiaro che rappresentano un ostacolo alla crescita del movimento di solidarietà con la resistenza palestinese. Allo stato attuale, dobbiamo renderci conto che il peso dell'iniziativa continua a gravare sulle spalle di chi lo ha sostenuto fino ad ora, vale a dire comitati e associazioni di base, singoli Circoli e Federazioni del PRC, pacifisti e sindacalismo di base; anche la necessità vitale di dare voce ai cittadini ebrei contrari alla politica criminale di Sharon e Peres tocca a queste soggettività e siamo convinti che riusciranno a farlo.
Un'altra necessità, ormai, è quella di inchiodare alle proprie responsabilità quella sinistra che gioca a nascondino sulla pelle dei Palestinesi e di quegli Ebrei che - in Italia come in Israele - vogliono il dialogo e la pace; a questa sinistra non dobbiamo più permettere di giocare.  

 

Da "Il Manifesto" del 18 marzo 2003 

http://www.arcipelago.org/palestina/News/manif_18.3.htm 

"Boicottiamo il made in Israel"

Gli "ebrei contro l'occupazione" chiedono all'Ue il blocco dell'import dallo stato ebraico

ALBERTO D'ARGENZIO
BRUXELLES


Basta con l'occupazione dei Territori palestinesi e sospensione dell'Accordo di libera associazione tra la Ue ed Israele. Non sono richieste nuove ma provengono da una voce nuova, fuori dal coro; una voce fatta di 17 organizzazioni provenienti da 9 paesi europei unite su una duplice base: volere una pace giusta in Medioriente e volerla in quanto associazioni ebree. Una voce che prova a strutturarsi e a farsi sentire rompendo quella litania monocorde a favore del governo Sharon che fuoriesce dalle comunità, dalle associazioni e dai gruppi di pressione ebraici del vecchio continente. Non si tratta di un'impresa facile: fare politica come ebrei contro la politica israeliana è come camminare sul filo. Ma è anche una voce che può affermare con la massima credibilità che "non è antisemitismo opporsi alle azioni del governo Sharon" e lo può dire anche a quei paesi, come la Germania, che non hanno il coraggio di muovere un dito sulla questione israelo-palestinese proprio per il timore di cadere nella trappola dell'antisemitismo. Diciassette associazioni ebraiche da Austria, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Svezia e Svizzera, oltre ad osservatori di gruppi statunitensi, a Peretz Kidron e Moshe Ingel a nome dei Refuseniks, ad Adi Dagan portavoce dell'organizzazione femminista Makhsom-Watch impegnata nella sorveglianza ai check-point, hanno portato il loro punto di vista sulla situazione in Medioriente direttamente a Bruxelles, lo scorso fine settimana. Una tre giorni che ha permesso alle associazioni di tessere la Rete degli "Ebrei europei per una pace giusta", di dotarsi di una struttura organizzativa e soprattutto di una linea politica. L'idea di una voce contro delle comunità ebraiche d'Europa si era materializzata per la prima volta lo scorso settembre ad Amsterdam con l'incontro di 16 organizzazioni progressiste riunite sotto lo slogan "non dite che non sapevate". Adesso, a soli sei mesi, nasce la Rete, supportata da un comitato esecutivo, di cui fa parta anche l'italiana Sveva Haertter del "rete degli ebrei contro l'occupazione".

"L'occupazione è terrorismo, è terrorismo di stato" ripeteva sabato uno degli invitati, Albert Aghazarian, professore all'Università palestinese di Bir-Zeit. Gli "ebrei europei per una pace giusta" partono proprio dalla considerazione che l'unica via d'uscita per la crisi in Medioriente è che Israele abbondoni i territori occupati nel 1967, che si realizzi l'evacuazione totale dei coloni, che nasca uno stato palestinese in Cisgiordania e nella striscia di Gaza e che Gerusalemme divenga la capitale condivisa di due paesi indipendenti. Inoltre chiedono a Tel Aviv di "riconoscere la sua parte di responsabilità nel dramma dei profughi palestinesi", riconoscendo loro "il diritto al ritorno". Un cammino contromano alla politica di Sharon che si vuole percorrere con le armi della pressione e del sostegno. Pressione sulla Ue affinché sospenda l'Accordo di libera associazione con Tel Aviv sulla base dell'articolo 2, quello che prevede il rispetto dei diritti umani, e sostegno al popolo palestinese edal dissenso in Israele.

"L'occupazione è già di per sé una violazione dei diritti umani, già questa basta per sospendere l'Accordo", affermava ieri Richard Kuper, portavoce della Rete, durante la conferenza stampa finale. Ma Israele - accusa Kuper - viola l'accordo con la Ue anche perché rende impossibile il riconoscimento dei prodotti degli insediamenti ebraici nei Territori occupati, mercanzie che non possono giovarsi del particolare regime fiscale accordato da Bruxelles al Made in Israel ma che grazie all'attitudine del governo Sharon finiscono per ricevere i medesimi sconti. "Sono dei premi per l'occupazione", ripeteva Kuper. La Rete ha anche accettato il principio del boicottaggio dell'occupazione, decidendo di impegnarsi nella campagna contro i prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici nei Territori e di quelli che servono per mantenere e perpetuare l'occupazione, in primis materiale militare e tecnologia di punta. Parallelamente l'azione di sostegno. Ai Refusenik, con un aiuto morale e finanziario che partirà già il prossimo 23 marzo con il lancio di una campagna di sensibilizzazione, e alla società civile palestinese, stritolata dal terrorismo israeliano e arabo.

"In questa situazione è importantissimo che ci sia la nostra voce - concludeva Kuper - la nostra presenza vuole evitare che qualsiasi voce che esce dal coro venga tacciata di antisemitismo". Il problema diventa adesso dare spessore a questa voce. Alla Rete degli "ebrei europei per una pace giusta" manca ancora l'anello di Spagna e Portogallo, paesi chiave nella relazione con il mondo arabo, come manca il contatto con la stampa e i sindacati israeliani.

Io non compro "Made in Israel"
Si diffonde anche in Italia il boicottaggio dell'economia di guerra israeliana

http://italy2.peacelink.org/palestina/articles/art_1023.html 

Claudio Grassi
Fonte: Liberazione, 19 marzo 2003
19 marzo 2003

Rachel Corrie aveva solo 23 anni e tanta voglia di vivere, di lottare per difendere il diritto alla vita dove viene negato. Era un'attivista dell'International Solidarity Movement e rappresentava l'altra faccia degli Stati Uniti, quella del "not in my name", del ripudio della guerra di Bush. Ha trovato la morte tra le strade polverose di Rafah, nella Striscia di Gaza, sotto un bulldozer dell'esercito israeliano: stava difendendo con il proprio corpo le case dei palestinesi. Il suo paese si è limitato a chiedere: "spiegazioni per il fatto increscioso", ben attento però a pesare le parole nei confronti del governo di Tel Aviv. Rachel era una pacifista, non un marines, e Sharon è pur sempre il migliore alleato degli Usa nella regione, schierato in prima linea nella nuova crociata contro il mondo arabo.

Anche nel nostro paese parlare senza fronzoli di Israele, delle sue ininterrotte violazioni dei diritti del popolo palestinese, è ancora un tabù. Rischi d'incappare in una campagna mirata che ti paragona ai peggiori antisemiti della storia, come è avvenuto ad Alberto Asor Rosa, di leggere il tuo nome sul solito "scoop" di Libero sui "legami tra la sinistra nostrana e i kamikaze integralisti", di trovare qualche rabbino estremista che invoca l'applicazione della legge Mancino, pensata apposta per i neonazisti. Figuriamoci se l'oggetto della discussione sono azioni pratiche e praticabili, volte a colpire alle fondamenta l'economia di guerra su cui si basa lo stato israeliano, a esercitare una pressione dal basso affinché abbia termine l'occupazione illegale di Gaza, della West Bank e di Gerusalemme Est e sia riconosciuto il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi; una pressione sull'esempio di quella che ha contribuito a sgretolare il Sudafrica dell'apartheid.

LE ACCUSE INFONDATE

Perfino a sinistra, tra le forze amalgamatesi attorno al rifiuto della guerra senza se e senza ma, capaci di critiche anche molto nette alla politica del governo americano o al regime turco (autore del genocidio di milioni di kurdi), spesso si è costretti a ripiegare su posizioni difensive quando si denunciano i crimini commessi in Palestina. Proprio per non incorrere nella scure dell'"antisemitismo". Può quindi capitare che, assieme a dirigenti Forza Italia e post-fascisti di An (dal passato tutt'altro che immacolato su argomenti di questo tipo), amministratori locali di centrosinistra si scaglino contro un tranquillo circolo Arci di Pisa, giudicando "assolutamente sbagliato e incondivisibile" il boicottaggio dei prodotti made in Israel. O che intellettuali di origine progressista, strumentalizzando questa campagna, alludano al ritorno di un clima da "notte dei cristalli".
La risposta più eloquente è venuta dalla Rete degli "Ebrei contro l'occupazione", secondo la quale la paura dell'"antisemitismo" è "un'arma formidabile nelle mani di Sharon, del governo israeliano e di tutti coloro che lo appoggiano", il cui uso politico è grave "non solo perché distrae da ciò che è stato l'antisemitismo storico ed offende la memoria delle sue conseguenze, fino al massacro degli ebrei europei, ma anche perché genera nuovo antisemitismo".
I critici del boicottaggio, evidentemente, non sanno - o fingono di non sapere - che l'appello ai "consumatori" a non comprare merci israeliane (riconoscibili dal codice a barre che inizia col numero 729) e di aziende direttamente coinvolte in questa economia di guerra, è stato lanciato più di due anni fa, in concomitanza con l'inizio della nuova Intifada, proprio da gruppi e personalità ebraiche degli Stati Uniti e dei territori occupati. Non sanno - o fingono di non sapere - che a livello mondiale ed europeo la campagna è sostenuta dai soggetti più svariati. In Inghilterra lo stesso governo di Tony Blair, pressato da alcune associazioni di consumatori, è stato costretto a far ritirare dagli scaffali dei supermercati una serie di prodotti provenienti dalle zone sotto occupazione israeliana, soprattutto dalle alture del Golan, e illegalmente marchiati "made in Israel". In Francia il boicottaggio è attuato dalla quasi totalità dei partiti di sinistra, dal Partito comunista alla Lcr passando per i Verdi, ma anche dalle Donne in Nero, Attac e la Confederazione contadina di Bovè. Il parlamento europeo sta discutendo se mantenere o meno le relazioni commerciali con lo stato israeliano e, in ogni caso, il 10 aprile dello scorso anno ha votato la sospensione dell'associazione di Israele all'Ue.

I PRODOTTI DA NON ACQUISTARE

E in Italia? Nonostante la strumentalizzazione o, più spesso, la ferrea censura dei media, nel nostro Paese hanno già avuto luogo centinaia di iniziative. Promossi principalmente dal Forum Palestina (www.forumpalestina.org) e altri comitati di supporto alla causa palestinese, volantinaggi hanno informato i clienti abituali dei supermercati Auchan, La Rinascente, Upim e Carrefour, e azioni dimostrative sono state indette contro le sedi di Caterpillar, Mac Donald's e Hazera Genetics, tre delle aziende inserite nella lunga lista.
Sono prodotti dalla Caterpillar, i bulldozer dell'esercito israeliano utilizzati per demolire le case palestinesi e sradicare gli alberi d'ulivo. Il presidente della più nota catena di fast-food, Greenberg, è direttore onorario di una Camera di Commercio e Industria America-Israele e, secondo il Chicago Online, Mac Donald's è uno dei maggiori partner economici di un'organizzazione ultra-conservatrice ebraica. La Hazera Genetics è, invece, un'azienda israeliana specializzata nell'import di sementi geneticamente modificate e che, con i suoi pomodorini "Pachino" di dubbia genuinità, sta mettendo in crisi le coltivazioni tradizionali della Sicilia.
Che il boicottaggio sia uno strumento utile, dai risultati tangibili, lo dimostra la recente sospensione dell'accordo stipulato tra l'azienda italiana Acea (di cui il Comune di Roma è il principale azionista) e le autorità israeliane in materia di sfruttamento delle acque. Le petizioni firmate in calce da decine di esponenti politici, giornalisti, docenti, semplici cittadini e le interrogazioni presentate al sindaco Veltroni hanno fatto sentire il fiato sul collo, contribuendo a fare chiarezza su un atto che sarebbe suonato alla stregua di una provocazione. Infatti, fa notare il Forum Palestina, la sottrazione dell'acqua ai palestinesi e agli altri paesi della regione (il Libano, per esempio) è un elemento fondamentale del colonialismo israeliano; Israele, a differenza dei paesi vicini, non ha mai sottoscritto i trattati internazionali sulle acque e non si contano le risoluzioni dell'Onu che hanno condannato le sue rapine delle risorse naturali, prima fra tutte proprio l'acqua.
Al rifiuto di acquistare prodotti di società dai nomi esotici, come Jaffa, Carmel, Delta Galil, di multinazionali tipo Nestlé, Coca Cola, Nokia e L'Oréal, o di stipulare accordi commerciali con le autorità d'Israele, ora si aggiunge anche la richiesta di una moratoria delle relazioni scientifiche e culturali con lo stato sionista. Centinaia di docenti e ricercatori di ogni parte del globo, tra cui diversi italiani, hanno sottoscritto due appelli distinti del "Coordinamento degli scienziati per una pace giusta in Medio Oriente", nei quali si chiede la cessazione di ogni forma di collaborazione istituzionale e di sostegno materiale agli organismi israeliani, fino a quando il governo di Sharon non deciderà di avviare seri negoziati di pace con i palestinesi. Con l'impegno dei firmatari di non assistere ad alcuna conferenza scientifica in Israele e non rispondere alle richieste di perizie provenienti dalle istituzioni di quel paese, fermo restando che nessuno mette in discussione le relazioni personali con singoli colleghi israeliani.

UNO STRUMENTO EFFICACE

"L'abolizione del diritto all'educazione e all'insegnamento, la chiusura delle Università, la persecuzione degli studenti", sono le parole di Etienne Balibar, docente emerito all'Università di Paris X Nanterre, "sono intollerabili, soprattutto nelle condizioni di una occupazione militare.
Non possiamo accettare che da un lato della linea di demarcazione regnino le libertà accademiche e dall'altro la costrizione e la schiavitù". Per lui e gli altri accademici non è stata una scelta facile. La calunnia di "antisemitismo" è sempre dietro l'angolo, e non mancano anche tra le presunte "colombe" coloro che considerano il boicottaggio una proposta "senza precedenti", salvo poi non battere ciglio dinnanzi all'embargo criminale che colpisce l'intero popolo irakeno o ad atti di pirateria internazionale come la legge Helms-Burton. A chi ha cercato di trovare le differenze tra l'attuale situazione nei territori occupati e quella del Sudafrica del razzismo boero, prima della vittoria di Mandela, Balibar risponde che "io non credo che l'occupazione della Palestina sia meno orribile dell'apartheid", e ai colleghi israeliani che hanno mostrato "sconcerto" e "indignazione" propone di impegnarsi concretamente per sostenere le Università palestinesi, "poiché ogni dialogo, anche quello accademico, ha come condizione il ristabilimento di un minimo di uguaglianza fra le parti".
Il boicottaggio è un'arma pacifica, alla portata di tutti, non rivolta contro le popolazioni civili (a differenza dell'embargo) ma contro l'establishment politico, militare ed economico che tiene sotto il tallone di ferro milioni di persone. Un mezzo attraverso il quale far sentire la nostra vicinanza alla Resistenza palestinese e alla sua legittima lotta di liberazione nazionale, ma anche alle forze democratiche, ai refusenik, a quella parte di Israele che dice "signornò" alla violenza del regime di Ariel Sharon. Un modo di acquistare intelligente, in antitesi al modello produci-consuma-crepa.


 

Appello Di Action For Peace per la manifestazione del 4 ottobre

http://www.manifestazione.biz/4ottobre/appelli/actionforpeace.htm 

Basta con l'occupazione israeliana! No al muro della vergogna! Due popoli e due Stati per pace e giustizia in Medio Oriente!

4 ottobre a Roma per reclamare dalla UE una pace giusta in Palestina-Israele



I popoli d'Europa e del mondo rifiutano la guerra. In questi mesi le strade delle nostre città sono state attraversate dal più esteso e imponente movimento per la pace che sia mai stato conosciuto.
I governi dei nostri Paesi, che oggi sono riuniti nella Conferenza intergovernativa, non hanno saputo ascoltare la nostra voce.
La strategia della guerra globale è stata adottata o subita dalla quasi totalità delle Nazioni della parte più ricca del Pianeta.
Oggi chiediamo ai governi dell'Unione Europea di farsi promotori di pace e di rifiutare la logica della violenza e delle armi.
Sappiamo che uno dei punti essenziali per sconfiggere la logica della guerra è riuscire a costruire la pace in Medio Oriente, ponendo fine al conflitto tra Israele e Palestina.
In Palestina il governo israeliano sta costruendo un vergognoso muro dell'apartheid. Questo muro di cemento e filo spinato attraversa i territori illegalmente occupati da Israele e costringe gran parte della popolazione palestinese in veri e propri ghetti, negando loro i più elementari diritti umani, sottraendo loro ulteriore terra e risorse. La costruzione del muro, condannata dalla gran parte della comunità internazionale, procede senza sosta e peggiora le condizioni di una popolazione ai limiti della sopravvivenza per l'umiliante presenza dei check point e dall'assedio economico-militare. Il 9 novembre, anniversario della caduta del muro di Berlino, manifesteremo in tutta Europa contro il muro israeliano, raccogliendo l'appello delle ong palestinesi.
Quest'assedio è anche politico. Il presidente democraticamente eletto dal popolo palestinese, Yasser Arafat, non è riconosciuto da Israele ed è apertamente minacciato di morte dal capo di quel governo. Sharon rifiuta ogni proposta di tregua e continua nella scellerata politica degli assassini politici mirati, che colpiscono indiscriminatamente anche la popolazione civile, incluse donne e bambini, ed hanno il dichiarato scopo di distruggere la classe dirigente palestinese e cancellare ogni autonomia politica dell'Anp. Il governo israeliano straccia quotidianamente i diritti umani ed il diritto internazionale. Le risoluzioni dell'Onu e le Convenzioni di Ginevra sono totalmente disattese, le prigioni israeliane sono piene di migliaia di prigionieri politici, tra cui centinaia di bambini e adolescenti.
Mentre gli Stati Uniti sostengono attivamente l'economia e la politica di guerra di quel Paese, l'Unione Europea si limita a vuote dichiarazioni verbali ma non attua nessuna iniziativa che può portare alla pace.
Chiediamo che sia applicata la sospensione dell'accordo d'associazione commerciale tra l'Unione Europea e Israele, già votata dal Parlamento Europeo, per il mancato rispetto da parte israeliana delle clausole sottoscritte. Questo accordo avvantaggia economicamente le esportazioni d'Israele, costituite anche, malgrado il divieto dell'accordo, da prodotti provenienti dalle colonie illegali presenti sui territori occupati.
Chiediamo che l'Europa si attivi, anche come parte del quartetto che promuove la Road Map, per avviare un processo di pace e che ottenga l'invio di una forza d'interposizione internazionale, sotto il comando Onu, per promuovere una vera tregua al fine di salvaguardare la vita di migliaia di civili innocenti in Palestina ed in Israele.
Soprattutto chiediamo che attui ogni sforzo per fermare la politica del terrore del Governo Israeliano, che alimenta l'inaccettabile terrorismo fondamentalista, causa di grandi sofferenze nella popolazione israeliana e di ulteriore chiusura di quella società.
Come parte della società civile internazionale manteniamo la nostra presenza nei territori occupati, le ong continuano ad operare a sostegno dell'educazione, della salute e delle attività agricole di sussistenza alimentare; rendiamo più forti i legami di amicizia e solidarietà con palestinesi e israeliani contro l'occupazione, con quei giovani che rifiutano il servizio militare; di sparare sui propri fratelli e sorelle; con le donne in nero che da anni manifestano contro l'occupazione; con le donne e gli uomini che da Israele portano nei territori solidarietà concreta e messaggio di pace; migliaia di cittadine e cittadini del mondo si sono avvicendati in quei luoghi, talvolta pagando prezzi altissimi: alcuni pacifisti sono stati uccisi, altri feriti, imprigionati od espulsi perché chiedevano giustizia e pace per il popolo palestinese.
L'Europa dei poteri è però immobile.

Manifestiamo il 4 ottobre perchè non vogliamo un'Europa legata al carro armato della politica USA, perché l'Europa eserciti le sue responsabilità in un'area che ci parla di una storia comune e di una pace necessaria, perché vogliamo un Europa di pace e di diritti per tutti e tutte.

Prime adesioni: Movimento palestinese per la democrazia e la cultura, Ebrei contro l'occupazione, Associazione per la pace, Donne in nero, FIOM, Piattaforma delle ONG italiane per la Palestina, CGIL, Giovani Comunisti, Rifondazione Comunista

Per adesioni inviare una e-mail a: Info.actionforpeace@tiscali.it

 

«Colpevoli i 5 refusnik»

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/18-Dicembre-2003/art34.html 


La Corte d'Israele: «Con il loro no all'esercito, vogliono la fine dell'occupazione». Il verdetto il 23
 SVEVA HAERTTER *


Dopo la condanna di Yoni Ben-Artzi era chiaro a tutti che anche Noam Bahat, Matan Kaminer, Adam Maor, Haggai Matar e Shimri Tsameret sarebbero stati condannati. Ma quanto ha detto il giudice (che nelle ultime udienze era sembrato favorevolmente colpito dalla determinazione dei cinque ragazzi) nell'aula gremita del tribunale di Jaffa ha lasciato attoniti i presenti. Solo Reuven Kaminer, nonno di Matan, militante storico del movimento pacifista e del partito comunista, ha trovato la forza di urlare «Vergogna!» all'indirizzo della corte. Il giudice ha esordito affermando che la libertà di coscienza è un diritto fondamentale nella legislazione israeliana e non solo un privilegio accordato in base all'arbitrio dell'esercito, salvo poi sposare completamente la linea della pubblica accusa: l'esenzione può essere data solo a pacifisti perché sono pochi e fondamentalmente cercano di salvare la pelle.

«Riconosciamo che gli accusati sono moralmente ed ideologicamente contrari all'idea di far parte di un esercito che secondo le loro convinzioni commette azioni immorali. Ma il loro rifiuto non deriva solo da questo, anzi, forse in prima istanza deriva dal loro desiderio di cambiare l'opinione pubblica, di influenzare il comportamento di altri, causando infine modifiche nelle politiche del governo e quindi la fine dell'occupazione», ha detto il colonnello Levy, per poi proseguire con complicate argomentazioni tese a ribadire che la disobbedienza dei cinque è una minaccia intollerabile. «Tutti devono far parte dell'esercito e rischiare la vita per difendere il paese. Qui non esiste servizio civile alternativo, ma anche se esistesse, non sarebbe la giusta risposta a questi cinque. Uguaglianza non significa solo che tutti devono dare tre anni della propria vita, significa che tutti devono correre lo stesso rischio». Ma cosa rischiano le migliaia di ortodossi, esonerati dal servizio militare, che ricevono sussidi per gli studi religiosi?

Intanto un anno di vita i cinque lo hanno già dato. La pena si conoscerà martedì e può arrivare fino ad altri tre anni di carcere militare. Scontato l'isolamento sociale e la penalizzazione per il futuro lavorativo come conseguenza della scelta di rifiutare la leva in un esercito di occupazione.

«Ci stanno punendo per aver pronunciato la parola o-c-c-u-p-a-z-i-o-n-e e io la ripeto: occupazione, occupazione, occupazione», ha esclamatoMatan Kaminer: «È facile per un diciottenne farsi esonerare usando sotterfugi. Molti lo fanno. Abbiamo scelto la linea dura dicendo che l'occupazione è un abominio morale che persone morali non possono tollerare e che per questo rifiutiamo la leva. Se la sincerità comporta la galera, ci resteremo parecchio». «Diciamo una verità che la maggior parte del pubblico non conosce o sceglie di non conoscere ed è per questo che veniamo puniti. Commettono crimini di guerra e si aspettano che noi restiamo in silenzio. Ma non staremo zitti. Diremo parole chiare contro l'occupazione, anche se ci costerà caro», ha ribadito Haggai Matar.

«Al peggiorare dell'occupazione corrisponderà un aumento del rifiuto» sono state le parole di Adam Maor, riprese dal Tg israeliano del Canale 1. «Un paese che opprime 3,5 milioni di persone e nega i loro diritti umani fondamentali, non può che opprimere anche i suoi cittadini». Shmri Tsameret ha aggiunto: «La sentenza non mi spaventa. Questo tribunale fa parte dell'esercito e l'esercito commette azioni terribili ed immorali: manda i miei amici a rischiare la vita a Netzarim ed Hebron, quando tutti sanno che prima o poi questi insediamenti verranno abbandonati. L'esercito causa la disperazione dei palestinesi, di fatto è l'esercito che alleva i terroristi suicidi. Ecco cos'è l'esercito, non è strano che un tribunale militare abbia emesso una sentenza come questa». Poi è toccato a Noam Bahat che ha ricordato che «è una guerra fatta per scelta, non per sopravvivenza o per autodifesa. Quindi è immorale per definizione. Dobbiamo rifiutarla perché finirà solo quando la gente smetterà di sostenerla».

Presidi di solidarietà ai Cinque si sono svolti a Londra, Berlino e Roma, dove al sit-in convocato dalla «Rete Ebrei contro l'Occupazione» nei pressi dell'ambasciata israeliana hanno partecipato più di cinquanta persone di persone. Non resta che farne altri il 23 dicembre, giorno in cui si conoscerà la condanna.

(* In base alla relazionedi Gush Shalom)

Alcuni Ebrei americani rinunciano al loro diritto alla cittadinanza israeliana e respingono la politica di Israele, che giudicano «barbara»

 

Alcuni Ebrei americani rinunciano al loro diritto alla cittadinanza israeliana e respingono la politica di Israele, che giudicano «barbara»

Ritrasmesso da Al-Awda-Unity - News Service (http://al-awda.org/) il 6 gennaio 2003 : Jewish Americans Renounce Right to Israeli Citizenship; Reject Israel's Policies as "Barbaric"

In una lettera indirizzata al governo israeliano, circa 60 Ebrei americani hanno rinunciato al loro diritto legittimo alla cittadinanza israeliana, per dissociarsi dalla politica «barbara» di Israele verso i Palestinesi. Mentre per la maggior parte degli Ebrei americani il sostegno ad Israele continua ad essere un riflesso condizionato, si sono costituite alcune associazioni ebraiche, a causa della crescente preoccupazione a proposito delle violazioni israeliane dei diritti umani dei Palestinesi. Associazioni come «gli Ebrei contro l'occupazione» (Jews against Occupation) e «Non in mio nome» (Not in My Name), per esempio, condannano la brutale occupazione militare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania e protestano contro la punizione collettiva dei Palestinesi.

La lettera, diffusa originariamente in Inghilterra, si spinge oltre: essa dichiara che il diritto legittimo alla cittadinanza - accordato a tutti gli Ebrei, ovunque si trovino, dalla «Legge del Ritorno» di Israele - è «moralmente indifendibile». Essa ricorda che «quelli che dovrebbero avere per primi il diritto ad un vero "ritorno" (i Palestinesi) sono esclusi, essendo stati obbligati «con la forza o il terrore, ad abbandonare» i loro focolari. Infine, i firmatari della lettera esprimono la loro speranza di un avvenire democratico e «la solidarietà con tutti coloro che, in questo momento, lavorano perché venga un giorno in cui le persone possano vivere in Israele, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza senza alcuna restrizione fondata su sedicenti origini razziali, culturali o etniche».

La lettera:

Noi siamo Ebrei, nati e cresciuti al di fuori di Israele, che, in virtù della «legge del ritorno» di Israele, abbiamo un diritto legittimo di vivere in Israele e di esserne cittadini. Noi non abbiamo sollecitato questo diritto e desideriamo rinunciarvi perché:

1. Consideriamo moralmente indifendibile che questo diritto legittimo ci sia accordato, mentre quelli che per primi avrebbero diritto ad un vero «ritorno», essendo stati obbligati a fuggire, con la forza o il terrore, ne sono esclusi.

2. La politica di Israele verso i Palestinesi è barbara - noi non vogliamo identificarci, in alcun modo, con quello che Israele sta facendo.

3. Noi non siamo assolutamente d'accordo con l'idea che l'emigrazione sionista verso Israele rappresenti una qualche «soluzione» per gli Ebrei della diaspora, l'antisemitismo o il razzismo - gli Ebrei, che sono stati o sono gravemente vittime del razzismo, non hanno alcun diritto di perseguitare altri.

4. Noi vogliamo esprimere la nostra solidarietà con tutti quelli che, in questo momento, lavorano perché venga un giorno in cui le persone possano vivere in Israele, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza senza alcuna restrizione fondata su sedicenti origini razziali, culturali o etniche.

Noi speriamo con tutto il nostro cuore che venga il giorno in cui tutti i popoli della regione possano vivere in pace gli uni con gli altri, sulla base dell'assenza di discriminazioni e del reciproco rispetto. E' anche possibile che alcuni di noi sperino di vivere là, ma solamente se i diritti dei Palestinesi saranno rispettati. A quelli che considerano Israele come «rifugio sicuro» per gli Ebrei di fronte all'antisemitismo, noi diciamo che non ci può essere alcuna sicurezza nel fatto di accettare il ruolo dell'occupante e dell'oppressore. Noi speriamo che gli Israeliani e i loro dirigenti arrivino presto a capirlo.

da http://www.solidarite-palestine.org


 

SE FALLISCE LA ROAD MAP
NON RESTA CHE BATTERSI CONTRO L'APARTHEID

http://www.viottoli.it/appuntidiviaggio/2003/appunti423.html 

Pubblichiamo parte di un intervento tenuto il 5 settembre alle Nazioni Unite da Jeff Halper, presidente il Comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi. Di Jeff Halper, urbanista israeliano e docente di antropologia all'Università Ben Gurion del Negev, avevamo già pubblicato una lunga intervista sul numero di gennaio 2003.

La road map, ancora sul piatto solo perché nessuno l'ha ancora dichiarata morta, sta per essere consegnata al cestino della storia, come un altro dei vani tentativi di raggiungere una pace giusta in Medio Oriente.

È tempo di salvare le parti buone di Israele: la cultura, la società, le istituzioni. E di lasciar andare quello che non può essere salvato: la "proprietà" esclusiva di un Paese, nel quale gli ebrei saranno presto una minoranza.

Nessuno scommetterebbe più un soldo sulla road map. Dal Dipartimento di Stato agli attivisti internazionali, all'uomo medio sulle strade della Palestina e di Israele: è davvero difficile trovare qualcuno che ancora creda nella road map. Sin dall'inizio è stata liquidata come un'iniziativa fallimentare; e, come tale, è andata ad aggiungersi ad una lunga lista di altre analoghe: dal Tenet-Mitchell al Gunnar Jarring, al Piano Roger (del 1969, ndr). Ma è davvero così? La road map possiede un'importanza che anche i suoi sostenitori sembrano oggi tralasciare.

SE LA ROAD MAP FALLISCE

Guardando la cosa dal basso, cioè dalla prospettiva israeliana di creare con una campagna durata tre decenni dei "fatti sul terreno" irreversibili, la road map rappresenta l'ultimo tentativo di una soluzione che prevede la nascita di due Stati. Come chiunque abbia passato un po' di ore nei Territori Occupati può confermare, Israele sta finendo di inglobare il West Bank, di trasformare un'occupazione temporanea in uno stato permanente di apartheid. Sharon ha perfezionato la dottrina di Jabotinsky del "Muro di Ferro", stabilendo una tale quantità di "fatti sul terreno", che i palestinesi possono scordarsi di avere un giorno uno Stato per conto proprio. Gli insediamenti israeliani sono così estesi, il loro collegamento con lo Stato d'Israele tramite un massiccio sistema d'autostrade e di bretelle è così completo, e il Muro di Separazione che confina i palestinesi in piccole aree è in uno stato talmente avanzato, da rendere impossibile e ridicola la soluzione dei due Stati.

Vista la mancanza di volontà della comunità internazionale di costringere Israele a ritirarsi dai Territori, e visto il rifiuto del Congresso americano di esercitare qualsiasi pressione su Israele, Israele è sul punto di emergere come il nuovo Stato del mondo dove regna l'apartheid. Soltanto la road map sta a metà strada fra la speranza di autodeterminazione palestinese in uno Stato (seppur piccolo) realmente sovrano, e la creazione di uno Stato di fatto controllato da Israele. Anziché considerare la road map solo come l'ultima delle iniziative fallite, dovremmo vederla come uno spartiacque nel conflitto israelo-palestinese. Il suo fallimento cambierà completamente l'intera natura della lotta per una soluzione giusta e sostenibile della questione palestinese.

PREGI E LIMITI DELLA ROAD MAP

Come documento, la road map ha molti pregi. È il primo documento internazionale approvato dagli Stati Uniti che intima "la fine dell' occupazione". In effetti, è il primo in assoluto che usa il termine "occupazione", sfidando la lunga negazione israeliana di questo dato di fatto. È anche la prima iniziativa che si pone come obiettivo la creazione di uno Stato palestinese vitale, andando ben oltre le negoziazioni vaghe e dall'esito aperto degli Accordi di Oslo. Il solo uso del termine "vitale" fa sperare che la comunità internazionale sia finalmente diventata consapevole della strategia di Israele di stabilire "fatti sul terreno" che pregiudicano qualsiasi negoziazione e rendono impossibile un vero Stato palestinese.

Che la scadenza sia a breve e che entro il 2005 debba sorgere uno Stato palestinese indipendente, democratico e vitale, capace di coesistere in pace e sicurezza accanto a quello d'Israele, è di per sé positivo. Come lo è la natura reciproca del processo, monitorato dal Quartetto e non solo dagli americani. Anche i riferimenti alle risoluzioni delle Nazioni Unite, agli accordi precedentemente raggiunti dalle parti e all'iniziativa saudita, sono positivi. Sia nei suoi contenuti che nella struttura, la road map appare come un tentativo ben concepito, potenzialmente giusto di raggiungere "una soluzione finale e di vasta portata del conflitto israelo-palestinese".

Ma, come si sapeva sin dall'inizio, manca la volontà di farla funzionare. Quattro mesi dopo la sua pubblicazione, la road map sembra ad un punto morto. La Russia e le Nazioni Unite non sono mai entrate in prima persona nel processo, e l'Europa ha lasciato tutta la responsabilità agli Stati Uniti. Bush, al vertice di Aqaba, ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero nuovamente assunto il ruolo di mediatore unico, piegandosi così ad una delle "riserve" chiave di Israele. Mentre la maggior parte degli sforzi erano diretti ad assicurare "riforme" nell'Autorità palestinese (compresa l' installazione non democratica di un premier senza alcuna credibilità pubblica) e mentre un funzionario di basso rango del Dipartimento di Stato è stato mandato qui per occuparsi di "sicurezza", la campagna israeliana volta a consolidare la propria presa su West Bank, Gerusalemme Est e Gaza è proseguita liberamente.

Visto che nessuno s'illude che la road map produca altri effetti, fra i critici non prevale un atteggiamento del tipo "ve l'avevo detto", né una vera sensazione di un'altra opportunità sprecata. Piuttosto c'è una forte determinazione a continuare la lotta contro l'occupazione, indipendentemente da quanto tempo ci vorrà. La road map, ancora sul piatto solo perché nessuno l'ha ancora dichiarata morta, sta per essere consegnata al cestino della storia, come un altro dei vani tentativi di raggiungere una pace giusta in Medio Oriente.

UN APARTHEID PERMANENTE

Il significato della road map deriva sia dalla sua cadenza temporale, che dai contenuti. Solo delle pressioni internazionali che costringano Israele a porre fine all'occupazione, a ritirarsi completamente dai Territori conquistati nel '67 (con piccoli aggiustamenti territoriali minori), assicureranno il requisito fondamentale della "soluzione due-Stati": uno Stato palestinese davvero sovrano. Se la road map fallisce o, più probabilmente, langue (poiché l'iniziativa non verrà mai dichiarata ufficialmente morta), entriamo in una fase di apartheid di fatto. Ad Israele sarà permesso continuare il suo processo di incorporazione, gli Stati Uniti entreranno nella lunga fase pre-elettorale, durante la quale non potrà essere esercitata alcuna pressione su Israele, e ci vorranno uno o due anni prima che un'altra iniziativa di pace venga formulata. Per quel tempo nessuno potrà più illudersi che possa sorgere uno Stato palestinese "vitale" Con le proprie mani, Israele avrà escluso quest'ipotesi e avrà creato invece un solo Stato.

Il maggior rischio per i palestinesi, in un processo di road map non ancora dichiarata morta, è che possa essere "venduta" loro dagli americani la versione di Stato palestinese secondo Sharon: un Batustan senza controllo sulle frontiere, senza libertà di movimento, senza vitalità economica, senza accesso alle sorgenti d'acqua, senza una presenza significativa a Gerusalemme e senza una vera sovranità (il 90% del Paese resterebbe ad Israele). Per una giusta soluzione del conflitto, dobbiamo guardarci da una simile eventualità e combatterla.

LA LOTTA PER UN SOLO STATO

Il solo "Stato" palestinese che potrebbe emergere dalla matrice di controllo israeliana è uno Stato palestinese Batustan. Visto che questa non è una "soluzione" accettabile, non ne rimane che un'altra: la creazione di un solo Stato palestinese-israeliano. La scena è dunque pronta per la prossima fase di lotta: una campagna internazionale per un unico Stato. Essendo il popolo palestinese e quello ebreo molto mescolati (un milione di palestinesi vive all'interno di Israele, mentre 400mila ebrei vivono nei Territori Occupati), la fattibilità di uno Stato bi-nazionale, con due popoli che coesistano in una specie di federazione, non c'è. Stando così le cose, la soluzione più pratica sembra quella di un unico Stato democratico unitario che offra uguale cittadinanza a tutti. Allora, il nostro slogan del periodo post-road map sarà quello della lotta sudafricana contro l'apartheid: una persona, un voto.

In questo interminabile crepuscolo della road map, siamo ancora in piena transizione da una soluzione a due-Stati, nella quale le nostre energie sono investite in un estremo tentativo di porre fine all'occupazione, ad una campagna per un solo Stato che riconosca la permanenza dell'occupazione e cerchi quindi di neutralizzare i suoi aspetti di controllo, creando una struttura statale comune. Nessuno degli attori è pronto ad un cambiamento del genere: né i palestinesi, né la comunità internazionale, né gli attivisti per la pace e i diritti umani, né gli ebrei sparsi per il mondo e, meno che meno, gli ebrei israeliani. Rappresentanti dell'Autorità palestinese hanno addirittura suggerito che sollevare questa questione oggi è controproducente, superando le richieste che anche i più aperti sostenitori della pace sono oggi pronti ad accettare.

Finché la road map offrirà un barlume di speranza che si possa fare qualcosa riguardo all'occupazione israeliana, la discussione di scenari alternativi resterà prematura. Ma tale discussione si aprirà inevitabilmente, se e quando il processo della road map fallirà e la dura realtà della presenza permanente d'Israele emergerà con chiarezza. Senza troppo considerare come ci sentiamo all'idea di un solo Stato, è tempo che ci prepariamo sia mentalmente che dal punto di vista pratico ad una tale eventualità e alla lotta che una campagna anti-apartheid genera.

ALCUNE COSE CHE DOVREMMO FARE

Dovremmo utilizzare il linguaggio dei diritti umani e della legge internazionale. Una campagna per uno Stato democratico si propone di assicurare i diritti di tutti gli abitanti del Paese; non è contro il popolo israeliano, né cerca in alcun modo di delegittimare la società o la cultura israeliana. Partendo dal presupposto che la sicurezza e il benessere di tutte le popolazioni della regione possono essere garantite solo attraverso una soluzione politica, e che l'autodeterminazione nazionale troverà la propria espressione attraverso un'Unione regionale del Medio Oriente, dobbiamo presentare il singolo Stato democratico come il miglior mezzo per tutelare i diritti collettivi e individuali, non come una minaccia.

Il fatto che l'occupazione e l'apartheid costituiscano delle gravi provocazioni per un mondo regolato dai diritti umani e dalla legge, dovrebbe essere un messaggio centrale. Visto il peso del conflitto israelo-palestinese all'interno del mondo arabo e musulmano, è chiaro che il sistema internazionale non troverà mai stabilità (compresa una risposta al terrorismo), a meno che questa questione venga risolta e si presti una maggiore attenzione agli effetti del conflitto.

Dovremmo appellarci all'opinione pubblica ebraica, sia a quella che vive in Israele che a quella della diaspora, per evitare le sofferenze sperimentate durante la lotta contro l'apartheid in Sudafrica. Essenzialmente, il Sionismo invitava gli ebrei ad assumersi la responsabilità del proprio destino. Uno Stato ebreo è risultato essere politicamente e, in definitiva, moralmente indifendibile. È tempo di salvare le parti buone di Israele: la sua vibrante cultura nazionale, la società, le istituzioni, l'economia. E di lasciar andare quello che non può essere salvato: la "proprietà" esclusiva di un Paese, nel quale gli ebrei saranno presto una minoranza.

Jeff Halper (da: Missione Oggi - novembre 2003)


 

07 Aprile 2001

INTERVENTO

Quel no arabo all'antisemitismo

URI AVNERY

Anni fa un francese dalle posizioni anti-semite chiese un incontro a Issam Sartawi, emissario di Yasser Arafat a Parigi, per offrirgli l'aiuto suo e dei suoi colleghi nella lotta contro Israele. "Sir -lo interruppe Sartawi- le consiglio di raccogliere le sue carte e di andarsene". "Era un personaggio disgustoso" mi confessò il giorno successivo. Mi sono ricordato di quell'episodio alcuni giorni fa quando ho letto sul giornale il documento degli intellettuali arabi che, tra l'altro, ha convinto il governo libanese a cancellare un previsto meeting internazionale a Beirut di esponenti di varie correnti che negano l'esistenza dell'Olocausto. Tra i firmatari di quell'importante appello vi erano il poeta nazionale palestinese Mahmoud Darwish, il noto professore arabo-americano Edward Said, il poeta libanese Adonis, lo storico palestinese Elias Sanbar e altre stimate figure del mondo arabo. Si è trattato di un sonoro schiaffo nei confronti degli antisemiti e delle loro teorie purtroppo passato inosservato. Quei circoli vorrebbero infatti adottare la causa palestinese, dal momento che dall'Olocausto l'antisemitismo ha perso ogni rispettabilità mentre la lotta di liberazione palestinese è rispettata e sostenuta dalle persone per bene in tutto il mondo. Eppure da parte palestinese la tentazione di accettare tali offerte è indubbiamente forte: "Il nemico del mio nemico è mio amico" dice un vecchio adagio. Gli antisemiti lottano contro gli ebrei, gli ebrei sostengono il governo israeliano, il governo israeliano opprime i palestinesi. La conclusione può sembrare ovvia - ma è invece del tutto falsa dal momento che l'antisemitismo è in realtà il nemico peggiore dei palestinesi. Basti pensare che l'intero movimento sionista nacque come una reazione all'antisemitismo. Non c'è dubbio che il noto "affare Dreyfus" contribuì non poco a spingere Theodor Herzl a scrivere "Der Judenstaat", il documento fondativo del movimento. Fu l'antisemitismo, presente in tutti i movimenti nazionalisti in Europa, a impedire spesso l'assimilazione degli ebrei nelle nuove nazioni moderne e a convincerli ad orientarsi verso un separato movimento nazionale ebraico. Senza l'antisemitismo non vi sarebbero state le varie ondate migratorie ebraiche verso la Palestina. Naturalmente l'Olocausto non creò certo l'impresa sionista ma le dette comunque un grande slancio. Senza il (tardivo) risveglio della coscienza del mondo, lo Stato di Israele non sarebbe nato in quel momento e in quelle forme. E di nuovo in epoca recente l'antisemitismo in Russia ha spinto ancora verso Israele nuove ondate di immigrazione. Lo sotrico Isaac Deutscher ha paragonato il nostro conflitto ad un uomo che salta da una casa in fiamme e cade sulla testa di un ignaro passante. Se gli ebrei non fossero saltati dall'edificio in fiamme dell'Europa non sarebbero caduti sulla testa del popolo palestinese. Da questo punto di vista la lotta di liberazione palestinese si differenzia da quella di ogni altra lotta per la libertà. Quando i neri lottavano per i loro diritti in Sudafrica tutto il mondo detestò il regime razzista dell'apartheid. Tutti i popoli che si rivoltarono contro l'oppressione coloniale godettero della simpatia di tutti i buoni cittadini del mondo. Ai palestinesi è toccato invece di combattere contro le vittime dell'Olocausto alle quali va generalmente la simpatia di tutto il mondo. Essi sono "le vittime delle vittime". Tutti i governo israeliani hanno strumentalizzato la memoria dell'Olocausto per ottenere le simpatie del mondo nella loro lotta contro i palestinesi. Begin arrivò a chiamare Arafat "L'Hitler arabo". Persino oggi l'Olocausto viene usato in Europa per bloccare qualsiasi critica della politica israeliana. Tutti i dignitari esteri che vengono in Israele per per protestare per il trattamento riservato ai palestinesi vengono portati al nuseo dell'Olocausto e zittiti. Molti palestinesi vedono l'Olocausto come uno strumento in più per opprimerli. Un atteggiamento comprensibile ma non saggio. Edward Said a tale proposito ha sostenuto che i palestinesi non comprenderanno mai il comportamento di Israele senza prima capire la storia dell'Olocausto. Un ottimo suggerimento. Come peraltro non si può comprendere un palestinese senza capire il dramma della cacciata dalla sua terrae dell'occupazione israeliana che dura ancor oggi. Naturalmente l'espulsione di centinaia di migliaia di persone non può essere paragonata all'uccisione di milioni e milioni ma per chi lo subisce un disastro è un disastro, e la sofferenza è sofferenza. Per tutto ciò è molto bello e importante che il mondo arabo abbia detto a chi nega l'Olocausto, come fece Issam Sartawi tanti anni fa, "fate i bagagli e andatevene".

 

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/21/21A20011008.html 

La rivista del Manifesto

numero  21  ottobre 2001

Non dimenticare la Palestina

LETTERA AGLI EBREI ITALIANI
Franco Lattes Fortini  

 

Nel 1997 la manifestolibri pubblicava, per gentile concessione della signora Ruth Leiser Fortini, gli scritti di Franco apparsi sul «manifesto» dal 1972 al 1994 (F. Fortini, Disobbedienze: I. Gli anni dei movimenti, II. Gli anni della sconfitta, Roma 1997-1998). I testi furono raccolti dall’archivio informatico del quotidiano, dal quale sfuggì il solo scritto che, a nostra conoscenza, Franco Fortini firmò anche, e prioritariamente, con il cognome paterno, Lattes, per ricordare che era un ebreo che si rivolgeva agli ebrei. Nel 1972 aveva scritto, a proposito dell’attentato a Monaco: «Sono figlio di un ebreo, conosco la faccenda» (Disobbedienze, cit., I, p. 27). Per Einaudi aveva scritto nel 1967, dopo la guerra dei Sei giorni, I cani del Sinai. Non mancarono le polemiche.
In attesa che una ripubblicazione dei volumi consenta di ovviare a questa non indifferente lacuna, «la rivista del manifesto» ristampa il testo apparso in prima pagina sul «manifesto» del 24 maggio 1989.
Ogni giorno siamo informati della repressione israeliana contro la popolazione palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato, come vuole chi la guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle vite, alla cultura, le abitazioni, le piantagioni e la memoria di quel popolo – nel medesimo tempo – distrugge o deforma l’onore di Israele. In uno spazio che è quello di una nostra regione, alla centinaia di uccisi, migliaia di feriti, decine di migliaia di imprigionati – e al quotidiano sfruttamento della forza-lavoro palestinese, settanta o centomila uomini – corrispondono decine di migliaia di giovani militari e coloni israeliani che per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con mogli, i figli e amici, dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare. Anzi saranno indotti a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome di qualche cinismo real-politico e di qualche delirio nazionale o mistico, diverso da quelli che hanno coperto di ossari e monumenti l’Europa solo perché è dispiegato nei luoghi della vita d’ogni giorno e con la manifesta complicità dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d’ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei loro e nostri profeti stanno scritte parole che non sta a me ricordare.
Quell’assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle mani dei palestinesi le pietre cadessero e – come auspicano i ‘falchi’ di Israele – fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della politica di distensione dell’Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte della opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un’altra parte, tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre.
Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina ideologica della sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello Stato di Israele. E questo è anche l’esito di un ventennio di politica israeliana.
L’uso che questa ha fatto della Diaspora ha rovesciato, almeno in Italia, il rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica, in confronto al 1967. Credevano di essere più protetti e sono più esposti alla diffidenza e alla ostilità.
Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana ed ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più aiutato, quella distinzione, a mantenerla. Sono molti a saper distinguere e anch’io ero di quelli. Ma ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili tanto silenzio o non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli amici degli ebrei italiani? Coloro che, ebrei o amici degli ebrei – pochi o molti, noti o oscuri, non importa – credono che la coscienza e la verità siano più importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza di quelle imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza, scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che nella notte l’Angelo non lo riconosca; o invece trovino la forza di rifiutare complicità a chi quotidianamente ne bagna la terra, che contro di lui grida. Né smentiscano a se stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno e giudicheranno.
E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato mi permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che lo faccio per rendere testimonianza della mia esistenza o del cognome di mio padre e della sua discendenza da ebrei. Perché credo che il significato e il valore degli uomini stia in quello che essi fanno di sé medesimi a partire dal proprio codice genetico e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in destino. Mai come su questo punto – che rifiuta ogni ‘voce del sangue’ e ogni valore al passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente; sì che a partire da questi siano giudicati – credo di sentirmi lontano da un punto capitale dell’ebraismo o da quel che pare esserne manifestazione corrente.
In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati, amici degli ebrei e dell’ebraismo, scrivo queste parole a una estremità di sconforto e speranza perché sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l’indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo bene. Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, come la Francia agì in Algeria, gli Stati Uniti in Vietnam o l’Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli americani quelli del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli ebrei, ben prima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri vasi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. Non rammento quale sionista si era augurato che quella eccezionalità scomparisse e lo Stato di Israele avesse, come ogni altro, i suoi ladri e le sue prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il suo Libro è da sempre anche il nostro, e così gli innumerevoli vivi e morti libri che ne sono discesi. È solo paradossale retorica dire che ogni bandiera israeliana da nuovi occupanti innalzata a ingiuria e trionfo sui tetti di un edificio da cui abbiano, con moneta o minaccia, sloggiato arabi o palestinesi della città vecchia di Gerusalemme, tocca alla interpretazione e alla vita di un verso di Dante o al senso di una cadenza di Brahms?
La distinzione fra ebraismo e stato d’Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall’assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno, quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.
Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e sapienza che, nella e per la cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria. Un poeta ha parlato del proscritto e del suo sguardo «che danna un popolo intero intorno ad un patibolo»: ecco, intorno ai ghetti di Gaza e Cisgiordania ogni giorno Israele rischia una condanna ben più grave di quelle dell’Onu, un processo che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé, se non vorrà ubriacarsi come già fece Babilonia.
La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazioni palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c’è laggiù università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.
E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati dello Tsahal, un’altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi. Parlino, dunque.

Torna alla pagina principale