ISRAELE
E' morta la rivoluzione sionista
AVRAHAM BURG*
Integralisti nei secoli Si comportano come i loro "confratelli" in
Palestina: prima di tutto eliminare l'informazione, poi vai coi massacri. by IMC-Italy 4:50pm Tue Apr 2 '02 (Modified on 4:53pm Tue Apr 2 '02) Roma 2 Aprile 2002 Contemporaneamente da P.zza Venezia è partito il corteo diretto a Palazzo
Chigi, tra i partecipanti spicca lo striscione degli "Ebrei contro
l'occupazione" a testimonianza per fortuna, delle varie anime della comunità
ebraica romana. http://www.informationguerrilla.org/dossier_palestina.htm
Un esempio di come si
organizza un piano di brain washing
Quella che segue é la traduzione di uno studio
affidato dalla Wexner foundation,
un'organizzazione ebrea americana che ha come obiettivo il rafforzamento della
leadership ebrea negli USA e in Israele, alla The
Luntz Research Companies e apparso in inglese sul sito dell' American-Arab
Anti-Discrimination Committee. Lo studio tratta le priorità della
comunicazione israeliana nel 2003. SOMMARIO Il mondo è cambiato. Parole, argomenti e messaggi a favore di Israele ora
devono contenere e comprendere la nuova realtà del mondo dopo Saddam. In passato, abbiamo dovuto tenere un profilo più basso a favore di Israele
per la paura che il popolo americano potesse incolpare Israele per quello che
succedeva nel resto del Medio Oriente. Ora invece è giunto il momento di
collegare il successo americano nel combattere il terrorismo e i dittatori da
una posizione di forza, con gli sforzi in corso in Israele per sradicare il
terrorismo dentro e fuori i suoi confini. In questa nuova situazione, c’è
molto da guadagnare allineandosi con l’America e niente da perdere. Con tutto
l’antiamericanismo che c’è nel mondo, proteste e dimostrazioni, noi stiamo
cercando alleati che condividano il nostro impegno per la sicurezza e la fine
del terrorismo e siamo preparati a dirlo. Israele è proprio un alleato di
questo tipo. IL PROSSIMO PASSO Il fatto che Israele sia rimasto relativamente silenzioso nei tre mesi prima
della guerra e nelle tre settimane della guerra stessa, è stata assolutamente
la strategia corretta - e secondo tutti i sondaggi effettuati, ha funzionato. Ma
ora che il conflitto sta finendo, è tempo che Israele prepari la sua “road
map” per il futuro che include un sostegno incondizionato all’America e un
impegno incondizionato alla guerra in corso contro il terrorismo. Le percezioni di Israele e del conflitto israelo-palestinese è stata
completamente deformata e oscurata dalla guerra in Iraq. Certo visioni di parte
ancora esistono (i politici di sinistra restano il vostro problema) insieme alle
lamentele sulla mano pesante di Israele. Nota dell’autore: Questo non è un documento di politica. E’ solamente un
manuale di comunicazione. E come tutti i memo che curiamo, abbiamo usato la
stessa metodologia scientica per isolare specifiche parole, frasi, argomenti e
messaggi che siano in risonanza con almeno il 70 % degli americani. Ci saranno
sicuramente persone, specie quelle di sinistra, che non saranno d’accordo
quali che siano i termini usati, ma il linguaggio che segue vi aiutare ad
assicurvi il sostegno di un’ampia maggioranza degli americani. Conclusioni essenziali Questo documento è piuttosto lungo perché non si riesce a comunicare tutto
quello che è necessario con una sola e semplice frase ad effetto. Sì, noi
abbiamo fornito queste nelle pagine che seguono, ma abbiamo utilizzato lo spazio
necessario per spiegare perché il linguaggio è così importante e il contesto
nel quale è necessario che sia utilizzato. Se leggete solamente le prossime due
pagine, queste sono le conclusioni chiave: 1) L’Iraq altera tutto. Saddam è la vostra migliore difesa, anche se è
morto. La visione del mondo americana è completamente dominata dagli sviluppi
della questione irachena. Questa è un’occasione unica per gli israeliani per
mandare un messaggio di sostegno e unità, in una fase di grande ansietà
internazionale e di opposizione dei nostri “alleati” europei. Per un anno
– un INTERO ANNO - dovrete evocare il nome di Saddam Hussein e come Israele ha
sempre sostenuto gli sforzi americani per liberare il mondo e il popolo irakeno
La realtà, dopo duemila anni di lotte per la sopravvivenza, è uno stato che
sviluppa delle colonie guidato da una cricca di corrotti incuranti della morale
civica e della legge. Ma uno stato amministrato nel disprezzo della giustizia
perde la sua forza di sopravvivenza. Chiedete ai vostri figli se sono sicuri di
essere ancora in vita fra venticinque anni. Le risposte più lungimiranti
rischiano di scioccarvi, perché il conto alla rovescia della società
israeliana è già cominciato.
Non c'è nulla di più affascinante che essere sionista a Beth El o Ofra. Il
paesaggio biblico è incantevole. Dalla finestra ornata di gerani e bougainville,
non si vede l'occupazione. Sulla nuova strada che costeggia Gerusalemme da nord
a sud, ad appena un chilometro dagli sbarramenti, si circola velocemente e senza
problemi. Chi si preoccupa di ciò che subiscono gli arabi umiliati e
disprezzati, obbligati a trascinarsi per ore su strade dissestate e
continuamente interrotte da check point? Una strada per l'occupante, una strada
per l'occupato. Per il sionista, il tempo è rapido, efficiente, moderno. Per
l'arabo «primitivo», manodopera senza permesso in Israele, il tempo è di una
lentezza esasperante.
Ma così non può durare. Anche se gli arabi piegassero la testa e ingoiassero
la loro umiliazione, verrà un momento in cui nulla funzionerà più. Ogni
edificio costruito sull'insensibilità alla sofferenza altrui è destinato a
crollare fragorosamente. Attenti a voi! State ballando su un tetto che poggia su
fondamenta barcollanti!
Poiché siamo indifferenti alla sofferenza delle donne arabe bloccate ai check
point, non percepiamo più i lamenti delle donne picchiate dietro la porta dei
nostri vicini, né quelli delle ragazze madri che lottano per la propria dignità.
Abbiamo smesso di contare i cadaveri delle donne assassinate dal loro marito.
Indifferenti alla sorte dei bambini palestinesi, come ci possiamo sorprendere
quando, con un ghigno di odio sulla bocca, si fanno saltare per aria come
martiri di Allah nei luoghi del nostro svago perché la loro vita è un
tormento; nei nostri centri commerciali perché non hanno neanche la speranze di
fare, come noi, degli acquisti? Fanno scorrere il sangue nei nostri ristoranti
per farci passare l'appetito. A casa loro, figli e genitori soffrono la fame e
l'umiliazione. Anche se uccidessimo 1000 terroristi al giorno, non cambierebbe
nulla. I loro leader e i loro istigatori sono generati dall'odio, dalla collera
e dalle misure insensate prese dalle nostre istituzioni moralmente corrotte.
Fintanto che un Israele arrogante, terrorizzato e insensibile a se stesso e agli
altri si troverà di fronte una Palestina umiliata e disperata, non potremo
andare avanti. Se tutto ciò fosse inevitabile e frutto dei disegni di una forza
soprannaturale, anche io starei zitto. Ma c'è un'altra opzione. Ed è per
questo che bisogna urlare.
Ecco quello che il primo ministro deve dire al popolo: il tempo delle illusioni
è finito. Non possiamo più rimandare le decisioni. Sì, amiamo il paese dei
nostri antenati nella sua totalità. Sì, ci piacerebbe viverci da soli. Ma così
non funziona, anche gli arabi hanno i loro sogni e le loro esigenze. Tra il
Giordano e il mare, gli ebrei non sono più maggioranza. Conservare tutto
gratuitamente, senza pagarne il prezzo, miei cari concittadini, è impossibile.
È impossibile che la maggioranza palestinese sia sottomessa al pugno di ferro
dei militari israeliani. È impossibile credere che siamo la sola democrazia del
Medioriente, perché non lo siamo. Senza l'uguaglianza completa degli arabi, non
c'è democrazia. Conservare i territori e una maggioranza di ebrei solo nello
stato ebraico, ripettando i valori dell'umanesimo e della morale ebraica,
rappresenta un'equazione insolubile.
Volete la totalità del territorio del Grande Israele? Perfetto. Avete
rinunciato alla democrazia. Realizzeremo allora un sistema efficace di
segregazione etnica, di campi di internamento, di città-carceri: il ghetto
Kalkilya e il gulag Jenin.
Volete una maggioranza ebraica? O ammasseremo tutti gli arabi in vagoni di
treno, in autobus, su cammelli o asini per espellerli. Oppure dobbiamo separarci
da loro in modo radicale. Non ci sono mezzi termini. Ciò implica lo
smantellamento di tutti - dico bene: tutti - gli insediamenti e la
determinazione di una frontiera internazionale riconosciuta tra lo stato
nazionale ebraico e lo stato nazionale palestinese. La legge del ritorno ebraica
sarà applicabile soltanto all'interno dello stato nazionale ebraico. Il diritto
al ritorno arabo sarà applicabile esclusivamente all'interno dello stato
nazionale arabo.
Se è la democrazia ciò che volete, avete due opzioni: o rinunciate al sogno
del Grande Israele nella sua totalità, alle colonie e ai loro abitanti, oppure
concedete a tutti, compresi gli arabi, la piena cittadinanza con diritto di voto
alle elezioni politiche. In quest'ultimo caso, coloro che non volevano gli arabi
nello stato palestinese vicino li avranno alle urne, a casa propria. E loro
saranno maggioranza, noi minoranza.
Questo è il linguaggio che deve adottare il primo ministro. Spetta a lui
presentare coraggiosamente le alternative. Bisogna scegliere tra la
discriminazione etnica praticata da ebrei e la democrazia. Tra le colonie e la
speranza per due popoli. Tra l'illusione di un muro di filo spinato, dei check
point e dei kamikaze e una frontiera internazionale accettata dalle due parti
con Gerusalemme capitale comune dei due stati.
Ma, purtroppo, non c'è alcun primo ministro a Gerusalemme. Il cancro che divora
il corpo del sionismo ha già raggiunto la testa. Le metastasi fatali sono lassù.
È accaduto in passato che Ben Gurion commettesse un errore, ma è rimasto
comunque di una rettitudine irreprensibile. Quando Begin sbagliava, nessuno
metteva in discussione la sua buona fede. E lo stesso succedeva quando Shamir
non faceva nulla. Oggi, secondo un sondaggio recente, la maggioranza degli
israeliani non crede nella rettitudine del primo ministro, anche se continua ad
accordargli la propria fiducia sul piano politico. Detto in altri termini, la
personalità dell'attuale primo ministro simboleggia le due facce della nostra
disgrazia: un uomo di dubbia moralità, gaudente, incurante della legge e
modello negativo di indentificazione. Il tutto combinato con la sua brutalità
verso gli occupati, che rappresenta un ostacolo insuperabile alla pace. Da ciò
deriva una conclusione indiscutibile: la rivoluzione sionista è morta.
E l'opposizione? Perché mantiene il silenzio? Forse perché siamo in estate? O
perché è stanca? Perché, mi chiedo, una parte dei miei compagni vuole un
governo a ogni costo, foss'anche quello dell'identificazione con la malattia
piuttosto che della solidarietà con le vittime della malattia? Le forze del
Bene perdono la speranza, fanno le valige e ci abbandonano, insieme al sionismo.
Uno stato sciovinista e crudele in cui imperversa la discriminazione; uno stato
dove i ricchi sono all'estero e i poveri deambulano nelle strade; uno stato in
cui il potere è corrotto e la politica corruttrice; uno stato di poveri e di
generali; uno stato di razziatori e di coloni: questo è in sunto il sionismo
nella fase più critica della propria storia.
L'aternativa è una presa di posizione radicale: il bianco o il nero - tirarsi
indietro equivarrebbe a essere complici dell'abiezione. Queste sono le
componenti dell'opzione sionista autentica: una frontiera incontestata; un piano
sociale globale per guarire la società israeliana dalla sua insensibilità e
dalla sua assenza di solidarietà; la messa al bando del personale politico
corrotto oggi al potere. Non si tratta più di laburisti contro il Likud, di
destra contro sinistra. Al posto di tutto ciò, bisogna opporre ciò che è
permesso a ciò che è proibito; il rispetto della legge alla delinquenza. Non
possiamo più accontentarci di un'alternativa politica al governo Sharon. Ci
vuole un'alternativa di speranza alla rovina del sionismo e dei suoi valori da
parte di demolitori muti, ciechi e privi di ogni sensiblità.
Da Z-Net
* Deputato del Partito laburista israeliano, ex presidente della Knesset
(1999-2003), ex presidente dell'Agenzia ebraica
MARCO D'ERAMO
E invece, all'alba del XXI secolo, molte sette religiose hanno (ognuna) più
affiliati di tutti i partiti del movimento operaio messi insieme. Se i mullah
integralisti invocano apertamente la Jihad, solo l'ipocrisia impedisce ai vari
John Ashcroft e Silvio Berlusconi di bandire la Santa Crociata (lasciano questo
compito a quell'invasata di Oriana Fallaci). In compenso, «Dio benedice
l'America nella lotta contro l'asse del male».
Inaspettatamente - almeno a un primo sguardo -, dopo più di tre secoli, la
religione si ripresenta così come protagonista della lotta politica mondiale.
Fanno venire i brividi i trenta anni previsti dal vicepresidente Dick Cheney per
la «guerra al terrorismo»: scoppiata come scontro di religione nel 1618, la
Guerra dei Trent'anni fu il conflitto in proporzione più sanguinoso della
storia (vi morì addirittura la metà della popolazione tedesca).
Impensabile un secolo fa, la religione riemerge come causa di stragi non solo
nella cosiddetta «guerra al terrorismo», ma anche in altri scacchieri del
mondo. Nelle Molucche (Indonesia) sono pogrom religiosi a causare roghi e
distruzioni tra islamici e cristiani. Nel Gujarat sono i fondamentalisti hindu
che scatenano la caccia al musulmano provocando migliaia di morti.
Un'occhiata superficiale può farci leggere quest'irrompere della religione
nella sfera pubblica come una regressione, come un ritorno al passato: il
premoderno che fa valere i suoi diritti sul moderno. In fondo, ci viene detto,
la società borghese non aveva fatto altro che confinare nell'intimità e
nell'ambito privato le convinzioni metafisiche, le fedi, e persino le
superstizioni: confinare la trascendenza nel privato era il prezzo per far
regnare la tolleranza nell'immanente.
Ma proprio il paragone con la Guerra dei Trent'anni ci toglie la consolatoria
illusione che i fondamentalismi siano puro rigurgito delle «plebi rurali» (così
si esprimeva l'antropologo Ernesto De Martino), siano esse di fellahin niloti o
di cow-boys del Rio Grande.
Perché se fu il secolo del fondamentalismo cristiano, il Seicento segnò anche
la nascita del capitalismo moderno, della democrazia parlamentare (la
rivoluzione puritana di Cromwell) e - per quel che ci riguarda - dell'impero
americano: non erano infatti altro che un gruppo di fanatici integralisti i
Pellegrini «padri fondatori» che nel 1620 sbarcarono a Cape Cod dal Mayflower.
La dimensione integralista fa parte del moderno allo stesso titolo del
capitalismo, e insieme a esso: un paese cattolico come l'Italia non ha mai
capito davvero bene cosa intendesse dire Max Weber quando affermava che lo
spirito del capitalismo è incarnato nell'etica protestante (e viceversa).
Contro quel che diceva Benjamin Barber, il nostro mondo è caratterizzato non da
Jihad contro McDonald's (questo il titolo del suo libro), ma dalla McJihad, da
una forma di fondamentalismo globalizzato, integrato nel capitalismo mondiale (Osama
bin Laden è il rampollo di una dinastia capitalista saudita).
Ritenere che l'integralismo è un riaffiorare del passato nel presente, è perciò
solo un pregiudizio su cui pesa anche un'immagine ingenua della tecnologia e del
razionalismo scientifico. Si dà per assodato che i prodotti del pensiero
razionalista siano necessariamente veicoli di razionalità. Ora, è vero che la
macchina a vapore rappresenta la più bella realizzazione della termodinamica,
che la tv è una meravigliosa applicazione delle equazioni elettromagnetiche di
Maxwell e che Internet è l'esito di una catena logica che dalle algebre di
Boole, attraverso la macchina di Turing, ci ha portato alla civiltà dei
computer e dell'informatica.
Ma è anche vero che nell'800 furono i vaporetti a consentire ai musulmani
giavanesi di fare in massa il pellegrinaggio alla Mecca e di mandare i loro
rampolli a frequentare le scuole coraniche arabe: il risultato dei vaporetti
(trionfo del razionalismo tecnologico industriale) fu il sorgere di un inedito
integralismo musulmano a Giava: d'altronde il fenomeno si è replicato nella
diffusione nel Terzo mondo delle sette protestanti Usa, chiamate appunto i cargo
cults.
Dal canto suo, la tv non solo è il maggiore veicolo propagandistico dei
telepredicatori americani, ma la sera ci ammanisce gli oroscopi. Quanto a
Internet, le maglie della rete connettono sette sataniche e culti strampalati.
Insomma, i prodotti tecnologici del razionalismo occidentale sono diventati
veicoli di superstizioni, credenze integraliste, irrazionalismi. I prodotti del
razionalismo sono cassa di risonanza dell'irrazionale.
Vi è infine l'«effetto specchio» della laicità. In India non c'era mai stato
un fondamentalismo hindu prima dell'arrivo degli inglesi: solo guardandosi nello
specchio inglese che rinviava loro la propria immagine riflessa, gli hindi hanno
potuto costruire un proprio integralismo. È frequentando la laicità
occidentale che i giovani studenti algerini di facoltà scientifiche hanno
raffinato l'idea di una «modernità islamica». Gilles Keppel sostiene qualcosa
di simile, quando in All'Ovest di Allah (trad. it. Sellerio), fa vedere come
l'attuale integralismo islamico sia un frutto maturato in un viaggio di andata e
ritorno in Occidente: gli immigrati musulmani vengono a contatto con
un'esperienza religiosa puritana/calvinista, comunitaria; e quindi riplasmano in
senso puritano/comunitario il proprio islamismo, ed è questo integralismo
riveduto e corretto («riformato») che viene poi riportato nelle terre
originarie dell'Islam.
Il riemergere della religione sulla scena pubblica rappresenta perciò non una
sorpresa, ma una tappa di un lungo processo. Schematicamente, si può affermare
che gli anni '60 rappresentarono nello stesso tempo il culmine del «disincanto»
e l'inizio del rovesciamento: da un lato l'apogeo delle socialdemocrazie
nordiche come apice della società secolare e il Concilio Vaticano II come
massimo sforzo di «laicizzazione della Chiesa»; dall'altro la Nation of Islam
di Malcolm X e la teologia della liberazione come componenti religiose
dell'emancipazione. Non si può dimenticare che l'eroe sessantottino Malcolm X
è stato il primo «integralista islamico postmoderno» e che il Cristo di
Camillo Torres impugnava il mitra.
Ma la vera inversione di tendenza avviene alla fine degli anni `70 ed è
simultanea in tutte e tre le religioni del Verbo: per quanto riguarda il
cristianesimo, a Roma sale sul soglio pontificio Karol Woytjla, un integralista
polacco fautore dell'Opus Dei, mentre a Washington s'installa Ronald Reagan,
portavoce della «moral majority» (gli integralisti protestanti) che dichiarerà
guerra «all'impero del male»; nel mondo ebraico, in Israele tramonta
definitivamente l'egemonia culturale del laicismo laburista, soppiantato dal
Likud e dal peso crescente dei partiti religiosi; e nell'Islam scoppia in Iran
la rivoluzione khomeinista, mentre esplode in Egitto il fenomeno dei Fratelli
Musulmani.
Insomma, alla fine degli anni `70 i fondamentalisti prendono simultaneamente il
potere in Vaticano, alla Casa bianca, a Gerusalemme e a Teheran. E negli anni
`80 la Casa bianca finanzia gli integralisti musulmani che combattono in
Afghanistan contro i sovietici, e consente alla dinastia di El Saud di far
piovere dollari su tutti i fanatici dell'Islam, dall'Algeria all'Indonesia (e
poi alla Bosnia, alla Cecenia).
Da quanto precede è però chiaro che, pur se è riemersa come protagonista
nella lotta politica mondiale, la religione è ben lungi dal costituirne il
movente e l'obiettivo principale. Essa costituisce la forma che assume il
conflitto, l'armatura di cui esso si avvolge, lo strumento di propaganda che
usa, ma non certo il movente né l'obiettivo principale. Proprio perché si può
essere fondamentalisti e capitalisti, possiamo scommettere che Bush pensa sì di
essere lo strumento della volontà divina nel rimettere in ordine il mondo, ma
solo perché - e solo se - Dio sembra avere una particolare predilezione per
l'impero americano e per i dividendi delle corporations Usa.
Può sembrare superfluo ricordarlo, ma un famoso saggio del `600 (scritto dopo
la Guerra dei Trent'anni) attribuito alla scuola spinoziana (o addirittura allo
stesso Baruch Spinoza), Il trattato dei tre impostori (e cioè Mosè, Gesù e
Maometto) enumera i modi in cui «i legislatori e i politici si sono serviti
della religione». La prima maniera, «che è anche la più comune e più usata,
è stata quella di dare a intendere ai popoli di essere ispirati direttamente
dagli dei per poter imporre più facilmente quello che volevano fosse eseguito»;
un'altra maniera «si basa su voci false, rivelazioni e profezie che si spargono
di proposito per spaventare, sbigottire, fiaccare il popolo, oppure renderlo
ardito e coraggioso, secondo le esigenze...». C'è ancora un'altra maniera,
molto più rapida e più sicura, «che consiste nell'avere al proprio seguito
predicatori e nel servirsi di buoni parlatori» (oggi bisognerebbe aggiornare
l'immagine con i professionisti dei media).
Ma la maniera, che più ci riguarda da vicino e che irresistibilmente ci ricorda
il giovane Bush, è certo l'ultima evocata dal Trattato dei tre impostori: «l'invenzione
che è sempre stata più in uso, e quella praticata con più astuzia, consentiva
d'intraprendere col pretesto della religione, ciò che nessun altro pretesto
avrebbe potuto rendere valido e legittimo».
http://www.controappunto.org/speciale%20Palestina/nazisionistiaroma.html
Roma: Aggressione all'informazione
In questo momento decine di ebrei della comunità romana stanno letteralmente
assediando la sede di Rinfondazione Comunista e del giornale Liberazione, almeno
due operatori sono stati aggrediti e presi a calci e pugni, solo l'intervento
della polizia a evitato il peggio, noi stessi cercando di filmare il sit-in
improvviso siamo stati aggrediti, qualsiasi forma di comunicazionme è
rapidamente naufragata, la polizia ha dovuto scortarci per un centinaio di metri
tra le provocazioni dei manifestanti.
Slogan contro l'informazione, contro Santoro, contro Liberazionee i
"pacifisti di una parte sola" la folla è al limite del fanatismo,
macchine e moto vengono inseguite da dreppelli di gente, aggrediti gli occupanti
dei mezzi con una violenza inaudita a colpi di casco, alcuni manifestanti hanno
lanciano sassi, il clima è veramente pesante, vengono scanditi slogan pro
israele e contro Arafat.
Già la sera del presidio a P.zza San Marco era esplosa una provocazione con
l'aggressione al corteo, oggi questo clamoroso attacco all'informazione.
Apre il corteo la comunità Palestinese, poi le Donne in nero i centri sociali e
le tante associazioni che da anni si battono per l'autodeterminazione del popolo
palestinese.
Un compagno che si recava al presidio passando da P.zza Argentina è stato
aggredito da un gruppo di sionisti, invitiamo i tutti a muoversi con attenzione.
WEXNER ANALYSIS:
le priorità della comunicazione israeliana nel 2003
I sostenitori di Israele hanno due settimane per mettere ordine nei loro
messaggi prima che l’attenzione mondiale torni alla cosidetta “road map” e
a come “risolvere” al meglio il conflitto israelo-palestinese. Sviluppare
questo messaggio è lo scopo di questo memo.
Queste raccomandazioni sono basate su due sessioni di “test telefonici”
fatte a Chicago e Los Angeles, durante i primi dieci giorni della guerra, per la
Fondazione Wexner.