FISICA/MENTE

 

 

 

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            SEMINANDO TEMPESTA:                  

Israele, America e la guerra imminente 

Roni Ben Efrat (da "Challenge, A magazine covering the israeli-palestinian conflictby  Wednesday December 25, 2002 at 07:16 PM

Il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha trovato in Israele un robusto supporto per la sua imminente guerra contro l'Iraq. La destra e la sinistra lo esaltano entrambe. La stampa gli fa da cassa di risonanza. Le colombe sulla questione Palestinese sono diventate falchi a proposito dell'Iraq. L'opinione pubblica israeliana e' per il 40% favorevole all'uso del nucleare qualora l'Iraq utilizzasse armi chimiche o biologiche contro Israele, anche se questo fatto non rappresenterebbe in se' e per se' una vera e propria minaccia all'esistenza dello Stato d'Israele medesimo. Ma gli israeliani si mettono ordinatamente in fila per ricevere ognuno la propria maschera antigas. I benefici di questa imminente guerra appaiono loro cosi' evidenti, che l'argomento non e' stato oggetto di alcuna discussione, ne'alla Knesset, ne'in seno al governo. All'arrivo della guerra il paese che subira' la collera dell'Iraq sara' Israele. Eppure, il sostegno degli israeliani alla guerra di Bush e' ancora piu' forte di quello degli stessi americani. Questo fatto e' ancora piu' evidente quando ci accorgiamo che nel resto del mondo, Stati Uniti compresi, l'argomento accende dibattiti roventi. Il Cancelliere tedesco Gerhard Schroeder ha ottenuto la rielezione in Germania per la sua forte presa di posizione contro la guerra all'Iraq. Al momento della stesura di questo articolo, Francia e Russia minacciano di porre il proprio veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti della risoluzione statunitense che vorrebbe l'autorizzazione per un intervento militare immediato nel caso l'Iraq si opponga all'invio degli ispettori. Meta' della popolazione americana e' favorevole alla guerra, ma si e' verificato un calo del 17% di questo consenso, rispetto al giugno scorso. Il 26 ottobre circa 150000 americani hanno manifestato contro la guerra: a Londra il 28 settembre erano in 350000 a protestare. (Secondo il Guardian solo un terzo della popolazione britannica e' favorevole alla guerra). In Italia un milione e mezzo di persone hanno manifestato contro la posizione favorevole alla guerra (e la politica economica) del governo Berlusconi. E l'opposizione israeliana? Non si sente. Yossi Sarid, il suo leader parlamentare, ha tenuto un discorso lo scorso 14 Ottobre, per l'apertura della sessione invernale della Knesset, nel quale e' riuscito a non dire una parola sia sull'Iraq sia sulla questione palestinese. Si e' limitato a parlare della poverta' in Israele. Ha raccontato di un bambino che ricevendo il pranzo a scuola e' stato sorpreso dalla sua insegnante a nascondere un pezzo di pollo in tasca: lo avrebbe conservato per la madre. Si tratta certamente di una storia emblematica, ma Sarid ha omesso il contesto: il disastroso crollo sociale di Israele e' per gran parte dovuto al deterioramento della complessa situazione politica sia nei confronti dei Palestinesi sia dei paesi arabi piu' in generale. La guerra contro l'Iraq non potra' che complicare ulteriormente la situazione. La Junta messianica Israele e' pro-America per tradizione. Non c'e' nulla di nuovo in questo. Ma Israele dovrebbe chiedersi se l'amministrazione Bush gli riserva la stessa fedelta' accordatagli dai suoi predecessori. La risposta e' un chiaro no! Il mondo si trova oggi di fronte ad un fenomeno "nuovo, ma vecchio", le cui implicazioni si estendono ben oltre il conflitto Stati Uniti- Iraq. In seguito a dubbie elezioni la Casa Bianca e' finita in mano a una giunta di destra sostenuta da 70 milioni di fondamentalisti cristiani che considerano il proprio destino legato a Sion. Questo concetto messianico trova la sua corrispondenza laica nell'interpretazione data alla storia dai diretti collaboratori di Bush: il Vice Presidente Dick Cheney, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, il Consigliere per la Sicurezza di Stato Condoleeza Rice e i loro "dipendenti" Paul Wolfowitz e Richard Perle. Nella visione di questi soggetti, nell'era di Reagan l'amministrazione repubblicana sconfisse "l'impero del male" lasciando gli Stati Uniti unica superpotenza mondiale. Bush senior approfitto' di questa situazione ereditata dal suo predecessore e monto' un'offensiva mondiale vincente contro l'Iraq. Poi ci fu la ritirata. Per questioni economiche di poca importanza, gli americani elessero Bill Clinton. Invece di condurre il paese verso il suo chiaro destino di potenza mondiale, Clinton ha ricercato i profitti della pace. Le difese del paese sono andate in malora. Ma alla fine, nonostante tutto, la squadra Reagan-Bush e' tornata in auge. Per guidare gli Stati Uniti verso l'egemonia globale. Quanto sopra si ritrova in un lungo documento intitolato "Rebuilding America's Defence". E' stato pubblicato nel Settembre 2000, poco prima delle elezioni presidenziali, da un gruppo conservatore che si autodefinisce "Progetto per un Nuovo Secolo Americano". "In senso ampio", dicono gli stessi autori, "intendiamo il progetto come la riproposizione del piano di difesa strategica preparato dal Dipartimento per la Difesa di Cheney nei giorni del declino dell'amministrazione Bush. La Guida alla Politica di Difesa (DPG), preparata all'inizio del 1992, forniva il progetto per il mantenimento della preminenza statunitense, finalizzata ad impedire l'insorgere di una forte potenza rivale e alla configurazione di un ordine internazionale in linea coi principi e gli interessi americani". (www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf) "Rebuilding America's Defence" ha rappresentato la base di partenza per la politica estera e di difesa di George W. Bush. Il suo pezzo forte e' l'espansione della potenza politica americana, in modo tale che gli Stati Uniti possano restare l'unica superpotenza mondiale inviolata. A questo scopo sostiene che l'America debba incrementare la spesa per la difesa, sviluppare la propria potenza nucleare e riprendere i test nucleari. Sostiene l'annullamento del Trattato per la messa al bando dei test nucleari, firmato da Clinton (idem pp. 7-8).La sua influenza era gia' apparsa evidente durante il primo anno della nuova amministrazione Bush, quando furono bloccate le trattative internazionali sul controllo delle armi. "Rebuilding America's Defence" e' stato redatto prima degli attacchi dell'11 Settembre 2001.Questi fatti hanno poi dato un ulteriore impulso alle iniziative americane per un controllo globale, cosi' come indicato in un documento piu' recente, "The National Security Strategy of the United States", pubblicato dall'amministrazione Bush il 20 Settembre 2002. (http://usinfo.state.gov/topical/pol/terror/secstrat.htm). Il nuovo documento sulla Sicurezza Nazionale contiene cio' che e' ormai nota come Dottrina Bush: "Il pericolo maggiore che la nostra nazione ha di fronte si trova la' dove si incrociano radicalismo e tecnologia". L'America deve dimostrare la sua determinazione nell'azione. "La nostra attenzione deve rivolgersi immediatamente verso quelle organizzazioni terroristiche di portata mondiale e verso quei terroristi o stati che li fiancheggiano nel tentativo di conquistare o usare armi di distruzione di massa...Mentre gli Stati Uniti continueranno a lottare per ottenere il supporto della comunita' internazionale, noi non esiteremo ad agire da soli, se necessario, esercitando il nostro diritto di auto-difesa..." E ancora "Per secoli, la legislazione internazionale ha riconosciuto ai singoli stati il diritto a non dover subire un attacco prima di potersi legittimamente difendere da quelle forze che rappresentavano una seria minaccia incombente....Dobbiamo adattare il concetto di minaccia incombente alle potenzialita' ed agli obiettivi dei nostri nemici odierni". La conseguenza e' chiara: gli americani non si considereranno al sicuro finche' lo zio Sam non diventera' il Grande Fratello. Sulla New York Review of Books del 26 Settembre Frances Fitzgerald sottolineava che Bush padre sapeva il fatto suo in tema di politica estera. In seno ai piu' importanti consiglieri di Bush padre, il segretario alla difesa Cheney era un falco appartenente ad una minoranza. Oggi, alla Casa Bianca, George W. Bush dipende completamente dai suoi consiglieri. Oggi, il Vice Presidente Cheney collabora fianco a fianco col suo mentore e vecchio amico, Donald Rumsfeld, persona con idee nettamente di destra, che ha scelto a sua volta di essere affiancato da Paul Wolfowitz, co-autore del DPG, e suo vice. Nella ex posizione di quest'ultimo al pentagono, Rumsfeld ha nominato Douglas Feith, un favorito di Richard Perle, vecchio falco dell'amministrazione Reagan. (Oggi Perle e' Consigliere al Pentagono). E cosi', la minoranza guerrafondaia dai tempi del vecchio Bush padre rappresenta oggi il principale gruppo di consiglieri che circondano quell'ignorante di suo figlio. [......] Esiste una "Israeli connection". Nel 1996, sempre secondo F. Fitzgerald, Perle e Feith prepararono un documento che consigliava a Benjamin Netanyahu, allora primo ministro di Israele, di dare un taglio netto al processo di pace di Oslo, e di riprendere direttamente il controllo su West Bank e Gaza. Di fronte al rifiuto di Netanyahu di fronte a tale consiglio, Feith scrisse in un suo pezzo: " Il prezzo da pagare in sangue sara' alto, ma sara' una necessaria forma di disintossicazione, l'unico modo per uscire dalla trappola di Oslo" (citato da Fitzgerald, op. cit.) Un tale consiglio, da parte di Feith e Perle, dovrebbe attirare l'attenzione dei sostenitori degli accordi di Oslo, in seno alla sinistra israeliana, quando sostengono la guerra contro l'Iraq credendo con convinzione che dopo tale vittoria, con l'imposizione di un nuovo ordine in Medio Oriente, Bush imporra' il ritiro di Israele dai Territori Occupati. Tuttavia i fatti sembrano indicare che "lo stesso consigliere che oggi indica la via di Baghdad difende strenuamente la conquista definitiva di West Bank e Gaza da parte di Israele" [......] Rebuilding America's Defence risolve definitivamente il mistero del perche' Bush figlio sia cosi' accanito contro l'Iraq: "Di fatto, gli Stati Uniti hanno cercato per anni di giocare un ruolo di molto maggior peso nella sicurezza della regione del Golfo. Se da un lato il conflitto con l'Iraq ne fornisce una giustificazione nell'immediato, la necessita' di una sostanziale presenza delle forze americane nell'area del Golfo travalica i problemi legati al regime di Saddam Hussein" (Op. cit. p.14). Ma le basi americane non si trovano nei paesi del Golfo, questo al fine di proteggere i vicini di Saddam Hussein. "Dal punto di vista degli Stati Uniti, l'importanza di tali basi permarrebbe anche dopo un'eventuale uscita di scena di Saddam. Piu' a lungo termine infatti, sarebbe l'Iran a rappresentare una minaccia verso gli interessi degli Stati Uniti nel Golfo. E anche se le relazioni Stati Uniti - Iran dovessero migliorare, il mantenimento di basi militari avanzate nella regione rappresenterebbe comunque un elemento essenziale nella strategia di sicurezza degli Stati Uniti, considerato il perdurare degli interessi americani nella regione". (Rebuilding..., p. 17) Non dobbiamo pertanto attenderci una connessione diretta fra cio' che gli ispettori riveleranno sulle armi di Saddam e la decisione di Bush di optare per la guerra. La franchezza di una tale documento e' inusuale, ma cio' che rivela e' sconcertante: nella sua ricerca di dominio l'America e' pronta ad andare avanti da sola, trascinandoci tutti verso il caos. Non meno allarmante e' la reazione in Israele, dove la stragrande maggioranza ascolta con piacere ogni canto messianico sulla guerra tra il Bene e il Male. I sostenitori Il ruolo della stampa in Israele e' di netto sostegno alle posizioni guerrafondaie, dato che non promuove dibattiti alternativi in proposito. Persino il liberale "Ha'aretz, che si vanta della sua reputazione di giornale per la "gente pensante", titolava cosi' l'editoriale delle scorso 11 Settembre 2002: "Affrontiamo l'asse del male". Senza particolari prove da esibire, questo pezzo collega il disastro che ha colpito l'America con l'imminente guerra all'Iraq. "Cosi' l'America, un anno dopo, prepara l'attacco all'Iraq in un contesto da guerra all'ultimo sangue (milhemet hurmah, espressione biblica qui applicata alla guerra al terrorismo - RBE). Perche' la sfida, e la guerra, non sono limitate alle enclaves delle organizzazioni terroristiche, per quanto ramificate e pericolose esse possano essere. L'ambizioso obiettivo che si e' giustamente posto il Presidente Bush, e' di annientare le medesime forze del male che hanno colpito le Twin Towers a New York, e che nelle lor multiformi versioni hanno dichiarato guerra alla esistenza dell'intero mondo libero. Dopo aver ricordato Pearl Harbour, l'editoriale prosegue: "L'America ha capito [nel 1941] che la guerra non era solo contro il Giappone, ma contro l'intero "asse del male" di quell'epoca. La lucidita', la determinazione, il sacrificio e la capacita' di leadership dimostrata dall'America in quegli anni sono cio' che ha salvato la nostra civilta'". Mentre l'Ha'aretz riscrive la storia, Yediot Aharonot non e' da meno. In tre suoi editoriali (firmati dal direttore) Sever Plotzker si scaglia contro quanti nel mondo si oppongono alla guerra. Eccone un esempio: "In momenti come questo bisogna essere molto chiari con tutti: il terrorismo islamico, fascista, omicida, nutrito dal fanatismo religioso - ma anche supportato da regimi dittatoriali come quello di Saddam Hussein, e' la minaccia diretta alla pace, alla prosperita' ed al progresso dell'intero mondo civilizzato.... Gli oppositori alla guerra contro Saddam Hussein devono comprendere che, di fatto, col loro comportamento dimostrano a favore dell'attacco terroristico a Bali, degli attacchi a Tel Aviv, dell'attacco a Helsinki e per l'attentato che avra' luogo nel cortile di casa loro." (Yediot Aharonot October 14). Va sottolineato che questo crociato e' stato direttore di al-Hamishmar, un quotidiano socialista che ha chiuso dopo essere stato privatizzato. I giorni che ci porteranno alla guerra con l'Iraq entreranno nella storia (se qualcuno restera' a scriverla) con la superficialita' della stampa israeliana. Israele nell'attesa del Day After Dietro la cieca adulazione di Israele per l'America si cela ben altro.... La Guerra del Golfo del 1991 ha spento quanto restava della prima Intifada, cosi' come il movimento nazionale palestinese, storica espressione dell'OLP. Molti guerriglieri palestinesi si sono trasformati in tecnocrati. Quanti hanno mantenuto un'uniforme l'hanno fatto in seno all'Autorita' Palestinese, sotto la supervisione della CIA. Negli anni di Oslo, tuttavia (1993-2000), in seguito al degrado delle condizioni di vita nei Territori, un senso di profonda amarezza si e' diffuso sempre piu' ampiamente, sia nei confronti di Israele, sia verso l'Autorita' Palestinese. E' infine esploso nella Seconda Intifada, che e' rapidamente sfuggita ad ogni controllo. Oggi, In Israele, sia la destra sia la sinistra sono convinte che una nuova sconfitta di Saddam Hussein avra' un effetto analogo a quello scatenatosi alla fine della precedente, quello cioe' di domare la nuova Intifada. Questa teorica contiene due ulteriori considerazioni: la piu' semplice vede la campagna militare finalizzata alla caduta di Saddam Hussein strettamente collegata a quella tesa a rovesciare Arafat. La seconda, ben piu' complessa, ha origine da alcune figure dei servizi militari israeliani e ritiene che Israele possa da sola tener testa al terrorismo palestinese, ma che per raggiungere una soluzione politica ci sia la necessita' di un piu' ampio mutamento strategico in Israele..Questo cambiamento deve arrivare dall'esterno. E solo L'America e' in grado di piegare la regione alle esigenze geopolitiche di Israele. Questa posizione trova spesso voce presso i media. Per esempio:"Essendoci stato richiesto [da Bush - RBE] di restare fuori dalla questione irachena, il vero obiettivo del governo deve essere quello di concentrarsi sui vantaggi del "giorno dopo." (Yael Gvirtz, Yediot Aharonot, 7 Ottobre). Aluf Benn allude alla medesima posizione dalle colonne di Ha'aretz (10 Ottobre): "Il messaggio di Israele puo' essere anche letto nei termini seguenti: La crisi con l'Iraq fornisce una buona opportunita' per dare ai Palestinesi il colpo di grazia che porra' fine all'Intifada e migliorera' la posizione di Isarele nei negoziati che seguiranno la rimozione di Saddam." Israele vuole cogliere l'"uva" e non intende discutere col guardiano della vigna. Nella sua recente visita negli Stati Uniti Sharon ha promesso di mantenere questo atteggiamento col doppio obiettivo di supportare Bush nella sua ricerca di consenso e di ottenerne a sua volta il supporto sulla piazza internazionale e presso le banche, in un momento in cui l'affidabilita' finanziaria di Israele e' nel mirino delle stesse istituzioni bancarie. (Vedi anche "Bush tenta di risollevare le sorti dell'economia israeliana" in questo stesso numero). ASPETTATIVE PERICOLOSE La speranza che l'insediamento di un regime fantoccio in Iraq spiani la strada ad una analoga operazione nei Territori Occupati e' completamente destituita di ogni fondamento. Il tentativo di cambiare o modificare regimi esistenti e' stato spesso oggetto della politica statunitense. Ben lungi dal riscuotere significativi successi, ha piuttosto portato il caos (nel Sud Est asiatico, in America Latina, in Medio Oriente, in Afghanistan) di cui oggi la stessa amministrazione Bush si lamenta. Israele e' incappata in simili fallimenti nei tentativi fatti in passato di insediare leader arabi. Due esempi per tutti: 1) L'avventura libanese. Nel 1982, durante la presidenza di Ronald Reagan, in Israele era primo ministro Menahem Begin. Ariel Sharon, allora ministro della difesa, intraprese una campagna bellica per modificare la mappa geografica del Medio Oriente, cominciando dal Libano. L'idea era quella di eliminare l'OLP come forza interna a quel paese, in modo da permettere al leader della milizia cristiana Bashir Gemayal di assumere il controllo del paese e permettere al Parlamento di eleggerlo presidente. Gemayal avrebbe dimostrato la sua gratitudine negoziando la pace con Israele. Inoltre, avendo sconfitto Arafat in Libano, Israele avrebbe potuto esercitare la propria volonta' sui demoralizzati territori della West Bank e di Gaza. Secondo lo storico Howard Sachar, inoltre, Sharon aveva anche intenzione di rovesciare dal trono Re Hussein, trasformando la Giordania nello stato Palestinese ed annettendo i Territori Occupati. (Howard M. Sachar, A History of Israel, Volume II, New York: Oxford University Press, 1978, p. 172). Di fatto l'esercito israeliano caccio' l'OLP dal Libano e Bashir Gemayal fu eletto presedente il 23 Agosto. Poche settimane dopo, fu assassinato. Si scateno' il caos. Sharon chiese al suo Capo di Stato Maggiore di ripristinare l'ordine e di permettere ai Cristiano Falangisti di entrare nei campi dei rifugiati. Il risultato di tale operazione fu il massacro di Sabra e Shatila. A questo punto gli Americani ritornarono in Libano, con lo scopo, anche, di "riportarvi l'ordine" - ma, nell'Ottobre 1983, un attacco suicida uccise 241 marines. Gli americani e se andarono e gli Israeliani si ritirarone nel sud del Libano. Del piano di Sharon non rimaneva che una sottile "zona di sicurezza" oltre il confine settentrionale di Israele. Questa zona e' in seguito costata centinaia di vite umane a Israele e migliaia al Libano, finche' il primo ministro Ehud Barak non l'ha fatta sgomberare, due anni fa. Il Libano non e' diventato la "democrazia cristiana " sognata da Begin, Sharon, e (almeno fino ad un certo momento) Ronald Regan. L'invasione israeliana ha ottenuto, e' vero, la cacciata dell'OLP ma soprattutto ha prodotto morte e distruzione, una drammatica frammentazione della propria societa', un ampio discredito a livello mondiale, la crescita del movimento degli Hezbollah e la nascita di una nuova tattica di guerriglia: l'attacco suicida. 2) L'avventua di Oslo. In seguito all'espulsione dell'Olp dal Libano i Territori Occupati sono diventati il principale centro di resistenza palestinese. E poi scoppiata la prima Intifada (1987). Israele ha risposto con una piu' sofisticata forma di occupazione. Nel corso degli anni 70 e 80 Israele ha cercato, senza successo, di infiltrare collaboratori con posizioni di leader (i cosiddetti Village Leagues). L'idea era quella di trasformare la stessa OLP in un'entita' sottomessa al controllo di Israele. La combinazione tra la politica israeliana e quella della sua creatura, la corrotta autorita' Palestinese, ha condotto al caos della seconda Intifada. Il partito Laborista, che aveva puntato tutte le sue carte su Oslo si e' ritrovato, fin dall'Ottobre 2000, senza partners, senza agenda. Avendo perduto anche ogni caratteristica che lo differenziasse dal partito avversario, il partito laburista si e' unito al Likud, in un evidente tentativo di mettere fine allo scontro. (Dopo 20 mesi, l'alleanza si e' rotta). L'Intifada ha fatto crollare l'economia israeliana, riportandola ad essere un caso pietoso per la carita' americana. Nello stesso tempo, pero', anche l'America e' sprofondata in una seria crisi economica. William Grider cosi' scrive su "The Nation" (13 Settembre, 2002): "L'indebitamento estero netto dell'economia statunitense -causata dall'aver accumulato per 20 anni un deficit commerciale sempre piu' ampio - raggiungera' quest'anno quasi il 25% del prodotto interno lordo degli Stati Uniti, ovvero circa 2,5 trilioni di dollari. Quindici anni fa era...zero. Lo spettro della crescente debolezza americana sembra impermeabile agli sguardi della gente che continua a pensare di vivere in una prosperita' permanente. Ma le sabbie mobili sono una realta'. Siamo gia' sprofondati fino alle ginocchia." Gli Stati Uniti della seconda Guerra del Golfo non saranno gli stessi della prima. Dieci anni fa a Wall Street dilagava la speranza che i mercati mondiali si aprissero alle corporations americane; i dividendi del collasso sovietico erano a loro disposizione. Invece, il crollo delle torri ha scosso l'America. Quando si tratta di guerra all'Iraq, l'Europa resiste, il terzo mondo resiste, chiunque abbia la testa sulle spalle, resiste. Washington, allora, si sente tradita. Nonostante il crollo del comunismo, pace e prosperita' si fanno desiderare. Solo una piccola parte di Israele sta in maniera decisa con l'America e con il governo. Dopo due anni di attacchi suicidi gli Israeliani sono risoluti e determinati nel rifiuto della rabbia che genera il caos. Ora, si sentono pronti, a destra come a sinistra, a sostenere una crociata il cui risultato sara' la crescita esponenziale di quella rabbia. Quanti hanno seminato vento raccoglieranno tempesta. Ma quelli che hanno seminato tempesta, cosa raccoglieranno? La combinazione di potere militare e crisi economica e' pericolosa. Tenta le vie della forza per risolvere problemi economici, con mezzi militari. Questa commistione, non molti anni fa ha generato il fascismo. E ha sottoposto l'umanita' ad un incommensurabile olocausto. Il mondo si trova aggi ad un analogo crocevia. La domanda non e': 'Puo' il mondo convivere con Saddam Hussein?'. La vera domanda e', piuttosto: 'Puo' il mondo convivere con George W. Bush?' La sparizione del campo socialista e' sentita oggi come non mai. Quelli che hanno fermato Hitler non erano (con il dovuto rispetto per Ha'aretz) gli Americani, ma i Sovietici a Stalingrado. I Sovietici hanno impedito agli Stati Uniti di invadere Cuba. Hanno mitigato la poverta' in tanti paesi del mondo. Nei decenni piu' recenti le lotte della classe lavoratrice mondiale e delle forze pacifiste hanno subito una significativa battuta d'arresto. Hanno pagato un pesante prezzo per il fallimento del tentativo socialista. L'Unione Sovietica ha fallito perche' ha escluso le persone dai processi decisionali. Ha fallito nella costruzione del socialismo nell'unico modo in cui esso possa essere costruito: democraticamente. L'Unione Sovietica ha fallito, in breve, nel tenere desto lo spirito della rivoluzione. Noi dovremmo guardare a questo esperimento, tuttavia, come il primo, non come l'ultimo nel suo genere. Un nuovo movimento di massa e' cresciuto, in questi anni, contro la globalizzazione. Molte speranze sono riposte in esso, ma di fronte all'imminente guerra non si e' fatto sentire a sufficienza. La ragione chiave di questo fallimento e' che il movimento detesta i partiti politici. Rifuggendo la politica organizzata non sono in grado di porsi come alternativa all'ordine mondiale esistente. Non misurandosi col potere, non danno neanche vita a mutamenti politici. Nelle attuali circostanze in cui "gli altri" sono organizzati in multinazionali, partiti e regimi, le proteste che si limitano a reagire di fronte a determinati eventi sono un lusso che non ci si puo' permettere. La reale urgenza e' davvero un atto di reazione: fermare la megalomania della Casa Bianca. Non si puo' certo contare su Jacques Chirac o su Gerhard Schroeder che solo due anni fa hanno preso parte nell'attacco contro la Yugoslavia. E neppure su Vladimir Putin, preso da personali ambizioni. Su una piu' lunga prospettiva e' necessario arrivare a negare ai capitalisti i mezzi per trascinare l'umanita' nella guerra. La protesta va organizzata su un'agenda socialista.

 

Una modesta proposta per la Casa Bianca

Da CARTA

http://www.carta.org/rivista/settimanale/2003/02/02chomsky.htm 

 di Noam Chomsky 

GLI SFORZI ZELANTI dell'amministrazione Bush per conquistare l'Iraq - con la guerra, un colpo di stato militare o con altri mezzi - hanno portato a varie analisi riguardanti i motivi conduttori. Con la sua interpretazione, Anatol Lieven - del Carnegie endownment for international peace - ritiene che questi piani si conformino alla "classica strategia moderna di un'oligarchia conservatrice in pericolo che consiste nel trasformare il malcontento di massa in nazionalismo", ispirato alla paura di nemici che stanno per distruggerci. Questa strategia è di massima importanza se i "nazionalisti radicali", che stanno mettendo a punto la politica a Washington, sperano di promuovere il loro piano annunciato per "il dominio unilaterale del mondo attraverso l'assoluta superiorità militare", portando avanti, nel frattempo, un attacco in grande stile contro gli interessi della maggioranza della popolazione interna. Lieven senza dubbio parla a nome di molti quando descrive gli Usa, nel loro corso attuale, come "una minaccia per se stessi e per l'umanità".

Come dimostra la storia, è fin troppo facile per leaders senza scrupoli terrorizzare l'opinione pubblica. E questo è il metodo naturale per sviare l'attenzione dal fatto che tagli alle tasse per i ricchi e altri espedienti stanno minando le prospettive di una vita decente per la classe media e i poveri, e per le future generazioni. L'economista Paul Krugman ha denunciato il fatto che "letteralmente prima che si fosse posata la polvere" sulle rovine del World trade center, repubblicani di spicco avevano fatto sapere che erano "determinati ad usare il terrorismo come una scusa per procedere con un'agenda conservatrice radicale". Lui e altri hanno documentato come i repubblicani, da allora, abbiano perseguito senza sosta quest'agenda. La strategia si è dimostrata altamente efficace per le elezioni del Congresso. E quando inizierà la campagna per le elezioni, presidenziali, gli strateghi repubblicani non vorranno di certo che la gente faccia domande sulle proprie pensioni, sul proprio lavoro, o sulla propria assistenza sanitaria e su altre questioni simili. Dovrebbero, piuttosto, lodare il proprio eroico leader per averli salvati dalla distruzione imminente da parte di un nemico potentissimo, e continuare sulla propria strada per affrontare la prossima poderosa forza intesa a distruggerci.
Reaganiani riciclati
Queste idee sono particolarmente ovvie per i reaganiani riciclati che detengono posizioni influenti nell'attuale amministrazione, e che stanno recitando di nuovo un copione familiare: guidare il paese verso un deficit economico, in modo da poter minare programmi sociali, dichiarare una "guerra al terrore" [come hanno fatto nel 1981] ed evocare un diavolo dopo l'altro per costringere la popolazione ad obbedire con la paura: killers libici che si muovono furtivamente verso Washington per assassinare il coraggioso cowboy circondato da carri armati nella Casa Bianca; sandinisti a soli due giorni di marcia dal Texas - mentre portano avanti i loro piani per conquistare l'emisfero seguendo il copione del Mein Kampf; terroristi Arabi che cercano di ammazzare americani dappertutto mentre Gheddafi progetta di "espellere l'America dal mondo", come, lamenta il cowboy; narcotrafficanti Ispanici che tentano di distruggere la gioventù [ma fermati all'ultimo momento da Bush N°1, rapiti durante l'Operazione Giusta Causa e processati per crimini commessi, per la maggior parte, quand'erano sul libro-paga della Cia]; ecc, ecc.
A che serve il petrolio
Più in generale, le atrocità dell'11 settembre hanno fornito un'opportunità ed un pretesto per attuare piani di vecchia data per acquisire il controllo delle immense ricchezze petrolifere dell'Iraq, una parte fondamentale delle risorse del Golfo Persico che il dipartimento di stato - nel 1945 - descrisse come "una stupenda riserva di potere strategico e uno dei maggiori premi materiali nella storia mondiale" [facendo riferimento specificamente all'Arabia Saudita, ma lo scopo è più generale]. L'intelligence Usa prevede che queste riserve diverranno ancora più importanti negli anni a venire. La questione non è mai stata l'accesso. Le stesse analisi dell'intelligence anticipano che gli Usa dipenderanno dagli approvvigionamenti più sicuri del bacino Atlantico. Era già vero anche dopo la seconda guerra mondiale. Gli Usa si mossero con rapidità per acquisire il controllo sulle risorse del Golfo, ma non per il proprio uso; il Nord America fu il maggior produttore nei decenni successivi, e da allora il Venezuela è stato di solito il maggior esportatore verso gli Usa. Ciò che conta è il controllo sul "premio materiale", che incanala enormi ricchezze verso gli Stati Uniti in tanti modi, e la "stupenda risorsa di potere strategico", che viene trasformata in una leva di "dominio mondiale unilaterale".
E se invece...
Una diversa spiegazione è che l'amministrazione crede esattamente a quello che dice: l'Iraq è improvvisamente diventato una minaccia per la nostra stessa esistenza e per quella dei suoi vicini. Dobbiamo assicurarci che le armi di distruzione di massa e i mezzi con cui produrle siano totalmente distrutti, e il mostro stesso eliminato. E velocemente. Una guerra contro l'Iraq dovrebbe idealmente essere portata avanti durante l'inverno, e l'inverno del 2003-2004 sarà troppo tardi. Entro quel termine il fungo atomico profetizzato dal consigliere per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice potrebbe averci già consumato. Assumiamo che questa interpretazione sia corretta. Se le potenze regionali temono Washington più di Saddam, come pare che facciano, ciò dimostra la loro limitata comprensione della realtà. È solo un caso che per l'inverno prossimo sarà in corso la campagna per le elezioni presidenziali. E anche altri dubbi possono essere in qualche modo messi da parte. Allora come possiamo raggiungere questi obiettivi dichiarati? Sono stati discussi molti piani, ma pare che uno semplice semplice sia stato ignorato...forse perché ritenuto folle. Il giudizio è esatto ma è istruttivo chiedersi perché. La modesta proposta è quella di spingere l'Iran ad attaccare l'Iraq, fornendogli il necessario appoggio logistico e militare - da una distanza di sicurezza [missili, bombe, basi, ecc]. La proposta ha tanti vantaggi in più rispetto a quelle che vengono considerate adesso. In primis, Saddam sarà rovesciato, in effetti sarà ridotto a brandelli insieme a chiunque gli stia vicino. Qualsiasi traccia di armi di distruzione di massa sarà eliminata - non solo per adesso ma anche per i regimi successivi - insieme ai mezzi per produrli, un grande aiuto al disarmo in generale. L'Iran ha di gran lunga motivi migliori per raggiungere questo scopo rispetto ai circoli di Bush. In secondo luogo, ci saranno poche, se anche vi saranno, vittime americane. O vittime israeliane. Attacchi con missili Scud non impediranno la liberazione dell'Iraq da parte del peggior nemico israeliano.
Gli amici della Bestia
È vero, morranno molti iracheni e iraniani. Ma questo non preoccuperà più di tanto. I circoli di Bush - come notato, per la maggior parte reaganiani riciclati - appoggiavano fortemente Saddam quando attaccava l'Iran, abbastanza ignari dell'enorme costo umano, sia allora, sia sotto il susseguente regime di sanzioni. Saddam probabilmente userà armi chimiche, ma neanche questo preoccuperà più di tanto. L'attuale leadership appoggiava fermamente la "Bestia di Baghdad" quando usava armi chimiche contro l'Iran, durante gli anni di Reagan, e quando usava il gas contro "la sua gente": i kurdi, i quali erano la sua gente nel senso in cui i Cherokees erano la gente di Andrew Jackson [settimo presidente degli Stati uniti, dal 1828 al 1836, ndt]. Gli attuali progettisti di Washington continuarono ad appoggiare la Bestia dopo che aveva commesso i suoi crimini più terribili , anche fornendogli i mezzi per sviluppare armi di distruzione di massa, nucleari e biologiche, fino all'invasione del Kuwait, adempiendo "al nostro dovere di aiutare gli esportatori degli Stati uniti", come hanno spiegato [John Kelly, Sottosegretario di Stato con la responsabilità del Medioriente, all'inizio del 1990]. L'Inghilterra si è unita agli Usa con gioia. Bush Sr e Cheney hanno anche effettivamente autorizzato la carneficina degli Sciiti da parte di Saddam nel marzo del 1991, nell'interesse della "stabilità", come è stato sobriamente spiegato. Hanno ritirato il loro appoggio al suo attacco sui kurdi solo sotto grandi pressioni internazionali ed interne. Quindi sicuramente i costi umani non possono essere una preoccupazione. La guerra fredda non aveva attinenza con l'appoggio americano a Saddam; la Russia si è unita ai buoni nell'appoggiare Saddam. Né è stata la guerra con l'Iran il fattore determinante, come dimostra l'appoggio continuato per molto tempo dopo che la guerra era finita.
Lasciamo fare all'Iran
In terzo luogo, le Nazioni unite non saranno un problema. Non sarà necessario spiegare al mondo che le Nazioni unite sono pertinenti quando seguono gli ordini, altrimenti no. Secondo un alto funzionario dell'amministrazione, dopo che il Congresso aveva autorizzato l'uso della forza militare, "non abbiamo bisogno del Consiglio di sicurezza. Per cui se il Consiglio di sicurezza vuole rimanere al passo con i tempi, allora dovrà darci un'autorizzazione simile". Se qualcuno obietta alla liberazione dell'Iraq, gli Stati uniti possono sempre usare il veto per impedirgli di andare avanti. In quarto luogo, l'Iran ha certamente credenziali di gran lunga migliori per il compito rispetto a Washington. A differenza dell'amministrazione Bush, non ha precedenti di appoggio al feroce Saddam e ai suoi programmi di armi di distruzione di massa. Piuttosto, gli iraniani sono stati le principali vittime dell'attacco iracheno avallato dagli Usa e dalla Gran Bretagna [tra gli altri]. Può essere obiettato, correttamente, che non possiamo fidarci della leadership iraniana, ma questo è ancora più vero di coloro che hanno continuato ad aiutare Saddam per molto tempo dopo i suoi crimini peggiori. Inoltre, ci risparmieremmo l'imbarazzo di professare una fede cieca nei nostri leaders, nel modo che giustamente deridiamo negli stati totalitari. Non ci sarà bisogno di un tacito appello ad una miracolosa conversione religiosa - di cui non c'è la traccia di una prova, neanche la decenza di riconoscere i crimini del passato. E non dovremmo abbassarci a patrocinare un'invasione perché la leadership a Washington ha la particolare responsabilità di compensare i suoi crimini del passato, per cui non dimostra alcun rimpianto - un argomento che, generalizzato, ha delle conseguenze intriganti.
Bassora, Karbala e i kurdi
In quinto luogo, la liberazione sarà accolta con entusiasmo da gran parte della popolazione, molto di più rispetto ad un'invasione americana. La gente festeggerà nelle strade di Bassora e Karbala, e potremo unirci ai giornalisti iraniani nell'acclamare la nobiltà e la giusta causa dei liberatori. In sesto luogo, l'Iran può dirigersi verso l'istituzione della democrazia, ancora con credenziali non peggiori di quella di Washington, come uno sguardo alla storia rivelerà rapidamente. I contributi di Washington alla democrazia nella regione sono ben noti, e i riformatori iraniani avranno alcuni vantaggi nel perseguire lo scopo, se non altro perché la maggioranza della popolazione irachena è sciita, e l'Iran avrebbe meno problemi degli Usa nel garantire loro voce in capitolo in un successivo governo. Per quanto riguarda i kurdi, se chiedono una reale autonomia provocherebbero probabilmente un'invasione turca. Alla luce del decisivo contributo di Washington alle enormi atrocità contro i kurdi negli anni '90, tra le peggiori di quello spaventoso decennio, gli argomenti in favore di un ruolo degli Usa in questa materia sono a dir poco piuttosto deboli. Non ci sarebbe alcun problema ad ottenere l'accesso al petrolio iracheno, allo stesso modo in cui le compagnie statunitensi potrebbero facilmente sfruttare le risorse energetiche iraniane in questo preciso momento, se Washington lo permettesse.
Ridisegnare il Medio Oriente
Senza andare oltre, la proposta offre molti vantaggi rispetto a quelle attualmente al vaglio. Qual'è allora il piccolo difetto che guasta il tutto? Ci sono diversi problemi fondamentali. In primis, gli Stati uniti non sarebbero in grado di usare la "stupenda risorsa di potere strategico" come leva per il dominio mondiale, e dovrebbero condividere con altri il grandioso "premio materiale", più di quello che Washington non vorrebbe. In secondo luogo, "la classica strategia moderna di un'oligarchia conservatrice in pericolo" fallirebbe. I problemi interni dell'amministrazione Bush rimarrebbero irresoluti: la popolazione sarebbe libera dalla paura e potrebbe prestare attenzione a cosa le viene fatto. E infine, i piani per il "dominio unilaterale del mondo" subirebbero un brutto colpo. Come fa notare correttamente Lieven, i "nazionalisti radicali" a Washington hanno legami molto stretti con gli ultra-conservatori israeliani. Negli anni '90, addirittura, Richard Perle e Douglas Feith scrivevano documenti programmatici per Benjamin Netanyahu, il quale va oltre Ariel Sharon nell'estrema destra. La stampa israeliana, di solito attendibile, riporta i loro legami e i loro piani da qualche tempo. Questi includono piani di vasta portata per ricostruire il Medio Oriente lungo frontiere somiglianti all'antico impero ottomano, ma adesso con a capo gli Usa e la sua base militare all'estero, l'Israele, cooperanti con la Turchia: quello che la stampa egiziana ha descritto come "l'asse del male" Usa-Israele-Turchia. Secondo alcuni piani riportati, una monarchia Hascemita potrebbe estendersi dalla Giordania a parti dell'Iraq e dell'Arabia Saudita, e i Palestinesi potrebbero essere successivamente trasferiti altrove, forse in Giordania. La guerra contro l'Iraq potrebbe essere già in corso. Buona parte delle forze aeree israeliane sono di stanza in Turchia, ed è stato riferito che volano lungo il confine iraniano da basi americane situate in zona. Si stanno ideando piani per la spartizione dell'Iran, forse si stanno già, attuando, secondo fonti specialistiche americane. Lieven ed altri indicano che i nazionalisti radicali hanno piani simili che si estendono fino alla Cina, e potrebbero continuare per decenni "fino a quando un miscuglio di terrorismo e di insostenibili costi sociali, politici ed economici della dominazione economica Usa manderanno all'aria l'attuale ordine mondiale". Non è solo la maggior parte del mondo che li vede come una minaccia. Lo stesso si può dire di analisti strategici altamente stimati e di esperti del Medio Oriente, qui in America, come Anthony Cordesman, che è quanto di più integralista si possa trovare nei settori sani di mente. Secondo il più importante corrispondente diplomatico israeliano, Akiva Eldar, Cordesman ha avvertito che Washington dovrebbe "mettere in chiaro che il suo impegno verso Israele non comporta un impegno verso i suoi strateghi da tavolino più sciocchi e i suoi estremisti più irresponsabili", facendo riferimento, neanche tanto indirettamente, a Perle e Feith, che sono vicini ai centri di potere a Washington.
Un'idea pazzesca
Ehud Sprintzak, il rispettato analista strategico, ritornando in Israele da incontri con personaggi di alto livello al Pentagono, ha riferito che "stiamo parlando di un gruppo rivoluzionario, con un approccio totalmente diverso nei confronti del mondo arabo e delle minacce da lì provenienti. Si potrebbe riassumere il loro approccio in una frase: credono che il mondo arabo sia un mondo di ritardati che capiscono solo il linguaggio della forza". Questa è un'affermazione insufficiente, come ha dimostrato la recente reazione alla piccola disobbedienza della Germania. La modesta proposta di una liberazione iraniana è in effetti pazzesca, ma non senza merito. È di gran lunga la più ragionevole delle proposte attualmente messe in atto, per essere più precisi, sarebbe più ragionevole, se gli obiettivi dichiarati avessero qualche attinenza con i veri obiettivi. Per quanto riguarda i veri moventi, l'alternativa esaminata all'inizio ha un'incredibile plausibilità.
[Questo articolo è stato tratto da www.zmag.org/italy
La traduzione è di Giovanni Minchella]

LA RIVISTA DE IL MANIFESTO

numero  34 

Il lavoro della memoria

I MOLTI SETTEMBRE
Arundhati Roy  

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/34/34A20021203.html 

Molto spesso in questi giorni vengo descritta come una `attivista sociale'. Quelli che sono d'accordo con me mi chiamano `coraggiosa', gli altri mi definiscono con ogni sorta di epiteti villani, che non voglio ripetere. Non sono un'attivista sociale, né sono particolarmente coraggiosa… Quindi vi prego di non sottovalutare la trepidazione con la quale sono qui a parlarvi.
Gli scrittori immaginano di trarre dal mondo le storie che raccontano. Comincio a credere che sia la vanità a farli ragionare così. Sono le storie che si rivelano a noi. I romanzi pubblici, i romanzi privati… ci colonizzano. Ci commissionano. Insistono per essere raccontati. La narrativa e la saggistica sono soltanto tecniche differenti per raccontare delle storie. Per ragioni che non mi sono del tutto chiare, la narrativa fluisce da me con leggerezza. La saggistica mi viene estratta a forza dalla realtà dolente, frantumata, del mondo sul quale mi sveglio ogni mattina. Il tema centrale di gran parte dei miei scritti – di narrativa come di saggistica – è la relazione tra chi ha il potere e chi non lo ha, e il conflitto infinito, circolare, nel quale tutti sono coinvolti.
John Berger 1, questo meraviglioso scrittore, una volta ha affermato: nessuna storia sarà mai più raccontata come se fosse l'unica. Non può esistere una sola storia. Esistono solamente diversi punti di vista. Così, quando io racconto una storia, non mi comporto come un ideologo che vuole contrapporre un'ideologia assolutistica a un'altra, ma come un narratore che desidera condividere il suo punto di vista. Anche se potrebbe sembrare diversamente, i miei scritti non trattano veramente di storia o di nazioni, ma di potere. Della follia e della crudeltà del potere. Della fisica del potere. Credo che l'accumulazione di un potere vasto e illimitato nelle mani di uno Stato o una nazione, una multinazionale o una istituzione – o anche di un individuo, un coniuge, un amico o un fratello – produca, a prescindere dall'ideologia, una serie di eccessi, come quelli che racconterò qui.
Vivendo, come milioni di noi, all'ombra dell'olocausto nucleare che i governi di India e Pakistan continuano a promettere alle loro popolazioni, già sottoposte a un lavaggio del cervello, e nei paraggi globali della Guerra contro il Terrore (definita alquanto biblicamente dal presidente «Il compito che non avrà mai fine», mi ritrovo a riflettere assai spesso sulle relazioni fra i cittadini e lo Stato.
In India, coloro che hanno espresso delle posizioni sulle bombe nucleari, sulle grandi dighe, sulla globalizzazione delle multinazionali e sulla minaccia crescente di un fascismo hindu – posizioni in conflitto con quelle del governo indiano – vengono bollati come `anti-nazionali'. Anche se questa accusa non mi riempie di indignazione, descrive in modo non corretto ciò che faccio o penso. Un `anti-nazionale' è una persona che si pone contro la sua nazione e, per inferenza, a favore di qualche altra. Ma non è necessario essere `anti-nazionali' per diffidare profondamente di tutti i nazionalismi, per essere antinazionalisti.
Il nazionalismo di questo o quel genere è stato la causa della maggior parte dei genocidi del ventesimo secolo. Le bandiere sono pezzi di stoffa colorata che i governi utilizzano prima per cellofanare la mente della gente e poi come drappi funebri per ricoprire i morti. Quando persone in grado di pensare autonomamente (e qui non includo l'industria dei media) iniziano a riunirsi sotto le bandiere, quando scrittori, pittori, musicisti, registi sospendono il giudizio e assoggettano ciecamente la propria arte al servizio della `Nazione', è il momento per tutti noi di stare attenti e preoccuparci. In India è accaduto subito dopo gli esperimenti nucleari del 1998 e durante la guerra del Kargil 2 contro il Pakistan nel 1999. Negli Stati Uniti lo abbiamo visto nel corso della guerra del Golfo e lo vediamo adesso, durante la `Guerra contro il Terrore'. Un delirio di bandiere americane made in China.
Ultimamente, coloro che hanno criticato l'operato del governo americano (compresa la sottoscritta) sono stati chiamati `anti-americani'. Si sta consacrando l'anti-americanismo come ideologia. Il termine `anti-americano' viene usato normalmente dall'establishment americano per screditare e definire – non diremo falsamente, ma in maniera imprecisa – i suoi critici. È molto probabile che, una volta etichettata come anti-americana, una persona venga giudicata prima di essere ascoltata, e che la discussione si perda nel polverone dell'orgoglio nazionale ferito.
Cosa significa il termine `anti-americano'? Vuol dire essere contro il jazz? O contro la libertà di parola? Vuol dire che non si apprezzano Toni Morrison o John Updike? Che si ha qualcosa da ridire sulle sequoie giganti? Significa che non si ammirano le centinaia di migliaia di cittadini americani che hanno manifestato contro le armi nucleari, o le migliaia che si opposero alla guerra e costrinsero il proprio governo a ritirarsi dal Vietnam? Significa odiare tutti gli americani? Questa ingegnosa sovrapposizione di cultura, musica, letteratura americane, della bellezza fisica mozzafiato del paesaggio, dei piaceri ordinari della gente comune, con le critiche alla politica estera del governo Usa (della quale, grazie alla `libera stampa' americana, la maggioranza degli americani purtroppo conosce assai poco) costituisce una strategia premeditata ed estremamente efficace. Somiglia a un esercito in ritirata che si rifugia in una città densamente popolata, sperando che l'eventualità di colpire obiettivi civili distolga il fuoco nemico.
Molti americani si sentirebbero mortificati nell'essere associati alle politiche del loro governo. Le critiche più colte, graffianti, incisive, esilaranti nei confronti dell'ipocrisia e delle contraddizioni nella politica del governo Usa provengono da cittadini americani. Quando il resto del mondo vuole sapere cosa sta combinando il governo Usa, noi ci rivolgiamo a Noam Chomsky, Edward Said, Howard Zinn, Amy Goodman, Michael Albert, Chalmers Johnson, William Blum e Anthony Arnove per farci raccontare quello che succede veramente. Allo stesso modo, in India, non centinaia, ma milioni di noi si vergognerebbero e si sentirebbero offesi se venissimo coinvolti in qualsiasi modo nella politica fascista dell'attuale governo indiano, che oltre ad aver perpetrato il terrorismo di Stato nella valle del Kashmir (in nome della lotta al terrorismo), ha anche chiuso un occhio sul recente pogrom contro i musulmani del Gujarat, avvenuto con la regia dello Stato.
Sarebbe assurdo pensare che quelli che criticano il governo indiano siano `anti-indiani', sebbene lo stesso governo abbia adottato senza esitazioni questo criterio. È pericoloso cedere al governo indiano, americano, o a chiunque altro il diritto di definire cosa siano, o dovrebbero essere, l'`India' o l'`America'. Definire qualcuno `anti-americano', anzi, essere anti-americano (o in quanto a ciò anti-indiano, o anti-timbuctuiano) non è soltanto razzista, ma tradisce una mancanza di immaginazione. Una incapacità di vedere il mondo in termini diversi da quelli che l'establishment ha stabilito per te: se non sei un bushiano, sei un talebano. Se non ci ami, ci odi. Se non sei il Bene, sei il Male. Se non stai con noi, stai con i terroristi.
Lo scorso anno, come molti altri, anch'io ho commesso l'errore di deridere questa retorica post-11 settembre, liquidandola come stupida e arrogante. Ma mi sono resa conto che non è affatto stupida. Si tratta in realtà di una campagna di reclutamento per una guerra sbagliata e pericolosa. Ogni giorno mi stupisco di quante persone credano che opporsi alla guerra in Afghanistan equivalga a sostenere il terrorismo, e a votare per il talebani. Adesso che lo scopo iniziale della guerra – catturare Osama bin Laden (vivo o morto) – sembra aver incontrato difficoltà, gli obiettivi sono stati spostati. Si sta sostenendo che la questione centrale della guerra fosse rovesciare il regime dei talebani e liberare le donne afghane dal burqua. Ci viene chiesto di credere che in realtà i marines americani sono impegnati in una missione femminista. (Se è così, la prossima tappa sarà l'Arabia Saudita, loro alleato militare?) Proviamo a vederla così: in India esistono alcune pratiche sociali alquanto riprovevoli, contro gli `intoccabili', i cristiani e i musulmani, le donne. Il Pakistan e il Bangladesh si comportano in modo ancora peggiore nei confronti delle minoranze etniche e delle donne. Devono essere bombardati? E Dehli, Islamabad e Dacca devono essere distrutte? Si può eliminare il fanatismo dall'India a colpi di bombe? È possibile che la nostra strada verso il paradiso femminista sia spianata dai bombardamenti? È così che negli Usa le donne hanno conquistato il diritto di voto? È questo il modo in cui fu abolita la schiavitù? Possiamo sentirci risarciti del genocidio di milioni di nativi americani, sui cadaveri dei quali sono stati fondati gli Stati Uniti, bombardando Santa Fe 3?
Nessuno di noi ha bisogno degli anniversari per ricordarsi ciò che non possiamo dimenticare. Perciò non è più di una coincidenza il fatto che mi capiti di trovarmi qui, in terra americana, in settembre, questo mese di anniversari terribili. Naturalmente in cima ai pensieri di tutti, in modo particolare qui in America, c'è l'orrore di ciò che è diventato famoso come «Nine Eleven» 4. Circa tremila cittadini hanno perso la vita in quel letale attacco terroristico. Il dolore è ancora profondo. La rabbia ancora intensa. Le lacrime non si sono asciugate. E una guerra strana, micidiale sta imperversando nel mondo. Ma chiunque abbia perduto una persona cara sa in cuor suo, profondamente, che nessuna guerra, nessun atto di vendetta, nessuna bomba lanciata contro persone care a qualcun altro o contro i figli di qualcun altro, ottunderà il suo dolore, o gli restituirà i suoi cari. La guerra non può vendicare coloro che sono morti. La guerra è solo una brutale profanazione della loro memoria. Alimentare un nuova guerra – questa volta contro l'Iraq – manipolando cinicamente il dolore della gente, confezionandolo per gli special televisivi sponsorizzati da aziende che vendono detersivi o scarpe da ginnastica, significa svalutare e sminuire il dolore, svuotarlo di significato. Ciò a cui assistiamo adesso è una volgare rappresentazione dell'industria del dolore, del commercio del dolore, del saccheggio anche dei sentimenti umani più privati, a scopo politico. È una cosa terribile e violenta perpetrata da uno Stato ai danni dei propri cittadini.
Non è un tema molto intelligente da affrontare in una circostanza pubblica, ma ciò di cui mi piacerebbe molto parlarvi è la Perdita. La perdita e il perdere. Il dolore, il senso di fallimento, lo stordimento, l'incertezza, la paura, la morte dei sentimenti, la morte dei sogni. L'assoluta, inesorabile, infinita, ordinaria ingiustizia del mondo. Cosa significa la perdita per gli individui? Cosa vuol dire per le intere culture, gli interi popoli che hanno imparato a convivere con essa, quasi fosse un compagno fedele?
È dall'11 settembre che ne stiamo parlando, forse è opportuno ricordare cosa significhi questa data, non soltanto per chi ha perso i propri cari in America lo scorso anno, ma anche per chi, in altre parti del mondo, attribuisce da molto tempo un senso a questa giornata. Questa escursione storica non vuole essere un'accusa o una provocazione, ma solo un modo per condividere il dolore della storia. Per dissipare un poco la nebbia. Per dire ai cittadini d'America, nel modo più garbato e umano: benvenuti nel mondo.
Ventinove anni fa, in Cile, l'11 settembre del 1973, il generale Pinochet rovesciò il governo di Salvador Allende, democraticamente eletto, con un colpo di Stato appoggiato dalla Cia. «Non si può permettere che il Cile diventi marxista, per il semplice motivo che la sua popolazione è irresponsabile», disse Henry Kissinger, premio Nobel per la pace, all'epoca segretario di Stato degli Stati Uniti. Dopo il colpo di Stato, il presidente Allende fu trovato morto all'interno del palazzo presidenziale. Se fu assassinato o si suicidò, non lo sapremo mai.
Nel regime di terrore che seguì, furono uccise migliaia di persone. Molte altre semplicemente `scomparvero'. I plotoni di esecuzione eseguivano condanne a morte in pubblico. Furono aperti in tutto il paese campi di concentramento e camere di tortura. I morti venivano seppelliti nei pozzi minerari e in tombe senza lapide. Per diciassette anni, il popolo cileno ha vissuto nella paura dei che bussassero alla porta a mezzanotte, delle quotidiane `sparizioni', dell'arresto improvviso e della tortura. I cileni raccontano di come al musicista Victor Hara furono amputate le mani di fronte a una folla nello stadio di Santiago. Prima di sparargli, i soldati di Pinochet gli gettarono addosso la sua chitarra e lo schernirono ordinandogli di suonarla. Nel 1999, in seguito all'arresto del generale Pinochet in Gran Bretagna, migliaia di documenti – fino ad allora vincolati dal segreto di Stato – sono stati resi pubblici dagli Usa. Essi contengono la prova inequivocabile del coinvolgimento della Cia nel colpo di Stato, e del fatto che il governo Usa possedeva informazioni dettagliate sulla situazione in Cile durante il regime di Pinochet. Tuttavia Kissinger garantì al generale il suo sostegno: «Negli Usa, come lei sa, guardiamo con favore a ciò che lei sta cercando di realizzare». E aggiunse: «Auguriamo al suo governo ogni bene».
Chi di noi è sempre vissuto in un regime di democrazia, sia pure imperfetto, troverebbe difficile immaginare cosa significhi vivere in una dittatura e sopportare la perdita totale di libertà. Pinochet non deve rispondere soltanto delle persone assassinate, ma della vita sottratta ai vivi. Purtroppo il Cile non è stata l'unica nazione del Sudamerica a essere oggetto di attenzioni da parte del governo Usa. Guatemala, Costarica, Ecuador, Brasile, Perù, Repubblica Dominicana, Bolivia, Nicaragua, Honduras, Panama, El Salvador, Messico e Colombia: tutti questi paesi sono stati il cortile di casa per operazioni condotte in modo occulto – o alla luce del sole – da parte della Cia. Centinaia di migliaia di latino-americani sono stati uccisi, torturati, o sono semplicemente scomparsi sotto i regimi dispotici con dittatori di cartapesta, commercianti di droga o trafficanti di armi, che furono appoggiati nei loro paesi. (Molti di essi impararono il mestiere nella famigerata School of Americas di Fort Benning, in Georgia, finanziata dall'Amministrazione Usa, da cui sono usciti 60.000 laureati.) Come se non bastassero queste umiliazioni, il popolo dell'America del Sud ha dovuto anche sopportare il marchio di essere un popolo incapace di democrazia, quasi che i colpi di Stato e le stragi fossero inscritti in qualche modo scritti nei loro geni.
Questo elenco naturalmente non comprende i paesi africani e asiatici che hanno subito un intervento militare da parte degli Usa: Vietnam, Corea, Indonesia, Laos e Cambogia. Da quanti decenni il mese di settembre significa milioni di asiatici bombardati, bruciati, e massacrati? Quanti settembre sono passati dall'agosto del 1945, quando centinaia di migliaia di semplici cittadini giapponesi furono cancellati dalle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki? Da quanti settembre le migliaia di persone che hanno avuto la sventura di sopravvivere a quegli attacchi sopportano l'inferno che si è abbattuto su di loro, sui loro figli non nati, sui figli dei loro figli, sulla terra, sul cielo, sul vento, sull'acqua, su tutte le creature che nuotano e camminano e strisciano e volano?
Non lontano da qui, ad Albuquerque, c'è il Museo atomico nazionale, dove Fat Man e Little boy – gli affettuosi nomignoli attribuiti alle bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki – erano in vendita in forma di orecchini souvenir, portati da giovani funky: da ciascun orecchio un massacro pendente. Ma sto divagando dal tema del mio discorso. È di settembre che dobbiamo parlare, non di agosto.
L'11 settembre ha un'eco tragica anche in Medio Oriente (Asia occidentale). L'11 settembre del 1922, non tenendo in alcun conto la reazione degli arabi, il governo britannico, con l'esercito ammassato alle porte della città di Gaza, assunse un Mandato in Palestina, come risultato della Dichiarazione Balfour del 1917 emanata dalla Gran Bretagna imperiale. La Dichiarazione Balfour promise ai sionisti europei un focolare nazionale per il popolo ebreo. (A quel tempo, l'Impero su cui non tramontava mai il sole era libero di arraffare o lasciare in eredità focolari nazionali, come uno scolaro bullo distribuisce biglie ai compagni.) Due anni dopo la Dichiarazione, Lord Balfour, ministro degli Esteri, disse: «In Palestina non proponiamo di passare attraverso il metodo di ascoltare i desideri degli attuali abitanti del paese. Il sionismo, a ragione o a torto, buono o cattivo, è radicato nelle tradizioni del passato, nei bisogni del presente, nelle speranze per il futuro, che hanno un'importanza ben più profonda delle aspirazioni o dei pregiudizi dei settecentomila arabi che oggi abitano questa antica terra».
Con quanta leggerezza il potere imperiale decretò quali bisogni fossero profondi e quali no. Con quanta leggerezza vivisezionò antiche civiltà. La Palestina e il Kashmir sono le piaghe infette dell'impero britannico, regali insanguinati per il mondo moderno. Entrambi sono linee di faglia negli odierni furiosi conflitti internazionali. Nel 1937, Winston Churchill disse dei palestinesi: «Non sono d'accordo che il cane nella mangiatoia 5 abbia su quest'ultima diritti di proprietà assoluta, anche qualora vi risieda da lunghissimo tempo. Non riconosco tale diritto. Non ritengo, ad esempio, sia stato compiuto un grave torto nei confronti degli indiani d'America, o dei neri australiani. Non ritengo sia stato compiuto un torto a queste genti per il fatto che una razza più forte, una razza di livello superiore, una razza con una maggiore sapienza del mondo – per così dire – sia sopraggiunta a prendere il loro posto».
Questo concetto definì una linea di tendenza nell'atteggiamento dello Stato di Israele verso i palestinesi. Nel 1969, il primo ministro israeliano Golda Meir affermò: «I palestinesi non esistono». Il suo successore, il primo ministro Levi Eshkol, dichiarò: «Cosa sono i palestinesi? Quando arrivai qui [in Palestina] c'erano 250.000 non-ebrei, principalmente arabi e beduini. Era deserta, meno che sottosviluppata. Niente». Il primo ministro Menachem Begin chiamava i palestinesi «bestie a due gambe». Il primo ministro Ytzhak Shamir li definì «cavallette» che potevano essere schiacciate. Sono parole di capi di Stato, non di gente qualsiasi.
Nel 1947, le Nazioni Unite divisero ufficialmente la Palestina e assegnarono ai sionisti il 55% del suo territorio. A distanza di un anno, si erano impadroniti del 76%. Il 14 maggio 1948 fu dichiarato lo Stato di Israele. Pochi minuti dopo la proclamazione, gli Usa riconobbero Israele. La Cisgiordania fu annessa dalla Giordania. La Striscia di Gaza passò sotto il controllo militare egiziano. Formalmente la Palestina cessò di esistere, tranne che nella mente e nel cuore di centinaia di migliaia di palestinesi divenuti profughi.
Nell'estate del 1967, Israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Ai coloni furono offerti sovvenzioni statali e fondi per lo sviluppo per trasferirsi nei territori occupati. Quasi ogni giorno altre famiglie palestinesi vengono cacciate dalla propria terra e spinte nei campi profughi. I palestinesi che continuano a vivere in Israele non hanno gli stessi diritti degli israeliani e vivono come cittadini di seconda classe in quella che era la loro patria. Nel corso dei decenni, vi sono state sommosse, guerre, Intifade, con decine di migliaia di morti. Sono stati firmati accordi e trattati. Dichiarati e violati i cessate-il-fuoco. Ma lo spargimento di sangue non ha fine. La Palestina resta ancora illegalmente occupata. I suoi abitanti vivono in condizioni disumane, in pratica entro bantustan, dove vengono sottoposti a punizioni collettive, con coprifuoco di ventiquattro ore, dove sono umiliati e brutalizzati quotidianamente. Non sanno mai quando le loro case saranno demolite, i loro figli uccisi, i loro preziosi alberi tagliati, le loro strade chiuse; quando verrà loro permesso di scendere al mercato per comprare cibo e medicine. E quando no. Vivono senza neanche una parvenza di dignità. Senza molta speranza all'orizzonte. Non hanno alcun controllo della loro terra, della loro sicurezza, dei loro movimenti, delle loro comunicazioni, delle loro riserve di acqua. Così quando si firmano gli accordi e circolano parole come `autonomia' e persino `Stato indipendente', vale sempre la pena chiedere: che tipo di autonomia? Che tipo di Stato? Che tipo di diritti avranno i suoi cittadini?
I giovani palestinesi che non possono controllare la rabbia si trasformano in bombe umane e circolano per le strade e nei luoghi pubblici di Israele, facendosi saltare in aria, uccidendo la gente comune, iniettando il terrore nella vita quotidiana, e alla fine rafforzando l'odio reciproco e il sospetto fra le due società. Ogni attentato provoca rappresaglie spietate e ulteriori sofferenze per il popolo palestinese. Ma allora l'attentato suicida è un atto di disperazione individuale, non una tattica rivoluzionaria. Sebbene gli attacchi palestinesi incutano terrore nei civili israeliani, essi forniscono una copertura perfetta alle quotidiane incursioni del governo israeliano nel territorio palestinese, la scusa ideale per un colonialismo vecchio stile, ottocentesco, travestito da `guerra' moderna del ventunesimo secolo. L'alleato politico e militare più fedele di Israele è ed è sempre stato il governo degli Stati Uniti. Il governo Usa ha bloccato, insieme a Israele, quasi tutte le Risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedevano una soluzione pacifica ed equa del conflitto. Ha appoggiato quasi tutte le guerre che Israele ha combattuto. Quando Israele attacca la Palestina, sono i missili americani che sfondano le case palestinesi. E ogni anno Israele riceve parecchi miliardi di dollari dagli Usa.
Quali insegnamenti possiamo trarre da questo conflitto tragico? È davvero impossibile per il popolo ebreo, che ha sofferto così atrocemente esso stesso – forse più atrocemente di ogni altro popolo della storia – comprendere la vulnerabilità e i desideri di coloro che ha scacciato? La sofferenza estrema induce sempre alla crudeltà? Quale speranza rimane alla razza umana? Cosa accadrà al popolo palestinese in caso di una sua vittoria? Quando una nazione senza Stato giunge a proclamarne uno, che tipo di Stato è? Quali orrori saranno perpetrati sotto la sua bandiera? È uno Stato separato ciò per cui dobbiamo lottare, o il diritto a una vita libera e dignitosa per chiunque, a prescindere dall'appartenenza etnica o religiosa? La Palestina era un tempo una roccaforte laica in Medio Oriente. Ma oggi l'Organizzazione per la liberazione della Palestina – debole, non democratica, a detta di tutti corrotta, ma dichiaratamente non settaria – sta cedendo terreno a Hamas, che abbraccia una ideologia palesemente integralista e combatte nel nome dell'Islam. Cito dal suo programma politico: «Saremo i suoi [dell'Islam] soldati, e la legna del suo fuoco, che brucerà i nemici».
Il mondo viene sollecitato a condannare i kamikaze. Ma possiamo non tener conto della lunga strada che hanno percorso prima di arrivare a questo esito? Dall'11 settembre 1922 all'11 settembre 2002: ottanta anni di guerra sono lunghissimi. C'è qualche consiglio che possiamo dare ai palestinesi? C'è qualche brandello di speranza che possiamo coltivare? Devono solo accontentarsi delle briciole che vengono gettate loro, e comportarsi come le cavallette e le «bestie a due gambe» cui sono stati assimilati? O forse dovrebbero accogliere il suggerimento di Golda Meir e impegnarsi seriamente per non esistere?
In un'altra parte del Medio Oriente, l'11 settembre evoca avvenimenti più recenti. Fu l'11 settembre 1990 che George Bush Senior, allora presidente degli Usa, in una seduta congiunta del Congresso, pronunciò un discorso che annunciava la decisione del suo governo di muovere guerra all'Iraq. Secondo il governo Usa Saddam Hussein è un criminale di guerra, uno spietato tiranno militare colpevole di genocidio contro il suo popolo. Si tratta di una descrizione abbastanza fedele dell'uomo, che nel 1988 rase al suolo centinaia di villaggi nel Nord dell'Iraq e utilizzò armi chimiche e mitragliatrici per uccidere migliaia di curdi. Oggi sappiamo che in quello stesso anno l'Amministrazione statunitense gli fornì 500 milioni di dollari in sovvenzioni per l'acquisto di prodotti agricoli americani. L'anno successivo, dopo che ebbe completato con successo la sua campagna genocida, il governo Usa gli raddoppiò i finanziamenti fino a un miliardo di dollari. Gli fornì anche un batterio dell'antrace di alta qualità, oltre a elicotteri e a materiale per diversi scopi, utilizzabile nella produzione di armi biologiche e chimiche.
Così si scoprì che mentre Saddam Hussein stava realizzando le peggiori atrocità, l'Amministrazione Usa e quella britannica erano i suoi più stretti alleati. Anche oggi, il governo turco – che nel campo dei diritti umani registra una situazione fra le più spaventose al mondo – è uno degli alleati più fedeli dell'Amministrazione Usa. Il fatto che il governo turco da anni opprima e assassini il popolo curdo non ha impedito all'Amministrazione Usa di offrirgli di continuo armi e aiuti allo sviluppo. Non è stata evidentemente la preoccupazione per le sorti del popolo curdo che ha motivato il discorso del Presidente Bush al Congresso. Cosa è cambiato?
Nell'agosto del 1990, Saddam Hussein invase il Kuwait. La sua colpa non fu tanto quella di aver commesso un atto di guerra, quanto di aver agito in autonomia, senza prendere ordini dai suoi signori. Questa esibizione di indipendenza bastò a sconvolgere gli equilibri di potere nel Golfo. Così fu deciso che Saddam Hussein fosse eliminato, come un animale domestico che sia vissuto più a lungo dell'amore del suo padrone. Il primo attacco degli Alleati fu sferrato nel gennaio 1991. Il mondo seguì la guerra in prima serata, come fosse un programma televisivo. (In India quei giorni si doveva andare in un hotel a cinque stelle per vedere la Cnn.) Decine di migliaia di persone furono uccise in un mese di bombardamenti devastanti. Ciò che molti non sanno è che la guerra non finì allora. Il furore iniziale, anziché estinguersi, è proseguito in modo più concentrato nel più lungo attacco aereo mai subito da un paese dopo la guerra in Vietnam.
Nel corso dell'ultimo decennio, le forze americane e inglesi hanno lanciato sull'Iraq migliaia di missili e bombe. I campi e i terreni agricoli sono stati bombardati con 300 tonnellate di uranio impoverito. In paesi come la Gran Bretagna e l'America, le granate all'uranio impoverito vengono collaudate facendole esplodere all'interno di tunnel di cemento costruiti appositamente. I residui radioattivi vengono rimossi, sigillati nel cemento e gettati nell'oceano (il che non va affatto bene). In Iraq si è mirato – in modo deliberato, con intenzioni malevole – al cibo e alle riserve d'acqua della gente. Nei lanci aerei, gli Alleati hanno puntato specificamente contro gli impianti di irrigazione distruggendoli, ben consapevoli del fatto che non sarebbe stato possibile ripararli senza assistenza straniera. Nel Sud dell'Iraq i casi di cancro tra i bambini sono quadruplicati.
Nei dieci anni di sanzioni economiche successivi a quella guerra, ai civili iracheni sono stati negati alimenti, medicine, attrezzature mediche, ambulanze, acqua pulita: il minimo indispensabile. Circa mezzo milione di bambini iracheni sono morti in conseguenza delle sanzioni. Di essi, Madeleine Albright, allora ambasciatore degli Usa presso le Nazioni Unite, disse la famosa frase: «È una scelta molto difficile, ma crediamo che ne valga la pena». «Equidistanza morale» fu il termine utilizzato per denunciare coloro che criticarono la guerra in Afghanistan. Madeleine Albright non può essere accusata di «equisdistanza morale». Quel che disse fu pura algebra.
Dieci anni di bombardamenti non sono riusciti a spodestare Saddam Hussein, il `Mostro di Baghdad'. Ora, a distanza di circa dodici anni, il presidente George Bush Jr. ha rispolverato la retorica. Propone una guerra totale il cui obiettivo non è altro che un cambio di regime. Secondo il «New York Times», l'amministrazione Bush «sta seguendo una strategia pianificata in modo meticoloso per convincere l'opinione pubblica, il Congresso e gli alleati della necessità di contrastare la minaccia di Saddam Hussein». Andrew H. Card jr., il capo di stato maggiore presso la Casa Bianca, ha spiegato come l'amministrazione stesse accelerando i piani militari per la caduta [del regime iracheno]: «Da un punto di vista di marketing – ha detto – non si lanciano nuovi prodotti in agosto». Questa volta lo slogan usato per il «nuovo prodotto» di Washington non è la grave situazione del popolo kuwaitiano, ma la dichiarazione che l'Iraq possiede armi di distruzione di massa.
«Basta con l'inetto moralismo delle lobby della pace – ha scritto Richard Perle, ex consigliere del presidente Bush – abbiamo bisogno di colpirlo [Saddam Hussein, (NdT)] prima che lui colpisca noi.» Gli ispettori dell'Onu hanno riferito pareri diversi circa le Armi di Distruzione di Massa dell'Iraq; molti hanno detto chiaramente che il suo arsenale è stato smantellato, e che egli non è in grado di ricostruirlo. Invece non vi è alcuna incertezza circa la quantità e la qualità dell'arsenale di armi atomiche e chimiche posseduto dall'America. L'Amministrazione Usa accoglierebbe volentieri gli ispettori Onu? E la Gran Bretagna? E Israele? Se l'Iraq avesse davvero un'arma nucleare, ciò giustificherebbe un attacco preventivo da parte degli Usa? Gli Stati Uniti possiedono il più vasto arsenale atomico del pianeta. Sono l'unico paese al mondo ad averlo effettivamente utilizzato contro popolazioni civili. Se gli Usa sono giustificati nel caso lancino un attacco preventivo all'Iraq, allora qualsiasi potenza nucleare è giustificata nell'effettuare un attacco preventivo contro qualsiasi altro paese. L'India potrebbe attaccare il Pakistan, o viceversa. Qualora il governo Usa sviluppi un'avversione per il primo ministro indiano, può semplicemente `sbarazzarsene' con un attacco preventivo?
Recentemente gli Usa hanno svolto un ruolo importante nel costringere l'India e il Pakistan a retrocedere dal proposito di una guerra che era ormai imminente. È così difficile per l'America seguire i suoi stessi consigli? Chi è colpevole di praticare del moralismo inetto? O di predicare la pace mentre dichiara la guerra? Gli Usa, che George Bush ha definito «la nazione più pacifica della terra», sono in guerra, ora con un paese ora con un altro, ogni anno, da cinquant'anni a questa parte.
Le guerre non sono mai state combattute per ragioni altruistiche. Di solito si combattono per l'egemonia, per l'interesse economico. E poi naturalmente c'è l'industria della guerra. Difendere il proprio controllo sul petrolio mondiale è fondamentale per la politica estera Usa. I recenti interventi militari dell'Amministrazione Usa nei Balcani e in Asia centrale sono in rapporto con il petrolio. Sembra che Hamid Karzai, il presidente fantoccio dell'Afghanistan insediato dagli Stati Uniti, sia un ex dipendente della Unocal, la compagnia petrolifera con sede in America. L'ossessivo pattugliamento del Medio Oriente da parte degli Usa è dovuto al fatto che in quell'area si concentrano i due terzi delle riserve mondiali di petrolio. Il petrolio tiene accesi i motori americani, fa funzionare il Libero Mercato. Chiunque controlli le riserve petrolifere, controlla il mercato mondiale. E come si controlla il petrolio?
Nessuno l'ha detto in modo più elegante del giornalista del «New York Times» Thomas Friedman. In un articolo intitolato La follia paga, egli scrive che «gli Usa devono spiegare all'Iraq e agli alleati degli Stati Uniti che […] l'America ricorrerà all'uso della forza senza negoziati, senza esitazioni, e senza l'approvazione dell'Onu». Il suo consiglio è stato seguito: con le guerre contro l'Iraq e l'Afghanistan, e con le quasi quotidiane umiliazioni che l'Amministrazione Usa riserva alle Nazioni Unite. Nel suo libro sulla globalizzazione, The Lexus and the Olive Tree 6, Friedman afferma che «la mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza il pugno invisibile. La McDonald non può prosperare senza la McDonnell Douglas… e il pugno invisibile che consente alle tecnologie di Silicon Valley di svilupparsi in un mondo sicuro si chiama Esercito, Aeronautica militare, Marina da guerra, corpo dei Marine degli Stati Uniti». Forse queste parole sono state scritte in un momento di vulnerabilità, ma forniscono senz'altro la descrizione più sintetica e precisa che io abbia mai letto del progetto di globalizzazione delle multinazionali.
Dopo l'11 settembre 2001 e la Guerra contro il Terrore, è saltata via la copertura della mano e del pugno invisibili, e si vede chiaramente come l'altra arma dell'America – il Libero Mercato – si stia abbattendo sul mondo in via di sviluppo con un sorriso gelido appena abbozzato. «Il compito che non avrà mai fine» è la guerra perfetta dell'America, il mezzo perfetto per l'espansione illimitata dell'imperialismo americano. In lingua urdu, la parola `profitto' si dice `fayda'. `Al Qaeda' significa `La Parola', `La Parola di Dio', `La Legge'. È così che in India alcuni di noi chiamano la Guerra contro il Terrore: `al-Qaeda' contro `al-Fayda': La Parola contro Il Profitto (nessun gioco di parole intenzionale). Al momento sembra che al-Fayda trionferà. Ma poi non si sa mai… Negli ultimi dieci anni di sfrenata Globalizzazione delle Multinazionali, il reddito mondiale complessivo è aumentato in media del 2,5% all'anno. Tuttavia nel mondo il numero dei poveri è cresciuto di 100 milioni. Dei cento maggiori soggetti economici, 51 sono società, non paesi. L'1% al vertice ha lo stesso reddito complessivo del 57% al fondo della classifica, e la differenza è in aumento. Adesso, sotto la cappa incombente della Guerra contro il Terrore, questo processo sta subendo una brusca accelerazione. Gli uomini in doppiopetto hanno una fretta indecorosa. Mentre ci piovono addosso le bombe e sfrecciano in cielo i missili Cruise, mentre vengono accumulate armi nucleari per rendere il mondo un luogo più sicuro, si firmano contratti, si registrano brevetti, si costruiscono oleodotti, si saccheggiano risorse naturali, si privatizza l'acqua e si minano le democrazie.
In un paese come l'India, l'`aggiustamento strutturale' previsto nel piano di Globalizzazione delle Multinazionali sta rovinando la vita della gente. I programmi per lo `Sviluppo', le massicce privatizzazioni e le `nuove riforme' del lavoro spingono le persone ad abbandonare la propria terra e il proprio mestiere, producendo una sorta di barbaro spossessamento che ha pochi precedenti nella storia. In tutto il mondo, mentre il `Libero Mercato' protegge sfacciatamente i mercati occidentali e obbliga i paesi in via di sviluppo a innalzare a loro volta barriere commerciali, i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. La protesta sociale ha cominciato a esplodere nel villaggio globale. In paesi come Argentina, Brasile, Messico, Bolivia, India, i movimenti di resistenza contro la Globalizzazione delle Multinazionali sono in crescita. Per tenerli a freno, i governi rafforzano il proprio controllo. I contestatori vengono etichettati come `terroristi' e trattati come tali. Ma protesta civile non significa soltanto iniziative e manifestazioni contro la globalizzazione. Purtroppo, vuol dire anche avvitarsi in una tragica spirale di criminalità, caos, e ogni genere di disperazione e disincanto, che – come impariamo dalla storia (e dalla realtà che si dispiega davanti ai nostri occhi) – diventa gradualmente un terreno di riproduzione per cose terribili: nazionalismo culturale, intolleranza religiosa, fascismo e naturalmente terrorismo, in marcia tutti insieme, a braccetto, con la Globalizazione delle Multinazionali.
Sta guadagnando consensi l'idea secondo cui il Libero Mercato abbatte le barriere nazionali, e la Globalizzazione delle Multinazionale ha come meta finale un paradiso hippy, in cui l'unico passaporto è il cuore e dove tutti viviamo felicemente dentro una canzone di John Lennon (Imagine there's no country…). È una frottola. Quel che il Libero Mercato mette in pericolo non è la sovranità nazionale, ma la democrazia. Con l'aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri, il pugno invisibile ha infatti ben preparato il terreno. Le multinazionali cercano accordi facili, che rendano profitti altissimi, ma non riescono a concluderli e gestire quei progetti nei paesi in via di sviluppo, senza la collaborazione attiva del sistema pubblico: la polizia, i tribunali, qualche volta anche l'esercito.
Oggi la Globalizzazione delle Multinazionali, nei paesi poveri, ha bisogno di una confederazione internazionale di governi fidati, corrotti, preferibilmente autoritari, per far approvare riforme impopolari e reprimere l'insubordinazione. Ha bisogno di una stampa che finge di essere libera. Ha bisogno di tribunali che fingano di amministrare la giustizia. Ha bisogno di bombe atomiche, eserciti permanenti, leggi più severe sull'immigrazione e di un controllo attento delle coste, affinché solo il denaro, le merci, i brevetti e i servizi vengano globalizzati. Non il libero movimento delle persone; non il rispetto dei diritti umani; non i trattati internazionali sulla discriminazione razziale e sulle armi chimiche e nucleari, sulle emissioni dei gas serra, sui mutamenti climatici, o – Dio ne scampi – sulla giustizia. Sembra quasi che anche soltanto un gesto nella direzione di un senso di responsabilità internazionale farebbe naufragare tutta l'impresa.
A circa un anno di distanza da quando la bandiera della Guerra contro il Terrore sventola sulle rovine dell'Afghanistan, in un paese dopo l'altro le libertà vengono limitate in nome della libertà, le libertà civili vengono sospese nel nome della difesa della democrazia. Ogni tipo di dissenso è definito `terrorismo' e ogni tipo di leggi è stato approvato per reprimerlo. Osama bin Laden sembra essere svanito nel nulla. Si dice che il Mullah Omar sia fuggito su un motorino (avrebbero potuto farlo inseguire da Tin-Tin 7). Può darsi che i talebani siano scomparsi, ma il loro spirito, il loro sistema di giustizia sommaria, stanno emergendo nei luoghi più improbabili. In India, in Pakistan, in Nigeria, in tutte le repubbliche dell'Asia centrale guidate da ogni genere di tiranni, e naturalmente in Afghanistan, sotto il governo dell'Alleanza del Nord appoggiato dagli Usa. Nel frattempo, al centro commerciale ci sono i saldi di metà stagione. Tutto è scontato: oceani, fiumi, petrolio, corredi genetici, fiori, infanzie, fabbriche di alluminio, compagnie telefoniche, saggezza, giungla, diritti civili, ecosistemi, aria… tutti i 4600 anni di evoluzione. Tutto confezionato, sigillato, etichettato, stimato e in vendita al dettaglio (la merce non si cambia). Quanto alla giustizia, mi hanno detto che anch'essa è in offerta, si fanno senz'altro buoni affari.
Donald Rumsfeld ha detto che la sua missione nella Guerra contro il Terrore era di convincere il mondo che agli americani doveva essere permesso di mantenere il loro stile di vita. Quando il re infuriato batte il piede, gli schiavi tremano nelle loro case. Così oggi qui devo dire, anche se per me è difficile, che lo Stile di Vita Americano semplicemente non è sostenibile. Perché non riconosce che esiste un mondo oltre l'America. Per fortuna, il potere ha una data di scadenza. Quando arriverà il momento, probabilmente questo potente impero farà il passo più lungo della gamba e imploderà dall'interno. Sembra che siano già comparse delle crepe nella struttura.
Mentre la Guerra contro il Terrore getta le sue reti su una superficie sempre più vasta, il cuore multinazionale [corporate] dell'America si dissangua. Nonostante tutte le infinite chiacchiere sulla democrazia, oggi il mondo è governato dalle tre istituzioni più impenetrabili del pianeta: il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l'Organizzazione mondiale del commercio, le quali a loro volta sono controllate dagli Stati Uniti. Le decisioni vengono prese in segreto, i responsabili sono nominati a porte chiuse. Nessuno ne sa veramente qualcosa, conosce la loro politica, le loro idee, le loro intenzioni. Nessuno li ha eletti. Nessuno ha detto che possano prendere decisioni per nostro conto. Un mondo retto da un pugno di banchieri e avidi amministratori delegati, che nessuno ha eletto, non può materialmente durare. Il comunismo di stampo sovietico ha fallito, non perché fosse intrinsecamente malvagio, ma perché aveva dei difetti. Ha permesso a un numero troppo limitato di persone di usurpare troppo potere.
Il capitalismo di mercato del ventunesimo secolo, di stampo americano, fallirà per le medesime ragioni. Entrambi sono edifici costruiti dall'intelligenza umana, demoliti dalla natura umana. Il momento è arrivato, come disse il Tricheco 8. Forse le cose andranno peggio e poi miglioreranno. Forse c'è una piccola dea lassù in cielo che si sta preparando per noi. Un altro mondo non è soltanto possibile, ma sta arrivando, perché lei è già in cammino. Forse molti di noi non saranno qui ad accoglierla, ma in un giorno tranquillo, se mi fermo ad ascoltare, posso udirla respirare.


note:
1  Noto romanziere e critico letterario e d'arte. Fra le sue numerose opere la più nota è Wais of Seeking (trad. it. Questioni di sguardi, Il Saggiatore 2002) (NdT).
2  Il riferimento è al conflitto fra India e Pakistan per una regione del Kashmir fra il maggio e il luglio 1999 (NdT).
3  La conferenza in cui la scrittrice ha pronunciato il presente discorso si è svolta proprio a Santa Fe (New Mexico, Usa) (NdT).
4  «Nove Undici», mese e giorno dell'attentato alle Torri Gemelle. Negli Usa la data è indicata con la sequenza mese-giorno-anno (NdT).
5  In inglese l'espressione «a dog in the manger» si dice di una persona che non vuole che altri godano di ciò che a lei non serve o non piace (NdT).
6  Thomas Friedman, columnist di politica estera del «New York Times»; trad. it. Le radici del futuro. La sfida tra la Lexus e l'ulivo. Che cos'è la globalizzazione e quanto conta la tradizione, Mondadori 2001.
7  Personaggio famosissimo del fumetto franco-belga, creato nel 1929 da Hergé per la casa editrice Casterman. Tin-Tin era un giovane giornalista, protagonista di lunghe storie di avventura in giro per il mondo e persino sulla luna (NdT).
8  È in, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, l'esclamazione conclusiva del Tricheco prima di divorare le ostrichette (NdT). Arundhati Roy, scrittrice indiana, autrice di un romanzo di grande successo (Booker Prize 1997), The God of Small Things (1997, trad. it.: Il dio delle piccole cose, Guanda 1997) e di numerosi volumi di saggi militanti (The Cost of Living; Power Politics; War is Peace trad. it., La guerra è pace, Guanda 2001) (Traduzione di Tiziana Antonelli) © Arundhati Roy, 2002. Il presente articolo riproduce il testo di un discorso pronunciato nel corso di una conferenza alla Lannan Foundation di Santa Fe, New Mexico, Stati Uniti, il 18 settembre 2002. Per ragioni di tempo «la rivista del manifesto» non ha potuto chiedere l'autorizzazione a tradurre ai detentori del copyright, ma si dichiara pronta sin d'ora a onorarne le obbligazioni connesse.

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