http://italy.indymedia.org/news/2002/12/140786.php
SEMINANDO TEMPESTA:
Israele, America e la guerra imminente
Roni Ben Efrat (da "Challenge, A magazine covering the israeli-palestinian conflictby Wednesday December 25, 2002 at 07:16 PM)
Da CARTA
http://www.carta.org/rivista/settimanale/2003/02/02chomsky.htm
di Noam Chomsky
GLI SFORZI ZELANTI dell'amministrazione Bush per conquistare l'Iraq - con la guerra, un colpo di stato militare o con altri mezzi - hanno portato a varie analisi riguardanti i motivi conduttori. Con la sua interpretazione, Anatol Lieven - del Carnegie endownment for international peace - ritiene che questi piani si conformino alla "classica strategia moderna di un'oligarchia conservatrice in pericolo che consiste nel trasformare il malcontento di massa in nazionalismo", ispirato alla paura di nemici che stanno per distruggerci. Questa strategia è di massima importanza se i "nazionalisti radicali", che stanno mettendo a punto la politica a Washington, sperano di promuovere il loro piano annunciato per "il dominio unilaterale del mondo attraverso l'assoluta superiorità militare", portando avanti, nel frattempo, un attacco in grande stile contro gli interessi della maggioranza della popolazione interna. Lieven senza dubbio parla a nome di molti quando descrive gli Usa, nel loro corso attuale, come "una minaccia per se stessi e per l'umanità".
Come dimostra la storia, è fin troppo facile per leaders senza scrupoli terrorizzare l'opinione pubblica. E questo è il metodo naturale per sviare l'attenzione dal fatto che tagli alle tasse per i ricchi e altri espedienti stanno minando le prospettive di una vita decente per la classe media e i poveri, e per le future generazioni. L'economista Paul Krugman ha denunciato il fatto che "letteralmente prima che si fosse posata la polvere" sulle rovine del World trade center, repubblicani di spicco avevano fatto sapere che erano "determinati ad usare il terrorismo come una scusa per procedere con un'agenda conservatrice radicale". Lui e altri hanno documentato come i repubblicani, da allora, abbiano perseguito senza sosta quest'agenda. La strategia si è dimostrata altamente efficace per le elezioni del Congresso. E quando inizierà la campagna per le elezioni, presidenziali, gli strateghi repubblicani non vorranno di certo che la gente faccia domande sulle proprie pensioni, sul proprio lavoro, o sulla propria assistenza sanitaria e su altre questioni simili. Dovrebbero, piuttosto, lodare il proprio eroico leader per averli salvati dalla distruzione imminente da parte di un nemico potentissimo, e continuare sulla propria strada per affrontare la prossima poderosa forza intesa a distruggerci.LA RIVISTA DE IL MANIFESTO
numero 34Il lavoro della memoria
I
MOLTI SETTEMBRE
Arundhati Roy
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/34/34A20021203.html
Molto
spesso in questi giorni vengo descritta come una `attivista sociale'. Quelli che
sono d'accordo con me mi chiamano `coraggiosa', gli altri mi definiscono con
ogni sorta di epiteti villani, che non voglio ripetere. Non sono un'attivista
sociale, né sono particolarmente coraggiosa… Quindi vi prego di non
sottovalutare la trepidazione con la quale sono qui a parlarvi.
Gli scrittori immaginano di trarre dal mondo le storie che raccontano. Comincio
a credere che sia la vanità a farli ragionare così. Sono le storie che si
rivelano a noi. I romanzi pubblici, i romanzi privati… ci colonizzano. Ci
commissionano. Insistono per essere raccontati. La narrativa e la saggistica
sono soltanto tecniche differenti per raccontare delle storie. Per ragioni che
non mi sono del tutto chiare, la narrativa fluisce da me con leggerezza. La
saggistica mi viene estratta a forza dalla realtà dolente, frantumata, del
mondo sul quale mi sveglio ogni mattina. Il tema centrale di gran parte dei miei
scritti – di narrativa come di saggistica – è la relazione tra chi ha il
potere e chi non lo ha, e il conflitto infinito, circolare, nel quale tutti sono
coinvolti.
John Berger 1, questo meraviglioso scrittore, una volta ha affermato: nessuna
storia sarà mai più raccontata come se fosse l'unica. Non può esistere una
sola storia. Esistono solamente diversi punti di vista. Così, quando io
racconto una storia, non mi comporto come un ideologo che vuole contrapporre
un'ideologia assolutistica a un'altra, ma come un narratore che desidera
condividere il suo punto di vista. Anche se potrebbe sembrare diversamente, i
miei scritti non trattano veramente di storia o di nazioni, ma di potere. Della
follia e della crudeltà del potere. Della fisica del potere. Credo che
l'accumulazione di un potere vasto e illimitato nelle mani di uno Stato o una
nazione, una multinazionale o una istituzione – o anche di un individuo, un
coniuge, un amico o un fratello – produca, a prescindere dall'ideologia, una
serie di eccessi, come quelli che racconterò qui.
Vivendo, come milioni di noi, all'ombra dell'olocausto nucleare che i governi di
India e Pakistan continuano a promettere alle loro popolazioni, già sottoposte
a un lavaggio del cervello, e nei paraggi globali della Guerra contro il Terrore
(definita alquanto biblicamente dal presidente «Il compito che non avrà mai
fine», mi ritrovo a riflettere assai spesso sulle relazioni fra i cittadini e
lo Stato.
In India, coloro che hanno espresso delle posizioni sulle bombe nucleari, sulle
grandi dighe, sulla globalizzazione delle multinazionali e sulla minaccia
crescente di un fascismo hindu – posizioni in conflitto con quelle del governo
indiano – vengono bollati come `anti-nazionali'. Anche se questa accusa non mi
riempie di indignazione, descrive in modo non corretto ciò che faccio o penso.
Un `anti-nazionale' è una persona che si pone contro la sua nazione e, per
inferenza, a favore di qualche altra. Ma non è necessario essere
`anti-nazionali' per diffidare profondamente di tutti i nazionalismi, per essere
antinazionalisti.
Il nazionalismo di questo o quel genere è stato la causa della maggior parte
dei genocidi del ventesimo secolo. Le bandiere sono pezzi di stoffa colorata che
i governi utilizzano prima per cellofanare la mente della gente e poi come
drappi funebri per ricoprire i morti. Quando persone in grado di pensare
autonomamente (e qui non includo l'industria dei media) iniziano a riunirsi
sotto le bandiere, quando scrittori, pittori, musicisti, registi sospendono il
giudizio e assoggettano ciecamente la propria arte al servizio della `Nazione',
è il momento per tutti noi di stare attenti e preoccuparci. In India è
accaduto subito dopo gli esperimenti nucleari del 1998 e durante la guerra del
Kargil 2 contro il Pakistan nel 1999. Negli Stati Uniti lo abbiamo visto nel
corso della guerra del Golfo e lo vediamo adesso, durante la `Guerra contro il
Terrore'. Un delirio di bandiere americane made in China.
Ultimamente, coloro che hanno criticato l'operato del governo americano
(compresa la sottoscritta) sono stati chiamati `anti-americani'. Si sta
consacrando l'anti-americanismo come ideologia. Il termine `anti-americano'
viene usato normalmente dall'establishment americano per screditare e definire
– non diremo falsamente, ma in maniera imprecisa – i suoi critici. È molto
probabile che, una volta etichettata come anti-americana, una persona venga
giudicata prima di essere ascoltata, e che la discussione si perda nel polverone
dell'orgoglio nazionale ferito.
Cosa significa il termine `anti-americano'? Vuol dire essere contro il jazz? O
contro la libertà di parola? Vuol dire che non si apprezzano Toni Morrison o
John Updike? Che si ha qualcosa da ridire sulle sequoie giganti? Significa che
non si ammirano le centinaia di migliaia di cittadini americani che hanno
manifestato contro le armi nucleari, o le migliaia che si opposero alla guerra e
costrinsero il proprio governo a ritirarsi dal Vietnam? Significa odiare tutti
gli americani? Questa ingegnosa sovrapposizione di cultura, musica, letteratura
americane, della bellezza fisica mozzafiato del paesaggio, dei piaceri ordinari
della gente comune, con le critiche alla politica estera del governo Usa (della
quale, grazie alla `libera stampa' americana, la maggioranza degli americani
purtroppo conosce assai poco) costituisce una strategia premeditata ed
estremamente efficace. Somiglia a un esercito in ritirata che si rifugia in una
città densamente popolata, sperando che l'eventualità di colpire obiettivi
civili distolga il fuoco nemico.
Molti americani si sentirebbero mortificati nell'essere associati alle politiche
del loro governo. Le critiche più colte, graffianti, incisive, esilaranti nei
confronti dell'ipocrisia e delle contraddizioni nella politica del governo Usa
provengono da cittadini americani. Quando il resto del mondo vuole sapere cosa
sta combinando il governo Usa, noi ci rivolgiamo a Noam Chomsky, Edward Said,
Howard Zinn, Amy Goodman, Michael Albert, Chalmers Johnson, William Blum e
Anthony Arnove per farci raccontare quello che succede veramente. Allo stesso
modo, in India, non centinaia, ma milioni di noi si vergognerebbero e si
sentirebbero offesi se venissimo coinvolti in qualsiasi modo nella politica
fascista dell'attuale governo indiano, che oltre ad aver perpetrato il
terrorismo di Stato nella valle del Kashmir (in nome della lotta al terrorismo),
ha anche chiuso un occhio sul recente pogrom contro i musulmani del Gujarat,
avvenuto con la regia dello Stato.
Sarebbe assurdo pensare che quelli che criticano il governo indiano siano
`anti-indiani', sebbene lo stesso governo abbia adottato senza esitazioni questo
criterio. È pericoloso cedere al governo indiano, americano, o a chiunque altro
il diritto di definire cosa siano, o dovrebbero essere, l'`India' o l'`America'.
Definire qualcuno `anti-americano', anzi, essere anti-americano (o in quanto a
ciò anti-indiano, o anti-timbuctuiano) non è soltanto razzista, ma tradisce
una mancanza di immaginazione. Una incapacità di vedere il mondo in termini
diversi da quelli che l'establishment ha stabilito per te: se non sei un
bushiano, sei un talebano. Se non ci ami, ci odi. Se non sei il Bene, sei il
Male. Se non stai con noi, stai con i terroristi.
Lo scorso anno, come molti altri, anch'io ho commesso l'errore di deridere
questa retorica post-11 settembre, liquidandola come stupida e arrogante. Ma mi
sono resa conto che non è affatto stupida. Si tratta in realtà di una campagna
di reclutamento per una guerra sbagliata e pericolosa. Ogni giorno mi stupisco
di quante persone credano che opporsi alla guerra in Afghanistan equivalga a
sostenere il terrorismo, e a votare per il talebani. Adesso che lo scopo
iniziale della guerra – catturare Osama bin Laden (vivo o morto) – sembra
aver incontrato difficoltà, gli obiettivi sono stati spostati. Si sta
sostenendo che la questione centrale della guerra fosse rovesciare il regime dei
talebani e liberare le donne afghane dal burqua. Ci viene chiesto di credere che
in realtà i marines americani sono impegnati in una missione femminista. (Se è
così, la prossima tappa sarà l'Arabia Saudita, loro alleato militare?)
Proviamo a vederla così: in India esistono alcune pratiche sociali alquanto
riprovevoli, contro gli `intoccabili', i cristiani e i musulmani, le donne. Il
Pakistan e il Bangladesh si comportano in modo ancora peggiore nei confronti
delle minoranze etniche e delle donne. Devono essere bombardati? E Dehli,
Islamabad e Dacca devono essere distrutte? Si può eliminare il fanatismo
dall'India a colpi di bombe? È possibile che la nostra strada verso il paradiso
femminista sia spianata dai bombardamenti? È così che negli Usa le donne hanno
conquistato il diritto di voto? È questo il modo in cui fu abolita la schiavitù?
Possiamo sentirci risarciti del genocidio di milioni di nativi americani, sui
cadaveri dei quali sono stati fondati gli Stati Uniti, bombardando Santa Fe 3?
Nessuno di noi ha bisogno degli anniversari per ricordarsi ciò che non possiamo
dimenticare. Perciò non è più di una coincidenza il fatto che mi capiti di
trovarmi qui, in terra americana, in settembre, questo mese di anniversari
terribili. Naturalmente in cima ai pensieri di tutti, in modo particolare qui in
America, c'è l'orrore di ciò che è diventato famoso come «Nine Eleven» 4.
Circa tremila cittadini hanno perso la vita in quel letale attacco terroristico.
Il dolore è ancora profondo. La rabbia ancora intensa. Le lacrime non si sono
asciugate. E una guerra strana, micidiale sta imperversando nel mondo. Ma
chiunque abbia perduto una persona cara sa in cuor suo, profondamente, che
nessuna guerra, nessun atto di vendetta, nessuna bomba lanciata contro persone
care a qualcun altro o contro i figli di qualcun altro, ottunderà il suo
dolore, o gli restituirà i suoi cari. La guerra non può vendicare coloro che
sono morti. La guerra è solo una brutale profanazione della loro memoria.
Alimentare un nuova guerra – questa volta contro l'Iraq – manipolando
cinicamente il dolore della gente, confezionandolo per gli special televisivi
sponsorizzati da aziende che vendono detersivi o scarpe da ginnastica, significa
svalutare e sminuire il dolore, svuotarlo di significato. Ciò a cui assistiamo
adesso è una volgare rappresentazione dell'industria del dolore, del commercio
del dolore, del saccheggio anche dei sentimenti umani più privati, a scopo
politico. È una cosa terribile e violenta perpetrata da uno Stato ai danni dei
propri cittadini.
Non è un tema molto intelligente da affrontare in una circostanza pubblica, ma
ciò di cui mi piacerebbe molto parlarvi è la Perdita. La perdita e il perdere.
Il dolore, il senso di fallimento, lo stordimento, l'incertezza, la paura, la
morte dei sentimenti, la morte dei sogni. L'assoluta, inesorabile, infinita,
ordinaria ingiustizia del mondo. Cosa significa la perdita per gli individui?
Cosa vuol dire per le intere culture, gli interi popoli che hanno imparato a
convivere con essa, quasi fosse un compagno fedele?
È dall'11 settembre che ne stiamo parlando, forse è opportuno ricordare cosa
significhi questa data, non soltanto per chi ha perso i propri cari in America
lo scorso anno, ma anche per chi, in altre parti del mondo, attribuisce da molto
tempo un senso a questa giornata. Questa escursione storica non vuole essere
un'accusa o una provocazione, ma solo un modo per condividere il dolore della
storia. Per dissipare un poco la nebbia. Per dire ai cittadini d'America, nel
modo più garbato e umano: benvenuti nel mondo.
Ventinove anni fa, in Cile, l'11 settembre del 1973, il generale Pinochet
rovesciò il governo di Salvador Allende, democraticamente eletto, con un colpo
di Stato appoggiato dalla Cia. «Non si può permettere che il Cile diventi
marxista, per il semplice motivo che la sua popolazione è irresponsabile»,
disse Henry Kissinger, premio Nobel per la pace, all'epoca segretario di Stato
degli Stati Uniti. Dopo il colpo di Stato, il presidente Allende fu trovato
morto all'interno del palazzo presidenziale. Se fu assassinato o si suicidò,
non lo sapremo mai.
Nel regime di terrore che seguì, furono uccise migliaia di persone. Molte altre
semplicemente `scomparvero'. I plotoni di esecuzione eseguivano condanne a morte
in pubblico. Furono aperti in tutto il paese campi di concentramento e camere di
tortura. I morti venivano seppelliti nei pozzi minerari e in tombe senza lapide.
Per diciassette anni, il popolo cileno ha vissuto nella paura dei che bussassero
alla porta a mezzanotte, delle quotidiane `sparizioni', dell'arresto improvviso
e della tortura. I cileni raccontano di come al musicista Victor Hara furono
amputate le mani di fronte a una folla nello stadio di Santiago. Prima di
sparargli, i soldati di Pinochet gli gettarono addosso la sua chitarra e lo
schernirono ordinandogli di suonarla. Nel 1999, in seguito all'arresto del
generale Pinochet in Gran Bretagna, migliaia di documenti – fino ad allora
vincolati dal segreto di Stato – sono stati resi pubblici dagli Usa. Essi
contengono la prova inequivocabile del coinvolgimento della Cia nel colpo di
Stato, e del fatto che il governo Usa possedeva informazioni dettagliate sulla
situazione in Cile durante il regime di Pinochet. Tuttavia Kissinger garantì al
generale il suo sostegno: «Negli Usa, come lei sa, guardiamo con favore a ciò
che lei sta cercando di realizzare». E aggiunse: «Auguriamo al suo governo
ogni bene».
Chi di noi è sempre vissuto in un regime di democrazia, sia pure imperfetto,
troverebbe difficile immaginare cosa significhi vivere in una dittatura e
sopportare la perdita totale di libertà. Pinochet non deve rispondere soltanto
delle persone assassinate, ma della vita sottratta ai vivi. Purtroppo il Cile
non è stata l'unica nazione del Sudamerica a essere oggetto di attenzioni da
parte del governo Usa. Guatemala, Costarica, Ecuador, Brasile, Perù, Repubblica
Dominicana, Bolivia, Nicaragua, Honduras, Panama, El Salvador, Messico e
Colombia: tutti questi paesi sono stati il cortile di casa per operazioni
condotte in modo occulto – o alla luce del sole – da parte della Cia.
Centinaia di migliaia di latino-americani sono stati uccisi, torturati, o sono
semplicemente scomparsi sotto i regimi dispotici con dittatori di cartapesta,
commercianti di droga o trafficanti di armi, che furono appoggiati nei loro
paesi. (Molti di essi impararono il mestiere nella famigerata School of Americas
di Fort Benning, in Georgia, finanziata dall'Amministrazione Usa, da cui sono
usciti 60.000 laureati.) Come se non bastassero queste umiliazioni, il popolo
dell'America del Sud ha dovuto anche sopportare il marchio di essere un popolo
incapace di democrazia, quasi che i colpi di Stato e le stragi fossero inscritti
in qualche modo scritti nei loro geni.
Questo elenco naturalmente non comprende i paesi africani e asiatici che hanno
subito un intervento militare da parte degli Usa: Vietnam, Corea, Indonesia,
Laos e Cambogia. Da quanti decenni il mese di settembre significa milioni di
asiatici bombardati, bruciati, e massacrati? Quanti settembre sono passati
dall'agosto del 1945, quando centinaia di migliaia di semplici cittadini
giapponesi furono cancellati dalle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki? Da
quanti settembre le migliaia di persone che hanno avuto la sventura di
sopravvivere a quegli attacchi sopportano l'inferno che si è abbattuto su di
loro, sui loro figli non nati, sui figli dei loro figli, sulla terra, sul cielo,
sul vento, sull'acqua, su tutte le creature che nuotano e camminano e strisciano
e volano?
Non lontano da qui, ad Albuquerque, c'è il Museo atomico nazionale, dove Fat
Man e Little boy – gli affettuosi nomignoli attribuiti alle bombe lanciate su
Hiroshima e Nagasaki – erano in vendita in forma di orecchini souvenir,
portati da giovani funky: da ciascun orecchio un massacro pendente. Ma sto
divagando dal tema del mio discorso. È di settembre che dobbiamo parlare, non
di agosto.
L'11 settembre ha un'eco tragica anche in Medio Oriente (Asia occidentale). L'11
settembre del 1922, non tenendo in alcun conto la reazione degli arabi, il
governo britannico, con l'esercito ammassato alle porte della città di Gaza,
assunse un Mandato in Palestina, come risultato della Dichiarazione Balfour del
1917 emanata dalla Gran Bretagna imperiale. La Dichiarazione Balfour promise ai
sionisti europei un focolare nazionale per il popolo ebreo. (A quel tempo,
l'Impero su cui non tramontava mai il sole era libero di arraffare o lasciare in
eredità focolari nazionali, come uno scolaro bullo distribuisce biglie ai
compagni.) Due anni dopo la Dichiarazione, Lord Balfour, ministro degli Esteri,
disse: «In Palestina non proponiamo di passare attraverso il metodo di
ascoltare i desideri degli attuali abitanti del paese. Il sionismo, a ragione o
a torto, buono o cattivo, è radicato nelle tradizioni del passato, nei bisogni
del presente, nelle speranze per il futuro, che hanno un'importanza ben più
profonda delle aspirazioni o dei pregiudizi dei settecentomila arabi che oggi
abitano questa antica terra».
Con quanta leggerezza il potere imperiale decretò quali bisogni fossero
profondi e quali no. Con quanta leggerezza vivisezionò antiche civiltà. La
Palestina e il Kashmir sono le piaghe infette dell'impero britannico, regali
insanguinati per il mondo moderno. Entrambi sono linee di faglia negli odierni
furiosi conflitti internazionali. Nel 1937, Winston Churchill disse dei
palestinesi: «Non sono d'accordo che il cane nella mangiatoia 5 abbia su
quest'ultima diritti di proprietà assoluta, anche qualora vi risieda da
lunghissimo tempo. Non riconosco tale diritto. Non ritengo, ad esempio, sia
stato compiuto un grave torto nei confronti degli indiani d'America, o dei neri
australiani. Non ritengo sia stato compiuto un torto a queste genti per il fatto
che una razza più forte, una razza di livello superiore, una razza con una
maggiore sapienza del mondo – per così dire – sia sopraggiunta a prendere
il loro posto».
Questo concetto definì una linea di tendenza nell'atteggiamento dello Stato di
Israele verso i palestinesi. Nel 1969, il primo ministro israeliano Golda Meir
affermò: «I palestinesi non esistono». Il suo successore, il primo ministro
Levi Eshkol, dichiarò: «Cosa sono i palestinesi? Quando arrivai qui [in
Palestina] c'erano 250.000 non-ebrei, principalmente arabi e beduini. Era
deserta, meno che sottosviluppata. Niente». Il primo ministro Menachem Begin
chiamava i palestinesi «bestie a due gambe». Il primo ministro Ytzhak Shamir
li definì «cavallette» che potevano essere schiacciate. Sono parole di capi
di Stato, non di gente qualsiasi.
Nel 1947, le Nazioni Unite divisero ufficialmente la Palestina e assegnarono ai
sionisti il 55% del suo territorio. A distanza di un anno, si erano impadroniti
del 76%. Il 14 maggio 1948 fu dichiarato lo Stato di Israele. Pochi minuti dopo
la proclamazione, gli Usa riconobbero Israele. La Cisgiordania fu annessa dalla
Giordania. La Striscia di Gaza passò sotto il controllo militare egiziano.
Formalmente la Palestina cessò di esistere, tranne che nella mente e nel cuore
di centinaia di migliaia di palestinesi divenuti profughi.
Nell'estate del 1967, Israele occupò la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Ai
coloni furono offerti sovvenzioni statali e fondi per lo sviluppo per
trasferirsi nei territori occupati. Quasi ogni giorno altre famiglie palestinesi
vengono cacciate dalla propria terra e spinte nei campi profughi. I palestinesi
che continuano a vivere in Israele non hanno gli stessi diritti degli israeliani
e vivono come cittadini di seconda classe in quella che era la loro patria. Nel
corso dei decenni, vi sono state sommosse, guerre, Intifade, con decine di
migliaia di morti. Sono stati firmati accordi e trattati. Dichiarati e violati i
cessate-il-fuoco. Ma lo spargimento di sangue non ha fine. La Palestina resta
ancora illegalmente occupata. I suoi abitanti vivono in condizioni disumane, in
pratica entro bantustan, dove vengono sottoposti a punizioni collettive, con
coprifuoco di ventiquattro ore, dove sono umiliati e brutalizzati
quotidianamente. Non sanno mai quando le loro case saranno demolite, i loro
figli uccisi, i loro preziosi alberi tagliati, le loro strade chiuse; quando
verrà loro permesso di scendere al mercato per comprare cibo e medicine. E
quando no. Vivono senza neanche una parvenza di dignità. Senza molta speranza
all'orizzonte. Non hanno alcun controllo della loro terra, della loro sicurezza,
dei loro movimenti, delle loro comunicazioni, delle loro riserve di acqua. Così
quando si firmano gli accordi e circolano parole come `autonomia' e persino
`Stato indipendente', vale sempre la pena chiedere: che tipo di autonomia? Che
tipo di Stato? Che tipo di diritti avranno i suoi cittadini?
I giovani palestinesi che non possono controllare la rabbia si trasformano in
bombe umane e circolano per le strade e nei luoghi pubblici di Israele,
facendosi saltare in aria, uccidendo la gente comune, iniettando il terrore
nella vita quotidiana, e alla fine rafforzando l'odio reciproco e il sospetto
fra le due società. Ogni attentato provoca rappresaglie spietate e ulteriori
sofferenze per il popolo palestinese. Ma allora l'attentato suicida è un atto
di disperazione individuale, non una tattica rivoluzionaria. Sebbene gli
attacchi palestinesi incutano terrore nei civili israeliani, essi forniscono una
copertura perfetta alle quotidiane incursioni del governo israeliano nel
territorio palestinese, la scusa ideale per un colonialismo vecchio stile,
ottocentesco, travestito da `guerra' moderna del ventunesimo secolo. L'alleato
politico e militare più fedele di Israele è ed è sempre stato il governo
degli Stati Uniti. Il governo Usa ha bloccato, insieme a Israele, quasi tutte le
Risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedevano una soluzione pacifica ed equa
del conflitto. Ha appoggiato quasi tutte le guerre che Israele ha combattuto.
Quando Israele attacca la Palestina, sono i missili americani che sfondano le
case palestinesi. E ogni anno Israele riceve parecchi miliardi di dollari dagli
Usa.
Quali insegnamenti possiamo trarre da questo conflitto tragico? È davvero
impossibile per il popolo ebreo, che ha sofferto così atrocemente esso stesso
– forse più atrocemente di ogni altro popolo della storia – comprendere la
vulnerabilità e i desideri di coloro che ha scacciato? La sofferenza estrema
induce sempre alla crudeltà? Quale speranza rimane alla razza umana? Cosa
accadrà al popolo palestinese in caso di una sua vittoria? Quando una nazione
senza Stato giunge a proclamarne uno, che tipo di Stato è? Quali orrori saranno
perpetrati sotto la sua bandiera? È uno Stato separato ciò per cui dobbiamo
lottare, o il diritto a una vita libera e dignitosa per chiunque, a prescindere
dall'appartenenza etnica o religiosa? La Palestina era un tempo una roccaforte
laica in Medio Oriente. Ma oggi l'Organizzazione per la liberazione della
Palestina – debole, non democratica, a detta di tutti corrotta, ma
dichiaratamente non settaria – sta cedendo terreno a Hamas, che abbraccia una
ideologia palesemente integralista e combatte nel nome dell'Islam. Cito dal suo
programma politico: «Saremo i suoi [dell'Islam] soldati, e la legna del suo
fuoco, che brucerà i nemici».
Il mondo viene sollecitato a condannare i kamikaze. Ma possiamo non tener conto
della lunga strada che hanno percorso prima di arrivare a questo esito? Dall'11
settembre 1922 all'11 settembre 2002: ottanta anni di guerra sono lunghissimi.
C'è qualche consiglio che possiamo dare ai palestinesi? C'è qualche brandello
di speranza che possiamo coltivare? Devono solo accontentarsi delle briciole che
vengono gettate loro, e comportarsi come le cavallette e le «bestie a due gambe»
cui sono stati assimilati? O forse dovrebbero accogliere il suggerimento di
Golda Meir e impegnarsi seriamente per non esistere?
In un'altra parte del Medio Oriente, l'11 settembre evoca avvenimenti più
recenti. Fu l'11 settembre 1990 che George Bush Senior, allora presidente degli
Usa, in una seduta congiunta del Congresso, pronunciò un discorso che
annunciava la decisione del suo governo di muovere guerra all'Iraq. Secondo il
governo Usa Saddam Hussein è un criminale di guerra, uno spietato tiranno
militare colpevole di genocidio contro il suo popolo. Si tratta di una
descrizione abbastanza fedele dell'uomo, che nel 1988 rase al suolo centinaia di
villaggi nel Nord dell'Iraq e utilizzò armi chimiche e mitragliatrici per
uccidere migliaia di curdi. Oggi sappiamo che in quello stesso anno
l'Amministrazione statunitense gli fornì 500 milioni di dollari in sovvenzioni
per l'acquisto di prodotti agricoli americani. L'anno successivo, dopo che ebbe
completato con successo la sua campagna genocida, il governo Usa gli raddoppiò
i finanziamenti fino a un miliardo di dollari. Gli fornì anche un batterio
dell'antrace di alta qualità, oltre a elicotteri e a materiale per diversi
scopi, utilizzabile nella produzione di armi biologiche e chimiche.
Così si scoprì che mentre Saddam Hussein stava realizzando le peggiori atrocità,
l'Amministrazione Usa e quella britannica erano i suoi più stretti alleati.
Anche oggi, il governo turco – che nel campo dei diritti umani registra una
situazione fra le più spaventose al mondo – è uno degli alleati più fedeli
dell'Amministrazione Usa. Il fatto che il governo turco da anni opprima e
assassini il popolo curdo non ha impedito all'Amministrazione Usa di offrirgli
di continuo armi e aiuti allo sviluppo. Non è stata evidentemente la
preoccupazione per le sorti del popolo curdo che ha motivato il discorso del
Presidente Bush al Congresso. Cosa è cambiato?
Nell'agosto del 1990, Saddam Hussein invase il Kuwait. La sua colpa non fu tanto
quella di aver commesso un atto di guerra, quanto di aver agito in autonomia,
senza prendere ordini dai suoi signori. Questa esibizione di indipendenza bastò
a sconvolgere gli equilibri di potere nel Golfo. Così fu deciso che Saddam
Hussein fosse eliminato, come un animale domestico che sia vissuto più a lungo
dell'amore del suo padrone. Il primo attacco degli Alleati fu sferrato nel
gennaio 1991. Il mondo seguì la guerra in prima serata, come fosse un programma
televisivo. (In India quei giorni si doveva andare in un hotel a cinque stelle
per vedere la Cnn.) Decine di migliaia di persone furono uccise in un mese di
bombardamenti devastanti. Ciò che molti non sanno è che la guerra non finì
allora. Il furore iniziale, anziché estinguersi, è proseguito in modo più
concentrato nel più lungo attacco aereo mai subito da un paese dopo la guerra
in Vietnam.
Nel corso dell'ultimo decennio, le forze americane e inglesi hanno lanciato
sull'Iraq migliaia di missili e bombe. I campi e i terreni agricoli sono stati
bombardati con 300 tonnellate di uranio impoverito. In paesi come la Gran
Bretagna e l'America, le granate all'uranio impoverito vengono collaudate
facendole esplodere all'interno di tunnel di cemento costruiti appositamente. I
residui radioattivi vengono rimossi, sigillati nel cemento e gettati nell'oceano
(il che non va affatto bene). In Iraq si è mirato – in modo deliberato, con
intenzioni malevole – al cibo e alle riserve d'acqua della gente. Nei lanci
aerei, gli Alleati hanno puntato specificamente contro gli impianti di
irrigazione distruggendoli, ben consapevoli del fatto che non sarebbe stato
possibile ripararli senza assistenza straniera. Nel Sud dell'Iraq i casi di
cancro tra i bambini sono quadruplicati.
Nei dieci anni di sanzioni economiche successivi a quella guerra, ai civili
iracheni sono stati negati alimenti, medicine, attrezzature mediche, ambulanze,
acqua pulita: il minimo indispensabile. Circa mezzo milione di bambini iracheni
sono morti in conseguenza delle sanzioni. Di essi, Madeleine Albright, allora
ambasciatore degli Usa presso le Nazioni Unite, disse la famosa frase: «È una
scelta molto difficile, ma crediamo che ne valga la pena». «Equidistanza
morale» fu il termine utilizzato per denunciare coloro che criticarono la
guerra in Afghanistan. Madeleine Albright non può essere accusata di «equisdistanza
morale». Quel che disse fu pura algebra.
Dieci anni di bombardamenti non sono riusciti a spodestare Saddam Hussein, il
`Mostro di Baghdad'. Ora, a distanza di circa dodici anni, il presidente George
Bush Jr. ha rispolverato la retorica. Propone una guerra totale il cui obiettivo
non è altro che un cambio di regime. Secondo il «New York Times»,
l'amministrazione Bush «sta seguendo una strategia pianificata in modo
meticoloso per convincere l'opinione pubblica, il Congresso e gli alleati della
necessità di contrastare la minaccia di Saddam Hussein». Andrew H. Card jr.,
il capo di stato maggiore presso la Casa Bianca, ha spiegato come
l'amministrazione stesse accelerando i piani militari per la caduta [del regime
iracheno]: «Da un punto di vista di marketing – ha detto – non si lanciano
nuovi prodotti in agosto». Questa volta lo slogan usato per il «nuovo prodotto»
di Washington non è la grave situazione del popolo kuwaitiano, ma la
dichiarazione che l'Iraq possiede armi di distruzione di massa.
«Basta con l'inetto moralismo delle lobby della pace – ha scritto Richard
Perle, ex consigliere del presidente Bush – abbiamo bisogno di colpirlo [Saddam
Hussein, (NdT)] prima che lui colpisca noi.» Gli ispettori dell'Onu hanno
riferito pareri diversi circa le Armi di Distruzione di Massa dell'Iraq; molti
hanno detto chiaramente che il suo arsenale è stato smantellato, e che egli non
è in grado di ricostruirlo. Invece non vi è alcuna incertezza circa la quantità
e la qualità dell'arsenale di armi atomiche e chimiche posseduto dall'America.
L'Amministrazione Usa accoglierebbe volentieri gli ispettori Onu? E la Gran
Bretagna? E Israele? Se l'Iraq avesse davvero un'arma nucleare, ciò
giustificherebbe un attacco preventivo da parte degli Usa? Gli Stati Uniti
possiedono il più vasto arsenale atomico del pianeta. Sono l'unico paese al
mondo ad averlo effettivamente utilizzato contro popolazioni civili. Se gli Usa
sono giustificati nel caso lancino un attacco preventivo all'Iraq, allora
qualsiasi potenza nucleare è giustificata nell'effettuare un attacco preventivo
contro qualsiasi altro paese. L'India potrebbe attaccare il Pakistan, o
viceversa. Qualora il governo Usa sviluppi un'avversione per il primo ministro
indiano, può semplicemente `sbarazzarsene' con un attacco preventivo?
Recentemente gli Usa hanno svolto un ruolo importante nel costringere l'India e
il Pakistan a retrocedere dal proposito di una guerra che era ormai imminente.
È così difficile per l'America seguire i suoi stessi consigli? Chi è
colpevole di praticare del moralismo inetto? O di predicare la pace mentre
dichiara la guerra? Gli Usa, che George Bush ha definito «la nazione più
pacifica della terra», sono in guerra, ora con un paese ora con un altro, ogni
anno, da cinquant'anni a questa parte.
Le guerre non sono mai state combattute per ragioni altruistiche. Di solito si
combattono per l'egemonia, per l'interesse economico. E poi naturalmente c'è
l'industria della guerra. Difendere il proprio controllo sul petrolio mondiale
è fondamentale per la politica estera Usa. I recenti interventi militari
dell'Amministrazione Usa nei Balcani e in Asia centrale sono in rapporto con il
petrolio. Sembra che Hamid Karzai, il presidente fantoccio dell'Afghanistan
insediato dagli Stati Uniti, sia un ex dipendente della Unocal, la compagnia
petrolifera con sede in America. L'ossessivo pattugliamento del Medio Oriente da
parte degli Usa è dovuto al fatto che in quell'area si concentrano i due terzi
delle riserve mondiali di petrolio. Il petrolio tiene accesi i motori americani,
fa funzionare il Libero Mercato. Chiunque controlli le riserve petrolifere,
controlla il mercato mondiale. E come si controlla il petrolio?
Nessuno l'ha detto in modo più elegante del giornalista del «New York Times»
Thomas Friedman. In un articolo intitolato La follia paga, egli scrive che «gli
Usa devono spiegare all'Iraq e agli alleati degli Stati Uniti che […]
l'America ricorrerà all'uso della forza senza negoziati, senza esitazioni, e
senza l'approvazione dell'Onu». Il suo consiglio è stato seguito: con le
guerre contro l'Iraq e l'Afghanistan, e con le quasi quotidiane umiliazioni che
l'Amministrazione Usa riserva alle Nazioni Unite. Nel suo libro sulla
globalizzazione, The Lexus and the Olive Tree 6, Friedman afferma che «la mano
invisibile del mercato non funzionerà mai senza il pugno invisibile. La
McDonald non può prosperare senza la McDonnell Douglas… e il pugno invisibile
che consente alle tecnologie di Silicon Valley di svilupparsi in un mondo sicuro
si chiama Esercito, Aeronautica militare, Marina da guerra, corpo dei Marine
degli Stati Uniti». Forse queste parole sono state scritte in un momento di
vulnerabilità, ma forniscono senz'altro la descrizione più sintetica e precisa
che io abbia mai letto del progetto di globalizzazione delle multinazionali.
Dopo l'11 settembre 2001 e la Guerra contro il Terrore, è saltata via la
copertura della mano e del pugno invisibili, e si vede chiaramente come l'altra
arma dell'America – il Libero Mercato – si stia abbattendo sul mondo in via
di sviluppo con un sorriso gelido appena abbozzato. «Il compito che non avrà
mai fine» è la guerra perfetta dell'America, il mezzo perfetto per
l'espansione illimitata dell'imperialismo americano. In lingua urdu, la parola
`profitto' si dice `fayda'. `Al Qaeda' significa `La Parola', `La Parola di Dio',
`La Legge'. È così che in India alcuni di noi chiamano la Guerra contro il
Terrore: `al-Qaeda' contro `al-Fayda': La Parola contro Il Profitto (nessun
gioco di parole intenzionale). Al momento sembra che al-Fayda trionferà. Ma poi
non si sa mai… Negli ultimi dieci anni di sfrenata Globalizzazione delle
Multinazionali, il reddito mondiale complessivo è aumentato in media del 2,5%
all'anno. Tuttavia nel mondo il numero dei poveri è cresciuto di 100 milioni.
Dei cento maggiori soggetti economici, 51 sono società, non paesi. L'1% al
vertice ha lo stesso reddito complessivo del 57% al fondo della classifica, e la
differenza è in aumento. Adesso, sotto la cappa incombente della Guerra contro
il Terrore, questo processo sta subendo una brusca accelerazione. Gli uomini in
doppiopetto hanno una fretta indecorosa. Mentre ci piovono addosso le bombe e
sfrecciano in cielo i missili Cruise, mentre vengono accumulate armi nucleari
per rendere il mondo un luogo più sicuro, si firmano contratti, si registrano
brevetti, si costruiscono oleodotti, si saccheggiano risorse naturali, si
privatizza l'acqua e si minano le democrazie.
In un paese come l'India, l'`aggiustamento strutturale' previsto nel piano di
Globalizzazione delle Multinazionali sta rovinando la vita della gente. I
programmi per lo `Sviluppo', le massicce privatizzazioni e le `nuove riforme'
del lavoro spingono le persone ad abbandonare la propria terra e il proprio
mestiere, producendo una sorta di barbaro spossessamento che ha pochi precedenti
nella storia. In tutto il mondo, mentre il `Libero Mercato' protegge
sfacciatamente i mercati occidentali e obbliga i paesi in via di sviluppo a
innalzare a loro volta barriere commerciali, i poveri diventano sempre più
poveri e i ricchi sempre più ricchi. La protesta sociale ha cominciato a
esplodere nel villaggio globale. In paesi come Argentina, Brasile, Messico,
Bolivia, India, i movimenti di resistenza contro la Globalizzazione delle
Multinazionali sono in crescita. Per tenerli a freno, i governi rafforzano il
proprio controllo. I contestatori vengono etichettati come `terroristi' e
trattati come tali. Ma protesta civile non significa soltanto iniziative e
manifestazioni contro la globalizzazione. Purtroppo, vuol dire anche avvitarsi
in una tragica spirale di criminalità, caos, e ogni genere di disperazione e
disincanto, che – come impariamo dalla storia (e dalla realtà che si dispiega
davanti ai nostri occhi) – diventa gradualmente un terreno di riproduzione per
cose terribili: nazionalismo culturale, intolleranza religiosa, fascismo e
naturalmente terrorismo, in marcia tutti insieme, a braccetto, con la
Globalizazione delle Multinazionali.
Sta guadagnando consensi l'idea secondo cui il Libero Mercato abbatte le
barriere nazionali, e la Globalizzazione delle Multinazionale ha come meta
finale un paradiso hippy, in cui l'unico passaporto è il cuore e dove tutti
viviamo felicemente dentro una canzone di John Lennon (Imagine there's no
country…). È una frottola. Quel che il Libero Mercato mette in pericolo non
è la sovranità nazionale, ma la democrazia. Con l'aumento delle disuguaglianze
tra ricchi e poveri, il pugno invisibile ha infatti ben preparato il terreno. Le
multinazionali cercano accordi facili, che rendano profitti altissimi, ma non
riescono a concluderli e gestire quei progetti nei paesi in via di sviluppo,
senza la collaborazione attiva del sistema pubblico: la polizia, i tribunali,
qualche volta anche l'esercito.
Oggi la Globalizzazione delle Multinazionali, nei paesi poveri, ha bisogno di
una confederazione internazionale di governi fidati, corrotti, preferibilmente
autoritari, per far approvare riforme impopolari e reprimere l'insubordinazione.
Ha bisogno di una stampa che finge di essere libera. Ha bisogno di tribunali che
fingano di amministrare la giustizia. Ha bisogno di bombe atomiche, eserciti
permanenti, leggi più severe sull'immigrazione e di un controllo attento delle
coste, affinché solo il denaro, le merci, i brevetti e i servizi vengano
globalizzati. Non il libero movimento delle persone; non il rispetto dei diritti
umani; non i trattati internazionali sulla discriminazione razziale e sulle armi
chimiche e nucleari, sulle emissioni dei gas serra, sui mutamenti climatici, o
– Dio ne scampi – sulla giustizia. Sembra quasi che anche soltanto un gesto
nella direzione di un senso di responsabilità internazionale farebbe naufragare
tutta l'impresa.
A circa un anno di distanza da quando la bandiera della Guerra contro il Terrore
sventola sulle rovine dell'Afghanistan, in un paese dopo l'altro le libertà
vengono limitate in nome della libertà, le libertà civili vengono sospese nel
nome della difesa della democrazia. Ogni tipo di dissenso è definito
`terrorismo' e ogni tipo di leggi è stato approvato per reprimerlo. Osama bin
Laden sembra essere svanito nel nulla. Si dice che il Mullah Omar sia fuggito su
un motorino (avrebbero potuto farlo inseguire da Tin-Tin 7). Può darsi che i
talebani siano scomparsi, ma il loro spirito, il loro sistema di giustizia
sommaria, stanno emergendo nei luoghi più improbabili. In India, in Pakistan,
in Nigeria, in tutte le repubbliche dell'Asia centrale guidate da ogni genere di
tiranni, e naturalmente in Afghanistan, sotto il governo dell'Alleanza del Nord
appoggiato dagli Usa. Nel frattempo, al centro commerciale ci sono i saldi di
metà stagione. Tutto è scontato: oceani, fiumi, petrolio, corredi genetici,
fiori, infanzie, fabbriche di alluminio, compagnie telefoniche, saggezza,
giungla, diritti civili, ecosistemi, aria… tutti i 4600 anni di evoluzione.
Tutto confezionato, sigillato, etichettato, stimato e in vendita al dettaglio
(la merce non si cambia). Quanto alla giustizia, mi hanno detto che anch'essa è
in offerta, si fanno senz'altro buoni affari.
Donald Rumsfeld ha detto che la sua missione nella Guerra contro il Terrore era
di convincere il mondo che agli americani doveva essere permesso di mantenere il
loro stile di vita. Quando il re infuriato batte il piede, gli schiavi tremano
nelle loro case. Così oggi qui devo dire, anche se per me è difficile, che lo
Stile di Vita Americano semplicemente non è sostenibile. Perché non riconosce
che esiste un mondo oltre l'America. Per fortuna, il potere ha una data di
scadenza. Quando arriverà il momento, probabilmente questo potente impero farà
il passo più lungo della gamba e imploderà dall'interno. Sembra che siano già
comparse delle crepe nella struttura.
Mentre la Guerra contro il Terrore getta le sue reti su una superficie sempre più
vasta, il cuore multinazionale [corporate] dell'America si dissangua. Nonostante
tutte le infinite chiacchiere sulla democrazia, oggi il mondo è governato dalle
tre istituzioni più impenetrabili del pianeta: il Fondo monetario
internazionale, la Banca mondiale e l'Organizzazione mondiale del commercio, le
quali a loro volta sono controllate dagli Stati Uniti. Le decisioni vengono
prese in segreto, i responsabili sono nominati a porte chiuse. Nessuno ne sa
veramente qualcosa, conosce la loro politica, le loro idee, le loro intenzioni.
Nessuno li ha eletti. Nessuno ha detto che possano prendere decisioni per nostro
conto. Un mondo retto da un pugno di banchieri e avidi amministratori delegati,
che nessuno ha eletto, non può materialmente durare. Il comunismo di stampo
sovietico ha fallito, non perché fosse intrinsecamente malvagio, ma perché
aveva dei difetti. Ha permesso a un numero troppo limitato di persone di
usurpare troppo potere.
Il capitalismo di mercato del ventunesimo secolo, di stampo americano, fallirà
per le medesime ragioni. Entrambi sono edifici costruiti dall'intelligenza
umana, demoliti dalla natura umana. Il momento è arrivato, come disse il
Tricheco 8. Forse le cose andranno peggio e poi miglioreranno. Forse c'è una
piccola dea lassù in cielo che si sta preparando per noi. Un altro mondo non è
soltanto possibile, ma sta arrivando, perché lei è già in cammino. Forse
molti di noi non saranno qui ad accoglierla, ma in un giorno tranquillo, se mi
fermo ad ascoltare, posso udirla respirare.
note:
1 Noto romanziere e critico letterario e d'arte. Fra le sue
numerose opere la più nota è Wais of Seeking (trad. it. Questioni di sguardi,
Il Saggiatore 2002) (NdT).
2 Il riferimento è al conflitto fra India e Pakistan per una
regione del Kashmir fra il maggio e il luglio 1999 (NdT).
3 La conferenza in cui la scrittrice ha pronunciato il presente
discorso si è svolta proprio a Santa Fe (New Mexico, Usa) (NdT).
4 «Nove Undici», mese e giorno dell'attentato alle Torri Gemelle.
Negli Usa la data è indicata con la sequenza mese-giorno-anno (NdT).
5 In inglese l'espressione «a dog in the manger» si dice di una
persona che non vuole che altri godano di ciò che a lei non serve o non piace (NdT).
6 Thomas Friedman, columnist di politica estera del «New York
Times»; trad. it. Le radici del futuro. La sfida tra la Lexus e l'ulivo. Che
cos'è la globalizzazione e quanto conta la tradizione, Mondadori 2001.
7 Personaggio famosissimo del fumetto franco-belga, creato nel 1929
da Hergé per la casa editrice Casterman. Tin-Tin era un giovane giornalista,
protagonista di lunghe storie di avventura in giro per il mondo e persino sulla
luna (NdT).
8 È in, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll,
l'esclamazione conclusiva del Tricheco prima di divorare le ostrichette (NdT).
Arundhati Roy, scrittrice indiana, autrice di un romanzo di grande successo (Booker
Prize 1997), The God of Small Things (1997, trad. it.: Il dio delle piccole
cose, Guanda 1997) e di numerosi volumi di saggi militanti (The Cost of Living;
Power Politics; War is Peace trad. it., La guerra è pace, Guanda 2001)
(Traduzione di Tiziana Antonelli) © Arundhati Roy, 2002. Il presente articolo
riproduce il testo di un discorso pronunciato nel corso di una conferenza alla
Lannan Foundation di Santa Fe, New Mexico, Stati Uniti, il 18 settembre 2002.
Per ragioni di tempo «la rivista del manifesto» non ha potuto chiedere
l'autorizzazione a tradurre ai detentori del copyright, ma si dichiara pronta
sin d'ora a onorarne le obbligazioni connesse.