Israele
non ha mai voluto un accordo di pace che riconoscesse i diritti dei palestinesi.
E gli Stati Uniti sono suoi complici
di Noam Chomsky
http://www.internazionale.it/home/
Benny
Morris
Vittime
Storia del conflitto arabo-sionista
1881-2001
Rizzoli, 2001
di Sandro Viola (repubblica.it)
Quando anni fa presero a riscrivere molte pagine di storia patria custodite da mezzo secolo (e mai una volta ridiscusse) nei tabernacoli della storiografia filocomunista, i nostri storici cosiddetti revisionisti dimostrarono un certo ardire. Perchè certo non ignoravano che i sacerdoti e le vestali di quei tabernacoli gli avrebbero sparato contro a mitraglia, e senza risparmiare le munizioni. Immaginiamoci quindi il coraggio di cui ha avuto bisogno il professor Benny Morris, storico israeliano all'università Ben-Gurion di Beersheba, quando s'è posto a scrivere Vittime, il suo vasto e appassionante affresco dei centovent'anni del conflitto arabo-sionista (Rizzoli, 880 pagg., 52.000 lire). Un coraggio da leone, dato che si trattava di passare al pettine stretto le versioni ufficiali della storia di Israele. E in particolare la condotta tenuta dai primi coloni sionisti, poi dai "padri" dello Stato ebraico, quindi dai governi israeliani e dai loro eserciti, nei confronti del popolo palestinese. Centovent'anni durante i quali molti, per non dire innumerevoli, sono stati i soprusi e le ingiustizie che quel popolo ha subìto. Come tutte le epopee nazionali, anche quella israeliana gronda di belletti. Anche in Israele la politica e addirittura la propaganda si sono infatti mischiate alla storiografia con l'intento di mascherare i "buchi neri", espungere gli episodi disonorevoli, mettendo invece in risalto l'eroismo dei fondatori, la saggezza e chiaroveggenza dei primi governanti, la generosità verso amici e nemici. Quanti ritocchi e manipolazioni, quindi, nella storiografia ufficiale israeliana. Il sionismo descritto come inerme, pacifico e non espansionista, gli arabi e i palestinesi ritratti come avversari irriducibili che nessuna benevolenza, mano tesa, ragionevolezza politica, è mai riuscita a distogliere dal proposito di "rigettare gli ebrei a mare". E che avversari, poi: cento milioni di arabi tutt'attorno al "piccolo Israele", antisemiti implacabili, maestri d'inganni, e con grandi eserciti armati sino ai denti. Non sono andate proprio così, le cose, nel secolo e più del conflitto. E sarebbe stato facile, per chiunque avesse un po' studiato lo svolgersi di quella vicenda, dimostrarlo. Ma la storia del moderno Israele è una storia molto particolare: alle spalle c'era l'Olocausto, e di fronte c'era il rifiuto arabo. Sicché ad un paese emerso in modo tanto drammatico s'era indotti a perdonare molte cose. Anche un'abbondante cosmesi dei fatti realmente accaduti: compresa la rimozione delle prepotenze e violenze, delle crudeli mutilazioni del vecchio mondo palestinese, su cui è nato lo Stato ebraico. Finché anche in Israele non s'è affacciata una storiografia revisionista, accolta com'era prevedibile da reazioni scalmanate, accuse di tradimento, insulti. Ma quel baccano è senza importanza. Importante, invece, è che i libri di Morris e degli altri "new historians" (come vengono chiamati i revisionisti in Israele) abbiano costretto la società israeliana a ripensare senza più tante indulgenze il proprio passato. Poiché copre un secolo e più d'eventi, riassumere Vittime sarebbe impossibile. Ai suoi possibili lettori conviene quindi indicare i passaggi cruciali del conflitto che Morris ha scrostato di tutti gli orpelli che vi aveva aggiunto la vulgata nazionalista. I punti che, ricondotti alla verità, consentono di farsi un'idea meno lacunosa e confusa di come siano andati i fatti in Palestina tra la fine dell'Ottocento ed oggi. Tali punti sono essenzialmente quattro. Le intenzioni, l'animo, gli scopi riposti con cui il movimento sionista guidò il "ritorno" in Palestina, e i contraccolpi sul popolo che abitava quelle terre. Le guerre arabo-israeliane del '48-'49, del '56, del '67, del '73 e dell' 82. L'occupazione della Cisgiordania e di Gaza nel '67,e il mancato ritiro degli israeliani di cui oggi vediamo le ultime (solo in ordine di tempo, purtroppo) terribili conseguenze. I vari tentativi di riportare la pace tra i due popoli, e il loro fallimento. Qui è però necessaria una premessa. Il libro di Morris non scagiona, ci mancherebbe, i palestinesi. Non ne tace gli errori politici, le fasi di ferocia ("Berremo il sangue degli ebrei" si gridava al tempo delle prime rivolte), il pervicace rifiuto della presenza sionista in Palestina. Ma il suo interesse, la sua utilità stanno evidentemente nella critica ai primi sionisti e alla classe dirigente d'Israele, in quanto qui - su questo terreno - il libro dice cose che gli israeliani usavano tacere. Ed è perciò a questo versante dell'opera di Morris che conviene dare il giusto spicco. Lo slogan del primo sionismo, "Una terra senza popolo per un popolo senza terra", non nasceva - come s'è letto tante volte - dalle scarse conoscenze che l'Ostjudentum aveva della Palestina ottomana. Quell'immagine d'una terra disabitata o quasi fu invece costruita ad arte, al fine d'incoraggiare l'immigrazione ebraica dall'Europa Orientale. Ma i capi sionisti sapevano perfettamente che si sarebbe dovuta strappare la terra, in un modo o nell'altro, al popolo che l'abitava da tempo immemorabile. Né pensavano ad una piccola porzione di quella terra. La loro fu da principio una visione espansionista, con al centro l'idea della cacciata (o trasferimento forzoso che dir si voglia) dei palestinesi. Idea da cui scaturì in due fasi, 1948 e 1967, una massa cenciosa di 600.000 profughi. Nella descrizione di Morris, il rapporto tra i primi immigrati e la popolazione locale è sin dall'inizio, infatti, carico di tensioni. Gli ebrei non avevano stima né fiducia degli arabi, verso i quali provavano anzi "un sentimento di profonda ostilità". Né i palestinesi potevano mostrarsi amichevoli, visto che l'immigrazione ebraica aveva letteralmente stravolto la loro esistenza. Espulsi dai terreni agricoli che i grandi proprietari stavano vendendo agli ebrei, impossibilitati ad acquistarli essi stessi (il prezzo dei terreni aumentò tra il 1910 e il '40 del cinquemila per cento),in molti casi vittime dell'usura praticata dai nuovi venuti, essi assistevano impotenti al crollo del loro mondo. Qualcuno tra i capi sionisti, Ytzhak Epstein o Ben-Gurion, aveva certo capito a cosa si stesse andando incontro. "Noi, in quanto nazione", scriveva Ben-Gurion, "vogliamo che il paese sia nostro: e gli arabi, in quanto nazione, vogliono che sia loro. Non ci sono soluzioni...". Ma la politica ufficiale del movimento e dell'Agenzia ebraica non era così comprensiva. Sicché le prime reazioni violente dei palestinesi vennero etichettate - pur sapendo che la realtà era diversa - come manifestazioni d'antisemitismo, nuovi "pogrom" dopo quelli subiti nell'Est Europa. E il concetto d'una identità nazionale arabo-palestinese fu sempre rifiutato (ancora alla fine dei Sessanta, Golda Meir diceva che "i palestinesi non esistono"),così da accampare con più forza la pretesa d'una terra ebraica "tout court". Sarà questo l'atteggiamento dinanzi alla grande rivolta palestinese del 1936-'38, spacciata per un hitlerismo mediorientale, un odio razzista verso gli ebrei. Mentre se è vero che gli agenti nazifascisti cominciavano a bazzicare la Palestina, è anche certo che quella sollevazione ebbe aspetti e carattere di risveglio nazionale. Al solito, Ben-Gurion fu tra i pochi a capirlo: "Se fossi un arabo, non esiterei ad insorgere contro un'immigrazione che prima o poi metterà il paese nelle mani degli ebrei". Della rivolta nella seconda metà dei Trenta, c'è un'altra cosa da dire. E cioè chi sia stato ad innestare il terrorismo moderno sul ceppo del conflitto in Palestina. Gli arabi attaccavano infatti i kibbutz isolati, sparavano sui coloni ebrei al lavoro nei campi, a volte pugnalavano il nemico nei vicoli di Haifa o Gerusalemme. Ma la scienza del terrore - "la bomba camuffata nel mercato o nell'autostazione, l'autobomba e l'autocarro-bomba, le raffiche dalle auto in corsa" - ,vale a dire le tecniche e i metodi che portavano al massacro indiscriminato di uomini donne e bambini, questi furono invenzioni degli ebrei dell'Irgun e dell'Lhi. Una cultura o tradizione attecchita poi sul versante palestinese, con la sola variante - discesa questa dal fanatismo islamico - dell'attentatore suicida. Quanto alle guerre arabo-israeliane, anche qui Benny Morris corregge alcuni assunti della versione ufficiale sostenuta negli anni da Israele. Tranne che nel '48, quando le forze armate israeliane avevano sopravvalutato la capacità degli avversari, e quindi dovettero prendere in considerazione anche l'idea d'una possibile sconfitta, la superiorità militare dello Stato ebraico fu sempre assoluta. Del resto fu Israele ad attaccare (questo non è Morris a dirlo, sono io) nel '56, nel '67 e nell''82: non gli arabi. Forte d'una struttura militare che dalla fine dei Sessanta comprendeva anche l'arma atomica. Beninteso, la superiorità bellica non toglie nulla al dramma vissuto ad ogni guerra dalla popolazione israeliana, la quale dovette legittimamente pensare che "l'alternativa fosse tra la vittoria e il possibile annientamento". Ma resta che l'immagine del "piccolo Israele" tra gli artigli delle orde arabe era pura propaganda. "Benchè fragile demograficamente", scrive Morris "Israele fu sempre in grado di mobilitare le sue risorse umane in modo da risultare numericamente superiore agli arabi in termini globali (come nel '48), o su tutti i campi di battaglia importanti". Il 1967, la vittoria israeliana nella guerra dei sei giorni, rappresenta un nodo cruciale nella storia del conflitto: il punto da dove israeliani e palestinesi avrebbero potuto muovere verso un compromesso, se mai da parte d'Israele - che a quel momento aveva i territori conquistati da usare come "merce di scambio" in una trattativa di pace - ci fosse stata la necessaria lungimiranza. Non andò così, invece. "La guerra dei sei giorni", sostiene Morris, "fece risorgere in Israele lo spirito espansionista e l'avidità territoriale, ben presto tradottisi nella proliferazione degli insediamenti, allontanando ulteriormente la pace". S'arriva così alla situazione da cui sarebbe scaturito il fiume di sangue che scorre oggi in Palestina: vale a dire i trentaquattro anni dell'occupazione israeliana di Gaza e della Cisgiordania, venticinque dei quali (sino al negoziato di Oslo) trascorsi senza che mai un governo israeliano pensasse di restituire ai palestinesi la loro terra. Anzi, badando a intasarla di colonie ebraiche: di quei coloni che avrebbero formato la destra nazional-religiosa, il segmento di società israeliana più forsennatamente avverso allo scambio tra i territori e la pace, dal quale segmento è uscito non a caso l'assassino di Rabin. Nel suo libro, Morris descrive così il clima nei territori occupati: "Israele amava credere, e far credere al mondo, che la sua occupazione fosse "illuminata","benevola", qualitativamente diversa da quelle esistite in precedenza. Così non era. Come tutte le occupazioni, quella israeliana si basava sulla forza, sulla repressione e la paura, il collaborazionismo e la delazione, i pestaggi e le torture, l'intimidazione, l'umiliazione e la disinformazione quotidiane". Qui sta il merito dell'autore di Vittime. Nel non tacere ciò che una gran parte degli israeliani, e il versante pro-israeliano dell'opinione pubblica internazionale, continuano ancor oggi a negare. Quel che succede in Palestina, l'orrore delle bombe di Hamas, il vicolo cieco in cui il conflitto sembra irrimediabilmente ficcato, tutto questo non deriva soltanto dall'impulso di distruggere Israele che oggi pervade le masse palestinesi. Israele ha fatto molto poco, e molto tardi, per avere la pace. E coloro che adesso guardano soltanto alla barbarie delle stragi commesse dai fondamentalisti palestinesi, commettono l'errore di trascurare i precedenti della tragedia. Ben-Gurion, che quei precedenti li conosceva bene, ha lasciato scritto: "Quando diciamo che gli arabi sono gli aggressori e noi quelli che si difendono, diciamo solo una mezza verità. Per quanto riguarda la sicurezza e la vita, noi siamo quelli che si difendono... Ma questa lotta è solo un aspetto del conflitto, che nella sua essenza è politico. E politicamente, noi siamo gli aggressori e loro quelli che si difendono".
Repubblica.it 11 gennaio 2004
Tel
Aviv, 20:12
Israele, centomila a manifestazione coloni contro Sharon
Centomila persone hanno partecipato in piazza Rabin, a Tel Aviv, alla
manifestazione del movimento dei coloni e dei nazionalisti di destra per
protestare contro la politica di "disimpegno" dalla Cisgiordania del
primo ministro Ariel Sharon. Alla manifestazione sono presenti anche alcuni
esponenti del Likud, il partito del premier, fra i quali una ventina di
parlamentari e un ministro. (red)
ISRAELE
Il muro in casa
ZVI SCHULDINER
Il primo ministro Ariel Sharon reitera le sue già famose
innovazioni in materia di trattative di pace e diversi mezzi di comunicazione
preferiscono chiudere gli occhi di fronte alla realtà e celebrare la sua
flessibilità. L'eco del pacifismo sharonista si moltiplica quando parla al
congresso del suo partito e si scontra con un nucleo di estrema destra che
sbraita contro le grandi e gravi concessioni del premier. Ma, mentre Sharon
parla, i bulldozer continuano il loro lavoro. Sharon parla dell'evacuazione
degli insediamenti illegali (come se non fossero tutti illegali) e il giorno
dopo già nuove case vanno ad ampliare tali insediamenti illegali, foraggiati
con i fondi del ministero dell'educazione, del turismo o della difesa. Ogni
giorno ci propinano una nuova rappresentazione della commedia delle «evacuazioni
degli insediamenti illegali» e neppure i coloni più estremisti riescono a
trattenere i sorrisi.
Sharon parla di pace e subito dopo continua a minacciare azioni unilaterali.
Israele si ritirerà da zone densamente popolate e le circonderà con sangue,
fuoco e mura. Israele si ritirerà e manterrà quella situazione già
dimenticata o sconosciuta dalla maggioranza degli israeliani, dalla comunità
internazionale e dai mezzi di comunicazione negligenti o complici: tre milioni
di palestinesi chiusi in un girone infernale, con istituzioni che si sgretolano
quotidianamente, con un'economia semidistrutta, con una disoccupazione, di
proporzioni gigantesche.
Sharon parla del muro di sicurezza e molti annuiscono in Israele. Solo si
sentono alcune balbettanti opposizioni da fuori: a Bush e alle sue coorti il
muro non piace, gli europei si oppongono senza esagerare. Ma il «muro di
sicurezza» si estende.
Muro, sì. Sicurezza? Il muro non ha nulla a che vedere con la linea verde del
1967 e si sta convertendo in uno strumento infernale per accerchiare e assediare
innumerevoli villaggi palestinesi. Contadini che non possono raggiungere i loro
campi, malati che non possono ricevere soccorso medico, bimbi che non possono
andare a scuola o devono aspettare che i soldati dell'«esercito più morale del
mondo» vengano ad aprire loro qualche varco del «sacro muro». Il muro si
attorciglia, come un serpente che deve accudire ogni colonia israeliana nei
Territori occupati. Se, per garantire la sicurezza di varie decine di
fondamentalisti israeliani è necessario rinchiudere popolazioni intere di
villaggi palestinesi... allora viva il muro!
Il muro attraversa anche la «indivisibile ed eternamente unificata»
Gerusalemme. Decine di migliaia di palestinesi con residenza legale nella città
e con gli appositi documenti di identità emessi da Israele, devono percorrere
itinerari improbabili per raggiungere punti vicini alla loro casa. Il muro a
Gerusalemme isolerà nel giro di poco tempo alcune istituzioni scolastiche
appartenenti al Vaticano. Eppure, da Roma non si è ancora levata una sola voce
di protesta.
Centinaia di milioni di dollari - che sarebbero tanto utili per uno stato
sociale in bancarotta - vengono inghiottiti ogni giorno da un muro che non ha
nulla a che vedere con una possibile futura frontiera di pace: questo muro potrà
solo esacerbare la frustrazione, l'odio tra palestinesi e israeliani e certo non
impedirà quelle azioni terroristiche che teoricamente dovrebbe prevenire; si
tratta di un ulteriore strumento per estendere l'annessione dei territori
occupati nel 1967, mentre la vita quotidiana dei palestinesi si converte in un
inferno che potrebbe spingerli a un esilio volontario.
L'«esercito più morale del mondo» continua a sparare contro i civili. I dati
ufficiali dicono che solo circa 600 palestinesi, tra i più di duemila uccisi
negli ultimi tre anni, portavano armi. Però nulla sembra scuotere i gorilla
dell'esercito più morale del mondo, che continuano a dirci che sparano contro
coloro che danneggiano il muro di sicurezza in difesa delle nostre vite e dei
sacri valori della patria.
Sharon parla di pace. Ma non con la Siria, perché Damasco cerca solo una scusa
per ingraziarsi gli americani. Non con Arafat, perché è terrorista; né con
Abu Ala, perché è debole; né con Gheddafi, perché questo migliorerebbe
l'immagine del ministro degli esteri; né con nessuno, perché è meglio che
tutto continui come prima. Se dovesse venire l'arcangelo Gabriele a parlare con
Sharon, Sharon scoprirebbe i crimini che lo squalificano per non parlare di
pace.
In questo gran casino quotidiano sarà sempre più difficile trattare i seri
reati di cui in futuro si potrebbe accusare Sharon e i suoi figli. Sharon, parla
di pace, la stampa si commuove, nuovi morti palestinesi si aggiungono alla lunga
lista dei caduti della seconda Intifada. Sharon parla di pace e il fantasma del
fascismo è sempre più presente in Israele.
(Zvi Schuldiner)
http://www.ilmanifesto.it/oggi/art63.html
L'antisemitismo in Italia, un nuovo sondaggio
E' il terzo in tre mesi. Presentata ieri a Roma
l'anticipazione di quello dell'Eurispes. Con molte conferme e qualche sorpresa
Il governo di Israele Giudizi secchi e dissenso nettissimo sulla linea praticata
da Sharon nel conflitto con i palestinesi. Come sul ruolo dei kamikaze
Pregiudizi antiebraici Pochi i negazionisti e i revisionisti. Ma molti quelli
che credono a un «potere occulto» degli ebrei. Non solo a destra ma anche a
sinistra
MAURIZIO MATTEUZZI
ROMA
Proliferano sondaggi e controsondaggi sull'antisemitisimo.
Ieri è stata diffusa l'anticipazione di quello dell'Eurispes dal titolo «L'opinione
degli italiani sul conflitto israelo-palestinese e sulla questione mediorientale».
E' il terzo in tre mesi, dopo quelli - entrambi molto controversi, come del
resto è inevitabile considerato il tema - dell'Eurobarometro (secondo cui il
59% dei cittadini dei 15 della Ue riteneva Israele il maggior pericolo per la
pace nel mondo) e dell'Osservatorio di Vienna su xenofobia e razzismo (che
cercava di dimostrare l'insorgenza di un antisemitismo di sinistra). Anche
questo dell'Eurispes, su un campione di 1500 italiani, riserva molte conferme e
qualche sorpresa. La conferma più interessante è, come si legge nel comunicato
stampa di accompagnamento: «il profondo iato presente tra l'espressione di
posizioni critiche nei confronti della politica governativa israeliana,
sensisbilmente e significativamente molto più elevate, e la presenza di una
possibile incubazione di pregiudizi e sospetti nei confronti del popolo ebraico».
Eurispes ha sondato gli italiani su alcuni punti specifici. Fra cui: 1) la
politica del governo Sharon rispetto al conflitto israelo-palestinese; 2) la
presenza di pregiudizi antisemiti rispetto agli ebrei; 3) i principali fattori
di destabilizzazione nell'area mediorientale.
La politica di Sharon. Il 74.5% ritiene che «il governo israeliano
sbaglia ma sbagliano anche i kamikaze palestinesi»; il 53.7% si dice «per
niente o poco d'accordo» con la tesi che Tel Aviv «fa le scelte giuste perché
deve difendersi dagli attacchi dei kamikaze» e il 53.8% con la tesi che «nei
confronti dei palestinesi sta perseguendo l'unica linea possibile perché è in
gioco la sopravvivenza stessa dello Stato di Israele». La percentuale aumenta
ancora rispetto al Muro: solo il 10.8% è d'accordo. Su due altre domande
sensibili il dissenso è meno netto ma comunque notevole e in certa misura
sorprendente: il 35.9% «abbastanza o molto d'accordo» (contro il «disaccordo»
del 45.9%) con l'affermazione che «il governo Sharon sta compiendo un vero e
proprio genocidio e si comporta con i palestinesi come i nazisti si comportarono
con gli ebrei» e il 36.9% «abbastanza o molto d'accordo» con l'affermazione
che «la colpa degli attacchi dei kamikaze è da attribuire alla politca
imperialista e aggressiva di Sharon» (contro il 45.9% di «disaccordo»).
Complessivamente giudizi devastanti sul governo israeliano.
La presenza di pregiudizi antisemiti verso il popolo ebraico. Qui vengono
i dolori. Perchè è vero che il 92.3% si dice «poco o niente d'accordo» con
l'affermazione che «l'Olocausto degli ebrei non è mai avvenuto» (contro un
2.7% di negazionisti) e l' 80.7% sostiene che l'Olocausto c'è stato «ma non ha
prodotto così tante vittime come si afferma di solito» (contro un 11.1%, che
non è poco, di revisionisti); è vero anche che il 91.4% (contro il 2.8%) non
mette in discussione il diritto all'esistenza dello Stato di Israele (però il
26% lo condiziona al riconoscimento di uno Stato palestinese); ma l'area del
pregiudizio razziale si presenta ancora, o di nuovo, molto forte quando il 34.1%
si dice d'accordo con l'affermazione che «gli ebrei controllano in modo occulto
il potere economico e finanziario, nonché i mezzi di informazione» (contro il
47.9%). E' qui, secondo Eurispes, che si annida «il virus in incubazione» del
pregiudizio antisemita. Tanto più per la «trasversalità» di quel 34.1% la
cui maggioranza viene da destra (26.% «molto d'accordo», 56.8% «abbastanza
d'accordo») ma con una consistente minoranza da sinistra (17.8% e 50.9%)
passando per il centro.
I principali fattori di destabilizzazione del Medioriente. Il più
pericoloso, col 33.7%, è il terrorismo islamico; il secondo, 20%, la mancanza
di una politica comune della Ue; solo terzo, 19.5%, la politica di Bush. Curioso
che manchi totalmente dai fattori destabilizzanti la politica israeliana, viste
anche le risposte date sulla linea del governo Sharon. Che sia il contraltare
del sondaggio targato Eurobarometro?
Prudente Amos Luzzatto, il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche
italiane («Ho la sensazione che anche in Italia esista un aumento non
travolgente ma signficativo» dell'antisemtisimo, ma «molto cauto» sul suo
colore politico). Cautela del tutto mancante all'opinionista Mario Pirani che si
dice per nulla sorpreso dalla «trasversalità» degli atteggiamenti antiebraici
e spara addirittura che l'antisemitismo è da sempre nel Dna della sinistra.
http://www.ilmanifesto.it/oggi/art92.html
Il manifesto 17 gennaio 2004
Si dimette il direttore di «Haaretz»
Marmari lascia, dopo lo scontro con l'editore Amos Shoken
schierato con i refusnik
Alla fine le divergenze ai vertici del quotidiano liberal Haaretz,
il più autorevole di Israele, sono esplose. Il direttore, Hanoch Marmari, ha
dato le dimissioni dopo ben 13 anni. «Date le recenti differenze di opinione
con l'editore Amos Shoken, l'ho informato della mia decisione di concludere il
mio incarico», ha scritto. Marmari resterà in carica ancora alcuni mesi per
garantire un morbido passaggio di consegne. Ma non è affatto scontata la
serenità per la nomina della nuova direzione. Un po' tutti si sono chiesti le
ragioni del divorzio tra Shoken e Marmari, coppia ritenuta indivisibile alla
luce del successo del giornale, largamente seguito anche dalla comunità
straniera in Israele e nei Territori occupati per la sua edizione in lingua
inglese. Eppure qualcosa era cambiato in Haaretz nell'ultimo anno. Il
giornale aveva perduto parte del suo stile graffiante verso il governo di
destra. I servizi dell'inviata in Cisgiordania e Gaza, Amira Hass, sempre
critici della politica di «sicurezza» del governo Sharon avevano trovato meno
spazio, specie nell'edizione in inglese. Erano invece più frequenti gli
articoli dello specialista militare Zeev Schiff e degli altri giornalisti
ritenuti meno schierati a sinistra. Per il settimanale Hair , la ragione
vera delle dimissioni di Marmari è legata all'intifada e ai riservisti
israeliani che si rifiutano di servire nei Territori occupati o di partecipare
ad «esecuzioni mirate» di palestinesi. «Nelle sedute di redazione, tutte le
domeniche, Amos Shoken assume spesso posizioni di estrema sinistra», ha
spiegato Hair. In un'intervista l'editore ha rivelato di essersi trovato
in minoranza nelle riunioni di redazione e di aver accusato i redattori di
essere «troppo sensibili a considerazioni commerciali, ad inseguire i lettori.
Loro mi hanno risposto che sono un kamikaze sciita». Il dissidio Shoken/Marmari
era emerso a settembre: la direzione aveva condannato il fenomeno dei piloti
riservisti che si rifiutano di partecipare alle «esecuzioni mirate». Tre
giorni dopo così aveva replicato l'editore: «In questo lembo di terra ci sono
due popolazioni. Una si vede assicurati tutti i diritti, l'altra se li vede
negati. Se è dovere dei militari difendere la democrazia può darsi che proprio
questo gruppo di piloti siano fra quanti oggi difendono la democrazia in Israele».
Chi sarà il successore di Marmari? Forse proprio Shoken. (MI. GIO.)
L'opera ritraeva la terrorista suicida che
lo scorso 4 ottobre
ha provocato la morte di 21 persone in un ristorante di Haifa
Svezia, ambasciatore israeliano distrugge
ritratto di kamikaze
"Non è arte, è una orribile distorsione della realtà"
Il diplomatico allontanato dal direttore del Museo
|
|
Un curatore della mostra accanto all'opera danneggiata |
Il premier israeliano ha
"ringraziato" il diplomatico
che a Stoccolma si è scagliato contro
una installazione
Ambasciatore
rompe opera d'arte e riceve l'elogio di
Sharon
"Giusta presa di posizione contro
l'antisemitismo nel mondo"
GERUSALEMME - "Una
presa di posizione contro l'ondata
di antisemitismo nel mondo".
Con queste parole il premier Ariel
Sharon ha pubblicamente elogiato
l'ambasciatore israeliano in
Svezia, Zvi Mazel: due giorni fa il
diplomatico, durante
l'inaugurazione di una mostra, aveva
distrutto un'opera ispirata
ad una giovane terrorista suicida.
"Ho telefonato
all'ambasciatore e l'ho ringraziato
per la sua presa di posizione"
ha detto Sharon, che alla vicenda
ha dedicato la dichiarazione di
apertura della riunione settimanale
del suo gabinetto ministeriale.
"Gli ho detto - ha aggiunto -
che il governo lo sostiene".
L'iniziativa del primo ministro
israeliano non sembra destinata a
far rientrare gli attriti
diplomatici seguiti all'incidente.
Il ministero degli Esteri svedese,
dopo l'accaduto, ha infatti
convocato per la prossima settimana
Mazel, "per chiedere
chiarimenti" in merito al
gesto".
L'autore dell'installazione, Dror
Feiler, israeliano trapiantato in
Svezia, ha definito Mazel "un
nano intellettuale",
precisando, tuttavia, di essere
personalmente "contro gli
attentatori suicidi":
"ritengo che sia una cosa
orribile - ha dichiarato l'artista
- e che non serva alla causa dei
palestinesi".
18.01.2004
Auschwitz,
l'orrore dall'alto
di Nicola
Tranfaglia
Da oggi per poco più di 14 euro, le immagini aeree
scattate dalla Raf durante la seconda guerra mondiale
saranno disponibili all’indirizzo www.evidenceincamera.co.uk:
circa 5 milioni di fotografie dell’Aerial Reconnaissance
Archive, messe in ordine e digitalizzate tramite un progetto
della Keele University (uno dei luoghi ufficiali di deposito
degli Archivi Nazionali britannici) e mai viste finora dal
grande pubblico. Dal fumo dalle ciminiere di Auschwitz ai
soldati americani dello sbarco in Normandia, trasformati in
centinaia di cadaveri sparsi sul mare, alla corazzata
tedesca Bismarck nascosta sette giorni in un fiordo
norvegese prima del suo affondamento. Le immagini, per dirla
con le parole del coordinatore del progetto Allan William,
«ci consentono di vedere la guerra vera di prima mano». E
anche se furono vitali per lo sforzo bellico degli alleati
mostrano anche che, se fossero state esaminate con la dovuta
attenzione, avrebbero potuto salvare migliaia di vite umane.
La fotografia ad alta definizione di un aereo britannico di
ricognizione (apparsa sabato sul "Corriere della
Sera" e visibile da oggi, insieme ad altri cinque
milioni di immagini scattate dalla Raf, sul sito www.evidenceincamera.co.uk)
che l’11 agosto 1944 scorse sul campo di
Auschwitz-Birkenau, in Polonia, levarsi una colonna di fumo
suscita nello storico che per tanti anni (metà della sua
vita almeno) ha studiato le vicende dei fascismi europei, e
in particolare del nazionalsocialismo, sensazioni forti e
contraddittorie.
Quella colonna di fumo segnalava l’attività dei forni crematori e dei campi aperti in cui le SS bruciavano i cadaveri con la fretta indotta dalle sorti della guerra e dalla ormai imminente sconfitta del Reich millenario. Il 27 gennaio del 1945, quel ventisette gennaio che sarebbe diventato per una legge dello Stato il «giorno della memoria» in Italia, l’armata sovietica avrebbe raggiunto Auschwitz e agli occhi dei liberatori sarebbero apparsi i pochi superstiti del più grande barbaro massacro dell’età contemporanea.
Se gli inglesi avessero comunicato la scoperta, l’opinione pubblica occidentale avrebbe avuto la prova, con un certo anticipo, del «terribile segreto» che custodiva la seconda guerra mondiale.
Ma questo non avvenne perché le vite di milioni di
prigionieri non erano l’obbiettivo politico e militare
prioritario: in quel momento gli stati e i governi si
preoccupavano prima di tutto di battere Hitler e di
sconfiggere definitivamente la Germania nazista con i suoi
satelliti (tra cui la Repubblica sociale italiana di
Mussolini) e il Giappone di Hiro Hito che ancora
combattevano contro gli alleati nell’unico intento ormai
di allontanare il giorno della catastrofe politica e
militare.
Questa è la prima, terribile constatazione che si presenta
allo storico scrutando quella fotografia che è stata
rilasciata ora dai National Archives di Londra dopo che per
cinquant’anni era rimasta inaccessibile.
Ma bisogna, subito dopo, ricordare che molti, e da tempo, avevano segnalato quello che stava succedendo nei lager: molti diplomatici a contatto con le autorità del Terzo Reich, una parte del clero e probabilmente della Curia vaticana, la Croce rossa internazionale e i governi dell’alleanza antinazista. Le stesse organizzazioni ebraiche avevano comunicato ai governi di Washington e Londra la loro angoscia per le numerose testimonianze sul massacro che stava avvenendo in Germania e nell’Europa orientale.
Non si può dire insomma, dal punto di vista storico, che fosse un segreto assoluto come pure per molto tempo si è preteso di sostenere in libri e giornali del secondo dopoguerra. Quando non si è scritto, da parte dei revisionisti e dei negazionisti, che il grande massacro non fosse avvenuto mai o non avesse comunque le dimensioni accertate a poco a poco dalla ricerca storica: sei milioni di ebrei e altri milioni di oppositori civili e militari di tutta l’Europa caduti nelle grinfie dei nazisti prima e dopo il 1943.
Ci fu, insomma, una forte responsabilità dell’Europa e dell’intero Occidente per quello che è successo, per una barbarie che ha distrutto milioni di esseri umani perché ebrei o perché nemici del Reich e dei molti fascismi che si impadronirono negli anni trenta di una parte notevole del vecchio continente.
Se si pensa che in quel campo di sterminio almeno mezzo milione di persone venne ancora ucciso nei cinque mesi che separarono la ricognizione dell’aereo britannico dalla liberazione del lager, si ha una misurazione, per così dire esatta, del rilievo di quella fotografia e della completa impotenza che caratterizzò l’azione degli alleati rispetto ai forni crematori del Reich. In un certo senso una drammatica resa di fronte a un nemico che già negli ultimi anni trenta aveva clamorosamente bandito la crociata contro gli ebrei e in nemici del Reich senza che l’Occidente gli credesse e aprisse le ostilità fino all’invasione della Cecoslovacchia e della Polonia dopo che l’anno precedente, nella più assoluta impunità, aveva potuto invadere l’Austria e farla diventare parte del Terzo Reich.
A queste drammatiche sensazioni che quella fotografia
suscita si aggiunge inevitabilmente un pensiero che sorge
immediato di fronte al mondo in cui viviamo oggi di fronte a
guerre che continuano senza interruzione come in Iraq, alle
quelle che si preparano da parte degli Stati Uniti del
presidente Bush contro altri «stati canaglia», ad altre
guerre locali del tutto dimenticate dai grandi mezzi di
comunicazione perché si svolgono in zone periferiche del
mondo.
Viene spontaneo chiedersi che cosa sappiamo noi dei teatri
di guerra, delle brutalità degli eserciti combattenti,
della censura fortissima che tutela ancora la vita e la
morte degli uomini impegnate su quei teatri.
Sarebbe ingenuo, o addirittura stupido, pensare che, sconfitta la barbarie nazista e fascista, si può essere tranquilli su quello che accade oggi in varie parti del mondo. Ci fu allora una macchina tremenda sostenuta da un pensiero perverso ma la guerra moltiplica sempre la ferocia degli oppressori e c’è da temere che il non rispetto dei diritti umani che sempre nei conflitti bellici e nelle occupazioni troviamo facciano ancora vittime e compiano azioni che l’opinione pubblica dovrebbe conoscere se volesse arrivare davvero a quel ripudio della guerra che è scritto nell’articolo 11 della Costituzione repubblicana e che, se non mi inganno, è ancora pienamente in vigore almeno fino alle prossime venture che prepara il secondo governo Berlusconi.