FISICA/MENTE

 
 
Il sostegno Usa a Tel Aviv devastante per i palestinesi. E per l'Onu
 

Il Guardian pubblica le 50 pagine del rapporto «confidenziale» di Alvaro de Soto, inviato delle Nazioni unite sul teatro del conflitto. Washington ha messo Ko l'Europa e gli altri del Quartetto

S.D.R.


 

A chi volesse davvero capire quel che sta accadendo in queste ore a Gaza, e come ci si è arrivati, raccomandiamo la lettura del rapporto «fine missione» scritto da Alvaro de Soto, inviato speciale dell'Onu in Medio Oriente dal maggio del 2005. Un j'accuse circostanziato che se non risparmia né Israele né l'Autorità palestinese, muove una critica circostanziata e violentissima soprattutto contro la diplomazia internazionale. Il Quartetto dei negoziatori - Usa, Unione europea, Russia, Onu - scrive De Soto, negli ultimi due anni ha perso ogni imparzialità nel suo ruolo in Medio Oriente. «Il fatto è che l'imparzialità è stata costretta con la forza a sottomettersi, e dall'inizio del 2007 con modi che non hanno precedenti». Datato 5 maggio, poco prima che de Soto lasciasse la sua carica, è un documento interno, da non diffondere, «confidenziale», come è scritto su ogni sua pagina, ma che il quotidiano inglese The Guardian è riuscito ad ottenere e ha messo per intero sul suo sito (www.guardian.co.uk).
Forse per la prima volta grazie a De Soto, peruviano, 25 anni di servizio diplomatico nelle Nazioni unite, vengono illuminati davvero i meandri oscuri della vera «road map», quella che ha reso impossibile ogni esito pacifico della questione israelo-palestinese, dissolto ogni possibilità di creazione di uno Stato palestinese, e portato alla guerra intestina che sta insanguinando Gaza.
Il rapporto si dilunga per 50 pagine, e neppure una è di troppo mentre ricostruisce e analizza gli eventi cruciali, ritiro unilaterale da Gaza deciso da Sharon, l'uscita di questi dalla scena politica e la vittoria di Hamas, avvenuti nel corso dei suoi due anni di difficile e frustrante lavoro. Eventi che, come scrive l'inviato Onu, «hanno avuto una portata così vasta da influenzare non solo il conflitto israelo-palestinese ma anche l'intera problematica nella regione».
Quasi impossibile riassumere il rapporto ma i punti fondamentali, all'osso, sono questi. 1) Il boicottaggio internazionale dei palestinesi, deciso dopo la vittoria elettorale di Hamas nelle elezioni, democratiche e corrette, del gennaio 2006, è stata «nella migliore delle ipotesi di corta veduta» e ha avuto «effetti devastanti» per il popolo palestinese. Una posizione, quella del boicottaggio, che «di fatto ha trasformato il Quartetto da un gruppo di quattro che doveva promuovere il negoziato sulla base di un documento condiviso (la Road Map per la pace) in un organismo che ha solo imposto sanzioni contro il governo liberamente eletto di un popolo sotto occupazione e imposto al dialogo precondizioni irraggiungibili». 2) Israele si è chiuso in «una posizione di sostanziale rigetto» nella trattativa coi palestinesi «insistendo su precondizioni che, lo doveva sapere, non erano ottenibili». 3) Il Quartetto da organismo negoziatore, è diventato un «evento secondario". 4) L'azione plaestinese nel fermare le violenze contro Israele è «nella migliore delle ipotesi poco efficace, al peggio biasimevole».
Il rapporto era rivolto a pochi senior della ristretta cerchia interna all'Onu, ma De Soto dimostra comunque coraggio quando, senza peli sulla lingua, biasima l'influenza sovrastante esercitata dagli Stati uniti e «la conseguente tendenza all'auto-censura» all'interno delle Nazioni unite quando si tratta di criticare Israele. Nel ricostruire gli eventi , l'inviato Onu rivela che dopo aver vinto le elezioni Hamas avrebbe voluto formare un governo di coalizione con i suoi rivali moderati, incluso Fatah. Ma gli Stati uniti dissuasero gli altri politici palestinesi dall'unirsi all'iniziativa. «Ci fu detto - scrive De Soto - che gli Usa erano contrari a offuscare la linea che divideva Hamas da quelle forze politiche impegnate nella soluzione due popoli-due Stati». Il governo di coalizione si formò un anno dopo, ma mesi erano stati persi nei quali la situazione si era ulteriormente deteriorata.
Ma se l'azione parzialissima degli Stati uniti era arcinota, è sul Quartetto e la sua ragion d'essere e azione che l'ex inviato, frustrato in ogni suo sforzo di agire da linee-guida che non gli consentivano di incontrare l'Autorità palestinese e gli impedivano di parlare con la Siria, mette una definitiva pietra tombale. «Persone ragionevoli possono non essere d'accordo con la mia opinione che il Quartetto è, di fatto se non de jure, più un gruppo di amici degli Stati uniti che altro. Ma questo è facilmente dimostrabile». Quando gli Usa appoggiarono la decisione di Israele di trattenere gli introiti doganali dei palestinesi, «al Quartetto fu impedito di prendere posizione in proposito». Quanto all'Onu «c'è una sorta di riflesso condizionato, in ogni situazione in cui l'Onu deve pronunciarsi, di chiedersi prima come Israele e gli Stati uniti reagiranno piuttosto che ragionare su quale posizione sia più giusto prendere».
Il rapporto critica anche i palestinesi per la loro violenza ma sostiene che le politiche israeliane hanno incoraggiato la militanza del fronte opposto. «Mi chiedo se le autorità israeliane si rendono conto che, stagione dopo stagione, raccolgono quello che hanno seminato».

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Giugno-2007/art19.html


Un'intera nazione prigioniera di Israele

L'uso selettivo della lingua da parte dei media e la censura per omissione del giornalismo occidentale coprono la scientifica violenza israeliana Gaza deve (dovrebbe) essere mostrata per quello che è: un laboratorio israeliano, sostenuto dalla comunità internazionale, dove gli essere umani vengono usati come conigli per testare le pratiche più perverse di soffocamento economico e riduzione alla fame

John Pilger


 

Si sta consentendo a Israele di distruggere la nozione stessa di Stato palestinese e di tenere prigioniera un'intera nazione. Questo appare in modo evidente dagli ultimi attacchi su Gaza, la cui sofferenza è diventata una metafora della tragedia imposta ai popoli in Medio Oriente ed oltre. Secondo il notiziario britannico Channel 4 News, questi attacchi «erano mirati contro importanti militanti di Hamas» e contro «l'infrastruttura di Hamas». La Bbc ha parlato di uno «scontro» tra gli stessi militanti e gli F-16 israeliani.
Consideriamo uno di questi scontri. L'automobile dei militanti è stata fatta esplodere da un missile partito da un cacciabombardiere. Chi erano questi militanti? Secondo la mia esperienza, tutti gli abitanti di Gaza sono militanti in quanto resistono al loro carceriere e aguzzino. Quanto alla «infrastruttura di Hamas», si trattava della sede del partito che ha vinto le elezioni democratiche dell'anno scorso in Palestina.
Dire questo darebbe una cattiva impressione. Suggerirebbe che le persone a bordo dell'automobile e tutti gli altri nel corso degli anni, i bambini e gli anziani che si sono anche loro «scontrati» con i cacciabombardieri, sono stati vittima di una mostruosa ingiustizia. Suggerirebbe la verità.
«Secondo alcuni». ha detto il reporter di Channel 4, «Hamas ha sollecitato questo ...». Forse si riferiva ai razzi sparati contro Israele dall'interno della prigione di Gaza, che non hanno ucciso nessuno. Secondo il diritto internazionale, una popolazione occupata ha il diritto di usare le armi contro le forze di occupazione, ma questo diritto non viene mai citato. Il giornalista di Channel 4 ha fatto riferimento a una «guerra infinita». Non c'è nessuna guerra. C'è la resistenza della popolazione più povera, più vulnerabile sulla terra a una perdurante occupazione illegale imposta dalla quarta più grande potenza militare al mondo, le cui armi di distruzione di massa vanno dalle bombe cluster ai congegni termonucleari, pagate dalla superpotenza \. Soltanto negli ultimi sei anni, ha scritto lo storico Ilan Pappé, «le forze israeliane hanno ucciso più di 4.000 palestinesi, la metà dei quali bambini».
Consideriamo come funziona questa potenza. Secondo i documenti ottenuti da United Press International, una volta gli israeliani finanziavano segretamente Hamas come «tentativo diretto di dividere e annacquare il consenso a un'Olp forte e laica utilizzando un'alternativa religiosa rivale», come ha detto un ex funzionario della Cia.
Oggi Israele e gli Usa hanno capovolto il loro intervento e sostengono apertamente il rivale di Hamas, Fatah, con mazzette di milioni di dollari. Di recente Israele ha segretamente autorizzato 500 combattenti di Fatah a entrare a Gaza dall'Egitto, dove erano stati addestrati da un altro protetto degli americani, la dittatura del Cairo. Scopo di Israele è indebolire il governo palestinese eletto e fomentare una guerra civile. Per tutta risposta, i palestinesi hanno creato un governo di unità nazionale, con Hamas e Fatah. È questo che gli ultimi attacchi mirano a distruggere.
Con Gaza rinchiusa nel caos e la Cisgiordania cinta da un muro, il piano israeliano, ha scritto l'accademica palestinese Karma Nabulsi, è «una visione hobbesiana di una società anarchica: monca, violenta, impotente, distrutta, intimidita, governata da milizie, bande, estremisti e ideologi religiosi i più disparati, divisa dal tribalismo etnico e religioso e dai collaborazionisti cooptati. Guardate l'Iraq di oggi...».
Il 19 maggio, il Guardian ha ricevuto questa lettera da Omar Jabary al-Sarafeh, un abitante di Ramallah. «La terra, l'acqua e l'aria sono sotto costante osservazione da parte di un sofisticato sistema di sorveglianza militare... La striscia di Gaza deve \ essere mostrata per ciò che è... un laboratorio israeliano sostenuto dalla comunità internazionale dove gli esseri umani vengono usati come conigli per testare le pratiche più drammatiche e perverse di soffocamento economico e di riduzione alla fame».
Il giornalista israeliano Gideon Levy ha descritto la fame che colpisce gli abitanti di Gaza, più di un milione e 250 mila persone, e le «migliaia di persone ferite, rese disabili e scioccate dalle bombe, che non possono ricevere alcuna assistenza... Ombre di esseri umani vagano tra le rovine... Sanno solo che tornerà, e sanno cosa significherà questo per loro: più prigionia nelle loro case per settimane, più morte e distruzione in proporzioni mostruose».
Ogni volta che sono stato a Gaza, sono stato consumato da questa malinconia, come se fossi penetrato in un segreto luogo di cordoglio. Le scritte sui muri forati dai proiettili commemorano i morti, come la famiglia di 18 uomini, donne e bambini che «si sono scontrati» con una bomba israelo-americana da 500 libbre, lanciata sulla loro casa mentre dormivano. Militanti, si presume.
Più del 40% della popolazione di Gaza è formato da bambini sotto i 15 anni. Dando conto di uno studio sul campo per il British Medical Journal effettuato per 4 anni nella Palestina occupata, il dottor Derek Summerfield ha scritto che «due terzi dei 621 bambini uccisi ai check-point, per strada, mentre andavano a scuola, nelle loro case, sono morti per piccole armi da fuoco che li hanno colpiti in più della metà dei casi alla testa, al collo e al petto: la ferita del cecchino». Un mio amico che lavora all'Onu li chiama «figli della polvere». La loro stupenda infantilità, la loro chiassosità, le loro risate, il loro incanto, tradiscono il loro incubo.
Ho incontrato il dottor Khalid Dahlan, uno psichiatra che dirige uno di svariati progetti di salute infantile sul territorio a Gaza. Dahlan mi ha parlato della sua ultima ricerca. «La statistica che personalmente trovo insopportabile» ha detto «è che il 99.4% dei bambini che abbiamo preso in esame soffrono per un trauma. Se si guardano i tassi di esposizione al trauma, si capisce il perché: il 99.2% del gruppo di studio ha avuto la casa bombardata; il 97.5% è stato esposto ai gas lacrimogeni; il 96.6% ha assistito a sparatorie; il 95.8% ha assistito a bombardamenti e funerali; quasi un quarto ha visto dei componenti della propria famiglia feriti o morti».
Dahlan spiega che bambini di soli tre anni hanno vissuto la dicotomia causata dal doversi misurare con simili condizioni. Essi sognavano di diventare medici e infermieri, poi tutto questo è stato travolto da una visione apocalittica di se stessi come la prossima generazione di attentatori suicidi. Ciò invariabilmente dopo un attacco israeliano. Per alcuni ragazzini gli eroi non erano più i calciatori, ma una confusione di «martiri» palestinesi e persino il nemico, «perché i soldati israeliani sono i più forti e hanno gli elicotteri Apache».
Poco prima di morire, Edward Said rimproverò amaramente i giornalisti stranieri per quello che giudicava il loro ruolo distruttivo nel «cancellare il contesto della violenza palestinese, la risposta di un popolo disperato e orribilmente oppresso, e la terribile sofferenza da cui essa scaturisce». Proprio come l'invasione dell'Iraq è stata una «guerra di media», altrettanto può dirsi del «conflitto» grottescamente unidirezionale che è in corso in Palestina. Come dimostra il lavoro pionieristico del Media Group dell'università di Glasgow, agli spettatori televisivi viene detto raramente che i palestinesi sono vittima di una occupazione militare illegale; il termine «territori occupati» è spiegato di rado. Solo il 9% dei giovani intervistati nel Regno unito sa che gli israeliani sono la forza di occupazione e i coloni illegali sono gli ebrei; molti credono che siano i palestinesi. L'uso selettivo della lingua da parte delle emittenti radiotelevisive è cruciale nel mantenere questa confusione e ignoranza. Parole come «terrorismo», «omicidio» e «uccisione selvaggia, a sangue freddo» descrivono la morte degli israeliani, quasi mai quella dei palestinesi.
Ci sono eccezioni lodevoli. L'inviato della Bbc rapito, Alan Johnston, è una di esse. Eppure, nella valanga di notizie sul suo rapimento, non si citano mai le migliaia di palestinesi rapiti da Israele, molti dei quali non rivedranno le loro famiglie per anni. Per loro non ci sono appelli. A Gerusalemme, l'Associazione stampa estera documenta come i suoi membri siano sottoposti al fuoco e alle intimidazioni da parte dei soldati israeliani. In un periodo di 8 mesi altrettanti giornalisti, compreso il responsabile della Cnn a Gerusalemme, sono stati feriti dagli israeliani, alcuni di loro gravemente. In ciascun caso l'Associazione stampa estera ha protestato. In ciascun caso, non c'è stata una risposta soddisfacente.
Una censura per omissione attraversa profondamente il giornalismo occidentale su Israele, specialmente negli Usa. Hamas è liquidata come «un gruppo terroristico votato alla distruzione di Israele», che «rifiuta di riconoscere Israele e vuole combattere, non dialogare». Questo discorso sopprime la verità: il fatto che Israele sta distruggendo la Palestina. Inoltre le proposte di Hamas, avanzate da tempo, di un «cessate il fuoco» di 10 anni vengono ignorate, insieme a un recente, promettente spostamento ideologico al suo interno, che vede una accettazione storica della sovranità di Israele. «La carta non è il Corano», ha detto uno di Hamas, Mohammed Ghazal. «Storicamente crediamo che tutta la Palestina appartenga ai palestinesi, ma ora stiamo parlando della realtà, delle soluzioni politiche».
L'ultima volta che ho visto Gaza, mentre mi recavo in auto verso il check-point israeliano con il filo spinato, ho potuto assistere allo spettacolo di bandiere palestinesi che sventolavano dall'interno dei compound recintati. Erano stati i bambini, mi spiegavano. Fabbricano le aste con delle bacchette legate insieme, e uno o due di loro si arrampicano in cima a un muro tenendo la bandiera in silenzio. Lo fanno quando ci sono degli stranieri in giro, e pensano che potranno dirlo al mondo.
Traduzione Marina Impallomeni

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Giugno-2007/art18.html


Le colpe palestinesi. E quelle di Usa e Ue

Leila Shahid, rappresentante dell'Olp in Europa, ci parla della tragedia che sta insanguinando Gaza e cancellando le speranze di uno stato della Palestina

Geraldina Colotti


 

Con Leila Shahid, ambasciatrice palestinese in Europa parliamo della tragedia della Palestina.
A Gaza continuano gli scontri...
Quel che succede è molto grave, non si tratta solo di uno scontro in più. L'offensiva di Hamas distruggerà il governo di unità nazionale,forse il presidente Abu Mazen opterà per un governo di emergenza che metta di fronte alle loro responsabilità sia Hamas che una comunità internazionale colpevole di aver lasciato marcire la situazione. Hamas era stato eletto in mododemocratico e trasparente, ma quel risultato elettorale è stato respinto sia dagli Usa che dall'Unione europea, e la situazione ha covato il dramma: privata del diritto di decidere, la popolazione è stata messa all'angolo, ricacciata verso spinte radicali. Ismail Hanyeh è stato un uomo pragmatico, anche se nel suo partito vi erano forze più radicali contrarie al suo governo, e la cecità della comunità internazionale le ha favorite. Israele ha preteso di negoziare con Abu Mazen, ma senza portare risultati concreti per la vita delle persone, contribuendo anzi a indebolire il presidente. Per i palestinesi questa è forse la situazione più grave in 40 anni di occupazione: due terzi della popolazione vive sotto la soglia della povertà, con meno di 2 dollari al giorno, la disoccupazione nella Striscia di Gaza arriva al 70%, in Cisgiordania al 60%. Sul territorio ci sono oltre 500 barriere e check point. Il muro divide i palestinesi da altri palestinesi. L'assenza di circolazione di persone, capitali e merci è totale. La popolazione civile non aveva più i mezzi per resistere all'esplosione di violenza: che è responsabilità palestinese, ma soprattutto è dovuta all'occupazione, all'interesse specifico degli Usa, e all'atteggiamento della comunità internazionale. L'unione europea, sebbene contraria a una soluzione militare, ha sbagliato a boicottare il governo e a sospenderegli aiuti diretti: così ha punito la popolazione civile, che viveva solo di quegli aiuti.
E quali sono le responsabilità da parte palestinese?
Riguardano sia Hamas che Fatah. Hamas, sorpreso dall'ampiezza del successo elettorale, non era pronto ad assumere il potere. Doveva sapere che, persistendo nel rifiuto di riconoscere Israele e continuando a propugnare la lotta armata, per l'Unione europea - principale finanziatore di servizi sociali e assistenza economica -, non sarebbe stato un interlocutore. Anche con Arafat l'aiuto europeo era subordinato a un'intesa sull'esistenza di due stati. Neanche Fatah, d'altronde, aveva previsto un voto di sfiducia di così grandi proporzioni. Persino regioni cristiane hanno votato Hamas. Alcune componenti di Fatah, però, hanno voluto risolvere la questione con la forza, rifiutando ogni proposta, procrastinando la formazione di un governo di coalizione, boicottando Hamas con un atteggiamento antidemocratico. Certo, sia nel campo di Hamas che in quello di Fatah ci sono forze interessate a far cadere il governo di coalizione. Certo, le correnti di Hamas ricevono armi dai loro alleati, ma le armi nelle mani di Fatah, da chi vengono? Usa e Israele permettono l'arrivo di armi a tutte le parti.
Come vede le cose dal suo osservatorio europeo?
Il programma del governo di coalizione nazionale, che ha incluso Hamas, Fatah e gli indipendenti, era simile a quello di Fatah. L'Ue avrebbe potuto negoziare con la corrente più pragmatica di Hamas, invece ha spinto la popolazione alla guerra civile, avallando la strategia degli Usa nella regione: dall'Iraq alla Palestina, passando per il Libano, favorire guerre civili per giustificare la propria presenza militare in Medioriente. Ma oggi, al parlamento europeo c'è una maggiore consapevolezza del fallimento delle sanzioni. Tutti i gruppi di sinistra hanno chiesto di ristabilire le relazioni dirette col governo di coalizione.
Lei è stata con Arafat dal '69. Non crede che il vuoto lasciato dal rais sia parte di questa crisi?
Il vuoto si è determinato quando il mondo ha rifiutato di riconoscere il risultato di 3 elezioni, organizzate dopo la morte di Arafat, esemplari per maturità democratica e pluralismo. Quando ha trasformato la volontà di un ricambio democratico in caos e guerra civile.
Ma non c'è anche una crisi politica e morale di Fatah?
Il fallimento elettorale di Fatah è legato a quello del processo di pace. Nel '93, Fatah ha presentato gli accordi di Oslo come la soluzione dell'occupazione militare, ha promesso uno stato palestinese per il '99, deludendo e facendo infuriare la popolazione. Poi ha rinviato troppo il processo di rinnovamento. L'ultimo congresso è dell'89: da 18 anni non c'era vita democratica nel partito, e tantomeno quindi in una gestione di governo. Più della corruzione, è stata l'assenza di democrazia a deludere i cittadini. Il loro è stato un voto di protesta, che hanno pagato caro.
Bisogna sciogliere l'Anp?
Sarebbe irresponsabile. Anche se è molto indebolita e confrontata alla crisi più grave dalla sua fondazione, l'Anp è frutto di un lungo percorso storico-politico del movimento nazionale palestinese: ci sono voluti 59 anni per costruirla. Piuttosto, occorre un'assunzione di responsabilità. Magari, si può pensare all'invio di una forza internazionale (non di interposizione), che protegga la popolazione civile. Per adesso, la crisi non è ancora irreversibile.
 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/15-Giugno-2007/art16.html


Crisi israeliana più guerra civile palestinese: addio all'idea stessa della Stato di Palestina

La crudele «vittoria» di Hamas su Fatah a Gaza avrà effetti nefasti. La nomina di Peres e il ritorno di Barak testimoniano incapacità israeliana di qualsiasi rinnovamento

Zvi Schuldiner

Gerusalemme


 

Israele ha un nuovo presidente - Shimon Peres -, il Partito laburista un nuovo leader - Ehud Barak -, nella mia università cade un nuovo missile, altri morti nel mattatoio di Gaza. In fondo niente di nuovo, ma i risultati sono premonitori: quel che può andare male andrà peggio.
A 84 anni Peres, che è uno statista rispettato nel mondo ma poco popolare in Israele, ha finalmente vinto nelle votazioni alla Knesset e da luglio sarà il nuovo capo dello Stato. Sette anni fa Peres fu sconfitto sempre alla Knesset da Moshe Katzav, il grigissimo presidente che si è convertito in quest'ultimo anno nel protagonista di una telenovela piena di sesso, vioenza e forse anche uno stupro.
Era chiaro che c'era bisogno di una figura più solida e, se non altro per ragioni di età, meno esposta alle tentazioni. La verità è che il dibattito serio o non tanto sui presunti delitti del presidente Katzav, sono servite anche a deviare un poco l'attenzione sui problemi seri di Israele, aggravati dalla crisi che si fa sempre peggiore dopo la guerra in Libano del 2006.
E la grande-piccola vittoria di Peres è arrivata poche ore dopo che il Partito laburista - da lui abbandonato dopo essere stato sconfitto per la leadership da Amir Peretz - aveva eletto un nuovo-vecchio leader: Barak, la cui campagna elettorale si è fondata su un ostinato silenzio, il candidato che ha usato la stessa tattica di Sharon, non ha detto niente di essenziale e si è limitato a indicare che lui sarebbe il più adeguato per il ministero della difesa (da cui si è dimesso Peretz). E anche il più adeguato per battere Netanyahu, il candidato del Likud e, secondo i sondaggi, il più popolare.
Quando Barak era premier, ancor prima di Sharon, riuscì a convincere la maggioranza degli israeliani che non c'era un partner palestinese per la pace. Quando si ritirò unilaterlmente da Libano, aprì nei fatti le porte agli Hezbollah, dal momento che non voleva trattare con i siriani. Sharon si ritirò da Gaza nello stesso modo. Senza trattare con i palestinesi e con un evidente disegno: il ritiro era il miglior strumento per garantire l'annessione della Cisgiordania, così cara alla destra e ai settori fondamentalisti di Israele.
Il ritiro da Gaza fu un passo ulteriore nello sgretolamento dell'Anp. Abu Mazen arrivò alle elezioni del gennaio 2006, perse con Hamas, senza poter esibire nessun risultato, neanche quei futili e sterili incontri con i governanti israeliani di questi ultimi mesi.
Lo strangolamento di Gaza e dell'Autorità palestinese rafforzò i settori più estremisti e oggi le mosse di Hamas a Gaza ci ricordano un poco - su altra scala - i crimini dei Khmer rossi in Cambogia.
I crudeli assassinii di leader e dellestrutture di potere del Fatah sono parte della lotta delle ali più dure di Hamas per assicurarsi la supremazia nel governo. L'unità nazionale, anche prima che Abu Mazen la dichiarasse finita, è sempre stata molto fragile. Le strutture militari del Fatah sono apparse incapaci di resistere all'offensiva finale di Hamas Gaza. E i cadaveri dei suoi membri ammassati per le strade o lanciati dai tetti insieme ai loro famigliari o mutilati sono la muta testimonianza di una politica criminale.
Le incessanti schermaglie interne sono alla fine sfociate in una vera guerra civile. E per deviare l'attenzione da questo terribile sbocco, la soluzione è molto facile: più missili sulla popolazione civile di Israele. L'obiettivo politico è semplice: spargere un poco di sangue israeliano potrebbe provocare una reazione capace di riunificare o quantomeno calmare le fazioni combattenti palestinesi.
La tragedia palestinese di questi giorni non passa solo attraverso il conto dei morti. L'offensiva di Hamas minaccia la società palestinese in due forme distinte. Da un lato il trionfo di Hamas a Gaza porterà all'isolamento della Striscia e alla sua separazione dalla Cisgiordania; dall'altro potrebbe dare un colpo mortale all'idea stessa di uno Stato palestinese indipendente.
In questi ultimi giorni Hamas, con i suoi massacri, è oggettivamente il miglior alleato della destra israeliana. Non si tratta solo della possibile annessione della Cisgiordania. Peggio ancora, potrebbe portare a seppellire per lunghi anni l'idea di una rinascita nazionale palestinese. La distruzione del Fatah, forza politica e non religiosa, a Gaza sarà il prologo di un lungo e oscuro capitolo in cui diventerà ancor più difficile gettare le basi e ottenere l'appoggio internazionale per uno Stato palestinese.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Giugno-2007/art44.html


La «vittoria» di Hamas è la fine della Palestina

Zvi Schuldiner


 

Dopo una settimana di assassinii e saccheggi, Hamas sembra aver completato la conquista militare di Gaza. Il presidente palestinese Abu Mazen ha dissolto il governo di unità nazionale e nominato un governo d'emergenza che, nel caso possa davvero governare, lo farà solo entro i limiti di una Cisgiordania sotto occupazione israeliana. La vera domanda adesso è: a cosa porterà tutto questo?
Quando la casa di Mohammed Dahlan, il leader degli organismi militari di al-Fatah a Gaza, è stata saccheggiata e distrutta, è caduto uno dei simboli più chiari del dominio e della corruzione di quello che oggi è l'«antico regime» del Fatah nella Striscia di Gaza. Gli egiziani si chiedevano sorpresi come è potuto accadere che poche migliaia di miliziani di Hamas siano riusciti a sconfiggere i 20 mila miliziani che in teoria erano agli ordini di Dahlan.
Dahlan, dal Cairo, annuncia alcuni fantasiosi piani di riconquista. Ma oggi è ormai chiarissimo che dopo l'occupazione israeliana alcuni dei gerarchi di al Fatah erano timidi e odiati quando si occupavano più delle loro fortune personali che degli interessi del popolo palestinese.
Mentre Israele e l'Occidente ufficialmente bloccavano i fondi al governo palestinese dopo la vittoria di Hamas, decine di milioni di dollari affluivano per l'acquisto di armi destinate a rafforzare le forze di al Fatah.
E mentre il premier Haniyeh e il suo governo protestavano contro il blocco che metteva alla fame il popolo palestinese e contro i milioni di dollari che arrivavano per l'acquisto di armi destinate agli uomini dell'antico regime, ricevevano decine di milioni di dollari che servivano per l'acquisto di nuove armi e non per rispondere alle necessità del popolo palestinese.
Certo, sono gravi gli errori di Arafat e dei suoi successori. Certo, non hanno risposto alle necessità fondamentali del popolo palestinese né l'hanno condotto all'orizzonte politico promesso. Tutto ciò consente di capire la delusione di tutti coloro che hanno depositato il 50 per cento dei voti su Hamas nelle elezioni del gannaio 2006 portandolo al governo.
E' facile capire l'odio verso i gerarchi corrotti e arricchiti. E' facile capire le responsabilità di Israele e di tutti quelli che hanno contribuito ai tentativi di strangolare il regime palestinese. Ma è assolutamente necessario confrontarsi senza ambiguità né infantilismi ideologici con il tragico presente a cui Hamas ha condotto.
La sfrenata sequela di assassinii e saccheggi di questa settimana è l'epilogo di un lungo anno in cui Hamas non è stata una vera alternativa per i palestinesi. Gli scontri interni sono sfociati in un mini-golpe e non in una guerra civile solo perché le forze del Fatah si sono liquefatte dopo i primi combattimenti, cosa non nuova in regimi che arrivano a un grado tale di corruzione, dopo qualche decina d'anni.
Però a parte l'enorme crudeltà, a parte i sanguinosi assassinii con la teatrale esibizione di corpi mutilati, a parte i saccheggi che hanno inondato Gaza e continuano in queste ore senza che sia chiaro chi saccheggiano, a parte tutto questo la gran domanda di adesso è sul risultato politico della «vittoria» di Hamas.
La retorica del premier Haniyeh e del leader dell'ala dura di Hamas, Meshaal, non può occultare che sia stato assestato un colpo quasi mortale all'unità di Gaza e della Cisgiordania. La retorica di entrambi non può occultare che sia stato assestato un colpo terribile alle possibilità di arrivare a una reale indipendenza palestinese. E la «copertura» iraniana non favorirà necessariamente gli interessi palestinesi.
Hamas e i suoi sostenitori - inclusa una sinistra infantile che vede il fondamentalismo islamico come una forma di antimperialismo dei nostri giorni - non danno nessuna risposta rispetto all'orizzonte che propongono.
La vittoria militare delle bande di Hamas non può occultare che il movimento islamico non ha alcuna risposta seria da dare ai bisogni immediati del milione e mezzo di palestinesi di Gaza.
Il problema non è solo la repellente catena di crudeli assassinii di questa settimana. Il problema è il colpo che Hamas ha inferto alle possibili speranze per un futuro migliore. Con questo ha mostrato una volta di più di essere il miglior alleato del fondamentalismo israeliano che alimenta la continuazione dell'occupazione.
In queste ore terribili in cui sembra che siano stati tutti sconfitti tutti quelli che sono impegnati verso un mondo migliore, verso una pace giusta, in queste ore in cui è chiaro che la sconfitta sembra essere totale, è urgente cercare le forze morali e politiche per ricostruire la strada verso quella che oggi sembra una povera utopia pacifista.

 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Giugno-2007/art61.html


Israele e l'Occidente hanno decretato la fine della Palestina

Maurizio Matteuzzi


 

Adesso siamo tutti più tranquilli, infelici ma tranquilli. Abbiamo appurato che il sanguinoso «golpe» con cui Hamas ha spazzato via al Fatah da Gaza è «la fine della Palestina» (titolo del commento di Zvi Schuldiner sul manifesto di domenica). Una premessa, che può suonare come excusatio non paetita, ma che, a scanso di equivoci, va fatta lo stesso: noi detestiamo i fondamentalisti di tutte le stirpi e religioni, quelli islamici e quelli ebrei, quelli cattolici e quelli evangelici. Bin Laden e i talebani, i salafiti e i mullah iraniani, i neo-cons americani e i khmer rossi sono quanto di più lontano ci sia dalla visione del mondo, dagli ideali di vita, di liberazione, di giustizia e di uguaglianza con cui noi guardiamo la realtà.
Non siamo neanche così infantili, anzi così cretini, da «vedere il fondamentalismo islamico come una forma di antimperialismo dei nostri giorni».
Ma come si fa a negare che se non fosse per gli orridi «tagliatori di teste» (ricordate?) e i barbari talebani oggi l'Iraq e l'Afghanistan sarebbero i campi elisi di Bush e del bushismo? E che se non fosse stato, l'anno scorso, per gli Hezbollah libanesi gli israeliani passeggerebbero oggi sul lungomare di Beirut? L'antimperialismo non c'entra. Resistono e reagiscono all'aggressione. Dell'America, dell'Europa, dell'Occidente, della «comunità internazionale», dei media. Resistono e reagiscono tagliando teste e praticando il terrorismo. Purtroppo, come direbbe Franz Fanon, hanno introiettato i «valori» dei loro nemici. Ma questo è un altro discorso.
Lo stesso vale per la Palestina e i palestinesi. E veniamo al punto. Con il terrorismo - quello dell'Olp e di Al Fatah prima di quello di Hamas e del Jihad islamico - la Palestina si è forse preclusa la possibilità di un futuro Stato palestinese. Però senza il ricorso (anche) al terrorismo, strumento oltre che orrendo difensivo e perdente, non ci sarebbe più la Palestina ma solo un grande Stato di Israele dal Giordano al Mediterraneo, senza più limiti e senza problemi che non siano quei 4 o 5 milioni di palestinesi che bisognerebbe «convincere» (come nel '48) a sgomberare per non intaccare la purezza etnica dello Stato ebraico.
Come si fa a sostenere che sia la «vittoria» di Hamas a Gaza ad «aver assestato un colpo terribile alle possibilità di arrivare a una reale indipendenza palestinese»?
L'indipendenza palestinese, lo Stato di Palestina - sia pure sul 22% della Palestina storica che è rimasta in discussione - sono altri che, prima di Hamas li hanno impediti, resi impossibili, una tragica burla.
Qualcuno si è preso la briga di leggere il rapporto conclusivo dell'Onu, pubblicato dal Guardian (e dal manifesto) qualche giorno fa, in cui si enumerava la catena di responsabilità - non nascondendo quelle dei palestinesi - per cui si è arrivati al disastro attuale? Per la Palestina non vale, come non valeva per l'Argentina del '76, la comoda teoria dei «due demoni»: il demone della guerriglia (e del terrorismo) che scatena il demone del golpe (e del terrorismo di Stato). In Palestina sono più dei 40 anni di occupazione, celebrati agli inizi di giugno, che si lavora con lena incessante per rendere impossibile ogni soluzione negoziata minimamente equa del conflitto israelo-palestinese, impossibile uno Stato palestinese che non sia un bantustan e un ghetto per «neri». Era ancora Ben Gurion, il padre della patria sionista, che ammoniva i suoi a non parlare mai dei confini definitivi di Israele. Oslo aveva aperto una strada, dato una speranza, sia pur labile. Chi ha chiuso quella strada e stracciato quella speranza? E' vero o no che nel decennio successivo a Oslo, quello in teoria dei negoziati a bocce ferme, i governi israeliani - di destra e di «sinistra» - hanno raddoppiato le colonie ebraiche nei territori palestinesi occupati, rendendo di fatto eterna l'occupazione e impossibile ogni possibilità di compromesso? Il fatto, incontrovertibile, è che Israele ha sempre chiuso le porte in faccia alle trattative - nell'ormai lunga storia israeliana solo Moshe Sharrett e forse Itzhak Rabin si può dire fossero disponibili a un negoziato non falso, e entrambi non hanno fatto una bella fine -, che con il pretesto della «mancanza di interlocutori», del «terrorismo» e ora di Hamas ha sempre portato avanti la linea maestra della sua strategia: guadagnare tempo per poter occupare più terra, rendere impossibile ogni ritiro dai territori palestinesi e la vita dei palestinesi.
E' vero o no che all'inizio l'entrata del fondamentalismo islamico in Palestina è stata «incoraggiata» in tutti i modi dagli israeliani per minare l'Olp, l'unico movimento laico del Medio Oriente? E' vero o no che Hamas ha vinto regolarmente le elezioni del 2006 e l'unica risposta dell'imbelle Abu Mazen, di Israele e dell'occidente è stata il boicottaggio e l'asfissia, così da portare alla inevitabile esplosione e poter dire: avete visto i barbari islamisti?
La mattanza di Gaza è esattamente quello per cui Israele e l'America e l'Europa lavorano da anni. E' vero che lo Stato di Palestina è sempre più lontano. Ma la colpa principale non è dei gorilla di Hamas.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Giugno-2007/art9.html


La vendetta di Israele. E di Fatah

Intanto Usa e Ue si riscoprono generosi e sbloccano per Abu Mazen i fondi confiscati

Michele Giorgio

Valico di Erez

 

Il ritmo cupo delle raffiche mitra ieri rompeva il silenzio di Erez. All'esterno del valico, alla ricerca di notizie, c'erano soltanto alcuni giornalisti e un paio di taxisti che speravano nell'improvvisa uscita di palestinesi da portare a Ramallah. Due, tre raffiche, poi un boato, forse un candellotto lacrimogeno. A sparare erano i soldati israeliani, in aria dicevano fonti ufficiali, per tenere indietro i palestinesi fermi nella «terra di nessuno» che porta al terminal. Invece è stato ucciso un palestinese e molti feriti.
In attesa di uscire dalla Striscia di Gaza ieri c'erano «soltanto» alcune centinaia di palestinesi mentre domenica, ferme sotto il tunnel arroventato dal sole collegato al transito, sostavano almeno 1.500 persone. Uomini, donne, anziani, bambini che fuggono dall'isolamento di Gaza, dalla penuria di generi alimentari, da ospedali privi di farmaci indispensabili, dalla possibile mancanza di benzina anche se gli israeliani affermano di aver ripreso le forniture. E le cose andranno peggio nelle prossime settimane. Il «governo di emergenza» di Salam Fayyad che si è insediato domenica a Ramallah, intende chiudere i rubinetti e far morire di sete il governo di unità nazionale che il premier «silurato» di Hamas intende tenere in vita a Gaza. Fayyad e il presidente Abu Mazez si stanno attivando anche per far chiudere ogni conto bancario, anche individuale, dove potrebbe attingere ciò che resta dell'esecutivo di Ismail Haniyeh. In queste condizioni, Gaza non potrà resistere più di qualche settimana, almeno questo è quello che spera Abu Mazen, convinto che la prossima volta saranno i leader di Hamas ad alzare le braccia, così come qualche giorno fa si sono arresi quelli di Fatah a Gaza. Dietro le quinte il nuovo ministro della difesa israeliano, Ehud Barak, non fa mistero di voler lanciare, presto, una offensiva massiccia contro Gaza.
«Sotto il tunnel ci sono centinaia di persone, molti stanno attuando uno sciopero della fame, vogliono passare e non intendono far ritorno a Gaza e vivere sotto il governo di Hamas», ci ha spiegato ieri Basel Kafarna uno dei pochi palestinesi che sono riusciti a superare Erez in queste ultime ore. Molti inveiscono contro Abu Mazen che si è preoccupato solo dei dirigenti di Fatah e dei capi dei servizi di sicurezza. I giornali israeliani hanno riferito che nei giorni scorsi, quando è apparso chiaro che Fatah non avrebbe retto l'urto dell'offensiva militare di Hamas, dozzine di funzionari dell'Anp e i loro familiari sono riusciti a raggiungere Ramallah perché inseriti in un elenco di persone da lasciar passare, consegnato dall'ufficio di Abu Mazen alle autorità militari israeliane. Subito dopo Israele ha sigillato i valichi. Erez - usato dai lavoratori pendolari palestinesi, dal personale diplomatico, dagli operatori umanitari e dai giornalisti stranieri - ha sempre operato sotto strettissime procedure di sicurezza. Le guardie di frontiera palestinesi erano tenute a comunicare via radio ogni movimento in uscita da Gaza ai loro colleghi israeliani che, dopo lunghe attese, davano il via libera al passaggio. Questa procedura non è più attuabile perché sul versante palestinese di Erez non ci sono più le guardie di frontiera e gli uffici sono stati saccheggiati e danneggiati. Da quando il valico è chiuso peraltro nessun reporter straniero ha potuto far ingresso a Gaza e la copertura quotidiana nelle notizie è affidata esclusivamente ai giornalisti locali. Chiuso rimane anche il valico di Rafah, con l'Egitto e decine di persone ammalate non possono raggiungere il Cairo per curarsi.
A Ramallah invece celebrano nonostante la batosta subita a Gaza. Il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha confermato la disponibiltà di Israele a riprendere i trasferimenti dei fondi fiscali dell'Anp al governo di Salam Fayyad mentre ieri i ministri degli esteri dell'Ue e il segretario di stato Condoleezza Rice hanno annunciato la ripresa dei flussi di aiuti finanziari negati all'Anp controllata da Hamas, di fatto a tutti i palestinesi, nell'ultimo anno. Intanto in al-Fatah la polemica sta montando. Molti attivisti chiedono la testa di dirigenti corrotti come Mohammed Dahlan e la sua gang (Rashid Abu Shubak, Maher al Maqdah e altri) che si sono arricchiti con fondi palestinesi e usato il potere in modo spregiudicato. Poi hanno abbandonato i loro agenti a Gaza mettendosi al sicuro in Cisgiordania. Abu Mazen ieri ha rimosso Dahlan dalla vice presidenza del Consiglio nazionale per la sicurezza. Non avrebbe mai dovuto dargli quell'incarico, utilizzato da Dahlan per creare caos e minare la presenza di Hamas nel governo di unità nazionale. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti.

 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Giugno-2007/art47.html


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