FISICA/MENTE

 

http://www.fondazionecipriani.it/Palestina/palestina.htm

Palestina

 

  1. Premessa e fonti.
  2. Dal movimento sionista a Israele. La Guerra dei sei giorni.
  3. L’occupazione dei Territori.
  4. Occupazione e resistenza dopo l’11 settembre 2001.
  5. La Palestina dopo Arafat.
  6. La vittoria di Hamas

Premessa e fonti

Il conflitto arabo- israeliano affonda le sue radici sul declinare del secolo XIX. Nacque dal sogno di pochi studenti ed intellettuali ebrei, stanziati in Russia, di riprendersi una terra – la Palestina- che avevano abbandonata da duemila anni. Il sogno divenne concreto con i dollari, i franchi francesi, svizzeri e le sterline che i magnati della finanza ebraica mondiale versarono nelle tasche di una piccola minoranza che voleva tornare in Palestina, mentre milioni di altri ebrei abbandonavano l’inospitale terra di Russia per dirigersi negli Stati uniti, in Australia, in Argentina, dove rifarsi una vita, lontani dalle persecuzioni cristiane. Il desiderio di tornare nell’antica terra delle origini sarebbe stato legittimo, se fosse stato concepito come integrazione con la popolazione araba che vi risiedeva; invece, il sogno si allargava nel progetto sionista della fondazione di uno Stato di Israele, fino a giungere a quello di un Grande Israele che comprendesse tutti i territori ritenuti possesso del "popolo eletto" con Gerusalemme capitale. Il denaro permise agli ebrei dapprima un’opera di inserimento graduale in Palestina: acquistarono terreni, costruirono case, fondarono colonie; ma non poteva bastare per indurre gli arabi residenti ad andarsene. Fu, quindi, la volta delle armi e della politica del terrore, di cui fu antesignano Menachem Begin, dirigente e poi capo dell’Irgun, che si prefiggeva lo scopo di allontanare gli arabi, senza alcun risarcimento che non fosse la loro vita: iniziarono piazzando bombe nei mercati per uccidere il maggior numero di arabi, uomini, donne e bambini. Ripercorriamo quella strada, del massacro che porta, fra i tanti, i nomi di Deir Yassin, Cibya, Sabra e Shatilla, Cana, Jenin, Rafah, chiedendo se sia lecito avallare la menzogna storica di un diritto di Israele ad opprimere i palestinesi in nome di una difesa che, viceversa, è offesa ai diritti legittimi del popolo palestinese, espropriato con la violenza della sua terra, così aggiungendo al danno del sangue innocente versato, la beffa di trasformare le vittime arabe in carnefici o terroristi perché si sono difesi e difendono, ed i carnefici israeliani in vittime.

La giustizia, indispensabile premessa per la pace, non è pretendere oggi che Israele sia cancellato dal novero degli Stati e che la Palestina torni integralmente ai palestinesi, perché in questo modo si rimedierebbe a un’ingiustizia compiendone un’altra; ma la giustizia può e deve pretendere la fine immediata dell’occupazione e del regime di apartheid vigente nei Territori e la creazione finalmente di uno Stato palestinese indipendente e sovrano - non sul 22% della Palestina ma sui confini del 1948- col conseguente smantellamento degli insediamenti dell’occupante. Può e deve pretendere che il termine terrorista sia impiegato per i cacciabombardieri americani ed israeliani e chi li manda, non per un popolo che difende la sua esistenza e la sua dignità, avendo solo il proprio corpo o le poche armi racimolate con la disperazione. Può e deve pretendere che Ariel Sharon sia portato sul banco degli imputati con le accuse di genocidio, pulizia etnica, crimini contro l’umanità: non che permanga al governo di Israele, simbolo stesso di un potere occidentale che non conosce più limiti alla sua sfrontatezza, al pari del suo omologo predecessore, il massacratore Menachem Begin aureolato, per beffa alle sue vittime, col premio Nobel per la pace.

 

 

Fonti della cronologia: Morris, B., Vittime. Storia del conflitto arabo – sionista 1881-2001, Rizzoli, Milano, 2001; Palestine. International Documents on Human Rights 1948-1972. Institute for Palestine Studies, Beirut; Dib G.- Jabber F., Israel’s violation of human rights in the Occupied Territories. A Document Report Institute for Palestine Studies, Beirut 1970; AA.VV., Dossier Palestina, Bertani, Verona s.d.; Amnesty international, Non sopportiamo la tortura, Rizzoli, Milano 2000; Storia d’Italia dal 25 luglio 1945 ecc., in questo sito; fonti giornalistiche e spec. La Repubblica e Il Manifesto. Siti Internet e spec. www.arabmonitor.info

 

Dal movimento sionista a Israele

La guerra dei sei giorni

 

29 agosto 1897

A Basilea, si svolge il congresso delle organizzazioni sioniste, sotto la presidenza di Theodore Herzl, che riunisce 250 delegati di 24 paesi. Il congresso fissa quale obiettivo da raggiungere la creazione di una ‘casa’ ebraica in Palestina. Il termine ‘Stato’ non è impiegato, per evitare ripercussioni negative a livello internazionale.

3 settembre 1897

Theodore Herzl scrive nel suo diario: "Se dovessi riassumere un una frase il Congresso di Basilea…direi: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico…Forse entro cinque anni, senza dubbio entro cinquanta, questo fatto sarà evidente a chiunque".

marzo 1916

A Londra, lord Robert Crewe, ministro degli Esteri supplente, telegrafa agli ambasciatori britannici a Parigi e a Mosca: "E’ evidente che l’idea sionista possiede implicazioni politiche di vasta portata…Possiamo sperare di usarla per attirare dalla nostra parte gruppi di pressione ebraici in America, nel Levante e altrove che attualmente ci sono ostili in misura significativa, se non determinante".

31 ottobre 1917

A Londra, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri, il ministro degli Esteri Arthur James Balfour afferma: "La grande maggioranza degli ebrei in Russia e in America, come nel mondo in generale, sembra al momento a favore del sionismo. Se potessimo emettere un comunicato di appoggio a quell’ideale, avremmo l’occasione di organizzare sia in Russia sia in America una campagna propagandistica di estrema utilità". Il Consiglio dei ministri approva che sia resa pubblica una dichiarazione favorevole alla causa sionista.

2 novembre 1917

A Londra, il ministro degli Esteri britannico lord Arthur James Balfour indirizza una lettera a lord Lionel Walter Rothschild con la quale gli comunica: "Sono molto lieto di trasmetterle, a nome del Governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia verso le aspirazioni ebraiche sioniste, che è stata sottoposta al Governo e da esso approvata: ‘ Il Governo di Sua Maestà guarda con favore l’istituzione in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebraico e farà del suo meglio per facilitare il raggiungimento di quest’obiettivo, fermo restando che non sarà compiuto alcun passo in grado di nuocere ai diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebree in Palestina, o ai diritti e allo status politico goduti dagli ebrei in qualunque altro paese".

31 dicembre 1918

In Palestina, vivono a questa data 700mila arabi (611mila mussulmani, 70mila cristiani, 7mila drusi).

3 gennaio 1919

Chaim Weizmann, per i sionisti, e re Faysal firmano un accordo ufficiale in vista della costituzione di uno stato arabo, nel quale si afferma: "Nella fondazione della Costituzione e dell’Amministrazione di Palestina si adotteranno tutte le misure capaci di dare le migliori garanzie di applicazione della dichiarazione del Governo britannico del 2 novembre 1917. Saranno prese inoltre tutte le misure atte ad incoraggiare e stimolare l’immigrazione su larga scala degli ebrei in Palestina e a far sì che gli immigrati ebrei possano insediarsi nel paese il più presto possibile…nel prendere tali misure, i contadini e i fittavoli arabi saranno protetti nei loro diritti e assistiti nello sviluppo economico".

17 novembre 1919

A Londra, lord Arthur James Balfour dichiara: "Il sionismo, giusto o sbagliato, buono o cattivo, affonda le radici in tradizioni millenarie, in necessità attuali e in future speranze la cui importanza è ben più profonda dei desideri e pregiudizi dei settecentomila arabi che ora vivono in quell’antico paese".

26 aprile 1920

La Conferenza di San Remo approva la dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e il mandato britannico sulla Palestina.

giugno 1920

Il governo britannico nomina Alto commissario per la Palestina Herbert Samuel, liberale di origine ebraica che manterrà la carica fino al 1925.

giugno 1920

In Palestina, gli ebrei creano la Haganah, partito socialista sionista.

31 dicembre 1931

In Palestina, a questa data risultano residenti 880mila arabi (775mila mussulmani e 93mila cristiani) e 175mila ebrei.

11 novembre 1936

Giunge in Palestina la missione capeggiata da lord William Robert Peel per un esame della situazione e la formulazione di proposte atte a trovare il modo di risolverla equamente.

aprile 1937

In Palestina, si costituisce la Irgun Zevai Le’umi (Organizzazione militare nazionale o Izl o Irgun) con un ruolo distinto dall’Haganah, indirizzato all’offensiva ed alla rappresaglia nei confronti della popolazione araba.

7 luglio 1937

La commissione Peel presenta un rapporto sulla Palestina la cui premessa è che il conflitto si presenta come "insopprimibile" ed il mandato britannico inapplicabile; raccomanda pertanto la divisione dei territori fra arabi ed ebrei nonché uno "scambio di popolazioni" che avrebbe visto cambiare residenza a 1.250 ebrei e 225.000 arabi, da attuare con indennizzi e, "come estrema misura", in modo coatto.

12 novembre 1937

A Gerusalemme, in via Giaffa, l’Irgun compie il primo attentato terroristico facendo esplodere un ordigno nei pressi di un’autostazione provocando la morte di 2 arabi ed il ferimento di altri 5.

6 luglio 1938

Ad Haifa, l’Irgun colloca due contenitori per il latte pieni di tritolo e shrapenl all’interno del mercato arabo, provocando 21 morti e 52 feriti.

15 luglio 1938

A Gerusalemme, nella città vecchia, l’Irgun fa esplodere una bomba in via Davide, uccidendo 10 arabi e ferendone più di 30.

25 luglio 1938

Ad Haifa, l’Irgun fa esplodere una bomba nascosta in un cesto di cocomeri, che uccide 39 arabi e ne ferisce almeno 70.

26 agosto 1938

A Giaffa, l’Irgun fa esplodere una bomba all’interno del mercato ortofrutticolo.

31 dicembre 1939

In Palestina, risiedono a questa data 1.070.000 arabi, di cui 950.000 mussulmani, e 460.000 ebrei.

gennaio 1944

A Londra, il governo britannico approva la divisione della Palestina in due territori separati, per consentire la creazione di uno stato ebraico, senza però definire i dettagli geografici.

1 febbraio 1944

L’Irgun, a capo del quale si è insediato da pochi giorni Menachem Begin, annuncia la ripresa della lotta contro la Gran Bretagna, ritenuta un ostacolo alla fondazione dello Stato ebraico.

25 settembre 1944

Ad Alessandria (Egitto), si riuniscono i delegati di 7 paesi arabi per fondare la Lega araba, con il patrocinio della Gran Bretagna. Ai lavori, che si concludono il 7 ottobre, partecipa in veste di delegato Musa al-Alami, palestinese di Gerico.

settembre 1944

A Londra, per volere del primo ministro Winston Churchill, è costituita una brigata combattente ebraica, con propria bandiera bianco- azzurra, che sarà impiegata negli ultimi mesi del conflitto sul territorio italiano.

6 novembre 1944

Al Cairo (Egitto), militanti ebraici della banda Stern uccidono lord Moyne, ministro britannico residente in Medio Oriente. Winston Churchill, di cui Moyne era intimo amico, commenta: "Se il sionismo che sognavamo svanirà insieme al fumo di pistole assassine, e i nostri sforzi per assicurargli un futuro produrranno solo un nuovo assortimento di banditi degni della Germania nazista, molti saranno indotti come me a riesaminare un atteggiamento mantenuto finora con grande coerenza".

22 marzo 1945

A Il Cairo (Egitto), sono firmati gli atti costitutivi della Lega araba.

13 agosto 1945

Il Congresso mondiale sionista avanza la richiesta che un milione di ebrei possa stabilirsi in Palestina.

13 novembre 1945

A Londra, il governo britannico nomina una commissione d’inchiesta per definire il problema dei profughi ebrei che tentano di giungere in Palestina, alla quale prendono parte, per la prima volta, rappresentanti americani.

30 maggio 1946

A Beirut (Libano), i cristiano- maroniti stipulano un accordo segreto con l’Agenzia ebraica, in forza del quale riconoscono agli ebrei il diritto di fondare un loro stato in Palestina, e questi ultimi si impegnano a riconoscere, in cambio, il carattere cristiano e l’indipendenza del Libano.

22 luglio 1946

A Gerusalemme, gli uomini di Menachem Begin collocano contenitori di latte pieni di esplosivo nei sotterranei dell’hotel King David, dove sono ospitati il quartiere generale militare e civile della Gran Bretagna. Il bilancio dell’esplosione, che demolisce un’intera ala dell’edificio, è di 91 morti, in maggioranza civili.

14 febbraio 1947

A Londra, il governo britannico presieduto da Bevin affida all’Onu il compito di definire il problema palestinese, declinando ogni ulteriore responsabilità.

18 febbraio 1947

A Londra, il primo ministro Bevin nel corso di un intervento ai Comuni, spiega la decisione di delegare le Nazioni unite per ogni futura decisione sulla Palestina, affermando: "Gli schemi proposti sia dagli arabi sia dagli ebrei non ci paiono accettabili, né siamo in grado d’imporre una soluzione".

1 marzo 1947

A Tel Aviv, militanti ebrei dell’Irgun (Izl), la formazione comandata da Menachem Begin, uccidono più di 20 militari britannici e ne feriscono altri 30, in diverse azioni coordinate.

12 luglio 1947

In Palestina, militanti dell’Irgun (Izl), dopo l’arresto di alcuni loro compagni da parte delle autorità britanniche, sequestrano i sergenti inglesi Clifford Martin e Mervyn Paice.

29 luglio 1947

In Palestina, come rappresaglia per l’esecuzione capitale di 3 dei suoi militanti da parte delle autorità britanniche, l’Irgun impicca i due sergenti inglesi Clifford Martin e Mervyn Paice, sequestrati il 12 luglio e collega i corpi a congegni esplosivi, uno dei quali provoca il ferimento di un ufficiale inglese durante la rimozione dei cadaveri. Il "Times" commenta: "La bestialità nazista non avrebbe saputo fare di meglio".

12 agosto 1947

A Londra, il Parlamento britannico in sessione speciale decide il ritiro delle truppe britanniche dalla Palestina, che sarà formalizzato il 20 settembre successivo. Winston Churchill scriverà nelle sue memorie: "I metodi draconiani dell’Izl, per quanto moralmente discutibili, furono decisivi per trasformare l’opzione di evacuazione del febbraio 1947 nella ferma decisione di disfarsi degli oneri del Mandato".

13 novembre 1947

A Londra, il governo britannico annuncia che il ritiro delle sue truppe dalla Palestina si concluderà entro il 1 agosto 1948.

16 settembre 1947

La Lega araba decide la costituzione di un Esercito di liberazione arabo, composto da volontari palestinesi.

11 ottobre 1947

Gli Stati uniti rendono pubblico il loro sostegno alla divisione della Palestina in due Stati, così come richiesto dal movimento sionista.

13 ottobre 1947

L’Unione sovietica si allinea alla decisione americana di favorire la nascita dello Stato ebraico in Palestina, con la divisione dei territori.

26 novembre 1947

A New York, nell’imminenza della votazione dell’Assemblea generale dell’Onu che deve sancire la divisione dei territori palestinesi e la nascita dello Stato ebraico, Haiti, Grecia e Filippine annunciano il loro voto contrario.

29 novembre 1947

A New York, l’Assemblea generale delle Nazioni unite approva la Risoluzione 181 che stabilisce la divisione dei territori palestinesi. Gli Stati uniti ottengono il voto favorevole della Grecia minacciando la fine degli aiuti economici, e della Liberia con l’embargo sulla gomma. Il risultato finale è di 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astenuti. Gli ebrei hanno ottenuto il 55% del territorio palestinese, pur rappresentando il 37% della popolazione e avendone avuto fino a quel momento la proprietà del 7%.

17 dicembre 1947

La Lega araba respinge la risoluzione dell’Onu del 29 novembre, e si dichiara disposta ad impedire con la forza la costituzione dello stato di Israele.

19 dicembre 1947

A Khisas, per vendicare l’uccisione di un colono, militanti ebraici fanno saltare in aria una casa con gli abitanti all’interno, uccidendo 3 uomini, una donna e 4 bambini.

30 dicembre 1947

Ad Haifa, militanti ebrei dell’Izl lanciano bombe a mano contro una piccola folla di arabi in attesa di prendere l’autobus, provocando 6 morti e decine di feriti. In due precedenti attentati compiuti a Gerusalemme il 13 e il 29 dicembre, i militanti agli ordini di Menachem Begin avevano ucciso 80 arabi e ne avevano feriti 37.

31 dicembre 1947

Ad Haifa, le forze ebraiche dell’Haganah e delle Palmah attaccano il villaggio di Balad al-Shaykh con l’ordine di "uccidere il maggior numero di maschi adulti". Il bilancio finale è di 60 morti, comprese donne e bambini. Nel villaggio di Hawassa, 16 uomini sono stati uccisi ed altri 10 feriti.

4 gennaio 1948

A Giaffa, i militanti ebrei dell’Lhi fanno esplodere un camion imbottito di esplosivo dinanzi al Municipio che ospita gli uffici del Comitato nazionale arabo. L’edificio viene totalmente demolito mentre 26 persone rimangono uccise ed altre decine ferite.

5 gennaio 1948

A Gerusalemme, militanti ebrei fanno saltare con l’esplosivo un’ala dell’hotel Semiramis, uccidendo 26 civili arabi.

28 febbraio 1948

Ad Haifa, militanti ebrei fanno esplodere un’autobomba nell’autorimessa Abu Sham, nel centro della città, provocando la morte di almeno 30 arabi e il ferimento di altri 70.

25 marzo 1948

A Washington, il presidente americano Henry Truman ribadisce pubblicamente il sostegno degli Stati uniti alla risoluzione dell’Onu che impone la spartizione della Palestina fra ebrei ed arabi.

9 aprile 1948

A Deir Yassin, 130 uomini delle formazioni ebraiche dell’Izl, dell’Lhi e dell’Hahanah attaccano il villaggio difeso strenuamente dagli arabi che infliggono al nemico la perdita di 5 uomini ed il ferimento di altri 30, ma che alla fine devono cedere agli aggressori. La rappresaglia ebraica è spietata: almeno 254 abitanti del villaggio conquistato sono massacrati, dopo essere stati seviziati, compresi donne e bambini.

12 aprile 1948

A Gerusalemme, il comandante dello Shai, Levy, in un rapporto sul massacro compiuto dagli ebrei a Deir Yassin scrive: "La conquista del villaggio è stata compiuta con estrema spietatezza. Intere famiglie –donne, vecchi, bambini- annientate, e pile di cadaveri (un po’ dappertutto). Alcuni prigionieri, compresi donne e bambini, trasferiti in luoghi di detenzione e lì brutalmente eliminati dai loro catturatori". In un rapporto del giorno successivo, Levy scrive: "Esponenti dell’Lhi hanno riferito atti di barbarie dell’Izl verso i prigionieri e i morti, citando il caso di ragazze arabe violentate da uomini dell’Izl, e poi uccise (ma non abbiamo potuto controllare la veridicità di queste testimonianze)".

18 aprile 1948

In Palestina, l’organizzazione militare ebraica Hagana s’impadronisce di Tiberiade.

22 aprile 1948

In Palestina, l’Hagana occupa Haifa.

aprile 1948

La Cecoslovacchia invia agli ebrei in Palestina 4.700 fucili, 240 mitragliatrici e 5 milioni di pallottole.

10 maggio 1948

In Palestina, l’organizzazione militare ebraica Hagana occupa Safed.

14 maggio 1948

A Tel Aviv, David Ben Gurion legge la Dichiarazione di indipendenza e proclama la nascita dello Stato di Israele.

15 maggio 1948

Inizia la prima guerra arabo- israeliana.

20 maggio 1948

A New York, l’Onu nomina mediatore per la Palestina lo svedese Folke Bernadotte.

20 maggio 1948

In Palestina, l’esercito israeliano Hagana conquista Jaffa.

11 giugno 1948

Entra in vigore la prima tregua imposta dall’Onu che avrà termine il 7 luglio.

15 giugno 1948

Moshe Sharett, definito un sionista moderato, a proposito dell’espulsione forzata dei palestinesi dai loro territori, scrive: "…E’ un fenomeno magnifico nella storia del paese, da un certo punto di vista, più splendido ancora della stessa creazione di Israele…Apre delle possibilità immense per risolvere in modo radicale e permanente il problema più difficile che il nostro Stato deve fronteggiare".

giugno 1948

Verso la fine del mese, l’inviato dell’Onu Folke Bernadotte propone la creazione di un’unione federale comprendente i due Stati, ebraico e palestinese.

8 luglio 1948

Riprendono le ostilità fra arabi ed ebrei che si concluderanno il 18 luglio, quando entrerà in vigore una seconda tregua.

17 settembre 1948

A Gerusalemme, militanti ebrei della banda Stern uccidono il mediatore dell’Onu per il problema palestinese, Folke Bernadotte.

15 ottobre 1948

L’esercito israeliano rompe la tregua e riprende l’offensiva contro gli arabi, dopo essere stato rifornito di armi dalla Cecoslovacchia e dagli Stati uniti.

11 dicembre 1948

L’Assemblea generale dell’Onu approva una risoluzione con la quale riconosce il diritto dei profughi palestinesi a fare ritorno alla propria terra, e alla restituzione dei loro beni. A questa risoluzione, altre 32 seguiranno nel corso degli anni, dello stesso tenore.

24 febbraio 1949

E’ firmato l'armistizio fra Israele ed Egitto.

10 marzo 1949

Si conclude ufficialmente il primo conflitto arabo- israeliano.

11 maggio 1949

Lo stato di Israele è ammesso alle Nazioni unite.

7 dicembre 1949

L’Assemblea generale dell’Onu approva una risoluzione che prevede l’internazionalizzazione di Gerusalemme, la quale dovrebbe essere governata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu stessa. La risoluzione è sostenuta da Francia, Unione sovietica e paesi arabi.

13 dicembre 1949

David Ben Gurion proclama Gerusalemme capitale di Israele, sfidando la risoluzione dell’Onu del 7 dicembre 1949.

6 febbraio 1950

Al Cairo, il governo egiziano vara il decreto che vieta il transito per il Canale di Suez alle navi battenti bandiera israeliana.

25 aprile 1950

Sfidando la Lega araba, con l’appoggio inglese, il re giordano Abdullah annette la Palestina araba.

6 febbraio 1951

A Sharafat (Gerusalemme) i militari israeliani, come rappresaglia per l’uccisione di un ebreo, fanno esplodere due case con gli abitanti all’interno, uccidendo almeno 12 persone, quasi tutte donne e bambini.

22 settembre 1951

La commissione politica della Lega araba richiede al segretariato generale dell’organizzazione la costituzione di comitati di esperti arabi in campo petrolifero per giungere ad una più efficace coordinazione del boicottaggio economico nei confronti di Israele.

6 gennaio 1952

A Beit Jala, nei pressi di Betlemme, un plotone dell’esercito israeliano fa saltare in aria 2 case e ne danneggia gravemente una terza, senza dare il tempo agli abitanti di abbandonarle. Muoiono 6 persone, tra le quali 2 donne e 2 bambine, mentre altre 3 rimangono gravemente ferite.

14 giugno 1952

Il Comitato istituito dalla Lega araba per coordinare il boicottaggio economico di Israele si riunisce, presenti i rappresentanti di Iraq, Arabia saudita, Siria, Egitto, Libano.

22 aprile 1953

A Gerusalemme, una compagnia di tiratori scelti dell’esercito israeliano apre il fuoco sulla folla nella parte araba della città, uccidendo 6 persone e ferendone altre 14.

13 luglio 1953

In Israele, il governo trasferisce la sede del ministero degli esteri da Tel Aviv a Gerusalemme.

agosto 1953

A Tel Aviv, lo Stato maggiore dell’esercito costituisce l’Unità 101, una speciale formazione di incursori al comando del maggiore Ariel Sharon, per compiere operazioni di rappresaglia ed infiltrazioni in Cisgiordania e nella striscia di Gaza.

14 ottobre 1953

A Cibya, l’Unità 101 al comando di Ariel Sharon ed una compagnia di paracadutisti, per vendicare la morte di una donna e 2 bambini israeliani uccisi in un attentato, fanno irruzione nel villaggio uccidendo almeno 60 persone. Sharon sosterrà che i soldati, passando da una casa all’altra, non si erano dati conto che gli abitanti erano dentro, e così le avevano fatte saltare con l’esplosivo, ma le perizie mediche dei sanitari giordani lo smentiranno. Le ripercussioni internazionali questa volta sono gravi: perfino gli Stati uniti sospendono temporaneamente gli aiuti economici ad Israele.

24 novembre 1953

A New York, il Consiglio di sicurezza dell’Onu condanna "nel modo più reciso" Israele per il massacro di Cibya.

luglio 1954

A Tel Aviv, l’Unità 131 dei servizi segreti israeliani, preposta alla ‘guerra psicologica’, attiva una rete di cittadini egiziani di origine ebraica per compiere una serie di attentati contro centri culturali americani e britannici al Cairo ed Alessandria, e contro altri obiettivi ritenuti ‘sensibili’, con il fine di farne ricadere la responsabilità su gruppi militanti arabi. La cattura di uno degli attentatori da parte della polizia egiziana, il 23 luglio, e la sua confessione fanno fallire il piano di provocazione.

settembre 1954

Israele invia nel canale di Suez il cargo ‘Bat Galim’, di 500 tonnellate con 10 uomini di equipaggio, proveniente da Massaua e diretto ad Haifa con un carico di carne in scatola e legno compensato, con l’unico fine di farlo sequestrare dagli egiziani che vietano il transito di navi israeliane: come puntualmente avviene creando così un incidente diplomatico come negli intenti del governo israeliano.

19 ottobre 1954

I governi britannico ed egiziano firmano un accordo che prevede il ritiro delle truppe britanniche dalle basi militari dislocate nella zona del Canale di Suez, entro il mese di giugno del 1956.

28 febbraio 1955

A Gaza, due compagnie di paracadutisti israeliani attaccano un campo militare egiziano, ufficialmente per vendicare la morte di un loro connazionale, e tendono un’imboscata ad una colonna di soccorso provocando almeno 40 morti.

22 agosto 1955

Nel Sinai, si verificano violenti combattimenti fra truppe egiziane ed israeliane.

27 settembre 1955

Al Cairo, il presidente egiziano Nasser annuncia di aver stipulato un accordo con la Cecoslovacchia (si trattava invece dell’Unione sovietica – Ndr) per l’acquisto di armamenti.

novembre 1955

Il governo israeliano e quello francese stipulano un accordo per la fornitura all’esercito israeliano di 100 carri armati leggeri Amx 13 e Sherman potenziati.

11 dicembre 1955

Dopo aver attuato, il giorno precedente, un’azione di provocazione contro i siriani inviando in prossimità delle loro rive un motoscafo della polizia per indurli ad aprire il fuoco, gli israeliani lanciano l’operazione ‘Foglie di ulivo’, impiegando un’intera brigata che travolge le difese siriane e provoca 54 morti (fra i quali 6 civili) e la cattura di 30 militari.

4 aprile 1956

In uno scontro a fuoco fra soldati egiziani ed israeliani, 3 di questi ultimi perdono la vita.

5 aprile 1956

Gli israeliani aprono il fuoco sul centro di Gaza con l’artiglieria. Nel giro di un’ora uccidono 58 civili, tra i quali 33 donne e 13 bambini e ne feriscono altre centinaia. Lo stesso ex primo ministro israeliano Sharret bollerà successivamente il massacro come un "crimine".

29 aprile 1956

In un’imboscata egiziana è ucciso il capo della sicurezza del kibbutz Nahal-‘Oz, Ro’i Rothberg. Dayan nel suo necrologio scrive: "Ieri all’alba Ro’i è stato assassinato. La quiete del mattino di primavera l’ha accecato, ed egli non si è accorto di coloro che appostati stavano per rubargli la vita. Non biasimiamo, oggi, i suoi assassini. Cosa possiamo obiettare al loro implacabile odio nei nostri confronti? Ormai da otto anni vivono nei campi profughi di Gaza, e ci guardano fare nostri le terre e i villaggi in cui vivevano al pari dei loro progenitori. Non sugli arabi di Gaza, ma su noi stessi dobbiamo cercare le macchie del sangue di Ro’i".

10 giugno 1956

A Tel Aviv, il primo ministro David Ben Gurion autorizza il generale Moshe Dayan ad intavolare trattative segrete con il governo francese per concordare un’azione militare congiunta contro l’Egitto.

22-24 ottobre 1956

A Sevres (Parigi), i primi ministri israeliano, Ben Gurion, francese, Guy Mullet ed il ministro degli Esteri britannico, Selwin Lloyd, concordano il comune attacco militare contro l’Egitto per la riconquista del canale di Suez.

28 ottobre 1956

A Tel Aviv, il premier israeliano David Ben Gurion informa il governo dell’alleanza militare con Francia ed Inghilterra per l’occupazione del Sinai "fino alla fine dei tempi" e la riconquista del canale di Suez.

29 ottobre 1956

L’aviazione militare israeliana abbatte un aereo da trasporto egiziano causando la morte di 18 ufficiali di Stato maggiore, ma non quella del generale Amir la cui presenza a bordo era stata segnalata dal servizio segreto. Inizia così la seconda guerra arabo - israeliana.

29 ottobre 1956

A Kefar Qasim, la polizia israeliana uccide 49 arabi residenti in Israele, perché non informati della proclamazione del coprifuoco erano tornati a casa dopo l’orario stabilito.

30 ottobre 1956

Gli ambasciatori francese e britannico consegnano al governo egiziano l’ultimatum per lo sgombero del canale di Suez. Il presidente egiziano Nasser lo respinge il giorno successivo.

31 ottobre 1956

L’aviazione britannica e francese attacca quella egiziana, distruggendola nel giro di due giorni.

3-12 novembre 1956

A Khan Yunis, prima, e a Rafah, dopo, gli israeliani uccidono circa 200 civili arabi che si aggiungono agli oltre 500 massacrati nel corso della conquista della striscia di Gaza.

5 novembre 1956

Paracadutisti britannici e francesi sono lanciati a porto Sa’id, all’imbocco settentrionale del canale di Suez.

5 novembre 1956

I governi egiziano ed israeliano accettano la proposta di tregua avanzata dall’Onu.

7 novembre 1956

Entra in vigore il ‘cessate il fuoco’, mentre l’Assemblea generale dell’Onu istituisce la forza di interposizione Onu che dovrà schierarsi nel Sinai, e vota una risoluzione nella quale si chiede agli eserciti israeliano, francese e britannico di ritirarsi dal Sinai.

21 novembre 1956

A Porto Sa’id, giungono i primi contingenti della forza di interposizione dell’Onu.

22-23 novembre 1956

Le truppe anglo – francesi lasciano il territorio egiziano, sotto il controllo di quelle Onu.

26 gennaio 1957

Intervistato da un giornale francese, il leader israeliano Ben Gurion ribadisce che Israele non ottempererà alla risoluzione dell’Onu sul ritiro delle proprie truppe da Gaza.

22 febbraio 1957

All’Onu, inizia il dibattito sulla situazione in Medio Oriente che si conclude con una nuova ingiunzione ad Israele perché ritiri le truppe da Gaza.

1 marzo 1957

Le truppe israeliane si ritirano da Gaza che passa sotto amministrazione Onu.

13 marzo 1957

Il leader israeliano Ben Gurion minaccia l’Egitto, mentre a Gaza s’insedia il governatore egiziano, generale Mohammed Hassan Abdel Latif, accolto da manifestazioni di giubilo dalla popolazione.

17 maggio 1957

Al Cairo, il governo egiziano annuncia di voler impiegare "tutte le misure necessarie per esercitare il proprio diritto alla legittima difesa, nel caso che Israele decida di lanciarsi nuovamente nell’avventura". "E’ perfettamente evidente – aggiunge il portavoce di Nasser, Hatem- che Israele è un docile strumento nelle mani di talune potenze imperialiste".

giugno 1957

A New York, il rappresentante israeliano alle Nazioni unite, Abba Eban, scrive un rapporto nel quale delinea la situazione determinatasi dopo il conflitto mediorientale. Abba Eban nota che l’opposizione americana ha impedito che "al trionfo sul campo di battaglia seguisse quello ai tavoli dei negoziati", ma rileva che l’azione israeliana ha comunque conseguito un successo in Europa occidentale, spezzando l’isolamento e ottenendo il sostegno franco- britannico contro l’Egitto, e fomentando la loro avversione contro Nasser, visto prima come il capo di un Terzo Mondo in rivolta e ora considerato un "nuovo Hitler".

10 settembre 1957

Carri armati israeliani, penetrando nella zona smilitarizzata di El Tevfik, si ammassano al confine con la Siria aprendo una nuova crisi.

11 novembre 1957

Sulla brutale repressione effettuata dal regime giordano contro i profughi palestinesi, tuttora in corso, il giornale arabo "Al Ahram", ripreso dalla radio egiziana, scrive che l’esercito giordano rifiuta di obbedire al re e di sparare contro i profughi in rivolta, che in Siria sono in sciopero gli studenti e si susseguono manifestazioni a favore dei palestinesi e contro Hussein "traditore del suo Paese, del nazionalismo arabo e dell’Islam".

13 dicembre 1957

In questa data, secondo notizie diffuse dalla Germania dell’est, fiduciari del governo israeliano contrattano con quello della Rft la vendita di armi ad Israele.

28 gennaio 1958

Parlando a "Radio Cairo", Nasser afferma che "l’unificazione in un solo Stato di tutti i paesi del Medio Oriente rispecchia le aspirazioni dei popoli della regione" ed aggiunge che, pur essendo comprensibile l’aspirazione degli ebrei ad avere un proprio "focolare", dopo le persecuzioni subite, lo Stato ebraico "ha subito una rapida involuzione ed oggi ha tutt’altri aspetti e intendimenti".

19 maggio 1958

A New York, sul "Jewish Newsletters" compaiono le dichiarazioni del filosofo di origine ebraica Erich Fromm: "La rivendicazione degli ebrei sulla terra di Israele non può essere politicamente realistica. Se improvvisamente tutti i paesi rivendicassero i territori dove i loro antenati sono vissuti duemila anni orsono, il mondo diventerebbe un manicomio".

6 gennaio 1959

Per contrastare l’iniziativa egiziana di costruire la diga di Assuan ed industrializzare l’alto Egitto, Israele annuncia la costituzione di un gruppo bancario e industriale per la costruzione di un oleodotto di 16 pollici fra il Mediterraneo e il Mar Rosso, nonché la messa in funzione entro l’anno del primo reattore atomico nel Medio Oriente.

20 aprile 1960

Il governo della Repubblica araba unita denuncia un tentativo di assassinio del presidente Nasser effettuato da un elemento greco assoldato da Israele. Il controspionaggio egiziano ha inoltre individuato un’articolata rete spionistica israeliana che coinvolge persone di diversa nazionalità.

maggio 1960

A Parigi, il ministro degli Esteri Couve de Murville comunica all’ambasciatore israeliano che il governo francese vuole che quello israeliano annunci pubblicamente la costruzione del reattore nucleare di Dimona e dichiari la sua "disponibilità a farlo sottoporre ad un’ispezione internazionale". Israele non offrirà alcuna disponibilità in tal senso.

9 dicembre 1960

A Washington, è convocato al Dipartimento di stato l’ambasciatore israeliano Harman perché fornisca chiarimenti sul reattore nucleare di Dimona. Harman mente affermando che il reattore ha scopi esclusivamente pacifici e che il plutonio prodotto sarà riportato in Francia per esservi custodito.

16 dicembre 1960

A Londra, il "London Daily Express" pubblica un articolo nel quale afferma che "le autorità inglesi e americane dei servizi segreti ritengono che gli israeliani stiano costruendo la loro prima bomba nucleare".

20 dicembre 1960

A Tel Aviv, nel corso di un incontro con i funzionari del ministero della Difesa al corrente della esistenza del reattore nucleare di Dimona, Shimon Peres afferma che coloro che richiedono un’ispezione a Dimona "sono gli stessi che appoggiano l’internazionalizzazione di Gerusalemme"..

22 dicembre 1960

A Washington, il Dipartimento di stato invia a tutte 1e ambasciate americane una nota cifrata nella quale afferma che il governo "ritiene che il programma israeliano per l’energia atomica, come è stato reso pubblico, non costituisce motivo di particolare preoccupazione".

6 gennaio 1961

A Washington, nel corso di una riunione riservata del Comitato per le relazioni estere del Senato, il senatore Bourke B. Hickenlooper, repubblicano, interviene sulla questione del reattore nucleare israeliano di Dimona dicendo: "Penso che gli israeliani ci abbiano mentito su questa faccenda come ladri di cavalli. Hanno completamente distorto, travisato e falsificato i fatti del passato. Penso che sia molto grave...lasciarli agire in questo modo riguardo l’impianto del reattore, del quale si conosce bene la produzione, ma che hanno voluto costruire segretamente e la cui creazione hanno costantemente e sfacciatamente negato".

5 luglio 1961

Israele lancia nello spazio un missile a gittata lunga.

6 marzo 1963

A Washington, la Central intelligence Agency redige un documento dal titolo "Conseguenze sull’acquisizione israeliana della capacità nucleare". Nella conclusione, il documento afferma che Israele "avrebbe usato tutti i mezzi a disposizione per convincere gli Usa ad approvarne, e perfino appoggiarne il possesso...Ci si potrebbe aspettare che Israele utilizzi la tesi del possesso per accampare il diritto di partecipare a tutti i negoziati internazionali riguardo le questioni nucleari e il disarmo". In realtà, Israele, contrariamente alle previsioni degli analisti della Cia, vuole mantenere il totale segreto sull’acquisizione della bomba atomica.

13-16 gennaio 1964

Al Cairo, nel corso del vertice arabo, il presidente egiziano Nasser con il sostegno del primo ministro siriano Amin al-Hafiz e del presidente iracheno Abd al-Salam Arif, approva una risoluzione che sancisce la costituzione ufficiale di Al Fatah, diretta da Yasser Arafat.

18 maggio 1964

A Washington, il consigliere per la sicurezza nazionale Mc George Bundy, nel corso di una conversazione con il presidente Johnson, afferma che sia Israele che l’Egitto sono in grado di costruire missili, ma "la differenza era che gli israeliani potevano costruire testate nucleari da far viaggiare sopra i loro missili, mentre la Rau (Repubblica araba unita) no. Il problema reale era se Israele stesse puntando a una capacità nucleare".

maggio 1964

E’ fondata l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, la cui componente maggioritaria è rappresentata da Al Fatah.

1 giugno 1964

A Washington, nel corso dell’incontro alla Casa Bianca con il presidente Lyndon Johnson, il premier israeliano Eshkol accetta la condizione postagli di ricevere armi dagli Stati uniti in cambio della rinuncia a produrre armi nucleari. Ma l’impegno non sarà mantenuto.

2 gennaio 1965

Al Fatah compie la prima operazione militare sabotando il condotto idrico nazionale israeliano.

11 maggio 1965

E’ annunciata la ripresa delle relazioni diplomatiche fra Israele e la Germania federale. Il primo Stato arabo a reagire all’annuncio è l’Iraq, che dichiara anticipatamente la rottura delle relazioni con la Germania, seguito da Siria ed Egitto.

27-28 maggio 1965

Forze israeliane, per rappresaglia contro un’incursione araba, penetrano in territorio giordano ed attaccano 3 villaggi, devastandoli, uccidendo 4 persone e ferendone diverse altre. Al centro dello scontro vi è l’accaparramento delle risorse idriche da parte israeliana.

31 maggio 1965

Al Cairo (Egitto), si svolge il secondo congresso nazionale palestinese.

30 aprile 1966

Truppe israeliane entrano in territorio giordano per distruggere 14 abitazioni civili, con la motivazione del ‘terrorismo’.

15 agosto 1966

Forze israeliane e siriane si scontrano nel lago di Tiberiade.

17 ottobre 1966

Parlando alla Knesset, riunita per la prima volta nella nuova sede di Gerusalemme, il primo ministro israeliano Levi Eshkol illustra la richiesta di sanzioni alla Siria, motivata dall’appoggio da essa fornito ai palestinesi, che sarà presentata alle Nazioni unite.

13 novembre 1966

L’esercito israeliano distrugge 125 case nel villaggio arabo di Samoa (Cisgiordania), provocando 18 morti e 130 feriti.

20 novembre 1966

A Gerusalemme, il primo ministro israeliano Levi Eshkol attacca coloro che, sul piano internazionale, contestano le incursioni israeliane nei paesi vicini, rivendicate come "diritto".

25 novembre 1966

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu condanna l’attacco israeliano con 14 voti su 15. Nella parte giordana di Gerusalemme, intanto, la Legione araba spara con mitragliatori sulla folla che manifesta contro re Hussein, accusato di non aver reagito all’incursione israeliana del 13 novembre, provocando 40 feriti, alcuni dei quali gravissimi. Il giorno dopo, su un lenzuolo appeso all’ospedale, dove sono ricoverati i feriti, è scritto: "Fratelli soldati, le anime dei morti di Samoa chiedono vendetta, vergognatevi di aver puntato il fucile, invece, contro il petto della vostra gente". Incidenti fra dimostranti e polizia sono scoppiati anche a Nablus, Hebron, Ramallah.

1 dicembre 1966

Presso la frontiera, si accendono scontri fra Siria e Giordania.

17 dicembre 1966

A Gerusalemme, il ministro Yigal Allon afferma che "la esistenza del regime di Hussein interessa Israele solo in quanto esso sia capace di mantenere l’ordine in Cisgiordania e garantire il rispetto degli accordi di armistizio" ed aggiunge che lo Stato ebraico non consentirà "l’unione della Cisgiordania a qualsiasi paese arabo; qualsiasi prospettiva di questo tipo significherebbe la guerra con Israele".

12 maggio 1967

Israele comunica alla Siria che se sosterrà ancora l’impegno dei sabotatori palestinesi, subirà la ritorsione più dura mai attuata fino a questo momento. In giornata l’agenzia di stampa "United Press" riferisce: "Una fonte israeliana ad alto livello ha affermato che Israele effettuerebbe un intervento militare limitato volto a rovesciare il regime militare di Damasco, se i terroristi siriani continueranno a compiere sabotaggi in Israele. Il governo siriano verrebbe colpito con tutta la forza necessaria".

13 maggio 1967

Il governo sovietico informa il presidente egiziano Nasser che l’esercito israeliano si appresta ad attaccare la Siria, con una forza di 10-12 brigate, possibilmente il 17 maggio.

16-18 maggio 1967

Al Cairo, il presidente egiziano Nasser chiede l’immediato allontanamento della forza d’interposizione dell’Onu, composta da 3.400 uomini, dal Sinai e da Gaza.

20-21 maggio 1967

La forza di interposizione dell’Onu abbandona le sue posizioni, subito occupate dalle forze armate egiziane.

22 maggio 1967

Al Cairo, il presidente egiziano Nasser ordina la chiusura del golfo di Eilat, a partire dal 23 maggio, a tutte le navi israeliane e alle petroliere.

28 maggio 1967

A Tel Aviv, Munya Mardor, direttore di Rafael, l’ente di sviluppo degli armamenti, annota nel suo diario la conferma, se pur non esplicita, dell’avvenuta costruzione di ordigni nucleari. Mardor scrive: "Raggiunto il sito trovai il dottor Jenka…supervisore del gruppo di lavoro assegnato al suo progetto. Il gruppo era impegnato a montare e controllare i congegni bellici il cui sviluppo e la cui produzione esso riuscì ad ultimare prima dell’inizio delle ostilità. Era mezzanotte passata. Ingegneri e tecnici, per lo più giovani, erano concentrati sul lavoro. Avevano l’espressione seria e chiusa di chi è conscio della grande –forse terribile- importanza delle armi che è riuscito a portare a livello operativo".

maggio 1967

A Tel Aviv, il ministro delle Comunicazioni Shimon Peres propone ad un ristretto gruppo di ministri l’impiego dell’arma atomica in un’azione "dimostrativa" come avvertimento per gli arabi. La proposta è respinta.

5 giugno 1967

Con un attacco a sorpresa, l’esercito israeliano inizia la terza guerra contro i paesi arabi confinanti.

7 giugno 1967

A New York, il Consiglio di sicurezza dell’Onu chiede che sia proclamata una tregua.

7 giugno 1967

A Gerusalemme, il rabbino Zvi Kook si reca nella città vecchia, appena conquistata dall’esercito israeliano, e dichiara: "Annunciamo al popolo di Israele e al mondo intero che per comando divino siamo finalmente tornati a casa…Non la lasceremo più".

8 giugno 1967

Ad Al Arish, aerei e torpediniere israeliani attaccano la nave americana ‘Liberty’, ritenendola erroneamente egiziana, provocando la morte di 34 marinai americani e il ferimento di altri 75.

8 giugno 1967

Egitto e Giordania accettano la proposta di tregua avanzata dall’Onu.

10 giugno 1967

La Siria accetta la tregua proposta dall’Onu, ed hanno fine i combattimenti.

 

L’occupazione dei Territori

 

10 giugno 1967

A Gerusalemme, le autorità israeliane iniziano ad abbattere il quartiere Mughrabi, abitato da arabi, per creare una grande piazza che consenta agli ebrei di radunarsi dinanzi al Muro occidentale della città vecchia. L’operazione di spianamento si concluderà il 14 ottobre 1967.

25-27 giugno 1967

Il governo israeliano annette ufficialmente Gerusalemme est e le zone della Cisgiordania a nord e a sud, considerate parte della municipalità della città.

settembre 1967

A Tel Aviv, Moshe Dayan dichiara, nel corso di una riunione, che sono circa 200mila gli arabi che hanno lasciato i territori occupati da Israele e aggiunge: "Dobbiamo capire le ragioni di questa continua emigrazione araba, sia dalla striscia di Gaza sia dalla Cisgiordania, e non eliminarne le cause, nemmeno se si tratta di insicurezza e disoccupazione, perché dopotutto quel che vogliamo è una nuova mappa (del Medio Oriente)…"

24-25 ottobre 1967

L’esercito israeliano bombarda con l’artiglieria i sobborghi di Suez, distruggendo uno stabilimento petrolchimico e provocando la fuga in massa degli abitanti.

22 novembre 1967

A New York, il Consiglio di sicurezza dell’Onu approva la Risoluzione 242 che impone ad Israele l’abbandono dei territori occupati nel corso della ‘guerra dei sei giorni’, ma obbliga gli arabi a "riconoscere la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di ogni Stato della regione e il suo diritto di vivere entro confini sicuri e riconosciuti".

25 gennaio 1968

A Londra, sul "Guardian" compare la testimonianza del giornalista britannico Michel Adams sul trattamento inflitto dagli israeliani ai profughi palestinesi nella striscia di Gaza. Il giornalista, dopo aver descritto quanto ha personalmente constatato, conclude: "Ho avuto anch’io delle traversie durante i quattro anni di prigionia in Germania, ma il trattamento che i tedeschi hanno riservato a me non è paragonabile a quello che gli israeliani riservano agli arabi della fascia di Gaza, la maggioranza dei quali è costituita da donne e bambini".

28 febbraio 1968

Un rapporto della Croce rossa internazionale sul trattamento inflitto ai prigionieri arabi nella prigione israeliana di Nablus afferma: "Un certo numero di detenuti hanno subito delle torture da parte della polizia militare. Secondo le testimonianze, le torture inflitte erano le seguenti: 1) Sospensione del detenuto per le mani e nel medesimo tempo trazione esercitata sulle altre membra per molte ore di seguito fino a fargli perdere conoscenza. 2) Bruciature di sigarette. 3) Colpi di verga sugli organi genitali. 4) Incatenamento e bendaggio degli occhi per molti giorni (in un caso fino a 7 giorni). 5) Morsicature di cani. 6) Elettrochoc alle tempie, alla bocca, al petto e ai testicoli".

21 marzo 1968

A Karameh (Giordania), gli israeliani attaccano la base palestinese ma sono respinti dai guerriglieri, appoggiati in questo caso dall’esercito giordano.

24 aprile 1968

Ahmad Jibril, ex maggiore dell’esercito siriano, fonda il ‘Fronte popolare per la liberazione della Palestina Comando generale’, operando una scissione all’interno del Fplp.

aprile 1968

Al Park hotel di Hebron, alla vigilia del Passover, per iniziativa del rabbino Moshe Levinger s’installa una colonia ebraica, che si dota di una scuola e di un luogo di preghiera rifiutando di obbedire all’ordine di sgombero emanato dal governatore militare.

aprile 1968

A Tel Aviv, nel corso di una riunione, Moshe Dayan, riferendosi alle proposte relative al miglioramento dei servizi pubblici nei territori occupati, afferma: "La politica che è stata suggerita può scontrarsi con l’intento d’incoraggiare l’emigrazione tanto dalla Striscia quanto dalla Giudea e dalla Samaria. Chiunque abbia idee pratiche o proposte per incoraggiare l’emigrazione, le esponga. Nessuna idea e nessuna proposta sarà respinta a priori".

8 luglio 1968

A Tel Aviv, sulla rivista "Haolam Hazeh" compaiono delle dichiarazioni di Moshe Dayan: "I nostri padri raggiunsero le frontiere che erano state riconosciute dal piano di spartizione delle Nazioni unite. La nostra generazione è stata capace di raggiungere Suez, il Giordano e le alture del Golan. Ma non abbiamo finito. Perché dopo le linee del cessate il fuoco attuali nuove linee saranno stabilite e queste ultime si estenderanno al di là del Giordano, può essere fino al Libano e può essere anche fino alla Siria centrale".

10 luglio 1968

Al Cairo (Egitto), si svolge il Consiglio nazionale palestinese, il cui controllo è assunto dai rappresentanti delle organizzazioni di resistenza. Il gruppo che fa riferimento a Yasser Arafat conquista la maggioranza assoluta dei seggi. E’ modificata in questo contesto la Costituzione dell’Olp.

23 luglio 1968

Militanti del Fplp palestinese dirottano un aereo della ‘El Al’ israeliana, sequestrando i passeggeri come ostaggi. Il governo israeliano rifiuta di trattare e soltanto la mediazione dell’Algeria eviterà l’uccisione degli ostaggi, che saranno rilasciati.

8 agosto 1968

A Hebron, i nuovi coloni aprono un chiosco alla Tomba dei Patriarchi. Il ministro Yigal Allon farà revocare l’ordine di sgombero emanato dal governatore dei territori affermando: "Nessuno esilierà gli ebrei da Hebron".

30 settembre 1968

Il "Jerusalem Post Weeckly" riporta il brano di un discorso tenuto da Moshe Dayan al personale militare: "…Già nel lontano 1928 divenne chiaro quanto sia difficile raggiungere l’obiettivo del sionismo e al tempo stesso ottemperare alle esigenze di un’etica universale…Non c’era altra via per il sionismo che quella di degenerare in un assurdo sciovinismo? Si può assegnare una sfera crescente di attività a un numero crescente di ebrei senza espropriare gli arabi?…E’ chiaro che non è lontano il giorno in cui non ci saranno più terre disabitate a disposizione e l’insediamento di ogni nuovo ebreo comporterà automaticamente l’espropriazione di un fellah palestinese…in ogni località in cui ci procuriamo la terra e insediamo gente gli attuali coltivatori saranno inevitabilmente espulsi. Il nostro destino è quello di essere in uno stato di guerra permanente con gli arabi. Ciò può non piacerci, ma è la realtà…"

26 ottobre 1968

Con un bombardamento di artiglieria lungo tutto il canale di Suez da parte egiziana, inizia una guerra di logoramento nei confronti dell’esercito israeliano, che vedrà impegnata in prima linea, e coinvolta in modo sempre più massiccio, l’Unione sovietica. Si concluderà solo nel 1971.

2 novembre 1968

In Giordania, i palestinesi guidati da Yasser Arafat manifestano contro il ferreo controllo delle autorità giordane ed assediano l’Ambasciata americana di Amman. In risposta, re Hussein fa bombardare per 3 giorni consecutivi i campi profughi.

20 novembre 1968

A Tel Aviv, l’avvocato Felicia Langer indirizza al ministro della Difesa, l’israeliano Ha Kirya, una lettera con la quale denuncia l’uccisione da parte di agenti del commissariato di polizia di Hebron del minore Hassan Isa Hassan Al Battal. Il ragazzo era stato fermato il 28 agosto 1968 perché sprovvisto di documenti, era stato condotto al commissariato benché avesse spiegato che era minorenne e in quanto tale non poteva averne. Qui era stato percosso per ore, senza alcuna motivazione e, quindi, era stato rilasciato. Giunto a casa si era sentito male e, nonostante il trasporto in ospedale, era deceduto "per una crisi di apoplessia dovuta a ‘pressioni’ esercitate sul suo cervello per dodici ore di seguito, la sua schiena era completamente blu".

dicembre 1968

Israele compie un raid all’aeroporto di Beirut, in Libano, dove la resistenza palestinese ha rafforzato le proprie basi in seguito alla espulsione dalla Giordania.

20 febbraio 1969

Il ministro israeliano della Difesa Dayan afferma: "Consideriamo tutti i nostri vicini arabi responsabili di tutte le attività terroristiche. Quando effettueremo una rappresaglia, colpiremo nel punto che farà loro più male e che farà più comodo a noi".

22 febbraio 1969

Ad Amman (Giordania), Naif Hawatmeth, greco – ortodosso, annuncia la nascita del Fronte democratico per la liberazione della Palestina (Fdlp), di ispirazione marxista.

7 marzo 1969

In Israele, diviene primo ministro Golda Meir.

23 aprile 1969

A Beirut (Libano), le forze di polizia reprimono duramente una manifestazione a sostegno della resistenza palestinese; il bilancio è di 10 morti, 60 feriti e centinaia di arresti. Dopo l’eccidio, è proclamato lo stato di emergenza, mentre si dimette il governo.

20 luglio 1969

Lungo il canale di Suez, l’aviazione militare israeliana inizia un’offensiva contro le postazioni egiziane che avrà termine solo nel mese di dicembre, con l’intento di smantellare la rete di postazioni radar, missilistiche e contraeree organizzate dai sovietici.

11 settembre 1969

A Tel Aviv, l’avvocato Felicia Langer invia una lettera al ministro della Difesa israeliano Ha Kyria per denunciare le torture inflitte ad Abdullah Yousuf Odwan, arrestato il 28 marzo 1969, e per richiedere l’apertura di una inchiesta.

27 ottobre 1969

A Londra, il "Times" pubblica la testimonianza di Patrick Brogan sulla distruzione, da parte dell’esercito israeliano, di 60 – 70 case del villaggio di Halhul, dopo che un palestinese, per sottrarsi all’arresto, aveva ucciso un ufficiale. La rappresaglia ha avuto luogo il 25 ottobre e le case sono state fatte saltare con l’esplosivo senza dare tempo agli abitanti di portare via le proprie cose.

5 novembre 1969

A Beirut (Libano), il governo autorizza i palestinesi ad armarsi.

23 novembre 1969

A Londra, il "Sunday Times" pubblica un articolo di David Leitch, intitolato "Eye-witness in Gaza", nel quale sono riportate varie testimonianze sulla feroce repressione attuata a Gaza contro i palestinesi, e sulle torture inflitte agli arrestati dai militari israeliani.

25 dicembre 1969

Lungo il canale di Suez, con incursioni aeree durate 8 ore, l’aviazione israeliana distrugge le postazioni di missili Sam-2 sovietici e di artiglieria contraerea che gli egiziani avevano impiantato a difesa del canale.

22 gennaio 1970

Il presidente egiziano Nasser si reca segretamente a Mosca per richiedere a Breznev nuovi e più sofisticati armamenti, in particolare i missili Sam-3, e nuovi aerei. Leonid Breznev acconsente, dinanzi alla minaccia di Nasser di rassegnare le dimissioni, ma a patto che tutto resti segreto, tanto che i consiglieri militari sovietici avrebbero indossato uniformi egiziane, così come egiziani sarebbero stati i contrassegni sugli aerei da combattimento.

gennaio 1970

In Egitto, sono presenti tra 2.500 e 4.000 cittadini sovietici, in maggioranza consiglieri militari.

6 febbraio 1970

Un commando egiziano distrugge 2 navi ancorate nel porto di Eliat. Per rappresaglia, gli israeliani bombarderanno i porti egiziani di Hurghada e Safaga nel golfo di Suez. Il 12, l’aviazione israeliana bombarda la zona industriale di Abou-Zaabal.

2 aprile 1970

In Siria, reparti dell’esercito israeliano penetrati oltre la frontiera impegnano in combattimento l’esercito siriano provocando un elevato numero di morti.

8 aprile 1970

A Salahiya, l’aviazione israeliana bombarda una scuola, uccidendo 47 scolari e ferendone 30. Si giustificherà affermando che era vicina ad una installazione militare.

12 maggio 1970

In Libano, inizia un’offensiva militare israeliana.

22 maggio 1970

In Libano, in prossimità della frontiera, un attentato contro uno scuolabus israeliano provoca la morte di 12 persone, delle quali 8 bambini. Per rappresaglia, gli israeliani aprono il fuoco su 4 villaggi. Il governo libanese protesta al Consiglio di sicurezza dell’Onu per i bombardamenti israeliani, che hanno provocato la morte di 20 civili e un numero imprecisato di feriti. Il governo Usa invoca invece la condanna internazionale per l’attentato all’autobus israeliano.

7-12 giugno 1970

In Giordania, hanno inizio violenti combattimenti fra la Legione araba di re Hussein e i fedayn palestinesi, che si protraggono fino al 12 giugno con un bilancio di oltre 500 morti. L’intervento degli Stati arabi pone fine allo scontro. Israele ha minacciato l’intervento diretto in Giordania a fianco di re Hussein.

giugno 1970

Nella zona del canale di Suez, si verificano scontri fra le artiglierie egiziana ed israeliana. Forze corazzate israeliane penetrano anche in Siria dalle alture del Golan.

7 agosto 1970

Egitto ed Israele, con la mediazione degli Stati uniti, raggiungono un accordo per il cessate il fuoco sul canale di Suez.

6 settembre 1970

A Zarka (Giordania), guerriglieri del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) fanno atterrare 3 aerei sequestrati e dirottati con un numero di passeggeri di circa 400 persone. Un quarto aereo, un Boeing 747 della Panamerican, pure sequestrato, è fatto esplodere all’aeroporto del Cairo dopo che i passeggeri sono stati evacuati. Il Fplp chiede la liberazione di 3 fedayin detenuti nella Germania federale, di altri 3 ristretti in Svizzera, di Leila Khlaed in Gran Bretagna, e di altri prigionieri in Israele. I governi britannico, svizzero e tedesco accettano lo scambio, rifiutato invece da quello israeliano.

16 settembre 1970

Il Fplp, espulso dal Comitato centrale palestinese che ha condannato l’azione di Zarka, vi è riammesso per intervento di Yasser Arafat che, in cambio, pretende ed ottiene il riconoscimento di unico coordinatore dei movimenti di liberazione palestinesi. Gli ostaggi sono liberati in diverse riprese in cambio dei prigionieri rilasciati dai governi inglese, tedesco e svizzero.

17 settembre 1970

L’esercito giordano guidato dal generale Mashour Hadisca avvia l’offensiva generale contro i palestinesi, che si concluderà una settimana più tardi con un bilancio di 900 militanti dell’Olp uccisi insieme a 3.500 civili. Sarà ricordata come il ‘settembre nero’. Sono intervenuti reparti corazzati siriani per sostenere le forze palestinesi contro l’esercito di re Hussein ma il 23 settembre, su ordine di Mosca, rientrano nel loro territorio, abbandonando i palestinesi.

25 settembre 1970

Al Cairo, Hussein di Giordania e Yasser Arafat firmano il cessate il fuoco che pone fine ai combattimenti fra le truppe giordane e i palestinesi. I reparti giordani liberano 15 ostaggi in mano ai guerriglieri del Fplp a Zarka. Due giorni più tardi, si svolge una cerimonia pubblica di riappacificazione nella quale re Hussein riconosce le legittime istanze dei palestinesi, e questi ultimi s’impegnano a rispettare la sovranità nazionale giordana.

28 settembre 1970

Al Cairo, muore il presidente egiziano Nasser.

settembre 1970

In Egitto, sono presenti da 12mila a 14mila sovietici, dei quali almeno 10mila consiglieri militari e 150 piloti.

26 ottobre 1970

A New York, il Comitato speciale delle Nazioni unite, nel rapporto finale sulle indagini svolte dalla Croce rossa internazionale sulle condizioni dei detenuti in numerosi paesi del mondo, lamenta gli ostacoli frapposti per impedire che l’indagine avesse luogo, e conclude: "Questo è particolarmente vero per quanto concerne le dichiarazioni di maltrattamenti dei prigionieri detenuti in Israele e nei Territori occupati".

9 dicembre 1970

A Washington, il segretario di Stato William Rogers rende noto un piano per il ristabilimento della pace in Medio Oriente, che prevede il ritiro israeliano dai territori occupati nella guerra dei sei giorni ed invita l’Egitto a sottoscrivere "un impegno specifico e vincolante per la pace". Israele boccia il piano Rogers definendolo "un tentativo di calmare le acque a spese di Israele". Il piano è respinto anche dall’Egitto.

2 gennaio 1971

A Gaza, un quindicenne arabo lancia una granata nel centro città che uccide 2 bambini israeliani e ferisce i loro genitori. Il governo israeliano affida ad Ariel Sharon, responsabile del comando meridionale, prendendo a pretesto il gesto del ragazzo, l’incarico di "fare pulizia", cosa che avviene nel giro di un anno con centinaia di morti, fra militanti e civili palestinesi.

9 gennaio 1971

In Giordania, le forze reali di Hussein estendono l’attacco alle postazioni palestinesi nel nord del paese ed in specie a Salt, Jerash, Ruscifah e nei campi profughi presso la capitale. L’attacco ha il sostegno diretto di aerei israeliani. Arafat ha lanciato un appello ai capi arabi e si è offerto come mediatore il tunisino Ladgham.

15 marzo 1971

A Ginevra, la Commissione dei diritti dell’uomo delle Nazioni unite approva una risoluzione nella quale si dichiara "profondamente inquieta nel constatare che le violazioni da parte di Israele dei diritti dell’uomo nei territori occupati proseguono con la stessa gravità, in totale disprezzo degli appelli e delle risoluzioni adottate dall’Organizzazione delle Nazioni unite, le istituzioni specializzate, la Conferenza internazionale dei diritti dell’uomo che si è tenuta a Teheran nel 1968 e la Conferenza internazionale della Croce rossa che si è tenuta a Istanbul nel settembre del 1969; allarmata dal fatto che Israele continua a praticare delle operazioni di popolamento nei territori occupati, ivi compresa la città occupata di Gerusalemme, rifiutandosi del tutto di autorizzare il ritorno ai loro focolari dei rifugiati e delle persone trasferite, diritto il cui non riconoscimento da parte di Israele costituisce un affronto verso l’umanità e una grave violazione del diritto internazionale, condanna le persistenti violazioni da parte di Israele dei diritti dell’uomo nei territori occupati, ivi compresa la politica mirante a modificare lo statuto di questi territori, condanna espressamente i metodi politici e le pratiche qui sotto (elencate) e attuate da Israele…"Segue una lunga lista di abusi, soprusi, torture, maltrattamenti, espulsioni forzate.

13 luglio 1971

Ad Amman (Giordania), re Hussein ordina all’esercito di liquidare definitivamente la presenza dei guerriglieri palestinesi in Giordania. Dopo 6 giorni di combattimenti, i palestinesi sono obbligati a ritirarsi in Siria, mentre oltre 2.000 sono fatti prigionieri dai giordani.

1 agosto 1971

A Londra, l’ "Observer" pubblica un articolo di St. Jorre sulla repressione israeliana nella striscia di Gaza, finalizzata alla ‘pulizia etnica’ dell’area, cioè della cacciata, mediante il terrore, di quanti più palestinesi è possibile.

28 novembre 1971

Al Cairo (Egitto), un commando palestinese uccide il primo ministro giordano Wasfi Tal.

1 marzo 1972

Forze israeliane attaccano la Siria mediante l’aviazione e l’artiglieria.

22 marzo 1972

A Ginevra, la Commissione dei diritti dell’uomo delle Nazioni unite "deplorando che Israele persista nel disprezzo e nella inosservanza di tutte le risoluzioni dell’Organizzazione delle Nazioni unite sulla protezione dei diritti dell’uomo nei territori occupati e sull’osservazione della loro composizione demografica e del loro carattere geografico. Prendendo nota del fatto che secondo l’articolo 147 della Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, l’espulsione o il trasferimento illecito di persone, la loro detenzione illegale, il non riconoscimento del loro diritto ad essere giudicati equanimemente secondo una giusta procedura e la dovuta forma e la presa degli ostaggi, così come la distruzione e l’appropriazione di numerosi beni costituiscono gravi violazioni della Convenzione. Notando che la carta della Corte militare internazionale di Norimberga, confermata dalle risoluzioni 3 del 13 febbraio 1946 e 95 dell’11 dicembre 1946 dell’Assemblea generale, considera come crimini di guerra le ‘violazioni gravi’ enumerate ulteriormente nella Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949. Ricordando la sua risoluzione 5/b adottata nella sua 26° sessione, secondo la quale le violazioni della Convenzione di Ginevra costituiscono crimini di guerra ed un affronto all’umanità…Considera che le gravi violazioni della quarta Convenzione di Ginevra commesse da Israele nei territori occupati costituiscono dei crimini di guerra ed un affronto all’umanità…".

9 maggio 1972

All’aeroporto di Lod in Israele, 3 palestinesi di ‘Settembre nero’ che avevano sequestrato un aereo della Sabena ed i passeggeri, allo scopo di ottenere la liberazione di 106 prigionieri politici, sono uccisi durante l’assalto ordinato dal ministro della Difesa israeliano Dayan; una quarta componente del commando è stata invece catturata.

30 maggio 1972

Una squadra di militanti giapponesi per conto dell’organizzazione palestinese ‘Settembre nero’ uccide 26 persone all’aeroporto di Tel Aviv .

5 settembre 1972

Un attacco dei guerriglieri palestinesi di ‘Settembre nero’ provoca, a Monaco di Baviera, nel quartiere che ospita gli atleti israeliani, 19 morti. Il primo ministro israeliano Golda Meir impartisce al Mossad l’ordine di "annientare" i palestinesi responsabili dell’operazione. Mentre era in corso una trattativa col commando, che aveva sequestrato un elicottero con ostaggi israeliani, è intervenuta la polizia tedesca: 2 fedayn sono uccisi sul posto, un terzo mentre tenta la fuga e un quarto muore suicidandosi con una granata; gli ostaggi sono periti, secondo la versione ufficiale, nell’esplosione dell’elicottero sequestrato; da parte tedesca, sono morti il pilota e un poliziotto.

8 settembre 1972

Israele bombarda 6 località siriane e 3 libanesi. Il ministro Abba Eban ha recentemente dichiarato: "La questione della pace passa ormai in secondo piano, l’obiettivo principale per Israele è adesso la lotta contro il terrorismo".

12 settembre 1972

A Roma, è ucciso dal Mossad il palestinese Abdul Wael Zwaiter, rappresentante di Al Fatah in Italia.

21 novembre 1972

Israele colpisce 3 basi di fedayn e una postazione militare siriana. Il ministro israeliano Abba Eban, intervenendo al Knesset in argomento, ha parlato di "cura preventiva".

27 dicembre 1972

A Bangkok, nella notte, un commando palestinese di ‘Settembre nero’ si barrica nell’Ambasciata israeliana con 5 ostaggi e lancia un ultimatum chiedendo il rilascio di 36 prigionieri politici detenuti in Israele.

18 febbraio 1973

L’agenzia "Wafa" diffonde la notizia che centinaia di militanti della resistenza palestinese, arrestati in Giordania, sono stati torturati dalla polizia segreta.

15 marzo 1973

A Ginevra, la Commissione dei diritti dell’uomo delle Nazioni unite si dichiara "profondamente turbata perché Israele continua a violare i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali nei territori arabi occupati, particolarmente con la distruzione di case, l’espropriazione dei beni arabi, il cattivo trattamento inflitto ai prigionieri, il saccheggio del patrimonio archeologico e culturale e lo sfruttamento delle risorse naturali…condanna i gravi attentati alla quarta Convenzione di Ginevra che Israele continua a fare nei territori arabi occupati e che la Commissione dei diritti dell’uomo considera crimini di guerra e oltraggio all’umanità…"

10 aprile 1973

In Libano, come rappresaglia per l’attacco dei palestinesi all’aereo El Al e all’Ambasciata israeliana a Cipro, si svolge un’incursione delle truppe israeliane con obiettivo il campo profughi di Sabra e le abitazioni di alcuni dirigenti palestinesi. Il bilancio è di 30 morti, fra i quali i dirigenti della resistenza Abu Yussef, Khaled Aduan e Kamal Nasser.

28 giugno 1973

A Parigi, il Mossad (servizio segreto israeliano) uccide, con una bomba collocata all’interno della sua auto, l’algerino Muhammad Boudia, ritenuto un dirigente dell’organizzazione palestinese ‘Settembre nero’.

21 luglio 1973

A Lillehammer (Norvegia), un commando del Mossad, incaricato dell’operazione ‘Vendetta’ (l’annientamento dei palestinesi responsabili della strage degli atleti israeliani a Monaco di Baviera), uccide per errore il cameriere marocchino Ahmed Bouchiki, scambiato per il palestinese Alì Hassam Salameh, ritenuto il capo del gruppo che aveva operato a Monaco. Diversi componenti del commando israeliano sono arrestati dalla polizia norvegese, ma poi sulla vicenda calerà una cortina impenetrabile di silenzio.

10 agosto 1973

Aerei militari israeliani dirottano un ‘Caravelle’ delle linee aeree irachene con 74 persone a bordo, nel sospetto che fra i passeggeri vi sia l’esponente palestinese George Habbash.

6 ottobre 1973

Le forze armate egiziane e siriane attaccano le linee israeliane sul canale di Suez e le alture del Golan. A Washington, il 29 settembre, è giunto il piano di battaglia siriano contro Israele, fatto pervenire da una non specificata fonte informativa araba. Il segretario di Stato Henry Kissinger assicura Israele sul sostegno americano nel rimpiazzare totalmente le perdite di materiale militare.

10 ottobre 1973

Da Mosca, inizia un gigantesco ponte aereo per rifornire di materiale bellico Egitto e Siria. Contemporaneamente a Washington, Henry Kissinger consiglia all’ambasciatore israeliano Simcha Dinitz di attaccare la Siria: "L’Idf (esercito israeliano, ndr) deve attaccare con tutte le sue forze, come se avesse a disposizione altri 40 aerei, e senza risparmiare munizioni né velivoli perché gli Stati uniti provvederanno a tutto".

16 ottobre 1973

Arabia saudita ed Emirati arabi, su sollecitazione del presidente egiziano Sadat, annunciano un aumento generale del 70% dei prezzi dei prodotti petroliferi e la riduzione progressiva della produzione di petrolio del 5%, fino a quando Israele non deciderà di ritirarsi dai territori occupati.

22 ottobre 1973

A seguito di un accordo fra Stati uniti ed Unione sovietica, è proclamato il cessate il fuoco che, però, non sarà rispettato. Truppe israeliane proseguono nella loro avanzata e giungono a 70 km. dal Cairo. L’Unione sovietica allerta 7 divisioni aviotrasportate, stanziate in Europa, e minaccia di inviarle unilateralmente in Medio Oriente.

25-27 ottobre 1973

Gli Stati uniti mettono in stato di allarme le forze nucleari strategiche e, contestualmente, intimano ad Israele di fermare le proprie truppe e ritornare sulle posizioni conquistate fino al 22 ottobre. Due giorni dopo, osservatori delle Nazioni unite si schierano lungo la linea che divide gli eserciti arabi ed israeliano per vigilare sul rispetto della tregua.

2 novembre 1973

A Washington, Henry Kissinger dichiara agli ambasciatori dei paesi aderenti alla Nato: "Gli Stati uniti con l’invio di rifornimenti militari /a Israele Ndr/ hanno suonato un avvertimento ad arabi e sovietici nel senso che questi ultimi hanno dovuto convincersi di non poter realizzare impunemente una loro preminenza in Medio Oriente".

6 novembre 1973

A Bruxelles, i paesi della Comunità europea fanno una dichiarazione comune nella quale riconoscono i legittimi diritti dei palestinesi.

11 novembre 1973

Egitto ed Israele firmano l’accordo sul cessate il fuoco, la reciproca restituzione dei prigionieri e sul "disimpegno delle forze".

17 dicembre 1973

All’aeroporto di Fiumicino, un commando palestinese attacca un aereo di linea americano provocando la morte di 29 persone, fra le quali l’agente della Guardia di finanza Antonio Zara, e il capo squadra dell’Alitalia Domenico Ippolito, inizialmente sequestrato dai dirottatori e infine ucciso. Come responsabile sarà indicato Abdul Ahmed Ghafeur. Dopo uno scalo ad Atene, i dirottatori sono atterrati in Kuwait, dove vengono arrestati. L’agenzia palestinese "Wafa", confermata da "France Press", nega ogni loro rapporto con la resistenza. L’Olp e il governo italiano chiedono entrambi la estradizione degli arrestati.

20 dicembre 1973

Paolo Emilio Taviani, in relazione alla strage di Fiumicino, annota: "Circa gli autori del crimine non ci sono dubbi: sono stati gli uomini di ‘Settembre nero’, nemico feroce di Arafat. Poco tempo fa la magistratura italiana ha posto in libertà provvisoria due palestinesi di Arafat sospettati di un attentato. Settembre nero ha compiuto la strage per impedire che si stabiliscano buoni rapporti fra l’Italia e Arafat".

18 gennaio 1974

E’ firmato l’accordo egiziano – siriano sul "disimpegno delle forze".

3 marzo 1974

L’esercito israeliano completa il ritiro dalla sponda occidentale del canale di Suez.

15 maggio 1974

A Beirut, truppe speciali israeliane al comando del generale Dayan stroncano con un massacro l’operazione di un commando palestinese che aveva catturato 85 bambini come ostaggio per chiedere il rilascio di 20 prigionieri politici detenuti a Tel Aviv.

1 giugno 1974

Al Cairo, si svolge il Consiglio nazionale palestinese al quale prendono parte 187 delegati, che stila il cosiddetto "Programma di transizione" che prevede la creazione di una "autorità popolare sui territori occupati" e afferma che "l’Olp lotta con tutti i mezzi, in primo luogo con la lotta armata, per liberare la terra palestinese e costruire un potere nazionale indipendente e combattente del popolo su ogni parte della terra palestinese liberata".

4 settembre 1974

A Ginevra, è firmato l’accordo definitivo che pone fine alla contesa militare fra Egitto, Siria ed Israele.

7 ottobre 1974

Il segretario di stato Henry Kissinger, in procinto di effettuare un viaggio in Medio Oriente, dopo aver dichiarato che non partirà "con idee preconcette", annuncia che non si incontrerà con Arafat e nessun altro dirigente palestinese.

28 ottobre 1974

A Rabat, il 7° vertice della Lega araba riconosce all’Olp la rappresentanza esclusiva del popolo palestinese.

13 novembre 1974

A New York, Arafat parla all’Assemblea generale dell’Onu quale unico rappresentante del popolo palestinese.

22 novembre 1974

A New York, l’Assemblea generale dell’Onu approva le risoluzioni 3236 e 3237 che riconoscono all’autorità palestinese il potere "in ogni parte" liberata del suolo palestinese.

5 novembre 1975

A Bruxelles, il Consiglio dei ministri della Cee afferma il diritto del popolo palestinese alla "espressione della propria identità nazionale".

novembre 1975

A New York, l’Assemblea generale dell’Onu approva con 72 voti favorevoli 35 contrari e 32 astenuti, una risoluzione con la quale il sionismo è bollato come "una forma di razzismo e di discriminazione razziale". L’ambasciatore israeliano Chaim Herzog accusa l’Onu di essere divenuto "il centro mondiale dell’antisemitismo".

4 gennaio 1976

In Libano, i falangisti cristiani assediano i campi profughi palestinesi di Tall al Zaatar e di Jisr al Basha, e distruggono quello di D’Bai massacrandone gli abitanti, in maggioranza palestinesi di fede cristiana. L’eccidio provoca l’indignazione di Paolo VI che afferma: "La Chiesa non accetta che cristiani vengano uccisi sotto la Croce di Cristo".

11 marzo 1976

A Washington, Carl Dickett, nel corso di un seminario della Cia, rivela che Israele ha da 10 a 20 bombe nucleari "pronte all’uso". Sarà costretto a dimettersi.

12 marzo 1976

Ad Haifa, s’incontrano Joseph Abul Khalil, capo delle operazioni della Falange cristiano- maronita inviato da Pierre Gemayel, e il primo ministro israeliano Yizchaq Rabin accompagnato dal ministro degli Esteri Yigal Allon. I tre concordano l’aiuto militare alla Falange libanese, bisognosa di armi e munizioni.

31 maggio 1976

In Libano, fanno il loro ingresso l2 mila uomini dell’esercito siriano, che occupano i punti chiave in appoggio ai falangisti cristiani.

22 giugno 1976

A Beirut (Libano), i falangisti cristiani iniziano un secondo assedio al campo profughi palestinese di Tall al Zaatar, che durerà 52 giorni, senza che le truppe siriane intervengano. Nel campo, situato nella zona industriale più densa del paese, erano insediati consigli popolari, un coordinamento militare e servizi sociali e sanitari. Il bilancio finale dell’ultimo assedio regista la cifra di 3 mila caduti, in massima parte civili, uomini, donne e bambini.

6 settembre 1976

L’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) è ammessa, all’interno della Lega araba, al diritto di voto.

dicembre 1976

A Damasco (Siria), a conclusione dei lavori del Consiglio centrale dell’Olp, è emesso un comunicato nel quale si afferma che l’obiettivo è quello della "liquidazione della presenza israeliana nei Territori occupati e del riconoscimento dei diritti nazionali del nostro popolo, principalmente il suo diritto al ritorno, all’autodeterminazione e all’instaurazione di uno Stato indipendente sul proprio suolo nazionale".

17 maggio 1977

A Tel Aviv, le elezioni politiche sono vinte dal Likud e diviene premier Menachem Begin.

29 giugno 1977

A Londra, il Consiglio europeo approva un documento nel quale chiede che i diritti nazionali dei palestinesi siano riconosciuti, e che essi siano associati ai negoziati in corso sul Medio oriente.

4 settembre 1977

E’ reso noto il ‘piano Sharon’ che prevede l’insediamento di milioni di ebrei "in brevissimo termine" in nuove colonie, all’interno dei territori occupati dopo la guerra del 1967; e in genere, il raddoppio della popolazione israeliana da 3 milioni e mezzo a "6 o 8 milioni di persone".

1 ottobre 1977

E’ emesso un comunicato congiunto russo - americano sulla "necessità del ritiro delle forze armate israeliane da territori occupati nel conflitto del 1967; necessità di risolvere la questione palestinese, nel pieno rispetto dei diritti legittimi del popolo palestinese…"

19 novembre 1977

A Tel Aviv, giunge in visita ufficiale il presidente egiziano Sadat.

4 gennaio 1978

A Londra, i servizi segreti israeliani uccidono Said Hamami, il primo rappresentante della Olp che ha incontrato pacifisti ebrei.

4 gennaio 1978

Ad Assuan, al termine di un incontro con il presidente egiziano Sadat, il presidente americano Jimmy Carter rilascia una dichiarazione nella quale afferma: "In primo luogo, la pace deve basarsi su normali relazioni fra le parti…In secondo luogo, è necessario un ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967, e un accordo su confini sicuri e riconosciuti…In terzo luogo, deve essere trovata una soluzione a tutti gli aspetti della questione palestinese. La soluzione deve riconoscere i diritti legittimi del popolo palestinese, e permettere ai palestinesi di partecipare alla costruzione del loro futuro".

1-7 marzo 1978

Truppe israeliane invadono con 28.000 uomini il territorio libanese, portandosi a pochi chilometri da Beirut ed occupano le postazioni palestinesi di Maroun al Raas, Khiam, Bint Jabeile, Ein Nakura facendo centinaia di morti e deportati. In Libano, vi sono attualmente dai 350 ai 400mila palestinesi, situati in 15 campi profughi.

7 marzo 1978

A Tel Aviv, un gruppo di 348 ufficiali e soldati della riserva, fra i quali ufficiali superiori e decorati al valor militare, invia al primo ministro Menachem Begin una lettera per invitarlo ad una politica di moderazione, finalizzata al raggiungimento della pace: "Ci sembra nostro dovere invitarLa a non compiere passi che potrebbero essere, per il nostro popolo ed il nostro paese, causa di rammarico per generazioni…Un governo che anteponesse la esistenza dello Stato di Israele entro i confini del Grande Israele a un’esistenza pacifica e a relazioni amichevoli con i nostri vicini susciterebbe in noi seri dubbi…sulla giustezza della nostra causa".

1 aprile 1978

A Tel Aviv, 40mila persone prendono parte alla manifestazione organizzata dal gruppo ‘Peace now’.

3 agosto 1978

A Parigi, i servizi segreti israeliani uccidono Izz al-Din Kalak, esponente moderato dell’Olp.

26 agosto 1978

A Ginevra, alla Conferenza dell’Onu sulla discriminazione razziale, 9 rappresentanti di paesi Cee fra cui quello italiano, si ritirano dalla seduta manifestando opposizione al testo conclusivo, presentato dai rappresentanti africani, in cui è assimilato il sionismo al razzismo e si denunciano le persecuzioni contro i palestinesi nei territori occupati da Israele.

2 settembre 1978

A Tel Aviv, alla vigilia della partenza di Menachem Begin, il movimento ‘Peace now’ organizza una manifestazione alla quale prendono parte almeno 100mila persone.

17 settembre 1978

A Washington, il presidente americano Carter, quello egiziano Sadat ed israeliano Begin firmano l’accordo che sancisce la pace fra Israele ed Egitto.

27 settembre 1978

A Tel Aviv, la Knesset approva gli accordi con l’Egitto con 84 voti a favore, 19 contrari e 17 astenuti.

21 ottobre 1978

Sono sospese le trattative di Washington fra Egitto e Israele, che non vuole cedere sui territori occupati. Di fatto, è il fallimento di Camp David.

18 dicembre 1978

A New York, l’Onu approva la risoluzione n.33/113 C che condanna la sistematica violazione dei diritti umani contro il popolo palestinese, perpetrata dal governo israeliano, con 97 voti a favore e 3 contrari (Usa, Israele e Guatemala).

22 gennaio 1979

A Beirut, agenti del Mossad uccidono con un’autobomba Alì Hassam Salameh, ritenuto il capo del commando palestinese che aveva diretto l’operazione contro gli atleti israeliani a Monaco di Baviera nel 1972. Con lui, muoiono anche le sue guardie del corpo.

3 marzo 1979

E’ siglato il trattato di pace fra Egitto ed Israele. La cerimonia solenne si svolgerà a Washington, alla presenza di Carter, che assiste alla firma del trattato da parte di Sadat e Begin.

marzo 1979

A Washington, il presidente Carter concede ad Israele, unica nazione al mondo, l’accesso alle informazioni fornite dal satellite spia KH-11.

5 aprile 1979

A Seyne-sur-mer (Francia), gli agenti del servizio segreto israeliano fanno esplodere il nucleo di un reattore nucleare che, tre giorni più tardi, sarebbe stato trasferito in Iraq.

29 aprile 1979

In Israele, viene approvata la pena di morte contro i ‘terroristi’, cioè gli arabi che si battono per ottenere il diritto di vivere nella loro terra.

6-7 maggio 1979

In Libano, bombardamenti israeliani diretti alle basi palestinesi provocano decine di morti fra i civili.

22 settembre 1979

Il satellite americano Vela, adibito al rilevamento delle esplosioni nucleari, registra un’esplosione nucleare nell’Oceano Indiano meridionale. Sarà successivamente confermato che si e trattato effettivamente dell’esplosione di una bomba atomica israelo- sudafricana.

27 ottobre 1979

A Stoccolma, il primo ministro israeliano Begin e il presidente egiziano Sadat sono insigniti del premio Nobel per la pace.

23 novembre 1979

A New York, l’Onu approva una risoluzione con la quale si riconosce il diritto al ritorno in Israele dei cittadini arabi espulsi, con 121 voti a favore e 3 contrari, Stati uniti, Israele e Australia.

14 dicembre 1979

A New York, l’Onu approva un’altra serie di risoluzioni a favore del popolo palestinese e del riconoscimento dei suoi diritti, con i soli voti contrari di Stati uniti ed Israele.

2 giugno 1980

In Cisgiordania, gli israeliani danno vita ad attentati terroristici nei quali restano feriti fra gli altri i sindaci arabi di Ramallah e Nablus.

13 giugno 1980

A Venezia, il Consiglio europeo stila un documento nel quale chiede che i palestinesi siano associati al processo di pace in Medio Oriente, che suscita critiche da parte americana ed israeliana. Un durissimo comunicato di Begin, che parla di "Ss dell’Olp", respinge la iniziativa europea di distensione.

30 giugno 1980

Il governo israeliano proclama Gerusalemme capitale. Il 23 luglio, è emanata la "Legge su Gerusalemme", dichiarata capitale "eterna ed indivisibile" dello stato di Israele.

7 luglio 1980

A Safra, in Libano, falangisti filo- israeliani procedono al massacro di cristiani facenti capo a Chamoun, mentre si bagnavano in una piscina. Circa le continue incursioni israeliane contro palestinesi e libanesi, che utilizzano forze aeree e di terra, Richard Allen afferma: "E’ diritto di Israele perseguire tenacemente obiettivi militari dell’Olp e agire contro i palestinesi".

6-7 aprile 1981

In Libano, scontri provocati da falangisti cristiani contro siriani e palestinesi causano centinaia di morti e feriti.

11 aprile 1981

A Damasco, si svolge il Consiglio nazionale palestinese, aperto per la prima volta alle rappresentanze straniere.

17 luglio 1981

A Beirut, l’aviazione israeliana bombarda alcuni edifici dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, provocando più di 300 morti e 800 feriti, quasi tutti civili.

24 luglio 1981

Tregua in Libano fra israeliani e palestinesi. Bombardamenti e rappresaglie hanno causato 400 morti e oltre 1.000 feriti.

3 agosto 1981

A Washington, rappresentanti israeliani, egiziani ed americani firmano il documento che istituisce l’Mfo.

6 agosto 1981

A Riad, il principe saudita Fahd presenta un piano di pace per il Medio Oriente che riconosce il diritto alla sicurezza per lo stato di Israele, il ritiro delle sue truppe dalla zona araba di Gerusalemme e la costituzione di uno stato palestinese con Gerusalemme est come capitale.

17 settembre 1981

A Sidone (Libano), un attentato dinamitardo contro la sede della Olp causa 30 morti.

1 ottobre 1981

A Beirut, una autobomba piazzata nel quartiere palestinese provoca 50 morti e più di 200 feriti.

8 ottobre 1981

A Roma, è ucciso, mediante un attentato dinamitardo, Majed Abu Sharan, ministro per l’informazione dell’Olp, che risiedeva sotto falso nome all’hotel Flora.

14 dicembre 1981

Israele si annette le alture del Golan siriano.

20 dicembre 1981

A Tel Aviv, il ministro della Difesa Ariel Sharon espone ai suoi colleghi l’operazione ‘Pini maggiore’ che prevede l’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano per una profondità di 40 chilometri.

18-25 marzo 1982

In una settimana di repressione nei territori palestinesi occupati, Israele ha deposto i sindaci di Nablus e Ramallah ed ucciso 6 palestinesi.

11 aprile 1982

A Gerusalemme, un terrorista israeliano spara all’impazzata sui mussulmani che pregano nella moschea di Al Aqsa, provocando una strage.

22 aprile 1982

A Beirut, il Consiglio palestinese decide il rispetto unilaterale del ‘cessate il fuoco’ violato dalle aggressioni israeliane, che in un solo giorno hanno causato 30 vittime ed un alto numero di feriti.

3 maggio 1982

In Palestina, soldati israeliani uccidono una studentessa palestinese davanti alla sua scuola e ne feriscono un’altra che morirà pochi giorni dopo. Undici sono le vittime palestinesi nelle ultime settimane di repressione.

4 giugno 1982

L’aviazione israeliana bombarda il Libano. Almeno 50 sono i morti nel bombardamento di Beirut, che ha colpito i quartieri popolari.

6 giugno 1982

Le forze armate israeliane, alle ore 11.00, varcano il confine con il Libano dando inizio all’operazione ‘Pace in Galilea’ (nuova denominazione dell’operazione ‘Pini maggiore’).

6 giugno 1982

A New York, il Consiglio di sicurezza dell’Onu vota la Risoluzione 509 che impone ad Israele il ritiro delle sue truppe sulle frontiere internazionali; ma è bloccata dal veto Usa. I Sette riuniti a Versailles, invece, si limitano a chiedere una tregua.

9 giugno 1982

L’aviazione israeliana distrugge le basi missilistiche siriane, mentre si completa l’accerchiamento di Beirut. Begin impone ai siriani l’abbandono della capitale e della protezione dei palestinesi che il presidente Assad accetterà affermando ‘questa non è la guerra della Siria’.

17 giugno 1982

A Roma, sono uccisi a poche ore di distanza l’uno dall’altro, da agenti del servizio segreto israeliano, Yussef Kamal Hussein, vice responsabile della rappresentanza dell’Olp in Italia, con un ordigno piazzato nella sua macchina; e il giornalista palestinese Nazeyk Matar, a revolverate.

21 giugno 1982

Alla Casa Bianca, è presentata l’intesa israelo- americana per il Libano, che prevede il ritiro delle truppe israeliane e l’evacuazione dei palestinesi, mentre sui campi profughi continuano i bombardamenti israeliani.

23 giugno 1982

A Tel Aviv, il servizio segreto israeliano (Mossad) in un suo documento annota che in Libano "gli ultimi giorni i cristiani hanno fermato ai loro posti di blocco circa 500 mussulmani, che hanno poi liquidato". I funzionari israeliani calcolano che, nei precedenti 6 anni, i cristiano- maroniti del Libano hanno acquistato armi da Israele per un importo di 118,5 milioni di dollari.

giugno 1982

A Yad Vashem (Israele), il dottor Shlomo Schmalzman inizia uno sciopero della fame per protestare contro l’uso strumentale che il primo ministro Menachem Begin fa dell’Olocausto per giustificare l’aggressione militare al Libano. Schmalzman è un reduce dei lager germanici.

6 luglio 1982

Il presidente americano Reagan appronta l’invio di marines americani per sorvegliare l’evacuazione dei palestinesi dal Libano.

18 luglio 1982

Menachem Begin propone la federazione fra Israele e la Giordania "per risolvere il problema palestinese".

1 agosto 1982

Incurante delle risoluzioni Onu, che ha rinnovato l’ordine a Israele di ritirarsi dal Libano, Israele bombarda Beirut per 14 ore consecutive.

21-31 agosto 1982

In Libano, si svolge l’operazione di evacuazione di 14.398 palestinesi, sotto la protezione della forza multinazionale, composta da militari americani, francesi, italiani e libanesi.

2 settembre 1982

Israele respinge una proposta americana di mediazione nel conflitto mediorientale, basata su una parziale autonomia dei territori palestinesi.

11 settembre 1982

A Beirut, inizia il ripiegamento della forza multinazionale.

14 settembre 1982

Cesare Pogliano, presidente della sezione italiana di Amnesty International, in occasione della conferenza annuale dell’organizzazione in corso a Rimini, parla con preoccupazione della situazione dei prigionieri palestinesi, "migliaia di persone prese prigioniere o ‘internate’, fra cui anche civili non combattenti. Lo status di prigionieri di guerra è stato riconosciuto ai soli siriani. I palestinesi invece sono in ‘detenzione amministrativa’ in base ad una legge israeliana del 1945 che consente la detenzione ‘per motivi di sicurezza’ per 6 mesi, rinnovabili praticamente all’infinito".

14 settembre 1982

A Beirut, l’agente siriano Habib Tanious Shartouni fa esplodere una bomba collocata in un appartamento attiguo a quello del comando della Falange, uccidendo decine di persone fra le quali il cristiano- maronita Beshir Gemayel.

15 settembre 1982

A Beirut ovest, penetrano le forze armate israeliane. Ariel Sharon incontra per una riunione i comandanti falangisti Fadi Frem, Khobeika ed altri per coordinare l’operazione contro i campi profughi palestinesi, con l’ordine di eliminare i "terroristi": "Non ne deve restare uno solo", dice Sharon. Le modalità per la loro individuazione saranno poi discusse in una riunione ancora più ristretta.

16 settembre 1982

A Beirut, il comandante falangista Khobeika si reca al comando israeliano. Alle ore 18.00, favorito dal lancio di proiettili illuminanti sparati dagli israeliani, Khobeika entra con 150 uomini nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatilla. Alle 18.50, gli israeliani intercettano una comunicazione fra Khobeika e alcuni suoi subordinati, che chiedevano cosa dovevano fare di una cinquantina di donne e bambini. La risposta: "Non me lo chiedere più. Lo sai cosa devi farne".

16-17 settembre 1982

Per più di 30 ore, i falangisti al comando di Khobeika massacrano sistematicamente, suddivisi in piccole squadre, i palestinesi all’interno dei campi profughi di Sabra e Shatilla, uomini, donne e bambini. Secondo i servizi segreti israeliani, ne furono uccisi fra 700 e 800 ma la cifra esatta, certamente più elevata (fonti arabe parlano di 2.500) non sarà mai accertata.

25 settembre 1982

A Tel Aviv, una manifestazione di protesta per il massacro di Sabra e Shatilla vede sfilare alcune decine di migliaia di persone.

28 settembre 1982

A Tel Aviv, sull’onda dello scandalo sollevato dal massacro di Sabra e Shatilla, il primo ministro israeliano Menachem Begin nomina una commissione d’inchiesta che dovrà accertare le responsabilità israeliane. La compongono il presidente della Corte suprema, Ytzhak Kahan, il giudice Aharon Barak e il generale di divisione della riserva Yona Efrat.

7 ottobre 1982

Nella zona fra Beirut e Damasco, iniziano gli attacchi dei cristiano maroniti, alleati di Israele, contro i drusi, la cui maggioranza segue il leader Walid Joumblatt. "Jerusalem Post" afferma che il governo israeliano, per le fortissime spese causate dalla guerra al Libano, chiederà a Washington aiuti per 3 miliardi di dollari.

22 novembre 1982

Il quotidiano israeliano "Maariv" scrive di aver appreso da fonti militari della ‘sparizione’ di 1.200 palestinesi ad opera dell’esercito libanese. Sotto accusa sono implicitamente i contingenti franco- italo- americani che hanno sostituito Israele nel controllo di Beirut ovest.

26 novembre 1982

Il consiglio della Olp discute il piano Reagan per la Palestina, concludendo che esso "non soddisfa i diritti nazionali inalienabili del popolo palestinese".

6 gennaio 1983

Il quotidiano italiano "Il Manifesto" pubblica la testimonianza del capitano Artzi, testimone a difesa nel processo celebrato a Tel Aviv a carico di 7 soldati israeliani accusati di brutalità e sevizie nei confronti dei palestinesi. Fra l’altro egli dichiara: "Non c’è niente di strano. Ogni militare che è stato in Cisgiordania può raccontare la stessa cosa. Tutti gli ufficiali lo sanno e tacciono. La polizia militare aveva l’ordine di usare la maniera forte per reprimere le proteste e operare arresti in massa tra i residenti, come rappresaglia per le manifestazioni anti- israeliane. Ci avevano detto di prenderne 150- 200 alla volta, non importa se fossero dimostranti o no, e di portarli in caserma per interrogarli". L’imputato più elevato nel grado, il maggiore dei paracadutisti David Morfaz allora vice governatore di Hebron, dichiara a sua volta che gli ordini di praticare sevizie venivano dall’alto, dal ministro della Difesa in persona, Ariel Sharon. Costui, rispondendo agli ufficiali che gli chiedevano come comportarsi con i prigionieri, secondo il testimone, avrebbe detto testualmente: ‘tagliategli i coglioni’.

5 febbraio 1983

A Beirut (Libano), un attentato mediante autobomba contro l’Istituto di ricerca palestinese provoca 18 morti. A Sidone in questi stessi giorni i falangisti scacciano i palestinesi e sequestrano le loro case, uccidendo nell’operazione 14 persone. Gli sfollati sono destinati al lager israeliano di Ansar dove sono internati almeno 10.000 palestinesi fra i quali diversi scampati dalla strage di Sabra e Shatilla.

8 febbraio 1983

A Tel Aviv, la Commissione d’inchiesta presieduta da Ytzhak Kahan pubblica le conclusioni, approvate all’unanimità, sul massacro di Sabra e Shatilla. Attribuisce "un certo grado di responsabilità" al primo ministro Menachem Begin; critica il ministro degli Esteri Shamir per non aver dato valore alle notizie pervenutegli il 17 settembre; accusa il ministro della Difesa Ariel Sharon di non aver "assolto i suoi doveri" e ne chiede le dimissioni. Sharon rifiuterà di dimettersi e Begin lo manterrà al governo in un ministero senza portafoglio.

10 febbraio 1983

A Gerusalemme, scoppia la protesta contro il ministro Sharon, violentemente repressa; 1 morto e 9 feriti sono il bilancio della giornata.

10 aprile 1983

A Lisbona, agenti del servizio segreto israeliano uccidono Issam Sartawi, esponente dell’Olp, favorevole al dialogo con la sinistra israeliana.

8 maggio 1983

Si conclude la missione Schultz in Medio Oriente.

17 maggio 1983

E’ firmato l’accordo di pace fra Libano ed Israele, che prevede il ritiro delle truppe di occupazione. Mosca accusa Israele di preparare un attacco preventivo contro la Siria.

4 giugno 1983

In Libano, forze palestinesi filosiriane, ribelli alla direzione di Arafat, attaccano una base dell’Olp nella valle della Bekaa.

26 luglio 1983

In Cisgiordania, gli israeliani compiono una strage all’università di Hebron, causando 3 morti e 30 feriti.

2 settembre 1983

In Israele diviene premier, in luogo di Menachem Begin, Ytzak Shamir. Anch’egli come Begin proviene dalle fila del terrorismo (Irgun e poi Lhi detto ‘banda Stern’)

23 ottobre 1983

A Beirut (Libano), un attacco suicida contro il contingente americano provoca più di 300 morti fra i marines.

9 dicembre 1983

In Libano, mentre l’Olp prepara l’esodo, Israele blocca il porto di Tripoli. L’Onu assicura che proteggerà i palestinesi con le proprie bandiere.

30 dicembre 1983

A Hebron, terroristi israeliani del gruppo Tnt (Terror against terror) collegato ai coloni, attaccano 2 moschee usando granate dello stesso tipo in dotazione dell’esercito; nell’assalto resta gravemente ferito anche un muezzin.

4 gennaio 1984

In Libano, un raid israeliano provoca 100 morti e 300 feriti.

9 gennaio 1984

Il presidente algerino, Chadli Bendjed, intraprende un tentativo di mediazione fra le anime dell’Olp, Al Fatah, Fronte popolare di Habbash, Fronte democratico di liberazione di Hawatmeth.

15 gennaio 1984

A Casablanca, il vertice islamico condanna il piano Reagan per il Medio Oriente.

6 febbraio 1984

Le armate di Gemayel si sfasciano sotto l’attacco druso e sciita. Il governo, privo di consenso, è dimissionario e i soldati rifiutano di continuare a combattere, mentre Beirut ovest è controllata oramai dalla sinistra libanese, appoggiata dall’Olp.

7 febbraio 1984

In Libano, con una decisione unilaterale, gli Stati uniti iniziano il reimbarco del proprio contingente militare, seguiti dagli inglesi; restano così isolati francesi ed italiani. La flotta americana continua a cannoneggiare i drusi mettendo a repentaglio anche il contingente italiano.

16 febbraio 1984

In Libano, Gemayel, sopraffatto dall’offensiva drusa e sciita, abroga l’accordo con Israele.

21 febbraio 1984

Israele bombarda il Libano per rappresaglia contro la revoca dell’intesa separata, ed annuncia altresì che se il trattato negoziato non riacquisterà validità, la occupazione del Libano diverrà permanente. Intanto, è iniziato il reimbarco del contingente italiano.

9 marzo 1984

Yasser Arafat, intervenendo alla radio giordana, conferma che nel corso del 1982 iniziarono trattative con gli Usa circa un reciproco riconoscimento fra Israele e una Palestina indipendente, interrotte dall’atteggiamento americano che pretendeva un riconoscimento unilaterale da parte dei palestinesi; subito dopo –afferma- gli Usa diedero via libera a Sharon per l’operazione cosiddetta ‘Pace in Galilea’.

18 marzo 1984

Mentre è in corso la ‘conferenza di riconciliazione del Libano’ a Losanna, gli israeliani bombardano Beirut e i campi di Sabra e Shatilla, luogo dell’eccidio del settembre 1982. La conferenza di Losanna termina il 20 marzo con un sostanziale nulla di fatto.

marzo 1984

A Nablus due coloni ebrei, per rappresaglia contro una sassaiola, entrano in un negozio e sparano, ferendo diverse persone ed uccidendo una ragazzina di 11 anni. Per il rabbino capo, l’uomo accusato dell’omicidio "non può essere considerato un assassino".

2 aprile 1984

A Gerusalemme, dopo un attentato palestinese che ha causato diversi feriti e la morte dell’attentatore, Israele inizia una brutale rappresaglia e chiude l’università palestinese di Bir Zeit.

12-13 aprile 1984

Nei pressi di Gaza, un commando di 4 giovani palestinesi sequestra un autobus carico di passeggeri. L’intervento dei militari israeliani e degli agenti dello Shin Bet provoca la morte di un passeggero e di due palestinesi, mentre gli altri due sono catturati. Un comunicato ufficiale del governo israeliano, viceversa, annuncia che tutti e quattro i giovani palestinesi sono stati uccisi, due nel corso dello scontro a fuoco e due in seguito alle gravi ferite riportate. In realtà, come ampiamente provato dalle foto scattate da un reporter, i due ragazzi catturati, rispettivamente di 17 e 18 anni, erano stati fatti salire su un furgone e portati in una località isolata dove gli agenti dello Shin Bet, in esecuzione degli ordini ricevuti, li avevano uccisi a colpi di pietra e sbarre di ferro in testa. Per l’episodio, a seguito di un’inchiesta che il governo era stato obbligato a condurre dopo la testimonianza del reporter, 4 alti funzionari dello Shin Bet furono obbligati a dimettersi mentre i 7 agenti assassini, fra i quali Ehud Yatom, furono graziati dal presidente della repubblica, Herzog.

4 maggio 1984

Yasser Arafat, in un’intervista a "Nouvel Observateur" si pronuncia esplicitamente per il reciproco riconoscimento fra due stati, palestinese ed israeliano, e per negoziati diretti sotto l’egida dell’Onu. Israele replica immediatamente che "l’Olp non è un partner per noi" accusandola di "terrorismo".

15 maggio 1984

In Libano, gli israeliani evacuano il campo profughi di Ain Helve presso Sidone, incendiando case e una scuola, provocando feriti e uccidendo una donna e un bambino. L’Olp lancia un drammatico appello mettendo sotto accusa l’indifferenza occidentale verso i crimini israeliani, mentre i campi profughi si mobilitano.

28 maggio 1984

Un comunicato della resistenza libano- palestinese afferma che negli ultimi 20 giorni sono stati compiuti 35 attentati contro le truppe di occupazione israeliane.

19 giugno 1984

A Nabatyeh (Libano), per rappresaglia contro un attentato palestinese, i soldati israeliani uccidono un bambino di 7 anni, Hassan Ali Kheil.

28 giugno 1984

Israele attacca con la consueta brutalità il campo profughi di Nahr El Bared, per rappresaglia contro l’attentato palestinese nel quale è rimasto ucciso un soldato israeliano.

9 settembre 1984

In Libano, gli israeliani attaccano la base palestinese di Bahamdoun.

20 settembre 1984

A Beirut, un attentato rivendicato dalla Jihad islamica attuato mediante una autobomba contro l’ambasciata americana, provoca 23 morti e 70 feriti.

13 ottobre 1984

Nella valle del Bekaa, viene ucciso Abdel Wahab Daher, vice comandante delle forze mercenarie filo- israeliane.

29-30 ottobre 1984

In Libano, esplode la rivolta nel campo di Al Ansar, repressa brutalmente dagli israeliani che fanno uso delle armi da fuoco contro i prigionieri ed operano 180 arresti nello stesso campo e in quello di Ain Helwe, presso Sidone.

1 ottobre 1985

A Hamman Beach presso Tunisi, come ritorsione per l’uccisione di 3 militari israeliani a Larnaka, il 25 settembre, l’aviazione israeliana compie un bombardamento contro il quartiere generale dell’Olp. Muoiono oltre 70 persone, ma Arafat ed il gruppo dirigente dell’Olp si salvano. Il ministro della Difesa israeliano, Yizchak Rabin, afferma in proposito che non deve esserci "in nessun luogo immunità per le basi ed i commandi dell’Olp" e che ogni paese che li ospita deve sapere di essere soggetto alle ritorsioni israeliane.

2 ottobre 1985

Mentre il presidente palestinese Yasser Arafat ribadisce la estraneità dell’Olp all’attentato di Larnaka, la Casa Bianca definisce il raid israeliano "un atto di legittima difesa contro il terrorismo". Il presidente tunisino Bourghiba convoca l’ambasciatore americano per esprimergli "rincrescimento e stupore" perché, ancora una volta, l’alleanza con Israele ha cancellato ogni altra esigenza politica.

7 ottobre 1985

Quattro militanti palestinesi sequestrano, in Egitto, la motonave ‘Achille Lauro’ che trasporta 243 italiani, 16 americani ed altri passeggeri austriaci, svizzeri, tedeschi e portoghesi. A Tunisi, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina prende le distanze dai dirottatori.

27 dicembre 1985

A Fiumicino (Roma), 4 palestinesi aprono il fuoco all’aeroporto Leonardo Da Vinci sui passeggeri israeliani in attesa di imbarco uccidendo 10 persone e ferendone 70. Anche 3 componenti del commando sono uccisi dagli agenti della sicurezza israeliani, mentre il quarto è tratto in arresto. I dirigenti dell’Olp condannano l’azione che è stata rivendicata dal gruppo dissidente di Abu Nidal.

28 dicembre 1985

In Siria, è siglato il ‘patto di Damasco’ che dovrebbe portare alla pacificazione del Libano, fra il leader druso Walid Jumblatt, il capo dei cristiano maroniti Elie Khobeika e quello delle milizie sciite Amal Nahib Berri. Ma la tregua non durerà a lungo.

29 gennaio 1986

Cacciabombardieri israeliani attaccano 3 basi di guerriglieri palestinesi filo- siriani presso Sidone. Scontri si sono accesi presso i campi di Sabra e Shatilla fra palestinesi e sciiti. Attentati insanguineranno il paese e specialmente Beirut nell’estate, per lo più attribuiti all’opposizione filo- siriana che ha chiesto le dimissioni di Gemayel; quest’ultima però li attribuisce agli esponenti cristiani filo- israeliani che hanno interesse a mettere sotto accusa la Siria.

20 maggio 1986

Milizie sciite di Amal attaccano i campi profughi palestinesi di Sabra e Shatilla e di Bur el Barajneh, provocando più di 30 morti negli scontri che seguono. Gli sciiti tentano di impedire che l’Olp riacquisti in Libano i punti di forza che aveva prima dell’invasione israeliana del 1982. La ‘battaglia dei campi’ produce un inaspettato riavvicinamento tra l’Olp e il presidente libanese Gemayel che promette il rientro dei profughi, cacciati dopo l’invasione israeliana. Il comandante dell’Olp, Wazir, commenta: "Adesso sarà assai più difficile cacciarci dai campi libanesi".

20 aprile 1987

Da Algeri, Yasser Arafat annuncia la pacificazione fra le componenti del Consiglio nazionale palestinese; solo il gruppo di Abu Nidal resta fuori dal Consiglio e dal governo in esilio.

7 settembre 1987

A Ginevra, Yasser Arafat reitera la proposta del riconoscimento dello stato israeliano sulla base delle risoluzioni nr.242 e 338 dell’Onu, in cambio del ritiro di Israele dai territori occupati e del riconoscimento dello stato palestinese. Il governo Shamir-Peres si schiera compatto sul rifiuto dell’offerta palestinese, definita "inaccettabile".

15 ottobre 1987

A New York, l’assemblea generale dell’Onu approva la risoluzione n.42/5 sui diritti dei palestinesi, con 153 voti favorevoli e 2 soli contrari, Stati uniti ed Israele.

2 dicembre 1987

A New York, l’assemblea generale dell’Onu approva la risoluzione con la quale si richiede ad Israele di abbandonare il progetto del trasferimento coatto dei profughi palestinesi dalla West Bank, con 145 voti a favore e 2 soli contrari, Stati uniti ed Israele.

8-9 dicembre 1987

In Palestina, ha inizio la prima sollevazione popolare contro Israele, l’Intifada. I militari israeliani rispondono sparando alle proteste per la loro presenza presso la moschea di Balata, uccidendo 4 giovani palestinesi e ferendone altri 20. Anche a Khan Junis i militari sparano ferendo 3 giovani. Subito iniziano manifestazioni e proteste in tutti i territori.

9-10 dicembre 1987

A Gaza, lo sceicco Yassin ed altri 5 militanti della Fratellanza musulmana, fondano ‘Hamas’ (Harakat al-muqawma-al-islamja, movimento della Resistenza islamica).

21 dicembre 1987

Lo sciopero generale indetto dalla Olp per solidarietà con l’Intifada blocca i Territori e le province israeliane, dove si astengono dal lavoro compatti gli arabi israeliani. L’esercito israeliano reagisce con la consueta brutalità, uccidendo altri 3 giovani, mentre destra e sinistra sono parimenti compatte nella Knesset sulla linea della repressione voluta dal ministro della Difesa, Rabin, e dal primo ministro Shamir. Secondo fonti palestinesi, i giovani uccisi a questa data sono già 21.

22 dicembre 1987

A New York, il Consiglio di sicurezza dell’Onu condanna duramente i metodi impiegati da Israele per reprimere l’Intifada.

16 aprile 1988

A Tunisi, un commando del Mossad, trasportato via mare da una corvetta lanciamissili israeliana, penetra nella residenza del vice di Arafat, Khalil al Wazir, dopo aver eliminato alcune sentinelle, e lo uccide dinanzi alla moglie ed ai figli in tenera età, obbligati ad assistere all’esecuzione.

31 luglio 1988

Ad Amman, re Hussein di Giordania annuncia che ha deciso di recidere i legami "amministrativi e legali" con la Cisgiordania.

15 novembre 1988

Ad Algeri, Yasser Arafat torna a rivendicare l’indipendenza della Palestina, la nascita di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme.

15 dicembre 1988

A Ginevra, Arafat dichiara che l’Olp rinuncia a compiere azioni armate contro Israele.

2 aprile 1989

A Tunisi, il consiglio centrale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), proclama Yasser Arafat presidente dello Stato di Palestina.

16 aprile 1989

Fuoco israeliano sui ragazzi dell’Intifada nella West Bank e a Gaza, in occasione dell’anniversario della morte di Abu Jihad, collaboratore di Arafat e ‘ideatore’ dell’Intifada. Il bilancio è di 6 morti e 100 feriti, per lo più ragazzi fra i 10 e i 15 anni.

22 maggio 1989

A Washington, il segretario di Stato americano James Backer dichiara: "Per Israele è venuto il momento di abbandonare una volta per tutte la visione irrealistica di un Grande Israele. Gli interessi israeliani in Cisgiordania e a Gaza –circa la sicurezza e le altre questioni- possono essere tutelati da un assetto basato sulla Risoluzione 242. Rinunciate alle annessioni: fermate la colonizzazione…Rivolgetevi ai palestinesi come a dei vicini i cui diritti politici meritano di essere riconosciuti".

6 dicembre 1989

Al Cairo, Egitto e Olp accettano come base per l’apertura di un negoziato il piano proposto dal segretario di Stato americano Baker. Il giorno seguente, anche Israele consente ad avviare la trattativa.

3 marzo 1990

A Gerusalemme, Ytzak Shamir, invitato nel corso di un’intervista a dire cosa dovrebbe fare l’Olp per divenire un interlocutore accettabile per Israele, risponde: "L’unica cosa che può fare è sciogliersi, perché la sua richiesta minima è uno Stato palestinese e uno Stato palestinese non può coesistere con Israele". E soffermandosi sul problema dell’emigrazione degli ebrei sovietici in Israele, afferma: "Il popolo ebraico deve concentrare tutti i suoi sforzi e tutte le sue capacità nell’assorbimento dell’immigrazione sovietica. Deve far venire qui e insediare il massimo numero degli ebrei sovietici entro la fine del secolo. Dobbiamo condizionare tutti gli altri problemi politici e sociali a questo dovere. Io propongo che tutti i leader di Israele si occupino esclusivamente dell’immigrazione sovietica".

8-21 ottobre 1990

L’esercito israeliano uccide, nel corso di varie manifestazioni, 20 palestinesi, ferendone centinaia. L’Onu, ancora una volta, esprime la sua condanna nei confronti del governo israeliano.

30 ottobre 1991

A Madrid, si svolge la conferenza sul Medio Oriente, presieduta dai presidenti americano, George Bush, e sovietico, Michail Gorbaciov, alla quale partecipano delegati di Israele, Siria, Libano, Egitto e una delegazione giordano- palestinese.

23 giugno 1992

A Tel Aviv, si svolgono le elezioni politiche che vedono la vittoria dei laburisti e la nomina a primo ministro di Yizchaq Rabin.

4 dicembre 1992

A Londra, si svolge un incontro fra Yair Hirschfeld, docente all’università di Haifa, e Suleiman Ahmed Qurai (Abu Ala), dirigente dell’Olp, addetto alla struttura finanziaria dell’organizzazione. L’incontro è stato patrocinato dal norvegese Terje Rod Larsen e da Mona Juul, rispettivamente direttore dell’Istituto norvegese di scienze sociali applicate e alto funzionario del ministero degli Esteri.

19 gennaio 1993

A Tel Aviv, la Knesset revoca il divieto per gli israeliani di stabilire contatti con l’Olp.

20 gennaio 1993

Ad Oslo, si svolge un secondo incontro fra Yair Hirschfeld, accompagnato questa volta dallo storico Ron Pundak, e Suleiman Ahmed Qurai che si accordano su tre punti: "il ritiro israeliano da Gaza, il graduale trasferimento del potere economico ai palestinesi…e assistenza economica internazionale alla nascente entità palestinese a Gaza".

9 settembre 1993

Yasser Arafat riconosce, in una lettera ufficiale, "il diritto dello Stato di Israele ad esistere in pace e sicurezza".

10 settembre 1993

A Tel Aviv, il primo ministro israeliano Rabin riconosce, a sua volta, l’Olp "quale rappresentante del popolo palestinese".

13 settembre 1993

A Washington, Peres, per Israele, e Abbas per i palestinesi, firmano alla presenza del presidente americano Clinton la Dichiarazione di principi.

dicembre 1993

A conclusione della prima Intifada, si calcola che le forze di sicurezza israeliane abbiano ucciso almeno 1.095 palestinesi, ai quali si aggiungono altri 48 uccisi da civili israeliani. Fra le vittime, 51 avevano 12 anni o meno, 146 un’età compresa fra i 13 e i 16 anni.

4 maggio 1994

Al Cairo, il primo ministro israeliano Rabin e il leader palestinese Arafat firmano lo "Accordo sulla striscia di Gaza e l’area di Gerico", alla presenza di rappresentanti americani, russi ed egiziani in veste di testimoni. Israele ha ottenuto ciò che voleva: il monopolio dei controlli alle frontiere e addirittura sui passaggi fra Gaza e Gerico, la facoltà dell’esercito di esercitare la vigilanza intorno alle colonie ebraiche e sulle strade di collegamento fra i Territori ed Israele, inclusa la possibilità di ricercare ed arrestare coloro che a propria discrezione considera potenziali aggressori. Abdel Rezaq, dirigente di Al Fatah, afferma: "A cinque mesi dagli accordi di Washington, la gente sente che nulla è cambiato".

13 –19 maggio 1994

L’esercito israeliano si ritira da Gaza.

26 ottobre 1994

E’ firmato il Trattato di pace giordano- israeliano dai primi ministri Abd al Salam al Majali e Rabin, alla presenza di re Hussein, del presidente americano Clinton e del ministro degli Esteri russo Andrej Kozyrov.

1 febbraio 1995

La Commissione dell’Onu per i diritti umani riunita a Ginevra afferma in un documento la "insostenibilità" della situazione per i palestinesi nei Territori occupati, per l’allargamento degli insediamenti coloniali decisi dal governo Rabin e la violazione dei diritti umani. Il documento aggiunge che la comunità internazionale "deve cessare di credere che l’occupazione di un territorio da parte di un esercito straniero possa essere compatibile con il rispetto dei diritti degli individui".

3 febbraio 1995

Nel primo venerdì del Ramadan, Gerusalemme è resa inaccessibile ai palestinesi, mentre l’esercito israeliano protegge la costruzione delle nuove colonie ed i prigionieri politici restano incarcerati, in palese violazione degli accordi recentemente sottoscritti.

16-17 aprile 1995

In occasione della Pasqua ebraica, il governo Rabin decreta la chiusura della striscia di Gaza, mentre Gerusalemme è già stata blindata. A Hebron, i soldati uccidono 3 militanti di Hamas.

28 settembre 1995

A Washington, Rabin, Peres e Arafat firmano in via provvisoria, alla presenza di Clinton, lo "Accordo ad interim israeliano – palestinese sulla Cisgiordania e la striscia di Gaza".

4 novembre 1995

A Tel Aviv, al termine di una manifestazione pacifista alla quale partecipano almeno 100mila persone, Ygal Amir uccide con tre colpi di pistola il primo ministro Yizchaq Rabin.

20 gennaio 1996

Si svolgono le elezioni nei territori sotto il controllo delle autorità palestinesi, che vedono la vittoria di Yasser Arafat, eletto Rais; mentre l’opposizione ottiene un terzo dei seggi. Il movimento politico Hamas, pur contrario alle elezioni, ha fatto circolare una lista di candidati ritenuti maggiormente affidabili. L’ex negoziatore di Oslo, Abu Mazen, dichiara: "Questo Consiglio proclamerà l’indipendenza dello Stato palestinese nel corso del suo mandato", che è di 3 anni.

2 aprile 1996

Il governo israeliano non rimetterà in libertà provvisoria Mordechai Vanunu. E’ quanto comunica il ministro della Giustizia David Libai ad una commissione internazionale di scienziati ed intellettuali giunti a Gerusalemme per chiedere il suo rilascio.

11 aprile 1996

Israele, in risposta ad alcuni attacchi condotti dagli Hezbollah sciiti, lancia contro il territorio libanese l’operazione ‘Furore’ con bombardamenti indiscriminati che colpiscono la valle di Bekaa, il campo profughi palestinese Al Bidawi e la capitale Beirut, provocando l’esodo di 400 mila profughi.

13 aprile 1996

Il leader degli Hezbollah libanesi, Hassan Nasrallah, in un drammatico appello televisivo, ordina la mobilitazione delle forze e delle ‘brigate suicide’, mentre si mobilitano i gruppi palestinesi Jihad e Hamas: "Il nemico criminale sta massacrando i nostri fratelli libanesi, immobili sulle montagne e nei villaggi".

18 aprile 1996

Israele bombarda Cana, provocando oltre 100 morti e altrettanti feriti, quasi tutti donne e bambini. Il portavoce dell’Unifil di Tiro, Hassan Siqhlawi, smentendo il governo israeliano che ha parlato di "tragico errore", lascia chiaramente capire che si è trattato di una rappresaglia: "Alle 2,10 –dice il funzionario dell’Onu ai giornalisti- è stato sparato un proiettile di katiuscia verso Israele da un punto 500 metri dalla base; un secondo dopo, senza preavviso, l’artiglieria israeliana ha aperto il fuoco contro la nostra postazione a Cana".

29 maggio 1996

A Tel Aviv, le elezioni politiche vedono la vittoria del Likud e l’elezione a primo ministro di Benjamin Netanyahu.

24 settembre 1996

A Gerusalemme, per ordine del premier israeliano Netanyahu, è aperto uno sbocco nel quartiere arabo per consentire l’accesso ad un tunnel archeologico che corre parallelo al Muro occidentale, come volontà di ebraicizzare tutta Gerusalemme. Il gesto provoca la sommossa dei palestinesi che divampa per 3 giorni con un bilancio di oltre 70 morti fra gli arabi, centinaia di feriti e 15 morti fra gli israeliani.

1 gennaio 1997

A Hebron, un israeliano spara fra i banchi del mercato, ferendo gravemente 8 palestinesi.

15 gennaio 1997

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e quello palestinese, Yasser Arafat, raggiungono un accordo in base al quale le truppe israeliane si ritireranno gradualmente dalla città di Hebron in Cisgiordania.

23 febbraio 1997

A Bruxelles, l’Unione europea e l’Autorità nazionale palestinese concludono un accordo relativo a questioni di natura politica ed economica.

9 maggio 1997

A New York, il Comitato permanente dell’Onu contro la tortura invita Israele a "cessare immediatamente" gli interrogatori dei prigionieri palestinesi mediante la tortura.

25 giugno 1997

A Gerusalemme, il Parlamento approva la legge che prevede l’annessione delle colonie ebraiche presenti in Cisgiordania e Gaza. Queste ammontano ad oltre 160, costruite a partire dal 1967 e occupano il 30% dei territori palestinesi.

30 agosto 1997

A Basilea, a conclusione dei lavori del Congresso sionista mondiale - che celebra il centesimo anniversario del suo primo congresso, convocato da Theodor Herzl ‘per trovare una soluzione alla questione ebraica’- un gruppo di intellettuali pubblica un manifesto nel quale si afferma: "Sionismo significa negazione di diritti dei palestinesi, che continuano ad essere discriminati e perseguitati".

27 settembre 1997

A Tel Aviv, nel corso di un processo che lo vede imputato per l’omicidio di una turista britannica e il ferimento di una sua compagna nel deserto di Arava, Danny Okev rivela di aver fatto parte negli anni Settanta di un corpo speciale dell’esercito israeliano denominato Rimon, agli ordini di Ariel Sharon, impiegato a Gaza per la eliminazione fisica dei militanti palestinesi, attuata da militari travestiti da arabi, nello stile degli ‘squadroni della morte’.

2 ottobre 1997

In un’intervista alla "Nbc", il segretario di Stato americano Madeleine Albright afferma per la prima volta che le colonie ebraiche insediate nei Territori palestinesi sono considerate "legali" dal governo americano.

10 novembre 1997

Sono stabilite relazioni diplomatiche fra il Vaticano e la Palestina.

29 aprile 1998

A Tel Aviv, il leader israeliano Benjamin Netanyahu rifiuta di ritirare le truppe dalla Cisgiordania, violando così gli accordi stabiliti.

10 giugno 1998

Un centinaio di pacifisti e attivisti dei diritti umani provenienti da ogni parte del mondo sono percossi e trascinati via dalla polizia israeliana, mentre effettuano un sit-in di protesta di fronte alle case arabe recentemente occupate a Silwan, Gerusalemme, da parte dei coloni ebrei.

17 giugno 1998

Il governo israeliano approva un piano che prevede l’incorporazione di nuove zone, ritenute necessarie per la creazione della ‘Grande Gerusalemme’. In questi stessi giorni, il premier Netanyahu ha informato il segretario generale dell’Onu Kofi Annan che non riceverà il suo inviato, incaricato di accertare la situazione creatasi ad Abu Ghneim, a sud di Gerusalemme, dove dal 18 marzo gli israeliani stanno costruendo una nuova colonia ebraica di 6.500 appartamenti su 156 ettari di terre confiscate ai palestinesi.

7 luglio 1998

La Palestina, grazie alla mediazione della Giordania, ottiene un seggio all’Onu, con funzioni peraltro assai limitate.

23 ottobre 1998

A Washington, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e quello palestinese, Yasser Arafat, firmano l’accordo che prevede il ritiro delle truppe israeliane dal 13 per cento del territorio della Cisgiordania.

10 dicembre 1998

Il Consiglio nazionale palestinese sopprime dalla carta dell’Olp l’articolo che parla della distruzione dello stato di Israele.

17 maggio 1999

Nelle elezioni politiche in Israele vince il Partito laburista e diviene così primo ministro Ehud Barak. Questo governo autorizzerà 6.045 nuove costruzioni per i coloni nei territori occupati, superando tutti i precedenti governi.

4 settembre 1999

Al Cairo, il premier israeliano Ehud Barak e quello palestinese, Yasser Arafat, firmano gli accordi che prevedono il ritiro in tre tappe dell’esercito israeliano dalla Cisgiordania.

6 settembre 1999

L’Alta corte di giustizia israeliana emette una sentenza con la quale chiede che i servizi di sicurezza rinuncino all’uso della tortura come metodo di interrogatorio. Dal 1987, la tortura in Israele era legale, anzi nel 1994 un sottocomitato ministeriale aveva autorizzato l’uso di "crescenti pressioni fisiche" sugli arrestati e la stessa Alta corte di giustizia aveva ritenuto legittimo l’impiego di questi metodi per combattere il ‘terrorismo’. Il Likud ha ora presentato una legge che consente l’uso della tortura almeno in determinate circostanze.

24 maggio 2000

E’ completato il ritiro delle truppe israeliane dal Libano, dopo 22 anni di occupazione costata la vita a 1547 soldati ebrei e a migliaia di civili.

28 settembre 2000

Ariel Sharon, d’accordo con il governo israeliano, effettua una ‘passeggiata’ sulla Spianata delle Moschee, a Gerusalemme. I palestinesi danno vita alla seconda Intifada.

29 settembre 2000

A Gerusalemme, sono proseguiti gli scontri fra palestinesi e militari israeliani, dopo che nella giornata di ieri 4 arabi sono stati uccisi nella Spianata delle moschee, sempre nel corso di incidenti; 5 morti e centinaia di feriti sono il bilancio di questa seconda giornata di scontro.

7 ottobre 2000

A New York, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite vota "la condanna all’uso eccessivo della forza contro i palestinesi" da parte israeliana.

9 ottobre 2000

A Tel Aviv, è scaduto alle ore 22.00 l’ultimatum lanciato dal premier israeliano Ehud Barak ad Yasser Arafat per la cessazione delle proteste dei palestinesi dopo l’eccidio della Spianata delle moschee. Anche nella giornata odierna, intanto, ci sono stati 5 morti fra i dimostranti palestinesi.

12 ottobre 2000

A Ramallah (Cisgiordania), 2 soldati israeliani in borghese, arrestati dalla polizia palestinese nelle vie della città, sono linciati dalla folla che occupa il commissariato, inferocita per l’uccisione di un bambino con il padre da parte dei soldati israeliani, il 9 ottobre. Per rappresaglia elicotteri israeliani lanciano missili sulla città, su Gaza e altre località della Palestina provocando, secondo fonti palestinesi, 4 morti e 16 feriti.

19 ottobre 2000

La Commissione Onu per i diritti umani, a Ginevra, approva (19 voti a favore, 16 contrari e 17 astenuti) una dura risoluzione di condanna per le "diffuse, sistematiche e grossolane violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di occupazione israeliane", per i "crimini di guerra e flagranti violazioni delle leggi internazionali umanitarie e crimini contro l’umanità". La risoluzione, che chiede anche l’istituzione di una commissione di inchiesta per verificare le responsabilità dei massacri, passa col sostegno dei paesi arabo – islamici, di Cuba e della Cina; i paesi della Ue tentano invano fino all’ultimo di ammorbidire il tenore della condanna e poi votano contro, in compagnia di Usa, Canada e Giappone.

21 ottobre 2000

A New York, l’Assemblea generale delle Nazioni unite approva a maggioranza una risoluzione di condanna di Israele per uso eccessivo della forza contro la popolazione civile palestinese e definisce illegali gli insediamenti israeliani nei territori occupati. L’Unione europea non è unanime nell’appoggio alla risoluzione: infatti si astengono Italia, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Danimarca e Svezia.

9 novembre 2000

A Gerusalemme, con un lancio di missili da un elicottero, gli israeliani uccidono Hussein Abayat, uno dei capi dei Tanzim, la milizia di Al Fatah.

6 febbraio 2001

In Israele, si svolgono le elezioni politiche che vedono la vittoria del Likud e la nomina a primo ministro di Ariel Sharon.

Occupazione e resistenza dopo l’11 settembre 2001

11-15 settembre 2001

In alcuni centri palestinesi la popolazione manifesta per le strade il suo giubilo per l’azione bellica compiuta da combattenti mussulmani contro gli Stati uniti, ritenuti i protettori di Israele. Ma la contentezza dura poco. Il 12 a Jenin, i mezzi corazzati israeliani entrano nella città ed aprono il fuoco uccidendo 12 palestinesi, fra cui una bimba di 8 anni, e ferendone 30. Il 15, l’esercito israeliano con elicotteri da combattimento ‘Apache’ e mezzi corazzati attacca Gaza distruggendo il quartier generale del servizio segreto palestinese, caserme e stazioni di polizia. Fra gli uccisi, un ragazzo di 14 anni.

16 settembre 2001

Fra le voci che si levano a denunciare i piani criminosi di Sharon, vi è quella di Hanan Ashrawi, portavoce della Lega araba e parlamentare palestinese, che in un’intervista ad un quotidiano italiano afferma: "E’ un massacro. Da quando c’è stato l’attacco contro le Torri gemelle di New York, Sharon ha invaso prima la Cisgiordania e ora Gaza. L’obiettivo è lo stesso: uccidere e distruggere il più possibile, mentre l’attenzione del mondo è altrove, mentre può far credere al mondo che ogni massacro di palestinesi innocenti è una legittima operazione contro il terrorismo".

27-28 settembre 2001

A Gaza, l’esercito israeliano, senza alcuna motivazione, apre il fuoco sui palestinesi, uccidendone 5 e ferendone 36. Il giorno seguente, a Gerusalemme, 7 morti e 30 feriti sono il bilancio della repressione compiuta dai militari israeliani in un solo giorno nel territorio della Palestina. Perfino il Dipartimento di stato americano si vede costretto a rilasciare una dichiarazione di condanna dell’azione israeliana: "Chiediamo ad Israele di astenersi da azioni provocatorie". In un anno, la repressione israeliana della seconda Intifada ha provocato la morte di 827 palestinesi, moltissimi dei quali adolescenti.

2 ottobre 2001

A Washington, il presidente americano George Bush dichiara ai giornalisti: "L’idea di uno Stato palestinese ha sempre fatto parte della visione americana del futuro del Medio Oriente. A condizione che sia rispettato il diritto di esistere dello Stato di Israele". La dichiarazione provoca la reazione di Ariel Sharon che dichiara: "Nella guerra contro il terrorismo, l’America vuole ottenere il sostegno degli arabi a spese di Israele come l’Europa sacrificò la Cecoslovacchia ai nazisti". Ma il giorno seguente il contrasto si ricompone, dopo una telefonata fra il segretario di Stato americano Colin Powell e il premier israeliano Ariel Sharon.

7 ottobre 2001

Dopo l’attacco americano all’Afghanistan, Osama Bin Laden, nel messaggio registrato trasmesso dalla televisione del Qatar Al Jazeera, dopo aver ricordato l’aggressione israeliana contro i palestinesi, dichiara: "Giuro su Allah che né l’America, né coloro che vivono in America avranno la sicurezza fino a quando non l’avrà concretamente la Palestina e fino a quando tutti gli eserciti infedeli non usciranno dalla terra del profeta Mohammad".

8 ottobre 2001

A Gaza, la polizia palestinese apre il fuoco sui concittadini che manifestano contro i bombardamenti in Afghanistan e a favore di Osama Bin Laden, uccidendo 3 persone e ferendone 39. Fra i morti, un ragazzo di soli 13 anni. L’ordine di aprire il fuoco per impedire a tutti i costi manifestazioni anti- americane è stato impartito personalmente da Yasser Arafat. Nella serata, saranno gli israeliani ad uccidere, a loro volta, altri 2 palestinesi.

14 ottobre 2001

In Cisgiordania, tiratori scelti dell’esercito israeliano assassinano sul terrazzo della sua abitazione Abdel Rahaman Hamad, ritenuto uno dei capi di Hamas.

17 ottobre 2001

A Gerusalemme, militanti del Fronte per la liberazione della Palestina giustiziano con 2 colpi di pistola, all’interno dell’albergo nel quale alloggiava, l’ex ministro del Turismo israeliano, Rehavam Zeevi, che si era dimesso dal governo Sharon per protestare contro il ritiro dei carri armati da Hebron. L’azione risponde all’assassinio del segretario generale del Fronte, compiuto dai militari israeliani con il lancio di un missile sparato da un elicottero, all’interno del suo ufficio.

18-20 ottobre 2001

Si scatena preannunciata e puntuale la rappresaglia israeliana per l’uccisione del ministro Zeevi. I carri armati sono penetrati a Betlemme aprendo il fuoco contro una scuola. Bilancio: una scolaretta di 10 anni uccisa, altre 9 ferite. E’ poi colpita con missili un’auto sulla quale viaggiava con due compagni Atef Abayat, dirigente dell’organizzazione di Arafat. Uccisi anche due poliziotti palestinesi. Il giorno seguente, a Betlemme, i carri armati israeliani aprono il fuoco uccidendo 15 palestinesi e ferendone oltre 40. Fra i morti, un bambino di 13 anni. Un portavoce del governo Sharon dichiara: "Abbiamo eliminato o catturato una ventina di terroristi, continueremo queste incursioni fino al raggiungimento dell’obiettivo prefissato, cioè l’arresto degli autori dell’omicidio del ministro Zeevi e lo smantellamento delle organizzazioni terroristiche".

21 ottobre 2001

Mentre continua l’azione militare israeliana nei territori occupati con l’uccisione di altri 4 palestinesi- altri 3 nella giornata successiva- Yasser Arafat pone fuori legge il Fronte per la liberazione della Palestina, ma rifiuta di consegnare i militanti dell’organizzazione arrestati alle autorità israeliane, come preteso da Ariel Sharon.

24 ottobre 2001

A Ramallah, l’esercito israeliano occupa il sobborgo di Beit Rima aprendo il fuoco e uccidendo almeno 10 civili e ferendone altre decine. In altre località dei territori sotto la giurisdizione dell’Autorità nazionale palestinese, i militari israeliani uccidono altri civili. Sale così a 15 il bilancio di una notte di sangue.

1 novembre 2001

Un elicottero israeliano uccide nei pressi di Tulkarem, con un missile, 2 dirigenti di Hamas che si trovano nella loro auto. Hamas aveva accettato la tregua chiesta da Arafat; l’assassinio di due suoi militanti la obbliga, ora, a riprendere la lotta armata.

6 novembre 2001

Il primo ministro israeliano Ariel Sharon dichiara che è sua intenzione far giungere in Israele "almeno un milione di nuovi coloni". A Nablus (Cisgiordania), i militari israeliani aprono il fuoco contro un gruppo di palestinesi uccidendone 5, mentre resta ucciso anche un ufficiale israeliano. A Jenin, 2 militanti di Al Fatah sono uccisi da un missile sparato dagli israeliani contro la vettura sulla quale viaggiavano.

19 novembre 2001

A Bruxelles, il Tribunale invia ad Ariel Sharon, premier israeliano, un mandato di comparizione per via diplomatica che fissa alla data del 28 novembre il suo interrogatorio, come atto preliminare per decidere circa la sua incriminazione per "crimini di guerra e contro l’umanità" relativamente al massacro nei campi profughi di Sabra e Shatilla, avvenuto il 17 settembre 1982.

23 novembre 2001

A Nablus, 2 elicotteri israeliani colpiscono con una raffica di missili l’auto sulla quale viaggiavano Mahmud Abu Hanud, leader militare di Hamas, e due suoi compagni uccidendoli sul colpo. A Gaza, 3 palestinesi sono uccisi dai militari israeliani nel corso di manifestazioni seguite alla morte, a causa di una mina israeliana, di 5 ragazzi il giorno precedente. Due militanti di Al Fatah sono infine uccisi da un elicottero nell’ambito della tattica degli ‘omicidi mirati’, mentre un ragazzo viene ucciso nel corso di ulteriori proteste palestinesi.

24 novembre 2001

A Gaza, 5 colpi di mortaio sparati dai palestinesi uccidono un israeliano e ne feriscono altri 2. E’ la prima risposta all’assassinio del responsabile militare di Hamas, compiuto dai militari israeliani il 23 novembre. Il portavoce del premier israeliano Ariel Sharon, intanto, rivendica apertamente l’omicidio di Mahmud Abu Hanud, affermando: "E’ stato uno dei nostri più importanti successi nella lotta al terrorismo".

25 novembre 2001

A Betlemme, i militari israeliani uccidono un ragazzo di 13 anni e ne feriscono un secondo di 11, nel corso di una manifestazione di protesta palestinese. Il governo israeliano annuncia la cattura di 15 palestinesi che sarebbero stati addestrati al ‘terrorismo’ dal regime di Saddam Hussein.

29 novembre 2001

Record di morti in una sola giornata a causa di un attentato contro un autobus israeliano da parte di un kamikaze palestinese, che ha provocato 4 morti; mentre i militari ebrei hanno ucciso 2 palestinesi che non si erano fermati a un posto di blocco e un soldato israeliano è stato ucciso in agguato. Secondo l’agenzia "France Press", sarebbero 1005 i morti, per la gran parte palestinesi, dall’inizio della seconda Intifada, dei quali 160 bambini e adolescenti.

1-2 dicembre 2001

A Gerusalemme, due kamikaze palestinesi e una autobomba in pieno centro provocano almeno 10 morti e 150 feriti. Ad Haifa, il giorno seguente, un altro attentatore suicida palestinese si fa esplodere insieme alla bomba che trasportava su un autobus, provocando la morte di 16 persone e il ferimento di altre 40. Continua in questo modo la rappresaglia di Hamas dopo l’assassinio del responsabile militare dell’organizzazione. Il responsabile dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshal, dichiara: "Abbiamo i mezzi per resistere e offrire martiri per altri 20 anni…Il nostro obiettivo è quello di rendere il costo dell’occupazione dei Territori palestinesi troppo caro per l’occupante".

3 dicembre 2001

A Gaza, elicotteri da combattimento israeliani attaccano il quartiere generale di Yasser Arafat, distruggendo 2 elicotteri in uso del presidente dell’Autorità nazionale palestinese. Attacchi israeliani anche su Jenin e Betlemme. Un bilancio provvisorio parla di decine di vittime. Il primo ministro israeliano Sharon, in un discorso alla nazione, accusa Arafat di essere il responsabile primo degli attacchi ‘terroristici’ contro Israele. Gli fa eco da Washington il presidente George Bush affermando che "lo Stato di Israele ha tutto il diritto di difendersi e Arafat ha il dovere di catturare e consegnare i terroristi" ed appoggiando così l’azione di rappresaglia israeliana contro i Territori palestinesi.

4 dicembre 2001

L’esercito israeliano prosegue nella sua rappresaglia contro i palestinesi. Sessanta scolari rimangono feriti per le bombe a Gaza, sganciate dagli F-16 contro il quartiere generale dei servizi di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese, mentre altri palestinesi sono stati uccisi, fra questi un ragazzo di 14 anni. Intanto, a Washington, il presidente Bush ordina il sequestro dei beni finanziari riconducibili all’organizzazione palestinese Hamas.

5-7 dicembre 2001

A Gaza, la polizia palestinese, su ordine di Yasser Arafat, arresta lo sceicco Ahmed Yassin, leader di Hamas, nonostante la reazione armata della popolazione della zona. La popolazione si scontra con la polizia palestinese nel tentativo di difendere gli uomini di Hamas arrestati per ordine di Arafat. Un uomo muore colpito dal fuoco dei poliziotti. A Gaza, elicotteri israeliani distruggono la sede centrale della polizia palestinese.

10 dicembre 2001

A Hebron, nel tentativo di assassinare un esponente della Jihad islamica, due elicotteri Apache israeliani lanciano 3 missili che, invece, uccidono 2 bambini palestinesi di 3 e 13 anni di età.

12 dicembre 2001

In Cisgiordania, 3 militanti palestinesi attaccano un autobus che trasporta coloni ebrei, provocando almeno 10 morti.

13 dicembre 2001

Con bombardamenti e l’entrata dei mezzi corazzati a Ramallah, il governo israeliano risponde all’attentato che ha ucciso, il giorno prima, 10 cittadini israeliani. I militari provvedono a distruggere con i bulldozer la sede della radio e della televisione palestinese. Il primo ministro Sharon, da parte sua, afferma: "Per quanto ci riguarda, Arafat è diventato irrilevante. Non avremo più contatti con lui, dal nostro punto di vista non esiste più". Il giorno successivo, prosegue su tutto il territorio palestinese la repressione israeliana che provoca altri 8 morti.

15 dicembre 2001

A Beit Hanun, gli israeliani aprono il fuoco contro una folla di bambini che ha accolto a colpi di pietre i carri armati venuti ad occupare il loro villaggio alla ricerca di presunti ‘terroristi’: 4 i bambini morti, oltre 75 i feriti.

16 dicembre 2001

A Ramallah, Yasser Arafat pronuncia un discorso televisivo nel quale afferma che l’Autorità nazionale palestinese fermerà la violenza e gli attentati ad ogni costo, anche dinanzi ai comportamenti ingiusti di Israele. Intanto, la polizia palestinese chiude 32 sedi di organizzazioni palestinesi ritenute contrarie alla tregua con Israele.

17 dicembre 2001

A Gaza, i militari israeliani uccidono un bambino palestinese di 12 anni. A Nablus, ammazzano 2 poliziotti palestinesi. A Hebron una squadra speciale assassina un dirigente di Hamas. Hamas, intanto, respinge la proposta di Arafat di non reagire agli attacchi israeliani, dichiarando che proseguirà nella sua lotta contro l’oppressore.

21 dicembre 2001

A Gaza, la polizia palestinese apre il fuoco sui suoi connazionali che manifestano per le strade, uccidendone 6 e ferendone almeno 70. Il governo israeliano, intanto, vieta a Yasser Arafat di recarsi a Betlemme per partecipare alla messa di Natale con la motivazione che "l’Autorità palestinese non sta agendo per smantellare la rete terroristica palestinese ed impedire attentati contro Israele".

26 dicembre 2001

A Gerusalemme, i responsabili della scuola ‘Orof’, dove alcuni giorni fa un insegnante ha bruciato dinanzi ai suoi allievi la copia del Vangelo, spiegano che il gesto va inteso come un insegnamento ai ragazzi a respingere il proselitismo cattolico in Israele che, se rivolto ai minori, costituisce reato perseguito a norma di legge.

31 dicembre 2001

A questa data, i coloni ebrei nei Territori sono circa 208.000.

2 gennaio 2002

A Gerusalemme, il quotidiano israeliano "Maariv" pubblica la documentazione relativa al crimine commesso da Ehud Yatom, nella notte fra il 12 e il 13 aprile 1984 quando, con altri agenti dello Shin Bet, uccise due ragazzi palestinesi di 17 e 18 anni a colpi di pietra e sbarre di ferro in testa (vedi nota 12-13 aprile 1984). Il primo ministro Ariel Sharon aveva deciso di nominare Ehud Yatom capo dei consiglieri governativi per l’antiterrorismo ma l’Alta Corte, interessata dal capo dell’opposizione Yossi Sarid, ha bloccato la nomina asserendo che Yatom, allora agente dello Shin Bet, nell’uccidere i due ragazzi aveva obbedito a un ordine illegale che poteva rifiutarsi di eseguire.

11 gennaio 2002

A Gaza, l’esercito israeliano distrugge la pista dell’aeroporto internazionale che era stato costruito con i fondi dell’Unione europea ed inaugurato nel 1999.

14 gennaio 2002

In Palestina, con una bomba radiocomandata, gli israeliani uccidono Mohammed al Karmi, capo delle brigate Al Aqsa. In serata, in un’imboscata, viene ucciso un soldato israeliano e altri 2 rimangono feriti. Intanto, l’esercito israeliano prosegue nella demolizione delle case dei palestinesi a Gaza, operazione di ‘pulizia etnica’ che il quotidiano israeliano "Haaretz" in un suo editoriale definisce "un vergognoso capitolo nella storia nazionale".

19 gennaio 2002

A Ramallah, l’esercito israeliano distrugge, con l’esplosivo, l’edificio che ospita gli uffici della radio palestinese "La Voce della Palestina".

24 gennaio 2002

A Beirut (Libano), viene ucciso con una autobomba Elie Khobeika, ritenuto il responsabile materiale della strage di Sabra e Shatilla del 16-17 settembre 1982 (vedi nota). Con lui, muoiono 3 guardie del corpo ed una passante. Khobeika, imputato in Belgio insieme ad Ariel Sharon, all’epoca ministro della Difesa israeliano, per ‘crimini contro l’umanità’ compiuti nell’eccidio di Sabra e Shatilla, aveva dato qualche giorno prima la sua disponibilità a testimoniare sulle reali responsabilità della strage, affermando la sua innocenza. Unanime il commento di libanesi e palestinesi che individuano nell’attuale governo israeliano, e in particolare nel primo ministro Sharon, il mandante dell’omicidio, necessario per chiudere la bocca per sempre ad un complice che con le sue dichiarazioni avrebbe potuto determinare la fine politica dello stesso Sharon.

4 febbraio 2002

A Gaza, elicotteri israeliani uccidono 5 militanti palestinesi del Fronte democratico della Palestina, colpendo con missili la vettura sulla quale viaggiavano.

24 febbraio 2002

Il governo israeliano decide di impedire al presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Yasser Arafat, di abbandonare Ramallah, la città dove vive confinato e circondato dai mezzi corazzati israeliani.

26 febbraio 2002

A Washington, il presidente americano George Bush afferma di aderire alla proposta di pace per il Medio Oriente, formulata dal principe ereditario saudita Abdullah, che ha già raccolto i consensi di Yasser Arafat e dei governi francese e giordano. La proposta prevede il riconoscimento dello stato di Israele da parte dei paesi arabi, in cambio del ritiro delle truppe israeliane sui confini precedenti la guerra del giugno 1967 e del riconoscimento dello stato di Palestina.

28 febbraio 2002

A Nablus, l’esercito israeliano scatena un attacco aero- terrestre contro due campi profughi, provocando 13 morti ed un elevato numero di feriti.

4 marzo 2002

In Palestina, l’esercito israeliano uccide 18 palestinesi e ne ferisce decine nel corso di attacchi aerei e terrestri, con l’impiego di mezzi corazzati, nei territori occupati. Un carro armato, con una cannonata, stermina l’intera famiglia di un dirigente di Hamas, moglie e 3 figli in tenera età.

11 marzo 2002

In Palestina, l’esercito israeliano uccide 23 palestinesi, ne ferisce altre decine e ne arresta almeno 600, nel corso di un’offensiva militare. Fotografata anche l’uccisione a sangue freddo da parte della polizia israeliana di un giovane palestinese fermato ad un posto di blocco e, poi, costretto a sdraiarsi per terra ed eliminato senza alcuna motivazione.

12 marzo 2002

In Palestina, l’esercito israeliano invade i territori sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese, con 20mila uomini appoggiati da mezzi corazzati ed aerei, provocando almeno 40 morti e centinaia di feriti.

13 marzo 2002

A Ramallah, con una raffica di mitragliatrice sparata da un carro armato israeliano, viene assassinato il fotoreporter italiano Raffaele Ciriello. Nella zona non c’erano combattimenti in corso e la raffica è stata mirata per uccidere.

27-28 marzo 2002

A Beirut, la Lega araba approva all’unanimità il piano di pace saudita per il Medio Oriente.

29 marzo 2002

Carri armati israeliani occupano Jenin: sarà una strage.

2 aprile 2002

A Betlemme, un gruppo di oltre 200 palestinesi si rifugia nella basilica della Natività. Comincia un lungo assedio dei militari israeliani alla basilica, tenuta senza acqua, luce né cibo e 2 giovani palestinesi restano uccisi in un’incursione dei soldati, negata a dispetto dell’evidenza dall’esercito israeliano che impedisce addirittura la rimozione dei corpi. L’assedio crea un incidente diplomatico col Vaticano. "Con irritante sussiego –scrive "L’Osservatore romano"- si afferma che gli attacchi sferrati da Israele sarebbero una difesa contro il terrorismo. In realtà quello che sta avvenendo si configura come un attacco sferrato a persone, territori, luoghi: i Luoghi santi, la terra del Risorto è profanata col ferro e col fuoco e rimane quotidianamente vittima di un’aggressione che si fa sterminio".

4 aprile 2002

Il governo israeliano vieta agli inviati dell’Unione europea, il ministro degli esteri Piquet ed il responsabile della politica estera dell’Ue, Solana, di recarsi a Ramallah per incontrare Yasser Arafat.

7 aprile 2002

Secondo stime ufficiose, sarebbero oltre 200 i palestinesi uccisi dall’inizio dell’ultima aggressione militare israeliana, 1.500 i feriti, oltre 1.400 gli arrestati. Risultano, viceversa, morti in combattimento solo 13 soldati israeliani e 143 feriti.

12 aprile 2002

Nella sola Jenin, i militari israeliani hanno massacrato, fino ad oggi, centinaia di palestinesi, molti dei quali donne e bambini. Un portavoce del governo israeliano ammette la cifra di 250 morti, riconoscendo così, sia pure parzialmente, l’eccidio compiuto dalle sue truppe; ma il numero degli uccisi ammessi viene ridotto o confuso in successive dichiarazioni, mentre i camion dell’esercito faranno sparire un numero imprecisato di corpi.

12 aprile 2002

A Ginevra, il direttore generale del Comitato internazionale della Croce rossa, Paul Grossrieder, nel corso di una conferenza stampa accusa i militari israeliani di violare sistematicamente i diritti umani in Palestina. Grossrieder parla di perquisizioni alle autoambulanze, con il personale infermieristico obbligato a sdraiarsi e a restare in questa posizione per ore nel fango; di spari contro i conducenti delle autoambulanze; di mezzi della Croce rossa volontariamente danneggiati dai carri armati e dai blindati israeliani e, infine, denuncia: "Molti dei palestinesi arrestati, una volta interrogati, vengono rilasciati. Il problema tuttavia è ciò che avviene di notte, quando vige il coprifuoco, quando cioè le pattuglie dell’esercito sparano a vista su tutto quello che si muove". Un giornalista dell’agenzia "Reuter" descrive così quanto ha visto a Jenin: "Cadaveri abbandonati a decomporsi ovunque fra le case distrutte dai carri armati e dai razzi degli elicotteri".

16 aprile 2002

A Ramallah, nel corso dei quotidiani rastrellamenti, l’esercito israeliano cattura fra gli altri, Marwan Barghouti, leader del Tanzim, l’organizzazione armata di Al Fatah.

18 aprile 2002

Peter Hansen, responsabile dell’Unrwa (l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi) che ha potuto entrare nel campo profughi di Jenin, afferma: "Ho evitato finora di parlare di massacro ma oramai ho visto con i miei occhi e non è possibile usare un altro termine. Ho visto gente sconvolta, che ha avuto la casa distrutta, ho visto famiglie strappare i propri morti dalle macerie, pezzo a pezzo…". Il coordinatore dell’Onu per il Medio Oriente, Terje Rod Larsen, dal canto suo afferma di aver provato, entrando nel campo profughi "un orrore che supera ogni comprensione" e definisce l’attacco israeliano "moralmente ripugnante, una pagina vergognosa per la storia di Israele".

20 aprile 2002

Dopo il rientro a Washington dell’inviato Colin Powell, gli Usa bloccano sul nascere la disposizione dell’Onu di inviare forze di interposizione in grado di difendere la popolazione palestinese dall’esercito israeliano. Dopo aver minacciato il veto anche sul varo di un’inchiesta sul massacro di Jenin, peraltro poi consentono la costituzione di una ‘commissione di accertamento dei fatti’, secondo la formula studiata dal Consiglio di sicurezza. Ma di quest’ultima il governo Sharon- Peres pretende di decidere la composizione, negando che possano farne parte il responsabile dell’Unrwa, Peter Hansen, il coordinatore dell’Onu per il Medio Oriente, Terje Rod Larsen, e la responsabile della Commissione per i diritti dell’uomo, Mary Robertson.

22 aprile 2002

Il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, nomina la ‘commissione di indagine’ sui fatti di Jenin, escludendone le persone più invise ad Israele. Intanto, nonostante l’annunciato ritiro dei carri armati dai Territori, l’esercito israeliano continua ad assediare la sede dell’Olp a Ramallah e continua la politica degli omicidi mirati, uccidendo fra gli altri un esponente delle brigate Al Aqsa che transitava in macchina nei pressi di Hebron.

29 aprile 2002

A Hebron, i militari israeliani uccidono 9 palestinesi nel corso di un attacco agli uffici della polizia palestinese.

3 maggio 2002

A New York, il segretario generale dell’Onu rinuncia ufficialmente all’invio di una commissione d’inchiesta a Jenin, mentre parte una campagna mediatica internazionale finalizzata a ‘provare’ che nel campo profughi non c’è stato alcun massacro ma ‘solo’ 52 morti come sostiene ora l’esercito israeliano.

7-8 maggio 2002

A Tel Aviv, un attentato contro una sala da ballo provoca la morte di 16 persone e il ferimento di altre 60. Autore un militante palestinese suicida. Il primo ministro israeliano, Ariel Sharon, conclude in anticipo la sua visita negli Stati uniti ed annuncia che non tratterà mai con Arafat, e che è prematuro parlare di uno Stato palestinese. Il giorno seguente, a Rishon Letzion, un attentato suicida provoca 15 morti e 60 feriti.

9 maggio 2002

A Betlemme, si conclude l’assedio israeliano alla basilica della Natività, dopo che l’Unione europea ha stabilito che i 13 palestinesi destinati per imposizione di Israele ad essere esiliati, saranno ospitati in vari paesi europei, fra i quali la Spagna, la Grecia, l’Austria, l’Italia. I palestinesi abbandonano la basilica della Natività e 13 di loro, scelti dal governo israeliano che li ritiene ‘terroristi’, sono trasportati a Cipro con un aereo militare; negandosi ai familiari che li attendevano fuori dalla basilica persino la possibilità di abbracciarli.

12 maggio 2002

A Betlemme, padre Michele Piccirillo, responsabile del Centro di studi biblici di Gerusalemme e di quello di documentazione storica e archeologica di Betlemme, accusa i soldati israeliani di aver devastato la sede del centro: "Hanno spaccato le sedie, sfregiato i muri, usato persino un quadro di Cristo come passerella nei gabinetti".

14 maggio 2002

A Hebron, due alti ufficiali palestinesi sono uccisi a sangue freddo, alle 04.00 del mattino mentre dormono, da militari israeliani penetrati nelle loro abitazioni. Secondo gli israeliani si trattava di ‘terroristi’.

20 maggio 2002

A Beirut, con una bomba nella sua vettura viene ucciso Jihad Jibril, capo militare del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Unanime il convincimento che gli autori dell’assassinio siano da individuare nel governo israeliano e nei suoi servizi segreti.

22 maggio 2002

A Tel Aviv, un nuovo attentato suicida provoca 3 morti e 30 feriti, dopo che a Nablus la cannonata di un carro armato israeliano aveva ucciso 4 palestinesi, fra i quali un dirigente delle brigate Martiri Al Aqsa.

5 giugno 2002

A Megiddo (Israele), un combattente islamico compie un attentato suicida contro un autobus carico di soldati israeliani, provocando 17 morti e 40 feriti. L’attacco si verifica nell’anniversario dell’inizio della guerra dei sei giorni (5 giugno 1967). Per rappresaglia, almeno 50 carri armati israeliani sono penetrati a Ramallah e Jenin scatenando una caccia all’uomo.

16 giugno 2002

Israele inizia la costruzione del Muro che dovrà separare il suo territorio da quello della Cisgiordania con il pretesto della sicurezza.

18-19 giugno 2002

A Gerusalemme, in un attentato suicida contro un autobus, perdono la vita 19 persone e altre 50 rimangono ferite. Il giorno seguente, un attentato suicida provoca la morte di 7 persone ed il ferimento di altre 40. Mentre il governo di Sharon predispone l’ennesima feroce rappresaglia sulla popolazione civile palestinese, l’israeliano pacifista Abraham B. Yehoshua, nel corso di un convegno a Tel Aviv, afferma: "I palestinesi non sono il primo popolo che gli ebrei hanno fatto impazzire, abbiamo visto cosa è successo con i tedeschi".

19 giugno 2002

In Vaticano, Giovanni Paolo II esprime la sua "più assoluta riprovazione" per gli attentati suicidi commessi dai giovanissimi combattenti islamici contro Israele, e aggiunge che i responsabili dovranno "risponderne davanti a Dio". Nessun commento sulle stragi commesse dagli israeliani con i caccia, gli elicotteri e i carri armati.

21 giugno 2002

A Gerusalemme, il governo Sharon ordina la rioccupazione militare dei Territori palestinesi a tempo indeterminato, vanificando definitivamente gli accordi di Oslo con la sostituzione di fatto dell’amministrazione civile palestinese con quella israeliana. A Jenin, intanto, i mezzi corazzati aprono il fuoco sulla folla intenta a fare acquisti nella piazza del mercato provocando l’ennesima strage.

29 giugno 2002

A Hebron, i genieri israeliani fanno saltare con almeno due tonnellate di esplosivo l’edificio che ospitava gli uffici dell’Autorità nazionale palestinese. Nulla si sa ufficialmente dei 15 militanti palestinesi che si trovavano nell’edificio, letteralmente polverizzato dall’esplosione.

30 giugno 2002

A Nablus, reparti speciali israeliani uccidono il dirigente di Hamas Muhamad Al-Taher.

4 luglio 2002

A Gaza, ennesimo omicidio compiuto dai servizi segreti israeliani. A morire in questa occasione, nell’esplosione della loro macchina, sono il dirigente di Al Fatah Jihad al-Omarayn e suo nipote Wail al-Namara.

22 luglio 2002

A Gaza, un caccia F-16 israeliano lancia un missile contro l’abitazione di Salah Mustafa Mohammad Shehad, ritenuto il capo militare di Hamas, ubicata in un agglomerato urbano popolare, provocando una strage di civili (15 morti, fra i quali 9 bambini, e 150 feriti). Fra i morti anche l’esponente di Hamas, ucciso con un attacco deliberatamente stragista.

1 agosto 2002

A New York, il segretario generale dell’Onu rende pubblico il rapporto sul massacro di Jenin perpetrato dagli israeliani fra il 29 marzo e il 21 aprile 2002. Il rapporto si basa sulle ‘prove emerse’, cioè su quelle fornite dagli israeliani che vietarono alla commissione d’inchiesta dell’Onu di recarsi sul posto. Naturale, quindi, che il numero dei morti palestinesi sia fatto scendere a 52, di cui metà civili.

6 agosto 2002

A New York, l’assemblea generale dell’Onu approva con 114 voti a favore, 11 astenuti e 4 contrari (Stati uniti, Israele, Isole Marshall, Micronesia) una risoluzione che impone ad Israele di ritirare le proprie truppe dai Territori occupati ed esprime preoccupazione per la situazione umanitaria in cui versa la popolazione palestinese.

14 agosto 2002

A Tel Aviv, alla prima udienza del processo a suo carico, Marwan Barghouti, denuncia l’inumano trattamento al quale è stato sottoposto dagli israeliani nei 120 giorni della sua detenzione e afferma che pace potrà esserci solo quando ci sarà uno Stato palestinese riconosciuto e internazionalmente garantito.

19 agosto 2002

A Baghdad, è trovato morto con ferite di colpi da arma da fuoco Sabri al-Bana, noto come Abu Nidal, già collaboratore di Yasser Arafat fino al 1974 e ritenuto uno dei più determinati dirigenti della guerriglia palestinese.

20 agosto 2002

A Ramallah, una unità speciale dell’esercito israeliano uccide, nella sua abitazione, Mahmud Saadat, fratello del leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

29-31 agosto 2002

A Gaza, dopo aver massacrato un’intera famiglia bombardandone l’abitazione, l’esercito israeliano uccide due bambini di 12 e 14 anni nel corso di una manifestazioni di protesta. Due giorni dopo, l’ennesima strage di bambini palestinesi è perpetrata dai militari israeliani che sparano missili da elicotteri Apache per uccidere un capo locale di un gruppo armato palestinese a Tubas: 4 i bambini morti, due di 15 anni, uno di 10 e l’altro di 9. In tutto il mese di agosto, sono 54 i palestinesi uccisi in operazioni "mirate" dagli israeliani e 180 quelli feriti.

1 settembre 2002

A Hebron, i militari israeliani uccidono 4 operai palestinesi che rientravano nelle loro abitazioni, provvisti solo dei loro attrezzi di lavoro.

30 settembre 2002

A Nablus (Cisgiordania), mezzi corazzati israeliani aprono il fuoco su una folla di bambini ed adolescenti che manifestano contro la repressione attuata dagli israeliani, uccidendo due bambini di 10 anni e ferendone diverse decine.

7 ottobre 2002

A Khan Yunis, nella striscia di Gaza, l’esercito israeliano irrompe in un campo profughi palestinese aprendo indiscriminatamente il fuoco. Muoiono 14 civili ed oltre rimangono feriti. La giustificazione di Sharon è la solita: "Cercavamo terroristi".

1 dicembre 2002

A Gerusalemme, il primo ministro israeliano Ariel Sharon e il ministro degli Esteri Benjamin Netanyahu smentiscono le dichiarazioni fatte dall’ambasciatore israeliano all’Onu, Yehuda Lancry, secondo il quale Israele intende convivere con uno Stato autonomo palestinese: "Due Stati- ha detto l’ambasciatore- che vivono a fianco in pace e in sicurezza". Ora la smentita e la decisione di aprire un’inchiesta.

26 dicembre 2002

A Betlemme, l’esercito israeliano rioccupa la città provocando gravissimi scontri con la popolazione. In totale i palestinesi uccisi dagli israeliani sono 10 e 16 sono gli arrestati con generiche motivazioni.

31 dicembre 2002

Ammontano a 2.810 morti, in grande maggioranza palestinesi, le vittime del conflitto iniziato nel settembre 2000 per le provocazioni di Ariel Sharon. I coloni israeliani nei Territori, a questa data, sono circa 220.100.

5 gennaio 2003

A Tel Aviv, due militanti palestinesi compiono un attentato suicida che provoca 23 morti e più di 100 feriti. Il governo Sharon annuncia che darà seguito a una durissima rappresaglia contro la popolazione palestinese, puntualmente eseguita.

26 gennaio 2003

In Palestina, nella imminenza delle elezioni politiche israeliane, l’esercito lancia un’offensiva contro la popolazione civile palestinese uccidendo 14 persone, fra le quali un bambino di 7 anni, e ferendone più di 60.

28 gennaio 2003

A Gerusalemme, vince le elezioni politiche il Likud, la formazione di estrema destra guidata da Ariel Sharon, mentre i laburisti - che avevano impostato la campagna elettorale sulla necessità di riprendere il dialogo con i palestinesi- registrano una secca sconfitta. L’Autorità palestinese lancia subito un accorato appello alla "comunità internazionale" chiedendo l’invio immediato di osservatori nei Territori, per evitare altri massacri. Ma nessuno interviene e le azioni omicide dello stato ebraico si susseguono puntualmente, insieme alla demolizione di abitazioni e all’ordine di chiusura totale dei Territori che comporta la inibizione anche formale, sia all’interno di essi che verso Israele, di circolazione per i palestinesi.

21 febbraio 2003

Commentando le incursioni e gli eccidi compiuti dagli israeliani nei Territori Amr Moussa, segretario della Lega araba, afferma: "Israele può commettere atti violenti nella più assoluta impunità, cosa che nessun altro al mondo può fare, può ignorare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, dispone di ingenti quantità di armi di distruzione di massa. Tutta la popolazione araba è pesantemente oltraggiata da quanto accade ogni giorno nei Territori".

8 marzo 2003

Yasser Arafat approva la controversa nomina a primo ministro di Abu Mazen, gradito agli israeliani, ed invita i palestinesi a cessare gli attacchi contro gli israeliani per spezzare –afferma il leader palestinese- la spirale di violenza.

24-25 marzo 2003

A Jenin, nel corso di una delle tante incursioni israeliane, sono uccisi 3 bambini palestinesi. Due militanti di Hamas ed un’altra bambina vengono ammazzati a Betlemme.

29 marzo 2003

"The Independent" scrive che esperti statunitensi stanno studiando "le tecniche israeliane di combattimento urbano" per prepararsi ad analogo ‘lavoro’ in Iraq. Fra gli oggetti di ‘studio’ vi è il massacro di Jenin, perpetrato dagli israeliani fra il 29 marzo e il 21 aprile 2002.

6 aprile 2003

A Tel Aviv, riprende il processo contro il leader palestinese di Al Fatah, Marwan Barghuti, arrestato l’anno scorso con l’accusa di ‘terrorismo’. "Questo non è un processo ma una vergogna, questa non è una Corte –afferma l’esponente palestinese- rappresenta solo gli occupatori ed io non parteciperò a questa farsa. L’unica corte che io sono disposto a riconoscere è una corte internazionale che giudichi i crimini di guerra da voi perpetrati". In queste stesse ore, nella striscia di Gaza, le forze israeliane assaltano il villaggio di Al Mugasi e deportano la popolazione maschile.

aprile 2003

A proposito della Road map (l’ultimo piano di pace, gradito all’amministrazione americana che prevede, in cambio della cessazione della resistenza palestinese e della rinuncia a rivendicare come diritto il ritorno degli esuli, riconoscimenti territoriali che sfocerebbero nella creazione di uno Stato palestinese entro il 2005), Farouk Kaddoumi ricorda che solo i palestinesi, e non Israele, hanno dato la propria disponibilità al dialogo, che manca un intermediario imparziale ed aggiunge : "Ci si deve domandare come si può chiedere ad un popolo, il cui diritto all’autodeterminazione viene negato, di partecipare alla realizzazione di questo piano. Il diritto a tornare nel proprio paese poi- aggiunge il ministro degli Esteri palestinese- nella propria casa e nei propri beni è inalienabile" citando in proposito le numerose dichiarazioni dei diritti che lo contemplano e gli stessi accordi di Oslo, disattesi da Israele anche su questo punto.

29 maggio 2003

Anche nel giorno fissato per un incontro fra Ariel Sharon ed Abu Mazen, gli israeliani compiono raid a Nablus e Tulkarem, compiendo arresti ed uccidendo 2 palestinesi.

1-7 giugno 2003

Si svolge il doppio vertice ad Aqaba e Sharm el Sheick, che discute il processo di pace basato sulla Road map. Nel frattempo, continuano le incursioni nei Territori. Israele, pur costretta a rilasciare 91 palestinesi, ne arresta 12 e ne ferisce diverse decine durante le incursioni, fa blindare Jenin, Balata e Nablus. Un’altra bambina viene uccisa. I dirigenti di Hamas, Jihad islamica e Fplp non condividono le conclusioni del vertice, che richiedono sacrifici ai soli palestinesi, e il dirigente di Hamas Abdelaziz Rantisi censura duramente il primo ministro palestinese, Abu Mazen, che in un discorso ha affermato la propria comprensione per le "sofferenze degli israeliani" in conseguenza degli attacchi della resistenza palestinese, senza parlare degli eccidi commessi dagli occupanti.

12 giugno 2003

Kofi Annan afferma che, essendo israeliani e palestinesi incapaci di dialogo, occorre "una forza di pace armata con funzioni di interposizione". La reazione di Israele, contraria a qualunque controllo sulle proprie azioni, zittisce il segretario delle Nazioni unite.

30 giugno 2003

Al Cairo, è infine siglata una fragile tregua estiva. In cambio della rinuncia palestinese a compiere attentati, Israele libera un gruppo di prigionieri e promette il ritiro da una piccola zona, nel nord di Gaza.

5 agosto 2003

Il dirigente di Hamas Abdelaziz Rantisi dichiara ad ‘Arab monitor’ che la proposta diffusa nei giorni scorsi da un quotidiano arabo, e che avrebbe l’avallo americano, di amnistia generale per i prigionieri politici in cambio della rinuncia alla resistenza, "è un’offerta sfrontata" che sarebbe rifiutata dagli stessi prigionieri. "Il nostro paese è stato rubato – aggiunge il leader di Hamas - e noi combattiamo per liberarlo". A loro volta, i dirigenti del Fplp lanciano un appello all’Autorità nazionale palestinese perché non pregiudichi il diritto al ritorno degli esuli ed il diritto dei palestinesi ad uno Stato effettivamente indipendente con Gerusalemme capitale.

6 settembre 2003

Nei Territori palestinesi, lo sceicco Yassin, leader spirituale di Hamas, gravemente infermo, è fatto oggetto di un attentato israeliano.

7 settembre 2003

Il presidente dell’Autorità palestinese Yasser Arafat designa, come successore del dimissionario Abu Mazen, Suleiman Ahmed Qurai (Abu Ala), che fu tra gli artefici degli accordi di Oslo e mediatore fra le componenti palestinesi.

9 settembre 2003

Dopo due attentati suicidi, compiuti a Tel Aviv e a Gerusalemme e rivendicati dalle brigate Ezzedine al Qassam, il nuovo leader Abu Ala dichiara di condannare tutti gli attacchi ai civili, sia israeliani che palestinesi ed aggiunge: "Lavorerò per la pace ma non accetterò i diktat israeliani su cosa devo fare o non fare".

11 settembre 2003

A Ramallah, le forze israeliane requisiscono il palazzo che ospita il quartier generale di Yasser Arafat. Il consiglio di sicurezza israeliano ha deciso che il leader palestinese è "un ostacolo assoluto sulla strada della pace ed occorre rimuoverlo", ed altresì che si procederà alla "eliminazione delle organizzazioni terroristiche /cioè le componenti della Resistenza Nda/ adottando tutte le misure appropriate contro i loro leader, comandanti e membri, finché la loro attività criminale non sarà fermata". Migliaia di palestinesi si riversano sulle strade manifestando la loro solidarietà al leader dell’Anp. Contrarietà alla deportazione di Arafat sono espresse dall’Europa, particolarmente dalla Francia, e dagli stessi Usa, per motivi di opportunità. Così si esprime Colin Powell: "La espulsione servirebbe solo a dare ad Arafat un palcoscenico più grande e mondiale per operare da fuori della regione". Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano Yedioth Ahronot, il 37% degli ebrei israeliani è invece favorevole alla uccisione di Yasser Arafat, il 23% opta per la sua espulsione, il 21% perché resti relegato a Ramallah.

19 settembre 2003

Dopo il veto statunitense alla proposta di risoluzione del Consiglio di sicurezza che invita Israele a non deportare Yasser Arafat, l’assemblea delle Nazioni unite vota una mozione che chiede la revoca della decisione di espulsione e deplora sia la politica israeliana di omicidi mirati sia gli attentati suicidi palestinesi, con 133 voti a favore, 4 contrari e 15 astenuti.

25 settembre 2003

A Gaza, uno dei tanti raid israeliani uccide 7 palestinesi nel campo profughi di El Bureij, fra i quali una bimba.

28 settembre 2003

Nel terzo anniversario dell’Intifada, Israele dà il via alla seconda fase della costruzione del Muro che chiude i Territori con la motivazione ufficiale della sicurezza e l’intento reale di sancire la modificazione dei confini. Si svolgono nella giornata di oggi anche manifestazioni palestinesi. Hamas dichiara che la resistenza continua ed invita l’Autorità palestinese a non cedere alle pressioni israelo- americane.

4 ottobre 2003

Ad Haifa, come ritorsione ai raid israeliani –l’ultimo del quali ha ucciso una bimba di 9 anni nel campo profughi di Tulkarem- un attentato suicida, compiuto da una donna, provoca 19 morti israeliani e decine di feriti. La rappresaglia israeliana è furiosa e si abbatte anche sul campo profughi di el Zahab in Siria, bombardato con F16.

15 ottobre 2003

Nella striscia di Gaza, un ordigno dinamitardo esplode al passaggio di un convoglio americano, provocando la morte di 3 agenti. L’Autorità palestinese fa arrestare 8 persone.

20 ottobre 2003

Quattro raid israeliani, di cui 3 su Gaza, uccidono 8 palestinesi, fra i quali due militanti di Hamas. I raid omicidi degli occupanti continuano, implacabili, nei giorni seguenti.

22 ottobre 2003

L’assemblea generale dell’Onu vota con 144 voti favorevoli e 4 contrari – fra i quali Usa ed Israele- la condanna per la costruzione del Muro. Il governo Sharon, forte dell’appoggio americano, dichiara che essa continuerà. In queste stesse ore, sono uccisi 3 palestinesi.

ottobre 2003

Verso la fine del mese, la divulgazione di un sondaggio promosso dall’Unione europea e condotto da Gallup Europe fra l’8 e il 16 ottobre svela fra l’altro che Israele è in testa ai paesi giudicati dagli europei un pericolo per la pace. Le reazioni israeliane sono furibonde e martellanti nei confronti dei vertici europei, per i quali il centro Wiesenthal chiede la "esclusione dal processo di pace in Medio Oriente"; sì da indurre il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ad esplicitare "preoccupazione" per la "sopravvivenza di un pregiudizio che deve essere condannato senza esitazione", nella consueta simulazione che la condanna della politica coloniale dello Stato ebraico sia espressione di ‘antisemitismo’.

7-8 novembre 2003

Altre giornate di sangue palestinese. A Nablus e Jenin, vengono uccisi due militanti delle brigate Martiri di al Aqsa, altri due palestinesi sono assassinati presso il confine , fra essi un ragazzino di 11 anni, due altri ancora nel campo profughi di al Maghazi. Il giorno seguente, 4 palestinesi muoiono colpiti dal fuoco israeliano, mentre continuano le demolizioni, finalizzate a scacciare i palestinesi dalla loro terra.

12 novembre 2003

Il primo ministro palestinese Ahmed Qurei lancia un appello per un "cessate il fuoco reciproco, con clausole chiare" , anche per poter consentire lo svolgimento di libere elezioni che il governo palestinese vorrebbe tenere nel giugno 2004. Ma Israele intende il cessate il fuoco come unilaterale da parte palestinese, ed anche oggi i soldati uccidono 3 persone.

19 novembre 2003

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite approva il progetto di Road map invitando le due parti in conflitto ad adempiere ai propri obblighi e ricercare il dialogo, in collaborazione con il Quartetto (Unione europea, Usa, Russia e le stesse Nazioni unite).

21 novembre 2003

Mentre nei Territori continuano i raid e le demolizioni di case (a Jenin oggi i soldati uccidono un bambino di 10 anni), caccia israeliani sorvolano provocatoriamente il Libano nell’anniversario dell’indipendenza del paese.

22 novembre 2003

A Jenin, le truppe di occupazione uccidono 2 palestinesi ed un bambino: i ragazzi tiravano sassi verso i carri armati. Anche 2 guardie israeliane vengono uccise a Gerusalemme est. Alcuni giorni orsono, in un altro attentato compiuto dalla resistenza, sono stati uccisi 2 soldati israeliani ad un check point.

25 novembre 2003

Il leader spirituale di Hamas, Ahmed Yassin, spiega in un’intervista ad un giornale tedesco che "senza un vero ritiro israeliano i colloqui per un cessate il fuoco non possono sortire effetto. Finché i civili palestinesi saranno vittime dei raid israeliani, si avranno vittime civili israeliane". Yasser Arafat, dal canto suo, rivolge un altro accorato appello per l’invio di osservatori internazionali, cui Israele si oppone strenuamente; come sempre l’appello cade nel nulla. Nei giorni seguenti, restano vittime degli attacchi israeliani 4 palestinesi a Gaza e, a Nablus, il fratello del sindaco al quale era diretto l’attacco.

1 dicembre 2003

A Ginevra, è siglato un simbolico accordo fra un gruppo palestinese, guidato da Yasser Abed Rabbo, ed alcuni pacifisti israeliani guidati da Yossi Beilin, nell’intento di dimostrare che una pace è possibile se si riannoda il filo spezzato della negoziazione. L’accordo virtuale prevede la creazione di uno Stato palestinese indipendente sui territori occupati da Israele a partire dal 1967, ma con l’esclusione delle "zone densamente popolate" da coloni ebrei (larga parte della Cisgiordania) che verrebbero definitivamente annesse da Israele, la spartizione di Gerusalemme in due parti, entrambe capitali dei rispettivi Stati, la monetizzazione della rinuncia al ritorno o l’accoglimento dei profughi palestinesi da parte di altri paesi e, solo per una piccola parte di essi, il ritorno in Palestina. Il progetto viene scartato sia dal governo che, secondo un sondaggio, dall’opinione pubblica israeliana; e dalle componenti maggioritarie della resistenza palestinese, Hamas e Jihad, che lo giudicano rinunciatario, come la Road map. Non si arresta intanto l’aggressione israeliana che uccide in queste ore un bambino di 9 anni ed altri 3 palestinesi, ed arresta diverse persone fra le quali il capo religioso Fadel Saleh.

8 dicembre 2003

L’Assemblea delle Nazioni unite ribadisce a maggioranza la condanna per la costruzione del Muro che chiude i territori palestinesi e si pronuncia per il deferimento di Israele alla Corte dell’Aja per la violazione delle risoluzioni internazionali. Per tutta risposta il governo israeliano divulga, in questi stessi giorni, il c.d. ‘piano Sharon’ che prevede lo smantellamento di alcuni insediamenti colonici e la progressiva restituzione ai palestinesi di parte dei territori occupati che potrebbe giungere al 30-40% circa, in via unilaterale e senza negoziazione. Altri esponenti ebraici, l’ex premier Netanyahu ed Ehud Olmert, in due separate interviste, si dicono preoccupati della crescita demografica degli arabi israeliani che minaccerebbe il ‘carattere ebraico’ di Israele.

11 dicembre 2003

Soldati israeliani uccidono, nel martoriato campo profughi di Ramah, 6 palestinesi e riducono in fin di vita un bimbo; anche un infermiere viene ucciso, mentre cercava di soccorrere un ferito. Le brigate Al Aqsa, dal canto loro, feriscono un gruppo di ebrei di una setta mistica in preghiera presso la tomba di Giuseppe, a Nablus. L’attentato è seguito da una dura rappresaglia che si estende a Jenin. Uccisioni e raid israeliani si susseguono nei giorni seguenti, mietendo vittime palestinesi fra cui un bimbo di 5 anni.

23 dicembre 2003

Nella striscia di Gaza, un attacco della resistenza uccide due ufficiali israeliani. La rappresaglia è furiosa, con 8 morti e decine di palestinesi feriti a Rafah, persone scacciate dalle proprie case; l’attacco si allarga al campo profughi di Tulkarem. L’aggressione continua senza soste fino a fine anno: in scontri presso Nablus resteranno uccisi 3 palestinesi, altri 11 feriti dal lancio di missili da un elicottero a Gaza.

31 dicembre 2003

A questa data, il numero dei palestinesi che vivono nei Territori è di 3.700.000, dei quali 1.400.000 a Gaza e 2.300.000 in Cisgiordania. Un altro milione vive in Israele.

4 gennaio 2004

Il primo ministro palestinese Qurei lancia un accorato appello: "Quando i palestinesi compiono un’operazione contro Israele il mondo intero li condanna, ma quando gli israeliani ci attaccano il mondo tace". In una giornata, sono stati uccisi 4 palestinesi a Nablus e diversi edifici della città assediata sono stati rasi al suolo.

14 gennaio 2004

Ad Erez, una giovane palestinese si fa esplodere, provocando la morte di 4 soldati ed il ferimento di altri israeliani. L’attentato è rivendicato sia dalle brigate Martiri di Al Aqsa che da Hamas.

28-29 gennaio 2004

A Gaza, l’ennesima strage israeliana miete 13 vittime palestinesi, fra le quali un bambino. Pochi giorni orsono, è toccato ad un altro bambino di 12 anni e a una donna. Il giorno seguente, a Gerusalemme, un attentato suicida rivendicato dalle brigate Al Aqsa uccide 10 persone.

29 gennaio 2004

Nella capitale libanese, si è concluso lo scambio dei prigionieri, trattato tramite intermediari, fra Israele e l’Hezbollah. Sono stati liberati 429 prigionieri arabi di diverse nazionalità, diversi dei quali a fine pena, mentre la milizia libanese ha restituito allo Stato ebraico alcune salme ed un potente uomo d’affari in odore di servizi, Elhanan Tennenbaum.

31 gennaio 2004

Il responsabile dell’agenzia dell’Onu per l’assistenza ai profughi, Peter Hansen, rende noto che in un solo mese a Rafah sono state demolite 72 abitazioni, con oltre 500 nuovi senzatetto.

2 febbraio 2004

In una lettera alla Corte de l’Aja, l’Unione europea afferma che una condanna di Israele sul Muro "non aiuterebbe le parti a riprendere il dialogo" e sarebbe pertanto "inopportuna".

6 febbraio 2004

Il primo ministro israeliano, Ariel Sharon, a proposito del ritiro unilaterale da Gaza, precedentemente annunciato in termini generici, precisa che 7.500 coloni stanziati a Gaza saranno trasferiti: ma non in Israele, bensì in altre zone dei Territori e prevalentemente in Cisgiordania. Sharon ha inoltre annunciato che amplierà gli insediamenti colonici nel Golan siriano, dove già risiedono stabilmente circa 15.000 ebrei.

7 febbraio 2004

Con un razzo sparato da un aereo israeliano, è assassinato Aziz Shami, esponente del Jihad. Lo ‘omicidio mirato’ uccide anche un bimbo di 11 anni, altri 10 civili restano uccisi. Poche ore prima altri palestinesi sono stati uccisi a Gaza, ed arrestati 30 militanti di Hamas e Jihad. Nei giorni seguenti, gli israeliani compiono diverse altre azioni omicide che saranno vendicate, il 22 febbraio, da un attentato suicida a Gensal, rivendicato dalle brigate Al Aqsa.

5 marzo 2004

L’Unione europea stanzia un milione di euro come aiuto alla ricostruzione di Gaza. Israele ha cercato negli scorsi mesi di bloccare gli aiuti europei ed Onu ai palestinesi, affermando che l’Anp li avrebbe usati, nel passato, per "finanziare il terrorismo"; lo Stato ebraico è stato peraltro smentito dall’ufficio antifrode della Ue. Il governo Sharon ha anche ordinato il sequestro di denaro palestinese presso gli sportelli bancari di Ramallah ed altre località suscitando una dura protesta - oltre che naturalmente dei palestinesi - delle autorità giordane.

8 marzo 2004

Muore, in un carcere iracheno gestito dagli americani, Abu Abbas (noto in Italia particolarmente per il sequestro della motonave Achille Lauro), ufficialmente per ‘cause naturali’ che pochi invero sono disposti a credere, data la certezza delle torture perpetrate dagli americani nelle carceri. Abbas era stato arrestato a Baghdad il 15 aprile 2003. La sua memoria è celebrata in Palestina con gli onori dovuti – sono le parole di Yasser Arafat- a un "combattente straordinario, un martire che ha dedicato la vita al suo popolo". La salma sarà ospitata nel cimitero di Yarmouk, in Siria, avendo Israele vietato la sepoltura a Ramallah.

14 marzo 2004

Come risposta all’ennesimo eccidio israeliano (5 palestinesi uccisi a Jenin, 40 uccisi nelle ultime due settimane), Hamas e le brigate Al Aqsa mettono a segno un attentato nel porto di Ashod, che provoca 12 morti. La rappresaglia israeliana segue durissima, con altri uccisi e feriti: il 20 a morire saranno un ragazzo e una bimba di 7 anni, 6 altri palestinesi a Gaza il giorno successivo, ed altri ancora.

22 marzo 2004

Per ordine del governo israeliano, viene assassinato con 3 missili sparati da elicotteri il leader spirituale di Hamas, Ahmed Yassin, mentre il religioso- anziano ed infermo- si stava recando in preghiera nella moschea di Sabra, e con lui sono uccisi altri 7 palestinesi. Centinaia di migliaia di persone si riversano per le strade, a portare omaggio al capo spirituale più amato e gridare dolore e vendetta. Il pellegrinaggio e imponenti manifestazioni continueranno nei giorni seguenti. Fra le reazioni alla spietata esecuzione di Yassin: "Non si illuda Israele, questo assassinio – afferma Yasser Arafat – rafforza l’unità del popolo palestinese che continuerà la sua eroica resistenza". La Casa Bianca, per bocca di Condoleeza Rice, afferma di non aver dato il via libera all’omicidio (come tutti pensano) ma subito precisa che "Hamas è un’organizzazione terroristica". Il Vaticano "deplora questo atto di violenza non giustificabile in alcuno Stato di diritto", al tempo stesso ribadisce la ormai consueta posizione di "condanna del terrorismo" che, nelle vedute della S. Sede, è quello palestinese.

24 marzo 2004

Nonostante la dichiarata intenzione del governo israeliano di proseguire nella eliminazione fisica del vertice di Hamas, l’organizzazione designa pubblicamente il successore di Yassin, Abdelaziz Rantisi, che dichiara di non temere Israele e di essere pronto a morire per il suo popolo.

30 marzo 2004

Il responsabile dell’agenzia Onu per l’assistenza ai profughi, Peter Hansen, annuncia che dovrà interrompere la distribuzione alimentare nei Territori, causa i continui divieti e gli ostacoli posti dalle truppe israeliane ai convogli umanitari. Hansen conferma che la malnutrizione riguarda almeno un quarto della popolazione palestinese.

2 aprile 2004

La polizia israeliana occupa la Spianata delle moschee e provoca i mussulmani presenti che rispondono con una sassaiola. La polizia spara ferendo almeno 20 persone- 2 sono gli uccisi presso la moschea di Al Aqsa- ed opera 15 arresti. Sharon torna a minacciare il presidente dell’Anp, Yasser Arafat.

10-12 aprile 2004

Ancora una piccola vittima a Gaza, una bimba palestinese uccisa da una pallottola israeliana mentre si trovava nella sua abitazione. Sempre a Gaza, altri 3 ragazzini sono uccisi dagli occupanti due giorni dopo. In questi stessi giorni, è divulgato il risultato di un sondaggio commissionato ad un centro studi operante presso l’università di Tel Aviv, secondo il quale il 74% degli ebrei israeliani approvano la politica degli "omicidi mirati", giustificandola con "motivi di sicurezza" e la ritengono conforme altresì alle norme della loro religione.

13 aprile 2004

I responsabili dei beni culturali degli stati arabi denunciano la distruzione, da parte di Israele, dei monumenti palestinesi e particolarmente del centro storico di Nablus, che conteneva prima dell’aggressione importanti opere dell’arte islamica e bizantina; e la drammatica situazione delle scuole palestinesi, gran parte delle quali chiuse dagli occupanti o soggette ad incursioni e vessazioni di ogni genere, così da togliere ai bambini palestinesi anche il diritto all’istruzione.

14 aprile 2004

Il presidente americano George Bush, in una conferenza stampa congiunta con Ariel Sharon, in visita negli Stati uniti, dichiara che "alla luce della nuova realtà sul campo, compresa l’esistenza di grossi centri popolati da ebrei, è irrealistico attendersi che la conclusione di un processo negoziale possa consentire il ritorno totale alla linea di armistizio del 1949". Alla vigilia della sua partenza per Washington, Sharon aveva dichiarato: "Per certo, Israele non tornerà mai ai confini del 1967".

17 aprile 2004

A Gaza, 2 missili lanciati da un elicottero israeliano uccidono il leader di Hamas, Abdelaziz Rantisi. Mentre la folla si riversa sulle strade per gridare la sua indignazione, il primo ministro israeliano Ariel Sharon, di ritorno da Washington, esprime compiacimento per la riuscita dell’azione omicida e dichiara di avere messo bene in chiaro, nel suo incontro con Bush, di ritenersi libero riguardo all’incolumità dello stesso presidente palestinese, Yasser Arafat.

19 aprile 2004

Osama Hamdan, portavoce di Hamas, si dice certo che Sharon abbia illustrato i suoi piani a Bush e questi abbia "dato luce verde" all’assassinio di Abdelaziz Rantisi. Hamdan, nella sua intervista ad 'Arabmonitor', chiede all’Autorità palestinese di dichiarare apertamente "che è stata assassinata la questione palestinese, col sostegno americano ai piani di Sharon" – e quindi ogni possibilità di negoziato- e di affermare per contro altrettanto "chiaramente che il dialogo palestinese va continuato e rafforzato". Ai paesi arabi "chiediamo che difendano i palestinesi, che difendano la nostra resistenza…Che elaborino una nuova strategia per combattere contro Israele" . Arabmonitor riporta le conformi dichiarazioni di altri leader di Hamas e dell’imam Mohammed Tantani, grande autorità religiosa sunnita, il quale rivolge analoga invocazione ai leader arabi affermando che "Hamas e le altre organizzazioni palestinesi contro l’esercito israeliano non compiono terrorismo ma legittima difesa della patria…L’essere umano ha il dovere morale di resistere all’aggressione".

20-23 aprile 2004

Ventitrè palestinesi sono stati uccisi in soli 3 giorni dalle truppe occupanti. Fra essi, due bambine di 4 e 7 anni e 3 membri di Al Fatah.

27 aprile 2004

Soldati israeliani uccidono a Ramallah due esponenti delle brigate Ezzedine al Qassam, associate ad Hamas. Ieri nella stessa cittadina è toccato ancora ad una bimba.

10 maggio 2004

I ministri degli Esteri della Lega araba inviano un messaggio al presidente americano per invitarlo a rispettare le risoluzioni dell’Onu e l’impegno alla creazione di uno Stato palestinese indipendente entro il 2005, previsto dalla Road map. Ma George Bush replica: "Penso che il calendario del 2005 non sia più realistico".

11 maggio 2004

A questa data, le vittime del conflitto scatenato dalla provocazione di Sharon il 28 settembre 2000, sono 3.995, di cui 3.014 palestinesi.

11-15 maggio 2004

A Gaza, uno dei quotidiani raid israeliani appoggiato da elicotteri da guerra, uccide 7 palestinesi. Ma anche la resistenza palestinese mette a segno un attacco: un carro armato salta su una mina, 6 soldati restano uccisi, ed i loro corpi sono mostrati alla folla esultante da militanti di Hamas. Il giorno seguente, a Rafah, un altro attentato della resistenza colpisce un blindato israeliano uccidendo 5 soldati. La rappresaglia israeliana è brutale. Con carri armati ed aerei da guerra, le truppe occupanti sfogano il loro livore distruggendo, non solo le officine sospettate di produrre le rudimentali armi della difesa palestinese, ma un intero quartiere alla periferia di Gaza. In soli 4 giorni sono uccisi 30 palestinesi e non si contano i feriti. Il presidente palestinese Yasser Arafat lancia appelli per fermare la "catastrofe umanitaria",

16 maggio 2004

L’Alta Corte israeliana, respingendo il ricorso di un gruppo di palestinesi di Rafah che chiedeva di fermare i bulldozer, afferma la liceità della distruzione di case civili, condannata dalle Nazioni unite e considerata crimine di guerra dalla convenzione di Ginevra. Ricevuto l’avallo della Corte, il ministro della Difesa israeliano Saul Mofaz ed i responsabili militari annunciano che saranno demolite le restanti abitazioni di Rafah, al confine fra Gaza e l’Egitto, per fermare il passaggio delle armi alla resistenza e creare una ‘fascia di sicurezza’ controllata dall’esercito. Molti abitanti si affrettano all’esodo, raccogliendo le povere cose ed accampandosi in tende. Intanto, il responsabile dell’Unrwa, Peter Hansen, conferma che sono già 12.600 i senzatetto di Rafah, e torna ad accusare lo Stato israeliano di violare le leggi internazionali.

17-24 maggio 2004

Nella notte, con ingenti mezzi bellici protetti da aerei da guerra, le truppe occupanti riprendono la distruzione di Rafah. Quindici sono i morti solo nella prima giornata, per lo più civili, fra cui un gruppo di fedeli in preghiera, colpiti presso la moschea, ed alcuni militanti che, con le rudimentali armi a disposizione, cercano di proteggere il campo dalla distruzione; altri morti il giorno successivo, cui si aggiungono 9 morti e decine di feriti nella mattina del 19. Nelle ore successive, le truppe di occupazione aprono il fuoco sui civili, uccidendo e ferendo i manifestanti che si dirigono verso Rafah, tra cui molti bambini. Inviati della Reuters e della Bbc descrivono l’orrore: "corpi a terra con gli intestini di fuori ed i volti coperti di sangue", come coperti di sangue sono i pavimenti dell’ospedale, dove i feriti sono stati sistemati per terra perché oramai mancano i letti per accoglierli. Nella notte sono assassinati altri 7 palestinesi, altri nei giorni successivi salendo così a 43 il numero degli uccisi, centinaia i feriti. Yasser Arafat grida al genocidio ed alla necessità di forze di interposizione per bloccarlo. Dure condanne vengono dalla Lega araba, dalle Nazioni unite e dall’Europa ma nessuno, concretamente, si muove per fermare il massacro. Il governo israeliano parla di ‘incidente’ per l’eccidio dei civili e, per bocca del generale Ruth Yaron, annuncia che l’operazione ‘Arcobaleno’ continua.

23 maggio 2004

A Roma, in occasione della festa della Sinagoga, il Papa ricorda le persecuzioni subite dagli ebrei, mentre cita in subordine, con un solo cenno, i palestinesi ("troppo sangue innocente versato da israeliani e palestinesi") ed invita "tutti i figli di Abramo …a non farsi travolgere dall’odio".

23 maggio 2004

Nel corso della riunione del Consiglio dei ministri israeliano, a Gerusalemme, il ministro della Giustizia Yosef Lapid chiede di fermare l’operazione Arcobaleno, che sta conducendo Israele all’isolamento internazionale, ed aggiunge: "Ho visto in Tv una vecchia palestinese frugare fra le macerie della sua casa a Rafah e mi sono ricordato di mia nonna, espulsa dalla sua casa durante l’Olocausto". Gli esponenti del Likud insorgono contro il ministro, che si vede costretto a rettificare le sue affermazioni. Lapid, in questi stessi giorni, si fa mediatore fra Sharon e Netanyahu, contrario al piano di ritiro da Gaza.

24 maggio 2004

A questa data, sono 46 i palestinesi uccisi a Rafah dalle truppe di occupazione, fra cui 5 bambini, mentre 70 sono i feriti in gravi condizioni ed altre decine più lievemente. I militi israeliani hanno sparano dai tank anche sul corteo funebre, causando la morte di altre 2 persone.

26 maggio 2004

L’operazione ‘Arcobaleno’ ha causato la reazione, fra gli altri, del governo turco presieduto da Erdogan, che ha definito terroristica la politica israeliana nei Territori ed ha richiamato il proprio ambasciatore in Israele, annunciando al tempo stesso l’apertura di un’ambasciata presso l’Autorità palestinese. Il presidente palestinese, in un’intervista alla televisione ‘Canale 10’, si dice pronto a "tendere la mano" ad Ariel Sharon e ad intervenire alla Knesset, pur di fermare i massacri e salvare la ‘Road map’.

6 giugno 2004

A Gerusalemme il governo israeliano approva, con lo scarto di un solo voto (11 contro 10), il piano Sharon di progressivo disimpegno da Gaza. Il risultato è stato reso possibile operando la destituzione di due componenti il Consiglio dei ministri, Lieberman (Trasporti) ed Elon (Turismo), entrambi del Partito di unione nazionale, mentre la opposizione di Netanyahu (Finanze), Shalom (Esteri) e Livnat (Educazione) è parzialmente rientrata, in cambio di un peggioramento del piano per quanto riguarda i palestinesi e di garanzie per i coloni ebraici. Dopo il voto, Ariel Sharon promette ai coloni che lasceranno gli insediamenti di Gaza entro l’anno in corso cospicui risarcimenti, avvertendo al tempo stesso che i recalcitranti saranno comunque evacuati nell’autunno 2005, senza ricevere indennizzi.

6 giugno 2004

La Corte distrettuale di Tel Aviv condanna Marwan Barghouti ai 5 ergastoli richiesti dalla pubblica accusa (uno per ogni morto addebitatogli come ‘mandante’ di 3 diversi attentati) ed ulteriori 40 anni di pena aggiuntiva per aver "attentato alla sicurezza dello Stato". Da Parigi, l’avvocato Gisèle Halimi a nome del collegio di difesa denuncia "la sproporzione della pena, che conferma la natura politica del processo, che viola il diritto internazionale", a cominciare dalla negazione del diritto alla resistenza nazionale contro l’occupazione militare, e conferma che il leader palestinese "non ricorrerà in appello, negando egli ogni valore alle decisioni della corte giudicante", come egli stesso ha affermato al processo, prendendo la parola in arabo e traducendo poi in ebraico le proprie dichiarazioni.

18 giugno 2004

In un’intervista concessa al quotidiano israeliano "Haaretz", Yasser Arafat illustra il contro- piano palestinese, che prevede il ritiro israeliano dal 97-98% dei Territori (esclusa cioè una zona della Cisgiordania densamente popolata da ebrei), con uno scambio di terre equivalente per la zona restante, il reciproco riconoscimento fra i due Stati, israeliano e palestinese, quest’ultimo con capitale a Gerusalemme est ed avente sovranità sulla Spianata delle moschee. Circa il ritorno dei profughi, il presidente palestinese spiega che molti esuli sono ormai stabilmente stanziati in altri Stati e la questione riguarda prevalentemente i profughi nel Libano, che si trovano in situazioni precarie e di indigenza.

30 giugno 2004

La Corte suprema israeliana, investita del ricorso di un gruppo di palestinesi, alcuni dei quali residenti a Nuaman, contro le requisizioni delle loro terre operate in occasione della erezione del Muro, dichiara la parziale illegittimità di quest’ultimo, limitatamente ad alcuni chilometri. In questi giorni sono compiute nuove incursioni israeliane su Gaza, nelle quali perdono la vita diversi palestinesi.

9 luglio 2004

La Corte internazionale dell’Aja, con 14 voti favorevoli contro 1 (il giudice statunitense), dichiara illegittimo il Muro costruito da Israele in quanto limita il libero spostamento dei cittadini palestinesi ed integra una "annessione di fatto". Israele ribadisce, come già annunciato preventivamente dal ministro degli Esteri Silvan Shalom, che non rispetterà la decisione ed il portavoce di Sharon, Raanan Gissin, afferma che essa "troverà spazio nella pattumiera della storia". Immediatamente dal governo ebraico parte la richiesta agli Usa di bloccare qualunque risoluzione del Consiglio di sicurezza volta ad obbligarlo a smantellare il Muro. La Lega araba e Yasser Arafat invocano le sanzioni internazionali contro Israele per indurlo ad accettare le regole della comunità internazionale.

17 luglio 2004

All’interno dell’Anp si apre una crisi. Yasser Arafat promette la riforma dell’apparato di sicurezza, affidandone l’incarico al proprio cugino, Mussa Arafat, persona già accusata per corruzione. Ciò fornisce il pretesto per gli oppositori di Arafat, che si riconoscevano nel governo del deposto Abu Mazen, per soffiare sul malcontento ed acuire la crisi. I rivoltosi inscenano una manifestazione per chiedere le dimissioni non solo del cugino, ma dello stesso Arafat e del suo entourage, l’arresto dei militanti di Hamas e la riapertura dei negoziati alle condizioni imposte da Israele. Arafat ritira la nomina del cugino. Ariel Sharon, senza indugi, fa una dichiarazione favorevole ai rivoltosi ed afferma che i fatti di Gaza sono la conferma che non si può trattare con l’Anp.

18 luglio 2004

Preoccupato delle critiche rivolte ad Israele sia nell’estabilishment che nella società francese, definite come sempre "antisemitismo", ed esasperando il clima di diffidenza fra comunità ebrea e mussulmana, Ariel Sharon invita gli ebrei a lasciare la Francia, dove non sarebbero tutelati, e a recarsi in Israele. Il portavoce del ministero degli Esteri francese definisce a sua volta "inaccettabili" le dichiarazioni del premier israeliano, seguito dal presidente Chirac. Sharon, pochi giorni dopo, elogia il presidente francese chiudendo così la piccola crisi diplomatica.

19 luglio 2004

A Beirut, muore in un attentato incendiario Chaleb Awali, esponente di rilievo degli Hezbollah sciiti. La mano dell’attentato è israeliana e nessuno crede alla rivendicazione di un gruppo sunnita, per di più smentita dal gruppo stesso.

20 luglio 2004

L’Assemblea generale delle Nazioni unite approva con 150 voti favorevoli, 6 contrari e 10 astenuti una risoluzione che invita i paesi aderenti a "non riconoscere la situazione illegale scaturita dalla costruzione del Muro nel Territorio palestinese occupato", e richiama israeliani e palestinesi a rispettare il percorso della Road Map. Dan Gillerman, rappresentante israeliano alle Nazioni unite, definisce la risoluzione "vergognosa" e critica particolarmente la Francia.

21 luglio 2004

Nabil Amr, esponente della fazione palestinese filo israeliana, dopo aver espresso in una trasmissione televisiva un forte attacco contro Yasser Arafat, viene ferito ad una gamba.

25 luglio 2004

Militi israeliani, travestiti da arabi, uccidono in un agguato 6 palestinesi accusati di essere membri delle brigate di resistenza Al Aqsa.

27 luglio 2004

Yasser Arafat annuncia la riforma degli apparati di sicurezza palestinesi, che saranno d’ora in avanti controllati dal governo (la polizia) oltre che dalla presidenza (la ‘intelligence’). Abu Ala, che aveva annunciato le proprie dimissioni all’inizio della crisi, le ritira.

1 agosto 2004

L’avvocato arabo- israeliano Mahler Talhami, che ha presentato all’Alta Corte di Tel Aviv una petizione contro le torture praticate ai prigionieri, afferma in una intervista al quotidiano italiano "Il Manifesto" la sistematicità delle stesse negli interrogatori, con riferimento particolare al carcere poco distante da Tel Aviv, paragonato dalla stampa araba a quello di Abu Ghraib, e fornisce la cifra di 7.000 palestinesi a tutt’oggi detenuti.

4 agosto 2004

Il dipartimento di Stato americano invita i cittadini statunitensi a lasciare i Territori per l’intensificarsi delle operazioni militari israeliane. Lo stesso faranno i funzionari delle Nazioni unite, tranne l’ufficio dell’Unrwa operante a Gaza.

15 agosto 2004

I palestinesi rinchiusi nelle 27 carceri israeliane iniziano uno sciopero della fame per ottenere il rispetto dei diritti umani loro negati. In risposta, l’autorità penitenziaria da l’ordine di diminuire i liquidi, acqua e tè, consentiti ai digiunatori; e alcune direzioni carcerarie, come quella di Kfar Sava, aggiungono l’allestimento di barbecue nei cortili, così che l’odore dei cibi, giungendo ai prigionieri, ne aumenti la sofferenza.

31 agosto 2004

A Gerusalemme, in risposta ai raid omicidi e alla occupazione dei Territori, un duplice attentato kamikaze provoca 16 morti e decine di feriti su 2 autobus. In serata, gli israeliani demoliscono, ad Hebron, le abitazioni delle famiglie degli attentatori ed il giorno dopo bombardano il campo profughi di Gaza, occupato da truppe di terra.

8 settembre 2004

L’Autorità palestinese definisce "una operazione cosmetica" l’accorciamento del Muro per un breve tratto, deciso dal governo israeliano nel tentativo di sviare le condanne internazionali. Il Muro è lungo ad oggi 200 Km.

26 settembre 2004

A Damasco (Siria), il Mossad uccide il leader di Hamas, Izzeldin Khalil.

29-30 settembre 2004

Al raid israeliano che ha ucciso 7 arabi a Gaza, Hamas ha risposto con un attentato a Sderot, nel Negev, che ha provocato la morte di due ragazzi israeliani e 10 feriti. Le truppe israeliane invadono per rappresaglia il campo profughi di Jabalya, devastandolo, uccidendo 23 persone e ferendone almeno 70; anche 3 militi restano uccisi nello scontro.

2 ottobre 2004

A Gaza, altri 8 palestinesi sono stati uccisi dalle truppe israeliane nel campo profughi di Jabalya, nella operazione di rappresaglia denominata "Giorni del pentimento".

11-14 ottobre 2004

A Gerusalemme, la Knesset boccia il piano Sharon di ritiro unilaterale da Gaza. Pochi giorni dopo, il primo ministro conferma peraltro che il piano sarà comunque attuato entro il 2005, ed al tempo stesso che proseguiranno le operazioni militari per ‘normalizzare’ la Striscia. A tal fine, nella sola giornata di oggi, i militi uccidono 5 palestinesi, raggiungendosi così la cifra di 120 vittime nella operazione "Giorni del pentimento", in sole 2 settimane.

12 ottobre 2004

Il quotidiano israeliano "Haaretz", ripreso in Italia da "Il Manifesto", sotto il titolo "I cristiani di Gerusalemme desiderano che gli ebrei smettano di sputare su di loro", informa di episodi di sputi riservati ai cristiani. Fra essi, nel corso di una processione, un colono ha sputato sulla antica croce retta dal vescovo Manughian e questa, nella rissa che ne è seguita, "si è rotta".

13 ottobre 2004

A Gerusalemme, un rapporto del ministero degli Esteri illustra le preoccupazioni per il rafforzamento dell’Europa e la paventata maggiore autonomia della stessa dagli Stati uniti, suscettibile di "rafforzare la richiesta che Israele si conformi alle norme internazionali…e rispetti l’autorità delle Nazioni unite", danneggiando gli interessi dello Stato ebraico.

13 ottobre 2004

A Rafah, i militi israeliani ammazzano un ragazzino intento a giocare a pallone, e ne feriscono un altro di 7 anni.

14 ottobre 2004

Il relatore delle Nazioni unite sul diritto all’alimentazione, Jean Ziegler, scrive al presidente dell’Unione europea Romano Prodi chiedendo la sospensione dell’accordo di associazione Israele- Ue finché non cesseranno i soprusi nei Territori. Ziegler riferisce che l’80% dei palestinesi dipende esclusivamente, per sopravvivere, dagli aiuti internazionali – che lo Stato ebraico a più riprese ha cercato di bloccare- ed il 38% dei bambini soffre di anemia e denutrizione. Negli ultimi 2 anni, Israele ha fatto arrestare 13 dipendenti dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati, accusandoli di "complicità con il terrorismo".

15 ottobre 2004

A Gerusalemme, è stato assolto il comandante israeliano che, nel corso di un’operazione di rastrellamento, ha crivellato di colpi una bimba di 13 anni caduta a terra, provocandone la morte sul colpo.

19 ottobre 2004

Nella Striscia di Gaza, sono 8 i morti palestinesi vittime dell’ultima incursione degli occupanti. La Unrwa denuncia che le case distrutte a Jabalya sono almeno 90. Continua intanto la tensione tra le fazioni palestinesi dopo che il cugino di Arafat, Mussa, è sfuggito ad un attentato attribuito agli uomini di Dahlan.

20 ottobre 2004

Decine di esponenti religiosi ebraici si mobilitano contro il piano di ritiro da Gaza: "Espellere gli ebrei dalle loro case è un delitto –afferma il rabbino Avraham Shapira- è proibito e i soldati devono informare il loro comandante che è proibito, come dissacrare il sabato…"

21-25 ottobre 2004

Continuano le devastanti incursioni israeliane nei Territori. Con un raid omicidiario, effettuato mediante missili lanciati da un elicottero, è assassinato un leader di Hamas, Adnan al Ghoul. L’ultima rappresaglia indiscriminata ha ucciso 16 palestinesi e ne ha ferito 50.

26 ottobre 2004

La Knesset vota con 57 voti favorevoli, 45 contrari e 7 astenuti il piano ritiro da Gaza che, secondo un sondaggio condotto da "Yedioth Ahronot", incontra il favore del 65% degli ebrei israeliani. I coloni manifestano la loro protesta davanti alla sede del Parlamento. In vista della discussione parlamentare, nei giorni scorsi, il governo Sharon ha deciso l’aumento dello stanziamento a favore dei coloni che lasceranno Gaza da 20.000 a 30.000 dollari esentasse e la pensione anticipata per coloro che perderanno il loro reddito. E’ stato anche deciso che le case dei coloni saranno distrutte per evitare che vengano utilizzate dai numerosi palestinesi rimasti senza tetto a causa delle devastazioni.

29-30 ottobre 2004

Yasser Arafat parte per la Francia per curarsi da un male grave che lo affligge, non appena intervenuta la ‘concessione’ israeliana, quando ormai il leader palestinese è in fin di vita. Ricoverato all’ospedale militare di Percy di Clamart, vicino a Parigi, protetto da decine di poliziotti, il leader palestinese riceve la visita amichevole del presidente francese Chirac. Ariel Sharon, invece, auspica la fine del mandato di Arafat e fa sapere anticipatamente di vietare anche l’ultimo desiderio del leader palestinese, la sepoltura alla Spianata delle moschee a Gerusalemme, luogo sacro per gli islamici. Il controllo dell’Autorità nazionale palestinese è nel frattempo affidato prevalentemente alla diarchia Abu Mazen - Abu Ala, il primo dei quali esercita la funzione di reggente, competente per i rapporti strategici, ed il secondo di capo del governo con delega alla riforma degli apparati di sicurezza.

1 novembre 2004

Mentre nei Territori si piange e si prega per il presidente palestinese, oggetto ormai di autentica venerazione, a Tel Aviv, un kamikaze 16enne del Fplp si fa esplodere nel centro della città, provocando la propria morte e quella di altre 4 persone.

6 novembre 2004

Nella notte l’esercito israeliano irrompe nel campo profughi di Jebna, con la motivazione di distruggere i tunnel scavati dalla resistenza. Due palestinesi sono stati uccisi nella giornata di ieri perché – secondo la versione dell’esercito- "tentavano di avvicinarsi a un insediamento" colonico.

11 novembre 2004

A Gerusalemme, lo scienziato Mordechai Vanunu, rilasciato nello scorso aprile dopo una lunga carcerazione e soggetto ad una serie di restrizioni, è nuovamente arrestato dalla polizia israeliana all’interno della cattedrale di san Giorgio, con l’accusa di aver comunicato a giornalisti stranieri informazioni riservate.

 

La Palestina dopo Arafat

 

11-12 novembre 2004

A Parigi, alle 03.30 del mattino dell’ultimo giorno del Ramadan, muore Yasser Arafat. Al Cairo, si svolgono funerali di Stato con solenni onori militari (già tributati alla partenza dalla Francia) alla presenza di capi di Stato, delegazioni diplomatiche di tutto il mondo, esponenti religiosi. Sono assenti i soli israeliani che considerano gli onori tributati al leader scomparso un "insulto per lo Stato ebraico". A Ramallah, una folla enorme ha atteso il feretro del leader più amato, il padre della Palestina, fra pianti, preghiere, invocazioni di libertà: neppure il servizio di polizia riesce a trattenere la folla, che letteralmente si impadronisce del feretro e lo scorta fino alla tomba provvisoria allestita alla Muqata, coperta da terriccio prelevato dalla Spianata delle moschee.

14 novembre 2004

Presso la Muqata, Abu Mazen è oggetto di una violenta contestazione, per la sua politica remissiva verso Israele ed il suo sfavore verso la Intifada, da parte di un gruppo armato che uccide due uomini della scorta. L’azione è smentita dai principali gruppi della resistenza.

19 novembre 2004

Il quotidiano israeliano "Yedioth Ahronot" divulga alcune ‘foto- ricordo’ di militi israeliani che si trastullano con i cadaveri di palestinesi uccisi, ad uno dei quali è stata mozzata la testa. Casi dello stesso genere, oltre quelli riferiti dal giornale che concernono il battaglione Nahal Haharedi operante nella valle del Giordano, sono segnalati in altre località, da Gaza a Hebron e Jenin.

24 novembre 2004

La Corte suprema israeliana autorizza la costruzione di un altro tratto del Muro nei pressi di Gerusalemme.

25 novembre 2004

A Beirut, il leader di Al Fatah in esilio Faruk Qaddumi, intervenendo alla commemorazione di Yasser Arafat, propone la creazione di un fronte unito che comprenda tutte le organizzazioni palestinesi, in stretto contatto con i paesi arabi ed in particolare quelli che hanno ancora territori occupati da Israele, e soprattutto con i palestinesi della diaspora : "E’ ora – afferma- che i campi tornino a muoversi e a prendere parte alla lotta nazionale del nostro popolo…Rifiutiamo qualsiasi insediamento in un altro paese arabo che non sia la Palestina".

3 dicembre 2004

Nel villaggio di Raba, presso Jenin, in una delle abituali incursioni israeliane, è assassinato il giovane esponente della Jihad, Mahmud Kamil, mentre giaceva a terra ferito e disarmato.

7 dicembre 2004

A Gaza - in risposta ad un attentato compiuto da Hamas per replicare alle più recenti azioni degli occupanti - aerei da guerra israeliani lanciano missili che uccidono sul colpo 4 palestinesi e ne feriscono molti altri, fra cui due bambini. Diramando la notizia la radio israeliana riporta l’ammissione di portavoce militari circa l’abitualità delle pratiche di ritorsione contro i familiari dei sospetti attentatori, ed il sequestro di civili per usarli come scudi umani durante le incursioni da terra.

8-11 dicembre 2004

A Rafah, soldati israeliani sparano uccidendo 5 palestinesi; il giorno seguente, un altro è ucciso mentre transitava con la sua auto, con 3 feriti: attacco diretto presumibilmente contro il leader dei comitati di resistenza Jamal Abu Samhadana, che non centra il bersaglio. Hamas e le brigate militari di Fatah rispondono piazzando un ordigno in un tunnel sottostante ad un fortino degli occupanti, che causa 4 morti fra i soldati. Yehiel Hazan, esponente del Likud, così commenta l’attentato: "Gli arabi sono vermi e sono in ogni luogo, sotto terra e sopra, vermi che attaccano il popolo ebreo".

9-10 dicembre 2004

La promessa israeliana di garantire la libertà delle elezioni palestinesi previste per il 9 gennaio, fatta a Colin Powell nel corso della sua visita a Gerusalemme a fine novembre, è già smentita. Mustafà Barghuti, candidato alternativo ad Abu Mazen, è preso a botte e costretto un’ora con la faccia a terra, sotto la minaccia delle armi; malmenato ad un check point anche Bassam Salhi, candidato del Partito del popolo. Il 27 novembre, ha ritirato la candidatura Marwan Barghouti, leader di Al Fatah ristretto in un carcere israeliano.

10 dicembre 2004

A New York, è pubblicizzato il rapporto di John Dugard alla commissione per i diritti umani delle Nazioni unite sulle violazioni commesse da Israele in Palestina. Dopo aver enumerato le devastazioni e le uccisioni commesse dagli occupanti, il relatore afferma che col ritiro unilaterale Israele "non ha previsto di allentare la presa sulla Striscia di Gaza ma prevede di controllarne i confini, le acque marittime territoriali e lo spazio aereo", nonché di garantirsi un’ampia fascia di sicurezza, così che si dovrà considerare "a tutti gli effetti forza occupante". Confuta quindi le motivazioni addotte dal governo israeliano per la costruzione del Muro indicandone gli scopi reali in: "1. Inclusione di zone coloniche all’interno di Israele; 2. Confisca di terre palestinesi; 3. Incoraggiare i palestinesi a lasciare le proprie terre e case rendendo loro la vita insopportabile". Il rapporto analizza poi le inibizioni alla libertà di movimento realizzata mediante i check point ed afferma : "Le restrizioni alla libertà di movimento imposte ai palestinesi dalle autorità israeliane somigliano alle note pass laws del Sud Africa dell’apartheid. Queste pass laws venivano amministrate in un modo umiliante ma in modo uniforme. Le leggi israeliane che governano la libertà di movimento sono amministrate analogamente in modo umiliante ma sono caratterizzate da arbitrarietà. Sotto un aspetto Israele è andato anche oltre lo scopo della legge dell’apartheid" costruendo strade separate per i coloni; e lo ‘apartheid stradale’ –osserva Dugard- non è stata una caratteristica del regime sudafricano.

17 dicembre 2004

Le forze israeliane scatenano un’offensiva, denominata ‘Ferro arancione’, contro il campo profughi di Khan Yunis, nella Striscia di Gaza. Solo nei primi due giorni l’attacco provoca 11 morti e 40 feriti, alcuni dei quali in fin di vita. Il bilancio ufficiale della repressione della seconda Intifada è, a questa data, di 3.588 vittime.

18 dicembre 2004

A Gerusalemme, è annunciata la costituzione del governo israeliano di unità nazionale che include il Partito laburista, cui sono attribuiti 8 dicasteri.

26 dicembre 2004

Si svolgono nei Territori elezioni amministrative – le prime consultazioni dal 1996- con un afflusso alle urne dell’85%. L’Anp annuncia la vittoria di Al Fatah di stretta misura mentre Hamas ha registrato una forte crescita, ma non rende ancora disponibili i dati precisi. In seguito è reso noto che Al Fatah ha perso 9 amministrazioni a vantaggio di Hamas.

31 dicembre 2004

L’offensiva ‘Ferro arancione’, condotta dalle truppe israeliane contro i campi di Khan Yunis e Rafah, ha mietuto altre 12 vittime palestinesi solo negli ultimi giorni dell’anno mentre fra gli occupanti si registrano solo 3 feriti. Al valico di Rafah, la situazione è insostenibile anche per i divieti imposti da Israele e dall’Egitto, i controlli e le lungaggini burocratiche che provocano file interminabili e anche decessi fra le persone in attesa di passare. E’ stato inoltre nuovamente fermato, e arrestato, il candidato alle presidenziali Mustafà Barghuti, colpevole di essersi trattenuto a Gerusalemme est, che Israele considera proprio territorio.

4-5 gennaio 2005

A Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, un bombardamento israeliano provoca 8 morti, fra i quali 3 ragazzini e un bambino, come rappresaglia per il lancio di razzi sugli insediamenti degli occupanti. Il giorno successivo un altro palestinese è ucciso al valico di Eretz; alcuni israeliani restano feriti da razzi esplosi da militanti. "Preghiamo per le anime dei nostri martiri caduti sotto le bombe del nemico sionista", afferma Abu Mazen, provocando le reazioni israeliane.

10 gennaio 2005

Nei Territori, il 70% circa dei palestinesi partecipa alle elezioni presidenziali; solo un migliaio ha potuto votare a Gerusalemme su 120.000 aventi diritto, per il boicottaggio israeliano. Abu Mazen riesce vittorioso col 62,3% mentre Mustafà Barghuti ha conseguito il 20% (secondo quest’ultimo le percentuali sarebbero invece, rispettivamente, 55% e 29%). Nella campagna elettorale Abu Mazen, in passato criticato per le sue posizioni giudicate arrendevoli verso Israele, si è presentato come il continuatore di Yasser Arafat, ha chiesto il ripristino dei confini precedenti alla guerra dei sei giorni, la intangibilità del diritto al rientro dei profughi e la liberazione delle migliaia di prigionieri politici, fra i quali Marwan Barghouti. Come ‘prova di buona volontà’ il governo israeliano ha liberato difatti solamente 159 prigionieri, quasi tutti a fine pena e nessuno dei quali è accusato di attentati. Dopo l’annuncio dei risultati elettorali, il premier israeliano Ariel Sharon fa pervenire al nuovo eletto un messaggio di felicitazioni promettendo di riprendere i colloqui interrotti.

11-12 gennaio 2005

Gli israeliani attaccano con bombardamenti aerei basi Hezbollah nel Libano ed uccidono un osservatore francese. Un giovane palestinese che accompagnava all’ospedale la moglie incinta è freddato dai colpi israeliani, mentre la donna ed un terzo palestinese restano gravemente feriti. Presso la base israeliana di Morag, nel sud di Gaza, un attacco rivendicato dalle Brigate martiri di Al Aqsa e di Jihad provoca nell’immediato la morte di un colono ed alcuni feriti e la morte altresì dei due attentatori.

13-14 gennaio 2005

A Karni, al confine fra Israele e Gaza, 3 attentatori palestinesi fanno esplodere nella notte il terminal commerciale provocando la propria morte e quella di 6 israeliani. Il premier israeliano Sharon ordina la cessazione di qualunque contatto finché non sarà cessato ogni attacco armato palestinese, senza peraltro promettere a propria volta la cessazione delle uccisioni. Che, difatti continuano. Otto morti, fra essi un ragazzino disarmato; poi un militante 20enne ed altre 4 persone uccise a cannonate, e poi ancora altri 3 palestinesi uccisi perché trovati ‘in zona vietata’.

17 gennaio 2005

Il presidente Abu Mazen impartisce alle forze di sicurezza palestinesi l’ordine di "prevenire qualsiasi atto di violenza inclusi gli attacchi contro Israele" ed annuncia l’intento di assorbire le Brigate martiri di Al Aqsa e le forze di Hamas e Jihad nella sicurezza dell’Anp. Le due ultime chiedono che il cessate il fuoco non sia unilaterale e di ottenere, come condizione per fermare le ostilità, che Israele cessi a sua volta "le deliberate e quotidiane uccisioni di palestinesi". Il giorno successivo, un giovane kamikaze si fa esplodere nei pressi della postazione di Gush Katif provocando il ferimento di 5 militi, mentre Abu Mazen si trovava a Gaza per convincere i guerriglieri a deporre le armi. E’ questo l’ultimo attentato prima di consentire ad Abu Mazen di esperire il suo tentativo di dialogo.

25-26 gennaio 2005

In Cisgiordania, a Qalqilya, militi israeliani uccidono a raffiche di mitra un militante di Hamas e feriscono altri due ed un ragazzino.

27 gennaio 2005

Il primo ministro palestinese Abu Ala ha firmato il decreto che mette al bando le armi nei Territori. Dal canto suo, il premier israeliano Ariel Sharon dichiara alla Tv di credere che esistono "le condizioni che consentiranno a noi ed ai palestinesi di compiere una svolta storica che ci porterà alla sicurezza ed alla pace"; ma si guarda dal garantire il cessate il fuoco bilaterale.

27 gennaio 2005

A Gaza, si svolgono le elezioni amministrative (eccetto a Gaza city e Khan Yunis) che assegnano la netta vittoria ad Hamas che conquista 7 comuni su 10 e 75 seggi su 118, mentre 39 sono assegnati ad Al Fatah e agli altri partiti minori che sostengono Abu Mazen.

30 gennaio 2005

A Gerusalemme, sfilano 130.000 fra coloni, rabbini e seguaci della estrema destra protestando contro il preannunciato ritiro da 5 città (Ramallah, Betlemme, Tulkarem, Kalkilya, Gerico). Già dall’inizio del mese, decine di ufficiali israeliani hanno comunicato ai superiori, preventivamente, il rifiuto di partecipare alla evacuazione di insediamenti colonici in terra palestinese.

31 gennaio 2005

Una bambina di 11 anni è assassinata dal fuoco israeliano nel cortile di una scuola gestita dall’Onu. Le vittime palestinesi dall’inizio della seconda Intifada sono a questa data 3.663 palestinesi e 981 israeliani.

Gennaio 2005

Il governo presieduto da Ariel Sharon comunica che non terrà conto del parere espresso dal procuratore generale dello Stato, Meni Mazuz, che si è pronunciato per l’illegalità del ‘ripescaggio’ di una vecchia legge del 1950 che consente la espropriazione dei beni degli ‘assenti’ palestinesi a Gerusalemme, compresi gli sfollati e coloro che si sono allontanati anche per breve tempo. Non si terrà conto, tantomeno, della protesta delle comunità cristiane, cui appartengono molti fra gli espropriati negli ultimi mesi. Continuano perciò le confische di case e terreni che si aggiungono a quelle in corso per la costruzione del Muro.

3 febbraio 2005

L’Alta Corte di giustizia israeliana respinge il ricorso presentato dai sindaci di Betlemme e Beit Jalla contro il percorso della strada che congiungerà Gerusalemme alla tomba della matriarca Rachele, ulteriore pretesto per violare i diritti di proprietà e di movimento dei palestinesi ed operare annessione di terre.

6-7 febbraio 2005

Il segretario di Stato americano Condoleeza Rice incontra separatamente Ariel Sharon, dapprima, e Abu Mazen, poi, ribadendo in entrambe le occasioni le posizioni israeliane sulla "esistenza delle condizioni per una intesa" e la necessità di stroncare "il terrorismo", intendendo con questo termine la resistenza palestinese; mentre l’invito rivolto ad Israele, assai più blando, è di "astenersi dal compiere atti unilaterali che possono pregiudicare l’esito di future trattative". E’ nominato nuovo coordinatore statunitense per il Medio Oriente il generale William Ward.

8 febbraio 2005

A Sharm el Sheick si svolge, con il patrocinio e la mediazione egiziana, l’incontro fra Abu Mazen, Ariel Sharon e il re di Giordania Abdullah II, che dovrebbe sancire la fine dell’Intifada palestinese e la ripresa delle trattative basate sulla Road Map. Subito dopo l’incontro, in ottemperanza agli impegni presi, Abu Mazen ordina la rimozione del generale della polizia Abdel Razek al Mayaida e del capo della sicurezza a Gaza Saeb al Ayez, uomini vicini a Yasser Arafat, aprendo così la strada al colonnello Mohammad Dahlan, discusso personaggio gradito a Israele. Il governo Sharon invece nominerà nei prossimi giorni alla carica di capo di Stato maggiore il generale Dan Halutz, responsabile di un sanguinoso bombardamento su Gaza nell’estate 2002. Sharon ha promesso soltanto la liberazione di 500 palestinesi accusati di fatti minori o a fine pena, su un totale di 8.000 prigionieri politici, ed il rientro di una cinquantina di militanti deportati all’estero, a condizione di una stretta vigilanza. Le parti non hanno formalmente sottoscritto alcun impegno.

13 febbraio 2005

Il premier israeliano Sharon presiede una riunione del Consiglio dei ministri dedicata alla propria sicurezza personale e di altri componenti del governo che avrebbero, come lui, ricevuto minacce di morte da parte di elementi della destra. L’allarme è rilanciato con clamore dalla stampa israeliana ed internazionale, impegnate ad accreditare una svolta dello stesso Sharon.

14 febbraio 2005

In Libano, è assassinato Rafiq Hariri, mediatore fra le varie fazioni che si incolpano reciprocamente dell’assassinio. L’attentato innesca una grave crisi della quale profittano gli Stati uniti e Israele che, appoggiati dall’Onu, ordinano perentoriamente il ritiro delle truppe siriane dal paese ed il disarmo degli Hezbollah e dei militanti palestinesi. Nelle settimane seguenti si susseguono manifestazioni di diverso segno contro le ingerenze straniere nel paese, alcune contro la Siria, altre contro le pretese americane.

14-16 febbraio 2005

Continua la carneficina. Un militante palestinese è ucciso da soldati israeliani presso la Tomba dei patriarchi. Il giorno dopo, la morte tocca ad un ragazzino di 15 anni a Beitunia, presso Ramallah; il 16, ad altri due palestinesi presso Bracha, in Cisgiordania. Per questi omicidi, provocatori mentre si esige imperiosamente la cessazione della resistenza palestinese, le Brigate martiri di Al Aqsa, inquadrate in Al Fatah, ventilano la fine della tregua unilateralmente concessa. Presso Hebron, 2 volontari cristiani della ‘ comunità Giovanni XXIII’ denunciano di essere stati aggrediti da coloni ebraici a pugni e calci e di essere dovuti ricorrere alle cure ospedaliere.

20 febbraio 2005

Il governo israeliano vota a maggioranza (col voto contrario di 5 membri su 22) il piano di ritiro da 5 città e di sgombero di 21 colonie della Striscia di Gaza e di 4 in Cisgiordania, attizzando l’opposizione dei coloni e dei rabbini di Gaza. Nel tentativo di tranquillizzarli, il ministro della Giustizia comunica che, solo grazie alla costruzione del Muro, Israele sta annettendo l’8% della Cisgiordania, senza tenere conto di Gerusalemme est, che Israele considera interamente propria.

20-23 febbraio 2005

Militi israeliani sparano presso Rafah, ferendo due palestinesi. Sparano anche a un soldato egiziano a nord della stessa località. Il 22, è compiuto un omicidio mirato del quale resta vittima un agente della sicurezza palestinese, Dib Mohammed Hamattu. Il 23, gli israeliani ammazzano 2 ragazzini, uno a Ramallah ed uno a Rafah, quest’ultimo mentre era intento a trasportare un giocattolo.

24 febbraio 2005

Dopo 3 giorni di difficili trattative è formato il nuovo governo palestinese presieduto da Abu Ala, nel quale il primo ministro è stato indotto ad inserire i due elementi desiderati dagli israeliani, Mohammed Dahlan e Nasser Yussef, il primo come responsabile agli affari civili ed il secondo come responsabile degli apparati di sicurezza. Ministro degli esteri è nominato Nasser al Qidwa, nipote di Yasser Arafat, per anni rappresentante palestinese alle Nazioni unite.

25 febbraio 2005

Un kamikaze si fa esplodere sul lungomare di Tel Aviv, davanti ad una discoteca frequentata anche da militari, provocando 50 feriti e 5 morti fra i quali se stesso. L’azione è rivendicata alla Jihad islamica da parte di un suo dirigente libanese, mentre la stessa organizzazione palestinese ha dichiarato di continuare a rispettare la tregua, benché unilaterale. La unica rivendicazione certa è un video girato dallo stesso attentatore, uno studente 21enne di Tulkarem. Il primo ministro palestinese Abu Ala ordina la repressione dei responsabili e Nasser Yussef fa arrestare 2 militanti di Jihad. Israele a sua volta opera altri 5 arresti, fra i quali quello dell’imam Qassem Qassem e profitta dell’occasione per bloccare la liberazione di 400 prigionieri palestinesi che si dovevano aggiungere ai precedenti 500.

Febbraio 2005

In un’intervista rilasciata ad "Arabmonitor" il portavoce di Hamas, Osama Hamdan, denuncia che "a Sharm el Sheick Abu Mazen ha dato senza nulla ricevere…gli israeliani non si sono assunti alcun impegno", mentre "il muro continua ad avanzare e la violenza nei confronti dei palestinesi rimane quotidiana". Hamas vuole anch’essa la tregua- spiega- e chiede che siano soddisfatte "almeno due richieste: il rilascio di tutti i prigionieri palestinesi da parte israeliana e la cessazione di ogni forma di violenza nei confronti dei palestinesi" ricordando che tra gli 8.000 prigionieri "ci sono 485 minorenni, 250 donne, 15 di loro in stato di gravidanza, 300 sono affetti da gravi malattie. Gli israeliani possono rilasciare 500 detenuti oggi e arrestare 1000 domani. Il problema, in questo modo, non si risolve mai".

1 marzo 2005

A Londra, si apre la conferenza sul Medio Oriente con i rappresentanti di 20 paesi e del segretario delle Nazioni unite Kofi Annan, presenti i rappresentanti palestinesi e significativamente assenti gli israeliani. I c.d. ‘paesi donatori’ presentano il piano di finanziamento a favore dei palestinesi che prevede un impegno dell’Unione europea per 250 milioni di euro, impegno peraltro condizionato alla fine della resistenza armata contro l’occupante. La Banca mondiale, dal canto suo, rende noto un progetto di finanziamento per l’allestimento di posti di blocco e transiti da un versante all’altro del Muro, con la motivazione ufficiale di "favorire i palestinesi", e quella reale di far accettare come irreversibile lo stesso Muro e le annessioni illegali compiute da Israele di terre palestinesi.

3 marzo 2005

A Jenin, mediante un’incursione, forze israeliane sequestrano 7 militanti di Jihad con la motivazione che essi sarebbero collegati all’attentato di Tel Aviv del 25 febbraio.

8 marzo 2005

Il quotidiano israeliano "Haaretz" rende noto il ‘rapporto Sasson’ sugli avamposti israeliani costruiti - in violazione della stessa Road map, che doveva bloccare tali costruzioni dal marzo 2001- in gran parte su terre palestinesi, finanziati dall’esercito, dall’agenzia per l’immigrazione o dal ministero dell’edilizia; e la presa di posizione del primo ministro Ariel Sharon che si impegna a smantellare i più recenti.

10 marzo 2005

In Cisgiordania, forze israeliane compiono un raid omicidiario del quale resta vittima il militante di Jihad, Mohammad Abu Khazneh.

12 marzo 2005

In una conferenza stampa tenuta a Nablus, Hamas comunica ufficialmente la sua intenzione di presentare propri candidati alle elezioni legislative di luglio. La cosa ha ricevuto un commento favorevole del presidente Abu Mazen, negativo invece del portavoce del governo israeliano, Avi Panzer.

17 marzo 2005

L’ufficio antifrodi della Unione europea chiude ufficialmente la inchiesta, aperta nel 2003 dietro pressione israeliana, che ha accertato non esservi elementi per affermare che i fondi stanziati dalla stessa Unione per l’assistenza ai palestinesi siano stati devoluti a formazioni armate.

22 marzo 2005

A Tulkarem avviene il passaggio di consegne all’Autorità palestinese con lo smantellamento dei posti di blocco israeliani; mentre a Gerico, l’altra città della quale era stato annunciato lo sgombero, ma occupata solo saltuariamente nel passato, la situazione resta sostanzialmente la stessa, con le truppe appena all’uscita di città. Gli israeliani rifiutano inoltre la liberazione del dirigente del Fplp Ahmed Saadat, che a Gerico è detenuto sotto controllo internazionale. A raggelare ogni possibile illusione palestinese sul significato dello sgombero di Tulkarem, il governo israeliano comunica che saranno costruite 3.500 nuove abitazioni in Cisgiordania, destinate ai coloni ebrei provenienti da Gaza e raggruppate in 3 colonie che collegheranno Maaleh Adumim a Gerusalemme "perché sono aree che non saranno mai consegnate all’Autorità nazionale palestinese". Il progetto israeliano è idoneo a spaccare in due la Cisgiordania settentrionale, creando un accerchiamento di Gerusalemme da parte israeliana, ed un suo ampliamento, così che la parte est della città non potrà mai essere la capitale di uno stato palestinese. Dal canto suo, il negoziatore palestinese Saeb Erekat avverte che i palestinesi "non accetteranno mai, per nessun motivo, gli insediamenti in Cisgiordania in cambio del ritiro israeliano da Gaza" denunciando che il reale piano di Sharon è trasformare la Striscia "in un carcere".

30 marzo 2005

A Ramallah, le Brigate Al Aqsa contestano violentemente la decisione di sgomberare la Muqata dai militanti per affidare la sicurezza alle sole forze regolari e la riorganizzazione della stessa. In questi stessi giorni sono costretti alle dimissioni Haj Ismail Jaber e Yunis al Aas, il primo dei quali denuncia la "campagna di pressione condotta contro la mia persona dal ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz". Si approfondisce il contrasto fra il presidente Abu Mazen ed il primo ministro palestinese Abu Ala, il quale ultimo constata la mancanza di contropartite israeliane a fronte delle continue concessioni palestinesi.

Marzo 2005

Una cava di pietra presso Nablus inizia ad essere impermeabilizzata per trasformarsi in discarica, atta a recepire i rifiuti provenienti dalle città israeliane, in violazione delle convenzioni internazionali che vietano ai paesi occupanti di sfruttare le risorse dei territori occupati. I lavori sono stati iniziati dalla società Baron industrial Park che rappresenta gli interessi dei coloni ebraici.

9 aprile 2005

A Gaza, militi israeliani uccidono 3 ragazzini intenti a giocare a pallone in ‘zona non autorizzata’. Un’associazione per i diritti umani divulga in questi giorni la testimonianza giurata di un altro ragazzo 16enne, Mahmud Radi Erakat che, arrestato il 2 aprile in Cisgiordania in seguito ad una sassaiola contro i soldati, afferma di stato appeso con la testa all’ingiù e tormentato con mozziconi di sigaretta e corde strette attorno ai testicoli.

10 aprile 2005

Mentre Ariel Sharon giunge in visita a Washington, a Gerusalemme, coloni e religiosi ebraici occupano come annunciato da giorni la Spianata delle moschee, per indicare la volontà di privare i palestinesi del loro luogo sacro, difeso dai giovani arabi che si schierano davanti alla moschea Al Aqsa. La polizia israeliana interviene arrestando un po’ degli uni e un po’ degli altri; ma gli ebrei sono presto rilasciati. Fra i palestinesi tratti in arresto vi è il leader di Hamas in Cisgiordania, Hassan Yousef.

18 aprile 2005

Il primo ministro israeliano Ariel Sharon annuncia il rinvio del ritiro da Gaza, previsto secondo le precedenti dichiarazioni per il 20 luglio, prendendo a pretesto le celebrazioni religiose ebraiche. Continuano febbrilmente, invece, i lavori per l’ampliamento delle colonie illegali in terra araba, presso Gerusalemme e ad El Kana, dove è stata provocatoriamente pubblicizzata una gara d’appalto per nuove palazzine. Nella città cisgiordana di Hebron, l’esercito israeliano ha annunciato di voler innalzare un altro muro per "proteggere i coloni", notizia ripresa dal giornale "Maariv".

28-29 aprile 2005

Il presidente russo Vladimir Putin compie un viaggio in Palestina. Dapprima si reca in Israele, dove incontra Sharon: nei colloqui emergono diversi punti di contrasto, particolarmente circa l’appoggio al programma nucleare iraniano, le forniture militari russe alla Siria, ed il rifiuto di Israele di consegnare i burocrati della Yukos perseguiti per frode, che sono riparati a Gerusalemme. Il giorno seguente, nei Territori, dopo aver reso omaggio alla tomba di Arafat, Putin incontra Abu Mazen al quale promette aiuti per la ricostruzione e la fornitura di apparecchiature, fra cui alcuni veicoli blindati, ciò che provoca una stizzita reazione israeliana.

1 maggio 2005

Anche il premier turco Tayyp Erdogan giunge in visita in Israele e nei Territori, nella quale occasione egli annuncia il trasferimento all’Autorità palestinese delle proprietà acquisite negli attuali Territori durante l’Impero ottomano ed ulteriori aiuti economici; anche in questo caso, giunge una replica del governo israeliano che boicotta ogni aiuto internazionale ai palestinesi.

1 maggio 2005

All’alba, presso Tulkarem – la città da poco riconsegnata all’Autorità palestinese- le forze israeliane fanno irruzione per uccidere un militante di Jihad islamica, Abdul Ghani.

2 maggio 2005

Il governo israeliano approva la costruzione di un’università israeliana nella colonia ebraica di Ariel, presso Nablus, in territorio occupato. La provocatoria decisione sarebbe una risposta al boicottaggio dei due atenei israeliani di Haifa e Bar Illan deciso dall’associazione britannica dei docenti universitari in conseguenza della repressione da parte israeliana della libertà di insegnamento.

4 maggio 2005

A Ramallah, soldati israeliani uccidono due giovani palestinesi che avevano lanciato sassi contro di loro. Poco lontano, nel villaggio di Bilin, si svolge una manifestazione contro lo sradicamento di un uliveto palestinese che deve, negli intenti israeliani, essere espropriato per lasciare spazio al Muro.

18 maggio 2005

Le truppe israeliane violano nuovamente la tregua assassinando Abu Sohaib ed un altro militante di Hamas, che morirà in ospedale in seguito alle ferite riportate. Rispondendo ai razzi sparati dai militanti palestinesi per reagire all’uccisione in direzione degli insediamenti colonici, che peraltro non hanno fatto vittime, Israele blocca la zona industriale di Gaza paralizzando il transito palestinese. Anche migliaia di coloni ebraici hanno manifestato il 16 paralizzando le vie di comunicazione contro ogni ipotesi di ritiro.

22 maggio 2005

In Giordania, si conclude con un nulla di fatto il World economic Forum sul Medio Oriente. Abu Mazen, in un’intervista concessa nell’occasione, alla domanda sull’applicazione degli accordi di Sharm El Sheick, risponde: "Inesistente. La chiusura dei Territori continua. I 600 posti di blocco stabiliti nella West Bank sono rimasti al loro posto. La liberazione dei prigionieri, dopo i primi 150, è scomparsa dall’agenda. Del ritiro dalle città non si parla più. E’ tutto congelato".

26 maggio 2005

A Washington, George Bush incontra il presidente palestinese Abu Mazen al quale promette uno stanziamento di fondi a condizione che l’Anp proceda alla repressione della resistenza palestinese ("terrorismo") e di Hamas. In questi stessi giorni, non casualmente, l’Autorità palestinese annuncia il rinvio delle elezioni politiche, per le quali si profila un buon risultato dell’organizzazione islamica. Quest’ultima ha difatti vinto la seconda tornata di elezioni amministrative in 49 comuni su 102 - mentre in 22 comuni non ha presentato liste (v. note 26 dicembre 2004 e 27 gennaio 2005). Hamas accusa l’Anp di "obbedire alle richieste di Usa ed Israele" ed il clima di arroventa, in seguito anche all’annullamento decretato dall’Anp di elezioni a Beit Lahia, vinte da Hamas.

Maggio 2005

A Gerusalemme, il comune annuncia la demolizione di 88 case palestinesi nel quartiere di Silwan, per lasciare posto ai coloni ebrei che intendono occupare la parte araba della città. Appoggiati dai deputati arabi della Knesset i legittimi abitanti, circa un migliaio, annunciano la resistenza ad oltranza contro l’ennesimo abuso.

2 giugno 2005

Israele rilascia 398 prigionieri palestinesi, mentre altri 7.000 restano nelle prigioni, in condizioni durissime. L’Anp denuncia pertanto la disapplicazione dell’accordo anche sotto questo aspetto.

5 giugno 2005

A Gerusalemme estremisti ebrei, che occupano provocatoriamente la Spianata delle moschee e la città araba, incontrano la resistenza di giovani palestinesi. Ai sassi tirati dai ragazzi la polizia risponde sparando. Abu Mazen chiede inutilmente a Sharon di fermare le provocazioni.

7 giugno 2005

Giornata di sangue nei Territori con la uccisione da parte israeliana di Marwad Zeid Kmail, leader di Jihad e di un civile a Qabatya, di un terzo giovane palestinese a Rafah; i razzi sparati per rappresaglia contro gli insediamenti occupanti uccidono a loro volta tre lavoranti in una colonia, fra i quali un cinese. La polizia israeliana spara poi proiettili di gomma e granate assordanti per disperdere una manifestazione pacifista contro il Muro e le annessioni israeliane.

11 giugno 2005

Il presidente Abu Mazen firma 4 condanne a morte per crimini comuni, interrompendo così la moratoria della pena capitale decretata da Yasser Arafat. La pena capitale, per pressioni israeliane, non è stata applicata a nessuno degli internati per reato di collaborazionismo.

18 giugno 2005

Il viaggio del segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, a Gerusalemme e Ramallah si conclude con un nulla di fatto. Alle pressioni della Rice per il congelamento degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, il governo Sharon ha risposto indirettamente pubblicizzando il bando per 700 nuove abitazioni. Alla domanda di un giornalista palestinese, se la ‘democrazia’ americana preveda il rispetto dei risultati elettorali di Hamas, la Rice ha replicato "non tratteremo mai con un’organizzazione terrorista".

21 giugno 2005

A Gerusalemme, si conclude con un nulla di fatto anche l’incontro fra Ariel Sharon e Abu Mazen, il primo dei quali si ostina a richiedere la tregua unilaterale da parte palestinese. Sono appena stati compiuti 50 arresti in Cisgiordania e l’omicidio di un esponente di Jihad, rappresaglia ad una precedente azione palestinese al confine con l’Egitto, dove è morto un soldato, ed al fermo di una ragazza che trasportava esplosivo ad Eretz. Nessuna concessione sui prigionieri e sul muro. Abu Mazen accusa le forze israeliane di "quotidiane violazioni degli accordi, che determinano le risposte delle fazioni palestinesi".

26 giugno 2005

L’insediamento del nuovo presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che perora nel suo discorso di investitura rapporti paritari fra i popoli e la sovranità nazionale degli stati mussulmani provoca irose dichiarazioni del governo ebraico. Ahmadinejad a sua volta dichiara che l’Iran avrà rapporti con gli stati che rispettino gli altrui diritti, escludendo pertanto Israele.

28 giugno 2005

Si estende, in vista dello sgombero da Gaza, la rivolta dei coloni che considerano proprio diritto occupare terre altrui e danno vita a manifestazioni e piccoli scontri, appoggiati da militari obiettori. Hanno scelto come proprio simbolo vessilli e scritte di colore arancione. Peraltro, il primo sgombero dei manifestanti asserragliati all’hotel Beach avviene senza incidenti, tanto che alcuni commentatori palestinesi parlano di una messinscena per propagandare l’iniziativa di Sharon. Reale invece il tentativo di linciaggio, da parte dei coloni presso Gush Katif, di un ragazzino palestinese di 16 anni, salvato in extremis. Il governo israeliano annuncia il blocco della Striscia, che penalizzerà principalmente i palestinesi, dalla quale è allontanata anche la stampa.

29-30 giugno 2005

Truppe israeliane attaccano le fattorie di Cheba, nel Golan, provocando 2 morti.

5 luglio 2005

Mahmoud Zahar, dirigente di Hamas, denuncia che "il ritiro israeliano da Gaza è stato trasformato in un fatto quasi privato fra gli israeliani e l’Anp" e di quest’ultima "non ci fidiamo: tutto quello che abbiamo concordato con loro non è mai stato attuato e adesso tramano contro di noi…La loro sicurezza preventiva ha arrestato diversi nostri militanti e sta raccogliendo informazioni sui nostri giovani a seguito delle pressioni israeliane ed americane".

7 luglio 2005

A Nablus, militari israeliani uccidono un palestinese, un altro è stato assassinato a Gaza nei pressi di un insediamento colonico.

7 luglio 2005

A Gleneagles (Scozia), il vertice del G8 stanzia 3 miliardi di dollari per la ricostruzione della Striscia di Gaza, distrutta dall’occupazione israeliana. Gli Usa, richiesti da Israele, stanzieranno invece 2 miliardi aggiuntivi alle consuete elargizioni al governo ebraico per finanziare il ritiro.

10 luglio 2005

Il governo israeliano dà il via alla costruzione di un altro tratto del Muro finalizzato a separare Gerusalemme est dalla Cisgiordania, tagliando fuori 3 quartieri abitati da 55.000 palestinesi, mentre è diffusa la notizia che sarà costruita una barriera anche nel mare, per isolare Gaza.

12 luglio 2005

A Netanya, a nord di Tel Aviv, si fa esplodere un kamikaze palestinese provocando la morte di 2 persone e diversi feriti, per protesta contro il rifiuto israeliano di consegnare all’Anp il suo villaggio, Attil, teatro di continue vessazioni contro la popolazione. Immediata la rappresaglia israeliana con l’uccisione di un poliziotto arabo, il sequestro di 5 persone, il rinvio della consegna all’Anp anche di Betlemme, Ramallah e Qalqilya.

12 luglio 2005

In Libano, sfugge ad un attentato il ministro della Difesa Elias Murr, filo- siriano. Si profila sempre più nettamente la mano israelo- americana nella destabilizzazione del Libano e della Siria, cui gli Usa hanno intimato il totale sgombero dal territorio libanese, lo scioglimento di Hezbollah, il disarmo dei campi profughi palestinesi, la consegna dei membri del Baat iracheno riparati a Damasco.

15 luglio 2005

Aerei da guerra israeliani colpiscono Gaza e la Cisgiordania provocando la morte di 7 militanti di Hamas mentre truppe corazzate avanzano nella Striscia per rappresaglia contro il lancio di razzi Qassam, che hanno provocato un morto, risposta dei militanti palestinesi alle ultime uccisioni ed arresti. Anche la polizia palestinese si scontra con i giovani di Hamas, ferendone 3, per ordine di Abu Mazen intenzionato a far applicare la tregua unilaterale.

17 luglio 2005

Israele continua gli ‘omicidi mirati’ assassinando un dirigente di Hamas mentre si trovava sul terrazzo della sua abitazione.

18-19 luglio 2005

La polizia israeliana contrasta un raduno di coloni e sionisti indetto a Netivot per reclamare la ‘grande Israele’ e protestare contro lo sgombero da Gaza, fermando i mezzi dei dimostranti lungo la strada. Alcune decine di migliaia fra essi si mettono in marcia a piedi verso Gush Katif ma sono fermati dal blocco della polizia a Kfar Maimon. Ariel Sharon interviene per rassicurare i dimostranti che la colonizzazione procede in Cisgiordania, terra ben più appetibile di Gaza, ridotta ad un cumulo di macerie. Intanto, nella Striscia, avvengono scontri a fuoco, con decine di feriti, fra militanti di Hamas e Jihad, da un lato, e di Fatah dall’altro, intenzionati questi ultimi ad ottenere la tregua unilaterale per facilitare il ritiro israeliano da Gaza.

25 luglio 2005

A Gerusalemme, il nunzio vaticano è convocato al ministero degli Esteri dove deve ascoltare le lamentazioni del governo israeliano per non avere il Papa incluso Israele fra le "vittime del terrorismo" nel suo messaggio di condanna dei sanguinosi attentati a Londra, cosa che griderebbe "vendetta al cielo" e "può essere interpretata come una licenza per realizzare attacchi terroristici contro gli ebrei". Una nota vaticana replica che "come il governo israeliano non si lascia dettare da altri le proprie parole, nemmeno la Santa Sede può accettare di ricevere insegnamenti e direttive da alcun’altra autorità circa l’orientamento ed i contenuti delle proprie dichiarazioni". La stampa israeliana, particolarmente "Jerusalem Post", inizia una campagna contro Benedetto XVI. La crisi diplomatica rientrerà parzialmente fra un mese, ad opera dell’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Aded ben Hur.

3 agosto 2005

A Londra, la Bbc rende noti documenti recentemente declassificati del ministero degli Esteri che dimostrano l’appoggio dato negli anni Cinquanta dal governo britannico ad Israele per dotarla segretamente di armamento atomico.

4 agosto 2005

L’emittente araba "Al Jazeera" trasmette un messaggio del portavoce di Al Qaeda, Ayman al Zawahri che, fra l’altro, per la prima volta critica l’Autorità palestinese definendo Abu Mazen "un secolarista che passa da un fallimento all’altro" ed invitando i palestinesi a "percorrere la propria strada senza seguire la linea indicata dall’Anp".

4 agosto 2005

A Shfaran, l’israeliano Eran Tzuberi apre il fuoco su un autobus palestinese uccidendo 3 persone e ferendone una dozzina, ed è a sua volta ucciso dai presenti.

11 agosto 2005

A Tel Aviv, 100.000 ebrei manifestano contro il ritiro da Gaza mentre inizia l’esodo degli 8.500 coloni dai 21 insediamenti presenti nella Striscia. E’ previsto anche lo sgombero da 4 insediamenti in Cisgiordania (Kadim, Ganim, Sa Nur, Homesh) dove la situazione è più tranquilla. Un’altra dimostrazione si è svolta giorni fa a Sderot.

17-22 agosto 2005

Scaduto alla mezzanotte il termine per evacuare gli insediamenti di Gaza, inizia lo sgombero forzoso dei riottosi, che registra limitati incidenti fra polizia e coloni specie presso la sinagoga di Neveh Decalin, dove si sono asserragliati questi ultimi, e un centinaio di fermi. Un colono spara contro un gruppo di operai palestinesi uccidendone 3 sul colpo e ferendone 2. In un messaggio televisivo, Ariel Sharon invita alla calma e si assume ogni responsabilità del ritiro, ricevendo gli elogi di Condoleeza Rice, che esalta la ‘coraggiosa mossa’, e della stampa filo- israeliana di tutto il mondo che, mediante una campagna propagandistica concordata, cerca di far dimenticare i crimini di Sharon e presentarlo come l’uomo della pacificazione. Per contro il leader di Hamas, Mahmoud al Zahar, rivendica alla resistenza la parziale vittoria, avendo essa reso la Striscia la zona più insicura per gli occupanti, capaci solo di massacrare inermi e molto meno di combattere.

24 agosto 2005

All’indomani dello sgombero da Gaza, a dissipare ogni equivoco sulle proprie intenzioni, il governo israeliano fa partire le ordinanze di esproprio di terre palestinesi attorno all’insediamento di Maleh Adumin, città- colonia già abitata da 28.000 persone. Secondo la Bbc, la zona confiscata interessa un’area di 60 kmq. L’appello del presidente palestinese Abu Mazen a fermare la colonizzazione non è stato degnato di una risposta.

25 agosto 2005

Truppe israeliane invadono il campo profughi di Tulkarem, uccidendo un militante di Jihad, uno di Al Aqsa e 3 adolescenti disarmati. Non pago, il governo Sharon rivendica il totale controllo delle frontiere di Gaza, incluso il valico di Rafah, affermando che in caso di ribellione palestinese al diktat confischerà i diritti di frontiera, togliendo alla Striscia un importante introito. Si pensa anche a telecamere per schedare gli ingressi.

29 agosto 2005

Il quotidiano "Haaretz" tesse gli elogi di Ariel Sharon proponendogli la leadership della sinistra israeliana, con lo slogan "un partito senza leader cerca un leader senza partito". In realtà, Ariel Sharon controlla tuttora la maggioranza del Likud (otterrà il 52% al comitato centrale, contro il 48% del rivale Netanyahu).

2 settembre 2005

A Bilin, in Cisgiordania, la polizia israeliana carica e disperde una manifestazione pacifista contro il Muro. La brutalità impiegata stride con la tolleranza praticata nei confronti dei coloni.

5-6 settembre 2005

A Gaza, un’esplosione devasta un caseggiato abitato da militanti di Hamas uccidendo 4 persone. Il governo israeliano tenta di attribuire la responsabilità alla stessa Hamas. Il giorno seguente, militi israeliani uccidono un ragazzino di 17 anni a Khan Yunis.

7 settembre 2005

A Gaza, cento uomini armati circondano l’abitazione di Mussa Arafat, cugino dello scomparso presidente e già responsabile dei servizi di sicurezza a lui fedeli, lo uccidono e sequestrano suo figlio. L’azione è attribuita alla fazione filo- israeliana di Fatah guidata dall’ambiguo Mohammed Dahlan, dichiarato rivale dell’ucciso, ritenuto da molti corrotto dagli israeliani. L’episodio dimostra la cruenza della lotta che contrappone le fazioni di Fatah. Intanto, a Gaza, gli israeliani continuano la politica omicidiaria uccidendo un ragazzino palestinese 18enne e ferendone un altro, presso Refeyah Yam.

10 settembre 2005

A Gaza, l’inviato del "Corriere della sera" Lorenzo Cremonesi è sequestrato per alcune ore dalle brigate Al Aqsa, che vogliono richiamare l’attenzione sul conflitto con l’Anp, che i militanti accusano di corruzione e che disattende l’impegno ad integrarli negli apparati di sicurezza.

11-12 settembre 2005

Ultimato il ritiro, soldati israeliani ammainano le bandiere nella Striscia di Gaza – per non smentirsi sparano a 5 ragazzini che si erano avvicinati al reticolato, 3 dei quali sono in gravi condizioni. Nel ritiro, i militi hanno distrutto tutte le costruzioni, per non lasciare nulla ai palestinesi, tranne le sinagoghe con la vistosa stella di David: "una trappola politica" per lo stesso Dahlan. Si scatena la gioia dei palestinesi che invadono le zone sgomberate ed issano le bandiere palestinesi, mentre i ragazzini frugano con le mani nelle macerie lasciate dalle ruspe per trovare qualche rottame utile. Alcune sinagoghe vanno in fiamme, mentre altri vorrebbero utilizzarle togliendone i simboli, per compensare la distruzione o trasformazione in sinagoghe delle moschee, praticate negli anni dagli israeliani (un servizio del quotidiano "Haaretz" ne ha documentate 77, ammettendo trattarsi di una lista incompleta). Migliaia di persone attraversano la frontiera con l’Egitto per visitare parenti ed amici, ma il transito è bloccato dopo 48 ore dall’Anp dietro pressione israeliana. Una grande folla segue la manifestazione di Hamas che attraversa la Striscia inneggiando alla resistenza che ha ottenuto la sua prima vittoria.

17 settembre 2005

Ariel Sharon minaccia il voto dei palestinesi: se Hamas non disarmerà "potremo decidere di non rimuovere check point e blocchi stradali per rendere loro difficile l’accesso ai seggi". I sondaggi danno infatti Hamas al 40% e oltre ed occorre impedirlo, in nome della ‘democrazia’.

23 settembre 2005

A Gaza, ad una manifestazione di Hamas un’esplosione causa 20 morti e decine di feriti. La ricostruzione dell’organizzazione islamica ha individuato un ordigno teleguidato che ha colpito la jeep di un capo militare, mentre secondo altri si è trattato di un ordigno difettoso esploso fortuitamente. Israele profitta dell’evento per sorvolare Gaza con aerei da guerra.

25-26 settembre 2005

A Gaza, un raid omicida israeliano uccide con un missile il dirigente della Jihad Mohammed Khalil ed altri 3 militanti, fatti letteralmente a pezzi. In Cisgiordania i militari arrestano 400 attivisti di Hamas e Jihad per impedire loro di partecipare alle elezioni amministrative e controllare gli scrutini.

26 settembre 2005

John Dugard, relatore Onu sulle violazioni dei diritti umani nei Territori, scrive che "il focalizzarsi dell’attenzione su Gaza ha permesso a Israele di proseguire con la costruzione del Muro" ed attuare "la de- palestinizzazione di Gerusalemme, in pratica senza alcuna critica". I palestinesi espulsi sono quasi 100.000 mentre continua la colonizzazione di Gerusalemme est, la previsione è che "il Muro colpirà il 40% dei 230.000 palestinesi che abitano a Gerusalemme". Il relatore richiama inoltre il rapporto di Jean Ziegler, secondo il quale il 50% dei palestinesi sopravvive solo grazie agli aiuti umanitari, il 60% è in condizioni di indigenza ed il 22% dei bambini è denutrito: la miseria indotta dall’occupazione è definita "una punizione collettiva" vietata dalla Convenzione di Ginevra. Si segnala, fra gli altri abusi commessi dalle forze di occupazione, che 60 donne palestinesi sono state costrette a partorire presso checkpoint israeliani, provocando la morte di 36 neonati.

27 settembre 2005

Un commerciante israeliano, accusato di spionaggio, viene ucciso da Hamas dopo il rifiuto israeliano di trattare uno scambio di prigionieri.

29 settembre 2005

In Libano, l’esercito assedia i campi palestinesi in ossequio alle direttive Onu imposte da Stati uniti, Israele e Francia. Il diktat è respinto dalle organizzazioni dei rifugiati palestinesi: "Siamo qui da oltre 50 anni e siamo pronti a dare la vita per difendere i campi da chiunque voglia cancellare noi e la nostra autonomia politica, per ottenere il riconoscimento dei nostri diritti a cominciare da quello al ritorno ed al risarcimento sancito dalla risoluzione Onu 194" dichiara Sultan Abu Alaynen, capo militare di Fatah in Libano.

30 settembre 2005

In Cisgiordania si svolgono le elezioni amministrative palestinesi in 104 comuni. Hamas, che si è potuta presentare solo in 56, ottiene la maggioranza in 22 fra essi, a dispetto degli impedimenti frapposti dall’autorità occupante, mentre 65 vanno a Fatah, che si è presentata dappertutto, ed i restanti a liste indipendenti, civiche o di sinistra. Nella giornata elettorale, Israele non rinuncia al sangue, assassinando 3 persone fra cui un ragazzino 13enne a Nablus.

2 ottobre 2005

Miliziani di Fatah provocano uno scontro con militanti di Hamas, nel quale 3 persone restano uccise e molte ferite: "C’è una fazione dell’Autorità che vuole eliminarci – dichiara un portavoce di Hamas- scatenando uno scontro in Cisgiordania". Il giorno dopo, poliziotti dell’Anp irrompono nel Parlamento per chiedere la mano pesante contro Hamas.

6 ottobre 2005

Il governo Sharon protesta contro l’incontro di ambasciatori europei, compreso quello italiano, con il ministro libanese Mohammad Fneich, rappresentante degli Hezbollah recentemente entrati nella maggioranza. Israele intende difatti decidere con chi possono incontrarsi i rappresentanti degli altri Stati nella regione mediorientale, e con chi no. Nonostante l’assurda pretesa, non risulta essere stata emessa alcuna nota di protesta contro Israele da parte della Ue.

9 ottobre 2005

Nuovo assassinio perpetrato da Israele di un militante di al Aqsa, cui si aggiungono 3 lavoratori palestinesi che cercavano di attraversare la barriera per lavorare in Israele.

10 ottobre 2005

"Haaretz", ripreso in Italia dal "Manifesto" di oggi, informa essere in corso trattative fra il governo israeliano e la chiesa protestante americana (reverendo Pat Robertson) per costruire un ‘Parco della cristianità’ sul lago di Tiberiade. Una "Jesusland", scrive il giornale italiano, "un’intrapresa che si annuncia a cavallo fra una Disneyland ed una fabbrica di miracoli in diretta".

16 ottobre 2005

Per vendicare gli omicidi mirati e gli arresti, a Gush Etzion nella West Bank sono uccisi in agguato 3 coloni israeliani. Il governo israeliano annuncia la ripresa dei blocchi militari delle città palestinesi e slitta l’incontro previsto fra Abu Mazen e Sharon, il quale ultimo non intende fare alcuna concessione, sia riguardo la fine degli assassinii sia sul rilascio dei palestinesi sequestrati. In conseguenza della tensione esistente tra le fazioni dell’Anp, si dimettono da al Fatah, in questi giorni, 259 esponenti.

24 ottobre 2005

Con un’incursione in Cisgiordania, unità israeliane assassinano Loai Assadi, leader di Jihad, costringendo i militanti palestinesi a interrompere nuovamente la tregua.

26 ottobre 2005

Un discorso del presidente iraniano Ahmadinejad che, celebrando il 26° anniversario dell’occupazione dell’ambasciata americana, ripete la nota posizione di un unico stato ebraico- palestinese con la soppressione del regime sionista, è preso a pretesto da Israele per rinnovare le minacce all’Iran, del quale il governo Sharon chiede "l’espulsione dall’Onu" oltre che ispezioni alla ricerca di armi nucleari, delle quali Israele pretende il monopolio nella regione.

26-27 ottobre 2005

Un attentato kamikaze uccide a Hedera 5 persone, seguito il giorno dopo dall’uccisione da parte israeliana di 7 palestinesi, in un attacco aereo su Gaza. Il ministro della Difesa Saul Mofaz afferma "la impossibilità di raggiungere la pace con l’attuale dirigenza palestinese", come ai tempi di Yasser Arafat.

1-4 novembre 2005

Nel campo profughi di Jabalya, elicotteri da guerra israeliani uccidono 2 militanti palestinesi, Hassan Madhun delle brigate al Aqsa e Fawzi Qaraan di Hamas. A Jenin, 40 blindati occupano la città per effettuare rappresaglie contro la popolazione. I militi circondano la moschea ed alcune abitazioni, arrestano decine di persone e fra esse il leader locale delle Brigate al Aqsa, Abu Hussein, e riducono in fin di vita un ragazzino di 12 anni. Circa le violenze israeliane contro i bambini palestinesi, in questi giorni è definitivamente assolto l’ufficiale israeliano che assassinò la piccola Imam, scaricandole addosso un caricatore mentre giaceva a terra. Ancora, il 3, sono caricati dalla polizia, come ogni settimana, i pacifisti che protestano contro le annessioni a Bilin, in Cisgiordania, con l’arresto di un esponente e di due operatori di "Al Jazeera".

15 novembre 2005

"Le monde diplomatique" pubblica un servizio del giornalista israeliano Amnon Kapelioux che rilancia l’ipotesi della morte per avvelenamento di Yasser Arafat. La stessa tesi è sostenuta dal presidente siriano Bashar el Assad.

17 novembre 2005

A Jenin, due ragazzi palestinesi, Mohammed Zaid e Ahmed Abahri, sono freddati da militi israeliani a un posto di blocco.

20 novembre 2005

Ariel Sharon annuncia la scissione del Likud per dare vita ad un nuovo partito, intenzionato a chiudere la ‘questione palestinese’ con la creazione di una parvenza di stato - smilitarizzato e sottomesso ad Israele, un bantustan, cui sarebbe assegnato un territorio pari a circa il 10-15% della Palestina - e ad operare la annessione ad Israele di Gerusalemme. Il nuovo partito si chiamerà Kadima e prevede la confluenza della vecchia guardia del Partito laburista che si riconosce in Shimon Peres, piuttosto che nel nuovo leader Amir Peretz, già sindaco di Sderot.

21 novembre 2005

Un rapporto dell’Unione europea, che accusa Israele di procedere a continui espropri e alla "annessione di fatto di Gerusalemme est", è bloccato, dietro pressione israeliana, apparentemente per iniziativa del ministro degli esteri italiano Gianfranco Fini.

25 novembre 2005

Al valico di Rafah, i palestinesi festeggiano, al suono dell’inno nazionale, il passaggio di sovranità della frontiera e gli osservatori dell’Unione europea, guidati dal generale italiano Pietro Pistolese, che dovranno vigilare sull’agibilità del valico fra la striscia di Gaza e l’Egitto. Gli israeliani continueranno però a controllare il valico, mediante telecamere, per chiedere il fermo di persone ‘sospette’; mentre solo i palestinesi muniti di certificato di residenza (tuttora fornito da Israele) potranno passare la frontiera. Gli stranieri dovranno entrare, invece, attraverso il valico israeliano di Kerem Shalom.

3 dicembre 2005

A Roma, Abu Mazen è ricevuto dagli esponenti politici e da Benedetto XVI al quale consegna un documento che lo rende cittadino onorario di Betlemme. Al Papa il presidente palestinese narra le vessazioni, i furti di terre, la situazione devastata di Gerusalemme, di fatto annessa da Israele, la diaspora che colpisce arabi e cristiani; ma, secondo le cronache, non riceverebbe altri aiuti oltre la promessa di "preghiere".

3 dicembre 2005

Una motovedetta israeliana spara contro un peschereccio uccidendo sul colpo il giovane Ziad Dardawil. E’ falciato dai colpi israeliani anche un ragazzino, Said Libdeh di 16 anni, disarmato come il primo, che si era introdotto in territorio israeliano per cercare lavoro. Botte ed arresto sono riservati invece ad un giornalista di "Al Jazeera", Awad Rajub, sequestrato da militi israeliani nei pressi della sua abitazione, ad Hebron.

5 dicembre 2005

A Netanya, un attentato suicida provoca la morte del giovane attentatore di Jihad ed altre 5 vittime israeliane. La rappresaglia israeliana è al solito immediata e durissima, con decine di arresti, minacce di morte ai candidati di Hamas, peraltro estranea all’attentato, blocco dei passaggi fra i Territori ed Israele, attacco al campo profughi di Rafah ed uccisioni fra le quali quella di Mahmud al Akran, ucciso con missili il 7 dicembre mentre transitava con la sua auto; di 3 militanti delle brigate al Aqsa, Ziad Qaddas, Jadal Najjar, Khader Rayyan, l’8 dicembre; fra i diversi feriti dalle azioni omicidiarie è in gravi condizioni una bambina di 6 anni.

13 dicembre 2005

A Nablus, l’ennesima incursione dell’esercito israeliano provoca la morte di uno studente, Hussam Saqer, ed il ferimento di una trentina di persone. Un contadino, Mohammed Fara, è falciato dai colpi israeliani (forse da civili) mentre lavorava nel suo campo ad Abbasan.

16 dicembre 2005

La seconda tornata di elezioni comunali, in Cisgiordania, vede il successo di Hamas; un vero trionfo a Nablus, dove il movimento islamico conquista 11 consiglieri su 13, così come a Al Bireh e Jenin. L’unico centro dove Fatah conquista la maggioranza è Ramallah.

21 dicembre 2005

Il governo israeliano conferma che impedirà ai palestinesi residenti a Gerusalemme est l’esercizio del voto alle prossime elezioni politiche, per pilotare le elezioni e scongiurare la possibile vittoria di Hamas. Il ministro dell’informazione palestinese, Nabil Shaat, annuncia a sua volta che, se ciò accadrà, "allora non ci saranno del tutto elezioni", per l’analogo timore dell’Anp, peraltro non dichiarato per tale.

21-22 dicembre 2005

Israele continua le incursioni a Jenin e Nablus, assassinando in quest’ultima città l’esponente di Hamas, Ziad Jalbush. Il giorno successivo, a morire sono il leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Bashar Khalani, ed il giovane Ibrahim Naana, colpito dall’artiglieria nella ‘zona cuscinetto’ di Gaza.

27 dicembre 2005

La stampa israeliana conferma l’intento del governo di annettere definitivamente le zone circostanti Gerusalemme, abitate da oltre 200.000 arabi, le colonie di Ariel nel nord della Cisgiordania e l’enclave di Gush Etzion a sud di Betlemme, dove sono state deliberate 228 nuove abitazioni per gli ebrei. Altro esproprio di terra palestinese si sta consumando nella valle del Giordano, per la quale è stato predisposto un piano di colonizzazione e confisca totale; e persino nella striscia di Gaza, a pochi mesi dallo sgombero, con la motivazione di creare una ‘zona cuscinetto’ nella quale Israele si riserva il diritto di sparare su chicchessia mediante aerei senza pilota: ciò avviene in questi stessi giorni, colpendo anche due uffici di Fatah (probabile rappresaglia per non avere il presidente Abu Mazen obbedito all’ordine di evacuazione impartito dagli occupanti). Nel corso degli ultimi mesi, infine, coloni ebrei si accaniscono contro gli uliveti palestinesi circostanti Nablus tagliando alberi (almeno 2400 finora) nella totale impunità. Ai nuovi furti non segue quasi nessuna reazione internazionale.

29 dicembre 2005

A Tulkarem, un giovane kamikaze palestinese si fa esplodere provocando la morte propria, di un ufficiale israeliano e di 3 persone di nazionalità araba al suo seguito. Intanto, gli oltranzisti israeliani non perdono tempo: in pochi giorni sono stati occupati, da centinaia di coloni, 14 nuovi ‘avamposti’ in Cisgiordania, senza alcun contrasto da parte dell’esercito, occupato a sparare nella cosiddetta ‘zona cuscinetto’ – dove è contrastato dai razzi Qassam- ed in Libano, dove viene bombardata una base palestinese presso la capitale, asseritamente per rappresaglia ad analoghi lanci.

1 gennaio 2006

S’incontrano esponenti di Hamas e di Fatah, i quali ultimi cercano di ottenere un rinvio delle elezioni politiche previste per il 25 gennaio. Hamas rifiuta. Fatah è in preda a scontri interni fra poliziotti e gruppi armati, che chiedono di essere inclusi nelle forze di sicurezza, ed a scontri politici per la formazione della lista, nella quale è stato infine inserito come capolista Marwan Barghouti, il più popolare leader di Fatah, condannato a 5 ergastoli e detenuto in Israele, accanto a uomini come il capo della sicurezza Jibril Rajoub ed il ministro degli affari civili Mohammed Dahlan, contestato per la sua politica collaborativa con Israele e gli Usa e indicato come mandante dell’uccisione del cugino di Yasser Arafat.

2-3 gennaio 2006

Le forze israeliane continuano le incursioni su Gaza, uccidendo due militanti di Jihad ed operando l’arresto del leader delle Brigate al Aqsa, Alaa al Hams. Miliziani di Fatah reclamano la liberazione del loro esponente ponendo in essere azioni clamorose, come l’abbattimento di un tratto del muro lungo la frontiera di Rafah, azione nella quale restano uccisi 2 poliziotti egiziani, ma alcuni fra gli autori del gesto sono a loro volta arrestati; in un’altra azione, uccidono un militante di Hamas.

4 gennaio 2006

Ariel Sharon è colpito da un ictus dal quale non si riprenderà. Militanti e giovani palestinesi si abbandonano pubblicamente alla gioia ed a festeggiamenti, ringraziando Allah per la scomparsa dalla scena del loro principale persecutore. La carica di primo ministro è conferita temporaneamente ad Ehud Olmert, affiancato dal ministro degli esteri Tzipi Livni, entrambi uomini di Sharon. L’unico cambiamento avvertibile, nell’immediato, è l’ammissione al voto degli arabi residenti a Gerusalemme est, praticabile mediante gli uffici postali, mentre resta interdetta la campagna elettorale di Hamas. Nella giornata di ieri è stato costretto a dimettersi dalla Knesset il figlio di Sharon, Omri, accusato di corruzione.

12 gennaio 2006

A Jenin, nel corso di un’incursione, le truppe israeliane uccidono due militanti di Jihad, Moataz Abu Khaled ed Alì Khazneh. L’esercito ha completato nel frattempo il blocco di Tulkarem, Nablus e della stessa Jenin che, causa le recinzioni ed i check point, sono ora totalmente isolate dal resto dei Territori.

16 gennaio 2006

Dopo l’annuncio del premier ad interim Ehud Olmert di voler dare seguito, sollecitato in tal senso dal presidente americano Bush, al previsto sgombero di alcune colonie in Cisgiordania, 500 coloni si asserragliano nella città di Hebron dando vita a scontri e violenze razziste. Per intanto, è operativo solo l’ordine di evacuare un edificio rubato anni orsono ai palestinesi, con la violenza, che gli oltranzisti si apprestano a difendere con ogni mezzo.

17 gennaio 2006

A Tulkarem, truppe israeliane assassinano Thabey Ayadeh, responsabile locale delle Brigate Ezzedin al Qassam (Hamas), mentre tentava di sfuggire alla cattura.

19 gennaio 2006

A Tel Aviv, un attentatore suicida delle brigate al Quds si fa esplodere per vendicare gli ultimi assassinii e violenze contro i palestinesi, ferendo una trentina di persone.

La vittoria di Hamas

 

25 gennaio 2006

Le elezioni politiche palestinesi assegnano la maggioranza assoluta ad Hamas, che conquista 75 seggi su 132, mentre 45 sono assegnati a Fatah ed i restanti a liste minori (fra esse il Fplp, 3 seggi). Si sono recati a votare il 78% degli aventi diritto.

26-27 gennaio 2006

Reagendo alla vittoria del movimento indipendentista islamico, il premier di Israele Ehud Olmert afferma che non tratterà mai con un governo includente il vincitore (in realtà, trattative non esistono da tempo) ed aggiunge, parlando a nome del "mondo", che i palestinesi non riceveranno più aiuti né attenzione. Il presidente americano George Bush esplicita l’intento di indurre il Quartetto a tagliare gli aiuti ai palestinesi, come forma di ricatto per ottenere la sottomissione del movimento islamico ad Israele. Felicitazioni e sostegno ad Hamas giungono viceversa dall’Iran e da diverse componenti del mondo arabo.

26-27 gennaio 2006

A Gaza, manifestano i militanti di Hamas per festeggiare la vittoria, seguiti da una folla esultante. Scendono in piazza anche i militanti di Fatah per manifestare la propria frustrazione e reclamare le dimissioni dei dirigenti corrotti; fra i manifestanti, però, appare l’onnipresente Mohammed Dahlan, che è riuscito a migliorare la propria immagine appoggiando Marwan Barghouti ed è stato eletto. Scaramucce tra fazioni rivali provocano alcuni feriti. Truppe israeliane, intanto, assassinano una bambina di 9 anni presso il confine fra Gaza e Israele.

29 gennaio 2006

In una conferenza stampa, a Damasco, il leader politico di Hamas in esilio, Khaled Meshal, dichiara che il movimento islamico offre una leadership unitaria aperta a tutte le componenti palestinesi, per una politica di riforme e ricostruzione, poiché "abbiamo bisogno l’uno dell’altro", ed aggiunge che Hamas intende creare nei Territori forze armate nazionali che inglobino via via le varie milizie, "un vero esercito che difenda il nostro popolo dall’aggressione". Israele ripete subito le minacce di assassinio all’esponente islamico, se dovesse rientrare nella sua patria. Dopo aver chiarito che non cederà ad alcun ricatto, e che le pressioni vanno rivolte alla potenza occupante, Hamas invita l’Europa a non associarsi alla politica ultimativa israelo- americana ed a proseguire gli aiuti (circa 600 milioni di euro annuali dall’Europa) dichiarandosi disposto sia al controllo sulla gestione dei fondi, sia ad "un confronto politico, ma senza condizioni".

30-31 gennaio 2006

I ministri europei, riuniti a Bruxelles, ed il segretario delle Nazioni unite Kofi Annan, a nome del Quartetto, si associano, con toni formalmente meno aggressivi, all’ultimatum israelo- americano chiedendo ad Hamas di riconoscere unilateralmente Israele, di procedere al proprio disarmo e rispettare i patti precedentemente sottoscritti (sempre unilateralmente, avendoli Israele violati tutti), pena il blocco degli aiuti. Israele, dal canto suo, annuncia il sequestro – detto "congelamento"- dei proventi fiscali palestinesi (50 milioni di dollari mensili), tuttora riscossi dagli occupanti per conto dell’Anp, minaccia di assassinio qualunque esponente di Hamas alla prima rottura della tregua unilaterale e continua la politica omicidiaria nei Territori: a Jenin, nel corso di un’incursione, i militari uccidono due esponenti di Jihad islamica, Nidal Abu Saada, presunto responsabile dell’organizzazione in Cisgiordania, ed un giovane militante.

3 febbraio 2006

Israele bombarda i villaggi nel sud del Libano, per rappresaglia contro i lanci di razzi sulle sue postazioni, che seguivano a loro volta l’uccisione di un pastorello di 15 anni. Il premier libanese Fouad Siniora - autore di un tentato putsch in dicembre, ispirato dall’Occidente, contro Hezbollah ed Amal - fa marcia indietro tornando a riconoscere le formazioni islamiche.

7 febbraio 2006

A Nablus (Cisgiordania), le forze israeliane uccidono il leader locale di Jihad, Ahmed Redad, e feriscono altre 12 persone; a Gaza city sono assassinati 2 palestinesi in un raid aereo. Nei giorni scorsi, altri giovani, quasi tutti delle brigate Al Aqsa, sono stati uccisi dai missili israeliani (11 morti in una sola settimana, tutti palestinesi), come rappresaglia ai lanci di razzi Qassam sulle colonie degli occupanti. A togliere ogni legittimità all’azione israeliana è un rapporto diffuso in questi giorni dall’associazione ‘Peace Now’ secondo il quale l’incremento dei coloni ebrei nei Territori occupati, nel solo anno 2005, è stato di circa 10.000 unità, per un totale di 253.714; sempre nel corso del 2005 le nuove costruzioni coloniche sono state 1.184.

10 febbraio 2006

Vladimir Putin invita i dirigenti di Hamas a recarsi a Mosca, così incrinando la compattezza del Quartetto. Inoltre propone loro di farsi mediatori fra mondo islamico ed occidente nella protesta innescata dalle vignette offensive verso il profeta Maometto (la rivolta dilaga nei paesi mussulmani ed anche in Palestina provocandovi la fuga degli osservatori occidentali). Israele reagisce all’iniziativa russa parlando di "una coltellata nella schiena".

13 febbraio 2006

Con un colpo di mano, Abu Mazen impone al Parlamento palestinese, già sciolto, la votazione di modifiche costituzionali che accrescono il proprio potere, attribuendosi la facoltà di indire nuove elezioni, in caso di conflitto fra presidente e nuovo governo, e costituendo un nuovo organismo, di sua propria nomina, che dovrebbe giudicare la legittimità delle future leggi. Hamas replica che "non sarà tenuto conto delle misure votate perché contrarie alla legge fondamentale".

14 febbraio 2006

Il "New York Times" rivela un piano israelo- americano per "strangolare Hamas" che prevede il totale congelamento di finanziamenti ed investimenti occidentali, oltre il furto dei proventi fiscali palestinesi, già annunciato da Israele, ed ogni sorta di boicottaggio per indurre Abu Mazen a indire nuove elezioni in una situazione destabilizzata. Il governo americano smentisce ma, subito dopo, chiede ai palestinesi di rendere 50 milioni di dollari, già versati dagli Usa nel tentativo di condizionare le elezioni palestinesi. Condoleeza Rice minaccia l’Iran che ha promesso aiuti al futuro governo di Hamas.

18 febbraio 2006

S’insedia il nuovo Parlamento palestinese. Date le restrizioni israeliane, che non permettono neppure lo spostamento dei parlamentari, deve essere creato un collegamento in videoconferenza fra la sede di Ramallah e Gaza. E’ subito scontro fra le due principali fazioni sia sulle modifiche costituzionali, disconosciute da Hamas, sia sulle condizioni poste dall’Occidente (v. note 26-27 gennaio e 30-31 gennaio). "Il problema- afferma Mahmoud Ramahi, nuovo presidente del Parlamento- non è quello del riconoscimento di Israele. L’Olp l’ha fatto nel 1988, quando modificò i principi del suo programma politico, ma non è servito a nulla. Quale pace? Ma non vi rendete conto che gli accordi di Oslo non esistono più da un pezzo? Israele è stato il primo a non rispettarli. Ariel Sharon si è ritirato da Gaza, e intanto ha continuato ad espandere le colonie ebraiche in Cisgiordania…Dunque non c’è alcun motivo per Hamas di rispettare Oslo".

19 febbraio 2006

Nei Territori, i soldati israeliani uccidono 4 palestinesi. Il ministro israeliano Zaky Hanegbi replica alle accuse di furto dei proventi fiscali palestinesi affermando trattarsi di una "autodifesa. Vogliamo che l’elettorato palestinese comprenda l’errore e si ravveda".

1 marzo 2006

A Vienna, il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni afferma perentoriamente che Israele ritiene avere un diritto di ritenzione sui proventi fiscali palestinesi. Intanto, nei Territori, scorre il sangue. In un agguato cade un colono ebreo ed Israele uccide un capo militare di Jihad, Khaled Dahduh.

3 marzo 2006

A Mosca, si svolge la visita della delegazione palestinese, guidata da Khaled Meshal, che ripete le condizioni poste da Hamas ad Israele: cessazione della politica omicidiaria e delle violenze contro i palestinesi; abbandono dei Territori occupati dal 1967; abbattimento del Muro ed azzeramento delle pretese annessioni; liberazione dei prigionieri politici; riconoscimento del diritto al rientro dei profughi. A queste condizioni, considerate ‘provocatorie’ da Israele, Hamas è disposto ad impegnarsi in una lunga tregua. Intanto, a Nazareth, 3 terroristi israeliani camuffati da pellegrini compiono un attentato dinamitardo nella basilica gremita di fedeli ferendo una decina di persone (fra gli assalitori vi è un recidivo, Haim Eliahu Havivi, mai sottoposto a controlli dopo aver partecipato ad un’azione simile a Betlemme). Una grossa manifestazione di protesta coinvolge insieme mussulmani e cristiani, guidati questi ultimi dal patriarca Michel Sabah.

7 marzo 2006

Il ministro della Difesa israeliano minaccia di omicidio, indistintamente, tutti i palestinesi che non si piegheranno ai voleri del governo occupante rinunciando a difendersi, compresi i membri del Parlamento e del governo e lo stesso presidente incaricato della sua formazione, Ismail Haniyeh: "Nessuno sarà immune". Con un raid aereo, intanto, sono stati uccisi 4 palestinesi, fra i quali Munir Suqar di Jihad ed un bambino di 8 anni, mentre una donna è morta per infarto.

8 marzo 2006

L’esercito israeliano circonda Tulkarem, per completarne l’isolamento, costringendo gli abitanti necessitati ad uscirne a percorrere decine di chilometri per aggirare la barriera. Le manovre riguardano tutta la valle del Giordano, che Israele si appresta ad annettersi, dove vivono 6.000 coloni ebrei e 53.000 palestinesi, mentre 2.000 sono in diaspora. Secondo dati delle Nazioni unite i posti di blocco in Cisgiordania sono, a questa data, 471 (erano 376 nello scorso agosto), e dividono la regione in 3 aree. Il commissario delle Nazioni unite, John Dugard, denuncia inoltre che i coloni "terrorizzano" i civili palestinesi, compresi i bambini che cercano di raggiungere le scuole, scagliando loro massi di pietra.

14 marzo 2006

A Gerico, le forze israeliane attaccano il locale carcere con elicotteri e thanks, muniti di lanciagranate e mitragliatrici pesanti, per sequestrare 38 prigionieri politici fra i quali il leader del Fplp Ahmed Saadat, accusato dell’uccisione del ministro Zeevi. Nell’attacco sono assassinati 3 palestinesi – 2 agenti ed un prigioniero- e sono fatti spogliare tutti i detenuti per umiliarli. L’assalto è stato reso possibile dalla connivenza degli agenti angloamericani che si dileguano 20 minuti prima. Le milizie della resistenza, per rappresaglia, attaccano l’istituto culturale britannico e sequestrano alcuni occidentali, peraltro tutti rilasciati in serata. Il raid israeliano ha abbattuto tutti gli uffici dell’Anp. Il presidente Abu Mazen interrompe il suo viaggio in Europa per recarsi a Gerico e dichiara: "Abbiamo subito un crimine imperdonabile". La stampa israeliana, per contro, esalta l’operazione terroristica e paragona Ehud Olmert a Menachem Begin.

19 marzo 2006

Hamas forma il nuovo governo, presieduto da Ismail Haniyeh e composto da 24 ministri, 10 di Gaza e 24 della Cisgiordania, quasi tutti di Hamas con alcuni indipendenti, per il rifiuto di Fatah di partecipare ad una coalizione di unità nazionale. Mahmoud Zahar è nominato agli Esteri, Said Siam all’Interno, Haim Ramon alla Giustizia, Omar Abdul Razeq e Najef Rajub ai dicasteri economici, Miriam Saleh alle Pari opportunità, George Markus, cristiano, al Turismo. Il governo otterrà la fiducia del Parlamento palestinese con 71 voti favorevoli, 36 contrari e 2 astensioni. Per rappresaglia alla formazione del governo, voluto dai palestinesi, Israele ha isolato quasi completamente Gaza, dove mancano generi alimentari e farmaci indispensabili. Gli Usa, dal canto loro, ingiungono ai diplomatici ed alle imprese americane di non stabilire alcun rapporto con il governo palestinese.

28 marzo 2006

In Israele, le elezioni assegnano la vittoria alla formazione di Ehud Olmert, Kadima, seguita dai laburisti di Amir Peretz, dalla formazione di estrema destra ‘Israel Beitenu’ di Avigdor Lieberman, dal Likud e da Shas. Hanno votato il 62,8% degli aventi diritto. Kadima ha condotto la campagna elettorale principalmente sulla promessa di assicurare ad Israele confini sicuri e definitivi - con l’annessione di territori palestinesi in Cisgiordania e dell’intera città di Gerusalemme- e la separazione totale, con il divieto per i palestinesi di entrare in Israele e perfino di attraversarla per passare da Gaza alla Cisgiordania. Olmert ha esplicitamente dichiarato che il Muro non è in funzione anti- kamikaze, ma rappresenta la frontiera israeliana ed ha fatto chiudere il valico di Karni, impedendosi così il passaggio di merci, compresi generi alimentari, e quello di Qalandia, fra Ramallah e Gerusalemme, dichiarato "transito internazionale" per bloccare la città che Israele vuole, in esclusiva, propria capitale, in violazione di tutti gli accordi e risoluzioni internazionali. "Questo non è un piano di pace ma una dichiarazione di guerra" ha commentato il leader di Hamas in esilio, Khaled Meshal. Ma gli ebrei sono in grandissima maggioranza favorevoli alla linea dura: un recente sondaggio ha mostrato il radicamento del razzismo islamofobico e l’appoggio alla politica di espulsione etnica ed apartheid voluta dal governo.

30 marzo 2006

Presso la colonia di Kedoumin (West Bank) un giovane kamikaze si fa esplodere causando la propria morte e quella di 4 coloni. Israele attua un’immediata rappresaglia bombardando Gaza e compiendo arresti e sequestri nella West Bank. Nelle strade di Gaza intanto si accende uno scontro fra militanti di Fatah e dei Comitati popolari per la resistenza che causa 3 morti- in seguito all’uccisione del leader di questi ultimi, Abu Yusef al Qoqa - e diversi feriti. Ismail Haniyeh chiede alle fazioni di cessare subito le ostilità fratricide ed annuncia l’apertura di un’inchiesta sull’assassinio di al Qoqa, del quale si sospettano i vertici dei servizi palestinesi legati a Mohammed Dahlan. Il primo ministro palestinese replica poi alle accuse occidentali a proposito dell’attentato di Kedoumin: "I palestinesi hanno diritto di rispondere con tutti i mezzi contro gli attacchi e le sanzioni…Siamo stanchi dell’approccio unilaterale e razzista nei confronti di questo conflitto, dove noi veniamo trattati come inferiori". Per riaffermare i diritti palestinesi, il ministro degli Esteri Mahmoud Zahar scrive al segretario dell’Onu, Kofi Annan.

3-4 aprile 2006

Presso il campo profughi di Qalandia le truppe israeliane assassinano un adolescente palestinese che aveva tirato un sasso contro di loro. Il giorno seguente cade sotto il fuoco israeliano un altro palestinese, ed altri restano feriti, in un attacco condotto con jet. Sono colpiti anche gli uffici dell’Anp a Gaza e 2 poliziotti palestinesi riportano ferite.

6 aprile 2006

Shimon Peres giunge a Roma dove incontra Benedetto XVI.

7-10 aprile 2006

Mentre Usa ed Europa reiterano il ricatto contro il governo palestinese per indurlo a riconoscere unilateralmente Israele (sono stati versati solo 17 milioni a beneficio delle organizzazioni Onu e per pagare i fornitori israeliani), nella striscia di Gaza sono uccisi 18 palestinesi, fra i quali due bambini, ed altre decine restano feriti. Una "punizione collettiva per avere scelto la libertà e la difesa della patria", denuncia il Parlamento palestinese.

13 aprile 2006

A Gaza, il governo palestinese blocca la nomina di Rashid Abu Shbak, proposta da Abu Mazen, a capo delle forze di sicurezza dell’Anp.

17 aprile 2006

A Tel Aviv, un attentato provoca 9 morti e molti feriti presso una stazione di autobus. Una dura ed immediata condanna giunge dal presidente palestinese Abu Mazen, subito contestata dai militanti di Jihad, che ha rivendicato l’operazione: l’autorità del presidente vacilla, anche in seguito all’ambigua iniziativa di bloccare alla frontiera i fondi raccolti da Hamas presso paesi arabi amici (oltre 600.000 euro). Nonostante la rivendicazione diversa dell’attentato, la Casa Bianca ed Israele tornano a minacciare il governo di Hamas: il governo israeliano ordina all’esercito una dura rappresaglia ed il via libera per uccidere "chiunque sia coinvolto nel terrorismo" inclusi i rappresentanti del governo palestinese. L’unica buona notizia giunge dalla Russia che, per la seconda volta, si smarca dal Quartetto assicurando l’invio di aiuti urgenti per tamponare la catastrofe umanitaria causata dal blocco dei fondi. Al blocco, in funzione di ricatto, si è però aggiunta la Giordania.

20 aprile 2006

A Gaza, il governo palestinese annuncia la costituzione della propria forza di polizia, nella quale sono inquadrati elementi delle brigate Ezzedine al Qassam, nella prospettiva di creare forze unitarie, di sicurezza e militari, che inglobino le varie milizie. Il presidente Abu Mazen reagisce definendo "illegale" la polizia governativa, il che accende nuovi scontri. Il leader di Hamas in esilio, Khaled Meshal, si dice "angustiato" per la situazione e critica il presidente, per l’intento perseguito da quest’ultimo di sottrarre al governo il controllo delle forze di sicurezza, mentre non richiama i gruppi armati "che stanno architettando il caos". Hamas intanto conferma la sua vittoria elettorale al consiglio studentesco dell’università di Bir Zeit, con 23 seggi a fronte di 18 seggi di Fatah.

21 aprile 2006

La Francia rifiuta il visto d’ingresso al ministro palestinese Samir Abu Eisheh. Pochi giorni appresso sempre la Francia nega il visto a Salah el Bardawil ed al fratello di Abdelaziz Rantisi – il leader di Hamas assassinato da Israele- che avrebbero dovuto partecipare ad una manifestazione per i diritti dei popoli ad Ivry. Sui visti vige peraltro una notevole confusione all’interno dell’Unione europea: difatti, il ministro palestinese Atef Adwan, esponente di Hamas, ottiene il visto svedese per compiere un viaggio in Europa, con tappe in Germania, Svezia e Norvegia. Pochi giorni addietro, inoltre, sono circolate voci di contatti ufficiosi (ufficialmente smentiti) proprio fra le autorità francesi ed esponenti di Hamas.

4 maggio 2006

La Knesset vota la fiducia al governo israeliano presieduto da Ehud Olmert con 65 voti favorevoli contro 49. Alla Difesa è stato prescelto il laburista Amir Peretz che incrementa la politica omicidiaria contro i palestinesi.

5 maggio 2006

A Bruxelles la Commissione europea, a fronte delle condizioni disperate dei Territori palestinesi, strangolati dal blocco degli aiuti, propone di sbloccarli attraverso la Banca mondiale, la stessa Commissione o gli stati della Ue. Washington reagisce ordinando all’Europa di attenersi alla linea dura decisa per far crollare il governo palestinese. Si elabora una mediazione secondo la quale alcuni fondi potrebbero essere sbloccati ma, per compiacere Usa ed Israele, scavalcando completamente il legittimo governo palestinese. Intanto, Israele continua nella totale impunità ad appropriarsi dei proventi fiscali palestinesi.

7-8 maggio 2006

I servizi israeliani diffondono una falsa informativa, subito ripresa dalla stampa occidentale, secondo la quale essi stessi avrebbero sventato un piano di Hamas per uccidere il presidente Abu Mazen. Il governo palestinese smentisce subito denunciando il falso. E’ di questi giorni anche la notizia – questa vera- che la società israeliana Dor Alon ha bloccato alla Palestina le forniture di petrolio per mancati pagamenti (dei quali è responsabile la stessa Israele, fra l’altro con l’appropriazione dei proventi fiscali). "Tutte queste manovre sono inutili- afferma il ministro Mahmoud Zahar - non cederemo". L’accerchiamento però contribuisce al riaccendersi dello scontro tra le fazioni: un conflitto a fuoco fra militanti di Hamas e Fatah provoca 3 morti ed una decina di feriti ed è appiccato un incendio, certamente doloso, nel palazzo del Parlamento, a Ramallah.

14 maggio 2006

La Corte suprema israeliana respinge il ricorso contro una modifica normativa del 2003 che, per difendere la "ebraicità" dello Stato impedisce ai palestinesi che sposano un’israeliana di stabilirsi in Israele, in deroga a quanto stabilito per gli stranieri: in pratica si rendono impossibili i matrimoni misti. Le relative domande sono circa 20.000.

17 maggio 2006

A Gaza, si dispiega per la prima volta la polizia governativa. L’ostinazione del presidente Abu Mazen di sottrarre al governo legittimo il controllo delle forze di polizia causa un altro scontro con 2 morti. Dalle carceri, invece, proviene una forte richiesta di unità dai prigionieri politici di tutte le fazioni che stilano un documento per una piattaforma comune.

20 maggio 2006

Con un missile scagliato da un aereo Israele uccide un militante di Jihad, Mohammed Dahduh, 2 donne ed un bambino di 5 anni, con il solito pretesto del "terrorismo". Si verifica anche un attentato dinamitardo contro il responsabile dei servizi di sicurezza, Tareq Abu Rajab, nella sede di Gaza: di dubbia provenienza poiché Fatah incolpa Hamas e molti sospettano invece Israele, che sta cercando di creare il caos. Il primo ministro Ismail Haniyeh annuncia un’inchiesta ed un’altra è annunciata dai servizi, in un clima di sospetto reciproco.

24 maggio 2006

A Washington, il premier israeliano Ehud Olmert parla dinanzi alle camere riunite per ascoltarlo, molto applaudito nella sua perorazione dei "confini sicuri" di Israele, da essa stessa decisi, nelle minacce alla resistenza palestinese ed al governo iraniano che, diversamente da Israele, non potrebbe dotarsi dell’energia nucleare. Intanto, con un raid, è catturato Ibrahim Hamed, uno dei leader delle Brigate Ezzedine al Qassam, braccio armato di Hamas, nonostante la tregua unilaterale ancora osservata da quest’ultima. In un’altra invasione di truppe israeliane a Ramallah, nei pressi della residenza presidenziale, sono assassinati 4 palestinesi ed altri 35 restano feriti.

26 maggio 2006

Ancora 3 palestinesi cadono sotto il fuoco israeliano a Beit Lahyia (Gaza) mentre il governo israeliano, per fomentare gli scontri tra le fazioni, blandisce Abu Mazen sia con un incontro con Tzipi Livni, ministro degli Esteri israeliano, sia garantendogli le armi necessarie a dotare la sua guardia presidenziale in funzione anti- Hamas: il relativo passaggio di armamenti coinvolge anche Egitto e Giordania. Per fermare gli scontri Hamas accetta di ritirare la polizia governativa: naturalmente senza rinunciare al progetto di inquadrarla nella polizia regolare.

Maggio 2006

A questa data, dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000), i morti nel conflitto palestinese- israeliano risultano essere 5.070: circa l’80% sono palestinesi. Dall’inizio dell’anno i palestinesi uccisi sono 103.


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