FISICA/MENTE

 

 

Palestina, premi Nobel e pacifisti contro le "uccisioni mirate"


 

 Gaza, raid aereo israeliano: almeno 13 feriti

 

Un gruppo di pacifisti israeliani, ai quali si sono associati tre premi Nobel stranieri, hanno presentato un ricorso alla Corte Suprema di Israele per sollecitarla a prendere posizione contro la politica israeliana delle cosiddette "uccisioni mirate" di palestinesi accusati di terrorismo.

L'azione dei pacifisti, tra i quali lo scrittore Harold Pinter, premio Nobel per la letteratura nel 1985, e le due fondatrici del movimento pacifista nell' Irlanda del Nord, Betty Williams e Mairead Corrigan-Maguire, premi Nobel per la pace nel 1976, è motivata dal ritardo della Corte Suprema nel rispondere a un ricorso presentato sulla questione nell' aprile del 2002. «Quanti bambini dovranno ancora morire prima che la Corte emetta il suo verdetto?» hanno scritto i firmatari del ricorso nel sollecitare una decisione.

Secondo le stime sono centinaia i palestinesi obiettivo di uccisioni mirate. Queste in numerosi casi hanno tuttavia provocato anche la morte di persone innocenti, tra i quali bambini, che per loro sfortuna si sono trovate vicino all' obiettivo dell' operazione. L´appello alla Corte Suprema israeliana rilancia il tema mettendo in evidenza come nelle ultime settimane nella sola Striscia di Gaza sono morte oltre 300 persone durante i blitz "mirati" di Israele. L' illegalità delle uccisioni mirate è stata inoltre condannata dalla comunità internazionale e anche dalle associazioni per la difesa dei diritti umani.

 

Pubblicato il: 13.11.06

 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/12-Novembre-2006/art9.html

La decolonizzazione della Palestina
 

Giampaolo Calchi Novati
 

Aumenta il numero quotidiano di morti. La deduzione più immediata è pensare a un'impennata dell'estremismo. In Palestina c'è un governo di Hamas che non deflette dalle sue rigidità e che prende spunto dalle incursioni dei tank con la stella di Davide, e relativi orrori o errori, per interrompere le trattative in vista della formazione di un governo di unità nazionale. In Israele il primo ministro Olmert, a corto di idee, coopta nel governo Avigdor Lieberman, un oltranzista che porta in dote un piano per disfarsi degli arabi. Decisi a non cedere al ricatto, i benpensanti richiamano tutti alla «moderazione». La soluzione è il ritorno al processo di pace. Il massimo sarebbe tirar fuori dai cassetti la road map.
Invece della retorica autoreferenziale che mischia deprecazioni e pii desideri - di cui la recente puntata dell'Infedele di Lerner su Israele è stata un ottimo esemplare - sono maturi i tempi per prendere atto che alla base della questione Israele-Palestina c'è una realtà che non è considerata dalle pur sensate analisi correnti. Processo di pace potrebbe non essere neanche la definizione più appropriata di una fattispecie che ha come obiettivo quello di sancire l'affermazione di un diritto di tipo nazionale o statale sovvertendo un ordine in cui allo stato attuale esiste un'unica potestà riconosciuta ed esercitata. E' necessario tornare con la mente e il cuore alla guerra dei sei giorni, allo straripamento di Israele nella sfera di sovranità, più o meno legittima, di tre dei suoi vicini.

Tornare al giugno 1967
Da allora Israele ha portato a termine la restituzione del Sinai dopo la pace di Camp David con l'Egitto e ha ritirato soldati e coloni da Gaza per vie unilaterali. Tiene sempre sotto il suo controllo diretto il Golan siriano. Ha annesso l'intera area di Gerusalemme proclamandola capitale eterna dello Stato ebraico. Nella West Bank vige un sistema misto di enorme complessità su cui insiste in linea di principio una doppia autorità, con due governi che in parte si spartiscono il territorio e in parte si sovrappongono e si scontrano, perpetuando di fatto l'occupazione. La novità è che nessuno degli stati arabi coinvolti nella guerra dei sei giorni si chiamava Palestina mentre oggi si parla solo di Palestina.
Il punto dolente è costituito appunto dall'occupazione instaurata su tutto lo spazio della Palestina mandataria e dalle modalità per farla finire. Non ci sono precedenti nella storia del Terzo mondo di una decolonizzazione che duri quarant'anni. Con tutte le differenze del caso - così come del resto l'India era diversa dall'Algeria, o il Kenya era diverso dalla Rhodesia - di una forma particolare, o particolarissima, di colonizzazione e decolonizzazione si tratta: gli ingredienti sono l'usurpazione e l'alienazione delle terre e delle coscienze, la mancanza di diritti come norma e sull'altro versante l'autodeterminazione, l'accesso alla soggettività internazionale, la responsabilità di governo per gli «indigeni».

Core business, la Palestina
Il termine di riferimento più vincolante non è il sionismo o il panarabismo o il nazionalismo arabo, che al più influiscono sugli ideali e le idiosincrasie che giacciono sullo sfondo, ma il vulnus prodottosi in quel lontano giugno 1967, che gli israeliani più realisti giudicarono subito un errore fatale, da correggere al più presto. Il Libano è un casus belli perenne. Ma è un diversivo per i tempi morti o per distogliere l'attenzione. Il core business, come insegnano nelle Facoltà di Economia, è la Palestina, la Palestina come nazione virtuale e la Palestina che, dopo tante traversie nei campi profughi o fra Amman e Beirut, alla fine si è coagulata nel paesaggio e nella gente della Cisgiordania, munita se non altro di una certa omogeneità.
Il tentativo più serio di venire a capo della questione palestinese fu compiuto con l'intesa di Oslo e il successivo incontro di Rabin, Peres e Arafat alla Casa bianca sotto l'occhio vigile di Clinton. Ottimismo condiviso e bei discorsi, bellissimo quello dell'ex-falco Rabin convertito di forza da Peres. Peccato che gli accordi del 1993 non affrontassero nessuno dei bocconi avvelenati del rapporto fra Israele e palestinesi: i limiti della sovranità, le frontiere, Gerusalemme, i profughi, l'acqua. Nel periodo che doveva essere di gestazione della pace si moltiplicarono e intensificarono tanto il terrorismo palestinese quanto gli insediamenti ebraici nei territori, gli uni e gli altri violenza pura e simbolo del rifiuto o peggio della negazione. Discende da lì il fallimento in serie del negoziato, benché in teoria non ci fosse più ragione di contendere visto il contestuale e reciproco riconoscimento di Israele da parte dell'Olp e della Palestina da parte del governo israeliano.
Sul terreno, israeliani e palestinesi sono ora intrecciati come mai in passato. In apparenza, l'opposto dei due stati per due popoli. Di per sé, il muro in costruzione tagliando il profilo delle colline o separando i villaggi e i quartieri delle città non è un confine in senso stretto. E' una umiliazione per i palestinesi e un impedimento alla circolazione delle persone e delle esperienze già fra le diverse porzioni di Palestina, che infatti stanno assumendo fisionomie diverse come altrettanti bantustan, ma ribadisce tutti gli inconvenienti di una coabitazione obbligata in uno stesso ambito geopolitico. La decolonizzazione implica una separazione fisica e psicologica. L'assimilazione è un tabù perché confonde colonizzati e colonizzatori offuscando le identità e facendo venir meno la superiorità di chi è in grado di gestire in proprio la sicurezza.
Anche Israele e Palestina devono dividersi. Così è stato deciso: poco importa se dalla storia, dall'ideologia o dalla scarsa fantasia della diplomazia. Si attende sempre il momento cruciale della bandiera che scende e dell'altra bandiera che sale sul pennone più alto, come nell'Independence Day dei vari possedimenti coloniali per salutare la partenza del colonizzatore e l'avvento del nuovo potere. Tutti però, confusamente, avvertono che quell'eventuale distacco lascerebbe intatte le rivendicazioni, le paure e le minacce. Non c'è un mare da porre fra colonizzati e colonizzatori. Il muro, paradossalmente, se divenisse un confine non farebbe altro che ricordare in modo inquietante l'ostilità che ha provocato tante guerre. I raid israeliani sono continuati a Gaza anche dopo il traumatico sgombero del 2005 e i palestinesi della striscia continuano a lanciare i loro razzi perché, rispettivamente, i primi sono intesi come atti di difesa, a cui ogni governo è tenuto per tutelare i suoi cittadini, e i secondi appartengono all'armamentario della resistenza. Nella sostanza sono un test dell'impotenza generale. La letteratura sul colonialismo, ma anche la politica di questi 40-50 anni nel Medio Oriente, dimostrano che il colonialista non può tradire mai la minima debolezza nei confronti del colonizzato e che il colonizzato può alimentare nel chiuso dei propri comportamenti e dei propri codici il risentimento che alla fine sarà più forte della repressione.

Dubbio angoscioso
I tremendi attentati perpetrati nei centri israeliani da giovani palestinesi, uomini o donne, imbottiti di esplosivo e le ripetute, abituali e impunite operazioni degli armati israeliani nei territori teoricamente soggetti all'Autorità nazionale palestinese sembrano fatti apposta per confermare il dubbio angoscioso che, malgrado tutto, il riconoscimento da Oslo e Washington non è calato nel profondo della leadership, delle forze politiche e dell'immaginario collettivo di israeliani e palestinesi. Finché la sindrome coloniale non sarà stata pienamente elaborata dalle due parti, ciascuna per il fine di «liberazione» che le compete, non sarà possibile né il colonialismo né la decolonizzazione ma solo una specie di guerra civile permanente.

 

Giampaolo Calchi Novati, aveva scritto nel lontano gennaio 2001, per la rivista del manifesto numero 13, le cose che seguono:

  L'asse Washington-Tel Aviv

ORA L'ITALIA SI ALLINEA

 
Giampaolo Calchi Novati  
 

La storia e la geografia non sono scienze esatte. I loro responsi non sono univoci, tanto più in una regione come il Medio Oriente, dove la storia si è intrecciata a fenomeni metastorici di grande impatto come la religione e l'identità, e comunque, soprattutto per quanto riguarda la storia, essi evolvono con lo sviluppo della società e del sistema internazionale. La valenza degli stessi termini geografici, come insegna Lucien Febvre, muta a seconda delle culture o della percezione che ne hanno di volta in volta i singoli o i popoli. Continuare a ripetere — in presenza di un conflitto che si protrae da molti decenni — che la storia e la geografia obbligano israeliani e palestinesi alla pace è una mera petizione di principio. Fermandosi alla superficie, senza 'conoscere' e 'riconoscere' i nodi reali, una simile retorica rischia addirittura di essere un modo neppure tanto velato per dire che Arafat deve rassegnarsi a subire le condizioni che vogliono imporre israeliani (e americani), visto che storicamente si sono dimostrati i più forti e che hanno una maggiore capacità di padroneggiare la geografia, sia quella fisica che quella umana.
La cosiddetta questione palestinese (o israeliana) si è sempre mossa intorno a due ipotesi: l'integrazione o la spartizione. È dai tempi delle prime colonizzazioni sioniste e poi dall'amministrazione mandataria inglese nel periodo fra le due guerre che ebrei (israeliani) e arabi (palestinesi) si sono attratti o respinti a vicenda con uno sfoggio ininterrotto di violenza. L'integrazione, per Israele, è un attentato alla purezza del progetto sionista ma la sua mancata applicazione sfida ogni forma di democrazia. Il numero degli arabi è diventato un problema rilevante e impervio soprattutto dopo le conquiste del 1967 e le annessioni di fatto o di diritto che ne sono seguite. L'afflusso di centinaia di migliaia di ebrei russi negli ultimi vent'anni ha rinviato in là nel tempo il momento fatidico del 'sorpasso' ma nessun aumento temporaneo della percentuale di ebrei sul totale della popolazione del Grande Israele può garantirne in modo assoluto l'identità. Anche oggi, nella prospettiva di un Israele ebraico, il 'processo di pace' — prescindendo dai costi morali e materiali dell'occupazione militare con lo stillicidio insopportabile delle uccisioni — rappresenta l'unica via d'uscita per salvare la democrazia semplificando la demografia.
La spartizione, che nella fattispecie Israele-Palestina può apparire come una sorta di 'decolonizzazione' tardiva o postuma per l'entità arabo-palestinese, sempre sacrificata, comporta piuttosto problemi di 'sicurezza'. Per questo Israele ha sempre combattuto l'idea stessa di uno Stato palestinese. Ma ora che i responsabili della politica israeliana hanno deposto, a parole e in testi debitamente sottoscritti, l'opposizione pregiudiziale a uno Stato arabo fra Israele e Giordania, un confine in piena regola può contribuire utilmente a cambiare in una realtà statuale, con i doveri e i conformismi che finiscono per imbrigliare uno Stato, il movimento palestinese, intrinsecamente eversivo finché è impegnato a soddisfare le richieste di una nazione incompiuta. È questo sicuramente uno dei sottintesi del 'processo di pace' di Oslo nell'interpretazione di Israele e Stati Uniti, e forse di Mubarak, il presidente egiziano (fino a rinchiudere l'Autorità nazionale palestinese e personalmente Arafat nello scomodo ruolo di 'gendarmi' per conto delle forze dominanti). La esclusione o 'autoesclusione' dei palestinesi è così coerente con una certa versione della 'sicurezza' di Israele che sono proprio i 'falchi' a prospettare — un'altra separazione unilaterale come alternativa a una soluzione concordata dopo il ritiro delle forze israeliane dal Libano nel maggio scorso senza passare per un accordo con Damasco — la trasformazione della 'linea verde' fra Israele e territori occupati in una frontiera invalicabile facendo pagare ai palestinesi il loro ardire con la rinuncia ai lavoratori e ai prodotti arabi e facendo blocco sulle poste 'materiali' come la terra e le risorse naturali (la fame più che la fede).
Ma in qualsiasi mobilitazione politica su base comunitaria o etnico-territoriale si celano contraddizioni e inconvenienti che prefigurano la violenza. La pretesa di stabilire o ristabilire il controllo politico dando vita a entità "omogenee" costituisce pur sempre il miglior alimento degli integralismi con i relativi orrori (paura e odio come fattori di identità). Nel dettaglio, venendo alla geopolitica del Medio Oriente, quanto più la Palestina tratteggiata da Israele è un falso Stato, senza riconoscimento internazionale e senza un'economia vitale, tanto più è probabile che si autorealizzi la profezia che la Palestina sarà sempre e comunque un nido di terroristi e una rampa di lancio per una rivincita araba.
Ragionando con i parametri europei o occidentali, non si potrà mai capire appieno l'ossessione di Israele, autorità e opinione pubblica, per il pericolo, incombente o immaginato, di una cancellazione dalla carta del Medio Oriente. È sufficiente un collegamento anche remoto con l'ideologia del 'rifiuto' (in questo caso di Israele da parte degli arabi) per far scattare sensibilità esasperate. Ultimamente, l'accanimento contro i soldati e i coloni israeliani dei ragazzi con le pietre e tanto più episodi come l'eccidio di Ramallah hanno rievocato i mai sopiti incubi dell'Olocausto ridando voce e influenza all'Israele che occupa (e vuole tenere) i territori palestinesi a scapito dell'Israele che guarda oltre l'occupazione perché ritiene che sia giusto così o perché non tollera più l'accerchiamento e la precarietà. Non si tratta solo di differenze fra uomini, partiti o correnti di pensiero perché le due situazioni convivono spesso, simultaneamente o in successione, nelle stesse persone (anche nei migliori, come il molto rimpianto Yitzhak Rabin o lo scrittore Abraham Yehoshua). E in effetti l' 'esternalizzazione' di una minaccia che mette o si teme possa mettere a repentaglio la sopravvivenza non significa di per sé la fine di quella minaccia.
Ricusare la rivendicazione nazionale dei palestinesi fa parte del bagaglio culturale e psicologico degli israeliani, più forte di tutte le spinte, razionali e per molti motivi inevitabili, a favore della pace con l'Olp e con il mondo arabo nel suo insieme, e fa il paio con l'indeterminatezza a proposito dei confini dello Stato proclamato nel 1948 con atto unilaterale da Ben Gurion in base alla risoluzione Onu dell'anno prima. A differenza delle vere decolonizzazioni, così come sono state realizzate, con le buone o con le cattive, dalle potenze europee, Israele non può ammainare la bandiera e ritirarsi al sicuro di una più o meno lontana 'metropoli'. Il dilemma — fra una pace impossibile inglobando i palestinesi (un altro Sud Africa o un altro Libano) e una pace non meno impossibile permettendo ai palestinesi di edificare un loro Stato indipendente (quantunque a fianco di Israele invece che al posto di Israele) — è obiettivamente angoscioso. D'altra parte, e in modo perfettamente speculare, gli arabi sono tutt'altro che persuasi che nella politica di Israele — anche nelle proposizioni massime di cui si fece portatore Barak al vertice fallito di Camp David in luglio — sia veramente contenuta una chiara, irreversibile volontà di 'riconoscimento' della statualità palestinese. La pace, per durare (e qui torna di rigore il peso ingombrante ma anche costruttivo della storia a saperla leggere per il verso giusto) non può accontentarsi delle forme: non è scontato infatti che il metodo apparentemente più facile — la divisione — porti la pace, perché la vigilanza armata inasprisce, invece di risolverli, i problemi connessi alla sicurezza e all'identità. Salomone era un re saggio ma meglio di lui vide quella madre che si oppose al suo verdetto di tagliare a metà il bambino conteso.
Il programma originario di 'liberazione' contenuto nella Carta nazionale palestinese — che è stata troppo spesso sommariamente liquidata come se tutto si riducesse alla 'distruzione' di Israele — aveva troppi buchi già sul piano teorico per essere vincente e convincente. Termini come 'laico' o 'democratico' vi erano definiti malamente e il riferimento alla nazione o alla patria araba come alveo naturale, in assenza di una chiara enunciazione dell'esistenza di una 'nazione ebraica', contrastava con il concetto di Stato 'binazionale'. Per il resto, la Carta apparteneva a un'altra stagione ed è stata infatti drasticamente emendata o sconfessata. Paradossalmente, però, le vicende storiche non hanno fatto altro — guerra dopo guerra, fino allo straripamento di Israele in tutta la Palestina mandataria con la mai abbastanza deprecata 'guerra dei sei giorni' — che unificare là dove le politiche ufficiali, anche quella dei palestinesi dopo la proclamazione nel 1988 di uno Stato virtuale nei territori occupati smentendo l'assunto dell''indivisibilità' dell'unità territoriale della Palestina statuito dalla Carta nazionale, si avvicinavano all'idea della separazione secondo lo schema ' land for peace ' o 'due Stati per due popoli'. Il punto d'arrivo fu Oslo e quindi, per la ratifica in pubblico, Washington.
Le parole pronunciate da Rabin sul prato della Casa Bianca nel settembre 1993 sotto lo sguardo attento e interessato di Clinton risuonarono particolarmente generose nei riguardi dei palestinesi. Una netta rottura con tutto il passato della dirigenza israeliana, opera e ideologia: dalla Golda Meir che dubitava dell' 'umanità' dei palestinesi al Begin di Camp David che promuoveva Sadat a guardiano di una stabilità a senso unico. A confronto, il discorso di Arafat può essere giudicato burocratico e difensivo. Il premier israeliano si rivolse senza pudori ai palestinesi (non solo all'Olp come loro rappresentante politico ma ai palestinesi in quanto individui e in quanto popolo) come un amico ad amici: neanche Rabin, però, poteva spiegare perché — se i palestinesi erano i 'nostri fratelli arabi' — Israele dovesse applicare una strategia 'esclusiva' ritardando oltre ogni limite l'esecuzione degli accordi e ricorrendo puntualmente alle rappresaglie ad ogni battuta d'arresto delle trattative. Tutte le complicazioni che hanno finito per portare all'attuale tragica impasse sono il prezzo pagato a quell'incongruenza di fondo. È vero per poste spirituali o simboliche come Gerusalemme, per il ritorno dei profughi palestinesi o per l'utilizzazione dell'acqua. Esemplare è soprattutto il caso degli insediamenti ebraici nei territori occupati, nemmeno presi in considerazione dagli accordi di Oslo. Ai fini di un 'processo di pace' che ha come obiettivo dichiarato la divisione della terra fra due popoli e due Stati, la colonizzazione ebraica di parti grandi o piccole della Palestina residua - dividendo ulteriormente il territorio palestinese al suo interno dopo averlo diviso dal territorio israeliano — è un assurdo logico prima ancora di essere una provocazione (molto più grave e diretta della passeggiata di Sharon sulla spianata del tempio o delle moschee). Se la politica delle due parti mirasse all'unione anziché al distacco, quegli ebrei o israeliani trapiantati anticipatamente nel futuro Stato palestinese sarebbero benvenuti come un fattore propulsivo di reciproca integrazione (un contrappunto agli arabi che vivono dal 1948 in Israele): altrimenti diventano un motivo perenne di crisi come ostaggi indifendibili di un vicinato fatto di sospetti e ostilità. Più in generale, se il modello è la spartizione abbozzata per la prima volta nel 1947 dall'Assemblea generale dell'Onu (e che un personaggio come l'ex-ministro degli Esteri israeliano Abba Eban stimava la sola credenziale spendibile da Israele sul piano della politica), sono del tutto ingiustificate le lungaggini e le eccezioni sulla restituzione di Gaza e della Cisgiordania, che in linea di principio deve essere integrale e incondizionata, Gerusalemme Est compresa. Anche nella loro interezza, i territori occupati, del resto, sono solo una piccola porzione del territorio assegnato dalla risoluzione dell'Onu allo Stato arabo-palestinese (che nel 1948-49 non si realizzò per colpe che non sono imputabili tutte al solo Israele).
Contrariamente a quanto si ama ripetere, il declino delle ideologie totalizzanti, a cominciare dal panarabismo (che sembrava fornire uno scudo e una lancia al movimento palestinese), ha rafforzato e non indebolito il nazionalismo palestinese. Finché i palestinesi si collocavano come una specie di avanguardia all'interno della grande patria araba, Israele poteva dirottare la loro istanza di cittadinanza o sovranità verso la Giordania, la Siria o il Libano, in cui vivevano altrettanti se non più palestinesi. Ma da quando l'Olp si è attestata su un nazionalismo specifico, territoriale, reso tangibile proprio dall'occupazione, promuovendo la Palestina da provincia a nazione, Israele non ha titolo per disconoscere il diritto di 'autodeterminazione' dei palestinesi se non a pena di prolungare all'infinito lo stato di belligeranza, oltre che contro un non meglio precisato mondo arabo, contro un popolo ben determinato con una identità, una leadership e una crescente coesione sociale. Se mai sono i reietti dei campi profughi fuori del perimetro della Palestina ad avere qualche motivo per recriminare. Per lo stesso motivo, l'Olp è così astiosa con tutte le manifestazioni dell'islamismo radicale, che per un altro verso potrebbe farla ricadere in un universo indifferenziato oscurando il suo profilo 'nazionalistico'.
L'Olp può aver avuto il torto in passato di puntare sugli spezzoni della nazione palestinese, politicamente più disponibili, che erano stanziati fuori della Palestina, cercando una improbabile statualità palestinese nella Giordania di Hussein (il 'settembre nero') o nel Libano multiconfessionale (con il risultato di precipitare il corso della guerra civile strisciante dal 1958). Per l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina non è mai stato facile elaborare una politica in grado di tener conto allo stesso tempo e con lo stesso profitto dei palestinesi nei territori occupati, degli arabi rimasti in Israele e dei profughi. Alla fine, anche grazie al senso di solidarietà e alle complicità che ha diffuso la 'resistenza' agli espropri, all'usurpazione e alla denazionalizzazione che hanno accompagnato l'occupazione di Gaza e Cisgiordania, l'Olp ha scoperto che la Palestina era proprio là dove, storicamente e geograficamente, esisteva da sempre, anche se per lunghi periodi di tempo non era stata chiamata così. A complicare le cose per Israele, se la prima 'rivolta delle pietre' nel 1987-88 servì a distinguere i palestinesi dei territori occupati dai palestinesi della diaspora, dovunque fossero, la seconda Intifada (con in prima fila soprattutto i teen-agers delle città e dei villaggi palestinesi, forse manipolati nel loro furore da un'autorità palestinese che spera di guadagnare prestigio e migliorare le proprie posizioni negoziali indirizzando la protesta contro Israele e brandendo di nuovo la 'lotta armata' dopo le blandizie e le delusioni della diplomazia) ha ristabilito insospettate correlazioni con gli arabi di Israele, a cui riesce difficile restare indifferenti davanti alla prospettiva della costituzione di uno Stato denominato Palestina appena oltre un fragilissimo e contestato confine a conclusione di un negoziato che, sia pure fra mille ostacoli e divieti, prevede il possibile diritto al ritorno dei palestinesi, loro e i loro figli o nipoti, fuggiti nel 1948 o nel 1967 per sottrarsi alla presa dello Stato di Israele. Il nazionalismo è un bene rifugio per tutti coloro che si sentono emarginati o che sono passati per fasi travagliate di alienazione, privazione o discriminazione.
L'avvio del processo di pace fra israeliani e Olp è intervenuto in concomitanza con lo sconvolgimento a livello internazionale provocato dal collasso del mondo comunista e dalla fine degli assetti bipolari. C'era un senso di inevitabilità virtuosa e quasi di necessità in quella conclusione simultanea dei conflitti maturati nell'epoca della guerra fredda. Il contesto diventava uno solo per tutti, senza più distinzione fra Est e Ovest (o Nord e Sud): la modernizzazione secondo le coordinate, la libertà politica e il libero mercato, del 'nuovo ordine mondiale' indetto dal presidente Bush. Negli stessi anni, e con molte somiglianze, si è proceduto allo smantellamento dell' apartheid in Sud Africa. Abrogato il razzismo, il Sud Africa ha integrato i bianchi nelle istituzioni e nella società multirazziale: la sua legittimità è indiscussa e specialmente sotto la presidenza di Mandela la sua egemonia 'benigna' si è diffusa pressoché senza rivali in tutto il continente. In Israele-Palestina non si è voluto (o potuto) praticare la strada della coesistenza dentro un unico disegno nazionale o statuale inaugurando comunque un rapporto reciprocamente fiducioso. Israele non ha creduto abbastanza nella forza d'attrazione della sua esperienza democratica e tecnicamente progredita per stimolare, tutti insieme, quello sviluppo politico ed economico che è il solo rimedio agli estremismi e agli esclusivismi vincolati al territorio. È come se Barak non meno di Netanyahu, avesse posto l'identità prima dell'integrazione incondizionata nella regione di pertinenza. Fra dimissioni tattiche e elezioni anticipate, l'Olp non può che avere le idee confuse.
Il rilancio di una soluzione politica del conflitto fra israeliani e arabi, come fra bianchi e neri in Sudafrica, derivava anche dalla necessità di mettere in circolo, ai fini della internazionalizzazione dei mercati, risorse destinate altrimenti a rimanere inutilizzate. Purché servisse a spianare l'accesso dei paesi arabi ai capitali, ai mercati e alla tecnologia del mondo dello sviluppo e dell'opulenza, si poteva anche pagare il prezzo di un compromesso con Israele. È lo stesso calcolo che fece a suo tempo Sadat quando decise, a sorpresa, di recarsi in Israele nel 1977. Ma quali sono gli spazi che il 'nuovo ordine mondiale' assegna effettivamente agli arabi? E all'universo islamico? Non è un caso che, in vista del rendiconto finale, gli Stati Uniti abbiano provveduto a mettere l'Iran fuori dalla corsa per l'egemonia regionale e stiano riportando l'Iraq all' 'età della pietra' (e in Iran e in Iraq premono borghesie nazionali che, magari in competizione fra loro e mediante nuovi percorsi di legittimazione, possiedono i mezzi per assolvere alle funzioni di crescita produttiva e commerciale entro reti e modelli orizzontali e transnazionali che, con tutti i limiti ben noti, rappresentano la trama della globalizzazione).
Il rapporto di Israele con gli obiettivi di sviluppo e cosviluppo fatti presagire dalla globalizzazione è tutt'altro che semplice. A parte la sua riluttanza a superare — per la Palestina e i palestinesi — le formule umilianti del bantustan , indipendente solo formalmente e di fatto soggetto alla tutela israeliana, nel Medio Oriente le maggiori ricchezze e potenzialità sono altrove. La 'mediazione' di Israele non ha nessuna possibilità di avere successo se Israele non chiude una volta per tutte il contenzioso che lo oppone agli arabi (i palestinesi approfittano dei legami trasversali da una parte con la Lega araba e dall'altra con la Conferenza islamica per tener testa a Israele sul punto cruciale di Gerusalemme anche a nome di comunità molto più vaste e nonostante tutto gli arabi continuano a identificarsi nella Palestina perché vedono sintetizzate in essa le ingiustizie di cui soffrono essi stessi). In più, Israele partecipa alla globalizzazione un po' come centro (un frammento del mondo capitalista avanzato) e un po' come periferia (tanto più Israele sarà periferia se il conflitto con gli arabi dovesse finire smontando l'eccesso di coinvolgimento per la sua difesa degli Stati Uniti e per certi aspetti anche dell'Onu, che malgrado le innumerevoli risoluzioni approvate negli anni non ha mai cercato sul serio di piegare l'intransigenza di Israele), e questo non facilita il compimento indolore dell'intera operazione. Molto a proposito, in questa stessa rivista Zvi Schuldiner ha ricordato che, mentre l'illusione di una Singapore o di una Hong Kong del Medio Oriente si è appannata, fra gli israeliani si convertono più facilmente al pacifismo i ceti forti (come è accaduto in Sudafrica per la convenienza di farla finita con il razzismo per il bene dello sviluppo, là peraltro nel senso dell'integrazione e non della scissione) che non i lavoratori o i gruppi più insicuri della propria posizione (status, reddito, ecc.) nella società pacificata.
Gli Stati Uniti hanno dimostrato in tutti i modi di non ammettere interferenze nella gestione del 'processo di pace' in Medio Oriente. L'ostracismo vale anche per l'Europa. È evidente che Clinton non è imparziale quando presiede i vertici fra Barak e Arafat e non fa nulla per nasconderlo, anche se gli costa la chiusura di 21 ambasciate americane nei paesi a rischio: agli occhi degli arabi, egli si limita a trasmettere gli ultimatum del governo israeliano. Il quadro di riferimento è, senza alternative, la pax americana , cui si devono sia la relativa tranquillità di Israele in questi ultimi dieci anni (almeno fino all'esplosione di poche settimane fa) che il petrolio a buon prezzo per l'industria e i consumi dei paesi occidentali. Un punto di forza o un limite? L'Europa nella guerra o nella pace fra arabi e israeliani non ha un ruolo. Non solo perché l'Europa non c'è, come si lascia trapelare a Bruxelles e come recitano con finta compunzione i commentatori a corto di argomenti, dato che dopo tutto l'Unione Europea si riunisce, studia i dossiers e delibera, mentre i singoli paesi membri hanno tutti i loro bravi ministeri degli Esteri, gli ambasciatori e i rappresentanti presso il Palazzo di Vetro. Sono le regole delle alleanze che costringono l'Europa, letteralmente, ad 'astenersi', tutt'al più pronunciando le solite parole di circostanza per i morti negli attentati o nelle operazioni di polizia.
L'incapacità di dar corpo a un'ipotesi inclusiva contro la politica dell'asse Usa-Israele è uno dei segni più frustranti del fallimento del centro-sinistra al potere quasi ovunque in Europa, che non è in grado di affermare la propria morale né, a suo maggior disdoro, gli interessi delle rispettive nazioni. Un articolo pubblicato di recente sul "Time" ha intimato bruscamente a Chirac (con le sue permalosità nazionalistiche la destra è più assertiva della sinistra e quindi più incalzante?) e agli altri partners della superpotenza americana di attenersi ai principi della 'solidarietà' come ai tempi di Desert Storm e di non baloccarsi con 'interventi' dubbi e velleitari a proposito del Medio Oriente e di Israele.
In Italia si è fatto molto rumore per i servizi o l'andirivieni di questo o quel giornalista quasi che tocchi alla Rai e non al governo o al parlamento dettare la politica in Medio Oriente, ma il dibattito è stato francamente di profilo basso o bassissimo. Intanto un punto fermo della nostra politica estera — più o meno valido per un ampio schieramento di forze dalla famosa dichiarazione di Venezia del 1980 — è stato via via lasciato cadere nell'indifferenza o con il beneplacito dei più. Non si spiega tutto con la forza o i ricatti della lobby pro-israeliana, che si è fatta valere anche al momento di votare all'Onu. L'amara verità è che mentre si moltiplicano le vittime nei due campi, per il nostro governo e per il presunto consenso dei partiti che lo sostengono, gli arabi, l'Islam, la contestazione del monopolio culturale dell'Occidente sono, alla rinfusa, i 'pericoli' da scongiurare con il neo-contenimento. È particolarmente duro per l'ex-Pci dover ammettere — dopo tanti anni di analisi, iniziative e relazioni con governi, partiti e movimenti — di non avere una politica per le nazioni e le aspettative di quello che fu il Terzo mondo. In tanta confusione mentale sui processi che attraversano la politica internazionale, la Palestina viene retrocessa a uno dei tanti luoghi 'altri' dove ringhiano i leones , uno Stato pre-moderno e non-liberale che va trattato con la repressione e in ultima analisi con gli strumenti della guerra e non con le risorse sempre aggiornate e referenziate della politica. È come ai tempi del Vietnam, con l'indipendenza, la rivoluzione o il socialismo che svolgevano allora le funzioni della mondializzazione: non c'erano dubbi possibili sull'iniquità della guerra americana, ma ai vari Johnson e Nixon non si negava mai una dichiarazione di 'comprensione' nelle occasioni deputate perché gli Stati Uniti erano un baluardo insostituibile a presidio del blocco sociale che governava i paesi europei.
Sulle rive del Mediterraneo, anche in Medio Oriente, dovrà sempre prevalere la tendenza perversa alla spartizione etnica invece della promozione di una visione positiva che postuli la democrazia e il multiculturalismo come i veri requisiti della civiltà universale?


Giampaolo Calchi Novati insegna 'storia e istituzioni dei Paesi afro-asiatici' nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Pavia




 

 

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