FISICA/MENTE

 

 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Novembre-2006/art16.html

Medio Oriente, rompere il silenzio


Lettera aperta al mondo dell'informazione.
«Non parlate di noi!». Parlate di loro.

 
Il sangue e il terrore continuano a scrivere la storia del Medio Oriente. Eppure sui grandi mezzi di informazione, pubblici e privati, del nostro paese si fatica a trovarne traccia. Di tanto in tanto un episodio più orripilante di altri diventa cronaca: cronaca dell'orrore, solo cronaca senza capo né coda, senza prima né dopo. Solo violenza dalla Terra Santa che si aggiunge alle altre violenze dell'Iraq, dell'Afghanistan o di casa nostra. Quasi mai troviamo un'analisi che aiuti a capire, un'inchiesta o un approfondimento che mettano in luce le radici dei problemi, l'intreccio delle responsabilità, un dibattito che metta a confronto le diverse tesi politiche o le proposte per uscire da questa tragedia infinita.
Eppure le domande sono molte. Cosa sta facendo l'Italia? E l'Europa? Cosa c'è dietro a questo spaventoso silenzio della comunità internazionale? Cosa non si sta facendo per evitare che la prossima guerra ci scoppi ancora una volta in faccia? Fino a quando dovremo restare in Libano? Perché non andiamo anche a Gaza?
L'Italia è stata chiamata ad assumersi importanti responsabilità in Libano e molte altre se ne dovrà ancora assumere per dare realmente una mano alla pace. Ma chi ne parla? Chi ne discute? Quando? Agli italiani è concesso, di tanto in tanto, di conoscere qualche fatto di cronaca nera: non di farsi un'opinione, di capire e dunque di agire.
Come può accadere tutto questo? Non è forse compito quotidiano dell'informazione rivolgere uno sguardo attento alla realtà, contribuire alla formazione di un'opinione pubblica critica e consapevole, andare alla ricerca della verità, favorire la comprensione dei fenomeni più complessi che attraversano il nostro tempo?
Di fronte all'escalation di guerre e tensioni che dal Medio Oriente continuano ad infiammare il mondo, all'ennesima strage di Gaza, al lucido discorso pronunciato l'altro ieri da David Grossman a Tel Aviv, rivolgiamo un appello a tutti i giornalisti, agli organi di informazione, ai direttori delle reti e dei programmi radiotelevisivi, pubblici e privati, ai conduttori e responsabili delle trasmissioni di approfondimento perché si riaccendano i riflettori sul Medio Oriente, sui popoli che abitano questa regione a noi così vicina, sui responsabili della politica che hanno il dovere di agire subito, sulle tante organizzazioni della società civile e sui tanti enti locali che continuano a costruire ponti di pace, di solidarietà e di speranza, laddove altri predicano solo impotenza e rassegnazione.
Se si vuole ridurre il tasso di volgarità della nostra televisione, è indispensabile aumentare il tempo dedicato ai grandi temi dimenticati del mondo, a cominciare dalla Terra Santa e dal Medio Oriente.
Non solo per conoscere cosa sta realmente accadendo ma soprattutto per capire cosa bisogna ancora fare.
Di tutto questo si parlerà ampiamente nella manifestazione nazionale per la pace in Medio Oriente in programma a Milano il prossimo 18 novembre per iniziativa di numerose organizzazioni della società civile e di enti locali.
Non ci interessa solo la quantità di tempo e spazio che verrà dedicata a questa straordinaria iniziativa di pace ma anche, e soprattutto, la quantità del tempo e dello spazio che da oggi verrà dedicato ai problemi che sono al centro delle nostre preoccupazioni.
 

(***) Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace,
Giuseppe Giulietti, portavoce Associazione Articolo 21


 

PS. (del redattore) Un altro veto USA ha impedito la condanna di Israele dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Nel frattempo Olmert chiede agli USA di non abbandonare in fretta l'Iraq.
 


 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Novembre-2006/art22.html

Lieberman incanta Israele


La destra sociale di Yisrael Beitenu e del neo ministro per le minacce strategiche ha costruito la sua ascesa su decine di sezioni costruite nelle principali città. Lieberman vuole trattare gli arabi come i ceceni e punta a diventare premier. Ma c'è chi prevede: è una meteora, destinata a sparire nel giro di qualche anno; anche sulla cacciata degli arabi dovrà fare i conti con la realtà


Michele Giorgio


«Avigdor Lieberman non si comporterà come un elefante in un negozio di cristalli», aveva previsto nei giorni scorsi Yossi Verter, uno dei più noti commentatori politici israeliani, a proposito dell'ingresso nella coalizione di maggioranza del leader del partito di estrema destra Yisrael Beitenu, con l'incarico di ministro per le «minacce strategiche» e vice del primo ministro Ehud Olmert. E invece Lieberman non ha perduto tempo e una settimana fa, alla prima apparizione nel gabinetto di sicurezza in cui il capo del governo Olmert lo ha voluto ad ogni costo, ha prontamente «suggerito» di risolvere il problema palestinese «come fanno i russi in Cecenia», ovvero con massacri, uso massiccio della forza e violazioni dei diritti umani.
Tuttavia Yisrael Beitenu, un partito che in Europa verrebbe immediatamente messo fuorilegge - il suo programma di espulsione degli arabi israeliani scavalca a destra persino Le Pen o Heider, poiché non prende di mira il solito obiettivo, gli immigrati, ma 1,4 milioni di cittadini israeliani (un quinto della popolazione) -, non è solo la rappresentazione più evidente della crescita e dello sviluppo in Israele di movimenti dalla chiara impronta ideologica fascista. Il partito di Lieberman è anche la forza politica israeliana più vitale e che meglio di ogni altra ha saputo organizzarsi e diffondersi di questi ultimi anni.
Lo «sdoganamento» di Yisrael Beitenu, che con il suo leader ha ricevuto il riconoscimento definitivo dell'establishment politico tradizionale di Israele, è ancora più rilevante se si tiene conto che le reazioni alla nomina di Lieberman a ministro sono state minime, quasi nulle, non solo da parte dei governi occidentali ma anche di quelli arabi. E il leader dell'ala più radicale della destra anti-araba non ha nascosto la sua soddisfazione di fronte al complice silenzio di Stati Uniti ed Europa.
Tutto ciò favorisce il suo progetto di diventare nel giro di qualche anno il capo indiscusso di tutta la destra e, magari, primo ministro. Non è un caso che a temere maggiormente Lieberman sia proprio il Likud di Benyamin Netanyahu. Yisrael Beitenu da partito «russofono» negli ultimi mesi è diventato una macchina molto complessa, con ramificazioni in tutta la società israeliana. Il giornalista Meron Rapaport, in un lungo servizio apparso sul quotidiano israeliano Ha'aretz, ha raccontato come il partito di Lieberman sia oggi protagonista di molte lotte sociali, da quella contro l'installazione dei ripetitori dei telefoni cellulari in aree densamente popolate a quella per la difesa dei diritti dei lavoratori precari. «Conosco Lieberman, è un pignolo, uno che vuole le cose fatte alla perfezione, e il suo partito è molto organizzato, più del Likud e del Partito laburista», ha raccontato Alex Tanzer, un attivista di Yisrael Beitenu. Lieberman ha diviso Israele in nove regioni ed in ognuna di esse sono presenti almeno 50 sezioni del suo partito. In alcune città Yisrael Beitenu ha uffici in ogni quartiere. «Lieberman segue molti casi individuali, famiglie che hanno bisogno di aiuto, villaggi che chiedono infrastrutture, comunità che vogliono essere ascoltate. Il Likud lavora in modo massiccio solo due mesi prima delle elezioni, Yisrael Beitenu non smette mai, è impegnato tutto il tempo», ha raggiunto Lia Shemtov, una ex dirigente del Likud ora passata dalla parte di Lieberman. Durante l'offensiva israeliana in Libano della scorsa estate contro Hezbollah, i volontari di Yisrael Beitenu sono stati i più solerti nel portare aiuti alle decine di migliaia di persone che non avevano potuto lasciare l'Alta Galilea presa di mira dai katiusha perché non potevano permettersi un hotel o un alloggio nel centro del paese.
Populismo, nazionalismo e strategie tipiche della destra sociale. Un mix che rischia di affondare non solo il Likud, che della (presunta) difesa di «Eretz Israel» e anche degli ebrei sefarditi (quasi sempre poveri) discriminati da quelli ashkenaziti (occidentali) ha fatto la sua bandiera, ma anche i laburisti di Amir Peretz, da anni in crescente difficoltà nel rappresentare i settori più emarginati e bisognosi della popolazione. Peretz tuttavia non sembra rendersene conto e si dice convinto che l'ingresso di Yisrael Beitenu nel governo sarà «positivo» per il suo partito, poiché spingerà molti attivisti e dirigenti ad impegnarsi di più per far capire agli israeliani le differenze tra il programma «a favore della pace (sic) e dell'uguaglianza sociale» dei laburisti e quello demagogico di Lieberman. Yossi Verter non condivide l'ottimistica previsione di Peretz e sostiene che il ministero «per le minacce strategiche» tenderà inevitabilmente a sovrapporsi a quello di Peretz (difesa) e di Tzipi Livni (esteri). Lieberman infatti avrà contatti regolari con i capi dei servizi segreti e dovrà elaborare strategie (militari?, diplomatiche?) che non potranno non riguardare le responsabilità al momento assegnate a Peretz e Livni. A cominciare dalla questione iraniana.
Non mancano tuttavia coloro che ritengono Yisrael Beitenu un «meteora» destinata a sparire nel giro di qualche anno, come avvenuto ad altre formazioni di destra apparse in passato sulla scena israeliana. «Lieberman è un politico molto abile nel vendere fumo a certi settori della società israeliana - ha detto al manifesto Shaul Arieli, un ex consigliere diplomatico dei governi a guida laburista, che da tempo studia il fenomeno Yisrael Beitenu - in realtà anche lui sa che la cessione all'Anp di porzioni di territorio israeliano popolate in maggioranza da arabi israeliani è impraticabile sotto tutti i punti di vista: morale, politico, giuridico ed economico. Eppure continua a proporla come una soluzione realizzabile, perché capisce che raccoglie consensi tra la gente. Presto, grazie anche al pragmatismo politico che il ministro Lieberman dovrà mostrare, molti israeliani si renderanno conto della inconsistenza del suo progetto e si allontaneranno da lui».

 


Con Avigdor entra nel governo qualcosa di peggio del razzismo


Espulsione degli arabi, «modello Cipro», «strategia Cecenia»: ecco il vicepremier israeliano. Le idee che uccisero Rabin al governo coi suoi compagni di partito


Zvi Schuldiner


Il vice primo ministro israeliano Avigdor Lieberman ha rilasciato dichiarazioni alla stampa inglese che dimostrano che la sua ideologia continua intatta e mentre lui attizza sempre di più il fuoco del razzismo in Israele, le forze armate continuano la loro violenta azione nella striscia di Gaza di cui l'ultima strage di civili palestinesi a Beit Hanoun non è che l'ultimo esempio. Il ministro della difesa Peretz fa la parte del moderato, però l'esercito israeliano va avanti con la sua sanguinosa mattanza nei territori occupati però il ministro Lieberman preferisce essere più preciso e invoca per Gaza i metodi dell'esercito russo in cecenia. E' solo una questione semantica: l'esercito israeliano già li pratica senza dargli il colore russo.
Quando giovedì scorso i missili qassam dei palestinesi sono caduti molto vicino al nostro college, nel sud di Israele, e abbiamo sentito l'artiglieria israeliana, gli elicotteri, i caccia, e uno dei docenti è arrivato nel mio ufficio chiedendomi retoricamente come è mai possibile che i capi miliari e politici non capiscano che questo non funziona e che è necessario cercare un'altra strada. Nella vicina cittadina di Sderot è ormai comune che non pochi abitanti, quando sentono il rumore degli elicotteri israeliani dicono: «adesso arrivano i razzi qassam».
Però la violenza ha le sue leggi e il governo israeliano continua a rifiutare veri negoziati mentre infuria la repressione che nelle ultime settimane è costata la vita a un soldato israeliano e a più di 55 palestinesi (a cui vanno aggiunti i 19 di Beit Hanoun), senza contare i feriti. Tutti i palestinesi sono «terroristi» ma oggi si è saputo che, anche secondo le fonti ufficiali dell'esercito israeliano, il 25% dei morti non erano terroristi.
Dopo una settimana di operazioni l'esercito ha dichiarato che l'azione a Beit Hanoun è finita, ma i razzi qassam continuano a cadere su Sderot e le azioni militari per quanto ufficialmente non definite tali vanno avanti e mietono altre vittime.
Le condizioni nella striscia di Gaza sono insostenibili e tutto viene giustificato come una sacrosanta crociata contro il governo di Hamas, una crociata che apparentemente da i suoi frutti: in queste ultime ore arrivano echi dell'accordo a cui sarebbero arrivati il presidente Abu Mazen e il primo ministro Haniyeh per mettere in piedi un governo di unità nazionale che sarebbe retto da tecnici in apparenza neutrali.
I guadagni politici di Israele e dell'«occidente democratico» nel rifiutare di accettare la decisione democraticamente espressa nelle elezioni palestinesi viene pagata dalla miseria e dalla fame di milioni di palestinesi che vivono un'occupazione sanguinaria come mai in passato.
Il rumore incessante dei cannoni è stato il sottofondo delle cerimonie per ricordare l'omicidio di Rabin. Il cicaleccio retorico degli attuali leader del partito laburista, il partito di Rabin, non può nascondere un fatto fondamentale e non poco paradossale: il partito forma ormai parte di una cinica coalizione composta da Olmert nella quale ha fatto il suo ingresso Avigdor Lieberman. La realpolitik del laburismo ha portato quel partito a sedersi vicino a uno dei principali esponenti del razzismo fondamentalista che è stato parte dell'ideologia che ha fatto uccidere Rabin.
Gli ottimisti pensavano che, con l'ingresso nella coalizione di governo, Lieberman avrebbe moderato la sua retorica e si sarebbe astenuto da dichiarazioni estremiste. Illusione senza fondamento: nelle sue dichiarazioni alla stampa britannica Lieberman ha invitato a usare il modello di Cipro - dimenticandosi di chi ha iniziato la guerra, del suo prezzo e dei suoi risultati - per arrivare a una separazione totale tra arabi ed ebrei, «unica ricetta per arrivare alla pace».
La demagogia di Lieberman è esplicita e potrebbe risultare attraente per molti, dentro e fuori Israele: propone di passare alla futura entità nazionale palestinese i territori popolati da arabi in Israele - fondamentalmente il cosiddetto «triangolo» in Galilea - in cambio dei territori popolati da israeliani in Cisgiordania.
Lieberman non si occupa esplicitamente di «piccoli» dettagli come le città israeliane con poplazioni miste, popolazioni beduine o arabe o druse che non fanno parte del territorio che è disposto a cedere «generosamente» allo stato palestinese. Né parla di cosa sarebbe necessario dare per garantire la presenza dei coloni israeliani in Cisgiordania. E' ovvio che l'eventualità di un'espulsione di arabi israeliani è la parte centrale del suo piano razzista, che allo stesso tempe creerebbe una velata forma di occupazione di quei cantoni-bantustan che costituirebbero il futuro «stato palestienese» sotto controllo israeliano.
La cosa più preoccupante non è Lieberman in sé, ma il fatto che il governo israeliano non ritiene necessario dissociarsi pubblicamente ed energicamente dal razzismo di Lieberman. Durante la cerimonia in ricordo di Rabin, lo scrittore David Grosman l'ha detto chiaramente: Olmert e Peretz hanno nominato un piromane a capo dei pompieri. Liberman non è il primo razzista israeliano con radici ideologiche simili a quelle dei carnefici del popolo ebraico. Ma è il primo seduto su un'importante poltrona di governo e che peraltro gode di una grande popolarità in un'Israele stanco che non ha oggi la vitalità democratica necessaria per condannarlo fermamente.

 


Massacro di civili nell'alba di Gaza


L'artiglieria israeliana colpisce Beit Hanoun alle 5.30 del mattino. Distrutta un'intera famiglia di palestinesi, colpiti nel sonno. Le vittime sono 19, in maggioranza bambini e donne. Hamas: romperemo la tregua. Tel Aviv, «addolorata», apre un'inchiesta


Michele Giorgio
Inviato a Beit Hanoun


Il fuoco d'artiglieria vicino ad aree popolate aumenta di molto la probabilità di vittime civili. Perciò l'affermazione dei militari che non intendevano uccidere civili è una giustificazione disonesta». È stata questa la risposta del centro israeliano per i diritti umani, Betselem, a chi vorrebbe far passare come un semplice «errore» la strage compiuta ieri dalle forze armate dello Stato ebraico a Beit Hanoun, a nord di Gaza. I 19 morti, quasi tutti bambini (tra cui una neonata, Dima) e donne, pesano come un macigno e il massacro rischia di far precipitare la situazione. Hamas ha promesso vendetta ed ha esortato tutte le fazioni palestinesi a partecipare alla «punizione» d'Israele. Il governo Olmert da parte sua ha proclamato lo stato d'allerta.
Il massacro, hanno raccontato alcuni testimoni, è avvenuto poco dopo le 5.30 del mattino mentre, nelle proprie abitazioni, le famiglie colpite godevano della prima notte di completo riposo, dopo una settimana di paura in cui Beit Hanoun era stato teatro dell'operazione militare israeliana «Nubi d'autunno», che aveva lasciato sul terreno 60 morti. All'improvviso potenti esplosioni hanno investito sette case in Via Hamad, alla periferia nord del villaggio. «Dopo il primo colpo, la popolazione si è riversata in strada ed è finita sotto i colpi successivi. Ho assistito a qualcosa di orribile, di indimenticabile, temendo di venir colpito a mia volta», ha riferito Mohammed Adwan, un vicino delle famiglie prese di mira. Subito è apparsa evidente l'enormità dell'accaduto: cadaveri dilaniati e anneriti dalle esplosioni, pozze di sangue ovunque, mentre le ambulanze cercavano di raggiungere i feriti attraversando le strade semidistrutte dall'operazione «Nubi d'autunno». Nel corso della giornata è apparso chiaro che una famiglia, la Athamnah, era stata distrutta, con la morte di 17 dei suoi componenti. Tra questi i due fratellini Ahmed e Mohammed, 9 e 8 anni, che la mamma avrebbe svegliato appena passate le sei, per il primo giorno di scuola dopo l'operazione militare israeliana. Dai loro lettini Ahmed e Mohammed invece non si sono più alzati. Con loro sono morti altri 11 membri della famiglia, inclusa una cuginetta di un anno, Dima. «I proiettili sono caduti nelle camere, proprio nelle camere», urlava ieri disperato Ibrahim Athamneh, zio di Saed e Sadi. Nel pomeriggio è stata scavata una grande fossa comune, per seppellire le vittime, tra cui diversi dei 60 palestinesi uccisi durante l'ultima offensiva israeliana. Al cimitero non c'è più spazio.
L'orrore per la tragedia di Beit Hanoun ha suscitato dure reazioni fra i dirigenti palestinesi. Abu Mazen ha decretato tre giornate di lutto nazionale. «Faccio appello al mondo intero affinché guardi a questo terribile massacro. Queste operazioni barbare di Israele devono cessare», ha detto il presidente chiedendo l'intervento del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Poi si è recato all'ospedale Shifa di Gaza city per donare sangue per i feriti con il premier di Ismail Haniyeh. Il portavoce del governo, Ghazi Hamad (Hamas), ha accusato Israele di essere «uno Stato di belve e di gangaster» che dovrebbe essere espulso dall'Onu e cancellato dalla carta geografica. Un altro dirigente, Nizar Rayan, ha assicurato Israele che gli attentati riprenderanno molto presto. Da Damasco è intervenuto anche il capo in esilio di Hamas, Khaled Meshaal, minacciando Israele di rappresaglie e di mettere fine alla tregua unilaterale che la sua organizzazione rispetta da 20 mesi. «La nostra condanna non sarà di parole ma con i fatti. La resistenza risponderà. Invito tutte le fazioni ad unirsi in questa azione». Mashaal ha imputato agli Stati Uniti la responsabilità indiretta nel bagno di sangue a Beit Hanoun: sia per il sostegno incondizionato che danno a Israele, sia per i frammenti di un colpo di cannone trovati sul terreno che recavano la scritta «Made in Usa». Qualche ora dopo proteste sono esplose in Cisgiordania, per la strage a Gaza e per l'uccisione di cinque militanti palestinesi da parte di una squadra speciale israeliana vicino Jenin. Duri gli scontri ad Hebron, dove centinaia di manifestanti hanno attaccato con pietre alcune postazioni dell'esercito israeliano. Durante la giornata una quindicina di razzi sono stati sparati da Gaza verso le città di Sderot e di Ashqelon.
Il premier Ehud Olmert e il ministro della difesa Amir Peretz hanno espresso «dolore» e persino offerto «aiuti umanitari» ai palestinesi. Il ministro degli esteri Tzipi Livni ha deplorato la «tragedia» e ha ricordato che essa è avvenuta nel contesto «di una lotta imposta dai palestinesi con i lanci di razzi». Il ministro Livni ha dimenticato che da quando Hamas ha vinto le elezioni (25 gennaio), Israele attua una forte pressione economica su Gaza - con effetti disastrosi - con la chiusura pressoché totale dei valichi commerciali e trattiene centinaia di milioni di dollari destinati ai palestinesi derivanti dalla raccolta dei dazi doganali e dell'Iva. Da parte sua il comandante della regione militare sud, Yoav Galant, ha detto che ieri mattina l'artiglieria ha sparato salve di 12 proiettili, per due volte successive, verso una zona deserta di Beit Hanoun a 500 metri dalle case colpite. «È abbastanza chiaro che le vittime sono state colpite dal nostro fuoco», ha ammesso, aggiungendo che l'inchiesta controllerà i sistemi di puntamento dei cannoni impiegati. Ma al termine delle indagini verranno presi provvedimenti? I palestinesi potranno chiedere giustizia? Galant a ciò non ha fatto alcun accenno. Il massacro di Beit Hanoun diventerà un altro «tragico errore», un danno collaterale della «lotta al terrorismo».

 


«È l'ora della terza intifada»


Mi. Gio.
Beit Hanoun


«Intifada, vogliamo la terza Intifada». Per le strade di Gaza, attraversate da ondate di rabbia e dolore per il massacro di Beit Hanoun, ieri erano in tanti ad invocare una nuova rivolta palestinese contro l'occupazione israeliana. Adulti, giovani e donne con la disperazione scritta in volto, convinti che non esista altra soluzione per mettere fine alle sofferenze dei palestinesi, rinchiusi nell'enorme prigione a cielo aperto di Gaza e soffocati dal muro, da centinaia di posti di blocco, sbarramenti e recinzioni in Cisgiordania. E il fermento non poteva non raggiungere anche la Cisgiordania dove da mesi non si registravano scontri tra forze di occupazione e manifestanti palestinesi. Persino Gerusalemme est - rimasta lontana dalle cronache insanguinate di questi ultimi anni - osserva da ieri sera i tre giorni di lutto per le vittime di Gaza, proclamati dal premier Haniyeh. «Meglio morire da martire (attentatore suicida, ndr) che rimanere prigioniero tutta la vita», diceva ieri Mansur Yazji, 22 anni, di Jabaliya, venuto a dare una mano ai soccorritori al lavoro a Beit Hanoun. «O noi o loro (gli israeliani), questo è il punto. Sono pronti a massacrarci tutti, anche i bambini, non li vogliamo nella nostra terra, li cacceremo via», aggiungeva Samer, un altro giovane giunto sul luogo della strage pochi minuti dopo il cannoneggiamento israeliano. Frasi dure, risultato della rabbia e della disperazione, ma ormai comuni a tanti palestinesi di Gaza che non credono più a un compromesso politico con Israele.
«Occorre restare uniti per rispondere alla strage di Beit Hanoun», ha esortato i suoi connazionali Abu Mazen durante una conferenza stampa a Ramallah. Ha anche promesso fondi immediati per la ricostruzione della cittadina devastata dall'ultima operazione israeliana. Ma in casa palestinese non sono queste le ore per la moderazione che piace al presidente e anche l'accordo per un governo di unità nazionale, dato ormai per fatto, si allontana assieme all'idea di Abu Mazen di poter tornare al tavolo delle trattative con Israele una volta messo in soffitta il governo di Hamas (così gli suggeriscono i suoi consiglieri). A dettare la posizione palestinese sono in realtà le dichiarazioni militanti di Hamas che ai palestinesi risultano più credibili delle promesse di cambiamento fatte da Abu Mazen sulla base di vaghe assicurazioni ricevute da Usa e Unione europea. «L'assenza di prospettive politiche concrete, a causa dell'unilateralismo e del militarismo sfrenato di Israele, sta indebolendo Abu Mazen, sempre più irrilevante agli occhi della popolazione, e creando le condizione per una terza Intifada. Di fronte a ciò è deprimente e, soprattutto, preoccupante il silenzio della Comunità internazionale», ha detto commentato Jamal Zakut, un noto esponente della società civile di Gaza, sottolineando che americani ed europei non stanno aiutando il loro alleato Abu Mazen, al contrario lo affondano con le loro politiche contro i palestinesi.
Hamas intanto continua a rafforzarsi, grazie anche alle operazioni militari israeliane. Ieri il leader in esilio del movimento islamico, Khaled Meshaal, da Damasco ha minacciato Israele di rappresaglie durissime e, più di tutto, ha parlato da leader di fatto dei palestinesi. Abu Mazen presidente rischia di ruminarlo solo nelle stanze del suo quartier generale a Ramallah perché nelle strade comanda sempre di più Hamas.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/10-Novembre-2006/art44.html

I palestinesi seppelliscono le 19 vittime di Gaza, il premier israeliano non esclude altri «incidenti»


Olmert: la strage errore tecnico


Per il capo del governo di Tel Aviv è stato un errore dell'artiglieria. Poi elogia Abu Mazen ma dice: le operazioni contro la Striscia potranno continuare. All'Onu si discute la forza internazionale d'interposizione


Michele Giorgio
Inviato a Beit Hanoun


Nel giorno del commosso addio di Gaza alle vittime di Beit Hanoun, la «città martire», mentre Ibrahim Athamnah, in cima al corteo funebre, stringeva tra le braccia il corpo della figlioletta Dima uccisa dai colpi dell'artigliera israeliana, il quadro politico ha raggiunto il paradosso. Il premier israeliano Ehud Olmert, con una mossa astuta e mediatica, ha «esortato» il presidente palestinese Abu Mazen a tornare subito al tavolo negoziale. «Sono disposto a sedere con lui senza condizioni preliminari...ho grande rispetto per Abu Mazen: è un patriota palestinese e combatterà come un leone per gli interessi palestinesi. È un uomo onesto che si oppone al terrorismo. È sotto pressione da parte di gruppi terroristici e non ha il potere per contrastarli e rovesciarli», ha dichiarato. Incredibile. Ariel Sharon prima e lo stesso Olmert dopo, entrambi accaniti sostenitori dell'unilateralismo in opposizione al piano di pace «Road Map», negli ultimi anni hanno evitato sistematicamente di riprendere il negoziato con il presidente palestinese, che pure è riconosciuto come «moderato» da tutta la Comunità internazionale, americani compresi. Olmert ha continuato a ripetere dopo l'elezione di Abu Mazen, nel gennaio del 2005, che tornerà al tavolo delle trattative soltanto quando il presidente palestinese smantellerà «le strutture del terrore» e lotterà con accanimento contro le organizzazioni armate. Ora invece tenta di far passare l'idea che il negoziato è fermo perché è Abu Mazen a volerlo. Olmert inoltre ha annunciato di essere pronto a rilasciare «molti prigionieri» palestinesi in cambio della liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit. Di fatto ha comunicato di aver accettato le condizioni palestinesi. «Non sapete quanti detenuti libereremo se rilascerete Shalit (catturato lo scorso 25 giugno)», ha detto in aperta contraddizione con la posizione che ha mantenuto in questi ultimi quattro mesi: solo dopo il rilascio incondizionato di Shalit, Israele, come gesto di buona volontà, libererà un certo numero di prigionieri palestinesi per motivi umanitari. In realtà Olmert, più che ad Abu Mazen, ha parlato al presidente americano Bush, che vedrà lunedì prossimo. Dopo la batosta elettorale, Bush ha bisogno di passare come promotore di soluzioni di pace e il premier israeliano cerca di dargli una mano. Al Consiglio di Sicurezza dell'Onu peraltro da ieri è in discussione una proposta presentata dai palestinesi attraverso il Qatar che chiede l'invio al confine tra Gaza e Israele di una forza di interposizione, come quella che opera in Libano del sud. In ogni caso Washington non esiterà ad usare il suo veto per bloccarla.
Sono morti per un «errore tecnico dell'artiglieria», i palestinesi di Beit Hanoun fatti a pezzi dalle cannonate, ha spiegato ieri sera ancora Olmert, esprimendo nuovamente «rincrescimento» per le vittime civili. I colpi, ha aggiunto, erano diretti ad un aranceto ma per cause ancora da accertare sono finiti sulle case. Attenzione, ha subito dopo avvertito Olmert, le operazioni militari contro i lanci di razzi artigianali da Gaza verso Israele continueranno, e non si possono escludere nuovi «incidenti» come quello di Beit Hanoun. Poco prima i palestinesi avevano seppellito nel «cimitero dei martiri» a nord di Gaza city le vittime della strage di mercoledì: 19 persone fra cui otto bambini e cinque donne, avvolti nella bandiera gialla del movimento al-Fatah. Una scelta obbligata, perché il cimitero di Beit Hanoun non ha più posti dopo le decine di vittime della settimana scorsa. Alla cerimonia funebre hanno partecipato decine di militanti di gruppi armati, che hanno sparato in aria per commemorare le vittime e giurato vendetta contro Israele. «Beit Hanoun, il nostro sangue sarà versato per te», hanno scandito migliaia di persone. Intanto, nonostante la battuta d'arresto alle trattative imposta ieri da Hamas dopo il massacro, continuano i negoziati per la formazione di un governo palestinese di unità nazionale. Abu Mazen ha parlato al telefono con il leader in esilio di Hamas, Khaled Mashaal e in serata si è appreso che le trattative formali tra Hamas e il presidente potrebbero riprendere già domenica.

 


Lieberman superstar


Il ministro-settler s'occuperà delle colonie


Il ministro israeliano per le minacce strategiche Avigdor Lieberman - un colono dell'insediamento ebraico Nokdim, a sud ovest di Gerusalemme - entrerà a far parte del comitato di sei membri che dovrà occuparsi di decidere il destino di quel centinaio di «avamposti», micro colonie (spesso costituite da camper o tende abitate da settlers) spuntate come funghi negli ultimi anni nei Territori palestinesi occupati. Secondo il piano di pace road map, gli avamposti sorti dopo il marzo 2001 - che vanno sommati alle 121 colonie vere e proprie - vanno smantellati immediatamente. Nel comitato ministeriale Lieberman - a capo del partito di ultradestra Yisrael Beitenu - dovrà vedersela con altri cinque colleghi di Kadima (il partito del premier Olmert) e laburisti. In teoria quindi, se Israele dovesse decidere di procedere allo smantellamento degli avamposti, i membri di Kadima più i laburisti dovrebbero avere la meglio su Lieberman, considerato il «campione» degli insediamenti, come lo fu negli anni passati l'ex premier Sharon. Tuttavia fonti stampa israeliane nei giorni scorsi hanno riferito che l'accordo con Kadima e Labour per l'ingresso di Lieberman nell'esecutivo prevede proprio il mantenimento di buona parte dei cosiddetti «avamposti».
 


Convocato l'ambasciatore


Libano, jet israeliani in picchiata sui francesi Unifil


L'incidente il 31 ottobre. I militari di Parigi stavano per aprire il fuoco sui caccia di Tel Aviv
Anna Maria Merlo


Parigi
L'ambasciatore di Israele in Francia, Daniel Shek, è stato convocato ieri mattina al Quai d'Orsay, per spiegazioni sull'incidente avvenuto tra l'aviazione israeliana e i caschi blu francesi in Libano il 31 ottobre. La ministra della difesa, Michèle Alliot-Marie, l'altro ieri aveva rivelato che il 31 ottobre scorso i militari francesi erano stati «a un passo» dallo sparare sui caccia israeliani che li avevano presi di mira nel Libano del sud. «È un miracolo che non sia successo niente - ha affermato il ministro degli esteri, Philippe Douste-Blazy - perché ci sarebbe potuta essere una risposta da parte di elementi francesi». Secondo Alliot-Marie, gli aerei israeliani «minacciavano direttamente le nostre forze» e «una catastrofe è stata evitata di giustezza dai nostri militari» che già avevano messo in posizione di attacco una batteria di missili. Secondo la ministra della difesa, i militari francesi si sono trovati nelle condizioni «in cui devono applicare la legittima difesa», come permesso esplicitamente dal mandato Onu, secondo l'articolo 6 della carta. La ministra ha precisato che degli F-15 israeliani si sono precipitati in picchiata sui caschi blu, per poi cambiare immediatamente rotta, «un modo estremamente chiaro di posizione di attacco, che normalmente corrisponde a un bombardamento». Una prova di forza «intollerabile » per Michèle Alliot-Marie, che ha condannato «i rischi presi da piloti irresponsabili che agiscono in questo modo».
La reazione israeliana è stata di stupore : non sappiamo niente di questo presunto attacco, hanno affermato ieri i militari israeliani. Ma secondo la Francia non è la prima volta che la missione Onu in Libano del sud subisce minacce da parte degli israeliani. Alliot-Marie ha informato l'Onu. Vari incidenti, ha aggiunto la ministra «avrebbero potuto essere estremamente gravi» con aerei israeliani, che «hanno adottato attitudini ostili ne confronti di navi francesi e in seguito tedesche». Anche in Germania le minacce alle navi tedesche hanno suscitato polemiche sulla viabilità della missione Onu. Per Philippe Douste-Blazy, quindi «è necessario un avvertimento alle autorità israeliane, affinché azioni simili non si riproducano più». Il ministro degli esteri ha affermato che «i sorvoli israeliani nel Libano del sud sono fonte di grave preoccupazione».
La Francia, che è molto coinvolta in Libano - paese su cui ha esercitato un mandato per la Società delle Nazioni dal 1920 al 1943 - ha fatto resistenza prima di accettare di partecipare in modo massiccio alla nuova missione Unifil, che ha il compito di far rispettare il cessate il fuoco tra Israele e l'Hezbollah, decisa dopo un lungo braccio di ferro. La decisione italiana aveva convinto Parigi a partecipare con un forte contingente : oggi, la Francia è il primo paese in contributi umani all'Unifil, con 1650 uomini (su 6600). Fino al 1 febbraio prossimo, è la Francia ad avere il comando, che sarà poi ceduto all'Italia.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/11-Novembre-2006/art10.html

l'appello
Beit Hanoun e il silenzio della Ue


La Ue deve intraprendere passi decisi e imparziali contro la catastrofe umanitaria a Gaza
Negli ultimi mesi, le azioni dell'esercito israeliano sono culminate nell'opprimere e nel perseguitare in modo intollerabile la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza. Le operazioni, cinicamente denominate nei mesi estivi «Pioggia d'estate», e ora titolate «Nubi d'autunno», hanno apportato morte a centinaia di palestinesi, per non menzionare mutilati e feriti, che spesso non recupereranno più la salute. Solo tre giorni fa a Beit Hanoun (nel nord della Striscia di Gaza), l'esercito israeliano ha massacrato 19 palestinesi, donne e bambini sono le principali vittime di queste azioni atroci.
Questo avviene in nome della sicurezza? Le incursioni dell'esercito israeliano a Gaza non si possono giustificare usando come scusa che si lancino missili Qassam o che il soldato israeliano Gilad Shalit sia stato preso in ostaggio da militanti palestinesi. L'arbitraria e incommensurabile violenza dell'esercito israeliano, al contrario, ha probabilmente messo in pericolo la sua vita. L'uso della nuova arma, illegale e letale, chiamata Dime (Dense inert metal explosive), non ha alcuna giustificazione.
È evidente che i costanti attacchi, psicologici e fisici, di notte e di giorno, non hanno altri motivi che non siano quelli di seminare terrore, dimostrare forza, tentar di spezzare la volontà e la legittima resistenza all'occupazione del popolo palestinese. Hamas non ha chiesto attacchi vendicativi, ma l'intervento internazionale. Quanti devono ancora morire, prima che la comunità internazionale si assuma le proprie responsabilità?
Secondo la Carta dell'Onu, Israele, come ogni altro paese della comunità internazionale, deve essere giudicato, considerato responsabile e dissuaso dall'imporre guerre non dichiarate, dall'uccidere civili, dal devastare la natura, dal distruggere le attività e l'infrastruttura dei popoli al confine.
Come cittadini europei, non vogliamo restare in silenzio di fronte a crimini commessi contro una popolazione prigioniera e sotto occupazione, vittima di eventi della storia europea.
Come ebrei, non commetteremo lo stesso errore che abbiamo spesso rimproverato ad altri: restare in silenzio di fronte a crimini contro l'umanità. Nell'anniversario del mostruoso pogrom del 9 novembre del 1938, dichiariamo ad alta voce, e con la massima chiarezza, che lo stato di Israele, con questi atti, insozza il nome e la reputazione degli ebrei, ovunque vivano.
È essenziale che l'Unione europea intraprenda finalmente passi concreti, decisivi e imparziali, per costringere Israele a aderire alla legge internazionale. È evidente che i paesi d'Europa dovrebbero interrompere le relazioni amichevoli e i legami commerciali con Israele, fin tanto che non rispetti i diritti umani fondamentali e continui con i crimini di guerra; l'interruzione dei rapporti avrebbe gà dovuto avvenire da tempo.
Chiediamo che l'Unione europea si dissoci dalle politiche medio-orientali degli Usa e che intraprenda indipendentemente una politica di pace, basata sulla Convenzione europea per i diritti umani.
Chiediamo un dibattito sulla questione nel Parlamento della Ue, come pure nei Parlamenti delle nazioni che ne fanno parte.
Chiediamo che l'Unione europea chiarisca al governo di Israele che la Ue non finanzierà e non sosterrà Israele fino a che non raggiunga un accordo di pace equo con il popolo palestinese, negli interessi di tutti, e della pace nel mondo.
Chiediamo che il popolo palestinese sia protetto dal dispiegamento di una forza di pace internazionale a Gaza e in Cisgiordania.


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Comitato esecutivo di Ebrei europei per una pace giusta (EJJP):
Dror Feiler, (presidente) Svezia; Dan Judelson, (segretario) G. B.;
Paula Abrams-Hourani, Austria; Paola Canarutto, Italia; Liliane Cordova Kaczerginski, Francia;
Fanny-Michaela Reisin, Germania;
Henri Wajnblum, Belgio

 


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