Uno sminatore al lavoro
TIRO (LIBANO) - L'eredità
lasciata dalla guerra di quest'estate non osserva
vacanze. Anche ieri un libanese è morto, e un altro
gravemente ferito, per aver raccolto da terra una bomba
a grappolo, o cluster bomb, lasciata dalle incursioni
israeliane interrotte dalla tregua del 14 agosto.
Secondo calcoli Onu, dovrebbero esssere un milione
100mila gli ordigni inesplosi dall'ultima guerra, più
300mila dalle guerre precedenti. In Kosovo gli sminatori
delle Nazioni Unite impiegarono 2 anni per bonificare
20mila bombe in un'area piu vasta.
Hafez Khalil Hassan era un bidello della scuola 'Abbas
Mussauì di Baalbek, nord della valle della Bekaa; aveva
trovato un oggetto sospetto per terra e voleva mostrarlo
al suo preside, quando l'oggetto è esploso, uccidendolo
sul colpo e mandando il direttore Fashed Yaghi in
terapia intensiva.
Dalla fine dei 34 giorni di guerra sono già 160 i
colpiti da queste mine particolarmente insidiose, come
informa lo UnMacc, agenzia Onu incaricata dello
sminamento. La metà minorenni, un terzo sotto i 12 anni.
Ventuno i morti, come il cugino di Ali Jawad, 15 anni,
una gamba ferita dalle schegge della cluster esplosa tra
lui e il 18enne Hamal. Ad Ali è andata bene, era dietro
Hamal che reggeva il bastone con cui stavano smuovendo
un oggetto interrato, poco fuori il loro villaggio di
Hallowsiye nel Sud. Ali è rimasto ricoverato una
settimana all'ospedale Jabal Amel di Tiro.
Se gli chiedete cosa vede nel futuro dei libanesi del
Sud, vi guarderà con un barlume di disprezzo negli occhi
e replicherà duro "Tu cosa pensi ci aspettiamo in queste
condizioni?" A questo punto sarebbe meglio non chiedere
cosa pensi degli israeliani, ma la risposta viene
inaspettatamente pacata: "L'unica cosa che vorrei dire
loro è di non usare ordigni tra i civili. I bambini non
combattono le guerre".
Le cluster bomb, o ordigni a grappolo, lanciati da
Israele nel corso dell'offensiva estiva, si disperdono
sul terreno dall'ogiva con cui vengono sganciate e
possono uccidere anche ad anni di distanza. Esplodono
per una semplice scossa. ''I nostri esperti in Kosovo ci
hanno riferito di aver impiegato 2 anni per disattivarne
20mila. Noi pensiamo di farcela per fine 2007; intanto
limoni, arance e olive marciscono sugli alberi perché i
contadini non si possono avvicinare - spiega Dalya
Farran dell'UnMacc - ma siamo ottimisti. Abbiamo molti
più sminatori rispetto a Kosovo 2000'.
Al momento non si ha ancora una mappa dettagliata dei
luoghi in cui Israele ha sganciato questi ordigni.
Israele ha promesso più volte mappe aggiornate, ma dalla
UnMacc sostengono di aver ricevuto solo quelle relative
ai campi minati nel 2000.
La United Nation Mines Action Coordination agency
coordina 5 società specializzate (Mag, Bactec, Srca, Npa,
Ag). L'inglese Mag è attiva da oltre 15 anni e adotta un
metodo semplice: fare istruire gli sminatori da altri
professionisti che hanno già ripulito il proprio Paese.
In Kosovo arrivarono i cambogiani; i kosovari hanno
addestrato i curdi iracheni e 19 Curdi sono venuti
quest'estate in Libano.
Salam, team manager che coordina due gruppi da 15
persone, spiega come si bonificano i terreni assegnati.
"Si procede in linea, due alla volta, assai lentamente.
Schiena curva, si guarda palmo a palmo scostando
cespugli e foglie sul terreno. In 9 giorni abbiamo
completato dieci riquadri da 800 metri quadri l'uno
sulla mappa, scoprendo 222 M77 di produzione israeliana,
le più insidiose.
"In due mesi abbiamo tra tutti i team rimosso 45mila
mine, da record. Ne rimangono circa un milione 100mila,
sganciate con 790 raid aerei e da 1800 missili,
calcolando 650 cluster per missile e 644 in ogni aereo.
Finora abbiamo contato 780 siti colpiti ma continuiamo a
scoprirne di nuovi''.
Chalak, sminatore caposquadra istruito dagli iracheni,
mostra come si fa esplodere un ordigno, in una buca
circondata da sacchi di sabbia. Le cluster sembrano
scatole delle conserve alimentari. L'agrumeto in cui ci
troviamo ha un odore forte di arance marce, che nessuno
può raccogliere: un pasto per i vermi. Il terreno è
pieno di paletti giallorossi che indicano dove le
cluster sono state neutralizzate. Molta prudenza con i
paletti rossi, che indicano a un metro un ordigno
inesploso.
Un agricoltore guida un furgoncino carico di casse di
limoni. ''Almeno il limoneto è stato bonificato. Le
arance invece sono destinate a marcire sui rami..". "Per
giorni interi lo sminamento sarà bloccato dalle prime
piogge - spiega Chalak - e in più molte bombe stanno
finendo sotto il fango".
Il Ministero dell'Interno libanese ha
comunicato lunedì che alcuni agricoltori in zone lungo
il confine come Abbassiye, Marjayun o Bent Jbeil,
entrano a proprio rischio negli uliveti per non perdere
l'annata, prima dell'arrivo dei Suv con gli adesivi
colorati di BacTec, o Srsa, o Mag. Anche se il lavoro
degli sminatori dovesse essere completato per il 2007,
per alcuni sarebbe troppo tardi per sopravvivere.
(2 novembre 2006)
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/29-Ottobre-2006/art32.html
Bombe all'uranio sul Libano del sud
Accuse a Israele L'«Independent»:
trovate tracce di uranio arricchito nei crateri
degli ordigni a Khiam
Stefano Chiarini
Nuovi, micidiali, ordigni
non convenzionali a base di uranio arricchito
sarebbero stati usati da Israele nel corso dei
34 giorni di bombardamenti sul Libano del
luglio-agosto scorso. Lo ha sostenuto ieri in
prima pagina l'autorevole quotidiano britannico
«The Indipendent» secondo il quale in alcune
zolle di terra provenienti dai crateri provocati
dalle bombe israeliane nei pressi delle due
cittadine del Libano del sud di Khiam e At Tiri
- località dove più forte è stata la resistenza
degli Hezbollah e più duri i combattimenti con
l'esercito di Tel Aviv - sarebbero state trovate
consistenti tracce di uranio arricchito. Lo
sostiene il dottor Chris Busby, segretario
scientifico britannico del «Comitato Europeo sui
rischi di radiazioni nucleari» e lo avrebbero
confermato le analisi preliminari eseguite sui
campioni dai laboratori Harwell nell'Oxfordshire
- utilizzati anche dal Ministero della difesa di
sua maestà del cui «Comitato di sorveglianza per
l'uranio impoverito» lo stesso Busby è
autorevole membro. Il rapporto preliminare del
dottor Busby prefigura due possibili spiegazioni
per la presenza di uranio arricchito nei
campioni: La prima è che si trattasse di una
piccolissima bomba nucleare sperimentale o «di
un altro ordigno, sempre sperimentale, ad
esempio thermobarico, basato sulle alte
temperature di un'evaporazione rapida per
ossidazione di uranio». La seconda ipotesi è che
si tratti di una bomba atta a penetrare e a
distruggere i bunker nella quale invece
dell'usuale «uranio impoverito» sia stato usato
«uranio arricchito». Secondo «The Indipendent»
la fotografia di uno dei bombardamenti in
questione sulla cittadina di Khiam mostrerebbe
un'alta e larghissima colonna di fumo nero assai
compatibile con la combustione dell'uranio.
Interpellato al proposito dal quotidiano
britannico «The Indipendent», il portavoce del
ministero degli esteri israeliano Mark Regev ha
dichiarato che «Israele non utilizza alcuna arma
che non sia autorizzata dalle leggi o dalle
convenzioni internazionali». Una dichiarazione
che per il giornale britannico «solleva più
domande di quelle a cui risponde», dal momento
che «molte delle leggi internazionali non
riguardano le moderne armi all'uranio, visto che
non erano state inventate quando le normative
internazionali come la Convenzione di Ginevra
sono state fissate».
Durante i 34 giorni dell'ultima guerra, il
Libano aveva ripetutamente accusato Israele di
utilizzare bombe al fosforo, ma lo Stato ebraico
lo aveva sempre smentito. Come aveva smentito
l'uso del fosforo durante l'invasione del 1982.
Domenica scorsa, però il ministro israeliano per
i rapporti con il Parlamento Jacob Edery, ha
invece finito per ammetterne l'uso durante la
guerra di luglio e agosto anche se «al di fuori
dei centri abitati».
La presenza di uranio arricchito nell'aria,
nella terra, nelle acque del Libano del sud
potrebbe avere conseguenze assai gravi per la
popolazione locale, ma anche per le truppe
multinazionali che si trovano da qualche
settimana nella regione. «L'impatto sulla salute
degli abitanti in seguito all'uso massiccio di
bombe a penetrazione e alla presenza di grandi
quantità di particelle di ossido di uranio
nell'atmosfera che possono essere respirate -
sostiene il rapporto Busby - saranno
probabilmente assai rilevanti... raccomandiamo
perciò ulteriori ricerche...con la prospettiva
di un'operazione di bonifica». A tale riguardo
il contrammiraglio Claudio Confessore,
comandante del contingente italiano in Libano ha
precisato che le due località in cui sarebbero
state rinvenute le tracce di uranio arricchito,
«sono al di fuori dalla zona in cui opera il
contingente italiano» essendo state affidate
Khiam al contingente indiano e At Tiri a quello
francese. Quindi possiamo stare tranquilli. Il
mistero delle nuove armi all'Uranio tirate su At
Tiri si va ad aggiungere ad altri inquietanti
episodi che hanno avuto luogo in questo piccolo
centro alle spalle di Bint Jbeil. Il primo è il
rapimento e l'uccisione di due militari
irlandesi dell'Unifil nell'aprile del 1980 ad
opera degli squadre della morte dell'esercito
del sudlibano addestrati dai servizi israeliani.
Forse per «punire» l'Irlanda che aveva appena
riconosciuto l'Olp. Il secondo è la morte di
quattro elicotteristi italiani e di un irlandese
precipitati per cause mai chiarite, sempre nei
pressi di At Tiri, nell'agosto del 1997.
I bombardamenti in Libano: sono finiti ma uccidono ancora
da Venerdi di Repubblica del 20/10/2006
dall'inviato Riccardo Staglianò
TIRO. Le bombe, in Libano, crescono sugli alberi. A Majdel Sellem, come in tanti altri villaggi del Sud, le cluster bombs penzolano dai rami come il più velenoso dei frutti. È il nastro sulla coda, quella specie di paracadute che avrebbe dovuto farle cadere dritte e scoppiare, ad impigliarle tra le chiome di olivi, peschi e aranci. Ma basterà un vento più forte o la raccolta imminente a farle cadere e chi starà sotto non avrà più occasione di raccontarlo.

Qui la guerra guerreggiata è finita ma quella differita prosegue con una media
di 3-4 vittime al giorno tra morti e feriti. Bambini e agricoltori, per lo più,
che giocano o lavorano nella campagna infestata da ordigni non esplosi e
diventati ormai mine. Oltre un milione solo quelle lanciate dall'artiglieria.
Altrettante, forse, quelle sganciate dall'aeronautica. Un «lascito duraturo» ha
commentato amaramente David Shearer, il coordinatore umanitario Onu. Che darà il
meglio di sé in queste settimane quando, dovendo "scegliere tra il rischio di
saltare per aria e quello di morire di fame, molti coltivatori si riverseranno
nei campi.

Le «bombe a grappolo» sono submunizioni contenute all'interno di un missile che
le sparge dappertutto. Sebbene non bandite esplicitamente dal diritto
internazionale, quando vengono usate sulla popolazione civile rientrano
nell'«uso indiscriminato» di armi proibito dalla Convenzione di Ginevra.
L'esercito israeliano ne ha lanciate il 90 per cento negli ultimi tre giorni di
guerra, quando l'accordo politico sul cessate-il-fuoco era ormai raggiunto. «È
impossibile per me capirne la logica» ha detto ancora Shearer, definendo
«immorale» un comportamento del genere. Perché se l'uso di queste armi «sporche»
non è una novità, qui le cose sono andate peggio che in passato.

Intanto per un tasso di fallimento senza precedenti. Stando alla teoria della
industrie che le producono la quota di non esplose dovrebbe essere del 2-3 per
cento. Che in pratica diventa il 15-20. Ma in questo conflitto si sono toccate
punte del 40. Che hanno trasformato il Sud del paese in un'ininterrotta
piantagione di mine. «Le ragioni possono essere varie» spiega Dalya Farran,
portavoce del Mine action coordination center (Macc). «La natura del terreno più
soffice che altrove (e nell'impatto non innesca il detonatore, ndr), il fatto
che erano vecchie e quindi più difettose oppure l'esser state sganciate a bassa
quota non consentendone il caricamento». A Tiro questa agenzia delle Nazioni
Unite era ancora alle prese con le cluster bomb della guerra del '96. Dal 2002
al 2004, grazie ai finanziamenti dei «cugini» ricchi degli Emirati Arabi Uniti,
gli sminatori erano riusciti a neutralizzare 65 mila bombe su circa 400 mila.
Poi, come si dice, è piovuto di nuovo sul bagnato.
Gli sminatori, un centinaio, sono privati a contratto. Il britannico Simon
Lovell, dopo 25 anni nella Marina di Sua Maestà, è il capo-team della Bactec.
Questa volta l'hanno chiamato per bonificare il giardino di una casa. Shirin
Raida, la moglie, e suo figlio Ali di due anni ci sono passati tante volte prima
di accorgersi dei cilindri sospetti. In tre ore la squadra di Lovel ne ha
trovate quattro, confuse tra terriccio e sterpaglie. Dice: «Può bastare un nulla
per farle saltare ed è importante intervenire alla svelta perché la pioggia o
l'irrigazione potrebbe sommergere tutto di fango e rendere la ricerca ancora più
difficile». Molti contadini, addestrati da altre guerre, provano a fare da soli.
C'è anche chi si offre, per uno o due dollari a munizione, come sminatore
dilettante.
Nel migliore dei casi ci rimettono una mano o una gamba. L'esplosione può essere
letale in un raggio di dieci-venti metri. In un mese sono morte 15 persone e 83
sono state ferite. Ma il bollettino viene aggiornato quotidianamente, e cresce,
sul sito del Macc.
Per procedere più alla svelta nella bonifica buone mappe sono fondamentali. Ma
mentre l'esercito israeliano aveva infine fornito quelle precedenti al ritiro
del 2000, questa volta ha offerto solo topografie tanto incomplete da risultare
inutili. «Non c'è una legenda di quali munizioni siano state usate contro quali
obiettivi e così non ci servono a niente» lamenta Farran. Con il Washington Post
il suo capo, Chris Clark, si spinge oltre: «Ciò cui abbiamo assistito sono
bombardamenti sopra bombardamenti sopra bombardamenti ancora. Come se si
sparasse su un uomo già : morto per venti volte». Non si era mai registrata,
usando il gergo asettico degli artificieri, una contaminazione del genere.
Perché qui l'area è i assai più ristretta che in Iraq, dove pure le cluster
hanno ucciso o ferito un migliaio di civili, o in Kosovo dove un quarto dei 500
morti si dovette a loro.
L'unica stima affidabile delle quantità sparate in Libano la si deve a un
ufficiale israeliano. Comandante di un'unità missilistica in crisi di coscienza,
si è confessato con il quotidiano Haaretz: «Ciò che abbiamo fatto è insano e
mostruoso, abbiamo tappezzato intere città con bombe a grappolo». Per
l'esattezza 1800 bombe, ognuna delle quali può contenere sino a 644 submunizioni,
che da un totale di quasi 1 milione e 200 mila. La posizione ufficiale
dell'esercito israeliano è però tetragona: «Abbiamo usato solo armi consentite
dal diritto internazionale» hanno ripetuto, a più riprese, i portavoce. Nadim
Houlry, lo specialista libanese di Human rights watch (Hrw), non ne è cosi
convinto. «E' singolare» ci dice nell'appartamento-ufficio che l'organizzazione
ha aperto a Beirut «che Israele, produttore delle meno difettose cluster bomb al
mondo, abbia usato vecchie munizioni americane, alcune risalenti alla guerra del
Vietnam».
E poi c'è il modo in cui sono state usate. «Mirare i centri abitati, tanto più
con i lanciarazzi multipli con margini di errore di oltre un chilometro rispetto
al bersaglio, significa ricoprire completamente una città, renderla invivibile».
Circostanza sulla quale anche il dipartimento di Stato Usa indaga. Sarebbe
l'«uso indiscriminato» che Ginevra vieta. E che ha fatto pronunciare a Hrw come
ad Amnesty International l'ipotesi di «crimini di guerra».
Riccardo Staglianò
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/29-Ottobre-2006/art33.html
Ricerche italiane «civili» utilizzate da Israele per le nuove armi ?
Università e istituti di ricerca italiani lavorano, senza
saperlo, alla costruzione dei nuovi ordigni israeliani. Lo prevede l'accordo di
cooperazione militare Italia-Israele
Manlio Dinucci
La forte radioattività riscontrata in campioni di suolo
prelevati in Libano potrebbe essere stata provocata non solo da una bomba
penetrante a uranio impoverito, ma da «qualche nuovo piccolo ordigno
sperimentale a fissione nucleare o altra arma sperimentale (ad es. termobarica)
basata sull'alta temperatura di un flash a ossidazione di uranio». Questo parere
- espresso dal Dr. Chris Busby, segretario scientifico britannico del comitato
europeo sul rischio radiazioni - conferma quanto abbiamo sostenuto sul manifesto
sin dallo scorso luglio: le forze israeliane hanno usato in Libano non solo
bombe a grappolo e al fosforo (il cui impiego è stato prima negato e poi ammesso
da Tel Aviv), ma armi di nuovo tipo. Una conferma indiretta era già venuta dal
colonnello Sima Vaknin-Gil, capo censore militare israeliano, che il 23 luglio
aveva proibito ai giornalisti di fornire informazioni sull'«uso di tipi unici di
munizioni e armamenti».
Questi «tipi unici» di armi, realizzati con tutta probabilità nel quadro di
programmi di ricerca congiunta Usa-Israele, sono stati testati in Libano e a
Gaza nelle condizioni reali di una guerra. La ricerca sulle nuove armi è
frenetica. Come documenta lo stesso Pentagono, sono state prima realizzate
«bombe a piccolo diametro» in grado di colpire ciascuna un distinto obiettivo.
Le prime delle 24mila ordinate sono state consegnate dalla Boeing
all'aeronautica Usa il 22 maggio 2006. Contemporaneamente si sta lavorando per
dotare le nuove bombe di «testate a letalità focalizzata», tipo quelle con
involucro in fibra di carbonio, contenenti polvere di metallo pesante (tungsteno
o altro), il cui uso a Gaza è stato documentato da Rai News 24. Ma probabilmente
la ricerca militare è ancora più avanzata rendendo sempre più superata la
tradizionale distinzione tra armi nucleari e convenzionali.
L'Italia non è estranea a tutto questo. Il governo Berlusconi stipulò con quello
israeliano, il 16 giugno 2003, un memorandum d'intesa per la cooperazione nel
settore militare e della difesa. Dopo essere stato ratificato al senato nel
febbraio 2005 e alla camera in maggio, il memorandum d'intesa è divenuto Legge
17 maggio 2005 n. 94, entrata in vigore l'8 giugno. La legge stabilisce una
stretta cooperazione tra i ministeri della difesa e le forze armate dei due
paesi riguardo «l'importazione, esportazione e transito di materiali militari»,
«l'organizzazione delle forze armate», la «formazione/addestramento». Ma, si
specifica, «la cooperazione militare non si limiterà ai settori sopra
menzionati». Allo stesso tempo i due governi si impegnano a «incoraggiare le
rispettive industrie nella ricerca di progetti e materiali di interesse per
entrambe le parti». Quindi tecnologia militare italiana può essere usata per
realizzare e migliorare nuove armi, tipo quelle già usate in Libano e a Gaza.
Per di più, nello stesso quadro, sono stati varati dall'allora ministro Moratti
31 progetti di ricerca congiunta tra controparti italiane - Cnr e alcune
università - e controparti israeliane: soprattutto gli istituti Weizmann e
Technion, che compiono ricerche avanzate sulle armi nucleari ed altre (tra cui
quelle a energia diretta). E' quindi possibile che alcune ricerche italiane,
ufficialmente a fini civili, possano essere usate (anche all'insaputa dei
ricercatori) per mettere a punto armi di nuovo tipo. Non sappiamo ancora se
nella maggioranza di governo qualcuno esprimerà preoccupazione. Non basta però
preoccuparsi. Occorre piuttosto cancellare la legge che istituzionalizza la
cooperazione militare italo-israeliana. Si impedirà in tal modo che l'Italia
partecipi alla nuova folle corsa agli armamenti e si risparmierà una buona parte
dei 4,5 miliardi di euro destinati nella Finanziaria a programmi militari
«derivanti anche da accordi internazionali».
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/12-Ottobre-2006/
Quelle ferite misteriose che nessuno spiegava
Nel luglio scorso, mentre tutti i fari erano puntati sui
bombardamenti in Libano, sulla Striscia di Gaza piovono strani ordigni.
Producono danni che i medici non capiscono. Dopo mesi di ricerche, forse quegli
ordigni hanno un nome
A. Di G.
Anwar Abu Houli ha 43 anni e per anni ha fatto il paramedico
a Deir Al Balah, guidando le ambulanze durante le incursioni militari. Ma la
mattina del 19 luglio, mentre presta soccorso alle vittime di un'esplosione fra
gli stretti vicoli di Mughazi Camp, accade qualcosa: dal cielo, probabilmente da
un drone israeliano, viene sganciato un ordigno. Plana davanti a lui con un
leggero sibilo, non fa rumore neanche quando tocca terra. All'improvviso la
detonazione: Anwar si ritrova a terra, con una gamba tagliata all'altezza dello
stinco, il corpo lacerato da microscopici tagli interni e da una polvere che
sembra rimanergli sotto la pelle, ustionandolo. Durante il trasporto
all'ospedale la polvere gli aggredisce la carne, coagula i vasi sanguigni,
devitalizza i tessuti, come «invecchiandoli». I medici si ritrovano impotenti di
fronte alla rapida necrosi e non possono che amputare, senza trovare alcuna
scheggia che spieghi tagli e ustioni.
Anwar Abu Houli è uno dei pochi sopravvissuti palestinesi disponibili ad essere
intervistati. Il suo non è un caso isolato: lo stesso giorno nell'ospedale di
Deir al Balah si sono registrati altri cinque casi, e a Gaza City il 26 luglio
si contavano 19 mutilati su 50 feriti e 27 morti: un rapporto fra vittime e
invalidi pressochè paritario. Percentuali e sintomi senza precedenti: in agosto
l'allarme che a Gaza si stia testando un'arma completamente nuova raggiunge la
stampa internazionale, se ne occupa estesamente anche il manifesto. Ma
l'elettricità nella Striscia va e viene compromettendo i contatti con l'esterno,
le autopsie sono impossibili, il blocco ai confini impedisce di spedire reperti
da analizzare.
Oggi le «nuove armi» sperimentate sui palestinesi durante l'operazione militare
israeliana «Pioggia d'estate» potrebbero avere un nome. Il nucleo di inchieste
di Rainews24, recatosi a Gaza, ha individuato in un progetto americano di bombe
a diametro ridotto combinate col Dime, il Dense inert metal explosive, la
plausibile spiegazione delle misteriose ferite riscontrate. Il Dime sarebbe una
tipologia di munizione a cosiddetta letalità concentrata, un prodotto delle
esigenze della «guerra al terrorismo». Proprio fra giugno e luglio dovevano
esserne disponibili i primi prototipi. E' probabile che Gaza abbia fornito il
miglior scenario per una sperimentazione sul campo di battaglia, in settimane di
relativa disattenzione mediatica a causa dei bombardamenti in Libano.
Analisi scientifiche indipendenti commissionate ai laboratori dell' Università
di Parma da Rainews24 su frammenti e polveri fornite dai medici di Gaza hanno
confermato la presenza di carbonfibra e tungsteno, i due elementi caratteristici
del Dime. Ha detto alla Rai l'ex maggiore generale dell'aviazione israeliana (e
direttore del programma israeliano per lo sviluppo degli armamenti) Itzhak
Ben-Israel: «Qualcosa di abbastanza piccolo e preciso da colpire soltanto
l'obiettivo identificato, senza altre vittime involontarie, da migliaia di metri
di distanza, cambierebbe la guerra come vogliamo». Dal quotidiano Haaretz, ieri
il giornalista Meron Rappaport ha lanciato l'allarme, subito rispedito al
mittente dal portavoce dell'esercito israeliano che ha smentito l'uso di armi
Dime, aggiungendo però che «per ovvi motivi Tsahal non entra nei dettagli
riguardo ai propri armamenti e all'uso che di essi fa».
Il filmato dell'inchiesta è da oggi disponibile sul sito di Rainews24.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/12-Ottobre-2006/
Piccola e letale, ecco l'arma testata a Gaza
Addio cluster bomb, le
nuove munizioni figlie della guerra al
terrorismo si chiamano Small diameter bomb e
Dense inert metal explosive (Dime). Aspirano ad
essere ordigni «umanitari»: piccole dimensioni,
effetto circoscritto, usabili su zone abitate
senza sollevare troppe proteste. In realtà sono
più letali delle precedenti: frammenti
cancerogeni, tagli e ferite che non si
rimarginano
Annalena Di Giovanni
Più piccole, più letali e
più precise. Svuotati gli arsenali dalle
discusse bombe a grappolo, sarebbe ora nelle
«armi a letalità concentrata», o «munizioni dai
ridotti danni collaterali», la svolta per la
cosiddetta guerra al terrorismo. Una nuova
generazione di ordigni dalle ridotte dimensioni
ad effetto circoscritto, tanto da poterle
utilizzare nelle aree densamente popolate: in
Afghanistan, in Iraq, nei Territori occupati
palestinesi, in Libano. Non tanto per
contrastare un esercito regolare, quanto piccoli
gruppi di guerriglieri spesso camuffati (secondo
le versioni ufficiali) all'interno dei centri
abitati. Un tipo di intervento, il bombardamento
aereo, finora limitato dagli estesi danni che
esso comporta: decine di civili uccisi,
abitazioni danneggiate, proteste dell'opinione
pubblica.
Ora il problema potrebbe essere risolto. A
partire dalle richieste di marina e aviazione
americane, con la plausibile cooperazione
militare israeliana, nel 2003 la Boeing ha vinto
l'appalto per la progettazione delle Small
diameter bomb (bombe di piccolo diametro),
ordigni che non superassero i 90 chili di peso e
il metro e mezzo di lunghezza. Grazie ad ingenti
stanziamenti da parte del Dipartimento della
difesa americano (investimenti raddoppiati nel
2004) i primi prototipi sono stati disponibili
per la sperimentazione sul campo a partire dal
maggio 2006, e già dallo scorso settembre
sarebbero disponibili negli arsenali militari.
Con una variante rispetto alle munizioni
tradizionali: il Dense inert metal explosive,
ovvero l'ultimo ritrovato in fatto di letalità
concentrata.
Il Dime è formato da una carica interna in lega
di tungsteno (quello delle lampadine, tanto per
capirne conduzione e reattività). Libera
nell'aria una polvere incandescente che, cadendo
sul proprio peso specifico, aggredisce
l'obiettivo con una certa angolazione provocando
innumerevoli tagli e ferite senza superare i 4
metri di gittata. Alla carica inerte viene
combinato un involucro esterno in fibra di
carbonio, più leggero ed economico del metallo,
invisibile a raggi x. Una volta esploso si
polverizza in microparticelle invece che in
schegge. Pur essendo capace di penetrare il
cemento armato, la fibra di carbonio non offre
eccessiva resistenza alla detonazione
dell'esplosivo contenuto, aumentandone di fatto
l'efficacia, al punto che i primi prototipi
hanno distrutto gli strumenti di misurazione dei
laboratori militari. Un Dime sarebbe inoltre
capace di seguire il proprio obiettivo mobile
grazie alla propria leggerezza e ad un sistema
di controllo Gps.
Dunque: alta precisione, esplosione
circoscritta, nessuna scheggia. Ma la svolta
sembra poco positiva. Test finora intrapresi nei
laboratori militari di Maryland avrebbero
dimostrato, secondo il New Scientist del
febbraio 2005, una mortalità del 100% sulle
cavie: esposte ai frammenti di tungsteno, nel
giro di 5 mesi sviluppavano tutte la stessa rara
forma di cancro, il rabdosarcoma. Ma
accantonando le ipotesi sulla tossicità del
tungsteno, rimangono preoccupazioni più urgenti.
Se quanto testato a Gaza erano Dime, come sembra
altamente probabile, gli effetti prodotti
sembrano più gravi di quelli delle vecchie bombe
in acciaio. Poche centinaia di schegge vengono
sostituite da una lacerante nube di particelle
incandescenti che penetrano, tagliano e
ustionano le vittime fino alle ossa. Nel giro di
pochi minuti provocano la necrosi di interi
arti, infine si depositano all'interno del corpo
senza possibilità di estrazione. Il tutto in uno
scenario asimmetrico, nel quale da una parte c'è
un essere umano, dall'altra una bomba sganciata
da un drone pilotato a distanza, e dove aumenta
il numero delle vittime invisibili: gli invalidi
permanenti. Ottenere il massimo dei risultati e
il minimo delle perdite, questo l'imperativo. E,
viste le ridotte dimensioni delle Dime, le
munizioni incamerabili da ogni velivolo si
quadruplicano automaticamente.
In conclusione, la differenza delle munizioni a
letalità concentrata potrebbe essere proprio
nella giustificazione morale suggerita dai
committenti stessi: il presunto interesse a
limitare i danni collaterali. Difficile, in base
al diritto umanitario, proibire l'uso di queste
munizioni, devastanti nei fatti ma presentate
come ridotte, circoscritte ai soli «terroristi».
Il Dime, economico e leggero, potrebbe essere
sganciato in aree densamente popolate, in
quantità quattro volte superiori, provocando gli
effetti riscontrati a Gaza (né civili, né donne
né bambini sono stati risparmiati). E allora
sarà la sua stessa definizione di arma a basso
danno collaterale a fornire un alibi a chiunque
la utilizzi, assai più giustificabile delle
«vecchie» armi finora utilizzate.
