FISICA/MENTE

 

 

 

Amnesty: Israele, crimini di guerra
Bombardamenti Distrutto volutamente il Libano e auspicata un'inchiesta Onu


Pietro Calvisi

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Agosto-2006/art16.html


In Libano si chiamano «danni collaterali» e in Israele «azioni terroristiche». A pochi giorni dall'inizio del parziale cessate il fuoco, l'organizzazione internazionale per i diritti umani Amnesty international ha presentato ieri un rapporto sul recente conflitto israelo-libanese. Il dossier dal titolo «Deliberata distruzione o "danni collaterali"?
Gli attacchi di Israele contro le infrastrutture civili» è un duro atto d'accusa sull'operato dell'esercito di Tel Aviv nel sud del Libano durante le scorse settimane di guerra. Secondo l'organizzazione internazionale «Israele ha portato avanti una politica di deliberata distruzione delle infrastrutture civili libanesi, comprendente anche crimini di guerra». Sempre Amnesty ritiene che «la distruzione di migliaia di abitazioni e il bombardamento di numerosi ponti, strade, cisterne e depositi di carburante sono stati parte integrante della strategia militare israeliana in Libano, piuttosto che "danni collaterali", derivanti da attacchi legittimi contro obiettivi militari». Il documento contiene, inoltre, le prove «di distruzioni di massa, da parte dell'esercito israeliano, di interi insediamenti civili e villaggi, di attacchi contro ponti, in zone prive di alcuna apparente importanza strategica, e contro centrali di pompaggio dell'acqua, impianti per il trattamento delle acque e supermercati, nonostante sia proibito prendere di mira obiettivi indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile».
Altro dato particolarmente interessante, contenuto nel rapporto, è rappresentato dalle dichiarazioni rilasciate da rappresentanti delle forze armate di Tel Aviv dove si afferma che «la distruzione delle infrastrutture civili era obiettivo della campagna militare di Israele, per spingere il governo e la popolazione civile libanese a ribellarsi contro Hezbollah».
Immediata la smentita del governo Olmert, che sostiene di aver preso di mira solo le postazioni militari del Partito di dio e le sue strutture di appoggio. «Il danneggiamento delle infrastrutture civili - ribatte Tel Aviv - è stato il risultato della strategia di Hezbollah di usare la popolazione civile come "scudo umano"». In questo continuo batti e ribatti di dichiarazioni e accuse, si inserisce anche la ferma presa di posizione della vicesegretaria generale di Amnesty internationa, Kate Gilmore. «L'affermazione, da parte di Israele, che gli attacchi alle infrastrutture erano legali è palesemente errata. Molte delle violazioni identificate nel nostro rapporto costituiscono crimini di guerra, tra cui attacchi indiscriminati e sproporzionati. Alle vittime civili uccise sui due lati del conflitto - conclude Gilmore - va resa giustizia. La grave natura delle violazioni commesse rende urgente un'inchiesta sulla condotta di entrambe le parti». Se la tesi di Amnesty international fosse confermate da una commissione d'inchiesta delle Nazioni unite, voluta fortemente dall'organizzazione umanitaria, i responsabili dei crimini di guerra dovrebbero rispondere del loro operato davanti ad un tribunale internazionale.
Sarebbe troppo lungo riportare l'elenco delle innumervoli violazioni operate sui civili, i veri obiettivi e quelli che più pagano nei conflitti moderni, che si sono compiute nel mese di guerra appena concluso. Ma una città merita di essere ricordata: Qana. Dove, lo scorso 30 luglio, dopo un bombardamento dell'aviazione israeliana sono rimasti uccisi 57 civili di cui 37 bambini. Ci sarà mai un processo nei confronti dei responsabili di questa strage? Il sospetto, confermato da tanti precedenti, è quello che quando ha compiere i «danni collaterali» sono dei paesi democratici, la giustizia segna una battuta d'arresto. Altrimenti, non si spiegherebbe il perchè ad oggi nessun processo è stato mai intentato contro i comandanti, militari o politici, della Nato responsabili dell'aggressione alla Serbia nel 1999 (a cui partecipò anche l'Italia con il governo D'Alema). Oppure nei confronti degli Usa impegnati nelle guerre in Afghanistan e Iraq, dove un'infinità di civili sono morti e continuano a morire di «danni collaterali».


Libano, il nome giusto è guerra delle colonie
Come dopo ogni fallimento militare Israele va a caccia dei colpevoli e piange le vittime: 154 soldati. E dimentica la vittima n. 155: il piano di convergenza, cioé il ritiro parziale dalla Cisgiordania Nonostante 33 giorni di bombe questa guerra non ha avuto un nome. La stampa la nomina «seconda guerra del Libano» in ordine cronologico, ma la denominazione corretta è «war for the settlements»
Uri Avnery
Poche parole e un ufficiale dell'esercito libanese è riuscito a distruggere, qualche giorno fa, l'illusione che Israele fosse riuscito ad ottenere qualcosa da questa guerra. A una parata militare trasmessa in televisione - e anche sui canali israeliani - l'ufficiale, rivolgendosi alle truppe pronte per essere schierate al confine col sud, ha detto in arabo: «Oggi, nel nome della larga volontà di tutta la popolazione, venite preparati per essere schierati sul suolo del martoriato Sud, fianco a fianco con le forze della vostra resistenza e della vostra gente, che hanno stupito il mondo con la loro fermezza e che ha fatto a pezzi la reputazione di un esercito che si credeva fosse invincibile».
Più semplicemente: «la estesa volontà»: la volontà di tutti gli ambiti della popolazione libanese, inclusa la comunità sciita. «Fianco a fianco della resistenza»: fianco a fianco con Hezbollah. «Che hanno stupito il mondo con la loro fermezza»: l'eroismo di Hezbollah. «Fatto a pezzi la reputazione dell'esercito che si credeva invincibile»: l'esercito israeliano.
Così ha parlato un comandante dell'esercito libanese, il cui dispiegamento al confine la coppia Olmert-Peretz va celebrando come una immensa vittoria, perché secondo loro l'esercito libanese sarebbe pronto ad affrontare Hezbollah e disarmarlo. I commentatori israeliani ci hanno illusi che tale esercito sarà a disposizione degli amici di Israele e Stati uniti a Beirut - ovvero Fuad Siniora, Saad Hariri e Walid Jumblatt.
Non a caso l'intero episodio è affondato come una pietra in uno stagno, cancellato dalla coscienza pubblica. Quella dell'esercito libanese non è l'unico palloncino bucato. E' successo anche al secondo palloncino, quello multicolore che doveva figurare come successo israeliano: il dispiegamento di una forza multinazionale che proteggesse Israele da Hezbollah, prevenendone il riarmo. Man mano che i giorni passano è sempre più evidente che questa forza sarà, al massimo, un raffazzonato insieme di poche unità nazionali, prive di un chiaro mandato o di «robuste» capacità. Il blitz militare portato avanti dal nostro esercito giorni fa, lampante violazione del cessate-il-fuoco, non servirà di certo ad attrarre ulteriori adesioni per un simile compito. Allora che è rimasto dei nostri successi militari? Bella domanda.
Dopo ogni fallita guerra, si leva il grido per un'inchiesta in Israele. Adesso c'è un trauma, c'è l'amarezza, un senso di sconfitta e di opportunità mancate. Di qui la domanda per una commissione di inchiesta forte che ci consegni le teste dei responsabili. E' quello che è successo dopo la prima guerra in Libano, che ha raggiunto il climax col massacro di Sabra e Shatila. Il governo ha però rifiutato qualsiasi seria inchiesta. Allora, la massa di gente che si riunì in quella che adesso si chiama «piazza Rabin» (con quei mitici 400mila che protestarono) chiese un'inchiesta giudiziaria. L'umore generale raggiunse il punto di ebollizione e il primo ministro Menachem Begin dovette rassegnarsi. La commissione Kahan, che investigò sulla vicenda, condannò un certo numero di politici e ufficiali per responsabilità «indirette» sul massacro, benchè le conclusioni cui giunse avrebbero potuto portare a più pesanti condanne. Comunque alla fine, se non altro, il ministro delle difesa Ariel Sharon venne costretto alle dimissioni.
Prima di tutto ciò, già dopo il trauma della guerra del Kippur, il governo aveva rifiutato di nominare una commissione d'inchiesta, ma la pressione dell'opinione pubblica era infine prevalsa. E la vicenda della commissione Agranat, che includeva un ex comandante in capo dell'esercito e altri due ufficiali superiori, fu piuttosto insolita: condusse una seria indagine, scaricò tutta la colpa sui ranghi militari, rimosse dall'incarico il comandante dell'esercito «Dado» Elazar e assolse l'intera leadership politica. Il che causò un sollevamento spontaneo degli israeliani alla luce del quale Golda Meir e Moshe Dayan - rispettivamente primo ministro e ministro della difesa - furono obbligati alle dimissioni.
Anche stavolta la leadership politica e militare stanno cercando di bloccare una qualsiasi vera inchiesta. Amir Peretz ha persino nominato una finta commissione d'inchiesta zeppa di amici suoi. Ma la pressione pubblica cresce, e sembra che anche stavolta non ci sarà nient'altro da fare, se non rassegnarsi ed aprire un'inchiesta giudiziaria. In genere, chi nomina una commissione d'inchiasta ne predetermina anche la durata e le conclusioni. Secondo la legge israeliana, è il governo che decide chi ne farà parte e i suoi punti di riferimento (come membro della Knesset, votai contro questi paragrafi della legge). E se alla fine una simile commissione d'inchiesta venisse indetta, su cosa indagherà?
I politici tenteranno sicuramente di limitare le indagini agli aspetti tecnici della condotta militare: «Perché l'esercito non era preparato alla lotta contro i guerriglieri?», «Perché le forze di terra sono state dispiegate soltanto due settimane dopo l'inizio dell'offensiva?», «Qual è stato il lavoro dell'intelligence?», «Perché non si è fatto nulla per intercettare i razzi di Hezbollah e proteggere la popolazione?", "Perché i riservisti non sono stati preparati?", "Perché gli arsenali d'emergenza erano vuoti?", "Perché il ristema di rifernimento non è funzionato?", "Perché il comandante dell'esercito ha deposto il capo del comando nord nel bel mezzo delle operazioni?", "Perché la campagna costata la vita a 33 soldati è stata decisa all'ultimo minuto?".
E a questo punto il governo cercherà di ampliare l'inchiesta per incolpare i propri predecessori: «Perché i governi di Ehud Barak e Ariel Sharon sono rimasti a guardare mentre Hezbollah cresceva?», «Perché non è stato fatto niente mentre Hezbollah ammassava arsenali di razzi?».
Tutte queste sono domande puntuali e sarebbe certamente necessario chiarirle. Ma è ancora più importante indagare sulle origini di questa guerra: «Perché il trio Halutz-Peretz-Olmert ha deciso di iniziare una guerra soltanto un paio di ore dopo il rapimento di due soldati?», «Sono stati presi accordi con l'America in precedenza, perché si cogliesse la prima occasione per una guerra?», «Sono stati gli americani a spingere per una guerra e, in seguito, a pretenderne il proseguimento il più possibile?», «E' stata Condoleezza Rice a decidere quando iniziare e quando finire?», «Gli Usa hanno preteso che ci invischiassimo con la Siria?», «Gli Usa ci hanno usati per la loro campagna contro l'Iran?». E anche tutto ciò non sarebbe abbastanza. Ci sono domande ancora più profonde ed importanti.
Questa guerra non ha nome. Neanche dopo 33 giorni di combattimenti e quasi dieci giorni di cessate-il-fuoco. La stampa adopera un nome cronologico: Seconda guerra libanese. In questo modo, la guerra libanese resta separata dalla guerra della striscia di Gaza, condotta simultaneamente e portata avanti anche dopo la tregua al nord. Queste due guerre hanno un denominatore comune? Risposta: certamente, sono la stessa guerra. La guerra delle Colonie. La guerra contro i palestinesi viene portata avanti per mantenere i blocchi di insediamenti e annettersi larga parte della Cisgiordania. E la guerra al nord è stata portata avanti per mentenere gli insediamenti sulle alture del Golan.
Hezbollah è cresciuta col supporto della Siria, che al tempo controllava il Libano. Hafez al-Assad vedeva la restituzione delle alture del Golan come l'obiettivo di tutta la sua vita - e dopotutto, fu lui a perdere le alture con la guerra del 1967, e a non riuscire a riconquistarle con la guerra del 1973. E non voleva rischiare una nuova guerra al confine siro-israeliano, troppo vicino a Damasco. Così ha protetto Hezbollah, per convincere Israele che non ci sarebbe stata tregua fino alla restituzione del Golan. Il piccolo Assad sta soltanto proseguendo sulle orme del padre. Senza la cooperazione con la Siria, l'Iran non ha speranza di far pervenire armi a Hezbollah.
La soluzione è a portata di mano: rimuoviamo tutti gli insediamenti da là, quale che sia la perdita in termini di vino e acqua potabile, restituiamo il Golan al legittimo proprietario. Ehud Barak ci era quasi arrivato. Che sia detto chiaramente: ognuno dei 154 israeliani morti per la seconda guerra libanese sono morti per i coloni in Golan.
E la vittima israeliana numero 155 in questa guerra è il «Piano di convergenza», il piano di ritiro unilaterale da parte della Cisgiordania. Ehud Olmert è stato eletto quattro mesi fa per il Piano di convergenza, così come Amir Peretz è stato eletto sulla proposta di ridurre le spese militari in nome di ampie riforme sociali. Adesso Olmert dichiara che ce ne possiamo dimenticare. Il Piano doveva rimuovere 60mila coloni da dove sono, lasciandone almeno 400mila in Cisgiordania e a Gerusalemme. Seppellito il Piano, che cosa rimane? Niente pace, niente negoziati, nessuna soluzione per un conflitto ormai storico. Tutto bloccato, almeno finchè non ci libereremo del duo Olmert-Peretz. In Israele si parla già del «prossimo round», che eliminerà e punirà Hezbollah per averci disonorati. In Libano meridionale non ne parlano, visto che il primo round già sembra infinito. Per avere una qualunque valenza, l'inchiesta deve esporre le vere radici di questo conflitto e le scelte storiche che si impongono: o tenersi gli insediamenti e la guerra infinita che comporteranno, o restituire i territori occupati e ottenere la pace.
(trad. annalena di giovanni)


La «neutrale» Germania vende 2 sottomarini nucleari a Tel Aviv


Manlio Dinucci


«Esclusiva: Israele compra 2 nuovi sottomarini dalla Germania»: la notizia, data dal Jerusalem Post il 23 agosto, non è così esclusiva. Modestamente l'aveva già data il manifesto 8 mesi fa («Due sottomarini nucleari da Berlino a Tel Aviv») . Il giornale israeliano conferma però un fatto fondamentale, pur attribuendone la paternità a «fonti straniere»: i due sottomarini della classe Dolphin, che saranno forniti dalla Germania a Israele in base a un contratto firmato il mese scorso, daranno a Israele «superiori capacità di secondo colpo nucleare».
I nuovi sottomarini, la cui sigla è U-212, saranno costruiti dai cantieri Howaldtswerke-Deutsche Werft AG per 1.27 miliardi di dollari, un terzo dei quali sarà finanziato dal governo tedesco. Essi si aggiungono ai tre già forniti dalla Germania negli anni '90, due dei quali donati dal governo tedesco e un terzo pagato solo in parte da Israele. Il Jerusalem Post conferma che i due nuovi sottomarini, come i tre precedenti, saranno costruiti secondo «specifiche israeliane». Per capire: ai sei tubi di lancio da 533mm, adatti ai missili da crociera a corto raggio, ne vengono aggiunti in ogni sottomarino quattro da 650 mm, da cui possono essere lanciati missili da crociera a lungo raggio a testata nucleare, tipo il Popeye Turbo (testato nel maggio 2000 nell'Oceano Indiano) che può colpire un obiettivo a 1.500 km. Lo conferma il Jerusalem Post: secondo Jane's DefenseWeekly, i sottomarini hanno «la capacità di lanciare missili da crociera con testate nucleari». Secondo le specifiche israeliane, questi sottomarini hanno inoltre una maggiore velocità (20 nodi) e un maggiore raggio d'azione (4.500 km) e sono più silenziosi in modo da potersi avvicinare agli obiettivi senza essere individuati.
Quale sia lo scopo dello «scoop» del Jerusalem Post appare chiaro dall'inizio dell'articolo: «Di fronte alla corsa dell'Iran per ottenere potenza nucleare», Israele ha comprato dalla Germania altri due sottomarini, che gli forniscono «superiori capacità di secondo colpo nucleare». In realtà essi possono lanciare non solo un «secondo colpo nucleare», ossia una rappresaglia a un attacco nucleare, ma un primo colpo, ossia un attacco nucleare di sorpresa. Secondo esperti militari, dei tre Dolphin forniti dalla Germania, uno viene tenuto costantemente in navigazione nel Mar Rosso e Golfo Persico, l'altro nel Mediterraneo, mentre il terzo rimane di riserva. Con l'aggiunta di altri due, il numero di quelli in navigazione, pronti all'attacco nucleare, potrà essere raddoppiato.
E questa è solo una parte delle forze nucleari israeliane, il cui potenziale viene stimato in 200-400 testate nucleari, con una potenza equivalente a quasi 4mila bombe di Hiroshima, e i cui vettori comprendono oltre 300 caccia statunitensi F-16 e F-15 armati anche di missili israelo-statunitensi Popeye a testata nucleare, e circa 50 missili balistici Jericho II su rampe di lancio mobili. Questi e altri vettori nucleari, puntati sull'Iran e altri paesi, sono pronti al lancio ventiquattr'ore su ventiquattro.
E' quindi non solo militarmente ma politicamente grave la decisione tedesca (frutto anche della pressione di Washington) di fornire a Israele altri due Dolphin, sottomarini utilizzabili per il lancio di missili nucleari. Come possono la Germania e gli altri due «negoziatori» europei (Gran Bretagna e Francia) apparire credibili nel chiedere all'Iran, firmatario del Trattato di non-proliferazione nucleare, garanzie che non costruirà armi nucleari? Essi ignorano che Israele, unica potenza nucleare in Medio Oriente, non ha mai firmato il Tnp e può così continuare indisturbato a potenziare le sue forze nucleari. Anche grazie agli U-212 forniti dalla Germania.


Una legge di cooperazione militare, esercitazioni, collaborazioni per la ricerca, finanziamenti...

Difesa, i forti legami tra Tel Aviv e Roma


Un anno fa il voto «Cooperazione con Israele nel campo della difesa»: è legge l'intesa stipulata dal governo Berlusconi


Manlio Dinucci

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/22-Agosto-2006/art25.html


Il governo Berlusconi il 16 giugno 2003 stipulò con quello israeliano un memorandum d'intesa per la cooperazione nel settore militare e della difesa. Dopo essere stato ratificato al senato nel febbraio 2005 (grazie ai voti del gruppo Democratici di sinistra-Ulivo schieratosi col centro-destra) e alla camera in maggio, il memorandum d'intesa è divenuto Legge 17 maggio 2005 n. 94, entrata in vigore l'8 giugno.
Come avevano sottolineato i ministri Frattini e Martino, è «un preciso impegno politico assunto dal governo italiano in materia di cooperazione con lo stato d'Israele nel campo della difesa». La cooperazione tra i ministeri della difesa e le forze armate dei due paesi - istituzionalizzata dalla Legge 94 (2005) - riguarda «l'importazione, esportazione e transito di materiali militari», «l'organizzazione delle forze armate», la «formazione/addestramento». Sono previste a tale scopo «riunioni dei ministri della difesa e dei comandanti in capo» dei due paesi, «scambio di esperienze fra gli esperti», «organizzazione delle attività di addestramento e delle esercitazioni».
In tale quadro, nel marzo 2005, la marina militare italiana ha guidato la flotta che ha svolto nel Mar Rosso la prima esercitazione navale congiunta Nato-Israele. Nell'aprile 2005 il capo di stato maggiore dell'aeronautica militare israeliana ha compiuto una visita in Italia. Nel giugno 2005 la marina israeliana ha partecipato con quella italiana a una esercitazione nel Golfo di Taranto. Nel gennaio 2006 si è svolta la prima visita ufficiale di un capo di stato maggiore dell'aeronautica militare italiana in Israele. Come informa un comunicato ufficiale (13 gennaio 2006), l'incontro è servito a «discutere diverse tematiche di reciproco interesse e continuare il dialogo già avviato tra le due aeronautiche. L'aeronautica israeliana, una delle migliori forze aeree del mondo per motivazione del personale e livello tecnologico dei sistemi d'arma impiegati, ha mostrato interesse a continuare i rapporti di collaborazione nel settore dell'addestramento con la possibilità di effettuare attività esercitative congiunte, sia in Israele sia in Italia, che possano incrementare il livello di interoperabilità». Nel maggio 2006, l'aeronautica israeliana ha partecipato con cacciabombardieri F-15 all'esercitazione dell'aeronautica italiana «Spring Flag 2006», svoltasi in Sardegna dall'8 al 27 maggio. La Svezia si è rifiutata di parteciparvi, in quanto «la partecipazione dell'aeronautica israeliana cambia i prerequisiti dell'esercitazione» (Haaretz, 28 aprile). Un mese e mezzo dopo i cacciabombardieri israeliani attaccavano il Libano.
Oltre a tali attività, la Legge 94 (2005) prevede la cooperazione con Israele nella ricerca, sviluppo e produzione di tecnologie militari tramite «lo scambio di dati tecnici, informazioni e hardware». Vengono inoltre incoraggiate «le rispettive industrie nella ricerca di progetti e materiali» di interesse comune. E' in tale quadro che, nell'incontro del gennaio 2006, il capo di stato maggiore dell'aeronautica israeliana ha «evidenziato notevole interesse sulle capacità operative di alcuni sistemi d'arma impiegati dall'aeronautica militare italiana, auspicando in futuro una più stretta collaborazione tra le industrie aeronautiche italiana ed israeliana». Tale collaborazione, già in atto, è più ampia di quanto appaia. Il fatto che il disegno di legge fosse stato presentato dai ministri degli esteri e della difesa «di concerto» col ministro dell'università e della ricerca, Letizia Moratti, indica che il governo Berlusconi intendeva coinvolgere nella cooperazione militare con Israele anche centri di ricerca universitari. Così è stato.
Come informa l'Ambasciata italiana a Tel Aviv in «Notizie italiane» (febbraio 2006), il ministro Moratti «ha approvato il finanziamento (10,2 milioni di euro) di 31 progetti di ricerca congiunta con controparti israeliane, attuando così diversi accordi bilaterali firmati dal ministro stesso durante la sua missione in Israele nel 2004». Le controparti italiane sono il Cnr, la Scuola superiore Sant'Anna di Pisa, le università di Milano, Roma, Torino, Bologna e altre. Le controparti israeliane sono soprattutto l'istituto Weizmann e l'istituto tecnologico Technion, ciascuno dei quali partecipa a dieci progetti. Nel campo scientifico e tecnologico, siamo nell'area grigia in cui non c'è una netta linea di demarcazione tra ricerca a fini civili e ricerca a fini militari. Per di più, il memorandum sulla cooperazione militare con Israele stabilisce che «le attività derivanti dal presente accordo saranno soggette all'accordo sulla sicurezza», il quale prevede la massima segretezza. C'è però un dato certo: l'istituto Weizmann è il principale centro di ricerca che ha permesso a Israele di costruire e potenziare il proprio arsenale nucleare. Attualmente, documenta l'organizzazione statunitense Global Security, esso compie avanzate ricerche sugli effetti delle armi nucleari. Il Technion compie invece ricerche sulle armi a energia diretta, soprattutto su quelle a microonde, che Israele ha probabilmente già usato a Gaza e in Libano.
Con perfetto approccio bipartisan, anche la Regione Lazio e la Provincia di Milano, i cui presidenti sono stati eletti dall'Unione, hanno promosso progetti di ricerca comune con controparti israeliane. Il progetto della Regione Lazio, firmato a Roma l'11 luglio 2006 (due giorni prima dell'attacco al Libano), prevede la cooperazione nel settore spaziale ed elettronico (le cui applicazioni militari sono evidenti). Analogo quello della Provincia di Milano, che ha deciso di «investire nell'high-tech israeliano»: durante la sua permanenza in Israele nel maggio-giugno 2006, la delegazione, guidata dal presidente Filippo Penati (Ds), ha visitato l'istituto Weizmann.


 

Scontro di civiltà


Guerra in Medioriente o pace mediterranea?


Disinnescare il problema israelo-palestinese: è urgente
Perché possano sopravvivere Israele, la Palestina e il Libano sarà necessario un grande sforzo di immaginazione. Ma la domanda è: lo si vuole davvero? Intanto, affinché la politica internazionale torni sul terreno del diritto, l'Europa dovrebbe reclamare l'applicazione di tutte le risoluzioni Onu

Etienne Balibar *
Jean-Marc Lévy-Leblond **

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Agosto-2006/art11.html


L'origine di uno stato non determina affatto il suo destino. Accade dunque che l'accumularsi degli avvenimenti, le decisioni prese (o eluse), il gioco degli interessi e delle ideologie finiscano col definire una sorta di tragica fatalità. È allora necessario un prodigioso sforzo di immaginazione per trovare un'altra uscita che non sia quella della catastrofe.
Lo stato di Israele è stato generato da due movimenti nati nel XIX secolo e portati al loro estremo nel XX: il nazionalismo - da cui partiva il sionismo iniziale, cioè il progetto di una parte delle popolazioni ebree oppresse nell'Europa centrale e orientale - e il colonialismo europeo grazie al quale è stato possibile piazzare in Palestina una comunità di pionieri che combinavano l'utopia socialista col sogno messianico del «ritorno» sulla terra della Bibbia. La dichiarazione Balfour del 1917 che prometteva l'insediamento in Palestina di un «focolare nazionale per il popolo ebreo», fu un momento del «grande gioco» inglese nel Medioriente che la direzione sionista seppe utilizzare ai propri fini.
La seconda guerra mondiale scaricò in Palestina centinaia di migliaia di sopravvissuti allo sterminio nazista, il che conferì allo stato d'Israele una nuova legittimità morale e un riconoscimento internazionale pressoché unanime. Ma lo stato che, nonostante la sua forte minoranza araba si proclamò «stato ebreo» e si diede la missione di riunire il più grande numero possibile di ebrei del mondo intero nacque nella guerra e anche nel terrorismo. Ciò derivava dall'ostilità irriducibile degli stati arabi, il cui nazionalismo li obbligava a rifiutare a ogni costo il suo insediamento in Palestina e contemporaneamente dalla simmetrica intenzione d'Israele di espellere la popolazione araba autoctona. Le parole più tardi attribuite a Golda Meir: «Una terra senza popolo per un popolo senza terra» - in totale contraddizione con la realtà -, conteneva in germe la catastrofe attuale. Le guerre difensive e offensive dagli anni '50 agli anni '90 hanno comportato una profonda militarizzazione della vita sociale e del personale politico di Israele. Benché possegga una dei più potenti eserciti del mondo, lo stato di Israele presenta ogni conflitto con i suoi vicini come questione di vita o di morte e, utilizzando la memoria della Shoah mette al silenzio le critiche delle comunità ebree nel mondo e si attribuisce nelle relazioni internazionali un «diritto speciale», correndo così il rischio di minare uno dei fondamenti della sua legittimità.
Quanto agli accordi di Oslo, che davano forma all'Autorità palestinese e prefiguravano la costituzione di due stati sull'antico territorio mandatario questi accordi non hanno portato a un'inversione della logica di confronto fino ad allora dominante. Questi accordi servirono ad accelerare la colonizzazione, rafforzare il fatto compiuto e appaiono retrospettivamente come un momento tattico nella conquista del Grande Israele.
Certamente la direzione dell'Olp non è stata esente di doppiezza ed è solo nel 1998 che gli articoli della sua Carta fondativa che rivendicavano la distruzione d'Israele sono stati abrogati; e da parte sua Itzhac Rabin ha pagato con la vita la sua speranza di trattare l'avversario su un piede di parità. Ma i fatti vanno massicciamente - con tutti i governi - nel senso di uno sviluppo delle caratteristiche coloniali dello stato d'Israele. Se Israele è riuscito a dare alla maggioranza dei suoi cittadini la democrazia politica e un invidiabile progresso economico e culturale (grazie anche a un forte aiuto americano) tuttavia ha istituito sui diversi territori che controlla una forma di apartheid: confinamento delle popolazioni dominate, controllo delle loro risorse materiali, distruzione progressiva delle loro istituzioni, violenza mortale contro le loro azioni di resistenza, anche non violente.
Chi pratica il terrore di massa
Possiamo noi dunque giudicare le forme prese dalle rivendicazioni di indipendenza dei palestinesi e in particolare del terrorismo, senza tenere conto della schiacciante sproporzione nel rapporto di forze? Noi riteniamo con buona parte della società civile palestinese, che gli attentati suicidi che hanno caratterizzato la seconda Intifada sono forme di azione moralmente ingiustificabili, distruttrici e controproducenti; ma quelli che praticano essi stessi il terrore di massa, con mezzi superiori, non ci sembrano nelle buone condizioni per denunciare.
La nazione palestinese è oggi un fatto che non può essere cancellato. Oppressa non può sopravvivere se non alimentando la speranza di una sua riunificazione e resistendo. Attualmente è divisa secondo gli stati giuridici e gli interessi materiali delle sue tre componenti: gli arabi israeliani dotati del diritto di voto e di una parte dei diritti civili ma socialmente e simbolicamente discriminati; gli abitanti di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme est sottoposti a forme diverse di segregazione, occupazione e controllo; infine i rifugiati nei campi del Medioriente e la diaspora. Questa nazione è ancora lacerata tra le identificazioni collettive derivanti dal nazionalismo laico per una parte di loro e dal populismo religioso per un'altra parte. È dunque particolarmente notevole che i palestinesi fino ad oggi siano abbastanza riusciti a limitare i loro conflitti interni. Lo testimonia l'accordo recentemente concluso tra il movimento della resistenza islamica (Hamas) e l'Autorità palestinese sulla base del «Documento dei prigionieri».
I palestinesi fanno indiscutibilmente parte del «mondo arabo»; è da questo innanzitutto che essi si attendono una solidarietà materiale e politica ma è anche da questo che gli sono venuti i colpi più duri. La causa palestinese è stata strumentalizzata dagli stati arabi a volte verso l'interno come compenso alla collera popolare suscitata dalla corruzione, dall'assenza di libertà, dall'ingiustizia sociale e verso l'esterno come una carta da giocare tra loro stati arabi o con le grandi potenze. Ed è per questo che l'indipendenza delle organizzazioni palestinesi è stata sempre precaria. Più grande oggi di ieri potrebbe nuovamente ridursi se le lotte antimperialiste del Medioriente confluissero nella sola ideologia religiosa e se la repressione riuscisse ad espellere le loro direzioni da Gaza e dai Territori. I palestinesi hanno degli interessi alla scomparsa dello stato d'Israele? Sì, senza dubbio, come ogni popolo oppresso ha interesse alla scomparsa dei suoi oppressori, ma una tale scomparsa necessariamente sanguinosissima non risolverebbe i problemi della nazione palestinese. L'esistenza e lo sviluppo d'Israele hanno cancellato quel che era l'antica Palestina e hanno rivoluzionato l'economia della regione contribuendo a uno sviluppo capitalistico del quale i palestinesi sono al tempo stesso esclusi e dipendenti. C'è proprio da scommettere e molto che questa dipendenza si trasferirebbe in un'altra, nei confronti degli stati arabi petrolieri e/o militarizzati.
Ciò dunque di cui i palestinesi hanno bisogno non è tanto la scomparsa quanto la metamorfosi di Israele. Tutto ciò implicherebbe una radicale decolonizzazione, una rinuncia all'abuso della forza, una riforma morale della nazione israeliana e della sua coscienza storica in modo da inventare per i due popoli che vivono oggi in Palestina forme costituzionali inedite di complementarietà sotto la garanzia di un'effettiva autorità internazionale. Da questa prospettiva, noi oggi siamo più lontani che mai, sembra addirittura che la situazione scivoli verso l'irrimediabile, tutto questo nasce dal fatto che la specificità del problema israelo-palestinese è in via di entrare in un conflitto di più vaste proporzioni, dai contorni ancora confusi ma di violenza crescente e sempre meno controllabile dai propri attori: gli Stati uniti e i loro diversi alleati da una parte; gli stati antiamericani e i movimenti «fondamentalisti» islamici dall'altra. Da qui l'idea di molti che bisognerebbe «regolare d'urgenza» il problema israelo-palestinese per disinnescare lo «scontro di civiltà» che si annuncia.
Un oceano di rovine e diffidenza
L'esportazione della «democrazia» secondo il modello e l'uso dell'Occidente e la definizione con la forza di un «nuovo Medioriente» non sono fantasie neoconservatrici ma fantasie di morte. Prendendo a pretesto gli attentati dell'11 settembre, gli interventi voluti dall'amministrazione Bush non sono riusciti ad altro che a trasformare l'Afghanistan e l'Iraq in focolai permanenti di guerra e terrorismo. Gli avversari degli Stati uniti non sono da meno. Rendendosi conto delle crescenti difficoltà nelle quali si scontra l'antica superpotenza essi cercano di moltiplicare i punti di scontro per avanzare, chi verso la restaurazione del califfato chi verso il dominio del Medioriente. Chi non vede che le retoriche di Bush e di Ahmadinejad sono l'una lo specchio dell'altra?
Entro un certo tempo gli Stati uniti vedranno il fallimento della loro impresa neo-imperiale, ma si ritireranno lasciando dietro di loro un oceano di rovine, di diffidenza, di odio. Israele non potrà sopravvivere se non mantenendo i propri cittadini in stato di mobilitazione permanente, moltiplicando le fortificazioni all'interno, le zone tampone e le operazioni di dissuasione massiccia contro gli stati della regione, forse anche con l'uso del nucleare.
Tutto ciò duererà dieci, venti o cinquant'anni prima del crollo, ma nell'intervallo è probabile anche che le nazioni palestinese e libanese avranno subito un colpo irreversibile. L'ingranaggio è implacabile ed è ora che la partita si gioca.
Davanti all'accentuazione del militarismo israeliano che risponde alle azioni partigiane e ad episodi di terrorismo con veri e propri crimini di guerra, l'Europa non ha dato prova di condiscendenza. È necessario che l'Europa metta in campo tutti i mezzi di pressione e di convinzione di cui dispone, ivi compresi la sospensione temporanea degli accordi privilegiati che la legano a Israele, fino a quando non ci sarà la ritirata dai territori occupati nel 1967. L'Europa deve ripudiare l'unanimismo e se è il caso contrastare la volontà e le manovre di certi governi infeudati agli Stati uniti.
Bisogna soprattutto che l'Europa reimpianti la politica internazionale sul terreno del diritto. Il che vuol dire: riconoscere i rappresentanti eletti dal popolo palestinese e reclamare l'applicazione di tutte le risoluzioni delle Nazioni unite, passando se è il caso anche attraverso l'Assemblea generale.
Bisogna infine che l'Europa contribuisca all'attivazione di uno spazio mediterraneo di cooperazione e di negoziato. Gli Stati uniti, la Russia o l'Iran potranno averci un posto di osservatori, ma i suoi membri naturali sono quelli che si affacciano sul mare comune e che ne hanno fatto la storia. Questo consiglio regionale permanente non garantirà di certo automaticamente la pace ma è il solo antidoto alla logica dello scontro di civiltà in grado di far arretrare l'integralismo al tempo stesso che il razzismo post-coloniale, l'antisemitismo e l'islamofobia.
La costituzione di uno spazio politico mediterraneo darebbe a Israele la possibilità di sottrarsi alla dipendenza esclusiva nei confronti degli Stati uniti; gli offrirebbe una sicurezza negoziata in cambio della sua mutazione storica. Simmetricamente permetterebbe ai palestinesi e ai libanesi di sfuggire a una relazione soffocante con il solo mondo arabo e ridarebbe loro fiducia negli strumenti del diritto per far trionfare le loro rivendicazioni di uguaglianza, indipendenza e di giustizia.
Quando noi diciamo «bisogna» è chiaro che si deve dire «bisognerebbe». Per poco che si voglia evitare il peggio. Ma lo si vuole veramente? L'interrogativo è posto non soltanto ai governi ma a tutti.
* Filosofo ** Fisico
L'articolo è tratto da Le Monde
del 19 agosto 2006. La versione integrale, in francese, è consultabile in rete all'indirizzo www.lemonde.fr


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/01-Settembre-2006/art35.html

Cluster sul Libano, l'Onu accusa Israele


Le Nazioni unite denunciano l'uso delle bombe a grappolo da parte dello stato ebraico. «Immorale che siano state usate negli ultimi tre giorni di conflitto»


Pietro Calvisi


A più di due settimane dal cessate il fuoco, richiesto dalle Nazioni unite all'esercito israeliano e ai guerriglieri hezbollah, in Libano si continua a morire e ad aver paura. Le causa ha un nome strano, in inglese si chiama cluster bomb e in italiano bomba a grappolo o a deframmentazione.
«Questi ordigni non dovrebbero essere impiegati su aree civili e popolate», lo ha dichiarato ieri mattina durante una conferenza stampa in Giordania il Segretario generale dell'Onu Kofi Annan, che ha aggiunto: «Ho chiesto alle autorità israeliane di fornirci le mappe e le indicazioni su dove sono state sganciate queste bombe, in modo che si possa proteggere i civili». La denuncia di Annan arriva a neanche ventiquattro ore dal severo atto d'accusa contro Tel Aviv pronunciato al Palazzo di vetro da Jan Egeland, sottosegretario generale per gli affari umanitari dell'Onu. «Quel che è scioccante, e per me completamente immorale,- ha affermato Egeland - è che il 90 per cento degli attacchi con bombe a grappolo sia avvenuto nelle ultime 72 ore del conflitto, quando sapevamo che si era vicini alla risoluzione dell'Onu e quindi alla fine della guerra». Secondo l'Unmas (Coordinamento delle Nazioni unite per l'azione anti-mine) l'85 per cento delle aree bombardate nel sud del Libano è disseminato di circa 100mila bombe a deframmentazione inesplose, localizzate in 359 siti. Le operazioni di messa in sicurezza delle aree colpite dagli ordigni inesplosi, secondo gli organi competenti dell'Onu, richiederanno dai dodici ai quindici mesi.
La preoccupazione da parte dei collaboratori di Kofi Annan è tanta e giustificata visto che, sempre secondo il sottosegretario Egeland, le bombe hanno colpito aree particolarmente vaste, in centri abitati, aziende agricole e zone commerciali. Inutile dire, a questo punto, che il rientro degli sfollati appare un'operazione particolarmente difficile. Del milione di persone che avrebbero abbandonato le loro case durante il conflitto, ben 250mila avrebbero paura a farvi rientro per via degli ordigni inesplosi, che quotidianamente continuano a provocare morti e feriti. Dal cessate il fuoco iniziato lo scorso 14 agosto, fonti dell'esercito libanese dichiarano che «11 persone sono rimaste uccise e 50 ferite» a causa delle munizioni non deflagrate, di cui una gran parte e da individuare fra le bombe a grappolo.
Per fermare altri possibili massacri e per intervenire immediatamente sul territorio, l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) ha firmato un accordo formale di partenariato con l'Unmas. «Alla fine di ogni conflitto, - ha detto Stephane Jaquement, rappresentante dell'Unhcr in Libano - la sicurezza degli sfollati e il loro dignitoso rientro a casa, rimangono sempre una nostra priorità. Per il nostro lavoro - ha concluso Jaquement - è cruciale che strade, aree civili e case siano sicure e l'Unmas in questo può aiutarci». Aspetto principalmente interessante dell'accordo di partenariato fra le due organizzazioni è il progetto di sensibilizzazione della popolazione locale sulla pericolosità degli ordigni inesplosi che coinvolge in particolare i bambini. Partito da appena due giorni, il piano di intervento ha iniziato ad essere operativo nei villaggi situati intorno alla città di Tiro. «I leader locali - spiega Dalia Farran, portavoce dell'Unmas - ci hanno chiesto di fornire dei corsi di formazione rivolti ai bambini, circa i rischi derivanti dalle mine, poiché molti di loro entrano giornalmente in contatto con residui di bombe a grappolo ed esplosivi». Secondo Christopher Clark, direttore del programma Unmas di Tiro, «il conflitto in Libano ha generato una delle più gravi contaminazioni di ordigni inesplosi mai avvenuta, sia a sud del fiume Litani che nelle aree a nord e ad est del paese». In risposta a queste pesanti prese di posizione espresse da alti rappresentanti dell'Onu e fra tutti dal suo Segretario generale Kofi Annan, il governo israeliano risponde con dichiarazioni che non dovrebbero invecchiare nel tempo e che certamente non rispondono agli inviti mossi in questi giorni dalla comunità internazionale. Ieri infatti il portavoce del primo ministro Ehud Olmert, Miri Eisin, precisava che «in Libano, Israele ha agito soltanto nel rispetto del diritto internazionale e ha utilizzato armi conformi alle normative internazionali». Queste dichiarazioni sono le stesse - non cambia nemmeno una parola - che le autorità di Tel Aviv hanno rilasciato il 19 agosto scorso quando, interpellate dalla Bbc sempre sull'uso delle cluster bomb nel sud del Libano, si sono rifugiate nei dettagli del diritto internazionale. Infatti le Nazioni unite non hanno messo in discussione la «legalità» dell'utilizzo di tali bombe (sarebbe stato inutile farlo, visto che Israele non ha mai ratificato i trattati di Ottawa del 1997 che ne proibiscono l'impiego) ma hanno posto l'accento sull'uso «immorale» che se ne è fatto soprattutto colpendo aree ad alta densità abitativa, con l'intenzione di renderle inabitabili nell'immediato futuro. Perché si sarebbero attese le ultime 72 ore di guerra per disseminare il Libano di 90mila cluster bomb, se non per mettere in difficoltà il rientro degli sfollati?



http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/01-Settembre-2006/art36.html

Armi letali
L'arsenale di Tel Aviv


A. Di Gio.


Le bombe a frammentazione non sono l'unico ordigno non-convenzionale, o estesamente contestato, usato in questa guerra. Una guerra che, in 33 giorni, ha causato più di 1000 morti, fra la popolazione libanese, dei quali 12 negli ultimi giorni, come effetto collaterale delle cluster bombs rimaste inesplose sul territorio.
Alcuni tipi di armi sono semplicemente troppo nuovi per rientrare in qualunque definizione o casistica più o meno morale. Altri sono semplicemente sconosciuti.
Nuovissimo era il missile termobarico GBU-28, del quale un centinaio di testate sono state fornite dagli Stati uniti come già i mezzi aerei (gli F-15) capaci di sganciarli. Il GBU-28, che sarebbe transitato anche dalla base pisana di Camp Darby, è un missile laser-guidato del peso di 2,3 tonnellate capace di penetrare bunkers e tunnel sotterranei distruggendo ed incendiando ad altissima temperatura qualunque nascondiglio nemico.
Non confutato è l'uso di fosforo bianco. La stampa israeliana ne ha accertato la presenza fra gli arsenali nazionali nel dicembre 2005. Il fosforo bianco, già usato estensivamente in Irak nella battaglia di Falluja fra l'8 ed il 10 novembre 2004, è una sostanza incendiaria affiancabile al più conosciuto MK-77, o Napalm. Accanto al suo uso come sistema di illuminazione e rilevamento, ed impedimento della visione per le truppe nemiche, il fosforo bianco può incendiare ciò che colpisce con un raggio di azione anche di 150 metri, soffocando chiunque ne respiri le esalazioni. Timor Gosken, portavoce dei caschi blu dell'Unifil stanziata in Libano del sud da 20, ne ha denunciato l'uso sistematico da parte dell'aviazione israeliana senza ottenerne replica.
Ma la verità è che non vi sono sicurezze riguardo a cosa sia effettivamente stato usato in Libano, mentre medici e testimoni hanno raccontato persino di bombe a frammentazione munite di chiodi e schegge metalliche che colpivano i civili libanesi anche a distanza dall'effettivo luogo di impatto.
Sin dai primi bombardamenti israeliani il dottore libanese Bashir Sham, primario dell'ospedale di Sidone, aveva denunciato strane ferite sui corpi dei civili ricoverati, sulle quali aveva ammesso di non poter indagare a causa delle difficili condizioni nelle quali operava l'ospedale al momento. In particolare su otto corpi perveuti in seguito al bombardamento di Rmeileh aveva riscontrato ferite mai viste prima: i corpi apparivano all'esterno bruciati, in alcune parti del tutto carbonizzati, per poi rivelarsi intatti al loro interno. Vale a dire che qualche sconosciuta reazione chimica, o qualche particolare forma di combustione, ne aveva coagulato il sangue senza che per questo i corpi si mostrassero distrutti come normalmente avviene in caso di esplosione. A sua volta il manifesto aveva raggiunto ed intervistato il dottor Mario Aoun, che raccontava di una quantità insolita di ferite da scheggia sui corpi dei colpiti. Sono comunque strane le analogie con alcune dichiarazioni pervenute al manifesto dagli ospedali palestinesi durante la contemporanea operazione israeliana «Pioggia d'estate». Ma né per Gaza né per il Libano vi sono ancora riscontri o smentite.



http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/01-Settembre-2006/art38.html

Le bombe a grappolo? Superate, parola di Peres
Armi non-intelligenti? Antiche.

In Israele si parla sempre più di laser, nanotecnologia, innovazione. E nei prossimi mesi si fa la spesa


Annalena Di Giovanni


L'uso massiccio di cluster bomb, adesso sotto il tiro incrociato di organismi internazionali e forze diplomatiche, non ha mancato di sollevare indignazione anche in Israele. L'«esercito più morale del mondo», per usare una espressione del capo di stato maggiore Dan Halutz, comincia ad attirarsi critiche anche in patria proprio per l'uso di queste micidiali munizioni, da mesi oggetto di sussurrate ammissioni circa l'uso in Libano, e di indignati dinieghi. Ma i cori di indignazione potrebbero essere propedeutici a un altro genere di scenari: le «dumb munitions», le bombe non-intelligenti, le cui scorte sono state esaurite scaricandole sul territorio libanese, sarebbero tecnologia superata. E ora, per la difesa israeliana, è tempo di rifare la spesa.
Mercoledì, il mistro della difesa Amir Peretz ha chiesto e ottenuto alla Knesset un taglio alla spesa pubblica di 458 miliardi di dollari, che andrebbero a coprire le spese di guerra. La richiesta è passata tempestosamente, dopo che proprio il partito laburista ha dovuto sostituire in fretta tre suoi parlamentari per raggiungere la maggioranza. 458 miliardi sono comunque ben lungi dalla «doppia finanziaria» (una civile ed una di guerra) che sarebbe nei piani di Olmert ma soprattutto non copre ancora le reali richieste del laburista Peretz, che da una settimana chiede un ulteriore investimento di 20 miliardi di dollari tutti in spese militari (in campagna elettorale aveva promesso di tagliarle di 10 miliardi).
E adesso che la guerra non è stata del tutto vinta e che tutti ammettono che l'esercito israeliano non era pronto, e che la difesa del territorio nazionale non è stata efficiente, che qualcosa va rivisto, ecco che arrivano i progetti. Le guerre sono cambiate: cambino le nostre risorse. A dirlo è il navigato politico Shimon Peres, ieri in Italia, che dopo aver fatto per anni gli acquisti sia per quanto riguarda l'esercito che per gli stanziamenti di ricerca militare, ha tracciato sul quotidiano israeliano Haaretz le piste del futuro. In un lungo testo, significativamente intitolato «Aggiornare la guerra e privatizzare la pace», Peres ha cercato ieri di rendere cosa quotidiana, possibile e necessaria il ribaltamento del discorso bellico: gli eserciti regolari non sono più che un aspetto marginale delle guerre, non siamo più attrezzati per difenderci. Lo spazio urbano va ripensato, decentrato, per non offrire bersagli facili al nemico. Bisogna investire in nuove tecnologie come laser, radar, nanotecnologia, rivalutare il potere deterrente di Israele grazie ad armi del tutto nuove.
Il discorso quasi «pedagogico» di Peres, che sembra quasi voler educare i propri lettori ad accettare un cambiamento epocale ed urgente degli arsenali nazionali, arriva in un momento di forti ripensamenti per quanto riguarda la capacità militare israeliana. Infatti era di appena tre giorni fa la notizia di un possibile appalto alla Northrop Grumman per «blindare» con il laser i cieli israeliani. L'attenzione sarebbe rivolta ai sistemi d'arma a energia diretta, capaci di localizzare qualsiasi forma di razzo o missile e neutralizzarne la capacità offensiva. Il raggio ad energia diretta, a laser o a microonde, (vedi il manifesto del 12 agosto e il documentario realizzato da rainews 24 «Guerre stellari in Iraq»), sostituirebbe all'impatto fisico di un corpo contro un altro corpo, quello di un corpo contro un fascio di energia che viaggia a una velocità superiore al suono. Con un costo infinitamente minore a quello di un tradizionale missile, del costo medio di 500mila dollari: soltanto 3mila dollari per ogni «tiro».
Gli ufficiali dell'esercito israeliano, che non vedono di buon occhio l'impatto che una simile rivoluzione avrebbe sulla classe militare nel suo complesso (basterebbero pochi tecnici e qualche drone a soppiantare piloti e fanteria), ne criticano ampiamente l'uso, sostenendo che qualche innovazione sulle testate missilistiche sarebbero più che sufficienti, magari con un appalto alla Raytheon, industria produttrice di radar anti-missile.
Ma la verità è che il sistema della Northrop Grumman sarebbe già pronto entro 18 mesi, e per giunta già pagato per due terzi. Perchè? Perchè da anni Israele e Stati uniti già ci lavoravano congiuntamente.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/01-Settembre-2006/art37.html

E la Francia manda in scena il suo super-tank


Truppe francesi in Libano con 13 carri Leclerc: ottimi nel deserto, pessimi su terreni montagnosi. Ma se l'obiettivo è venderli...
Anna Maria Merlo


Parigi
La ministra della difesa, Michèle Alliot-Marie ha informato ieri, alla conferenza stampa mensile del governo, che il primo battaglione di riforzo all'Unifil partirà dalla Francia, da Orléans, il 4 settembre e sarà «in zona il 10, per un dispiegamento completo sul terreno e un'operatività a partire dal 15 settembre». Alliot-Marie ha precisato che, dopo un primo invio di 200 uomini, adesso «siamo nel dispositivo di messa in opera del rafforzamento pesante dell'Unifil, con mezzi pesanti, in particolare dei carri Leclerc». Il primo battaglione è composto da 900 uomini, da 13 carri Leclerc e da artiglieria pesante. Un secondo battaglione dovrebbe seguire nelle settimane a venire. Jacques Chirac, il 24 agosto, aveva affermato che la Francia potrebbe inviare fino a 2mila soldati in Libano per partecipare all'Unifil rafforzata. Ma i 2mila soldati sono una «massa critica» ipotetica, spiegano al ministero della difesa. «Con due battaglioni, abbiamo una coerenza organizzativa e operativa e, in ogni caso, non vogliamo scendere al di sotto di mille uomini» aggiungono.
Il ministro degli esteri, Philippe Douste-Blazy, ha sottolineato ieri che «la soluzione militare non è possibile» in Libano e che «non potrà esserci soluzione senza accordo politico». Allora perché la Francia manda in Libano un dispositivo militare così pesante in armi? Molti analisti si stanno facendo questa domanda in Francia. In particolare: cosa ci fanno nel Libano del sud i carri Leclerc, più adatti al deserto che a un terreno montagnoso? Una delle spiegazioni che vengono date dagli esperti è che l'impiego di mezzi militari pesanti traduca la volontà della Francia di sostenere durevolmente l'esercito libanese, con l'obiettivo di arrivare a una soluzione politica. «Non si è mai visto, nel quadro dell'Onu, un battaglione così pesante» afferma un esperto militare e diplomatico: la Francia manda in Libano dei carri che pesano 40-45 tonnellate, dei cannoni suolo-suolo di 155 mm, un radar Cobra, che è uno strumento molto preciso che permette di vedere da dove è partito il colpo, una sezione aerea di cortissima portata. «Significa che la Francia non va in Libano per fare lo spettatore», è il commento di un esperto. Ufficialmente al ministero della difesa dicono: «Non dobbiamo trovarci in una situazione dove venga messa in gioco la vita dedi nostri soldati e l'onore dell'esercito francese». Gli esempi libanesi e bosniaci pesano ancora (53 paracadusti uccisi nell'83 in un attentato a Beirut attribuito a Hezbollah, 84 militari persi nella missione in Bosnia).
La Francia aveva già dispegato dei carri Leclerc e dei cannoni Auf1 in Kosovo, ma quella missione era realizzata in ambito Nato e non Onu. Inoltre, a differenza del Kosovo, i blindati inviati questa volta in Libano sono adibiti al trasporto di truppe, degli Amx10 cingolati, che non c'erano in Kosovo. Il radar Cobra, inoltre, grazie alla sua precisione, spiega sempre un esperto, potrà permettere alla Francia di «interporsi in modo credibile» in caso di attacco da parte di Hezbollah. Diverso dalla Bosnia anche il calibro dei cannoni: nella missione nell'ex Jugoslavia non c'era il diritto di oltrepassare i 90 mm, mentre in Libano la Francia invia cannoni da 155 mm. C'è chi dice che esiste un motivo molto terra-terra in questa esibizione di tecnologia: la missione in Libano è un'occasione a grandezza reale per mostrare l'efficacia dell'armamento made in France. In zona ci sono acquirenti potenziali a cui è utile fare una dimostrazione. Tanta ricchezza di mezzi contrasta con la logistica per gli uomini: i 50 legionari arrivati a Naqoura per rafforzare l'Unifil sono stati sistemati nella salle de musculation del reparto francese, in mancanza di meglio.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/02-Settembre-2006/art8.html

Il disegno strategico degli Usa in Medio Oriente


Lucio Manisco


Temere il fallimento della Unifil-2 non vuol dire augurarselo. Motivare tale timore con l'analisi delle circostanze e degli antefatti politici, diplomatici e militari che hanno preceduto e accompagnato la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu e l'invio di una forza internazionale sui confini del Libano non vuol dire auspicare la ripresa delle ostilità, una improbabile, definitiva vittoria di Hezbollah sul dispositivo militare israeliano, altre migliaia di morti, la devastazione ultimativa di una stato-nazione, la rinuncia a qualsiasi tentativo di avviare a soluzione la questione palestinese, la conflagrazione di una grande guerra mediorientale che oltre all'Iraq e all'Afghanistan coinvolga la Siria, l'Iran, la Nato, l'Europa e l'intero mondo occidentale.
Se così fosse, ha ragione Rossana Rossanda, qualsiasi opposizione, qualsiasi critica all'intervento dell'Onu e alla partecipazione italiana sarebbero inficiate non solo da faziosità, pregiudizi ideologici e «tesi complottistiche» ma da cecità e dissennatezza assolute.
Ecco perché ci sembra opportuno contribuire a un dibattito - a dire il vero pressocché inesistente in Italia dato l'unanimismo imperante - con qualche dato sulle prese di posizione dell'amministrazione statunitense, fattore e motore primario delle crisi e dei conflitti mediorientali, sulle presunte resipiscenze di un presidente alle prese con i clamorosi fallimenti delle sue direttive di politica militare, estera e interna (addirittura influenzato secondo il suo portavoce dalla più che improbabile lettura estiva di Camus) e sull'importanza, determinante per i prevedibili sviluppi internazionali dei prossimi due mesi, della scadenza elettorale di martedì 7 novembre nella repubblica stellata.
Le rivelazioni di Seymour Hersh sulla pianificazione statunitense della guerra in Libano che ha preceduto di molti mesi il «casus belli» della cattura di due soldati israeliani vanno integrate dai documenti e dalle tesi pubblicate nello stesso periodo dai centri dell'ideologia e della strategia «neocon» che dettano legge nell'amministrazione Rumsfeld-Cheney, l'American Enterprise Institute la Foundation for Defense of Democracies, il Center for Security Poicy e il recentemente scomparso Project for a New American Century. Ideologia e strategia perseguite e attuate sul piano pratico a tutti i livelli da personaggi quali Max Boot, Charles Krauthammer, Michael Ledeen e Eliot Abrams. Essenziale, esiziale, l'influenza di quest'ultimo nell'assegnare ad Israele il ruolo di punta di diamante in una grande strategia destinata a disegnare una nuova mappa geopolitica del medioriente colpendo prima Hezbollah e poi la Siria e l'Iran, e portando alle ultime conseguenze le guerre in Iraq e in Afghanistan.
Nella sua veste di primo consigliere per gli affari mediorientali della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato, Eliot Abrams ha accompagnato le missioni del segretario di stato Condoleeza Rice che è riuscita con indubbia abilità diplomatica a bloccare la per 34 giorni la diplomazia internazionale e i suoi tentativi di ottenere il cessate il fuoco nel Libano. Eliot Abrams ha trascorso altre settimane a Tel Aviv prima durante e dopo il conflitto ed ha condizionato, anche se non rientrava nelle sue competenze, lo stanziamento il 20 giugno di 262 milioni di dollari in carburanti speciali per gli F-15 e F-16 israeliani, di un altro mezzo miliardo in bombe a grappolo e «intelligenti» e di una somma più astronomica nel ponte aereo che dagli Stati uniti via le basi aeree nell'East Angla del Regno Unito sta rifornendo di nuovi e più letali armamenti le forze armate di Tel Aviv. Non vi è dubbio che l'inattesa resistenza Hezbollah organizzata sul territorio con una modulazione di tipo svizzero più che mediorientale, abbia imposto una battuta d'arresto ad un'offensiva originariamente programmata sulla durata di dieci, dodici giorni. Non v'è parimenti alcun dubbio che questa battuta d'arresto non abbia alterato il gran disegno strategico dei Cheney, Rumsfeld & Co...
Significativo e preoccupante il ruolo assegnato da Washington alle Nazioni Unite, fino al 14 agosto disconosciuto e negato da quel gran guastatore dell'organizzazione internazionale che è l'ambasciatore Usa Bolton, e poi improvvisamente rivalutato e riportato in primo piano con sollecitazioni martellanti dello stesso presidente Bush. Mancano testimonianze documentali e quindi si entra nel campo di interpretazioni e illazioni alimentate in gran parte dalle difficoltà e dagli ostacoli incontrati da Kofi Annan nella sua missione in M.O. Israele ritirerà le truppe e il blocco navale solo quando la risoluzione 1701 troverà una applicazione completa ed estensiva nella fascia a sud del fiume Litani, e sarà solo Israele a decidere quando tale risultato verrà conseguito anche con operazioni non previste dal mandato Onu come lo smantellamento delle forze Hezbollah e la presenza di una forza internazionale sulle frontiere della Siria. C'è chi pensa non solo nel governo Olmert o in quello statunitense che il compito primario della forza internazionale sia quello di raggiungere i traguardi venuti temporaneamente meno con l'offensiva israeliana e che come è avvenuto in Afghanistan sia auspicabile un passaggio di consegne dall'Onu alla Nato.
Sempre sul piano delle illazioni, si prospetta l'eventualità di un missile a medio raggio di fabbricazione iraniana lanciato dal territorio libanese su un giardino pubblico di Tel Aviv. Non è peraltro materia opinabile che l'amministrazione Rumsfeld-Cheney sia pronta a misure «estreme» entro ottobre per evitare la debacle elettorale del 7 novembre.
Quei pochi che in Italia hanno sollevato le argomentazioni di cui sopra sono stati tacciati di pacifismo suicida e unilateralista, una campagna preventiva indubbiamente efficace ma del tutto sproporzionata soprattutto nei confronti di quei vagiti di un'opposizione parlamentare di sinistra che sembra abbia sostituito il no alla guerra senza se e senza ma con un «nì alla guerra senza me e poi chissà, Tiritiritù? Tiritirità...».


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/02-Settembre-2006/art35.html

Cluster, l'Onu lancia l'inchiesta


Pietro Calvisi


Il dibattito sull'uso delle bombe a grappolo, utilizzate nel sud del Libano dalle forze armate israeliane, sembra tutt'altro che avviato verso una conclusione.
Alle dichiarazioni del Segretario delle Nazioni unite, Kofi Annan che accusava Tel Aviv di aver usato cluster bomb in aree popolate, e a quelle dei suoi collaboratori che dichiaravano «immorale» l'uso di tali armamenti, si sono aggiunte le prese di posizione di importanti organizzazioni internazionali che si occupano di monitorare, ormai da diverse settimane, il rispetto e la salvaguardia dei diritti umani nelle aree interessate al conflitto israelo-libanese. Innumerevoli sono stati inoltre i dossier messi a disposizione dei mezzi di informazione che hanno raccontato questi 34 giorni di guerra. I dati dal fronte non fanno che cambiare ogni giorno e, man mano che gli osservatori internazionali si muovono fra le rovine di un paese in ginocchio (il Libano), vengono alla luce diversi «crimini di guerra». Fino a ieri gli ordigni inesplosi in buona parte bombe a grappolo, secondo David Shearer, Coordinatore umanitario dell'Onu in Libano, hanno causato la morte di 14 persone (di cui tre bambini) e il ferimento di altre 61. Una media di un morto e tre feriti al giorno dall'entrata in vigore del cessate il fuoco del 14 agosto. Nell'operazione di bonifica sono impegnati, sempre secondo le Nazioni unite, 100 sminatori che fino ad oggi hanno localizzato 450 siti contaminati e distrutto 2900 piccole bombe delle circa 100mila stimate.
Ma il dato che più colpisce della conferenza stampa, tenuta ieri a Ginevra da Shearer, è tuttavia quello riguardante la percentuale di bombe che non sono deflagrate al contato con il suolo. «Il tasso di munizioni inesplose - spiega il Coordinatore dell'Onu - è del 10 % per i vari ordigni e del 40 % per le bombe a grappolo». Se si pensa che la difettosità ufficialmente dichiarata delle cluster si attesta su un 5 %, e fino a prima del conflitto, i dati raccolti sul campo arrivavano addirittura al 20 % (cifra comunque pericolosamente elevata) ci troviamo di fronte ad un livello di fallibilità troppo grande. Di fatto quindi, «l'uso di bombe a grappolo in zone densamente abitate - ha dichiarato Kate Gilmor, vicesegretaria generale dell'organizzazione umanitaria Amnesty international - viola chiaramente il divieto di attacchi indiscriminati e pertanto è una grave violazione del diritto umanitario. Gli Usa, il principale fornitore di armi a Israele, così come altri paesi, - ha continuato la Gilmor - dovrebbero cessare di fornire queste munizioni e impegnarsi per una moratoria mondiale sul loro uso». Per accertare le violazioni del diritto umanitario commesse sia dai militari israeliani che dai guerriglieri hezbollah, Amnesty international, due giorni fa, ha lanciato un appello ai ministri degli esteri dell'Ue affinché «sostengano attivamente» la proposta dell'Onu di istituire una commissione d'inchiesta.
Un timido primo passo lo ha compiuto Tel Aviv che ieri per voce di un suo rappresentante militare ha detto di aver consegnato all'Unifil «le carte che indicano in termini generali le zone del sud del Libano dove potrebbero esserci ancora esplosivi di vario genere». La risposta delle Nazioni Unite intanto non si è fatta attendere ed ha istituito, attraverso il Consiglio per i diritti umani, una commissione d'inchiesta composta da tre esperti legali provenienti da Brasile, Tanzania e Grecia.

 


 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/02-Settembre-2006/art38.html

Se l'Europa fa da foglia di fico all'aggressione israeliana


Daniel Amit


Qui a Gerusalemme abbiamo vissuto questa guerra di distruzione del Libano con grande angoscia e frustrazione. È apparso subito chiaro che questo orrore era stato premeditato. Non è stato minimamente conseguenza dell'incidente di frontiera in cui sono stati catturati i due militari israeliani. È stato invece lanciato con la palese connivenza (materiale e politica) degli Stati uniti e dalla Gran Bretagna (il cosiddetto «asse del bene»). Eppure, le forze pacifiste si sono trovate per lo più paralizzate. La manifestazione più grande ha radunato 2000-3000 persone. I massimi portavoce di quel movimento - come Yehoshua, Grossmann, Oz, Sobol - così come il movimento Peace Now, si sono lasciati convincere ad assumere, dopo tanto tempo, il ruolo di «violenti giusti» dalla parte del potere e del consenso nazionale.
Un partito laburista allo sbaraglio
Non minori sono stati la confusione e il disorientamento creati dal partito laburista, secondo partito della coalizione. Questo partito era stato eletto con alla testa Amir Peretz, leader sindacalista, pacifista, con un'agenda la cui massima priorità era la situazione sociale, che proprio oggi ha raggiunto (secondo il rapporto dell'Istituto della previdenza sociale) nuovi massimi di tassi di povertà. Eppure, il governo ha votato tagli alla spesa sociale (per finanziare la guerra) con i voti dei laburisti. E Peretz, ministro della difesa, ha assunto fin dal primo istante un atteggiamento estremamente bellicoso.Questa combinazione tra una vita da oppositore anti-guerra e la necessità di ottenere una legittimità maggioritaria, è una miscela politico-psicologica micidiale.
Il nuovo ruolo dell'Italia
In questo contesto per la prima volta nella memoria israeliana, l'Italia è finita al centro dei notiziari e molto ben vista dagli ambienti governativi. Tanti bollettini richiamano le parole del ministro degli esteri italiano e del rapporto speciale che si è venuto a creare tra lui e la sua omologa israeliana. Tutto questo in un ambito in cui Israele interpreta il ruolo dell'Onu come un garante degli obiettivi militari mancati dalla violenza militare.
Ma le notizie dal fronte pacifista italiano, sempre da lontano e attraverso internet, testimoniano di una sindrome simile a quella della sinistra israeliana. Sembra una corsa al sostegno del ruolo italiano nel sud-Libano come forza militare sotto l'egida dell'Onu. Da un lato appare una rivincita sul ruolo italiano umiliante, e assai controverso, in Iraq, in Afghanistan, in Kosovo. Le considerazioni politiche della guerra e del dopo-guerra nel Libano sembrano del tutto assenti. L'unica cosa che si propone come giustificazione di quella esultanza è il fatto che l'intervento militare (perché di intervento militare si tratta) è coperto dalla risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza. Sembra proprio quella tipica euforia legata al rovesciamento dei ruoli: eravamo in forte opposizione alla presenza militare italiana in Iraq perché non era sancita dall'Onu. Ora stiamo orgogliosamente a favore perché i nostri sono al governo, e l'Onu siamo noi.
Ma questo ragionamento rischia di incappare in un errore logico. Essere contrari a un intervento militare non sancito dall'Onu è un dovere categorico. Esso non implica minimamente che sia giustificato sostenere (in modo acritico) un intervento militare votato (in extremis) dal Consiglio di sicurezza. Il ruolo dell'Onu in questo conflitto è quantomeno ambiguo. Se l'Onu fosse intervenuta tempestivamente dopo l'inizio dell'attacco, puntando sull'offensore (Israele) e sui complici (Stati uniti e Gran Bretagna) e imponendo un cessate-il-fuoco e un ritiro immediati, con pagamento dei danni, e minacciando sanzioni in caso di omissione, si sarebbe guadagnata un minimo di fiducia.
Il silenzio di Kofi Annan
Invece l'attacco è stato fatto proseguire per 33 giorni, con flusso continuo di materiale bellico dagli Stati uniti, con la Rice che definiva gli obiettivi e Blair che li giustificava. Inoltre, le esternazioni del segretario generale Kofi Annan, in visita in questi giorni nella regione, dimostrano apertamente che il ruolo concepito dalla massima autorità dell'Onu non è ristabilire un ordine internazionale decente. Annan non critica nessuno; richiede la liberazione dei due militari prigionieri israeliani, obiettivo mancato della guerra, ma non menziona i detenuti libanesi nelle prigioni israeliane (e ce ne sono parecchi), né la gravità della violazione (che persiste) dell'integrità territoriale del Libano; né il fatto che durante le ultime settimane sono stati uccisi più di 200 palestinesi nella striscia di Gaza; né del fatto che una gran parte del sistema governativo palestinese, democraticamente eletto, è stato rapito da Israele (formalmente parlando).
Una deflagrazione inevitabile
Sembra sempre più logico attribuire all'Onu e al suo segretario generale il ruolo di «interprete» per coloro che sono militarmente più forti. E l'Europa, che si vanta di aver trovato il suo ruolo di autonomia in politica estera, purtroppo si presta al ruolo di foglia di fico in questo schema. Il problema è che questo sviluppo non rappresenta solo la mancata realizzazione di un ideale di rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani (il che non sarebbe poco), ma che soprattutto costituisce una ricetta di instabilità foriera di una prossima deflagrazione, che in Israele è considerata ineluttabile.
Tutti questi argomenti non toccano molto la gente al potere, purtroppo. Loro fanno i debiti calcoli di rischi e benefici. Ma da qualche parte dovrebbero essere preservata una dimensione di autonomia, che confronti la realpolitik della nostra epoca con uno specchio critico senza compromessi, e che continui a pensare soluzioni giuste e durature ai conflitti internazionali.

 


http://www.democrazialegalita.it/barbara_medioriente.htm
 

Ezboqua, ezbollà.....

Vicende drammatiche, fatti storici e “sentito dire” sulla guerra in Medioriente

di Barbara Fois

 

Martedì 29 agosto il primo contingente italiano parte per il Libano. Il punto è: cosa ci andiamo a fare davvero? Qual è il ruolo delle truppe dei caschi blu delle nazioni unite? Stiamo andando per stabilire finalmente la pace, o per fare un favore a Israele? Troppi obiettivi reali restano oscuri e dell’Occidente che va in Medioeriente non c’è troppo da fidarsi: purtroppo cinquant’anni di parzialità tutte a favore di Israele hanno reso il mondo arabo-musulmano comprensibilmente sospettoso e diffidente. Non so cosa potrebbe capitare se questa spedizione fosse l’ennesimo aiuto e fiancheggiamento a Israele.

 Il mondo Occidentale grida contro l’uso dell’energia atomica in Iran e non dice niente delle 5 testate nucleari di Israele. Si grida allo scandalo perchè le comunità musulmane danno dei nazisti agli Israeliani, ma – come ha documentato così bene Marco Ottanelli nel suo articolo – è normale usare questo epiteto a sproposito da parte della destra razzista verso i suoi avversari . Due pesi e due misure, come sempre.

E la gente cosa sa di questa guerra, di questa ennesima invasione di Israele? Sa cos’è Hezbollah? Da quello che si sente in giro non sembrerebbe “Ezbollà è un talebano amico di Osanna (sic) Binladen” come disse un beneinformato intervistato in TV.  Tanti auguri! E’ ovvio che se l’informazione è a questo livello, la gente può essere manipolata come fa più comodo.

Certo, la gente qualsiasi, l’ormai leggendaria signora Cogodda che vende le uova al mercato, non saprà chi  sono e cos’è Hezbollah ( o anche Hizbullah), ma i giornalisti e i politici occidentali lo sanno bene! Sanno che Hezbollah ( il partito di Dio), espressione della corrente Sciita, è nato nel lontano 1982 nel Libano ed è il partito della resistenza libanese all’invasione israeliana. Sono i “partigiani” libanesi. E sono oggi parte integrante del governo libanese. L’alleanza sciita - che rappresenta la maggioranza del popolo libanese - è presenta con ben 35 deputati su 128 nel parlamento di Beirut. Sono stati eletti in libere e democratiche elezioni.  E sinceramente tacciare un popolo che resiste a un’occupazione straniera come “terrorista” è davvero il colmo.

Dunque la “scusa” trovata questa volta da Israele per invadere terre altrui è davvero miserabile! Chi dice che l’episodio scatenante sia stato il sequestro dei due soldati israeliani., lo fa per trovare una giustificazione. E chi dice che la risposta israeliana sia stata “sproporzionata” sta usando come minimo un eufemismo: entrare coi carrarmati in un paese libero, invaderlo, distruggerlo, uccidere centinaia di persone, decine di bambini ( il massacro di Cana ve lo ricordate?), radere al suolo città con bombardamenti di ogni tipo, compreso il fosforo bianco, per due soldati rapiti è una reazione sproporzionata e basta? E quanti palestinesi sono stati rapiti e mitragliati e uccisi e nessuno ha detto nulla? “Sono circa 8 000 i palestinesi rapiti, in carcere senza processo e accuse, come a Guantànamo, ci sono anche donne e ragazzi. Ci sono ancora resistenti libanesi nelle prigioni israeliane, rapiti in tempi di pace, anche se la resistenza all'occupazione del Libano meridionale ha cacciato gli Israeliani nel 2000.” Scrive Mauro Manno e non ha torto. (http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=831&Itemid=).

Ma perchè e come è successo questo rapimento? Dove sono stati sequestrati i due soldati?? In casa loro? Nella loro terra? Non ci risulta! Ma perchè sono stati rapiti? Un comunicato emesso dagli Hezbollah a Beirut ha annunciato il rapimento dei due soldati che, si afferma, «è stato attuato per onorare l'impegno di liberare i prigionieri e i detenuti arabi in Israele. I soldati israeliani non verrano riconsegnati fino a che non verranno rilasciati i detenuti arabi nelle carceri di Tel Aviv». A questo è stato risposto, sprezzantemente, arrogantemente da Israele:
«La reazione dell'esercito d'Israele sarà violenta, estesa e diversa rispetto a quanto abbiamo mai visto in passato». A parlare è il portavoce dell'esercito dell'esercito israeliano Fikai Idrai.

Cosa ne pensa la Resistenza libanese di tutto questo? Su Rinascita c’è una interessante intervista di Dagoberto H. Bellucci a Trad Hamadeh, ministro del Lavoro del governo di Fouad Siniora. Hamadeh appartiene, come il suo collega di Governo Mohamed Fneish al Dicastero dell’Energia, al partito di Dio, cioè a Hezbollah. Vediamo alcune opinioni di Hamadeh:

“La guerra che hanno scatenato non è contro Hizbullah ma contro il Libano. È un aggressione contro il popolo libanese e lo Stato libanese e gli Stati Uniti stanno attivamente sostenendo la guerra israeliana contro il nostro paese. Voi sapete perfettamente che il presidente Bush ha dichiarato pubblicamente di voler cambiare il volto e la carta geopolitica del Medio Oriente. Questa volontà egemonica americana oltrepassa abbondantemente la stessa questione nazionale libanese ma, allo stesso tempo, ha favorito la ripresa del dialogo tra tutte le componenti della politica libanese, tra tutti i partiti, per cercare di trovare assieme una soluzione comune, accettata da tutti, sui punti essenziali per quanto concerne il nostro sistema di difesa nazionale. Abbiamo già trovato una strada per la soluzione dei nostri problemi nazionali con la costituzione della tavola rotonda per il dialogo nazionale, un organismo che raggruppa tutte le diverse anime politiche del Libano. Questa guerra è arrivata chiaramente per impedire che le forze politiche libanesi trovassero da sole una soluzione ai loro problemi".
http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=826&Itemid=

D’altra parte Israele parla della propria guerra come di una guerra di liberazione. Ma liberazione da che, da chi? Come ha osservato  Mauro Manno “Una lotta di liberazione è tale perché libera un territorio da una potenza coloniale, non dai suoi abitanti. Il sionismo invece ha patteggiato con l'impero britannico il possesso della Palestina e infine l'ha 'liberata' dei suoi abitanti palestinesi, per costruire uno Stato che oggi costituisce la punta di diamante dell'imperialismo occidentale, quello americano in testa.”
 La violenza Israeliana è sotto gli occhi di tutti. E dopo il massacro ingiustificabile di Cana, la sua popolarità è in picchiata nell’opinione pubblica ,  ma poi accade qualcosa di insperato, che forse può quasi “pareggiare” i conti: un pacifista italiano viene accoltellato da un arabo....  E leggete un po’ cosa scrivono nel sito di Israele:

 “ Siamo addolorati per l’assassinio del giovane comunista (sic!) Angelo Frammartino che e' stato accoltellato a morte dalla stessa gente che era venuto a sostenere. Questo forse aprira' gli occhi a tutti coloro che credono che il fondamentalismo islamico faccia differenze tra la gente di sinistra e quella di destra. Per loro gli occidentali sono tutti uguali. La guerra oggi e' una guerra tra due civilta'! L'Europa e' la nuova culla del integralismo islamico. In Europa gli arabi vengono accolti a braccia aperte e la loro rivoluzione la faranno dall'interno. Basti guardare all'Inghilterra, Francia, Italia, Germania, Olanda, Danimarca, Svizzera, Spagna “ .http://www.greconet.com/davidben.htm

Nessun commento è necessario. E d’altra parte non si può criticare Israele e la sua  bellicosa aggressività senza essere opportunamente accusati di antisemitismo. Che bella scusa! Che cinismo impareggiabile, nascondere la propria crudeltà dietro la tragedia della Shoà! Vorrei che fosse chiaro, ma davvero chiaro a tutti, che nessuno di noi è antisemita e nemmeno è dalla parte del terrorismo. Di nessun colore, di nessuna parte politica. Ma tutti  siamo contro ogni forma di sopraffazione, di violenza, di prepotenza.  Però se si torna indietro nel tempo e si legge la storia di questi cinquant’anni di lotte fra palestinesi e israeliani, si capisce subito dove sta la ragione e dove il torto. L’unico modo che abbiamo oggi  per sconfiggere il terrorismo è dare finalmente giustizia al popolo palestinese. Perchè chi non ottiene giustizia è matematico che si farà vendetta. Speriamo che i padroni del mondo finalmente lo capiscano.

Ma adesso ripercorriamo insieme le tappe più salienti di questo scontro, di questa guerra infinita fra arabi e israeliani. Forse siamo alla stretta finale.  Dir così è un modo semplicistico, è vero,  per definire una situazione complessa e intricata, che ha radici molto lontane e che coinvolge etnie e religioni diverse. Un conflitto tortuoso, lungo, con ramificate implicazioni politico-religiose e pesanti condizionamenti internazionali.

Tutto comincia nel 1948 quando l’ONU riconosce i diritti dello stato di Israele, ma non quelli della Palestina. Eh sì, una brutta partenza. Il punto è tutto qui. Ma purtroppo non è il solo. La storia del conflitto israeliano-palestinese è una storia di soprusi e di violenze, di silenzi colpevoli, di ingiustizie inaudite. Seguiamone i momenti più significativi.

Nel 1897 un ebreo svizzero, Theodor Herzl, fonda a Basilea l’Organizzazione Sionista Mondiale, che ha come primo dei suoi scopi quello di far tornare in Palestina tutti gli ebrei. Da lì erano stati scacciati ben 1700 anni prima, quando l’imperatore Adriano, dopo aver soffocato nel sangue l’ennesima rivolta, deportò gli ebrei in ogni angolo dell’Impero romano e cambiò perfino il nome della Provincia Judea, chiamandola Syria Palestina. Dalla fine dell’Impero romano la storia di quest’angolo di Mediterraneo è passata attraverso mille guerre e contese, non certo ultime le Crociate, restando poi saldamente in mano ai Turchi, per molti secoli.

 Nel 1870 comunque, grazie al nascente movimento sionista, gli ebrei si riaffacciano alla Terra Promessa e fondano una comunità agricola: Mikve’ Israel, che poi diventerà la città di Tel Aviv. Da questo momento migliaia e migliaia di ebrei, provenienti da tutta Europa, arriveranno in Palestina, ma solo nel 1897, come dicevamo, con la fondazione dell’OSM e il Primo Congresso Sionista, si proclama esplicitamente il diritto del popolo ebraico alla sua rinascina nazionale sul suolo dei suoi padri: la Palestina.

Il rapporto fra ebrei è arabi è allora di 1 a 40, 50 anni dopo, nel 1947, sarà di 1 a 2.

Ma la Palestina è in questi anni un protettorato britannico e gli inglesi vedono di malocchio la crescita dell’elemento ebraico sul suolo palestinese: sanno che gli ebrei non li lasceranno spadroneggiare come hanno fatto fino ad ora. Si arriva a scontri armati fra ebrei e truppe britanniche, come l’episodio della nave “Exodus”, carica di ebrei in gran parte scampati ai campi di sterminio, testimonia.

 Ma la fine della seconda Guerra Mondiale ha rivelato anche l’eccidio di 6 milioni di ebrei. A questo punto non può più venir ignorato il diritto di un popolo che ha pagato con le camere a gas e i forni crematori l’appartenenza alla religione ebraica. Inoltre le lobbies ebree americane premono e sono ricche e potenti.

Il 29 novembre 1947 l’assemblea generale dell’ONU con la risoluzione n.181 vota a favore della creazione in Palestina di uno stato ebraico e di uno stato arabo (33 voti a favore,13 contrari e 10 astenuti).

Ma questa risoluzione era stata presa sulla testa di chi già abitava questa terra, così in seguito al piano di spartizione votato dall’ONU, l’Alto comitato Arabo proclamò 3 giorni di sciopero che registrò vari episodi di violenza. Scoppiò così una vera e propria guerra civile, che vide di fronte gli Arabi, divisi in diverse ed eterogenee formazioni, e gli Israeliani invece molto meglio organizzati e armati. L’Hagana, la milizia ebraica clandestina, fu  trasformata nel nucleo di un esercito regolare, formato da 6 brigate, agli ordini  di Ygael Yadin. In questa guerra ci furono degli episodi terribili, come il massacro del villaggio arabo di Deir Yassin, dove due gruppi ebraici estremisti uccisero senza alcun motivo 250 arabi palestinesi e poi invece l’attacco a un convoglio medico di ebrei che costò la vita a 70 persone.

 

Il 14 maggio 1948 a Tel Aviv, a  sorpresa, il leader  David Ben Gurion proclama lo stato d’Israele. Il riconoscimento degli USA arriva dopo 11 minuti (!!), seguito da quello dell’URSS. A dire che quest’atto non era certo un colpo di testa di un leader con manie di grandezza, ma era parte di un disegno politico che riguardava i delicati equilibri di potere in Medioriente. Disegno di cui nulla sapevano tuttavia gli stati arabi confinanti. E infatti subito scoppia una guerra con Egitto, Siria, Transgiordania, Libano e Iraq.  In realtà di questi stati solo l’Egitto aveva armi e un esercito addestrato. Inoltre la Transgiordania si accordò segretamente con Israele e, promettendo una linea morbida, si assicurò i territori a ovest del Giordano.

Gli israeliani misero sotto assedio le città di Ramle e Lydda che erano state assegnate alla Palestina dal piano di spartizione ma per la loro posizione strategica erano diventate un obbiettivo del neonato stato ebraico. Ben Gurion in persona diede l'ordine di evacuare i 70.000 abitanti che, nel caldo torrido estivo, furono costretti a mettersi in viaggio verso Ramallah. Un centinaio di loro morì durante il tragitto..... Il 18 luglio entrò in vigore un seconda tregua durante la quale Bernadotte, mediatore del conflitto delle Nazioni Unite, lavorò a una soluzione diplomatica. Il 16 settembre presentò le sue conclusioni: Israele avrebbe mantenuto la Galilea ma abbandonato gran parte del Negev e restituito le città di Ramle e Lydda. Gerusalemme doveva costituire un corpum separatum amministrato dalle Nazioni Unite. Ai rifugiati palestinesi doveva essere garantito il diritto di tornare nelle loro terre Poco dopo la consegna del piano, Bernadotte fu ucciso da ebrei estremisti. La guerra proseguì. Israele voleva risolvere sul campo la questione del Negev ma ad un passo dalla totale conquista del deserto un errore costò l'arresto di una avanzata che sembrava inarrestabile. Cinque caccia israeliani abbatterono per errore cinque velivoli britannici che stavano portando aiuti agli egiziani nel Sinai. Nella prospettiva di una guerra globale gli americani intervennero e posero fine alle ostilità. Gli israeliani avevano allargato notevolmente i loro confini assicurandosi Gerusalemme ovest e il Negev, tranne una piccola area che fu chiamata Striscia di Gaza. “ http://www.paceinmedioriente.it/default.asp

La guerra finirà nel 1949 e vedrà Israele ingrandire i propri confini a spese della Galilea, a nord e di Negev a sud. L’armistizio dividerà la città di Gerusalemme fra Giordania e Israele, ma soprattutto vedrà 400.000 profughi arabi, fuggiti da Israele durante la guerra e stipati in campi profughi, vicino al confine. Quei campi dovevano essere una  soluzione provvisoria, ma esistono tuttora.

Nel 1956 Israele invade la penisola del Sinai, dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte del governo egiziano di Nasser, e conquista Gaza e Sharm el Sheik. Israele si ritira solo dopo che, nel 1957 le Nazioni Unite le garantiscono l’accesso al Golfo. Ma chi vuole leggere il punto di vista di Israele può andare sul sito http://www.greconet.com/davidben.htm#1948 e leggere che “1957 Israele si assicura il passaggio gratis per la sue spedizioni attraverso il Canale di Suez. “ . In questo sito ci sono dei punti di vista molto illuminanti e soprattutto di una parzialità che lascia  sconcertati.

Nel 1964 Viene fondata l'Organizzazione per la liberalizzazione della Palestina (OLP). Fu creata in un vertice arabo con lo scopo di istituire un’ organizzazione palestinese in grado di contrapporsi allo stato di Israele.

Nel 1967 Israele attacca ancora: è la cosiddetta “Guerra dei 6 giorni” guidata dal generale Moshe Dayan, che in tre giorni occupa coi carri armati tutta la penisola del Sinai, le alture del Gholan, la Cisgiordania, la città vecchia di Gerusalemme e Gaza.

Il 5 giugno 1967, da Tel Aviv, un comunicato ufficiale annuncia che violenti scontri sono cominciati nella parte sud di Israele, a seguito della penetrazione di carri armati egiziani in territorio israeliano con l’appoggio dell’aviazione.
Radio Cairo annuncia che Israele ha attaccato la Repubblica Araba Unita (Rau) e che le forze egiziane stanno resistendo al nemico.
Ma com’era iniziata questa guerra?
Israele sosteneva di sentirsi minacciata, perchè si intravedeva un’alleanza militare tra Egitto, Siria e Giordania, percepita dalla comunità internazionale come una vera e propria minaccia alla “sopravvivenza” dello Stato ebraico. Dopo la richiesta da parte dell’Egitto, dell’allontanamento dei caschi blu dell’ONU dal Sinai, dove stazionavano in base ad accordi presi dopo la guerra di Suez è Israele a prendere l’iniziativa e a inventarsi la formula della “guerra preventiva”.
In sei giorni, dopo aver annientato a sorpresa nelle prime ore dello scontro l’intera aviazione egiziana, Israele occupa per la seconda volta il Sinai e per la prima volta i territori palestinesi a Ovest del Giordano, annessi nel ’50 al regno di Giordania.
In altri due giorni, nonostante la tregua proclamata dall’ONU e accettata dagli Stati arabi, si impadroniscono delle alture del Golan in territorio siriano.
Con il tempo, gli stessi capi militari israeliani (tra cui il generale Rabin, il generale Peled e lo stesso
generale Dayan, ministro della difesa) ammetteranno che una presunta minaccia di distruzione era inconsistente, sia dal punto di vista della forza, sia nelle intenzioni.
L’intento di Nasser probabilmente era quello, sfruttando il nuovo quadro internazionale, di riaprire la questione israelo-araba.
Tuttavia il bottino della “guerra dei sei giorni”, fu per Israele molto importante: era entrata in possesso dell’intero territorio della Palestina originaria, Gerusalemme Est compresa.
In una prima fase, c’era una qualche disponibilità ad uno scambio di pace contro territori.
Ma le emozioni scatenate dalla vittoria militare portarono definitivamente alla colonizzazione dei territori occupati e la popolazione palestinese ad insorgere.

http://guide.supereva.com/storia/interventi/2005/02/198914.shtml

Come ha scritto Noam Chomsky in un suo articolo intitolato “Lo stallo”, questa guerra israeliana piaceva molto agli Stati Uniti “Ma la guerra aveva portato il mondo pericolosamente vicino a uno scontro fra superpotenze. Si temevano minacciose comunicazioni sulla “linea calda” tra Washington e Mosca “ Kosygin era stato chiaro con Johnson: “Se volete la guerra, l’avrete!” aveva minacciato. Era necessario far qualcosa e subito. Il processo diplomatico che ne seguì portò alla risoluzione ONU n.242, che prevedeva una pace completa in cambio di un completo ritiro israeliano. Ma la 242 non venne attuata: i paesi arabi rifiutarono di accordare una pace completa e Israele rifiutò di ritirarsi completamente “ Notate che la 242 – scrive Chomsky – è piattamente negazionista: non offre nulla ai palestinesi, che vengono contemplati solo in relazione al problema dei rifugiati.”

Nel 1970 il presidente egiziano Sadat accolse la proposta del mediatore dell’ONU Gunnar Jarring di una pace completa con Israele, ma Israele rifiutò affermando che non si sarebbe ritirata entro i confini precedenti al 5 giugno del 1967. A questo punto gli USA erano in una situazione imbarazzante: Sadat aveva abbracciato le loro posizioni e Israele, sua alleata, invece si diceva non disposta ad accettarla. Che fare? Henry Kissinger si inventò una posizione di stallo “sulla base di motivazioni così bizzarre che è stato necessario ignorarle, probabilmente a causa dell’imbarazzo...- spiega Chomsky - Da allora gli Stati Uniti hanno negato non solo i diritti dei palestinesi ( all’epoca forti del consenso interno) ma anche le disposizioni di ritiro della risoluzione 242 così come erano intese dai suoi autori – compresi gli Stati Uniti, contrariamente alle invenzioni successive. Anche queste sono cose che “non starebbe bene “ dire. Pertanto, l’intera vicenda è vietata: espulsa dalla storia.” Il rifiuto della 242 da parte degli USA, su imput di Kisynger, ha cancellato la questione del ritiro di Israele dai territori occupati.

http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/me3_stallo.html

E’ naturale che questo sia letto come un elemento di forte provocazione da parte palestinese.

Che nel frattempo, come abbiamo detto, si è organizzata nell’OLP ( organizzazione per la liberazione della Palestina) e di cui Yasser Arafat diventerà capo carismatico. L’OLP è il braccio armato e politico del movimento che vuol dare una terra ai palestinesi. Tuttavia l’audacia di alcuni gruppi palestinesi come l’FPLP ( Fronte per la liberazione della Palestina), decisi a trasformare la Giordania in uno stato rivoluzionario che facesse da base di operazioni contro Israele, e per far questo pronti a rovesciare il re, aveva fatto propendere re Hussein ( dopo due attentati alla sua vita) per l’espulsione dell’OLP dal territorio giordano, anche con la violenza. Durante il feroce scontro (avvenuto in settembre, da cui il nome) infatti, alcuni palestinesi si decisero addirittura ad attraversare la frontiera e ad arrendersi agli israeliani pur di non finire trucidati dai soldati giordani. “È la fine di ogni speranza di vedere i paesi arabi uniti nella lotta. È un tradimento storico. La Giordania si schiaccia su Israele, i palestinesi di nuovo un popolo senza stato e nazione. Combattono, fuggono in Libano e finiscono nei campi di Sabra e Chatila. Per la prima volta si sentono davvero soli. Nasce, insieme a un violento sentimento di rivalsa, Settembre nero, un gruppo non si sa quanto autonomo di Al fatah.”

 “Settembre Nero” era l’erede dell’FPLP nell’ambito del terrorismo internazionale e sulla sua costituzione ci sono pareri discordi: alcuni sostengono che il gruppo non sia mai stato ufficialmente autorizzato dai vertici al Fatah ( movimento fondato dai “moderati” palestinesi per resistere all’onda lunga dell’estremismo palestinese) nè fu mai alle dipendenze di Yasser Arafat, altri ritengono invece che fosse il braccio segreto del Raiss. Questo piccolo gruppo era in effetti molto più agile ed efficace per compiere attentati rispetto alla pesante struttura di al Fatah già infiltrata dai servizi segreti giordani e israeliani.
Gli obiettivi di Settembre Nero erano inizialmente quelli di colpire obiettivi giordani, poi di incrinare le relazioni tra paesi arabi ed occidentali incitando alla lotta i giovani palestinesi, infine ma non ultimo l’obiettivo di colpire il nemico israeliano in ogni luogo in cui si trovasse. La prima operazione scattò il 28 settembre 1971 contro il primo ministro giordano Wasfi Tall fedele luogotenente di Re Hussein, ucciso nella hall dell’Hotel Sheraton del Cairo. Proprio dopo l’assassinio di Wasfi Tall, Settembre Nero allargò il suo raggio d’azione per colpire tutti i nemici della rivoluzione palestinese nel mondo. Il triennio 1971-1973 vide una grande concentrazione di attentati terroristici fuori dalla Palestina e dallo stato di Israele con 60 operazioni solo nel ’73, contro le due del ’68.
Tra gli attentati di Settembre Nero spiccano quello fallito all’ambasciatore giordano a Londra nel dicembre 1971, il sabotaggio in una centrale di gas naturale in Olanda rea di inviare gas ad Israele, l’uccisione di cinque cittadini giordani a Colonia perché sospettati di attività anti-palestinesi nel febbraio del 1972. Il bollettino stesso di al Fatah (Hissad al Assifa) annunciava,, nel febbraio del 1972, il sabotaggio allo stabilimento elettronico di Amburgo, perché vendeva materiale all’esercito israeliano. L’8 maggio sempre del 1972 un Boeing 707 della Sabena carico di passeggeri veniva dirottato all’aeroporto di Lod presso Tel Aviv, i due dirottatori chiedevano la liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi finendo però uccisi assieme ad un passeggero, nel tentativo israeliano di liberare gli ostaggi.
Il sabotaggio dell’oleodotto di Trieste del 4 agosto 1972 precedette la clamorosa “operazione” delle Olimpiadi di Monaco nel settembre del 1972.

Il 5 settembre 1972 “Settembre nero” fa irruzione negli alloggi della squadra israeliana al Villaggio olimpico di Monaco. Nell'operazione due degli undici atleti israeliani vengono uccisi, mentre gli altri vengono presi in ostaggio. La richiesta avanzata dai terroristi consiste nella liberazione di 250 palestinesi e libanesi arrestati in Libano dall'Esercito Israeliano. Le autorità tedesche fanno credere ai terroristi che le loro richieste vengono accettate, e la loro fuga protetta, ma all'arrivo all'aeroporto la polizia tedesca tenta un blitz, che fallisce lasciando sul campo gli undici atleti israeliani e cinque degli otto terroristi del commando :”la storia dell'assalto di Settembre nero al villaggio olimpico non si esaurisce il 6 agosto 1972. I suoi strascichi si faranno sentire per anni. Grazie a un dirottamento aereo i tre fedayin vengono liberati. Mentre il ministro degli interni Genscher e lo stato maggiore della polizia bavarese rimossi. Ha inizio la rappresaglia di Israele che bombarda alcune basi dell'Olp in Siria e Libano l'8 settembre `72 e poi conduce un'operazione di terra in Libano il 16 settembre. Il Mossad, con l'operazione «vendetta di dio» avvia una rappresaglia condotta da spie e uomini dell'intelligence che seminerà morte per anni.

http://www.ilmanifesto.it/g8/dopogenova/41263d2a41683.html

Per vendicarsi della “Guerra dei 6 giorni” Egitto e Siria si coalizzarono contro Israele e sferrarono un attacco congiunto a sorpresa rispettivamente nel Sinai e nel Golan, territori conquistati sei anni prima appunto nella guerra dei 6 giorni. Scoppiava così la cosiddetta Guerra del Kippur, detta anche Guerra del Ramadan o Guerra d'ottobre , che durò dal 6 al 23 ottobre 1973 . Dopo un iniziale serie di vittorie sirio-egiziane, Israele si riorganizzò e passò al contrattacco: già nella seconda settimana di guerra le armate siriane erano state buttate fuori dal Golan, mentre nel Sinai gli egiziani erano stati isolati e gli israeliani erano a loro volta penetrati in territorio egiziano, superando il canale di Suez che era considerato il confine. Rapidamente si arrivò a un “cessate il fuoco”, con un trattato firmato a Camp David, che riportava una apparente normalità nei rapporti fra Egitto e Israele. L’Egitto comunque riconobbe lo stato di Israele e cominciò a staccarsi dall’orbita dell’URSS. Tanto che nel 1979 firmerà una  pace separata con Israele. Quanto ai rapporti con la Siria: dopo la creazione di uno stato cuscinetto nel Golan nel 1974, Israele si annetterà quei territori nel 1981.

Nel 1973 l’OLP ottiene il riconoscimento da parte di 114 stati, come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese.

 Nel 1977 Il presidente egiziano Sadat, nel tentativo di abbattere la "barriera psicologica del sospetto" (queste le sue parole) tra il suo paese e Israele, fece un discorso all'Assemblea del popolo in cui annunciò che "era pronto ad andare in Israele a fare la pace". Undici giorni dopo, il 20 novembre 1977, Sadat andò in visita alla Knesset con lo scopo di intavolare con il primo ministro israeliano Begin un negoziato di pace per l'intera regione mediorientale. La pace arrivò due anni più tardi, nel 1979, quando Sadat e Begin, il premier israeliano, firmarono un accordo a Camp David, mediatore il presidente americano Jimmy Carter. In cambio del riconoscimento di Israele, l’Egitto ebbe indietro la penisola del Sinai. I due paesi stabilirono normali relazioni diplomatiche, ma la Lega araba espulse l’Egitto dal suo seno, per aver firmato la pace con Israele.

Il 6 giugno 1982 parte la cosiddetta operazione “Pace in Galilea”, che di pacifico non ha proprio niente, dato che è l’aggressione di Israele al Libano.  Come ha detto Chomsky nell’intervista pubblicata nel nostro sito (www.democrazialegalita.it, nella traduzione di Bernardino Tolomei) ”L'invasione del 1982  fu messa in atto dopo che per un anno Israele aveva regolarmente bombardato il Libano,  cercando disperatamente di provocare qualche violazione della tregua del 1981 da parte dell'OLP, e, avendo fallito, attaccò comunque, con il ridicolo pretesto che l'ambasciatore Argov era stato ferito (da Abu Nidal, il quale era in contrasto con l'OLP).  L'invasione mirava chiaramente,  come  in pratica veniva riconosciuto, a mettere fine alle imbarazzanti iniziative dell'OLP per un negoziato, una "vera catastrofe" per Israele come puntualizzò Yehoshua Porat.”  In poco tempo le truppe israeliane accerchiano Beirut, sottoponendo la città e i poveri cittadini inermi a bombardamenti inumani. Il mondo occidentale sta a guardare questa incredibile violenza, senza batter ciglio. Ma vediamo come e perchè comincia.

 Dopo il Settembre nero e l’ espulsione dalla Giordania, i guerriglieri palestinesi si erano rifugiati nel sud del Libano che diventò presto teatro di numerosi scontri. Nel marzo del 1978 Israele lanciò una prima offensiva contro le roccaforti dell’OLP occupando il Libano fino a sud del fiume Litani ma, dopo le minacce del presidente americano Carter, il primo ministro israeliano Begin diede l'ordine di ritirarsi. Ma in realtà si trattava solo di una mossa strategica, perchè Israele, in quel periodo sotto il governo di destra di Begin e Sharon, non aveva nessuna intenzione di ritirarsi, tanto che il 6 giugno 1982, come dicevamo, diede il via all'operazione "Pace in Galilea": in poche settimane le truppe israeliane misero sotto assedio la città di Beirut. Ancora una volta gli Stati Uniti intervennero per imporre il cessate il fuoco: il 12 agosto il presidente Reagan telefonò a Begin chiedendogli di porre fine a un massacro ingiustificato. Il giorno dopo cessarono le ostilità. L'Olp stilò una lista contenente i nomi dei guerriglieri da fare espatriare sotto la protezione di truppe degli Stati Uniti, dell'Italia e della Francia. Il 3 settembre completato l'espatrio le forze multinazionali lasciarono il Libano pensando di aver evitato il peggio. Ma il 14 settembre fu ucciso Bashir Gemayel, capo delle falangi cristiane-maronite e alleato di Israele nella lotta contro i palestinesi in Libano e avversario di Joumblatt, eletto presidente della Repubblica libanese. La mattina successiva le truppe israeliane ritornarono ad assediare la parte ovest della città di Beirut. Ma ora non essendoci più i guerriglieri i campi profughi erano senza protezione. A questo punto l’esercito israeliano pensò bene di non  sporcarsi le mani e non esporsi in primo piano e affidò alle forze falangiste la cattura dei terroristi (?) nei campi profughi. In realtà si trattò solo di un vero e proprio massacro di Sabra e Chatila. E’ questa una pagina vergognosa della storia già lunga dei misfatti di Israele: la notte tra il 16 e il 17 settembre, le bande dei falangisti cristiani entrarono nei campi profughi di Sabra e Chatila con il pretesto di eliminare gli ultimi gruppi combattenti e per vendicare la morte di Gemayel, compiendo una feroce strage. I morti furono 3.000 (le fonti Olp parlano di almeno il doppio), e Israele fu accusato di corresponsabilità (insieme all'Onu secondo l'accusa di Arafat) per aver lasciato senza protezione i campi profughi e aver permesso così indirettamente (?) l'orrenda strage. Strage che colpì il mondo intero per la sua cruenza. Frettolosamente fu ricomposta una forza internazionale mentre Israele si ritirava mantenendo tuttavia una zona di sicurezza nel sud del paese. Il 23 ottobre gli sciiti, in minoranza rispetto ai sunniti in Libano ma particolarmente agguerriti, sferrarono un attacco contro le truppe francesi e americane causando la morte di 78 soldati francesi e 241 marines. Il presidente Reagan, in pieno periodo elettorale, annunciò il ritiro delle sue truppe. L'opinione pubblica sempre più contraria portò Israele a effettuare un ulteriore ritiro anche se fu mantenuta una zona di sicurezza. In Israele, la già inquieta opinione pubblica reagì alla notizia della strage: i partiti di opposizione e il movimento pacifista di Shalom Akshav organizzarono una manifestazione alla quale presero parte oltre 400.000 persone (il 10% della popolazione). Si instaurò un autoprocesso nazionale nel quale si chiedevano la fine della guerra in Libano e una commissione che giudicasse i responsabili. La commissione Kahan (dal nome del presidente della Corte Suprema) giunse, nel 1983, a una serie di risultati: pur escludendo una partecipazione diretta degli israeliani alla strage di Sabra e Chatila, si indicavano come responsabili di grave negligenza il ministro della difesa Sharon, il ministro degli esteri Shamir, il capo di stato maggiore Eytan e quello dei servizi di informazione Saguy. Ma nessuno si scusò nemmeno formalmente di questo massacro. E’ in occasione di questa pagina di guerra ingiusta e crudele che nasce Hezbollah, l’organizzazione di resistenza libanese.

 La rabbia e il rancore covano a lungo, continuamente alimentate dalla protervia e violenza di Israele, così nel 1987 scoppia la prima “Intifada” (deriva dal verbo "nfada" che vuol dire scrollare, levarsi di dosso qualcosa), una rivolta del tutto spontanea dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania contro l'occupazione militare israeliana. Al ventesimo anniversario della guerra dei sei giorni, nei Territori occupati circa il 50% della popolazione era nata e vissuta sotto l'occupazione. Era aumentata inoltre la diffidenza del popolo palestinese rispetto ai paesi arabi, colpevoli a loro giudizio (e non solo) di averli sempre messi in secondo piano. Si era sviluppata una società civile capace di produrre centri culturali, associazioni e organizzazioni femminili. Combattevano soprattutto contro i coloni ebrei che all'inizio degli anni'80 erano arrivati a 70.000 unità in Cisgiordania e 2.000 nella Striscia di Gaza. Gli scontri si susseguiranno negli anni, alimentando un odio che ormai è insanabile, in entrambi i campi.

Hamas è una organizzazione che prende piede in Palestina nell’agosto del 1988, dopo cioè l’invasione e occupazione di Israele dei territori della Cisgiordania e della striscia di Gaza, con la famosa prima intifada. L’obiettivo da raggiungere è, in un primo tempo,  quello di cacciare gli Israeliani, con ogni mezzo. Ma poi nel tempo obiettivi e metodi sono cambiati, anche perché  nel frattempo nessuno ha riconosciuto i diritti dei palestinesi. Così il clima si è esasperato ed estremizzato, ovviamente, e l’obiettivo è diventato quello di instaurare uno stato islamico, ormai in un territorio circondato da quelli sotto Israele. Hamas non ha mai fatto parte dell’OLP, ma anzi: è stata il primo nemico di Yasser Arafat e per questo è stata non solo tollerata, ma – alla fine degli anni ’80- anche favorita dai vari governi israeliani, proprio per indebolire l’OLP. Chi è causa del suo mal…

Hamas ha un braccio militare e uno assistenziale. Quest’ultimo si occupa di dare aiuto e sostegno ai palestinesi, costruisce scuole, si preoccupa dell’educazione e del sostentamento dei bambini e dei giovani, molti dei quali sono orfani. E’ ovvio che in questo modo sia molto popolare! Del resto gli interessi di Hamas e quelli dello stato di Israele coincidono: nessuno dei due vuole la pace e inoltre vuole distruggere l’altro. Chiunque si sia opposto a questa dicotomia demenziale è stato fatto fuori: Rabin da una parte, Arafat dall’altra. La ragione è stata bandita e ora non resta che il fanatismo, da una parte e dall’altra.

Nel 1993 sembra che si arrivi a una svolta: Arafat da una parte e Yitzhak Rabin dall’altra, firmano a Washington un primo trattato di pace, che vede la Cisgiordania e Gaza autonome ( per questo accordo Arafat, Rabin e Peres riceveranno il Nobel della pace). Ma c’è chi la pace non la vuole e che siano gli israeliani a non volerla è presto detto: un colono ebreo entra in una moschea e uccide 39 palestinesi che stanno pregando. Incomincia una spirale di attentati e di violenza sempre più ravvicinati e feroci. Israele si ritira lentamente dalla Cisgiordania, da Gaza e da Gerico.  Arafat entra a Gaza e rapidamente assume il controllo politico e culturale della regione. Trattative segrete in Norvegia fra OLP e Israele portano a un trattato di reciproco riconoscimento, che comprende una limitata autonomia palestinese a Gaza e Gerico e in prospettiva un accordo destinato a risolvere lo stato di Gaza e della Cisgiordania. L'accordo è sigillato dalla stretta di mano Arafat-Rabin alla Casa Bianca (13 settembre 1993). La Knesset e il Consiglio centrale dell'Olp ratificano l'accordo con 61 voti favorevoli, 50 contrari e 8 astenuti, il primo organo; 63 favorevoli e 8 contrari, ma con molte assenze, il secondo. Il 30 dicembre 1993 lo Stato di Israele e la Santa Sede sottoscrivono un accordo che sancisce il reciproco riconoscimento. La pace sembra a portata di mano.

Due anni dopo, nel 1995,  Israele e OLP firmano un accordo per allargare le aree dell’ autonomia

Palestinese, ma il 4 novembre uno studente israeliano dell’estrema destra spara su Rabin uccidendolo.  E così giustifica il suo abominevole gesto “Rabin voleva consegnare Israele agli arabi.” Un anno dopo l’assassino verrà condannato all’ergastolo , ma il peso di questo omicidio riporterà indietro di molti anni i rapporti di pace nel Medioriente. Nelle elezioni del 1996, infatti, vincono i conservatori e Netanyahu diventa il capo del governo e annuncia subito che non restituirà il Golan. La destra guerrafondaia, violenta e rapace ha vinto, arrivando cinicamente anche a uccidere uno dei suoi leader, Rabin, uomo di pace. La notizia della vittoria dei falchi sulle colombe porta a nuovi scontri fra i coloni israeliani e i palestinesi.

 

Nell’aprile del 1996 Israele si inventa l’”Operazione furore” per rispondere agli attacchi degli Hezbollah nell'Alta Galilea. Per la prima volta dal 1982 viene bombardata anche Beirut. Il bilancio dei bombardamenti è di circa 200 morti

Nel 1998 viene faticosamente siglato un ennesimo nuovo accordo di pace fra Arafat e Netanyahu, con la mediazione di Bill Clinton e dell’ormai già malatissimo re giordano Hussein. Si tratta di una sorta di scambio “terra contro pace”, che prevede il ritiro ritiro in tre fasi di Israele dal 13% dei Territori della Cisgiordania; dall’altra parte l'Autorità palestinese si impegna a mettere in prigione 30 persone che Israele sospetta di terrorismo e lo Stato ebraico si impegna a liberare 750 detenuti palestinesi. I palestinesi si impegnano a cancellare nella Carta dell'OLP le clausole sulla distruzione dello Stato di Israele.

Nel 1999 Gli elettori israeliani rispondono positivamente alla campagna del nuovo leader laburista Ehud Barak, il militare più decorato della storia d'Israele, che sconfigge alle elezioni con largo margine Benjamin Netanyahu. Le prospettive di una vera pace sembrano buone. In settembre Barak e Arafat firmano un accordo per attuare le intese che erano state firmate l'anno prima a Wye Mills.

A Camp David nelle montagne del Maryland, nel 2000, iniziano i negoziati a tre per un accordo-quadro tra Israele e l'Autorità palestinese. Bill Clinton esorta entrambe le parti a fare concessioni "perché nessuno può ottenere il 100% di ciò che vuole a vantaggio del proprio Paese”. Ma per Arafat non è possibile sottoscrivere questo accordo: altro che non ottenere il 100% delle proprie aspettative! Questo accordo in realtà negava allo stato Palestinese la propria indipendenza “e la possibilità di svolgere le proprie funzioni, in quanto basata sulla divisione del territorio palestinese in quattro cantoni separati, completamente circondati, e quindi controllati, da Israele. Inoltre, la proposta di Camp David negava ai palestinesi il controllo delle proprie frontiere, dello spazio aereo e delle risorse idriche, mentre legittimava ed espandeva le colonie israeliane illegali in territorio palestinese. La proposta israeliana di Camp David ridisegnava l’occupazione militare, invece di porvi termine....... La proposta israeliana divideva la Palestina in quattro cantoni separati, circondati da Israele: Cisgiordania Settentrionale, Cisgiordania Centrale, Cisgiordania Meridionale e Gaza. Il passaggio da un’area all’altra avrebbe richiesto l’attraversamento di territori sotto sovranità israeliana, assoggettando così al controllo israeliano gli spostamenti dei palestinesi all’interno del loro paese. Tali restrizioni avrebbero riguardato, oltre al movimento delle persone, anche il trasporto delle merci, ponendo, di fatto, anche l’economia palestinese sotto controllo israeliano. Infine, la proposta di Camp David assegnava la sorveglianza di tutte le frontiere dello Stato palestinese a Israele consentendo a quest’ultimo di controllare, oltre che i movimenti interni di persone e beni, anche quelli internazionali. Uno Stato palestinese così configurato avrebbe avuto meno sovranità e poteri dei bantustan creati dal governo sudafricano durante l’apartheid” http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/28/28A20020509.html

Nel 2001 I negoziati si bloccano sul problema dei profughi palestinesi e sullo statuto di Gerusalemme. Prende forma il Piano Clinton: il 95% dei territori della Cisgiordania e Gaza ai palestinesi; sovranità palestinese sull'Haram el Sharif; sovranità israeliana sul Muro del Pianto e sul sottosuolo della Spianata delle Moschee; Gerusalemme Est capitale del futuro Stato palestinese; no al diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi (Israele si impegna ad acconsentire un rientro simbolico di 100.000 profughi). In febbraio Sharon vince le elezioni con il 62,5% dei voti, dura la sconfitta di Barak. Ogni volta che si profila all’orizzonte la pace, in Israele vincono le destre. Non sarà un caso!

Il 28 settembre esplode la seconda sollevazione palestinese o nuova Intifadah. E' originata dalla visita provocatoria del leader del Likud, Ariel Sharon, che si è messo a passeggiare sulla Spianata delle Moschee. Il primo ottobre la nuova Intifadah dilaga nelle località abitate da arabi in Israele. I morti sono 12, tra cui un soldato israeliano e due bambini di dieci anni. Inizia l'escalation militare: in quindici mesi, fino al gennaio 2002, il numero delle vittime è stato di 1132: 872 palestinesi e 238 israeliani.  La destra di Israele porta al potere Sharon, che vince su Barak col 62.5% dei voti.

Dicembre: nuovi attentati a Gerusalemme. Israele prepara la rappresaglia. Passano pochi giorni e dei razzi israeliani colpiscono a Gaza tre elicotteri usati dal presidente palestinese per gli spostamenti e la pista dell'aeroporto. Il premier israeliano Ariel Sharon afferma che "la responsabilità di tutto ciò che succede è di Arafat" che viene confinato nella "Moqata", il suo quartiere generale a Ramallah. Resterà così per diversi anni, fra l’assoluta indifferenza dell’Occidente.

Il 27 gennaio 2002 una donna kamikaze si fa esplodere nella centralissima Jaffa Road di Gerusalemme. E' il primo esempio di terrorista donna della nuova Intifada. A febbraio viene completata la bozza di un accordo tra Peres e il presidente del Consiglio legislativo palestinese Abu Ala e il principe ereditario dell'Arabia saudita Abdullah, in un'intervista al "New York Times" rilancia l'idea di pace in cambio di terra. Sempre in febbraio verrà colpito dagli israeliani il quartier generale di Arafat. In seguito il gabinetto israeliano per la sicurezza decide che Arafat continuerà a restare confinato a Ramallah e che potrà circolare liberamente nella città. Al tempo stesso decide di ritirare le truppe e i carri armati che circondano il suo quartiere generale. A marzo in un attentato suicida nel quartiere ultraortodosso di Beit Yisrael, a Gerusalemme, muoiono dieci israeliani. Il 6 marzo elicotteri da combattimento israeliani lanciano due razzi contro un edificio dei servizi d'informazione palestinesi, a Ramallah, adiacente agli uffici di Arafat. Inizia una serie di rappresaglie nelle quali gli israeliani uccideranno più di 50 palestinesi. L'11marzo Israele abolisce le misure di confino di Arafat a Ramallah e gli ridà libertà di movimento, ma solo in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Nel comunicato si afferma che la revoca del confino è una conseguenza dell'arresto dei responsabili dell'uccisione del ministro del turismo e dell'arresto di uno degli organizzatori del tentativo di contrabbandare armi dall'Iran nei territori palestinesi. Per tutto l’anno, quasi a giorni alterni si susseguono attentati, ritorsioni e proposte di pace. L’ONU approva  la risoluzione 1379, che in realtà ricalca in parte la vecchia 242, proponendo"una regione nella quale due Stati, Israele e la Palestina, vivano fianco a fianco, all'interno di frontiere riconosciute e sicure". Il 28 aprile 2002 Yasser Arafat scioglie Al Fatah. Nel cuore della notte, il presidente palestinese annuncia la decisione di abolire il movimento politico da lui fondato e di cui è ancora, almeno formalmente, il capo. Il motivo sembra evidente: Al Fatah è diventato troppo estremista e radicale, trasformandosi in un'organizzazione militare che si è messa alla testa della rivolta, l'Intifada scoppiata sette mesi prima.

Alla fine del 2004 muore Arafat. Il tempo dell’OLP è finito. Inizia l’era ascendente di Hezbollah. Hezbollah ( o “partito di Dio”)è un gruppo informale degli Sciiti libanesi che fu fondato nel 1982, dopo l’invasione israeliana del Libano, terminata dopo 22 anni di occupazione nel 2000. Hezbollah  è stata l’organizzazione dominante nella guerriglia contro l’occupazione israeliana, contro cui Shimon Perez scatenò l’offensiva nel 1996, chiamata “Operazione furore”. E’ ovvio dunque che in Libano continui a esserci questa organizzazione, visto anche che Israele ha un’altra volta invaso quel territorio. Ed è altrettanto ovvio che lo stato libanese  non la consideri una organizzazione terroristica. A questo proposito Chomsky scrive “Il problema delle armi di Hezbollah è senza dubbio molto serio. La risoluzione 1559 chiede il disarmo di tutte le milizie libanesi, ma il Libano non l'ha messa in atto.  Il primo ministro sunnita Fuad Siniora descrive l'ala militare di Hezbollah come un tipo di "resistenza piuttosto che una milizia, e quindi esentata" dalla risoluzione 1559.”

 Ma vediamo gli ultimi avvenimenti.

Con il roboante titolo "Operazione giusta ricompensa", in pieno stile guerra americana, Israele ha sferrato un attacco massiccio e con una forza distruttiva senza limiti, utilizzando come pretesto la cattura di due soldati israeliani da parte degli Hezbollah.
Le prime operazioni sono scattate all'alba del 13 luglio, e anche se Israele aveva annunciato di voler colpire solo obiettivi militari il risultato è stata l'uccisione fino ad oggi di centinaia di civili.
Interrotte inoltre molte vie di comunicazione, i ponti che collegano sia il nord che il sud della città di
Beirut, le autostrade principali e l'aeroporto. Molte ad oggi le illegali bombe al fosforo bianco che bruciano ogni cosa. Tutto ciò rende molto difficile i soccorsi.
Nei primi 12 giorni dell’offensiva israeliana sono circa 358 i libanesi uccisi dalle bombe, in gran parte civili, e 1.350 sono i feriti; 35 gli israeliani morti per i razzi hezbollah.

________________________________

Abbiamo potuto ricostruire la storia di questi cinquant’anni grazie alle notizie pubblicate in numerosi siti, che doverosamente vi segnaliamo:

 

E:\Dokumenti\Appunti Palestina\immagini\PALESTINA -   STORIA - CRONOLOGIA.htm

http://guide.supereva.com/storia/interventi/2005/02/198914.shtml

http://www.antonio-ciancaleoni.it/palestina/guerradeiseigiorni.htm

http://www.ilmanifesto.it/g8/dopogenova/41263d2a41683.html

http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/me3_stallo.html

http://www.zmag.org/Italy/hass-alfatah.htm

http://www.larivistadelmanifesto.it/indici/tematico/Conflitto_arabo-israeliano.html

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/42/42A20030911.html   (Giulietto Chiesa)

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/28/28A20020509.html  (Camp David) di Al-Miftah 28.5.2002

http://www.paceinmedioriente.it/default.asp

http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=70676 (sui bambini palestrinesi e israeliani)

http://www.tmcrew.org/int/palestina/bookisrael.htm (antisionismo in Israele)

http://www.arabiliberali.it/tarek.html

http://www.dsonline.it/stampa/documenti/dettaglio.asp?id_doc=35790

http://www.dsonline.it/stampa/documenti/dettaglio.asp?id_doc=35790

http://www.news.rai.it/news/articolonews/0,9217,1067117,00.html

http://www.israel.com/

http://www.israele.net/prec_website/analisi/27120242.html

http://www.greconet.com/davidben.htm

http://www.tabaccheria21.net/ragioni.htm


http://www.democrazialegalita.it/nazista_no.htm

 

“Nazista” non si dice! (quasi mai)

L’Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche ha pubblicato, a pagamento, una inserzione sul Quotidiano Nazionale (La Nazione, Il  Resto del Carlino e il Giorno) nel quale, elencando le – comunque  innegabili- stragi di civili ad opera delle armi israeliane, paragona appunto tali stragi a quelle naziste. Siccome “nazista” è un termine feroce, effettivamente esagerato, offensivo storicamente e soprattutto non conforme ai termini di paragone, condividiamo l’indignazione e lo scandalo di coloro che hanno reagito a tale iniziativa dell’Ucoii, compreso il ministro degli interni Amato che ha convocato la consulta islamica per chiedere chiarimenti e che si propone di istituire un pool di sorveglianza anti razzista, e la procura di Roma, che, dopo le denuncie di alcuni esponenti di Forza Italia, sta indagando su istigazione all’odio razziale; perché, giustamente, “nazista” non si dice. Però, come sempre in Italia, su questo campo fiorito di anime belle, aleggia il tanfo di una putrida ipocrisia.

 

Perché, laddove lo si voglia, invece, “nazista” si dice, eccome!, si può dire, si rivendica il diritto di dirlo, di rovesciare questo epiteto con tutta l’odiosa rabbia possibile. A più riprese, reiteratamente, e con orgoglio macho e italica passione.

 

Come scordare la lunga litania a suon di “nazisti rossi” “nazismo rosso” et similia di Umberto Bossi, ex ministro della Repubblica? Qualche citazione tra le centinaia reperibili in giro:

la Lega riparte dai valori basici contro i nazisti rossi e i banchieri centrali". (dichiarazioni ai giornali, 2000)

“Quella roba lì mi sembra una montatura, è la sinistra che si inventa un martire. Quella roba lì è roba sporca, di nazisti rossi". (sulle scritte razziste a Milano, 2003)

Non vogliono darci il federalismo? Ce lo prenderemo, nazisti rossi!” (comizio a Pavia, 2002)

sono loro, le sinistre, i nuovi nazisti” (dichiarazioni ai giornali, 2004).

Visto che quando il leader parla, leghista risponde, simili frasi sono riscontrabili nei discorsi e dichiarazioni di molti esponenti di quel partito e sue emanzioni, compreso quel manifestino fatto affiggere in provincia di Varese nel 2001 che recitava, in maiscolone, “Nazisti rossi, dateci la libertà!”.

L’allora ministro della giustizia Castelli, riferendosi al mandato di cattura europeo,  volle estendere il concetto a tutta la UE: “''In Europa tira una brutta aria, i nazisti rossi cercano in tutti i modi di negare ai cittadini la libertà di esprimere le proprie opinioni.” (2003)

 

E se quelle sono accuse generiche dei soliti leghisti, ce ne sono anche di più specifiche e qualificate. Per esempio, contro gli scienziati , nonché i politici, che sostengono la ricerca sulle cellule staminali: Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale del “Corriere della Sera” del 17 settembre 2004 scriveva: “La selezione genetica degli embrioni inevitabilmente riecheggia, almeno nel principio, la prassi eugenetica che fu del nazionalsocialismo”, mentre sul referendum relativo alle legge sulla procreazione assistita, si scatenavano i cattolici di ogni tendenza. L’allora ministro in carica Giovanardi, UDC, fece stampare ed affiggere un elegante manifesto sulla raccolta delle firme per l’abrogazione della legge 40 che raffigurava una parata nazista, con Adolf Hitler in primo piano , ed il seguente testo: “anche loro avrebbero firmato”. Non citiamo, per non intaccare la dignità del nostro giornale, gli sproloqui di Oriana Fallaci e i tanti articoli del Foglio e dintorni ricalcanti questi toni.

 

Berlusconi ha sfoggiato, pochi e terribili anni fa,  la sua ars oratoria a Strasburgo dando del kapò ad un deputato socialdemocratico tedesco: Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti: la suggerirò per il ruolo di kapò. Lei è perfetto!!” (tratto dalla trascrizione ufficiale del Parlamento Europeo, compreso il doppio punto esclamativo, ndr)

 

Per tornare in Italia, la legge sulla par condicio, fu definita da Gasparri “di stampo nazista”  (ottobre 1999), e nel 1996 la presidente della Commissione Antimafia dell’epoca, Titti Parenti, prima Forza Italia, oggi Margherita, osò definire nazisti i giudici di Palermo "Ero sicura che avrebbero condannato Contrada e come sono sicura che condanneranno Andreotti, la sua sentenza è già scritta. Sono tutte sentenze già scritte, sentenze alla storia, tipiche dei regimi nazisti". Ci furono poi le famose vignette di Forattini che disegnava Massimo D’Alema vestito da gerarca nazista

 

Qualcuno dice che non ci siamo ancora? Che la gravità dell’inserzione dell’Unicoii sta nel fatto che paragona addirittura uno Stato sovrano al nazismo? L’avvento al potere di Haider, che è una mammoletta in confronto ad un qualunque Borghezio de noantri, fece gridare, spesso da sinistra, alla nazificazione dell’intera Austria, come minimo della Carinzia. Non è ancora sufficiente? Ci pensa il solito Giovanardi, sempre come ministro in carica, a pareggiare i conti, prendendosela con i Paesi Bassi: “La legislazione nazista e le idee di Hitler in Europa stanno riemergendo, come ad esempio in Olanda attraverso l'eutanasia” (radio anch’io, 2006). Alle reazioni di politici italiani ed europei, seppe rispondere Calderoli : “sono favorevole che si apra una crisi con l'Olanda, non possiamo stare dalla parte di Mengele”. (ndr: sulle calderolate ulteriori, soprassediamo). Qualcuno ha denunciato i leghisti per istigazioni all’odio razziale contro gli olandesi? Non ne abbiamo notizia.

 

La domanda allora che ci facciamo è questa: è reato dare del nazista a qualcuno, o è reato dare del nazista solo allo stato di Israele, o non è reato né in un caso né in un altro? Attendiamo delucidazioni da giuristi esperti, grazie.


 

http://www.democrazialegalita.it/tolomei_chomsky.htm

Traduzione di Bernardino Tolomei

 

APOCALYPSE NEAR

08/09/06

Intervista a Noam Chomsky di Merav Yudilovitch

 

  Nelle scorse settimae un gruppo di importanti intellettuali ha pubblicato una lettera aperta di critica ad Israele per l'intensificarsi del conflitto in Medio Oriente. La lettera, che si riferiva principalmente al dispiegamento di forze tra Israele e l'Autorità Palestinese, ha causato molta rabbia tra i lettori di Ynet e Ynetnews, in particolare per l'affermazione che il fine della politica israeliana è di eliminare la nazione palestinese.

 

La lettera è stata redatta dal critico d'arte e scrittore John Berger e tra i firmatari ci sono il premio Nobel e commediografo Harold Pinter, il linguista e teorico Noam Chomsky, il premio Nobel José Saramago, il premio Booker Arundhati Roy, l'autore americano Russell Banks, lo scrittore e sceneggiatore Gore Vidal e lo storico Howard Zinn.

 

  Prof. Chomsky, lei ha affermato che provocazione e contro-provocazione servono solo a distrarre dal punto cruciale. Cosa intende?

 

  N.C.  Penso che lei si riferisca alla lettera di John Berger (che io ho firmato con altri). Il "punto cruciale" che viene ignorato è la distruzione sistematica di ogni prospettiva di un'autonoma esistenza palestinese, dato che Israele si annette le terre migliori e le principali risorse, lasciando ai palestinesi territori sempre più ridotti, simili a cantoni ingovernabili, separati l'uno dall'altro, e da quel pezzetto di Gerusalemme che forse verrà loro concesso, completamente circondati mentre Israele si prende la valle del Giordano.

 

Questo piano di riassetto  travestito cinicamente da "ritiro" naturalmente è del tutto illegale, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e della decisione unanime della Corte Mondiale (compresa la dichiarazione contraria del giudice americano Buergenthal). Se verrà attuato come previsto, significherà la fine di quel vastissimo consenso internazionale per la soluzione a due stati che USA e Israele hanno bloccato unilateralmente per 30 anni – fatti che sono così ben documentati che non serve analizzarli ora.

 

Tornando ora alla sua domanda specifica, anche uno sguardo di sfuggita alla stampa occidentale rivela che gli eventi cruciali nei territori occupati sono messi ancora di più in secondo piano dalla guerra in Libano. La distruzione continua di Gaza, che comunque raramente era documentata in modo accurato, si è ora dissolta sullo sfondo e la sistematica occupazione della West Bank è praticamente scomparsa.

 

Comunque non mi spingerò a dire, come suggerisce la sua domanda, che fosse questo il proposito della guerra, anche se chiaramente ne è l'effetto. Dovremmo ricordarci che Gaza e la West Bank sono riconosciute come un tutto unico, quindi se la resistenza ai progetti distruttivi e illegali di Israele è legittima nella West Bank (e sarebbe interessante sentire un spiegazione razionale del contrario), allora è legittima anche a Gaza.

 

  Lei afferma che i media del mondo rifiutano di mettere in relazione tra loro i fatti dei territori occupati e quelli del Libano?

 

  N.C. Si, ma questa è la minore delle accuse che dovrebbero essere mosse ai media del mondo e in generale agli intellettuali. Una delle accuse molto più serie è mossa nel paragrafo iniziale della lettera di Berger.

 

Ricostruiamo i fatti. Il 25 giugno è stato catturato il caporale Gilad Shalit, il che ha causato in tutto il mondo alte grida di sdegno ogni giorno più alte, ed una forte escalation degli attacchi israeliani su Gaza, sulla base che la cattura di un soldato è un grave crimine per il quale deve essere punita la popolazione.

 

Il giorno prima, il 24 giugno, le forze israeliane avevano rapito due civili di Gaza, Osama e Mustafa Muamar, crimine molto più grave sotto ogni punto di vista della cattura di un soldato. Il rapimento dei Muamar era sicuramente noto ai principali media del mondo. Sono stati immediatamente riferiti dalla stampa israeliana in lingua inglese, sostanzialmente bollettini delle IDF (Forze Armate Israeliane). E ci sono state alcune note brevi, sparse e riduttive in molti giornali americani.

 

Molto significativamente non c'è stato nessun commento, nessuno strascico, nessuna richiesta di  attacchi militari o terroristici contro Israele. Basta una ricerca su Google per rivelarci quale sia per l'Occidente il rapporto tra il rapimento di civili da parte delle IDF e la cattura il giorno dopo di un soldato israeliano.

 

Il confronto tra i due eventi, ad un giorno di distanza, dimostra con crudezza che lo sdegno per il rapimento di Shalit era un cinico inganno. Rivela che per gli standard morali occidentali il rapimento di civili sta bene se fatto dalla "nostra parte", ma la cattura di un soldato della "nostra parte" è un crimine riprovevole che richiede una severa punizione della popolazione.

 

Come ha correttamente scritto Gideon Levy su Ha'aretz (quotidiano israeliano, ndt), il rapimento di civili da parte delle IDF il giorno prima della cattura del caporale Shalit toglie ogni "base di legittimità alle operazioni delle IDF", e, possiamo aggiungere noi, ogni base di legittimità al sostegno a queste operazioni.

 

Gli stessi principi morali elementari si applicano al rapimento di due soldati israeliani vicino alla frontiera libanese , il 12 luglio, accentuati in questo caso dalla pratica regolarmente attuata da Israele per molti anni di rapire dei libanesi e tenerli come ostaggi per lunghi periodi.

 

Nei molti anni in cui Israele ha messo in atto regolarmente queste pratiche, perfino rapimenti in mare aperto, nessuno mai ha affermato che questi crimini giustificassero dei raid e dei bombardamenti su Israele, l'invasione e la distruzione di gran parte del paese, o atti di terrorismo al suo interno. La conclusione è chiara, spiacevole e del tutto non ambigua – per cui viene taciuta.

 

Tutto questo ovviamente è di straordinaria importanza nel caso presente, in particolare data la drammaticità del momento. E' per questo, io penso, che i media principali hanno scelto di tralasciare i fatti cruciali, a parte pochi cenni sparsi e riduttivi, mostrando quanto essi considerino il rapimento una cosa insignificante, se perpetrato dalle forze israeliane supportate dagli USA.

 

I difensori dei crimini di stato dicono che il rapimento di Gaza è giustificato dall'affermazione delle IDF che si tratta di "militanti di Hamas", o che essi stavano progettando dei crimini. Secondo la loro logica, allora si dovrebbe approvare la cattura di Gilad Shalit, un soldato di un esercito che stava bombardando Gaza. Queste trovate sono davvero vergognose.

 

  Lei parla come di una priorità del riconoscimento della nazione palestinese, ma questo risolverà la "minaccia iraniana"? Farà ritirare Hezbollah dal confine israeliano?

 

  N.C.  Praticamente tutti gli osservatori informati concordano sul fatto che una corretta ed equa risoluzione della tragedia palestinese indebolirebbe considerevolmente la rabbia e l'odio per Israele e gli USA nei mondi arabo e musulmano, e molto di più, come rivelano sondaggi internazionali. Un tale accordo è sicuramente a portata di mano, se USA e Israele si liberassero della loro costante politica del rifiuto.

 

Su Iran e Hezbollah naturalmente c'è molto altro da dire, qui posso solo ricordare qualche aspetto principale.

 

Cominciamo dall'Iran. Nel 2003, l'Iran offrì di negoziare con gli USA tutti le questioni calde, comprese le questioni nucleari ed una soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese. L'offerta fu fatta dal governo moderato di Khatami, con l'avvallo del "leader supremo" della linea dura Ayatollah Khamenei. La risposta dell'amministrazione Bush fu di censura al diplomatico svizzero latore dell'offerta.

 

Nel giugno 2006 l'Ayatollah Khamenei fece una dichiarazione ufficiale in cui affermava che l'Iran concorda con i paesi arabi sulla questione della Palestina,  nel senso che accetta l'appello della Lega Araba del 2002, per una piena normalizzazione delle relazioni con Israele all'interno di una soluzione a due stati, secondo l'accordo internazionale. La scelta dei tempi suggerisce che questa può essere stata una critica al suo sottoposto Ahmadinejad, le cui affermazioni focose sono state molto pubblicizzate in occidente, diversamente dalle molto più importanti dichiarazioni del suo superiore Khamenei.

Naturalmente l'OLP ha appoggiato ufficialmente un soluzione a due stati per molti anni, e ha appoggiato la proposta della Lega Araba. Anche Hamas ha manifestato l'intenzione di negoziare un accordo a due stati, come è certo ben noto in Israele. Kharazzi è indicato come l'autore della proposta di Khatami e Khamenei.

 

 Gli USA e Israele non vogliono neanche sentirne parlare. Ne' vogliono sentir dire che l'Iran sembra essere il solo paese ad aver accettato la proposta di Mohammed El Baradei, direttore dell'IAEA (International Atomic Energy Agency), che tutti i materiali fissili utilizzabili in armamenti  siano posti sotto un controllo internazionale, un passo avanti verso un Trattato per la Limitazione dei Materiali Fissili (FMCT) che permetta dei controlli.

 

La proposta di El Baradei, se attuata , non solo metterebbe fine alla crisi nucleare iraniana, ma interesserebbe anche una crisi molto più grande: la crescente minaccia di una guerra nucleare, che induce importanti analisti strategici a mettere in guardia su una "apocalisse presto" (Robert McNamara) se le politiche continuano nell’attuale direzione.

 

Gli USA si oppongono strenuamente ad un trattato che permetta dei controlli, ma contro le obiezioni americane, il trattato è giunto al voto alle Nazioni Unite, dove è passato 147 a 1, con 2 astensioni: Israele, che non può opporsi al suo sostenitore, e, fatto più interessante, la Gran Bretagna di Blair, che conserva un certo grado di sovranità. L'ambasciatore britannico ha dichiarato che la Gran Bretagna sostiene il trattato, ma che esso "divide la comunità internazionale". Ancora una volta, questi sono fatti che vengono praticamente cancellati, al di fuori dei circoli chiusi specialistici, e sono fatti che riguardano  letteralmente la sopravvivenza della specie, andando ben oltre il problema Iran.

 

Si dice di solito che la "comunità internazionale" ha chiesto all'Iran di rinunciare al suo diritto legale di arricchire l'uranio. E' vero, se definiamo la  "comunità internazionale" come Washington e tutti quelli che le vanno dietro. Certo non è vero per il mondo. I paesi non allineati hanno sostenuto con forza l’”inalienabile diritto" dell'Iran di arricchire l'uranio, e, fatto piuttosto notevole, sondaggi internazionali ci dicono che in Turchia, Pakistan e Arabia Saudita la maggioranza della popolazione preferisce un Iran fornito di armi nucleari ad un'azione militare americana.

 

I paesi non allineati hanno chiesto anche un Medio Oriente denuclearizzato, una costante richiesta dell'autentica comunità internazionale, anche questa bloccata da USA e Israele. Si dovrebbe riconoscere che la minaccia delle armi nucleari israeliane è presa molto seriamente nel mondo.

 

Come ha spiegato l'ex comandante in capo dell'US Strategic Command, generale Lee Butler, "è estremamente pericoloso che in quel crogiolo di tensioni che chiamiamo Medio Oriente, una sola nazione si sia armata, visibilmente, con una quantità di armi nucleari, forse centinaia,  e questo, istiga altre nazioni a fare lo stesso". Israele non fa un favore a se stessa ignorando queste preoccupazioni.

 

E' anche interessante che quando l'Iran era comandato dal tiranno installato da un golpe anglo-americano, gli USA , compresi Rumsfeld, Cheney, Kissinger, Wolfowitz e altri, sostenevano con forza i programmi nucleari iraniani che ora condannano, ed aiutarono l'Iran a fornirsi dei mezzi per completarli. Questi fatti non sono stati certo dimenticati dagli iraniani, come non hanno dimenticato il fortissimo appoggio degli USA e dei loro alleati a Saddam Hussein  durante la sua criminale aggressione, compreso l'aiuto dato per sviluppare le armi chimiche che uccisero centinaia di migliaia di iraniani.

 

Ci sarebbe molto altro da dire ancora, ma è chiaro che la "minaccia iraniana" cui lei fa cenno potrebbe essere affrontata con mezzi pacifici, se USA e Israele fossero d’accordo. Non possiamo sapere se le proposte iraniane sono serie se non vengono esaminate.  Il rifiuto di USA e Israele di esaminarle ed il silenzio dei media americani (e, per quanto ne so, europei),  suggerisce che i governi temono che possano essere serie.

 

Aggiungerei che per il resto del mondo suona un po' strano , per dirla gentilmente, che USA e Israele mettano in guardia sulla "minaccia iraniana" quando loro e solo loro stanno minacciando di sferrare un attacco,  minacce immediate e credibili, e seriamente in violazioni delle leggi internazionali, e si stanno preparando apertamente a questo attacco. Comunque la si pensi sull'Iran, non lo si può accusare di questo. E' anche evidente, salvo che a USA e Israele, che l'Iran non ha invaso nessun altro paese, cosa che  USA e Israele fanno regolarmente.

 

Anche a proposito di Hezbollah ci sono cose gravi e serie da dire. Come è ben noto Hezbollah si è formato in reazione all'invasione israeliana del Libano nel 1982 e alla sua dura e brutale occupazione in violazione degli ordini del Consiglio di Sicurezza.  Esso si è guadagnato un notevole prestigio giocando il ruolo principale nella cacciata degli aggressori.

 

L'invasione del 1982  fu messa in atto dopo che per un anno Israele aveva regolarmente bombardato il Libano,  cercando disperatamente di provocare qualche violazione della tregua del 1981 da parte dell'OLP, e, avendo fallito, attaccò comunque, con il ridicolo pretesto che l'ambasciatore Argov era stato ferito (da Abu Nidal, il quale era in contrasto con l'OLP).  L'invasione mirava chiaramente,  come  in pratica veniva riconosciuto, a mettere fine alle imbarazzanti iniziative dell'OLP per un negoziato, una "vera catastrofe" per Israele come puntualizzò Yehoshua Porat.

         

Era, come fu detto allora, una "guerra per la West Bank". Anche la successiva invasione aveva pretesti vergognosi. Nel 1993 Hezbollah aveva violato "le regole del gioco", annunciò Yitzhak Rabin: queste regole israeliane permettevano a Israele di portare attacchi terroristici a nord della "zona di sicurezza" che essa teneva illegalmente, ma non permetteva ritorsioni all'interno di Israele. L'invasione di Peres nel 1996 aveva pretesti simili. E' conveniente dimenticare tutto questo, o imbastire frottole sul bombardamento della Galilea nel 1981, ma non è una pratica simpatica, e neppure saggia.

 

Il problema delle armi di Hezbollah è senza dubbio molto serio. La risoluzione 1559 chiede il disarmo di tutte le milizie libanesi, ma il Libano non l'ha messa in atto.  Il primo ministro sunnita Fuad Siniora descrive l'ala militare di Hezbollah come un tipo di "resistenza piuttosto che una milizia, e quindi esentata" dalla risoluzione 1559.

 

 Un Dialogo Nazionale, nel giugno 2006 non riuscì a risolvere il problema. Il suo fine principale era di formulare una "strategia di difesa nazionale" (nei confronti di Israele), ma restò bloccato sulla richiesta da parte di Hezbollah di "una strategia di difesa che permettesse alla Resistenza Islamica di tenere le sue armi come deterrente ad una possibile aggressione israeliana", in assenza di qualsiasi alternativa credibile. Gli USA avrebbero potuto, fornire una garanzia credibile contro un'invasione del loro stato cliente, se avessero voluto, ma questo avrebbe significato un netto cambiamento di una politica costante.

 

Sullo sfondo abbiamo dei fatti cruciali evidenziati da molti corrispondenti veterani del Medio Oriente. Rami Khouri, ora redattore del libanese Daily Star, scrive che "libanesi e palestinesi hanno risposto ai continui a sempre più selvaggi attacchi di Israele contro intere popolazioni civili con la creazione di leadership parallele o alternative che possano proteggerli e fornire i servizi essenziali".

 

Nella vostra lettera non fate riferimento alle perdite israeliane. C’è differenza secondo lei tra le perdite in guerra di civili israeliani e quelle di libanesi  o palestinesi?

 

  N.C. Questo non è esatto. La lettera di John Berger è molto esplicita nel non fare distinzione tra le perdite israeliane e le altre. Come dice la lettera: “Entrambi i tipi  di missile dilaniano i corpi orrendamente, chi può dimenticare questo per un solo momento, salvo i comandanti in campo?”.

 

  Lei dice che il mondo sta appoggiando  l’invasione Israeliana in Libano e non interferisce con gli eventi di Gaza e Jenin. A quale scopo questo silenzio?

 

  N.C. La grande maggioranza del mondo non può fare altro che protestare, anche se ci si può aspettare che la forte rabbia e il risentimento causati dalla violenza di USA e Israele si dimostreranno come in passato un regalo agli elementi più estremisti e violenti, favorendo nuovi reclutamenti alla loro causa.

 

Le tirannie arabe sostenute dagli USA hanno condannato Hezbollah, ma ora sono costrette a farsi indietro per timore delle loro stesse popolazioni. Perfino re Abdullah dell’Arabia Saudita, il più fedele (e più importante) alleato di Washington, ha dovuto dire che “se l’opzione della pace verrà rifiutata per colpa dell’arroganza israeliana, allora rimane solo l’opzione della guerra, e nessuno sa quali ripercussioni ci saranno sulla regione, compresi guerre e conflitti che non risparmieranno nessuno, neanche quelli che per il loro potere militare sono ora  tendono a giocare col fuoco”.

 

Per quanto riguarda l’Europa, non se la sente di prendere posizione contro l’amministrazione USA, la quale  ha messo in chiaro di appoggiare la distruzione dei palestinesi e la violenza di Israele. Nei confronti della Palestina, anche se l’atteggiamento di Bush è estremo, esso ha radici nelle precedenti politiche. La settimana  di Taba nel gennaio 2001è la sola vera discontinuità in 30 anni nella politica di rifiuto americana.

 

Gli USA hanno anche appoggiato fortemente le precedenti invasioni israeliane del Libano, anche se nel 1982 e nel 1996 costrinsero Israele a porre termine all’aggressione quando le atrocità stavano raggiungendo un livello che danneggiava gli interessi americani.

 

Sfortunatamente si può allargare un commento di Uri Avnery su Dan Halutz, che “vede il mondo attraverso un dispositivo di puntamento”. Questo vale anche per Rumsfeld-Cheney-Rice ed altri strateghi dell’amministrazione Bush, nonostante qualche occasionale retorica conciliante. Come dimostra la storia, questa visione non è rara tra coloro che hanno un sostanziale monopolio degli strumenti di violenza, con conseguenze che non c’è bisogno di elencare.

 

  Quale sarà il prossimo capitolo di questo conflitto mediorientale, per come la vede lei?

 

  N.C. Non conosco nessuno tanto temerario da fare previsioni. Gli USA e Israele stanno suscitando forze popolari che non promettono nulla di buono, e che continueranno a crescere e diventare più estremistiche se USA e Israele insistono a demolire ogni speranza di realizzare i diritti nazionali palestinesi, e a distruggere il Libano. Bisogna anche capire che la prima preoccupazione di Washington, come nel passato, non è Israele e il Libano, ma le grandi risorse di energia del Medio Oriente, riconosciuto 60 anni fa come una “stupenda fonte di potere strategico” e “uno dei più grandi beni materiali nella storia del mondo”.

 

Possiamo aspettarci con sicurezza che gli USA continueranno a fare il possibile per controllare questa ineguagliabile fonte di potere strategico. Può non essere facile. La notevole incompetenza degli strateghi di Bush ha causato una catastrofe in Irak, anche per i loro stessi interessi. Sono perfino di fronte alla possibilità dell’estremo incubo: una larga alleanza shiita che controlli le principali fonti di energia del mondo, e indipendente da Washington, o anche peggio, che stringa legami più stretti con gli organismi cinesi Asian Energy Security Grid e Shanghai Cooperation Council.

 

I risultati potrebbero davvero essere apocalittici. Ed anche nel piccolo Libano, il principale studioso di Hezbollah, e suo aspro critico, descrive il conflitto corrente in “termini apocalittici” mettendo in guardia contro la possibilità che “l’inferno si scateni” se l’esito della campagna di USA e Israele lasciasse una situazione in cui “la comunità shiita dovesse fremere di risentimento verso Israele, gli Stati Uniti ed il governo che verrebbe percepito come il suo traditore”.

 

Non è un segreto che negli anni passati Israele abbia aiutato a distruggere il nazionalismo secolare arabo e a creare Hezbollah e Hamas, proprio come la violenza USA ha accelerato la crescita del fondamentalismo islamico estremista e del terrore della Jihad. Le ragioni sono chiare. Ci sono costanti avvertimenti a questo proposito da parte delle agenzie di intelligence occidentali e dei principali specialisti del settore.

 

Si può nascondere la testa nella sabbia e crogiolarsi nel “consenso diffuso” che quello che facciamo è “giusto e morale” (Maoz), ignorando le lezioni della storia recente, o della semplice razionalità. O si può guardare ai fatti, e affrontare i problemi, che sono molto seri, con mezzi pacifici. Ce ne sono, il loro successo non può essere garantito, ma possiamo avere una ragionevole certezza che guardare il mondo attraverso un dispositivo di puntamento porterà ulteriori sventure e sofferenze, forse anche l’”apocalisse presto”.

 

( http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3286204,00.html )


http://www.democrazialegalita.it/marco/marco_4agosto06.htm

Estero 2006

di Marco Ottanelli

Questo giornale si occupa poco di notizie che giungono fuori dall’Italia. È la nostra linea editoriale e sono le nostre specificità che ci fanno concentrare sulla politica interna, sempre troppo ricca di notizie e scandali. Ma ovviamente siamo attenti e sensibili a quando avviene nel resto del mondo. Mentre è in arrivo il ferragosto, tentiamo un breve excursus di cronache dalle zone più derelitte della Terra, per mantenere viva l’attenzione oltre Mastella e Sandro Bondi. Scusate la sintesi e le invitabili omissioni.

 

LIBANO: Sì, Israele è sotto tiro da mesi, da anni, da decenni. Ci piange il cuore quando sappiamo di morti e feriti in lanci di razzi e in attentati vigliacchi. Ma qua si parla del conflitto libanese. I morti civili sono fino ad oggi circa un migliaio. Dei quali, un terzo bambini sotto i 12 anni. Potremmo e dovremmo fermarci qua per dimostrare, con la evidenza della camminata di Diogene, la intollerabile sproporzione della reazione (o azione?) israeliana. Ma in questo bilancio  vogliamo (dobbiamo) invece includere i più di tremila feriti, il milione di profughi, la distruzione sistematica di tutte le infrastrutture libanesi (centrali, acquedotti, ponti, strade, porti, comunicazioni) e la devastazione di tutte le città del Paese, ben lontane dalle basi Hezbollah. E, senza voler parere cinici, ci mettiamo pure i morti civili israeliani, caduti in un conflitto che il loro governo ha scatenato da un giorno all’altro, senza mai chiamarlo “guerra”, con una ipocrisia che solo le diplomazie , e non i comuni mortali, possono accettare. Usque tandem? Nel frattempo, Olmert, il primo ministro israeliano, ha avuto la faccia tosta, la sfrontatezza, l’impudenza di chiedere una forza di interposizione di soldati dell’ONU “che sia però effettivamente in grado di combattere” (contro Hezbollah, naturalmente!), dopo che le sue truppe avevano proditoriamente bombardato le basi ONU che sono lì, a cercare di interporsi, fin dal 1948, uccidendo quattro caschi blu: un cinese, un finlandese, un austriaco e un canadese. L’attacco è stato definito “deliberato” da parte dello stesso Annan. Almeno altri due soldati delle Nazioni Unite sono stati feriti, tra cui un italiano. E adesso Olmert chiede truppe internazionali che combattano per lui… l’occidente, prono, è pronto a mandare subito a sue spese e a suo rischio i propri uomini. Prodi in testa, naturalmente, perché pare che sia necessario che l’Italia sia presente. Almeno ascoltasse un po’ D’Alema.

 

IRAQ: ma non dovevamo venirne via? Il socialista moderato Zapatero portò le truppe spagnole fuori dall’inferno iraqueno in 24 ore. I Paesi Bassi del democristiano Balkenende (che pure parteciparono all’attacco con USA e GB) si sono ritirati da più di un anno. L’intero Iraq è diventato un mattatoio assolutamente fuori controllo dove le truppe di occupazione (oooppsss… di liberazione) non solo non riescono in nessun modo a frenare attentati e violenze, ma sono spesso causa degli attentati, e si sono macchiate di orribili crimini come omicidi deliberati, stragi di interi villaggi, stupri, bombardamenti indiscriminati, torture, prevaricazioni. I fatti di questo tipo non si contano più, e i responsabili non avranno mai una Norimberga, né ci sarà mai una lapide sulle mille Marzabotto iraquene, perché se le fa la Democrazia, allora il prezzo pagato è equo.  Questo ci dice la dottrina Bush.

Qualche cifra, che speriamo ci scuota dalla assuefazione. Secondo gli ultimi dati, i morti documentati al 4 agosto ’06 nel conflitto iraqueno sono:

 

2585 soldati americani

115 soldati britannici

115 soldati degli altri paesi della coalizione

5128 soldati o poliziotti iraqueni

da un minimo di 39.702 ad un massimo di 44.191 civili iraqueni (la differenza è dovuta ai feriti che si spengono nei giorni successivi, o alle diverse comunicazioni sulle vittime di un singolo attentato),  ma questo dato è aggiornato al 15 luglio.

Un numero imprecisato di morti, ma nell’ordine delle decine di migliaia, comprende i “terroristi”, “combattenti” “ribelli” o come li volete chiamare, i caduti che non è stato possibile identificare con certezza, i morti mai trovati sotto le macerie o nelle sperdute province desertiche, i morti per infezione, fame, malattie, violenze di ogni genere. Stime ottenute con altre metodologie (http://www.unknownnews.net/casualties.html) parlano di un totale generale di circa 250 mila morti. Persino i governanti di Baghdad e il presidente del locale parlamento hanno rivolto appelli agli occidentali affinché lascino il Paese, ma la costruzione della nuova ambasciata statunitense, una cittadella di mezzo Km quadrato che ospiterà ottomila persone fornite di ogni confort (piscine, uffici, centri commerciali, abitazioni) più un piccolo esercito di marines, ci fa pensare più alla costituzione di legazioni di altri tempi, con conseguente semicolonizzazione, che ad un prossimo ritiro dal Golfo.

 

SOMALIA: a 13 anni dal trionfale sbarco delle truppe liberatrici occidentali, che si distinsero in stupri e torture come al solito, il Paese semplicemente non esiste più. Nessuno conta i morti delle mille battaglie tra i vari signori della guerra, molti dei quali sono dovuti scappare il mese scorso, ben accolti su una portaerei del loro alleato americano, dopo che sono stati duramente sconfitti a Mogadiscio dalle cosiddette “Corti Islamiche”, cioè i cattivi. Le quali Corti si stanno apprestando ad attaccare il Somaliland, la parte della Somalia che fu colonia britannica che si era resa sostanzialmente indipendente e che gli occidentali vedevano come un baluardo di stabilità. Solo che lì gli islamici governano dalla metà degli anni ’90. Nel frattempo, a contenere l’avanzata delle Corti, si è mossa l’Etiopia, inviando truppe. Un panorama disastroso.

 

AFGHANISTAN: Nel grande dibattito sul “rifinanziare la nostra missione sì o no”, molte sono state le voci sulle conseguenze e la volontà della maggioranza, pochissime quelle sulla volontà degli afghani. Che muoiono. Dopo i clamorosi e devastanti bombardamenti americani del 2002 (circa 70.000 ordigni ad altissimo potenziale, capaci di perforare e sbriciolare le montagne) e dopo quattro anni e mezzo di guerra, i Talebani non solo non sono stati sconfitti, ma passano al contrattacco. Giusto il primo agosto, ci informano i quotidiani, “tre soldati inglesi sono stati uccisi in un agguato nella provincia di Helmand”, poichè “da lunedì 31 luglio le forze Nato si sono installate anche nel sud del Paese, in quella che è stata definita la più grande operazione di terra nella storia dell'Alleanza. Obiettivo: consentire agli statunitensi di ridurre la missione "Enduring freedom" ( operazione internazionale antiterrorismo a guida statunitense) che è passata da 23.000 a 20.000 unità schierate. È inoltre previsto che la Nato espanda la missione anche nelle zone a est del Paese, anch'esse dominate dai ribelli.” Tutto questo mentre, ogni mattina, i bombardieri occidentali si alzano in volo per martellare ogni cosa colgano nei loro puntatori. Lo stesso Karzai, che sta al potere solo ed esclusivamente grazie alle armi della NATO, ha più volte dovuto protestare per i bombardamenti su capanne, villaggi, feste di matrimonio, funerali, scuole. Quanti i morti, in totale? Nessuno li può contare, ormai. Sappiamo solo che in Afghanistan si combatte, si bombarda, esplodono auto bomba e kamikaze come in Iraq, ma non ci sono telecamere per documentarlo. E i nostri soldati sono lì, sotto il comando americano. A fare esattamente cosa?. Nel dibattito sul rifinanziamento, non se ne è parlato.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/02-Settembre-2006/art8.html

l'opinione


Il disegno strategico degli Usa in Medio Oriente


Lucio Manisco


Temere il fallimento della Unifil-2 non vuol dire augurarselo. Motivare tale timore con l'analisi delle circostanze e degli antefatti politici, diplomatici e militari che hanno preceduto e accompagnato la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu e l'invio di una forza internazionale sui confini del Libano non vuol dire auspicare la ripresa delle ostilità, una improbabile, definitiva vittoria di Hezbollah sul dispositivo militare israeliano, altre migliaia di morti, la devastazione ultimativa di una stato-nazione, la rinuncia a qualsiasi tentativo di avviare a soluzione la questione palestinese, la conflagrazione di una grande guerra mediorientale che oltre all'Iraq e all'Afghanistan coinvolga la Siria, l'Iran, la Nato, l'Europa e l'intero mondo occidentale.
Se così fosse, ha ragione Rossana Rossanda, qualsiasi opposizione, qualsiasi critica all'intervento dell'Onu e alla partecipazione italiana sarebbero inficiate non solo da faziosità, pregiudizi ideologici e «tesi complottistiche» ma da cecità e dissennatezza assolute.
Ecco perché ci sembra opportuno contribuire a un dibattito - a dire il vero pressocché inesistente in Italia dato l'unanimismo imperante - con qualche dato sulle prese di posizione dell'amministrazione statunitense, fattore e motore primario delle crisi e dei conflitti mediorientali, sulle presunte resipiscenze di un presidente alle prese con i clamorosi fallimenti delle sue direttive di politica militare, estera e interna (addirittura influenzato secondo il suo portavoce dalla più che improbabile lettura estiva di Camus) e sull'importanza, determinante per i prevedibili sviluppi internazionali dei prossimi due mesi, della scadenza elettorale di martedì 7 novembre nella repubblica stellata.
Le rivelazioni di Seymour Hersh sulla pianificazione statunitense della guerra in Libano che ha preceduto di molti mesi il «casus belli» della cattura di due soldati israeliani vanno integrate dai documenti e dalle tesi pubblicate nello stesso periodo dai centri dell'ideologia e della strategia «neocon» che dettano legge nell'amministrazione Rumsfeld-Cheney, l'American Enterprise Institute la Foundation for Defense of Democracies, il Center for Security Poicy e il recentemente scomparso Project for a New American Century. Ideologia e strategia perseguite e attuate sul piano pratico a tutti i livelli da personaggi quali Max Boot, Charles Krauthammer, Michael Ledeen e Eliot Abrams. Essenziale, esiziale, l'influenza di quest'ultimo nell'assegnare ad Israele il ruolo di punta di diamante in una grande strategia destinata a disegnare una nuova mappa geopolitica del medioriente colpendo prima Hezbollah e poi la Siria e l'Iran, e portando alle ultime conseguenze le guerre in Iraq e in Afghanistan.
Nella sua veste di primo consigliere per gli affari mediorientali della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato, Eliot Abrams ha accompagnato le missioni del segretario di stato Condoleeza Rice che è riuscita con indubbia abilità diplomatica a bloccare la per 34 giorni la diplomazia internazionale e i suoi tentativi di ottenere il cessate il fuoco nel Libano. Eliot Abrams ha trascorso altre settimane a Tel Aviv prima durante e dopo il conflitto ed ha condizionato, anche se non rientrava nelle sue competenze, lo stanziamento il 20 giugno di 262 milioni di dollari in carburanti speciali per gli F-15 e F-16 israeliani, di un altro mezzo miliardo in bombe a grappolo e «intelligenti» e di una somma più astronomica nel ponte aereo che dagli Stati uniti via le basi aeree nell'East Angla del Regno Unito sta rifornendo di nuovi e più letali armamenti le forze armate di Tel Aviv. Non vi è dubbio che l'inattesa resistenza Hezbollah organizzata sul territorio con una modulazione di tipo svizzero più che mediorientale, abbia imposto una battuta d'arresto ad un'offensiva originariamente programmata sulla durata di dieci, dodici giorni. Non v'è parimenti alcun dubbio che questa battuta d'arresto non abbia alterato il gran disegno strategico dei Cheney, Rumsfeld & Co...
Significativo e preoccupante il ruolo assegnato da Washington alle Nazioni Unite, fino al 14 agosto disconosciuto e negato da quel gran guastatore dell'organizzazione internazionale che è l'ambasciatore Usa Bolton, e poi improvvisamente rivalutato e riportato in primo piano con sollecitazioni martellanti dello stesso presidente Bush. Mancano testimonianze documentali e quindi si entra nel campo di interpretazioni e illazioni alimentate in gran parte dalle difficoltà e dagli ostacoli incontrati da Kofi Annan nella sua missione in M.O. Israele ritirerà le truppe e il blocco navale solo quando la risoluzione 1701 troverà una applicazione completa ed estensiva nella fascia a sud del fiume Litani, e sarà solo Israele a decidere quando tale risultato verrà conseguito anche con operazioni non previste dal mandato Onu come lo smantellamento delle forze Hezbollah e la presenza di una forza internazionale sulle frontiere della Siria. C'è chi pensa non solo nel governo Olmert o in quello statunitense che il compito primario della forza internazionale sia quello di raggiungere i traguardi venuti temporaneamente meno con l'offensiva israeliana e che come è avvenuto in Afghanistan sia auspicabile un passaggio di consegne dall'Onu alla Nato.
Sempre sul piano delle illazioni, si prospetta l'eventualità di un missile a medio raggio di fabbricazione iraniana lanciato dal territorio libanese su un giardino pubblico di Tel Aviv. Non è peraltro materia opinabile che l'amministrazione Rumsfeld-Cheney sia pronta a misure «estreme» entro ottobre per evitare la debacle elettorale del 7 novembre.
Quei pochi che in Italia hanno sollevato le argomentazioni di cui sopra sono stati tacciati di pacifismo suicida e unilateralista, una campagna preventiva indubbiamente efficace ma del tutto sproporzionata soprattutto nei confronti di quei vagiti di un'opposizione parlamentare di sinistra che sembra abbia sostituito il no alla guerra senza se e senza ma con un «nì alla guerra senza me e poi chissà, Tiritiritù? Tiritirità...».


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/05-Settembre-2006/art6.html

l'analisi


Israele e il «rischio» della tregua


Joseph Halevi


Nel 1977 il Presidente Carter fece firmare ad Israele ed all'Egitto gli accordi di Camp Davis che imposero il ritiro completo delle truppe di Tel Aviv dal Sinai. Come contropartita il Cairo si impegnò a smilitarizzare la penisola. Senza la garanzia del ritiro israeliano ciò non sarebbe successo. Analogamente nessuna pacificazione è possible sulla frontiera del Libano senza la garanzia del ritiro israeliano dalle alture del Golan, spopolate dai loro abitanti e colonizzate da Tel Aviv in totale violazione delle risoluzioni dell'Onu. Grazie agli scritti recenti di Carter ora sappiamo che egli condusse le trattative in tutta onestà, considerandole una prima tappa per il ritiro completo delle truppe israeliane da tutti i territori occupati con la guerra del 1967 che, come ammesso dagli stessi generali israeliani dell'epoca e da Beghin nel 1982, fu una scelta politica del governo di Israele. Firmato l'accordo di Camp David il governo israeliano intraprese una politica opposta alla pace accelerando la repressione in Cisgiordania e preparando l'invasione del Libano nel 1982. Quest'ultima venne effettuata per consolidare il controllo sulla Cisgiordania eliminando le basi dell'Olp in Libano meridionale ed a Beirut. Contrariamente alle aspettative di Carter la possibilità di concentrarsi contro i palestinesi ed il Libano scaturì proprio dalla neutralizzazione del peso rappresentato dal fronte del Sinai con l'Egitto.
E la situazione odierna in Libano dal lato israeliano? Per la stampa in lingua ebraica si tratta prevalentemente di una tregua temporanea durante la quale si deve ricostituire la capacità offensive dell'esercito. Avraham Tal su Ha-Aretz del 18 agosto in un articolo intitolato «Preparsi fin d'ora alla prossima guerra» elencava una serie di riforme tecniche in vista del conflitto che, dice, comincerà abbastanza presto. Sull'edizione del 29 agosto Ari Shavit scriveva a chiare lettere e senza nemmeno prendere in considerazione l'arrivo delle truppe Ue-Onu, che «la tabella di marcia ha tempi brevi, molto brevi. Il cessate il fuoco in Libano non è stabile e non lo sarà. La tregua è intrappolata nel dilemma se accettare la potente presenza di Hezbollah oppure intrapendere un'energica azione contro l'organizzazione rischiando così un'escalation». Secondo Shavit il momento cruciale arriverà il prossimo inverno. «Sul fronte iraniano il quadro è limpido: il momento della verità cadrà in inverno. Se gli Usa attaccheranno l'Iran, Israele verrà attaccata. Se gli Stati uniti non attacheranno, allora Israele dovrà far fronte alla più seria minaccia alla sua esistenza dalla data della sua fondazione». In corsivo, perché svela la psicologia dell'establishment israeliano sia esso di destra o liberal democratico. Il pericolo per Israele diventa reale se gli Usa non aggrediranno l'Iran. Shavit non scrive a caso. Il governo ha indebolito il paese, per cui deve andarsene. La tregua sarà corta ed il poco tempo a disposizione deve essere usato per ristabilire la potenza di Israele agli occhi del mondo arabo, dell'Iran e degli stessi Stati uniti. E vale anche la pena di menzionare che, come osservato da Uri Avnery, i capi dei servizi di spionaggio militare parlano apertamente di un prossimo round. Qual è quindi il prossimo scenario più plausibile?
E' augurabile che la tregua regga. E regge, con il nuovo annuncio di Kofi Annan di una trattativa diretta tra Hezbollah e Israele per lo scambio dei prigionieri - l'occasione della guerra, la possibilità finora eslusa da Olmert e perdipiù esplicito riconoscimento degli Hezbollah. Va da sé che la durata della tregua dipende dalla verità di questo annuncio e dal risultato del possibile «scambio». Ma non è escluso, come del resto sta accadendo, che durante la tregua aumenterà l'azione distruttiva di Israele contro la popolazione palestinese a Gaza e non solo - tantopiù che Olmert ormai rivede il ritiro unilaterale dalla Cisgiordania verso la scelta, per ora, di nessun ritiro. La centralità della questione palestinese influirà sulla tregua e sulla tensione nell'area verso la Siria. Non dimentichiamo che alla fine lo stop alla guerra israeliana in Libano è venuto dallo stesso Bush preoccupato che quelle stragi portassero, nel disastro di Baghdad, alla definitiva rottura tra gli Usa e gli sciiti iracheni.

 


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Settembre-2006/art7.html

l'opinione


Libano, perché sono ambigue risoluzione e missione Onu


Gilbert Achcar *


L'Onu (la sua Carta in particolare) - è una preziosa conquista storica - lungi dall'essere perfetto, ma tra il possibile ed il desiderabile, bisogna preservarlo cercando di fare il meglio per migliorarle. Proprio per questo la sistematica violazione dei principi e delle regole stipulate nella Carta, come la deroga crescente al suo principio ispiratore, devono essere vigorosamente condannate.
Il Libano è stato un terreno privilegiato della deriva favorita dalla fine del sistema molto particolare dell'«equilibrio dei poteri» che mutualmente si imponevano le due superpotenze della Guerra fredda fino al 1990. La risoluzione 1559 (2004) del Consiglio di sicurezza (Cs) sul Libano è stata insieme una flagrante violazione della Carta dell'Onu e un monumento all'ipocrisia. Adottata senza deferimento al Cs da parte del governo libanese, proclama la propria fedeltà alla sovranità del Libano ingerendosi contemporaneamente nei suoi affari interni in deroga all'articolo 2, punto 7, della Carta, che proibisce ogni intervento «negli affari che riguardano essenzialmente la competenza di uno Stato». Sarebbe necessaria, d'altronde, una dose straordinaria di ingenuità per credere un solo istante alla fedeltà dei membri permanenti del Cs alla sovranità di uno Stato, diverso dal loro. La risoluzione 1559 - adottata nel 2004 e non prima - si inscrive in maniera evidente nell'azione degli Stati Uniti contro l'Iran sulla scia dell'occupazione dell'Iraq, mirando ai due alleati di Teheran: il regime siriano e l'Hezbollah libanese.
La risoluzione 1701 dell'11 agosto 2006 si inserisce in modo altrettanto flagrante nella stessa azione. È stata adottata dopo molte settimane di blocco del CS voluto da Washington per lasciare ad Israele il tempo di proseguire la sua aggressione. La sua iniquità salta agli occhi nel momento in cui essa si astiene dal condannare l'aggressione criminale di Israele mentre menziona solamente «l'attacco di Hezbollah contro Israele» e le «ostilità in Libano e in Israele» (sic). Dà prova di lampante ipocrisia chiedendo ad Israele di cessare le sue «operazioni militari offensive», senza esigere al contempo la revoca immediata del blocco imposto al Libano - (revocato solo ieri quello aereo, non quello navale, ndt) come se questo blocco non fosse stata un'operazione militare eminentemente offensiva. L'iniquità è altrettanto flagrante quando la nuova Unifil - che, fatto notevole, non si dispiega che sul territorio del Paese occupato - è tenuta a impedire che la sua zona di dispiegamento sia usata per «attività ostili di qualsiasi natura». La risoluzione 1701 non dice una parola sulla protezione del territorio libanese contro le ripetute aggressioni da parte di Israele, potenza occupante nel Libano per 18 anni (per non parlare della porzione di territorio occupato dal 1967). Per farsi un'idea di ciò che prevede l'Unifil (...), è sufficiente leggere l'intervista a Le Monde (31 agosto 2006) di Jean-Marie Guéhenno, capo delle operazioni di mantenimento di Pace dell'Onu. Non è necessario alcun commento: «Potreste essere spinti a usare la forza contro Hezbollah?» «Possiamo essere spinti a farlo contro ogni cosa che impedirà la nostra libertà di movimento o possa rappresentare una minaccia per la popolazione o per la pace». «Che farebbe l'Unifil in caso di raid dell'esercito israeliano in Libano?» «Purtroppo, dopo la cessazione delle ostilità, ci sono state più violazioni da parte israeliana che da parte di elementi armati libanesi.(...)». «Potrebbe essere spinta (l'Unifil) in questa ipotesi a usare la forza contro Israele?» «Penso che Israele, che vuole che si affermi il diritto internazionale, che responsabilità e sovranità vadano di pari passo in Libano, assumerà le sue responsabilità nel rispetto del diritto internazionale».
La risoluzione 1701 è piena di formulazioni deliberatamente ambigue in modo da permettere un'interpretazione che vada nel senso di una missione di combattimento che rientri de facto nel Capitolo VII della Carta, come desideravano Washington e Parigi nel loro progetto di risoluzione distribuito il 5 agosto e rifiutato sia da Hezbollah che dal governo libanese. Davanti a queste obiezioni Washington e Parigi hanno abbandonato l'idea di una nuova forza internazionale in Libano, accontentandosi dell'Unifil già in loco. Tuttavia, il mandato è profondamente modificato, non solo nel senso sopra indicato, ma anche per ciò che riguarda la sua zona di attività poiché la Unifil II è autorizzata a dispiegarsi lungo la frontiera libano-siriana e a controllare gli accessi aerei e marittimi in Libano. Insomma, lo spirito di questa risoluzione è di trattare il Libano come se fosse l'aggressore! In questo senso, rivela un tentativo di continuare la guerra israeliana in Libano in altro modo, che a breve o media scadenza, potrà comportare operazioni di guerra. È per questo che essa deve essere fortemente denunciata e rifiutata da chiunque sia legato allo spirito della Carta Onu.
Non si tratta di rifiutare, lungo la frontiera libanese-israeliana, la presenza in sé dell'Unifil, sul posto dal 1978 ed accettata dall'insieme delle forze politiche libanesi. Nonostante la sua inefficacia evidente quanto alla protezione del Libano dagli sconfinamenti d'Israele nella sua sovranità, la sua inazione di fronte all'invasione israeliana del Libano nel 1982 e la sua occupazione (del Sud ndt) per 18 anni, essa è un testimone prezioso di queste violazioni della sovranità. Si tratta quindi di 1) rifiutare la modifica profonda e dannosa del mandato dell'Unifil che la risoluzione 1701 comporta, 2) di opporsi all'utilizzo dell'Unifil II e della copertura Onu per continuare la guerra per raggiungere gli obiettivi comuni a Israele, Washington e Parigi in Libano. (...) Con la ripetizione così di una pratica sintomatica di questi tempi: l'utilizzo dell'Onu come foglia di fico per operazioni militari condotte da Washington con la Nato e altri alleati, come per l'Afghanistan nel 2001.
Per buona logica, una forza d'interposizione deve essere composta da truppe di Paesi neutri. Washington e Parigi non sono affatto neutre nel conflitto libanese. Nessuna forza alleata di Washington sarà considerata neutra in un conflitto tra uno dei principali alleati di Washington e un altro Stato. (...) Per questo chi tiene alla pace in Medio Oriente e si preoccupa per i progetti Usa in questa parte del mondo deve energicamente opporsi all'invio e alla presenza in Libano di truppe di Paesi membri della Nato. (...) Un compito tanto più necessario in quanto Israele arrogandosi il «diritto del più forte» rifiuta la partecipazione all'Unifil di Paesi musulmani candidati all'invio di truppe, invocando il fatto che essi non sono neutri nel conflitto israelo-arabo.
* docente libanese di politica e relazioni internazionali all'Università Parigi VII, collaboratore di "Le Monde Diplomatique", autore fra l'altro di "The clash of barbarism"
Traduzione di Cinzia Nachira

 


http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=24145
 

ELOGIO DEL FALLIMENTO
 di Gideon Levy

 

L’INSUCCESSO DI ISRAELE CONTRO HEZBOLLAH PUÒ PRODURRE CAMBIAMENTI POSITIVI NELLA POLITICA DI TEL AVIV VERSO I VICINI.

QUESTO ARTICOLO DI GIDEON LEVY
È STATO PUBBLICATO
SUL QUOTIDIANO ISRAELIANO “HAARETZ”
(19/08/2006).
TITOLO ORIGINALE: “TO FAILURE’S CREDIT”



La cattiva (e prevedibile) notizia è che Israele esce da questa guerra con un insuccesso. La buona (e sorprendente) notizia è che un fallimento così netto potrebbe portare conseguenze positive. Se Israele avesse vinto la battaglia nella maniera facile e decisiva che tutti gli israeliani auspicavano, la conseguenza sarebbe stata un enorme danno per le politiche di sicurezza israeliane. Un’altra vittoria per ko ci avrebbe portato al disastro. Drogati di potere, ebbri di vittoria, saremmo stati tentati di trasferire il nostro successo in altri territori. Un incendio pericoloso avrebbe minacciato l’intera regione e nessuno sa cosa ne sarebbe potuto venire fuori.
Invece, il fallimento in questa piccola guerra potrebbe insegnarci una lezione importante per il futuro e forse ci influenzerà fino a farci cambiare i modi e il linguaggio – fatto di forza e violenza – con cui parliamo ai nostri vicini. L’assioma che “Israele non si può permettere una sconfitta sul campo di battaglia” si è rivelato nient’altro che un cliché privo di senso: il fallimento non solo potrebbe aiutare molto gli israeliani ma, per di più, potrebbe insegnare agli americani l’importante lezione che non vale la pena spingere gli israeliani in avventure militari.
A partire dalla guerra del 1948, Israele da solo ha conquistato solamente una vittoria schiacciante, quella nella Guerra dei Sei Giorni. Non si può immaginare una vittoria più facile e più dolce. Il “potenziale deterrente” di Israele era stato ricostruito in una maniera così decisiva che teoricamente avrebbe dovuto assicurare sicurezza ad Israele per molti anni. E cosa è successo? Passarono solo sei anni e venne il momento della guerra più difficile della storia di Israele, quella dello Yom Kippur. Alla faccia della deterrenza. Al contrario, la sconfitta del 1967 spinse gli eserciti arabi a cercare di rivendicare il loro onore perduto e ci riuscirono in un tempo molto breve. Contro un Israele arrogante e compiacente, che si godeva i frutti avvelenati di una vittoria da far girare la testa, gli eserciti siriani ed egiziani riuscirono ad ottenere risultati significativi, e Israele comprese i limiti del suo potere. Forse, ora, anche questa guerra ci porterà di nuovo alla realtà, dove la forza militare è solo forza militare, e da sola non basta. Dopo tutto, non facciamo altro che raggiungere “vittorie” e “risultati” contro i palestinesi. E cosa ce ne viene? Deterrenza? I palestinesi forse hanno abbandonato il loro sogno di diventare un popolo libero nel loro Paese?
Il fallimento dell’Idf (l’esercito israeliano, ndr) contro Hezbollah non è fatale. Israele ha ucciso e ha subìto perdite, ma la sua esistenza o il suo territorio non sono stati in pericolo nemmeno per un momento. La nostra frase preferita, “una guerra per la sopravvivenza”, non è nient’altro che un’altra espressione del ridicolo pathos di questa guerra, che sin dall’inizio è stata una maledetta guerra di nostra responsabilità. Hezbollah non ha conquistato territorio israeliano e la sconfitta è accettabile anche se avrebbe potuto essere facilmente evitata se non ci fossimo gettati nella nostra folle avventura libanese. Non è difficile immaginare cosa sarebbe successo se Hezbollah fosse stato sconfitto in pochi giorni, come promesso all’inizio dalle spacconate dei capi dell’Idf. Il successo ci avrebbe dato alla testa. Gli Stati Uniti ci avrebbero spinto ad un confronto militare con la Siria e, ebbri di vittoria, noi ci saremmo anche potuti cascare. Poi sarebbe stato il turno dell’Iran. Allo stesso tempo avremmo fatto i conti con i palestinesi: visto che era andata così bene in Libano, ci saremmo convinti che sarebbe stato facile ripeterci anche a Jenin e a Rafah. Il risultato sarebbe stato un tentativo di risolvere alla radice il problema palestinese, colpendo, demolendo, bombardando e sparando.
Forse adesso tutto ciò non accadrà perché abbiamo toccato con mano che il potere dell’Idf è molto più limitato di quanto pensassimo e ci venisse raccontato. La nostra capacità deterrente ora potrebbe lavorare in direzione opposta. Israele, si spera, ci penserà due volte prima di gettarsi in un’altra pericolosa avventura militare. Questa è una notizia confortante. D’altra parte, è vero che c’è il rischio che l’Idf cercherà di riacquistare l’onore perduto a spese dei palestinesi indifesi: non ha funzionato a Bint Jbeil, così gliela faremo vedere a Nablus.
Però, se ci convinceremo che ciò che non si ottiene con la forza non verrà ottenuto usando più forza, allora questa guerra potrebbe portarci al tavolo dei negoziati. Bruciati dal fallimento, forse l’Idf sarà meno impaziente di correre in battaglia. È possibile che l’apparato politico capirà che la risposta ai pericoli di Israele non potrà venire dall’uso di una forza sempre più grande; che la vera risposta alle richieste legittime e giuste dei palestinesi non verrà da altre operazioni militari ma dal rispetto dei loro diritti; che la vera risposta alla minaccia siriana sarà ridare le alture del Golan ai loro legittimi proprietari, senza temporeggiare; e che la risposta al pericolo iraniano si trova nel lenire l’odio che il mondo arabo e musulmano nutre verso di noi.
Se davvero questa guerra finirà come sta finendo ora, forse gli israeliani si chiederanno per che cosa uccidono e per che cosa vengono uccisi, per cosa colpiscono e per che cosa sono colpiti, e forse capiranno che ancora una volta è stato tutto per niente. Forse il risultato di questa guerra sarà che il fallimento lascerà una ferita profonda nella coscienza e che Israele cercherà una nuova strada, meno violenta e meno arrogante, grazie a questo fallimento. Nel 1967, Ephraim Kishon scrisse: “scusateci di aver vinto”. Questa volta si può quasi dire “meno male che non abbiamo vinto”.
 


http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=24146

IL BOOMERANG DI ISRAELE


 di Oracio Verbitsky

COME E PERCHÉ L’AGGRESSIVA POLITICA ISRAELIANA RAGGIUNGE RISULTATI CHE SONO CONTRARI AGLI OBIETTIVI ORIGINARI.

QUESTO ARTICOLO, APPARSO
SUL BOLLETTINO TELEMATICO “RESUMEN LATINOAMERICANO” (14/08/2006),
PORTA LA FIRMA DEL GIORNALISTA
E SCRITTORE ARGENTINO ORACIO VERBITSKY.
TITOLO ORIGINALE: “EL NIÑO GRIS”

 

L’immagine del bambino grigio mi assedierà finché vivrò, come succede con quella dell’Olocausto in cui un bambino di cinque o sei anni, sospinto verso la soluzione finale nazista con la punta della mitragliatrice, cammina con le mani sulla nuca e guarda con stupore la macchina fotografica. Cioè i miei occhi.
Il bambino grigio non guarda. I suoi occhi sono chiusi. Un uomo lo porta in braccio in posizione verticale. Solo dei liquidi che escono dal naso e dalla bocca indicano che non si tratta di una scultura. Ogni particella del suo corpo e dei suoi abiti è coperta della polvere del muro dell’edificio franato sopra di lui a Cana, casualmente la città biblica in cui Gesù trasformò miracolosamente l’acqua in vino durante la celebrazione di un matrimonio. Ma oggi si celebrano funerali e non c’è miracolo che possa destare da un sogno spaventoso questa creatura e quanti hanno visto la sua foto.
Il doppio messaggio della giustificazione successiva è un’aggravante: mentre il governo israeliano nega di aver saputo che in quell’edificio si fossero rifugiati dei civili, un videoclip che le organizzazioni di appoggio fanno circolare su Internet mostra una ripresa aerea di un presunto camion lanciarazzi che dopo aver realizzato il suo compito posteggia nel garage di una casa. In realtà, gli aerei hanno attaccato un camion frigorifero che trasportava verdura e hanno liquidato i contadini che l’avevano coltivata.
La sequenza filmica della propaganda israeliana è tanto confusa quanto quella presentata da Colin Powell alle Nazioni Unite per dimostrare che l’Iraq possedeva armi proibite e che lo stesso ex segretario di Stato ha finito per riconoscere come falsa. Ma scritte in ebraico e in inglese spiegano ogni sequenza del videoclip, fino ad arrivare alla conclusione che se gli aggressori si rifugiano tra i civili è legittimo massacrarli. Non è così. Tali mezzi squalificano qualunque fine. Non vale la pena raggiungere alcun obiettivo a questo prezzo, nessuna offesa previa lo giustifica, dal momento che l’esistenza di Israele non corre oggi alcun pericolo.
Questo errore insopportabile è stato pianificato nel corso di anni. È parte di una campagna iniziata nell’ottobre del 2001 con i bombardamenti e l’invasione statunitense dell’Afgha-nistan. E andata avanti nel giugno del 2002 quando Bush ha formulato la dottrina dell’at-tacco preventivo e ha detto che l’unica strategia possibile era colpire per primi, “affrontare le peggiori minacce prima che si realizzino”.
Milioni di tonnellate di bombe sono state lanciate preventivamente sull’Iraq a partire dal marzo del 2003, malgrado l’evidenza che non ci fosse relazione tra il suo governo e l’organiz-zazione saudita che nel settembre del 2001 aveva attaccato i simboli del potere militare e finanziario a Washington e New York. Quando si è dimostrato che in Iraq non c’erano neppure armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti hanno cambiato pretesto: si trattava di portare la democrazia a questo Paese e di rimodellare la mappa del Medio Oriente.
Nell’aprile del 2003 si è diffusa la cosiddetta Road map statunitense. Corollario della dottrina della guerra preventiva, questo piano si disinteressa dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est e centra le sue proposte sulla lotta alla violenza palestinese, concepita quasi come un’essenza, una questione ontologica senza relazione con la sofferenza di un popolo espulso da più di mezzo secolo dalla sua terra.
Conseguenza di tutto ciò è stato il disconoscimento dell’autorità esercitata da Yasser Arafat, nel tentativo di stabilire un nuovo governo palestinese “che operasse con decisione contro il terrore e avesse la volontà di costruire una democrazia attiva basata sulla tolleranza e sulla libertà”, secondo la Road map. A ciò è seguito l’assedio e la demolizione degli uffici della Mukata a Ramallah, dove il leader storico della causa nazionale palestinese è sopravvissuto senza luce e con scarsi alimenti, e infine la sua misteriosa morte, dovuta con alta probabilità a un deliberato avvelenamento.
Lungi dallo spianare il cammino ad un negoziato di pace, la scomparsa di Arafat l’ha reso sempre meno probabile. Il creatore di Al Fatah e dell’Olp non aveva solo lottato per rendere il suo popolo indipendente da Israele. Aveva anche cercato di liberarlo dalla tutela dei governi arabi reazionari con cui Israele preferiva negoziare.
Il disprezzo e l’isolamento a cui Israele ha condannato la debole presidenza di Abu Mazen, succeduto ad Arafat, ha condotto nel gennaio di quest’anno alla vittoria elettorale del partito islamico della resistenza, Hamas, vincolato all’Iran. Non si capisce perché questo risultato abbia causato tanta sorpresa, se la precedente invasione israeliana del Libano aveva provocato la nascita del movimento islamico Hezbollah, sotto controllo siriano.
Hamas ed Hezbollah sono, inoltre, due organizzazioni confessionali, a differenza del movimento laico e indipendente che guidava Arafat. Ma i seggi occupati da entrambi i movimenti in Libano e nell’Autorità Palestinese sono stati conquistati in libere elezioni. Da quando ha assunto il potere il nuovo governo palestinese, Israele gli ha negato l’acqua e il sale e all’inizio dell’ultima offensiva ha arrestato i suoi ministri e demolito le sue sedi, per dimostrare che la democrazia è un lusso che non è alla portata di chiunque. L’Argentina ha conosciuto mezzo secolo fa questa illuminata concezione della democrazia solo per chi si ritiene democratico, che di solito non è la maggioranza, la quale, di conseguenza, viene proscritta e repressa fino alla disperazione.
La stupidità della dirigenza ebraica argentina, che ha offerto la sua tribuna all’am-basciatore di Israele perché giustificasse la brutale violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani da parte del suo Paese, la imparenta alla lobby ebraica degli Stati Uniti, che ha contribuito a impedire qualunque accordo negoziato tra i popoli di Israele e della Palestina. Per scherzo del destino, questo atto provocatorio si è realizzato a pochi metri dal cantone della Palestina e dello Stato di Israele, che simboleggia l’affettuosa convivenza tra le collettività araba ed ebrea, senza eguali al mondo.
Tutti dovremmo prenderci cura di questa preziosa esperienza sociale, malgrado sia stata maltrattata dal menemismo come tanti altri beni sociali. Nell’anniversario dell’attentato alla Amia (Asso-ciazione Mutua Israeliana Argentina, il cui edificio venne distrutto il 18 luglio del 1994, nel più grave attentato terrorista della storia argentina, costato la vita a 86 persone, ndt), questa dirigenza non ha avuto migliore idea che reclamare la rottura delle relazioni con l’Iran, come se le due bombe di un decennio fa non fossero bastate a trasmettere la virtù della prudenza.
È difficile credere che le attrezzature militari e di intelligence più sofisticate del mondo producano risultati tanto contrari a quelli che si dichiara di perseguire. Per inettitudine o per calcolo, i missili statunitensi e israeliani seminano teocrazie che rovesciano governi laici, che siano dittatoriali come quello di Saddam Hussein o relativamente democratici come quelli del Libano o dell’Autorità Palestinese.
Le repliche di Hamas o Hezbollah, che siano bombe umane o razzi (mal)teleguidati, sono tanto insignificanti in proporzione che è ridicolo stabilire una qualsiasi equivalenza. Ma ricadono anche sui civili. La guerra diventa uno stato permanente e dal resto del mondo si reclama solo che ci si abitui al martirio dei bambini grigi.
Per questo non contate su di me. Fermare la mano assassina è un imperativo categorico.


http://www.pasti.org/ebrei.html

Ebrei contro Israele

 

L'ipocrisia della sinistra sulla vicenda palestinese riemerge continuamente, al punto che anche il macellaio Sharon viene presentato ora come un moderato realista.

Ci dovremmo interrogare sul perchè la sinistra è dentro fino al collo nella logica dei due popoli e due stati, quando è evidente che questa ipotesi significa solamente la capitolazione dei palestinesi.

Per riaprire il dibattito su tale questione intanto diamo la parola agli ebrei antisionisti che hanno senz'altro più chiaro di tanti 'sostenitori' dei palestinesi i termini della questione e non hanno paura di parlare di sionismo come degenerazione della cultura e del pensiero ebraico.

Perchè stiamo con i palestinesi?
Perchè siamo ebrei!

Qualcuno ci domanda come mai stiamo con i palestinesi.

"Perchè issate la bandiera palestinese. Perchè sostenete la causa palestinese?" "Siete ebrei" - ci dicono - "Che state facendo?"

La nostra risposta è molto semplice:

E' proprio perchè siamo ebrei che stiamo con i palestinesi e issiamo la loro bandiera. E' proprio perchè siamo ebrei che esigiamo la restituzione ai palestinesi delle loro case e di tutti i loro beni.

Sì, la nostra Torah ci impone di essere giusti. Siamo chiamati a camminare sulla via della giustizia. Ma cosa c'è di più ingiusto del tentativo, vecchio di un secolo, del movimento sionista di invadere il paese di un altro popolo, espellerlo e impadronirsi dei suoi beni? I primi sionisti parlavano di un popolo senza terra che sarebbe andato in una terra senza un popolo. Parole che sembrano innocenti. Ma sono completamente false.

La Palestina era un paese abitato da un popolo. Un popolo che aveva sviluppato una coscienza azionale. Se dei rifugiati ebrei fossero arrivati in Palestina senza l'intenzione di dominare, di creare uno stato ebraico, di espropriare i palestinesi e privarli dei loro diritti fndamentali, sarebbero stati accolti - ne siamo assolutamente certi - con la stessa ospitalità che i popoli musulmani hanno riservato agli ebrei nel corso della storia. Avremmo vissuto insieme come altre volte, in pace e armonia.

Amici musulmani e palestinesi di tutto il mondo, per favore ascoltate il nostro messaggio. Ci sono ebrei che sostengono la vostra causa. Quando diciamo di sostenerla, non pensiamo a una qualche proposta di partizione, come quella del 1947 presentata dall'ONU, che non aveva nessun diritto di farlo. Non pensiamo a uno spezzettamento della Cisgiordania, come quello proposto da Barak a Camp David, che al massimo avrebbe reso giustizia al 10% dei rifugiati palestinesi. Noi sosteniamo la restituzione alla sovranità palestinese di tutto il territorio, compresa Gerusalemme.

Quando verrà il momento, giustizia vorrà che sia il popolo palestinese a decidere se gli ebrei potranno restare sul suo territorio e in che numero. Questa è la sola via che possa portare a una vera riconciliazione.

Ma noi vogliamo di più. La restituzione del territorio ai suoi legittimi proprietari non sarà sufficiente. Bisognerà che chiediamo perdono al popolo palestinese in modo chiaro e preciso: il sionismo vi ha fatto del male, ha rubato le vostre case, ha rubato il vostro paese.

In questo modo proclamiamo di fronte al mondo che siamo il popolo della Torah, che la nostra fede ci impone di essere onesti, giusti e buoni.

Abbiamo preso parte a centinaia di assemblee palestinesi negli ultimi anni. Dappertutto i dirigenti e il pubblico ci hanno accolto col calore dell'ospitalità mediorientale. Che menzogna quando si sente dire che i palestinesi in particolare o i musulmani in generale detestano gli ebrei. Quello che detestano è l'ingiustizia, non gli ebrei.

Non abbiate paura, amici. Il male non potrà trionfare per molto tempo. L'incubo sionista è arrivato alla fine. E' esaurito. Le sue più recenti brutalità sono l'ultimo disperato sussulto di un agonizzante. Noi vedremo insieme il giorno in cui ebrei e palestinesi si abbracceranno in pace sotto la bandiera palestinese a Gerusalemme.

E alla fine, quando il redentore dell'umanità verrà, le sofferenze del presente saranno sommerse da tempo tra le benedizioni del futuro.

Rabbi Mordechi Weberman



 

http://www.pasti.org/nkusa2.html

Diecimila ebrei manifestano contro lo stato di Israele a New York (2006)

 

Cliccare sulle foto per ingrandirle


Religiosi ebrei
sfilano incatenati a New York
davanti al consolato dello stato di Israele
il 28 aprile



 




"Sciogliere lo stato sionista"
si legge sullo striscione



 




Sui cartelli si legge tra l'altro:
"Israele non rappresenta gli ebrei"
"Il paese non vi appartiene"
"Gli ebrei della Torà uniti contro il sionismo e lo stato di Israele"

 



"I veri ebrei non riconosceranno mai Israele"
"La terra non è vostra e nemmeno le ossa di chi vi è sepolto"



 




"Israele non ha diritto di governare
su nessuna parte della terra santa"



 



"I veri rabbini
si sono sempre opposti
allo stato di Israele"



 



"Ebrei in lutto per i 56 anni dello stato di Israele"



 



"I sionisti non rappresentano gli ebrei"
www.jewsagainstzionism.com
www.truetorahjews.com



 


 
 
 

 

Per approfondire si può leggere il sito degli ebrei ortodossi contro il sionismo:

 

http://www.nkusa.org/


http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o7322

Ebrei contro il militarismo d’Israele

(27 agosto 2006)

 

La stampa ufficiale italiana, salvo poche eccezioni sempre più allineata con gli Stati Uniti e Israele, nasconde persino l’esistenza di ebrei che dissentono apertamente dalla politica sciovinista del governo di Tel Aviv. Proprio dal mondo ebraico, però, giungono alcune delle critiche più radicali a tale politica.

Un primo esempio è rappresentato da Neturei Karta International, un movimento di ebrei antisionisti. In occasione della manifestazione contro la visita di Sharon alla Casa Bianca, il 7 febbraio 2002, una sua delegazione si unì alle Organizzazioni Arabo-Americane e Musulmane, per protestare contro lo Stato Sionista.

Si tratta di ortodossi, convinti che il Talmud vieti agli ebrei di formare uno stato in terra santa, perché i loro peccati devono essere espiati con l’esilio. La vita politica mette di fronte a contraddizioni estreme. Chi ha una visione meccanica, pensa che a posizioni tradizionaliste in religione debbano necessariamente corrispondere comportamenti arretrati nel campo politico. Ma non si possono vedere le cose con gli occhi del farmacista massone dell’ottocento, campione d’anticlericalismo. Bisogna saper vedere, al di là del velo della religione, le autentiche posizioni sociali e politiche. Ad esempio, nella storia del Cristianesimo, i movimenti con più forti caratterizzazioni sociali furono proprio quelli più tradizionalisti, che si richiamavano al Cristianesimo primitivo.

Il legame con lo stato israeliano costringe molti ebrei a difendere, anche contro forti propri convincimenti, le sue azioni militari, e il fatto che questo movimento sia libero da tale influenza gli permette di lottare accanto ai palestinesi. Da qui la loro richiesta di smantellare lo stato d’Israele: “Il sionismo è una deviazione di proporzioni nefaste che trascina le sue vittime in conflitti infiniti con altri popoli”. “Oggi ci siamo riuniti con il popolo palestinese per manifestare la nostra simpatia per le sue sofferenze. La presenza del Primo Ministro Sharon a Washington è un affronto per gli ebrei credenti e per i palestinesi sofferenti”.

Hanno partecipato alla manifestazione palestinese per il Diritto di Ritorno, tenutasi il 26 luglio 2002 davanti al Consolato Israeliano, e a chi chiedeva perché manifestavano per i palestinesi, pur essendo ebrei, rispondevano: “E’ proprio perché siamo ebrei che stiamo chiedendo il ritorno dei palestinesi alle loro case e la restituzione delle loro proprietà… Cosa c'è di più ingiusto del programma del movimento sionista, in atto da un secolo, di invadere le terre di un altro popolo, di espellere la gente ed espropriarla dei suoi beni ?”. “I primi sionisti hanno dichiarato di essere un popolo senza terra, diretto verso una terra senza popolo…. Ma le parole erano totalmente e profondamente false. La Palestina era una paese appartenente ad un popolo”. Per Neturei Karta, l’ONU non aveva nessun diritto di presentare il piano di spartizione nel 1947, e, a maggior ragione, hanno rifiutato “i progetti di spartire la Cisgiordania e di tagliarla in pezzi, come fu proposto da Barak a Camp David” e la proposta di offrire giustizia per meno del 10% dei profughi. Chiedono la restituzione della Palestina intera, Gerusalemme inclusa, alla sovranità dei palestinesi, e che siano i palestinesi a decidere se gli ebrei e quanti di loro rimarranno nel Paese.

“Occorre chiedere scusa al popolo palestinese, in modo chiaro e preciso. Il sionismo… vi ha rubato le vostre case. Il sionismo vi ha rubato la Vostra terra”. “Che atroce bugia dire che i palestinesi in particolare ed i musulmani in generale avrebbero in odio gli ebrei ! Voi odiate l'ingiustizia, non gli ebrei”.

Non si tratta di una novità, il movimento sionista è stato contrastato dagli ebrei ortodossi osservanti sin dall’inizio.

Sharon è definito “Ministro del Crimine”. “Dappertutto nel mondo si trovano numerosi ebrei credenti che si dichiarano inorriditi dal comportamento criminale e razzista verso i palestinesi da parte dei sionisti”. “Noi vogliamo vivere nella terra della Palestina come ebrei anti-sionisti, risiedere qui come cittadini palestinesi leali e pacifici”.(1) Posizioni così chiare contro il sionismo non le troviamo certo spesso tra i politici italiani “laici”, neppure tra quelli che pretendono d’essere comunisti.

Quanto agli israeliani, non tutti sono sionisti, ma vi sono varie correnti politiche, anche d’estrema sinistra, che ovviamente la grande stampa italiana si guarda bene dal far conoscere. L’8 agosto, durante una dimostrazione promossa dagli Anarchici israeliani contro la guerra in Libano, di fronte alla base aerea di Ramat David, 12 attivisti della sinistra sono stati arrestati. Portavano cartelli su cui c’era scritto: "stop all’uccisione di civili", "stop ai crimini di guerra". Chiedevano l’immediato cessate il fuoco ed il rilascio di tutti i prigionieri civili e dei prigionieri di guerra, e la chiusura della base da cui partivano gli aerei che bombardavano i civili. Uno degli arrestati, Hagay Matar, dichiarava: “Invece di arrestare i criminali di guerra, la polizia ha deciso di trasformare noi in criminali". Hagay, insieme con altri 4 attivisti, era già stato condannato a più di 2 anni di prigione per essersi rifiutato di assolvere gli obblighi di leva nell’esercito israeliano. Un altro degli arrestati - Jonathan Polak, ha detto: “Secondo la legge dobbiamo fermare questi crimini di guerra – altrimenti saremo tutti ritenuti complici di tali crimini”. “Questa è una guerra premeditata che non ha alcuna connessione con i soldati rapiti o con gli sforzi per farli liberare; questa guerra fa parte della strategia di ridisegnare il medio Oriente”.(2)

A Roma c’è stato un incontro con i familiari di soldati e con i soldati che si oppongono alle guerre in corso, venuti da Stati Uniti, Israele, Palestina e Italia. Dato il tema del nostro articolo, evidenziamo, tra i vari interventi, quello degli israeliani: Ory Yossur, riferisce Stefania Frezza, “dopo la sua esperienza di combattente, durante la quale si esercitava anche su come occupare i villaggi palestinesi, consapevole che nella realtà si trattava di combattere anche donne e bambini, ha capito che i due popoli erano coinvolti in un circolo vizioso di violenza, la violenza dell’uno che alimenta la violenza dell’altro…”. Yonathan Shapira, israeliano, refusenik, ex pilota d’elicotteri, ha detto: “La politica di assassini mirati del governo Sharon mi ha fatto riflettere, dicevano che erano politiche di prevenzione, invece sono crimini di guerra... ho cercato di coinvolgere altri piloti a rifiutarsi di eseguire questi assassini.”. “Il prossimo passo sarà quello di andare al di là delle linee, cercare altri con i quali dialogare, per cambiare la realtà, e se collaboreremo, israeliani e palestinesi, credo che potremo davvero cambiare le cose.”(3)

Il Manifesto del 6 luglio 2006 parla della presentazione del documentario sui “Refusenik” di Giorgio Riva. Interessanti i dati: sono state 180 le guerre seguite alla fine del secondo conflitto mondiale, quasi tutte nel Terzo Mondo, e mosse dall'Occidente. Hanno provocato 40 milioni di morti e centinaia di milioni di rifugiati. Il film, tra l’altro, parla di donne israeliane che rifiutano il regime militare, che cerca di condizionarle fin dall’infanzia.

Lo studente Asraf Shtuff Trauring afferma: “In Israele, quello che per alcuni miei amici sarebbe l'esercito più etico del mondo, uccide i bambini nei territori occupati e controlla la vita di 3,5 milioni di palestinesi”.

Le famiglie dei palestinesi morti nell’Intifada hanno scritto ai refusenik israeliani - oltre 1.000, tra soldati e ufficiali - “Siete la nostra speranza”.(4)

Persino una parte dei sionisti non può tacere di fronte alle continue violazione dei più elementari diritti dei palestinesi. Indymedia riporta una relazione, presentata al congresso della Federazione sionistica italiana tenuto a Roma nel marzo del 2004, in coincidenza con il centenario della morte di Theodor Herzl, fondatore del sionismo. Dopo una lunga apologia di Herzl e della creazione della stato d’Israele, deve però concludere: “Dobbiamo ricordare che le sofferenze dei palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana, quali che siano le responsabilità della maggioranza della loro classe dirigente, sono disperate come quelle degli ebrei d'Europa orientale al tempo del primo congresso di Basilea. Il futuro dello Stato ebraico è legato a quello della nazione palestinese che vive accanto e all'interno dello Stato stesso”.(5)

Da questa rassegna di posizioni, alcune vicine alle nostre, altre assai diverse, si può ricavare una riflessione: l’antimilitarismo è particolarmente efficace quando si sviluppa nel cuore stesso dello stato imperialista. Tutto lascia sperare che negli Stati Uniti si sviluppi un movimento contro la guerra. Al tempo della guerra del Kossovo, a giornalisti europei che, recatisi nelle università che erano state all’avanguardia delle lotte contro la guerra del Vietnam, con l’intento di cogliere segni di ribellione, molti studenti rispondevano che la guerra non li riguardava e che pensavano a fare soldi giocando in borsa. Oggi non è più così, e il governo sta già approntando misure preventive per arginare le proteste. Quanto ad Israele, per ora prevale una protesta di destra per la conduzione fallimentare della guerra, ma la crisi economica, causata dalle spese enormi, necessariamente farà sorgere una protesta di segno contrario. E i coraggiosi refusenik, - ben diversi da certi nostri “pacifisti”, o “pacifinti”, per usare un termine che sta diventando sempre più diffuso – sono i precursori di un movimento che darà filo da torcere ai successori di Olmert.

Note

1) I brani citati sono presi dai seguenti scritti trovati sul sito di Neturei Karta International (Jews united against Zionism): a) Ebrei ortodossi invitano a smantellare lo stato di Israele. Discorso pronunciato dal Rabbino Dovid Weiss in Freedom Plaza, Washington DC, in occasione della manifestazione contro la visita del Primo Ministro Ariel Sharon alla Casa Bianca, giovedì 7 febbraio 2002. b) Lo dobbiamo da ebrei. Discorso del Rabbino Mordechi Weberman per la manifestazione della Coalizione Palestinese per il Diritto di Ritorno (Al-Awda NY/NJ) tenutasi il 26 luglio 2002 davanti al Consolato Israeliano. c) Dichiarazione di solidarietà degli ebrei di Neturei Karta con il popolo palestinese in occasione della commemorazione della Nakba ( cioè la cacciata dei palestinesi dalle loro terre dopo la nascita dello Stato di Israele).

2) “Nord di Israele, azione diretta contro la guerra in Libano” di Ilan Shalif - AATW Tuesday, Aug 8 2006, 5:26pm. (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali, da http://www.anarkismo.net

3) Soldati Iniziative 18 marzo 2006. 18 marzo 2006. Giornata internazionale contro la guerra e le occupazioni. Soldati contro la guerra da Usa, Gran Bretagna, Israele-Palestina, Turchia, Russia, Italia. Sintesi dell'incontro a cura di Stefania Frezza.

4) “Voci contro la guerra” Il Manifesto, 6 luglio 2006 “Refusenik” Viene presentato oggi alla Casa delle culture il documentario di Giorgio Riva sul dissenso militare, Geraldina Colotti.

5) Quesito sulla teoria sionista. Ma Herzl si era sbagliato? Di Giuseppe Fianchetti, in Indymedia 15 agosto 2006.

25 agosto 2006

Michele Basso
http://www.sottolebandieredelmarxismo.it/

fonte: elehcimsv@libero.it


http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmp5m02.htm

Contro il sionismo, due popoli e due stati in terra di Palestina

 

“La tragedia del popolo palestinese consiste nel fatto che il loro Paese è stato «dato» da una potenza straniera a un altro popolo per crearvi un nuovo stato”.

(Bertrand Russel)

 

di Marcello Graziosi

 

Mentre partono i preparativi per la guerra contro la Siria, in Italia si beatifica il sionismo


Spesso, si sa, la realtà supera la fantasia. In pochi, forse, avrebbero però immaginato di poter rimpiangere i “vecchi” democristiani, quelli della Guerra Fredda, della NATO, della legge truffa, del malgoverno; ma anche quelli che, pur all’interno delle alleanze euro-atlantiche, hanno cercato di costruire un profilo autonomo per la politica estera ed energetica italiana, coltivando le relazioni nel bacino del Mediterraneo, con particolare riferimento ai paesi arabi.


Politica che nel corso di questa nostra “Seconda Repubblica” ha subito una costante involuzione, in parte dovuta alla radicale modifica dei rapporti di forza sul piano delle relazioni internazionali dopo il 1991 (piani di egemonia USA e guerra preventiva di Bush), ma in parte frutto di precise scelte di fondo. Tanto che oggi possiamo forse considerare “normalizzata” la politica estera italiana, quasi completamente rientrata nell’alveo delle nuove relazioni ed alleanze euro-atlantiche. Zero autonomia, o quasi, sugli aspetti di fondo. Se questo processo ha avuto un protagonista che risponde al nome di Berlusconi (sia nella breve esperienza del 1994-1996, sia nell’attuale legislatura, a partire dalla partecipazione alle guerre in Afghanistan ed Iraq), difficile non notare l’assenza di qualsivoglia opposizione da parte del centro-sinistra (anche senza voler ricordare l’aggressione NATO contro la Jugoslavia nel 1999, il sostegno acritico all’espansione della NATO ed alla destabilizzazione di interi paesi – ultimo in ordine di tempo l’Ucraina - e la condivisione della guerra in Afghanistan, è sufficiente notare la sempre maggiore prudenza che caratterizza la discussione sul ritiro delle truppe italiane dall’Iraq). Nel prossimo futuro la politica estera potrebbe non essere, come annunciato da Casini, “oggetto di campagna elettorale”, nel senso che le scelte di fondo sono di fatto condivise da entrambi gli schieramenti, come emerso anche dall’intervista rilasciata da Romano Prodi sul “Corriere della Sera” il 6 ottobre 2005, e funzionali ai progetti dei settori più aggressivi dell’imperialismo occidentale, decisi ad estendere la propria influenza in alcune aree chiave del pianeta.


E’ in questo contesto che occorre inquadrare l’attuale crisi tra Italia ed Iran, seguita alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Ahmadinejad nel corso di una iniziativa anti-sionista organizzata a Teheran. Nulla di nuovo, in realtà (sono diversi i paesi arabi od islamici, incluso l’Iran dal 1979, che continuano a ragionare nella prospettiva della fine di Israele), ma questa volta l’impatto mediatico e politico che è stato attribuito alle parole del presidente iraniano è stato enorme, del tutto sproporzionato rispetto all’effettiva portata dell’evento. Elemento, questo, che dimostra la strumentalità della reazione in Italia. Con il solito Ferrara alla testa dei difensori del sionismo, per la verità in buona compagnia: con Rutelli che propone una mozione “congiunta” con Fini contro l’Iran; con Prodi che dice a Bush di essere più affidabile della destra al governo nell’accondiscendere alle volontà ed ai progetti di Washington; con la Bonino ed i socialisti che rincarano la dose sull’Iraq e con i DS che si scoprono sionisti, tanto da non sostenere nemmeno più la prospettiva dei “due popoli, due stati” ma solo le esigenze di “sicurezza” unilaterali di Israele, unica potenza nucleare ed aggressiva presente in Medio Oriente.


Il segno dei tempi, con Fini che diventa di fatto il maggiore punto di riferimento della comunità ebraica italiana e con la parte più consistente delle forze politiche dimentiche delle dinamiche che hanno portato alla creazione dello stato sionista di Israele, ancora oggi definito dalla Conferenza di Durban stato razzista e militarista. Un paese dove i cittadini arabi sono di fatto oggetto di discriminazione su base etnica, religiosa e razziale (apartheid) e da sempre in guerra per estendere i propri domini a danno del popolo palestinese.


Per chi dissente dal merito della manifestazione del “Foglio”, oltre all’ostracismo, è già confezionata l’accusa di antisemitismo, come se ebraismo e sionismo fossero la stessa cosa, e la religione ebraica corrispondesse alle politiche messe in atto dallo stato di Israele, governato da sionisti fanatici ed integralisti. Per fortuna non è così, ma così si vorrebbe far credere. L’anomalia in Medio Oriente non è costituita dalla presenza di un popolo di religione ebraica, che ha il diritto ad avere un proprio stato, ma dalla presenza dello stato sionista di Israele, che ha di fatto impedito con la forza l’altrettanto legittimo diritto di autodeterminazione del popolo palestinese.

Chi ha aderito alla manifestazione di oggi,, 3 novembre, ha di fatto legittimato uno dei più grandi soprusi compiuti a danno di popoli liberi nel corso della storia, il sopruso dei sionisti a danno dei popoli arabi.

 

 

Come si è costituito lo stato di Israele (per chi avesse perso la memoria…)


Si era nell’anno 1897, nel pieno delle dinamiche coloniali, con le grandi potenze impegnate a spartirsi il mondo interno, quando a Basilea si teneva il primo Congresso del movimento politico sionista, costituito da ebrei fanatici e conservatori, decisi a riprendere possesso ad ogni costo e con ogni mezzo di quella che consideravano la “patria storica” della “nazione ebraica mondiale”, quella Palestina abitata da popolazioni arabe e che dal XVI secolo era parte dell’Impero Ottomano.


Per raggiungere il loro obiettivo i sionisti si sono appoggiati alternativamente alle diverse potenze coloniali: in un primo tempo alla Germania e successivamente alla Gran Bretagna, uscita vittoriosa dal primo conflitto mondiale e potenza coloniale egemone. Il 2 novembre 1917 Londra, sperando di consolidare in questo modo le proprie ambizioni egemoniche sulla regione mediorientale, ha legittimato le rivendicazioni sioniste (dichiarazione del ministro degli esteri Balfour) e nel 1922 ottenuto il mandato a governare sulla Palestina, alimentando ad arte negli anni successivi le divisioni tra le popolazioni ebraica ed araba.


Dopo aver tentato clandestinamente di trattare con la Germania nazista, i sionisti si sono infine appoggiati alla potenza uscita vittoriosa dal secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti d’America di Truman. Con la Gran Bretagna in evidente difficoltà nel contenere le aspirazioni del nascente movimento di liberazione nazionale arabo e l’esplodere della lotta di classe che ha visto come protagonisti tanto gli arabi quanto gli ebrei, toccava agli Stati Uniti fare la parte del leone. E’ stata l’organizzazione sionista Histadrut (Confederazione generale dei lavoratori ebrei nella terra d’Israele), ad esempio, a far cessare lo sciopero unitario dei lavoratori postelegrafonici del 1946, mentre crescevano e si consolidavano le azioni terroristiche dei diversi gruppi sionisti, dalla “Banda Stern” a “Irgun Tzevzi Leumi”, all’esercito clandestino “Hagana”, rivolte non solamente contro la popolazione araba ma anche contro gli inglesi. Tanto che la Gran Bretagna è stata costretta a rivolgersi all’ONU nell’aprile del 1947, dimostrando al mondo il proprio fallimento. Dopo aver discusso il nodo della Palestina, con l’URSS impegnata a sostenere la prospettiva di un unico stato multietnico oppure, in via alternativa, la teoria dei “due popoli due stati” con Gerusalemme città internazionale, nel maggio 1948 l’Assemblea dell’ONU ha deciso di revocare il mandato britannico e di operare nella prospettiva della nascita di uno stato ebraico ed uno palestinese.


Subito dopo la decisione dell’ONU le organizzazioni sioniste, sostenute dagli USA e decise ad impedire la nascita di uno stato palestinese, hanno scatenato il terrore in terra di Palestina (i terroristi Begin a Ben Gurion, oggi considerati “eroi” e “padri della patria” in Israele). I sionisti hanno occupato 18 città, tra le quali Gerusalemme, e decine di villaggi, costringendo alla fuga circa 650.000 arabi, mentre il paese di Deir Yassin veniva letteralmente cancellato dalla carta geografica e gli abitanti sterminati. In questo contesto il 14 maggio 1948  il Va’ad Leumi (Consiglio Nazionale) decretava la nascita dello stato sionista di Israele, che per decenni avrebbe avuto come solo obiettivo la guerra e l’espansione dei propri possedimenti a danno della popolazione araba, cacciata dalle proprie terre e privata dei più elementari diritti (dentro e fuori lo stato di Israele). Nel solo anno 1949 sono stati 950.000 gli arabi costretti alla fuga.

 

Questa è la breve storia del sionismo. Arabi ed ebrei avrebbero potuto convivere fin dall’inizio in terra di Palestina, e se questo non è accaduto le responsabilità ricadono sui sionisti e sull’imperialismo Usa, che continuano a costituire il vero fattore destabilizzante in Medio Oriente (altro che Ahmadinejad, i siriani, gli Hezbollah o Saddam Hussein e l’attuale resistenza irachena).

 

 

In risposta alla manifestazione sionista, vogliamo ricordare la resistenza dei popoli arabi contro il sionismo, pubblicando due poesie, la prima di Mahmoud Darwish e la seconda di Tawfiq Zayyad. Entrambi gli autori sono stati costretti all’esilio nella propria terra natale, ed entrambi hanno dato un contributo non secondario nella lotta di liberazione nell’intera regione.

 

Una tessera (M. Darwish)


Scrivi:
Sono un arabo;
La mia tessera porta il numero cinquantamila;
Ho otto figli,
la prossima estate il nono nascerà.
Ti dispiace forse?

Scrivi:
Sono un arabo;
lavoro in una cava coi colleghi della miseria.
I bimbi miei sono otto
per i quali dalla roccia devo trovare il pane,
l’abito e il quaderno.
Non ti chiedo elemosina,
né mi umilio davanti alla tua soglia.
Ti fa forse rabbia?

Scrivi:
sono un arabo
senza nome e senza titolo.
Sono paziente in un paese
dove tutto bolle di furia e d’impeto.
Le mie radici si sono stabilizzate qua
prima del nascere del tempo,
prima dell’inizio dei secoli,
anteriormente ai cipressi, agli oliveti
ed al crescere dell’erba.
Mio padre è un compagno dell’aratro,
non un figlio di signori possidenti.
Mio nonno pure era un contadino
privo di nobiltà e di appoggio.
La mia casa è una baracca d’un guardiano
fatta di rami e di canna.
Ti piace forse questa mia posizione?
Sono senza nome e senza titolo.

Scrivi: sono un arabo
dai capelli color carbone
e dagli occhi bruni.
La mia descrizione:
una cuffia e un akal mi coprono il capo;
ho le mani dure come una roccia,
fatte dure apposta per graffiare,
chi le oserebbe toccare.
Il cibo più squisito per me
è composto di olio e di timo…
Il mio indirizzo è:
un villaggio disarmato… dimenticato,
dalle vie senza nome
e dagli uomini che lavorano, tutti
in un prato o alla cava,
ma tutti amano la cavalleria.
Ti dispiace forse?

Scrivi:
sono un arabo,
al quale hai rubato la vigna ereditata dai nonni
e il suolo che abbiamo sempre coltivato
io e tutti i miei figli.
Altro non hai lasciato a noi, né ai futuri nipoti,
che queste rocce…
E’ forse vero che il governo vostro
mi ruberà pure queste rocce,
come si sta dicendo?…

Allora scrivi quanto segue;
scrivilo a capo della prima pagina:
«Io non odio gli altri,
non odio nessuno;
ma…
se avrò fame
mangerò allora la carne a chi mi ruba!
Attenzione…
Guardatevi dalla mia fame
E dalla mia ira!»


Parole dell’aggressione del 5 giugno (T. Zayyad)


Di qua, come nuvole nere, si diressero verso l’Est,
calpestando fiori, bimbi, grano e perle di rugiada.
Così, sulla sabbia e senza funerale, cadde un martire:
con una fucilata in testa e un grido di minaccia e di odio
l’assassino aggiunse, con la mitragliatrice, un’altra cifra
e, come una volpe, procedette cercando altre cifre,
mentre, a poca distanza, pianse un bambino neonato
quando gli passarono sul visetto bruno
le catene di ferro di un carro armato.

Non dirmi: «Abbiamo vinto!»
Questa vittoria è peggio di una sconfitta.
Noi non guardiamo la superficie,
ma guardiamo piuttosto la profondità del delitto.

Non dirmi: «Abbiamo vinto!»
Questa vostra bravura la sappiamo già
e conosciamo bene il prestigiatore:
il padrone che vi diede il segno di procedere!…

Che cosa avete nascosto per l’indomani?
Voi che mi avete sparso di sangue,
che mi avete rubato la luce degli occhi
e che mi avete crocifisso la penna;
voi che avete violentato il diritto di un popolo innocente,
e che avete aperto altre nuove piaghe nelle mie
e pugnalato la clemenza!…
Che cosa avete nascosto per l’indomani?!

E’ da venti anni che, in un mare di lagrime e di sangue,
vivete un sogno d’estate, grazie all’appoggio altrui!…

Voi innalzate i castelli vostri per oggi stesso
e noi innalzeremo i nostri per l’avvenire.
La pazienza nostra è tanto più illimitata
di questa distanza aperta in questo immenso spazio.

Ditemi, chi è la madre che vi lasciò come eredità
il Canale di Suez,
le rive del Giordano,
il Sinai e quelle montagne di Golan?

Chi ruba un diritto altrui con la forza delle armi
come potrà difendersi, quando, un giorno,
il bilancio delle cose si sarà sconvolto?!
Io so che la terra è gravida
e gravidi sono pure gli anni,
che la giustizia non muore
e gli aggressori non la possono far morire,
e che sulla terra
gli occupatori non hanno mai durato tanto.

Per la millesima volta ve lo diciamo:
Noi non divoriamo carne altrui,
non ammazziamo bambini né uomini innocenti,
non rubiamo case, né prati,
non spengiamo il lume degli occhi altrui;
non rubiamo oggetti d’antichità
e non rompiamo penne, né incendiamo libri.

Per la millesima volta lo diciamo a voi
Che vi chiudete gli orecchi con cotone e con fango:
Un grano di questa santa e libera terra
non lo perderemo, ve lo giuriamo;
non c’inchineremo davanti ai ferri ed al fuoco;
se questa volta siamo tornati indietro,
è come quando inciampa un cavallo:
il passo che abbiamo fatto indietro
è solo per aiutarci a fare
altri dieci passi avanti.


 

http://www.romacivica.net/anpiroma/FASCISMO/fascismo18.htm

Ebrei e fascismo, storia della persecuzione

razypg.jpg (90696 byte)

a cura di Mario Avagliano

(in Patria Indipendente, n. 6-7, giugno-luglio 2002)

All'inizio del Novecento le comunità israelitiche sono quasi del tutto integrate in Italia, e l’antisemitismo è limitato a frange minoritarie del mondo cattolico e ad alcune riviste, come La Civiltà Cattolica dei gesuiti. Alcuni esponenti delle comunità ricoprono cariche importanti nella politica e nell’esercito: nel 1902, fra i 350 senatori nominati dal re, figurano 6 senatori ebrei (nel 1920 diventeranno addirittura 19); nel 1906 il barone Sidney Sonnino, ebreo convertito al protestantesimo, è nominato presidente del Consiglio, dopo essere stato ministro delle Finanze e degli Esteri; nel 1910 un altro ebreo, Luigi Luzzati, questa volta non convertito, ricopre la carica di primo ministro, dopo essere stato anch’egli ministro delle Finanze. Il sociologo Leopoldo Franchetti è senatore conservatore per molti anni, prima di suicidarsi dopo la sconfitta italiana di Caporetto. Salvatore Barzilai, giornalista irredentista di Trieste, è eletto deputato per otto mandati e, dopo la Grande Guerra, fa parte della delegazione italiana alla conferenza per la pace a Versailles. Ernesto Nathan, ebreo e massone, è sindaco di Roma dal 1907 al 1913. Giuseppe Ottolenghi, primo ebreo a rivestire il grado di generale nel 1888, diventa istruttore del futuro Vittorio Emanuele III e nel 1902 viene nominato senatore e ministro della Guerra. E’ significativo anche il contributo ebraico al primo conflitto mondiale: l’Italia ha 50 generali ebrei; uno di questi, Emanuele Pugliese, sarà il più decorato dell’esercito; un altro, il generale Roberto Segre, idea le difese sul Piave.

Nascita del fascismo: ebrei fascisti e ebrei oppositori

musso_life.jpg (40595 byte)

L’avvento del fascismo non mette in crisi l’integrazione degli ebrei in Italia. Nella famosa riunione in piazza San Sepolcro a Milano (23 marzo1919), fra i 119 fondatori del fascismo ci sono anche cinque ebrei, ed è uno di loro (Cesare Goldman) a procurare la sala all'associazione industriali dove Mussolini tiene a battesimo il movimento. Tra i "martiri fascisti" che muoiono negli scontri con i socialisti fra il 1919 e il 1922, figurano tre ebrei: Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo. Più di 230 ebrei partecipano alla marcia su Roma nell’ottobre del 1922 e risulta che a quella data gli iscritti al partito fascista o a quello nazionalista (che poi nel 1923 si fondono) siano ben 746. A Fiume con D'Annunzio ci sono ebrei, fra cui Aldo Finzi che diviene poi sottosegretario agli interni di Mussolini e membro del Gran Consiglio (allontanato dal Regime, entrerà poi nella Resistenza e morirà alle Fosse Ardeatine), mentre Dante Almansi ricopre addirittura sotto il fascismo la carica di vice capo della polizia. Guido Jung è eletto deputato fascista e viene nominato ministro delle Finanze dal 1932 al 1935. Maurizio Rava è nominato vicegovernatore della Libia, governatore della Somalia e generale della milizia fascista. Tanti altri ebrei, pur occupando posti di minore importanza, contribuiscono all’affermazione del fascismo, come il commendator Elio Jona, finanziatore de Il Popolo d’Italia, e come gli industriali lombardi di origine ebraica che, per paura del comunismo, sostengono finanziariamente il movimento.

Lo stesso Benito Mussolini conta fra i suoi amici esponenti dell’ebraismo quali la russa Angelica Balabanoff, Cesare Sarfatti e Margherita Sarfatti, per lungo tempo amante del duce, condirettrice della rivista fascista "Gerarchia" e autrice della prima biografia di Mussolini dal titolo Dux, tradotta in tutte le lingue, che contribuisce significativamente a propagandare il fascismo a livello mondiale.

Questo non significa che l’ebraismo italiano sposi la causa del fascismo. Mussolini, fin dai primi anni, deve fare i conti con l’opposizione anche di molti ebrei: i socialisti Treves e Modigliani sono fra i protagonisti dell’Aventino; il senatore Vittorio Polacco pronuncia un coraggioso discorso, che ha una vasta eco nel paese; Eucardio Momigliano, che era stato uno dei sansepolcristi ebrei, abbandona il fascismo quasi subito, fondando l’Unione democratica antifascista; il deputato Pio Donati, aggredito e percosso due volte, è costretto all’esilio e muore in solitudine nel 1926; alcuni professori universitari rifiutano fedeltà al Regime (tra i 12 coraggiosi in tutt’Italia, tre sono ebrei: Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida e Vito Volterra), il presidente della Corte Suprema Ludovico Mortara si dimette; nel maggio del ’25 il Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Croce è sottoscritto da 33 ebrei.

 

Primi anni del Regime, il problema ebraico non esiste

Nei primi anni Venti per il fascismo il problema ebraico non esiste, anzi Mussolini – quando ciò corrisponde ai suoi fini politici – non manca di corteggiare le comunità israelitiche, come testimoniano le sue parole sul Popolo d’Italia del 1920: "In Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei, in tutti i campi, dalla religione, alla politica, alle armi, all’economia... la nuova Sionne, gli ebrei italiani, l’hanno qui, in questa nostra adorabile terra". Solo dopo il ‘38, molti zelanti gerarchi italiani filo-nazisti, per far piacere a Hitler, spulceranno alcuni vecchi discorsi di Mussolini, con qualche frase che si poteva interpretare razzista (sul Popolo d'Italia del 4 giugno 1919 il duce affermava: "Sulla Rivoluzione Russa mi domando se non è stata la vendetta dell'ebraismo contro il cristianesimo, visto che l'80 per cento dei dirigenti dei soviet sono ebrei... La finanza dei popoli è in mano agli ebrei, e chi possiede le casseforti dei popoli dirige la loro politica" e concludeva che il bolscevismo era "difeso dalla plutocrazia internazionale, e che la borghesia russa era guidata dagli ebrei; quindi proletari non illudetevi").

Ma si tratta soltanto di battute. Nel novembre del ’23 Mussolini, dopo aver ricevuto il rabbino di Roma Angelo Sacerdoti, fa diramare un comunicato ufficiale in cui si legge: "(…) S.E. ha dichiarato formalmente che il governo e il fascismo italiano non hanno mai inteso di fare e non fanno una politica antisemita, e che anzi deplora che si voglia sfruttare dai partiti antisemiti esteri ai loro fini il fascino che il fascismo esercita nel mondo". Nel 1930, l’anno dopo il Concordato col Vaticano, il duce fa approvare la Legge Falco sulle Comunità israelitiche italiane, accolta molto favorevolmente dagli ebrei italiani.

In realtà con questa legge il fascismo vuole soltanto servirsi degli ebrei per la sua politica. Il rabbino di Alessandria d’Egitto (David Prato) è un italiano; in tal modo si pensa che l’influenza italiana nel Levante si affermi; viene perciò aperto un Collegio rabbinico a Rodi; i consoli italiani fanno opera di persuasione perché gli ebrei italiani all’estero non rinuncino alla cittadinanza; si facilita l’iscrizione alle Università italiane di quegli studenti stranieri che provengono da paesi dove vige il "numerus clausus". Il Collegio rabbinico da Firenze viene nuovamente trasferito a Roma. Nel ’32 la Mondadori pubblica i famosi Colloqui con Mussolini di Emil Ludwig, e il duce condanna il razzismo senza riserve, definendolo una "stupidaggine", quanto all’antisemitismo, afferma che "non esiste in Italia". Dopo la presa del potere da parte di Hitler, i profughi ebrei dalla Germania vengono accolti e il loro insediamento non è ostacolato dalle Autorità.

Se non si tratta di un corteggiamento, poco ci manca. La risposta delle comunità ebraiche è ottima: tra l’ottobre del 1928 e l’ottobre del 1933, sono 4920 gli ebrei che si iscrivono al partito fascista; poco più del 10 per cento della popolazione ebraica italiana.

 

1933-34, comincia l'antisemitismo

difesarazza.jpg (24033 byte)

I primi germi dell’antisemitismo incominciano a manifestarsi dopo la conquista del potere da parte di Hitler in Germania nel 1933. Su diversi giornali fascisti appaiono i primi segni dell’antisemitismo che, raccogliendo la letterature tradizionali, accusano gli ebrei di voler conquistare il potere mondiale.

Nel marzo del 1934 due giovani ebrei torinesi aderenti a Giustizia e Libertà, Sion Segrè e Mario Levi, sono fermati dall’Ovra alla frontiera mentre tentano di introdurre manifestini e propaganda antifascista. Levi riesce a darsi alla fuga gettandosi nelle acque del Lago Maggiore. Nella rete cadono anche i loro "complici": Leone Gizburg, Carlo Mussa Ivaldi, Barbara Allaso, Augusto Monti. Questo fatto da’ occasione a molti giornali di sfogare il loro livore antisemita. tanto che il gerarca Roberto Farinacci invita tutti gli ebrei italiani a scegliere tra sionismo e fascismo. E mentre alcuni ebrei corrono ai ripari, e nella stessa Torino viene fondato il giornale La nostra bandiera, diretto da Ettore Ovazza (che poi nel ’43 sarà ucciso dai tedeschi), esponente dei buoni "cittadini italiani di religione israelitica" , devoti al Regime, altri continuano a tenere un contegno degno delle più nobili tradizioni risorgimentali; fra questi i due fratelli Nello e Carlo Rosselli - discendenti da Pellegrino Rosselli e Jeannette Nathan Rosselli, che ospitarono Mazzini - uccisi in Francia da sicari fascisti nel 1937. Carlo Rosselli, in esilio a Parigi, fonda il movimento "Giustizia e libertà" e poi combatte nella guerra civile in Spagna.

Dal ‘34 è un crescendo di "segnali" antiebraici. La stampa ospita sempre più di frequente articolo razzisti. Nel 1936, a Tripoli, alcuni esponenti della Comunità ebraica vengono fustigati nella pubblica piazza perché i commercianti ebrei della città si rifiutano di tenere i negozi aperti di sabato. Mussolini, autonominatosi "protettore dell’Islam", appoggia gli Arabi di Palestina, inviando loro armi; si parla di minaccia ai luoghi santi da parte del Sionismo, sostenuto dalla Gran Bretagna. Nel novembre del ’36 il Ministro degli esteri Galeazzo Ciano emana precise istruzioni affinché si eviti che funzionari ebrei della Farnesina siano incaricati di trattare con la Germania.

Eppure si tratta ancora di episodi limitati, non ancora di una scelta politica dichiarata dell’intero partito. E infatti si registrano anche avvenimenti di segno opposto.

Nel ’34 Mussolini da’ il via libera alla creazione della sezione ebraica della scuola marittima di Civitavecchia (molti dei partecipanti costituiranno poi il nucleo della marina israelina): L’anno dopo diversi ebrei partecipano alla guerra d'Etiopia e, successivamente, alla guerra di Spagna Uno dei caduti in Spagna (Alberto Liuzzi) è perfino decorato di medaglia d'oro. Anche quando la Società delle Nazioni sanziona l’Italia, l’adesione alla "giornata della fede" e all’offerta dell’oro da parte delle comunità ebraiche è larghissima. La guerra in Africa mette il Governo italiano in contatto coi 30 mila Falascia che vivono in Abissinia, un nucleo di negri professante la religione ebraica, ma vissuto per secoli in assoluto isolamento. Mussolini, ritenendo opportuno favorire questo gruppo, dopo che i capi Falascia hanno prestato il giuramento di fedeltà, lo mette in relazione con gli ebrei d’Italia. Anche se, contemporaneamente, il Regime mette in cantiere una legislazione indirizzata a contenere il meticciato fra italiani e popolazioni indigene africane che fa da apristrada a a concezione di superiorità della razza italica.

La situazione va nettamente peggiorando col graduale avvicinamento del governo fascista a quello hitleriano, anche se Mussolini, il 16 febbraio del ’38, con il documento n. 14 dell’Informazione diplomatica, il bollettino semiufficiale adoperato dal regime per comunicare le sue scelte di politica estera, smentisce ufficialmente le voci, sempre più insistenti, provenienti dall’estero, di misure antisemite che il governo italiano andrebbe elaborando.

Ne sono consapevoli i vertici delle comunità ebraiche. E infatti nel ’37, dopo che una delegazione italiana ha partecipato al Congresso antisemita di Erfurt, viene pubblicato un coraggioso "Manifesto dei rabbini d’Italia ai loro fratelli", aperta rampogna agli ebrei italiani che seguendo altre ideologie si ritengono avulsi dal loro ceppo di origine.

Nella primavera del ’37 Paolo Orano, rettore dell’Università di Perugia, pubblica "Gli Ebrei Italiani". In questo libro Orano chiede agli ebrei di diventare in tutto e per tutto italiani, di prendere le distanze dal sionismo e di tagliare i ponti con gli ebrei dei paesi liberal-democratici per sostenere la lotta contro l’internazionale ebraica. Intanto Giovanni Preziosi diffonde in Italia il falso documento "I Protocolli dei Savi Anziani di Sion", pesantemente antisemita.

La campagna di stampa si fa sempre più pesante. Il giornale Regime Fascista pubblica regolarmente articoli razzisti firmati Farinacci. Altri giornali antisemiti, Il Tevere, Giornalissimo, Quadrivio, vomitano insulti e calunnie contro gli ebrei; il più zelante divulgatore di odio razziale è Telesio Interlandi, autore del libello "Contra Judaeos".

 

1938, la visita di Hitler e le leggi razziali

provvediantiebrei.jpg (39042 byte)

Nel maggio del 1938 Hitler viene a Roma per ricambiare la visita di Mussolini. Storicamente non esiste la prova di un collegamento diretto tra la visita e la svolta razzista del Regime (e secondo molti storici, a partire da De Felice, sarebbe ingiusto scaricare le responsabilità dell’Italia e del fascismo su Hitler). Fatto sta che il mese dopo una delegazione di esperti tedeschi di razzismo viene in Italia per istruire funzionari italiani su questa pseudo-scienza; e appena due mesi dopo, il 14 luglio del 1938, viene pubblicato il "Manifesto della razza" , firmato da un gruppo di professori, di cui il più autorevole è Nicola Pende, in cui si sostiene la teoria della purità della razza italiana, prettamente ariana, il cui sangue va difeso da contaminazioni: quindi, gli ebrei sarebbero estranei e pericolosi al popolo italiano. Sempre in luglio l’ufficio demografico del Ministero dell’interno si trasforma in Direzione generale per la demografia e la Razza.

Il massimo consenso alla campagna razzista si manifesta tra gli intellettuali e i docenti universitari. Tutto ciò suscita scarsi dissensi. Uniche eccezioni di rilievo sono il filosofo Giovanni Gentile, lo scrittore Massimo Bontempelli, e il fondatore del futurismo Tommaso Marinetti. Voci discordi si levano anche in ambienti cattolici (in particolare ad opera del gruppo fiorentino di Giorgio La Pira), preoccupati tra l’altro della piega "pagana" che sembra prendere la persecuzione antiebraica, e inizialmente anche da parte del Vaticano che però – come scrive Renzo De Felice – tutto sommato non si dimostra contrario "ad una moderata azione antisemita". E infatti il 10 ottobre l’ambasciatore italiano presso la santa Sede comunica per telespresso a Mussolini: "(…) le recenti deliberazioni del Gran Consiglio in tema di difesa della razza non hanno trovato in complesso in Vaticano sfavorevoli accoglienze (…) le maggiori per non dire uniche preoccupazioni della Santa Sede si riferiscono al caso di matrimoni con ebrei convertiti".

Contemporaneamente al "Manifesto della razza" viene lanciata (in data 15 luglio 1938) un’edizione speciale dei "Protocolli"; e per sostenere e diffondere la teoria razziale, nuova per gli italiani, inizia le sue pubblicazioni una rivista: La difesa della razza, diretta da Telesio Interlandi. Durante tutta l’estate del ‘38 tutta la stampa italiana pubblica articoli diffamatori contro gli ebrei per preparare l’opinione pubblica alla normativa razziale. Il 1° settembre 1938 viene emanata la legge: tutti gli ebrei italiani sono messi al bando della vita pubblica; perfino le scuole sono precluse ai bambini ebrei. All’interno del partito fascista, tra i pochi ad opporsi c’è Italo Balbo.

 

La persecuzione degli ebrei italiani

negozioariano.jpg (56234 byte)

Il periodo 1938-1943 è tragico per gli ebrei italiani. Michele Sarfatti nel suo studio certifica che in questi sei anni vengono assoggettate alla persecuzione circa 51.100 persone, cioè poco più dell’1 per mille della popolazione della penisola; i perseguitati sono in parte (circa 46.600) ebrei effettivi e in parte (circa 4500) non-ebrei classificati "di razza ebraica". L’antisemitismo permea la vita del paese in tutti i suoi comparti. In un solo anno, dei 10 mila ebrei stranieri presenti in Italia, 6480 sono costretti a lasciare il Paese. Uno degli epicentri della "pulizia etnica" del fascismo sono le scuole e le Università. Nel giro di poche settimane, 96 professori universitari, 133 assistenti universitari, 279 presidi e professori di scuola media, oltre un centinaio di maestri elementari, oltre 200 liberi docenti, 200 studenti universitari, 1000 delle scuole secondarie e 4400 delle elementari vengono allontanati dagli atenei e dalle scuole pubbliche del regno: una profonda ferita, mai completamente rimarginata, viene inferta alla cultura italiana. Molti illustri docenti sono costretti all’esilio (come Enrico Fermi, che ha una moglie ebrea); altri costretti al silenzio e alla miseria, esclusi da quegli istituti che hanno creato, come Tullio Levi Civita (fisico e matematico), che si vede persino negare l’ingresso alla biblioteca del suo Istituto di Matematica della Università di Roma dal nuovo direttore, Francesco Severi. La stessa tragica sorte subiscono 400 dipendenti pubblici, 500 dipendenti privati, 150 militari e 2500 professionisti, che perdono i loro posti di lavoro e vengono ricacciati nel nulla, senza possibilità non solo di proseguire la loro carriera, ma spesso anche di sopravvivere. Gli episodi di violenza fisica da parte fascista sono per fortuna contenuti (qualche incidente si verifica solo a Roma, Trieste, Ferrara, Ancona e Livorno)

Gli ebrei come reagiscono? Quelli che hanno la possibilità, emigrano: i più verso le Americhe, molti in Palestina (alla data del 28 ottobre 1941 risultano aver lasciato il regno 5966 ebrei di nazionalità italiana). L’1 per mille dei perseguitati si suicida. Il caso più drammatico è quello di Angelo Fortunato Formiggini, giornalista, editore, fra i primi a rendersi conto della pericolosità del fascimo. Si registrano anche molte abiure e pubbliche dissociazioni (3880 casi tra il 1938 e il 1939) ed anche qualche "arianizzazione", ottenuta col presentare documenti falsi e forti somme di denaro. Sono invece pochi quelli che fanno valere una legge, emanata ad hoc, secondo la quale era da considerarsi "ariano" l’ebreo che dimostrava di essere figlio di un adulterio. Gli altri si adattano a vivere come possono, si organizzano in seno alle stesse Comunità e continuano, malgrado le loro peggiorate condizioni, ad aiutare i fratelli d’oltralpe che dall’avvento di Hitler al potere continuano ad affluire numerosi in Italia (tra il ’38 e il ’41, nonostante i divieti e le leggi razziali, ne arrivano almeno 3mila, anche grazie alla compiacenza delle guardie di frontiera).

Nel 1939, Dante Almansi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, è autorizzato dal governo a creare un’organizzazione per assistere i rifugiati ebrei giunti in Italia da altre parti d’Europa. Conosciuta come Delasem, il nome per esteso di questa organizzazione era Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei. Tra il 1939 e il 1943 la Delasem aiuta oltre cinquemila rifugiati ebrei a lasciare l’Italia e raggiungere Paesi neutrali, salvando loro la vita.

 

II guerra mondiale, la persecuzione si aggrava

La politica razziale del fascismo dovrebbe concludersi con l’allontanamento di tutti gli ebrei dalla penisola. Mussolini decide nel settembre 1938 l’espulsione della maggioranza degli ebrei stranieri e nel febbraio 1940 l’espulsione entro dieci anni degli ebrei italiani. L’ingresso dell’Italia in guerra il 10 giugno 1940 blocca l’attuazione di queste decisioni.

Con la guerra, però, il fascismo aggrava la persecuzione dei diritti, istituendo nel giugno 1940 l’internamento degli ebrei italiani giudicati maggiormente pericolosi (per il regime) e degli ebrei stranieri i cui paesi avevano una politica antiebraica. Nel ’40 gli ebrei italiani internati o confinati sono 200 (tra essi, vi è Leone Ginzburg con la moglie Natalia); nel ’43 raggiungeranno il migliaio. Il numero degli ebrei stranieri internati è di gran lunga più alto, anche se mancano dati precisi al riguardo.

Campi di concentramento vengono aperti in ogni parte d’Italia. I più importanti sono quelli di Campagna e di Ferramonti. De Felice nel suo libro "Storia degli ebrei sotto il fascismo", parla di oltre 400 tra luoghi di confino e campi di internamento, ma non è stato ancora fatto un censimento attendibile. Ebrei vengono rinchiusi anche nelle prigioni delle maggiori città italiane, San Vittore a Milano, Marassi a Genova e Regina Coeli a Roma.

Non è finita. Nel maggio 1942 gli israeliti di età compresa tra i 18 e i 55 anni sono precettati in servizi di lavoro forzato(ma su 11.806 precettati, ne saranno avviati al lavoro solo 2038). Nel maggio-giugno 1943 vengono creati dei veri e propri campi di internamento e lavoro forzato per gli ebrei italiani.

Soltanto all’Estero, la situazione è visibilmente migliore: in Francia, Jugoslavia e Grecia, i comandi italiani intervengono spesso a difesa degli ebrei e sottraggono molti di loro ai tedeschi, salvandoli dalla persecuzione e dalle deportazioni. Scriverà in un rapporto a Berlino un alto ufficiale delle SS, Roethke: "La zona di influenza italiana (…) è divenuta la Terra Promessa per gli Ebrei residenti in Francia".

Il 25 luglio del '43 viene destituito Mussolini e sciolto il partito fascista. Il governo Badoglio rilascia i prigionieri ebrei, abroga le norme che prevedono il lavoro obbligatorio e i campi di internamento ma – nonostante la sollecitazione dei partiti antifascisti - lascia in vigore le leggi razziali, che non sono revocate neppure dal Re. Badoglio scriverà nelle sue memorie che "non era possibile, in quel momento, addivenire ad una palese abrogazione delle leggi razziali, senza porsi in violento urto coi tedeschi". Un comodo alibi. Forse qualche peso nella decisione ha anche la nota della Santa Sede al Ministro dell’Interno badogliano secondo cui la legislazione in questione "ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma".

 

1943, l'occupazione tedesca, la Rsi e le deportazioni

divisadeportato.gif (12822 byte)

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, gli ebrei rifugiati al Sud tirano un sospiro di sollievo. La persecuzione è finita e il Governo Badoglio prende atto delle richieste degli Alleati. L’articolo 31 del cosiddetto armistizio lungo è chiaro al riguardo: "Tutte le leggi italiane che implicano discriminazioni di razza, colore, fede od opinioni politiche saranno, se questo non sia già stato fatto, abrogate". E infatti il 24 novembre del ’43 il consiglio dei ministri comincia ad abrogare le leggi razziali.

Nel centro-nord occupato dai tedeschi, invece, la situazione degli ebrei si aggrava ulteriormente. Già il 15-16 settembre 1943 i nazisti arrestano e deportano 22 ebrei di Merano, e negli stessi giorni rapinano e uccidono quasi 50 ebrei sulla sponda piemontese del lago Maggiore, a Meina, Baveno, Arona. Il 23 settembre il RSHA, la centrale di polizia tedesca che gestiva la politica antiebraica, comunica che gli ebrei di cittadinanza italiana sono divenuti immediatamente assoggettabili alle "misure" in vigore per gli altri ebrei europei. La prima retata delle SS è quella del 16 ottobre 1943 a Roma: quel sabato vengono rastrellati 1259 ebrei; due giorni dopo 1023 di essi vengono deportati ad Auschwitz (tra di essi vi è anche un bambino nato dopo l’arresto della madre); di questi deportati, solo 17 sopravviveranno.

La neonata Repubblica di Salò non è più tenera del fascismo con gli ebrei, anzi. La Carta di Verona del 14 novembre 1943 - il manifesto politico della Rsi - risolve il problema degli ebrei italiani nel capitolo settimo, affermando che tutti i membri della razza ebraica sono "stranieri e parte di una nazione nemica". L’Ordine di Polizia numero 5, emanato il 30 novembre 1943 e trasmesso il giorno seguente alla radio, annuncia che tutti gli ebrei saranno inviati ai campi di concentramento, fatta eccezione per quelli gravemente malati o di età superiore ai settant’anni. Tutte le proprietà ebraiche nella Repubblica di Salò saranno sequestrate e assegnate alle vittime dei bombardamenti alleati. Una legge del 4 gennaio 1944 trasforma i sequestri in confische (alla data di Liberazione il numero dei decreti di confisca sarà di circa 8mila; la Rsi si approprierà di terreni, fabbricati, aziende, titoli, mobili, preziosi, merci di famiglie ebraiche pari a oltre 2 miliardi di lire).

Già il 1° dicembre le autorità italiane cominciano ad arrestare gli ebrei e a internarli in campi provinciali; alla fine di quel mese iniziano a trasferirli nel campo nazionale di Fossoli, nel comune di Carpi, in provincia di Modena. Nella "caccia agli ebrei", i più accaniti sono i fascisti delle bande autonome, la banda Carità a Firenze, la banda Kock a Roma e poi a Milano, la legione Muti, e la Guardia nazionale repubblicana, le Brigate Nere, le SS italiane. Ma si macchiano di complicità con i nazisti pure le prefetture, la polizia e i carabinieri (alcune prefetture e comandi – scrive De Felice – ci mettono "uno zelo veramente incredibile, fatto al tempo stesso di fanatismo, di sete di violenza, di rapacità"). E’ un fatto ormai accertato che i 4210 ebrei deportati dopo l’Ordine n. 5, siano stati arrestati quasi tutti dalle autorità italiane. Una "caccia" che durerà fino alla fine: il 25 aprile del 45, un gruppo di militi fascisti in fuga verso la Francia, si ferma a Cuneo per prelevare sei ebrei stranieri e li uccide, gettando i loro corpi sotto un ponte.

L’8 febbraio del 1944 il campo di Fossoli passa sotto il comando tedesco e il comandante italiano del campo, che pure aveva assicurato più volte che non avrebbe mai consegnato i suoi prigionieri ai nazisti, all’atto pratico non mantiene le sue promesse. A Fossoli si realizza – come ha scritto Sarfatti – "la saldatura tra le politiche antiebraiche italiane e tedesca". Dal campo modenese, infatti, gli ebrei catturati dalle autorità italiane vengono inviati nei lager dell’Europa orientale. E che in quei luoghi gli ebrei non vadano in gita ma vengano uccisi, Mussolini lo sa almeno dal febbraio del ‘43, quando aveva ricevuto un rapporto segreto di Ciano sulle deportazioni e le "esecuzioni in massa degli ebrei" in Germania.

Il 15 marzo del ’44 Mussolini compie un ulteriore grave passo: istituisce un Ufficio per la razza, alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, e vi pone a capo il super-razzista Giovanni Preziosi che sostiene apertamente che il "primo compito" della Rsi è "quello di eliminare gli ebrei". Preziosi si adopera per inviare nei campi di concentramento non solo gli ebrei puri, ma anche i cittadini di "origine mista", e per confiscare i beni anche degli ebrei "arianizzati".

Prima dell’arrivo delle forze alleate, gli ebrei vengono trasferiti nel campo di Bolzano-Gries, luogo noto per le torture e gli assassinii. Dalla Risiera di San Sabba a Trieste un numero alto di ebrei viene indirizzato a morte sicura e lo stesso destino incontrano 1805 ebrei di Rodi e Kos. Le SS e la milizia fascista catturano e giustiziano sommariamente più di duecento ebrei (77 vengono fucilati alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo, insieme a molti partigiani). In questo sono aiutati da due collaboratori ebrei - a Roma e Trieste - che identificano i correligionari e li consegnano ai loro carnefici.

Per fortuna la persecuzione degli ebrei trova scarso consenso nel popolo italiano, salvo poche eccezioni; molti, pur consci del pericolo cui si espongono, salvano la vita a ebrei italiani e stranieri, nascondendoli nelle loro case; i partigiani accompagnano alla frontiera svizzera vecchi e bambini, e li mettono in salvo. Tra tutti, spiccano gli atti di eroismo di Giorgio Perlasca e del questore di Fiume Giovanni Palatucci (poi morto a Dachau). Anche la Chiesa Cattolica interviene in modo deciso. Molti ebrei trovano rifugio e salvezza nei monasteri o nelle parrocchie (solo a Roma il Vaticano aiuta oltre 4 mila ebrei).


Le cifre della deportazione in Italia

Quante vittime ha fatto la deportazione degli ebrei in Italia? Liliana Picciotto Fargion nell'aggiornamento del "Libro della Memoria" (Mursia) riscrive le cifre. Gli ebrei arrestati e deportati nel nostro Paese furono 6807; gli arrestati e morti in Italia, 322; gli arrestati e scampati in Italia, 451. Esclusi quelli morti in Italia, gli uccisi nella Shoah sono 5791. Ovvero circa il 20 per cento della popolazione ebraica italiana ( tra i rabbini-capo la percentuale sale al 43 per cento). A questi vanno aggiunte 950 persone che non si è riusciti a identificare e che quindi non sono classificabili.

Ci sono novità anche sul meccanismo della persecuzione. La Picciotto è convinta, sulla base delle circolari che i nazisti inviavano alle autorità italiane, che tra i ministeri degli Interni tedesco e della Rsi ci fosse un accordo preciso: gli italiani avrebbero pensato alle ricerche domiciliari, agli arresti e alla traduzione nei campi di transito (in particolare quello di Fossoli); i tedeschi alla deportazione nei campi di sterminio. "Manca il documento- precisa - ma i sospetti sono oramai quasi realtà".

Chi si salvò? Secondo i calcoli di Michele Sarfatti, i perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell’Italia meridionale; 5500-6000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera (ma per lo meno altri 250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti); gli altri 29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città. Circa 2000 ebrei, tra i quali Enzo e Emilio Sereni, Vittorio Foa, Carlo Levi, Primo Levi, Umberto Terracini e Leo Valiani, parteciparono attivamente alla Resistenza (1000 inquadrati come partigiani e 1000 in veste di "patrioti"), pari al 4 per cento della popolazione ebraica italiana. Una percentuale di gran lunga superiore a quella degli italiani nel loro complesso. Circa 100 ebrei caddero in combattimento o, arrestati, furono uccisi nella penisola o in deportazione; cinque furono insigniti di medaglia d’oro alla memoria. Fra i caduti, vanno ricordati il bolognese Franco Cesana, il più giovane partigiano d’Italia, il torinese Emanuele Artom, i triestini Eugenio Curiel e Rita Rosani, il milanese Eugenio Colorni, il toscano Eugenio Calò, gli emiliani Mario Finzi e Mario Jacchia, e l’intellettuale Leone Ginzburg. Un alto contributo al ritorno della libertà e della democrazia in Italia.


 


http://www.comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=article&sid=245

IL SIONISMO NON HA AMICI
 

DI JUDY ANDREAS



“Il parere delle persone mi è stato confidato soprattutto in privato. Alcuni dei più grandi esponenti del mondo del commercio e della produzione negli Stati Uniti hanno paura di qualcosa. Sanno che da qualche parte esiste un potere talmente organizzato, talmente sottile, talmente vigile, talmente sincronizzato, talmente completo, talmente pervasivo che sarebbe meglio che non ne parlassero a voce alta quando vogliono criticarlo.” The New Freedom. Woodrow Wilson, 1913

Qual’è questo potere al quale si riferiva Wilson? Perché se ne parlava in toni sommessi e a porte chiuse?

La nostra opinione pubblica è stata e continua ad essere ingannata. È un processo che comincia presto ed è inesorabile. Comincia in casa e a scuola. Comincia alla radio e in televisione. Comincia sulla stampa. E alla fine avviene una reazione pavloviana; l’uomo non è più capace di pensiero critico e diventa una macchina. Conosco questo processo fin troppo bene e ne ho fatto parte per molto più tempo di quanto mi piaccia ammettere. E ora che sono in grado di rendermene conto, anche se solo in parte, non desidero altro che mettere in guardia le persone dal gioco che si sta facendo a loro spese.

Gli ebrei hanno svolto un ruolo importante in questo dramma ingannevole e tuttora l’ebreo medio continua a non sapere quello che sta succedendo. All’ebreo medio è stato fatto un efficacie lavaggio del cervello attraverso grida di antisemitismo e immagini dell’Olocausto ebraico. L’ebreo medio vive in uno stato di paura e di ansia e si sente parte della classe delle vittime. Non importa quanto potere sia accumulato, l’ebreo medio si sente ad un passo dall’estinzione. C’è sempre una minaccia che incombe sulla sua testa. Un’altra svastica compare su una sinagoga, un altro “attentatore suicida” riesce a passare attraverso il labirinto di checkpoint in Israele (se si conoscono i checkpoint, si farà fatica a crederlo). Eventi ben organizzati mantengono l’ebreo medio vulnerabile a questo “potere”. Ma qual è questo potere? Il SIONISMO.

Il sionismo è un movimento politico nato alla fine del 1800. All’inizio esprimeva lo sforzo di alcuni ebrei di costituire una nazione ebraica sul suolo palestinese, ma questo concetto è cambiato nel corso degli anni. Oggi si riferisce a coloro che vogliono espandere i confini di ciò che è già stato costituito. Si riferisce a coloro che non ci pensano due volte a mettere i loro interessi davanti agli interessi di qualsiasi paese nel quale vivono. Si riferisce a coloro che sacrificherebbero chiunque, ebrei e gentili senza distinzione, per raggiungere i loro obiettivi.

È un grave errore pensare che tutti gli ebrei appoggino il sionismo. Ci sono state numerose critiche clamorose ma c’è stato anche qualcuno, che per paura o intimidazione, non è stato altrettanto clamoroso. Vorrei citare alcune di queste voci coraggiose e mi scuso con quelli che ometto. Scrittori antisionisti come John Sack, Alfred Lilienthal, Benjamin Freedman, Israel Shamir, Israel Shahack, Norman Finkelstein, Henry Makow, Ralph Schoenman, Lenni Brenner, Victor Ostrovsky, Henry Meyer e Jack Bernstein sono solo alcuni di loro. Questi uomini hanno osato parlare apertamente, cosa che ha fatto loro subire crudeli attacchi da gruppi come la Lega antidiffamazione (ADL) [Uno dei maggiori organismi della cosiddetta lobby ebraica – cfr.
SIAMO ONORATI DALL' ATTENZIONE, ndt.]. Questi uomini hanno osato parlare e di conseguenza sono stati costretti a soffrire. Nonostante il suo nome piacevole questo gruppo è specializzato nel calunniare e diffamare.

L’autore Jack Bernstein ha affermato:

“Conosco molto bene le tattiche che VOI, miei fratelli sionisti, utilizzate per mettere a tacere chiunque tenti di rivelare una qualsiasi delle vostre azioni sovversive. Se la persona è un gentile, gridate “sei un antisemita”, che non è altro che una cortina di fumo per nascondere le vostre azioni. Ma se è un ebreo a parlare, ricorrete a tattiche diverse:

Innanzitutto ignorate le accuse, sperando che l’informazione non venga diffusa troppo. Se l’informazione comincia a provocare la reazione di troppe persone, ridicolizzate sia l’informazione che la persona che l’ha data. Se non funziona, il passo successivo è la calunnia. Se l’autore o l’oratore non è stato coinvolto sufficientemente in uno scandalo, siete esperti nel fabbricare uno scandalo contro una o più persone. Se nessuna di queste tattiche è efficace si sa che fate ricorso ad attacchi fisici. Ma non cercate MAI di provare che l’informazione è sbagliata”. (da The Life Of An American Jew in Racist-Marxist Israel. di Jack Bernstein, 1984)

Bernstein ha sfidato l’ADL ad un dibattito aperto in televisione. Non ci sorprende che abbia rifiutato il confronto.

Neturei Karta è il nome di un gruppo di ebrei ortodossi a Gerusalemme che si rifiutano di riconoscere l’esistenza o l’autorità del cosiddetto “Stato d’Israele”. Nella loro letteratura scrivono:

“La propaganda sionista si dedica sempre a tattiche intimidatorie e alla censura. A questo proposito è molto utile la lettura del libro dell’ex deputato Findley, They Dared to Speak Out. Si tratta di un triste elenco delle immense risorse che la lobby sionista ha investito per distruggere le carriere di politici in tutto il territorio degli Stati Uniti che avevano espresso alcune perplessità sulla sottomissione di questa nazione ad Israele.

Certamente gli ebrei antisionisti di qualsiasi orientamento politico e religioso hanno subito a lungo la sferza del movimento sionista. Nel 1924, un erudito ebreo olandese, il Dr. Jacob Israel de Hahn, che lavorava come segretario del rabbino Yosef Chaim Sonnenfeld (1849 - 1932 ), rabbino capo della Palestina, (che la loro memoria sia benedetta) è stato ucciso davanti all’ospedale Shaarui Zedek a Gerusalemme mentre tornava dalla preghiera serale. Il crimine che aveva commesso era quello di essere stato coinvolto in discussioni con dei leader arabi che proponevano un’alternativa all’egemonia sionista. I suoi assassini erano membri dell’Haganah, una cosiddetta “organizzazione per la difesa” sionista. In realtà il Dr. de Hahn si può considerare come la prima vittima della violenza sionista in Terra Santa. Tuttora questo meschino omicidio commesso a sangue freddo è completamente sconosciuto al di fuori di un gruppo limitato di ebrei antisionisti”.
[
http://nkusa.org/AboutUs/Zionism/index.cfm ]

I nostri libri di storia sono pieni di pagine bianche. C’è un blackout mediatico su alcuni degli episodi più preveggenti che hanno portato alla insostenibile situazione del mondo attuale.

Verso la fine del 1800 i sionisti hanno progettato di prendere possesso della Palestina araba. La maggior parte delle persone non sa che gli ebrei non controllavano più la Palestina dai tempi dell’Impero Romano e che il piccolo gruppo di ebrei arabi che vivevano in Palestina andava d’accordo con i padroni di casa musulmani e non aveva mai espresso alcun desiderio di rovesciare i reggenti ottomani e costituire una nazione chiamata Israele. Questo movimento è nato direttamente da influenti sionisti europei.

Nel 1914 la Germania, l’Austro-ungheria e l’Impero Turco Ottomano erano incastrati in un conflitto contro l’Inghilterra, la Francia e la Russia. Nel 1916 però, sembrava che tedeschi, turchi e austriaci stessero vincendo la guerra. La Germania fece un’offerta all’Inghilterra per far cessare la guerra. Era un’offerta che sarebbe convenuta all’Inghilterra, tuttavia i sionisti inglesi e internazionali avevano progetti diversi. Sotto la guida di Chiam Weizmann, utilizzarono la loro influenza per portare in guerra gli Stati Uniti affiancando l’Inghilterra. In cambio l’Inghilterra avrebbe premiato i sionisti prendendosi la Palestina dal conquistato Impero Ottomano. Una volta che fosse finita sotto controllo britannico, gli ebrei europei sarebbero stati incoraggiati ad immigrare in massa in Palestina.

Sionisti come Bernard Baruch, Louis Brandeis, Paul Warburg, Jacob Schiff ed altri esercitarono la loro influenza sul presidente Woodrow Wilson, un uomo che aveva alcuni scheletri nell’armadio che preferiva mantenere nascosti. La stampa trasformò il Kaiser tedesco e il suo popolo in “Barbari” assetati di sangue. In Germania i sionisti usarono il loro potere e la loro influenza per minare la Germania dall’interno. Ne conseguì che gli Imperi Germanico, Austriaco e Ottomano furono battuti e le loro cartine furono riscritte dalle potenze durante la stesura del Trattato di Versailles nel 1918.

La Dichiarazione di Balfour, che cedeva la terra di Palestina agli ebrei, fu scritta nel 1917, un anno prima che la Germania si arrendesse. (The Jewish Virtual Library of the American-Israeli co-operative enterprise.)

Ai lettori che non hanno preso sul serio ciò che ho scritto finora chiedo di prendere in considerazione il lavoro di Benjamin Freedman. Freedman era un milionario statunitense che ha tagliato i ponti con i suoi soci sionisti qualche anno dopo la guerra. Continuò a dedicare gran parte della sua vita e della sua fortuna, che gli derivava dalla Woodbury Soap Company, a rivelare la verità su entrambe le guerre mondiali e la morsa sionista sugli Stati Uniti. Si può verificare facilmente. Non permettete che delle reazioni involontarie chiudano la vostra mente. So quanto sia difficile crescere come ebrei: ‘ho percorso questo cammino’. Ho provato tristezza e diffidenza. È comunque importante che cominciamo a scrivere la vera storia su queste pagine bianche nei programmi scolastici.

La Dichiarazione di Balfour era una lettera preparata nel marzo del 1916 pubblicata a novembre del 1917 dall’uomo di stato inglese Arthur James Balfour, ministro degli esteri, che esprimeva l’approvazione del governo britannico del sionismo e della “creazione di una nazione per il popolo ebraico in Palestina.”

Di conseguenza nel 1948 nella zona stabilita venne costituito Israele come stato indipendente.

Il popolo tedesco era sdegnato dal ruolo sionista nella loro disfatta durante la prima guerra mondiale così come dall’incredibile severità del Trattato di Versailles con le sue brutali riparazioni economiche. L’economia tedesca era rovinata. Il popolo elesse Adolf Hitler nel 1932 e il partito nazista ottenne presto il controllo dei media tedeschi, delle banche e delle università, liberi dai sionisti influenti che li avevano controllati.

I sionisti chiamarono all’azione contro la Germania e vennero imposti dei boicottaggi al Regno Unito e agli USA. Il 24 marzo 1933 “The Daily Express” inglese pubblicò questo titolo:
“Judea Declares War on Germany. Jews of All the World Unite in Action” [“La Giudea dichiara guerra alla Germania. Ebrei di tutto il mondo uniti nell’azione”] (Daily Express, Inghilterra, 24 marzo 1933)

Nel settembre del 1939 la Germania e la Polonia entrarono in guerra per i territori contestati che erano stati sottratti alla Germania dal Trattato di Versailles del 1918. La Gran Bretagna e la Francia videro l’opportunità di dichiarare guerra alla Germania con il pretesto di proteggere la Polonia. Fece loro comodo ignorare il fatto che anche l’Unione Sovietica di Stalin aveva invaso la Polonia. La Germania implorò l’Inghilterra e la Francia (gli Alleati) di ritirare le loro dichiarazioni di guerra, ma gli Alleati continuarono ad aumentare massicciamente la presenza militare lungo le frontiere tedesche. I vicini della Germania (Belgio, Olanda e anche la Norvegia) dovettero soccombere alla pressione politica degli Alleati per permettere ai loro eserciti di costituire delle basi nei loro territori. Nella primavera del 1940 cominciò la guerra nell’Europa Occidentale quando la Germania cominciò con l’invasione preventiva di Norvegia, Olanda e Belgio. Negli Stati Uniti i sionisti spinsero Franklin Delano Roosevelt a coinvolgere gli Stati Uniti nella guerra.

Il resto è storia, se perdonerete il giochetto di parole. L’entrata degli Stati Uniti in Guerra segnò un’altra sconfitta distruttiva per la Germania.

Pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, si materializzò il piano per costituire la nazione di Israele in Palestina. La Gran Bretagna, ormai indebolita, fu scacciata dalla Palestina in seguito ad atti di terrorismo sionisti. Il gruppo terrorista più famoso era Irgun, guidato da Menachem Begin. Successivamente Begin sarebbe diventato Primo Ministro di Israele e vincitore del Premio Nobel per la Pace. Lascia perplessi, no?

Il 22 luglio 1946 alcuni terroristi di Irgun, travestiti da arabi, entrarono nel King David Hotel a Gerusalemme. Scaricarono 225 chili di esplosivi. Era la sede della segreteria del governo palestinese e la centrale delle forze britanniche in Palestina. La maggior parte delle vittime erano inglesi, ma morirono anche 15 ebrei innocenti. I sionisti radicali non si fanno problemi a uccidere i loro amici ebrei nel tentativo di avanzare nella loro missione.

La gang terrorista Irgun prese di mira anche civili arabi per spaventarli e far lasciare loro le loro case e villaggi. Il massacro a Deir Yassin, il 9 aprile 1948 fu uno di questi casi.

Oltre 254 arabi cristiani furono cacciati dale loro case, messi in fila e fucilati. Fra di loro c’erano molti anziani, donne e bambini.

Nel 1948 l’ONU e gli Stati Uniti avevano riconosciuto la nazione di Israele. Una delle loro prime azioni fu quella di approvare la “legge del ritorno”, che dava diritto a qualsiasi ebreo nel mondo di trasferirsi in Israele e diventarne cittadino. Il paese fu rubato agli arabi in modo brutale e la brutalità non è mai finita.

Negli anni successivi ci sono state molte operazioni “false flag” [operazioni dei servizi segreti di un paese, di cui la responsabilità viene fatta ricadere su un paese diverso, ndt.]:

1. Nel 1955 degli agenti israeliani, fingendosi terroristi arabi furono catturati mentre stavano organizzando una serie di attentati contro installazioni statunitensi in Egitto. Lo scandalo passò alla storia come
l’affare di Lavon.

2. Nel 1967, durante una guerra con gli arabi, alcune cannoniere e alcuni aerei da combattimento israeliani attaccarono la USS Liberty, una nave statunitense disarmata. Vennero uccisi 35 marinai statunitensi e 170 furono feriti. La scusa che addussero fu che l’avevano scambiata per una nave egiziana. Tuttavia i sopravvissuti all’incidente contraddissero questa versione.
[
www.ussliberty.org]

3. Negli anni ’80 gli israeliani riuscirono per l’ennesima volta a far risultare nemici gli arabi per irritare gli Stati Uniti. L’ex case officer del Mossad Victor Ostrovsky disertò dal Mossad e cercò di mettere in guardia gli Stati Uniti sulla loro natura malvagia e omicida. Raccontò di come gli israeliani avessero fatto ricadere la responsabilità sulla Libia per l’attentato di un night club tedesco che fu attribuito alla Libia causandone il bombardamento da parte del presidente Reagan nel 1986, nel quale rimase uccisa la figlia di 4 anni del leader libico Muamar Qadhafi [Gheddafi]. Il libro di Ostrovsky del 1990, By Way of Deception rivela come il Mossad recluti agenti arabi per svolgere le loro missioni. Inoltre ha affermato che “gli agenti israeliani sono esperti nel fingersi arabi”.

È assolutamente necessario sottolineare che il sionismo non ha amici. È assolutamente necessario che gli ebrei si rendano conto che sono stati traditi dai sionisti che hanno continuato ad utilizzare il giudaismo per nascondervisi dietro. Effettivamente esaminando e prendendo in considerazione attentamente tutti i dettagli, la dolorosa realtà è che è stato il SIONISMO che ha letteralmente mandato gli ebrei europei nelle viscere dell’olocausto.

Un velo di incredulità offusca gli occhi di molti ebrei. Questo è perché la meschina storia del sionismo è stata così efficacemente soppressa. La pletora di film sull’olocausto e delle accuse di antisemitismo hanno lasciato gli ebrei impauriti e tremanti. Quante di queste persone sono consapevoli del fatto che i sionisti collaboravano coi nazisti?

1. Si legge nel libro di Lenni Brenner Zionism in the Age of Dictators (Cap.7), il partito sionista era l’unico partito politico nella Germania nazista che godeva di un certo grado di libertà e poteva pubblicare un giornale. Il motivo: sionisti e nazisti avevano un interesse comune, mandare gli ebrei tedeschi in Palestina.
[
http://www.marxists.de/middleast/brenner/ch07.htm ]

2. “Se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini in Germania portandoli in Inghilterra e che se ne salverebbe soltanto la metà se li si trasportasse in Terra di Israele, opterei per la seconda alternativa” dichiarava David Ben Gurion ad un incontro di sionisti laburisti in Inghilterra nel 1938 (Brenner, Zionism, p.149)

3. Nel novembre 1942, il rabbino Michael Dov-Ber Weismandel, un attivista ebreo in Slovacchia chiese, rivolgendosi a Dieter Wisliceny, un delegato di Adolph Eichmann: “Quanto denaro servirebbe per salvare tutti gli ebrei europei?” Wisliceny andò a Berlino e tornò con una risposta.

Per soli 2 milioni di dollari avrebbero potuto riscattare tutti gli ebrei in Europa occidentale e nei Balcani. Weismandel mandò un agente all’Organizzazione sionista mondiale in Svizzera, ma la sua richiesta non fu accolta. Nathan Schwalb mandò denaro sufficiente per salvare solo Weismandel e il suo gruppo. Ha scritto:

“Per quanto riguarda le grida che arrivano dal vostro paese, dovremmo sapere che le nazioni Alleate stano spargendo molto del loro sangue, e se noi non sacrificheremo alcun sangue, per quale diritto dovremmo meritarci di comparire davanti al tavolo dei negoziati quando dividono paesi e terre alla fine della guerra? … perché solo col sangue potremo ottenere la terra.” (Brenner, Zionism, p.237)

“Perché i leader sionisti dovrebbero tradire gli ebrei dell’Europa?” ci si chiede. Dopotutto la base su cui poggiava lo stato di Israele era che era pensato come rifugio per gli ebrei che affrontavano la persecuzione.

Al contrario invece i sionisti vedevano qualsiasi sforzo per liberare gli ebrei europei non come coronamento del loro obiettivo politico ma come una minaccia a tutto il loro movimento. Se gli ebrei europei fossero stati salvati, avrebbero voluto andare altrove e la loro liberazione non avrebbe avuto nulla a che vedere con il progetto sionista di conquistare la Palestina. La loro ossessione nel colonizzare la Palestina e sopraffare gli arabi ha portato il movimento sionista ad opporsi a qualsiasi liberazione degli ebrei che stavano affrontando la morte, perché avrebbe impedito abilmente di far arrivare in Palestina manodopera selezionata.

Dal 1933 al 1935, l’Organizzazione sionista mondiale rifiutò due terzi dei certificati per l’immigrazione richiesti da tutti gli ebrei tedeschi. Puntualmente nel 1943, mentre in Europa morivano innumerevoli ebrei, il Congresso degli Stati Uniti propose di creare una commissione per “studiare” il problema. Il rabbino Stephen Wise, che era il principale portavoce del sionismo arrivò a Washington per deporre contro la proposta di legge sulla liberazione perché avrebbe sviato l’attenzione dalla colonizzazione della Palestina.

Ci si sarebbe aspettati, forse, che i sionisti avrebbero capito il significato dell’umiliazione e della sofferenza di essere degli eterni rifugiati. E invece, al posto di avere compassione, i sionisti celebrarono la persecuzione di altri, addirittura prima tradendo gli ebrei e poi umiliandoli. Hanno scelto come vittima un popolo dei loro su cui infliggere un progetto di conquista. Hanno schierato gli ebrei sopravvissuti per un nuovo genocidio contro il popolo palestinese, nascondendosi, con crudele ironia, dietro l’urlo collettivo dell’olocausto.
[
http://www.marxists.de/middleast/schoenman/ch06.htm ]

Un racconto raggelante di crimini sionisti contro i loro fratelli è conosciuto come The Ringworm Children [I bambini della tigna].

4. Nel 1951, il direttore generale del Ministero della salute israeliano volò negli Stati Uniti e tornò con 7 apparecchi radiografici, fornitigli dall’esercito statunitense.

Sarebbero stati utilizzati in un esperimento atomico di massa con un’intera generazione di giovani sefarditi che avrebbero dovuto fare da cavie. La testa di ogni bambino sefardita doveva essere attraversata da una dose di raggi X che corrispondeva a 35.000 volte quella massima. In cambio di questo il governo statunitense pagò 300.000 lire israeliane all’anno al governo di Israele. Il denaro pagato dagli statunitensi equivale a miliardi di dollari oggi.

Per ingannare i genitori delle vittime i bambini vennero portati via in “gite scolastiche” e più tardi gli venne detto che i raggi X erano un trattamento per eliminare la tigna del cuoio capelluto. 6.000 di questi bambini morirono poco dopo aver ricevuto le dosi, moltissimi altri svilupparono dei cancri che li uccisero nel tempo e che tuttora continuano ad ucciderli. In vita le vittime hanno sofferto di disturbi quali epilessia, amnesia, Morbo di Alzheimer, cefalea cronica e psicosi.

In breve è di questo che parla il documentario. È tutt’altra cosa vedere le vittime al teleschermo, cioè vedere la donna marocchina che descrive cosa si prova a ricevere 35.000 volte la dose permessa di raggi x in testa.

“Urlavo fatemi passare il mal di testa. Fatemi passare il mal di testa. Fatemi passare il mal di testa. Ma non se ne andava mai.”

Si vede l’uomo con la barba per strada, curvo.

“Ho cinquant’anni e tutti pensano che ne abbia settanta. Devo chinarmi quando cammino per non cadere. Mi hanno rovinato la giovinezza con quei raggi X.”

Si vede la vecchia signora che somministrava le dosi a migliaia di bambini.

“Li portavano in fila. Prima gli si rasavano i capelli e le loro teste venivano cosparse di gel combustibile.

Poi, per non farli muovere, gli mettevano una palla fra le gambe e gli ordinavano di non farla cadere. I bambini non avevano nessun tipo di protezione sul resto del loro corpo. Non c’erano vestiti piombati per loro. Mi hanno detto che stavo facendo la cosa giusta per eliminare la tigna. Se avessi saputo che razza di pericolo stavano affrontando i bambini non avrei mai collaborato. Mai!”

Dal momento che tutto il corpo era esposto ai raggi, la struttura genetica dei bambini spesso venne alterata, colpendo anche la generazione successiva. Vediamo la donna con la faccia deformata che spiega “Tutti e tre i miei bambini hanno gli stessi cancri della mia famiglia. Volete dirmi che è una coincidenza?”

Chiunque può notare che le donne sefardite che oggi hanno intorno ai cinquant’anni, hanno spesso chiazze sparse con pochi capelli, che cercano di coprire con l’henné. La maggioranza di noi ha pensato che fosse semplicemente una caratteristica delle donne sefardite. Vediamo la donna sul teleschermo con un cappellino da baseball. Di fronte alla telecamera mette una fotografia di una deliziosa ragazzina con una cascata di capelli neri. “Questa ero io prima del trattamento. Guardami adesso.” Si toglie il cappello e nemmeno l’henné rosso riesce a coprire le orribili cicatrici nelle zone pelate.

La maggior parte delle vittime era marocchina, perché erano i più numerosi fra gli immigranti sefarditi. La generazione che fu avvelenata divenne la classe eternamente povera e criminale del paese. Non ha senso. I marocchini che scapparono in Francia fecero fortuna e raggiunsero un buon grado di istruzione. La spiegazione più frequente è che in Francia erano andati i ricchi, perciò i furbi. La vera spiegazione è che le cellule cerebrali dei bambini francesi marocchini non sono state fritte coi raggi gamma.

Il film ha esposto chiaramente che questa operazione non fu accidentale. I pericoli dei raggi X si conoscono da oltre 40 anni. Le prime linee guida ufficiali per il trattamento a raggi X esistono dal 1952.
[
http://www.thetruthseeker.co.uk/article.asp?ID=2182 ]

Ne avete abbastanza? Io sì. Sono stanca della manipolazione. Sono stanca di veder combattere le persone; persone che dovrebbero unirsi in una causa comune. Sono stanca di vedere ebrei e gentili che vengono utilizzati per scopi malvagi da una forza estremamente oscura. Sono stanca di vedere musulmani nel mirino e sterminati. Sono stanca di veder scomparire i nostri diritti mentre la popolazione si addormenta di fronte alla televisione. Sono stanca di odio e discordia. Sono stanca del senso di impotenza e di disperazione e di una popolazione immobilizzata. Sono stanca di vedere persone alzare le braccia al cielo per disperazione.

Ci sono voci solitarie che gridano nel deserto, colpiscono orecchie sorde? Esorto ogni persona consapevole a parlare. Non abbiate paura, noi siamo tanti e loro sono i pochi. Aggiungi la tua voce a questo gruppo perché i lievi sussurri diventino un rombo assordante.

Dubitate di quello che dico? Non basatevi su quello che dico, fate una ricerca per conto vostro. È un’esplorazione dolorosa, ma credo davvero che l’equilibrio di questo pianeta dipenda dal fatto che gli ebrei aprano gli occhi. Esistono molti ebrei buoni che sono stati ingannati insieme ai loro fratelli gentili. Una buona parte del mondo si sta svegliando dalle manipolazioni di pochi ed è imperativo che gli ebrei vi si uniscano. Non c’è tempo da perdere. L’informazione non ha limiti. Non c’è rifugio per gli ebrei in Israele. Miei cari lettori, il sionismo non vi proteggerà. Il sionismo vi crocifiggerà su una croce insanguinata di avarizia. È solo attraverso l’unione fra ebrei, cristiani e musulmani che saremo in grado di riprenderci il nostro pianeta.

Judy Andreas
Fonte: http://www.thetruthseeker.co.uk/
Link: http://www.thetruthseeker.co.uk/article.asp?ID=4483
6.5.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di OLIMPIA BERTOLDINI

VEDI ANCHE: per approfondire sui ringworm children

Ringworm and Radiation
Thousands Of Children Stolen From Early Jewish Immigrants To Israel
Zionists Poisoned/Radiated 100,000 Sefardi Jewish Children
Ringworms
The missing Israeli Yemenite children
Israele: i genocidi fatti dagli ebrei


 

CONTRO IL NEMICO SIONISTA

Senza dubbio il sionismo è un movimento coloniale ed espansionista ed è un regime razzista (risoluzione ONU) che ha in «Israele» l'espressione più chiara ed esplicita.

Non è possibile definire scientificamente «Israele» come uno stato o una società, è soltanto una stazione di raccolta di diversi gruppi etnici, di coloni ed avventurieri. Ecco perchè non esiste e non esisterà mai una omogeneità culturale, ideologica e sociale. Questa entità soffre di varie contraddizioni interne, di razzismo fra i diversi gruppi di Ebrei provenienti da tutto il mondo. Come è possibile allora chiamare questa miscela una società? Le contraddizioni si estendono perfino in campo religioso - basta pensare ai «Falashà» che sono emarginati e disconosciuti dai circoli religiosi ortodossi, cosa che provocò molti casi di suicidio fra gli Ebrei etiopici, come espressione di disperazione e come via d'uscita dalla condizione punitiva in cui si sono trovati dopo essere stati sradicati dalla loro patria per contribuire alla politica colonialista dell'entità sionista in Palestina. I sionisti sono riusciti per molto tempo ad ingannare l'opinione pubblica internazionale ed hanno potuto nascondere per diverso tempo i loro piani e la loro politica razzista.

L'ideologia sionista è totalmente falsa perchè è basata sulla pretesa che gli Ebrei sparsi per il mondo formino uno stato, mentre la religione, qualsiasi religione, non forma una nazione.

L'entità sionista è di tipo confessionale, basata sulla bibbia attuale, che non ha niente a che fare con la bibbia di Mosè e gli Ebrei attuali non sono, per nessuna ragione, i discendenti di Abramo e di Giacobbe e nemmeno di Mosè. Tutti questi elementi hanno spinto il sionismo a mettere in campo tutta la sua forza ed energia, aiutato dalle sue alleanze con le potenze coloniali prima e con quelle imperialiste ora, per mettere in piedi quell'entità falsa che è «Israele».

La creazione d'Israele è stata voluta dalle potenze coloniali ed imperialiste, per svolgere la funzione di cane da guardia nell'area mediorientale e funzionare come lunga manus per proteggere gli interessi occidentali in questa zona. E' una spina nel cuore del mondo arabo ed è un cancro nel corpo della Nazione araba, che mira a tenerla divisa e debole.

Per sopravvivere, l'entità sionista ha messo in atto lo scenario seguente: fare apparire l'entità sionista come uno «stato» democratico, dove convivono diverse linee politiche e perciò hanno creato diversi partiti e filoni ideologici che si battono tutti quanti per proteggere il sionismo e la sua creatura mostruosa: «Israele».

Si parla tanto del cosiddetto Partito Comunista Israeliano «Rakah», che è una rete di spionaggio al servizio del Mossad e che lavora per assorbire la rabbia e la ribellione della classe operaia palestinese. L'esistenza del «Rakah» serve anche per mascherare l'odio e l'inimicizia del movimento sionista verso il comunismo. Dopo tutto, il sionismo è abile ad assegnare i ruolo previsti ad ogni partito o filone politico. Al riguardo gli esempi sono tanti; ne citiamo alcuni:

A) Il cosiddetto partito laburista,che viene presentato come un partito disponibile e morbido che accetta l'idea di una soluzione pacifica del conflitto mentre ci si scorda che questo partito è il primo responsabile di tutte le politiche sioniste dal 1948 al 1977.

B) La cosiddetta linea dura, che nega l'esistenza del popolo palestinese e rifiuta nettamente qualsiasi trattativa con l'OLP.

C) La linea oltranzista, che è la faccia mascherata del sionismo e che predica la «soluzione finale» con la liquidazione fisica del popolo palestinese ed è rappresentata dal rabbino Meir Kahane.

Il nemico sionista ha sempre adottato la logica dell'offensiva basandosi sullo slogan: «l'offensiva è la miglior difesa» e ciò indica la paura dei sionisti che l'iniziativa passi agli arabi per capovolgere la formula e sconfiggere il sionismo. Perciò l'aggressività e l'espansionismo sono caratteri originari e permanenti dell'entità sionista. A questo proposito i sionisti, aiutati dal loro alleato organico, l'imperialismo internazionale e quello americano in modo speciale, hanno lavorato per la supremazia militare e tecnologica di «Israele» ed hanno messo in atto una politica di liquidazione e sterminio nei confronti dell'avanguardia della Rivoluzione e del Movimento di liberazione arabo: il popolo palestinese. Così gli atti di aggressione hanno toccato i popoli arabi come quello palestinese, quello libanese con le invasioni del Sud del Libano del 1978 e quella più estesa del 1982, con il bombardamento del reattore nucleare iracheno nel 1982 (l'entità sionista ha da 100 a 200 bombe atomiche e non ha firmato l'accordo di non proliferazione nucleare) e con l'aggressione del 1985 contro la sede OLP a Tunisi e con l'uccisione, che non sarà l'ultima, di Abu Jihad.

Tutto ciò indica senza equivoci la vera natura del sionismo. L'aiuto americano e degli stati europei occidentali all'entità sionista è storico ed essenziale. E questo aiuto si estende a tutti i campi, da quello militare-economico fino a quelli informativo e di sostegno morale. L'Italia, come paese membro della NATO e alleato dell'imperialismo, ha dato e continua a dare un suo contributo al sionismo. Contributo che cominciò negli anni '40 mettendo a disposizione dei sionisti mezzi e porti italiani per facilitare l'emigrazione di migliaia di Ebrei provenienti da tutta Europa verso la Palestina. Con la fondazione dell'entità sionista le relazioni italo-sioniste si sono rafforzate ed ufficializzate con il riconoscimento italiano dell'entità sionista, mentre a tutt'oggi l'Italia non riconosce l'OLP.

Con la complicità italiana, i servizi segreti sionisti hanno liquidato molti quadri politici e personalità palestinesi che vivevano in Italia e la polizia e la magistratura italiane non si sono mai impegnate a fondo per arrestare e condannare i killer sionisti; anzi, le autorità italiane rifiutarono di collaborare con i Palestinesi nel corso delle indagini sull'uccisione di Palestinesi: il caso più scandaloso fu l'indagine per l'uccisione di Mayed Abu Sharar, membro del Comitato Centrale di Al Fatàh e responsabile del dipartimento stampa, avvenuta a Roma nel 1981. Nel 1973 fu ucciso a Roma lo scrittore palestine Wail Zwaiter. Nel 1982, sempre a Roma, furono uccisi due esponenti dell'OLP Nel 1985 agenti del Mossad spararono 70 colpi ed uccisero molti cittadini stranieri nel corso della sparatoria avvenuta all'aeroporto di Fiumicino. Mentre il palestinese che faceva parte del commando fu arrestato, processato e condannato a 30 anni, gli agenti sionisti non si sono presentati al processo a l'ambasciata sionista negò perfino l'esistenza di questi agenti. Non ultimo, il caso del tecnico nucleare sionista Vanunu, che fu rapito a Roma da agenti del Mossad e portato in «Israele» per subire un processo, perchè aveva rivelato i segreti nucleari sionisti. Questi sono solo alcuni esempi della complicità italiana con i sionisti, per non parlare del ruolo dell'Italia nella NATO, dei missili puntati sul Nord-Africa ed il Medio Oriente e della partecipazione italiana alla forza ONU nel Sinai e nel Sud del Libano, che ha il compito di proteggere l'entità sionista. Lo stato imperialista italiano è consapevole della sua complicità e per questo lavora per mascherare il suo ruolo e fa dichiarazioni che non valgono nemmeno l'inchiostro con le quali sono scritte.

Durante la rivolta, il Presidente della Repubblica Cossiga, accompagnato dal ministro degli Esteri, è andato a legittimare l'operato dei sionisti contro i palestinesi nella Palestina occupata, lanciando parole che non possono nè potranno coprire l'appoggio e la complicità italiane alla politica repressiva dei sionisti. A cosa serve condannare a parole l'uccisione di Abu Jihad, quando ai sionisti è stato concesso di utilizzare lo spazio aereo italiano proprio per compiere quella missione? A cosa servono le condanne italiane (se ci sono state) quando l'Italia rifiuta di riconoscere l'OLP, l'unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese? In questo quadro vanno capite ed analizzate le ultime mosse artificiose del governo De Mita, che vuol sollevare una cortina di fumo per coprire la complicità italiana nel dramma palestinese ed assorbire la rabbia e lo sdegno del popolo palestinese e della nazione Araba contro l'Italia.

Per quanto riguarda i regimi arabi, essi sono in maggioranza dei regimi fantaoccio al servizio dell'imperialismo, la loro esistenza e sopravvivenza si basa essenzialmente sull'aiuto americano e sionista. L'esistenza di questi regimi dittatoriali è legata all'esistenza dell'entità sionista, perciò la battaglia per la liberazione della Palestina passa attraverso la liberazione della nazione Araba e la Rivoluzione palestinese è l'avanguardia del Movimento di liberazione pan-arabo, come la Palestina è parte integrante del mondo arabo. Questi regimi sono fallitti , a livello interno, nel processo di sviluppo, come hanno fallito e falliranno nel processo esterno: difendere la loro falsa indipendenza e liberare la Palestina.

In fondo, sono pochi i regimi progressisti arabi che vogliono lavorare e lavorano per liberare la Palestina, affrontando tutte le conseguenze di tale scelta: scontrarsi con l'imperialismo e il sionismo.

I regimi arabi si possono dividere in tre categorie, rispetto al loro atteggiamento verso la causa palestinese:

1) I regimi sconfitti e traditori, filo-americani e filo-sionisti, che hanno scelto apertamente l'alleanza con il sionismo, come l'Egitto, il Marocco e la Giordania.

2) I regimi che non hanno il peso politico-militare per giocare un ruolo attivo nella zona, perciò fanno da spettatori.

3) I regimi che lavorano per il cosiddetto bilancio strategico (1) con i sionisti come la Siria, la Libia, l'Algeria.

In generale, la maggioranza dei regimi arabi non vuole affrontare i sionisti e cerca di seppellire la causa palestinese, una posizione che ha avuto una chiara conferma nell'ultimo vertice dei regimi arabi di Amman, quando la causa palestinese viene messa in secondo piano e viene posta al primo posto la minaccia del presunto pericolo rappresentato dalla Rivoluzione iraniana, in concordanza con gli americani e gli europei.

Il movimento delle masse armate palestinesi e libanesi, appoggiato dal movimento progressista arabo, ha dato prova delle capacità delle masse di affrontare e sconfiggere sia i sionisti che gli imperialisti europei e americani. E le battaglie in Libano lo dimostrano ogni giorno, dove l'aggressione sionista paga un contributo di sangue di continuo; come lo dimostra il fallimento di tutti i piani politico-militari del sionismo, e non ultima la campagna battezzata «Pace in Galilea» del 1982, che ha provocato disastri economici, militari e morali all'entità sionista.

Per la Palestina occupata, la rivolta in corso da 5 mesi non è altro che la dimotrazione netta del rifiuto dell'occupazione e della decisione delle masse palestinesi a passare all'azione per ottenere la libertà. La rivolta è un ciclo, una fase inevitabile e normale nella lunga guerra contro il sionismo. Uno degli aspetti più importanti di questa rivolta, è che le masse arabe palestinesi sono passate all'iniziativa ed hanno messo in ginocchio l'apparato militare e amministrativo dell'occupante, una prova che le masse sono più forti di qualsiasi esercito, una prova che quando l'iniziativa passa in campo arabo, ai sionisti non rimane che commettere crimini simili a quelli dei nazi-fascisti. La rivolta attuale passerà come un evento storico, nel processo di liberazione della Palestina.

Per quanto siamo convinti della vittoria finale del popolo palestinese, ci poniano alcune domande legittime:

1) Non è andata in frantumi la logica del bilancio strategico per affrontare i sionisti?

2) Perchè e quando le masse arabe faranno sentire la loro voce e inizieranno la loro lotta contro l'imperialismo?

3) Ci sarà un fronte arabo unito in funzione anti-sionista e quale sarà il ruolo dell'organizzazione militare palestinese? Con questo fronte si potrà attuare un boicottaggio economico arabo antimperialista e quando?

4) Che fine faranno i conti correnti arabi nelle banche americane ed europee?

Pur ponendoci queste domande, continuiamo a mantenere la nostra inalterabile alleanza con le masse arabe e la fiducia che queste vinceranno la loro battaglia e romperanno le loro catene!

GLORIA AI MARTIRI

GLORIA ALLA RIVOLUZIONE PALESTINESE

RIVOLUZIONE FINO ALLA VITTORIA

Ahmad Sereya, Birawi Tamer

Carcere di Rebibbia, giugno 1988

NOTE:

1) Il termine «bilancio strategico» va inteso nel senso di una ricerca di bilanciamento o equilibrio delle forze su un pinao generale: economico, politico e militare. Questo equilibrio in una logica da stato, viene visto come unica possibilità per competere con il sionismo e sul lungo periodo sconfiggerlo.
http://www.senzacensura.org/
 


http://www.paceinmedioriente.it/visual.asp?artID=114&sezID=5

1880-1913


24 Novembre 2004
 

Maurizio Debanne e Raffaella Camponeschi



Alla fine dell'Ottocento non esistevano né lo Stato di Israele né lo Stato di Palestina. L'area era governata dall'Impero ottomano che l'aveva divisa in due distretti amministrativi: il sangiaccato di Gerusalemme e il vilayet di Beirut. La popolazione ammontava a circa 600 mila persone, la maggior parte araba mussulmana di fede sunnita. L'attività economica si svolgeva principalmente in campagna dove le terre appartenevano a grandi proprietari che rappresentavano l'élite urbana. Intorno al 1880 la maggioranza degli ebrei viveva nell'Impero russo da dove però furono costretti a partire dopo l'uccisione di Alessandro II che scatenò la rabbia della popolazione russa contro di loro. Dopo aver subito vari progrom, gli ebrei diedero vita ad una grande migrazione verso gli Stati Uniti e la Palestina dove fondarono le prime colonie. Il sionismo politico è però da collegare alla figura di Theodor Herzl. Herzl si trovava a Parigi nel pieno del caso Dreyfus e, sconvolto dall'aria antisemita che si respirava in Europa occidentale, cominciò a pensare alla possibilità che gli ebrei potessero costituire uno stato proprio per loro. Herzl morì nel 1904 ma la sua intuizione non scomparve con lui.

Il sionismo

Il ritorno a Sion, prima di divenire obiettivo politico, è stato vissuto dal popolo ebraico, sin dai primi momenti della diaspora (I millennio d.C.), quasi come un anelito mistico e religioso, in una prospettiva messianica di redenzione.

Il carattere millenaristico di queste aspettative andò attenuandosi per l’influenza delle ideologie nazionaliste dell’Europa del XIX secolo, che fortemente pesarono sulla formazione di un movimento che acquisisse come programma il ritorno alla terra dei padri. Ma determinanti in questo senso furono, in primo luogo, le drammatiche condizioni in cui vivevano gli ebrei, concentrati perlopiù nei territori della Russia europea, nella regione detta “degli insediamenti”, tra l’odierno porto di Klaipeda a nord e la Crimea a sud. Erano costretti a sopportare discriminazioni, vessazioni, soprusi, che rendevano la loro esistenza dura e precaria.

Questa realtà influenzò l’antesignano del sionismo-politico, Moshes Hess (1812-1875), il quale, nella sua pubblicazione del 1862 “Roma e Gerusalemme: l’ultima questione nazionale”, descrive come unica soluzione possibile la formazione di uno Stato ebraico in Medio Oriente.

Non erano ancora maturi i tempi perché questa prospettiva apparisse realistica. La strada dell’integrazione sembrava ancora poter dare i suoi frutti e la prospettiva di una rapida penetrazione nell’impero zarista degli ideali liberali rafforzava le speranze di una futura emancipazione. Ma a scuotere gli animi liquidando ogni aspettativa giunse la tragica esperienza del pogrom nel 1881. L’immediata reazione all’ondata di violenze fu l’emigrazione, spontanea, perlopiù diretta verso le città dell’Europa centrale ed orientale, ma anche negli Stati Uniti. Contemporaneamente però nacquero le prime società segrete degli “Chovevei Zion” (coloro che amano Sion). Queste organizzazioni, sorte nelle città della “regione degli insediamenti” e della Polonia senza coordinamento, si proponevano di aiutare quanti volessero emigrare in Palestina. Anche se non molti sostennero questa iniziativa e i fondi raccolti erano veramente esigui, nel 1882 si ebbero le prime partenze e nel 1884 venne fondato il primo insediamento, di Gedera, presso il villaggio arabo di Qatra. Una seconda ondata di insediamenti si ebbe nel 1890. La prima ‘aliyah (“salita”, si riferisce alla prima ondata di emigrazione in Palestina), avutasi tra il 1881 e il 1903, vide coinvolte dalle 20.000 alle 30.000 persone, il numero dipende dalle stime; gli insediamenti fondati furono circa una dozzina.

L’ideologia romantica che muoveva l’attività del movimento “Chibbat Zion” (Amore per Sion), nato dalla confederazione dei “Chovevei Zion”, trovò in Theodor Herzl un leader capace di elevarla a programma politico. Nel suo pamphlet “Lo Stato ebraico. Un moderno tentativo di soluzione della questione ebraica ”, pubblicato nel 1896, esprime il suo punto di vista proprio all’indomani dell’ affaire Dreyfus in Francia e della conseguente ondata di antisemitismo che investì il paese. Le considerazioni di Herzl partono dalla convinzione, già enunciata venti anni prima da Hess, che l’assimilazione non avrebbe risolto il problema, il sionismo era l’unica via possibile.

I progrom contro gli ebrei

L’anno di inizio del regno di Alessandro III (1881-1894) in Russia vide anche lo scoppio di manifestazioni popolari antiebraiche particolarmente violente, con uccisioni e distruzioni. I pogrom (distruzioni), così vennero chiamate le deprecabili sollevazioni, si verificarono nei territori sud-occidentali dove la popolazione ebraica era particolarmente numerosa per la tolleranza e l’accoglienza godute sotto il precedente regno tardomedioevale polacco. I pogrom si ripeteranno sporadicamente fino alla fine dell’epoca zarista senza alcun intervento dei governi, che anzi li incoraggiarono. Questi tristi accadimenti anticiparono le dure sofferenze e privazioni che gli ebrei russi subirono a causa della politica reazionaria e di russificazione del nuovo zar. Diverse disposizioni introdussero controlli alle loro attività, li obbligarono a vivere solo entro il “recinto ebraico” ( la Russia occidentale) e per giunta fu loro imposto di risiedere esclusivamente nei centri urbani, non in campagna. Nel 1887 fu introdotto il numerus clausus nelle università: gli studenti di fede ebraica non dovevano superare il 10% del totale degli iscritti nel “recinto ebraico”. Difficile sperare in politiche più tolleranti da uno zar discepolo di Pobedonoscev, in quegli anni procuratore supremo del santo sinodo; il caro tutore di Alessandro, oltre ad essere il principale artefice della politica reazionaria, sembrerebbe anche aver proposto quale soluzione del problema giudiaco in Russia la conversione all’ortodossia di un terzo degli israeliti russi, l’emigrazione di un altro terzo e lo sterminio del terzo restante.


http://www.che-fare.org/archivcf/cf52/sionista.html
 

 Caso Haider

PROTESTA EBRAICA O SIONISTA?

Un fatto "accessorio" su cui merita soffermarsi nell’esaminare la vicenda è la questione del ruolo in essa giocato dallo stato d’Israele (attenti: non diciamo "dagli ebrei"!).

Per l’occasione è stata opportunamente rispolverato in tutte le salse l’Olocausto. Nazista Haider e, poco ci mancava, nazisti Antonione ed Illy. Ritiro di ambasciatori, carte bollate, grandi campagne di stampa, Auschwitz e Risiera di nuovo su questi schermi persino alla trasmissione Circus per impostare la discussione sul terreno fasullo dell’antisemitismo e via dicendo. Un’operazione propagandistica ed assai profittevole già cominciata dapprima verso la Svizzera e la Germania (rivendicazione di rimborsi a parte) e che prosegue oggi contro l’Austria ed il suo hinterland, Friuli-Venezia Giulia compreso, e che evidentemente non ha nulla a che fare con l’antisemitismo vero ed una vera reazione ad esso, che ci troverebbe ovviamente compartecipi. Canaglie del calibro di un Cohen o di una Albright dovrebbero spiegarci come mai, ad esempio, salve qualche lamentela di facciata, nessuno si sia mosso contro la Croazia di Tudjman ad onta che quest’ultimo avesse scritto un libro per smentire il genocidio degli ebrei, nessuno gli abbia chiesto rimborsi per le vittime ebraiche vere del regime di Pavelic a lui tanto caro, e tutti invece lo abbiano armato ed addestrato per genocidi autentici, della Jugoslavia come paese e dei serbi delle Krajne come persone per non parlare dei crimini perpetrati in prima persona da questi campioni di "ebraismo" (noi diciamo: di imperialismo assassino secondo il Decalogo del dollaro).

Diciamolo francamente: lo sfruttamento dell’Olocausto -al pari della riduzione della tragedia della seconda guerra mondiale allo sterminio degli ebrei- ci fa alquanto schifo. Ci fa doppiamente schifo il suo uso ad altalena, a seconda di convenienze che nulla hanno a che fare con la memoria di esso. Ed altrettanto ci disgusta l’operazione di enfatizzazione ed isolamento di un "problema ebraico", più o meno reale, rispetto a questioni che sono di natura generale, che riguardano semmai tutti, e da un punto di vista generale di classe. Perché questo va detto: i marxisti, che tra i loro padri fondatori hanno avuto miriadi di ebrei, hanno avuto e mirano a riavere tra le loro file un tipo particolare di ebreo. Quello che sente la "propria" causa legata a quella di tutti gli sfruttati e con essi combatte contro il capitalismo e le sue aberrazioni antisemite affondanti in radici di classe e non di astratta razza e con ciò sbarra definitivamente la via ad ogni antisemitismo come ad ogni altra forma di razzismo anti-nero, anti-islamico, anti-slavo, ma e soprattutto, perché di questo si tratta, anticomunista. L’ebreo che, di fronte ad Haider, per restare all’esempio attuale, fa parte a sé, rimette in mostra i propri Auschwitz per dimenticare gli Auschwitz altrui, soprattutto quelli in corso d’opera; l’ebreo che sente, magari con legittima preoccupazione, di dover stare attento ad Haider, ma si affida per questo alle Albright è semplicemente un sionista circonciso col dollaro che, tra l’altro, inevitabilmente fomenta antisemitismo. Il popolo ebraico ha certamente pagato un prezzo altissimo nel corso della seconda guerra mondiale, ma, in primo luogo, lo ha pagato come popolo "basso", abbandonato a sé stesso dalle alte gerarchie borghesi ebraiche che oggi ne sfruttano la memoria e lo ha pagato, in secondo luogo, grazie anche all’indifferenza ed all’ostilità a farsi carico del problema da parte delle democrazie imperialiste che lo hanno scientemente sacrificato chiudendo le loro porte all’immigrazione ebraica. Questo non lo diciamo noi, ma tonnellate di documenti di fonte ebraica opportunamente congelati. E l’unico tentativo glorioso da parte del proletariato ebraico di far fronte al nazismo sul terreno di classe, internazionalista -la Comune di Varsavia- è stato prima schiacciato da nazisti, Occidente e Stalin concordi, poi passato nell’opportuno dimenticatoio perché non si abbia neppure il sentore che possa esistere un proletariato ebraico che lotti fianco a fianco con quello internazionale per i suoi interessi di classe.

Attenti: Tel Aviv ha richiamato dall’Austria il suo ambasciatore, ma gli ambasciatori della sua politica e della sua finanza restano in questo paese, e dovunque, a svolgere la loro opera sotto la copertura di comodo dell’ebraismo. È possibile pensare che questo non porti alla lunga a delle spiacevoli conseguenze, non diciamo per i gangli, assai mobili, della finanza ed i suoi papaveri, ma per una popolazione ebraica che non si rivelasse capace di scendere in campo dal lato degli sfruttati e degli oppressi. Marx, Trotzkij, Luxemburg… Questi sono stati i veri antisemiti perché veri nemici del capitale "ebraico", perché veri comunisti. Altri ce ne aspettiamo che rompano col ghetto sionista.

Verità da Israele

Il quotidiano israeliano Ma’ariv ha pubblicato il 30.1 in prima un articolo sul caso Haider dai contenuti piuttosto insoliti per Israele. Ne riproduciamo ampi stralci perché vi si ammettono senza veli alcune semplici verità sulla politica dello stato d’Israele.

"Lo stato d’Israele ha intessuto stretti rapporti con i peggiori regimi che l’umanità abbia conosciuto dopo gli orrori della seconda guerra mondiale. Indirettamente, e qualche volta direttamente, ha appoggiato regimi totalitari che hanno perpetrato gravi crimini contro l’umanità come l’apartheid, il razzismo e perfino il genocidio.

Jorg Haider è un ragazzino al confronto dei criminali che abbiamo appoggiato e che appoggiamo in nome dei nostri interessi.

Non è che noi non dobbiamo far nulla contro Haider, ma rivela una certa dose di ipocrisia che dobbiamo essere proprio noi a saltare in testa a questa campagna contro di lui.

La questione ebraica nell’affare Haider è di minor entità poiché il leader del Fpo non ha mai rilasciato dichiarazioni anti-semitiche, ha avuto talvolta apprezzamenti per il Terzo Reich, ma poi se ne è scusato. Haider è un nazionalista radicale di destra, uno sciovinista che si batte contro le minoranze e gli immigrati extracomunitari in Austria, ma con tipi di questo genere di solito riusciamo ad andare d’accordo."

Così conclude l’articolo: "Dovremmo prima cominciare a far pulizia in casa nostra: proprio nella settimana in cui abbiamo scatenato una tempesta contro Haider i militari israeliani hanno scacciato dozzine di famiglie palestinesi che da oltre un secolo vivono nelle grotte di Hebron, per render libera questa zona a esercitazioni militari".


 

Il marchio a stella

Uno stato contro un popolo

Tariq Ali

Da il manifesto 26.02.2004


L'antisemitismo e l'antisionismo non vanno mai confusi. Il primo è cresciuto in Europa ed è una forma di razzismo che ha avuto nella shoah la sua tragica esemplificazione. Il secondo critica solamente la politica coloniale di Israele contro i palestinesi
 
L'antisemitismo è un'ideologia razzista volta contro gli ebrei. Ha radici antiche. Nel suo classico La questione ebraica. Un'interpretazione marxista, pubblicato postumo in Francia nel 1946, il marxista belga Abram Leon (attivo nella resistenza durante la II guerra mondiale e giustiziato dalla Gestapo nel 1944) ha inventato la categoria di un «popolo classe» in riferimento alla vicenda degli ebrei, che sono riusciti a preservare le loro caratteristiche linguistiche, etniche e religiose nel corso di tanti secoli senza essere assimilati. Questo non è vero unicamente per ebrei; altrettanto si potrebbe affermare di molte minoranze etniche: i copti, gli armeni della diaspora, i mercanti cinesi in Asia sud-orientale, i musulmani in Cina, ecc. Prerogativa comune di questi gruppi è che divennero commercianti in un mondo pre-capitalistico, dove ricchi e poveri provavano lo stesso disagio. L'antisemitismo del XX secolo, solitamente fomentato dall'alto dai preti (Russia, Polonia), da politici o intellettuali (Germania, Francia e, dopo il 1938, Italia), da grossi affaristi (Usa, Gran Bretagna), ha fatto leva sulle paure e sul sentimento di insicurezza di una popolazione impoverita. Da qui la definizione di August Bebel dell'antisemitismo come «il socialismo degli sciocchi». Come in altre forme di razzismo, le radici dell'antisemitismo sono sociali, politiche, ideologiche, economiche. Lo sterminio degli ebrei nella II guerra mondiale, attuato dal complesso politico-militare-industriale dell'imperialismo tedesco, è stato uno dei peggiori crimini del XX secolo, ma non l'unico. Prima della grande guerra, i massacri compiuti dal Belgio in Congo causarono tra i dieci e i dodici milioni di morti.


L'unicità dello sterminio degli ebrei sta nel fatto che esso si è consumato in Europa (il cuore della civiltà cristiana) e che è stato perpetrato sistematicamente - da tedeschi, polacchi, ucraini, lituani, francesi e italiani - come fosse la cosa più normale del mondo. Da qui la definizione di Hannah Arendt su «la banalità del male». Dopo la fine della II guerra mondiale, in Europa occidentale l'antisemitismo popolare del vecchio tipo è declinato restando limitato in larga misura a ciò che restava delle organizzazioni fasciste o a organizzazioni neofasciste. In Polonia, dove gli ebrei furono uccisi praticamente tutti, è rimasto forte, così come in Ungheria.

Nel mondo arabo c'erano minoranze ebraiche bene integrate al Cairo, a Baghdad e a Damasco, che non soffrirono al tempo dello sterminio degli ebrei d'Europa. Storicamente, i musulmani e gli ebrei sono stati molto più vicini gli uni agli altri di quanto entrambi non siano stati vicini alla cristianità. Anche dopo il 1948, quando tra le due comunità sorsero tensioni in tutto l'oriente arabo, furono le provocazioni sioniste, come gli attentati dinamitardi dei caffè ebraici a Baghdad, a spingere gli ebrei arabi fuori dei loro paesi nativi, in Israele.

Il sionismo non ebraico ha un pedigree antico e permea la cultura europea. Risale alla nascita delle sette fondamentaliste cristiane dei secoli XVI e XVII, che prendevano l'Antico Testamento alla lettera. Ne fecero parte Oliver Cromwell e John Milton. In seguito, per altri motivi, Rousseau, Locke e Pascal salirono sul carro del sionismo. Infine, per ragioni abiette, anche il Terzo Reich sostenne l'idea di una patria per gli ebrei. L'introduzione alle «Leggi di Norimberga» del 15 settembre 1935 recitava: «Se gli ebrei avessero un loro stato dove la maggior parte di essi si sentisse a casa, la questione ebraica potrebbe essere considerata risolta già oggi, anche per gli stessi ebrei. Tra tutti, i sionisti convinti sono quelli che meno hanno obiettato alle idee fondamentali delle Leggi di Norimberga, perché sanno che queste leggi sono l'unica soluzione corretta per il popolo ebraico». Molti anni dopo, Haim Cohen, un ex giudice della Corte Suprema di Israele, affermava: «L'amara ironia del fato ha decretato che le stesse argomentazioni biologiche e razziali sviluppate dai nazisti, che ispirarono le incendiarie leggi di Norimberga, facciano da base alla definizione ufficiale dell'ebraicità in seno allo stato di Israele» (citato in Joseph Badi, Fundamental Laws of the State of Israel, 1960).

I leader sionisti hanno spesso negoziato con gli antisemiti per conseguire i loro obiettivi. Theodor Herzl parlò apertamente con Von Plehve, principale promotore dei pogrom nella Russia zarista; Jabotinsky collaborò con Petlura, il boia ucraino degli ebrei; sionisti «revisionisti» trattarono in termini amichevoli con Mussolini e Pilsudski: gli accordi di Haavara tra le organizzazioni sioniste e il Terzo Reich stabilirono l'evacuazione dei beni degli ebrei tedeschi.

Il sionismo moderno è l'ideologia del nazionalismo secolare ebraico. Esso ha poco a che fare con il giudaismo come religione e, a oggi, molti ebrei ortodossi sono rimasti ostili al sionismo. Tra questi, la setta chassidica che, nell'aprile 2002, ha partecipato a una manifestazione palestinese a Washington portando cartelli che dicevano: «abbasso il sionismo» e «Sharon: il sangue palestinese non è acqua».

Il sionismo nacque nel XIX secolo come risposta diretta al feroce antisemitismo che permeava l'Austria. I primi immigrati ebrei in Palestina arrivarono nel 1882, e molti di loro erano interessati solo a mantenere una presenza culturale. Non esiste un «diritto storico» degli ebrei nei confronti della Palestina. Questo mito grottesco ignora la storia reale (già nel XVII secolo, Baruch Spinoza definì l'Antico Testamento «una raccolta di favole», censurò i profeti e per questo fu scomunicato dalla sinagoga di Amsterdam). Molto prima della conquista romana della Giudea nel 70 d.C., la maggioranza della popolazione ebraica viveva al di fuori della Palestina. Gli ebrei nativi furono gradualmente assimilati nei gruppi confinanti come i fenici, i filistei, ecc. I palestinesi sono, nella maggior parte dei casi, i discendenti delle antiche tribù ebraiche e la scienza genetica recentemente ha confermato questo dato sgradito ai sionisti.

Lo stato di Israele fu creato nel 1948 dall'Impero britannico e sostenuto poi dal suo successore americano. Era uno stato di coloni europei. I suoi primi leader proclamarono il mito di una «terra senza popolo per un popolo senza terra», negando così la presenza dei palestinesi. Alcune settimane fa lo storico sionista Benny Morris in una agghiacciante intervista a Haaretz ha ammesso l'intera verità. Nel 1948, l'esercito sionista cacciò 700.000 palestinesi dai loro villaggi. Si verificarono numerosi episodi di stupri. Egli parla di «pulizia etnica», distinguendola accuratamente dal genocidio, e prosegue difendendo la pulizia etnica se perpetrata da una civiltà superiore, paragonandola allo sterminio dei nativi americani da parte dei coloni europei in Nord America. Anche questo, per Morris, fu giustificato.

Gli antisemiti e i sionisti avevano un aspetto in comune: l'idea che gli ebrei fossero una razza speciale, che questa non potesse integrarsi nelle società europee e che necessitasse di un suo grande ghetto o patria. La falsità di questa idea è dimostrata dalle realtà di oggi. La maggioranza degli ebrei del mondo non vivono in Israele, ma in Europa occidentale e in Nord America.

L'antisionismo fu una battaglia che prese le mosse dal progetto di colonizzazione sionista. Alcuni intellettuali di origine ebraica hanno svolto un ruolo importante in questa campagna e lo fanno ancora oggi, anche in Israele. Tutte le mie conoscenze su sionismo e antisionismo derivano dagli scritti e dai discorsi di ebrei antisionisti: Akiva Orr, Moshe Machover, Haim Hanegbi, Isaac Deutscher, Ygael Gluckstein (Tony Cliff), Ernest Mandel, Maxime Rodinson, Nathan Weinstock, solo per citarne alcuni. Essi hanno obiettato che il sionismo e le strutture dello stato ebraico non hanno offerto un vero futuro al popolo ebraico insediatosi in Israele. Non hanno offerto altro che una guerra infinita. Dopo il 1967 c'è stato un revival del movimento nazionale palestinese che ha visto sorgere molti gruppi differenti, la maggior parte dei quali distinguevano attentamente tra antisionismo e antisemitismo. Nondimeno, il ruolo svolto da Israele indubitabilmente ha alimentato un antisemitismo popolare nel mondo arabo. Comunque questo non ha radici antiche e uno stato sovrano palestinese vi porrebbe fine rapidamente. Storicamente, si sono verificati pochissimi scontri tra ebrei e musulmani negli imperi arabi.

La campagna contro il presunto, nuovo «antisemitismo» odierno in Europa è fondamentalmente un cinico espediente da parte del governo israeliano per sottrarre lo stato sionista a qualunque critica alla sua costante e sistematica brutalità contro i palestinesi. Gli attacchi quotidiani sferrati dall'esercito israeliano hanno devastato le città e i villaggi palestinesi, ucciso migliaia di civili (specialmente bambini) e i cittadini europei sono consapevoli di questo. La critica a Israele non può e non deve essere equiparata all'antisemitismo. Il fatto è che Israele non è uno stato debole e indifeso. È il più forte stato della regione. Possiede armi di distruzione di massa vere, non immaginarie. Possiede più carri armati, aerei da guerra e piloti che il resto del mondo arabo messo insieme. Affermare che questo stato è minacciato da un qualunque stato arabo è pura demagogia. È Israele a creare le condizioni che portano agli attentatori suicidi, come persino i sionisti più convinti stanno cominciano a capire. Fintantoché la Palestina resterà oppressa, non ci sarà pace nella regione.

La sofferenza quotidiana dei palestinesi non appassiona la coscienza liberale dell'Europa, oppressa dal senso di colpa (e a ragione) per non aver saputo difendere in passato gli ebrei dell'Europa centrale dal rischio di estinzione. Ma il loro sterminio non dovrebbe essere usato come copertura per commettere crimini contro il popolo palestinese. Su questa questione le voci dell'Europa dovrebbero levarsi forti e chiare, e non farsi intimidire dal ricatto sionista.

(Traduzione di Marina Impallomeni)


http://www.comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=article&sid=188

QUESTO NON È PROGRESSISMO


DI KIM PETERSEN



L’area progressista è vasta. I progressisti non sono un gruppo omogeneo ed il dissenso sui punti di vista dovrebbe essere previsto. Però ci sono caratteristiche che stanno definendo meglio i tratti dei progressisti. Creare stereotipi su un gruppo e portare avanti pregiudizi basati su tali stereotipi è contrario ai principi del progressismo. Quando qualcuno dall’area progressista esprime un punto di vista che è considerato un anatema, subito altri progressisti si dissociano da lui.

John Kaminski è uno scrittore, descritto sul suo sito come un “un fenomeno di internet , il prototipo di nuova generazione di giornalisti politici ed analisti sociali che non sono corrotti dalla corporazione dei media che mirano ad uccidere le menti”.

Kaminski cattura la disperazione e l'oltraggio, condivisi da molti progressisti, per la povertà, la carneficina e l'orrore che è perpetrato nel mondo dagli interessi imperialisti sionisti. Kaminski, tuttavia, si distacca da molte persone solitamente considerate progressiste. A volte questa separazione sembra essere usata per mettersi in mostra. Per esempio, è prominente nel sito web di Kaminski il seguente confronto tra sè e l’uomo ritenuto il più importante intellettuale del mondo: “Come Noam Chomsky, (Kaminski) dovrebbe essere considerato un tesoro nazionale fra coloro che ancora hanno speranza di far risorgere il cuore e l'anima dell'America dalle grasse frizioni della criptocrazia”. [enfasi nell’originale]

Ci si potrebbe interrogare sull’uso del nome di Chomsky per autopromuoversi e contemporaneamente criticarlo. Kaminski descrive Chomsky come un portiere di sinistra [1] e un dipendente pagato da finanziamenti ebraici. [2]

Kaminski può identificarsi con i progressisti o meno, in ogni caso molta della sua scrittura condivide i punti di vista dei progressisti: essendo contro la guerra, anticapitalista ed antisionista. I suoi punti di vista sull’ebraismo ed il sionismo risultano però problematici da una prospettiva progressista. Mentre i primi lavori di Kaminski a volte hanno solo teso a stereotipare gli ebrei, Kaminski ora ha abbandonato del tutto tali velleità.

Nel suo saggio più recente, Kaminski scrive:

Il mostro sionista include tutti coloro che si definiscono ebrei, perché non c’è differenza fra sionismo ed ebraismo. Ogni cosa di cui si accusa il sionismo è giustificata dal Talmud. L’ebraismo è solo la religione degli ebrei, tuttavia controlla il mondo, il che non dice molto sull’indole del resto del mondo, o, in quanto a ciò, sul potere delle sue religioni, perché sono state tutte completamente sovvertite dalle concessioni all’avidità umana che hanno obliterato l’integrità di ogni altro credo e hanno eliminato qualsiasi posto veramente sicuro dove vivere in questo depravato patto col diavolo”.

La mostruosa macchina omicida che è stata l’Unione Sovietica era un impresa ebraica, inizialmente finanziata da New York e Londra. Le provocazioni per la prima e la seconda guerra mondiale furono interamente ebraiche, guerre per finanziare il nuovo sistema della Riserva Federale, un inganno che è continuato da allora, guerra dopo guerra, fino a questo triste giorno.


Identificando l’ebraismo con il sionismo nega che ci siano ebrei che si oppongono alla pulizia etnica della Palestina e al lento genocidio dei palestinesi. Per esperienza personale, so che questa non è la verità.

Purtroppo, l’uscita infelice di Kaminski non è un'aberrazione. In un articolo comparso nel novembre scorso, Kaminski ha scritto “di un attacco ebraico in tutto il mondo contro la libertà di espressione”, “di un asse controllato dagli ebrei che vede alleati Stati Uniti, Inghilterra e Israele nella malvagità che ora saccheggia il pianeta per trarne profitto,” e “una nuova religione dell’Olocausto Ebraico, strisciante nel mondo, diffusa dagli sforzi della potente rete clandestina dei suprematisti ebrei, un pensiero pungente che mira a promuovere una fioritura di povertà e miseria per chiunque altro, dovunque si espanda” [4]. Si tratta di dichiarazioni allarmanti e di sicuro non progressiste.

Dunque, ho chiesto a Kaminski tramite email se egli consideri gli ebrei come un monolite in opposizione al revisionismo storico. Ho sottolineato, “non c’è nessun riferimento nel suo articolo al fatto che si tratti di un preciso segmento della popolazione ebraica. Non fa alcuna menzione del fatto che alcuni ebrei si oppongono al pensiero dei revisionisti storici con tattiche di polizia”.

Kaminski ha risposto:

Non tutti, soltanto il 95 per cento degli ebrei, eh? Nessuna svendita, Kim. L'etichetta sionista è una distinzione falsa; tutti gli ebrei sostengono Israele nei loro cuori.

Credo che la questione della libertà di parola sia la strada da percorrere. Tutte le idee possono essere espresse. Se sono errate, saranno sconfitte e screditate nella corte dell'opinione pubblica, opinione pubblica di persone NON MANIPOLATE. Lo scopo del dibattito è di far emergere le vere cause della Seconda Guerra Mondiale, unendovi la rivelazione della vera storia sull’11 settembre, e cominciando così la ricostituzione dell’intera struttura di governo del mondo in una entità più familiare.

Non ho nulla da obiettare alla ricerca di conoscenza e verità. Riconosco l’ inalienabile diritto di mettere in discussione la storia e parlarne. Ma scegliere un gruppo culturale/religioso nella sua totalità per la censura è discutibile perché non solo non è verificabile ma è una falsità.

Un amico progressista simpatizzante per Kaminski, notando che Kaminski ha espresso “tanti pensieri nobili, tanti fatti privi di fondamento e tante conclusioni contraddittorie... bene... Penso che K sia molto frustrato”.

Ho scritto a Kaminski un’email sul suo ultimo articolo ed ho ripetuto la mia domanda: l’ebraismo si identifica con il sionismo? La sua risposta è stata inequivocabile:
“Ciao Kim. Come vedi nel mio ultimo articolo dal titolo “Quanto tempo hai?” ribadisco che tutto quello che è stato fatto dai sionisti è giustificato dal Talmud. Vedo DAVVERO gli ebrei come un monolite riguardo ad Israele, non importa quanti di loro affermino il contrario, anche perché la percentuale è davvero irrisoria. Quelli che hanno potere e comandano tra gli ebrei sono certamente monolitici per quanto riguarda Israele e perfino quelli del Neturei Karta, che fingono di disprezzare Israele, sono ancora monolitici sulla superiorità ebraica.

Non c’ è assolutamente differenza fra ebraismo e sionismo, se non che i sionisti includono anche i cristiani, raggirati e arruffianati. Riesci a capire come il terrore sovietico sia stato interamente un'impresa ebraica quando è cominciato? Di conseguenza, la decennale paura comunista era in realtà una paura ebraica, solo che il linguaggio è stato ritorto in modo che la maggior parte della gente non lo ha mai capito. La maggior parte della gente non capisce che anche ora è sempre la stessa questione, solo che ora ci sono leggi che proibiscono di parlarne.


Gli ebrei non sono l'unico obiettivo di Kaminski. In un altro articolo ha espresso la sua omofobia: “il problema reale non sono i media sionisti dalla mente chiusa, che sabotano il nostro futuro insegnando agli studenti delle medie ad accettare l'omosessualità ed altre fantasie anarchiche”. [5]

Kaminski è uno scrittore di talento che è tanto solidale con i poveri, gli oppressi e le vittime di guerra. Descrive abilmente la repulsione, la rabbia, la frustrazione ed il pathos evocati dalle aggressioni militari capitaliste ed imperialiste. La scrittura di Kaminski è colta, però a volte riesce a comunicare così liberamente tanti fatti, mescolati con asserzioni discutibili pensando di riuscire a persuadere i lettori. Kaminski sostiene che “Identificare i perpetratori è sempre il passo cruciale”. Non lascia dubbi su chi siano i mandanti di gran parte delle malvagità nel mondo. Kaminski sceglie di calunniare un intero gruppo. Questo è molto pericoloso, e si distingue poco dal modo in cui il nazismo ha bersagliato interi gruppi per trasportarli nei campi di concentramento. I progressisti dovrebbero prendere più chiaramente le distanze da tali stereotipi e pregiudizi.

Kim Petersen, Co-Redattore di Dissident Voice, vive in Nuova Scozia, Canada. Può essere contattato a:
kim@dissidentvoice.org

Kim Petersen
Fonte: http://www.dissidentvoice.org/
Link: http://www.dissidentvoice.org/Feb06/Petersen21.htm
21.02.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARISTELLA

NOTE

[1] Victor Thorn & Lisa Guliani (1 maggio 2004). “WING Spotlight Interview: John Kaminski,” Wing TV.
[2] Kaminski dice “Quello che vediamo è che alcuni dei migliori siti web in rete si fermano al limite dove possono arrivare per quanto riguarda la libertà di espressione, perché non vogliono compromettere i loro finanziamenti ebraici, o rimanere impigliati in leggi olocaustiche serra-menti che spazzano via la libertà di parola di tutti. Da quando Amy Goodman e Noam Chomsky sono caduti in questa trappola non si sentono più”. John Kaminski (4 febbraio 2006). “Pain in the Brain: Footprints of the elephant in our living room,” Rude Macedon.
[3] John Kaminski (18 febbraio 2006). “Quanto tempo hai? Aspetti di essere ucciso o vuoi identificare i veri perpetratori?”
[4] John Kaminski (18 novembre 2005). “The Jewish war on freedom of speech,” Truth Seeker.
[5] John Kaminski (17 dicembre 2005). “A night at the opera: We're lost in the music, and cannot hear the words,” Rude Macedon.

VEDI ANCHE:
QUANTO TEMPO HAI?


29/07/2006

Esiste la Lobby Ebraica?

(http://www.jerusalemites.org/articles/italian/2006/july06/23.htm, visto su http://www.canisciolti.info/)

 

Solo pochi anni fa, chi osava porre questa domanda veniva subito tacciato di «antisemitismo». E non solo da sionisti o ebrei, ma soprattutto da personaggi di ‘sinistra’. Fa meraviglia che oggi la cosiddetta ‘sinistra’, e non solo quella non-alternativa, sia scivolata nel pantano ripugnante dei sostenitori del sionismo, delle colonie, di Israele, e dei suoi innumerevoli e sempre nuovi crimini?

No nessuna meraviglia. É la logica conseguenza di scelte sciagurate di tanti anni fa. Quando si definisce il sionismo ‘lotta di liberazione degli ebrei’, di tutti gli ebrei, anche dei non-sionisti o dei non israeliani, allora è logico dire che chi si oppone a Israele, cioè al frutto della ‘lotta di liberazione’ è solo un «antisemita», non vuole che gli ebrei siano liberati, li vuole semplicemente sopprimere. Ma se il sionismo è la ‘lotta di liberazione degli ebrei’, perché tanti ebrei, comunisti, socialisti, semplicemente democratici, si sono opposti al sionismo? erano contro la loro liberazione? Perché oggi questo genere di persone continua ad esistere nella comunità ebraica mondiale?

Una lotta di liberazione è tale perché libera un territorio da una potenza coloniale, non dai suoi abitanti. Il sionismo invece ha patteggiato con l’impero britannico il possesso della Palestina e infine l’ha ‘liberata’ dei suoi abitanti palestinesi, per costruire uno Stato che oggi costituisce la punta di diamante dell’imperialismo occidentale, quello americano in testa.

Prima ancora che lo dicessero i sionisti o Israele, la ‘sinistra’ italiana, confondendo sionismo e ebraismo, lanciava a destra e a manca facili accuse di «antisemitismo». Oggi che la destra storica è filo-israeliana perché è filo-imperialista e filo-americana, la sinistra si trova spiazzata. Gli antisemiti storici sono diventati filo-semiti, Fini e la stessa Mussolini sono buoni amici di Israele, anzi accusano la ‘sinistra’ di tradire Israele e di essere inconsapevolmente a fianco dei ‘terroristi’. Gli unici «antisemiti» oggi sono gli anti-imperialisti, gli «anti-americani», coloro che combattono il sionismo e Israele.

  Fassino si dichiara apertamente e senza vergogna ‘sionista’, Bertinotti sostiene che “è difficile criticare Israele”, la maggior parte dei sostenitori di Israele però preferisce tacere, il che, davanti ai crimini di guerra e quelli contro l’umanità che Israele commette tutti i giorni (oggi a Gaza e in Libano), equivale a un chiaro sostegno. Chi tace acconsente. I più ‘coraggiosi’ si spingono tanto in avanti da sussurrare a labbra strette che le risposte di Israele “sono sproporzionate”. Sproporzionate? Distruggere un paese, uccidere centinaia di civili, creare un disastro umanitario dislocando 700 000 persone per ottenere il rilascio di due soldati rapiti è solo una risposta ‘sproporzionata’?

Si dice poi che quella di Israele è ‘una risposta’ al rapimento dei soldati e quindi in qualche modo la si giustifica. Una risposta? Chi ha cominciato a rapire militanti palestinesi, o a ucciderli, in retate e assalti ai territori palestinesi. Sono circa 8 000 i palestinesi rapiti, in carcere senza processo e accuse, come a Guantànamo, ci sono anche donne e ragazzi,. Ci sono ancora resistenti libanesi nelle prigioni israeliane anche se la resistenza all’occupazione del Libano meridionale ha cacciato gli Israeliani nel 2000. Di questi i nostri ‘sinistri’ o ‘sionistri’ non dicono niente?

Ma «Israele ha il diritto di difendersi» dice Bush su suggerimento di Olmert. «Israele ha il diritto di difendersi» grida la sionistra in coro, compreso Bertinotti. Certo è naturale, chi è attaccato ha diritto di difendersi. Non lo si può certo negare. Ma le cose non stanno così. Gli attaccati, dal 1948, sono i palestinesi, l’intero mondo arabo. Si toglie loro la Palestina la si dà ai sionisti, si impedisce la nascita di uno Stato palestinese, si conquistano e non si rendono territori arabi, si sommergono i paesi vicini di profughi palestinesi, si invadono e si distruggono con mille pretesti i paesi vicini, e tutto questo non è attaccare? Per chi accetta l’esistenza dello Stato sionista, nato da un sopruso imperialista e non da una ‘lotta di liberazione’, è logico dire che esso è attaccato, soprattutto perché è alleato dell’Occidente. E poi è uno Stato «democratico» e chi lo attacca è «terrorista». Per chi non accetta lo stato sionista, proprio perché è nato da un sopruso imperialista (anche se camuffato con il travestimento della ‘Legalità Internazionale’), è logico schierarsi con gli oppressi, con i palestinesi, con i senza Stato, i profughi, i «terroristi». Noi proponiamo che in Palestina si giunga al più presto alla costituzione di un solo Stato Democratico per palestinesi ed ebrei (un uomo, un voto). Come è successo in Sud Africa. Ma questo comporta lo scioglimento dello Stato sionista per soli ebrei, uno Stato di apartheid. Come era il Sud Africa prima della liberazione. Perché questa posizione ragionevole e democratica, che permetterebbe, tra l’altro, agli ebrei di liberarsi veramente della loro mentalità da ghetto (Israele è uno Stato-Ghetto per soli ebrei), non si afferma nel mondo tra i democratici, nella sinistra, anche se essa si richiama a valori umanitari, di uguaglianza, di tolleranza, ai princìpi di democrazia e di libertà?

Qualcuno dirà: perché la sinistra ha tradito i suoi stessi principi e valori fondanti. Certo. Ma questa risposta non ci soddisfa.

  Torniamo alla domanda iniziale: Esiste la lobby ebraica?

  Leggendo le parole di Jeff Blankfort, un ebreo anti-sionista coerente e coraggioso,[1] possiamo capire come gli Stati Uniti d’America, avendo venduto le loro istituzioni parlamentari alla lobby ebraica, si presentino in Medio Oriente operando contro quei principi di libertà e uguaglianza che tanto spesso proclamano essere i valori fondanti della loro democrazia Certo gli Stati Uniti sono imperialisti, ma cosa ci guadagnano dall’essere complici e responsabili della mancata nascita di uno Stato palestinese, seppur piccolo e striminzito? Cosa perdono invece, con la loro incondizionata politica pro-israeliana, in termini di influenza presso i paesi arabi? Non sono poi Israele e la lobby ebraica che spingono gli Stati Uniti contro i popoli arabi? Cosa ci guadagnano oggi gli Stati Uniti acconsentendo alla distruzione del Libano? La lezione dell’11 settembre non sono stati capaci di capirla bene. Forse perché la lobby ebraica americana ha impedito che si sviluppasse un dibattito serio sui frutti di una politica estera totalmente pro-israeliana.

L’imperialismo americano, pur restando imperialista, avrebbe tutto da guadagnare da un atteggiamento più equidistante. Anzi riuscirebbe forse a perseguire meglio i suoi obiettivi almeno in relazione ai regimi arabi filo-occidentali che hanno sempre più difficoltà a gestire le masse arabe solidali con i palestinesi e fortemente anti-israeliane e sempre più anche anti-occidentali. Jeff Blankfort è un ebreo coraggioso perchè denuncia da tempo, inflessibilmente l’operato e il potere della lobby ebraica. Oggi, dopo la guerra in Iraq, le cose stanno cambiando anche in America. I sionisti continuano ad accusare di «antisemitismo» che denuncia la lobby ebraica, ma la loro arma appare ormai spuntata. Due studiosi americani Mearsheimer e Walt hanno pubblicato uno studio dettagliato sulla lobby. Il dibattito è stato aperto, non lo si può più fermare. Assistiamo al crollo di un tabù, era ora! C’è voluta la bravata sionista di far invadere l’Iraq per conto di Israele all’esercito americano. C’è voluto questa guerra disastrosa per l’America e ci sono voluti circa 3 000 suoi GIs morti per Israele.

. In Italia, esiste la lobby ebraica? Non solo esiste ma è forte e, fatto grave, non ha oppositori o persone che ne denunciano la pericolosità. Il partito Radicale di Pannella-Bonino-Capezzone prende soldi e ordini da Tel Aviv. Il governo (con le nostre tasse) gli paga, stupidamente, la gestione faziosa e sionista di Radio Radicale. Perché sono tanto interessati a piazzare loro accoliti in ministeri come gli Esteri, la Difesa, le Relazioni col Parlamento europeo? Perché non la Sanità, la Pubblica Istruzione, per esempio? A parte le considerazioni sulla loro forza elettorale, è chiaro che a loro interessano quei ministeri che hanno a che fare con gli Stati Uniti e Israele. Perché si muovono da destra a sinistra a seconda delle possibilità di vittoria dell’uno o l’altro polo? Per entrare comunque al governo, qualsiasi esso sia, per fare gli interessi d’Israele.

E veniamo al Giornale-Partito-Sionista-Italiano “La Repubblica” dell’ebreo sionista De Benedetti. Schierato con la sionistra esercita una grande influenza sul gruppo dirigente DS e in mille modi ne condiziona la politica e la cultura. É riuscito a sostituire ‘L’Unità’ come giornale del partito di maggior peso nell’Unione. Esercita anche una nefasta influenza culturale nella società. I DS, non più un partito di militanti ma un movimento elettorale e d’opinione, non era più in grado di mantenere in vita il giornale del partito con le sottoscrizioni e i festival, per cui hanno accettato l’offerta di sionizzarsi con De Benedetti. Il glorioso ‘L’Unità’ di un tempo è stato dato in gestione ad un altro ebreo sionista, Furio Colombo, ex-uomo Fiat e amico di Kissinger, che lo mantiene in vita con i denari (ancora) di De Benedetti. Responsabile di questa resa incondizionata è soprattutto Fassino. La lobby ebraica italiana, come il Partito Radicale, lavora a destra e a sinistra, sui due tavoli del potere. Così è riuscita a piazzare Feltri al giornale ‘Libero’ di Berlusconi, e in più vari suoi uomini in altri giornali e alla televisione. Mieli alla direzione del ‘Corriere’, l’infuocata Fiamma Nierenstein alla ‘Stampa’, Clemente Mimoun, al TG1, il suo amico Enrico Mentana a Canale 5.

Ci limitiamo ai posti dirigenti, non accenniamo nemmeno ai semplici giornalisti. La comunità ebraica italiana conta circa 40 000 membri. C’è una città italiana con una popolazione di queste dimensioni da cui provengono tanti direttori di giornali e telegiornali così importanti? Immaginate tanti direttori di Media provenienti da Merano (Meran) e tutti osannanti alla politica austriaca o tedesca. C’è evidentemente una strategia di attenzione ai Media italiani da parte della lobby ebraica italiana (e internazionale). La stessa strategia risultata vincente in America. Oggi poi dobbiamo aggiungere Sky (in America: Fox) del famigerato Rupert Murdoch, australiano di nascita, ma da madre ebrea e quindi vero ebreo. Questo amico di Sharon ha avuto un ruolo mondiale importante nell’orientare l’opinione pubblica a favore della guerra in Iraq e a favore di Israele. É uno strumento importante nella cosiddetta «guerra al terrore» di USA e Israele, o meglio di USrael. Tutti se la prendono con gli sciocchi vanitosi uomini bandiera Ferrara e Fede, nessuno nota le vere forze vive del sionismo in Italia

. Manno Mauro, luglio 2006 

[1] Jeff Blankfort, ‘L’influenza di Israele e della sua lobby in America sulla politica americana in Medio Oriente’, tradotto in lingua italiana da Manno Mauro,
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=832&lg=it
oppure vedi il sito mediorientale e internazionale ‘Jerusalemites,’
http://www.jerusalemites.org/articles/italian/2006/july06/23.htm


 

da "il manifesto" del 27 Settembre 2005

INTERVISTA


Quei coloni a difesa delle frontiere etniche della democrazia

 

Un'intervista con Michel Warschawski, docente universitario, giornalista e saggista israeliano. Le basi etniche di Israele e la crisi della società israeliana, rappresentata dalla «fuga» di molti ebrei, sono lo sfondo in cui collocare lo scontro tra i coloni e Ariel Sharon. Un conflitto che cancella dalla scena politica qualsiasi progetto di democratizzare lo stato di Israele


THOMAS SCHAFFROTH,

Ebreo israeliano che si autodefinisce «militante antisionista», Michel Warschawski è il condirettore dell'Alternative Information Center, centro di informazione e documentazione israelo-palestinese (www.alternativenews.org). Voce tra le più radicali della sinistra israeliana e attivista pacifista di lunga data, Warschawski lotta da più di trent'anni per una «pace giusta» con i palestinesi e per una democratizzazione dello stato di Israele. Qualche anno fa, in totale contro-tendenza e sucitando un acceso dibattito anche nei paesi arabi, ha riproposto la vecchia idea d uno stato bi-nazionale e democratico nel Israele-Plaestina. La sfida binazionale. Un sogno andaluso, (edizioni Sapere, 2002). Tra i suoi altri libri più recenti Sulla frontiera (in collaborazione con Michèle Siborny, Città aperta edizioni, 2003), A precipizio. La crisi della società israeliana (Bollati Boringhieri, 2004). L'intervista è avvenuta durante un convegno in Francia dedicato appunto al conglitto israelo-palestinese.

Il ritiro da Gaza è stato spesso descritto dai media francesi, ma anche di altri paesi europei come un conflitto tra l'esercito e i coloni. Seguendo le suggestioni di alcuni suoi scritti si potrebbe dire che si è trattato sopratutto di una contrapposizione tra la «Sinagoga» e lo stato di diritto democratico?

Sarei cauto nel parlare di contrapposizione tra la Sinagoga e lo stato di diritto. In Israele conosciamo le generiche pratiche democratiche come le elezioni, la libertà di stampa, di pensiero e di associazione. Nella costituzione del nostro paese manca però un articolo che garantisca il principio fondamentale dell'eguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine. Ciò spiega anche le discriminazioni legislative nei confronti della popolazione araba e più in generale verso tutte le persone non ebree che vivono in Israele. Infatti nella sua carta costituzionale Israele si definisce uno stato ebraico, più precisamente uno stato ebraico democratico.

Di fatto, uno stato non si può definire democratico e ebraico al tempo stesso. Infatti quello che si proclama apertamente uno stato (mono)etnico, non può essere democratico, perché esclude automaticamente tutte le altre etnie.

Definirebbe tutto ciò una manifestazione di razzismo?

Io definisco tutto ciò come una forma particolare di stato che chiamo etnocrazia, ovvero una democrazia dell'etnia dominante, che si ritiene peraltro proprietaria del suolo e dei terreni. Altri gruppi etnici possono anche essere tollerati, ma collettivamente è negata loro la sovranità di cittadini dello stato di Israele, che è riservata esclusivamente a tutte le ebree e gli ebrei, vivano essi a Brooklyn o a Marsiglia. Una forma politica insostenibile dal punto di vista dello stato di diritto. Peraltro, oggi ci sono cittadine e cittadini di questo paese che richiedono l'abolizione dell'inquadramento giuridico che rende questa prassi possibile. Infatti se la legge assicura privilegi a parte della popolazione e li nega all'altra, lo stato può essere plausibilmente definito razzista.

Esiste nel suo paese un ambito politico-intellettuale che affronta i temi del «Post-Sionismo»? L'idea fondante che ha portato alla nascita dello stato di Israele ed all'attuale situazione conflittuale, è forse in declino?

No, la dottrina fondante dello stato di israele è sempre il sionismo. Ovvero che l'intero territorio geografico della Palestina appartiene esclusivamente agli ebrei. Il «ritiro» da Gaza di fatto non cambia nulla di questa ideologia. Pertanto quegli intellettuali che, soprattutto durante gli anni Novanta, parlavano o sognavano di «Post-Sionismo» erano piuttosto miopi. In diversi recenti discorsi Sharon, facendo continui riferimenti a Ben Gurion, ha sottolineato che dobbiamo ancora portare a termine la «Guerra d'Indipendenza» del 1948. In questa maniera vuole rendere chiaro il concetto che il compimento del sionismo, quale ideologia fondante dello stato, è una pagina di storia ancora tutta da scrivere.

Antisionista è il laico. Da ciò, la completa separatezza della costruzione statale etnico-religiosa dominante, ovvero l'essenza del sionismo, ridotta ad un perverso legame tra stato e religione.

Se osserviamo la sinistra del parlamento israeliano notiamo che essa è ben lontana dal richiedere una separazione tra stato e religione, o una riduzione delle sovvenzioni statali alle organizzazioni religiose.

Lei ha descritto in più sedi come il sionismo, con l'uccisione di Rabin nel 1995, si sia imposto come la dottrina di stato...

Di ciò sono convinto. All'inizio degli anni Novanta si andava imponendo in Israele una crescente società vivile borghese che cercava di occidentalizzare il paese, di americanizzarlo. Non si era però resa conto che contemporaneamente era nata anche un'altra classe sociale intenzionata a rafforzare il carattere ebraico dello stato. In questo senso l'uccisione di Rabin ha segnato la fine del processo di apertura all'Occidente e la restaurazione delle forze reazionarie e conservative. Lo slogan di Bibi Netanjahu conto Rabin durante la campagna elettorale era «per uno Stato ebreo!». Rabin è stato ucciso da un ebreo ortodosso e Netanjahu è diventato primo ministro.

Tutto ciò non rispecchia forse anche l'ascesa di nuovi gruppi sociali, cresciuti all'ombra della collaborazione tra potere politico-economico ed il partito conservatore di Sharon?

Esattamente. E' stata una reazione al processo di neo-liberismo, ma anche ad un tentativo di liberalizzazione in termini politici, ovvero più democrazia e de-sionizzazione dello stato. Ciò ha portato alla creazione di un blocco politico, nato dall'assemblaggio di comunità che rifiutavano il modernismo collegato alla socialdemocrazia, e che davano il proprio voto al Likud di Netanyauh. Il quale ha portato avanti una forma di liberismo brutale, che riuscì in tempo relativamente breve a distruggere parte delle esistenti strutture dello stato sociale e del pubblico impiego. Paradossalmente è riuscito a mobilizzare gli strati popolari contro i socialdemocratici, sovvertendo così i rapporti di forza politici.

Gli israeliani di origini ashkenazite (est-europee) seguitano a rappresentare l'elite politica ed economica del paese, mentre i sefarditi (gli ebrei di origini orientali e iberiche) vengono discriminati dall'apparato del potere e di solito appartengono a livelli socio-economici più bassi. Questa disparità, in un prossimo futuro, non potrebbe portare a una sorta di «guerra civile» tra le due componenti etniche e di classe, con esiti distruttivi per l'identità nazionale?

Alla fine degli anni Novanta c'è stato un momento in cui si poteva pensare che la società israeliana stesse per implodere. Non è accaduto, ma il piano di Ben Gurion di costruire in Israele una sorta di società ebraica multi-culturale è fallito. Una delle conseguenze, tra l'altro, è la tentazione sempre più forte per le classi medie di emigrare dal paese, o perlomeno di vivere con un piede in Israele e con l'altro in Occidente. Per farla breve il legame con la terra dei Padri, con Erezt Israel, è divenuto molto più tenue, e chi può permetterselo finanziariamente, si procura un secondo passaporto.

Cosa significa per Israele?

Significa che gli strati sociali che hanno (o hanno avuto) concetti politici liberali, che potrebbero essere definiti post-sionistici, saranno politicamente liquidati. Comunque non hanno più un progetto che possa arginare il crescente estremismo politico-religioso. La lotta che oggi viene portata avanti, è tra i coloni e Sharon che in questo contesto politico appare quasi come un uomo di sinistra... Non esiste più praticamente nessuna alternativa organizzata a queste due posizioni.

Durante un meeting internazionale delle «Donne in Nero» che si è tenuto a Gerusalemme alcune rappresentanti ebree israeliane di fronte all'atteggiamento critico delle palestinesi, hanno reclamato indulgenza per Israele, il paese che le stava ospitando...

E' una generosità che rivela appunto la natura etnica dello stato israeliano. Anche coloro che si esprimono a favore del ritiro parziale dai territori occupati sottolineano la loro generosità, comunque finalizzata al bene del paese. In altre parole: noi abbiamo i diritti, agli altri lasciamo la «carità». Secondo i sionisti gli «altri», i palestinesi, non possono reclamare diritti, ma devono dire «grazie» perché vengono lasciati vivere in Israele.

Stiamo vivendo una orribile regressione politica e culturale che nasce dalla paura dell'«altro». Una democratizzazione della società israeliana significherebbe però: a) una pace incondizionata con la Palestina; b) un diverso atteggiamento verso i nostri vicini. Ovvero la nascita di un diverso stato di Israele. L'altro motivo di paura è dato da una frattura nell'unità nazionale, dalla possibile fine del sionismo. La sconfitta politica di Simon Peres nel 2000 fu il risultato di questa atmosfera, naturalmente rafforzata dall'Intifada. Molti ebrei pensarono: questo è troppo! E l'idea di una guerra permanente contro le popolazioni arabe si è insinuata anche nella sinistra israeliana.

Una visione pessimista, non crede?

Durante l'estate a Tel Aviv gli oppositori al ritiro dai territori occupati hanno mobilizzato diecimila persone. Dall'altro versante non c'è un'alternativa politica in grado di organizzare dimostrazioni di massa a favore del ritiro dai territori. Esistono certo alcune migliaia di israeliani che aderiscono a organizzazioni come le «Donne in nero», «Refusnik» (Soldati e ufficiali contro il servizio nei territori occupati), o altre organizzazioni contro l'occupazione, ma tutto ciò non basta per essere ottimisti. Questa situazione rappresenta un grosso problema per uno stato che ha poca familiarità con le regole del gioco democratico e che corre il rischio di una crisi istituzionale e di una disintegrazione sociale. Un fattore importante sarà comunque rappresentato dallo sviluppo dei rapporti politici con i paesi vicini...

Come valuta le due opzioni, quella di «uno stato» che accolga tutte le etnie viventi nel paese e l'opzione di «due stati», uno ebreo e uno palestinese?

Per risolvere i problemi dei profughi, dell'economia e dell'ecologia, la risposta più razionale e economica può essere solo quella del principio dello stato unico, nel quale le diverse etnie - ad esempio - convivano in una formula federale. Sarebbe la soluzione più giusta, perché così i palestinesi sarebbero di nuovo a casa, sul loro suolo, e ciò permetterebbe anche agli ebrei di sentipopolazione ebrea e quella palestinese: questa parità oggi non esiste. Perciò molti palestinesi oggi dichiarano che se dovessero scegliere tra il vivere insieme - come oggi sono costretti a fare - o avere un proprio seppur piccolo stato, sceglierebbero certamente la seconda alternativa. Noi israeliani non possiamo far altro che sostenere la volontà della maggioranza dei palestinesi di costituire un loro stato sui territori della Cisgiordania e di Gaza.

Traduzione di Elisabetta d'Erme


http://www.ilcannocchiale.it/blogs/style/autumn/dettaglio.asp?id_blog=17796&id_blogdoc=1072162

30 Giugno 2006

 

Brian Klug: l'anti-sionismo non è anti-semitismo.



Sia il «focolare ebraico» sia lo «stato ebraico» sono realtà controverse e ripeterlo non è necessariamente anti-semita

BRIAN KLUG *

 
Sin dall'inizio, il sionismo politico è stato un movimento controverso persino tra gli ebrei. L'opposizione, in nome dell'ebraismo, dei rabbini ortodossi e riformati tedeschi all'idea sionista era così forte da spingere Theodor Herzl a spostare il luogo del primo congresso sionista nel 1897 da Monaco a Basilea, in Svizzera. Venti anni dopo, quando il ministro degli esteri britannico Arthur Balfour (nel 1905 sponsor dell'Alien Act per limitare l'immigrazione ebraica nel Regno unito) voleva che il governo si impegnasse per una patria ebraica in Palestina, la sua dichiarazione venne rimandata non a causa degli antisemiti ma degli esponenti della comunità ebraica. Tra cui un esponente ebreo del governo che disse che il filo-sionismo di Balfour avrebbe «finito per rivelarsi anti-semita». La creazione dello stato di Israele nel 1948 non ha posto fine al dibattito anche se il problema è cambiato. Oggi si tratta del futuro di Israele. Israele dovrà divenire uno stato «post-sionista», uno stato che si definisce nei termini dei suoi abitanti attuali o si vede come appartenente all'intero popolo ebraico? Si tratta di una domanda del tutto legittima e certo non anti-semita. Quando qualcuno sostiene il contrario - come ha fatto Emanuele Ottolenghi sul Guardian di sabato scorso- finisce per aumentare ancor più il livello di confusione. Ottolenghi sostiene che «il sionismo comprende anche la credenza che gli ebrei sono una nazione, e come tali hanno diritto all'autodeterminazione come tutte le altre nazioni». Ciò è doppiamente sconcertante. Innanzitutto l'ideologia del nazionalismo ebraico era del tutto irrilevante per molti ebrei così come per molti simpatizzanti non ebrei, che vennero attratti dall'obiettivo sionista di creare uno stato ebraico in Palestina. Essi vedevano Israele in termini umanitari o pratici: un rifugio sicuro dove gli ebrei potessero vivere come tali dopo secoli di emarginazione e di persecuzioni. Questa motivazione venne rafforzata dall'uccisione da parte dei nazisti di un terzo della popolazione ebraica del mondo, l'intera distruzione delle comunità ebraiche in Europa e la sorte delle masse di rifugiati ebrei che non avevano alcun posto dove andare. In secondo luogo non bisogna certo essere anti-semiti per respingere l'idea che gli ebrei costituiscano una nazione a parte nel senso moderno della parola o che Israele è lo stato nazione ebraico. Ironia della storia il fatto che gli ebrei sono un popolo a parte che formano «uno stato nello stato» è uno degli ingredienti base del discorso anti-semita. Ed è anche per questo che alcuni anti-semiti europei pensano che la soluzione della «questione ebraica» possa essere per gli ebrei uno stato per loro conto. Herzl di certo pensò che avrebbe potuto fare affidamento sul sostegno di alcuni settori anti-semiti. Ma cos'è l'anti-semitismo?

Anche se questo termine risale agli anni `70 del XIX secolo, l'anti-semitismo è un antico pregiudizio europeo sugli ebrei. Il compositore Richard Wagner l'ha epresso assai bene quando disse: «Ritengo che la razza ebraica sia il nemico della pura umanità e tutto quel che di nobile vi è in essa». E' così che gli anti-semiti vedono gli ebrei: si tratta di una presenza aliena, parassiti che vivono sulle spalle dell'umanità e vogliono dominare il mondo. In tutto il mondo la loro mano invisibile controllerebbe le banche, i mercati e i media. Persino i governi sarebbero sotto il loro dominio. E quando ci sono delle rivoluzioni o quando delle nazioni vanno in guerra sarebbero sempre gli ebrei a muovere i fili - astuti, spietati, compatti- e a trarne vantaggio. Quando questo pregiudizio viene proiettato su Israele in quanto stato ebraico, allora possiamo dire che l'anti-sionismo è anti-semita. E quando zelanti critici di Israele, senza essere anti-semiti, usano distrattamente frasi come «l'influenza ebraica», evocando quelle fantasie, essi alimentano una corrente anti-semita nel mondo della cultura. Ma l'occupazione israeliana della West Bank e della striscia di Gaza non è una fantasia. Il diffondersi degli insediamenti ebraici in quei territori non è una fantasia. Non è una fantasia il diverso, ineguale, trattamento riservato ai colonizzatori ebrei e agli abitanti palestinesi. Non è fantasia le discriminazioni istituzionalizzate in varie sfere della vita sociale ai danni dei cittadini arabi in Israele. Queste sono realtà. E' cosa ben diversa opporsi a Israele o al sionismo sulla base di una fantasia anti-semita o farlo sulla base della realtà. In questo secondo caso non si può parlare di anti-semitismo. Ma una critica eccessiva ad Israele o al sionismo non è forse testimonianza di un pregiudizio anti-semita? Nel suo libro «The Case for Israel» Alan Dershowitz sostiene che quando le critiche ad Israele «passano il confine tra il corretto e lo scorretto passano dall'essere accettabili all'essere anti-semite». Coloro che sostengono questa linea sostengono che essa viene passata quando i critici rivolgono le loro critiche ad Israele, isolando il suo caso, in modo scorretto; quando applicano due pesi e due misure e giudicano Israele sulla base di criteri più duri di quelli usati nei confronti di altri stati; quando riportano i fatti in modo distorto in modo da presentare Israele sotto una cattiva luce; quando denigrano lo stato ebraico; e così via. Tutto ciò è indubbiamente scorretto ma si tratta necessariamente di anti-semitismo? No penso proprio di no. Il conflitto israelo-palestinese è un'amara lotta politica . I problemi sono molto complessi, le passioni brucianti e grandi sono le sofferenze. In queste circostanze i membri dei due schieramenti possono essere di parte e «passare la linea tra il corretto e lo scorretto». Quando coloro che si sono schierati con Israele passano quella linea non è detto che siano anti-musulmani. E quando altri, in sostegno della causa palestinese fanno lo stesso questo non li trasforma in anti-ebrei. Ciò vale per entrambi. Ma c'è anche qualche altra cosa che vale per entrambi: il razzismo. Sentimenti anti-ebraici e sentimenti anti-musulmani sembrano in crescita. Ciascuno ha le sue peculiarità ma antrambi sono esacerbati dal conflitto israelo-palestinese, l'invasione dell'Iraq, la «guerra contro il terrorismo» e altri conflitti.

Dovremmo unirci tutti per respingere il razzismo in ogni sua forma: l'islamofobia che demonizza i musulmani così come i discorsi anti-semiti che possono infettare l'anti-sionismo e avvelenare il dibattito politico. Tuttavia uomini di buona volontà possono non essere d'accordo tra di loro a livello politico - sino al punto discutere del futuro di Israele come stato ebraico. Senza dimenticare che anche l'equiparazione dell'anti-sionismo con l'anti-semitismo può avvelenare, a suo modo, il dibattito politico.

Brian Klug è ricercatore anziano di filosofia al Sr. Benet's Hall di Oxford ed è membro fondatore del «Jewish Forum for Justice and Human Rights». Questo intervento è uscito sul Guardian di ieri.
 


http://www.calvino.ge.it/prodottiMM/0203-5AIAreaProg/progetto%20dibattito/nascita.htm

Gli ebrei e la Palestina prima della nascita del sionismo

Gruppi molto piccoli di ebrei avevano continuato a vivere in Palestina anche dopo che la maggioranza della popolazione ebraica aveva abbandonato il paese disperdendosi ai quattro angoli della Terra:
Gaza, Hebron, Gerusalemme, Nablus, Haifa, Shafer Am, Tiberiade e, soprattutto, Safed e la zona circostante sono località nelle quali è accertata la presenza di nuclei di ebrei ininterrottamente almeno dal XIII secolo, cioè dall'epoca immediatamente successiva alla fine delle crociate.
Dagli inizi del XIX secolo la popolazione ebraica della Palestina era più che raddoppiata, passando da circa 10.000 individui nel 1800 a 24.000 nel 1880.
Tuttavia, questi ebrei si accontentavano di vivere in sostanziale buona armonia con la popolazione araba e non pensavano affatto a creare nel paese un loro Stato, tutto ed esclusivamente ebraico. Per loro il vivere in Palestina era una scelta religiosa positiva e qualsiasi idea di restaurazione di uno Stato ebraico era considerata con estremo sospetto come una manifestazione di pseudo-messianismo sacrilego.
Si trattava di un gruppo umano vivente in un quadro sociologico ancora medievale, caratterizzato da un estremo sottosviluppo culturale e intellettuale oltre che economico. La principale risorsa economica di questi ebrei erano le misere sovvenzioni inviate loro dai correligionari europei e da qualche ricco filantropo, che consideravano un pio dovere l'assistere materialmente i loro fratelli in Terra Santa. Questo aiuto non aveva solo carattere caritatevole ma simbolizzava anche un legame, esprimeva anche simpatia e autoidentificazione con quanti avevano deciso di passare la loro vita in Palestina dedicandosi allo studio e alla devozione. Tuttavia questa carità soffocava ogni spirito di iniziativa e favoriva un modo di vita improduttivo e parassitario.
Per quanto riguarda la condizione degli ebrei all'interno dell'Impero Ottomano è stato rilevato che "malgrado la sua decadenza nel XIX secolo, la Turchia restava fedele al suo atteggiamento liberale nei confronti degli ebrei i quali non avevano di che lamentarsi né del governo né della popolazione musulmana".
Una preziosa testimonianza in merito ci è stata lasciata nella sua corrispondenza diplomatica dal ministro degli Stati Uniti a Costantinopoli, Maynard. Nel 1877, Maynard ordinava ai consoli statunitensi nell'Impero Ottomano di "osservare attentamente la condizione degli ebrei all'interno dei loro distretti consolari e di riferire senza ritardo alla legazione ogni caso di persecuzione o di altro maltrattamento, richiamando su di essi in forma non ufficiale l'attenzione dei governatori o di altre autorità ottomane".
In un dispaccio del 27 giugno al segretario di Stato Evarts, Maynard faceva quella che è stata definita "un'accurata descrizione della situazione degli ebrei in Turchia, prima della prima guerra mondiale":
"Giustizia nei confronti dei turchi vuole che io dica che essi hanno trattato gli ebrei molto meglio di quanto abbiano fatto alcune potenze occidentali dell'Europa. Quando furono espulsi dalla Spagna essi trovarono asilo in primo luogo in Turchia, dove i loro discendenti vivono tuttora, distinguendosi dai loro correligionari per l'uso della lingua spagnola. Prevale l'impressione che sotto il governo turco il trattamento degli ebrei sia migliore di quello dei cristiani. Essi sono riconosciuti come una comunità religiosa indipendente, con il privilegio di avere le proprie leggi ecclesiastiche, e il loro rabbino capo gode, grazie alle sue funzioni, di grande influenza.
Prima dell'Hatti Sherif di Gulhane -il rescritto imperiale del 3 novembre 1839 con il quale il sultano Abdulmecit I inaugurava il periodo delle riforme dell'Impero Ottomano- gli ebrei (come del resto i cristiani, sia pure in misura minore perché protetti dalle potenze europee), pur godendo di una certa autonomia all'interno della loro comunità e pur non incontrando sostanzialmente ostacoli nella pratica della loro religione, erano considerati e trattati come sudditi di seconda categoria e non godevano della pienezza dei diritti riconosciuti ai musulmani. Nulla comunque di paragonabile alle discriminazioni e interdizioni che colpivano gli ebrei nei paesi europei.
On l'atti Sherif di Gulhane, che estendeva le riforme senza eccezione a tutti i sudditi della Porta, "a qualsiasi religione o setta essi appartengano", gli ebrei ottomani avevano ottenuto l'uguaglianza giuridica con gli altri abitanti dell'Impero.
L'Hatti Humayun promulgato dal sultano Abdulmecit I nel febbraio 1986 (alla vigilia della Conferenza di Parigi che avrebbe messo fine alla guerra di Crimea e avrebbe riconosciuto "la sublime Porta ammessa a partecipare ai vantaggi del diritto pubblico e del concerto europeo"), pose su basi giuridiche ancor più salde l'emancipazione della popolazione non musulmana. Le norme del decreto garantivano una completa libertà religiosa e l'eguaglianza di fronte alla legge e al fisco. In particolare venivano abrogate le due maggiori misure discriminatorie che per secoli avevano indicato l'inferiorità dei non musulmani: la tassa per la protezione e il divieto di portare armi. Queste importanti riforme incontrarono l'aspra reazione della popolazione musulmana che si scatenò con violenza inaudita contro i cristiani. L'agitazione anticristiana, caratterizzata da violenze d'ogni genere e da omicidi, culminò nei massacri di Aleppo (1850), Nablus (1856) e Damasco (1860). Va però rilevato che gli "umili e discreti ebrei", che avevano avuto la prudenza di non ostentare l'ottenuta eguaglianza in modo da provocare la suscettibilità dei musulmani, non vennero coinvolti nemmeno marginalmente in questi tragici disordini.
Certo non bisogna farsi un quadro troppo idilliaco dei rapporti tra arabi ed ebrei. Va rilevato tuttavia, che le prime significative manifestazioni di ostilità antiebraica (o più esattamente antisionista) si avranno in Palestina solo a partire degli anni 80 del XIX secolo, quando avrà inizio l'immigrazione sionista nel paese.
Fino a questa data, anche se non mancheranno episodi circoscritti di violenza individuale, gli ebrei subiranno quasi esclusivamente le molestie dei numerosissimi missionari delle varie confessioni cristiane (verso la fine del secolo a Gerusalemme la loro percentuale rispetto alla popolazione totale era incomparabilmente più elevata che in qualsiasi città del mondo), che, essendo proibito per legge far opera di proselitismo tra i musulmani, avevano scelto come campo di evangelizzazione la comunità dei seguaci della religione mosaica e suscitavano con il loro comportamento invadente aspre e interminabili dispute religiose.
Gli ebrei palestinesi, in prevalenza sefarditi, originari cioè del bacino del Mediterraneo, non costituivano un gruppo sociale omogeneo, ma erano frazionati sulla base della diversa origine nazionale, della lingua se ne parlava un vero mosaico: yiddish, arabo, ladino, tedesco, francese, inglese, persiano, georgiano) e delle congregazioni di carità di appartenenza. I vari gruppi conservavano la lingua e i costumi dei paesi d'origine, e poiché non comprendevano la lingua gli uni degli altri, per intendersi tra loro erano costretti a parlare l'ebraico biblico, prima ancora che Eliezer Ben Yehuda resuscitasse l'ebraico dopo oltre duemila anni di letargo. Sul miracolo della riesumazione della lingua ebraica e i suoi limiti si veda quanto ha scritto Arthur Koestler: " I genitori degli ebrei nati in Palestina nel XX secolo erano notoriamente poliglotti; essi sono stati invece educati a una sola lingua, ch'era in letargo da venti secoli quando è stata artificialmente riportata in vita".
Secondo una leggenda saldamente consolidata e ampiamente accettata, e perciò tanto più dura a essere sfatata, gli ebrei, scacciati definitivamente dalle legioni romane, per quasi duemila anni non avrebbero avuta altra aspirazione che tornare in Palestina per rifondarvi il loro Stato nazionale. Nulla di più falso.
Già dopo l'esilio babilonese, che coinvolse oltre al re di Giuda IoIachin e al profeta Ezechiele circa 10.000 dei più importanti ebrei, nonostante l'autorizzazione concessa nel 538 a.C. dal re di Persia Ciro a tornare nella terra dalla quale erano stati deportati, solo una parte di ebrei optarono per il rimpatrio in Palestina: 42360 secondo Esdra. Solo una piccola minoranza approfittò della concessione del permesso di tornare in Palestina e di ricostruire il Tempio e la città di Gerusalemme. La maggior parte, certamente i più ricchi e le famiglie più influenti, furono riluttanti ad abbandonare le loro case e le istituzioni per partire verso nuove avventure. Durante l'intero periodo successivo ebrei vissero in gran numero in tutta la Babilonia, a sud come a nord, sotto i loro dominatori persiani.
A dispetto di tutte le costruzioni fantastiche che sono state fatte in merito dai suoi apologeti, il sionismo è un fenomeno moderno che non affonda le sue radici nella millenaria storia ebraica : il sionismo, naturalmente, inteso come aspirazione politica al ritorno a Sion, nella "terra dei padri", dove solo avrebbe potuto realizzarsi il "destino" del popolo ebraico.
Dopo la prima dispersione (cattività babilonese), che era stata parziale e dalla quale, come si è visto, erano tornati solo una parte degli esiliati e dei loro discendenti, gli ebrei non furono più espulsi in massa dalla Palestina ma se ne andarono spontaneamente.
Contrariamente a quanto è stato sostenuto e si continua a sostenere, la conquista romana di Gerusalemme nel 70 non ebbe come conseguenza l'esilio dalla Palestina degli ebrei, che continuarono a costituire la maggioranza della popolazione in Giudea e in Galilea.
Nemmeno la rivolta antiromana di Bar Kokhba del 132-135 ebbe come conseguenza la cacciata dalla Palestina degli ebrei, che per tutto il II secolo continuarono a vivere in Galilea, in altre regioni della Palestina e nell'attuale Transgiordania. Ancora al tempo della conquista musulmana vivevano in Palestina consistenti gruppi di ebrei che ebbero una parte nel successo arabo contro i bizantini, così come, qualche anno prima, avevano favorito la conquista sassanide della Siria-Palestina.
Gli ebrei, quindi, non sono stati scacciati con la forza dalla Palestina, ma se ne sono andati spontaneamente per motivi economici o di altro tipo, finendo col fondersi con i popoli del bacino del Mediterraneo. "Non di rado l'emigrazione era il risultato di cause economiche come, ad esempio, i movimenti degli ebrei dalla Palestina verso l'Egitto a causa della carestia, o l'emigrazione moderna dall'Europa orientale verso l'America a causa delle difficili condizioni economiche. La tendenza generale del movimento ebraico fino al secolo XIX fu pressappoco la seguente: nella prima metà di questo periodo gli ebrei si spostarono dai paesi di cultura economica inferiore verso paesi di alta cultura economica, come l'Egitto e la Babilonia, mentre nella seconda metà di questo periodo emigrarono da paesi di alta cultura economica verso quelli di cultura economica bassa, come l'Europa orientale o l'Impero Ottomano, dove però erano al riparo dalle persecuzioni".
Dal canto loro, gli ebrei rimasti in Palestina si sono fusi con le altre popolazioni del paese finendo con l'arabizzarsi. Le ricerche etnologiche dimostrano, con buona pace dei sostenitori della "purezza" del popolo ebraico, che gli ebrei contemporanei discendono solo in minima parte dagli antichi ebrei, e sono nella stragrande maggioranza elementi giudaizzati, spesso nemmeno di origine semitica, originari del bacino del Mediterraneo e delle regioni meridionali dell'ex Unione Sovietica, per non parlare degli ebrei neri d'Etiopia, i falascia, solo di recente riconosciuti come ebrei a tutti gli effetti dalle autorità civili e religiose israeliane.
Per 18 secoli la storia della Palestina è rimasta estranea agli ebrei, non per una sorta di coatta cattività, ma per la sostanziale estraneità degli ebrei a questa terra.

LA NASCITA DEL SIONISMO

Il nazionalismo arabo e quello ebraico (sionismo) si sono venuti formando e si sono manifestati praticamente nello stesso periodo e, benchè siano nati a migliaia di chilometri l'uno dall'altro e in contesti totalmente diversi, erano destinati a incontrarsi e a scontrarsi tra di loro perché avevano in comune la terra sulla quale ritenevano che solo avrebbero potuto affermarsi e svilupparsi.
Esiste la tendenza diffusa a far risalire molto indietro nel tempo l'origine dello spirito nazionale arabo ed ebraico. Il sionismo affonderebbe le sue radici nientemeno che nell'età dei Profeti di Israele, mentre il nazionalismo arabo le affonderebbe nel califfato arabo-musulmano che si formò subito dopo la morte di Maometto nel VII secolo.
In realtà, sia il sionismo sia il nazionalismo arabo sono fenomeni recenti sorti e sviluppatisi nel quadro del risveglio delle nazionalità che ha caratterizzato la storia dei popolo a partire dal XIX secolo.

TEODOR HERZL

Il maggior artefice della rinascita ebraica e il maggior esponente del sionismo è stato un giornalista e scrittore nativo di Budapest, totalmente assimilato quando aveva cominciato ad occuparsi della questione degli ebrei: Teodor Herzl (1860-1904).
Solo dieci anni della sua breve vita furono dedicati alla causa sionista, ma in questi dieci anni egli seppe dispiegare un'attività così intensa e appassionata da dar corpo, da trasformare in un organismo politico moderno, con un preciso indirizzo teorico e pratico, quello che fino al suo irrompere sulla scena era stato piuttosto uno stato d'animo diffuso ma indistinto e un pullulare di gruppuscoli atomizzati e privi di un preciso punto di riferimento che non fosse una vaga attesa messianica.
L'incontro di Herzl con il sionismo avvenne casualmente nel 1894 quando era uno dei redattori capo dell'autorevole "Neue Freie Presse", uno dei maggiori giornali europei del tempo, e si trovava a Parigi come corrispondente del suo giornale quando esplose il "caso Dreyfuss" che assunse rapidamente un carattere violentemente antisemita.
Profondamente scosso dalla constatazione che l'ostilità antiebraica fosse tanto profondamente diffusa in Europa, Herzl maturò la convinzione che l'assimilazione degli ebrei fosse impossibile e che, quindi, l'unica soluzione concreta della questione che li riguardava fosse la creazione di uno Stato ebraico indipendente.
Convertitosi agli ideali sionisti pubblicò nel 1896 un libretto intitolato "Lo Stato degli ebrei. Saggio di una soluzione moderna della questione degli ebrei".
L' ideale politico di Herzl quale emerge dal suo scritto è l'ideale classista e antidemocratico di un piccolo-borghese mitteleuropeo amante dell'ordine (la polizia dello Stato degli ebrei avrebbe dovuto essere formata dal 10 per cento della popolazione maschile). E' estremamente indicativo il fatto che Herzl si rivolgerà alle masse dei diseredati ebrei dell'Europa orientale, per assicurare un seguito di massa al suo progetto, solo dopo che sarà fallito il tentativo di interessare al progetto sionista gli ebrei ricchi dell'Europa occidentale, con i quale egli si identificava profondamente.
Per Herzl la questione degli ebrei non era né sociale né religiosa, ma era una questione nazionale, perché gli ebrei, nonostante tutti gli sforzi di assimilarsi non vi riuscivano perché avevano perso l'assimilabilità sia perché continuavano ad essere considerati stranieri da tutti i popoli in mezzo ai quali vivevano. L'unica soluzione possibile della questione ebraica era dunque la creazione di uno Stato degli ebrei. Per la realizzazione di questo progetto Herzl contava sull'appoggio delle potenze europee, in particolare di quelle dove era più diffuso l'antisemitismo, alle quali faceva intravedere i vantaggi economici e sociali che avrebbero tratto dall'esodo massiccio degli ebrei.
Come territori dove creare lo Stato degli ebrei Herzl prendeva in considerazione l'Argentina e la Palestina. L'Argentina era uno dei paesi naturalmente più ricchi della terra, molto esteso, poco popolato e con un clima temperato. Quanto alla Palestina, scriveva Herzl, "è la nostra indimenticabile patria storica. Questo solo nome sarebbe un grido di raccolta potentemente avvincente per il nostro popolo. Se sua Maestà il sultano ci desse la Palestina, noi potremo incaricarci di mettere completamente a posto le finanze della Turchia. Per l'Europa noi costituiremmo laggiù un pezzo del bastione contro l'Asia, noi saremmo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie. Noi resteremmo, in quanto Stato neutrale, in rapporti costanti con tutta l'Europa, che dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per quanto concerne i Luoghi Santi della cristianità, si potrebbe trovare una forma di extraterritorialità in armonia col diritto internazionale."
Herzl, come i suoi predecessori non si poneva nemmeno il problema dell'esistenza di altri abitanti nei territori scelti per crearvi lo Stato degli ebrei. Come gli altri sionisti, a parte alcune rare e perciò tanto più lodevoli eccezioni, Herzl condivideva in pieno il pregiudizio eurocentrico secondo cui al di fuori dell'Europa ogni territorio poteva essere occupato dagli europei senza tenere conto alcuno dei diritti e delle aspirazioni degli abitanti. E' questo il peccato d'origine del sionismo che, sorto come movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, era costretto a cercarsi, in una prospettiva colonialistica, un territorio al di fuori dell'Europa perché nel Vecchio Continente non c'era un qualsiasi territorio che potesse essere rivendicato come proprio dagli ebrei.
La realizzazione degli obiettivi del sionismo era quindi condannata a compiersi a danno dei diritti nazionali di un altro popolo senza che, peraltro, la creazione di uno Stato degli ebrei portasse alla soluzione sionista della questione ebraica.
Di ciò si resero pienamente conto i teorici e i sostenitori del "sionismo spirituale", primo fra tutti Asher Ginzberg (Ahad Ha-am), il più lucido e profondo pensatore ebraico dei tempi moderni.
Il libretto di Herzl venne accolto con aspre critiche e ostilità negli ambienti ebraici. Alcuni critici lo considerarono un chimerico ritorno al messianismo medievale. Altri, come il gran rabbino di Vienna Moritz Gudemann, contestarono ""'elucubrazione del nazionalismo ebraico"" sostenendo che gli ebrei non costituivano una nazione e che in comune avevano solo la fede nello stesso Dio, e che il sionismo era incompatibile con l'insegnamento del giudaismo.
L'accoglienza fu fredda anche negli ambienti sionisti, in particolare in quelli dell'Europa orientale per i quali era essenziale la rinascita culturale degli ebrei.
La critica più severa e più pertinente fu quella di Ahad Ha-am, il maggiore esponente del sionismo spirituale secondo il quale nello Stato progettato da Herzl non era dato riscontrare nessuno di quei caratteri specificatamente ebraici, di quei grandi principi morali per i quali gli ebrei avevano vissuto e sofferto e per i quali ritenevano valesse la pena di operare per divenire di nuovo un popolo. Nonostante il poco incoraggiante esito del suo esordio sulla scena sionista nelle vesti di re-messia venuto a salvare e redimere il polo ebraico, Herzl si dedicò totalmente alla causa sionista facendosi instancabile ambasciatore del progetto di creazione di uno Stato degli ebrei presso il sultano, l'imperatore tedesco, il re d'Italia, il papa, i governanti britannici, e i potenti ministri che nell'impero zarista guidavano il movimento antisemita. Egli diede vita alla Jewish Society creando "l'Organizzazione Sionista Mondiale" che guidò fino alla sua morte. Nel 1987 egli organizzò a Basilea il primo congresso sionista mondiale e diede vita all'Organizzazione sionista mondiale, nella quale avveniva l'unificazione organizzativa e programmatica del sionismo orientale e di quello occidentale.
Gli sforzi principali per realizzare gli scopi del sionismo vennero fatti in direzione dell' Impero Ottomano. Herzl propose al Sultano Abdulhamid di risanare il debito pubblico ottomano in cambio della Palestina, ma la proposta venne rifiutata. Herzl si risolse allora di cercare altrove il territorio sul quale creare il focolare ebraico. Nel 1902 Herzl propose al governo di Londra la penisola del Sinai, la Palestina egiziana o Cipro. Il governo britannico, scarsamente entusiasta della prospettiva di un massiccio afflusso nel Regno Unito di ebrei dall'Europa orientale, soprattutto dalla Romania, decise di contribuire alla creazione della sede ebraica in un territorio del Mediterraneo orientale. Scartata per ragioni strategiche l'isola di Cipro, la scelta cadde sulla zona di ElArish, nella costa mediterranea del Sinai ma anche questo progetto cadde perché per approvvigionarlo d'acqua si sarebbe dovuto sottrarne in misura eccessiva da altre zone. Venne allora proposto l'insediamento ebraico nell'Africa orientale, in Uganda. Herzl presentò questa proposta al sesto congresso sionista e qui incontrò la decisa opposizione dei delegati dell'Europa orientale, soprattutto di quelli russi. Il progetto dell'Uganda venne definitivamente abbandonato nel corso del settimo congresso tenuto nel 1905, un anno dopo la morte di Herzl.

IL SIONISMO ARMATO : JABOTINSKY E IL REVISIONISMO

Nel panorama complesso ed estremamente vario delle ideologie e dei movimenti sionisti, una posizione di eccezionale importanza è occupata dal sionismo revisionista, la tendenza di estrema destra, sciovinista e aggressiva, con venature non superficiali di fascismo, che ha avuto il suo massimo teorico e organizzatore nell'ebreo russo Vladimir Jabotinsky (1880-1940). E questo non solo per la notevole personalità del suo fondatore, ma anche perché, al di là di tutte le apparenze e le dichiarazioni contrarie, quella estremista di Jabotinsky ha finito con l'essere la linea vincente, e perché l'ideologia revisionista ha permeato più profondamente di qualsiasi altra la realtà dello Stato di Israele, fino a diventare l'ideologia ufficiale con la conquista del potere in Israele, nel 1977, da parte di Menachem Begin che di Jabotinsky è il maggior erede.
Il credo politico ed ideologico di Jabotinsky può essere riassunto nei seguenti punti: cessazione del mandato britannico sulla Palestina; creazione immediata di uno Stato ebraico sulle due rive del Giordano (quindi anche in Transgiordania); educazione nazionalistica e militarista della gioventù; antimarxismo, anticomunismo e e antisovietismo di principio; conservatorismo economico; rifiuto della lotta di classe; mistica dello Stato; creazione di uno Stato autoritario e corporativo.

 

Riassunto da: Massimo Massara, "La terra troppo promessa"


http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_5286.html

Sinistra e Israele

 

Andrea Billau e Sergio Sinigaglia
15 dicembre 2005


In questo ultimo periodo tre avvenimenti hanno riportato all'attenzione del dibattito politico una vecchia questione, quella del rapporto tra la sinistra italiana e Israele.
Prima la fiaccolata indetta dal Foglio per protestare contro le dichiarazioni del premier iraniano, poi la nascita dell'associazione "Sinistra per Israele", infine la polemica provocata dalle inaccettabili dichiarazioni di Fassino nei confronti del Manifesto, accusato di "antiebraismo". Questi i fatti che hanno riproposto un argomento che, a seconda dei sussulti del tragico conflitto mediorientale, ha spesso infuocato gli animi e alimentato accese discussioni .
Crediamo opportuno puntualizzare alcuni aspetti del problema, prendendo spunto anche dall'articolo con cui Maurizio Matteuzzi sul manifesto e la rete "ebrei contro l'occupazione" hanno risposto all'infelice frase del segretario nazionale dei Ds, frase che si è cercato di smentire ma senza grande successo.
Il rapporto tra la sinistra italiana e lo Stato di Israele è stato spesso conflittuale ed ha provocato lacerazioni molto forti. Non è possibile in poche righe affrontare una problematica che attraversa sessanta anni di storia, ma forse è possibile, sinteticamente, riassumerne alcuni aspetti fondamentali.
 

1- Lo scenario internazionale uscito dopo la seconda guerra mondiale ha inevitabilmente condizionato le scelte di campo della nostra sinistra. In particolare la posizione dell'Unione sovietica in un primo momento apertamente schierata con il nuovo piccolo Stato (l'Urss fu il primo paese a riconoscere Israele), poi, con la guerra fredda, sostenitrice del panarabismo laico e nazionalista alla Nasser, ha influito pesantemente sull'atteggiamento della sinistra italiana, e in particolare del suo partito più forte, il Pci, nei confronti di Israele. Così come questa scelta di campo ha prodotto lacerazioni, contraddizioni e profonde crisi di coscienza in tanti ebrei comunisti o di sinistra che, magari pur non essendo sionisti, guardavano con simpatia se non con affetto verso la nuova realtà statale. La quale, è bene ricordarlo, fu fondata su principi socialisti, con un ruolo preminente assegnato ai kibbuz, creati sul modello dei kolkoz sovietici.
La guerra del '67, con l'occupazione di Gerusalemme e dei nuovi territori produsse un ulteriore strappo, che si accentuò dopo il '68 e la nascita della sinistra extraparlamentare schierata totalmente con la resistenza palestinese. Scelta inevitabile visti i tempi e la decisione di Israele di non ritirarsi dai territori occupati, ma che porterà ad ulteriori fratture anche generazionali.
Le politiche aggressive dei governi israeliani negli anni ottanta, non faranno che alimentare la frattura tra sinistra e Israele, favorendo spesso una tragica e inammissibile confusione tra "ebreo" e "israeliano" con tutte le conseguenze del caso.
 

2 - Questo breve e schematissimo excursus, ci mostra come la giusta solidarietà nei confronti di chi ha indubbiamente subito gravissime conseguenze dalla nascita dello Stato israeliano, anche se è bene ricordare che il mondo arabo rifiutò la risoluzione Onu con cui nel 1947 si sanciva la nascita dei due stati, ha portato gran parte della sinistra a trascurare alcuni aspetti rilevanti della questione e che favoriscono affermazioni, come quelle contenute nell'articolo di Matteuzzi e anche nella lettera di "Eco" a Fassino, per noi profondamente sbagliate.
Il sanguinoso conflitto mediorientale viene comunemente ricondotto alla nascita, nel 1948, dello Stato di Israele visto come parziale risarcimento (si fa per dire) da parte delle potenze europee di fronte alla Shoah. Così facendo si ignora in realtà come questa vera e propria "guerra civile" (viste le origini simili dei due popoli) nasca ben prima, precisamente all'inizio del secolo scorso, con i primi flussi di migranti ebrei provenienti dall'Europa, in particolare da quella orientale. Una emigrazione frutto dei pogrom scatenati nell'est europeo, di fronte ai quali il nascente sionismo aveva dato una nuova prospettiva.
 

3 - E visto che abbiamo accennato al sionismo è bene anche affrontare questa delicata questione.
Maurizio Matteuzzi rispondendo a Piero Fassino, parla del Manifesto come di un giornale da sempre antisionista, facendo intendere che quello degli amici e compagni del Manifesto non è solo un antisionismo storico, che non condividiamo ma che riteniamo legittimo, ma è anche un antisionismo politico. Così facendo inevitabilmente si mette in discussione non la legittimità storica di Israele, ma la legittimità politica dello Stato israeliano, cioè si mette in discussione, sicuramente non volendo, la sua esistenza.
In questi anni spesso sono stati espressi giudizi sul sionismo frutto dell'ignoranza e del pregiudizio. Alcuni lo hanno equiparato al razzismo o al fascismo, ignorando che il sionismo sin dalla sua nascita si è "abbeverato" a molti sorgenti culturali, è frutto di filoni politici di diversa matrice.
Da quello socialista e comunista (vedi il Bund, l'organizzazione operaia russa e polacca) a quello fascistoide e ipernazionalista di Jabotinski. Che la sue evoluzione, anzi involuzione, lo abbia portato dentro Israele a degenerare in una ideologia prevalentemente militarista e intollerante è difficilmente contestabile, ma non si possono ignorare le sue origini, così come si deve tenere presente che tanti ebrei di sinistra, sia della diaspora che in Israele, sono ancora sionisti e criticano apertamente la politica coloniale e discriminatoria nei confronti del popolo palestinese.
Ecco perché se non è vero che chi è antisionista e automaticamente antisemita, bisogna soppesare bene le parole perché si corre il rischio di trovarsi in cattiva compagnia...
 

4 - Sia gli israeliani che si battono per la pace e la convivenza tra i due popoli che i palestinesi, hanno bisogno di una forte solidarietà che, però, non deve favorire la reticenza.
Di conseguenza la scelta di dare vita ad una "sinistra per Israele" ci sembra una scelta unilaterale e omissiva. Infatti c'è bisogno di una sinistra che sia per Israele e per la Palestina, avendo però chiaro che non ci può essere una falsa equidistanza perché le condizioni in cui i governi israeliani hanno relegato i palestinesi sono un crimine contro l'umanità. Ma è anche vero che il modo migliore per sostenere il popolo palestinese nella sua sacrosanta lotta per la propria autodeterminazione non è certamente quello di tacere sulla deriva militarista e stragista che ha assunto la seconda intifada.
E se è indubitabile che l'occupazione dei territori, i ghetti a cielo aperto sono fondamentali nel favorire la disperazione e l'odio di chi si fa saltare in aria in mezzo ai civili israeliani, la storia ci ha insegnato che i mezzi usati da un popolo per liberarsi dall'oppressione condizioneranno pesantemente, una volta raggiunta l'agognata liberazione, l'assetto civico e sociale che nascerà.
A chi dice che da qui noi non possiamo giudicare, rispondiamo che invece proprio perché lontani dal conflitto possiamo aiutare a trovare la strada migliore e soprattutto impedire una mattanza che sembra non avere fine.
 

5 - Nella lettera a Fassino degli amici della rete ebrei contro l'occupazione pubblicata dal Manifesto dopo la polemica con il segretario nazionale dei Ds, si parla di Israele come "stato ebraico" e quindi non democratico viste le pesanti discriminazioni perpetrate nei confronti degli arabi israeliani. Non ci sono dubbi che ci sia una disparità di trattamento sul piano sociale tra ebrei e arabi nel territorio israeliano. Se a questo aggiungiamo la politica coloniale nei territori occupati il giudizio diventa ancora più netto. Però ci sembra anche evidente che, pur con tutte le involuzioni di questi ultimi anni, la società israeliana esprima quegli anticorpi, a garanzia di quel minimo di agibilità politica che distingue uno Stato democratico da una dittatura. La guerra tende a soffocare la dialettica politica e il conflitto sociale. E Israele non fa eccezione. Il processo di militarizzazione delle coscienze ha provocato danni gravissimi tra gli ebrei israeliani. Ma la stessa elezione di Peretz al posto dell'impresentabile Peres è un piccolo ma significativo segnale. Una dimostrazione che in un contesto regionale segnato da regimi governati da satrapi e oligarchie di stampo medioevale, Israele pur con tutte le tragiche contraddizioni e le gravi discriminazioni, consente ai suoi cittadini spazi di democrazia non riscontrabili, purtroppo, nel mondo arabo.
 

In conclusione pensiamo che il conflitto mediorientale abbia una storia molto complessa e piena di contraddizioni. Qualunque approccio schematico, teso a ridurre questa complessità non solo è negativo, ma non aiuta tutti coloro che in Israele, in Palestina e un po' ovunque si battono per una pace stabile e giusta. La sinistra nelle sue varie versioni, moderata e radicale, al di là delle diverse posizioni potrà aiutare ulteriormente il processo di pace facendo tesoro degli errori del passato.

 


http://www.heliosmag.it/MED/Avnery.htm

Antisemitismo: Domande e Risposte

Di Uri Avnery


Anti-Semitism Q & A - By Uri Avnery (sito di GUSH SHALOM) - (english version down)
(nella foto: incontro di Ury Avnery, di spalle, con Yasser Arafat)

 

Una freddura ungherese: nel corso della guerra del giugno 1967, un ungherese incontra un amico: "Come mai sembri tanto felice?" chiede. "Ho saputo che oggi gli israeliani hanno abbattuto sei Mig di fabbricazione sovietica" gli risponde l'amico.
Il giorno successivo l'amico sembra ancora più contento. "Gli israeliani hanno abbattuto altri otto Mig" annuncia.
Il terzo giorno l'amico è depresso. "Che cosa è successo? Oggi gli israeliani non hanno abbattuto nessun Mig?" chiede l'uomo.
"Sì" risponde l'amico "ma oggi qualcuno mi ha detto che gli israeliani sono ebrei!"


 

Questo riassume tutta la storia in poche parole.

L'antisemita odia gli ebrei perché sono ebrei, indipendentemente dalle loro azioni. Gli ebrei possono essere odiati perché sono ricchi e lo ostentano o perché sono poveri e vivono nello squallore. Perché hanno svolto un ruolo importante nella rivoluzione bolscevica o perché alcuni di loro sono diventati incredibilmente ricchi dopo il crollo del regime comunista. Perché hanno messo in croce Gesù o perché hanno contaminato la cultura occidentale con "la moralità cristiana della compassione". Perché non hanno una patria o perché hanno creato lo Stato di Israele.

Queste cose fanno parte della natura di tutti i tipi di razzismo e di sciovinismo: si odia qualcuno perché è ebreo, arabo, donna, nero, indiano, musulmano, indù. Le sue qualità personali, azioni, imprese  non hanno importanza. Se lui o lei appartengono alla razza, alla religione o al genere detestato, saranno odiati.

Le risposte a tutte le domande attenenti all'antisemitismo derivano da questo fatto di base. Per esempio:

Chiunque critichi Israele è un antisemita?

Assolutamente no. Chi critica Israele per alcune delle nostre azioni non può essere  accusato di antisemitismo per questo. Ma qualcuno che detesti Israele perché è uno stato ebraico, come l'ungherese della freddura, è un antisemita. Non è sempre facile distinguere fra i due tipi, perché gli antisemiti scaltri si atteggiano a critici in buona fede delle azioni di Israele. Ma presentare tutti i critici di Israele come antisemiti è sbagliato e controproducente, reca un danno alla lotta contro l'antisemitismo. Molte persone profondamente morali, la crema dell'umanità, criticano il nostro comportamento nei territori occupati. E' stupido accusarli di antisemitismo.

Una persona può essere antisionista senza essere antisemita ?

Certamente sì. Il sionismo è un credo politico e deve essere trattato come tale. Si può essere anticomunisti senza essere anticinesi, anticapitalisti senza essere antiamericani, antiglobalizzazione, anti qualunque cosa. Eppure, ancora, non è sempre facile tracciare una linea di demarcazione perché i veri antisemiti spesso fingono di essere "antisionisti". Non bisogna aiutarli cancellando la distinzione.

Si può essere antisemiti e sionisti?

Sì, certo. Il fondatore del moderno sionismo, Theodor Herzl, aveva già tentato di ottenere il sostegno di noti antisemiti russi, promettendo di levar loro gli ebrei di torno. Prima della Secondo Guerra Mondiale, l'organizzazione sionista clandestina IZL aveva installato in Polonia dei campi di addestramento militare sotto gli auspici di generali antisemiti che volevano liberarsi degli ebrei. Oggi l'estrema destra sionista accetta volentieri il sostegno massiccio degli evangelisti fondamentalisti americani, che la maggioranza degli ebrei americani, secondo un sondaggio di questa settimana, considera profondamente antisemiti. La loro teologia preannuncia che alla vigilia della seconda venuta di Cristo tutti gli ebrei dovranno convertirsi al cristianesimo o saranno sterminati.

Può un ebreo essere antisemita?

Sembra un ossimoro. Ma la storia ha conosciuto qualche caso di ebrei che sono diventati feroci detrattori degli ebrei. Il grande inquisitore spagnolo Torquemada era di origine ebraica. Karl Marx scrisse alcune cose veramente sgradevoli sugli ebrei, cosi come Otto Weininger, un importante scrittore ebreo nella Vienna fin de siècle. Herzl, suo contemporaneo e come lui viennese, scrisse nei suoi diari alcuni commenti poco lusinghieri sugli ebrei.
Se una persona critica Israele più di quanto critichi altri paesi che fanno le stesse cose, è un antisemita?
Non necessariamente. Certo ci dovrebbe essere un solo standard morale per tutti i paesi e per tutti gli esseri umani. Le azioni russe in Cecenia non sono migliori delle nostre a Nablus, e forse anche peggiori. Il problema è che gli ebrei sono rappresentati e si considerano essi stessi (e lo sono stati) come una "nazione di vittime". Quindi il mondo è scioccato dal fatto che le vittime di ieri siano i persecutori di oggi. Si chiede a noi uno standard morale più elevato rispetto a quello di altri popoli. E giustamente.

L'Europa è ridiventata antisemita?

No davvero. Il numero degli antisemiti in Europa non è aumentato, forse è persino diminuito. Quello che è aumentato è il livello della critica del comportamento di Israele verso i palestinesi, che appaiono come "le vittime delle vittime".
La situazione in qualche periferia di Parigi che è spesso citata come esempio della crescita dell'antisemitismo, è un fatto completamente diverso. Quando i musulmani nordafricani si scontrano con gli ebrei nordafricani stanno in realtà trasferendo il conflitto fra israeliani e palestinesi sul suolo europeo. E' anche la continuazione dell'ostilità fra arabi ed ebrei iniziata in Algeria quando gli ebrei sostenevano il regime francese e i musulmani li consideravano collaboratori degli odiati colonialisti.

Allora perché la maggioranza degli europei ha dichiarato, in un recente sondaggio, che Israele mette a rischio la pace mondiale più di qualsiasi altro paese?

C'è una spiegazione semplice: gli europei vedono tutti i giorni alla televisione quello che i nostri soldati fanno nei territori palestinesi occupati. Questo conflitto ha una copertura maggiore di qualsiasi altro conflitto nel mondo (forse con l'eccezione dell'Iraq in questo periodo) perché Israele è più "interessante" in considerazione della lunga storia degli ebrei in Europa e perché Israele è più vicina ai media occidentali di quanto lo siano i musulmani o i paesi africani. La resistenza palestinese, che gli israeliani chiamano "terrorismo", a molti europei sembra molto più simile alla resistenza francese contro l'occupazione tedesca.

E a proposito delle manifestazioni antisemitiche nel mondo arabo?

Non c'è dubbio che ultimamente si sono insinuati indizi di antisemitismo  nei discorsi degli arabi. Basti menzionare il fatto che l'infame "Protocollo dei saggi di Sion" sia stato pubblicato in arabo. E' un prodotto d'importazione tipicamente europeo. I protocolli sono stati inventati dalla polizia segreta della Russia zarista. Qualunque siano le sciocchezze proferite da certi "esperti" non c'è mai stato un antisemitismo musulmano ampiamente diffuso come è esistito nell'Europa cristiana. Nel corso della sua lotta per il potere il profeta Maometto ha combattuto contro le vicine tribù ebraiche e quindi sul Corano c'è qualche passo negativo sugli ebrei. Ma non possono essere paragonati ai brani antiebraici del Nuovo Testamento sulla crocifissione di Cristo che hanno avvelenato il mondo cristiano e causato interminabili sofferenze. La Spagna musulmana era un paradiso per gli ebrei e non c'è mai stato un olocausto ebraico nel mondo musulmano. Anche i pogrom erano estremamente rari.

Maometto ha decretato che "i popoli del Libro" (ebrei e cristiani) dovevano essere trattati con tolleranza, soggetti a condizioni incomparabilmente più liberali rispetto a quelle dell'Europa contemporanea. I musulmani non imposero mai con la forza la loro religione sugli ebrei e sui cristiani, come   dimostra il fatto che quasi tutti gli ebrei espulsi dalla Spagna cattolica si insediarono in paesi musulmani dove  prosperarono.  Dopo secoli di governo musulmano i greci e i serbi sono rimasti completamente cristiani. Quando si stabilirà la pace fra Israele ed il mondo arabo i frutti velenosi dell'antisemitismo probabilmente spariranno dal mondo arabo (come i frutti velenosi dell'odio verso gli arabi nella nostra società).
Le dichiarazioni del Primo Ministro della Malesia, Mahathir bin Muhammad, secondo cui gli ebrei controllano il mondo sono antisemitiche?

Sì e no. Evidenziano sicuramente la difficoltà nel bloccare l'antisemitismo. Da un punto di vista reale, aveva ragione quando asseriva che gli ebrei hanno un'influenza molto più ampia di quanto la loro percentuale di popolazione nel mondo potrebbe giustificare. E' vero che gli ebrei hanno una grande influenza sulla politica degli Stati Uniti, l'unica super potenza, come l'hanno anche sui media americani ed internazionali. Non occorrono "Protocolli"  falsi per affrontare questo fatto ed analizzare le sue cause. Ma i suoni fanno la musica e la musica di Mahathir suona davvero come antisemitica.

Quindi dovremmo ignorare l'antisemitismo?

Certamente no. Il razzismo è una sorta di virus che esiste in tutti i paesi e in tutti gli esseri umani. Jean Paul Sartre ha detto che siamo tutti razzisti, la differenza sta nel fatto che alcuni di noi ne hanno la consapevolezza e lo combattono mentre altri soccombono al male. In tempi normali c'è una piccola minoranza di razzisti manifesti in tutti i paesi ma in tempi di crisi il loro numero può rapidamente moltiplicare. Questo è un pericolo permanente e tutti i popoli devono combattere i razzisti che sono fra di loro. Noi israeliani siamo come tutti gli altri popoli. Ognuno di noi se cerca bene può trovare in se stesso un piccolo razzista. Nel nostro paese abbiamo dei fanatici antiarabi e il confronto storico che domina le nostre vite aumenta il loro potere e la loro influenza. E' nostro dovere combatterli e lasciare che gli europei e gli arabi si occupino dei loro razzisti.

Traduzione di CV (si ringrazia la redazione di Znet-it per la gentile concessione)


http://www.diario.it/index.php?page=cn03100063

Diario di una Crisi Profonda

Sionismo l’è morto Israele esiste, ma il sogno è finito

di Avraham Burg *




 
  La rivoluzione sionista ha sempre poggiato su due pilastri: un cammino di giustizia e una leadership etica. Nessuno dei due è più operante. Oggi la nazione israeliana poggia su un’impalcatura di corruzione e su fondamenta di oppressione e ingiustizia. In quanto tale, la fine dell’impresa sionista è già alle porte. Vi sono concrete probabilità che la nostra sia l’ultima generazione sionista. In Israele potrà anche esservi uno Stato ebraico, ma sarà di un genere diverso, strano e spiacevole.
Tempo per cambiare rotta ce n’è ma non molto. Occorre una visione nuova di una società giusta e la volontà politica di attuarla. Né si tratta semplicemente di un affare interno israeliano. Gli ebrei della Diaspora, per i quali Israele rappresenta un pilastro centrale dell’identità, devono ascoltare e farsi sentire. Se il pilastro crolla anche i piani superiori si schianteranno. L’opposizione non esiste, e la coalizione di governo, capeggiata da Arik Sharon, rivendica il diritto di restare in silenzio. In una nazione di chiacchieroni, tutti sono improvvisamente ammutoliti perché non c’è più nulla da dire. Viviamo in una realtà fragorosamente in crisi. Sì, certo, abbiamo ridato vita alla lingua ebraica, a una produzione teatrale meravigliosa e a una valuta nazionale forte. La nostra mente ebraica è acuta come sempre. Siamo quotati sul Nasdaq. Ma è forse per questo che abbiamo creato uno Stato? Il popolo ebraico non è certo sopravvissuto per due millenni al solo scopo di inaugurare nuovi armamenti, programmi computerizzati per la sicurezza, nuovi missili antimissile. Dovevamo essere un faro per le nazioni. In questo, abbiamo fallito.
La lotta bimillenaria per la sopravvivenza ebraica sembra essersi risolta in uno Stato di insediamenti gestito da una cricca amorale di corrotti che violano la legge e sono sordi ai loro cittadini, come anche ai loro nemici. Uno Stato che manca di giustizia non può sopravvivere. Un numero crescente di israeliani comincia a capirlo, quando chiede ai loro figli dove prevedono di vivere di qui a 25 anni. I figli onesti ammettono, con grave sgomento dei genitori, che non lo sanno. Il conto alla rovescia verso la fine della società israeliana è cominciato. È molto comodo fare i sionisti negli insediamenti della Cisgiordania, come Beit El e Ofra. Il paesaggio biblico è magnifico. Dalla finestra si vedono i gerani e le bouganville, l’occupazione no. Viaggiando sulla superstrada veloce che porta da Ramot, alla periferia nord di Gerusalemme, a Gilo, alla periferia sud – un percorso di 12 minuti che passa appena mezzo miglio a ovest dei blocchi stradali palestinesi – è difficile capire l’esperienza umiliante dell’arabo disprezzato che deve strisciare per ore lungo le strade costellate di buche e di blocchi che gli sono riservate. Una strada per l’occupante, un’altra per la vittima dell’occupazione.

I PAZZI BALLANO. Non si può andare avanti così. Anche se gli arabi chinano il capo e ingoiano la loro vergogna e la loro rabbia per sempre, non si può andare avanti. Una struttura edificata sull’umana insensibilità è inevitabilmente destinata a franare su se stessa. Prendete nota di questo momento: la sovrastruttura del sionismo sta già crollando come uno di quei mediocri saloni per banchetti nuziali di Gerusalemme. Soltanto i pazzi continuano a ballare all’ultimo piano mentre i piloni di sostegno si sbriciolano. Ci siamo abituati a ignorare la sofferenza delle donne ai posti di blocco stradali. Non c’è da stupirsi, se non sentiamo neanche le grida della donna percossa nella casa accanto o della madre nubile che fatica per crescere i figli con dignità. Non ci diamo più neanche la pena di contare le donne assassinate dai mariti.
Israele, avendo smesso di interessarsi ai figli dei palestinesi, non deve stupirsi quando questi arrivano intrisi d’odio e si fanno saltare in aria nei luoghi di divertimento. Essi si consegnano ad Allah nei nostri spazi ricreativi, perché la loro vita è una tortura. Spargono il loro stesso sangue nei nostri ristoranti per guastarci l’appetito, perché a casa hanno figli affamati e umiliati. Potremmo uccidere mille caporioni e ingegneri al giorno, ma non risolveremmo nulla perché i capi vengono dal basso – dagli abissi di odio e rabbia, dalle «infrastrutture» di ingiustizia e corruzione morale. Se tutto questo fosse davvero inevitabile, se avvenisse per un immutabile disegno divino, me ne starei zitto. Ma le cose potrebbero andare diversamente: perciò, levare la propria voce è un imperativo morale. Ecco che cosa dovrebbe dire il primo ministro al suo popolo: il tempo delle illusioni è finito, è giunto il tempo delle decisioni. Noi amiamo tutta la terra dei nostri avi e in un’altra epoca avremmo desiderato vivere qui da soli. Ma non accadrà. Anche gli arabi hanno i loro sogni ed esigenze. Fra il Giordano e il Mediterraneo non c’è più una netta maggioranza ebraica. Quindi, cari concittadini, non è possibile tenersi tutto quanto senza pagare un prezzo. Non possiamo tenere una maggioranza palestinese sotto lo stivale israeliano, e al tempo stesso pensare di essere l’unica democrazia del Medio Oriente. Non può esservi democrazia senza uguali diritti per tutti coloro che vivono qui, gli arabi come gli ebrei. Non possiamo tenerci i territori e conservare una maggioranza ebraica nell’unico Stato ebraico al mondo: non con mezzi umani, morali ed ebraici.
Volete la Grande Israele? Non c’è problema: basta abbandonare la democrazia. Creiamo nel nostro Paese un efficiente sistema di separazione razziale, con campi di prigionia e villaggi di detenzione. Il ghetto di Qalqilya e il gulag di Jenin. Volete una maggioranza ebraica? Non c’è problema: o mettete gli arabi su autovetture, autobus, cammelli e asini e li espellete in massa, oppure ci separiamo da loro in modo assoluto, senza trucchi e senza inganni. Una via di mezzo non c’è. Dobbiamo smantellare tutti gli insediamenti e tracciare un confine internazionalmente riconosciuto fra il focolare nazionale ebraico e il focolare nazionale palestinese. La Legge del Ritorno degli ebrei si applicherà soltanto nel nostro focolare nazionale, e il loro diritto al ritorno si applicherà soltanto entro i confini dello Stato palestinese.
Volete la democrazia? Non c’è problema: o abbandonate la Grande Israele fino all’ultimo insediamento e avamposto, oppure date pieno diritto di cittadinanza e di voto a tutti, arabi compresi. Naturalmente il risultato sarà che quelli che non volevano uno Stato palestinese accanto al nostro ne avranno uno proprio in mezzo a noi, attraverso le urne. Ecco quel che dovrebbe dire il primo ministro al suo popolo. Dovrebbe presentare le alternative in modo chiaro: razzismo ebraico o democrazia. Insediamenti o speranza per entrambi i popoli. Visioni di filo spinato, blocchi stradali e terroristi kamikaze, o un confine internazionalmente riconosciuto fra due Stati e una capitale in comune a Gerusalemme. Ma a Gerusalemme non c’è un primo ministro. La malattia che rode il corpo del sionismo ha già aggredito la testa. A volte David Ben-Gurion commetteva errori, ma restava dritto come un fuso. Quando Menachem Begin sbagliava, nessuno si permetteva di contestare le sue motivazioni. Non è più così. I sondaggi pubblicati lo scorso fine-settimana indicavano che la maggioranza degli israeliani non crede nell’integrità personale del primo ministro. Però ha fiducia nella sua leadership politica. In altre parole, l’attuale premier israeliano incarna nella sua persona entrambe le metà della maledizione: una morale personale discutibile e un disprezzo aperto della legge, combinate con la brutalità dell’occupazione e il disprezzo per qualsiasi opportunità di pace.

ALTERNATIVE CHIARE. Questa è la nostra nazione, questi sono i suoi governanti. La conclusione ineludibile è che la rivoluzione sionista è morta. Ma allora perché l’opposizione tace a questo modo? Forse perché è estate, o perché è stanca, o perché alcuni vorrebbero entrare nel governo a qualsiasi prezzo, anche a prezzo di partecipare a questa follia. Ma mentre loro tentennano, le forze del bene perdono le speranze. Questo è il tempo delle alternative chiare. Chiunque si rifiuti di presentare una posizione univoca sta effettivamente collaborando a questo declino. Non si tratta di laburisti contro Likud, né di destra contro sinistra, ma di giusto contro sbagliato, di accettabile contro inaccettabile. Di persone rispettose della legge contro chi viola la legge. Quel che occorre non è una sostituzione politica del governo Sharon, ma una visione di speranza, un’alternativa alla distruzione del sionismo da parte dei sordi, dei muti e degli insensibili. Gli amici di Israele all’estero – ebrei come non ebrei, presidenti e primi ministri, rabbini e laici – devono scegliere anche loro. Devono farsi sentire e aiutare Israele a percorrere la Road Map verso il nostro destino nazionale, quello di essere una luce per le nazioni e una società di pace, giustizia e uguaglianza. (trad. Marina Astrologo).

*Speaker della Knesset (equivalente pressappoco al nostro presidente della Camera) dal 1999 al 2003, ed ex presidente dell’Agenzia Ebraica per Israele, oggi Burg è parlamentare laburista. Il presente saggio è stato adattato dallo stesso autore a partire da un suo articolo pubblicato su Yediot Aharonot. In Europa alcuni giornali, come Le Monde e il Manifesto, hanno deciso di pubblicarlo: noi siamo tra questi.


http://www.uruknet.de/?p=s9435

La Palestina 70 anni fa

 

 
La rivolta in Palestina del 1936, articolo apparso sull'Humanité (organo del Partito Comunista Francese, n.d.t.) del 26 maggio 1936. 70 anni di lotta nazionale, 70 anni di non riconoscimento, 70 anni subendo prepotenze ed espulsioni, 70 anni di menzogne e di accuse tendenti a giustificare la colonizzazione.
 
Gabriel Peri
Gabriel Peri
Di Gabriel Péri [1]

Da più di un mese - per fissare una data dopo il 15 aprile - la Palestina è in stato di aperta rivolta; le manifestazioni e gli scontri sanguinosi vi si moltiplicano. Gli ultimi giorni hanno visto 36 morti fra la popolazione araba, quella ebraica e il corpo di occupazione britannico. Nuovi rinforzi di carri armati ed autoblindo sono stati inviati verso la Palestina.
Gli avvenimenti meritano di attirare l'attenzione ed è indispensabile, a nostro avviso, correggere le interpretazioni erronee che possono sorgere a loro proposito. Alcuni affermano volentieri che i disordini in Palestina non sono altro, tutto sommato, che il risultato della propaganda hitleriana e degli intrighi mussoliniani. Ci permettiamo di non sottoscrivere questo giudizio.
Che il fascismo hitleriano e il fascismo mussoliniano si sforzino di utilizzare tutti gli incidenti della vita internazionale e di sfruttarli per i loro oscuri fini, nessuno lo contesta. Ma si sarebbe nel torto se ci si riferisse a questo elemento per approcciare in maniera corretta il movimento palestinese.

 

Gli Arabi si sono rivoltati nel 1929, quando l'hitlerismo non era ancora giunto al potere e non esisteva alcuna rivalità fra la Gran Bretagna e l'Italia. la rivolta palestinese si collega al generale movimento di ribellione che scuote tutto il mondo arabo, in Egitto, in Siria ed anche in Palestina. 
Questa rivolta era giustificata? Noi crediamo che sia assolutamente giustificata e aggiungiamo che, a nostro avviso, ci si inganni pesantemente assimilandola ad un movimento antisemita. L’antisemitismo ci è profondamente odioso. Ma non è contro gli Ebrei in quanto tali che gli Arabi si ribellano, bensì contro una forma di sfruttamento pensata e messa in opera dall'imperialismo britannico.
In fondo, sotto il pretesto del focolare nazionale ebraico, in palestina è stata organizzata una vera e propria spoliazione degli Arabi. La grande società sionista Keren Hayessod [
2] è specializzata in queste spoliazioni. Approfittando dell'assenza di contratti di proprietà fra i contadini e i beduini, essa si accorda con un feudatario - Sceicco - arabo per appropriarsi delle terre. Dopodichè, avvisa i contadini che devono abbandonare la terra suula quale i loro antenati hanno faticato per secoli. Se i contadini non ottemperano, la società chiama i soldati britannici.

 

conditionnement orange

Confezione delle arance

Lavoratori arabi palestinesi confezionano le celebri arance di Jaffa - 1936

C'è di peggio: un'altra organizzazione, l’Histadrut [3], ha organizzato una vera e propria caccia agli operai arabi.Ogni anno, alla festa della raccolta delle arance, le truppe d'assalto sioniste organizzano spedizioni punitive ai cantieri, nelle fabbriche da cui gli operai arabi vengono spietatamente cacciati.
Ecco come il sionismo organizza dei pogrom al contrario. I metodi di cui stiamo parlando sono esattamente gli stessi che l'hitlerismo impiega verso gli Ebrei in Germania.

In queste condizioni, la popolazione araba come avrebbe potuto non insorgere? I capi di questa rivolta hanno ripetuto cento volte che non si trattava di antisemitismo. Loro vogliono lottare contro l'imperialismo britannico e contro il suo alleato, il sionismo. Essi chiedono di fermare l'immigrazione ebraica, passata da 80.000 unità nel 1914 a 450.000 nel 1935. Questo non è quel che si definisce una parola d'ordine antiebraica. e' nel rispetto del diritto di asilo, è nella solidarietà internazionale contro il fascismo, e non con la complicità con un'impresa sospetta di spoliazione, che noi vogliamo difendere la causa degli Ebrei perseguitati dall'hitlerismo.

Gli Arabi reclamano inoltre l'interdizione di ogni vendita di terre arabe e preconizzano la costituzione di un governo nazionale arabo. Queste rivendicazioni sono giuste. Esse si ispirano alla volontà di un popolo di scuotersi da una dominazione soffocante. La causa dei lavoratori ebrei, perseguitati dalle dittature fasciste, non è quella degli espropriatori delle grandi società sioniste e delle loro truppe d'assalto. Essa si confonde con quella degli oppressi di ogni colore e di ogni razza che non vogliono lasciarsi sfruttare.

Articolo apparso sull’Humanité del 26 maggio 1936

[1] "Gabriel Péri curava la rubrica degli esteri dell’Humanité e fu uno dei pochi a denunciare sullo stesso giornale l’accordo Germano-sovietico Hitler/Stalin", uomo politico comunista e giornalista, fucilato dai nazisti il 15 dicembre 1941 dopo aver rifiutato di firmare una dichiarazione di condanna degli "atti di terrorismo".

[2] Keren Hayessod : principale strumento finanziario dell'Agenzia ebraica, fra il 1934 e il 1938 ricevette dalla Lloyds Bank un ammontare totale di circa 675.000 sterline.

[3] Histadrut: organizzazione "sindacale" sionista.


http://www.homolaicus.com/teoria/antisemitismo/antisemitismo.htm

EBRAISMO E ANTISEMITISMO


Quando si affronta il problema dell'antisemitismo, ci si dovrebbe sempre chiedere: è possibile che l'ebreo non sia in alcun modo responsabile di questo fanatico pregiudizio?

Che l'ebreo venga considerato come un capro espiatorio per delle frustrazioni che nulla hanno a che vedere con l'ebraismo, è cosa evidente, ancorché ripugnante.

Ma perché prendersela ancora con gli ebrei dopo duemila anni di persecuzioni?

Anche quando vi sono altre popolazioni da usare come pretesto per occasioni di razzismo, gli ebrei non mancano mai nella lista nera. In Italia, p.es., pur essendo solo 50.000 unità circa, gli ebrei sono soggetti a pregiudizi non meno forti di quelli che subiscono gli immigrati africani.

Probabilmente quando s'inveisce contro un ebreo non si vede in lui una sorta di "individuo singolo" con caratteristiche un po' particolari: quanti sono così senza essere ebrei? quanti conducono una vita abbastanza strana pur facendo parte della società? Ma si pensa a lui come "seguace di una setta", cioè di un collettivo separato dalla società, una sorta di comunità relativamente privilegiata o che tale vuole apparire.

La comunità ebraica viene odiata soprattutto nei momenti di crisi sociale, cioè quando la società (basata sull'antagonismo) soffre di gravi disagi economici.

Nei confronti della comunità ebraica scatta una sorta d'invidia, che da un lato è ammirazione per la capacità che hanno gli ebrei di sopportare le crisi, mentre dall'altro è risentimento proprio a causa di tale capacità, che non può essere condivisa dal non-ebreo.

Nei momenti di crisi sociale vengono a scontrarsi due forme di egoismo: quello individualistico del cittadino borghese e quello corporativo (clanico) del cittadino ebreo (che è poi di estrazione borghese, in prevalenza). L'ebreo, infatti, è condizionato dallo stile di vita borghese imperante nel capitalismo, ma anche dal suo passato di origine clanico-tribale.

Naturalmente qui ci si riferisce a quegli ebrei che fanno del proprio ebraismo un elemento di distinzione e che, essendo legati alla religione, non sanno superare in maniera laico-democratica le contraddizioni del capitalismo.

Un ebreo convinto del valore della propria religione è anche convinto di poter ovviare ai condizionamenti del capitalismo. Si tratta di una pia illusione. E non tanto perché non si possa fare in nome dell'ebraismo una rivoluzione contro il capitale (gli ebrei russi la fecero), quanto perché, non facendola, l'ebraismo ha in realtà ben pochi strumenti per sottrarsi ai condizionamenti del capitale.

Un ebreo che volesse veramente superare il capitalismo, dovrebbe mettere in secondo piano la propria religione, e non tanto perché a un credente, in genere, risulta sempre molto difficile fare scelte rivoluzionarie, quanto perché un qualunque primato politico concesso alla religione porta il credente a isolarsi, tanto più s'egli è di religione ebraica.

Un ebreo integrista è destinato a essere odiato dalla piccola borghesia non ebraica o dalla stessa classe operaia, che, se non organizzati da partiti o sindacati, soffrono maggiormente le contraddizioni del capitalismo.

L'ebreo rischia di essere sempre perseguitato se al cospetto delle crisi capitalistiche cercherà di superarle solo e in quanto appartenente a una religione particolare. Lo stesso può dirsi di qualunque altro seguace di sette religiose.

L'ebreo (come ogni altro credente minoritario) fa bene a chiedere il diritto al rispetto della propria religione, ma se fa di tale religione, nei momenti di crisi sociale generale, il pretesto per separarsi dalla collettività, non può poi sostenere di non avere alcuna responsabilità (neppure indiretta) riguardo alla formazione dei movimenti antisemiti.

Va comunque nettamente ostacolata l'idea -sostenuta per molto tempo dalla chiesa cattolica- secondo cui l'ebreo merita d'essere discriminato in quanto "deicida".

Nei vangeli, con cui i cristiani hanno cercato una legittimazione agli occhi del potere romano, l'antisemitismo è molto accentuato, ma a una lettura non confessionale ci si rende facilmente conto come il popolo ebraico non rappresenti altro, in quei racconti, che il simbolo del popolo in generale.


FASCISMO, NAZISMO E ANTISEMITISMO

Normalmente gli storici del fascismo sostengono che in Italia l'antisemitismo fu ben poca cosa rispetto a quello nazista, e che anzi da noi prese piede solo dopo che Mussolini divenne un burattino nelle mani di Hitler. Questo perché gli italiani non sono mai stati antisemiti, psicologicamente parlando.

In realtà, l'antisemitismo ebbe un grande successo in Germania solo perché, essendo qui dominante il protestantesimo, cioè l'individualismo religioso, il nazismo aveva bisogno di un collante culturale che unisse la nazione.

In Italia questo collante c'era già, ed era appunto costituito dal cattolicesimo romano. Il cittadino fascista era antisemita semplicemente in quanto cattolico: non aveva bisogno di un antisemitismo particolarmente fanatico e aggressivo.

Il credente cattolico è da sempre antisemita, almeno in Europa occidentale, mentre in quella orientale certamente lo è stato il credente russo ortodosso, che non a caso di tutti i credenti ortodossi fu quello che subì maggiormente le influenze dalle tradizioni euro-occidentali. L'antisemitismo diventa nel cattolico tanto più forte quanto più egli non riesce ad accettare che il progresso del laicismo permetta anche agli ebrei di emanciparsi sotto ogni punto di vista.


MARX E LA QUESTIONE EBRAICA

Nella Questione ebraica Marx voleva mettere in evidenza che normalmente l'ebreo, concependosi come "errante", cioè costretto alla diaspora ma pur sempre desideroso di avere una nazione in cui vivere come "ebreo", non può essere considerato dai cittadini delle nazioni in cui vive che come una persona "anomala", non del tutto integrata.

Gli Stati non possono fidarsi di lui e lui, non potendo fruire di tutti i diritti dei normali cittadini, è costretto a dotarsi di una certa autonomia finanziaria, onde poter gestire con relativa sicurezza la propria diversità. Cause ed effetti finiscono col confondersi.

Il giovane Marx nella Questione ebraica non aveva riproposto uno stereotipo antiebraico classico, più di quanto tale stereotipo non rispecchiasse una situazione tutto sommato realistica.

Non si può essere considerati antisemiti quando, dipingendo l'ebreo come uno Shylock shakespeariano, si fa chiaramente capire che in tale condizione l'ebreo era costretto o indotto sia dalla propria ideologia politico-religiosa che dagli atteggiamenti diffidenti degli Stati cristiano-borghesi.

Se all'ebreo fossero stati concessi gli stessi diritti degli altri cittadini, molto probabilmente, vinto dalla progressiva laicizzazione dei costumi e della morale pubblica, egli avrebbe considerato la propria ideologia politico-religiosa in maniera più distaccata, meno integrista, e forse col tempo vi avrebbe rinunciato del tutto.

La posizione di Bauer, con cui Marx discute, in fondo era questa: "se gli ebrei rinunciano all'integrismo lo Stato può rinunciare alle discriminazioni". Al che Marx obiettava: "se anche ciò avvenisse, non si risolverebbe il problema delle contraddizioni tipiche del capitale".

In altre parole, Marx giustamente sosteneva che la concessione dei diritti politici agli ebrei non li avrebbe certo di per sé portati a rifiutare la logica del profitto. Essi infatti -diceva Marx- non hanno fatto altro che adeguarsi alla prassi esistente negli Stati borghesi, che di "democratico" ha solo le apparenze politiche.

Là dove Bauer aveva individuato una contraddizione politica fra i principi della democrazia borghese e i privilegi concessi al cristianesimo, Marx aveva invece cercato di dimostrare che all'origine di tale contraddizione vi era una causa sociale strettamente connessa a una divisione della società in classi antagonistiche. Il problema quindi non era tanto quello di riconoscere un diritto alla religione, quanto piuttosto quello di affermare un'emancipazione umana.

Posta la questione in termini così radicali sarebbe stato difficile per Marx perorare una causa giuspolitica (quella di Bauer, a favore dei diritti politici degli ebrei) senza nel contempo trasformarla in una rivendicazione che rovesciasse i rapporti sociali esistenti di tutti i cittadini.

Il giovane Marx non avrebbe mai lottato politicamente a fianco di Bauer se questi non avesse accettato, in via preliminare, il primato dell'emancipazione umana.

Fu un grave errore tattico pensare che se gli ebrei avessero raggiunto l'emancipazione umana, cioè sociale, avrebbero potuto tranquillamente fare a meno di quella politica, che vi sarebbe già stata inclusa.

L'idea di credere possibile una graduale comprensione dell'importanza dell'emancipazione umana anche a partire da una progressiva emancipazione politica, rivendicata in ambiti istituzionali e non, maturò solo col leninismo e solo in maniera embrionale.

Sarà poi compito del gramscismo dimostrare che oltre alla lotta giuspolitica e socioeconomica vi è anche quella di tipo culturale.

Se il marxismo occidentale non fosse stato così unilaterale forse non sarebbe scoppiato nella Germania nazista un genocidio di così vaste proporzioni. L'opinione pubblica tedesca infatti doveva essere sufficientemente convinta che l'atteggiamento sociale degli ebrei era nel complesso "antisociale" e questo pregiudizio è stato possibile proprio in virtù del fatto che le rivendicazioni giuspolitiche degli ebrei non erano mai state prese in debita considerazione.

Se Marx e il marxismo occidentale fossero andati incontro alle tesi di Bauer, probabilmente la borghesia tedesca avrebbe trovato maggiori difficoltà a scaricare sugli ebrei le cause delle contraddizioni sociali del capitalismo. Anzi, considerando che la borghesia ebraica non era che un'infima minoranza di quella tedesca, forse quest'ultima avrebbe potuto trovare in quella un appoggio per sviluppare la democrazia parlamentare o per contrastare le borghesie degli altri Stati europei, al massimo un alleato contro il proletariato nazionale, certo non un nemico da distruggere completamente.


ENGELS E L'ANTISEMITISMO

Engels pubblicò nel 1890 su un giornale socialdemocratico di Vienna una lettera contro l'antisemitismo, sostenendo le seguenti tesi:

1. l'antisemitismo è una reazione di ceti sociali medievali votati alla rovina dall'avanzare del capitalismo (la piccola borghesia o la piccola nobiltà di estrazione cattolica o protestante);
2. con esso si perseguono obiettivi reazionari sotto una copertura di apparente socialismo (in quanto "socialismo corporativo"), nel senso che le classi feudali criticano sì la grande borghesia, ma temono anche il proletariato industriale;
3. conclusione: per eliminare l'antisemitismo basta sviluppare il capitalismo, che porterà inevitabilmente alla morte tutti quei ceti e quelle classi che non si riconoscono nella grande contrapposizione di capitale e lavoro salariato.

Ora, che dire di queste tesi?

Se si astraesse da qualunque considerazione storica sull'autore che le ha formulate, rinunciando quindi a contestualizzarle debitamente, si rimarrebbe nel dubbio se attribuire loro una buona dose di disarmante ingenuità o di calcolato cinismo.

Oggi per fortuna la storia è in grado di venire in nostro soccorso dimostrando a chiare lettere il valore esattamente opposto di quelle tesi.

E cioè che, in sostanza:

1. l'antisemitismo può formarsi anche nelle società capitalistiche avanzate, poiché non è detto che il proletariato sia di per sé consapevole che la contraddizione principale è quella di capitale e lavoro e che l'unico modo di risolverla sia quello della rivoluzione politica, sociale e culturale.

2. Non è affatto vero che un forte sviluppo del capitalismo porti automaticamente a una forte organizzazione del proletariato o che comunque in questa organizzazione il proletariato manifesti intenzioni rivoluzionarie.

3. Con la nascita dell'imperialismo il capitalismo occidentale ha polarizzato il conflitto sociale non tanto al proprio interno (tra capitale e lavoro) quanto al proprio esterno (tra metropoli occidentale e periferia coloniale), in modo tale che nell'ambito della metropoli hanno potuto continuare a sopravvivere e anzi a svilupparsi ulteriormente tutti quei ceti medi, impiegatizi e piccolo-borghesi che non si riconoscono nelle idee del proletariato industriale più consapevole (anche se oggi questa differenza sociale sussiste pochissimo, in quanto il proletariato industriale s'è allineato alla concezione borghese della vita, come già Lenin, con molto acume, aveva potuto constatare).

4. Nella lotta anticapitalista e antimperialista il proletariato industriale della metropoli ha bisogno non solo dell'appoggio del proletariato delle colonie, ma anche di quello dei ceti medi metropolitani, che sul piano oggettivo della condizione sociale non sempre sono garantiti più degli operai (oggi anzi si può dire che tutto il ceto impiegatizio di medio e basso livello, ivi inclusi gli insegnanti non universitari, altro non è che una sorta di proletariato intellettuale).

5. In tal senso non occorre davvero attendere che il capitalismo si sviluppi al massimo prima di poter avere un forte proletariato, anche perché un capitalismo molto forte facilmente genera corruzione nell'ambito dello stesso proletariato e soprattutto dei leaders che lo organizzano.

6. Il proletariato dovrebbe combattere il capitalismo appena prende consapevolezza delle radici storiche della propria condizione sociale oppressiva e, nel fare questo, dovrebbe cercare alleanze anche fra i ceti che subiscono le contraddizioni del capitale in maniera indiretta, cioè non immediatamente connessa alla produzione industriale vera e propria.

7. Oggi il proletariato industriale dell'Occidente ha consapevolezza che le contraddizioni del capitalismo dipendono soprattutto dal conflitto tra capitale e lavoro, ma, poiché tale proletariato, in virtù dell'imperialismo, fruisce di un relativo benessere, di fatto non ha interesse ad approfondire tale consapevolezza, né, tanto meno, ha la volontà politica di tradurla in azioni eversive (nel migliore dei casi si limita a una lotta di tipo sindacale, nel peggiore a compiere azioni terroristiche).

8. Viceversa, il proletariato industriale delle colonie, che pur avrebbe la forza morale e motivazioni oggettive ancora più esplicite per opporsi al capitalismo indigeno e importato, in quanto si trova spesso a vivere un'esistenza sub-umana, non ha ancora consapevolezza politica dell'importanza del proprio ruolo e non ha grandi capacità organizzative, per cui tende anch'esso a limitarsi ad azioni di tipo sindacale. Nel peggiore dei casi si ha il reclutamento del sottoproletariato in milizie o forze armate senza scrupoli, in gruppi eversivi votati al terrorismo, in bande dedite alla criminalità organizzata, quando non si formano masse disperate che cercano nell'emigrazione una valvola di sfogo a problemi più grandi di loro.


BEBEL E L'ANTISEMITISMO

Nel discorso pronunciato da A. Bebel al IV Congresso del partito socialdemocratico tedesco, nel 1893, c'è un punto su cui oggi la sinistra ha le idee più chiare.

Bebel infatti considerava "reazionarie" le rivendicazioni anticapitalistiche dei ceti medi, in quanto questi -a suo giudizio- non solo confondono lo sfruttamento generale del capitalismo con quello particolare degli ebrei capitalisti, ma anche perché desiderano tornare al Medioevo delle corporazioni.

Bebel cioè riteneva (come tutto il marxismo occidentale di fine Ottocento) che lo sviluppo capitalistico (quale "evoluzione naturale della società") fosse necessario in una società feudale votata al crollo. Egli, in sostanza, riteneva che il socialismo avrebbe potuto "liberare" i contadini solo dopo lo sviluppo e il crollo del capitalismo.

In tal modo, com'è noto, la socialdemocrazia tedesca non riuscì mai a ottenere il consenso delle masse contadine né in funzione anticapitalistica né in funzione antifeudale.

E' stato dunque un madornale errore ritenere che lo sviluppo del capitalismo fosse una conseguenza necessaria degli irrisolti antagonismi feudali.

Il populismo e il bolscevismo infatti s'incaricheranno di dimostrare che esisteva la possibilità di saltare la fase del capitalismo proponendo ai contadini una riforma agraria di tipo socialista, con cui poter realizzare la democrazia politica e sociale anzitutto nelle campagne (populismo) o anzitutto nelle città (bolscevismo), impedendo così all'industria di svilupparsi in forza del lavoro salariato di quei contadini fuggiti dalle campagne. (Come noto tuttavia il bolscevismo post-leninista andò in ben altra direzione).

In altre parole, l'industrializzazione sarebbe ugualmente potuta avvenire, ma senza lo sfruttamento degli operai, senza l'espropriazione dei contadini, nel senso che la scelta di un contadino di diventare operaio sarebbe stata libera e non dettata dalla miseria, e comunque non vi sarebbe stata una divisione così estrema del lavoro e in definitiva non si sarebbe sacrificato il primato economico dell'agricoltura.

E' curioso come qui Bebel ripeta una tesi cara ai classici del marxismo occidentale, secondo cui l'acuirsi delle contraddizioni sociali porta inevitabilmente ad assumere una consapevolezza rivoluzionaria (anche il maoismo è caratterizzato da questo limite).

In tal senso Bebel riteneva che anche l'antisemitismo avrebbe assunto, suo malgrado, un "ruolo rivoluzionario", in quanto gli strati sociali piccolo-borghesi e contadini, convinti inizialmente che il loro unico nemico fosse l'ebreo capitalista, alla fine si sarebbero resi conto, a proprie spese, che in realtà il nemico era il capitale qua talis.

Tuttavia, perché non chiedersi a che prezzo essi si sarebbero resi conto di questa oggettiva verità? E se pur di non volersene rendere conto essi fossero stati disposti ad accettare qualunque condizione? Non è forse nato così il nazismo? Non sono forse ridicole, in tal senso, le parole di Bebel quando dice: "L'unica cosa che ci permette di consolarci è la sicurezza che in Germania l'antisemitismo non riuscirà mai ad avere un qualche influsso anche pratico sulla vita sociale e statale del paese"?

Probabilmente se il marxismo occidentale non avesse nutrito forti pregiudizi nei confronti dei contadini (e della loro religione cristiana), avrebbe sicuramente indirizzato di più i propri sforzi verso la costruzione di una democrazia nell'ambito del mondo rurale, chiedendo alle masse contadine di lottare contemporaneamente e contro il tardo-feudalesimo e contro il nascente capitalismo.

Non comportandosi così, la socialdemocrazia sembrava opporsi all'antisemitismo solo perché in fondo sperava che il capitalismo ebraico, insieme a quello cristiano, mandassero in rovina le ultime vestigia del feudalesimo nobiliare.

Né vale a scongiurare questo sospetto il fatto che la socialdemocrazia, per bocca di Bebel, cercasse di dimostrare come nelle campagne il socialismo fosse impossibile da realizzare proprio a causa dell'ignoranza dei contadini, ignari del fatto che il loro principale nemico non era tanto il capitalista ebreo quanto il nobile feudatario e il capitalista sensu lato, che praticamente li avevano spogliati della loro proprietà trasformandoli in operai salariati o al massimo in mezzadri.

I contadini della Russia e della Cina, sicuramente molto più arretrati e ignoranti di quelli tedeschi, riuscirono nel loro intento, anche se poi furono strumentalizzati da un'intellighenzia senza scrupoli.


APPUNTI DI STORIA

1. Nell'età antica e medievale spesso accadeva che gruppi di ebrei, a causa di pregiudizi dominanti, preferissero concentrarsi volontariamente in zone particolari delle città.

2. Le prime discriminazioni, per motivi ideologici, risalgono agli inizi del IV sec. e proseguono sino alla fine della II Guerra Mondiale. Divieto di matrimonio, di convivenza, di pasto coi cristiani; di rivestire funzioni pubbliche, di insegnare, di possedere la terra, di fare i mediatori in qualsivoglia negoziato, di testimoniare a carico dei cristiani nei tribunali, di costruire sinagoghe, di consultare medici ebrei da parte dei cristiani. Obbligo di portare segni di riconoscimento sugli abiti, di vivere nei ghetti ecc. Praticamente agli ebrei restavano solo forme marginali di commercio e finanza (considerate indegne dai cristiani) o illecite (usura).

3. La tendenza a isolare gli ebrei da parte delle istituzioni cristiane si manifesta soprattutto a partire dal Mille, in tutta Europa. I primi pogrom (eccidi di massa) appaiono in occasione delle Crociate.

4. Il primo ghetto (concentrazione forzata) appare a Venezia nel 1516. La chiesa cattolica sancisce tale istituzione nel 1555.

5. I ghetti vengono aboliti a partire dalla Rivoluzione francese, ma col caso Dreyfus (1894) l'antisemitismo riesplode proprio in Francia, finché il nazismo ripristina i ghetti e inaugura i campi di sterminio.

6. A partire dal Concilio Vaticano II la chiesa cattolica rimuove l'accusa di deicidio (rivolta agli ebrei per aver ucciso il Cristo) e la tesi della colpa ereditaria collettiva per questo crimine.


CHE COS'E' IL SIONISMO?

1. Movimento politico-religioso sorto nel 1897, grazie soprattutto all'attività di un ebreo di origine ungherese, Teodoro Herzl, il quale voleva ricostituire in Palestina uno Stato che accogliesse tutti gli ebrei sparsi nel mondo e desiderosi di ritornare a Sion (collina di Gerusalemme), dopo la lunghissima diaspora iniziata nel 70 d.C. con la distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani.

2. L'idea di ricostruire uno Stato ebraico in Medio Oriente piaceva a Francia e Inghilterra, poiché col trattato di Sykes-Picot esse avevano tradito le promesse di indipendenza nazionale fatte ai paesi arabi che avevano combattuto al loro fianco contro l'impero ottomano e la Germania che l'appoggiava, nel corso della I guerra mondiale.

3. Alla fine della II G.M., sull'ondata dello sdegno per i 6 milioni di ebrei uccisi dai nazisti, il movimento riuscì a portare davanti alle Nazioni Unite la questione della nascita di uno Stato d'Israele, che poi avvenne nel 1948. All'appello rispose una minoranza del mondo ebraico.

4. Gli Stati arabi non accettano l'idea dello Stato ebraico: nasce così la guerra arabo-israeliana. Vittima principale: il popolo palestinese (di religione islamica), che si vede espropriato della terra, soggetto a sfruttamento e costretto all'esilio. Di qui l'antisionismo, che a volte, arbitrariamente, si trasforma in antisemitismo.


STEREOTIPI E PREGIUDIZI ANTISEMITI

A) Di tipo generico: egoista, usuraio, avaro, spia, non dà garanzie scientifiche, corruttore sessuale, senza ideali, materialista, cinico, bugiardo, infido, vendicativo, sfrutta il popolo che lo ospita, fanatico, assassino, disprezza i non-ebrei, rifiuta la legge del Paese in cui vive, si autoghettizza...

B) Di tipo religioso: il Vecchio Testamento insegna la vendetta, Javhé sterminatore, orgoglio di sentirsi "popolo eletto" (razzismo inventato dagli ebrei), odiano i non-ebrei, sono la causa di tutte le eresie cristiane, dell'ateismo, del materialismo e del comunismo, deicidi (condannati da Gesù a errare per il mondo), ereditarietà della colpa, omicidio rituale di bambini...

C) Di tipo razziale-razzista: (nato nel sec. XIX; sostituisce quelli di tipo religioso; si ricorre a motivazioni pseudo-scientifiche). Somatico (p.es. naso aquilino) e Razzista (p.es. civiltà ariana superiore a quella semitica: in questo caso ebraismo e cristianesimo coincidono).

D) Di tipo politico-economico: vogliono dominare il mondo, fomentano le rivoluzioni, si servono della Massoneria, sono causa di tutte le guerre, dominano la finanza...


ANTISEMITISMO CATTOLICO

1. Il testo liturgico della preghiera del Venerdì Santo conteneva, fino al 1959, l'espressione "pro perfidis Judaeis".

2. Nel Concilio Vaticano II la dichiarazione Nostra Aetate (1965) rimosse due antichi pregiudizi teologici: l'accusa di deicidio e la tesi della colpa ereditaria collettiva.

3. Tuttavia, anche dopo questa enciclica, vi è stato chi ha sostenuto che se non si possono condannare gli ebrei in quanto "uomini", vanno però condannati in quanto "istituzione religiosa", dal momento che accettano la cultura e la religione ebraica. Tale distinzione, per un ebreo, è un ovvio controsenso.

4. Un tema che il suddetto Concilio non ha chiaramente affrontato e risolto è quello della netta opposizione che i cattolici pongono tra "Israele secondo la carne" (identificato con l'Ebraismo ufficiale) e "Israele secondo lo spirito" (identificato col nuovo o Verus Israel, che costituirebbe una prefigurazione del cristianesimo).

4.1. La condizione religiosa ebraica attuale viene considerata dai cattolici, come un residuo destinato a testimoniare un "mistero di Israele" che gli ebrei non saranno mai in grado di capire, finché resteranno ebrei. L'odierno ebreo è equiparato al fariseo ostile a Gesù: quindi è difficile pensare alla possibilità di un dialogo paritetico a livello ecumenico tra cattolici ed ebrei.

4.2. Se l'Ebraismo, per i cattolici, ha concluso la propria missione religiosa, è impensabile, per un cattolico, che gli ebrei possano restare veramente "fedeli" al patto veterotestamentario. L'unica fedeltà possibile è quella cristiana. In sostanza, i cattolici agli ebrei la legittimità di un permanente significato spirituale della loro religione (vedi invece Rm 11,2.28-29; 9,3-4).

4.3. P.es. i cattolici, identificando l'Ebraismo con la "religione del timore", negano, con ciò stesso, la possibilità che in tale religione possa essere presente la legge dell'amore. Ancora oggi è difficile superare il pregiudizio secondo cui Ebraismo coincide con materialismo volgare.

5. Spesso -anche da parte della sinistra cattolica- si tende a scivolare su posizioni antisemite pur partendo da posizioni antisioniste.

6. Nel 1938 Pio XI dichiarò la matrice semitica della condizione cristiana. L'Osservatore Romano era forse l'unico giornale ammesso dal regime che poteva prendere le distanze dalle Leggi razziali.


TRADIZIONALI STEREOTIPI CATTOLICI ANTISEMITI

1. Ebreo = Anticristo (o comunque = Eretico), causa di tutte le eresie anticristiane, nonché causa dell'ateismo e del comunismo. (Sinagoga di Satana)
2. Religiosamente retrivi, in quanto pieni di superstizioni, fondano il concetto di santità sul possesso di beni terreni, predicano un dio (biblico) vendicativo, geloso, sterminatore, genocida. Nell'antichità praticavano il sacrificio dei bambini, di cui bevevano il sangue.
3. Sono razzisti perché predicano il concetto di "popolo eletto" e insegnano il disprezzo dei non-ebrei.
4. Deicidi per aver ucciso il Cristo, che li ha condannati a errare per il mondo e a trasmettersi la colpa per via ereditaria.


COME SUPERARE I PREGIUDIZI ANTISEMITI

  1. Per superare questi pregiudizi bisogna anzitutto lottare contro i pregiudizi in generale?

  2. Quando esistono dei pregiudizi antisemiti, chi deve fare il primo passo per superarli: l'ebreo o il non-ebreo? cioè la comunità minoritaria o quella maggioritaria?

  3. Superare i pregiudizi significa che l'ebreo deve rinunciare alla propria identità e diventare come il modello di non-ebreo che domina nel Paese in cui entrambi vivono?

  4. Cosa significa "integrazione di culture diverse"? Ogni cultura deve rinunciare a qualcosa di proprio, per poter acquisire qualcosa dalle altre?

  5. E' giusto per l'ebreo rivendicare qualcosa "in quanto ebreo"? (p.es. il Sabato festivo)

  6. E' giusto che i non-ebrei, solo perché maggioritari, neghino qualcosa agli ebrei?

  7. Tra ebrei e non-ebrei è più facile l'intesa su quale piano: religioso, culturale, etnico, linguistico, politico, socio-economico?


BIBLIOGRAFIA

Medio Oriente
Voci dissonanti

"Sentire due ebrei statunitensi litigare tra loro su Hamas è stata una piacevole sorpresa". Al Shindagah commenta il dibattito televisivo, avvenuto a Doha, tra l'avvocato Stanley Cohen e David Frum, l'inventore della formula "asse del male". Cohen, scrive il giornale, ci ha ricordato che "tanti ebrei sostengono una soluzione giusta in Palestina".

Tra questi uno dei più famosi e attivi è Uri Avnery, fondatore dell'organizzazione Gush Shalom. Altri esempi nel mondo del giornalismo sono quelli di Amira Hass del quotidiano israeliano Ha'aretz, che scrive dai Territori occupati, e di Gideon Levy, sempre di Ha'aretz, che critica l'indifferenza dei suoi connazionali. Si può anche citare il movimento guidato dal rabbino di Boston Ben Zion Gold, che chiede agli ebrei della diaspora di "non appoggiare ciecamente la politica del governo israeliano".

Poi c'è il gruppo di ebrei ortodossi Neturai Karta, fondato nel 1938 a Gerusalemme, che lotta contro il sionismo "non perché è laico, ma perché il concetto di stato ebraico sovrano è contrario alla legge ebraica". "È sempre bene ricordarsi delle voci dissonanti per non giudicare tutti nello stesso modo", conclude Al Shindagah.

The Jerusalem Report

The Jerusalem Report
Israele
26 giugno 2006

 

Medio Oriente
Largo ai giovani

 

Nei territori palestinesi è in corso un'aspra lotta di potere tra il governo guidato dal movimento islamico Hamas e Al Fatah, il partito del presidente Abu Mazen. La sconfitta elettorale avrebbe potuto segnare la crisi irreversibile di Al Fatah, ma nelle ultime settimane la formazione ha dato segnali di ripresa.

Grazie al sostegno della comunità internazionale e al controllo degli apparati di sicurezza, Abu Mazen ha potuto mettere sotto pressione Hamas, che potrebbe essere costretto a riconoscere Israele. Il partito del presidente è però combattuto tra la volontà di sfruttare la sua posizione di forza per entrare in un governo di unità nazionale e la speranza di vedere la caduta dell'esecutivo islamista, in grave crisi finanziaria.

Il primo scenario è più realistico, anche perché in caso di elezioni anticipate i palestinesi non sembrano disposti a dare un'altra possibilità ai leader corrotti della vecchia guardia. Al Fatah dovrebbe quindi in primo luogo favorire il ricambio dei suoi dirigenti. Proporre Abu Mazen come alternativa ad Hamas, come vorrebbero in occidente, non è una buona strategia. Bisognerebbe invece lanciare nuovi leader valorizzando i giovani che si trovano nelle carceri israeliane, nelle amministrazioni locali, nei sindacati e nelle forze di sicurezza.

The Middle East

The Middle East
Gran Bretagna
Maggio 2006

 

Medio Oriente
Mancanza di trasparenza

 

"Quando le aziende straniere sbarcano in Medio Oriente, cercano innanzitutto i mezzi d'informazione locali su cui pubblicizzare i propri prodotti". Ma dopo qualche mese, scrive The Middle East, i dirigenti delle imprese sono costretti a sospendere le ricerche a causa della scarsa trasparenza dei sistemi che nel mondo arabo rilevano i dati di vendita dei giornali e gli ascolti di tv e radio.

Nonostante la grande crescita qualitativa e quantitativa registrata dal settore, infatti, mancano informazioni attendibili sul numero dei lettori o dei telespettatori. A Dubai le banche preferiscono ancora pubblicare brochure patinate piuttosto che acquistare spazi pubblicitari su mezzi d'informazione che non garantiscono un ritorno d'immagine. All'inizio dell'anno l'agenzia britannica Abc ha chiuso i battenti in Medio Oriente a causa dei contrasti con la famiglia Al Tayer, potente editore che si rifiutava di aiutare l'Abc nella sua attività di rilevamento.

È un vero peccato, sottolinea il mensile, soprattutto se si considerano i progressi dei mezzi d'informazione nella regione: solo nel Golfo ci sono 357 settimanali, 124 quotidiani su carta o online, 157 radio e 175 tv. Inoltre, al contrario dell'occidente, "in Medio Oriente le persone leggono ancora la pubblicità".


Rivoluzione laica per il sionismo

di Zeev Sternhell*

 

L'età della ragione è anche quella del dubbio. Cinquant'annni dopo l'indipendenza, la società israeliana comincia a subire i primi grandi shock della normalizzazione. Mai, in passato, erano stati sollevati tanti interrogativi sulla natura dell'identità israeliana, mai la rimessa in causa dei nostri miti fondanti è stato un fenomeno tanto diffuso, mai la necessità di un nuovo salto in avanti si era fatta sentire con tanta intensità.
Israele è nato dalla disperazione degli ebrei. E poiché Israele è stato durante gli anni trenta e quaranta il solo rifugio possibile per gli ebrei prima di tutto quelli tedeschi e successivamente gli scampati al genocidio il sionismo ha ottenuto quell'appoggio politico e quella legittimazione morale senza i quali è poco probabile che la comunità ebraica di Palestina avrebbe potuto costituirsi in uno stato con l'appoggio di due terzi degli stati membri delle Nazioni unite. Tuttavia, la necessità di salvare gli ebrei d'Europa dall'annientamento fisico non è stata la sola ragione che ha portato alla nascita di Israele. Tutt'altro. Elaborato in Europa alla fine del secolo scorso, il sionismo è partito alla conquista della Palestina negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, in un'epoca in cui, per sfuggire ai pogrom, alle umiliazioni e all'ostracismo economico, esisteva una soluzione più facile e più atta a rispondere ai bisogni immediati delle vittime che non l'appropriarsi di una terra lontana per fondarvi uno stato.
D'altronde, fino al 1924, anno in cui gli Stati uniti chiusero le loro frontiere, solo 50 mila dei 2.400.000 ebrei fuggiti dall'Europa dell'Est, avevano preso la strada della Palestina.
Gran parte di costoro abbandonerà il paese non riuscendo ad assuefarsi alle dure condizioni di vita.
Lo zoccolo duro dei fondatori dello stato è formato da qualche migliaio di ragazzi e di ragazze, per lo più molto giovani: è a loro che si deve quell'organizzazione politica, economica e culturale che ha permesso al progetto sionista di prendere forma, e successivamente di aver successo. E' questa élite rivoluzionaria, intimamente convinta di essere investita di una missione senza pari, persuasa della giustezza della sua visione della storia, dura con se stessa e con gli altri, che ha diretto la conquista del paese e tenuto in mano la maggior parte dei poteri fino all'inizio degli anni 70.
Bisogna tener presenti questi fatti se si vuole capire l'Israele di oggi e le sue future prospettive. L'evento maggiore che domina la nostra storia è la guerra dei sei giorni del 1967, alla quale gli arabi risposero con la guerra del 1973. Non è un caso se l'involontaria conquista della Cisgiordania, del Golan e del Sinai primo risultato del rifiuto arabo e dello sforzo per eliminare Israele sfocia in un malessere che la nostra società, mezzo secolo più tardi, non è ancora riuscita a superare.
L'occupazione, gli inizi della colonizzazione e i piani di annessione conosciuti col nome di Piano Allon vengono messi in opera nei primissimi giorni successivi alla vittoria del giugno 1967, quando sono ancora i padri fondatori a tenere saldamente in mano le redini del potere. Quando l'esercito israeliano si arresta sulle rive del Giordano, sul canale di Suez, e alla portata di tiro dei cannoni di Damasco, David Ben Gurion, arrivato dalla Polonia nel 1906, ha abbandonato la presidenza del consiglio da soli quattro anni. Nel 1922, quando già era a capo di quello stato in fieri che era il sindacato Histadrut, dichiarava:"La sola preoccupazione che deve informare e guidare la nostra azione è la conquista della terra e il suo risanamento mediante una immigrazione di enormi proporzioni. Tutto il resto è retorica". Né lui, né i suoi contemporanei hanno mai deviato da questa linea.
"Tutta la terra agli ebrei" Levy Eshkol, successore di Ben Gurion alla testa del governo, anche se apparentemente di inclinazioni moderate, è incapace di formulare un piano di pace. Anch'egli condivide la medesima ideologia della conquista. Anche per lui la guerra di indipendenza si è appena conclusa. Sarebbe sbagliato credere che Eshkol non fu capace di resistere alle pressioni congiunte dei falchi della nuova generazione quali Moshé Dayan, ministro della difesa, Shimon Peres, un altro pupillo di Ben Gurion, o Igal Allon, che aveva sconfitto l'Egitto nella guerra del 1948.
Arrendendosi ai loro diktat, il primo ministro non si è fatto nessuna vera violenza. In realtà tutta la famiglia laburista, che ha conservato il potere fino al 1977, rimaneva fedele alla dottrina seguita fin dai primi giorni del popolamento agricolo: non si abbandonano territori o posizioni, se non quando obbligati da forze superiori.
Un principio peraltro comune alle due correnti del sionismo, quella laburista e quella di destra ("revisionista") insediatasi al potere per la prima volta dopo il 1977, alla quale si deve la grande ondata espansionista degli anni 80 e la guerra del Libano.
In fondo, tutto il sionismo altro non è che una variante di quel nazionalismo duro, apparso in Europa alla fine del secolo scorso, quando il nazionalismo liberale, figlio del secolo dei Lumi e della rivoluzione francese, era ormai in declino.
Il nazionalismo ebraico non è per nulla diverso dal nazionalismo dell'Europa centrale e orientale:"volkista"
(1), culturale, religioso e immerso nel culto di un passato eroico. Una dottrina che non ha difficoltà a rifiutare agli altri quegli stessi diritti elementari che con la più assoluta tranquillità di coscienza rivendica per sé. Così, convinto del suo pieno diritto a reclamare tutta la terra che anticamente era dei nostri re e dei nostri profeti, il sionismo non poteva concepire l'esistenza di un'altra legittimità nel paese della Bibbia.
E' quindi alla natura stessa del nostro nazionalismo e non alle vertigini provocate dalla vittoria militare o alla temporanea estinzione di qualche valore umanista che bisogna imputare l'inizio della colonizzazione. Se la questione fosse stata semplicemente quella di conservare dei territori come moneta di scambio per la pace, da usare il giorno in cui gli arabi avrebbero accettato di negoziare, perché non sottoporre la terra conquistata a un rigido regime di occupazione militare e, contemporaneamente, rispettare alla lettera la legge internazionale?
La cecità rappresentata dalla negazione del movimento nazionale arabo non ha colpito solo Golda Meir, primo ministro durante la guerra del 1973, anch'essa esponente della generazione dei pionieri. Anche i generali Alon e Dayan, soldati leggendari, figli di contadini nati in Palestina, due emblemi del nuovo ebreo, non avevano un sistema di riferimento diverso da quello dei loro predecessori. Per le élite degli anni 70 compresi Yitzhak Rabin e Shimon Peres, giunti al potere per la prima volta nel 1974 accettare l'idea di una doppia legittimità in Palestina significava minare le fondamenta stesse del sionismo.
Proprio come per i maestri del pensiero nazionale del laburismo, sbarcati nel paese all'inizio del secolo. I palestinesi potevano avere dei diritti in quanto individui, non però come collettività nazionale. Che pretendessero l'indipendenza era poi inconcepibile.
Alla fine della guerra dei sei giorni, tutti, salvo qualche eccentrico, condividevano questi principi. Nessuno dei cosiddetti pragmatici era in grado di opporre validi argomenti al classico interrogativo: perché mai era legittimo colonizzare la Galilea se, dopo la guerra, non si poteva colonizzare il Golan?
Perché si aveva il diritto di confiscare le terre degli arabi che nel 1948 erano fuggiti o erano stati cacciati, se poi era vietato occupare le terre cadute nelle nostre mani diciannove anni dopo?
Solo lentamente e in modo progressivo si è allargata la cerchia formata da una minoranza di attivisti secondo i quali la vittoria del 1949 e la fondazione di Israele costituivano uno spartiacque, sul piano storico: quanto era accettabile prima della vittoria non lo era più dopo la fondazione di Israele. Il sionismo trae il suo diritto morale su una parte della Palestina non su tutta la Palestina , dal bisogno esistenziale degli ebrei di trovare un rifugio e di formare il proprio stato.
Nessun popolo al mondo aveva tanto bisogno di una sua dimora. Ma, una volta raggiunto questo obbiettivo, i termini del problema cambiavano totalmente e lo statuto dei territori conquistati nel 1967 non poteva in alcun modo essere assimilato a quello della terra conquistata nel 1949. Ancora oggi, solo una minoranza di israeliani si sente abbastanza sicura di se stessa per formulare chiaramente questo quadro concettuale.
Ecco perché, fino agli accordi di Oslo, firmati da uomini che quando erano al potere vent'anni prima erano di un conformismo senza falle, non si è trovato nessuno in possesso di una visione tale da permettergli di alzare la bandiera di un nuovo sionismo, un sionismo che avrebbe preso il posto di quello di stampo conquistatore della prima metà del secolo. Rabin e Peres, e in questo sta il loro merito, hanno finalmente osato mettere fine al mediocre dibatto (l'unico, peraltro, che veramente abbia interessato le nostre élite) fra annessionisti a oltranza e partigiani di diverse forme di"compromesso territoriale" annessione del Golan, della valle del Giordano e di alcune parti della Giudea e della Samaria, e consegna del resto a re Hussein di Giordania. Yitzhak Rabin è morto e Shimon Peres ha perso il potere Tuttavia, questo cambiamento non sarebbe stato possibile se la società israeliana non fosse attraversata da correnti di mutamento profondo. Esiste infatti una relazione fra l'evoluzione della nostra società e il conflitto arabo-israeliano. La mistica della terra, che dettava ai governi succedutisi nel nostro paese fossero essi laburisti o di destra le loro decisioni in materia di politica territoriale, ci riportava senza posa al continuum storia-religione, primo fondamento del sionismo, anche della sua tendenza"laica".
Questa mistica era uno dei modi di pensare più condivisi: ecco perché tutte le tendenze del sionismo, sia quello religioso che quello laico, quello di destra e quello di sinistra, malgrado tutte le loro differenze, volevano frontiere che fossero le più estese possibili. Per tutti, il sionismo si definiva in termini di cultura, di storia e di religione. La nozione di cittadino israeliano sembrava per lo più una sorta di finzione legale. I cittadini non-ebrei non appartenevano alla famiglia. Perché gli accordi di Oslo vedessero la luce era quindi necessario che sul corpo del continuum storia-religione si manifestassero con chiarezza delle lacerazioni. L'esistenza dello stato ha di per sé generato una nuova dinamica. La normalizzazione della condizione ebraica, l'ingresso in scena degli israeliani della terza e della quarta generazione, la modernizzazione e l'apertura verso il mondo esterno hanno prodotto fenomeni in passato sconosciuti. La nostra società si trova impegnata in un processo di liberalizzazione che inesorabilmente spezza il carattere unidimensionale del sionismo di un tempo.
Per la prima volta vengono alla luce tendenze individualiste e laiche nel vero senso della parola, per le quali l'identità si fonda sull'aspirazione alla libertà e all'autodeterminazione e non sulla storia e sulle pietre eterne. Il nuovo israeliano, ebreo ma laico, ancora minoritario ma presente, che guarda a valori consacrati ormai due secoli fa dalla rivoluzione francese, ha cominciato negli ultimi anni a costruire la sua identità autonoma, slegata dalla religione dei suoi padri e dalla"promessa divina".
Si tratta di una rivoluzione contro la quale si ribella il sionismo del sangue e del suolo: i coloni della Cisgiordania e i loro alleati del Likud hanno ragione di affermare che il riconoscimento dei diritti nazionali dei palestinesi significa la fine di un'epoca. Israele non smette di avvicinarsi, anche se spesso in modo troppo esitante e troppo lento, alla tradizione tramandata dal secolo dei Lumi. Un numero sempre crescente di intellettuali si sente più vicino al nazionalismo di un Michelet che non a quello di Johann Gottfried Herder, che all'inizio del secolo, aveva nutrito il sionismo in Europa orientale. Un intero mondo separa gli scrittori di oggi dai grandi nomi della generazione precedente, spesso associati dopo la guerra dei sei giorni al"movimento per il Grande Israele".
Atteggiamenti estranei al sionismo delle origini si diffondono sempre più. Malgrado la vera e propria guerra di cultura che ancora ci attende e malgrado le enormi resistenze l'assassinio di Yitzhak Rabin non è necessariamente l'ultimo atto del dramma la seconda rivoluzione sionista, umanista, razionalista e laica è già in cammino.

note:
* Professore di scienze politiche presso l'Università ebraica di Gerusalemme. Autore, in particolare, di Aux Origines d'Israél.
Entre nationalisme et socialisme, Fayard, Parigi, 1996.
Un'edizione arricchita di questa opera è apparsa recentemente in inglese, The Founding Myths of Israeli Nationalism, Socialism and the Making of the Jewish State, Princeton University Press, 1998.
 

http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_ant/e/e002.htm

EBREI


Tribù semita di pastori nomadi, affine agli aramei, che secondo la tradizione biblica, intorno al 1800 a.C., partendo dai pressi di Ur (antica città sumera della Mesopotamia meridionale) si diresse verso la Siria e il Mediterraneo. Narra la Genesi, primo libro delle loro Sacre scritture (
Bibbia), che, guidati da Abramo, raggiunsero la terra di Canaan (Palestina), terra promessa loro da Dio (Jhwh). Fin da questo momento, infatti, gli ebrei avrebbero seguito un culto monolatrico (venerato, cioè, un solo Dio, pur ammettendo l'esistenza di altri dei). Dalla Palestina, dopo l'epoca dei patriarchi (Abramo, Isacco e Giacobbe), migrarono in Egitto stabilendosi pacificamente in quel paese (XVIII-XIII secolo a.C.). Cambiata la situazione politica sotto i faraoni Ramsete II e Meneptah e divenuti vittime di una persecuzione, sotto la guida di Mosè decisero di tornare in Palestina, attraversando il deserto del Sinai. Qui Mosè dette al suo popolo una legge scritta (dettatagli, secondo la Bibbia, dallo stesso Jhwh, che gli si rivelò con la formula "Io sono colui che sono"), istituì una casta sacerdotale (leviti) e un luogo di culto (l'arca dell'alleanza). Sotto la guida di Giosuè gli ebrei iniziarono la riconquista della Palestina contro cananei, moabiti, idumei, ammoniti, aramei e filistei. La "guerra santa" proseguì durante il periodo dei giudici (tra cui Gedeone, Sansone e Samuele) e dei re (Saul, Davide e Salomone). Sotto il regno di Davide (1010-970 a.C.) si consolidò lo stato di Israele che acquisì Gerusalemme come capitale. Salomone (970-931 a.C.) portò all'apogeo la potenza ebraica e costruì il celebre Tempio in cui fu custodita l'arca dell'alleanza. Alla sua morte, però, l'unità politica venne meno e al nord si costituì un regno d'Israele, con capitale Samaria, mentre al sud Gerusalemme fu la capitale del regno di Giuda. I due regni ebraici, spesso in guerra fra loro, furono facile preda dell'espansionismo assiro: nel 722 Sargon II conquistò Israele, deportando gran parte della popolazione in Mesopotamia (prima diaspora), e nel 701 Sennacherib sottomise Giuda, trasformandolo in uno stato vassallo dell'Assiria. Tra il IX e il VII secolo alla decadenza politica si accompagnò una crisi morale e religiosa (penetrazione di culti e divinità straniere, tra cui il fenicio Baal, introdotto dalla regina Jezabel). A questa situazione reagirono i "profeti" comparsi numerosi in entrambi i regni (Elia, Eliseo, Amos e Osea in Israele, Isaia, Michea, Geremia ed Ezechiele nel regno di Giuda); la loro predicazione operò tra l'altro la trasformazione dell'ebraismo da religione monolatrica "nazionale" in religione monoteista universale (esiste un unico Dio, lo stesso per tutti gli uomini). Il regno di Giuda, intanto, dopo essere passato dal dominio assiro a quello egiziano, venne conquistato da Nabucodonosor, re di Babilonia (605). Pochi anni dopo, in seguito a una ribellione, Gerusalemme fu saccheggiata, il Tempio distrutto e la maggior parte della popolazione deportata a Babele (587).

DALLA CATTIVITÁ BABILONESE ALLA GRANDE DIASPORA. La "cattività babilonese" (587-538) ebbe termine con la conquista di Babilonia da parte dei persiani il cui re, Ciro, permise il ritorno degli ebrei in Palestina. Ma non esisté più uno stato ebraico e il potere fu esercitato, di fatto, dalla casta sacerdotale e dal gran sacerdote. Si acuirono, inoltre, le divisioni e gli attriti tra le varie correnti dottrinali, in primo luogo quella fra ortodossi e samaritani. Il crollo dell'impero persiano, a opera di Alessandro Magno (332), inserì la Palestina nel regno ellenistico dei Tolomei d'Egitto (312): ad Alessandria si insediò una numerosa comunità ebraica nella quale si fusero, in una sintesi originale, tradizione biblica e cultura greca. Al dominio dei Tolomei seguì quello dei sovrani ellenistici di Siria, i Seleucidi (198), che, con Antioco IV Epifane (174-164), tentarono di ellenizzare la Palestina: il Tempio (nel frattempo ricostruito) fu saccheggiato, sconsacrato e dedicato a Zeus olimpo, furono proibite la circoncisione e la festa del sabato, Gerusalemme venne occupata militarmente. La rivolta dei Maccabei (i tre fratelli Giuda, Gionata e Simone) mise fine al dominio Seleucide (141). Ma il nuovo stato ebraico risultò profondamente diviso da dispute religiose (sadducei, farisei, esseni, asidei) e politiche (guerra civile tra i fratelli Aristobulo II e Ircano II, 69-67 a.C.). Nel 63 a.C., Pompeo Magno impose il protettorato romano alla Giudea. Seguirono una serie di re sotto protezione romana, tra cui Erode (37 a.C. - 4 d.C.), il riedificatore del Tempio (il terzo Tempio), sotto il cui regno nacque Gesù di Nazareth. Nell'anno 1 d.C. Augusto trasformò la Giudea in provincia romana, governata da un procuratore residente a Cesarea Marittima: furono lasciati comunque al gran sacerdote e al sinedrio (assemblea ebraica) ampi poteri legislativi, amministrativi e giudiziari. Nasceva intanto una nuova setta politico-religiosa, gli zeloti, che animò la resistenza contro l'occupazione romana. Nel 66 d.C. scoppiò una grande rivolta, soffocata nel sangue da Vespasiano e Tito (70). Le fonti antiche parlano di 600.000 morti e di decine di migliaia di ebrei venduti come schiavi. Il Tempio venne di nuovo, e definitivamente, distrutto (ne restò il solo Muro del pianto). Sotto l'imperatore Adriano, una seconda rivolta, capeggiata da Bar Kokbra (132-135), portò alla totale scomparsa della Giudea. La stessa Gerusalemme, ribattezzata Aelia capitolina fu vietata ai figli d'Israele. Ebbe così inizio la grande diaspora (dispersione, disseminazione) degli ebrei nel mondo. Le due "guerre giudaiche", d'altra parte, erano state combattute da Roma per motivi politici e non religiosi: un gran sacerdote (patriarca) e un nuovo sinedrio, con sede a Tiberiade (nella Galilea), conservarono la loro autorità sugli ebrei della diaspora. Comunità ebraiche comparvero in tutte le città dell'impero, fino a Treviri e Colonia (Renania), e con l'editto di Caracalla (212) gli ebrei diventarono cittadini romani a pieno titolo. Ma con la diaspora, iniziava anche la lotta degli ebrei per conservare la propria identità in ambiente ostile.

DIVERSI MA TOLLERATI. L'atteggiamento della Chiesa nei loro confronti fu fin dal principio duplice: agli ebrei venivano attribuite le colpe di miscredenza e deicidio, ma non c'era dubbio che essi erano stati prima dei cristiani il popolo eletto e che attraverso i loro profeti Dio aveva dettato l'Antico Testamento, la base del Vangelo. La Chiesa fu perciò favorevole alla loro progressiva emarginazione dalla vita civile, ma fu contraria a sopprimere la loro libertà di culto. La Spagna visigotica costituì un caso a sé: qui sin dal 613 il concilio dei vescovi di Toledo praticò una politica di conversioni forzate, divenuta particolarmente intensa dal 694 e interrotta nel 711 dalla conquista arabo-berbera. Maometto aveva scacciato gli ebrei dall'Arabia, ma questi erano stati successivamente considerati, insieme ai cristiani, un "popolo del libro" cui attribuire lo statuto di "protetto" (dhimmi). Agli ebrei spagnoli (sefarditi) furono imposti alcuni segni formali di inferiorità, ma di fatto occuparono un ruolo molto elevato nell'amministrazione statale, nelle professioni (come quella di medico), nel mondo della scienza e della filosofia. Nel X-XI secolo piccole comunità ebraiche vivevano in Italia e nelle città tedesche (
ashkenaziti) e fu in queste ultime che nel 1096 si verificarono i primi casi di sommosse popolari antiebraiche (pogrom). L'annuncio della prima crociata (1095) fu trasformato in un tentativo di rigenerare la cristianità, sopprimendo per mezzo della conversione forzata le minoranze ebraiche, alle quali fu posta l'alternativa fra il battesimo e la morte e che spesso preferirono il suicidio collettivo. I massacri e gli incendi di sinagoghe del 1096 restarono un episodio isolato, non favorito dalla Chiesa e dagli imperatori, ma posero le basi dell'antigiudaismo europeo del Medioevo, che vedeva negli ebrei (la cui vita separata appariva misteriosa) dei nemici irriducibili del cristianesimo e li accusava di alcuni delitti caratteristici, come la profanazione dell'ostia consacrata e l'omicidio rituale di bambini. I sovrani in genere stabilirono per gli ebrei uno statuto giuridico che ne faceva allo stesso tempo loro servi e loro protetti. Esclusi dalle corporazioni e dal possesso di servi, gli ebrei si diedero al piccolo commercio e soprattutto al prestito a interesse; proibito dalla Chiesa ai cristiani come usura ma consentito agli ebrei, ai quali quindi i sovrani potevano rivolgersi quando avevano bisogno di credito. La situazione degli ebrei peggiorò ovunque nel XIII e XIV secolo. Il concilio Laterano IV (1215) impose loro di portare un segno di riconoscimento (un cerchio di stoffa gialla cucito sull'abito); i sovrani li espulsero di frequente, confiscandone i beni e annullandone i crediti; lo sviluppo delle banche italiane ridusse l'importanza dei loro servizi. Espulsi definitivamente dall'Inghilterra e dalla Francia nel 1290 e nel 1322, continuarono a essere ammessi nelle città di Provenza e Germania, fino a che la comparsa della peste nera nel 1348 non avviò qui una nuova andata di pogrom: accusati di aver provocato volontariamente l'epidemia, gli ebrei furono ovunque massacrati.

PERSEGUITATI. Un'isola di relativa tranquillità era rimasta nel XIII-XIV secolo la Spagna. L'invasione dei fanatici berberi Almohadi, nel 1146, aveva posto fine alla pace assicurata dai califfi di Cordova, ma gli ebrei erano emigrati nella parte già dominata dai principi cristiani che li avevano accolti favorevolmente, proteggendoli e allo stesso tempo sfruttandoli come fonte di reddito. Essendo loro proibita la proprietà terriera, vivevano solo nelle città, dove esercitavano i commerci e il prestito. Nel 1391 un grande pogrom castigliano mutò di colpo la situazione. Dal 1412 i re di Castiglia attuarono una politica di conversioni forzate e per renderla più efficace moltiplicarono i divieti e le pratiche di emarginazione. L'istituzione dell'
Inquisizione spagnola (1480), incaricata di controllare che i convertiti non continuassero a "giudaizzare" di nascosto, ne palesò il fallimento. I re Ferdinando e Isabella decisero allora di separare drasticamente i conversos dagli ebrei e nel 1492 ordinarono a questi ultimi di convertirsi entro quattro mesi oppure di lasciare la Spagna. Un numero di ebrei stimato variamente fra i 70 e i 170 mila dovette allora lasciare il paese, derubato di tutti i suoi averi dato che era proibito partire con metalli preziosi (sui conversos che restarono si abbatterono poi gli statuti di limpieza de sangre). La maggioranza degli esuli furono ammessi in Portogallo, ma quattro anni dopo furono tutti battezzati a forza, senza l'alternativa dell'esilio. Il pogrom di Lisbona nel 1506 e l'introduzione dell'Inquisizione nel 1536 li indussero poi a fuggire verso l'impero turco (Istanbul, Salonicco) e in parte verso i Paesi bassi e l'Italia centrosettentrionale. Qui, dopo le espulsioni dalla Spagna, dalla Sicilia, dalla Provenza e dal regno di Napoli, si unirono alle piccole comunità preesistenti. Molte città italiane autorizzarono gli ebrei ad aprire banchi di prestito (nonostante l'opposizione dei francescani, che già dalla metà del Quattrocento avevano aperto i loro monti di pietà) e li ammisero con un segno distintivo e quartieri separati. L'apertura del ghetto di Venezia nel 1516 (seguito da quelli di Roma, Ancona, Ferrara) segnò una nuova era per gli ebrei italiani, più emarginati (con il divieto di possedere terra e immobili) ma in un certo senso più protetti. Soltanto il porto franco di Livorno li ammise senza segno giallo e senza ghetto. Di breve durata fu invece la presenza degli ebrei portoghesi ad Anversa, da dove furono espulsi nel 1549, trasferendosi ad Amsterdam, che divenne per loro il luogo di maggiore sicurezza e libertà. Restava invece instabile la situazione degli ashkenaziti nelle città tedesche, dove la Riforma protestante accrebbe i motivi antiebraici e dove si alternarono espulsioni e riammissioni. Venivano dalla Germania gli ebrei che nel Seicento crearono le comunità di Vienna e Praga. Resta invece in gran parte difficilmente spiegabile la provenienza degli ebrei dell'Europa orientale che parlavano lo jiddisch, in Polonia-Lituania, Russia bianca, Ucraina, Ungheria e Romania. Solo poche migliaia a fine Quattrocento, erano già centomila un secolo dopo; prima delle spartizioni del 1772-1795 i soli ebrei di Polonia-Lituania erano un milione, assai più numerosi di quelli dell'Europa occidentale. Sicuramente in parte di origine tedesca, ma anche (secondo alcuni storici) discendenti dei chazari, essi vivevano non in città ma nelle campagne ed erano affittuari e gestori delle terre signorili, intermediari fra la nobiltà e i servi.

L'EMANCIPAZIONE. Fra XVI e XVII secolo la situazione degli ebrei venne a mutare in due stati europei. In Francia i sefarditi erano stati riammessi nelle città meridionali, mentre a Metz e in altre città alsaziane si erano formate piccole comunità ashkenazite. In Inghilterra gli ebrei portoghesi furono riammessi nel 1655 da Cromwell. Nel secolo successivo la cultura illuministica e i movimenti riformatori giocarono a favore dell'emancipazione ebraica. Il ghetto e tutte le altre proibizioni apparivano sempre più come un prodotto dell'oscuro Medioevo, che andava eliminato; ma allo stesso tempo anche l'ebraismo appariva una sopravvivenza, una religione arcaica coinvolta nella stessa critica che gli illuministi portavano al cristianesimo; agli ebrei si offriva ora la possibilità di diventare cittadini a pieno titolo, seguendo la via dell'assimilazione e accettando di perdere la propria diversificazione di popolo eletto. L'età dell'emancipazione fu aperta nell'impero asburgico nel 1783 dall'Editto di tolleranza di Giuseppe II che concedeva loro (con poche limitazioni) la cittadinanza. La Francia rivoluzionaria ne fece nel 1790-1791 dei cittadini a pieno titolo, soggetti a tutti i diritti e doveri dei francesi. In età napoleonica l'emancipazione si estese alle regioni integrate all'impero e alla Germania meridionale, affermandosi nel 1812 anche in Prussia (con la sola esclusione dagli uffici pubblici). La Restaurazione segnò una battuta d'arresto, ma la logica dell'assimilazione spinse in Germania molti ebrei alla conversione al protestantesimo, che aprì loro le professioni liberali e l'attività intellettuale. L'emancipazione fu totale in Austria-Ungheria dal 1867 e in Germania dal 1870. In Inghilterra un ebreo convertito (B. Disraeli) fu eletto deputato nel 1837 e divenne primo ministro nel 1867; dal 1866 l'abolizione del Test Act anglicano consentì anche agli ebrei (oltre che ai cattolici) di percorrere la carriera politica. Anche in Italia gli ebrei furono emancipati e nel 1870 fu abolito il ghetto di Roma.

RUSSIA E STATI UNITI. A fine Ottocento restava un'eccezione: la Russia, dove l'antiebraismo aveva ancora tratti medievali. Sugli ebrei dell'Ucrania si erano scatenati i pogrom sin dal momento della sua annessione nel 1648; ma dopo la spartizione della Polonia la minoranza ebraica in Russia crebbe a cinque milioni di individui entro il XIX secolo. Soggetti a vessazioni di ogni genere, gli ebrei russi cominciarono dal 1882 a sperimentare la violenza dei pogrom, nei quali il fanatismo popolare era spesso fomentato dalla polizia segreta zarista. Già dal 1865 gli ebrei più poveri avevano cominciato a emigrare dalla Russia verso gli Stati Uniti, raggiungendo gli ebrei tedeschi che vi erano emigrati fra il 1840 e il 1860 per le stesse ragioni di povertà; dopo i pogrom del 1882-1883 e ancor più dopo quelli del 1903 e 1905, il timore delle violenze si venne ad aggiungere alle altre spinte all'emigrazione. Mentre l'ondata tedesca aveva riguardato circa centomila persone, quella russa portò fra il 1865 e il 1915 all'emigrazione di due milioni di persone. La loro americanizzazione, come già era accaduto in precedenza agli ebrei tedeschi, fu molto rapida; gli americani anglosassoni avevano d'altra parte una scarsa predisposizione all'antisemitismo, in gran parte per il ruolo speciale che la Bibbia aveva nella cultura calvinista, che faceva preferire gli ebrei ai papisti irlandesi e italiani. Ottenuta la cittadinanza, gli immigrati non trovarono ostacoli di principio alla piena uguaglianza politica.

L'ANTISEMITISMO. Compariva intanto in Europa occidentale la forma moderna dell'
antisemitismo, che trovava fondamento nelle dottrine razziste e alimento nell'inquietudine che in molti strati sociali provocava la rapida trasformazione dei modi di vita imposta dalle nuove fasi dell'industrializzazione. La vecchia equazione fra ebreo e denaro produceva le nuove immagini della finanza internazionale ebraica e del capitalismo ebraico, destinate a colpire efficacemente in Austria e in Germania non solo i ceti medi ma anche parte della classe operaia (secondo la formula l'antisemitismo è il socialismo degli imbecilli). La comparsa nei parlamenti di questi due paesi di partiti antisemiti e più ancora l'affaire Dreyfus fecero percepire a molti ebrei il fallimento del progetto di assimilazione e furono in parte alle origini del movimento sionista (sionismo). La paura della rivoluzione bolscevica, percepita da molti come diretta da uno stato maggiore essenzialmente ebraico, produsse fra il 1917 e il 1921 un'intensa fase di antisemitismo nei maggiori paesi europei e, negli anni Venti, persino negli Stati Uniti. Nel 1933 giungeva addirittura al potere in Germania il nazionalsocialismo, che poneva l'antisemitismo al centro della propria ideologia, stabilendo una diretta equazione fra ebraismo, capitalismo e comunismo: dalle leggi di Norimberga (1935) alla notte dei cristalli (1938), dall'invasione della Polonia all'organizzazione della soluzione finale, esso programmò la distruzione dal popolo ebreo in Europa, con la complicità dei governi collaborazionisti nei paesi occupati tra il 1940 e il 1944. Solo nel 1947 la ripresa dell'emigrazione ebraica in Palestina aprì il capitolo nuovo della proclamazione e del controverso riconoscimento internazionale dello Stato di Israele (1948).

P. Concetti, S. Guarracino, E. Jucci

__________________________


R. Labimani, Storia dell'ebreo errante, Rusconi, Milano 1987;

A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Einaudi, Torino 1992;

L. Poliakov, Storia dell'antisemitismo (1955-1977), La Nuova Italia, Firenze 1974-1990;

A. Foa, Ebrei in Europa. Dalla peste nera all'emancipazione, Laterza, Roma-Bari 1992;

J. Israel, Gli ebrei d'Europa nell'età moderna, Il Mulino, Bologna 1991;

A. Hertzberg, Gli ebrei in America. Storia, cultura, società, Bompiani, Milano 1993.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/21-Settembre-2006/art3.html

Le operazioni bancarie di Israele


Marco Boccitto


Singolare raccolta fondi quella lanciata dall'esercito israeliano in varie città della West Bank. In particolare è stata assaltata, ripulita e semidistrutta una filiale della National Jordanian Bank a Nablus, insieme a 14 uffici di cambio tra Jenin, Tulkarem e Ramallah. Il bottino finale dichiarato dai militari è di 5 milioni di shekel (un milione e 200 mila dollari circa) e 170 mila dinari giordani (240 mila dollari), oltre a tre arresti. Le autorità palestinesi denunciano anche il «prelievo» di documenti e computer. Non è stata emessa ricevuta, ma l'operazione è andata comunque a buon fine. Solo che a Nablus sarebbe stato usato troppo esplosivo. Da qui le simpatiche scuse alla direzione della banca, per i danni al mobilio. Analogamente al 2004, quando un'azione simile aveva fruttato 9 milioni di dollari, provocando tumulti di piazza e la reazione della Giordania che si sentiva personalmente alleggerita, l'esercito ieri spiegava come quei soldi, provenienti da Siria e Iran, fossero destinati a Hamas, Jihad e Hezbollah. Fatte le dovute proporzioni, sarebbe come se la magistratura italiana contrastasse gli inghippi bancari nelle banche svizzere a cannonate e con le teste di cuoio dei Ros. L'immagine di una filiale stuprata dai corpi speciali, piuttosto che la sovranità violata di uno stato, in quel caso provocherebbe ben altri sussulti di coscienza. Visto il tasso di bombe a grappolo ultimamente addebitato sul conto dei civili libanesi, verrebbe quasi da gioire per l'impiego di queste tattiche «finanziarie». Se non fosse che Gaza è alla fame e che la distruzione della sua economia è parte fondante di questa guerra. «La guerra di cui il mondo non vuole sapere», titolava martedì The Independent la sua prima pagina dedicata ai bambini palestinesi uccisi negli ultimi mesi. La notizia della «rapina in banca» si aggiunge così, come una spolverata di zucchero a velo, sulla mattanza quotidiana. Considerando che ieri i raid hanno ucciso un solo palestinese e i razzi Qassam lanciati oltre confine hanno ferito un solo israeliano. Giornata quasi celestiale, con sottofondo di risacca mediterranea e cinguettìo diffuso, perché da Bari arriva anche la storia secondo cui israeliani, libanesi e palestinesi, complice la Fiera del Levante, si coordineranno presto in materia di parchi naturali. Forse troppo presto.


Confisca e colonizzazione della terra in Palestina (PDF)

di Giorgio Gallo


Dossier Vanunu (PDF)


Gli ebrei nella storia dell'Occidente Islamico (PDF)

di Federico Cresti



Torna alla pagina principale