FISICA/MENTE

 

 

Nel 1961, la svolta del processo Eichmann

 

di Tom Segev*

 

Centinaia di persone erano presenti, il 15 febbraio 2000, a un dibattito filosofico sulla memoria. Invitati a Gerusalemme dall'Institut d'Études levinassiennes (1), Bernard-Henri Levy e Alain Finkelkraut hanno cercato di individuare il «senso» di Auschwitz e il carattere unico dell'Olocausto. Si trattava di chiarire se il ricordo avesse avuto la meglio sull'oblio, o l'oblio sul ricordo, e valutare profitti e perdite, per Israele, della salvaguardia della memoria del genocidio.
Secondo Alain Finkelkraut, Israele ha tutto da perdere in tale operazione.
Sottolineando la natura dell'Olocausto in quanto male assoluto, gli ebrei finiscono per negare un dato importante della storia culturale dell'Europa: l'antisemitismo. Grandi dibattiti astratti di questo genere sono rari in Israele.
Qui, per la maggior parte della popolazione, gli orrori passati fanno semplicemente parte della biografia personale, oppure sono stati assunti come un dato dell'identità collettiva. Non c'è praticamente giorno che un giornale non faccia riferimento all'Olocausto, sebbene pochi israeliani sviluppino una riflessione sul problema della memoria.
Simbolicamente, il dibattito si svolgeva nella stessa sala in cui Adolf Eichmann era stato giudicato quarant'anni or sono, durante un processo che ha fornito a Israele lo spunto per una elaborazione della propria memoria collettiva dell'Olocausto.
Adolf Eichmann, ufficiale superiore delle Ss, organizzatore dello sterminio degli ebrei, era stato sequestrato da agenti segreti israeliani a Buenos Aires nel maggio 1960. Gli uomini del Mossad avrebbero potuto ucciderlo, ma il loro obiettivo era un altro. Fino a quel momento, la caccia agli ex-nazisti non era mai stata una priorità per Israele.
Il primo ministro David Ben Gourion era interessato non tanto all'uomo Eichmann, quanto al suo processo «Qui l'essenziale non è la condanna ma piuttosto il fatto che il processo si svolga, e si svolga a Gerusalemme», aveva dichiarato. Gli obbiettivi di Ben Gourion erano due: il primo era ricordare alle nazioni del mondo che l'Olocausto le obbligava ad appoggiare l'unico stato ebraico esistente sul pianeta. «In Egitto e in Siria, i discepoli dei nazisti vogliono distruggere Israele, e questo è il pericolo più grande al quale siamo esposti.» E Ben Gourion aggiungeva che la propaganda antisionista alimentata dai paesi arabi, ispirata dai nazisti, era una espressione di antisemitismo. «In genere, essi dicono"sionisti" ma pensano"ebrei"». Poiché i nemici di Israele sono i nemici del popolo ebraico, l'appoggio a Israele si identificava con la lotta all'antisemitismo. In definitiva, il genocidio confermava la validità morale dell'idea sionista e serviva la strategia dello stato di Israele. Dopo la seconda guerra mondiale, il movimento sionista aveva già usato l'Olocausto come strumento per promuovere l'indipendenza dello stato ebraico. Non si può tuttavia affermare che Israele sia sorto dal genocidio. Certo, il trauma, l'orrore e il senso di colpa hanno generato una profonda simpatia per gli ebrei, e in particolare per i sionisti, che hanno tratto vantaggio da questa situazione. Ciononostante, resta il fatto che le grandi imprese sociali, economiche, politiche e militari d'Israele sono sorte durante il trentennio che precedette la seconda guerra mondiale. E lo sterminio degli ebrei d'Europa ha pesantemente ostacolato il sogno sionista, costringendo Israele a far venire in massa gli ebrei dai paesi arabi, al punto di compromettere la natura europea dello stato così come era sempre stato inteso dal movimento. A dire il vero, il malcontento di questa popolazione orientale, segnatamente dei nuovi immigrati ebrei marocchini (2), ha rafforzato la decisione di Ben Gourion di mettere in scena un grande processo dell'Olocausto.
«Vivevano in Asia o in Africa e non avevano la minima idea di ciò che Hitler aveva fatto. Bisognava dunque spiegare loro tutto ciò partendo da zero», riteneva il primo ministro. Nella sua mente dunque, il secondo obbiettivo del processo Eichmann era impartire agli israeliani, in particolare ai giovani, alcune lezioni di Olocausto. Egli voleva riunire tutta la società in una catarsi nazionale coinvolgente, purificatrice e patriottica. Va detto inoltre che il processo serviva anche a controbilanciare l'accusa rivolta al movimento sionista diretto da Ben Gourion, il quale non avrebbe fatto tutto quanto era in suo potere per salvare gli ebrei d'Europa. Il primo ministro e il suo governo mostravano in tal modo di non essere indifferenti all'Olocausto, nonostante i loro tentativi volti a stabilire stretti legami economici e militari con la Germania federale. La vera importanza del processo è legata alla sua funzione di terapia collettiva. Prima del processo, in Israele, il genocidio era un argomento quasi tabù. I genitori non ne parlavano con i figli, i quali a loro volta non osavano interrogarli. L'orrore, il senso di colpa e la vergogna facevano calare sull'Olocausto in un profondo silenzio.
Molti israeliani si sentivano colpevoli per avere lasciato l'Europa prima della catastrofe, e persino per avervi abbandonato i loro cari.
Molti superstiti si vergognavano di essere sopravvissuti, e sentivano di doversi giustificare. Molti israeliani disprezzavano la debolezza delle vittime e chiedevano perché gli ebrei non si erano difesi.
Alcuni guardavano dall'alto gli ex deportati, pretendendo di incarnare l'«ebreo nuovo» caro alla mitologia sionista. Era gente distrutta, nel corpo e nella mente. E, se molti desideravano parlare della propria esperienza, ma pochi se ne mostravano interessati.
Perciò il processo Eichmann ha segnato l'inizio di una riflessione grazie alla quale l'Olocausto, sentito inizialmente come un trauma misterioso e tremendamente doloroso, si è trasformato in memoria nazionale istituzionalizzata, per diventare alla fine una componente fondamentale dell'identità d'Israele, della sua cultura e della sua vita politica. I sondaggi di opinione confermano che oggi la maggior parte degli israeliani si considera sopravvissuta al genocidio, anche se le famiglie provengono dal mondo arabo. I viaggi sui luoghi dello sterminio in Polonia fanno parte del cursus di ogni liceale. Il modo in cui l'Olocausto si è trasformato in elemento centrale della vita quotidiana è solo in parte legato al conflitto arabo-israeliano.
Il cambiamento di atteggiamento di Israele nei confronti della Shoah rispecchia due evoluzioni importanti degli ultimi anni, che potrebbero condurre il paese oltre il sionismo: Israele è diventato assieme più ebreo e più americano, due tendenze che non si sono ancora totalmente realizzate. Contrariamente a quanto sognavano i padri fondatori, la maggior parte degli israeliani resta legata a un atteggiamento inviso all'ideologia sionista: la mentalità «degenerata» dall'esilio. Man mano che gli anni passavano, essi hanno riscoperto le proprie radici ebraiche e coltivato la tradizione ebraica. L'identità alternativa dell'«uomo nuovo», che rimanda direttamente agli eroi biblici, ha mostrato i suoi limiti. Non si possono cancellare duemila anni di storia e sostituirli con una nuova ideologia. Sono numerosi i segnali che attestano la crescente importanza della tradizione ebraica nella cultura, a partire dal ruolo sempre più incisivo della religione. Un'altra prova è costituita dall'importanza assunta dall'Olocausto, soprattutto tra i non religiosi.
La memoria li ha riportati al giudaismo. A Gerusalemme, nel centro della città, si è aperto un McDonald's kasher (3) spesso citato dai media statunitensi come esempio del processo di americanizzazione del paese. Altro segnale, la percentuale di israeliani utenti di Internet supera quella di altri paesi sviluppati.
Negli ultimi vent'anni, l'influenza americana ha profondamente trasformato i meccanismi sociali nel campo socio-economico, politico e culturale.
Quando, negli anni ottanta, l'Olocausto è apparso come parte essenziale dell'identità israeliana, un'evoluzione dello stesso tipo si è verificata nella comunità ebraica americana e si è estesa al altri paesi. Insomma, la coscienza nazionale ha assimilato il genocidio come un elemento fra altri, ugualmente promossi sotto l'influenza degli Stati uniti.
Più ebrei e più americani, meno insicuri e visibilmente più maturi, più individualisti e meno ideologici che mai, quasi tutti gli israeliani hanno smesso di vivere con una mentalità tribale e da «stato d'assedio».
Essi vivono soprattutto per la vita come tale, esattamente secondo lo spirito della cultura americana contemporanea. Questo nuovo atteggiamento spiega perché molti di loro siano giunti ad appoggiare gli accordi di Oslo. Dietro il vicolo cieco, apparentemente senza speranza, dei negoziati di pace, si nasconde il cambiamento storico della posizione d'Israele.
Ancora pochi anni fa, questo stato rifiutava di riconoscere l'Olp.
C'era addirittura una legge che vietava rapporti privati con l'Organizzazione e certi militanti pacifisti furono processati e incarcerati per non averla osservata. Israele asseriva che non avrebbe rinunciato ad alcuno dei territori occupati nel 1967, se non nell'ambito di un accordo definitivo: invece lo ha fatto. Israele si opponeva duramente all'indipendenza palestinese: oggi non è più così. Israele rifiutava l'idea di una sia pur minima modifica dello statuto di Gerusalemme: Ehud Barak ha offerto ai palestinesi di condividere la sovranità sulla città, infrangendo un tabù quasi sacro. Sono molto più numerosi di quanto si potesse prevedere gli israeliani che lo hanno appoggiato in queste trattative e, allo stesso modo, la maggior parte di essi ha sostenuto con entusiasmo il ritiro dell'esercito dal Libano...
Tutti questi sviluppi sono andati di pari passo con il peso crescente dell'Olocausto, segno che la memoria non ha irrigidito la mente degli israeliani. In realtà è più difficile distinguere i sentimenti autentici suscitati dall'Olocausto dagli argomenti miranti a manipolarlo. Israele ha agito sotto l'influenza dei primi, pur usando anche i secondi.
Ad esempio si può ritenere che l'Olocausto figurava tra le motivazioni di Ben Gourion quando decise di dotare il paese di un arsenale nucleare - in questo caso, nessun dubbio che si tratti di un sentimento autentico.
Ma quando il primo ministro Menahem Begin scrisse al presidente americano Ronald Reagan perché mandasse l'esercito a Beirut per catturare Adolf Hitler - vale a dire Yasser Arafat - nel suo bunker, egli manipolò l'Olocausto. Allo stesso modo gli oppositori ai negoziati di Oslo hanno massicciamente usato il genocidio: poco prima di essere assassinato, il primo ministro Yitzhak Rabin era rappresentato in un manifesto con la divisa degli Ss...
Un dibattito permanente oppone quanti mettono l'accento sugli insegnamenti nazionali dell'Olocausto e quanti insistono sui suoi insegnamenti universali. Molti istituti d'istruzione ultra ortodossi ostentano ormai apertamente la propria posizione, nonostante il problema, sempre delicato, del ruolo di Dio nell'Olocausto. Il rabbino Ovadia Yosef, leader del partito ultra-ortodosso orientale Shass, ha recentemente spiegato quanto la sua comunità fosse irritata per essere stata esclusa dalla memoria nazionale del genocidio. Più passa il tempo più diminuisce il numero dei sopravvissuti , che hanno per lo più conosciuto i campi di sterminio da bambini. Si tende dunque, sempre di più, a presentare lo sterminio degli ebrei come un crimine contro i bambini. E il fatto che si parli sempre meno dei «sei milioni», per concentrarsi sul ricordo di individui precisi, è segno dell'individualismo crescente e tipicamente americano di Israele. Tutti questi sviluppi sono naturali e, quasi sempre, spontanei.
Si inseriscono nel pensiero politico e culturale di una società che, finora, non è riuscita a esprimere un' identità collettiva consensuale.
Descrivere la memoria israeliana del genocidio come semplice strumento della propaganda sionista - come pretendono alcuni fra quanti negano l'Olocausto, antisionisti di professione e portavoce palestinesi - è deleterio, o folle, o entrambe le cose. Nel caso dei palestinesi, questa posizione rischia di rivelarsi molto dannosa: perché non si può capire veramente Israele senza comprendere il ruolo svolto dall'Olocausto nella mentalità del suo popolo. Certi intellettuali arabi, fra cui i palestinesi Edward W. Said, Mahmoud Darwish e Elias Sanbar, hanno di recente diffuso una dichiarazione contro una conferenza neo-nazista prevista a Beirut (che poi è stata vietata). Questa denuncia dell'antisemitismo in generale, e dei negatori dell'Olocausto in particolare, è stata interpretata in Israele come un gesto incoraggiante, essenziale per gli sforzi volti a colmare la distanza emozionale tra israeliani e palestinesi. E tutti sanno che non si può raggiungere la pace con il nemico senza capirlo.
note:
* Giornalista e storico, Gerusalemme. Autore di Septième Million.
Les Israéliens et le génocide (la cui uscita in Italia è prevista per la seconda parte dell'anno nelle edizioni Mondadori) e di C'était en Palestine au temps des coquelicots, ed. Liana Levi, Parigi, rispettivamente 1993 e 2000.
(1) Dal nome di Emmanuel Levinas, filosofo ebreo di origine lituana (1906-1995).
(2) Scontri violentissimi erano avvenuti, in particolare, nel 1959 nel quartiere Wadi Salib di Haòfa.
(3) Cioè la sua cucina rispetta rigorosamente gli int

da "il manifesto" del 26 Febbraio 2004

IL MARCHIO A STELLA
Uno stato contro un popolo

 

L'antisemitismo e l'antisionismo non vanno mai confusi. Il primo è cresciuto in Europa ed è una forma di razzismo che ha avuto nella shoah la sua tragica esemplificazione. Il secondo critica solamente la politica coloniale di Israele contro i palestinesi

TARIQ ALI,

L'antisemitismo è un'ideologia razzista volta contro gli ebrei. Ha radici antiche. Nel suo classico La questione ebraica. Un'interpretazione marxista, pubblicato postumo in Francia nel 1946, il marxista belga Abram Leon (attivo nella resistenza durante la II guerra mondiale e giustiziato dalla Gestapo nel 1944) ha inventato la categoria di un «popolo classe» in riferimento alla vicenda degli ebrei, che sono riusciti a preservare le loro caratteristiche linguistiche, etniche e religiose nel corso di tanti secoli senza essere assimilati. Questo non è vero unicamente per ebrei; altrettanto si potrebbe affermare di molte minoranze etniche: i copti, gli armeni della diaspora, i mercanti cinesi in Asia sud-orientale, i musulmani in Cina, ecc. Prerogativa comune di questi gruppi è che divennero commercianti in un mondo pre-capitalistico, dove ricchi e poveri provavano lo stesso disagio. L'antisemitismo del XX secolo, solitamente fomentato dall'alto dai preti (Russia, Polonia), da politici o intellettuali (Germania, Francia e, dopo il 1938, Italia), da grossi affaristi (Usa, Gran Bretagna), ha fatto leva sulle paure e sul sentimento di insicurezza di una popolazione impoverita. Da qui la definizione di August Bebel dell'antisemitismo come «il socialismo degli sciocchi». Come in altre forme di razzismo, le radici dell'antisemitismo sono sociali, politiche, ideologiche, economiche. Lo sterminio degli ebrei nella II guerra mondiale, attuato dal complesso politico-militare-industriale dell'imperialismo tedesco, è stato uno dei peggiori crimini del XX secolo, ma non l'unico. Prima della grande guerra, i massacri compiuti dal Belgio in Congo causarono tra i dieci e i dodici milioni di morti.

L'unicità dello sterminio degli ebrei sta nel fatto che esso si è consumato in Europa (il cuore della civiltà cristiana) e che è stato perpetrato sistematicamente - da tedeschi, polacchi, ucraini, lituani, francesi e italiani - come fosse la cosa più normale del mondo. Da qui la definizione di Hannah Arendt su «la banalità del male». Dopo la fine della II guerra mondiale, in Europa occidentale l'antisemitismo popolare del vecchio tipo è declinato restando limitato in larga misura a ciò che restava delle organizzazioni fasciste o a organizzazioni neofasciste. In Polonia, dove gli ebrei furono uccisi praticamente tutti, è rimasto forte, così come in Ungheria.

Nel mondo arabo c'erano minoranze ebraiche bene integrate al Cairo, a Baghdad e a Damasco, che non soffrirono al tempo dello sterminio degli ebrei d'Europa. Storicamente, i musulmani e gli ebrei sono stati molto più vicini gli uni agli altri di quanto entrambi non siano stati vicini alla cristianità. Anche dopo il 1948, quando tra le due comunità sorsero tensioni in tutto l'oriente arabo, furono le provocazioni sioniste, come gli attentati dinamitardi dei caffè ebraici a Baghdad, a spingere gli ebrei arabi fuori dei loro paesi nativi, in Israele.

Il sionismo non ebraico ha un pedigree antico e permea la cultura europea. Risale alla nascita delle sette fondamentaliste cristiane dei secoli XVI e XVII, che prendevano l'Antico Testamento alla lettera. Ne fecero parte Oliver Cromwell e John Milton. In seguito, per altri motivi, Rousseau, Locke e Pascal salirono sul carro del sionismo. Infine, per ragioni abiette, anche il Terzo Reich sostenne l'idea di una patria per gli ebrei. L'introduzione alle «Leggi di Norimberga» del 15 settembre 1935 recitava: «Se gli ebrei avessero un loro stato dove la maggior parte di essi si sentisse a casa, la questione ebraica potrebbe essere considerata risolta già oggi, anche per gli stessi ebrei. Tra tutti, i sionisti convinti sono quelli che meno hanno obiettato alle idee fondamentali delle Leggi di Norimberga, perché sanno che queste leggi sono l'unica soluzione corretta per il popolo ebraico». Molti anni dopo, Haim Cohen, un ex giudice della Corte Suprema di Israele, affermava: «L'amara ironia del fato ha decretato che le stesse argomentazioni biologiche e razziali sviluppate dai nazisti, che ispirarono le incendiarie leggi di Norimberga, facciano da base alla definizione ufficiale dell'ebraicità in seno allo stato di Israele» (citato in Joseph Badi, Fundamental Laws of the State of Israel, 1960).

I leader sionisti hanno spesso negoziato con gli antisemiti per conseguire i loro obiettivi. Theodor Herzl parlò apertamente con Von Plehve, principale promotore dei pogrom nella Russia zarista; Jabotinsky collaborò con Petlura, il boia ucraino degli ebrei; sionisti «revisionisti» trattarono in termini amichevoli con Mussolini e Pilsudski: gli accordi di Haavara tra le organizzazioni sioniste e il Terzo Reich stabilirono l'evacuazione dei beni degli ebrei tedeschi.

Il sionismo moderno è l'ideologia del nazionalismo secolare ebraico. Esso ha poco a che fare con il giudaismo come religione e, a oggi, molti ebrei ortodossi sono rimasti ostili al sionismo. Tra questi, la setta chassidica che, nell'aprile 2002, ha partecipato a una manifestazione palestinese a Washington portando cartelli che dicevano: «abbasso il sionismo» e «Sharon: il sangue palestinese non è acqua».

Il sionismo nacque nel XIX secolo come risposta diretta al feroce antisemitismo che permeava l'Austria. I primi immigrati ebrei in Palestina arrivarono nel 1882, e molti di loro erano interessati solo a mantenere una presenza culturale. Non esiste un «diritto storico» degli ebrei nei confronti della Palestina. Questo mito grottesco ignora la storia reale (già nel XVII secolo, Baruch Spinoza definì l'Antico Testamento «una raccolta di favole», censurò i profeti e per questo fu scomunicato dalla sinagoga di Amsterdam). Molto prima della conquista romana della Giudea nel 70 d.C., la maggioranza della popolazione ebraica viveva al di fuori della Palestina. Gli ebrei nativi furono gradualmente assimilati nei gruppi confinanti come i fenici, i filistei, ecc. I palestinesi sono, nella maggior parte dei casi, i discendenti delle antiche tribù ebraiche e la scienza genetica recentemente ha confermato questo dato sgradito ai sionisti.

Lo stato di Israele fu creato nel 1948 dall'Impero britannico e sostenuto poi dal suo successore americano. Era uno stato di coloni europei. I suoi primi leader proclamarono il mito di una «terra senza popolo per un popolo senza terra», negando così la presenza dei palestinesi. Alcune settimane fa lo storico sionista Benny Morris in una agghiacciante intervista a Haaretz ha ammesso l'intera verità. Nel 1948, l'esercito sionista cacciò 700.000 palestinesi dai loro villaggi. Si verificarono numerosi episodi di stupri. Egli parla di «pulizia etnica», distinguendola accuratamente dal genocidio, e prosegue difendendo la pulizia etnica se perpetrata da una civiltà superiore, paragonandola allo sterminio dei nativi americani da parte dei coloni europei in Nord America. Anche questo, per Morris, fu giustificato.

Gli antisemiti e i sionisti avevano un aspetto in comune: l'idea che gli ebrei fossero una razza speciale, che questa non potesse integrarsi nelle società europee e che necessitasse di un suo grande ghetto o patria. La falsità di questa idea è dimostrata dalle realtà di oggi. La maggioranza degli ebrei del mondo non vivono in Israele, ma in Europa occidentale e in Nord America.

L'antisionismo fu una battaglia che prese le mosse dal progetto di colonizzazione sionista. Alcuni intellettuali di origine ebraica hanno svolto un ruolo importante in questa campagna e lo fanno ancora oggi, anche in Israele. Tutte le mie conoscenze su sionismo e antisionismo derivano dagli scritti e dai discorsi di ebrei antisionisti: Akiva Orr, Moshe Machover, Haim Hanegbi, Isaac Deutscher, Ygael Gluckstein (Tony Cliff), Ernest Mandel, Maxime Rodinson, Nathan Weinstock, solo per citarne alcuni. Essi hanno obiettato che il sionismo e le strutture dello stato ebraico non hanno offerto un vero futuro al popolo ebraico insediatosi in Israele. Non hanno offerto altro che una guerra infinita. Dopo il 1967 c'è stato un revival del movimento nazionale palestinese che ha visto sorgere molti gruppi differenti, la maggior parte dei quali distinguevano attentamente tra antisionismo e antisemitismo. Nondimeno, il ruolo svolto da Israele indubitabilmente ha alimentato un antisemitismo popolare nel mondo arabo. Comunque questo non ha radici antiche e uno stato sovrano palestinese vi porrebbe fine rapidamente. Storicamente, si sono verificati pochissimi scontri tra ebrei e musulmani negli imperi arabi.

La campagna contro il presunto, nuovo «antisemitismo» odierno in Europa è fondamentalmente un cinico espediente da parte del governo israeliano per sottrarre lo stato sionista a qualunque critica alla sua costante e sistematica brutalità contro i palestinesi. Gli attacchi quotidiani sferrati dall'esercito israeliano hanno devastato le città e i villaggi palestinesi, ucciso migliaia di civili (specialmente bambini) e i cittadini europei sono consapevoli di questo. La critica a Israele non può e non deve essere equiparata all'antisemitismo. Il fatto è che Israele non è uno stato debole e indifeso. È il più forte stato della regione. Possiede armi di distruzione di massa vere, non immaginarie. Possiede più carri armati, aerei da guerra e piloti che il resto del mondo arabo messo insieme. Affermare che questo stato è minacciato da un qualunque stato arabo è pura demagogia. È Israele a creare le condizioni che portano agli attentatori suicidi, come persino i sionisti più convinti stanno cominciano a capire. Fintantoché la Palestina resterà oppressa, non ci sarà pace nella regione.

La sofferenza quotidiana dei palestinesi non appassiona la coscienza liberale dell'Europa, oppressa dal senso di colpa (e a ragione) per non aver saputo difendere in passato gli ebrei dell'Europa centrale dal rischio di estinzione. Ma il loro sterminio non dovrebbe essere usato come copertura per commettere crimini contro il popolo palestinese. Su questa questione le voci dell'Europa dovrebbero levarsi forti e chiare, e non farsi intimidire dal ricatto sionista.

(Traduzione di Marina Impallomeni)

la rivista del manifesto numero  28  maggio 2002  

Terra e Libertà

NON SONO NEUTRALE
Luciana Castellina  

No, non comincerò questo articolo con la rituale dichiarazione di fede nel popolo ebraico e nello stato di Israele. Rifiuto l’idea stessa che la sinistra, ad ogni modo quella italiana, debba difendersi dall’accusa di antisemitismo: non solo perché tanti fra i suoi dirigenti e militanti sono stati – e sono – ebrei, ma perché è nei campi di sterminio nazisti che il sangue degli ebrei si è mischiato a quello dei comunisti. (E casomai trovo davvero triste che nel drammatico museo che a Gerusalemme ricorda quei luoghi di morte, nemmeno un cenno sia stato offerto a questi pur così numerosi compagni di martirio). Mi indigna, infatti, che proprio questo ossessivo bisogno di far precedere ad ogni atto di solidarietà verso il popolo palestinese tali dichiarazioni di fede abbia autorizzato il sospetto di una coincidenza fra richiesta di rispetto per i suoi così platealmente violati diritti e offesa ad Israele, così insinuando l’ipotesi di un antisemitismo della sinistra, suggerito contro ogni evidenza storica. Sicché siamo costretti a subire l’offesa di un Gianfranco Fini, che alza il ditino per ammonirci, ergendosi – lui e i suoi camerati – a difensori degli ebrei.
Sbarazziamo dunque il campo dai pretesti: oggi non è Israele ad essere in pericolo, ma il popolo palestinese ad essere concretamente massacrato. Il premio Nobel José Saramago ha detto che quanto sta accadendo in Cisgiordania è un crimine paragonabile a quello commesso ad Auschwitz e tutti hanno gridato alla bestemmia. Certo i due eventi non sono paragonabili, non tanto e non solo per via delle cifre dei morti; ma perché dietro alle camere a gas c’era un disegno teorizzato ed esplicito di genocidio e qui c’è semplicemente la pretesa che la terra occupata dai sionisti fosse disabitata (che però non è poca cosa, visto che per svuotarla, nel ‘48, i terroristi israeliani compirono una delle prime pulizie etniche) e ‘solo’ un odio di tipo quasi razziale, che mette paura. Ma come non capire la reazione dello scrittore portoghese, se si pensa che un ufficiale di Tsalal – e la citazione è del giornale israeliano «Ma’ariv» – ha potuto dire: «se il nostro lavoro consiste nel prendere i campi dei rifugiati densamente popolati o dislocarci nella Casbah di Nablus, un ufficiale deve tener conto delle lezioni delle battaglie del passato, inclusa l’analisi di come operarono i tedeschi nei confronti del ghetto di Varsavia»? Cosa è mai successo? E come è potuto accadere che un ufficiale israeliano possa arrivare a dire una cosa simile e a comandare gli eccidi di questi giorni? E come commentare le parole del leader del National Religious Party, recentemente accettato come ministro, che ha definito «un cancro» il 20 % dei suoi concittadini, gli arabi-israeliani (che peraltro hanno diritto di voto, ma per il resto – diritti sociali e civili – vivono in condizioni di apartheid)?
Sono interrogativi tremendi, che nessuno di noi avrebbe mai voluto doversi porre. E drammaticamente inquietanti: perché è da questo comportamento, da questa arrogante pretesa di impunità che vengono i veri pericoli per la sopravvivenza di Israele. Perché, infine, sono destinati a produrre insicurezza e odio permanenti, una prospettiva che nessuno che possa andarsene di lì – e i cittadini israeliani che possono farlo sono tantissimi – sceglierà alla lunga di sperimentare. Aveva ragione chi dopo la guerra del ‘67 aveva ammonito i suoi compatrioti, dicendo che il trionfo appena riportato sarebbe stato un frutto avvelenato. Avrebbe comportato colonialismo e distrutto l’identità democratica di Israele.
L’accordo di Oslo, nel 1993, con il riconoscimento di Israele da parte dell’Olp e la promessa di graduale ritiro dai territori occupati da parte del governo di Rabin, aveva aperto uno spiraglio. Ma l’accordo aveva lasciato i passi concreti da compiere per raggiungere tali obiettivi ad ulteriori negoziati, che invece non ci sono stati. Mentre sono continuati gli insediamenti dei coloni: Peace Now ha calcolato, il mese scorso, che da un’esplorazione aerea sulla Cisgiordania se ne potevano contare 34, costruiti solo nell’ultimo anno. Quanto alla famosa proposta Barak, che tuttora si rinfaccia ad Arafat di avere sconsideratamente rifiutato, possibile che non ci sia un ministro europeo abbastanza decente, da sentire il dovere di spiegare che quel piano non solo proponeva la restituzione soltanto dell’86% del 22 % del territorio della Palestina storica – e pazienza –; ma soprattutto intendeva lasciare barriere e autostrade (per uno sviluppo di circa 500 km) a protezione dei coloni e della loro mobilità, tutte presidiate dall’esercito, così da tagliare ogni continuità fra le macchie di leopardo, a cui sarebbe stato ridotto lo Stato palestinese. «200 cantoni – ha scritto l’«Economist» – enclaves non comunicanti». In cui – e perché no? – l’autorità palestinese avrebbe potuto esercitare la propria sovranità: «autogestione nelle prigioni», l’ha definita Uri Avnery ironicamente. Che aggiunge: «se poi questi bantustan si chiamino stato – o meno – a Sharon non importa niente, l’essenziale è la fornitura militarmente controllata in tutti i suoi movimenti di mano d’opera a basso costo e il vantaggio di mercati esclusivi».
Come sarebbe stato mai possibile per Yasser Arafat o per chiunque altro andare dai rifugiati – quel 50% del popolo palestinese, che viveva nei territori che oggi sono Israele ed è tutt’ora accatastato nelle baracche dei campi dove approdarono cinquantaquattro anni fa, quando furono brutalmente espulsi dai loro villaggi – e dirgli, guardandoli negli occhi : «per ottenere tanto poco – sono parole di un israeliano, But Morris, che oggi dice di non credere più alla possibile convivenza dei due popoli – ho venduto il vostro diritto di nascita, la vostra speranza, il vostro sogno»? Dire, insomma: «ho accettato di cancellare ogni vostro diritto a tornare nelle case delle vostre famiglie, ogni speranza di potervi un giorno riposare all’ombra dei limoni e degli olivi dei vostri giardini di Jaffa e di Samaria, di cui i nonni e i bisnonni vi hanno continuato a raccontare e voi siete andati qualche volta a sbirciare aldilà dei muri, che proteggono quelle che oggi sono diventate case israeliane». Il nodo del diritto al ritorno è, infatti, umanamente e socialmente il più difficile da sciogliere. Riconoscerlo è impossibile, e la leadership palestinese lo sa: dal momento che oramai equivarrebbe a mettere in discussione lo stato d’Israele. Ma questa consapevolezza nulla toglie alla legittimità della rivendicazione e per questo si è sempre parlato dell’esigenza di «una soluzione creativa», che almeno concedesse una compensazione, una indennità di esproprio, e, soprattutto, un minimo di stato palestinese, circoscritto, ma vero, da offrire in cambio.
È da questi campi di profughi, come è noto, che viene la maggioranza dei ‘martiri di Al Aqsa’, che con la loro azione disperata arrecano un danno incommensurabile alla causa, per cui pure si sacrificano. Ma equipararli ai terroristi di casa nostra o a quelli di Bin Laden, e sulla loro mancata denuncia – non politica, che Arafat l’ha pronunciata, ma morale, che è un’altra cosa – fondare la legittimità del massacro perpetrato a Ramallah, Jenin, Nablus, non è solo eticamente indegno, è anche contrario ai principi dell’Onu, che già nel lontano 1987 approvò una risoluzione sul tema in cui si distingueva fra terrorismo e azioni terroriste compiute nel quadro delle lotte di liberazione dal colonialismo o contro l’occupazione militare del proprio paese. In gioco c’era la storia della resistenza europea e della stessa Israele. Su un piano morale conta poco che questo paragrafo, da tutti approvato, non fu fatto passare dal veto degli inconsapevoli Stati Uniti, appoggiati da una immemore Israele.
È persino ovvio ripetere che il solo periodo in cui il terrorismo è declinato coincide con la speranza di una soluzione decente. Sharon, del resto, non liquida i terroristi, liquida innanzitutto i negoziatori e la credibilità e la forza delle autorità palestinesi, che potrebbero bloccare i kamikaze. E non trova ostacoli consistenti nel comportamento dei grandi del mondo. Perché in questo ultimo tempo è accaduto qualcosa di grave, che va al di là della vicenda israeliano-palestinese, e che ci coinvolge tutti in modo diretto: è tornata la guerra, la guerra come mezzo normale di regolamento degli affari internazionali, come strumento per applicare – frase indicibile – i ‘diritti umani’, i modelli di civiltà. Sharon non è che uno dei paladini di questo ritorno. Ma anche in Afghanistan si sono massacrati donne e bambini nei villaggi pastun. E già si discute come di un’ipotesi ‘normale’ di tornare in Irak.
È l’America di Bush a condurre il gioco, ma il suo oramai irriverente unilateralismo non trova, in definitiva, molte obiezioni. Persino nel senso comune della gente, che sembra assuefatta, tanto è vero che pochi gridano contro l’impensabile decisione di Washington di tornare a considerare l’uso delle armi nucleari, come non aveva mai fatto nemmeno ai tempi della guerra fredda. Dei nukes, per ora solo ‘mini’- si dice –, non se ne parla infatti solo come ultima estrema risorsa ma come normale tattica di battaglia, il ‘secondo stadio’ della lotta al terrorismo, da condursi con ogni mezzo e ovunque, anche attraverso interventi preventivi.
La teoria secondo cui l’America avrebbe dovuto passare da una politica estera difensiva e reattiva ad una aggressiva e protagonista, per impedire che si creassero altri centri di potere nel mondo, era stata avanzata già dieci anni fa da Cheeney e Wolfowitz, ma Bush padre aveva avuto pudore nell’acccoglierla. Oggi il primo è vicepresidente e il secondo consigliere del ministro della difesa: ed hanno ricevuto ascolto. E così l’agghiacciante documento Nuclear Posture Revew è stato a gennaio ufficialmente consegnato dal Pentagono al Congresso (e poi filtrato alla stampa a marzo). Questo parla di una riconsiderazione delle armi nucleari, che porti ad un loro uso più flessibile in circostanze che richiedano un intervento. Segue una lunghissima lista di paesi: Cina, Nord Corea, Libia, Siria, Irak, Iran e nientemeno che Russia, una inclusione che ha mandato su tutte le furie il pur fedele alleato Putin e suscitato una accorata reazione dei media moscoviti («L’America – è stato l’amaro-ironico titolo di un giornale assai filo-occidentale – prepara un amichevole intervento nucleare per la Russia»). Il paese, che aveva in un primo tempo accolto con favore l’intervento anti-islamico di Washington in Afghanistan, sta infatti scoprendo che per il 2003 sarà consolidata la presenza militare americana in otto o nove delle 15 repubbliche ex sovietiche.
Nel quadro di una politica che il vecchio Mc Govern si chiede se non sia ispirata da pura paranoia – visto che include anche un aumento del bilancio militare pari a 48 miliardi di dollari (è ormai superiore alla somma di quelli dei 25 paesi più grandi del mondo) e 75 alti funzionari statali sono da qualche tempo chiusi permanentemente in bunkers sotterranei, subito fuori Washington, nell’ipotesi debbano prendere le redini del paese dopo un attacco terrorista –, l’iniziativa di Bush in Afghanisthan sembra essere la sola razionale: delle 15 repubbliche ex sovietiche in cui è riuscito a mettere militarmente piede, grazie alla guerra contro il terrorismo, 5 sono infatti nel cruciale quadrilatero petrolifero dell’Asia centrale. Un bel colpo per Exon, Chevron-Texaco, Bp-Amoco, ecc., che progettano un oleodotto, che vada da quest’area fino all’oceano indiano. Bin Laden è servito anche a questo.
Assai più difficile, invece, trovare spiegazioni razionali per il minacciato attacco all’Irak. Dovrebbe essere infatti evidente che non è possibile appoggiare Sharon e contemporaneamente indurre re Abdullah di Giordania a dare carta bianca contro Bagdad, anche se il monarca giordano è il secondo beneficiario dei finanziamenti americani dopo Israele. E analogamente sperare di continuare ad usare a proprio piacimento la Turchia contro il resto del mondo islamico, facendogli esplodere la polveriera kurda: una volta occupato l’Irak, per il quale un’alternativa praticabile a Saddam non si scorge da nessuna parte, sarebbe comunque inevitabile concedere ai kurdi di questo paese una indipendenza, o anche solo un’autonomia, destinata ad innescare un processo minaccioso per Ankara.
Allo stato attuale persino il Kuwait ha detto che non ci starebbe. Perché mai, comunque, quest’ossessione dell’Irak, dove persino il più falco degli osservatori Onu ha dichiarato non esserci alcuna arma di distruzione di massa? Solo perché ancora viene rimproverato al padre (che per questo, si dice, ha perso a suo tempo le elezioni) di non aver portato a compimento l’operazione ‘Tempesta nel deserto’?
Inutile cercare un filo razionale; e neppure, come era nel caso di Ronald Reagan, una motivazione fanaticamente ideologica. Il giovane Bush non è un estremista religioso. Ma ha un solo principio, una sola ispirazione: quella elettorale. E sa che la carta della guerra al terrorismo è quella più sicura per conquistare gli americani. Per questo non può abbandonare Sharon, anche se gli costa l’indispensabile amicizia degli arabi: sarebbe un segnale di indebolimento della guerra al terrorismo, nemico comune. Dai democratici sulla politica estera non riceve più alcuna critica e anzi la più nota fra loro, Hillary Clinton, l’ha accusato di voler irresponsabilmente accelerare il ritiro dell’esercito israeliano dai territori occupati. Un noto giornalista riferisce di aver contattato il caucus progressista del Congresso, per sapere cosa dicevano su quanto stava accadendo in Medio Oriente. «Non lo so – è stata la sconcertante risposta –. Non è per noi una issue». Dal canto suo la Chiesa fondamentalista, contro ogni sua tradizione, si è schierata, fervente, a fianco di Israele, mettendo a disposizione i suoi predicatori-star, mentre tutto il paese è avvolto nella bandiera a stelle e strisce, annodata persino attorno al collo dei cani. Un patriottismo che acceca sulla devastante riduzione dei diritti in atto: in California sono arrivati a proporre una legge contro i residenti palestinesi.
Ci sono assai poche probabilità, dunque, che Bush intenda andare nei confronti di Sharon oltre qualche consiglio di moderazione, anche se il comportamento di Israele costa caro all’America nella sua strategia di lungo periodo. Se avessero voluto, agli Stati uniti sarebbe bastato, per frenare Tsalal, applicare la lettera della fornitura di armi ad Israele (il 75% dei tre miliardi di dollari annui di aiuti, più una sorta di ‘fuori busta’ di 625 milioni, per sviluppare il sistema missilistico Arrow e 1,3 miliardi per il carro armato Merkava, in complesso di più, e a condizioni finanziarie assai più vantaggiose, di quanto lo stesso Congresso americano non supponesse prima di ricevere dal proprio Centro di ricerca il rapporto Israele: l’assistenza estera americana). In base a tali accordi, infatti, qualsiasi arma fornita non deve essere utilizzata che per scopi strettamente difensivi. Ed è piuttosto difficile far passare come difensivo l’intervento degli F16 e degli elicotteri Apaches. Se Washington si è limitata a qualche rimbrotto non è perché non preferirebbe rendere meno tesa la situazione in Medio Oriente, ma è – come dicevo – perché quel che più conta, allo stato attuale, per Bush è tenere alta la tensione anti-terrorista. E Sharon è, in questa battaglia, il condottiero più efficace, magari, solo, un po’ troppo impulsivo.
Per fortuna c’è a livello della società civile anche dell’altro: i pacifisti, che si riorganizzano e cominciano a manifestare, qualche consapevolezza dei rischi che il crescente isolamento degli Stati Uniti sta producendo (ad esempio, lo schiaffo ricevuto dal fallimento del golpe in Venezuela: a Washington non capita spesso di perdere in modo così plateale).
I nervosismi dell’Europa, invece, non preoccupano né il presidente né i suoi sudditi; ed è difficile dar loro torto. Persino un suo fedele ex ministro – quello della cultura – ha scritto sul più autorevole periodico tedesco, «Die Zeit», «che il solo problema di Schroeder in relazione alla politica di Bush è che l’eventuale estensione della guerra all’Irak abbia inizio dopo e non prima delle elezioni in Germania». E il cancelliere, si badi bene, non è certo il peggiore dei governanti europei, e nemmeno dei leaders dell’Internazionale socialista.
E tuttavia proprio la preoccupazione del primo ministro tedesco rivela l’esistenza di un’opinione pubblica, che comincia a preoccuparsi: anche in Germania sono infatti tornati a manifestare i pacifisti, fino a ieri annichiliti dalle scelte del partito di riferimento della maggioranza di loro, i Verdi. Come peraltro in Gran Bretagna, dove 130 deputati e due ministri laburisti hanno minacciato di votare contro Blair in caso di avallo inglese ad un attacco all’Irak. L’Europa è più vicina degli Stati Uniti al mondo arabo ed ha perciò paura di una deflagrazione nella regione. E mentre in America i sondaggi valutano la simpatia per Israele a tre contro uno, in Europa è la simpatia per i palestinesi a raggiungere il rapporto di due a uno (si tratta di dati diffusi dall’«Economist»).
Questi segnali non sono molto, ma anche una modesta articolazione dello schieramento occidentale sarebbe preziosa per i palestinesi. Anziché invocare una «Palestina rossa» – che per ora è fuori dal mondo –, sarebbe bene proporsi con lucidità questo obiettivo, facendone un tema centrale del prossimo Forum sociale europeo, che si terrà in Italia a novembre. Per brutta che sia l’Unione europea, non è pur sempre la stessa cosa che l’America: e bisogna saper usare le contraddizioni, anche solo per ora potenziali.
Il movimento pacifista italiano – in prima linea in Cisgiordania, con centinaia di militanti coraggiosi, che hanno assolto ad un riconosciuto ruolo umanitario di vitale importanza – ha acquistato sul campo tutta l’autorità e la credibilità necessarie a pesare in questa vicenda.
Dimenticavo: la Borsa, la più lucida analista degli istinti del capitalismo globale. L’ultimo suo bollettino ricapitolativo ci dice che le prospettive delineate dagli esperti nel caso di un intervento contro l’Irak sono buie. Anche nel ‘91 fu così all’inizio e si assistette ad un improvviso declino del 10% dei valori. Ma due mesi dopo, quando fu evidente che ‘Tempesta nel deserto’ avrebbe avuto ragione del povero esercito iracheno, la curva si era invertita e la guerra terminò infatti con un 17% in più. È stato così in ogni vicenda bellica: dopo Pearl Habour, per esempio, ci fu un crollo del 40%, ma già poco dopo, l’indomani del glorioso raid di Dolittle su Tokio, gli investitori ridiventarono baldanzosi: e alla fine del ‘45 la borsa aveva registrato un aumento senza precedenti del 73%. Ma la storia non si ripete sempre – scrive la rivista specializzata «Barons». Oggi anche il rovesciamento di Saddam non darebbe gli stessi effetti, perché l’economia mondiale è già parecchio malata e le prospettive di lungo periodo aperte dalla vittoria americana del tutto incerte. A profittarne sarebbero solo i settori specializzati: quello militare e quelli dei sistemi di scurezza, così come quello petrolifero non medio-orientale (Bush stesso e soci).
E quale che sia l’arroganza americana già si delineano, in effetti, altri scenari: potrebbe accadere che la Cina, in prospettiva fondamentale soggetto internazionale, si collegasse con gli altri centri asiatici; o che il capitalismo russo si sviluppasse in rapporto con quello europeo; o, ancora, che ambedue dessero vita ad un unico polo euro-asiatico. Per ora si tratta solo di ‘fantasmi’, che già, però, producono ossessioni. E spiegano l’escalation militare innescata da Washington.
Ma il potere militare è, in definitiva il più debole fra i poteri. Alla lunga dovranno prenderne atto anche gli Stati Uniti. E, per primo, molto drammaticamente, anche il loro alleato Israele.


 

IL REGNO SANGUINOSO DI EHUD OLMERT

 

CHRISTOPHER BOLLYN, 

Rumor Mill News

http://www.uruknet.com/?p=s6055&l=e&size=1&hd=0 

 

 

26 luglio 2006

I primi due mesi del mandato di Ehud Olmert come primo ministro israeliano sono stati descritti come "il più sanguinoso, mortale e criminale periodo dei 58 anni di vita dello Stato di Israele". Sebbene i media–controllati, chiudano gli occhi sui crimini del nuovo leader israeliano, non si possono ignorare i legami di Ehud Olmert con il criminale israeliano -condannato - che controllava la sicurezza dell’aeroporto di Boston l’11 settembre 2001.

Benché il sionismo sia probabilmente la forza più potente che determina la politica degli Usa, si può dire con certezza che essa resta una filosofia politica deplorevolmente incompresa dalla maggioranza della popolazione degli Stati Uniti. Sebbene il presidente George W. Bush ed il suo gabinetto di guerra siano chiaramente dei sionisti che promuovono l’agenda sionista, una agenda che è favorita e sostenuta da pressoché ogni membro del Congresso, il sionismo e la sua sanguinosa storia sono soggetti che gran parte degli americani virtualmente ignorano.

Mentre le università americane propongono corsi e lauree praticamente su ogni materia immaginabile, non esiste un curriculum scolastico che verta su un esame critico del sionismo e della sua storia (il presidente delle comunità ebraiche italiane propone, in luogo dell’insegnamento della religione cattolica, quello della storia delle religioni come riferisce ampiamente il Corriere del Sionismo mielistico del 4.7.06. Sarebbe troppo chiedere l’insegnamento del sionismo ai ragazzi italiani? Peccato che manchino…gli insegnanti! Ndt).

Questa generale ignoranza del sionismo da parte del pubblico, dei suoi obiettivi e della sua storia, viene aggravata dai media controllati che, volgarmente, distorcono ed interpretano erroneamente il Sionismo per fare apparire questa filosofia -che è fra le più antiamericane - come qualcosa di familiare e benevolo per gli americani. La ben documentata sanguinosa storia del terrore e della pulizia etnica sionista, qualcosa che è ben noto a tutti gli israeliani e ai palestinesi, è una strana e sconosciuta terra incognita a gran parte degli americani, principalmente a causa della censura applicata dagli accademici e dai media.

Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, che un consistente nucleo di prove indica coinvolgessero agenti segreti israeliani, e con più di 150.000 americani impegnati in costose e disastrose guerre nel Medio Oriente, gli americani semplicemente non possono continuare a restare beati ignoranti del sionismo politico.

SIONISMO E COMUNISMO

Il sionismo, come movimento politico, si sviluppò con il Comunismo alla fine del 1800 tra le comunità ebraiche nelle regioni occidentali dell’impero russo. In Lituania, Polonia, Bielorussia ed Ucraina, in particolare in aree con vaste popolazioni ebraiche, il Sionismo divenne una nuova religione nazionale. Sin dall’inizio, i movimenti comunista e sionista erano strettamente intrecciati.

Verso la fine del 1800, l’ideologia religioso-politica del Sionismo condusse gli Ebrei alla ricerca di una identità nazionale, per evitare il linciaggio locale, iniziando a parlare e scrivere in Ebraico, una lingua che non era più stata parlata per migliaia di anni. Nell’Unione Sovietica gli Ebrei vennero considerati un gruppo nazionale e la nazionalità ebraica veniva registrata come tale nei passaporti sovietici (difficile vi fossero dei passaporti; forse l’Autore intende altri documenti di identità- ndt). Nel 1934 venne pure costituita in Urss una regione autonoma ebraica nell’area di Birobidjan, con lo Yiddish come lingua ufficiale.

Per quanto gli Ebrei di Russia e dell’Est europeo, conosciuti come Ashkenazi (o Ashkenasi -ndt) non siano neppure semiti, ma slavi ed asiatici convertiti al giudaismo, lo zelo sionista li portò ad identificarsi erroneamente come "Ebrei" quando, per esempio, approdarono quali emigranti ad Ellis Island, Usa.

Mentre i Sionisti avevano 'ricostituito’ il linguaggio 'Hebrew’, l’obiettivo politico primario del Sionismo è sempre stato la formazione di uno stato eslcusivamente ebraico in Palestina, qualcosa che non è realmente mai esistito nella storia.
Il fatto che la Palestina del XX secolo fosse già abitata dai palestinesi, molti dei quali sono veri Semiti, discendenti dagli originari Ebrei, Arabi, Greci ed altre razze della Terra Santa, era qualcosa che i Sionisti intendevano correggere usando la forza militare.

La conquista armata e la pulizia etnica della Palestina venne vigorosamente promossa negli anni trenta del XX secolo da Ze’ev (Vladimir) Jabotinsky, uno dei maggiori militanti sionisti.
Jabotinsky, nato ad Odessa nel 1880, divenne comandante della milizia sionista conosciuta come Irgun nel 1937. Jabotinsky comandava la New Ziorist Organisation (N.Z.O.), il movimento giovanile estremista.
L’ideologia di Jabotinsky sostiene che il popolo ebraico ha i diritti esclusivi sulla terra di Israele, che asserisce estendersi dal Nilo in Egitto all’Eufrate in Iraq.

OLMERT E JABOTINSKY

Ehud Olmert, come i suoi genitori nati in Russia ed emigrati dapprima in Cina e poi in Palestina, è un figlio dell’ideologia di Jabotinsky. Il padre di Olmert, Mordechai, era un devoto seguace che si unì al movimento di estrema destra Herut ed alla milizia Irgun, a quel tempo condotta dal noto terrorista Menachen Begin (successivamente promosso primo ministro israeliano! Ndt).



[Ze'ev Jabotinsky]



[Il Generale Ariel Sharon e Menahem Begin durante la guerra dei Sei Giorni nel 1967]


La famiglia Olmert, di sentimenti profondamente di estrema destra, viveva in un kibbutz denominato Nahalat Jabotinsky. Da adolescente, Olmert era membro del Betar, il militaristico movimento giovanile. Begin, il primo ministro della linea dura il cui credo era "L’Ebraismo cadde nel sangue e nel fuoco; l’Ebraismo risorgerà nel sangue e nel fuoco; si riferirà in seguito a Olmert come a "Ehud, mio figlio".

Olmert membro del parlamento sin dal 1973, divenne successivamente sindaco di Gerusalemme, la capitale della Palestina occupata, e sovrintese all’espansione territoriale israeliana dei limiti della città. L’area che gli israeliani ora definiscono Gerusalemme si estende da Betlemme nel sud, a Ramallah nel nord, a Gerico all’est.

Nel pensiero dei sionisti alla Jabotinsky, come Olmert, semplicemente non vi è posto per i Palestinesi nella terra di Israele. Jabotinsky scrisse: "Non c’è scelta, gli Arabi devono far posto agli Ebrei di Eretz Israel; se fu possibile trasferire i popoli baltici è possibile anche spostare gli Arabi palestinesi". (Ndt: Ionald Day è stato 22 anni in Europa, corrispondente dal Baltico per il Chicago Tribune. Day fu espulso nel luglio del ’40; si trovava, allora, in Lettonia e quel provvedimento fu uno dei primi atti del nuovo governo insediato dai sovietici. Poco più di un anno dopo i Sovietici, incalzati dalle truppe germaniche, dovettero abbandonare la preda baltica. Scrive Day: quindici mesi dopo ritornai a Tallinn (Estonia) in compagnia di tre corrispondenti finlandesi, tre germanici e tre italiani. Trovai una città di 150.000 abitanti il cui ceto mercantile era stato sterminato, le sue industrie in rovina, proprietari e gestori delle stesse uccisi. I negozi sprangati, senza beni di consumo. La classe colta decimata da deportazioni in massa, che avevano separato i mariti dalle mogli e le madri dai figli. Un terzo degli abitanti maschi di Tallin era stato mobilitato, a prescindere dall’età e dall’occupazione e portato in Russia. Per 21 anni avevo visitato Tallinn due o tre volte l’anno. Vi avevo molti amici e conoscenti. Cercando per due giorni riuscii a trovarne due. Tutti gli altri erano andati, fucilati ed esiliati. Tallinn, più che un vittima della guerra fra Germania e Russia, fu una vittima della lotta di classe bolscevica… Cfr. D. Day: Onward Christian Soldiers, The Noontide Press, Torrance, California, 3^ ed. 1985; Sentinella d’Italia, Monfalcone, aprile-luglio 1990).

Il muro che era stato costruito (su ordine del precedente primo ministro Ariel Sharon – ndt) sulla Riva occidentale del Giordano è un’idea che proviene direttamente dagli scritti di Jabotinsky: "La colonizzazione sionista, anche la più limitata, deve essere portata a termine o compiuta a dispetto della volontà della popolazione natia. Questa colonizzazione può, pertanto, continuare a svilupparsi soltanto sotto la protezione di una forza indipendente dalla popolazione locale, un muro di ferro che la popolazione nativa non possa sfondare", così scrisse Jabotinsky nel suo libro 'The Iron Wall: We and the Arabs’ (il Muro di ferro: noi e gli Arabi) nel 1923.



[Ehud Olmert e Ariel Sharon]


Durand Al Baik, direttore esteri di 'Golf News’ ha scritto, nel recente articolo dal titolo "Olmert: il criminale venditore ambulante di pace": "parlando di pace e raccogliendo consensi per il suo riallineamento del piano di colonizzazione, le prime otto settimane di Ehud Olmert al potere si sono dimostrate il più sanguinoso, mortale e criminale periodo dei 58 anni di esistenza dello Stato di Israele".

Al Baik ha scritto: "Sin da quando venne insediato come 12° primo ministro di Israele il 14 aprile scorso, gli israeliani hanno ucciso più di 50 palestinesi e ferito circa 200 al tasso di un ucciso e quattro feriti al giorno. Il nuovo primo ministro ha stabilito un record, superando quello conseguito dal suo predecessore Ariel Sharon durante i più sanguinosi giorni della sollevazione palestinese o Intifada".

Cercando di fomentare una guerra civile tra palestinesi, Olmert sta ora fornendo armi di supporto all’esercito privato del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, che viene visto da molti come un collaborazionista palestinese che lavora contro il governo-eletto condotto da Hamas (ossia il palestinese che va bene per Israele – ndt).

Il più grossolano atto terrorista, tra i molti attuati di recente dalle forze israeliane, è stato il cannoneggiamento della spiaggia a Gaza nel corso del quale vennero uccisi otto membri di una famiglia palestinese. Questo impudente atto di terrore israeliano è stato seguito dalla dichiarazione ufficiale che negava tale responsabilità, quantunque gli israeliani stessero sparando sulla Striscia di Gaza quando la famiglia venne colpita.

Mark Garlasco, esperto militare che lavora per il gruppo Human Rights Watch con sede negli Stati Uniti, è stato il primo investigatore indipendente a raggiungere la scena del delitto e ha trovato uno shrapnel (frammento) di un proiettile d’artiglieria da 155 mm. Garlasco ha dichiarato: "Reputo probabile che questo fosse fuoco d’artiglieria in arrivo sulla spiaggia che venne sparato dagli israeliani dal nord di Gaza".

OLMERT E ATZMON

Olmert, il cui nome è stato macchiato a lungo da accuse di crimini di natura finanziaria, venne implicato in uno scandalo finanziario che implicava ricevute falsificate (del precedente primo ministro Sharon - ndt), del quale Olmert era co-tesoriere. Questa faccenda culminò, nel marzo 1996, nella condanna di tre altri Likudniks (sodali del Likud), inclusi Menachen Atzmon, il tesoriere del Likud. Anche Olmert venne successivamente posto in stato d’accusa, ma venne prosciolto.

Durante gli anni Settanta Olmert aveva lavorato nello studio legale di proprietà di un altro Atzmon, Uzi Atzmon.

Menachem Atzmon, condannato in Israele, divenne poi il fondatore e capo dell’International Consultants on Targeted Security (ICTS), la società capogruppo della "Huntleigh Usa" addetta alla sicurezza aeroportuale che gestiva le operazioni di controllo dei passeggeri agli aeroporti di Boston e di Newark il giorno 11 settembre 2001.

La "Hurtleigh USA" è una società controllata - anzi totalmente posseduta - dalla società israeliana "International Consultants on Targeted Security N.V.", una società che opera nel campo della sicurezza dei trasporti aerei –- con sede in Olanda - comandata da "ex alti ufficiali (israeliani) dei servizi segreti e delle agenzie governative di sicurezza". (Ndt: nel sito Internet della ICTS si presenta, invero, una realtà molto più vasta. Vi si legge che "il Gruppo copre, oltre al Nord America, l’Europa, l’Africa, l’Asia e il Medio Oriente… Nel 2000, ICTS International ha incorporato le sue attività in Europa nella ICTS Europe Holdings B.V. venduta nel 2002 a Fraport AG, proprietaria ed operator dell’aeroporto di Francoforte". Dopo il cenno alla vendita, il testo prosegue. "La ICTS Europe (che sembra essere quindi tuttora attiva) comprende 18 società operative in 17 Paesi..con uno staff di 10.000 persone. Nel 2004 ICTS h fornito servizi in Europa a più di 700.000 voli". Nella Corporate Structure del Gruppo figurano, fra le altre, le seguenti consociate/controllate: ICTS Albania; FRANCE DIAGNOSE sas; ICTS Hispania; LIS GmbH (Austria); FIS GmbH (RFT); ICTS Belgium srl; ICTS Italia srl; SP Russia; ICTS UK Ltd (G.B); ICTS France s.a.; DIAGNOSE (Israele). Figurano inoltre, partnerships con: USA NASS; The Netherlands ICTSNAS v.o.f.; LICO (Tailandia); MUSC (G.B.))

Menachem (o Menahem) Atzmon, condannato in Israele nel 1996 per truffa finanziaria nel corso della campagna elettorale, ed il suo partner commerciale Ezra Harel, rilevarono la direzione/management del servizio di sicurezza degli aeroporti di Boston e di New York quando la loro società ICTS acquistò la "Huntleigh USA" nel 1999. I voli UAL (United Airlines) 175 e il volo AA (American Airlines) 11, che presumibilmente colpirono le Torri Gemelle, partirono entrambi da Boston , mentre il volo UAL 93, che presumibilmente si sfracellò in Pennsylvania, partì dall’aeroporto di Newark (New Jersey). Il criminale israeliano (condannato) Atzmon controlla inoltre e gestisce un' analoga attività nel porto tedesco di Rostock sul Mar Baltico.

Parenti delle vittime dell’11 settembre hanno promosso azioni legali contro la "Huntleigh" reclamando che la società addetta alla sicurezza è stata troppo negligente il giorno 11 settembre. Mentre questi parenti delle vittime hanno il diritto di scoprire e conoscere ciò che la Huntleigh ha fatto o non ha fatto per proteggere i loro cari quell’11 settembre, nel 2002 il Congresso degli Stati Uniti ha accordato alla Huntleigh e ad altre società di sicurezza una protezione totale e (le compagnie) non verranno chiamate a rendere conto delle loro azioni dell’11 settembre in nessuna corte degli Stati Uniti.

Atzmon, criminale condannato, alleato politico e co-imputato del primo ministro israeliano Ehud Olmert, era direttamente responsabile della sicurezza dei passeggeri e degli aerei di linea all’aeroporto Logan di Boston, da dove partirono i due aerei di linea che colpirono il World Trade Center. Il rapporto di Olmert con Atzmon e la mancata sicurezza – l’11 settembre 2001 – agli aeroporti, sono ben più che una coincidenza. Cionondimeno la stampa-controllata negli Stati Uniti ha mancato di investigare su questo collegamento israeliano agli attacchi terroristici così come su molti altri collegamenti.

Versione originale

Christopher Bollyn
Fonte: http://www.rumormillnews.com/ 
Link: http://www.rumormillnews.com/cgi-bin/forum.cgi?noframes;read=89761 
18.06.2006

Versione italiana

Fonte: http://www.rinascita.info/ 
Link: http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_analisi/Il_regno_sanguinoso_di_Ehu.shtml  Traduzione a cura di www.rinascita.info 

http://www.informationguerrilla.org/575/

“L’Influenza di Israele e della sua lobby in America sulla politica americana in Medio Oriente” 

Jeffrey Blankfort

24 Lug 2006 

Discorso tenuto alla conferenza della Commissione Islamica per i Diritti Umani, presso la Scuola di Studi Orientali e Africani, Londra, 2 Luglio 2006

Il sistema politico americano: la democrazia in vendita
L’evidente abilità d’Israele, uno dei paesi più piccoli del mondo, nel dare forma alle politiche sul Medio Oriente dell’ultima superpotenza rimasta, è stata sorgente di confusione, congetture, e frustrazione costante per coloro che combattono per la giustizia per i palestinesi e per i popoli della regione, in generale.

Una delle radici di questo unico fenomeno storico può essere riscontrata nell’interpretazione di una decisione di 120 anni fa della Corte Suprema degli Stati Uniti che garantì alle Società per Azioni e alle Corporazioni gli stessi diritti garantiti ad ogni singolo cittadino americano.

Uno di questi diritti è la libertà di espressione garantita dal 1° emendamento della Costituzione degli USA. Grazie allo straordinario grado di corruzione che era palese nella società americana alla fine del 19° secolo, i contributi finanziari ai candidati politici finirono per essere considerati dalla corte come espressione di libertà politica e quindi ricevettero la protezione della corte stessa.

Ciò ha portato il sistema politico americano a diventare un sistema in cui trionfano le campagne politiche interminabili e ancora più costose, e quindi, senza dubbio, il sistema più corrotto tra quelli dei cosiddetti “paesi avanzati”. La decisione della Corte Suprema, ribadita negli anni, ha aperto le porte a ben finanziati “interessi speciali” ed alle lobby ad essi legati, ed ha permesso a queste lobby, che si servono di ciò che è di fatto una forma di corruzione legale, di dare forma alla politica estera ed interna degli Stati Uniti.

Già nel 1907, lo scrittore americano Mark Twain scriveva che c’era un solo ceto nativo che fosse criminale in America – cioè il Congresso e un decennio dopo, l’umorista Will Rogers si prendeva gioco dell’America, affermando che “l’America ha il migliore Congresso che il danaro può comprare.”

All’inizio furono le compagnie ferroviarie e le acciaierie che pagarono il dovuto prezzo, poi vennero le compagnie del legname, del petrolio e quelle edilizie, quindi si presentarono i fabbricanti di armi ed automobili, le industrie aeronautiche e quelle delle comunicazioni, e infine quelli che vengono eufemisticamente detti ‘fornitori di salute’ - cioè i dottori, gli ospedali e i produttori farmaceutici, che hanno fatto in modo che gli americani siano gli unici cittadini di un paese sviluppato a non avere alcun servizio sanitario nazionale.

Nel campo della politica estera, nessuna lobby si è dimostrata tanto potente quanto l’organizzata comunità ebraica americana, che agisce in appoggio ad Israele. Essa di solito viene chiamata la lobby israeliana e nei corridoi del Congresso, semplicemente, “the lobby.”
La sua forza è ancora più impressionante se si pensa che la lobby rappresenta non più di un terzo dei sei milioni di ebrei d’America.

L’obiettivo a senso unico della Lobby
Il fanatismo e la fissazione in un’unica direzione di questo terzo degli ebrei, comunque, è in netto contrasto con la mancanza da parte della schiacciante maggioranza degli americani di coinvolgimento in un sistema politico nei confronti del quale hanno perduto fiducia e rispetto molto tempo fa. Ciò ha reso il compito della lobby molto più semplice di quanto potesse sembrare di primo acchito. Questo spiega anche perché il sostegno incondizionato a Israele rimarrà probabilmente l’unico argomento sul quale Democratici e Repubblicani mettono da parte la loro ostilità e marciano a passo unito come animali da circo ammaestrati. Non solo i provvedimenti a favore di Israele ricevono di solito 400 voti sui 435 membri della Camera e 99 su 100 al Senato, ma quando si parla di aiuti esteri, il Congresso ha spesso votato per garantire ad Israele più denaro di quello richiesto dal presidente o per far passare comunque leggi favorevoli alla lobby nel caso il presidente fosse ad esse contrario.

Dal 1985 l’ammontare dell’aiuto diretto è oscillato tra i 3 ed i 3.5 miliardi di dollari, mentre gli extra non dichiarati nel budget del Pentagono contribuiscono a portare quella cifra considerevolmente più in alto. Si stima che il totale oggi sia di almeno 108 miliardi di dollari. Questa cifra non include i costi, pari a 19 miliardi di dollari, per le garanzie sui prestiti ad Israele dal 1991; non include neanche i miliardi di dollari dei contribuenti investiti nei bond governativi israeliani presi dai fondi pensioni, dai governi dei singoli stati, contee e città, e nemmeno i miliardi di donazioni esentasse fatte dagli ebrei americani alle agenzie paragovernative israeliane ed alle associazioni di beneficenza sin dalla fondazione dello Stato di Israele.

In tutto questo non si è mai preso in considerazione lo stato dell’economia americana. Quando non si sono trovati i fondi per i programmi domestici essenziali, come nel 199l, quando sei città americane su 10 non riuscivano a far quadrare il proprio bilancio e parecchi Stati la loro bilancia dei pagamenti, Israele continuava a ricevere, per soddisfare i desideri del primo presidente Bush, 650 milioni di dollari supplementari in contanti come rimborso parziale delle spese d’emergenza per la Guerra del Golfo. Nel settembre del 1992, dopo aver testardamente resistito per un anno alla richiesta di Israele di 10 miliardi di dollari in garanzie sui prestiti, ma con delle difficili elezioni contro Bill Clinton da lì a due mesi, Bush soddisfece la richiesta del Congresso che chiedeva una decisione favorevole a Israele. Decisione troppo tardiva per aiutarlo alle urne.

Questo è non soltanto un tributo pagato per i milioni di dollari distribuiti da parte di ricchi ebrei americani candidati politici della nazione, ma è anche la testimonianza della paura che l’AIPAC, il Comitato degli Affari Pubblici Americano-Israeliano, la lobby israeliana ufficiale, ha infuso nei membri del congresso che non hanno alcun interesse personale a sostenere Israele, né un importante collegio elettorale ebraico da conquistare.

“Se il voto fosse segreto, gli aiuti ad Israele sarebbero ridotti seriamente,” così si è espresso un parlamentare, considerato come pro-Israele, in un’intervista rilasciata a Morton Kondracke del New Republic (settimanale ultraconservatore sionista, ndt) nel 1989. “Non è assolutamente più per puro amore di Israele che esso riceve 3 miliardi all’anno. È per la paura di svegliarsi una mattina e scoprire il candidato alle elezioni che si oppone a te ha ricevuto una donazione di 500.000 dollari per sconfiggerti”.

AIPAC e oltre
La lobby, tuttavia, è più dello stesso AIPAC, che, da solo, non sarebbe in grado di esercitare un simile potere. Ci sono, in realtà, più di 60 organizzazioni, dalle più piccole alle più grandi, impegnate con un solo obiettivo, promuovere gli interessi di Israele in America e contemporaneamente, emarginare, intimidire e mettere a tacere i suoi critici. Esse prendono di mira anche quegli ebrei che si oppongono sia all’esistenza di Israele in quanto Stato ebraico, come me stesso ed altri che si sentono oltraggiati dalla continua occupazione e furto della terra palestinese da parte di Israele, sia si oppongono ai micidiali metodi con cui questa occupazione e questo furto vengono portati avanti, limitati solo in piccola parte dalle restrizioni della comunità internazionale.
Circa 52 appartengono alla Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane, che è considerata la voce della comunità ebraica americana.

Oltre all’AIPAC, le due più grandi e più influenti organizzazioni sono l’ Anti-Defamation League, o ADL (Lega Anti-Diffamazione, ndt), e l’American Jewish Committee, o AJC (Comitato degli Ebrei Americani, ndt). I rappresentanti delle maggiori organizzazioni si incontrano ogni mese per pianificare la strategia per quel mese. Niente può essere lasciato al caso.

L’ADL nacque nel 1914 come propaggine della più vecchia organizzazione sionista della nazione, B’nai B’rith. La sua missione era difendere gli ebrei da attacchi fisici e verbali anti-ebraici. Lo fa ancora, ma il razzismo anti-ebraico ha smesso di essere un problema serio negli Stati Uniti da anni, per cui il compito principale dell’ADL oggi è raccogliere informazioni su coloro che criticano Israele, che essa definisce i «nuovi anti-semiti» per poi infangarli nei Media.

Quattordici anni fa, si sono spinti troppo oltre con la raccolta di informazioni. Un blitz della polizia di San Francisco negli uffici dell’ADL rivelò che l’organizzazione stava conducendo una grande operazione di spionaggio privato in tutti gli Stati Uniti. Nella sola area di San Francisco, i loro agenti avevano raccolto informazioni su più di 600 organizzazioni e 12.000 persone, fra cui il sottoscritto. Non solo gruppi di arabi-americani, palestinesi e musulmani, ma anche neri, latini, asiatici, irlandesi e perfino sindacati.

C’erano dei dossier speciali dedicati ai militanti del movimento anti-apartheid, la qual cosa non era affatto sorprendente dato i legami di Israele con il regime di apartheid del Sud Africa. Quello che è grave però e che le spie dell’ADL passavano le informazioni ai servizi segreti sudafricani insieme ad altre informazioni riguardanti gli esiliati neri sudafricani che vivevano in California.
Le pressioni degli influenti sionisti locali convinsero le autorità cittadine a non portare davanti alla legge l’ADL e l’organizzazione dovette promettere di cessare le sue attività di spionaggio. Non c’è ragione di credere che l’abbia fatto. Oggi, l’ADL lavora a stretto contatto con i dipartimenti di polizia in tutto il paese, istruendoli sui cosiddetti “hate crimes” (crimini d’odio, cioè crimini a sfondo razziale, ndt) ed organizza di routine viaggi gratis in Israele per gruppi di ufficiali della polizia americana per insegnare loro come rispondere ad “attacchi terroristici”. Ciò non preannuncia nulla di buono per ciò che rimane delle libertà civili americane.

Il Comitato degli Ebrei Americani (AJC) fu fondato da ebrei tedeschi nel 1906 ed era stato fermamente anti-sionista fino agli eventi della Seconda Guerra Mondiale; fu l’olocausto ebraico che lo portò a cambiare la propria posizione. Oggi, è l’ufficio esteri non ufficiale della lobby, e fino a poco tempo fa si accontentava di lavorare dietro le quinte facendo pressione sui governi stranieri per conto d’Israele. Ha cominciato a mostrare pubblicamente i muscoli due anni fa quando ha aperto un ufficio a Bruxelles per iniziative di lobby nei confronti dell’Unione Europea.

L’AJC tiene ora riunioni mensili con un alto dirigente del governo dell’UE, quando non si tratta proprio del presidente della Commissione e di questo se ne possono già vedere gli effetti. Durante l’anno scorso l’UE ha fatto marcia indietro sul relativo sostegno ai palestinesi ed ha adottato vari provvedimenti che, l’uno dopo l’altro, seguono le richieste israeliane.

Un bel numero di altre organizzazioni che fanno parte della lobby non partecipano alla Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane. Ci riferiamo ai 117 Consigli per le relazioni tra le comunità ebraiche, le 155 federazioni ebraiche, e numerosi potenti ed “indipendenti” think tanks (centri di studi strategici e geopolitici, ndt) siti in Washington come il Washington Institute for Near East Policy (Istituto per le Politiche sul Vicino Oriente di Washington, ndt), creazione dell’AIPAC; l’American Enterprise Institute (l’Istituto di Iniziativa Americano ndt), e la Foundation for the Defense of Democracy (Fondazione per la Difesa della Democrazia, ndt), fondata dopo l’attacco al World Trade Center.

Se aggiungiamo a quanto ho enumerato finora anche gli enti religiosi ebraici che anch’essi fanno iniziative di lobby a favore di Israele, appare ovvio che non esiste altro gruppo etnico o religioso che può paragonarsi, per potenza e organizzazione alla lobby pro-israeliana, con l’eccezione forse dei Cristiani Sionisti, ma l’ambito del suo intervento è relativamente limitato. Questo è infatti una delle cose che distingue la lobby pro-israeliana dalle altre potenti lobby che difendono interessi particolari, a parte il fatto, naturalmente, che difende gli interessi di un paese straniero. Tutte le differenze sono importanti se si vogliono capire le ragioni del suo successo.

La prima di queste ragioni, naturalmente, è il denaro. É impossibile sapere esattamente quanto denaro gli ebrei investano nei politici americani, ma è sicuramente molto di più di quello che investono gli altri gruppi.

La difficoltà sta nel fatto che i gruppi che studiano i finanziamenti alla politica dividono i contributi in relazione al settore finanziario a cui appartengono i donatori. Questo tipo di classificazione, nel caso di Israele, tende a mascherare gli obiettivi che il donatore vuole raggiungere. Per esempio, l’industria della comunicazione negli Stati Uniti è dominata dagli ebrei, la maggior parte dei quali sono noti sostenitori di Israele. Quando, tuttavia, i rappresentanti dell’industria della comunicazione versano denaro ai Partiti Democratico o Repubblicano, il finanziamento non è attribuito alla lobby israeliana ma, appunto, all’industria della comunicazione. Questo vale anche per il settore bancario e per le società finanziarie di Wall Street, le quali sono pure in gran parte ebraiche, o anche ad altri settori del mondo degli affari.

Haim Sabam esemplifica questo problema. Saban, un miliardario israelo-americano nato in Egitto e, per giunta, anche proprietario di vari Media, nel 2002 versò 12,3 milioni di dollari al Partito Democratico, 7,5 milioni furono versati in una sola rata. La somma donata da Saban superava di 2 milioni di dollari il contributo che la Exxon aveva dato al Partito Repubblicano in un periodo di 10 anni ma la notizia fu riportata con un trafiletto di pochi centimetri quadrati nel New York Times. Saban, un buon amico dell’ex-Primo Ministro israeliano Ehud Barak, ha versato sostanziosi contributi anche all’AIPAC.

Saban ha anche fondato il Saban Center on the Middle East presso il Brookings Institute, trasformando quel centro di ricerca, un tempo indipendente, in un’altra articolazione della lobby. Il finanziamento di 12,3 milioni di dollari, tuttavia, non è stato considerato come parte dei versamenti della lobby israeliana.

Ciò che viene considerato denaro strettamente pro-israeliano è in gran parte limitato a quei fondi che provengono da circa tre dozzine di PACs (Political Action Committees) e dai loro membri. I PACs sono gruppi autorizzati a raccogliere donazioni e versarle a quei politici che sostengono interessi particolari, dell’industria, dei sindacati, ecc., oppure ad organizzazioni no-profit che hanno fondato il PAC. Ciò che distingue i PACs pro-israeliani dagli altri è il fatto che essi nascondono la loro identità per evitare che i Media e il pubblico ci metta il naso. Riescono a camuffarsi non menzionando Israele nella loro denominazione. Infatti i loro PACs si denominano, per esempio, Northern Californians for Good Government oppure St. Louisians for Good Government, o ancora The Desert Caucus, o Hudson Valley PAC, o NATPAC, ecc. Per questa ragione sono stati definititi ‘PACs segreti’ da parte di un ex dirigente del Dipartimento di Stato.

Inoltre, diversamente da altri PACs, quelli pro-israeliani sono gli unici a finanziare candidati di altri Stati. Per esempio, il Desert Caucus potrà inviare denaro ai candidati parlamentari, sia uno che sta per essere eletto al Senato o alla Camera dei Rappresentanti, nello Stato dell’Illinois o del New Jersey, esclusivamente alle loro posizioni filo-israeliane. Questo ha portato i critici della Lobby a definirli ‘Quelli di Israele al primo posto’ [Israel Firsters] . Per dire che essi si preoccupano più del benessere di Israele rispetto a quello dei loro concittadini americani.

Il modo in cui io sono riuscito a calcolare i finanziamenti politici pro-israeliani è stato quello di andare sul sito web della rivista Mother Jones, un mensile pro-israeliano di sinistra. Nel 1996 e nel 2000, la rivista ha compilato una lista dei 400 maggiori donatori individuali ad entrambi i partiti politici. Ciò che ho scoperto è che nel 2000, 7 dei 10 maggiori donatori, 12 dei 20 maggiori donatori, e perlomeno 125 su 250 maggiori donatori erano ebrei, e che la maggior parte delle donazioni sono andate al Partito Democratico. In altri termini, perlomeno il 50%, ma sicuramente di più, delle donazioni erano di provenienza ebraica. E’ una cifra veramente sorprendente, se si tiene conto che gli ebrei costituiscono solo il 2,3% della popolazione americana.

La cifra del 50% corrisponde alle stime che vengono da Partito Democratico e dalle organizzazioni ebraiche sebbene alcuni pensano che la realtà si avvicina al 70%.
Il volume di questi contributi, aggiunto a quelli che provengono dai sindacati, i quali sono decisamente pro-isrealiani, almeno a livello della direzione e che hanno investito non meno di 5 miliardi di bond governativi in Israele, hanno trasformato il Partito Democratico in ciò che il professore di Diritto Francis Boyle ha recentemente definito “La prima linea dell’ AIPAC”.

Mentre, da una parte, è presente in modo massiccio nel Campidoglio di Washington, fino al punto da essere chiamata nel Congresso, semplicemente “ La Lobby “, dall’altra l’AIPAC prende la sua forza dai suoi quadri di base e da quelli delle altre organizzazioni ebraiche con le quali è collegato in una rete che copre ogni Stato e ogni città importante degli Stati Uniti. Le sue operazioni vengono condotte da un personale di 165 impiegati, con un corposo bilancio annuale di 47 milioni di dollari, e uffici in tutto il paese. Il suo vantaggio speciale è che esso è considerato una Lobby nazionale e quindi non è tenuta a registrarsi come Lobby straniera secondo la legge denominata Foreign Agents Registration Act.

Questo permette ai Lobbisti di accedere a luoghi dai quali sarebbero tenuti lontani dalla legge; per esempio possono prendere parte alle audizioni dei Comitati del Congresso, possono scrivere o esaminare tutti i provvedimenti legislativi che riguardano Israele o il Medio Oriente, possono piazzare loro spie come volontari negli uffici dei membri del Congresso dove raccolgono informazioni per l’AIPAC.
In realtà sono pochi i membri dell’AIPAC che fanno direttamente azioni di Lobby. La maggior parte fornisce materiale di ricerca, argomenti di discussione, scrive discorsi per i membri del Congresso o contribuisce a preparare il Rapporto sul Medio Oriente dell’AIPAC, un documento bisettimanale di quattro pagine che viene distribuito a tutti i parlamentari del Congresso. A livello locale, oltre a versare finanziamenti, i membri dell’AIPAC forniscono gratuitamente la loro competenza a tutti i candidati alle elezioni, così chiunque vinca, assicura un nuovo sostenitore a Israele.

La strategia dell’AIPAC
La conferenza annuale dell’AIPAC si svolge a Washington ogni primavera e costituisce un avvenimento importante della stagione politica. Nel 2005, vi parteciparono 4000 suoi aderenti e 1000 ospiti borsisti. Il discorso introduttivo viene di solito tenuto dal Presidente degli Stati Uniti, dal Vice-presidente o dal segretario di Stato. Quest’anno è toccato al Vice-presidente Dick Cheney, salutato da molti scrosci di applausi e una standing ovation. Come tributo al potere della lobby, partecipano alla conferenza circa la metà dei membri del Congresso, compresi i capigruppo Democratico e Repubblicano di entrambe le Camere. Ovviamente i loro discorsi riflettono la loro personale fedeltà e l’appoggio incondizionato dell’America a Israele. I nomi dei membri del Congresso che percorrono la passerella vengono pubblicizzati sul sito web dell’Aipac, il che fa crescere le loro possibilità di ottenere contributi da parte dei principali donatori ebraici.

Altrettanto importanti ma raramente pubblicizzate sono le cene e i pranzi regionali organizzati dall’AIPAC nell’intero paese, avvenimenti a cui vengono invitati a prendere parte i dirigenti politici locali – sindaci, sovrintendenti, consiglieri comunali, ufficiali della polizia, avvocati distrettuali, direttori scolastici, ecc. L’oratore principale in queste occasioni è di solito un Senatore o il governatore di un altro Stato. É interessante notare che in queste occasioni i Media non sono mai invitati né informati su chi sia l’oratore, da quale Stato provenga, su dove ha luogo la cena o il pranzo.
Alla fine di questi avvenimenti, i personaggi invitati ricevono come premio dei viaggi completamente spesati in Israele, offerti dai Consigli della comunità ebraica locale, dalle Federazioni o da altre Organizzazioni ebraiche. In Israele, vengono ricevuti dal Primo Ministro, dal Ministro della Difesa e dal Capo Maggiore dell’esercito, vengono portati in visita in Israele e nelle colonie in Cisgiordania, e infine vengono condotti al museo dell’olocausto dello Yad Vashem. Si dà il caso che i futuri membri del Congresso vengano proprio da questa classe di “servitori pubblici” e così le relazioni pubbliche stabilite, con questi viaggi, tra loro e influenti e attivi personaggi della comunità ebraica, daranno un beneficio a entrambe le parti.

I politici, dai candidati al Congresso ai candidati presidenziali, si recano spesso in Israele per conquistarsi i voti ebraici in patria.
George W. Bush fece il suo unico viaggio in Israele prima di prendere la decisione di partecipare alle elezioni per presidente, una scelta che fu da tutti considerata come uno sforzo per guadagnarsi il sostegno dei votanti pro-israeliani. Il governatore della California Arnold Swartznegger e il sindaco di New York Michael Bloomberg, un ebreo non praticante, hanno fatto esattamente la stessa cosa.

Una volta eletti al congresso, ai deputati sono assicurati altri nuovi viaggi spesati in Israele, organizzati dall’American Israel Education Fund, una fondazione creata da AIPAC a questo scopo. Solo nel 2005, più di 100 membri del Congresso (sui 600 totali, ndt) hanno visitato Israele, alcuni più di una volta.

É doveroso notare che pochi politici pensano di dover fare simili viaggi in Messico, prima o anche dopo le elezioni, malgrado il fatto che il Messico è un paese molto più importante per l’economia americana di Israele ed è il paese d’origine di molti più americani degli ebrei. Ma, sappiamo, non c’è una lobby messicana con una simile influenza politica e finanziaria.
L’AIPAC non contribuisce direttamente alle campagne per le elezioni parlamentari o presidenziali, ma consiglia ai suoi membri e alla comunità pro-israeliana tutta chi va sovvenzionato con i migliori risultati, sia attraverso contributi personali, sia attraverso finanziamenti di uno dei PAC.

Un segno distintivo importante del potere dell’AIPAC è la sua abilità di raccogliere le firme di almeno 70 senatori (su i 100 totali, ndt) in fondo a qualsiasi lettera che desidera mandare al Presidente quando pensa che egli non sta operando nel migliore interesse di Israele. uno dei casi più degno di nota fu la lettera che 76 senatori inviarono al Presidente Gerald Ford il 21 maggio 1975 dopo che egli aveva sospeso gli aiuti a Israele ed era sul punto di fare un importante discorso alla nazione in cui auspicava una correzione dei rapporti tra Stati Uniti e Israele e chiedere a quest’ultimo di tornare ai confini del 1967. La lettera metteva in guardia Ford a non modificare minimamente la stretta relazione tra gli Stati Uniti e Israele. Ford non fece mai quel discorso e nessun altro presidente ha osato fare nuovamente una minaccia di quel genere.

La comunità ebraica a favore del sionismo
Mitchell Bard, ex direttore del Near East Report di proprietà dell’AIPAC, dichiara che la fonte del potere della lobby è fondato sul fatto che “gli ebrei si sono impegnati nella politica con un fervore quasi religioso”. Sebbene la popolazione ebraica negli Stati Uniti è all’incirca di sei milioni, o in termini percentuali un poco superiore al 2% della popolazione americana totale, circa il 90% degli ebrei vive i dodici Stati che rappresentano collegi elettorali chiave.

“Solo questi Stati” scrive Bard, “valgono abbastanza voti per eleggere il presidente. Se ai voti ebraici si aggiungono i voti dei non-ebrei che sono favorevoli ad Israele quanto gli ebrei, è chiaro che Israele ha il sostegno di uno dei gruppi più consistenti che nel paese possono impedire politiche anti-israeliane”.
Bard sottolinea una cosa che è stata ovvia per anni agli osservatori politici. L’attivismo politico ebraico obbliga i membri del Congresso a tenere in conto cosa possa significare per il loro futuro politico un atteggiamento incerto nel momento di votare provvedimenti relativi a Israele. Non ci sono benefici per coloro che criticano apertamente Israele, mentre ci sono “considerevoli costi, sia in perdita di denaro, sia di voti ebraici ma anche non ebraici”. Per un membro del Congresso, basta anche chiedere soltanto che gli Stati Uniti agiscano con equidistanza verso israeliani e palestinesi per essere preso di mira e affondato.

Conseguentemente, i politici ad ogni livello nel governo tendono ad essere più attenti alle preoccupazioni dei votanti ebraici piuttosto che alle più ampie fasce di votanti dei loro collegi elettorali, i quali sono più interessati ai reality della TV, alle telenovelas, allo sport, ai loro cellulari piuttosto che alle politiche elettorali.

Laddove “è uno dei segreti di Pulcinella nella politica degli ebrei americani il fatto che i contributi per le campagne elettorali siano un elemento chiave del potere ebraico” come ha sottolineato J.J. Goldberg nel suo libro Jewish Power, tuttavia ai sostenitori di Israele, questo elemento chiave, non è mai bastato, fin dagli anni immediatamente successivi alla nascita di Israele. Ciò che essi ritenevano necessario è stato creare una struttura organizzativa superiore che unisse tutti i gruppi ebraici sì da influenzare ogni settore della vita americana.

La struttura della lobby
Sebbene questa struttura si è evoluta nel tempo e mentre gli obiettivi delle sue attività si sono estesi e diventati più sofisticati, il suo modus operandi è rimasto per lo più lo stesso.
La struttura e il suo modo di operare furono messe allo scoperto durante una Audizione del Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere, nel 1963, un periodo in cui l’assistenza finanziaria e il sostegno politico a Israele da parte degli Stati Uniti erano insignificanti se paragonati a ciò che sarebbero diventati, ed era ancora possibile che per lo meno un legislatore eletto criticasse pubblicamente Israele dalla tribuna del Congresso. Il senatore J. William Fulbright, Democratico dell’Arkansas, presidente del suddetto Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere diede inizio a una serie di Audizioni che riguardavano le attività di agenti stranieri negli Stati Uniti per stabilire se erano necessarie leggi più restrittive al riguardo.

Tra i gruppi sospetti c’erano quelli della giovane lobby israeliana, tra i quali la struttura organizzativa superiore o struttura a ombrello che era l’American Zionist Council (AZC), e l’AIPAC che a quel tempo era poco più che una piccola organizzazione.
In quegli anni, l’AZC riuniva otto gruppi; solo due di questi sono attori importanti oggi, la Zionist Organization of America che è un’organizzazione di estrema destra e la Women’s Zionist Organization of America, più nota come Hadassah. L’AIPAC era stato fondato nel 1951 come American Zionist Committee for Public Affairs (Comitato Sionista d’Affari Publici in America) per agire come strumento lobbistico dell’ American Zionist Council (AZC), successivamente, nel 1954, l’AIPAC si era separata dall’AZC per non mettere in pericolo, con la sua attività lobbistica, la condizione di esenzione dalle tasse le altre organizzazioni. Nel frattempo lasciò cadere l’aggettivo ‘sionista’ dal suo nome e, nel 1959, divenne l’AIPAC (American-Israeli Public Affairs Committee). La separazione fu in gran parte un’operazione cosmetica. Ci fu più che altro una divisione dei ruoli, così mentre l’AIPAC indirizzava i suoi sforzi lobbistici verso il Congresso, le altre organizzazioni si incaricavano di intrallazzare a favore di Israele in lungo e in largo nella società americana.

Il programma
Perché tutto ciò divenisse chiaro bastò leggere il programma di un singolo gruppo dell’American Zionist Committee, presentato all’Audizione del Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere del 1963 di cui abbiamo detto. Si noti che a quel tempo Israele non era minacciato da nessun pericolo esterno e che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non esisteva ancora.

Questo gruppo era il Committee on Information and Public Relations (Comitato per l’Informazione e le Pubbliche Relazioni) dell’Americam Zionist Council (AZC), il quale, secondo il suo programma, doveva svolgere “la sua attività principale per mezzo di sottocomitati altamente specializzati composti di professionisti di settori specifici di attività che operavano su base volontaria …”. Gli stanziamenti di bilancio per l’anno budgetario 1962/63 erano indirizzati ad interventi nei confronti delle riviste, dei loro direttori, le TV, le radio, i film; i gruppi religiosi cristiani; l’insegnamento universitario; la stampa quotidiana; la stampa e la promozione di libri; l’estensione dei già esistenti e attivi uffici di comunicazione; collegamenti con altre organizzazioni, e a livello nazionale e a livello locale, in particolare quelle organizzazioni che avevano relazioni internazionali (con un’attenzione speciale a «the Negro Community» ); “diffusione di materiale speciale per orientare l’opinione pubblica su temi controversi come i rifugiati arabi (cioè palestinesi, ndt), la situazione tra Israele e Siria, ecc.”; sovvenzioni di viaggi in Israele per “commentatori ed editorialisti con grande influenza sull’opinione pubblica in modo da fornir loro un’esperienza in Israele…” e l’organizzazione di viaggi “a cui questi influenti individui parteciperanno [e] forniranno informazioni utili riguardanti il modo in cui turisti americani vengono accolti in Israele;” …“contrasto dell’opposizione” (che a quel tempo era minima ma la lobby non intendeva lasciarle alcun spazio), “il monitoraggio ed il contrasto di tutte le attività condotte in America dagli arabi, americani amici del Medio Oriente e altri gruppi ostili” e infine il numero 12 della lista denominato “miscellaneo” che includeva “rispondere alle richieste di informazione e fornire letteratura adeguata alle migliaia di persone che ne fanno richiesta”. Questi erano i loro obiettivi 44 anni fa. Vediamo adesso come sono riusciti a portarli avanti.

Riviste e gli editori
Il primo punto erano le riviste e i rapporti con i loro direttori. Sebbene un gran numero delle più importanti riviste di allora non siano più pubblicate, quelle che esistono oggi come Newsweek, Time, US News & World Report, e il Weekly Standard o sono di proprietà ebraica o nel loro personale editoriale vi è una parte sostanziosa di ebrei. Sebbene il fatto che qualcuno sia ebreo non significa necessariamente che egli o ella è un militante sionista, in base alle mie osservazioni, in tanti anni, è chiaro che la maggior parte di loro sono sostenitori di Israele e, per lo meno, per i loro propri interessi, sanno come rigirare la pizza a favore di Israele. La televisione, la radio ed i film erano allora dominati da ebrei, ma oggi sostengono ancora più fortemente Israele, dai proprietari alla gestione, ai telegiornali. Questa è una fondamentale fonte di propaganda e di influenza pro-israeliana.

Gruppi cristiani
I gruppi religiosi cristiani sono stati un problema difficile per la lobby perché varie chiese, negli anni, hanno cercato di prendere una posizione equilibrata sul conflitto Israele-Palestina. E questo per i sionisti è un atto di «anti-semitismo». Nel complesso, tuttavia, i sionisti hanno fatto in modo che i loro rapporti con la maggior parte delle chiese cristiane sia tale che si possa ricorrere nei loro confronti alla colpa di secoli di persecuzione ebraica. Il loro più grande successo, i sionisti, lo hanno ottenuto riuscendo a portare le chiese cristiane evangeliche nelle file del movimento sionista, il che fornisce loro un massiccio sostegno in voti nell’America rurale dove pochi ebrei vivono.

Tra le chiese cristiane più liberali, i sionisti hanno dovuto lavorare a tempo pieno per fare in modo che i Presbiteriani, Episcopaliani e i Congregazionalisti non approvassero o non applicassero programmi di de-investimento dalle compagnie americane che traggono profitto dall’occupazione.

Insegnamento universitario
L’insegnamento universitario è stato da molto tempo un campo di battaglia tra i sionisti e i sostenitori della Palestina. Negli ultimi anni, la battaglia si è incentrata principalmente su due temi: sui de-investimenti e su ciò che può o non può essere insegnato del conflitto Israele-Palestina. I sionisti avevano già messo in opera il loro attivismo frenetico prima dell’attuale Intifada ma dopo che le critiche a Israele si svilupparono a causa dell’assalto contro Jenin dell’aprile 2002, ben 26 gruppi universitari guidati da Hillel e varie organizzazioni esterne alle Facoltà, dirette dall’AIPAC, dall’Anti Defamation League e dall’American Jewish Committee, (ADL e AJC, due altre organizzazioni sioniste, ndt) hanno fondato la Israel Campus Coalition. Sono riusciti finora a respingere ogni tentativo di de-investimento verso Israele nelle Università come hanno fatto con le chiese cristiane.

Nella battaglia sui contenuti dell’insegnamento, l’ADL ha avuto un vantaggio iniziale. Nei primi anni ’80, fu la prima organizzazione che pubblicò una lista di professori e militanti pro-arabi e poi la distribuì ai suoi membri e ai Media. Il gruppo più recente, Campus Watch, si è spinto fino a mettere anche gli indirizzi sul suo sito web ma è stato costretto a rimuoverli.
Nel campo universitario, l’AJC e Campus Watch hanno fatto pressioni sul Congresso per far approvare una legge che preveda il monitoraggio degli studi universitari mediorientali nelle Facoltà onde assicurarsi che i professori non indottrinino i loro studenti con “propaganda” anti-israeliana o anti-americana. Dal momento che una simile legge violerebbe il 1° emendamento della Costituzione e limiterebbe la libertà di espressione dei professori nelle aule, essa è bloccata in Senato.

Proprio in quest’ultimo scorcio di tempo, la lobby è riuscita a segnare un punto importante a suo vantaggio. É stata in grado di impedire alla Yale University, la più antica del paese, di assumere il professore ed esperto del Medio Oriente Juan Cole dell’Università del Michigan, anche se l’assunzione di Cole era stata raccomandata dal comitato universitario addetto alla scelta degli insegnanti. Il crimine di Cole? É critico verso Israele, verso la lobby e sostiene i palestinesi.

Conquista dei quotidiani
La conquista dei quotidiani ha rappresentato ha volte un problema, ma la lobby è uscita chiaramente vincitrice da questa battaglia. Considerando che sono di storica proprietà ebraica i due quotidiani più influenti del paese, il New York Times e il Washington Post, considerando che sono pro-israeliani i columnists di entrambi questi giornali e i loro articoli vengono venduti tramite agenzie a centinaia di altri giornali nell’intero paese, si può dire che il punto di vista pro-israeliano è l’unico che viene letto in America e sulle prime pagine e su quelle degli editorialisti.
Anche i telegiornali sono gestiti da pro-israeliani, eppure questo non basta ai gruppi sionisti che fanno monitoraggio della stampa e che sono riuniti nelle organizzazioni CAMERA e Honest Reporting. Accusano entrambi i giornali citati di essere favorevoli ai palestinesi e contrari a Israele. Tutto ciò, naturalmente, non ha alcun senso, ma serve a farli rigare dritto.

Libri
Qualsiasi rassegna dei titoli dei libri pubblicati in America rivela ancora un’altro successo della lobby. Sebbene ci sia stata una pletora di libri su Israele e la cultura ebraica, nulla ha avuto più successo rispetto alla promozione di libri sull’Olocausto ebraico e la produzione sembra non arrestarsi mai. Inoltre, è raro che un bimbo americano riesca a superare gli studi nella scuola pubblica senza subire un intenso studio dell’olocausto, soprattutto attraverso il Diario di Anna Frank. Per i ragazzi americani quella è tutta la storia della Seconda Guerra Mondiale. In effetti, gli scolari americani trascorrono più tempo a studiare l’olocausto rispetto al genocidio dei nativi americani (13 milioni di morti nell’America Settentrionale, ndt) e ai tre secoli e mezzo di schiavitù e le decine di anni di razzismo che seguirono. Prima di lasciare la scuola superiore, gli studenti americani avranno letto e sperimentato anche le piagnucolose recriminazioni di Eli Wiesel contro il mondo dei non-ebrei per non essersi precipitato in aiuto degli ebrei. Wiesel è oggi un punto fisso sulla scena culturale americana.

Relazioni con le comunità Afro-americana e Latino-americana
Non voglio scorrere oltre il programma dell’AZC, voglio solo sottolineare che i contatti che essa va tessendo con la comunità Afro-americana, e più recentemente con l’emergente popolazione Latino-americana, hanno rappresentato un fatto di importanza maggiore per la direzione della lobby. Ebrei di sinistra svolsero un ruolo importante in America durante le lotte per i diritti civili, mentre gli obiettivi principali della lobby sono stati da sempre quelli di controllare il programma politico dei neri e di determinarne la direzione. E in questo la lobby è riuscita a realizzare i suoi scopi. Alcuni ricchi uomini d’affari pro-israeliani contribuiscono a sostenere le finanze di chiese Afro-americane e così tengono buoni i loro ministri; allo stesso modo vengono forniti fondi e informazioni utili ai politici di colore che aspirano ad un posto nelle istituzioni, così che la loro fedeltà ai donatori, se non addirittura a Israele, viene assicurata. Coloro che si rifiutano di genuflettersi di fronte alla lobby, che a suo tempo richiedeva di inghiottire le critiche a Israele che forniva armi al regime dell’apartheid in Sud Africa, vengono immediatamente accusati di antisemitismo e presi di mira allo scopo di estinguerli politicamente.

Ciò che rimane oggi è quello che io ho chiamato “la piantagione invisibile.” L’unico membro del Congresso che non fa parte della piantagione al momento è Cynthia McKinney di Atlanta, Georgia. Riuscirono a sconfiggerla nel 2002 per aver criticato Israele e la guerra in Iraq, ma lei diede battaglia e riconquistò il seggio nel 2004, con gran dispiacere non solo della lobby ma anche del Partito Democratico.
É pronto contro di lei un nuovo fuoco di sbarramento alle primarie del 18 luglio 2006 in Georgia.

Mancanza di opposizione
Infine, ed è la cosa più sconvolgente, ciò che distingue la lobby israeliana dalle altre lobby è che essa non trova un significativo contrasto.
In realtà, solo la primavera scorsa, con la pubblicazione nella London Review of Books del saggio intitolato ‘La lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti’, scritto dai professori universitari John Mearsheimer della University of Chicago and Steven Walt, di Harvard, l’argomento del potere e dell’influenza della lobby sulla politica estera americana in Medio Oriente è diventato un tema accettabile di dibattito pubblico.

Nel loro scritto i due studiosi hanno affermato, con prove abbondanti, che il sostegno statunitense a Israele in tutti questi anni non ha fatto gli interessi nazionali dell’America e che la guerra in Iraq è stata scatenata essenzialmente per conto di Israele, infine essi hanno efficacemente contrastato l’idea che Israele rappresenti un “bene strategico” degli Stati Uniti in questo momento.
Il fatto che si sia dovuto pubblicare il saggio a Londra, dopo che sia stato rifiutato dall’Atlantic Magazine negli Stati Uniti la dice lunga su quanto la discussione sulla lobby sia un argomento tabù negli ambienti della politica Americana.

Gli ambienti a cui mi riferisco non includono soltanto i sostenitori di Israele, i politici nelle istituzioni e i Media su cui i primi esercitano la loro influenza, ma anche la sinistra americana e la sua figura centrale, il prof. Noam Chomsky. Quest’ultimo, da una parte ha lodato i due studiosi per aver sollevato il problema della lobby, ma dall’altra si è affrettato, con aria indifferente, di liquidare le loro tesi senza nemmeno affrontarne i punti essenziali.

Non è stata una sorpresa. Per più di 30 anni, in innumerevoli libri, discorsi e interviste, il prof. Chomsky ha sostenuto che Israele è un “bene strategico” americano, che è utilizzato come “poliziotto a tempo” in Medio Oriente, e che la lobby non è proprio un fattore nelle decisioni di politica estera a Washington. Sembra così, egli insiste, perché le posizioni della lobby tendono ad andare d’accordo con quelle dell’elite dirigente americana. É interessante notare anche che Chomsky si oppone fortemente a ogni forma di pressione economica contro Israele, sia essa boicottaggio, de-investimento o sanzioni simili a quelle contro il Sud Africa dell’apartheid.
Avendo investito tanto nella sua posizione, il prof. Chomsky non cambierà certo idea proprio ora. Né, pare, lo faranno altri professori, come Stephen Zunes, che hanno adottato rigidamente il suo punto di vista.

I movimenti contro la guerra e per la Palestina
Ma quello che è più grave è che questa è stata la posizione del movimento contro la guerra e di quello di solidarietà con la Palestina. Invece di dare il benvenuto all’opportunità di criticare o per lo meno discutere il ruolo della lobby offerta dal saggio di Mearsheimer e Walt, i movimenti lo hanno ignorato o, come Chomsky e Zunes, hanno insistito nel dire che il problema non è la lobby, ma l’imperialismo americano (come se le due cose si escludessero a vicenda) che è un obiettivo facile ma offre poco fondamento per un’azione politica concreta. Il fatto che il movimento di solidarietà con la Palestina negli Stati Uniti abbia finora rappresentato un fallimento completo, credo, è dovuto al suo rifiuto di riconoscere il potere della lobby israeliana e quindi di combatterla a livello locale e nazionale.

É interessante notare che già nel 1971, tre anni prima che Chomsky pubblicasse il suo primo libro su Israele, Roger Hilsman, che era stato dirigente del Dipartimento di Stato (Esteri) nel settore dell’intelligence durante l’amministrazione Kennedy, aveva scritto:

Risulta ovvio, anche all’osservatore più distratto, per esempio, che la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, dove il fattore petrolio è fondamentale, è stata più sensibile alle pressioni della comunità ebraico-americana e al suo ovvio desiderio di sostenere Israele di quanto non lo sia stata agli interessi petroliferi americani.

Stephen Green ha compiuto una ricerca su questo argomento andandosi a spulciare documenti del Dipartimento di Stato e così ha cominciato a dissodare un terreno fino allora rimasto vergine. La sua ricerca si trova nel magnifico libro ‘Taking Sides: America’s Secret Relations with Militant Israel’. Nel libro egli afferma, solo in un modo un po’ più sfumato:


Dal 1953, Israele e gli amici di Israele in America, hanno determinato a grandi linee la politica americana nella regione. É toccato ai presidenti americani realizzare quella politica, con gradi diversi di entusiasmo, e con la libertà di vedersela con scelte di carattere tattico.


Il defunto prof. Edward Said non usava mezzi termini sull’argomento. Nel 2001, nel suo contributo dal titolo ‘L’ultimo tabù dell’America’ per la raccolta di articoli La nuova Intifada si chiedeva retoricamente:

Cosa spiega l’attuale stato delle cose? La risposta si trova nel potere delle organizzazioni sioniste nella politica americana, il cui ruolo, nel corso di tutto il «processo di pace» non è stato mai affrontato in modo adeguato – un errore che è del tutto sorprendente, dato che la politica dell’OLP è stata quella di gettare il nostro destino in quanto popolo nelle braccia degli Stati Uniti, senza nessuna consapevolezza strategica di quanto la politica americana sia dominata da una piccola minoranza i cui punti di vista sul Medio Oriente sono in qualche modo ancora più estremisti di quelli dello stesso Likud.

Riguardo all’AIPAC, Said scriveva:

L’American Israel Public Affairs Committee – l’AIPAC – per anni è stato l’unica strapotente lobby a Washington. Attingendo da una popolazione ebraica ben organizzata, ben collegata, molto visibile e ricca, l’AIPAC ispira paura e rispetto in tutto l’ambiente politico. Chi oserà ergersi contro questo Moloc per conto dei palestinesi quando questi non possono offrire nulla, mentre invece l’AIPAC può distruggere una carriera professionale semplicemente staccando un assegno? Nel passato, uno o due membri del Congresso hanno osato resistere apertamente all’AIPAC, ma poi i numerosi comitati d’azione politici controllati dall’AIPAC hanno fatto in modo che costoro non venissero mai più rieletti …. Se questo è il materiale del ramo legislativo, cosa ci si può aspettare dell’esecutivo?

La voce del prof. Said, come altre voci, caddero su orecchie per lo più sorde.
Così, non dovrebbe apparire sorprendente che nell’assenza di qualsiasi opposizione pubblica organizzata e nella vergognosa inadempienza da parte di coloro che dicono di sostenere la causa palestinese, la lobby israeliana non ha avuto difficoltà a mantenere il suo controllo sul Congresso degli Stati Uniti, e dirigere di fatto la politica mediorientale americana. Essa ha fatto in modo che qualsiasi presidente che si è opposto ad essa abbia dovuto pagare il prezzo di una prevedibile sconfitta elettorale il giorno delle elezioni per il secondo mandato.

Ogni presidente, a cominciare da Richard Nixon, ha fatto qualche timido sforzo per costringere Israele a lasciare la Cisgiordania, Gaza e le alture del Golan, non per il beneficio dei palestinesi, ma per migliorare gli interessi regionali dell’America. Ogni minimo sforzo è stato ostacolato dalla lobby.

L’unica eccezione è stata Jimmy Carter, un politico outsider, il quale costrinse Menachem Begin a evacuare la penisola del Sinai in cambio del trattato di pace di Camp David con l’Egitto e nel 1978, per fargli inghiottire il rospo, gli ordinò di ritirare le sue truppe dal Libano, dopo a prima invasione israeliana del suo vicino settentrionale.

La lobby, naturalmente, non era contenta degli accordi di Camp David, né dei suoi altri sforzi di fare pressioni su Israele e così anche lui dovette pagare il prezzo. Ciò avvenne alle elezioni del 1980 quando ricevette solo il 48% dei voti ebraici, la percentuale più bassa di qualsiasi candidato Democratico da quando si è cominciato a tenere il conto.

Data la situazione che ho descritto, le prospettive di cambiamento della politica americana se non fosse altro nei termini di dare un po’ più di giustizia ai palestinesi non sono affatto rosee.
Ciò che ci resta da fare è spiegare perché e cercare di far capire a coloro che sono alla testa del movimento e ne stabiliscono la direzione sbagliata che essi devono o cambiare atteggiamento o togliersi da mezzo.

Tradotto dall’inglese da Manno Mauro, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (tlaxcala@tlaxcala.es). Questa traduzione è in Copyleft.

 

http://www.corriere.it/Primo_Piano/E...5/saggio.shtml 

"Gli ebrei dietro le guerre degli Usa": è polemica per un saggio in america


Il saggio di un docente di Harvard crea un caso politico «Gli ebrei dietro le guerre degli Usa». Protesta Israele, l'ateneo prende le distanze dalle tesi dello studioso: «Dal '67 una lobby ebraica guida la politica estera»

GERUSALEMME - È la Lobby. Minacciosa come nel titolo di un romanzo di John Grisham. È la Lobby che avrebbe spinto l’America alla guerra con l’Iraq, è la Lobby che ora vorrebbe un attacco all’Iran, è la Lobby che avrebbe preso il controllo della Casa Bianca. Contro gli interessi degli Stati Uniti e per il bene di un solo Paese: Israele. Quello che il quotidiano liberal Haaretz ha definito «I Protocolli di Harvard e Chicago» è un articolo di due docenti, esperti di strategia internazionale, pubblicato dalla London Review of Books . Nelle 83 pagine, John Mearsheimer (Università di Chicago) e Stephen Walt (Harvard) vogliono descrivere «un’alleanza di uomini e organizzazioni che lavorano dal 1967, dai tempi della Guerra dei Sei Giorni, per dirottare la politica estera di Washington».

Fanno nomi, cognomi e ragioni sociali, senza distinzioni di fede (non tutti gli «agenti» della Lobby sono ebrei, specificano i professori, le pressioni arrivano anche dai cristiani evangelici) e di appartenenza politica (ci sono liberal e repubblicani). A destra, citano: Paul Wolfowitz (vice di Donald Rumsfeld, adesso presidente della Banca Mondiale), Douglas Feith (un altro ex sottosegretario del Pentagono), il pensatoio conservatore American Enterprise Institute, il Wall Street Journal . A sinistra: la Brookings Institution, gli editorialisti del New York Times . A muovere questi «tentacoli», l’Aipac (America-Israel Public Affairs Committee) e la Conferenza delle organizzazioni ebraiche. Che con le loro manovre «hanno messo in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo». «Non ci sono dubbi - scrivono - che numerosi leader di Al Qaeda, incluso Osama Bin Laden, sono motivati nella loro battaglia dal controllo israeliano su Gerusalemme e dalla tragedia palestinese».

La versione completa di La Lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti, apparsa sul sito della John F. Kennedy School of Government, portava in copertina il logo di Harvard. L’ateneo ha poi deciso di prendere le distanze dal saggio, cancellando il marchio e aggiungendo una nota introduttiva: «Le opinioni espresse appartengono solo agli autori». Che in Israele sono stati attaccati da Haaretz ma anc he dal Jerusalem Post . E negli Stati Uniti sono stati sfidati a un confronto da Alan Dershowitz: «Non è uno studio accademico - ha detto l’avvocato e docente di legge proprio ad Harvard -. È solo una compilazione di paragrafi pieni d’odio a cui è stato dato un imprimatur universitario. In alcuni casi, hanno preso citazioni e frasi che circolano nei siti neo-nazisti». L’articolo è stato elogiato da David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, noto per le posizioni antisemite (invitato in Siria, si era lanciato contro «i sionisti che occupano New York»), ed è distribuito via Internet dalle organizzazioni palestinesi e dai Fratelli Musulmani. Mearsheimer e Walt sostengono che l’appoggio allo Stato ebraico avrebbe colpito tutti gli aspetti della vita americana: gli aiuti durante la guerra del Kippur (1973) causarono come rappresaglia un embargo petrolifero che fece alzare il prezzo della benzina. «La combinazione di un sostegno sconsiderato a Israele e lo sforzo di diffondere la democrazia in Medio Oriente hanno infiammato l’opinione pubblica araba e islamica».

In queste settimane, la Lobby starebbe «macchinando» per spingere a un conflitto con l’Iran. Inutile (anzi controproducente), nella visione dei due professori. «Se Washington ha potuto vivere con un’Unione Sovietica o una Cina nuclearizzate, può farlo anche con Teheran». «Queste tesi sono comuni tra le frange dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, circolano come un rumore di fondo - ha commentato la rivista Forward -. L’aspetto più preoccupante è che adesso vengano adottate da docenti universitari che non fanno parte del giro di Noam Chomsky ed entrino nel dibattito pubblico. È sempre stato così: quando le cose vanno male, come in Iraq, ci vuole qualcuno da incolpare. Gli ebrei».

Davide Frattini
25 marzo 2006