Nel 1961, la svolta del processo Eichmann
Centinaia di persone erano presenti, il 15 febbraio 2000, a un dibattito
filosofico sulla memoria. Invitati a Gerusalemme dall'Institut d'Études
levinassiennes (1),
Bernard-Henri Levy e Alain Finkelkraut hanno cercato di individuare il «senso»
di Auschwitz e il carattere unico dell'Olocausto. Si trattava di chiarire se
il ricordo avesse avuto la meglio sull'oblio, o l'oblio sul ricordo, e
valutare profitti e perdite, per Israele, della salvaguardia della memoria del
genocidio.
Secondo Alain Finkelkraut, Israele ha tutto da perdere in tale operazione.
Sottolineando la natura dell'Olocausto in quanto male assoluto, gli ebrei
finiscono per negare un dato importante della storia culturale dell'Europa:
l'antisemitismo. Grandi dibattiti astratti di questo genere sono rari in
Israele.
Qui, per la maggior parte della popolazione, gli orrori passati fanno
semplicemente parte della biografia personale, oppure sono stati assunti come
un dato dell'identità collettiva. Non c'è praticamente giorno che un
giornale non faccia riferimento all'Olocausto, sebbene pochi israeliani
sviluppino una riflessione sul problema della memoria.
Simbolicamente, il dibattito si svolgeva nella stessa sala in cui Adolf
Eichmann era stato giudicato quarant'anni or sono, durante un processo che ha
fornito a Israele lo spunto per una elaborazione della propria memoria
collettiva dell'Olocausto.
Adolf Eichmann, ufficiale superiore delle Ss, organizzatore dello sterminio
degli ebrei, era stato sequestrato da agenti segreti israeliani a Buenos Aires
nel maggio 1960. Gli uomini del Mossad avrebbero potuto ucciderlo, ma il loro
obiettivo era un altro. Fino a quel momento, la caccia agli ex-nazisti non era
mai stata una priorità per Israele.
Il primo ministro David Ben Gourion era interessato non tanto all'uomo
Eichmann, quanto al suo processo «Qui l'essenziale non è la condanna ma
piuttosto il fatto che il processo si svolga, e si svolga a Gerusalemme»,
aveva dichiarato. Gli obbiettivi di Ben Gourion erano due: il primo era
ricordare alle nazioni del mondo che l'Olocausto le obbligava ad appoggiare
l'unico stato ebraico esistente sul pianeta. «In Egitto e in Siria, i
discepoli dei nazisti vogliono distruggere Israele, e questo è il pericolo più
grande al quale siamo esposti.» E Ben Gourion aggiungeva che la propaganda
antisionista alimentata dai paesi arabi, ispirata dai nazisti, era una
espressione di antisemitismo. «In genere, essi dicono"sionisti" ma
pensano"ebrei"». Poiché i nemici di Israele sono i nemici del
popolo ebraico, l'appoggio a Israele si identificava con la lotta
all'antisemitismo. In definitiva, il genocidio confermava la validità morale
dell'idea sionista e serviva la strategia dello stato di Israele. Dopo la
seconda guerra mondiale, il movimento sionista aveva già usato l'Olocausto
come strumento per promuovere l'indipendenza dello stato ebraico. Non si può
tuttavia affermare che Israele sia sorto dal genocidio. Certo, il trauma,
l'orrore e il senso di colpa hanno generato una profonda simpatia per gli
ebrei, e in particolare per i sionisti, che hanno tratto vantaggio da questa
situazione. Ciononostante, resta il fatto che le grandi imprese sociali,
economiche, politiche e militari d'Israele sono sorte durante il trentennio
che precedette la seconda guerra mondiale. E lo sterminio degli ebrei d'Europa
ha pesantemente ostacolato il sogno sionista, costringendo Israele a far
venire in massa gli ebrei dai paesi arabi, al punto di compromettere la natura
europea dello stato così come era sempre stato inteso dal movimento. A dire
il vero, il malcontento di questa popolazione orientale, segnatamente dei
nuovi immigrati ebrei marocchini (2),
ha rafforzato la decisione di Ben Gourion di mettere in scena un grande
processo dell'Olocausto.
«Vivevano in Asia o in Africa e non avevano la minima idea di ciò che Hitler
aveva fatto. Bisognava dunque spiegare loro tutto ciò partendo da zero»,
riteneva il primo ministro. Nella sua mente dunque, il secondo obbiettivo del
processo Eichmann era impartire agli israeliani, in particolare ai giovani,
alcune lezioni di Olocausto. Egli voleva riunire tutta la società in una
catarsi nazionale coinvolgente, purificatrice e patriottica. Va detto inoltre
che il processo serviva anche a controbilanciare l'accusa rivolta al movimento
sionista diretto da Ben Gourion, il quale non avrebbe fatto tutto quanto era
in suo potere per salvare gli ebrei d'Europa. Il primo ministro e il suo
governo mostravano in tal modo di non essere indifferenti all'Olocausto,
nonostante i loro tentativi volti a stabilire stretti legami economici e
militari con la Germania federale. La vera importanza del processo è legata
alla sua funzione di terapia collettiva. Prima del processo, in Israele, il
genocidio era un argomento quasi tabù. I genitori non ne parlavano con i
figli, i quali a loro volta non osavano interrogarli. L'orrore, il senso di
colpa e la vergogna facevano calare sull'Olocausto in un profondo silenzio.
Molti israeliani si sentivano colpevoli per avere lasciato l'Europa prima
della catastrofe, e persino per avervi abbandonato i loro cari.
Molti superstiti si vergognavano di essere sopravvissuti, e sentivano di
doversi giustificare. Molti israeliani disprezzavano la debolezza delle
vittime e chiedevano perché gli ebrei non si erano difesi.
Alcuni guardavano dall'alto gli ex deportati, pretendendo di incarnare l'«ebreo
nuovo» caro alla mitologia sionista. Era gente distrutta, nel corpo e nella
mente. E, se molti desideravano parlare della propria esperienza, ma pochi se
ne mostravano interessati.
Perciò il processo Eichmann ha segnato l'inizio di una riflessione grazie
alla quale l'Olocausto, sentito inizialmente come un trauma misterioso e
tremendamente doloroso, si è trasformato in memoria nazionale
istituzionalizzata, per diventare alla fine una componente fondamentale
dell'identità d'Israele, della sua cultura e della sua vita politica. I
sondaggi di opinione confermano che oggi la maggior parte degli israeliani si
considera sopravvissuta al genocidio, anche se le famiglie provengono dal
mondo arabo. I viaggi sui luoghi dello sterminio in Polonia fanno parte del
cursus di ogni liceale. Il modo in cui l'Olocausto si è trasformato in
elemento centrale della vita quotidiana è solo in parte legato al conflitto
arabo-israeliano.
Il cambiamento di atteggiamento di Israele nei confronti della Shoah
rispecchia due evoluzioni importanti degli ultimi anni, che potrebbero
condurre il paese oltre il sionismo: Israele è diventato assieme più ebreo e
più americano, due tendenze che non si sono ancora totalmente realizzate.
Contrariamente a quanto sognavano i padri fondatori, la maggior parte degli
israeliani resta legata a un atteggiamento inviso all'ideologia sionista: la
mentalità «degenerata» dall'esilio. Man mano che gli anni passavano, essi
hanno riscoperto le proprie radici ebraiche e coltivato la tradizione ebraica.
L'identità alternativa dell'«uomo nuovo», che rimanda direttamente agli
eroi biblici, ha mostrato i suoi limiti. Non si possono cancellare duemila
anni di storia e sostituirli con una nuova ideologia. Sono numerosi i segnali
che attestano la crescente importanza della tradizione ebraica nella cultura,
a partire dal ruolo sempre più incisivo della religione. Un'altra prova è
costituita dall'importanza assunta dall'Olocausto, soprattutto tra i non
religiosi.
La memoria li ha riportati al giudaismo. A Gerusalemme, nel centro della città,
si è aperto un McDonald's kasher (3)
spesso citato dai media statunitensi come esempio del processo di
americanizzazione del paese. Altro segnale, la percentuale di israeliani
utenti di Internet supera quella di altri paesi sviluppati.
Negli ultimi vent'anni, l'influenza americana ha profondamente trasformato i
meccanismi sociali nel campo socio-economico, politico e culturale.
Quando, negli anni ottanta, l'Olocausto è apparso come parte essenziale
dell'identità israeliana, un'evoluzione dello stesso tipo si è verificata
nella comunità ebraica americana e si è estesa al altri paesi. Insomma, la
coscienza nazionale ha assimilato il genocidio come un elemento fra altri,
ugualmente promossi sotto l'influenza degli Stati uniti.
Più ebrei e più americani, meno insicuri e visibilmente più maturi, più
individualisti e meno ideologici che mai, quasi tutti gli israeliani hanno
smesso di vivere con una mentalità tribale e da «stato d'assedio».
Essi vivono soprattutto per la vita come tale, esattamente secondo lo spirito
della cultura americana contemporanea. Questo nuovo atteggiamento spiega perché
molti di loro siano giunti ad appoggiare gli accordi di Oslo. Dietro il vicolo
cieco, apparentemente senza speranza, dei negoziati di pace, si nasconde il
cambiamento storico della posizione d'Israele.
Ancora pochi anni fa, questo stato rifiutava di riconoscere l'Olp.
C'era addirittura una legge che vietava rapporti privati con l'Organizzazione
e certi militanti pacifisti furono processati e incarcerati per non averla
osservata. Israele asseriva che non avrebbe rinunciato ad alcuno dei territori
occupati nel 1967, se non nell'ambito di un accordo definitivo: invece lo ha
fatto. Israele si opponeva duramente all'indipendenza palestinese: oggi non è
più così. Israele rifiutava l'idea di una sia pur minima modifica dello
statuto di Gerusalemme: Ehud Barak ha offerto ai palestinesi di condividere la
sovranità sulla città, infrangendo un tabù quasi sacro. Sono molto più
numerosi di quanto si potesse prevedere gli israeliani che lo hanno appoggiato
in queste trattative e, allo stesso modo, la maggior parte di essi ha
sostenuto con entusiasmo il ritiro dell'esercito dal Libano...
Tutti questi sviluppi sono andati di pari passo con il peso crescente
dell'Olocausto, segno che la memoria non ha irrigidito la mente degli
israeliani. In realtà è più difficile distinguere i sentimenti autentici
suscitati dall'Olocausto dagli argomenti miranti a manipolarlo. Israele ha
agito sotto l'influenza dei primi, pur usando anche i secondi.
Ad esempio si può ritenere che l'Olocausto figurava tra le motivazioni di Ben
Gourion quando decise di dotare il paese di un arsenale nucleare - in questo
caso, nessun dubbio che si tratti di un sentimento autentico.
Ma quando il primo ministro Menahem Begin scrisse al presidente americano
Ronald Reagan perché mandasse l'esercito a Beirut per catturare Adolf Hitler
- vale a dire Yasser Arafat - nel suo bunker, egli manipolò l'Olocausto. Allo
stesso modo gli oppositori ai negoziati di Oslo hanno massicciamente usato il
genocidio: poco prima di essere assassinato, il primo ministro Yitzhak Rabin
era rappresentato in un manifesto con la divisa degli Ss...
Un dibattito permanente oppone quanti mettono l'accento sugli insegnamenti
nazionali dell'Olocausto e quanti insistono sui suoi insegnamenti universali.
Molti istituti d'istruzione ultra ortodossi ostentano ormai apertamente la
propria posizione, nonostante il problema, sempre delicato, del ruolo di Dio
nell'Olocausto. Il rabbino Ovadia Yosef, leader del partito ultra-ortodosso
orientale Shass, ha recentemente spiegato quanto la sua comunità fosse
irritata per essere stata esclusa dalla memoria nazionale del genocidio. Più
passa il tempo più diminuisce il numero dei sopravvissuti , che hanno per lo
più conosciuto i campi di sterminio da bambini. Si tende dunque, sempre di più,
a presentare lo sterminio degli ebrei come un crimine contro i bambini. E il
fatto che si parli sempre meno dei «sei milioni», per concentrarsi sul
ricordo di individui precisi, è segno dell'individualismo crescente e
tipicamente americano di Israele. Tutti questi sviluppi sono naturali e, quasi
sempre, spontanei.
Si inseriscono nel pensiero politico e culturale di una società che, finora,
non è riuscita a esprimere un' identità collettiva consensuale.
Descrivere la memoria israeliana del genocidio come semplice strumento della
propaganda sionista - come pretendono alcuni fra quanti negano l'Olocausto,
antisionisti di professione e portavoce palestinesi - è deleterio, o folle, o
entrambe le cose. Nel caso dei palestinesi, questa posizione rischia di
rivelarsi molto dannosa: perché non si può capire veramente Israele senza
comprendere il ruolo svolto dall'Olocausto nella mentalità del suo popolo.
Certi intellettuali arabi, fra cui i palestinesi Edward W. Said, Mahmoud
Darwish e Elias Sanbar, hanno di recente diffuso una dichiarazione contro una
conferenza neo-nazista prevista a Beirut (che poi è stata vietata). Questa
denuncia dell'antisemitismo in generale, e dei negatori dell'Olocausto in
particolare, è stata interpretata in Israele come un gesto incoraggiante,
essenziale per gli sforzi volti a colmare la distanza emozionale tra
israeliani e palestinesi. E tutti sanno che non si può raggiungere la pace
con il nemico senza capirlo.
note:
* Giornalista e storico, Gerusalemme. Autore di Septième Million.
Les Israéliens et le génocide (la cui uscita in Italia è prevista per la
seconda parte dell'anno nelle edizioni Mondadori) e di C'était en Palestine
au temps des coquelicots, ed. Liana Levi, Parigi, rispettivamente 1993 e 2000.
(1) Dal nome di Emmanuel Levinas,
filosofo ebreo di origine lituana (1906-1995).
(2) Scontri violentissimi erano
avvenuti, in particolare, nel 1959 nel quartiere Wadi Salib di Haòfa.
(3) Cioè la sua cucina rispetta
rigorosamente gli int
da "il manifesto" del 26 Febbraio 2004
IL MARCHIO A STELLA
Uno stato contro un popolo
L'antisemitismo e l'antisionismo non vanno mai
confusi. Il primo è cresciuto in Europa ed è una forma di razzismo che ha
avuto nella shoah la sua tragica esemplificazione. Il secondo critica solamente
la politica coloniale di Israele contro i palestinesi
TARIQ ALI,
L'antisemitismo è un'ideologia razzista volta contro gli
ebrei. Ha radici antiche. Nel suo classico La questione ebraica.
Un'interpretazione marxista, pubblicato postumo in Francia nel 1946, il
marxista belga Abram Leon (attivo nella resistenza durante la II guerra mondiale
e giustiziato dalla Gestapo nel 1944) ha inventato la categoria di un «popolo
classe» in riferimento alla vicenda degli ebrei, che sono riusciti a preservare
le loro caratteristiche linguistiche, etniche e religiose nel corso di tanti
secoli senza essere assimilati. Questo non è vero unicamente per ebrei;
altrettanto si potrebbe affermare di molte minoranze etniche: i copti, gli
armeni della diaspora, i mercanti cinesi in Asia sud-orientale, i musulmani in
Cina, ecc. Prerogativa comune di questi gruppi è che divennero commercianti in
un mondo pre-capitalistico, dove ricchi e poveri provavano lo stesso disagio.
L'antisemitismo del XX secolo, solitamente fomentato dall'alto dai preti
(Russia, Polonia), da politici o intellettuali (Germania, Francia e, dopo il
1938, Italia), da grossi affaristi (Usa, Gran Bretagna), ha fatto leva sulle
paure e sul sentimento di insicurezza di una popolazione impoverita. Da qui la
definizione di August Bebel dell'antisemitismo come «il socialismo degli
sciocchi». Come in altre forme di razzismo, le radici dell'antisemitismo sono
sociali, politiche, ideologiche, economiche. Lo sterminio degli ebrei nella II
guerra mondiale, attuato dal complesso politico-militare-industriale
dell'imperialismo tedesco, è stato uno dei peggiori crimini del XX secolo, ma
non l'unico. Prima della grande guerra, i massacri compiuti dal Belgio in Congo
causarono tra i dieci e i dodici milioni di morti.
L'unicità dello sterminio degli ebrei sta nel fatto che esso si è consumato in
Europa (il cuore della civiltà cristiana) e che è stato perpetrato
sistematicamente - da tedeschi, polacchi, ucraini, lituani, francesi e italiani
- come fosse la cosa più normale del mondo. Da qui la definizione di Hannah
Arendt su «la banalità del male». Dopo la fine della II guerra mondiale, in
Europa occidentale l'antisemitismo popolare del vecchio tipo è declinato
restando limitato in larga misura a ciò che restava delle organizzazioni
fasciste o a organizzazioni neofasciste. In Polonia, dove gli ebrei furono
uccisi praticamente tutti, è rimasto forte, così come in Ungheria.
Nel mondo arabo c'erano minoranze ebraiche bene integrate al Cairo, a Baghdad e
a Damasco, che non soffrirono al tempo dello sterminio degli ebrei d'Europa.
Storicamente, i musulmani e gli ebrei sono stati molto più vicini gli uni agli
altri di quanto entrambi non siano stati vicini alla cristianità. Anche dopo il
1948, quando tra le due comunità sorsero tensioni in tutto l'oriente arabo,
furono le provocazioni sioniste, come gli attentati dinamitardi dei caffè
ebraici a Baghdad, a spingere gli ebrei arabi fuori dei loro paesi nativi, in
Israele.
Il sionismo non ebraico ha un pedigree antico e permea la cultura europea.
Risale alla nascita delle sette fondamentaliste cristiane dei secoli XVI e XVII,
che prendevano l'Antico Testamento alla lettera. Ne fecero parte Oliver Cromwell
e John Milton. In seguito, per altri motivi, Rousseau, Locke e Pascal salirono
sul carro del sionismo. Infine, per ragioni abiette, anche il Terzo Reich
sostenne l'idea di una patria per gli ebrei. L'introduzione alle «Leggi di
Norimberga» del 15 settembre 1935 recitava: «Se gli ebrei avessero un loro
stato dove la maggior parte di essi si sentisse a casa, la questione ebraica
potrebbe essere considerata risolta già oggi, anche per gli stessi ebrei. Tra
tutti, i sionisti convinti sono quelli che meno hanno obiettato alle idee
fondamentali delle Leggi di Norimberga, perché sanno che queste leggi sono
l'unica soluzione corretta per il popolo ebraico». Molti anni dopo, Haim Cohen,
un ex giudice della Corte Suprema di Israele, affermava: «L'amara ironia del
fato ha decretato che le stesse argomentazioni biologiche e razziali sviluppate
dai nazisti, che ispirarono le incendiarie leggi di Norimberga, facciano da base
alla definizione ufficiale dell'ebraicità in seno allo stato di Israele»
(citato in Joseph Badi, Fundamental Laws of the State of Israel, 1960).
I leader sionisti hanno spesso negoziato con gli antisemiti per conseguire i
loro obiettivi. Theodor Herzl parlò apertamente con Von Plehve, principale
promotore dei pogrom nella Russia zarista; Jabotinsky collaborò con Petlura, il
boia ucraino degli ebrei; sionisti «revisionisti» trattarono in termini
amichevoli con Mussolini e Pilsudski: gli accordi di Haavara tra le
organizzazioni sioniste e il Terzo Reich stabilirono l'evacuazione dei beni
degli ebrei tedeschi.
Il sionismo moderno è l'ideologia del nazionalismo secolare ebraico. Esso ha
poco a che fare con il giudaismo come religione e, a oggi, molti ebrei ortodossi
sono rimasti ostili al sionismo. Tra questi, la setta chassidica che,
nell'aprile 2002, ha partecipato a una manifestazione palestinese a Washington
portando cartelli che dicevano: «abbasso il sionismo» e «Sharon: il sangue
palestinese non è acqua».
Il sionismo nacque nel XIX secolo come risposta diretta al feroce antisemitismo
che permeava l'Austria. I primi immigrati ebrei in Palestina arrivarono nel
1882, e molti di loro erano interessati solo a mantenere una presenza culturale.
Non esiste un «diritto storico» degli ebrei nei confronti della Palestina.
Questo mito grottesco ignora la storia reale (già nel XVII secolo, Baruch
Spinoza definì l'Antico Testamento «una raccolta di favole», censurò i
profeti e per questo fu scomunicato dalla sinagoga di Amsterdam). Molto prima
della conquista romana della Giudea nel 70 d.C., la maggioranza della
popolazione ebraica viveva al di fuori della Palestina. Gli ebrei nativi furono
gradualmente assimilati nei gruppi confinanti come i fenici, i filistei, ecc. I
palestinesi sono, nella maggior parte dei casi, i discendenti delle antiche tribù
ebraiche e la scienza genetica recentemente ha confermato questo dato sgradito
ai sionisti.
Lo stato di Israele fu creato nel 1948 dall'Impero britannico e sostenuto poi
dal suo successore americano. Era uno stato di coloni europei. I suoi primi
leader proclamarono il mito di una «terra senza popolo per un popolo senza
terra», negando così la presenza dei palestinesi. Alcune settimane fa lo
storico sionista Benny Morris in una agghiacciante intervista a Haaretz
ha ammesso l'intera verità. Nel 1948, l'esercito sionista cacciò 700.000
palestinesi dai loro villaggi. Si verificarono numerosi episodi di stupri. Egli
parla di «pulizia etnica», distinguendola accuratamente dal genocidio, e
prosegue difendendo la pulizia etnica se perpetrata da una civiltà superiore,
paragonandola allo sterminio dei nativi americani da parte dei coloni europei in
Nord America. Anche questo, per Morris, fu giustificato.
Gli antisemiti e i sionisti avevano un aspetto in comune: l'idea che gli ebrei
fossero una razza speciale, che questa non potesse integrarsi nelle società
europee e che necessitasse di un suo grande ghetto o patria. La falsità di
questa idea è dimostrata dalle realtà di oggi. La maggioranza degli ebrei del
mondo non vivono in Israele, ma in Europa occidentale e in Nord America.
L'antisionismo fu una battaglia che prese le mosse dal progetto di
colonizzazione sionista. Alcuni intellettuali di origine ebraica hanno svolto un
ruolo importante in questa campagna e lo fanno ancora oggi, anche in Israele.
Tutte le mie conoscenze su sionismo e antisionismo derivano dagli scritti e dai
discorsi di ebrei antisionisti: Akiva Orr, Moshe Machover, Haim Hanegbi, Isaac
Deutscher, Ygael Gluckstein (Tony Cliff), Ernest Mandel, Maxime Rodinson, Nathan
Weinstock, solo per citarne alcuni. Essi hanno obiettato che il sionismo e le
strutture dello stato ebraico non hanno offerto un vero futuro al popolo ebraico
insediatosi in Israele. Non hanno offerto altro che una guerra infinita. Dopo il
1967 c'è stato un revival del movimento nazionale palestinese che ha visto
sorgere molti gruppi differenti, la maggior parte dei quali distinguevano
attentamente tra antisionismo e antisemitismo. Nondimeno, il ruolo svolto da
Israele indubitabilmente ha alimentato un antisemitismo popolare nel mondo
arabo. Comunque questo non ha radici antiche e uno stato sovrano palestinese vi
porrebbe fine rapidamente. Storicamente, si sono verificati pochissimi scontri
tra ebrei e musulmani negli imperi arabi.
La campagna contro il presunto, nuovo «antisemitismo» odierno in Europa è
fondamentalmente un cinico espediente da parte del governo israeliano per
sottrarre lo stato sionista a qualunque critica alla sua costante e sistematica
brutalità contro i palestinesi. Gli attacchi quotidiani sferrati dall'esercito
israeliano hanno devastato le città e i villaggi palestinesi, ucciso migliaia
di civili (specialmente bambini) e i cittadini europei sono consapevoli di
questo. La critica a Israele non può e non deve essere equiparata
all'antisemitismo. Il fatto è che Israele non è uno stato debole e indifeso.
È il più forte stato della regione. Possiede armi di distruzione di massa
vere, non immaginarie. Possiede più carri armati, aerei da guerra e piloti che
il resto del mondo arabo messo insieme. Affermare che questo stato è minacciato
da un qualunque stato arabo è pura demagogia. È Israele a creare le condizioni
che portano agli attentatori suicidi, come persino i sionisti più convinti
stanno cominciano a capire. Fintantoché la Palestina resterà oppressa, non ci
sarà pace nella regione.
La sofferenza quotidiana dei palestinesi non appassiona la coscienza liberale
dell'Europa, oppressa dal senso di colpa (e a ragione) per non aver saputo
difendere in passato gli ebrei dell'Europa centrale dal rischio di estinzione.
Ma il loro sterminio non dovrebbe essere usato come copertura per commettere
crimini contro il popolo palestinese. Su questa questione le voci dell'Europa
dovrebbero levarsi forti e chiare, e non farsi intimidire dal ricatto sionista.
(Traduzione di Marina Impallomeni)
la rivista del
manifesto numero
28
maggio 2002
Terra e Libertà
NON SONO NEUTRALE
Luciana
Castellina
No,
non comincerò questo articolo con la rituale dichiarazione di
fede nel popolo ebraico e nello stato di Israele. Rifiuto l’idea
stessa che la sinistra, ad ogni modo quella italiana, debba
difendersi dall’accusa di antisemitismo: non solo perché tanti
fra i suoi dirigenti e militanti sono stati – e sono – ebrei,
ma perché è nei campi di sterminio nazisti che il sangue degli
ebrei si è mischiato a quello dei comunisti. (E casomai trovo
davvero triste che nel drammatico museo che a Gerusalemme ricorda
quei luoghi di morte, nemmeno un cenno sia stato offerto a questi
pur così numerosi compagni di martirio). Mi indigna, infatti, che
proprio questo ossessivo bisogno di far precedere ad ogni atto di
solidarietà verso il popolo palestinese tali dichiarazioni di
fede abbia autorizzato il sospetto di una coincidenza fra
richiesta di rispetto per i suoi così platealmente violati
diritti e offesa ad Israele, così insinuando l’ipotesi di un
antisemitismo della sinistra, suggerito contro ogni evidenza
storica. Sicché siamo costretti a subire l’offesa di un
Gianfranco Fini, che alza il ditino per ammonirci, ergendosi –
lui e i suoi camerati – a difensori degli ebrei.
Sbarazziamo dunque il campo dai pretesti: oggi non è Israele ad
essere in pericolo, ma il popolo palestinese ad essere
concretamente massacrato. Il premio Nobel José Saramago ha detto
che quanto sta accadendo in Cisgiordania è un crimine
paragonabile a quello commesso ad Auschwitz e tutti hanno gridato
alla bestemmia. Certo i due eventi non sono paragonabili, non
tanto e non solo per via delle cifre dei morti; ma perché dietro
alle camere a gas c’era un disegno teorizzato ed esplicito di
genocidio e qui c’è semplicemente la pretesa che la terra
occupata dai sionisti fosse disabitata (che però non è poca
cosa, visto che per svuotarla, nel ‘48, i terroristi israeliani
compirono una delle prime pulizie etniche) e ‘solo’ un odio di
tipo quasi razziale, che mette paura. Ma come non capire la
reazione dello scrittore portoghese, se si pensa che un ufficiale
di Tsalal – e la citazione è del giornale israeliano «Ma’ariv»
– ha potuto dire: «se il nostro lavoro consiste nel prendere i
campi dei rifugiati densamente popolati o dislocarci nella Casbah
di Nablus, un ufficiale deve tener conto delle lezioni delle
battaglie del passato, inclusa l’analisi di come operarono i
tedeschi nei confronti del ghetto di Varsavia»? Cosa è mai
successo? E come è potuto accadere che un ufficiale israeliano
possa arrivare a dire una cosa simile e a comandare gli eccidi di
questi giorni? E come commentare le parole del leader del National
Religious Party, recentemente accettato come ministro, che ha
definito «un cancro» il 20 % dei suoi concittadini, gli
arabi-israeliani (che peraltro hanno diritto di voto, ma per il
resto – diritti sociali e civili – vivono in condizioni di
apartheid)?
Sono interrogativi tremendi, che nessuno di noi avrebbe mai voluto
doversi porre. E drammaticamente inquietanti: perché è da questo
comportamento, da questa arrogante pretesa di impunità che
vengono i veri pericoli per la sopravvivenza di Israele. Perché,
infine, sono destinati a produrre insicurezza e odio permanenti,
una prospettiva che nessuno che possa andarsene di lì – e i
cittadini israeliani che possono farlo sono tantissimi –
sceglierà alla lunga di sperimentare. Aveva ragione chi dopo la
guerra del ‘67 aveva ammonito i suoi compatrioti, dicendo che il
trionfo appena riportato sarebbe stato un frutto avvelenato.
Avrebbe comportato colonialismo e distrutto l’identità
democratica di Israele.
L’accordo di Oslo, nel 1993, con il riconoscimento di Israele da
parte dell’Olp e la promessa di graduale ritiro dai territori
occupati da parte del governo di Rabin, aveva aperto uno
spiraglio. Ma l’accordo aveva lasciato i passi concreti da
compiere per raggiungere tali obiettivi ad ulteriori negoziati,
che invece non ci sono stati. Mentre sono continuati gli
insediamenti dei coloni: Peace Now ha calcolato, il mese scorso,
che da un’esplorazione aerea sulla Cisgiordania se ne potevano
contare 34, costruiti solo nell’ultimo anno. Quanto alla famosa
proposta Barak, che tuttora si rinfaccia ad Arafat di avere
sconsideratamente rifiutato, possibile che non ci sia un ministro
europeo abbastanza decente, da sentire il dovere di spiegare che
quel piano non solo proponeva la restituzione soltanto dell’86%
del 22 % del territorio della Palestina storica – e pazienza
–; ma soprattutto intendeva lasciare barriere e autostrade (per
uno sviluppo di circa 500 km) a protezione dei coloni e della loro
mobilità, tutte presidiate dall’esercito, così da tagliare
ogni continuità fra le macchie di leopardo, a cui sarebbe stato
ridotto lo Stato palestinese. «200 cantoni – ha scritto l’«Economist»
– enclaves non comunicanti». In cui – e perché no? –
l’autorità palestinese avrebbe potuto esercitare la propria
sovranità: «autogestione nelle prigioni», l’ha definita Uri
Avnery ironicamente. Che aggiunge: «se poi questi bantustan si
chiamino stato – o meno – a Sharon non importa niente,
l’essenziale è la fornitura militarmente controllata in tutti i
suoi movimenti di mano d’opera a basso costo e il vantaggio di
mercati esclusivi».
Come sarebbe stato mai possibile per Yasser Arafat o per chiunque
altro andare dai rifugiati – quel 50% del popolo palestinese,
che viveva nei territori che oggi sono Israele ed è tutt’ora
accatastato nelle baracche dei campi dove approdarono
cinquantaquattro anni fa, quando furono brutalmente espulsi dai
loro villaggi – e dirgli, guardandoli negli occhi : «per
ottenere tanto poco – sono parole di un israeliano, But Morris,
che oggi dice di non credere più alla possibile convivenza dei
due popoli – ho venduto il vostro diritto di nascita, la vostra
speranza, il vostro sogno»? Dire, insomma: «ho accettato di
cancellare ogni vostro diritto a tornare nelle case delle vostre
famiglie, ogni speranza di potervi un giorno riposare all’ombra
dei limoni e degli olivi dei vostri giardini di Jaffa e di Samaria,
di cui i nonni e i bisnonni vi hanno continuato a raccontare e voi
siete andati qualche volta a sbirciare aldilà dei muri, che
proteggono quelle che oggi sono diventate case israeliane». Il
nodo del diritto al ritorno è, infatti, umanamente e socialmente
il più difficile da sciogliere. Riconoscerlo è impossibile, e la
leadership palestinese lo sa: dal momento che oramai equivarrebbe
a mettere in discussione lo stato d’Israele. Ma questa
consapevolezza nulla toglie alla legittimità della rivendicazione
e per questo si è sempre parlato dell’esigenza di «una
soluzione creativa», che almeno concedesse una compensazione, una
indennità di esproprio, e, soprattutto, un minimo di stato
palestinese, circoscritto, ma vero, da offrire in cambio.
È da questi campi di profughi, come è noto, che viene la
maggioranza dei ‘martiri di Al Aqsa’, che con la loro azione
disperata arrecano un danno incommensurabile alla causa, per cui
pure si sacrificano. Ma equipararli ai terroristi di casa nostra o
a quelli di Bin Laden, e sulla loro mancata denuncia – non
politica, che Arafat l’ha pronunciata, ma morale, che è
un’altra cosa – fondare la legittimità del massacro
perpetrato a Ramallah, Jenin, Nablus, non è solo eticamente
indegno, è anche contrario ai principi dell’Onu, che già nel
lontano 1987 approvò una risoluzione sul tema in cui si
distingueva fra terrorismo e azioni terroriste compiute nel quadro
delle lotte di liberazione dal colonialismo o contro
l’occupazione militare del proprio paese. In gioco c’era la
storia della resistenza europea e della stessa Israele. Su un
piano morale conta poco che questo paragrafo, da tutti approvato,
non fu fatto passare dal veto degli inconsapevoli Stati Uniti,
appoggiati da una immemore Israele.
È persino ovvio ripetere che il solo periodo in cui il terrorismo
è declinato coincide con la speranza di una soluzione decente.
Sharon, del resto, non liquida i terroristi, liquida innanzitutto
i negoziatori e la credibilità e la forza delle autorità
palestinesi, che potrebbero bloccare i kamikaze. E non trova
ostacoli consistenti nel comportamento dei grandi del mondo. Perché
in questo ultimo tempo è accaduto qualcosa di grave, che va al di
là della vicenda israeliano-palestinese, e che ci coinvolge tutti
in modo diretto: è tornata la guerra, la guerra come mezzo
normale di regolamento degli affari internazionali, come strumento
per applicare – frase indicibile – i ‘diritti umani’, i
modelli di civiltà. Sharon non è che uno dei paladini di questo
ritorno. Ma anche in Afghanistan si sono massacrati donne e
bambini nei villaggi pastun. E già si discute come di
un’ipotesi ‘normale’ di tornare in Irak.
È l’America di Bush a condurre il gioco, ma il suo oramai
irriverente unilateralismo non trova, in definitiva, molte
obiezioni. Persino nel senso comune della gente, che sembra
assuefatta, tanto è vero che pochi gridano contro l’impensabile
decisione di Washington di tornare a considerare l’uso delle
armi nucleari, come non aveva mai fatto nemmeno ai tempi della
guerra fredda. Dei nukes, per ora solo ‘mini’- si dice –,
non se ne parla infatti solo come ultima estrema risorsa ma come
normale tattica di battaglia, il ‘secondo stadio’ della lotta
al terrorismo, da condursi con ogni mezzo e ovunque, anche
attraverso interventi preventivi.
La teoria secondo cui l’America avrebbe dovuto passare da una
politica estera difensiva e reattiva ad una aggressiva e
protagonista, per impedire che si creassero altri centri di potere
nel mondo, era stata avanzata già dieci anni fa da Cheeney e
Wolfowitz, ma Bush padre aveva avuto pudore nell’acccoglierla.
Oggi il primo è vicepresidente e il secondo consigliere del
ministro della difesa: ed hanno ricevuto ascolto. E così
l’agghiacciante documento Nuclear Posture Revew è stato a
gennaio ufficialmente consegnato dal Pentagono al Congresso (e poi
filtrato alla stampa a marzo). Questo parla di una
riconsiderazione delle armi nucleari, che porti ad un loro uso più
flessibile in circostanze che richiedano un intervento. Segue una
lunghissima lista di paesi: Cina, Nord Corea, Libia, Siria, Irak,
Iran e nientemeno che Russia, una inclusione che ha mandato su
tutte le furie il pur fedele alleato Putin e suscitato una
accorata reazione dei media moscoviti («L’America – è stato
l’amaro-ironico titolo di un giornale assai filo-occidentale –
prepara un amichevole intervento nucleare per la Russia»). Il
paese, che aveva in un primo tempo accolto con favore
l’intervento anti-islamico di Washington in Afghanistan, sta
infatti scoprendo che per il 2003 sarà consolidata la presenza
militare americana in otto o nove delle 15 repubbliche ex
sovietiche.
Nel quadro di una politica che il vecchio Mc Govern si chiede se
non sia ispirata da pura paranoia – visto che include anche un
aumento del bilancio militare pari a 48 miliardi di dollari (è
ormai superiore alla somma di quelli dei 25 paesi più grandi del
mondo) e 75 alti funzionari statali sono da qualche tempo chiusi
permanentemente in bunkers sotterranei, subito fuori Washington,
nell’ipotesi debbano prendere le redini del paese dopo un
attacco terrorista –, l’iniziativa di Bush in Afghanisthan
sembra essere la sola razionale: delle 15 repubbliche ex
sovietiche in cui è riuscito a mettere militarmente piede, grazie
alla guerra contro il terrorismo, 5 sono infatti nel cruciale
quadrilatero petrolifero dell’Asia centrale. Un bel colpo per
Exon, Chevron-Texaco, Bp-Amoco, ecc., che progettano un oleodotto,
che vada da quest’area fino all’oceano indiano. Bin Laden è
servito anche a questo.
Assai più difficile, invece, trovare spiegazioni razionali per il
minacciato attacco all’Irak. Dovrebbe essere infatti evidente
che non è possibile appoggiare Sharon e contemporaneamente
indurre re Abdullah di Giordania a dare carta bianca contro Bagdad,
anche se il monarca giordano è il secondo beneficiario dei
finanziamenti americani dopo Israele. E analogamente sperare di
continuare ad usare a proprio piacimento la Turchia contro il
resto del mondo islamico, facendogli esplodere la polveriera kurda:
una volta occupato l’Irak, per il quale un’alternativa
praticabile a Saddam non si scorge da nessuna parte, sarebbe
comunque inevitabile concedere ai kurdi di questo paese una
indipendenza, o anche solo un’autonomia, destinata ad innescare
un processo minaccioso per Ankara.
Allo stato attuale persino il Kuwait ha detto che non ci starebbe.
Perché mai, comunque, quest’ossessione dell’Irak, dove
persino il più falco degli osservatori Onu ha dichiarato non
esserci alcuna arma di distruzione di massa? Solo perché ancora
viene rimproverato al padre (che per questo, si dice, ha perso a
suo tempo le elezioni) di non aver portato a compimento
l’operazione ‘Tempesta nel deserto’?
Inutile cercare un filo razionale; e neppure, come era nel caso di
Ronald Reagan, una motivazione fanaticamente ideologica. Il
giovane Bush non è un estremista religioso. Ma ha un solo
principio, una sola ispirazione: quella elettorale. E sa che la
carta della guerra al terrorismo è quella più sicura per
conquistare gli americani. Per questo non può abbandonare Sharon,
anche se gli costa l’indispensabile amicizia degli arabi:
sarebbe un segnale di indebolimento della guerra al terrorismo,
nemico comune. Dai democratici sulla politica estera non riceve più
alcuna critica e anzi la più nota fra loro, Hillary Clinton,
l’ha accusato di voler irresponsabilmente accelerare il ritiro
dell’esercito israeliano dai territori occupati. Un noto
giornalista riferisce di aver contattato il caucus progressista
del Congresso, per sapere cosa dicevano su quanto stava accadendo
in Medio Oriente. «Non lo so – è stata la sconcertante
risposta –. Non è per noi una issue». Dal canto suo la Chiesa
fondamentalista, contro ogni sua tradizione, si è schierata,
fervente, a fianco di Israele, mettendo a disposizione i suoi
predicatori-star, mentre tutto il paese è avvolto nella bandiera
a stelle e strisce, annodata persino attorno al collo dei cani. Un
patriottismo che acceca sulla devastante riduzione dei diritti in
atto: in California sono arrivati a proporre una legge contro i
residenti palestinesi.
Ci sono assai poche probabilità, dunque, che Bush intenda andare
nei confronti di Sharon oltre qualche consiglio di moderazione,
anche se il comportamento di Israele costa caro all’America
nella sua strategia di lungo periodo. Se avessero voluto, agli
Stati uniti sarebbe bastato, per frenare Tsalal, applicare la
lettera della fornitura di armi ad Israele (il 75% dei tre
miliardi di dollari annui di aiuti, più una sorta di ‘fuori
busta’ di 625 milioni, per sviluppare il sistema missilistico
Arrow e 1,3 miliardi per il carro armato Merkava, in complesso di
più, e a condizioni finanziarie assai più vantaggiose, di quanto
lo stesso Congresso americano non supponesse prima di ricevere dal
proprio Centro di ricerca il rapporto Israele: l’assistenza
estera americana). In base a tali accordi, infatti, qualsiasi arma
fornita non deve essere utilizzata che per scopi strettamente
difensivi. Ed è piuttosto difficile far passare come difensivo
l’intervento degli F16 e degli elicotteri Apaches. Se Washington
si è limitata a qualche rimbrotto non è perché non preferirebbe
rendere meno tesa la situazione in Medio Oriente, ma è – come
dicevo – perché quel che più conta, allo stato attuale, per
Bush è tenere alta la tensione anti-terrorista. E Sharon è, in
questa battaglia, il condottiero più efficace, magari, solo, un
po’ troppo impulsivo.
Per fortuna c’è a livello della società civile anche
dell’altro: i pacifisti, che si riorganizzano e cominciano a
manifestare, qualche consapevolezza dei rischi che il crescente
isolamento degli Stati Uniti sta producendo (ad esempio, lo
schiaffo ricevuto dal fallimento del golpe in Venezuela: a
Washington non capita spesso di perdere in modo così plateale).
I nervosismi dell’Europa, invece, non preoccupano né il
presidente né i suoi sudditi; ed è difficile dar loro torto.
Persino un suo fedele ex ministro – quello della cultura – ha
scritto sul più autorevole periodico tedesco, «Die Zeit», «che
il solo problema di Schroeder in relazione alla politica di Bush
è che l’eventuale estensione della guerra all’Irak abbia
inizio dopo e non prima delle elezioni in Germania». E il
cancelliere, si badi bene, non è certo il peggiore dei governanti
europei, e nemmeno dei leaders dell’Internazionale socialista.
E tuttavia proprio la preoccupazione del primo ministro tedesco
rivela l’esistenza di un’opinione pubblica, che comincia a
preoccuparsi: anche in Germania sono infatti tornati a manifestare
i pacifisti, fino a ieri annichiliti dalle scelte del partito di
riferimento della maggioranza di loro, i Verdi. Come peraltro in
Gran Bretagna, dove 130 deputati e due ministri laburisti hanno
minacciato di votare contro Blair in caso di avallo inglese ad un
attacco all’Irak. L’Europa è più vicina degli Stati Uniti al
mondo arabo ed ha perciò paura di una deflagrazione nella
regione. E mentre in America i sondaggi valutano la simpatia per
Israele a tre contro uno, in Europa è la simpatia per i
palestinesi a raggiungere il rapporto di due a uno (si tratta di
dati diffusi dall’«Economist»).
Questi segnali non sono molto, ma anche una modesta articolazione
dello schieramento occidentale sarebbe preziosa per i palestinesi.
Anziché invocare una «Palestina rossa» – che per ora è fuori
dal mondo –, sarebbe bene proporsi con lucidità questo
obiettivo, facendone un tema centrale del prossimo Forum sociale
europeo, che si terrà in Italia a novembre. Per brutta che sia
l’Unione europea, non è pur sempre la stessa cosa che
l’America: e bisogna saper usare le contraddizioni, anche solo
per ora potenziali.
Il movimento pacifista italiano – in prima linea in Cisgiordania,
con centinaia di militanti coraggiosi, che hanno assolto ad un
riconosciuto ruolo umanitario di vitale importanza – ha
acquistato sul campo tutta l’autorità e la credibilità
necessarie a pesare in questa vicenda.
Dimenticavo: la Borsa, la più lucida analista degli istinti del
capitalismo globale. L’ultimo suo bollettino ricapitolativo ci
dice che le prospettive delineate dagli esperti nel caso di un
intervento contro l’Irak sono buie. Anche nel ‘91 fu così
all’inizio e si assistette ad un improvviso declino del 10% dei
valori. Ma due mesi dopo, quando fu evidente che ‘Tempesta nel
deserto’ avrebbe avuto ragione del povero esercito iracheno, la
curva si era invertita e la guerra terminò infatti con un 17% in
più. È stato così in ogni vicenda bellica: dopo Pearl Habour,
per esempio, ci fu un crollo del 40%, ma già poco dopo,
l’indomani del glorioso raid di Dolittle su Tokio, gli
investitori ridiventarono baldanzosi: e alla fine del ‘45 la
borsa aveva registrato un aumento senza precedenti del 73%. Ma la
storia non si ripete sempre – scrive la rivista specializzata «Barons».
Oggi anche il rovesciamento di Saddam non darebbe gli stessi
effetti, perché l’economia mondiale è già parecchio malata e
le prospettive di lungo periodo aperte dalla vittoria americana
del tutto incerte. A profittarne sarebbero solo i settori
specializzati: quello militare e quelli dei sistemi di scurezza,
così come quello petrolifero non medio-orientale (Bush stesso e
soci).
E quale che sia l’arroganza americana già si delineano, in
effetti, altri scenari: potrebbe accadere che la Cina, in
prospettiva fondamentale soggetto internazionale, si collegasse
con gli altri centri asiatici; o che il capitalismo russo si
sviluppasse in rapporto con quello europeo; o, ancora, che ambedue
dessero vita ad un unico polo euro-asiatico. Per ora si tratta
solo di ‘fantasmi’, che già, però, producono ossessioni. E
spiegano l’escalation militare innescata da Washington.
Ma il potere militare è, in definitiva il più debole fra i
poteri. Alla lunga dovranno prenderne atto anche gli Stati Uniti.
E, per primo, molto drammaticamente, anche il loro alleato
Israele.
IL
REGNO SANGUINOSO DI EHUD OLMERT
CHRISTOPHER
BOLLYN,
Rumor Mill News
http://www.uruknet.com/?p=s6055&l=e&size=1&hd=0
26 luglio 2006
I primi due mesi del mandato di Ehud Olmert come primo ministro
israeliano sono stati descritti come "il più sanguinoso, mortale e
criminale periodo dei 58 anni di vita dello Stato di Israele".
Sebbene i media–controllati, chiudano gli occhi sui crimini del nuovo
leader israeliano, non si possono ignorare i legami di Ehud Olmert con
il criminale israeliano -condannato - che controllava la sicurezza
dell’aeroporto di Boston l’11 settembre 2001.
Benché il sionismo sia probabilmente la forza più potente che
determina la politica degli Usa, si può dire con certezza che essa
resta una filosofia politica deplorevolmente incompresa dalla
maggioranza della popolazione degli Stati Uniti. Sebbene il presidente
George W. Bush ed il suo gabinetto di guerra siano chiaramente dei
sionisti che promuovono l’agenda sionista, una agenda che è favorita
e sostenuta da pressoché ogni membro del Congresso, il sionismo e la
sua sanguinosa storia sono soggetti che gran parte degli americani
virtualmente ignorano.
Mentre le università americane propongono corsi e lauree praticamente
su ogni materia immaginabile, non esiste un curriculum scolastico che
verta su un esame critico del sionismo e della sua storia (il presidente
delle comunità ebraiche italiane propone, in luogo dell’insegnamento
della religione cattolica, quello della storia delle religioni come
riferisce ampiamente il Corriere del Sionismo mielistico del 4.7.06.
Sarebbe troppo chiedere l’insegnamento del sionismo ai ragazzi
italiani? Peccato che manchino…gli insegnanti! Ndt).
Questa generale ignoranza del sionismo da parte del pubblico, dei suoi
obiettivi e della sua storia, viene aggravata dai media controllati che,
volgarmente, distorcono ed interpretano erroneamente il Sionismo per
fare apparire questa filosofia -che è fra le più antiamericane - come
qualcosa di familiare e benevolo per gli americani. La ben documentata
sanguinosa storia del terrore e della pulizia etnica sionista, qualcosa
che è ben noto a tutti gli israeliani e ai palestinesi, è una strana e
sconosciuta terra incognita a gran parte degli americani, principalmente
a causa della censura applicata dagli accademici e dai media.
Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, che un
consistente nucleo di prove indica coinvolgessero agenti segreti
israeliani, e con più di 150.000 americani impegnati in costose e
disastrose guerre nel Medio Oriente, gli americani semplicemente non
possono continuare a restare beati ignoranti del sionismo politico.
SIONISMO E COMUNISMO
Il sionismo, come movimento politico, si sviluppò con il Comunismo alla
fine del 1800 tra le comunità ebraiche nelle regioni occidentali
dell’impero russo. In Lituania, Polonia, Bielorussia ed Ucraina, in
particolare in aree con vaste popolazioni ebraiche, il Sionismo divenne
una nuova religione nazionale. Sin dall’inizio, i movimenti comunista
e sionista erano strettamente intrecciati.
Verso la fine del 1800, l’ideologia religioso-politica del Sionismo
condusse gli Ebrei alla ricerca di una identità nazionale, per evitare
il linciaggio locale, iniziando a parlare e scrivere in Ebraico, una
lingua che non era più stata parlata per migliaia di anni.
Nell’Unione Sovietica gli Ebrei vennero considerati un gruppo
nazionale e la nazionalità ebraica veniva registrata come tale nei
passaporti sovietici (difficile vi fossero dei passaporti; forse
l’Autore intende altri documenti di identità- ndt). Nel 1934 venne
pure costituita in Urss una regione autonoma ebraica nell’area di
Birobidjan, con lo Yiddish come lingua ufficiale.
Per quanto gli Ebrei di Russia e dell’Est europeo, conosciuti come
Ashkenazi (o Ashkenasi -ndt) non siano neppure semiti, ma slavi ed
asiatici convertiti al giudaismo, lo zelo sionista li portò ad
identificarsi erroneamente come "Ebrei" quando, per esempio,
approdarono quali emigranti ad Ellis Island, Usa.
Mentre i Sionisti avevano 'ricostituito’ il linguaggio 'Hebrew’,
l’obiettivo politico primario del Sionismo è sempre stato la
formazione di uno stato eslcusivamente ebraico in Palestina, qualcosa
che non è realmente mai esistito nella storia.
Il fatto che la Palestina del XX secolo fosse già abitata dai
palestinesi, molti dei quali sono veri Semiti, discendenti dagli
originari Ebrei, Arabi, Greci ed altre razze della Terra Santa, era
qualcosa che i Sionisti intendevano correggere usando la forza militare.
La conquista armata e la pulizia etnica della Palestina venne
vigorosamente promossa negli anni trenta del XX secolo da Ze’ev
(Vladimir) Jabotinsky, uno dei maggiori militanti sionisti.
Jabotinsky, nato ad Odessa nel 1880, divenne comandante della milizia
sionista conosciuta come Irgun nel 1937. Jabotinsky comandava la New
Ziorist Organisation (N.Z.O.), il movimento giovanile estremista.
L’ideologia di Jabotinsky sostiene che il popolo ebraico ha i diritti
esclusivi sulla terra di Israele, che asserisce estendersi dal Nilo in
Egitto all’Eufrate in Iraq.
OLMERT E JABOTINSKY
Ehud Olmert, come i suoi genitori nati in Russia ed emigrati dapprima in
Cina e poi in Palestina, è un figlio dell’ideologia di Jabotinsky. Il
padre di Olmert, Mordechai, era un devoto seguace che si unì al
movimento di estrema destra Herut ed alla milizia Irgun, a quel tempo
condotta dal noto terrorista Menachen Begin (successivamente promosso
primo ministro israeliano! Ndt).

[Ze'ev Jabotinsky]

[Il Generale Ariel Sharon e Menahem Begin durante la guerra dei Sei
Giorni nel 1967]
La famiglia Olmert, di sentimenti profondamente di estrema destra,
viveva in un kibbutz denominato Nahalat Jabotinsky. Da adolescente,
Olmert era membro del Betar, il militaristico movimento giovanile. Begin,
il primo ministro della linea dura il cui credo era "L’Ebraismo
cadde nel sangue e nel fuoco; l’Ebraismo risorgerà nel sangue e nel
fuoco; si riferirà in seguito a Olmert come a "Ehud, mio
figlio".
Olmert membro del parlamento sin dal 1973, divenne successivamente
sindaco di Gerusalemme, la capitale della Palestina occupata, e
sovrintese all’espansione territoriale israeliana dei limiti della
città. L’area che gli israeliani ora definiscono Gerusalemme si
estende da Betlemme nel sud, a Ramallah nel nord, a Gerico all’est.
Nel pensiero dei sionisti alla Jabotinsky, come Olmert, semplicemente
non vi è posto per i Palestinesi nella terra di Israele. Jabotinsky
scrisse: "Non c’è scelta, gli Arabi devono far posto agli Ebrei
di Eretz Israel; se fu possibile trasferire i popoli baltici è
possibile anche spostare gli Arabi palestinesi". (Ndt: Ionald Day
è stato 22 anni in Europa, corrispondente dal Baltico per il Chicago
Tribune. Day fu espulso nel luglio del ’40; si trovava, allora, in
Lettonia e quel provvedimento fu uno dei primi atti del nuovo governo
insediato dai sovietici. Poco più di un anno dopo i Sovietici,
incalzati dalle truppe germaniche, dovettero abbandonare la preda
baltica. Scrive Day: quindici mesi dopo ritornai a Tallinn (Estonia) in
compagnia di tre corrispondenti finlandesi, tre germanici e tre
italiani. Trovai una città di 150.000 abitanti il cui ceto mercantile
era stato sterminato, le sue industrie in rovina, proprietari e gestori
delle stesse uccisi. I negozi sprangati, senza beni di consumo. La
classe colta decimata da deportazioni in massa, che avevano separato i
mariti dalle mogli e le madri dai figli. Un terzo degli abitanti maschi
di Tallin era stato mobilitato, a prescindere dall’età e
dall’occupazione e portato in Russia. Per 21 anni avevo visitato
Tallinn due o tre volte l’anno. Vi avevo molti amici e conoscenti.
Cercando per due giorni riuscii a trovarne due. Tutti gli altri erano
andati, fucilati ed esiliati. Tallinn, più che un vittima della guerra
fra Germania e Russia, fu una vittima della lotta di classe
bolscevica… Cfr. D. Day: Onward Christian Soldiers, The Noontide
Press, Torrance, California, 3^ ed. 1985; Sentinella d’Italia,
Monfalcone, aprile-luglio 1990).
Il muro che era stato costruito (su ordine del precedente primo ministro
Ariel Sharon – ndt) sulla Riva occidentale del Giordano è un’idea
che proviene direttamente dagli scritti di Jabotinsky: "La
colonizzazione sionista, anche la più limitata, deve essere portata a
termine o compiuta a dispetto della volontà della popolazione natia.
Questa colonizzazione può, pertanto, continuare a svilupparsi soltanto
sotto la protezione di una forza indipendente dalla popolazione locale,
un muro di ferro che la popolazione nativa non possa sfondare", così
scrisse Jabotinsky nel suo libro 'The Iron Wall: We and the Arabs’ (il
Muro di ferro: noi e gli Arabi) nel 1923.

[Ehud Olmert e Ariel Sharon]
Durand Al Baik, direttore esteri di 'Golf News’ ha scritto, nel
recente articolo dal titolo "Olmert: il criminale venditore
ambulante di pace": "parlando di pace e raccogliendo consensi
per il suo riallineamento del piano di colonizzazione, le prime otto
settimane di Ehud Olmert al potere si sono dimostrate il più
sanguinoso, mortale e criminale periodo dei 58 anni di esistenza dello
Stato di Israele".
Al Baik ha scritto: "Sin da quando venne insediato come 12° primo
ministro di Israele il 14 aprile scorso, gli israeliani hanno ucciso più
di 50 palestinesi e ferito circa 200 al tasso di un ucciso e quattro
feriti al giorno. Il nuovo primo ministro ha stabilito un record,
superando quello conseguito dal suo predecessore Ariel Sharon durante i
più sanguinosi giorni della sollevazione palestinese o Intifada".
Cercando di fomentare una guerra civile tra palestinesi, Olmert sta ora
fornendo armi di supporto all’esercito privato del presidente
dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, che viene visto da molti
come un collaborazionista palestinese che lavora contro il
governo-eletto condotto da Hamas (ossia il palestinese che va bene per
Israele – ndt).
Il più grossolano atto terrorista, tra i molti attuati di recente dalle
forze israeliane, è stato il cannoneggiamento della spiaggia a Gaza nel
corso del quale vennero uccisi otto membri di una famiglia palestinese.
Questo impudente atto di terrore israeliano è stato seguito dalla
dichiarazione ufficiale che negava tale responsabilità, quantunque gli
israeliani stessero sparando sulla Striscia di Gaza quando la famiglia
venne colpita.
Mark Garlasco, esperto militare che lavora per il gruppo Human Rights
Watch con sede negli Stati Uniti, è stato il primo investigatore
indipendente a raggiungere la scena del delitto e ha trovato uno
shrapnel (frammento) di un proiettile d’artiglieria da 155 mm.
Garlasco ha dichiarato: "Reputo probabile che questo fosse fuoco
d’artiglieria in arrivo sulla spiaggia che venne sparato dagli
israeliani dal nord di Gaza".
OLMERT E ATZMON
Olmert, il cui nome è stato macchiato a lungo da accuse di crimini di
natura finanziaria, venne implicato in uno scandalo finanziario che
implicava ricevute falsificate (del precedente primo ministro Sharon -
ndt), del quale Olmert era co-tesoriere. Questa faccenda culminò, nel
marzo 1996, nella condanna di tre altri Likudniks (sodali del Likud),
inclusi Menachen Atzmon, il tesoriere del Likud. Anche Olmert venne
successivamente posto in stato d’accusa, ma venne prosciolto.
Durante gli anni Settanta Olmert aveva lavorato nello studio legale di
proprietà di un altro Atzmon, Uzi Atzmon.
Menachem Atzmon, condannato in Israele, divenne poi il fondatore e capo
dell’International Consultants on Targeted Security (ICTS), la società
capogruppo della "Huntleigh Usa" addetta alla sicurezza
aeroportuale che gestiva le operazioni di controllo dei passeggeri agli
aeroporti di Boston e di Newark il giorno 11 settembre 2001.
La "Hurtleigh USA" è una società controllata - anzi
totalmente posseduta - dalla società israeliana "International
Consultants on Targeted Security N.V.", una società che opera nel
campo della sicurezza dei trasporti aerei –- con sede in Olanda -
comandata da "ex alti ufficiali (israeliani) dei servizi segreti e
delle agenzie governative di sicurezza". (Ndt: nel sito Internet
della ICTS si presenta, invero, una realtà molto più vasta. Vi si
legge che "il Gruppo copre, oltre al Nord America, l’Europa,
l’Africa, l’Asia e il Medio Oriente… Nel 2000, ICTS International
ha incorporato le sue attività in Europa nella ICTS Europe Holdings
B.V. venduta nel 2002 a Fraport AG, proprietaria ed operator
dell’aeroporto di Francoforte". Dopo il cenno alla vendita, il
testo prosegue. "La ICTS Europe (che sembra essere quindi tuttora
attiva) comprende 18 società operative in 17 Paesi..con uno staff di
10.000 persone. Nel 2004 ICTS h fornito servizi in Europa a più di
700.000 voli". Nella Corporate Structure del Gruppo figurano, fra
le altre, le seguenti consociate/controllate: ICTS Albania; FRANCE
DIAGNOSE sas; ICTS Hispania; LIS GmbH (Austria); FIS GmbH (RFT); ICTS
Belgium srl; ICTS Italia srl; SP Russia; ICTS UK Ltd (G.B); ICTS France
s.a.; DIAGNOSE (Israele). Figurano inoltre, partnerships con: USA NASS;
The Netherlands ICTSNAS v.o.f.; LICO (Tailandia); MUSC (G.B.))
Menachem (o Menahem) Atzmon, condannato in Israele nel 1996 per truffa
finanziaria nel corso della campagna elettorale, ed il suo partner
commerciale Ezra Harel, rilevarono la direzione/management del servizio
di sicurezza degli aeroporti di Boston e di New York quando la loro
società ICTS acquistò la "Huntleigh USA" nel 1999. I voli
UAL (United Airlines) 175 e il volo AA (American Airlines) 11, che
presumibilmente colpirono le Torri Gemelle, partirono entrambi da Boston
, mentre il volo UAL 93, che presumibilmente si sfracellò in
Pennsylvania, partì dall’aeroporto di Newark (New Jersey). Il
criminale israeliano (condannato) Atzmon controlla inoltre e gestisce
un' analoga attività nel porto tedesco di Rostock sul Mar Baltico.
Parenti delle vittime dell’11 settembre hanno promosso azioni legali
contro la "Huntleigh" reclamando che la società addetta alla
sicurezza è stata troppo negligente il giorno 11 settembre. Mentre
questi parenti delle vittime hanno il diritto di scoprire e conoscere ciò
che la Huntleigh ha fatto o non ha fatto per proteggere i loro cari
quell’11 settembre, nel 2002 il Congresso degli Stati Uniti ha
accordato alla Huntleigh e ad altre società di sicurezza una protezione
totale e (le compagnie) non verranno chiamate a rendere conto delle loro
azioni dell’11 settembre in nessuna corte degli Stati Uniti.
Atzmon, criminale condannato, alleato politico e co-imputato del primo
ministro israeliano Ehud Olmert, era direttamente responsabile della
sicurezza dei passeggeri e degli aerei di linea all’aeroporto Logan di
Boston, da dove partirono i due aerei di linea che colpirono il World
Trade Center. Il rapporto di Olmert con Atzmon e la mancata sicurezza
– l’11 settembre 2001 – agli aeroporti, sono ben più che una
coincidenza. Cionondimeno la stampa-controllata negli Stati Uniti ha
mancato di investigare su questo collegamento israeliano agli attacchi
terroristici così come su molti altri collegamenti.
Versione originale
Christopher Bollyn
Fonte: http://www.rumormillnews.com/
Link: http://www.rumormillnews.com/cgi-bin/forum.cgi?noframes;read=89761
18.06.2006
Versione italiana
Fonte: http://www.rinascita.info/
Link: http://www.rinascita.info/cogit_content/rq_analisi/Il_regno_sanguinoso_di_Ehu.shtml
Traduzione a cura di www.rinascita.info
http://www.informationguerrilla.org/575/
“L’Influenza di Israele e della sua lobby in
America sulla politica americana in Medio Oriente”
Jeffrey Blankfort
24 Lug 2006
Discorso tenuto alla conferenza della
Commissione Islamica per i Diritti Umani, presso la
Scuola di Studi Orientali e Africani, Londra, 2
Luglio 2006
Il sistema politico americano: la democrazia
in vendita
L’evidente abilità d’Israele, uno dei paesi più
piccoli del mondo, nel dare forma alle politiche sul
Medio Oriente dell’ultima superpotenza rimasta, è
stata sorgente di confusione, congetture, e
frustrazione costante per coloro che combattono per
la giustizia per i palestinesi e per i popoli della
regione, in generale.
Una delle radici di questo unico fenomeno storico può
essere riscontrata nell’interpretazione di una
decisione di 120 anni fa della Corte Suprema degli
Stati Uniti che garantì alle Società per Azioni e
alle Corporazioni gli stessi diritti garantiti ad
ogni singolo cittadino americano.
Uno di questi diritti è la libertà di espressione
garantita dal 1° emendamento della Costituzione
degli USA. Grazie allo straordinario grado di
corruzione che era palese nella società americana
alla fine del 19° secolo, i contributi finanziari
ai candidati politici finirono per essere
considerati dalla corte come espressione di libertà
politica e quindi ricevettero la protezione della
corte stessa.
Ciò ha portato il sistema politico americano a
diventare un sistema in cui trionfano le campagne
politiche interminabili e ancora più costose, e
quindi, senza dubbio, il sistema più corrotto tra
quelli dei cosiddetti “paesi avanzati”. La
decisione della Corte Suprema, ribadita negli anni,
ha aperto le porte a ben finanziati “interessi
speciali” ed alle lobby ad essi legati, ed ha
permesso a queste lobby, che si servono di ciò che
è di fatto una forma di corruzione legale, di dare
forma alla politica estera ed interna degli Stati
Uniti.
Già nel 1907, lo scrittore americano Mark Twain
scriveva che c’era un solo ceto nativo che fosse
criminale in America – cioè il Congresso e un
decennio dopo, l’umorista Will Rogers si prendeva
gioco dell’America, affermando che “l’America
ha il migliore Congresso che il danaro può
comprare.”
All’inizio furono le compagnie ferroviarie e le
acciaierie che pagarono il dovuto prezzo, poi
vennero le compagnie del legname, del petrolio e
quelle edilizie, quindi si presentarono i
fabbricanti di armi ed automobili, le industrie
aeronautiche e quelle delle comunicazioni, e infine
quelli che vengono eufemisticamente detti
‘fornitori di salute’ - cioè i dottori, gli
ospedali e i produttori farmaceutici, che hanno
fatto in modo che gli americani siano gli unici
cittadini di un paese sviluppato a non avere alcun
servizio sanitario nazionale.
Nel campo della politica estera, nessuna lobby si è
dimostrata tanto potente quanto l’organizzata
comunità ebraica americana, che agisce in appoggio
ad Israele. Essa di solito viene chiamata la lobby
israeliana e nei corridoi del Congresso,
semplicemente, “the lobby.”
La sua forza è ancora più impressionante se si
pensa che la lobby rappresenta non più di un terzo
dei sei milioni di ebrei d’America.
L’obiettivo a senso unico della Lobby
Il fanatismo e la fissazione in un’unica direzione
di questo terzo degli ebrei, comunque, è in netto
contrasto con la mancanza da parte della
schiacciante maggioranza degli americani di
coinvolgimento in un sistema politico nei confronti
del quale hanno perduto fiducia e rispetto molto
tempo fa. Ciò ha reso il compito della lobby molto
più semplice di quanto potesse sembrare di primo
acchito. Questo spiega anche perché il sostegno
incondizionato a Israele rimarrà probabilmente
l’unico argomento sul quale Democratici e
Repubblicani mettono da parte la loro ostilità e
marciano a passo unito come animali da circo
ammaestrati. Non solo i provvedimenti a favore di
Israele ricevono di solito 400 voti sui 435 membri
della Camera e 99 su 100 al Senato, ma quando si
parla di aiuti esteri, il Congresso ha spesso votato
per garantire ad Israele più denaro di quello
richiesto dal presidente o per far passare comunque
leggi favorevoli alla lobby nel caso il presidente
fosse ad esse contrario.
Dal 1985 l’ammontare dell’aiuto diretto è
oscillato tra i 3 ed i 3.5 miliardi di dollari,
mentre gli extra non dichiarati nel budget del
Pentagono contribuiscono a portare quella cifra
considerevolmente più in alto. Si stima che il
totale oggi sia di almeno 108 miliardi di dollari.
Questa cifra non include i costi, pari a 19 miliardi
di dollari, per le garanzie sui prestiti ad Israele
dal 1991; non include neanche i miliardi di dollari
dei contribuenti investiti nei bond governativi
israeliani presi dai fondi pensioni, dai governi dei
singoli stati, contee e città, e nemmeno i miliardi
di donazioni esentasse fatte dagli ebrei americani
alle agenzie paragovernative israeliane ed alle
associazioni di beneficenza sin dalla fondazione
dello Stato di Israele.
In tutto questo non si è mai preso in
considerazione lo stato dell’economia americana.
Quando non si sono trovati i fondi per i programmi
domestici essenziali, come nel 199l, quando sei città
americane su 10 non riuscivano a far quadrare il
proprio bilancio e parecchi Stati la loro bilancia
dei pagamenti, Israele continuava a ricevere, per
soddisfare i desideri del primo presidente Bush, 650
milioni di dollari supplementari in contanti come
rimborso parziale delle spese d’emergenza per la
Guerra del Golfo. Nel settembre del 1992, dopo aver
testardamente resistito per un anno alla richiesta
di Israele di 10 miliardi di dollari in garanzie sui
prestiti, ma con delle difficili elezioni contro
Bill Clinton da lì a due mesi, Bush soddisfece la
richiesta del Congresso che chiedeva una decisione
favorevole a Israele. Decisione troppo tardiva per
aiutarlo alle urne.
Questo è non soltanto un tributo pagato per i
milioni di dollari distribuiti da parte di ricchi
ebrei americani candidati politici della nazione, ma
è anche la testimonianza della paura che l’AIPAC,
il Comitato degli Affari Pubblici
Americano-Israeliano, la lobby israeliana ufficiale,
ha infuso nei membri del congresso che non hanno
alcun interesse personale a sostenere Israele, né
un importante collegio elettorale ebraico da
conquistare.
“Se il voto fosse segreto, gli aiuti ad Israele
sarebbero ridotti seriamente,” così si è
espresso un parlamentare, considerato come
pro-Israele, in un’intervista rilasciata a Morton
Kondracke del New Republic (settimanale
ultraconservatore sionista, ndt) nel 1989. “Non è
assolutamente più per puro amore di Israele che
esso riceve 3 miliardi all’anno. È per la paura
di svegliarsi una mattina e scoprire il candidato
alle elezioni che si oppone a te ha ricevuto una
donazione di 500.000 dollari per sconfiggerti”.
AIPAC e oltre
La lobby, tuttavia, è più dello stesso AIPAC, che,
da solo, non sarebbe in grado di esercitare un
simile potere. Ci sono, in realtà, più di 60
organizzazioni, dalle più piccole alle più grandi,
impegnate con un solo obiettivo, promuovere gli
interessi di Israele in America e
contemporaneamente, emarginare, intimidire e mettere
a tacere i suoi critici. Esse prendono di mira anche
quegli ebrei che si oppongono sia all’esistenza di
Israele in quanto Stato ebraico, come me stesso ed
altri che si sentono oltraggiati dalla continua
occupazione e furto della terra palestinese da parte
di Israele, sia si oppongono ai micidiali metodi con
cui questa occupazione e questo furto vengono
portati avanti, limitati solo in piccola parte dalle
restrizioni della comunità internazionale.
Circa 52 appartengono alla Conferenza dei Presidenti
delle Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane,
che è considerata la voce della comunità ebraica
americana.
Oltre all’AIPAC, le due più grandi e più
influenti organizzazioni sono l’ Anti-Defamation
League, o ADL (Lega Anti-Diffamazione, ndt), e
l’American Jewish Committee, o AJC (Comitato degli
Ebrei Americani, ndt). I rappresentanti delle
maggiori organizzazioni si incontrano ogni mese per
pianificare la strategia per quel mese. Niente può
essere lasciato al caso.
L’ADL nacque nel 1914 come propaggine della più
vecchia organizzazione sionista della nazione, B’nai
B’rith. La sua missione era difendere gli ebrei da
attacchi fisici e verbali anti-ebraici. Lo fa
ancora, ma il razzismo anti-ebraico ha smesso di
essere un problema serio negli Stati Uniti da anni,
per cui il compito principale dell’ADL oggi è
raccogliere informazioni su coloro che criticano
Israele, che essa definisce i «nuovi anti-semiti»
per poi infangarli nei Media.
Quattordici anni fa, si sono spinti troppo oltre con
la raccolta di informazioni. Un blitz della polizia
di San Francisco negli uffici dell’ADL rivelò che
l’organizzazione stava conducendo una grande
operazione di spionaggio privato in tutti gli Stati
Uniti. Nella sola area di San Francisco, i loro
agenti avevano raccolto informazioni su più di 600
organizzazioni e 12.000 persone, fra cui il
sottoscritto. Non solo gruppi di arabi-americani,
palestinesi e musulmani, ma anche neri, latini,
asiatici, irlandesi e perfino sindacati.
C’erano dei dossier speciali dedicati ai militanti
del movimento anti-apartheid, la qual cosa non era
affatto sorprendente dato i legami di Israele con il
regime di apartheid del Sud Africa. Quello che è
grave però e che le spie dell’ADL passavano le
informazioni ai servizi segreti sudafricani insieme
ad altre informazioni riguardanti gli esiliati neri
sudafricani che vivevano in California.
Le pressioni degli influenti sionisti locali
convinsero le autorità cittadine a non portare
davanti alla legge l’ADL e l’organizzazione
dovette promettere di cessare le sue attività di
spionaggio. Non c’è ragione di credere che
l’abbia fatto. Oggi, l’ADL lavora a stretto
contatto con i dipartimenti di polizia in tutto il
paese, istruendoli sui cosiddetti “hate crimes”
(crimini d’odio, cioè crimini a sfondo razziale,
ndt) ed organizza di routine viaggi gratis in
Israele per gruppi di ufficiali della polizia
americana per insegnare loro come rispondere ad
“attacchi terroristici”. Ciò non preannuncia
nulla di buono per ciò che rimane delle libertà
civili americane.
Il Comitato degli Ebrei Americani (AJC) fu fondato
da ebrei tedeschi nel 1906 ed era stato fermamente
anti-sionista fino agli eventi della Seconda Guerra
Mondiale; fu l’olocausto ebraico che lo portò a
cambiare la propria posizione. Oggi, è l’ufficio
esteri non ufficiale della lobby, e fino a poco
tempo fa si accontentava di lavorare dietro le
quinte facendo pressione sui governi stranieri per
conto d’Israele. Ha cominciato a mostrare
pubblicamente i muscoli due anni fa quando ha aperto
un ufficio a Bruxelles per iniziative di lobby nei
confronti dell’Unione Europea.
L’AJC tiene ora riunioni mensili con un alto
dirigente del governo dell’UE, quando non si
tratta proprio del presidente della Commissione e di
questo se ne possono già vedere gli effetti.
Durante l’anno scorso l’UE ha fatto marcia
indietro sul relativo sostegno ai palestinesi ed ha
adottato vari provvedimenti che, l’uno dopo
l’altro, seguono le richieste israeliane.
Un bel numero di altre organizzazioni che fanno
parte della lobby non partecipano alla Conferenza
dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni
Ebraiche Americane. Ci riferiamo ai 117 Consigli per
le relazioni tra le comunità ebraiche, le 155
federazioni ebraiche, e numerosi potenti ed
“indipendenti” think tanks (centri di studi
strategici e geopolitici, ndt) siti in Washington
come il Washington Institute for Near East Policy
(Istituto per le Politiche sul Vicino Oriente di
Washington, ndt), creazione dell’AIPAC;
l’American Enterprise Institute (l’Istituto di
Iniziativa Americano ndt), e la Foundation for the
Defense of Democracy (Fondazione per la Difesa della
Democrazia, ndt), fondata dopo l’attacco al World
Trade Center.
Se aggiungiamo a quanto ho enumerato finora anche
gli enti religiosi ebraici che anch’essi fanno
iniziative di lobby a favore di Israele, appare
ovvio che non esiste altro gruppo etnico o religioso
che può paragonarsi, per potenza e organizzazione
alla lobby pro-israeliana, con l’eccezione forse
dei Cristiani Sionisti, ma l’ambito del suo
intervento è relativamente limitato. Questo è
infatti una delle cose che distingue la lobby
pro-israeliana dalle altre potenti lobby che
difendono interessi particolari, a parte il fatto,
naturalmente, che difende gli interessi di un paese
straniero. Tutte le differenze sono importanti se si
vogliono capire le ragioni del suo successo.
La prima di queste ragioni, naturalmente, è il
denaro. É impossibile sapere esattamente quanto
denaro gli ebrei investano nei politici americani,
ma è sicuramente molto di più di quello che
investono gli altri gruppi.
La difficoltà sta nel fatto che i gruppi che
studiano i finanziamenti alla politica dividono i
contributi in relazione al settore finanziario a cui
appartengono i donatori. Questo tipo di
classificazione, nel caso di Israele, tende a
mascherare gli obiettivi che il donatore vuole
raggiungere. Per esempio, l’industria della
comunicazione negli Stati Uniti è dominata dagli
ebrei, la maggior parte dei quali sono noti
sostenitori di Israele. Quando, tuttavia, i
rappresentanti dell’industria della comunicazione
versano denaro ai Partiti Democratico o
Repubblicano, il finanziamento non è attribuito
alla lobby israeliana ma, appunto, all’industria
della comunicazione. Questo vale anche per il
settore bancario e per le società finanziarie di
Wall Street, le quali sono pure in gran parte
ebraiche, o anche ad altri settori del mondo degli
affari.
Haim Sabam esemplifica questo problema. Saban, un
miliardario israelo-americano nato in Egitto e, per
giunta, anche proprietario di vari Media, nel 2002
versò 12,3 milioni di dollari al Partito
Democratico, 7,5 milioni furono versati in una sola
rata. La somma donata da Saban superava di 2 milioni
di dollari il contributo che la Exxon aveva dato al
Partito Repubblicano in un periodo di 10 anni ma la
notizia fu riportata con un trafiletto di pochi
centimetri quadrati nel New York Times. Saban, un
buon amico dell’ex-Primo Ministro israeliano Ehud
Barak, ha versato sostanziosi contributi anche
all’AIPAC.
Saban ha anche fondato il Saban Center on the Middle
East presso il Brookings Institute, trasformando
quel centro di ricerca, un tempo indipendente, in
un’altra articolazione della lobby. Il
finanziamento di 12,3 milioni di dollari, tuttavia,
non è stato considerato come parte dei versamenti
della lobby israeliana.
Ciò che viene considerato denaro strettamente
pro-israeliano è in gran parte limitato a quei
fondi che provengono da circa tre dozzine di PACs (Political
Action Committees) e dai loro membri. I PACs sono
gruppi autorizzati a raccogliere donazioni e
versarle a quei politici che sostengono interessi
particolari, dell’industria, dei sindacati, ecc.,
oppure ad organizzazioni no-profit che hanno fondato
il PAC. Ciò che distingue i PACs pro-israeliani
dagli altri è il fatto che essi nascondono la loro
identità per evitare che i Media e il pubblico ci
metta il naso. Riescono a camuffarsi non menzionando
Israele nella loro denominazione. Infatti i loro
PACs si denominano, per esempio, Northern
Californians for Good Government oppure St.
Louisians for Good Government, o ancora The Desert
Caucus, o Hudson Valley PAC, o NATPAC, ecc. Per
questa ragione sono stati definititi ‘PACs
segreti’ da parte di un ex dirigente del
Dipartimento di Stato.
Inoltre, diversamente da altri PACs, quelli
pro-israeliani sono gli unici a finanziare candidati
di altri Stati. Per esempio, il Desert Caucus potrà
inviare denaro ai candidati parlamentari, sia uno
che sta per essere eletto al Senato o alla Camera
dei Rappresentanti, nello Stato dell’Illinois o
del New Jersey, esclusivamente alle loro posizioni
filo-israeliane. Questo ha portato i critici della
Lobby a definirli ‘Quelli di Israele al primo
posto’ [Israel Firsters] . Per dire che essi si
preoccupano più del benessere di Israele rispetto a
quello dei loro concittadini americani.
Il modo in cui io sono riuscito a calcolare i
finanziamenti politici pro-israeliani è stato
quello di andare sul sito web della rivista Mother
Jones, un mensile pro-israeliano di sinistra. Nel
1996 e nel 2000, la rivista ha compilato una lista
dei 400 maggiori donatori individuali ad entrambi i
partiti politici. Ciò che ho scoperto è che nel
2000, 7 dei 10 maggiori donatori, 12 dei 20 maggiori
donatori, e perlomeno 125 su 250 maggiori donatori
erano ebrei, e che la maggior parte delle donazioni
sono andate al Partito Democratico. In altri
termini, perlomeno il 50%, ma sicuramente di più,
delle donazioni erano di provenienza ebraica. E’
una cifra veramente sorprendente, se si tiene conto
che gli ebrei costituiscono solo il 2,3% della
popolazione americana.
La cifra del 50% corrisponde alle stime che vengono
da Partito Democratico e dalle organizzazioni
ebraiche sebbene alcuni pensano che la realtà si
avvicina al 70%.
Il volume di questi contributi, aggiunto a quelli
che provengono dai sindacati, i quali sono
decisamente pro-isrealiani, almeno a livello della
direzione e che hanno investito non meno di 5
miliardi di bond governativi in Israele, hanno
trasformato il Partito Democratico in ciò che il
professore di Diritto Francis Boyle ha recentemente
definito “La prima linea dell’ AIPAC”.
Mentre, da una parte, è presente in modo massiccio
nel Campidoglio di Washington, fino al punto da
essere chiamata nel Congresso, semplicemente “ La
Lobby “, dall’altra l’AIPAC prende la sua
forza dai suoi quadri di base e da quelli delle
altre organizzazioni ebraiche con le quali è
collegato in una rete che copre ogni Stato e ogni
città importante degli Stati Uniti. Le sue
operazioni vengono condotte da un personale di 165
impiegati, con un corposo bilancio annuale di 47
milioni di dollari, e uffici in tutto il paese. Il
suo vantaggio speciale è che esso è considerato
una Lobby nazionale e quindi non è tenuta a
registrarsi come Lobby straniera secondo la legge
denominata Foreign Agents Registration Act.
Questo permette ai Lobbisti di accedere a luoghi dai
quali sarebbero tenuti lontani dalla legge; per
esempio possono prendere parte alle audizioni dei
Comitati del Congresso, possono scrivere o esaminare
tutti i provvedimenti legislativi che riguardano
Israele o il Medio Oriente, possono piazzare loro
spie come volontari negli uffici dei membri del
Congresso dove raccolgono informazioni per l’AIPAC.
In realtà sono pochi i membri dell’AIPAC che
fanno direttamente azioni di Lobby. La maggior parte
fornisce materiale di ricerca, argomenti di
discussione, scrive discorsi per i membri del
Congresso o contribuisce a preparare il Rapporto sul
Medio Oriente dell’AIPAC, un documento
bisettimanale di quattro pagine che viene
distribuito a tutti i parlamentari del Congresso. A
livello locale, oltre a versare finanziamenti, i
membri dell’AIPAC forniscono gratuitamente la loro
competenza a tutti i candidati alle elezioni, così
chiunque vinca, assicura un nuovo sostenitore a
Israele.
La strategia dell’AIPAC
La conferenza annuale dell’AIPAC si svolge a
Washington ogni primavera e costituisce un
avvenimento importante della stagione politica. Nel
2005, vi parteciparono 4000 suoi aderenti e 1000
ospiti borsisti. Il discorso introduttivo viene di
solito tenuto dal Presidente degli Stati Uniti, dal
Vice-presidente o dal segretario di Stato.
Quest’anno è toccato al Vice-presidente Dick
Cheney, salutato da molti scrosci di applausi e una
standing ovation. Come tributo al potere della
lobby, partecipano alla conferenza circa la metà
dei membri del Congresso, compresi i capigruppo
Democratico e Repubblicano di entrambe le Camere.
Ovviamente i loro discorsi riflettono la loro
personale fedeltà e l’appoggio incondizionato
dell’America a Israele. I nomi dei membri del
Congresso che percorrono la passerella vengono
pubblicizzati sul sito web dell’Aipac, il che fa
crescere le loro possibilità di ottenere contributi
da parte dei principali donatori ebraici.
Altrettanto importanti ma raramente pubblicizzate
sono le cene e i pranzi regionali organizzati
dall’AIPAC nell’intero paese, avvenimenti a cui
vengono invitati a prendere parte i dirigenti
politici locali – sindaci, sovrintendenti,
consiglieri comunali, ufficiali della polizia,
avvocati distrettuali, direttori scolastici, ecc.
L’oratore principale in queste occasioni è di
solito un Senatore o il governatore di un altro
Stato. É interessante notare che in queste
occasioni i Media non sono mai invitati né
informati su chi sia l’oratore, da quale Stato
provenga, su dove ha luogo la cena o il pranzo.
Alla fine di questi avvenimenti, i personaggi
invitati ricevono come premio dei viaggi
completamente spesati in Israele, offerti dai
Consigli della comunità ebraica locale, dalle
Federazioni o da altre Organizzazioni ebraiche. In
Israele, vengono ricevuti dal Primo Ministro, dal
Ministro della Difesa e dal Capo Maggiore
dell’esercito, vengono portati in visita in
Israele e nelle colonie in Cisgiordania, e infine
vengono condotti al museo dell’olocausto dello Yad
Vashem. Si dà il caso che i futuri membri del
Congresso vengano proprio da questa classe di
“servitori pubblici” e così le relazioni
pubbliche stabilite, con questi viaggi, tra loro e
influenti e attivi personaggi della comunità
ebraica, daranno un beneficio a entrambe le parti.
I politici, dai candidati al Congresso ai candidati
presidenziali, si recano spesso in Israele per
conquistarsi i voti ebraici in patria.
George W. Bush fece il suo unico viaggio in Israele
prima di prendere la decisione di partecipare alle
elezioni per presidente, una scelta che fu da tutti
considerata come uno sforzo per guadagnarsi il
sostegno dei votanti pro-israeliani. Il governatore
della California Arnold Swartznegger e il sindaco di
New York Michael Bloomberg, un ebreo non praticante,
hanno fatto esattamente la stessa cosa.
Una volta eletti al congresso, ai deputati sono
assicurati altri nuovi viaggi spesati in Israele,
organizzati dall’American Israel Education Fund,
una fondazione creata da AIPAC a questo scopo. Solo
nel 2005, più di 100 membri del Congresso (sui 600
totali, ndt) hanno visitato Israele, alcuni più di
una volta.
É doveroso notare che pochi politici pensano di
dover fare simili viaggi in Messico, prima o anche
dopo le elezioni, malgrado il fatto che il Messico
è un paese molto più importante per l’economia
americana di Israele ed è il paese d’origine di
molti più americani degli ebrei. Ma, sappiamo, non
c’è una lobby messicana con una simile influenza
politica e finanziaria.
L’AIPAC non contribuisce direttamente alle
campagne per le elezioni parlamentari o
presidenziali, ma consiglia ai suoi membri e alla
comunità pro-israeliana tutta chi va sovvenzionato
con i migliori risultati, sia attraverso contributi
personali, sia attraverso finanziamenti di uno dei
PAC.
Un segno distintivo importante del potere dell’AIPAC
è la sua abilità di raccogliere le firme di almeno
70 senatori (su i 100 totali, ndt) in fondo a
qualsiasi lettera che desidera mandare al Presidente
quando pensa che egli non sta operando nel migliore
interesse di Israele. uno dei casi più degno di
nota fu la lettera che 76 senatori inviarono al
Presidente Gerald Ford il 21 maggio 1975 dopo che
egli aveva sospeso gli aiuti a Israele ed era sul
punto di fare un importante discorso alla nazione in
cui auspicava una correzione dei rapporti tra Stati
Uniti e Israele e chiedere a quest’ultimo di
tornare ai confini del 1967. La lettera metteva in
guardia Ford a non modificare minimamente la stretta
relazione tra gli Stati Uniti e Israele. Ford non
fece mai quel discorso e nessun altro presidente ha
osato fare nuovamente una minaccia di quel genere.
La comunità ebraica a favore del sionismo
Mitchell Bard, ex direttore del Near East Report di
proprietà dell’AIPAC, dichiara che la fonte del
potere della lobby è fondato sul fatto che “gli
ebrei si sono impegnati nella politica con un
fervore quasi religioso”. Sebbene la popolazione
ebraica negli Stati Uniti è all’incirca di sei
milioni, o in termini percentuali un poco superiore
al 2% della popolazione americana totale, circa il
90% degli ebrei vive i dodici Stati che
rappresentano collegi elettorali chiave.
“Solo questi Stati” scrive Bard, “valgono
abbastanza voti per eleggere il presidente. Se ai
voti ebraici si aggiungono i voti dei non-ebrei che
sono favorevoli ad Israele quanto gli ebrei, è
chiaro che Israele ha il sostegno di uno dei gruppi
più consistenti che nel paese possono impedire
politiche anti-israeliane”.
Bard sottolinea una cosa che è stata ovvia per anni
agli osservatori politici. L’attivismo politico
ebraico obbliga i membri del Congresso a tenere in
conto cosa possa significare per il loro futuro
politico un atteggiamento incerto nel momento di
votare provvedimenti relativi a Israele. Non ci sono
benefici per coloro che criticano apertamente
Israele, mentre ci sono “considerevoli costi, sia
in perdita di denaro, sia di voti ebraici ma anche
non ebraici”. Per un membro del Congresso, basta
anche chiedere soltanto che gli Stati Uniti agiscano
con equidistanza verso israeliani e palestinesi per
essere preso di mira e affondato.
Conseguentemente, i politici ad ogni livello nel
governo tendono ad essere più attenti alle
preoccupazioni dei votanti ebraici piuttosto che
alle più ampie fasce di votanti dei loro collegi
elettorali, i quali sono più interessati ai reality
della TV, alle telenovelas, allo sport, ai loro
cellulari piuttosto che alle politiche elettorali.
Laddove “è uno dei segreti di Pulcinella nella
politica degli ebrei americani il fatto che i
contributi per le campagne elettorali siano un
elemento chiave del potere ebraico” come ha
sottolineato J.J. Goldberg nel suo libro Jewish
Power, tuttavia ai sostenitori di Israele, questo
elemento chiave, non è mai bastato, fin dagli anni
immediatamente successivi alla nascita di Israele.
Ciò che essi ritenevano necessario è stato creare
una struttura organizzativa superiore che unisse
tutti i gruppi ebraici sì da influenzare ogni
settore della vita americana.
La struttura della lobby
Sebbene questa struttura si è evoluta nel tempo e
mentre gli obiettivi delle sue attività si sono
estesi e diventati più sofisticati, il suo modus
operandi è rimasto per lo più lo stesso.
La struttura e il suo modo di operare furono messe
allo scoperto durante una Audizione del Comitato
Senatoriale sulle Relazioni Estere, nel 1963, un
periodo in cui l’assistenza finanziaria e il
sostegno politico a Israele da parte degli Stati
Uniti erano insignificanti se paragonati a ciò che
sarebbero diventati, ed era ancora possibile che per
lo meno un legislatore eletto criticasse
pubblicamente Israele dalla tribuna del Congresso.
Il senatore J. William Fulbright, Democratico
dell’Arkansas, presidente del suddetto Comitato
Senatoriale sulle Relazioni Estere diede inizio a
una serie di Audizioni che riguardavano le attività
di agenti stranieri negli Stati Uniti per stabilire
se erano necessarie leggi più restrittive al
riguardo.
Tra i gruppi sospetti c’erano quelli della giovane
lobby israeliana, tra i quali la struttura
organizzativa superiore o struttura a ombrello che
era l’American Zionist Council (AZC), e l’AIPAC
che a quel tempo era poco più che una piccola
organizzazione.
In quegli anni, l’AZC riuniva otto gruppi; solo
due di questi sono attori importanti oggi, la
Zionist Organization of America che è
un’organizzazione di estrema destra e la Women’s
Zionist Organization of America, più nota come
Hadassah. L’AIPAC era stato fondato nel 1951 come
American Zionist Committee for Public Affairs
(Comitato Sionista d’Affari Publici in America)
per agire come strumento lobbistico dell’ American
Zionist Council (AZC), successivamente, nel 1954,
l’AIPAC si era separata dall’AZC per non mettere
in pericolo, con la sua attività lobbistica, la
condizione di esenzione dalle tasse le altre
organizzazioni. Nel frattempo lasciò cadere
l’aggettivo ‘sionista’ dal suo nome e, nel
1959, divenne l’AIPAC (American-Israeli Public
Affairs Committee). La separazione fu in gran parte
un’operazione cosmetica. Ci fu più che altro una
divisione dei ruoli, così mentre l’AIPAC
indirizzava i suoi sforzi lobbistici verso il
Congresso, le altre organizzazioni si incaricavano
di intrallazzare a favore di Israele in lungo e in
largo nella società americana.
Il programma
Perché tutto ciò divenisse chiaro bastò leggere
il programma di un singolo gruppo dell’American
Zionist Committee, presentato all’Audizione del
Comitato Senatoriale sulle Relazioni Estere del 1963
di cui abbiamo detto. Si noti che a quel tempo
Israele non era minacciato da nessun pericolo
esterno e che l’Organizzazione per la Liberazione
della Palestina (OLP) non esisteva ancora.
Questo gruppo era il Committee on Information and
Public Relations (Comitato per l’Informazione e le
Pubbliche Relazioni) dell’Americam Zionist Council
(AZC), il quale, secondo il suo programma, doveva
svolgere “la sua attività principale per mezzo di
sottocomitati altamente specializzati composti di
professionisti di settori specifici di attività che
operavano su base volontaria …”. Gli
stanziamenti di bilancio per l’anno budgetario
1962/63 erano indirizzati ad interventi nei
confronti delle riviste, dei loro direttori, le TV,
le radio, i film; i gruppi religiosi cristiani;
l’insegnamento universitario; la stampa
quotidiana; la stampa e la promozione di libri;
l’estensione dei già esistenti e attivi uffici di
comunicazione; collegamenti con altre
organizzazioni, e a livello nazionale e a livello
locale, in particolare quelle organizzazioni che
avevano relazioni internazionali (con
un’attenzione speciale a «the Negro Community»
); “diffusione di materiale speciale per orientare
l’opinione pubblica su temi controversi come i
rifugiati arabi (cioè palestinesi, ndt), la
situazione tra Israele e Siria, ecc.”; sovvenzioni
di viaggi in Israele per “commentatori ed
editorialisti con grande influenza sull’opinione
pubblica in modo da fornir loro un’esperienza in
Israele…” e l’organizzazione di viaggi “a
cui questi influenti individui parteciperanno [e]
forniranno informazioni utili riguardanti il modo in
cui turisti americani vengono accolti in Israele;”
…“contrasto dell’opposizione” (che a quel
tempo era minima ma la lobby non intendeva lasciarle
alcun spazio), “il monitoraggio ed il contrasto di
tutte le attività condotte in America dagli arabi,
americani amici del Medio Oriente e altri gruppi
ostili” e infine il numero 12 della lista
denominato “miscellaneo” che includeva
“rispondere alle richieste di informazione e
fornire letteratura adeguata alle migliaia di
persone che ne fanno richiesta”. Questi erano i
loro obiettivi 44 anni fa. Vediamo adesso come sono
riusciti a portarli avanti.
Riviste e gli editori
Il primo punto erano le riviste e i rapporti con i
loro direttori. Sebbene un gran numero delle più
importanti riviste di allora non siano più
pubblicate, quelle che esistono oggi come Newsweek,
Time, US News & World Report, e il Weekly
Standard o sono di proprietà ebraica o nel loro
personale editoriale vi è una parte sostanziosa di
ebrei. Sebbene il fatto che qualcuno sia ebreo non
significa necessariamente che egli o ella è un
militante sionista, in base alle mie osservazioni,
in tanti anni, è chiaro che la maggior parte di
loro sono sostenitori di Israele e, per lo meno, per
i loro propri interessi, sanno come rigirare la
pizza a favore di Israele. La televisione, la radio
ed i film erano allora dominati da ebrei, ma oggi
sostengono ancora più fortemente Israele, dai
proprietari alla gestione, ai telegiornali. Questa
è una fondamentale fonte di propaganda e di
influenza pro-israeliana.
Gruppi cristiani
I gruppi religiosi cristiani sono stati un problema
difficile per la lobby perché varie chiese, negli
anni, hanno cercato di prendere una posizione
equilibrata sul conflitto Israele-Palestina. E
questo per i sionisti è un atto di «anti-semitismo».
Nel complesso, tuttavia, i sionisti hanno fatto in
modo che i loro rapporti con la maggior parte delle
chiese cristiane sia tale che si possa ricorrere nei
loro confronti alla colpa di secoli di persecuzione
ebraica. Il loro più grande successo, i sionisti,
lo hanno ottenuto riuscendo a portare le chiese
cristiane evangeliche nelle file del movimento
sionista, il che fornisce loro un massiccio sostegno
in voti nell’America rurale dove pochi ebrei
vivono.
Tra le chiese cristiane più liberali, i sionisti
hanno dovuto lavorare a tempo pieno per fare in modo
che i Presbiteriani, Episcopaliani e i
Congregazionalisti non approvassero o non
applicassero programmi di de-investimento dalle
compagnie americane che traggono profitto
dall’occupazione.
Insegnamento universitario
L’insegnamento universitario è stato da molto
tempo un campo di battaglia tra i sionisti e i
sostenitori della Palestina. Negli ultimi anni, la
battaglia si è incentrata principalmente su due
temi: sui de-investimenti e su ciò che può o non
può essere insegnato del conflitto
Israele-Palestina. I sionisti avevano già messo in
opera il loro attivismo frenetico prima
dell’attuale Intifada ma dopo che le critiche a
Israele si svilupparono a causa dell’assalto
contro Jenin dell’aprile 2002, ben 26 gruppi
universitari guidati da Hillel e varie
organizzazioni esterne alle Facoltà, dirette
dall’AIPAC, dall’Anti Defamation League e
dall’American Jewish Committee, (ADL e AJC, due
altre organizzazioni sioniste, ndt) hanno fondato la
Israel Campus Coalition. Sono riusciti finora a
respingere ogni tentativo di de-investimento verso
Israele nelle Università come hanno fatto con le
chiese cristiane.
Nella battaglia sui contenuti dell’insegnamento,
l’ADL ha avuto un vantaggio iniziale. Nei primi
anni ’80, fu la prima organizzazione che pubblicò
una lista di professori e militanti pro-arabi e poi
la distribuì ai suoi membri e ai Media. Il gruppo
più recente, Campus Watch, si è spinto fino a
mettere anche gli indirizzi sul suo sito web ma è
stato costretto a rimuoverli.
Nel campo universitario, l’AJC e Campus Watch
hanno fatto pressioni sul Congresso per far
approvare una legge che preveda il monitoraggio
degli studi universitari mediorientali nelle Facoltà
onde assicurarsi che i professori non indottrinino i
loro studenti con “propaganda” anti-israeliana o
anti-americana. Dal momento che una simile legge
violerebbe il 1° emendamento della Costituzione e
limiterebbe la libertà di espressione dei
professori nelle aule, essa è bloccata in Senato.
Proprio in quest’ultimo scorcio di tempo, la lobby
è riuscita a segnare un punto importante a suo
vantaggio. É stata in grado di impedire alla Yale
University, la più antica del paese, di assumere il
professore ed esperto del Medio Oriente Juan Cole
dell’Università del Michigan, anche se
l’assunzione di Cole era stata raccomandata dal
comitato universitario addetto alla scelta degli
insegnanti. Il crimine di Cole? É critico verso
Israele, verso la lobby e sostiene i palestinesi.
Conquista dei quotidiani
La conquista dei quotidiani ha rappresentato ha
volte un problema, ma la lobby è uscita chiaramente
vincitrice da questa battaglia. Considerando che
sono di storica proprietà ebraica i due quotidiani
più influenti del paese, il New York Times e il
Washington Post, considerando che sono
pro-israeliani i columnists di entrambi questi
giornali e i loro articoli vengono venduti tramite
agenzie a centinaia di altri giornali nell’intero
paese, si può dire che il punto di vista
pro-israeliano è l’unico che viene letto in
America e sulle prime pagine e su quelle degli
editorialisti.
Anche i telegiornali sono gestiti da pro-israeliani,
eppure questo non basta ai gruppi sionisti che fanno
monitoraggio della stampa e che sono riuniti nelle
organizzazioni CAMERA e Honest Reporting. Accusano
entrambi i giornali citati di essere favorevoli ai
palestinesi e contrari a Israele. Tutto ciò,
naturalmente, non ha alcun senso, ma serve a farli
rigare dritto.
Libri
Qualsiasi rassegna dei titoli dei libri pubblicati
in America rivela ancora un’altro successo della
lobby. Sebbene ci sia stata una pletora di libri su
Israele e la cultura ebraica, nulla ha avuto più
successo rispetto alla promozione di libri
sull’Olocausto ebraico e la produzione sembra non
arrestarsi mai. Inoltre, è raro che un bimbo
americano riesca a superare gli studi nella scuola
pubblica senza subire un intenso studio
dell’olocausto, soprattutto attraverso il Diario
di Anna Frank. Per i ragazzi americani quella è
tutta la storia della Seconda Guerra Mondiale. In
effetti, gli scolari americani trascorrono più
tempo a studiare l’olocausto rispetto al genocidio
dei nativi americani (13 milioni di morti
nell’America Settentrionale, ndt) e ai tre secoli
e mezzo di schiavitù e le decine di anni di
razzismo che seguirono. Prima di lasciare la scuola
superiore, gli studenti americani avranno letto e
sperimentato anche le piagnucolose recriminazioni di
Eli Wiesel contro il mondo dei non-ebrei per non
essersi precipitato in aiuto degli ebrei. Wiesel è
oggi un punto fisso sulla scena culturale americana.
Relazioni con le comunità Afro-americana e
Latino-americana
Non voglio scorrere oltre il programma dell’AZC,
voglio solo sottolineare che i contatti che essa va
tessendo con la comunità Afro-americana, e più
recentemente con l’emergente popolazione
Latino-americana, hanno rappresentato un fatto di
importanza maggiore per la direzione della lobby.
Ebrei di sinistra svolsero un ruolo importante in
America durante le lotte per i diritti civili,
mentre gli obiettivi principali della lobby sono
stati da sempre quelli di controllare il programma
politico dei neri e di determinarne la direzione. E
in questo la lobby è riuscita a realizzare i suoi
scopi. Alcuni ricchi uomini d’affari
pro-israeliani contribuiscono a sostenere le finanze
di chiese Afro-americane e così tengono buoni i
loro ministri; allo stesso modo vengono forniti
fondi e informazioni utili ai politici di colore che
aspirano ad un posto nelle istituzioni, così che la
loro fedeltà ai donatori, se non addirittura a
Israele, viene assicurata. Coloro che si rifiutano
di genuflettersi di fronte alla lobby, che a suo
tempo richiedeva di inghiottire le critiche a
Israele che forniva armi al regime dell’apartheid
in Sud Africa, vengono immediatamente accusati di
antisemitismo e presi di mira allo scopo di
estinguerli politicamente.
Ciò che rimane oggi è quello che io ho chiamato
“la piantagione invisibile.” L’unico membro
del Congresso che non fa parte della piantagione al
momento è Cynthia McKinney di Atlanta, Georgia.
Riuscirono a sconfiggerla nel 2002 per aver
criticato Israele e la guerra in Iraq, ma lei diede
battaglia e riconquistò il seggio nel 2004, con
gran dispiacere non solo della lobby ma anche del
Partito Democratico.
É pronto contro di lei un nuovo fuoco di
sbarramento alle primarie del 18 luglio 2006 in
Georgia.
Mancanza di opposizione
Infine, ed è la cosa più sconvolgente, ciò che
distingue la lobby israeliana dalle altre lobby è
che essa non trova un significativo contrasto.
In realtà, solo la primavera scorsa, con la
pubblicazione nella London Review of Books del
saggio intitolato ‘La lobby israeliana e la
politica estera degli Stati Uniti’, scritto dai
professori universitari John Mearsheimer della
University of Chicago and Steven Walt, di Harvard,
l’argomento del potere e dell’influenza della
lobby sulla politica estera americana in Medio
Oriente è diventato un tema accettabile di
dibattito pubblico.
Nel loro scritto i due studiosi hanno affermato, con
prove abbondanti, che il sostegno statunitense a
Israele in tutti questi anni non ha fatto gli
interessi nazionali dell’America e che la guerra
in Iraq è stata scatenata essenzialmente per conto
di Israele, infine essi hanno efficacemente
contrastato l’idea che Israele rappresenti un
“bene strategico” degli Stati Uniti in questo
momento.
Il fatto che si sia dovuto pubblicare il saggio a
Londra, dopo che sia stato rifiutato dall’Atlantic
Magazine negli Stati Uniti la dice lunga su quanto
la discussione sulla lobby sia un argomento tabù
negli ambienti della politica Americana.
Gli ambienti a cui mi riferisco non includono
soltanto i sostenitori di Israele, i politici nelle
istituzioni e i Media su cui i primi esercitano la
loro influenza, ma anche la sinistra americana e la
sua figura centrale, il prof. Noam Chomsky.
Quest’ultimo, da una parte ha lodato i due
studiosi per aver sollevato il problema della lobby,
ma dall’altra si è affrettato, con aria
indifferente, di liquidare le loro tesi senza
nemmeno affrontarne i punti essenziali.
Non è stata una sorpresa. Per più di 30 anni, in
innumerevoli libri, discorsi e interviste, il prof.
Chomsky ha sostenuto che Israele è un “bene
strategico” americano, che è utilizzato come
“poliziotto a tempo” in Medio Oriente, e che la
lobby non è proprio un fattore nelle decisioni di
politica estera a Washington. Sembra così, egli
insiste, perché le posizioni della lobby tendono ad
andare d’accordo con quelle dell’elite dirigente
americana. É interessante notare anche che Chomsky
si oppone fortemente a ogni forma di pressione
economica contro Israele, sia essa boicottaggio,
de-investimento o sanzioni simili a quelle contro il
Sud Africa dell’apartheid.
Avendo investito tanto nella sua posizione, il prof.
Chomsky non cambierà certo idea proprio ora. Né,
pare, lo faranno altri professori, come Stephen
Zunes, che hanno adottato rigidamente il suo punto
di vista.
I movimenti contro la guerra e per la
Palestina
Ma quello che è più grave è che questa è stata
la posizione del movimento contro la guerra e di
quello di solidarietà con la Palestina. Invece di
dare il benvenuto all’opportunità di criticare o
per lo meno discutere il ruolo della lobby offerta
dal saggio di Mearsheimer e Walt, i movimenti lo
hanno ignorato o, come Chomsky e Zunes, hanno
insistito nel dire che il problema non è la lobby,
ma l’imperialismo americano (come se le due cose
si escludessero a vicenda) che è un obiettivo
facile ma offre poco fondamento per un’azione
politica concreta. Il fatto che il movimento di
solidarietà con la Palestina negli Stati Uniti
abbia finora rappresentato un fallimento completo,
credo, è dovuto al suo rifiuto di riconoscere il
potere della lobby israeliana e quindi di
combatterla a livello locale e nazionale.
É interessante notare che già nel 1971, tre anni
prima che Chomsky pubblicasse il suo primo libro su
Israele, Roger Hilsman, che era stato dirigente del
Dipartimento di Stato (Esteri) nel settore
dell’intelligence durante l’amministrazione
Kennedy, aveva scritto:
Risulta ovvio, anche all’osservatore più
distratto, per esempio, che la politica estera degli
Stati Uniti in Medio Oriente, dove il fattore
petrolio è fondamentale, è stata più sensibile
alle pressioni della comunità ebraico-americana e
al suo ovvio desiderio di sostenere Israele di
quanto non lo sia stata agli interessi petroliferi
americani.
Stephen Green ha compiuto una ricerca su questo
argomento andandosi a spulciare documenti del
Dipartimento di Stato e così ha cominciato a
dissodare un terreno fino allora rimasto vergine. La
sua ricerca si trova nel magnifico libro ‘Taking
Sides: America’s Secret Relations with Militant
Israel’. Nel libro egli afferma, solo in un modo
un po’ più sfumato:
Dal 1953, Israele e gli amici di Israele in America,
hanno determinato a grandi linee la politica
americana nella regione. É toccato ai presidenti
americani realizzare quella politica, con gradi
diversi di entusiasmo, e con la libertà di
vedersela con scelte di carattere tattico.
Il defunto prof. Edward Said non usava mezzi termini
sull’argomento. Nel 2001, nel suo contributo dal
titolo ‘L’ultimo tabù dell’America’ per la
raccolta di articoli La nuova Intifada si chiedeva
retoricamente:
Cosa spiega l’attuale stato delle cose? La
risposta si trova nel potere delle organizzazioni
sioniste nella politica americana, il cui ruolo, nel
corso di tutto il «processo di pace» non è stato
mai affrontato in modo adeguato – un errore che è
del tutto sorprendente, dato che la politica
dell’OLP è stata quella di gettare il nostro
destino in quanto popolo nelle braccia degli Stati
Uniti, senza nessuna consapevolezza strategica di
quanto la politica americana sia dominata da una
piccola minoranza i cui punti di vista sul Medio
Oriente sono in qualche modo ancora più estremisti
di quelli dello stesso Likud.
Riguardo all’AIPAC, Said scriveva:
L’American Israel Public Affairs Committee –
l’AIPAC – per anni è stato l’unica
strapotente lobby a Washington. Attingendo da una
popolazione ebraica ben organizzata, ben collegata,
molto visibile e ricca, l’AIPAC ispira paura e
rispetto in tutto l’ambiente politico. Chi oserà
ergersi contro questo Moloc per conto dei
palestinesi quando questi non possono offrire nulla,
mentre invece l’AIPAC può distruggere una
carriera professionale semplicemente staccando un
assegno? Nel passato, uno o due membri del Congresso
hanno osato resistere apertamente all’AIPAC, ma
poi i numerosi comitati d’azione politici
controllati dall’AIPAC hanno fatto in modo che
costoro non venissero mai più rieletti …. Se
questo è il materiale del ramo legislativo, cosa ci
si può aspettare dell’esecutivo?
La voce del prof. Said, come altre voci, caddero su
orecchie per lo più sorde.
Così, non dovrebbe apparire sorprendente che
nell’assenza di qualsiasi opposizione pubblica
organizzata e nella vergognosa inadempienza da parte
di coloro che dicono di sostenere la causa
palestinese, la lobby israeliana non ha avuto
difficoltà a mantenere il suo controllo sul
Congresso degli Stati Uniti, e dirigere di fatto la
politica mediorientale americana. Essa ha fatto in
modo che qualsiasi presidente che si è opposto ad
essa abbia dovuto pagare il prezzo di una
prevedibile sconfitta elettorale il giorno delle
elezioni per il secondo mandato.
Ogni presidente, a cominciare da Richard Nixon, ha
fatto qualche timido sforzo per costringere Israele
a lasciare la Cisgiordania, Gaza e le alture del
Golan, non per il beneficio dei palestinesi, ma per
migliorare gli interessi regionali dell’America.
Ogni minimo sforzo è stato ostacolato dalla lobby.
L’unica eccezione è stata Jimmy Carter, un
politico outsider, il quale costrinse Menachem Begin
a evacuare la penisola del Sinai in cambio del
trattato di pace di Camp David con l’Egitto e nel
1978, per fargli inghiottire il rospo, gli ordinò
di ritirare le sue truppe dal Libano, dopo a prima
invasione israeliana del suo vicino settentrionale.
La lobby, naturalmente, non era contenta degli
accordi di Camp David, né dei suoi altri sforzi di
fare pressioni su Israele e così anche lui dovette
pagare il prezzo. Ciò avvenne alle elezioni del
1980 quando ricevette solo il 48% dei voti ebraici,
la percentuale più bassa di qualsiasi candidato
Democratico da quando si è cominciato a tenere il
conto.
Data la situazione che ho descritto, le prospettive
di cambiamento della politica americana se non fosse
altro nei termini di dare un po’ più di giustizia
ai palestinesi non sono affatto rosee.
Ciò che ci resta da fare è spiegare perché e
cercare di far capire a coloro che sono alla testa
del movimento e ne stabiliscono la direzione
sbagliata che essi devono o cambiare atteggiamento o
togliersi da mezzo.
Tradotto dall’inglese da Manno Mauro, membro
di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità
linguistica (tlaxcala@tlaxcala.es). Questa
traduzione è in Copyleft.
http://www.corriere.it/Primo_Piano/E...5/saggio.shtml
"Gli ebrei dietro le guerre degli Usa": è polemica per un
saggio in america
Il saggio di un docente di Harvard crea un caso politico «Gli ebrei dietro
le guerre degli Usa». Protesta Israele, l'ateneo prende le distanze dalle
tesi dello studioso: «Dal '67 una lobby ebraica guida la politica estera»
GERUSALEMME - È la Lobby. Minacciosa come nel titolo di un romanzo di John
Grisham. È la Lobby che avrebbe spinto l’America alla guerra con
l’Iraq, è la Lobby che ora vorrebbe un attacco all’Iran, è la Lobby
che avrebbe preso il controllo della Casa Bianca. Contro gli interessi degli
Stati Uniti e per il bene di un solo Paese: Israele. Quello che il
quotidiano liberal Haaretz ha definito «I Protocolli di Harvard e Chicago»
è un articolo di due docenti, esperti di strategia internazionale,
pubblicato dalla London Review of Books . Nelle 83 pagine, John Mearsheimer
(Università di Chicago) e Stephen Walt (Harvard) vogliono descrivere «un’alleanza
di uomini e organizzazioni che lavorano dal 1967, dai tempi della Guerra dei
Sei Giorni, per dirottare la politica estera di Washington».
Fanno nomi, cognomi e ragioni sociali, senza distinzioni di fede (non tutti
gli «agenti» della Lobby sono ebrei, specificano i professori, le
pressioni arrivano anche dai cristiani evangelici) e di appartenenza
politica (ci sono liberal e repubblicani). A destra, citano: Paul Wolfowitz
(vice di Donald Rumsfeld, adesso presidente della Banca Mondiale), Douglas
Feith (un altro ex sottosegretario del Pentagono), il pensatoio conservatore
American Enterprise Institute, il Wall Street Journal . A sinistra: la
Brookings Institution, gli editorialisti del New York Times . A muovere
questi «tentacoli», l’Aipac (America-Israel Public Affairs Committee) e
la Conferenza delle organizzazioni ebraiche. Che con le loro manovre «hanno
messo in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo». «Non ci
sono dubbi - scrivono - che numerosi leader di Al Qaeda, incluso Osama Bin
Laden, sono motivati nella loro battaglia dal controllo israeliano su
Gerusalemme e dalla tragedia palestinese».
La versione completa di La Lobby israeliana e la politica estera degli Stati
Uniti, apparsa sul sito della John F. Kennedy School of Government, portava
in copertina il logo di Harvard. L’ateneo ha poi deciso di prendere le
distanze dal saggio, cancellando il marchio e aggiungendo una nota
introduttiva: «Le opinioni espresse appartengono solo agli autori». Che in
Israele sono stati attaccati da Haaretz ma anc he dal Jerusalem Post . E
negli Stati Uniti sono stati sfidati a un confronto da Alan Dershowitz: «Non
è uno studio accademico - ha detto l’avvocato e docente di legge proprio
ad Harvard -. È solo una compilazione di paragrafi pieni d’odio a cui è
stato dato un imprimatur universitario. In alcuni casi, hanno preso
citazioni e frasi che circolano nei siti neo-nazisti». L’articolo è
stato elogiato da David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, noto per le
posizioni antisemite (invitato in Siria, si era lanciato contro «i sionisti
che occupano New York»), ed è distribuito via Internet dalle
organizzazioni palestinesi e dai Fratelli Musulmani. Mearsheimer e Walt
sostengono che l’appoggio allo Stato ebraico avrebbe colpito tutti gli
aspetti della vita americana: gli aiuti durante la guerra del Kippur (1973)
causarono come rappresaglia un embargo petrolifero che fece alzare il prezzo
della benzina. «La combinazione di un sostegno sconsiderato a Israele e lo
sforzo di diffondere la democrazia in Medio Oriente hanno infiammato
l’opinione pubblica araba e islamica».
In queste settimane, la Lobby starebbe «macchinando» per spingere a un
conflitto con l’Iran. Inutile (anzi controproducente), nella visione dei
due professori. «Se Washington ha potuto vivere con un’Unione Sovietica o
una Cina nuclearizzate, può farlo anche con Teheran». «Queste tesi sono
comuni tra le frange dell’estrema destra e dell’estrema sinistra,
circolano come un rumore di fondo - ha commentato la rivista Forward -.
L’aspetto più preoccupante è che adesso vengano adottate da docenti
universitari che non fanno parte del giro di Noam Chomsky ed entrino nel
dibattito pubblico. È sempre stato così: quando le cose vanno male, come
in Iraq, ci vuole qualcuno da incolpare. Gli ebrei».
Davide Frattini
25 marzo 2006