FISICA/MENTE

SIONISTI CRISTIANI 

SIONISTI EBREI

 

Cerchiamo di capire come due entità che dovrebbero essere agli antipodi sono invece legate strettamente a fini di potere. Negli USA gli affari sono affari ed anche la religione si adatta: se non si ricava un utile immediato è inutile credere.


 

Science & Theology news

In cerca di significato, un nuovo tentativo di decifrare il codice della Bibbia


By John Chambers
(April 1, 2005)

http://www.stnews.org/ts-566.htm 

Lo studio della Cabala, diventato una vera e propria moda, potrebbe non essere il solo modo di accostarsi alla saggezza dagli antichi testi ebraici. Michael Drosnin, autore del libro “Codice Genesi”, ha annunciato lo scorso novembre la pubblicazione di un terzo libro nella sua serie sulle profezie della Bibbia. E gli studiosi delle profezie bibliche affermano che la recente scoperta di alcuni scritti teologici a cura di Sir Issac Newton, insieme al fondamentale desiderio umano di scoprire le leggi dell’universo, potrebbe rinnovare l’interesse per studi che mirano a decodificare il codice della Bibbia.

Gli studiosi del Vecchio Testamento hanno messo in questione alcune affermazioni di base sul testo: fu Dio a dettare a Mosé la Torah sul Monte Sinai in una serie unica di 304.805 lettere senza interruzione? E’ vero che la Torah non ha subito alcuna modifica da allora? Ed il testo contiene davvero profezie codificate sul futuro dell’uomo?

Nel 1991, tre matematici israeliani, Eliyahu Rips, Doron Witztum e Yoav Rosenberg, cercarono di rispondere a queste domande usando un computer per “filtrare” la Torah (rimuovendo le vocali e gli spazi tra le parole) alla ricerca di parole e frasi segrete.  I tre studiosi usarono quello che Rips chiama un programma di “sequenziamentodi lettere equidistanti”: cominciando dalla prima lettera della Genesi, la legarono ad ogni settima lettera, oppure ad ogni diciassettesima lettera o ad ogni tremila e settima lettera o in altre combinazioni, in cerca di risultati significativi. Quando non ottenevano più alcuna combinazione significativa, ricominciavano con la seconda lettera della Genesi. E così via.

Rips, un esperto mondiale nella teoria delle probabilità, implementò il programma per cercare nella Genesi i nomi di noti rabbini che vissero secoli prima che la Torah fosse scritta. Coi suoi colleghi trovò i nomi di 32 rabbini e le loro date di nascita nascoste nel testo della Torah.

Nel 1994, i tre matematici pubblicarono le loro scoperte nella rivista specialistica “Statistical Science”, provocando un acceso dibattito su scala mondiale. Nel 1995, Michael Drosnin, giornalista del Wall Street Journal, lesse l’articolo e si recò in Israele per mettere le mani sul software da loro messo a punto. Nel suo libro, Drosnin scrisse che la Torah conteneva per lo più predizioni comprensibili solo retrospettivamente, come l’assassinio del Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin. Nel 1997, Drosnin pubblicò “Codice Genesi”: un anno dopo il libro era al terzo posto nella classifica dei best seller del The New York Times. Il libro ispirò una sequela di imitatori, competitori, detrattori e di nuovi software per decodificare la Bibbia, e fu  seguito da un secondo volume a cura dello stesso Drosnin, “Codice Genesi. Conto alla rovescia”, che ha venduto mezzo milione di copie dal 2002 ad oggi.

L’annuncio di un terzo libro di Drosnin arriva in un momento in cui l’interesse per il codice della Bibbia è ancora intenso. Studi sull’Apocalisse come la serie “Gli esclusi” del Reverendo Tim LaHaye e di Jerry Jenkins, hanno contribuito a stimolare l’interesse nei confronti del codice biblico. Allo stesso tempo, opere critiche come “Who Wrote the Bible Code?” (1999) di Randall Ingermanson, non sono riuscite ad imporsi contro quello che alcuni opinionisti definiscono la preoccupazione di trovare schemi che spieghino l’esistenza, tipica degli entusiasti dei codici della Bibbia.

Nel suo libro, Ingermanson combina elementi della teoria delle probabilità e della teoria delle comunicazioni al fine di determinare se i messaggi “nascosti” nella Torah rappresentano qualcosa di più di ciò che ci si può aspettare di ottenere come risultato delle leggi del caso. La sua conclusione è che il codice della Bibbia non esiste.

Ingermanson, che ha un dottorato in fisica dell’università della California a Berkeley, ha osservato che Dio non avrebbe potuto dettare la Torah a Mosè dal momento che molti degli eventi in essa contenuti, inclusa la morte dello stesso Mosè, accaddero dopo che Mosè scese dalla montagna. Ingermason aggiunge che diversi studiosi suggeriscono che la Torah è il risultato dell’intreccio di diversi documenti ed è stata scritta da devoti ebrei nel corso di secoli. In più, continua Ingermanson, vi sono variazioni significative rispetto all’originale in diverse edizioni moderne della Torah: il codice di Leningrado dell’XI secolo, ad esempio, differisce dalla Torah antica “in 41 lettere soltanto nel Deuteronomio”.

Queste argomentazioni non convincono però ricercatori del codice della Bibbia come Joseph Noah, l’autore di “Future Prospects of the World According to the Bible Code” (Prospettive future del mondo secondo il codice della Bibbia). “I miei studi hanno predetto eventi quasi odierni, come la falsa pace tra Israele e la Palestina nel 2004”, afferma Noah. E aggiunge che le incursioni di Issac Newton nel campo della ricerca sulle profezie bibliche, testimoniate dai documenti editi di recente, lo fanno riflettere. “La natura dei suoi metodi è alquanto aliena al codice della Bibbia”, secondo Noah.

Questi testi di Isaac Newton, pubblicati negli ultimi due anni su internet dal Newton Project, dimostrano che lo scienziato si interessò alla teologia tanto quanto alla fisica, se non di più. I metodi di Newton nel decifrare le profezie bibliche sono totalmente diversi da quelli degli entusiasti del codice della Bibbia di oggi. Stephen Snobelen, direttore del Newton Project, afferma: “Newton credeva in Dio e che la Bibbia fosse una rivelazione di Dio”. Ma Newton non credeva che Dio avesse dettato la Torah a Mosè. Infatti, limitava i suoi sforzi nel decifrare le profezie ai Libri di Daniele e specialmente alla Rivelazione a Giovanni, che credeva dettati direttamente da Dio ai due suddetti profeti.

Snobelen spiega che Newton “era convinto che le sacre profezie della Scrittura non fossero altro che ‘storie di eventi futuri’”. Newton credeva che i Libri profetici contenessero in forma allegorica la storia passata, presente e futura della Cristianità, e che il Libro di Daniele contenesse chiavi nascoste per decodificare tale storia.

Newton non cercò di decifrare questi testi per predire il futuro, anche se finì col predire la fine del mondo nel 2060, spiega Snobelen. Newton voleva piuttosto mostrare che Dio è in controllo della Sua creazione dall’inizio alla fine. Nelle sue “Osservazioni”, Newton scrisse che Dio aveva rivelato le profezie del Vecchio Testamento a Daniele “non per gratificare la curiosità degli uomini consentendo loro di prevedere gli eventi”, ma, al contrario, per dar loro “una prova convincente che il mondo è governato dalla provvidenza” una volta che le profezie si fossero realizzate.

Il metodo di Newton non era basato su combinazioni di lettere e numeri, ma seguiva i metodi di Joseph Mede, un membro del Trinity College Anglican, la cui “Clavis Apocalyptica” del 1627 costituì un nuovo e diverso approccio all’interpretazione delle profezie bibliche. Michael Murrin, professore di religione e letteratura alla Divinity School dell’Università di Chicago, spiega che Newton and Mede credevano che “I profeti condividessero un discorso simbolico comune, simile ad un codice che poteva essere decifrato o a una lingua dimenticata che poteva essere recuperata”. Newton riteneva questo linguaggio simile agli antichi geroglifici egiziani. Lo scienziato saccheggiò scritti di 2000 e 3000 anni fa per studiare come i sogni venivano interpretati nell’antichità mentre, allo stesso tempo, analizzava l’intera Bibbia alla ricerca di altri esempi di metafore e tipologie. Gli scritti di Newton portano nuova acqua al mulino degli attuali entusiasti del codice della Bibbia.

“Gli esseri umani sono animali in cerca di schemi”, afferma Michael Shermer, fondatore della rivista “Skeptic”. Newton credeva che le profezie di Dio — la Bibbia —  dovessero riflettere esattamente gli schemi della Sua creazione — l’universo. Perciò Newton non era diverso da noi nel suo bisogno di trovare un ordine semplice nelle cose. “La scienza, dal momento che è condotta da esseri umani, è un sistema di pensiero alla ricerca di schemi”, aggiunge. “Il problema dell’individuazione di schemi corretti diventa complicato quando gli schemi sono carichi di significato religioso”. 

John Chambers è direttore di New Paradigm Books e ha scritto numerosi articoli sulla vita e le opere di Newton.

Traduzione di Viviana Mazza


http://www.ecn.org/ponte/documenti/integr.php 

A proposito di integralismo: gli USA non scherzano mica...

"Passion" di Mel Gibson non è l'unica espressione della destra cristiana. L'ultimo libro di due predicatori è un best-seller Usa, la bibbia degli integralisti horror, fantascienza e profezie.
Quattro americani su dieci si definiscono "cristiani rinati" Come il presidente Bush E non tutti sono moderati. Da un dialogo tra predicatori in tv: "Dio ci ha tolto la sua protezione e ha lasciato che i nemici colpissero l'America. L'abbiamo meritato"San Francisco - L'Anticristo si incarna nel segretario generale delle Nazioni Unite. Crea un governo unico mondiale, con una sola religione, e stabilisce la sua capitale globale nella biblica Babilonia (Bagdad). Sono i segni che l'Apocalisse è vicina e infatti il vero Cristo torna in terra: non il Gesù torturato di Mel Gibson ma un guerriero furioso che scatena la sua violenza sacra uccidendo e sventrando gli atei, i miscredenti e i seguaci di altre religioni. «Uomini donne e soldati sembrano esplodere d'un tratto... le parole del Signore fanno scoppiare il sangue dalle loro vene, la loro carne si squaglia, gli occhi liquefatti e le lingue disintegrate». È il finale di «Gloriosa Apparizione», il romanzo-thriller della destra fondamentalista cristiana che polverizza i record d'incasso in America. La più grande catena di supermercati, Wal-Mart, ne ha promosso il lancio distribuendo gratis milioni di anticipazioni del primo capitolo. Solo per far fronte alla richiesta del pubblico nella prima settimana di vendite, i librai ne hanno prenotato oltre due milioni di copie, più di quanto abbiano venduto le memorie di Hillary Clinton in sei mesi.Non è John Grisham il re dei best-seller, né sono le avventure di Harry Potter la serie di maggior successo. Le loro vendite impallidiscono di fronte a un genere nuovo, esploso in un crescendo negli ultimi nove anni: la fantascienza-horror cristiana ispirata dalle profezie bibliche. Una coppia di autori, Tim LaHaye e Jerry B. Jenkins, domina questa produzione con la serie Left Behind (Abbandonàti). I primi undici romanzi hanno venduto più di 40 milioni di copie, il dodicesimo è «Gloriosa Apparizione» che invade le librerie in questi giorni. Questo fenomeno di società ha preceduto il caso della «Passione di Cristo» di Mel Gibson, e ne supera l'importanza: per le dimensioni di massa, per la durata, e per l'estremismo dei messaggi. I sociologi si interrogano sul significato di questa attrazione popolare. Vi hanno individuato un risorgere di antiche superstizioni al passaggio del millennio; una lettura apocalittica dell'11 settembre; ma anche un sintomo che lo «scontro di civiltà» non nasce necessariamente alla periferia dell'impero, perché le guerre di religione hanno i loro fautori nel cuore della società americana: la serie Left Behind andava a ruba già prima dell'attacco alle Torri gemelle.Sulla stampa liberal questo filone narrativo di serie B è criticato per i suoi contenuti intolleranti, razzisti, antisemiti e per la crudele violenza delle trame. In quelle storie non c'è scampo per gli ebrei né per gli atei, condannati allo sterminio da un Dio assetato di sangue nel giorno del giudizio. Molti teologi denunciano una pericolosa distorsione delle sacre scritture. Il primo della serie Left Behind si apre con una descrizione drammatica del Rapimento: è il momento nel quale i «cristiani rinati» saranno improvvisamente trasportati in Paradiso. Con un'allusione all'aborto, anche un embrione viene prelevato dal ventre materno per ascendere in cielo. Joseph Hough, presidente dello Union Theological Seminary di New York, ha condannato l'insistenza ossessiva sulle sofferenze che saranno inflitte ai non-credenti, e accusa gli autori di stravolgere la Rivelazione per dipingere un universo manicheo dove c'è spazio solo per Dio e il demonio. «È la stessa visione - ha detto il teologo - che appartiene ad alcuni recenti presidenti degli Stati Uniti, secondo cui c'è il mondo del bene e il mondo del male. I nemici dell'America diventano i nemici di Dio. È molto pericoloso perché giustifica comportamenti ispirati all'idea che chi non sta con te rappresenta le forze del male».LaHaye, 77 anni, faceva il pastore evangelista in California 40 anni fa quando si unì al predicatore Jerry Falwell e al suo movimento conservatore della Moral Majority. L'idea di trasformare le profezie bibliche in romanzi popolari, nello stile di thriller futuristici, lo ha proiettato verso la fama e la ricchezza. Negli Stati Usa del Sud, lungo quella fascia geografica che viene chiamata la Bible Belt (la «cintura della Bibbia») 20mila volontari hanno creato dei club di fan dei suoi libri per promuoverne la lettura collettiva tra parenti e amici.Dietro il fenomeno letterario c'è una tendenza profonda: la ri-evangelizzazione degli Stati Uniti. Mentre nella vecchia Europa la pratica religiosa è in declino, l'80% degli americani afferma di credere in Dio e il 39% si autodefiniscono born-again Christians cioè cristiani rinati. Il termine riunisce chiese protestanti che hanno un punto in comune: i fedeli sono convinti di essere rinati al cristianesimo perché in età adulta hanno «accettato consapevolmente Gesù Cristo come il loro Signore e il loro personale Salvatore». L'America ha una lunga tradizione di predicatori evangelici e nella sua storia ha conosciuto già tre periodi di potente risveglio della religiosità collettiva. L'ascesa dei cristiani rinati è considerata come il quarto grande risveglio religioso dopo quelli che avvennero alla fine del periodo coloniale, poi nel 1820, e ancora agli albori del Novecento. Il sintomo più noto è il seguito popolare di alcuni tele-evangelisti dalla personalità carismatica, che sfruttano la potenza dei mass media - attraverso le prediche televisive - per mobilitare milioni di persone. La semplificazione dei messaggi, il ricorso a tecniche manipolative per l'indottrinamento delle folle, o infine il fatto che alcuni di questi predicatori siano stati protagonisti di truffe finanziarie o scandali sessuali: tutto ciò induce spesso a liquidare il loro successo come una prova dell'ingenuità americana. La condanna degli intellettuali laici coincide con l'ostilità delle chiese tradizionali: preoccupate dalla concorrenza degli evangelizzatori, le gerarchie ecclesiali cattoliche o protestanti sono severe contro il fanatismo. Però gli evangelici sono riusciti dove il vecchio establishment clericale è fallito, hanno invertito la tendenza alla secolarizzazione e all'abbandono della pratica religiosa nella società più moderna, opulenta e consumista della storia. Al passaggio fra il secondo e il terzo millennio il nuovo fondamentalismo cristiano è riuscito a contrastare perfino il dominio della scienza, come dimostrano le campagne per sradicare l'insegnamento della teoria evoluzionista nelle scuole.Più volte queste chiese hanno unito i loro sforzi per dar vita a una vera e propria forza politica: nel 1979 nacque la Moral Majority che sostenne Reagan, nel 1989 si formò la Christian Coalition. Bush padre, repubblicano laico e moderato, perse le elezioni del 1992 anche perché le truppe religiose del movimento antiabortista disertarono in massa le urne; suo figlio si è ripromesso di non commettere più lo stesso errore, e cavalca la radicalizzazione a destra di queste chiese. Lui stesso ha più volte raccontato di essersi liberato dall'alcolismo a trent'anni grazie alla «conversione», e molti dei suoi collaboratori (tra cui il ministro della Giustizia John Ashcroft) sono dei cristiani rinati come lui.L'11 settembre 2001 ha aperto una nuova fase di visibilità di questi movimenti, in nome della difesa di un'America cristiana contro l'attacco del fondamentalismo musulmano. Il predicatore Franklin Graham ha definito l'Islam «una religione malvagia». Il leader della coalizione delle chiese battiste degli Stati del Sud ha bollato Maometto come «un pedofilo posseduto dal demonio». I più estremisti hanno visto nella strage delle Twin Towers un presagio apocalittico, il castigo divino contro un'America degradata dall'immoralità della sinistra, dal permissivismo ateista degli anni di Clinton. Un paranoico pamphlet dal titolo «Persecution», di David Limbaugh, sostiene che in America i cristiani sarebbero secondo lui «messi al margine della vita pubblica, privati dei diritti civili, discriminati a causa del loro credo» mentre i film di Hollywood e la scuola pubblica in mano alla sinistra «incoraggiano la diffusione della promiscuità e di una sessualità deviante». Il predicatore Jerry Falwell in un dialogo televisivo con l'altro leader carismatico Pat Robertson, trasmesso dalla rete tv Christian Broadcasting Network, ha dichiarato: «Dio ci ha tolto la sua protezione e ha lasciato che i nemici dell'America ci colpissero perché lo abbiamo meritato. L'American Civil Liberties Union ha grandi responsabilità, così come i giudici che hanno cacciato Dio dai luoghi pubblici. Gli abortisti sono tra i colpevoli perché Dio non si lascia insultare. Quando uccidiamo 40 milioni di innocenti nascituri, facciamo infuriare Dio. I pagani, gli abortisti, le femministe, i gay e le lesbiche, tutti coloro che hanno cercato di secolarizzare l'America, io li accuso: quel che è accaduto l'11 settembre è anche colpa vostra».


http://www.comune.pisa.it/casadonna/htm/integra2.htm 

Aspettando il rapimento

di Brian Aitkins

Nel fondamentalismo è difficilissimo separare il programma religioso da quello politico. Come tanto cristianesimo americano, esso è sostanzialmente una specie di 'religione civile', in cui le idee del cristianesimo si sposano ai valori tradizionali americani -in particolare in questo caso, con i valori dei "falchi". Così il fondamentalismo ci presenta una visione che è in parte teologia e in parte ideologia.

Al centro di questa visione si trova la Sacra Parola di Dio, la Bibbia. Fu dettata all'uomo da Dio ed esprime la volontà divina in ogni linea, parola e virgola. La Bibbia è essenzialmente un 'grande codice' che contiene regole e norme precisissime per ogni aspetto della vita. Nella pratica, tuttavia, il fondamentalismo mostra anche venerazione per le leggi della società civile e per le virtù americane tradizionali, come, ad esempio, lavoro, onestà e sobrietà (nel bere, eccetera). In questo modo il gran codice per i fondamentalisti include sia la bibbia sia la legge dello stato. Il messaggio del fondamentalismo è chiaro: se la gente vuole rimanere sicura e pura in un mondo di cambiamenti rapidi e di tentazioni continue, essa deve obbedire scrupolosamente al grande codice.

Il dio fondamentalista è un dio di potere e di giudizio. Egli ama e benedice solo coloro che lo obbediscono ciecamente. Questa teologia di potere è strettamente legata a un'ideologia di potere. Dio ha intrecciato potere e autorità nel tessuto della società. I politici sono incaricati da Dio del governo della società, i mariti sono chiamati a comandare le mogli, i padri i figli, e i capi i loro dipendenti. Per il fondamentalista discutere una qualsiais autorità equivale a mettere in discussione Dio e il suo sistema di potere. La concezione fondamentalista del potere vuole mantenere un ordine sociale che ha dato al maschio adulto un enorme diritto di controllo su donne e bambini.

Il fondamentalismo vede la storia umana come un campo di battaglia. Come Dio lotta con Satana e le sue legioni, così i virtuosi in questo mondo devono ingaggiare battaglia con le forze demoniache. Per il fondamentalismo la forma attuale del diabolico è 'l'umanesimo laico', che il teorico fondamentalista Tim LaHaye descrive come un miscuglio di ateismo, di amoralità, di evoluzionismo e di socialismo globale. Per LaHaye l'umanesimo laico è una religione che ha contaminato ogni aspetto della vita americana. Molti dei tentativi della Nuova Destra per censurare la pornografia, difendere la famiglia nucleare tradizionale, e far insegnare nelle scuole la dottrina 'creazionista' derivano dall'ossessione fondamentalista di dover combatter le forze sinistre incarnate nell'umanesimo laico.

I fondamentalisti danno grande importanza anche a una visione 'pre-millenarista' della storia, divulgata da Hal Lindsey nel suo libro "Il defunto grande pianeta terra" (ha venduto più di 15 milioni di copie). Secondo questa concezione, il ritorno di Gesù è imminente. Ci saranno poi sette anni di grandi tribolazioni (inclusa una probabile guerra nucleare), cui seguiranno mille anni di regno di Cristo. Dio metterà allora fine alla storia umana e Satana sarà sconfitto. Prima della Tribolazione, tuttavia, ci sarà il Rapimento, cioè Gesù porterà i suoi fedeli in cielo risparmiando loro la terribile sofferenza scatenata dalla Tribolazione. Dio allora sterminerà i suoi nemici, inclusi gli avversari degli Stati Uniti. Per Tim LaHaye questa sarà un'immensa soddisfazione. "Davvero aspetto con gioia l'arrivo di Cristo -egli dice--, perché allora tutte quelle nazioni atee impareranno una volta per tutte che che Dio c'è e detiene il comando".

Da New International magazine.

Trad. V. Del Re, 2002

Brian Aitkins è professore di Religious Studies alla Laurentian University in Sudbury, Ontario.


http://magazine.enel.it/emporion/rubriche_dett.asp?iddoc=1142724&DataEmporion=08/12/2004 

Usa
Telepredicatori/1: proselitismo via cavo
di Paola Liberace

Chi sono i telepredicatori americani? In che modo questo fenomeno, squisitamente statunitense, è nato e ha potuto perdurare per più di sessant’anni? Da tanto si ripete, infatti, l’annuale congresso della loro associazione, la National religious broadcasting, che nel prossimo febbraio si riunirà nuovamente, stavolta a Anaheim in California. Per saperne di più su questi singolari personaggi pubblici, bisogna distinguere tre piani, intrecciati nella loro vicenda: quello religioso, relativo al quadro dottrinale e teologico in cui il fenomeno è sorto; quello politico, dato dalle frequenti intersezioni tra la predicazione televisiva e il potere, anche finanziario; ed infine quello più propriamente mediatico, che rappresenta un aspetto necessario, ma non sufficiente per la comprensione del fenomeno. I “televangelists” sono infatti una delle componenti di un movimento più vasto, declinato attraverso svariate modalità espressive: tra esse, la televisione rappresenta un mezzo potente di comunicazione, che tuttavia, come vedremo, non esaurisce le caratteristiche e le possibilità del movimento.



1 - La religione

L’estrazione religiosa dei telepredicatori è quasi uniformemente evangelica: non per ragioni teologiche o teoretiche, ma prettamente storiche. Anche se la nascita dei primi veri fenomeni di “televangelismo” è databile agli anni Settanta, la presenza religiosa sul piccolo schermo americano è precedente, e risale almeno negli anni Venti. Sin da allora, le comunità religiose statunitensi si erano segnalate per l’avanguardistico interesse verso i mezzi di comunicazione di massa: una consistente parte delle stazioni radio disponibili era di natura religiosa. Quando la Federal communications commission, sorta con il communication Act del 1934, subordinò la concessione delle frequenze libere alla trasmissione di programmi di pubblico interesse (che escludevano l’intrattenimento e includevano, tra l’altro, la religione), i “network” commerciali, pur di ottenere le frequenze, si risolsero a prevedere spazi domenicali gratuiti per le chiese e congregazioni principali, rendendo di fatto superflue le emittenti religiose, peraltro poco redditizie. I protestanti del National council of churches, insieme ai cattolici e agli ebrei, trovarono così posto gratuitamente nella programmazione. Le correnti religiose minori – come i cristiani battisti o i pentecostali, troppo ristrette per ambire alla “pubblica utilità” – dovettero invece acquistare spazi per apparire in radio, e in seguito in televisione. Il conto economico sarebbe tornato grazie alla raccolta delle offerte dei “telefedeli”, che le altre confessioni invece disdegnavano.



Un modello di business che risultò infine vincente: negli anni Settanta, la Fcc allargò le strette maglie della “regulation” nelle comunicazioni, e la definizione del concetto di “pubblico interesse” fu sostanzialmente demandata alla decisione delle singole emittenti. Queste non trovarono più motivo di ospitare le trasmissioni religiose, che furono ben presto soppiantate dai telepredicatori evangelici – paganti, e quindi più appetibili per i “network”, ma anche più liberi di gestire i propri spazi. D’altro canto, le chiese principali - riunite dal 1980 nella riuniti nella Ibc (Interfaith broadcasting commission) – difficilmente si sarebbero lasciate indurre ad acquistare spazi per andare in onda, da ripagare con il “fund raising”. A differenza delle concorrenti “minoritarie”, inoltre, le trasmissioni prodotte dalla Ibc trascuravano la funzione “conativa”: più che insistere sulla conversione dei telespettatori, o predicare la possibilità di ottenere grazie e benefici con la preghiera (e le offerte), avevano finalità divulgative, e miravano a trasmettere nozioni teologiche. Soltanto l’ “Eternal world television network”, fondato dalla suora cattolica Madre Angelica nel 1981, avrebbe continuato negli anni successivi ad affiancare le trasmissioni e le reti dei “televangelisti”, espandendosi su cavo e satellite, e sostenendosi incredibilmente solo con concessioni e donazioni volontarie dei suoi sostenitori.



Tra le correnti che si erano dimostrate più dinamiche nella gestione del mezzo televisivo spiccava il cosiddetto “fondamentalismo”, di orientamento conservatore, nato negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento, che si richiamava al rispetto di cinque “fundamentals” del cristianesimo. Tra gli appartenenti al movimento, emergono in quest’epoca figure come quella di Jerry Falwell, battista del Sud, che con la trasmissione “Old time gospel hour” raggiunse subito milioni di telespettatori, e quella di Pat Robertson, seguace della teologia pentecostale, volto televisivo del programma “The 700 Club”. Ma in un punto almeno la predicazione di Falwell e di Robertson si discostava dalla dottrina fondamentalista, essenzialmente disinteressata delle “cose del mondo”, e quindi estranea all’azione nel mondo stesso, soprattutto tramite il coinvolgimento politico.

 


http://magazine.enel.it/emporion/rubriche_dett.asp?iddoc=1179580&DataEmporion=26/01/2005 

Usa
Telepredicatori/2: tra politica e business

di Paola Liberace

L’identità dei telepredicatori americani è intrecciata con la storia degli Stati Uniti. Dal punto di vista religioso (cfr. la prima parte di questo articolo), si tratta di un ramo della Chiesa cristiana evangelica, che si è fatto strada con abilità negli spazi televisivi americani. Ma la storia dei “televangelists” va presa in considerazione almeno da altri due punti di vista, quello politico e quello più schiettamente televisivo: indispensabili per inquadrare come, negli ultimi vent’anni, la loro vicenda abbia conosciuto insieme l’apice del successo e il rischio del declino.



Scorrendo i nomi dei “televangelists” più in voga tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, si incontrano due personaggi ancora oggi noti al pubblico televisivo e agli osservatori politici: Jerry Falwell e Pat Robertson, ambedue provenienti dal movimento religioso fondamentalista – che si era dimostrato particolarmente dinamico nell’utilizzo delle possibilità espressive della TV. Oltre ad essere i più longevi, Falwell e Robertson condividono l’origine, le posizioni, e soprattutto il coinvolgimento in politica, più stretto e duraturo di quello stabilito dai loro colleghi. Falwell fu, nel corso degli anni Ottanta, un significativo sostenitore del partito repubblicano e della presidenza di Reagan, attraverso la sua organizzazione ”Moral majority”, fondata nel 1979. L’associazione era ispirata a principi cristiani conservatori: la difesa della famiglia contro le forze disgregatrici – abortisti, femministe, omosessuali – e il controllo sui “mass media” e sulla scuola, troppo secolarizzati. In nome della riscossa della fede cristiana contro l’ateismo, Falwell appoggiò il programma reaganiano, sia sul fronte interno che su quello estero: contemporaneamente il suo movimento crebbe in modo consistente, sia per quanto riguarda il bilancio economico che il numero di collaboratori.



Dopo il secondo mandato di Reagan, l’organizzazione di Falwell, che contava milioni di iscritti, fu progressivamente messa in crisi, chiamata a rispondere del suo orientamento “temporale”. La Moral Majority si sciolse nel 1989, e a raccoglierne l’eredità fu la “Christian Coalition”, fondata da Robertson. La Coalition era un’associazione più esplicitamente lobbistica, destinata a influenzare i votanti e le azioni dei membri del Congresso su questioni di politica interna ed estera. La nuova associazione ereditava alcuni dei principali impegni della Moral Majority: tra questi, la significativa alleanza tra la causa israeliana e l’evangelismo cristiano. Il legame, nato negli anni Settanta, era radicato nella teologia dispensazionista di fine Ottocento, che giustificava il sostegno allo Stato israeliano con motivazioni addotte dall’interpretazione biblica. L’appoggio al Likud dei cosiddetti “cristiani sionisti” sarebbe poi diventato un’importante variabile della politica americana (fino alle vicende dei nostri giorni).



La battaglia politica della Christian Coalition metteva capo in prima persona allo stesso Robertson, che partecipò alle primarie per la scelta del candidato repubblicano alla presidenza, nel 1988. Tuttavia, la decisione di Robertson di passare all’azione politica diretta era già indice di una divaricazione tra le aspettative della destra religiosa evangelica, rappresentata dalla Coalition, e quelle dell’elettorato repubblicano, di fronte alle quali la candidatura di Robertson non resse. Il vincitore, George W. Bush, membro della Chiesa Episcopale, avrebbe guardato assai più tiepidamente del suo predecessore alle istanze fondamentaliste: non da ultimo, sul piano della politica estera, spostando l’attenzione dalla zona israelo-palestinese alla penisola araba, e propendendo per un approccio multilateralista alle questioni mediorientali.

Il movimento era in bilico dal punto di vista politico: ma la sua fase discendente era già iniziata. Il consenso riscosso dai telepredicatori era stato minato dalla connessione tra potere e denaro, in seno alla quale furono realizzati ricavi copiosi. Grazie all’attività di “fund raising”, alcuni “televangelists” si erano trasformati infatti in imprenditori e avevano fondato propri “network” televisivi, interamente dedicati alle trasmissioni religiose – come il “Christian Broadcasting Network” di Robertson, che trasmette tuttora in 180 paesi del mondo, o il “Liberty Channel” di Falwell. Il pubblico televisivo imparò a riconoscere personaggi come Jim e Tammy Bakker, fondatori della rete Ptl, o Jimmy Swaggart, membro della Moral Majority, o ancora Oral Roberts, che fondò addirittura un’università con il suo nome. Ma la serie di scandali che travolse Bakker e Swaggart, nella seconda metà degli anni Ottanta, mise fine a un’era di eccessi: il risvolto pruriginoso del clamore (sollevato da relazioni extraconiugali ed illecite) lasciò ben presto il posto agli aspetti finanziari ed economici, con gli accertamenti e le rivelazioni di illeciti e frodi consistenti. L’impero dei Bakker cadde, altri vacillarono, e le perplessità che l’opinione pubblica aveva manifestato nei confronti dello stile di vita dei “televangelists”si trasformavano in durevoli e risentite critiche. Le donazioni degli spettatori rallentarono e, conseguentemente, diminuì l’acquisto di spazi televisivi: con l’audience in picchiata, le emittenti – preoccupate della propria immagine – divennero meno disponibili ad ospitare le trasmissioni religiose.



Stretti tra l’amministrazione di Bush padre e la successiva vittoria dei democratici, il crollo della credibilità religiosa e sociale e le difficoltà del “business”, i telepredicatori attraversano negli anni Novanta un decennio silente: gli articoli degli osservatori di quel periodo li danno praticamente per spacciati, gravati oltretutto dall’accusa della sconfitta alle elezioni del 1996. A partire da questi anni si sviluppa la reazione del movimento, impegnato in una profonda trasformazione su più fronti, compreso quello televisivo.



 

http://magazine.enel.it/emporion/rubriche_dett.asp?iddoc=1216078&DataEmporion=23/02/2005

Telepredicatori/3: Fede e valori, eredità degli evangelisti in Tv
di Paola Liberace



Il percorso che ha portato i telepredicatori statunitensi dagli anni Settanta fino ai nostri giorni non è indenne da difficoltà e insidie. Evangelici per vocazione storica – più che confessionale – conservatori e filorepubblicani in politica, i telepredicatori sono ricordati, nel bene e nel male, soprattutto per la loro presenza sul piccolo schermo, e per la capacità di unire alla consapevolezza del mezzo comunicativo un acuto senso degli affari. Dopo la crisi sopraggiunta alla fine degli anni Ottanta, il “business” televisivo registrò un deciso declino: la perdita di credibilità generò la diminuzione dei ricavi dalle offerte dei “telefedeli”, e quindi una minore disponibilità di spazi televisivi. L’opinione pubblica, quella politica e quella televisiva sembrarono sollevarsi all’unisono contro i “televangelists”, congedandolo con una sdegnosa scrollata di spalle. Ancora una volta, la rinascita cominciò dall’origine: il mestiere della televisione, nella quale anche i più accaniti avversari hanno riconosciuto ai telepredicatori un’abilità superiore.

Non tutti i predicatori evangelici sono telepredicatori – anche se molti di essi, in particolare fondamentalisti e pentecostali, hanno utilizzato con disinvoltura gli altri “mass media” per diffondere la buona novella: come la radio (dove Billy Graham, storico pastore e consigliere presidenziale, trasmette da 50 anni la sua “Hour of decision”), o come l’editoria (Tim LaHaye è l’autore della controversa serie di romanzi “Left Behind”, incentrati su vicende apocalittiche ed escatologiche; Jack Chick è detto “il Walt Disney del fondamentalismo” per i suoi fumetti ispirati alle vicende bibliche).  Allo stesso modo, non tutti i telepredicatori sono di fede evangelica: è anzi significativo che a contendersi la palma del primo network televisivo cristiano nel mondo siano il cattolico Eternal Word Television Network e il Trinity Broadcasting Network di Paul Crouch, che si autoproclama ecumenico. Non a caso, tuttavia, il Tbn condivide con le reti dei “televangelists” la consuetudine del “fund raising”, che ha tuttavia procurato a Crouch – simbolo del cosiddetto “prosperity gospel” non poche critiche, indirizzate allo stato più che florido delle sue fortune.

Le collette televisive hanno in effetti permesso ai predicatori evangelici di sostenere efficacemente la loro missione, prevalendo sui “concorrenti”: ma, quando le offerte sono diventate investimenti e speculazioni, che hanno drogato le imprese dei telepredicatori, sono state la ragione della loro rovina. Dopo le disavventure giudiziarie, alcune emittenti di matrice religiosa hanno tentato di ripartire su basi diverse: ma le loro speranze di successo sono apparse ben presto in bilico. Il destino delle Tv fondate dai televangelisti si è allora intrecciato con i canali televisivi destinati all’intrattenimento familiare, che li hanno progressivamente assorbiti, fino a che le trasmissioni di natura religiosa non sono state confinate ad un ruolo minoritario nei confronti della restante parte della programmazione. Non si è trattato di un’evoluzione a senso unico: la vena religiosa ha influenzato profondamente i palinsesti televisivi, talvolta con persistenze ben riconoscibili, altre volte attraverso canali più sotterranei, contribuendo alla nascita di una televisione “per famiglie”. L’impegno dei “televangelists” per una Tv più attenta ai valori e meno secolarizzata ha costituito un retaggio duraturo, fino all’inizio del nuovo millennio.

Due casi esemplificano al meglio questa parabola: quello di Odyssey Network e quello del Family Channel. La nascita di Odyssey si deve all’iniziativa del National Council of Churches (unione delle principali chiese degli Stati Uniti), che alla fine degli anni Ottanta si decise a intervenire nel campo delle Tv commerciali seguendo un modello alternativo al “fund raising”. La National Interfaith Cable Coalition, costituita dalla Ncc insieme ad altre settanta associazioni cristiane ed ebraiche, lanciò nel 1988 il Vision Interfaith Satellite Network. Nel 1992, il canale si unì con l’American Christian Television System, fondato dalla Southern Baptist Convention, e la nuova rete divenne nel 1994 il Faith&Values Channel. Ma la coraggiosa scelta di diffondere trasmissioni religiosamente (ed economicamente) corrette penalizzò il canale. Nell’anno successivo, la Coalition cercò un accordo con la Liberty Media – proprietaria tra l’altro di Discovery Channel, Animal Planet e Home Shopping Network – conservando però il controllo sulla gestione della rete. Per imprimere una svolta ai risultati, il canale – ribattezzato Odissey Channel nel 1996, quindi Odyssey Network nel 1999 – si diresse verso una forma più “leggera” di programmazione, con il risultato di scontentare il pubblico più fedele al messaggio religioso. Un nuovo accordo si rese necessario l’anno successivo, quando nella “partnership” entrarono la Jim Henson Company (quella del Muppet Show) e la Hallmark Entertainment, con l’obiettivo esplicito di aumentare il numero di telespettatori con l’attrattiva delle loro produzioni. Nella nuova impostazione del canale “magical, mystical, spiritual and always entertaining”, l’ultimo aspetto prese gradualmente il sopravvento. L’emittente venne ribattezzata Hallmark Channel nell’estate del 2001: non solo un ulteriore cambio di denominazione, ma un significativo slittamento nella programmazione, ora totalmente dedicata all’intrattenimento familiare.

Al Family Channel, erede del Christian Broadcasting Network di Pat Robertson, toccò una sorte analoga, ma con una variante imprevista. Dopo aver fondato la “International Family Entertainment”, proprietaria del canale via cavo, Robertson la vendette nel 1997 a Fox Kids Worldwide.  La strategia del canale, inizialmente basata soprattutto sull’audience infantile, non diede i risultati sperati: nel 2001, fu Disney ad acquistare da Fox il traballante Family Channel, ribattezzandolo ABC Family. In tutti questi passaggi, è rimasta intatta una delle clausole fondamentali degli accordi, che prevede l’intoccabilità dei due spazi quotidiani dedicati al talk-show religioso di Robertson  “The ‘700 club”.  Una spina nel fianco per Disney (come prima ancora per Fox), nonostante le smentite; né le offerte economiche né la diplomazia televisiva riuscirono a distogliere Robertson dalla difesa della sua creatura, che ancora gode di ottima salute (seguita da una media quotidiana di un milione di telespettatori).

Robertson resta uno dei pochi “televangelists” ad aver conservato un forte ruolo personale, oltre a una determinante presenza nel palinsesto televisivo. Questo non perché i telepredicatori siano scomparsi: i ministri del culto in Tv, e le stesse emittenti religiose, dedite o meno a collette e telethon, sono più che mai numerosi. Oltre alle reti di Robertson e Crouch, trasmettono negli Stati Uniti canali religiosi via etere (come la Cornerston Television, il Three Angels Broadcasting Network, o il Golden Eagle Broadcasting di Oral Roberts),  via cavo (come l’Inspirational Life Television o il Family Net) o via satellite (come il Daystar Television Network, o il Liberty Channel di Jerry Falwell). Nè bisogna pensare che l’influenza evangelica sulla Tv statunitense sia diminuita: le associazioni di estrazione evangelica, che vigilano sui messaggi trasmessi in televisione sono anzi più che mai attive, in particolare nei confronti della Federal Communication Commission e della sua azione regolatoria sui “broadcasters”. Piuttosto, quest’influenza è più sottile e diffusa, e difficilmente può essere fatta coincidere con la visibilità di poche, carismatiche figure. Mancano nuove personalità di riferimento, mentre l’azione di coloro che hanno inaugurato e dato corpo al movimento ha avuto efficacia sul lungo corso, ed è ormai riassorbita all’interno del sistema. Un indizio interessante dell’obsolescenza del movimento è il ricambio generazionale forzato, che sottende l’assenza di nuove proposte: molti volti nuovi del televangelismo di oggi sono figli dei protagonisti degli anni Ottanta, come Richard Roberts (figlio di Oral), o Franklin Graham (figlio di Billy).

La componente televisiva, nell’attività dei telepredicatori, è oggi del tutto ancillare rispetto a quella religiosa e politica. Personaggi come Pat Robertson o di Jerry Falwell sono consolidati protagonisti della vita pubblica o apertamente politica, ed interessanti soprattutto sotto questo aspetto. Ad essi fa nuovamente riferimento la politica statunitense, a partire dal ristabilito legame tra la Casa Bianca e la destra religiosa: un’alleanza stretta in occasione della prima elezione di Bush, e rinsaldata dalle vicende successive all’11 settembre e alle guerre afgana e irachena. Quanto alla televisione, più che strumento di propaganda e di costruzione delle private fortune degli evangelisti, resta oggetto della critica attenzione dell’opinione pubblica americana, in nome del nuovo slancio verso “faith and values”, vero retaggio di un ventennio di televangelismo.

pliberace@yahoo.it



http://www.avventisti.it/messaggero/articolo.asp?idx=18 

Apocalypse Now 

Dopo il crollo delle Twin Towers un’ondata di religiosità eccitata ha scosso le coscienze 

Daniele Pellegrini

Gli attacchi terroristici e l’atmosfera di paura successivi all’11 settembre si sono inseriti e sviluppati in un clima già piuttosto preoccupato per quanto riguarda il futuro del pianeta. La sensazione che si possa e forse si debba giungere a un punto d’arrivo si è acutizzata e l’istinto sembra dire che la fine è ormai lì da qualche parte.
In America, il crollo delle Twin Towers ha alimentato notevolmente l’interesse per gli eventi in corso, non solo nei cristiani abituati a parlare di Armagheddon e dell’Apocalisse, ma anche in coloro che sono estranei a questi argomenti. Tanti credenti, anche non particolarmente praticanti, si sono chiesti che cosa la Bibbia dica a proposito della fine del mondo attraverso le profezie in essa contenute. Si è verificato un moltiplicarsi di sermoni sull’argomento, ma anche un fiorire enorme di letteratura in proposito, con la pubblicazione di nuovi libri o la riscoperta di altri già pubblicati.

Il Time del 19 agosto 2002 riporta che, tra i romanzi più venduti in questi mesi in America, assieme a Tom Clancy e Stephen King, si trova la serie sulla Fine dei Tempi scritta da Tim F. LaHaye e Jerry B. Jenkins. Per milioni di persone, questi due autori nel 1995 hanno iniziato a svelare i segreti dell’Apocalisse nel volume Left Behind: A Novel of the Earth’s Last Days, (Gli esclusi: Un romanzo sugli ultimi giorni della terra) . Solo la metà dei milioni di lettori di questo libro sono evangelici. A questo primo volume ne sono seguiti altri nove, sempre della serie Left Behind.
Il Time riporta: «Un sondaggio promosso da Time/Cnn mostra che più di un terzo degli americani affermano che adesso fanno più attenzione a come gli eventi si collegano alla fine del mondo e hanno parlato di che cosa la Bibbia dice a riguardo. Il 59% afferma di credere che gli eventi riportati nell’Apocalisse si realizzeranno e quasi un quarto pensa che la Bibbia abbia predetto l’attacco dell’11 settembre. Parte dell’interesse è alimentato dalla fede, parte dalla paura, parte dall’immaginazione, e tutt’e tre sono magistralmente soddisfatte nella serie Left Behind. La serie offre ai lettori una descrizione viva, violenta e dettagliatissima di ciò che succederà a coloro che saranno lasciati sulla terra intenti a combattere l’Anticristo dopo che Gesù rapirà o eleverà i fedeli in cielo. All’inizio del primo libro, su un Boeing 747 diretto da Londra a Chicago, gli accompagnatori di volo si ritrovano con metà dei sedili vuoti, eccetto per i vestiti e le fedi nuziali e le capsule dentali dei credenti che improvvisamente sono stati trasportati in cielo. Sulla terra, macchine che si scontrano, mariti che si svegliano e che accanto a loro sul letto trovano solamente una camicia da notte… Anche i bambini dai 12 anni in giù sono scomparsi tutti. I restanti nove libri raccontano le tribolazioni sofferte da coloro che sono stati lasciati e la loro lotta per essere salvati… La serie Left Behind ha venduto circa 32 milioni di copie – 50 milioni, se si contano le versioni grafiche e quelle per i bambini. I libri sono stati tradotti in più di 30 lingue. Le vendite, dopo l’11 settembre, sono balzate del 60% e il nono libro, pubblicato in ottobre, è stato il romanzo più venduto nel 2001 negli Stati Uniti. […]

Ora è in vendita il decimo libro, The Remnant (Il rimanente). Un romanzo mozzafiato da 2,75 milioni di copie e il suo impatto può farsi sentire ben oltre i club di lettori e le classi bibliche».
Per milioni di lettori questa serie rappresenta addirittura un’agenda politica. Gli eventi che riguardano Israele non rappresentano per loro solo episodi di guerra, ma sono collegati col ritorno di Cristo sulla terra. Per questo motivo, alcuni dirigenti cristiani sostengono Israele e intercedono presso la Casa Bianca come se dalle sorti d’Israele dipendesse la loro stessa salvezza. Questo fa cambiare molto la prospettiva, perché tali idee religiose non li inducono a impegnarsi per migliorare le condizioni di vita di tutti, ma li spingono a perseguire un proprio obiettivo politico e religioso.
Continua il Time: «Intercessors for America (Intercessori per l’America) da trent’anni aiuta le persone a essere politicamente coinvolte attraverso avvisi, e-mail e catene di preghiera via telefono. L’11 giugno l’avviso di preghiera era: “Signore, suscita dei leader nel governo israelita, negli Stati Uniti (e nel mondo intero) che non cerchino di ‘dividere il territorio’, e che riconoscano il ruolo eccezionale di Gerusalemme nei piani di Dio per la fine dei tempi”».

A parer mio, una preghiera poco responsabile perché ogni rifiuto di tentare il compromesso, di considerare il rientro di Israele dai territori occupati tende di certo a complicare e non a favorire il processo di pace. Ma questo ad alcuni non importa, anzi la guerra rischia di diventare paradossalmente auspicabile, perché ciò che conta è che il Signore ritorni e ritorni prima. Infatti, come predice John Hagee, pastore di una chiesa di 17.000 membri, Cornerstone Church a San Antonio, in Texas: «Se quest’ondata di terrorismo continua senza che tra breve si firmi un solido trattato di pace, la scintilla della guerra provocherà una terza guerra mondiale. E questa sarà la fine dei tempi. Sarà la fine del mondo come noi lo conosciamo». Secondo una certa visione profetica - condivisa da una buona parte del mondo evangelicale - saranno gli ebrei a dover avere il controllo di Israele per far sì che Gesù ritorni. La moschea di Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri dell’islam, dovrà lasciare spazio alla costruzione di un nuovo tempio (non senza spargimento di vite umane, ovviamente!). Nell’ultima battaglia, sempre secondo la stessa «profezia», due terzi degli ebrei moriranno e il restante o accetterà Gesù come il vero Messia o sarà dannato.
Mi domando, a questo punto, quale ruolo avranno i cristiani, quali posizioni prenderanno i credenti in Gesù alla fine dei tempi. Si adopereranno per creare delle situazioni di pace o perché la fine del mondo avvenga prima? Combatteranno perché la libertà individuale di coscienza e di religione di tutti sia garantita o saranno loro stessi gli oppositori e i giudici delle coscienze altrui?

Noi, come cristiani e avventisti, dobbiamo vegliare affinché visioni grottesche, imprudenti e antibibliche circa la venuta di Gesù e i tempi della fine non mettano radice indisturbate. Le verità profetiche non sono lì per soddisfare le nostre curiosità da Novella 2000, ma affinché la nostra predicazione sia vera, opportuna e al passo con i tempi.
Il fatto che ben il 59% degli americani (abitanti della nazione - tra l’altro democratica - più potente al mondo) crede che gli eventi riportati nell’Apocalisse si realizzeranno non mi rincuora affatto, anzi… Se la visione profetica che traggono dalla Bibbia è questa, come potrei esserne entusiasta? Noi dovremmo combattere i radicalismi fondati su una lettura scorretta e superficiale della Bibbia. Essi sono i più pericolosi perché attribuiscono a Dio le posizioni annunciate dall’uomo. E, di fronte alla volontà di Dio, chi può e come si può proporre una cosa diversa?
Non dimentichiamo che qualsiasi teologia o visione profetica che si opponga al rispetto del prossimo, alla bontà e alla giustizia non è buona teologia e va riformulata. Essa non porta niente di buono.



Chi prega per Bush


PRESIDENZIALI USA Luna park ispirati alla Passione di Cristo. Furbi predicatori che gestiscono chiese colossali e donazioni miliardarie. Negli Stati Uniti uno dei protagonisti della campagna elettorale è Dio. Che secondo i fondamentalisti cristiani muove il mondo per mano dell'attuale presidente

di Michael Streck



Abbiamo incontrato Gesù nella pausa pranzo, poco prima della crocifissione. Era seduto sul bordo di una fontana nel centro di Gerusalemme, assediato da un branco di bambini che gli chiedevano: "Ehi, ma tu sei Gesù?". Aveva lunghi riccioli bruni che gli ricadevano sulle spalle, una tunica grigia che gli arrivava fino ai piedi e uno sguardo così azzurro da sembrare trasparente. Mentre carezzava piano la testa di un bambino ha detto: "Adesso so qual è il mio compito. Dio mi vuole qui". Parola del Signore. A Dio evidentemente non piaceva più che Les Cheveldayoff facesse il pilota sugli aerei da carico. Gliel'ha comunicato quando lo ha incontrato a Tampa Bay, in Florida, tanti anni fa. Adesso Les ha 38 anni e interpreta il figlio di Dio a Holy Land Experience, una specie di Disneyland della Bibbia in quel di Orlando, Florida, dove il tempio e la piazza del mercato sono accerchiati dai negozi di souvenir, e dove tra Via Dolorosa e Golgota fioriscono i fast food. È un sabato bollente come l'inferno, e i sabati sono tutti particolarmente faticosi per Les/Jesus, perché lo crocifiggono due volte, a mezzogiorno e alle quattro meno un quarto del pomeriggio, per venti minuti a botta. Farsi mettere in croce non è come dirlo, ci vuole una certa preparazione fisica e mentale. Les deve separarsi dai piccoli fans, il dovere lo chiama. Si fa dipingere sulla schiena i segni sanguinolenti delle frustate, si butta addosso un po' di polvere, si carica in spalla la trave di legno e imbocca la strada del martirio - fino al pozzo, poi a destra, poi giù per la Via Dolorosa, passato il chiosco dei gelati di Simeone sempre dritto fino al Golgota. Gli spettatori sono migliaia, e per i 29,99 dollari del biglietto (i bambini pagano meno) si aspettano una crocifissione come Dio comanda. Gesù viene issato sulla croce. Alle 15.40 in punto muore, alle 15.45 è già risorto. Il pubblico è in deliquio. Sono già più di un milione i pellegrini che hanno varcato i cancelli di questo luna park della Bibbia. Il successo è così travolgente che Marvin Rosenthal, il fondatore del baraccone, coltiva già nuovi sogni di gloria e sta cercando terreni dall'altra parte della highway: Disney World a sinistra, gli Universal Studios a destra, in mezzo la Terra Santa e al centro della Terra Santa Noah's Ark, il prossimo progetto multimilionario. "È Dio che lo vuole", dice Rosenthal. Dio ha voluto pure che si convertisse dall'ebraismo al cristianesimo: ora che l'ha fatto è salvo, pronto ad affrontare la fine del mondo. Eh sì, perché l'Armageddon, la partita finale tra Bene e Male, è dietro l'angolo. È scritto nella Bibbia. Marvin Rosenthal è un buon americano. Un patriota. Un uomo che ha dei valori morali e vive secondo le Scritture, nella ferma convinzione che il mondo sia stato creato in sette giorni, la Madonna sia vergine e Gesù camminasse sulle acque. Marvin crede anche che l'omosessualità sia peccato, l'aborto omicidio e che la donna debba obbedire all'uomo. Semplicemente, prende la Bibbia in parola, come gli altri 30 milioni di cristiani fondamentalisti degli Stati Uniti. Senza se e senza ma. Il 2 novembre, il giorno delle elezioni, il presidente non dovrà preoccuparsi di Marvin Rosenthal. I cristiani come lui votano Bush, il presidente timorato di Dio. L'America è un Paese che ha fede. L'84% degli americani si dichiara cristiano e la religione è il pilastro della società. La chiesa gioca un ruolo di primissimo piano nell'assistenza agli anziani, ai malati e ai senza tetto, ma ha anche un peso politico enorme. Di tutti i cristiani praticanti - quelli che vanno a messa almeno una volta alla settimana - il 68% alle ultime elezioni ha votato per il "born again christian" George W. Bush. Ovvero per l'uomo che i tre milioni di cittadini americani fedeli alla linea e alla Bibbia riuniti nel Presidential Prayer Team ricordano ogni giorno nelle proprie preghiere: "Pregate per il partito repubblicano, pregate per la salute e la sicurezza dei delegati, dei candidati e dei media, pregate affinché venga reso onore a Dio. Pregate per il presidente e per i suoi collaboratori, che proteggono l'America e lottano contro il terrorismo". Nessun presidente americano ha mai tirato in ballo Dio, il Signore Onnipotente o la Bibbia spesso come George W. Bush. Nessuno ha mai chiuso tutti i di-scorsi con la formula rituale "May God continue to bless America". Fin qui, però, niente di nuovo. Tutti i presidenti degli Stati Uniti, senza eccezioni, sono stati credenti, e dopo tutto il Paese è nato con i Padri Pellegrini, giunti nel Nuovo Mondo in cerca di un posto dove professare in santa pace la propria fede. La novità, semmai, sta nell'inedito utilizzo di Dio come strumento elettorale. Da mesi la Casa Bianca lancia appelli ai sostenitori cristiani di Bush appartenenti all'ala più fondamentalista e l'addetto alle strategie presidenziali, Karl Rove, ha già fatto presente ai quattro milioni di evangelici che nel 2000 avevano disertato le urne che questa volta devono andare a votare Bush. Quattro milioni di voti possono fare la differenza: in Florida, quattro anni fa, ne sono bastati 537. I più ardenti sostenitori di Bush sono organizzazioni ultraconservatrici della destra cristiana. Si chiamano Focus on the Family, Christian Coalition, Family Research Council, Every Home for Christ. Gridano "viva il presidente in carica" e "abbasso lo sfidante John Kerry", il cattolico, il liberale, l'amico dei gay che gira in ciabatte infradito e sostiene l'aborto. Campagna pro George e predica domenicale sono un tutt'uno. Qualche tempo fa il team elettorale del presidente ha spedito 1600 e-mail ad altrettante comunità amiche in Pennsylvania, invitandone i ministri a predicare a favore di Bush. Più recentemente, alla Convention repubblicana è stato mostrato a una cerchia ristretta di invitati il documentario George W. Bush: Faith in the White House: realizzato dalla Grizzly Adams Productions, è la risposta della destra religiosa a Fahrenheit 9/11. Il Dvd è in vendita a $14.95 e i produttori hanno previsto una distribuzione di 300.000 copie nelle chiese americane e la sua messa in onda nei canali cristiani. Naturalmente c'è anche chi canta fuori dal coro: organizzazioni liberali e gruppi cristiani che si oppongono a questo sfruttamento della religione a fini politici e mettono in guardia contro la neanche tanto strisciante "talebanizzazione" dell'America. Per molti analisti si tratta di una culture war, e le conseguenze di questa guerra sono più evidenti là dove l'America è più America. Dove agli alberi sono appesi cartelli con scritte tipo "God allows U-Turns" (Dio consente l'inversione a U); dove la gente fa shopping nei Bible Factory Outlet che vendono chiodi "Passion of the Christ" per 16,99 dollari più tasse; dove le riviste per adolescenti titolano Are you dating a godly guy? (esci con un ragazzo timorato di Dio?); dove i predicatori radiofonici lanciano anatemi contro il sesso prima del matrimonio; dove si contano più chiese che bar. Nel sud, insomma, nel cuore dell'America. Elberton, Georgia. 5000 abitanti, 45 cave di granito, un museo del granito e chiese a profusione. La tipica provincia americana. I due ristoranti del paese chiudono alle dieci di sera. Elberton, a parte la pietra per le lapidi, non ha molto da offrire, e in effetti quanto a vita sociale ricorda parecchio un cimitero. Ovvio, quindi, che l'arrivo dei crociati susciti un certo scalpore. I "Crusaders" sono qui su invito della locale Church of God. Sono missionari muscolosi che viaggiano per il Paese esibendosi nel nome di Dio in numeri da circo, tipo rompere mattoni con il taglio della mano, piegare sbarre di ferro, strappare elenchi telefonici, soffiare dentro una borsa per l'acqua calda sino a farla scoppiare. I crociati provengono da ogni parte degli Usa, si spostano in gruppi di quattro chiamati "power team" e vivono di elemosine. "È il Signore che ci ha dato la forza", spiega il "capitano" John Kopta, in missione da 19 anni. "La forza fisica è il nostro strumento, e noi siamo gli strumenti del Signore, che ci ha voluti pescatori di uomini". Col fisico che si ritrova, Willie Raines potrebbe pescare balene. Kopta lo presenta al pubblico di Elberton come "human freight train" ("il treno merci umano"). Willie, avambracci che sembrano angurie, afferra una mazza da baseball e la rompe in due come fosse un grissino. "Questa mazza", dice, "è il simbolo del braccio di Satana". E il suo compito, prosegue, consiste nel riprendersi "quello che il Male ci ha portato via". I fedeli battono le mani e scandiscono in coro "Sì, sì, sì". Nel numero successivo Willie trasforma una padella in una sorta di piadina di metallo. Prima era anche lui schiavo del demonio, dice, spacciava droga ed era stato in galera. Lì ha incontrato Dio, e da allora vive solo per spezzare le braccia a Satana. Lo spettacolo dura due ore. Tre dei quattro "artisti" sono "cristiani rinati", come il presidente Bush: ex-peccatori che hanno ritrovato la retta via. Si sono convertiti, proprio come il presidente. Come lui credono che l'omosessualità sia peccato e che il mondo sia conteso tra Bene e Male. Ovunque si esibiscano, i crociati riempiono le chiese con un messaggio tanto semplice quanto incontrovertibile: il Male esiste, e va distrutto. "Molti americani", spiega il sociologo Christopher Bader, della Baylor University, un'università battista di Waco, Texas, "sentono il bisogno di avere risposte chiare. Sì o no. Giusto o sbagliato. Non vogliono zone grigie nella propria vita, e le chiese ultraconservatrici sono quelle che meglio soddisfano questa esigenza. Per questo hanno tanto successo il fanatismo dei cristiani di estrema destra, da una parte, e il consumismo religioso dall'altra". I templi del nuovo credo consumistico sono le "megachurches", 700 chiese colossali disseminate per tutta l'America dai telepredicatori, gli evangelisti del piccolo schermo, o da preti che si sono dati l'investitura da sé. Come Frederick K.C. Price, il fondatore del Faith Dome di Los Angeles che, con i suoi 11 mila posti, è anche la più grande chiesa degli Stati Uniti. La domenica il reverendo Price (che dispone di un vasto patrimonio immobiliare e ama gli anelli vistosi) tiene due prediche; nel resto della settimana promette la remissione dei peccati via tv o internet. Audience: 33 milioni di persone. Le prediche domenicali si svolgono secondo uno schema ormai rodato: prima la condanna dei matrimoni tra omosessuali ("Scrivete ai vostri rappresentanti al Congresso, raccogliete firme!", tuona dal pulpito), poi la raccolta fondi. La formula è classica e di sicuro effetto: "Forse che Dio ha bisogno del vostro denaro? No. Voi glielo offrite perché lo amate. Forse che io ho bisogno del vostro denaro? No. Voi me lo offrite perché mi amate". A questo punto si alzano migliaia di mani, in ognuna c'è un assegno. Gli assegni, prestampati, sono contenuti in una cassettina di legno fissata a lato di ogni panca. Donate e sarete salvati. Se Price sia davvero efficace come assicurazione contro la dannazione eterna non è dato di sapere; di sicuro è uno dei più carismatici predicatori neri del Paese, nonché messia del credo nazionale del "Make money". I fedeli lo venerano come un Dio in terra ed estendono l'adorazione anche a sua moglie Betty, che lui chiama "First Lady". Una volta ha detto: "Voi siete gli stupidi, io il furbo". I fedeli hanno riso, l'hanno presa per una battuta. Ma Price non scherza mai. Il tono delle sue prediche, anzi, è sempre aggressivo. "Il male è ovunque. Ognuno di noi corre il rischio di cadere preda di Satana", ammonisce. Il 76% dei credenti americani sono convinti che il diavolo esista. Due anni fa Carolyn Risher, sindaco di Inglis, Florida, l'ha persino messo al bando. Ufficialmente, con tanto di cartelli all'ingresso del paese in cui dichiarava la piccola comunità "desatanizzata". Sui cartelli si leggeva, per la precisione: "Satana, signore delle tenebre, re del male e nemico di tutto ciò che è buono e giusto, è bandito per sempre dalla città di Inglis". Gli annunci sono scomparsi dopo che la televisione si è fatta beffe dei versetti della signora Risher. Gli Stati dell'Arizona, del New Mexico e del Colorado, dal canto loro, hanno chiesto a Washington di ribattezzare la Highway 666 (secondo il Libro delle Rivelazioni 666 è il numero del demonio), e la cosa non stupisce se si considera che la metà degli americani crede al ritorno del Messia e al suo scontro finale, nell'Armageddon, contro le armate di Satana. A questo punto si spiega anche l'enorme successo di Left Behind, una serie di thriller evangelici scritti a quattro mani dagli apologeti dilettanti Tim LaHaye e Jerry B. Jenkins. Nell'ultimo dei 12 volumi, Glorious Appearing, Gesù ridiscende sulla terra e scatena una sorta di Jihad contro gli infedeli. Uno dei protagonisti del libro è il capo delle Nazioni Unite, che riveste anche il ruolo di principe delle tenebre. I romanzi di LaHaye e Jenkins hanno già venduto oltre 60 milioni di copie: ecco spiegato perché tanti americani hanno una pessima opinione dell'Onu. Se anche il presidente Bush abbia letto i thriller biblici nessuno può dirlo; in compenso è nota la sua passione per i libri di Rick Warren, uno dei più autorevoli predicatori a stelle e strisce, tanto rutilante nel look (ha una predilezione per le camicie hawaiane) quanto abile nel confezionare ricette per chi ha fame di fede. "L'11 settembre ha rinnovato nella gente il bisogno di spiritualità", dice Warren. "Le abbiamo provate tutte: materialismo, comunismo, libertà sessuale, ma niente è servito. Prima o poi tutto viene a noia. Dio ha creato la vita. Per questo Dio è la ragione e lo scopo della nostra esistenza. Se non ci fosse Dio, la vita dell'uomo non avrebbe senso". Warren, che ha venduto 18 milioni di libri, va giustamente fiero del proprio successo. "Bill Clinton? Un principiante dell'editoria!", sbuffa. Ogni tanto il predicatore vola a Washington per cenare alla Casa Bianca con i Bush e i Cheney, che tengono le sue opere sul comodino. Il presidente gli piace: "Ha colto il senso della vita", dice. E pazienza se ci ha impiegato 40 anni. Ne sa qualcosa sua moglie Laura, che ha fatto di tutto per condurlo sulla retta via: s'è portato dietro il marito alla First United Methodist Church di Midland, Texas, l'ha iscritto a seminari e ritiri spirituali, ma non c'è stato niente da fare: il suo George, più incline ad accostarsi allo spirito "di-vino" che a quello scritto tutto attaccato e con la maiuscola, finiva regolarmente per fare il buffone della classe, come sostiene Stephen Mansfield nel suo saggio The Faith of George W. Bush. Secondo Mansfield, il futuro presidente degli Stati Uniti avrebbe chiesto a un suo vicino di banco: "Lo sai qual è la marca di pantaloni che portavano i leviti?", e si sarebbe poi sganasciato dalle risate. In un'altra occasione avrebbe giocato sull'assonanza tra profitto e profeta.... Sino a una ventina d'anni fa, d'altronde, il presidente Bush era ancora il petroliere Bush, cresciuto in una famiglia cristiana, sì, ma secolare. Quel George W. era l'esatto contrario dell'odierno: si ubriacava spesso e volentieri, passava le notti a far bisboccia e raramente il suo pensiero saliva fino a Dio. La metamorfosi da bruco a farfalla ha inizio nel 1984, quando incontra il predicatore itinerante Arthur Blessit, divenuto celebre (è entrato anche nel Guinness dei primati) per aver percorso 50 mila chilometri con una croce di quattro metri in spalla. Una delle prime tappe di Blessit è Midland, dove conosce George e gli domanda: "Se morisse in questo istante, avrebbe la certezza di entrare nel regno dei cieli?". Senza esitare, Bush risponde: "No", al che il predicatore lo invita a pregare con lui: "Liberami dai miei peccati, o Signore, ti accolgo nella mia vita, o Salvatore", e gli regala l'opuscolo The New Life. Per Bush è una svolta epocale. Dio consente l'inversione a U. Insieme al socio Don Evans - che in seguito nominerà ministro del commercio - George W. comincia a frequentare un corso di studi sulla Bibbia. Quando il terreno è pronto, è il turno del telepredicatore Billy Graham di dare la spinta finale al folgorato sulla via di Damasco. Durante una passeggiata a Kennebunkport, nel Maine, Graham pianta nel cuore del presidente "il germoglio della fede", come scrive Bush stesso nell'autobiografia A Charge to Keep: "[La fede...] era come una calamita, emanava calore e serenità d'animo, non ti instillava sensi di colpa, ti faceva sentire amato". All'indomani del suo 40esimo compleanno, dopo una notte di bagordi, il futuro presidente dà l'addio definitivo all'alcool: goodbye Jack Daniels, hello Jesus. L'uomo di vita si trasforma in uomo di Dio. Contatta i più estremisti tra i predicatori che l'America ha da offrire e li collega tra loro in una rete a maglie fitte di fanatismo religioso. Perché l'uomo di fede è anche uomo di potere che nel fervore biblico dell'estrema destra riconosce un valido strumento elettorale, e nel radicale Pat Robertson ("Hitler era cattivo, ma quello che i musulmani intendono fare agli ebrei è peggio") un prezioso alleato. Robertson è alla testa della potente Christian Coalition, un'organizzazione ultraramificata che conta due milioni di membri, e che accompagna Bush nel suo cammino politico. Grazie a lui George viene eletto governatore del Texas. La chiamata del Signore che lo vuole presidente arriva qualche tempo dopo. È il '99. Bush junior assiste insieme alla madre Barbara a una funzione nella Highland Park Methodist Church di Dallas. Il reverendo Mark Craig parla di Mosè e dell'esodo degli ebrei dall'Egitto. "Il popolo aveva bisogno di una guida, di un leader dotato di spessore etico e morale", rievocherà Bush in seguito, "durante quella predica ho sentito la chiamata. Dio ha voluto che diventassi presidente". A dire il vero può anche essere che in realtà la voce fosse solo quella di sua madre. Perché Barbara, nell'udire le parole del pastore, si gira verso il figlio e gli sussurra: "Ascolta, sta parlando con te". Il resto è storia. Giunto all'apice del potere, Bush dichiarerà: "Se in questo momento sono seduto nell'Ufficio Ovale invece che al bancone di qualche bar del Texas è solo perché ho trovato la fede". Alla Casa Bianca tira aria nuova. La columnist Peggy Noonan suggerisce al presidente (e senza ironia) di far esorcizzare l'edificio per annullare tutti i nefasti influssi dell'amorale era Clinton, affinché "i diavoli che strisciano per i corridoi e si annidano tra i libri se ne vadano una volta per tutte". Il presidente trova che non sia il caso. In compenso si affretta a circondarsi di baciapile di estrema destra. Come John Ashcroft, il nuovo ministro della giustizia, che - in omaggio a re David - prima di prestare giuramento si è fatto ungere d'olio santo. Oppure come il capo dell'ufficio stampa Michael Gerson, diplomato al Wheaton College dell'Illinois, noto anche come la "Harvard degli evangelici". O come il ginecologo W. David Hager, capo della commissione di vigilanza sui farmaci, che contro mal di testa e dolori mestruali raccomanda "la preghiera e la lettura delle Sacre Scritture". Le destre cristiane hanno finalmente un leader, e ce l'hanno proprio là dove sognavano di vederlo da sempre - nell'Ufficio Ovale della Casa Bianca. "Il presidente Bush", osserva il reverendo Barry Lynn di Americans United, un gruppo apartitico che auspica una netta separazione tra Stato e chiesa, "si ritiene inviato da Dio, per cui chiunque voti contro di lui viene automaticamente accusato di rifiutare Dio". Secondo Lynn queste ultime battute della campagna elettorale contro Kerry saranno "sporche e brutali, senza esclusione di colpi, perché Bush ha alleati potenti ed è pronto a tutto pur di farsi rieleggere". Alleati come Roberta Combs, per esempio, che ha preso il posto di Pat Robertson alla guida della Christian Coalition. Prima delle elezioni la sua organizzazione ha mandato 70 milioni di e-mail con allegata una "guida dell'elettore" che, secondo Miss Combs, serve a "orientare le persone alla scelta giusta". Tradotto, significa che nella guida si dice molto di buono su George W. Bush e niente di buono su John Kerry. Tra gli alleati c'è poi Andrea Lafferty, direttrice della Traditional Values Coalition, che grida allarmata alla "guerra santa contro il cristianesimo". A dichiarare guerra sarebbero stati i liberali: "Vogliono portarci via tutto. Se li lasciamo fare cambieranno il nome anche a Los Angeles e a Corpus Christi". La signora Lafferty ha orrore degli omosessuali ("Sono un pericolo per la comunità, muoiono prima, si drogano di più, tendono al suicidio e alla depressione"), odia Bill Clinton ("il peggior bugiardo nella storia di questa nazione") ed è felice che "l'11 settembre ci fosse Bush alla guida degli Stati Uniti". La sua predicazione raggiunge 43 mila comunità ecclesiastiche sparse per gli Stati Uniti. Il presidente può contare su ognuna di loro. In America si incontrano persone così. Chiassose, esagitate, intolleranti. Sono una minoranza, certo, ma potente. E urlano tanto forte da sovrastare i credenti moderati, che pure sono tanti di più. Come tanti di più sono i teologi liberali, i filosofi della religione e gli studiosi dello spirito - tutti bravi cristiani, buoni americani, patrioti che amano il proprio Paese e proprio per questo si preoccupano dell'andazzo che ha preso. Gente come Scott Moore, che tiene corsi su Habermas e Heidegger alla Baylor University di Waco, Texas, e trova assurda "la distinzione tra cristiani di serie A e cristiani di serie B". O come il suo collega Roger Olson, docente di teologia, che cerca di spiegare ai suoi studenti che essere religiosi significa anche "rispettare i diritti civili e le scelte del singolo individuo", presupposto che dopo l'11 settembre viene messo in di-scussione "perché questo governo gioca sulla paura della gente e col pretesto della lotta al terrorismo ne calpesta le libertà fondamentali". Oppure ancora, gente come il reverendo battista Welton Gaddy, della Interfaith Alliance, un gruppo pluriconfessionale di Washington che si chiede, smarrito, come si sia arrivati a "trasformare la religione in un ariete sfondacoscienze". Come sia successo che "invece di chiedere se credi in Dio, i preti domandino per quale candidato voti". Come sia potuto accadere che il presidente degli Stati Uniti spacciasse l'invasione americana dell'Iraq come "la difesa delle più sacre tradizioni morali del nostro Paese". Gaddy si toglie gli occhiali. Ha l'aria stanca. "In gioco c'è molto di più di quei due o tre milioni di voti che Bush e Rove sperano di portare a casa", dice. "Questo manicheismo dove l'alternativa è tra il sì e il no, tra il bene e il male, distrugge il dialogo". Gaddy si rimette gli occhiali. Forse dovrebbe alzare la voce, come Roberta Combs o Andrea Lafferty. Forse dovrebbe gridare, lanciare anatemi, come il telepredicatore Frederick K.C. Price. "Se manca il dialogo", conclude preoccupato, "la democrazia è in pericolo". Parla con un sospiro, il reverendo Gaddy, ma è come se avesse urlato. (Le fotografie sono dell'ag. Agentur Focus for Stern Magazine /G. Neri)

http://www.lastampa.it/_web/_P_VISTA/spinelli/archivio/spinelli030406.asp  

Analisi    

Le trappole dei sionisti cristiani

di Barbara Spinelli

6 aprile 2003



Da quando è cominciata la guerra delle truppe inglesi e statunitensi in Iraq si parla molto, a Gerusalemme, dell’Israelizzazione dell’America di Bush. E’ un termine coniato dall’editorialista Gideon Samet, sul giornale Ha’aretz, e descrive bene il rapporto fra le due nazioni man mano che procede la guerra per la conquista di Baghdad.

Fra le condotte dei due Stati sono apparentemente numerose le somiglianze, e una certa affinità sembra esistere anche sul piano psicologico, fra due nazioni che si sentono egualmente minacciate da un nemico che mette in forse la loro stessa esistenza: dal terrorismo kamikaze, e da forme d’odio che spesso paiono irrazionali, e in ambedue i casi sono comunque vissute come espressioni di rigetto razziale.

Anche il governo americano corre il pericolo di perdere la vittoria che sta per ottenere, così come le classi dirigenti d’Israele hanno perso successivamente la vittoria ottenuta trentasei anni fa nella guerra dei Sei giorni, e poi in maniera ancora più palese la guerra del Libano nell’82. I commentatori israeliani non si stancano di mettere in guardia l’alleato Usa: «State attenti a non agire come noi abbiamo agito in Libano» - ripetono - e cercate di capire meglio i paesi in cui entrate, le passioni che agitano la loro storia, le nascoste aspirazioni che li animano. Anche Israele fu accolta con entusiasmo dagli sciiti del Libano, quando li liberò militarmente dal dispotismo arabo-nazionalista dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina: ma poco dopo finirono col ribellarsi a quella che presto non fu più interpretata come liberazione, ma come occupazione.

Il governo di Begin voleva ridisegnare il Medio Oriente e insediare a Beirut un governo amIco, proprio come oggi desidera Bush. Ma il premier cristiano-maronita Bashir Gemayel venne assassinato da agenti siriani, pochi giorni dopo esser nominato grazie all'intercessione di Israele, e il figlio Amin Gemayel deluse il governo Begin. Contemporaneamente, nel settembre ‘82, vi fu il massacro di civili palestinesi a Sabra e Chatila, commesso da milizie cristiane con la complicità dei soldati di Sharon. Alla fine gli estremisti sciiti che avevano tanto applaudito i liberatori dettero vita alla più micidiale delle organizzazioni anti-israeliane: il gruppo terrorista dei Folli di Dio, gli Hezbollah. Ha detto una volta Henry Kissinger che Israele non ha una vera politica estera ma solo esigenze di politica esterna, e spesso questa caratteristica sembra dominare anche il comportamento del governo Bush.

Ancor più spettacolare è l’affinità che sembra esistere sul piano spirituale e culturale, fra Israele e una parte consistente del conservatorismo cristiano americano. E’ un’affinità che risale agli anni in cui il Likud di Menahem Begin consolidò il proprio potere, nei primi Anni Ottanta, e nel mondo americano iniziarono a moltiplicarsi le correnti fondamentaliste e apocalittiche delle sette evangelicali. George W. Bush ha rapporti stretti con queste sette, anche se a più riprese - da quando è Presidente - ha dovuto distanziarsi dalle loro dichiarazioni anti-musulmane e anti-arabe. Il cristianesimo cattolico è in forte conflitto con il loro radicalismo, come ha spiegato lucidamente Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose, su La Stampa (28-3-03).

Sono affinità messe in rilievo con frequenza da chi oggi si sente protetto dalla politica americana, e in modo speciale dal filoebraismo che sembra ispirarla. E i dibattiti ne risentono al punto da risultare non di rado infecondi, anche in Italia: se sei amico degli ebrei non puoi che appoggiare l’America; e se critichi l’America, sei sospettabile di antisemitismo. Ma queste somiglianze tra America e mondo ebraico possono divenire una trappola mortale per Israele, qualora i suoi dirigenti si aggrappassero a esse con eccessiva fiducia e compiacimento. In primo luogo possono divenire una trappola politico-religiosa, perché il fondamentalismo cristiano negli Stati Uniti è solo strumentalmente e provvisoriamente filo-israeliano, filo-ebraico.

Nella visione apocalittica delle sette evangelicali, lo Stato d’Israele deve esistere e grandemente espandersi affinché siano create le condizioni del Secondo Avvento di Gesù: un avvento che comporterà tuttavia la fine dello Stato d’Israele, la conversione in massa degli ebrei, e il loro sciogliersi definitivo nel cristianesimo che trionferà all’indomani dell’Armageddon, la finale lotta tra bene e male.

Nelle stesse visioni, Israele è al tempo stesso condizione del ritorno messianico e figura dell’Anticristo: il diabolico nemico di Gesù «è ebreo e maschio», annuncia il tele-evangelista reverendo Falwell, e Auschwitz non è stato «altro che il preludio» del giudizio di Armageddon, secondo il reverendo Chuck Missler. Questi sono i tele-evangelisti che oggi sostengono le guerre preventive, che si dicono sionisti cristiani, e che favoriscono un’offensiva in Iraq per la difesa di una Grande Israele. Ambedue elette da Dio, la nazione americana e quella israeliana hanno un comune compito di redenzione del mondo, dicono ancora gli evangelicali, ma alla fine una delle due - la nazione terrena - sarà inghiottita dall’altra, la nazione celeste. A parole Israele è difesa. In realtà viene usata.

Tutto questo getta una luce altamente equivoca, sull'entusiasmo che Israele suscita nel nuovo conservatorismo rivoluzionario americano e in chi acriticamente lo caldeggia in Italia o Europa. La storia del fondamentalismo «cristiano-sionista», la sua predicazione, sono caratterizzate da correnti antisemite che possono tornare alla luce, se perdura l'offensiva terrorista all’America e se il dopo-guerra in Iraq si complica o degenera. Da questo punto di vista l’Inghilterra di Blair ha una visione più lungimirante, profonda. Non è traversata da correnti evangelicali, ed è più attenta - grazie all’esperienza coloniale e alla lotta anti-terrorista in Irlanda - alle possibili suscettibilità nazionali o religiose delle etnie che abitano l’Iraq: sciite, sunnite e curde.

La seconda trappola è più politica, e riguarda le trattative di pace in Medio Oriente. Il presidente Bush ha volutamente ignorato il monito di molti avversari di una guerra unilaterale - compresi avversari repubblicani come Baker, Scowcroft - e non ha ascoltato le parole di chi sconsigliava un intervento prima che fosse ripreso un fruttuoso negoziato nel vicino Oriente. Ma è probabile che la posizione della Casa Bianca muti, a guerra finita, perché alla lunga Washington non può convivere con un mondo arabo ed europeo ostile: alla lunga, le arti della diplomazia e della politica torneranno a essere indispensabili, e il peso dei fondamentalisti cristiani potrebbe diminuire dopo il cambio di regime in Iraq. L’alleanza tra Bush e Sharon potrebbe esser messa a dura prova, come già lasciano presagire le dichiarazioni di Condoleezza Rice: appena conclusa la guerra occorrerà mettersi a lavorare seriamente attorno alla realizzazione del piano di pace Usa, ha detto il consigliere per la sicurezza nazionale, e avviare il negoziato in due fasi per la creazione di uno Stato Palestinese entro il 2005.

E’ importante che Blair insista con forza su questo punto, oltre che sulla futura centralità dell’Onu. Nel discorso di fine anno, il 1° gennaio 2003, il premier inglese è stato particolarmente severo: «Dobbiamo al più presto riprendere le trattative di pace in Medio Oriente, altrimenti ci renderemo davvero colpevoli della doppiezza morale di cui oggi siamo accusati». E ancora: «Dobbiamo tendere la mano al mondo arabo e musulmano, e provare a capire la collera che esso sente di fronte a una trattativa di pace che ha dimostrato di essere così lenta, dolorosa, e letale». Questo significa due cose, per Sharon: la lotta al terrorismo kamikaze è giustificata, ma Israele deve al contempo riprendere il dialogo con i palestinesi e smantellare le colonie nelle terre occupate.

Per il momento, il fondamentalismo cristiano consola Israele, la riempie d’orgoglio. Sharon si sente confortato, quando il ministro della Difesa Rumsfeld parla di «territori cosiddetti occupati». Ma le sette evangelicali americane contribuiscono alla fossilizzazione dogmatica dei dirigenti israeliani: sono potentemente anti-islamiche senza avere un piano che tuteli Israele nel lungo periodo, sono contrarie a qualsiasi accordo di pace come all'internazionalizzazione di Gerusalemme, hanno legami intensi con i coloni nei territori occupati, sono favorevoli a un’Israele che non rinunci a Gaza, alla Cisgiordania, al Golan. Solo in apparenza sono amiche di Israele. Alla lunga, sono i complici di quello che potrebbe divenire, apocalitticamente, il suo suicidio.

A meno che la guerra non si estenda a Siria e Iran, l’America potrebbe prendere le distanze da Israele più celermente del previsto. Quello sarà un giorno di amaro risveglio, per gli ebrei di Israele come per parte degli ebrei nella diaspora. Si capirà, allora, che gli amici tanto vantati erano falsi amici. Che la prudenza di Giovanni Paolo II e il suo costante richiamo all’Onu sono preferibili alla retorica del fondamentalismo cristiano statunitense, troppo filosemita per poterci fare sopra un investimento. Che il sionismo cristiano è un’insidia, tesa da chi crede con tutta l’anima nell’Israelizzazione dell’America, e nella violenza creativa delle guerre condotte in nome di Dio.

 

Ritratto di John Hagee, leader evangelico pro-Israele
dal Wall Street Journal

Il Foglio 5 agosto 2006

Quando nel 1981 Israele inviò aerei da guerra in Iraq per bombardare un reattore nucleare, il televangelista texano John Hagee spedì lettere a 150 predicatori cristiani per esortarli a dare il proprio appoggio allo stato ebraico. Ricevette una sola risposta affermativa. Quando poi si spinse ancora oltre pensando di organizzare una manifestazione a favore di Israele nel teatro di San Antonio, ricevette una minaccia di morte al telefono e qualcuno sparò contro i finestrini della sua auto parcheggiata nel vialetto davanti a casa. Un paio di settimane fa, mentre le forze armate israeliane colpivano il Libano e aumentavano i timori per un conflitto più esteso, Hagee ha presieduto a quello che lui stesso ha definito un “miracolo di Dio”: la riunione di 3.500 cristiani evangelici nella sala conferenze di un hotel di Washington per acclamare Israele e la sua attuale campagna militare. Parlando da un palco decorato da un’enorme bandiera israeliana, Hagee ha scatenato entusiastici applausi e grida di “amen”, ringraziando Israele per compiere l’opera di Dio in una “guerra tra il bene e il male”. Gli appelli rivolti a Israele per un uso moderato della forza violano la “politica estera delineata da Dio” per gli ebrei, ha proclamato Hagee, citando un versetto dell’Antico Testamento che promette di “benedire coloro che ti benediscono” e maledire “coloro che ti malediscono”. La manifestazione era sponsorizzata dai Christians United for Israel, un’organizzazione nazionale fondata quest’anno dal sessantaseienne predicatore texano. Quest’organizzazione esercita pressioni sui politici di Washington, raccoglie sostegni a favore di Israele e ha come obiettivo l’educazione dei cristiani su ciò che viene definito l’“imperativo biblico”, ossia l’appoggio allo stato ebraico. Hagee è una delle principali figure del cosiddetto movimento cristianosionista. Questa filosofia politica di stampo evangelico si basa su profezie bibliche e sulla credenza che i conflitti di Israele siano il preludio dell’Armageddon. I suoi seguaci appoggiano con estrema decisione il sostegno dato a Israele dall’Amministrazione Bush nell’attuale conflitto contro Hezbollah in Libano. Il presidente George W. Bush ha inviato un messaggio nel quale ha elogiato Hagee e i suoi seguaci per il loro contributo nel “diffondere la speranza nell’amore di Dio e nel dono universale della libertà”. Anche il primo ministro israeliano ha inviato un messaggio di ringraziamento. Alla riunione hanno partecipato l’ambasciatore israeliano, il suo ex capo militare e un folto numero di importanti politici americani, per lo più repubblicani. Sebbene Bush sia chiaramente vicino agli evangelici, non ne ha mai abbracciato l’agenda politica o la retorica. Ma le loro opinioni sono generalmente in accordo con gli obiettivi dei suoi strateghi per la sicurezza nazionale, che arrivano a conclusioni analoghe usando una logica diversa. Questi strateghi hanno già da parecchio tempo puntato l’indice contro quella che hanno definito la “falsa stabilità” di una regione comandata in gran parte da tiranni, e in nome della quale si è tollerata la presenza di organizzazioni terroristiche che hanno come scopo primario la distruzione di Israele. Anche l’influente scuola “neoconservatrice”, cui appartengono numerosi consiglieri di politica estera, ha appoggiato questa linea, sostenendo che gli Stati Uniti devono assumere un atteggiamento più deciso per stabilire la democrazia in medio oriente. Proprio quando in tutta la regione i gruppi islamisti stanno prendendo il posto dei nazionalisti laici nella funzione di principale veicolo della rivolta, Hagee e altri predicatori evangelici simili a lui iniettano un ulteriore fervore religioso nella visione e nella politica americana relativa al medio oriente. Riconoscono, e talvolta sembrano persino condividere, l’idea di un conflitto globale tra islam e occidente giudaico-cristiano, esattamente come fanno molti estremisti musulmani. “Questa è una guerra religiosa che l’islam non può – e non deve – vincere”, ha scritto Hagee in un suo recente libro (“Jerusalem Countdown”), dedicato a quello che lui stesso ritiene essere un ormai imminente conflitto nucleare con l’Iran. “La fine del mondo si sta rapidamente avvicinando… Rallegratevi e siate contenti, perché il meglio deve ancora venire”. Il libro, pubblicato a gennaio, ha già venduto 700 mila copie, secondo i dati resi noti dalla casa editrice religiosa Strang Communications, che ha sede in Florida. Il sionismo cristiano esiste già da parecchi anni, ma sta ottenendo maggiore rilevanza ora che può contare sul fascino commerciale di Hagee e altri imprenditori della religione. Hagee ha utilizzato enormi risorse per raccogliere sostegni in favore di Israele. A San Antonio dirige una mega-chiesa (con 19 mila membri), è a capo di una compagnia televisiva e possiede notevoli agganci con i più importanti esponenti del Partito repubblicano. Secondo uno degli organizzatori, l’ultima manifestazione a Washington è costata mezzo milione di dollari. Daystar, una rete radiofonica cristiana, ha trasmesso l’evento in diretta. Il giorno dopo, Hagee ha riunito evangelici rappresentanti di tutti i 50 stati dell’Unione e ha organizzato un blitz al Campidoglio. Armati di fogli con una serie di appunti scritti dallo stesso Hagee e dal suo staff, hanno pungolato i senatori e i membri del Congresso con argomentazioni a favore di Israele e contro i suoi nemici, in particolare l’Iran. Gli evangelici cristiani, che sono diventati per la prima volta una forza politica concreta durante la presidenza Reagan negli anni Ottanta, ora sono circa 50 milioni e rappresentano una delle principali basi elettorali del presidente Bush. Noti soprattutto per le loro iniziative contro l’aborto, il matrimonio omosessuale e altre questioni di politica interna, hanno anche mostrato un particolare interesse per la politica estera, soprattutto dopo l’11 settembre. “Lasciate che Israele faccia quel che deve fare”, ha detto Hagee ai suoi sostenitori la scorsa settimana. I nemici di Israele, ha detto il membro del Congresso Eliot Angel, uno dei pochi democratici che hanno partecipato all’evento, “compiono l’opera di Satana”. Questa miscela di realpolitik e religione – sostengono numerosi funzionari americani – ha prodotto una forza estremamente potente. I sostenitori evangelici di Israele “c’erano già prima, ma non apparivano sugli schermi dei radar”, dice Dennis Ross, inviato in medio oriente durante la presidenza di Bush senior e in quella di Bill Clinton. “Ora sono una parte importante del panorama politico”. L’Amministrazione Bush, più di qualsiasi altra che l’ha preceduta, ha stabilito contatti formali e regolari con i leader evangelici americani. La Casa Bianca sostiene di non essere influenzata da nessun gruppo in particolare. “Il presidente prende le proprie decisioni sulle politiche da adottare per il nostro paese soltanto sulla base di ciò che è giusto per i nostri cittadini – dice Dana Perino, vicesegretario dell’ufficio stampa – Gli Stati Uniti sono stati un alleato di Israele fin dalla sua nascita, e il presidente Bush ha lavorato per rafforzare questa alleanza”. Nel corso degli anni il principale strumento per le iniziative filoisraeliane di Hagee è stata la Cornerstone Church di San Antonio, nella quale entrò come pastore nel 1975, quando si chiamava ancora Church of Castle Hill ed era una moribonda parrocchia con poche dozzine di fedeli e pesanti debiti. Aveva lasciato la sua precedente chiesa in quel medesimo anno, dopo un complicato divorzio al quale fece subito seguito un nuovo matrimonio con una giovane fedele. Attratta dalla sua miscela di tuonante oratoria e umorismo popolare, la congregazione è sbocciata con grande rigoglio. Figlio di un predicatore puritano, Hagee ha visitato per la prima volta Israele nel 1978. Lui stesso dichiara di esservi andato “come turista e di essere tornato come sionista”. Nel corso di questa visita, Hagee è stato al muro del pianto di Gerusalemme, a proposito del quale dice di non aver mai provato una “vicinanza a Dio così intensa in nessun altro luogo della terra”. Proprio in quel momento, ricorda ancora Hagee, “il Signore mi ha ordinato di fare tutto quanto potevo per unire insieme cristiani ed ebrei”. Tornato in Texas, Hagee si immerse per “tre anni in un profondo studio per scoprire le radici ebraiche del cristianesimo”. Questo coincise con una forte intensificazione dei contatti tra gli evangelici americani e il governo israeliano, allora guidato da Menachem Begin, un devoto studioso della Bibbia e un tenace difensore del diritto di Israele al possesso dei territori conquistati nel 1967. Begin si impegnò a fondo per coltivare l’amicizia degli evangelici americani, con i quali condivideva la convinzione nel fatto che la fondazione di Israele nel 1948 e le successive battaglie combattute dal nuovo stato fossero la realizzazione della profezia biblica. Hagee dice di essersi incontrato con Begin per tre volte. Quando Begin ordinò alle forze aeree israeliane di bombardare il reattore nucleare di Osirak, fatto costruire da Saddam Hussein, Hagee rimase inorridito dalle diffuse critiche che furono rivolte a Israele. Dopo aver letto su un giornale di San Antonio un articolo nel quale si definiva l’attacco israeliano come un atto di “diplomazia dei cannoni”, Hagee decise di organizzare un raduno a favore di Israele. La comunità cristiana locale all’inizio mostrò ben poco entusiasmo per quest’iniziativa e la comunità ebraica ancora meno. “C’era molto scetticismo”, ricorda Aryeh Scheinberg, un rabbino ortodosso che prese parte agli incontri tra i leader della comunità ebraica per decidere come rispondere all’invito di Hagee. “Tutti volevano sapere questo: ‘Che cosa vuole veramente?’. Allora io dissi: ‘Diamogli una possibilità e corriamo il rischio’”. Il raduno fu così organizzato e vi presero parte sia i cristiani sia gli ebrei. Quando Scheinberg salì sul palco per recitare una preghiera conclusiva, la sicurezza disse a Hagee che era arrivata la minaccia di una bomba. Hagee, un uomo molto robusto che era entrato al college grazie a una borsa di studio per il football, racconta di avere chiesto a Dio di far pregare il rabbino “non come Mosè ma come un presbiteriano in ritardo per il pranzo”. La minaccia era fasulla. Da allora il raduno si è tenuto ogni anno, anche se alcuni leader ebrei si sono rifiutati di partecipare e di stringere qualsiasi genere di alleanza con Hagee. “Molte delle sue idee sono detestabili”, sostiene Barry Block, un autorevole rabbino riformista di San Antonio, il quale accusa Hagee di demonizzare i musulmani e di promuovere un programma politico divisivo e di destra che erode la barriera tra chiesa e stato. Quando parla davanti a un pubblico di ebrei, Hagee generalmente evita di menzionare l’Armageddon. Ma i suoi libri – che portano titoli come “L’inizio della fine” o “Da Daniele al giorno del giudizio” – sono colmi di morte e distruzione. “Il campo di battaglia sarà la nazione di Israele”, ha scritto nel suo ultimo libro (“Conto alla rovescia per Gerusalemme”), nel quale descrive “un mare di sangue umano sgorgante dalle vene di coloro che hanno seguito Satana”. Alcuni evangelici accusano Hagee di ignorare gli arabi cristiani. Donald Wagner, della North Park University, un college cristiano evangelico di Chicago, visitò Israele nello stesso periodo di Hagee e giunse alla conclusione opposta: “Ero filoisraeliano fino a quando non andai in Israele”, dichiara Wagner, ora alla guida di un gruppo di ricerca che mette in discussione la teologia dei sionisti cristiani. Ancora poco noto al di fuori del Texas al momento della sua adesione al sionismo, Hagee decise di ricorrere alla televisione per promuovere la causa di Gesù, di Israele e di se stesso. Per raggiungere questo obiettivo il suo strumento principale fu la Global Evangelism Television Inc., un’organizzazione non profit. Fondata nel 1978, la Getv si affidava per la programmazione a operatori locali via cavo. Negli anni Ottanta iniziò a trasmettere programmi di propria produzione con Hagee come protagonista su reti cristiane nazionali. Oggi i sermoni e i programmi di Hagee sono trasmessi da 120 stazioni e raggiungono oltre 90 milioni di case. A metà degli anni Ottanta il suo gregge aveva ormai superato le possibilità di accoglienza della sua chiesa nel centro di San Antonio. Così, nel 1987, la Cornerstone Church si è trasferita su un terreno di 35 ettari alla periferia della città, con una sala che può ospitare cinquemila persone e nuovi studio radiotelevisivi. L’aumento della sua popolarità è andato di pari passo con l’aumento delle controversie da lui suscitate. E’ inciampato da solo invitando a parlare a Cornerstone l’ex consigliere della Casa Bianca, Oliver North, reo confesso, e il televangelista Jimmy Swaggart, caduto in disgrazia. Ha anche avuto una diatriba con il servizio postale americano a proposito di rate postali sulle lettere spedite dalla chiesa contenenti pubblicità dei suoi libri e dei suoi video. (A sua detta, avrebbe fatto causa e ottenuto un risarcimento di 40 mila dollari). Hagee ha anche mandato su tutte le furie i leader neri. Per aiutare gli studenti in cerca di strani lavori, The Cluster, il bollettino della sua chiesa, ha pubblicato una pubblicità per una vendita di “schiavi”, nella quale si diceva: “La schiavitù sta tornando a Cornerstone. Organizzatevi per venire e tornerete a casa con uno schiavo”. Hagee ha poi chiesto scusa, ma in un’intervista radiofonica ha protestato contro le pressioni a essere politically correct e ha scherzato sul fatto che forse il suo cane dovrebbe essere chiamato un “canide americano”. Le polemiche non hanno frenato la costante crescita della sua congregazione, che ha una composizione multirazziale. Le sue “notti per onorare Israele” sono diventate sempre più grandiose, e si è conquistato la fama di eccezionale procacciatore di fondi per la causa filoisraeliana. Lui stesso dichiara di aver raccolto finora oltre 12 milioni di dollari. Ormai sempre più in vista, il predicatore texano ha attirato l’attenzione e inizialmente anche suscitato l’ira di Jerry Falwell, il decano della destra cristiana e anche lui entusiasta sostenitore di Israele. Nel 1994, il National Liberty Journal, un mensile conservatore diretto da Jerry Falwell, ha definito Hagee un “eretico” perché aveva sostenuto la teoria del doppio patto, ossia che gli ebrei e i cristiani hanno contratto con Dio due diversi patti, che permettono a entrambi di entrare in Paradiso. Secondo la tradizionale concezione cristiana, invece, gli ebrei e tutti gli altri non cristiani devono convertirsi, altrimenti finiranno nello schieramento sbagliato in occasione della battaglia dell’Armageddon. Poco dopo la pubblicazione di questo articolo, Falwell ha organizzato un incontro con Hagee a un raduno cristiano a Memphis. Hagee, racconta Falwell, gli ha assicurato di non credere nel “doppio patto”. Ora Falwell fa parte del comitato di direzione dei Christians United for Israel. Hagee, citando un verso del Nuovo Testamento, dichiara che “un resto del popolo ebraico… gode già ora del favore di Dio”, ma non dice quali ebrei entreranno in Paradiso senza bisogno di conversione, limitandosi ad aggiungere che soltanto Dio lo sa. Si sbarazza della questione del doppio patto definendola come “un argomento per iniziare una discussione da bar”. La vittoria di Bush alle elezioni del 2000 e l’assunzione del controllo di entrambe le Camere del Congresso da parte del Partito repubblicano hanno portato gli evangelici cristiani molto vicino alle stanze del potere. Quando Bush era ancora governatore del Texas, Hagee lo ha incontrato parecchie volte e ha appoggiato con decisione la sua corsa verso la Casa Bianca. Hagee, tuttavia, era in rapporti ancora più stretti con un altro potente texano, il membro del Congresso Tom DeLay. Poco dopo essere diventato il leader della maggioranza nella Camera dei rappresentanti, DeLay ha pronunciato il discorso di apertura alla riunione pro Israele organizzata da Hagee nel 2002 a San Antonio. DeLay, ora coinvolto in uno scandalo di corruzione, ha parlato anche alla recente riunione a Washington. Nel 2003 il San Antonio Express- News ha indagato sulle dichiarazioni dei redditi di Hagee. Nell’articolo pubblicato su questo giornale si riconosceva che non si era riscontrata alcuna illegalità, ma si riferiva che Hagee nel 2001 aveva ricevuto più di 1.250.000 dollari per la sua chiesa e le sue trasmissioni televisive. Hagee dice che la maggior parte dei suoi guadagni provengono dalla vendita dei suoi 21 libri, e non dalle donazioni dei fedeli. Aggiunge che anche quest’anno guadagnerà grosso modo lo stesso se le vendite dei suoi libri rimarranno stabili. Poiché le sue finanze erano esposte sotto i riflettori, Hagee ha deciso di riorganizzare le sue proprietà in modo da non essere costretto a fare dichiarazioni dei redditi pubbliche. Nel settembre 2004, la Getv è stata riregistrata come chiesa sotto il nome di Grace Church of San Antonio. Le chiese, a differenza delle compagnie televisive religiose, sono esentate dall’obbligo di presentare dettagliate dichiarazioni al fisco. Nelle ultime settimane, con una nuova riorganizzazione si sono trasferite quasi tutte le finanze alla Cornerstone Church. I rendiconti finanziari della chiesa non sono disponibili al pubblico. Hagee ha detto che i suoi avvocati gli hanno consigliato questa soluzione per “maggiore chiarezza”. Il presidente Bush non ha proseguito i tentativi di Clinton per ottenere un definitivo accordo di pace nel conflitto israelo-palestinese; tuttavia, sotto la spinta dell’Inghilterra e di altri paesi, ha dato il proprio sostegno a un piano graduale cui è stato dato il nome di Road map for Peace. Nel marzo 2003 Hagee e altri leader evangelici hanno spedito una lettera al presidente Bush nella quale applaudivano l’invasione dell’Iraq ma criticavano il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese, e affermavano che sarebbe stato “moralmente sbagliato” se gli Stati Uniti si fossero mostrati “imparziali” tra Israele e “l’infrastruttura governativa palestinese infestata da terroristi”. Lo scorso autunno Hagee ha organizzato la sua annuale “notte in onore di Israele” in Israele stesso, celebrando l’evento nell’hangar di una base aerea israeliana. Ha poi pronunciato un discorso al Parlamento israeliano e ha portato i suoi seguaci americani a visitare la collinetta di Megiddo, dove è convinto che si combatterà la battaglia dell’Armageddon. Hagee sta anche avviando nuovi progetti per i Christians United for Israel, nella speranza di unire un vasto numero di piccoli gruppi cristiani filoisraeliani in un’unica rete nazionale. Si è messo in contatto con Jerry Falwell, che gli ha immediatamente dato il proprio appoggio. Come direttore esecutivo della nuova organizzazione ha assunto David Brog, un avvocato che ha lavorato sia in Israele sia al Campidoglio e un lontano cugino dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Lo scorso autunno, quando questi progetti sono diventati realtà, l’American Israel Public Affairs Committee (la lobby filoisraeliana) ha organizzato un’unità “esterna” per collaborare con i cristiani. A capo di quest’unità è stato posto un cittadino di San Antonio che aveva precendentemente fatto parte della sinagoga di Scheinberg, il rabbino ortodosso da sempre grande sostenitore di Hagee. I Christians United for Israel hanno tenuto il loro primo incontro nel febbraio scorso a San Antonio e si sono subito messi a organizzare la riunione che si è svolta la scorsa settimana a Washington. Per raccogliere sostegni e fugare ogni sospetto sui suoi motivi, Hagee ha viaggiato in tutto il paese incontrandosi con i leader cristiani ed ebrei. Alcuni ebrei temono che i sionisti cristiani vogliano convertire gli ebrei al cristianesimo, cosa che Hagee ha sempre negato. L’attuale esplosione di violenza, sostiene Hagee, dimostra che Israele non deve rinunciare alla terra in cambio della pace e che cristiani ed ebrei si trovano sulla medesima sponda. “Se Dio si oppone alla cessione della terra, se questa soluzione non ha mai funzionato, bisogna trovarne un’altra – ha tuonato Hagee la scorsa settimana – Non cedete la terra. Appartiene a voi. E’ l’eredità che Dio vi ha lasciato”.


http://tamles.net/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=2141 


PREDICATORI DI BUSH (E SHARON) PER CONVERTIRE L'IRAQ


50.000 bibbie e centinaia di «missionari» dell'estrema destra USA pro-
israeliana con gli «aiuti umanitari» inviati a Baghdad
Stefano Chiarini - 3/5/03 - Il manifesto

 

Lo stomaco della gran parte degli iracheni è ancora vuoto dopo dodici anni di embargo, ma presto sulle loro tavole si troveranno pacchi con su scritto «Cristo porta la pace», avranno gratuitamente copie della bibbia, sentiranno le news preparate negli studios dei più estremi gruppi fondamentalisti cristiano-sionisti sostenitori di Ariel Sharon e della Grande Israele, mentre ogni attività economica, a cominciare dal petrolio, verrà privatizzata, come anche i servizi pubblici. Gli iracheni comunque potranno cominciare a pagare le tasse e a giocare in borsa. Le prime toccheranno a tutti, la seconda a chi potrà. I fondamentalisti cristiani evangelici, i gruppi più estremi delle lobby ebraiche pro-sharon, i più estremi integralisti del «libero mercato» che controllano l'amministrazione Bush, sono pronti a
trasformare l'Iraq nel loro «laboratorio». Altro che liberazione. C'è chi si appresta per pochi spiccioli ad impadronirsi non solo del petrolio ma anche delle vite e delle anime dei cittadini iracheni. A
tale proposito la Casa bianca ha reso noto di non avere alcuna intenzione di «interferire» nell'opera di proselitismo delle organizzazioni «caritatevoli» evangeliche che hanno iniziato ad operare in Iraq, La «International Bible Society» ha già inviato a Baghdad con i suoi missionari presenti in varie organizzazioni di assistenza come «lavoratori associati con una chiesa cristiana» oltre 10.000 bibbie e altre 50.000 copie saranno pronte entro metà maggio.
Da parte sua l'«International Mission Board» ha già inviato i Iraq generi di prima necessità con su scritto sulle scatole brani delle sacre scritture. Da alcuni giorni sono poi scesi in campo anche i
grossi calibri dell'estrema destra religiosa cristiano-sionista come la «Southern Baptist Convention», la più grossa organizzazione protestante con 16 milioni di fedeli, e la «Samaritan Purse» del
reverendo Franklin Graham, il predicatore evangelico noto per aver organizzato preghiere collettive per l'inaugurazione della presidenza di George Bush Jr , anch'egli cristiano evangelico convertitosi in
età adulta per seguire la sua missione. Franklin Graham passò agli onori della cronaca per una intervista televisiva all'indomani dell'attentato alle torri gemelle nella quale definiva l'Islam come
una religione «malvagia» e il profeta Maometto come un «terrorista pedofilo». Le sue milizie sono pronte ora a portare agli iracheni «aiuti fisici e spirituali», «siamo lì per cercare di amarli e di salvarli e lo faremo in nome di Gesù Cristo», «in costante contatto - come ha sostenuto lui stesso - con le autorità Usa». Del resto sempre secondo Graham «il Corano insegna la violenza, non la pace», e quindi solo convertendo il paese al cristianesimo si potrà arrivare a quel bene prezioso. Le notizie dell'arrivo in Iraq dei nuovi crociati evangelici anti-musulmani ha suscitato non solo le proteste delle associazioni degli arabi americani ma anche quelle della Lega Internazionale Musulmana, con sede a Riyadh. Questa, per bocca del suo segretario generale Abdullah bin Abdulmohsen al-Turki, ha invitato gli iracheni ad evitare di cadere nella trappola di coloro che vogliono portare avanti il progetto di uno «scontro tra civiltà» e di stare attenti alle «faide etniche o religiose». Scontro di civilità che è proprio l'obiettivo di questi settori che si apprestano a gestire il nuovo Iraq. Franklin Graham è infatti il figlio del predicatore Billy Graham che quindici anni fa convinse il playboy George Bush junior ad abbandonare la bottiglia per il crocifisso. Inoltre Franklin Graham è uno dei più noti esponenti con
Ralph Reed, Jerry Falwell, Pat Robertson, Gary Bauer di quella tendenza che unisce le posizioni dell'ultradestra repubblicana con un deciso sostegno alla politica di Sharon.
Il padre fondatore di tale pericolossissimo mix è stato senza dubbio Jerry Falwell, della «moral majority» che una volta ricevette come regalo un aereo dall'allora premier israeliano Menachem Begin, e Pat Robertson della «Christian coalition» che finanzia, tra l'altro, la «Christian Embassy» a Gerusalemme nota per sostenere le organizzazioni dei coloni ebraici più fanatici. E non è certo un caso che il nuovo programma in arabo via satellite per l'Iraq venga prodotto nello studio della «Grace Digital Media» un network «strumento nelle mani di Dio» noto per aver prodotto nel 2002 un documentario dall'illuminante titolo «Il destino di Israele e il ruolo degli Stati uniti». Tra predicatori folli, petrolieri rapaci e coloni israeliani il futuro dell'Iraq potrebbe essere ancor più nero di quello che molti pensano. E così l'inevitabile reazione, di fronte a tanta barbarie.


http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_16493.html  

Il baccano sulla Lobby israeliana

Dibattito in corso sulla stampa americana riguardante l'esistenza di una Lobby di potere israeliana all'interno del sistema USA.

Alexander Cockburn

24 maggio 2006

Un dibattito, talvolta comico, sta ribollendo sulla stampa americana delle ultime settimane, concentrato sulla questione se esiste una Lobby israeliana e, se così e', su quanto potente sia.

Mi verrebbe da pensare che chiedere se c'e' una Lobby israeliana qui, e' un po' come chiedere se c'e' una Statua della Liberta' nel porto di New York ed una Casa Bianca situata al 1600 di Pennsylvania Avenue, Washington DC. Negli ultimi sessant'anni, la Lobby e' stata una parte fissa della scena americana tanto quanto lo sono stati entrambi i due monumenti, ed esercitando, non di rado, tanta, se non anche di piu', influenza sull'avanzata della storia.

Il defunto Steve Smith, cognato di Teddy Kennedy e, per molti decenni, figura di un certo rilievo nel Partito Democratico, amava raccontare la storia di come un gruppo di quattro uomini d'affari ebrei misero insieme due milioni di dollari in contanti e li diedero a Harry Truman, quando era in disperato bisogno di danaro, nel mezzo della sua campagna elettorale del 1948. Truman ando' avanti per diventare presidente e per esprimere la sua gratitudine ai suoi sostenitori sionisti.

Da quei giorni, per molto tempo, il Partito Democratico e' stato ospitale nei confronti dei ricchi Sionisti, dai quali e' stato anche sovvenzionato. Nel 2002, per esempio, Haim Saban, l'Israelo-americano che finanzia il Centro Saban al Brooking Institute ed e' un gran sottoscrittore dell'AIPAC, ha dato 12,3 milioni di dollari al Partito Democratico. Nel 2001, la rivista "Mother Jones" ha elencato, sul suo sito web, i 400 principali sovvenzionatori delle elezioni nazionali del 2000. Sette dei primi dieci erano Ebrei, cosi' come lo erano 12 tra i primi 20, e 125 dei primi 250. Dato cio', tutti i candidati avveduti hanno fatto, in modo sorprendente, ogni sforzo per soddisfare le loro richieste. Ci sono state discussioni famose, come tra il Presidente Jimmy Carter e Menachem Begin, e famose vendette, come quando la Lobby distrusse le carriere politiche del Rappresentante Paul Findley e del Senatore Charles Percy, perche' si riteneva fossero anti-israeliani.

Niente di questa storia e' particolarmente discutibile, c'e' stata un'abbondanza di relazioni ben documentate sulle attivita' della Lobby israeliana nel corso degli anni - dagli studi di Alfred Lilienthal del 1978 "La Comunita' Sionista", al libro dell'ex Repubblicano Paul Findley (1985) "Osano parlare a voce alta di relazioni pericolose: la storia segreta delle relazioni nascoste Usa-Israele", scritto da mio cognato e mia cognata, Andrew & Leslie Cockburn e pubblicato nel 1991.

Tre anni fa, il qui presente scrittore e Jeffrey St. Clair pubblicarono una raccolta di 18 saggi, intitolati "La politica dell'antisemitismo", di cui non meno di quattro erano discussioni sarcastiche sulla lobby israeliana. Jeffrey St. Clair descriveva come la Lobby aveva messo a tacere con successo ogni tumulto pubblico, dopo che aerei israeliani attaccarono una nave USA nel Mediterraneo nel 1967, uccidendo molti marinai statunitensi. Kathy e Bill Christison, ex analisti della CIA, hanno riesaminato la questione della doppia lealta', con particolare riferimento al cosiddetto "Neo-Consigliere", che informa alternativamente un primo ministro israeliano ed un presidente americano. Jeffrey Blankfort ha offerto una dettagliata cronologia storica delle occasioni nelle quali la Lobby ha reso vani i piani dei presidenti americani, tra cui Carter, Reagan, Ford e Bush Senior.

Nel nostro libro, ha contribuito, piu' vivacemente di tutti, con un saggio selvaggiamente divertente dal titolo "Il nostro Congresso di Vichy", un aiutante di campo del Congresso, che ha scritto sotto pseudonimo con il nome di George Sutherland. Eccone alcuni stralci:

"Come espressioni di puro e semplice servilismo strisciante nei confronti di una potenza straniera, le dichiarazioni di Laval e Petain impallidiscono in confronto alla devozione retorica con la quale certi membri del Congresso hanno inondato l'Israele di Ariel Sharon. Le esecuzioni degli ordini a disposizione dell'AIPAC [Il Comitato di Affari Pubblici Israelo-americano, un'eminente organizzazione dell'intera lobby israeliana] sono diventate caratteristiche standard nella vita di un funzionario eletto a Washington. Gli stilizzati panegirici, pronunciati al meeting annuale dell'AIPAC, hanno tutti il valore probatorio degli auguri sovietici di compleanno di Dniepropetrovsk a Stalin, in quanto il contenuto effettivo e' irrilevante; cio' che e' cruciale e' che il politico in questione sia visto inginocchiarsi davanti al Comitato dell'AIPAC. Infatti, per rendere le cose più semplici, i discorsi vengono scritti, a volte, da un dipendente dell'AIPAC, con modifiche estetiche inserite nei testi da un membro dello staff personale del Senatore o Membro del Congresso.

Ci sono, naturalmente, innumerevoli lobby a Washington, dall'ambiente alle telecomunicazioni alla chiroterapia; perche' l'AIPAC e' diversa?
Tanto per cominciare, e' un comitato di azione politica che esercita espressamente pressioni politiche nell'interesse di una potenza straniera; il fatto che sia esente dall'Atto di Registrazione dei Rappresentanti Stranieri e' ancora un'altra misteriosa "eccezione israeliana". In secondo luogo, non e' proprio la quantita' di denaro che da', ma e' la punizione politica che puo' esigere. Dalla meta' degli anni '80, nessun membro del Congresso aveva mai neanche cercato di accollarsi direttamente la lobby. Cosi' come un membro dello staff del Senato ha riferito allo scrivente, cio' che tiene in riga i politici e' la "raggelante paura" dello sfavore dell'AIPAC.

Anno dopo anno, il potere della lobby di influenzare il Congresso su qualsiasi questione rilevante per Israele diventa inesorabilmente piu' forte. La strategia di Israele di utilizzare la sua influenza sul sistema politico americano per trasformare l'apparato USA di sicurezza nazionale nel proprio personale cane da attacco - o Golem - ha alienato gli Stati Uniti dalla maggior parte del Terzo Mondo, ha peggiorato i legami degli USA con l'Europa, tra insinuazioni rancorose di anti-semitismo, e fanno degli Stati Uniti un odiato attaccabrighe. Ed escludendo tutte le linee diplomatiche di cedimento - come fece Sharon, quando, pubblicamente, rese il Presidente Bush, leader del mondo libero, simile ad uno stupido impotente - paradossalmente, Israele forza gli Stati Uniti ad avvicinarglisi di piu', perche' non esiste altra alternativa pensabile per i politici americani che quella di continuare ad investire capitali politici in Israele".

Quindi, non si puo' certo affermare, che qui non si sia parlato affatto della Lobby israeliana, finche' due rispettabili professori John J. Mearsheimer and Stephen M.Walt (il primo dall'Universita' di Chicago ed il secondo da Harvard), hanno offerto la loro analisi a marzo di quest'anno. Il loro documento "La Lobby israeliana e la Politica Estera Americana", pubblicato in forma piu' estesa dalla Kennedy School di Harvard (che lo aveva disconosciuto fino a quel momento) e, dopo che era stato rifiutato dall'Atlantic Monthly (che, all'inizio, l'aveva commissionato), e' stato pubblicato in forma piu' breve dalla London Review of Books.

Il significato di questo saggio, infatti, si basa soprattutto sulla tempestivita' (che vale 3 anni di agitazione pubblica sul ruolo dei neoconsulenti e di Israele nell'attacco all'Iraq) e sulla provenienza degli autori, da due delle principali istituzioni accademiche degli Stati Uniti. Nessuno di loro ha un'infarinatura di radicalismo.

Dopo che il saggio e' stato pubblicato in forma ridotta sul "London Review of Books", c'e' stata una breve tregua, interrotta dalle grida del Sionista piu' maniaco d'America, il Professor Alan Dershowitz di Harward, che ha fatto il grande favore, a Mearsheimer e Walt, di introdurre a forza il loro saggio tra i titoli di testa. Dershowitz ha trattato la questione con le sue solite esplosioni di invettiva isterica, rivestendo il saggio con il fascino spaventoso di quel famoso opuscolo antisemita, falsificazione della polizia zarista, "Il Protocollo degli Anziani di Sion". Il Saggio di Mearsheimer - Walt era in stile nazista, strillava Dershowitz, un classico caso di venditore di complotti, nel quale un piccolo gruppo di Sionisti venne accusato di dirigere la Nave dell'Impero sugli scogli.

Il documento di Mearsheimer - Walt, infatti, e' estremamente noioso. La versione lunga ammonta a ben 81 pagine, delle quali non meno di 40 sono di note. Mi sono messo li' a leggerlo con impaziente aspettativa, ma mi sono trovato subito, fiduciosamente, a non vedere l'ora della fine. Non c'e' nulla nel saggio che qualsiasi studioso della materia, discretamente di vasta cultura, non conoscesse gia' da molto tempo, anche se il saggio ha comunque il merito di affermare piuttosto blandamente alcune verita' sgradevoli, che sono ancora in un qualche modo considerate troppo pericolose da esporre pubblicamente nei rispettabili circoli statunitensi.

Per esempio, in merito all'argomento richiamato con l'affermazione "l'America e' l'unico alleato democratico nel Medio Oriente", Mearsheimer e Walt hanno questo da dire:

Il fatto che Israele sia una democrazia alleata, circondata da dittature ostili, non puo' spiegare il livello attuale di assistenza: ci sono molte democrazie in giro per il mondo, ma nessuna riceve lo stesso munifico sostegno. Gli Stati Uniti, in passato, hanno rovesciato governi democratici e sostenuto dittatori, quando si riteneva che questo potesse favorire i suoi interessi, oggi ha buoni rapporti con un certo numero di dittature. Alcuni aspetti della democrazia israeliana non sono in sintonia con i valori essenziali americani. Diversamente dagli Stati Uniti, dove si ritiene che le persone godano di uguali diritti a prescindere da razza, religione o etnia, Israele e' stato fondato esplicitamente come stato ebraico e la cittadinanza si basa sul principio di consanguineita' . Dato cio', non sorprende che i suoi 1,3 milioni di arabi vengano trattati come cittadini di second'ordine, o che una commissione di governo israeliana, istituita di recente, abbia riscontrato che Israele si comporta in modo "noncurante e discriminatorio" nei loro confronti. Il suo status democratico e' indebolito anche dal suo rifiuto di concedere ai palestinesi uno stato autosufficiente e indipendente o pieni diritti politici.

Dopo quelle di Dershowitz, sono pervenute altre esplosioni di volgarita', come quella da parte di Eliot Cohen sul Washington Post. Questi attacchi ripetevano in sostanza il tema fondamentale di Dershowitz: non esiste nulla di simile ad una lobby israeliana e coloro che asseriscono la sua esistenza sono per definizione antisemiti.

Questo metodo d'attacco ha almeno il vantaggio di essere comico: (a) perche' esiste ovviamente una Lobby, come e' stato osservato sopra, (b) perche' Mearsheimer e Walt non sono piu' antisemiti dell'altro 99,9 per cento di coloro che riconoscono l'esistenza della Lobby e ne criticano il ruolo.

In parte come reazione a Dershowitz e Cohen, il Washington Post e il New York Times hanno pubblicato alcuni pezzi che fanno notare, con raffinatezza, che la Lobby israeliana ha esercitato, invece, un effetto raggelante sulla discussione razionale della politica estera USA. La tendenza si sta leggermente invertendo.

Nel frattempo, soprattutto a sinistra, c'e' stato un dibattito completamente diverso, sul peso attuale della Lobby. In questo caso, il piu' noto degli argomentatori e' Noam Chomsky, che ha reiterato una posizione, che ha mantenuto per molti anni, riguardante in generale il fatto che la politica estera statunitense si e' sempre conformata al proprio interesse nazionale e che il potere della Lobby e' assai sovrastimato.

Il dibattito e' stato ricapitolato in modo piuttosto divertente dallo scrittore israeliano Uri Avnery, un ex membro della Knesset:

"Penso che entrambe le parti abbiano ragione (e spero di avere ragione anch'io). Le conclusioni dei due professori sono giuste fino all'ultimo dettaglio. Ciascun Senatore e Membro del Congresso sa che criticare il governo israeliano e' un suicidio politico. Se il governo israeliano volesse per domani una legge che annullasse i Dieci Comandamenti, 95 Senatori USA (almeno) firmerebbero immediatamente il disegno di legge".

"La questione, quindi, non e' se i due professori abbiano ragione nelle loro conclusioni. La questione e': che conclusioni si possono trarre da queste. Prendiamo in considerazione il caso Iraq. Qual e' il cane? Qual e' la coda?
La lezione dell'affare Iraq e' che la relazione israelo-americana e' piu' forte, quando sembra che gli interessi americani e gli interessi israeliani siano un tutt'uno (a prescindere che questo sia veramente il caso, a lungo termine). Gli Stati Uniti usano Israele per dominare il Medio Oriente, Israele usa gli Stati Uniti per dominare la Palestina".

Ma nel caso in cui succeda qualcosa di eccezionale, come ad esempio lo scandalo di spionaggio Jonathan Pollard o la vendita di un aereo spia israeliano alla Cina, e si apra un buco tra gli interessi delle due parti, l'America e' abbastanza capace di dare un bello schiaffo ad Israele".

Continuera' il dibattito risvegliato dal saggio di Mearsheimer e Walt? Penso di si', anche se solo perche', nell'era di George Bush, l'influenza della Lobby israeliana e dei Sionisti Cristiani e' diventata cosi' grossolanamente manifesta."

E come conclude Avnery, in modo molto piu' colorito di quello dei due professori:

"Le relazioni israelo-americane sono davvero uniche. Sembra non abbiano precedenti nella storia. E' come se il re Erode avesse dato ordini a Cesare Augusto e nominato i membri del Senato romano."

Devo dire che non sono d'accordo al 100 per cento con Noam Chomsky su questo punto. La Lobby ha veramente un'influenza molto pesante. Chiedete a Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan e Bush Senior. Nel suo eccellente libro, "La soluzione a Stato-Unico", Virginia Tilley costruisce una tesi persuasiva, in merito al fatto che la strategia e le tattiche USA in Iraq abbiano piu' a che fare con cio' che Israele vuole, piuttosto che con qualsiasi egoistico piano "realista" USA.

J.K. Galbraith e le Biforcazioni della Strada.
Galbraith mori' il 29 aprile, alla tarda eta' di 97 anni. Una volta, andai su per il Vermont per intervistarlo nella sua fattoria. Era buio e guidai in modo incerto lungo una strada sterrata e su per una corsia d'accesso al garage. Bussai alla porta e chiesi urlando: "E' questa la casa del Professor Galbraith?", "No" rispose una voce scocciata dall'interno. "Questa e' la casa del Professor Hook" Sidney Hook, il prototipo di neo-consulente, viveva dall'altra parte della collina, rispetto al progressista Keynesiano, Galbraith. Non certo per l'ultima volta, riflettevo come in America sia facile, spesso senza accorgersene, prendere una direzione e finire a 180 gradi da dove pensavi di essere diretto.

Il mio viaggio in Vermont ebbe luogo a meta' anni '70, quando era ancora possibile, sebbene a malapena, immaginare che ci potessero essere ancora opzioni radicali realizzabili, accessibili proprio lì dietro l'angolo.

Da Saigon, il 29 aprile 1975, poco prima di mezzanotte, il Capo della base CIA Tom Polgar aveva appena mandato il suo ultimo fiducioso comunicato al quartier generale Langley, dicendo:

"Ci metteremo circa venti minuti per distruggere l'equipaggiamento. E' stato un lungo conflitto e abbiamo perso. Questa esperienza, unica nella storia degli Stati Uniti, non segnala necessariamente la fine degli Stati Uniti come potenza mondiale. La gravita' della sconfitta e le circostanze di questa, comunque, sembrerebbero richiedere una revisione delle politiche delle misere mezze misure, che hanno caratterizzato molta della nostra partecipazione qui, nonostante il coinvolgimento di potenziale umano e di risorse che sono state di certo generose. Coloro che non imparano dalla storia sono costretti a ripeterla. Speriamo di non avere un'altra esperienza come quella del Vietnam e che abbiamo imparato la nostra lezione."

Ci fu un discorso riguardante un "dividendo di pace". Gli spiriti ottimisti scrissero di uno spostamento nelle priorita' budgetarie dal complesso industriale militare a quello sociale, con danaro versato in alloggi a basso reddito e in mezzi pubblici di trasporto di massa. A questo punto, in seguito alle rivelazioni del Watergate sui fondi neri amministrati da 500 societa' di capitali, il settore societario si trovo' allo steso basso livello di considerazione pubblica della CIA. Il settore dell'energia ed anche la Federal Reserve sembravano maturi per offerte serie per il controllo pubblico.

L'utilita' di parlare con Galbraith era che la sua stessa carriera conferiva una prospettiva ammonitiva rispetto a tali speranze. Nessun rispettabile economista agrario (cosi' come era stato Galbraith) durante la Depressione avrebbe nient'altro che aspettative radicali, come quella di ostacolare il rapace impulso societario. Furono uomini come Henry Wallace, della zona agricola, che misero in evidenza il fatto che il New Deal avesse effettivamente un qualche profilo di sinistra.

Ma dal 1938 il New Deal aveva esaurito l'energia, la ripresa deluse e cio' che effettivamente tiro' fuori dai guai l'America fu il profilarsi e quindi il realizzarsi della Seconda Guerra Mondiale. Galbraith, ancora trentenne, divenne amministratore delegato con la supervisione del controllo dei prezzi per l'ufficio dell'Amministrazione dei Prezzi.

Risalendo fino dal documento tedesco del 1914, la pianificazione di guerra era stata soprattutto la spina dorsale pragmatica del programma socialista ed era facile immaginare che una particolareggiata supervisione dell'economia post Pearl Harbor potesse fiorire in piani economici a larga scala conseguenti alla guerra. Intanto, la realta' era che i costi extra del dieci per cento stavano facendo guadagnare sui contratti di guerra e dietro l'angolo c'era il contrattacco societario degli anni postbellici che distrusse l'Atto Wagner con Taft Hartley.

In testa stavano le visioni accademiche delle "elites plurali" sul benessere degli anni cinquanta, o il "potere di compensazione" resistenza tra business e lavoro esposto da Galbraith, gia' contraddetto dall'accettazione postbellica del AFL-CIO, del suo ruolo come partner junior d'affari alla mangiatoia di un boom postbellico puntellato dall'economia permanente di guerra, annunciato da Harry Truman. Questa era il "timore di guerra" del 1948, padre di tutti quei timori di successive gonfiature di budget, come quella del "deficit dei missili" di JFK, o il primo moto popolare dei neo-consiglieri introdotto da Paul Nitze alla fine degli anni '70, che mise fine alla visione post-Vietnam di un bonus di pace.

Ai tempi in cui ero ad Oxford nel 1960, le persone avevano sui loro banchi il trattato del 1958 di Galbraith, "La Societa' del Benessere", accanto alle opere di altri tali critici morali del consumismo capitalista, quali Leavis, Hoggart e Williams. Come schernivamo la pinna caudale tracciata per prima nel Chrysler studio da Cliff Voss nel 1954, come emblema del "guardare avanti" dell'azienda lanciato nel 1956.

I consumatori avevano ragione. Il lavoro non avrebbe mai fatto alcun acquisto sui vertici di comando dell'economia ne' alcuna supervisione putativa, da parte del Congresso, dell'allocazione del credito e dell'investimento sociale, cosi' essi, piuttosto, compravano buffe auto barocche a pagamenti rateali, come disposto, con preoccupazione, decenni prima da Alfred Sloan.

Anche se, come il suo eroe Veblen, la sua stramberia poteva diventare fastidiosa, Galbraith aveva la virtu' dell'irriverenza, benche' entro i vincoli soffocanti delle buone maniere. Amava turbare la rispettabile opinione sull'economia, applaudendo, per esempio, gli effetti stimolanti dell'inflazione endemica del Brasile. All'interno della tradizione keynesiana - me lo ricordo parlare rabbiosamente, con astio indecoroso, di Marx - era bravo - come in uno dei suoi libri migliori, "Il Grande Crac: 1929" - nel mettere in evidenza che il cosiddetto sistema di libera impresa, non aveva mai funzionato molto bene, allo stesso modo come aveva stabilito, con la valutazione postbellica del bombardamento, che saturare la Germania con alto esplosivo non inflisse mai un'ammaccatura nello sforzo bellico della Germania.

Ma il sistema americano di libera impresa, non scoraggiato dalla critica dei cittadini, ando' avanti piu' profondamente nell'errore, prendendo sempre il bivio sbagliato. Messa di fronte ad una critica razionale empirica dell'efficacia del bombardamento, l'America offriva in risposta il Comando Aereo Strategico (SAC) di Curt Lemay ed il vanto trionfale di LeMay a JFK all'epoca della crisi dei missili di Cuba e, cioe', che il SAC poteva "ridurre l'Unione Sovietica a fumanti, irradiate rovine in sole tre ore".

Nei primi anni sessanta, arrivo' la prima identificazione ufficiale, da parte di una task force riunita da Bobby Kennedy, di "tasche di poverta'" che rattristavano il paesaggio americano. A maggio del 1964, Galbraith stava scrivendo il discorso lancio di LBJ per la Grande Societa'. Il costo era una spietata escalation della guerra in Vietnam. Dal 1961 al 1963, Galbraith presto' servizio come ambasciatore USA a New Delhi. Con Nehru andava bene e consigliava il governo indiano sulla politica economica. Ma in India, un bivio decisivo era gia' stato oltrepassato. La CIA aveva dato segretamente dei fondi al Partito del Congresso per contrastare la rivoluzione comunista a Kerala, comincio' nel 1957 incarnando molti degli ideali sociali ed economici di Galbraith.

La persona che ha rivelato l'esistenza di quel finanziamento segreto, nelle sue memorie - "Un Posto Pericoloso" - fu ambasciatore in India, dopo Galbraith, Daniel Patrick Moynihan. Alla fine degli anni '50 Galbraith presento' la sua critica dello squallore pubblico del capitalismo e alla fine degli anni '60 arrivo' la risposta di Moynihan: i neri si sono soltanto assunti la loro responsabilita'. Perseverando in una "negligenza benigna". Quella fu un grande bivio, dal quale l'America non e' mai tornata indietro.

Almeno Galbraith, dai suoi novant'anni, ha potuto guardarsi indietro al tempo, in cui un riformatore poteva non soltanto rappresentare una visione sociale, ma identificare provvisoriamente gli enti in cui quella visione poteva essere messa in pratica. Da quanto ho letto nel recente numero speciale del "Nation", in merito alla riforma dell'assetto dell'economica mondiale, con contributi intelligenti di Stiglitz, d'Arista, del figlio di Galbraith James ed altri, la questione dell'ente non e' mai stata sollevata, nemmeno una volta, in tutti i saggi, ne' il Partito Democratico vi ha mai alluso. Se ci sara' un bivio sulla strada in avanti, la questione dell'ente sara' meglio che sia in agenda. Galbraith sicuramente comprese questo, nonostante lui sottovalutasse elegantemente proprio quanto bruscamente il capitalismo potrebbe giocare per vincere.

 

Note:

Traduzione di Antonella Serio per www.peacelink.it
www.alternet.org  

La lobby dell’Armageddon

Sarah Posner


In un mondo ideale, un reporter alla conferenza stampa settimanale con George Bush e Tony Blair avrebbe chiesto a Bush, al cospetto del suo principale alleato europeo, se crede che l’Unione Europea sia l’Anticristo. Anche se sembra il tipo di delirio alla Pat Robertson che fa scappare tutti verso l’uscita più vicina, è una domanda a cui Bush dovrebbe essere costretto a rispondere.

Il presidente e altri leader repubblicani si sono schierati alle spalle di un crescente movimento cristiano-sionista per il quale la figura di un anitcristo europeo si impone con preminenza nello scenario della Fine del mondo. Perciò dovrebbero essere costretti a spiegare a tutti noi per quale motivo corteggiano quella parte di elettorato convinto che i nostri alleati siano l’incarnazione del male. Potrebbe essere perché il requisito essenziale per l’Armageddon che tanto ansiosamente vanno predicendo (cioé che gli Stati Uniti si scontrino con l’Iran) si sposa tanto elegantemente con i programmi bellici dei neoconservatori?

In tutto questo la figura centrale è quella del Pastore John Hagee, un popolare tele-evangelista a capo dei 18 mila adepti della Chiesa della Pietra Angolare a San Antonio, nel Texas. Dopo aver profettizzato per anni la fine del mondo, Hagee quest’anno ha rilanciato con forza la sua retorica pubblicando il suo libro, Jerusalem Countdown, in cui sostiene che lo scontro con l’Iran è un prerequisito per l’Armageddon e la Seconda venuta di Cristo. In questo bestseller ritorna più volte sul fatto che gli Stati Uniti devono unirsi a Israele in un attacco militare preventivo contro l’Iran per realizzare il progetto di Dio per Israele e l’Occidente. Poco dopo la pubblicazione del libro ha lanciato i “Cristiani uniti per Israele” (Cufi) che, in qualità di versione cristiana del potente Comitato per gli affari pubblici degli americani-israeliani, ha dichiarato che provocherà un «terremoto politico».

Al banchetto d’esordio del Cufi all’Hilton di Washington, a cui hanno preso parte oltre tremilacinquecento membri, il sostegno repubblicano all’impegno di Hagee e ai suoi tamburi di guerra contro l’Iran ha avuto un ruolo di primo piano. Il membro del Comitato nazionale repubblicano Ken Mehlman, ha dichiarato ai presenti che «nessun regime ha un ruolo più importante dell’Iran nella jihad globale».

Solo due giorni prima, Newt Gingrich e John McCain si erano fatti il giro di tutti i talkshow della domenica per ribadire lo stesso tipo di messaggio, spingendo Benny Elon, un membro della Knesset di Israele, a commentare sul Jerusalem Post che le loro dichiarazioni traggono origine dalle posizioni di Hagee. Anche Rick Santorum e Sam Brownback sono intervenuti al convegno, e Bush ha mandato parole di solidarietà. I Repubblicani, e perfino alcuni democratici, intervengono agli eventi del Cufi per «dimostrare solidarietà a Israele». Inoltre, mentre l’opinione pubblica e i media sono concentrati sullo scontro con gli hezbollah, Hagee continua a mirare all’Iran.

Mentre infatti i combattimenti lungo il confine israelo-libanese attirano ulteriormente l’attenzione dei media di regime sulle attività del Cufi, i sostenitori di Hagee sanno che i leader repubblicani sono sempre disponibili. Il rabbino Daniel Lapin, uno dei principali alleati ebrei della destra evangelica (e amico di Jack Abramoff), ha affermato che «sì, senza il benché minimo dubbio» Hagee esercita la propria influenza alla Casa Bianca. L’annuale “Notte in onore di Israele” di Hagee, tenutasi presso la sua chiesa, ha attirato i più importanti esponenti repubblicani, incluso Tom DeLay, che era stato l’oratore principale nel 2002.
Anche se i repubblicani non lo ammetteranno mai (sostengono che il loro appoggio ai cristani-sionisti come Hagee è basato sul loro personale orientamento a favore di Israele) è chiaro che sanno che per vincere hanno bisogno dei voti di questo elettorato. Come Karl Rove ha fatto la corte nel 2004 ai conservatori evangelici facendo leva sulla loro omofobia, la retorica della campagna repubblicana del 2006 e il 2008 dimostra di strizzare l’occhio a degli elettori che per mesi hanno sentito spingere, in chiesa, per una guerra contro l’Iran.

Mentre gli addetti ai lavori, a Washington, si chiedono cosa significhi il fatto che i repubblicani come Mehlman e aspiranti alla presidenza come Gingrich e McCain indichino l’Iran come l’elemento chiave nello scontro fra civiltà, Hagee ha già passato dei mesi a mobilitare le sue truppe d’assalto a sostegno di una nuova guerra. Mentre diplomatici, esperti e sedicenti tali, dibattono su quanti anni ci vorranno all’Iran per sviluppare un’arma nucleare efficace, Hagee dice che il mullah dispone già dei mezzi per distruggere l’America e Israele. E anche se Bush sostiene che delle opzioni diplomatiche sono ancora sul tappeto, Hagee l’ha già liquidata come diplomazia delle chiacchiere e ha indottrinato i suoi seguaci in vista di un conflitto.

Hagee brandisce «un megafono molto grande» che raggiunge le orecchie di «un gran numero di diversi gruppi», ha dicharato il rabbino James Rudin, del Comitato per gli ebrei americani, che ha studiato la destra cristiana per trent’anni. Con la Cufi il predicatore ha allargato esponenzialmente la portata dei questo megafono oltre i limiti del suo pubblico televisivo. Grazie al viral marketing messo in piedi da centinaia di leader evangelici che hanno aderito alla sua nuova organizzazione, la sua propaganda guerrafondaia si è diffusa già da mesi per tutte le megachiese d’America. Hagee chiama i predicatori «i generali spirituali dell’America», un paragone appropriato, visto quanto sta facendo affidamento su questi per radunare le loro truppe a sostegno dei suoi discorsi.

L’apparato direttivo della Cufi include il reverendo Jerry Falwell, l’ex candidato repubblicano alla presidenza e attivista della destra religiosa Gary Bauer e George Morrison, predicatore della Cappella della Fede nella Bibbia a capo di 8 mila attivisti ad Arvada, in Colorado; e inoltre Rod Parsley, presidente del consiglio dei Mantenitori di Promesse, il tele-evagelista dell’Ohio che sta rapidamente diventando un pezzo da novanta della Destra cristiana e che ha aderito con la carica di direttore regionale. Per il nuovo progetto di Hagee, avere influenza a Washington è probabilmente meno importante dell’influenza che può esercitare sul proprio pubblico. Con l’impatto dei suoi seguaci è in grado di mettersi al servizio dei falchi dell’amministrazione Bush "incendiando" la base a sostegno dell’intervento militare contro l’Iran. Oltre 700 mila persone hanno comprato il suo libro, Jerusalem Countdown e innumerevoli altri lo hanno sentito promuoverlo in programmi radio e tv “cristiani”. Quella che ha sentito il suo pubblico sui media cristiani, come nei programmi radiofonici di Sean Hannity e Bill O’Reilly è una campagna pubblicitaria drammatica, da Giorno del giudizio. Le pagine di Jerusalem Countdown forniscono un particolare mix di profezie bibliche, presunte informazioni privilegiate da ufficiali israeliani e lezioni di fisica riassunte e pasticciate.

«Ho scritto questo libro nell’Aprile 2005 e quando la gente lo legge pensa che l’abbia scritto ieri sera, dopo aver visto il telegiornale Fox News», dice l’autore senza la minima traccia di ironia, «Tanto è vicino e va oltre alla realtà attuale». Hagee parla allo stesso tempo a due distinte audience quando descrive il potenziale nucleare iraniano: a quella che teme un attacco terroristico dall’Iran e a quella che crede nell’apocalisse biblica. Per fare impressione sui paurosi, imita i discorsi di Bush sulla capacità dell’Iraq di attaccare gli Stati Uniti con le armi di distruzione di massa, gli avvertimenti di Condoleezza Rice a proposito dei funghi atomici, e le menzogne di Dick Cheney sull’alleanza fra Al Qaeda e Saddam Hussein. Paragonando Ahmadinejad a Hitler, Hagee sostiene che lo sviluppo da parte dell’Iran di armi nucleari deve essere fermato per proteggere l’America e Israele da un attacco nucleare. Trasformando in ossessione i legittimi timori per un attacco terroristico e rievocando l’11 settembre, delinea il quadro vivido di un presunto piano di attacco di matrice iraniana, secondo cui sette bombe nucleari, nascoste in certe valigette, dovrebbero esplodere simultaneamente in sette città americane; oppure che prevederebbe l’uso di un’apparecchiatura a impulsi elettromagnetici capace di provocare «una Hiroshima americana».

Quando poi si rivolge a un uditorio sensibile alle profezie delle Scritture, Hagee non vede l’ora di iniziare a combattere. Sostiene che colpendo l’Iran si spingeranno le nazioni arabe a unirsi sotto la protezione della Russia, come dicono i versi 38 e 39 di Ezechiele, giungendo a «un Inferno che divamperà in tutto il Medio Oriente, precipitando il mondo intero nell’Armageddon». Nei discorsi di Hagee Israele non ha altra scelta se non colpire gli impianti nucleari iraniani, con o senza l’aiuto degli Stati Uniti. L’attacco indurrebbe la Russia (che vuole il petrolio del Golfo Persico) a mettersi alla guida del mondo arabo contro Israele. A questo punto, Dio spazzerebbe via i cinque sesti dell’armata guidata dalla Russia, mentre il mondo resterebbe a guardare «sconvolto e atterrito» dice lui; o conferendo all’amministrazione Bush una qualche qualità divina, oppure all’Ira di Dio una certa bushità.

Ma Hagee non si ferma lì: aggiunge che Ezechiele ha predetto che il fuoco colpirà «i popoli che vivono in sicurezza lungo le coste». Da questa frase deduce che il Giudizio colpirà tutti quelli che hanno preso parte alla coalizione guidata dalla Russia che ha invaso Israele, e manda un severo monito agli Stati Uniti perché intervengano: «potrebbe succedere che l’America, che si rifiuta di intervenire per difendere Israele dall’invasone dei russi, vedesse una guerra nucleare devastare entrambe le proprie coste?», lui dice di sì, citando la Genesi 12:3, in cui Dio dice a Israele: «benedirò chi vi benedice e maledirò chi vi maledice».
Per colmare il vuoto di potere lasciato dalla decimazione di Dio dell’esercito russo, l’Anticristo (che comanda l’Unione Europea) “istituirà per tutto il mondo un governo unico, una moneta unica e un’unica religione” per tre anni e mezzo (Hagee aggiunge che «basta trovarsi a essere un osservatore casuale dell’attualità per vedere che tutte e tre queste cose stanno succedendo realmente».

Il demoniaco leader mondiale verrà quindi affrontato da un falso profeta, identificato da Hagee nella Cina, ad Armageddon, il monte Megiddo in Israele. Mentre questi si prepareranno per la battaglia finale, Gesù ritornerà in groppa a un cavallo bianco e getterà i due malvagi (e presumibilmente tutti i noncredenti) in un “lago di zolfo infuocato”, segnando così l’inizio del suo regno di mille anni. Hagee non ha paura di una guerra atomica, ma piuttosto dell’ira di Dio perché stiamo a guardare mentre l’Iran dà esecuzione al suo complotto per distruggere Israele. Un conflitto nucleare fra America e Iran, che secondo lui è stato profetizzato nel Libro di Geremia, non porterà alla fine del mondo ma piuttosto alla ricreazione da parte di Dio del Giardino dell’Eden.

Ma, in ultima analisi, a Hagee il destino di Israele o degli ebrei interessano meno del programma della destra teocratica: quando Gesù tornerà per il suo regno di mille anni, dice al suo pubblico televisivo, «i giusti governeranno le nazioni della Terra, al ritorno di Gesù; e lui non chiederà alla Aclu se si può pregare, non chiederà alla Chiesa se si possono consacrare vescovi e preti pedofili, non chiederà se si possono portare i dieci Comandamenti nei parlamenti degli Stati. Non sarà a favore dell’aborto, ma governerà un mondo secondo la parola di Dio che dice che il mondo non finirà mai. Diventerà un giardino dell’Eden, e Cristo ne sarà a capo».

Sarah Posner

(da: www.alternet.org - traduzione IS in Sardegna)


http://www.disinformazione.it/sacraalleanza.htm 

La sacra alleanza del King David
 Stefano Liberti - «Il Manifesto» 19 ottobre 2003

Neocons, sionisti cristiani e likudnik riuniti a Gerusalemme per ridisegnare il Medioriente.

«Israele è il ground zero della cruciale battaglia per la sopravvivenza della nostra civiltà». È con questi toni solenni che si è aperto domenica scorsa il primo Jerusalem summit, evento di fondazione di un nuovo think tank internazionale che si propone di «creare nuovi paradigmi per la questione di Israele e dello stato palestinese». Riunita per tre giorni a Gerusalemme, la manifestazione ha visto la partecipazione dei principali leader dell'estrema destra israeliana, di importanti esponenti della cupola neo-conservatrice e di noti ideologi del movimento sionista cristiano. «Una nuova allenza di gente di molte fedi e nazioni devote a Israele», come annunciava il comunicato stampa approntato per l'occasione dagli organizzatori. Tra le persone riunite a questa kermesse spiccavano, da parte israeliana, vari esponenti del partito dell'Unione nazionale, come il ministro dei trasporti Avigdor Lieberman e quello del turismo Benny Elon, oltre ai likudnik più estremisti, come l'ex premier e attuale ministro delle finanze Benyamin Netanyahu e il ministro della sicurezza interna Uzi Landau. Da parte americana sono invece convenuti alcuni tra i più noti guru della galassia neo-cons: Richard Perle, membro e già presidente dell'influente Defence policy board del Pentagono; Daniel Pipes, esperto di islamofobia nominato da Bush nel consiglio di amministrazione dello Us Institute for peace; Elliot Abrams, del Consiglio di sicurezza nazionale, già noto per aver partecipato all'Irangate e aver organizzato gli squadroni della morte in Salvador e Guatemala durante l'amministrazione Reagan.

L'islam, il nuovo totalitarismo

A consultare il sito web messo in piedi per l'evento (www.jerusalemsummit.org ), si scoprono i princìpi fondanti di questa nuova «alleanza di intellettuali, leader pubblici e religiosi»: la convinzione che tutta la terra tra il mar Mediterraneo e il Giordano appartenga al popolo ebraico; la ricerca di soluzioni «creative» per gli arabi palestinesi che vivono a Gaza e in Giudea e Samaria (Cisgiordania); l'identificazione dell'islam con il nuovo totalitarismo. È partendo da questi significativi punti fermi che gli avventori hanno potuto ascoltare compiaciuti la «road map» alternativa del ministro Elon, che prevede la sconfitta totale dei palestinesi e la loro deportazione verso la Giordania. Hanno poi potuto applaudire Perle - insignito per l'occasione di un'onorificenza creata ad hoc - quando ha detto senza usare mezzi termini che «gli Stati uniti dovrebbero ora attaccare la Siria».

La mafia russa si getta nella mischia
Al di là dei nomi conosciuti dell'establishment dell'estremismo sionista predominante negli attuali governi israeliano e statunitense, vi erano anche altre figure meno note, la cui partecipazione è significativa perché segna l'allargarsi del fronte favorevole al ridisegno del Medioriente in funzione della Grande Israele. Prima di tutto, tra gli organizzatori del summit spicca la Michael Cherney foundation, creata dall'omonimo uomo d'affari di origine russa per assistere le vittime degli attentati suicidi e le loro famiglie. Arricchitosi dal nulla dopo il crollo dell'Unione sovietica, Cherney è stato accusato di complotto contro lo stato in Bulgaria e si è rifugiato in Israele, dove è considerato da alcuni il «padrino dei padrini della mafia russa».
Oltre al soccorso delle vittime, la fondazione da lui creata è impegnata attivamente nel convertire la chiesa ortodossa russa - tradizionalmente antisemita - al sionismo militante, in funzione di un presunto nemico comune: l'islam.
Sulla sua stessa lunghezza d'onda appaiono le varie organizzazioni sioniste cristiane che hanno preso parte al summit di Gerusalemme: la Religious zionists of America e l'International christian embassy, solo per citare le più celebri.
Uniti dall'obiettivo della Grande Israele, i vari personaggi che si muovono nei meandri di questo nuovo think tank ultra-sionista appaiono animati da motivazioni diverse, che la dichiarazione di princìpi del summit non manca di mettere in luce: «per alcuni che sono religiosi, l'ultima e immutabile ragione (per l'affermazione della Grande Israele, ndr) è che Dio ha promesso questa terra al popolo ebraico. Ma questo principio è valido anche dalla prospettiva della storia e del diritto internazionale (sic)».
Strettamente riservata alle star dell'estremismo sionista, la riunione è stata organizzata con cura, fino ai minimi dettagli. Gli incontri si sono tenuti al King David hotel, lo stesso dove nel 1946 le bande paramilitari Irgun e Stern hanno compiuto un attentato dinamitardo contro i britannici, uccidendo 92 persone. Un luogo altamente simbolico: da lì, secondo Olon e suoi accoliti, è cominciata l'inarrestabile ascesa di Israele. Che, per l'appunto, si concluderà solo con il controllo totale dello stato ebraico sui territori biblici di Giudea e Samaria.


http://www.disinformazione.it/guerrasiria.htm 

Il Congresso approva: sanzioni alla Siria
Di Stefano Liberti – Il Manifesto 17 ottobre 2003

La Camera dei rappresentanti Usa vota a schiacciante maggioranza il Syria Accountability Act, che prevede diverse misure di rappresaglia contro Damasco per il suo «appoggio al terrorismo». Dura reazione del presidente Bashar: «Gli Stati uniti sono governati da un gruppo di fanatici guerrafondai»

Con un voto quasi unanime (398 sì contro 4 no), la Camera dei rappresentanti degli Stati uniti ha dato ieri il via libera al Syria Accountability Act, un progetto di legge che prevede diversi livelli di sanzioni economiche contro Damasco, «se continua ad appoggiare gruppi terroristici, non ritira le proprie truppe dal Libano e non dimostra la sua estraneità ai programmi di sviluppo di armi chimiche e batteriologiche». Approvato la settimana scorsa dalla Commissione esteri, il provvedimento passerà nelle prossime settimane al Senato, dove gode di un forte sostegno bipartisan, e verrà infine portato al presidente Bush, che ha già fatto intendere che apporrà la sua firma. La Siria ha reagito con durezza all'iniziativa statunitense: il presidente Bashar el-Assad, dal vertice dell'Organizzazione della conferenza islamica (Oci) in Malaysia, ha accusato Washington di avere «fanatici guerrafondai al governo». Secondo Bashar, gli attentati dell'11 settembre 2001 «hanno dato l'occasione e il pretesto a un gruppo di malintenzionati per attaccare i valori umani e creare un nemico orribile quanto illusorio, che chiamano islam».
Riferendosi in modo più diretto al provvedimento approvato dalla Camera, il giovane Assad ha detto che «le sanzioni di Washington e l'invasione culturale Usa violano la sovranità di altri paesi». Il suo capo di stato maggiore, generale Hasan Turkmani, ha messo poi in stato di massima allerta le truppe «per respingere ogni aggressione del governo Sharon».


L'offensiva diplomatica contro Damasco sembra in effetti un'azione decisa in modo congiunto a Washington e Tel Aviv: la proposta di legge languiva indiscussa al Congresso dall'aprile 2002, a causa dell'opposizione della Casa bianca a intraprendere qualsiasi forma di pressione contro la Siria. Improvvisamente, il 7 ottobre scorso, l'iter parlamentare si è sbloccato e ha imboccato un binario rapido. La data è sintomatica, dal momento che ha seguito di appena due giorni quello che era stato percepito inizialmente come un gesto inconsulto di Sharon: il bombardamento di un campo profughi in territorio siriano (dove l'aviazione di Tel Aviv non colpiva dal 1973).
Il raid israeliano e l'approvazione del Syria Act appaiono invece strettamente correlati tra loro e sembrano far parte di una strategia concertata tra i settori più bellicosi del Likud, oggi al potere in Israele, e parte dell'establishment americano, che da tempo fa pressioni sulla Siria.

In particolare negli Stati uniti sembra cementarsi l'alleanza tra, da una parte, le lobby filo-israeliane legate Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA) e all'American Enterprise Institute (AEI), e dall'altra i sionisti cristiani, fra cui spicca il leader della maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti Tom Delay. Quest'ultimo, che a più riprese ha espresso il suo appoggio incondizionato non solo alle politiche dello stato ebraico ma anche al presunto diritto teologico di Israele di occupare la totalità della Palestina, ha definito la votazione di ieri «cruciale per il prosieguo della guerra al terrorismo».
Le pressioni sulla Siria e il suo accerchiamento militare sembrano quindi far parte di una strategia ben precisa. A tale proposito, appare istruttivo rileggere un memorandum di azione redatto nel 1996 da alcuni membri influenti dell'attuale Amministrazione Usa per il premier israeliano Benyamin Netanyahu. L'obiettivo espresso a chiare lettere dal documento era la cancellazione del concetto di «pace in cambio di terra» emerso dagli accordi di Oslo e la conseguente affermazione della Grande Israele. Il percorso per arrivare a tale risultato doveva essere strutturato in quattro fasi: distruggere l'Autorità nazionale palestinese; convincere gli Stati uniti a rovesciare Saddam Hussein; fare guerra alla Siria; e «democratizzare» il mondo arabo attraverso una combinazione di intimidazioni e azioni militari dirette. I primi due steps sono stati portati a compimento. Ora sembra scattata la fase tre.


 http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=443

Neocon sull’orlo del baratro


Pubblichiamo questo articolo, che, pur avendo dei tratti che non appartengono al nostro modo di pensare (in primo luogo una qualche fiducia in militari e uomini dei servizi segreti), aiuta a capire meglio il clima che si sta sviluppando negli USA, sopratutto in relazione alle notizie fatte filtrare dai media di un possibile rinvio delle prossime elezioni americane in caso di attacco terroristico.

di:Wayne Madsen*

Avendo appena passato il mezzo secolo di vita, non ricordo un tempo in cui gli americani fossero più apprensivi e frustrati di adesso. Certo, c’è stato il Watergate. Ma grazie al sistema di controlli e compensazioni, che allora funzionava, il sistema politico americano ha corretto se stesso, e non si è rovesciato, come prevedevano alcuni uccellacci del malaugurio. Dopo le dimissioni di Richard Nixon, il nuovo presidente, Gerald Ford, disse che l’incubo nazionale americano era finito. Contrariamente al 1974, l’incubo del 2004, rappresentato dall’amministrazione di George W. Bush, non mostra segni di voler cessare. E per quella ragione, una maggioranza di americani con quozienti intellettivi che dimostrano un certo grado di istruzione stanno diventando sempre più irrequieti. Nessuno sa come e quando questo bollore tra gli americani finirà per straripare, ma le conseguenze potrebbero sconvolgere gli esperti di politica sponsorizzati dalla pubblicità, gli editori dei giornali istituzionali e gli addetti ai sondaggi pagati a peso d’oro.

Dai corridoi del Pentagono e del dipartimento di Stato, dagli uffici dei giuristi costituzionalisti agli insider politici, e ai centri d’analisi della Cia e della Agenzia d’intelligence della Difesa, la gente non ne può più degli ideologi (i neo-conservatori, i dominionisti evangelici, i sionisti cristiani, i cattolici reazionari, i sostenitori dell’espansionismo israeliano, i distruttivisti creativi, i seguaci del reverendo Moon, i fondamentalisti apocalittici, i puri e semplici fascisti e altri stravaganti) che hanno fatto il nido e si sono riprodotti nei tre poteri del nostro governo federale.
L’inquietudine crescente in America ormai attraversa i confini di partiti politici, età, razza, gruppi etnici, affiliazione religiosa e scaglioni di reddito. Per quelli di noi che si rendono conto che il futuro dell’America è in bilico, ogni giorno porta con sé nuove ragioni di indignazione. John Kerry dovrebbe raccogliere un supporto turbinoso da chi è disgustato e arrabbiato da ogni dichiarazione di quell’analfabeta che occupa la Casa bianca. Ma Kerry riceve solo un tiepido sostegno, anche dai democratici più convinti.

La ragione è semplice: tutti coloro che da anni sparano a zero sulla capacità delle lobbies di influire sulla politica estera e interna del nostro paese hanno ragione a dire che è una questione di soldi. Il fatto che Kerry faccia parte di quella rete di "interessi particolari" degli straricchi e della politica fa sì che molti suoi elettori potenziali dicano che voteranno contro Bush ma non necessariamente per Kerry. La riluttanza di Kerry a screditare o persino a parlare del circolo universitario maschile "Skull and Bones" (teschio e ossa, NdT) di Yale, cripto-massonico e sciovinista (di cui è membro) non fa che aumentare l’apprensione di molti americani. Ma Bush suscita ancora una bile rabbiosa in tutto il paese. La recente notizia che tenga una delle pistole preferite di Saddam Hussein in una stanza vicino all’Ufficio ovale non dovrebbe sorprendere. Bush ama mostrare la pistola ai suoi ospiti. Dopo tutto, i membri di Skull and Bones si circondano di oggetti saccheggiati dai campi di battaglia e dalle tombe. Nella loro sede di Yale, chiamata affettuosamente "la Tomba", i Bonesmen sono circondati dell’argenteria di Hitler, dei bottini di guerra nazisti (inclusi oggetti con svastiche), del teschio del capo apache Geronimo (si dice rubato dalla tomba a Fort Sill, Oklahoma, dal nonno di George Dubya, il senatore Prescott Bush del Connecticut, anche lui un Bonesman), e dei teschi di Pancho Villa, del presidente Martin van Buren (cosa mai avrà fatto per fare incazzare i Bush?) e del leader abolizionista John Brown.
E non dovrebbe sorprendere che nove membri di una famiglia di sangue blu del New England, i Cheney, che si sono arricchiti commerciando seta cinese, erano membri di Skull and Bones. Un ramo di quella famiglia si è recato in Nebraska con uno dei suoi rampolli, Richard Brice Cheney, trasferendosi infine nel Wyoming da dove ha lanciato il ritorno al potere politico della famiglia Cheney. Se Kerry volesse rassicurarci che la sua amministrazione sarà radicalmente diversa dalla junta Bush-Cheney, dovrebbe dare immediatamente le dimissioni da Skull and Bones, denunciare il loro sordido programma e i loro rituali, ed esigere che i resti umani rubati dalle tombe tornino dov’erano sepolti.

Possiamo capire perché George W. Bush ami il culto della morte di questa associazione morbosa e raccapricciante di mocciosi ricchi; ma non c’è ragione perché Kerry onori gli impegni idioti presi con questi amanti del macabro quando è stato iniziato alla loro associazione.Tra i cultori della morte di Yale, gli evangelisti e gli apocalittici, i neo-conservatori sostenitori dell’egemonia globale americana, e chi ha un quoziente intellettivo inferiore a quello di George W. Bush (91), il resto di noi (la buona nuova è che siamo ancora una maggioranza), inclusi alcuni militari con una o più stelle sull’uniforme, sta diventando sempre più irritato, al punto che qualcosa prima o poi si romperà. Ecco alcune frasi celebri pronunciate recentemente da generali a due e tre stelle e da colonnelli: "Ho giurato fedeltà alla Costituzione, non a Bush, né a Cheney, né a Rumsfeld"; "Se il Pentagono venisse assalito dal nemico e avessi un solo proiettile in canna, lo userei contro Stephen Cambone" (il sottosegretario alla Difesa per l’intelligence); "peccato che abbiano mancato Wolfowitz" (facendo riferimento al bombardamento dell’hotel Al Rashid in Baghdad nell’ottobre 2003, dove alloggiava Wolfowitz)- E da un colonnello della Guardia nazionale: "I governatori sono pronti a ribellarsi se altre guardie verranno spedite in Iraq". Se Bush, Cheney e Rove interferiranno con il processo elettorale, rimandando le elezioni del 2 novembre a causa di una non meglio specificata minaccia "terroristica" o con un altro pretesto, molti alti ufficiali militari sono pronti a tener fede al giuramento alla Costituzione e a proteggere il nostro paese dal nemico "interno". Ciò include anche il presidente e il suo staff, che vogliono rovesciare il processo costituzionale per i loro scopi scellerati.

Un mio vecchio collega, un famoso avvocato costituzionalista, mi ha detto che sarebbe pronto ad appoggiare i militari se dovessero intraprendere una tale iniziativa senza precedenti contro il potere esecutivo fori controllo. Un esperto analista politico di Washington, molto conosciuto presso il pubblico televisivo, ha fatto eco ai sentimenti dell’avvocato - ha chiesto persino che Bush, Cheney e i loro scagnozzi vengano deferiti alla corte marziale dopo essere stati deposti. Sì, l’indignazione è ormai una febbre a livelli intollerabili. In vita mia non ho mai visto nulla del genere. Eppure, è totalmente comprensibile. Ogni giorno che il regime di Bush fa indignare noi e il mondo intero, si allarga l’abisso tra le masse che hanno ancora sale in zucca e i gli ideologi e gli esperti di immagine che circondano quell’essere patetico alla Casa bianca. Al Gore (l’uomo che avrebbe dovuto essere presidente) ne ha sicuramente abbastanza. Gliele ha cantate tutte nel corso di un discorso pronunciato recentemente nella città di New York. I piagnucolosi esponenti della destra che appoggiano Bush hanno gridato allo scandalo. Per chi pensa che Kerry ci vada troppo leggero con Bush, le parole di Gore sono state un tonico salutare.
Gore ha detto che Bush, come Faust, ha venduto l’anima al diavolo in cambio del dominio globale. Non sappiamo se Gore, uomo di Harvard, abbia studiato la Skull and Bones di Yale, ma questo paragone è sicuramente efficace. Gore ha entusiasmato il pubblico chiedendo le dimissioni di tutta l’équipe di Bush addetta alla sicurezza nazionale e alla difesa, cioè tutta la baracca di neo-conservatori e incompetenti: Rumsfeld, Wolfowitz, Douglas Feith, Cambone e Condoleeza Rice. Come direbbe Howard Dean, "yo-hoo!" Se i militari dovranno purgare l’esecutivo dai pazzi scatenati e da les démagogues très dangereux, troveranno il supporto di Gore, che non si sa come è finito su una lista di "passeggeri con bagagli pericolosi" all’aeroporto nazionale Reagan quando stava per prendere un aereo per il Wisconsin. Anche i candidati presidenziali del Green Party e del Libertarian Party sono finiti su elenchi simili di passeggeri sospetti, in quello che è diventato un sistema di controllo sul traffico interno di stile sovietico.

Attraverso tutto lo spettro politico, la gente vuole che la loro costituzione venga protetta, e se i militari si faranno avanti, riceveranno un ampio supporto.Basta con questo regime di fascisti e di cristiani suicidi. Se la junta di Bush e i suoi sostenitori vogliono portare la battaglia per strada, troveranno i patriottici costituzionalisti americani pronti a riceverli. Abbiamo dalla nostra parte la maggior parte degli ufficiali militari, e i veri veterani militari che, sotto Bush, hanno visto ridurre i loro benefici (non quel rottame di associazione che ogni fine settimana arriva a Washington sulle Harleys e sostiene di avere un qualche diritto divino di parlare in nome dei veterani, anche se l’idiota-in-capo fa fare ai suoi membri una visita guidata alla Casa bianca, in cambio del loro inutile insignificante supporto politico).
I neo-conservatori sembrano aver capito che sono in fase di riflusso. Il loro arcangelo, Richard Perle, di recente si è lamentato perché una banda di ex funzionari dei servizi segreti ha contribuito a far cadere in disgrazia il suo amico, il faccendiere iracheno Ahmed Chalabi, pubblicando storie diffamanti su di lui. Hey Richard, sono colpevole! Ma non ci fermeremo a Chalabi. Funzionari dei servizi segreti, in servizio e in pensione, e tutti coloro che vogliono che la politica estera americana ritrovi un po’ di saggezza, non si fermeranno fino a quando non vedremo te e i tuoi amici doppiogiochisti Michael Ledeen, Elliott Abrams, Manucher Ghorbanifar e gli altri veterani dello scandalo Iran-Contra, denunciati per fare il doppio gioco tra gli israeliani e gli iraniani, cercando di strappare a entrambi tutto il possibile. Dan Senor, il portavoce dell’Autorità provvisoria della coalizione, non ha solo lavorato per il criminale Carlyle Group; una volta che fa i bagagli e torna negli Stati Uniti, lo si dovrebbe condannare e continuare a monitorare il fatto che abbia relazioni con una società che cerca di accelerare il trasferimento di tecnologia israeliana nella difesa e nella sicurezza nazionale statunitense.
La frustrazione degli americani è paragonabile a quella del popolo iracheno, britannico, haitiano, italiano, australiano, e di altre nazioni che sono finite sotto il controllo dei leccapiedi di Bush. Le recenti elezioni che hanno cacciato via gli alleati di Bush in Spagna, Corea del Sud e India dovrebbero essere un forte avvertimento per i neo-conservatori. Presto toccherà anche a voi.

Alcuni membri del Consiglio governativo iracheno, che si è appena disciolto, come le forze armate americane, sono in aperta rivolta contro i neo-conservatori. Tony Blair e John Howard, il primo ministro australiano, sono ormai alle corde, politicamente parlando. Il primo ministro neo-fascista italiano, Silvio Berlusconi, è ogni giorno più immerso nei guai politici e legali. I neo-conservatori, gli impettiti egemonisti di Bush, e i loro alleati religiosi che credono nella "fine del mondo", devono essere espulsi dal corpo politico americano. Hanno fatto di più per distruggere il tessuto costituzionale di questo paese, di quanto non avessero i gruppi cospirazionisti nel passato recente, incluso il Partito comunista, gli Weathermen[1], i Freemen[2] o il Ku Klux Klan. Nessuno di loro è mai riuscito a ottenere il controllo della Casa bianca e del Pentagono. Lasciamo che John Kerry inizi il processo di ripulire l’America da questa spazzatura, dimettendosi e denunciando gli Skull and Bones. Che venga approvata una legge federale per imporre loro di riportare i resti umani alle loro tombe e i bottini di guerra ai loro proprietari (nel caso dell’argenteria di Hitler, sarebbe il governo americano). L’idiota-in-capo dovrebbe restituire la pistola di Saddam al nuovo governo iracheno.Se i nostri leader militari decideranno di onorare il loro giuramento alla costituzione, chi di noi normalmente inorridirebbe davanti a uno scenario come quello di Sette giorni a maggio,[3] dovrebbe appoggiare la loro azione. Se i generali in pensione Anthony Zinni e Joseph Hoar sono un esempio, i nostri leader militari apprezzano di più il nostro stile di vita e le nostre tradizioni degli occupanti "scelti" dell’esecutivo. I nostri leader militari potrebbero essere l’unico potere rimasto nel paese in grado di sfidare coloro che cercano di distruggere gli Stati Uniti, se non il mondo intero.

Note

[1] Attivi dal 1969 al 1976, gli Weathermen, noti anche come la Weather Underground Organization, erano una "organizzazione rivoluzionaria di uomini e donne comunisti", con sede negli Usa, formata da membri della Students for a Democratic Society (SDS), fuoriusciti dall’organizzazione stessa. Il gruppo mirava a rovesciare il governo degli Stati Uniti e il capitalismo, e allo scopo mise in atto una campagna di attentati dinamitardi, irruzioni nelle prigioni, e rivolte urbane. [Per maggiori informazioni, si veda http://en.wikipedia.org/wiki/Weathermen][N.d.T.].

leggi anche l’articolo "Weathermen: Gli americani che dichiararono guerra al loro Paese"

[2] I Freemen erano un gruppo dello stato del Montana perseguiti e arrestati per aver stampato la propria valuta, entrando in competizione diretta con la Federal Reserve Bank, la banca centrale statunitense. [Per maggiori informazioni, si veda:http://www.lewrockwell.com/orig/tucker2.html ]. [N.d.T.]

[3] Un film girato nel 1963, e ambientato negli Stati Uniti, in un ipotetico 1980, quando vengono sventati i piani golpisti di un generale. Regia di John Frankenheimer, con Burt Lancaster, Kirk Douglas, Ava Gardner e Frederic March. N

da: http://www.zmag.org/Italy/

Documento originale Neo-Cons on the Brink
Traduzione di melippa.

* Wayne Madsen è un giornalista e opinionista investigativo che vive a Washington, D.C. Durante l’amministrazione Reagan faceva parte della National Security Agency (Nsa). Ha scritto l’introduzione di Forbidden Truth ed è coautore, con John Stanton, di America’s Nightmare: The Presidency of George Bush II. Il titolo del suo ultimo libro, di prossima pubblicazione, è Jaded Tasks: Big Oil, Black Ops, and Brass Plates. Madsen può essere contattato all’indirizzo: WMadsen777@aol.com.



http://www.eddyburg.it/article/articleview/2072/1/28/?PrintableVersion=enabled

I religiosi devono essere impazziti

 

Un acuto e provocatorio articolo su Grist Magazine, pubblicato il 27 novembre 2004, pone pesantemente il problema dell'integralismo religioso cristiano in politica, e soprattutto dei suoi effetti sull'ambiente e la scienza. Tutti hanno i loro Buttiglioni, verrebbe amaramente da dire (f.b.)

Titolo originale: The Godly Must Be Crazy – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

I punti di vista della destra cristiana stanno disorientando i politici, e minacciando l’ambiente


Molti degli scritti sul mondo d’oggi sembrano pervasi da una certa sensibilità apocalittica. Parecchi libri sui pericoli ambientali, che si tratti dello strato di ozono, del riscaldamento globale, dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, dell’esplosione demografica, appaiono immersi in un crogiolo apocalittico. (Paul Boyer, storico)
Quand’ebbe aperto il sesto sigillo, ecco seguì un gran terremoto, e il sole diventò nero come tela di sacco, la luna diventò come sangue, e le stelle del cielo caddero sulla terra come il fico butta i suoi frutti invernali scosso dal vento; il cielo si ritirò come un papiro arrotolato, e ogni montagna e isola furono smosse dai loro posti.(Apocalisse 6:12-14)

Aborto. Matrimoni omosessuali. Ricerca sulle cellule staminali

I legislatori USA sostenuti dalla destra cristiana votano contro queste questioni con quasi per fetta uniformità. La cosa probabilmente non vi sorprende, ma questo forse si: quegli stessi legislatori sono egualmente compatti e decisi nell’opporsi alla tutela ambientale.
Quarantacinque senatori e 186 deputati nel 2003 si sono guadagnati un’approvazione dall’80% al 100% da parte dei tre principali gruppi di pressione della destra cristiana: Christian Coalition, Eagle Forum, e Family Resource Council. Molti di questi stessi rappresentanti politici l’anno scorso hanno avuto punteggi fallimentari (meno del 10% in media) dalla League of Conservation Voters.
Sono statistiche sorprendenti, a prima vista. Opporsi all’aborto o alla ricerca sulle cellule staminali è coerente con le convinzioni della destra religiosa, che la vita cominci al momento della concezione. Opporsi al matrimonio fra gay è coerente con l’affermazione che le attività omosessuali siano proibite dalla Bibbia. Entrambe queste convinzioni sono punti fermi piuttosto noti del dibattito politico contemporaneo. Ma, una giustificazione sulla base delle sacre scritture all’antiambientalismo: quand’è l’ultima volta che avete sentito un politico conservatore parlarne?
Probabilmente è stato nel 1981, quando il primo ministro degli affari interni della presidenza Reagan, James Watt, affermò davanti al Congresso che proteggere la natura non era importante, alla luce dell’imminente ritorno di Gesù Cristo. “Dio ci ha dato queste cose da usare. Quando cadrà l’ultimo albero, Cristo tornerà”, affermò Watt nella testimonianza pubblica che gli costò le dimissioni.
I politici cristiani fondamentalisti di oggi sono politicamente più saggi del ministro degli interni di Reagan; non li sorprenderete a spiegare decisioni di politica pubblica con convinzioni religiose private. Ma le loro parole e azioni fanno pensare che molti di loro condividano i pensieri di Watt. Come lui, molti fondamentalisti cristiani sentono che preoccuparsi per il futuro del pianeta sia irrilevante, visto che non c’è futuro. Essi credono che stiamo vivendo la Fine dei Tempi, quando il figlio di Dio tornerà, i giusti entreranno in paradiso, e i peccatori saranno condannati al fuoco eterno. Per cui possono anche ritenere, insieme ad altri milioni di fondamentalisti cristiani, che la distruzione dell’ambiente sia non solo da non temere, ma da auspicare - o addirittura da accelerare – in quanto segno dell’Apocalisse prossima.
Non stiamo parlando di una manciata di politici marginali, convinti o sostenitori di questo credo. I 231 legislatori (tutti Repubblicani, tranne cinque) che hanno avuto una media di approvazione dell’80% o più da parte delle principali organizzazioni della destra religiosa, costituiscono più del 40% del Congresso USA (l’unico Democratico con un’approvazione del 100% da parte della Christian Coalition è il senatore Zell Miller della Georgia, che all’inizio dell’anno ha citato il Libro di Amos in dibattito parlamentare: “Verrà il giorno, dice il Signore Iddio, che manderò la fame sulla terra. Non fame di pane, o sete d’acqua, ma di usire la parola del Signore!”). Questi politici includono alcune dei personaggi più potenti nel governo USA, e protagonisti delle decisioni chiave: il leader della maggioranza in Senato Bill Frist (Tennessee), e ancora al Senato Mitch McConnell (Kentucky), Rick Santorum (Pennsylvania), Jon Kyl (Arizona), lo House Speaker Dennis Hastert (Illinois), il capogruppo alla Camera Roy Blunt (Missouri), il ministro della Giustizia John Ashcroft, ed è possibile anche il Presidente Bush. (all’inzio di questo mese, la storia di copertina del New York Times Magazine a firma di Ron Suskind, descriveva come il governo Bush basato sulla fede abbia portato, tra l’altro, alla disastrosa “crociata” in Medio Oriente e abbia preparato il terreno a “una battaglia fra modernisti e fondamentalisti, pragmatici e veri credenti, ragione e religione”).
E i politici citati sono solo la più potente e visibile punta dell’iceberg. Un sondaggio Time/CNN del 2000 ha rilevato che il 59% degli americani ritiene che le profezie contenute nel libro dell’Apocalisse si debbano realizzare. Circa un quarto crede che la Bibbia abbia previsto l’attacco dell’11 settembre.
Che piaccia o meno, la fede nell’Apocalisse è una forza potente nella moderna politica americana. Nelle elezioni del 200 la destra cristiana ha spostato almeno 15 milioni di voti, ovvero circa il 30% di quelli che hanno portato Bush alla presidenza. E non c’è dubbio che i cristiani arciconservatori rosultaranno cruciali nelle prossime elezioni: lo stratega politico del Grand Old Party, Karl Rove, spera di mobilitare al voto venti milioni di elettori fondamentalisti, per aiutare Bush a confermarsi in carica il 2 novembre, e per mantenere la maggioranza repubblicana al Congresso, afferma Joan Bokaer, direttore di Theocracy Watch, un programma di ricerca del Center for Religion, Ethics, and Social Policy, alla Cornell University.
Visto il suo potere di blocco elettorale, la destra cristiana ha l’ascolto, se non l’anima, della maggior parte della leadership nazionale. Alcuni di questi leaders, credono personalmente nella Fine dei Tempi. Altri no. Sia come sia, i loro voti sono ampiamente condizionati da una base elettorale che accetta la Bibbia come verità letterale e aspetta seriamente l’avvento dell’Apocalisse. E questo, da parte sua, è una brutta notizia per chi spera di proteggere la Terra, non di distruggerla.

C’era una volta la Fine dei Tempi

Sin dall’alba del Cristianesino, gruppi di credenti hanno esplorato le sacre scritture alla ricerca di segni della Fine dei Tempi e del Secondo Avvento. Oggi, la maggior parte dei circa 50 milioni di cristiani fondamentalisti di destra degli Stati Uniti, crede in qualche tipo di teologia da Fine dei Tempi.
Questi 50 milioni di credenti sono il substrato ai circa 100 milioni di evangelici degli USA, che non sono in alcun modo uniformemente di destra e antiambientalisti. In realtà la collocazione politica degli evangelici, sull’ambiente e altri problemi, cambia di parecchio; lo Evangelical Environmental Network, per esempio, ha unito la propria interpretazione biblica con una buona dose di scienza ambientalista, per giustificare e promuovere la cura del pianeta. Ma l’impatto politico e culturale dell’estrema destra cristiana è difficile da non considerare enorme.
È anche difficile capirlo, se non si coglie il complesso sistema di credenze che ci sta sotto e lo guida. Anche se esistono molte e divergenti teologie e sette che si ispirano alla Fine dei Tempi, le più politicamente influenti sono dispensazionalisti e ricostruzionisti.
Sintonizzatevi su qualunque delle 2000 stazioni radio cristiane d’America, o delle 250 televisioni, e probabilmente subirete una grossa dose di dispensazionalismo, una dottrina Fine dei Tempi inventata nel XIX secolo dal teologo anglo-irlandese John Nelson Darby. I dispensazionalisti sposano un’interpretazione “letterale” della Bibbia, che offre una cronologia dettagliata dell’imminente fine del mondo (molti importanti teologi contestano questa letteralità, sostenendo che Darby abbia frainteso e distorto i passaggi biblici). I credenti legano questa cronologia agli eventi correnti – quattro uragani che colpiscono la Florida, i matrimoni gay a San Francisco, gli attacchi dell’11 settembre – come prova del fatto che il mondo sta precipitando fuori controllo, e che noi siamo quanto lo scrittore dispensazionalista Hal Lindsey chiama “la generazione terminale”. Le crisi sociali e ambientali dei nostri tempi, affermano i dispensazionalisti, sono miracoli legati alla Rapture, quando i cristiani rinati, vivi e morti, saranno portati in cielo.
”Su tutta la terra le tombe esploderanno, e i loro occupanti si innalzeranno verso il cielo”, predica il pastore dispensazionalista John Hagee, della Cornerstone Church di San Antonio, Texas. Dopo la Rapture, i non credenti lasciati indietro subiranno sette anni di indicibili sofferenze, chiamate la Great Tribulation, che culminerà con l’ascesa dell’Anticristo e con la battaglia finale di Armageddon fra Dio e Satana. Dopo aver vinto quella battaglia, Cristo manderà tutti i non credenti nelle profondità infuocate dell’inferno, rifarà verde il pianeta, e regnerà in pace sulla terra coi Suoi seguaci per mille anni.
I dispensazionalisti non saturano il mercato di interpretazione della Fine dei Tempi. I ricostruzionisti (noti anche come dominionisti), una setta più piccola ma politicamente influente, collocano la chiave del ritorno di Dio non nelle profezie bibliche, ma nell’attivismo politico. Credono che Cristo farà il suo Secondo Avvento solo quando il mondo abbia preparato un posto per Lui, e che il primo passo per preparare l’arrivo si quello di cristianizzare l’America.
Una politica cristiana ha compe principale intento quello di conquistare la nazione: uomini, famiglie, istituzioni, burocrazie, tribunali, governi, per il Regno di Cristo”, scrive il ricostruzionista George Grant. Il dominio cristiano sarà raggiunto ponendo fine alla separazione fra chiesa e stato. Sostituendo alla democrazia USA una teocrazia dominata dalla legge del Vecchio Testamento, tagliando tutti i programmi sociali pubblici, e rivolgendo questo impegno invece alle Chiese cristiane. I ricostruzionisti vogliono anche abolire tutte le agenzie pubbliche di regolazione, come la EPA (Environment Protection Agency), perché rappresentano una deviazione dallo scopo di cristianizzare l’America, e conseguentemente il resto del mondo. “La conquista del mondo. Questo è quanto Cristo ci ha chiesto di realizzare” continua Grant. “Dobbiamo vincere il mondo col potere del Vangelo. E non dobbiamo accontentarci di niente di meno”. Solo quando quella conquista sarà compiuta, il Signore potrà tornare.

State tranquilli e felici!

Non ci si può aspettare che persone sotto l’influenza di profezie tanto potenti si preoccupino per l’ambiente. Perché badare al pianeta se la siccità le alluvioni e le pestilenze portate dal collasso ecologico sono segni dell’Apocalisse anticipata dalla Bibbia? Perché preoccuparsi del cambiamento climatico globale se tu e i tuoi cari sarete portati in cielo con la Rapture? Perché impegnarsi a convertire dal petrolio al solare, se lo stesso Dio che ha fatto il miracolo dei pani e dei pesci può tirar su qualche milione di barili di greggio con una Parola?
Molti credenti della Fine dei Temi ritengono che fino al ritorno di Cristo in qualche modo Dio provvederà. In America's Providential History, un diffuso libro di testo per le scuole superiori di ispirazione ricostruzionista, gli autori Mark Beliles e Stephen McDowell ci raccontano che: “Il materialista, il socialista, ha una mentalità da risorse limitate, e vede il mondo come una torta ... che deve essere tagliata a pezzi in modo che ciascuno possa averne una fetta”. Invece “il Cristiano sa che il potenziale del Signore è illimitato, e che non c’è scarsità di risorse nella Terra di Dio. La risorse aspettano solo di essere attinte”. In un altro passaggio, gli scrittori spiegano: “Molti materialisti vedono il mondo sovrappopolato, ma il Cristiano sa che Dio ha fatto la terra grande a sufficienza e con abbondanza di risorse per ospitare tutte le genti”.
Lo spreco delle risorse naturali e la sovrappopolazione, dunque, non preoccupano i fedeli della Fine dei Tempi, né lo fanno altre catastrofi ecologiche, viste dai dispensazionalisti come presagi della Great Tribulation. Lo spunto per questo punto di vista viene da un passaggio di undici parole, in Matteo 24:7: “[Ci] saranno fame, e pestilenze, e terremoti in diversi luoghi”. Altri fedeli individuano tracce di catastrofe ecologica nei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse - Guerra, Fame, Pestilenza, Morte – e citano un verso che nomina l’alto prezzo del grano, dell’orzo, dell’olio, come anticipazione della mancanza di cibo e combustibili fossili. Durante la Fine dei Tempi, ai quattro cavalieri sarà “dato potere su un quarto della terra per uccidere con la spada, la fame, le pestilenze, le bestie selvagge della terra”. Alcuni credenti sottolineano che Apocalisse 8:8-11 prevede che una grande montagna cadrà nel mare, causando grande distruzione, seguita da una stella splendente caduta dal cielo. Questa stella è chiamata Assenzio, che a detta dei dispensazionalisti si può liberamente tradurre in ucraino con la parola Chernobyl.
Una gran quantità di predicatori, film, siti web di ispirazione Fine dei Tempi salutano i cataclismi ambientali come Buone Notizie: annunci del Nuovo Avvento. Il lavoro non-fiction di Hal Lindsey del 1970, The Late Great Planet Earth, è un classico del genere; la sua versione cinematografica bombarda gli spettatori con abbondanti dosi di esplosioni nucleari, nubi inquinanti, alluvioni devastanti, api assassine. Nello stesso modo, l’autore dispensazionalista Tim LaHaye nei sui romanzi Left Behind – che in un certo periodo hanno venduto 1,5 di milioni di copie al mese – mescola i disastri ecologici in un racconto d’azione ispirato da profezie.
Su sito RaptureReady.com, il “Rapture Index” elenca tutte le ultime notizie correlate alla profezia biblica. Fra in principali indicatori di Apocalisse, ci sono la disponibilità di petrolio e relativo prezzo, la fame, la siccità, le pestilenze, il cattivo tempo, le inondazioni, il clima. Il responsabile di RaptureReady Todd Strandberg scrive a spiegare perché i cambiamenti climatici sono inclusi nella lista: “Credevo non ci fosse davvero bisogno che i Cristiani tenessero sotto osservazione i cambiamenti legati all’effetto serra. Se ci volevano un paio di centinaia d’anni perché le cose si facessero serie, pensavo che la vicinanza della Fine dei Tempi avrebbe oscurato questo problema. Con una velocità del cambiamento climatico ora tanto rapida, il riscaldamento globale sarà un fattore centrale nelle calamità della Tribulation”.
Un altro indice di profezie indica elementi di tipo naturale (siccità in in Etiopia, fame in Sud Africa, inondazioni in Russia, incendi in Arizona, ondate di caldo in India, lo scioglimento della calotta antartica) come prova dell’avvicinarsi del giorno del giudizio, sottolineando come “Quando queste cose cominceranno ad accadere, rialzatevi, sollevate il capo, perché la vostra redenzione è vicina” (Luca 21:28).
Secondo una mappa sul sito Fine dei Tempi ApocalypseSoon.org, siamo “all’inizio dei dolori” (Matteo 24:3-8) che segna la Great Tribulation. Il sito offre un link a un articolo della BBC News sulle malattie infettive e a una cronaca degli eventi climatici estremi sul sito del giornalista Ross Gelbspan, vincitore del Pulitzer, come prova di questo “inizio dei dolori”. Ad ogni modo, aggiunge una secca raccomandazione riguardo a questi links esterni: “Non vogliamo in alcun modo approvare o consigliare questi siti. Sono stati scelti semplicemente perché documentano letteralmente cosa prevede la Parola di Dio per la Fine dei Giorni”.

Datemi un martello

Per capire in che modo la visione del mondo della destra cristiana sta formando e alimentando l’antiambientalismo parlamentare, prendiamo il caso di due influenti legislatori cristiani rinati: il leader della maggioranza in Senato Tom DeLay (Texas) e il presidente della commissione Ambiente e Lavori Pubblici del Senato James Inhofe (Oklahoma).
DeLay, che ha considerevole potere nel definire l’agenda parlamentare, ha auspicato un “muover[si] in avanti con una visione del mondo biblica” della politica USA, come riferisce Peter Perl sul Washington Post Magazine. DeLay vuole convertire l’America in una nazione “Centrata su Dio”, il cui governo promuova la preghiera, l’adorazione, l’insegnamento dei valori cristiani.
Inhofe, il più esplicito critico dell’ambientalismo in Senato, è incrollabile anche nella sua volontà di ricostruire l’America come stato cristiano. Parlando all’incontro della Christian Coalition, Road to Victory, appena prima della grande vittoria del Grand Old Party alle elezioni intermedie del 2002, ha promesso ai credenti: “Quando vinceremo alla rivoluzione di novembre, starete facendo l’opera del Signore, ed Egli vi benedirà per questo!”.
Né DeLay né Inhofe includono la tutela dell’ambiente nella “opera del Signore”. Entrambi hanno tuonato contro l’EPA, chiamandola “la Gestapo”. DeLay ha combattuto per cancellare le leggi Clean Air e Endangered Species. L’anno scorso, Inhofe ha invitato un folto gruppo di studiosi scettici riguardo ai mutamenti climatici indotti dai combustibili fossili a testimoniare di fronte al Senato, con culmine nella su definizione del riscaldamento globale: “la più enorme bufala perpetrata ai danni del popolo americano”.
DeLay ha affermato seccamente che intende spezzare la visione del mondo “socialista” degli “umanisti materialisti” che, sostiene, controllano il sistema politico USA, i media, le scuole pubbliche e le università. Ha definito l’elezione presidenziale del 2000 un’apocalittica “battaglia per le anime”, una lotta mortale contro le forze del liberalismo, del femminismo, dell’ambientalismo, che stanno corrompendo l’America. I sogni utopici di questi movimenti sono maledetti, sostiene il leader della maggioranza, perché essi non scaturiscono da Dio.
”DeLay è motivato più che altro dal potere” afferma Jan Reid, coautore insieme a Lou Dubose di The Hammer, un’appena pubblicata biografia di DeLay. “Ma crede anche nel potere del prossimo Avvento [di Gesù Cristo], e ci costruisce la sua visione del mondo e del governo”. Questo può spiegare perché gli arredi dell’ufficio di DeLay in Campidoglio comprendano una copia in marmo dei Dieci Comandamenti, e un manifesto sul muro che recita: “Questo Potrebbe Essere Il Giorno” (il Giorno del Giudizio).
DeLay è anche per sua asserzione membro dei Sionisti Cristiani, una fazione di credenti Fine dei Tempi che conta 20 milioni di americani. I Sionisti Cristiani credono che la creazione nel 1948 dello Stato di Israele abbia segnato il primo evento in quello che lo scrittore Hal Lindsey chiama “il conto alla rovescia di Armageddon” e sono impegnati ad accelerare quell’orologio, avvicinando il ritorno di Cristo.
Nel 2002, DeLay ha visitato la Cornerstone Church del pastore John Hagee. Hagee dava nella sua predica un chiaro messaggio, tanto semplice quanto orribile: “La guerra tra America e Iraq è la porta dell’Apocalisse!” diceva, spingendo i suoi fedeli a sostenere la guerra, per avvicinare il Secondo Avvento. Una volta terminato il sermone di Hagee, DeLay si alzò a sostenere l’appello. “Signore e Signori” disse “quella che è stata pronunciata qui è la Verità di Dio”.
Con queste parole – diffuse da 225 televisioni e stazioni radio cristiane - DeLay si è collocato decisamente nel campo della Fine dei Tempi, una fazione desiderosa di imporre l’Apocalisse al resto del mondo. In parte, DeLay può anche abbracciare Hagee e altri come lui in un tentativo calcolato di ottenere i voti dei fondamenalisti: ma va ricordato che è cresciuto come Southern Baptist, dentro un’interpretazione strettamente letterale della Bibbia e dei dogmi. Il suo biografo Dubose dice che il leader della maggioranza probabilmente non coglie le complessità teologiche di dispensazionalisti e ricostruzionisti, ma “sono convinto che [ci] creda”. Per quanto riguarda DeLay, mi ha detto Dubose, “Se lo dice John Hagee, allora è vero”.

Senatori Cristiani avanzano

James Inhofe potrebbe essere il peggiore incubo di un ambientalista. Il senatore dell’Oklahoma prende decisioni politiche di capitale importanza basandosi su pesanti influenze di impresa e teologiche, simil-scientifiche, probabilmente su una visione del mondo apocalittica: ed è presidente della Commissione Ambiente e Lavori Pubblici del Senato.
I legami della commissione coi finanziatori dal mondo dell’impresa sono più facili da ricostruire, e più infami, di quanto non siano quelli con il fondamentalismo religioso, ed è vero che non si può mai dire troppo sull’influenza del denaro. Dal 1999 al 2004, Inhofe ha ricevuto più di 588.000 dollari dall’industria dei combustibili fossili, dei servizi elettrici, dell’estrazione, e da altri interessi legati alle risorse naturali, secondo i calcoli del Center for Responsive Politics. Otto degli altri nove membri repubblicani della commissione di Inhofe hanno ricevuto una media di 408.000 dollari a testa dal settore energia e risorse naturali nello stesso periodo.Per contro, gli otto democratici della commissione e l’unico indipendente, si sono accontentati di una media di soli 132.000 dollari a testa dagli stessi settori dal 1999.
Ma l’influenza della teologia, anche se meno trattata, non è meno significativa. Anche Inhofe, come DeLay, è un Sionista Cristiano. Anche se il senatore non ha espresso esplicitamente il suo punto di vista religioso nella commissione ambiente, l’ha fatto parlando di altre questioni. In un discorso al Senato sulla politica estera, Inhofe ha sostenuto che gli USA dovrebbero allearsi incondizionatamente a Israele “perché l’ha detto Dio”. Citando la Bibbia come il divino verbo di Dio, Inhofe ha citato la Genesi 13:14-17 – “tutta la regione che tuvedi, io la darò a te, ed alla tua discendenza, in eterno” – a giustificazione dell’occupazione in permanenza da parte di Israele della West Bank, e per le crescenti aggressioni contro i Palestinesi.
Inhofe sostiene anche apertamente il dispensazionalista Pat Robertson, che spaccia qualunque tornado, uragano, epidemia, attentato suicida, come segni del ritorno di Dio, che ha accusato sia Jimmy Carter che George Bush Senior di essere seguaci di Lucifero, e che non fa segreto degli sforzi della sua Christian Coalition per controllare il Partito Repubblicano, secondo gli studi di Theocracy Watch.
Da buon fondamentalista, Inhofe si è guadagnato un tondo 100% di valutazione da parte dei principali tre gruppi di pressione della destra cristiana, e un corrispondente 5% dalla League of Conservation Voters (più una serie di zeri dal 1997 al 2002). Allo stesso modo, otto degli altri nove repubblicani della commissione Ambiente e Lavori Pubblici si sono guadagnati una media del 94% di approvazione nel 2003 dalla destra cristiana, e un misero 4% dagli ambientalisti. L’unica eccezione conferma la regola: il moderato Lincoln Chafee lo scorso anno si è guadagnato il 79% dalla LCV e solo il 41% dalla destra religiosa.
Come presidente di commissione, Inhofe ha sottilmente preferito le sacre scritture alla scienza. Le fonti del suo discorso al Senato del 2003 contro la scienza e il cambiamento climatico globale, ad esempio, rivelano i suoi due mandanti: il discorso può essere fatto risalire ai think tanks dell’industria dei combustibili fossili e della finanza petrolchimica, ma anche alla pseudo-scienza dei siti web cristiani. Nella sua invettiva di due ore, Inhofe dismissed global warming by comparing it to a 1970s scientific scare that suggested the planet was cooling -- a hypothesis, he fails to note, held by only a minority of climatologists at the time. Inhofe's apparent source on global cooling was the Acton Institute for the Study of Religion and Liberty, a Christian-right and free-market economics think tank. In an editorial on that site called "Global Warming or Globaloney? The Forgotten Case for Global Cooling," we hear echoes of Inhofe's position. The article calls climate change "a shrewdly planned campaign to inflict a lot of socialistic restriction on our cherished freedoms. Environmentalism, in short, is the last refuge of socialism." Inhofe's views can be heard in the words of dispensationalist Jerry Falwell as well, who said on CNN, "It was global cooling 30 years ago ... and it's global warming now. ... The fact is there is no global warming."
Inhofe's views are also closely tied to the Interfaith Council for Environmental Stewardship, a radical-right Christian organization founded by radio evangelist James Dobson, dispensationalist Rev. D. James Kennedy of Coral Ridge Ministries, Jerry Falwell, and Robert Sirico, a Catholic priest who has been editing Vatican texts to align the Catholic Church's historical teachings with his free-market philosophy, according to E Magazine.
The ICES environmental view is shaped by the Book of Genesis: "Be fruitful and multiply; fill the earth and subdue it. Have dominion over the fish of the seas, the birds of the air, and all the living things that move on this earth." The group says this passage proves that "man" is superior to nature and gives the go-ahead to unchecked population growth and unrestrained resource use. Such beliefs fly in the face of ecology, which shows humankind to be an equal and interdependent participant in the natural web.
Inhofe's staff defends his backward scientific positions, no matter how at odds they are with mainstream scientists. "How do you define 'mainstream'?" asked a miffed staffer. "Scientists who accept the so-called consensus about global warming? Galileo was not mainstream." But Inhofe is no Galileo. In fact, his use of lawsuits to try to suppress the peer-reviewed science of the National Assessment on Climate Change -- which predicts major extinctions and threats to coastal regions -- arguably puts him on the side of Galileo's oppressors, the perpetrators of the Christian Inquisition, writes Chris Mooney in The American Prospect.
"I trust God with my legislative goals and the issues that are important to my constituents," Inhofe has told Pentecostal Evangel magazine. "I don't believe there is a single issue we deal with in government that hasn't been dealt with in the Scriptures." But Inhofe stayed silent in that interview as to which passages he applies to the environment, and he remained so when I asked him if End-Time beliefs influence his leadership of the most powerful environmental committee in the country.

E la Mucca balzò fino alla Luna

I tentativi di accelerare la Fine dei Tempi sono diventati tanto strampalati, che un gruppo di allevatori ultra-cristiani del Texas di recente ha aiutato degli ebrei fondamentalisti di Israele a selezionare esemplari puri di vacca rossa, un tipo geneticamente raro, che è quello specifico da sacrificare per realizzare una profezia apocalittica contenuta nel biblico Libro dei Numeri (l’animale sarà pronto per il sacrificio entro il 2005, secondo la National Review).
Deve essere difficile per gli ambientalisti, molti dei quali si rompono la testa con l’informazione scientifica, immaginare che qualcuno possa credere che un vitello color ruggine possa provocare la fine del mondo, o che qualcuno possa ricostruire una storia della Fine dei Tempi (e figuriamoci una politica nazionale) a partire dalle simbologie poetiche del libro dell’Apocalisse. Ma nell’America di oggi ci sono milioni di persone del genere: compresi 231 legislatori che, o credono alle dottrine dispensazionaliste o ricostruzioniste, oppure per calcolo politico sono ben felici di allinearsi a quelli che ci credono.
È preoccupante, perché il credo in questione è antitetico all’ambientalismo. Tanto per cominciare, qualunque scienza ambientale che contraddica l’interpretazione delle sacre scritture della cultura Fine dei Tempi, diventa automaticamente sospetta. Questo spiega il disprezzo per l’approccio scientifico all’ambiente così diffuso fra i legislatori cristiani fondamentalisti: negare il riscaldamento globale, la distruzione dello strato di ozono, l’avvelenamento causato da arsenico o mercurio di produzione industriale.
Più importante, le credenze Fine dei Tempi rendono questi problemi del tutto ininfluenti. La fede nell’imminente ritorno di Cristo causa nei fedeli un interesse esclusivo per i risultati politico-teologici di breve termine, non per le soluzioni di lungo periodo. Sfortunatamente, quasi tutte le questioni ambientali, dalla conservazione delle specie in pericolo al contenimento del cambio climatico, richiedono fiducia e impegno per un mondo che continua. E sinora, nessun tipo di prova scientifica si è rivelato in grado di scuotere i credenti dalla propria fede, o di portarli verso la causa della salvezza ambientale.
”È come se metà di questa nazione volesse guidare la nave dello stato con la bussola: una bussola che funziona attraverso la scienza, la razionalità, il buon senso empirico” ha punzecchiato l’attore Bill Maher al Larry King Live. “E l’altra metà voglia farlo uccidendo un pollo e leggendo le viscere, come facevano ai tempi del vecchio Impero Romano”.
Chi dubita degli effettivi pericoli di questo tipo di politica basata sulla fede, deve solo ricordarsi i dirottatori dell’11 settembre, che devotamente credevano ci fossero settantadue vergini dagli occhi neri ad aspettarli, come ricompensa, in paradiso.
Nel passato, non era ritenuto politicamente corretto far domande approfondite sulle convinzioni religiose intime di un legislatore. Ma nel momento in cui queste convinzioni giocano un ruolo cruciale nel formare le politiche pubbliche, diventa necessario che il pubblico le conosca e le capisca. Può apparire sorprendente, ma la grande domanda che non è stata posta, e che deve invece essere fatta, ai 231 parlamentari USA sostenuti dalla destra cristiana, e allo stesso Presidente Bush, non riguarda le cosucce sulle pressioni religiose ai candidati nel recente dibattito presidenziale. Riguarda invece pesanti e specifiche questioni sui particolari, di questa fede: credete che ci troviamo alla Fine dei Tempi? Le politiche governative che sostenete, si basano sulla vostra fede nell’imminente Secondo Avvento di Cristo? Non è esagerato affermare che il destino del nostro pianeta dipende dal nostro porre tali domande, e dalla nostra capacità di ridefinire le nostre strategie ambientali alla luce delle risposte.
Molti anni fa, un mio amico mi presentò i suoi “nonni religiosi” che, ogni volta veniva loro domandato qualcosa sul futuro, proclamavano “sta arrivando l’Armageddon!”. E ci credevano. Cristo poteva tornare da un giorno all’altro, e di conseguenza loro non si preoccupavano di ridipingere o rifare il tetto alla casa. A cosa sarebbe servito? Anno dopo anno, sono tornato in quel posto a guardare gli strati di vernice pelarsi, le tavole di legno scoperte invecchiare, davanzali e tetto marcire. Alla fine la casa cadde in rovina e fu necessario abbatterla, lasciando per strada i nonni del mio amico.
In qualche modo, le loro previsioni si sono dimostrate esatte. Ma questa umile apocalisse, una casa che crolla su se stessa, non era opera di Dio, ma dell’uomo. È una parabola dedicata ai 231 parlamentari sostenuti dalla destra religiosa del 108° Congresso. Le loro convinzioni sostenute istituzionalmente possono portare all’auto-inveramento della peggiore e più distruttiva profezia mai annunciata di tutti i tempi.

Nota: qui il link al testo originale su Grist Magazine; qui invece i numerosissimi,vari e vivaci commenti sulla medesima rivista, il 22 gennaio, che questo acuto e provocatorio articolo ha suscitato fra credenti e non. Anche un articolo proposto da Eddyburg tempo fa, proponeva gli stessi temi (f.b.).

 http://www.filosofia.it/pagine/argomenti/america_versus_america/Lind.htm

Micromega/Filosofia.it


America versus America


Una tragedia degli errori (Neocon e vecchie menzogne)

di Michael Lind

(Articolo di Lind in inglese)

Un’ideologia politica può fallire nel mondo reale solo un certo numero di volte prima di essere del tutto screditata. E da almeno vent’anni i neocon hanno torto su ogni questione di politica estera (Iraq incluso), come qui dimostra, analizzandone errori e menzogne, l’ex executive editor di uno dei maggiori periodici neocon.

Una decina d’anni fa inventai un gioco insieme a un mio collega che, come me, un tempo aveva lavorato per Irving Kristol. Lo chiamammo bingo neoconservatore. L’idea era di disporre in diverse combinazioni i cliché dei discorsi neoconservatori sulle cartelle del bingo: «L’unica superpotenza mondiale»; «La nuova classe»; «La minaccia cinese»; «L’Europa decadente»; «Contro l’Onu»; «La adversary culture (1)»; «La rivoluzione democratica globale»; «Abbasso gli appeasement!»; «Risoluti come Churchill». Nello spazio libero al centro della cartella avremmo messo la scritta «Il popolo palestinese non esiste» (che oggi sarebbe «No allo Stato palestinese» oppure «Tutti i palestinesi sono terroristi»). Il giocatore, mentre leggeva un saggio o un libro scritto da un neoconservatore, avrebbe spuntato gli slogan sulla cartella del bingo man mano che li ritrovava.
Non abbiamo mai stampato le cartelle del nostro bingo neoconservatore. Ma il manifesto neoconservatore di David Frum e Richard Perle, An End to Evil (2) che non è tanto una discussione coerente quanto una collezione di argomenti a favore, può servire allo stesso scopo. Le Nazioni Unite «hanno screditato e tradito» il sogno della pace mondiale. La minaccia cinese: «Quando finalmente la Corea si riunificherà, le democrazie mondiali acquisiranno più forza nei confronti di una Cina aggressiva e antidemocratica, nel caso in cui la Cina dovesse evolversi in tal senso». Nel libro ci sono anche i fautori dell’appeasement alla Neville Chamberlain e il tema dell’Europa decadente: «Agli americani, [i dubbi dell’Europa sull’invasione dell’Iraq] sono sembrati una forma di appeasement. Ma sarebbe un grave errore attribuire l’appeasement europeo alla codardia, o perlomeno soltanto a quello». Ci sono gli inevitabili riferimenti a Churchill – un capitolo si intitola «End of the Beginning» [«La fine dell’inizio»] – e poi c’è questo: «Non smetteremo mai di sperare nel sostegno del mondo civile. Ma se non lo avremo, cosa che potrebbe accadere, allora dovremo dire, come il valoroso e solitario soldato inglese di una famosa vignetta di David Low del 1940: “Benissimo, farò da solo”».
Paradossalmente, Perle e Frum pubblicarono quel manifesto dell’ambiziosa strategia neoconservatrice proprio nel momento in cui molti dei loro colleghi scrivevano che il neoconservatorismo non esiste, e che i neocon non hanno alcuna influenza sulla politica estera americana. Fino all’estate del 2003, i neoconservatori sostennero orgogliosamente la loro causa contro gli avversari di sinistra e le correnti di destra (realisti, paleoconservatori e libertarians) che nutrivano dubbi sulla decisione di invadere l’Iraq. Quell’estate, tuttavia, l’invasione dell’Iraq – progettata dieci anni prima e portata avanti per lo più da eminenti esperti di politica estera neoconservatori, come Paul Wolfowitz e Douglas Feith del Pentagono di Bush – andò malissimo. Mentre scrivo, la seconda, inutile guerra in Iraq ha già mietuto più vittime fra i soldati statunitensi di qualunque altra impresa militare americana dai tempi del Vietnam, per non parlare delle migliaia di iracheni rimasti uccisi o mutilati (il Pentagono di Bush non si prende la briga di contare le vittime irachene). Mentre l’entità della sconfitta diventava sempre più evidente, i neoconservatori cominciarono improvvisamente a riconoscere la propria inesistenza. Da quando Stalin ordinò al Partito comunista americano di entrare in clandestinità, non era più successo che una corrente politica americana fingesse di scomparire pubblicamente in questo modo.
David Brooks ha recentemente affermato sul New York Times che solo i «mentecatti» possono credere che organizzazioni neoconservatrici come il Project for the New American Century (Pnac) influenzino in qualche modo la politica dell’amministrazione Bush, perché il Pnac «ha uno staff di cinque persone e pubblica relazioni sulla politica estera». Ma il Pnac non divulga le idee del proprio staff, di segretarie e stagisti, ma quelle di potenti membri dell’amministrazione come Paul Wolfowitz, Dick Cheney e Donald Rumsfeld, proprio come il Committee on the Present Danger diffondeva le idee di Paul Nitze e Gene Rostow, che in qualità di funzionari governativi dovevano usare una certa cautela nell’esprimere le loro opinioni in pubblico.
«A dire il vero», proseguiva Brooks, «i cosiddetti neocon [...] frequentano cerchie molto diverse e non hanno molti contatti gli uni con gli altri». A dire il vero – parafrasando Brooks – tra i firmatari delle lettere del Pnac vi sono Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Perle e Robert Kagan. Il presidente del Pnac è William Kristol, che è anche direttore del Weekly Standard – giornale su cui scrive Brooks – e figlio di Irving Kristol, che a sua volta è il fondatore di The Public Interest, l’ex editore di The National Interest, l’autore di un libro intitolato Neoconservatism: The Autobiography of an Idea, e il marito della storica neoconservatrice Gertrude Himmelfarb, madre di William. Norman Podhoretz, l’ex direttore di Commentary, è il padre di John Podhoretz, redattore e columnist neoconservatore che ha lavorato per il Washington Times del reverendo Moon e per il New York Post di Rupert Murdoch, il quale possiede anche il Weekly Standard e Fox Television. Norman è il suocero di Elliott Abrams, ex protagonista dello scandalo Iran-Contra, ex capo del neoconservatore Ethics and Public Policy Center e direttore degli Affari del Vicino Oriente al Consiglio di sicurezza nazionale. La suocera di Elliott e moglie di Norman, Midge Decter, che come molti anziani neocon è una veterana del vecchio Committee on the Present Danger, ha recentemente ricevuto una medaglia National Humanities dopo aver pubblicato un’ossequiosa biografia di Rumsfeld, i cui numero due e numero tre al Pentagono, rispettivamente Wolfowitz e Feith, sono anch’essi veterani del Committee on the Present Danger nonché del Team B, il gruppo consultivo di intelligence che sopravvalutò grossolanamente la potenza militare sovietica negli anni Settanta e Ottanta. Perle, membro (ed ex presidente) del Defense Policy Board del Pentagono, fa parte dell’American Enterprise Institute e del consiglio d’amministrazione della Hollinger International, un gruppo editoriale di destra (che comprende giornali come il Jerusalem Post e il Daily Telegraph) controllato da Conrad Black, il presidente del comitato editoriale di The National Interest, che Black in parte sovvenziona tramite il Nixon Center. Nel 1996, Perle e Feith – entrambi alleati del Pnac – collaborarono alla stesura di una relazione intitolata A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm [Un taglio netto: una nuova strategia per rafforzare il dominio], per conto del primo ministro della destra israeliana Benjamin Netanyahu. Perle, Feith e gli altri autori americani e israeliani della relazione invitavano Israele ad abbandonare gli Accordi di Oslo e a ristabilire la legge marziale nei territori palestinesi molto prima dell’inizio della seconda intifada. La scrittura a quattro mani è una pratica comune fra i neocon: Brooks e Kristol, Kristol e Kagan, Frum e Perle.
Questi sono i personaggi che, secondo David Brooks, «non hanno molti contatti gli uni con gli altri».
Secondo Brooks, «A sentire la descrizione di questa gente [i presunti teorici della cospirazione], il Pnac è una specie di Commissione trilaterale yiddish, il punto di collegamento dei lunghi tentacoli dei neocon». Brooks scrive che «con sta per “conservatore” e neo sta per “ebreo”». Con questa osservazione maligna, Brooks si unisce a Jonah Goldberg, Joshua Muravchik, Joel Mowbray, Robert J. Lieber e altri scrittori neoconservatori nell’accusare tutti quelli che criticano il governo Likud israeliano e i suoi sostenitori neocon di usare la parola «neoconservatore» come sinonimo di «ebreo». Tra coloro che nell’ultimo anno si sono sentiti rivolgere questo genere di calunnia da parte dei neocon vi sono Chris Matthews, William Pfaff, Eric Alterman, Joshua Micah Marshall, il generale Anthony Zinni e il sottoscritto. Quando io, che discendo in parte da immigrati ebrei, denunciai le teorie cospiratorie antisemitiche di Pat Robertson nel 1995, Norman Podhoretz condannò me, e non Robertson, sostenendo che, pur essendo obiettivamente antisemita, Robertson poteva essere perdonato per il suo sostegno cristiano-sionista allo Stato di Israele, secondo un’analogia con la norma rabbinica del batel beshishim, che regola il grado di impurità accettabile nel pane kosher. Il libello più odioso di questa campagna odiosa venne scritto da Mowbray: «La settimana scorsa, parlando della guerra in Iraq sul Washington Post, l’ex generale Anthony Zinni ha scelto la strada intrapresa da tanti antisemiti: ha incolpato gli ebrei. [...] Tecnicamente, l’ex capo del comando centrale delle forze Usa in Medio Oriente non ha detto “ebrei”. Ha usato invece un termine attualmente molto in voga tra gli antisemiti: “neoconservatori”». In An End to Evil, Perle e Frum – spontaneamente, si può solo presumere, visto che i neocon «non hanno molti contatti gli uni con gli altri» – recitano la nuova linea del partito: «Soprattutto, il mito neoconservatore fornisce agli europei e ai liberal un utile eufemismo per esprimere la loro ostilità nei confronti di Israele».
È vero, purtroppo, che alcuni giornalisti tendono a usare il termine «neoconservatore» per riferirsi soltanto ai neoconservatori ebrei, pratica che li costringe a inventare categorie come «conservatore nazionalista» o «conservatore occidentale» per Rumsfeld e Cheney. Ma il neoconservatorismo è un’ideologia, come il paleoconservatorismo e il libertarismo, e Rumsfeld, Dick e Lynne Cheney sono neocon a pieno titolo, distinti dai paleocon e dai libertarians, anche se non sono ebrei e non sono mai stati liberal o di sinistra. Inoltre, cosa ancora più importante, i neocon ebrei non parlano per la maggioranza degli ebrei americani. Secondo l’Annual Survey of American Jewish Opinion, pubblicato nel 2003 dall’American Jewish Committee, il 54 per cento degli ebrei americani interpellati era contrario alla guerra in Iraq, mentre solo il 43 per cento si dichiarava favorevole, e gli ebrei americani disapprovavano i metodi adottati da Bush nella campagna contro il terrorismo con un margine di 54-41.
Il neoconservatorismo – termine coniato da Michael Harrington – nacque negli anni Settanta come movimento di liberal e socialdemocratici antisovietici nella tradizione di Truman, Kennedy, Johnson, Humphrey e Henry («Scoop») Jackson, molti dei quali preferivano chiamarsi «paleoliberal». Il movimento, pur comprendendo anche un’ala pro Israele, aveva come obiettivi principali il confronto con il blocco sovietico all’estero e la difesa del liberalismo del New Deal e dell’integrazionismo liberal contro i rivali di sinistra in patria. Con la fine della guerra fredda e la supremazia del Democratic Leadership Council, molti «paleoliberal» si spostarono verso il centro democratico. Daniel Patrick Moynihan, di cui un tempo si parlava come di un possibile candidato presidenziale neoconservatore, si staccò dal movimento negli anni Ottanta a causa del crescente disprezzo nei confronti del diritto internazionale e della sopravvalutazione della minaccia sovietica. I neocon di oggi sono quel che resta dell’originale e più ampia coalizione neoconservatrice.
Nondimeno, le origini di sinistra della loro ideologia sono ancora evidenti. Il fatto che quasi tutti i neocon più giovani non siano mai stati di sinistra è irrilevante: sono comunque gli eredi intellettuali (e, nel caso di William Kristol e John Podhoretz, gli eredi in senso letterale) di uomini che un tempo lo sono stati. L’idea che gli Stati Uniti e altre società simili siano dominate da una «nuova classe» decadente e post-borghese è stata sviluppata da pensatori di tradizione trotzkista come James Burnham e Max Schachtman, che influenzarono la precedente generazione di neoconservatori. Il concetto di «rivoluzione democratica globale» ha origine in quello di rivoluzione permanente sostenuto dalla Quarta internazionale trotzkista. La forma di determinismo economico secondo cui la democrazia liberale è un epifenomeno del capitalismo, promossa da neoconservatori come Michael Novak, non è altro che una variante del marxismo nella quale gli imprenditori vengono sostituiti ai proletari come soggetti eroici della storia.
Il movimento neoconservatore riprende non solo l’ideologia, ma anche la struttura organizzativa della sinistra liberal. Il Pnac è modellato sul Committee on the Present Danger, che a sua volta era modellato sul Congress for Cultural Freedom, un network del centro-sinistra anticomunista, sovvenzionato dalla Cia, che tra gli anni Quaranta e Sessanta cercava di opporsi ai gruppi del fronte culturale internazionale stalinista. Molti dei primi neocon sono veterani del Ccf, compreso Irving Kristol, che insieme a Stephen Spender dirigeva Encounter, la rivista del movimento finanziata dalla Cia. I modelli socialdemocratici europei ispirarono il National Endowment for Democracy, organizzazione che rappresenta la quintessenza del neoconservatorismo.
Insieme ad altre tradizioni emerse dalla sinistra antistalinista, il neoconservatorismo ha attratto molti intellettuali e attivisti ebrei, ma non per questo lo si può definire un movimento ebraico. Come altre scuole della sinistra, il neoconservatorismo ha reclutato i propri seguaci in diversi «vivai», compresi i cattolici liberal (William Bennett e Michael Novak cominciarono nella sinistra cattolica), i populisti, i socialisti e i liberal del New Deal del Sud e del Sud-Ovest (il gruppo da cui siamo usciti io, Jeane Kirkpatrick e James Woolsey). All’interno del movimento neoconservatore c’erano, allora come oggi, pochissimi mandarini wasp del Nord-Est, per la stessa ragione per cui ce n’erano pochi anche nella vecchia sinistra americana, che tendeva a rispecchiare la coalizione di outsider etnici e regionali tipica del New Deal.
Con l’eccezione della strategia mediorientale – argomento su cui tornerò in seguito – non c’è nulla di particolarmente «ebraico» nelle opinioni dei neocon sulla politica estera. Anche se l’esempio di Israele ha indotto i neoconservatori americani ad accogliere tattiche come la guerra preventiva e gli «omicidi mirati», la strategia globale dei neocon odierni si basa innanzitutto sul retaggio dell’anti-comunismo della guerra fredda. L’ostilità neoconservatrice nei confronti dell’Onu, troppo spesso spiegata esclusivamente con la condanna di Israele da parte delle Nazioni Unite, è un residuo degli anni Settanta e Ottanta, quando l’Assemblea generale era dominata da un’alleanza antiamericana formata dai paesi del blocco sovietico e dalle autocrazie del Terzo Mondo. L’idea che gli Stati Uniti stiano «combattendo la quarta guerra mondiale» – sostenuta da Elliot Cohen, James Woolsey e Norman Podhoretz – è un riflesso da veterani della guerra fredda in pensione, così come lo sono i paralleli fra islam militante e totalitarismo secolare e il tentativo di vedere la Cina o la Russia post-comunista come minacce paragonabili all’Unione Sovietica o alla Germania nazista.
Il pensiero neoconservatore è stato influenzato non solo dalla storia della guerra fredda americana, ma anche dall’esperienza britannica del XX secolo. Ciò non è strano come potrebbe sembrare. La Gran Bretagna è stata la maggiore potenza mondiale fino a poche generazioni fa; molti neocon sono emigrati in età adulta dal Commonwealth britannico, come Charles Krauthammer e David Frum, ex sudditi canadesi di Sua Maestà; e molti pensatori neoconservatori imitano Lionel Trilling (che Irving Kristol ha citato, insieme a Leo Strauss, come una delle principali fonti del suo pensiero) nel rifarsi alla cultura britannica per spiegare la società americana. Secondo i neocon, la Gran Bretagna, prima società industriale moderna, raggiunse il successo grazie a una combinazione di spietatezza imperiale, capitalismo borghese (e non manageriale) e virtù vittoriana. La forza britannica, tuttavia, venne tragicamente indebolita dall’interno dagli elitisti post-borghesi di Bloomsbury, che sfidarono i valori vittoriani proprio mentre l’etica del lavoro veniva erosa dal welfare State, e di conseguenza la Gran Bretagna si ritrovò moralmente e materialmente impreparata a combattere il totalitarismo fascista. L’uomo più importante del XX secolo, a giudicare dalla frequenza con cui viene citato dai neocon, non fu Franklin Roosevelt, bensì Winston Churchill, il fautore dei valori vittoriani.
Secondo l’ideologia neoconservatrice, gli Stati Uniti stanno ripetendo l’esperienza vissuta dalla Gran Bretagna tre quarti di secolo fa. Osama bin Laden (oppure Saddam, la leadership cinese, Yasser Arafat) è il nuovo Hitler. Bush è il nuovo Churchill, come Reagan prima di lui. I repubblicani moderati e i realisti conservatori, così come i democratici liberal, sono i nuovi Neville Chamberlain. I fondamentalisti protestanti appartenenti alla classe operaia del Sud rurale e suburbano sono equiparati ai protestanti dissenzienti borghesi dell’Inghilterra vittoriana. L’università americana è la nuova Bloomsbury, piena di liberal decadenti e di pensatori di sinistra che abbattono il morale dei giovani americani, che secondo molti neoconservatori dovrebbero essere arruolati e mandati a combattere una serie di guerre all’estero per promuovere la democrazia. Quattro anni fa, Donald Kagan e Frederick Kagan (rispettivamente padre e fratello di Robert Kagan) pubblicarono un libro intitolato While America Sleeps, in cui confrontavano gli Stati Uniti con la Gran Betagna della fine degli anni Trenta. I neocon credono che l’America sia l’Inghilterra di Churchill e Chamberlain, e che stiamo ancora vivendo nel 1939.
Qualcosa di simile a ciò che Vivian De Sola Pinto scrisse su Kipling in Crisis in English Poetry (1968) si potrebbe dire oggi di un ammiratore di Kipling come Max Boot e della maggior parte dei neoconservatori imperialisti odierni: «Non c’era alcun problema irlandese o sudafricano, ma solo ribelli e traditori; non c’era alcun problema estetico, ma solo fannulloni e mascalzoni come il figlio di Sir Anthony Gloster, che studiò allo “Harrer an’ Trinity College” e “si rimbecillì con libri e quadri”, e Tomlinson, che aveva commesso peccati esclusivamente letterari; non c’era alcun problema di guerra e pace, solo sciocchi liberali e pacifisti sentimentali o disonesti. Il mondo aveva bisogno soltanto di maggior disciplina, obbedienza e lealtà, e soprattutto del paternalistico impero britannico, con i suoi amministratori disinteressati ed efficienti e il suo eccellente esercito forgiato da perfetti sottufficiali».
Nonostante le sue eccentricità, come la nostalgia poco americana per l’imperialismo britannico, il neoconservatorismo, come paleoconservatori e libertarians non si stancano mai di ripetere, è un movimento che condivide alcuni valori della sinistra centrista. Quando Richard Perle esige maggiori diritti per le donne dei paesi musulmani, quando David Brooks si pronuncia a favore dei matrimoni gay, e quando il Weekly Standard denuncia il razzismo dei neoconfederati, non c’è motivo di mettere in dubbio la loro sincerità. E non si può nemmeno dire che Irving Kristol sia in malafede quando dice che il welfare State non tramonterà mai. L’elitarismo straussiano non è incompatibile con le credenziali di sinistra dei neocon. Molti movimenti liberal e democratici hanno nutrito dubbi sulla capacità della maggioranza di autogovernarsi, e hanno riposto le loro speranze in qualche sorta di élite illuminata – l’aristocrazia naturale di Jefferson, i tecnocrati dei progressisti americani, l’intellighenzia d’avanguardia dei marxisti-leninisti. Anche l’imperialismo era compatibile con un certo messianismo liberal. Fino al sorgere dei movimenti di liberazione nazionale del Terzo Mondo, alcuni dei più fedeli sostenitori dell’impero erano liberal, come i fabiani inglesi e i progressisti americani. Perfino Marx era disposto ad ammettere che paesi sottosviluppati come l’India potessero trarre beneficio dalla tutela imperiale.
L’influenza del marxismo è particolarmente evidente nel concetto neoconservatore di patriottismo. Sul Weekly Standard del 25 agosto 2003, Kristol pubblicò un saggio intitolato The Neoconservative Persuasion (evidentemente Kristol, «il padrino del neoconservatorismo», non era stato informato della nuova linea del partito che nega l’esistenza del neoconservatorismo). Fra quelle che Kristol chiama «le seguenti “tesi” (come direbbe un marxista)» c’è l’affermazione che «le grandi nazioni che hanno un’identità di tipo ideologico, come l’Unione Sovietica di ieri e gli Stati Uniti di oggi, hanno inevitabilmente interessi ideologici in aggiunta a preoccupazioni più materiali. Escludendo eventi straordinari, gli Stati Uniti si sentiranno sempre obbligati a difendere, se possibile, una nazione democratica attaccata da forze non democratiche, esterne o interne». Perciò gli Stati Uniti dovrebbero «difendere Israele oggi. [...] Non sono necessari complicati calcoli geopolitici di interesse nazionale» (un’affermazione piuttosto strana da parte dell’ex editore di una rivista intitolata The National Interest, della quale io stesso sono stato caporedattore dal 1991 al 1994). Mettiamo da parte per ora la questione di Israele, e chiediamoci quanti americani pensino al loro paese come a una versione dell’Urss con un’ideologia ufficiale basata sulla democrazia liberale invece che sul marxismo-leninismo: probabilmente pochissimi, e altrettanto si può dire di coloro che pensano alla politica estera americana in termini di «“tesi” (come direbbe un marxista)».
Pochi anni prima, sul Wall Street Journal, il figlio di Irving, William Kristol, fu coautore insieme a David Brooks di un analogo appello per un «conservatorismo della grandezza nazionale», in cui il patriottismo americano veniva svuotato di ogni contenuto a eccezione delle crociate militari a sostegno della democrazia all’estero. William Kristol e Max Boot adottano la «parola proibita» – impero – mentre Frum e Perle la rinnegano. Ma se la nazione assume valore solo come ospite o portatrice di un’ideologia potenzialmente universale, che deve essere diffusa all’estero con la forza delle armi e il rovesciamento dei governi, allora la distinzione fra «grandezza nazionale» e «imperialismo» scompare – nel caso del neoconservatorismo americano così come nei casi paragonabili del comunismo sovietico e del liberalismo napoleonico. Questo tipo di messianismo secolare battagliero non ha assolutamente nulla a che vedere con il patriottismo e il nazionalismo convenzionali, neppure nelle loro forme liberal. Molti americani hanno considerato la nostra nazione come un modello per le altre democrazie liberali, ma quasi nessuno la considera una mera piattaforma per una «rivoluzione democratica globale» che deve essere promossa invadendo altre nazioni e armando insurrezioni in paesi stranieri dove «non sono necessari calcoli di interesse nazionale».
La remota influenza della Quarta internazionale trotzkista è evidente, anche se i neocon saccheggiano la storia americana per fornire al loro movimento un passato utilizzabile. Max Boot si definisce un «wilsoniano di ferro», ma nella sua celebrazione dell’imperialismo alla Kipling è difficile vedere qualcosa di Wilson, che considerava il diritto internazionale e le organizzazioni internazionali come l’alternativa a una temuta militarizzazione della società americana, e che sosteneva incondizionatamente lo stesso tipo di autodeterminazione nazionale che viene oggi rivendicato dai palestinesi. William Kristol e David Brooks evocano il nome di Theodore Roosevelt. Ma a differenza del progressismo imperialista di T.R., che sosteneva la conservazione e le riforme a favore dei lavoratori, il lato domestico del «conservatorismo della grandezza nazionale» di Brooks e Kristol è inconsistente, riducendosi per lo più alla proposta che gli Stati Uniti costruiscano più monumenti ai caduti di guerra, forse in previsione dei soldati che verranno uccisi nelle future guerre per promuovere la democrazia.
Come Paul Berman, il maître-penseur dei falchi liberal, molti neocon cercano di reclutare Lincoln nella loro causa. Ma Lincoln si oppose alla guerra contro il Messico e rifiutò l’idea che gli Stati Uniti avessero il diritto di diffondere la democrazia con la forza. Nel 1859 Lincoln ridicolizzò l’idea della «Young America», che era «una grande amica dell’umanità; e la sua brama di terra non è egoistica, ma è semplicemente l’impulso a espandere la superficie della libertà. È assai impaziente di combattere per la liberazione di nazioni e colonie asservite, a patto che siano provviste di terra e che non gradiscano affatto la sua intromissione».
La nuova definizione del patriottismo americano come fanatismo per un’ideologia messianica e battagliera è compatibile con una mancanza di rispetto per le effettive istituzioni americane, che, se provenisse da politici di sinistra o liberal, verrebbe denunciata come antiamericana dagli arbitri neoconservatori del patriottismo americano, come Frum, un canadese che si è preoccupato di diventare cittadino americano solo dopo aver lavorato nella Casa Bianca di Bush. La maggior parte dei professionisti di carriera nelle agenzie di sicurezza nazionale – l’esercito, la comunità dell’intelligence e il servizio diplomatico – si oppongono all’ambiziosa strategia di Bush e dei suoi collaboratori neocon. È logico, dunque, che Perle e Frum vogliano sostituire i funzionari ereditati dalle precedenti amministrazioni con altri fedeli al presidente. Ecco cosa scrivono sulla comunità dell’intelligence: «Forse è giunto il momento di riunire tutti questi combattenti segreti in un’unica struttura paramilitare che in ultima analisi risponda al segretario alla Difesa» – e naturalmente al vicesegretario alla Difesa Wolfowitz e al sottosegretario alla Difesa Feith. Se le agenzie di intelligence fossero già subordinate ai civili del Pentagono, Wolfowitz e Feith non avrebbero dovuto aggirare la Cia e il Dipartimento di Stato creando una nuova agenzia, l’Office of Special Plans, che ha distorto i dati affinché suffragassero la linea politica dei neocon. Mentre i nuovi funzionari neoconservatori del Pentagono riportano all’ordine la comunità dell’intelligence, altri colonizzeranno il servizio diplomatico. Perle e Frum, due ex funzionari di nomina politica, scrivono: «La prossima mossa sarà quella di aumentare drasticamente il numero di nomine politiche nel Dipartimento di Stato e ampliare il loro ruolo».
Il livellamento ideologico si estenderà all’esercito Usa. I neocon, che per la maggior parte non sono mai stati sotto le armi, nascondono a stento il loro disprezzo per i soldati americani; Frum e Perle scrivono della «mano morta della tradizione militare». (Il tenente generale William Boykin, che come molti dei sostenitori americani di Ariel Sharon è un fondamentalista cristiano, viene considerato accettabile, ed è stato introdotto nell’ufficio del segretario alla Difesa per lavorare accanto ai civili Rumsfeld, Wolfowitz e Feith). I militari di carriera, che spesso rappresentano un ostacolo per i piani ambiziosi dei neoconservatori, devono essere trasformati, secondo Perle e Frum, in uno strumento per le guerre preventive: «Avremo bisogno di stanare un campo di terroristi in qualche remoto villaggio dell’Indonesia? O di fare un’incursione in Siria per recuperare o eliminare armi di distruzione di massa custodite per conto di Saddam Hussein? O di assestare un colpo decisivo a un impianto nordcoreano in procinto di produrre armi nucleari per un gruppo terrorista?». Azioni giustificate, abbiamo motivo di temere, sulla base di dati falsificati dai nuovi funzionari neoconservatori della comunità d’intelligence americana.
Le nuove forze armate americane avranno molto da fare, se tutto andrà secondo i piani di Perle e Frum. Nel corso di An End to Evil, i due autori chiedono che vengano deposti i governi di Iran e Siria, che l’Arabia Saudita venga trattata come una nazione nemica, che la Corea del Nord venga stretta d’assedio – oh, e non dimentichiamo, la Francia è un avversario, insieme «al suo pesce pilota, il Belgio». Abbasso il Belgio, pesce pilota della Francia! è la nuova appendice alla litania del neoconservatorismo.
Se dobbiamo credere a Frum e Perle, gli Usa dovranno compiere parecchie invasioni e appoggiare parecchie rivoluzioni per portare la democrazia ai paesi che ne sono privi: «Nel luglio 2003, Kofi Annan affermò che la democrazia non può essere imposta con la forza. Ma davvero?». Annan è uno storico migliore di quanto non lo siano Perle e Frum. Il passato non si può negare: la maggior parte delle transizioni democratiche verificatesi negli ultimi due secoli non hanno avuto nulla a che fare con l’intervento o la pressione militare di un paese straniero, mentre la maggior parte degli interventi militari Usa all’estero non si sono lasciati alle spalle una democrazia, bensì una dittatura. I due casi che i neocon citano continuamente, la Germania e il Giappone, sono tra i pochi in cui la democrazia è stata restaurata (e non creata dal nulla) come risultato dell’invasione americana. Il blocco sovietico si è democratizzato dall’interno negli anni Novanta, anche se gli Stati Uniti non hanno bombardato Mosca, non hanno imposto un governatore militare ai polacchi e non hanno rinchiuso ex funzionari comunisti ungheresi in un campo di prigionia senza nessun capo d’accusa. In America Latina, il Messico è diventato una democrazia multipartitica invece di una dittatura a partito unico senza che i marines americani si facessero fotografare nel palazzo presidenziale di Città del Messico, e i soldati americani non hanno dovuto uccidere decine di migliaia di argentini, cileni e brasiliani perché la democrazia attecchisse in quei paesi.
È auspicabile che in Iraq i soldati americani si lascino alle spalle una democrazia funzionante, invece delle autocrazie e cleptocrazie disfunzionali che furono lo strascico delle occupazioni militari americane nelle Filippine, a Cuba, in Nicaragua, ad Haiti e in Messico. Ma è probabile che, se e quando la democrazia liberale arriverà nel mondo musulmano in generale e in quello arabo in particolare, la transizione graduale e in gran parte pacifica ricorderà quelle dell’Europa sovietica e dell’America Latina, e non sarà il risultato dell’azione militare o dell’intimidazione americana. I neocon – e i falchi umanitari di sinistra – non hanno semplicemente capito quale sia il modo migliore per diffondere la democrazia.
La strategia globale dei neocon non è di tipo etnico, quindi, bensì ideologico: una crociata in nome della democrazia. Ma i neoconservatori che sostengono l’illiberale partito Likud israeliano, e gli alleati americani del Likud, i sionisti cristiani protestanti della destra religiosa del Sud, contraddicono i loro stessi principî.
L’ideologia neoconservatrice, in teoria, è più compatibile con il post-sionismo israeliano che con le forme di nazionalismo etnico dei sionisti laburisti e dei sionisti revisionisti. I neocon condannano l’idea «paleoconservatrice» secondo cui la cittadinanza americana deve essere fondata sulla razza (caucasica) o sulla religione (cristiana), e tuttavia difendono gli statisti e i pensatori israeliani fautori di un nazionalismo «di sangue e suolo» ancora più illiberale del «buchananismo» (3) condannato dai neocon nel contesto americano.
Sulle pagine del Weekly Standard, David Brooks ha sorprendentemente sostenuto che gli Stati Uniti, una democrazia liberale lockiana, devono difendere Israele, un’altra democrazia liberale lockiana, contro l’illiberale nazionalismo palestinese. L’idea che l’identità israeliana non abbia nulla a che vedere con il nazionalismo «di sangue e suolo» potrebbe rincuorare i post-sionisti fautori di Israele come «Stato di tutti i suoi cittadini» (per non parlare del milione di cittadini israeliani palestinesi), ma sarà una novità per i sionisti laburisti, così come per il Likud, il National Religious Party e lo Shas nella coalizione di governo di Sharon.
Douglas Feith, a differenza di Brooks, non mente sulla natura del nazionalismo israeliano. In un discorso pronunciato a Gerusalemme nel 1997, intitolato Riflessioni su liberalismo, democrazia e sionismo, Feith, che all’epoca non era ancora diventato il terzo funzionario più potente del Pentagono, condannò «quegli israeliani» che «sostengono che Israele, come l’America, non dovrebbe essere uno Stato etnico – uno Stato ebraico – ma uno “Stato dei suoi cittadini”». Feith sosteneva che «nel mondo c’è posto per le nazioni fondate su basi non etniche come per quelle fondate su basi etniche». La teoria di Feith, a differenza di quella di Brooks, permette ai neocon pro Likud di predicare un universalismo postetnico per gli Stati Uniti e un nazionalismo «di sangue e suolo» per Israele. Mentre risolve un problema per il movimento neoconservatore, Feith ne crea altri, legittimando una politica identitaria che i neocon disdegnano: come si può, infatti, giustificare il nazionalismo ebraico etnorazziale e israelocentrico mentre si condanna l’afrocentrismo o la sinistra idea neonazista di una diaspora «ariano-germanica» o «nordica» negli Stati Uniti? Peggio ancora, la teoria di Feith sembra avallare la falsa convinzione degli antisemiti secondo cui gli ebrei sarebbero essenzialmente degli stranieri nelle nazioni in cui sono nati o risiedono. In effetti, secondo l’ideologia jabotinskiana (4) condivisa da Sharon, Netanyahu e molti (non tutti) dei loro alleati neocon, nel mondo esistono solo due tipi di ebrei: gli israeliani e i potenziali israeliani. Molti, se non la maggior parte, degli ebrei americani hanno rifiutato questa concezione illiberale per generazioni.
Una contraddizione che si collega a tutto questo è l’alleanza sempre più stretta fra i neocon e i maggiori sostenitori del Likud nell’elettorato americano, gli ayatollah protestanti della Bible Belt, che hanno indotto Irving Kristol, William Kristol e Norman Podhoretz ad aprire le loro riviste alle invettive della destra religiosa contro il diritto all’aborto, i diritti dei gay, il controllo delle armi da fuoco e – la mia preferita – «il darwinismo». Questa apertura al fondamentalismo cristiano degli Stati del Sud – il contrario di tutto ciò che sosteneva un tempo il neoconservatorismo inteso come «paleoliberalismo» – portò al mio distacco e a quello di molti altri ex neoconservatori. Credevamo di far parte di un movimento liberal antitotalitario, e non di una coalizione di likudnik americani e battisti creazionisti «born again», formata per sostenere la colonizzazione della «Samaria» e della «Giudea» da parte di coloni ebrei di destra.
Il neoconservatorismo – e cioè il paleoliberalismo dei falchi – è stato dirottato dai sostenitori del Likud appartenenti all’elite americana, sia ebrei sia non ebrei, e dai loro alleati cristiani, molto prima che i neocon, forse solo temporaneamente, dirottassero la politica estera americana durante la presidenza del secondo Bush. Posso testimoniare che esistono neoconservatori, anche ebrei, che non condividono questo amore per il Likud, ma se lo ammettessero pubblicamente, la loro carriera nel movimento sarebbe finita.
L’alterazione di un movimento ideologico a causa dei pregiudizi etnici, religiosi o regionali dei suoi leader non è un fatto raro. Non c’era nulla di intrinsecamente cattolico e neppure cristiano, per esempio, nel «movement conservatism» di William F. Buckley Jr, che attrasse molti protestanti, ebrei e laicisti. Ciononostante, la cerchia di Buckley era formata principalmente da cattolici, fra cui il cognato di Buckley, Brent Bozell, un seguace americano del carlismo spagnolo (i carlisti erano la risposta cattolica ai likudnik americani). Proprio come oggi criticare il Likud nuocerebbe alla carriera di un neoconservatore ebreo o non ebreo che non vede perché Israele non dovrebbe essere uno «Stato di tutti i suoi cittadini» come gli Stati Uniti, così negli anni Cinquanta e Sessanta non era una buona idea criticare la Spagna del generale Franco se si era un conservatore della National Review.
Un ex neoconservatore come me non fu sorpreso dal cinismo con cui l’amministrazione Bush mentì al Congresso e al popolo americano, per giustificare un’invasione dell’Iraq pianificata da Wolfowitz e da molti suoi alleati del Pnac diversi anni prima dell’11 settembre 2001. In un’antologia intitolata The Fettered Presidency, pubblicata dall’American Enterprise Institute nel 1989, Irving Kristol scriveva: «Se si presenterà davanti al popolo avvolto nella bandiera americana e farà in modo che il Congresso si avvolga nella bandiera bianca della resa, il presidente vincerà. [...] Il popolo americano non aveva mai sentito parlare di Grenada. Non ne aveva motivo. Il pretesto che utilizzammo per l’intervento militare – il rischio che correvano gli studenti di medicina statunitensi a Grenada – era fittizio, ma la reazione degli americani fu assolutamente favorevole. Non avevano idea di cosa stesse accadendo, ma sostennero il presidente. E lo sosterranno sempre».
Ma si dà troppa importanza alle menzogne dei neocon. L’influenza degli insegnamenti di Leo Strauss sulla necessità per i «filosofi» di nascondere la verità alle masse può essere esagerata. La sicurezza dei neocon di essere nel giusto potrebbe bastare, dal loro punto di vista, a giustificare l’inganno dell’opinione pubblica su questioni come l’inesistente minaccia irachena agli Stati Uniti. I neocon, dopotutto, stanno combattendo la quarta guerra mondiale contro… be’, contro chiunque capiti: quest’anno una Russia rinata, l’anno prossimo la Cina, e l’anno dopo una vaga minaccia «islamica» che in qualche modo comprende baathisti antislamici e palestinesi laici insieme a Osama bin Laden. I neocon vedono se stessi come figure churchilliane, una minoranza eroica che, mentre combatte contro un generico «totalitarismo» di cui l’islam radicale rappresenta la manifestazione più recente, viene ostacolata dai vili sostenitori dell’appeasement all’interno dell’establishment e dai rappresentanti di una decadente «adversary culture» nella «nuova classe» dell’accademia e dei mass media. Molti fra i principali neocon, non ne dubito, volevano sinceramente credere che ci fossero armi di distruzione di massa in Iraq, che le masse irachene avrebbero accolto Ahmad Chalabi come il loro de Gaulle, e che un effetto domino democratico avrebbe portato al potere i laici pro Israele e pro America in Medio Oriente. Ora che i fatti li hanno smentiti, a un costo enorme in termini di vite americane e irachene, i neocon sono disorientati. Invece di ammettere l’errore e assumersi la responsabilità del loro catastrofico fallimento, cercano disperatamente di evitare il biasimo.
Purtroppo per loro, un’ideologia politica può fallire nel mondo reale solo un certo numero di volte prima di risultare del tutto screditata. Da almeno vent’anni, i neocon hanno torto su ogni questione di politica estera. Quando l’Unione Sovietica era in procinto di crollare, i falchi del Team B e del Committee on the Present Danger sostenevano che fosse in procinto di dominare il mondo. Negli anni Novanta sopravvalutarono la potenza e la minaccia della Cina, mettendo di nuovo l’ideologia davanti all’analisi oculata dei militari di carriera e degli esperti dell’intelligence. I neocon erano così ossessionati da Saddam Hussein e Yasser Arafat che trascurarono la crescente minaccia di al-Qaida. Dopo l’11 settembre promossero le inutili panacee della guerra preventiva e della difesa missilistica come soluzione ai problemi dei dirottatori e degli attentatori suicidi.
Dissero che Saddam aveva armi di distruzione di massa. Non era vero. Dissero che era alleato di Osama bin Laden. Non era vero. Predissero che dopo la guerra non ci sarebbe stata alcuna insurrezione in Iraq. Si sbagliavano. Dissero che in Medio Oriente e nel mondo ci sarebbe stata un’ondata di proamericanismo se gli Stati Uniti avessero agito coraggiosamente e unilateralmente. Invece c’è stata un’ondata di antiamericanismo a livello regionale e globale.
David Brooks e i suoi colleghi della stampa neoconservatrice hanno in parte ragione. Non esiste alcuna rete di cervelli cospiratori, solo una rete di cospiratori pasticcioni. Come risultato del loro dilettantismo e della loro incompetenza, i neocon si sono umiliati da soli. Se adesso dichiarano di non essere mai esistiti, be’, non si può certo biasimarli, no?

(traduzione e note di Silvia Pareschi)

note:
(1) «Adversary culture» è una definizione coniata da L. Trilling in Beyond Culture (1965) (ed. it. Al di là della cultura, a cura di G. Fink, Firenze 1980), per indicare la tendenza degli intellettuali di sinistra americani a criticare con esasperata ostilità il proprio paese.
(2) Ed. it. Estirpare il male. Come vincere la guerra contro il terrore, Lindau, 2004.



 

Torna alla pagina principale