Cerchiamo di capire come due entità che dovrebbero essere agli antipodi sono invece legate strettamente a fini di potere. Negli USA gli affari sono affari ed anche la religione si adatta: se non si ricava un utile immediato è inutile credere.
By John Chambers
(April 1, 2005)
http://www.stnews.org/ts-566.htm
Lo studio della Cabala, diventato una vera e propria moda, potrebbe non essere il solo modo di accostarsi alla saggezza dagli antichi testi ebraici. Michael Drosnin, autore del libro “Codice Genesi”, ha annunciato lo scorso novembre la pubblicazione di un terzo libro nella sua serie sulle profezie della Bibbia. E gli studiosi delle profezie bibliche affermano che la recente scoperta di alcuni scritti teologici a cura di Sir Issac Newton, insieme al fondamentale desiderio umano di scoprire le leggi dell’universo, potrebbe rinnovare l’interesse per studi che mirano a decodificare il codice della Bibbia.
Gli studiosi del Vecchio Testamento hanno messo in questione alcune affermazioni di base sul testo: fu Dio a dettare a Mosé la Torah sul Monte Sinai in una serie unica di 304.805 lettere senza interruzione? E’ vero che la Torah non ha subito alcuna modifica da allora? Ed il testo contiene davvero profezie codificate sul futuro dell’uomo?
Nel 1991, tre matematici israeliani, Eliyahu Rips, Doron Witztum e Yoav Rosenberg, cercarono di rispondere a queste domande usando un computer per “filtrare” la Torah (rimuovendo le vocali e gli spazi tra le parole) alla ricerca di parole e frasi segrete. I tre studiosi usarono quello che Rips chiama un programma di “sequenziamentodi lettere equidistanti”: cominciando dalla prima lettera della Genesi, la legarono ad ogni settima lettera, oppure ad ogni diciassettesima lettera o ad ogni tremila e settima lettera o in altre combinazioni, in cerca di risultati significativi. Quando non ottenevano più alcuna combinazione significativa, ricominciavano con la seconda lettera della Genesi. E così via.
Rips, un esperto mondiale nella teoria delle probabilità, implementò il programma per cercare nella Genesi i nomi di noti rabbini che vissero secoli prima che la Torah fosse scritta. Coi suoi colleghi trovò i nomi di 32 rabbini e le loro date di nascita nascoste nel testo della Torah.
Nel 1994, i tre matematici pubblicarono le loro scoperte nella rivista specialistica “Statistical Science”, provocando un acceso dibattito su scala mondiale. Nel 1995, Michael Drosnin, giornalista del Wall Street Journal, lesse l’articolo e si recò in Israele per mettere le mani sul software da loro messo a punto. Nel suo libro, Drosnin scrisse che la Torah conteneva per lo più predizioni comprensibili solo retrospettivamente, come l’assassinio del Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin. Nel 1997, Drosnin pubblicò “Codice Genesi”: un anno dopo il libro era al terzo posto nella classifica dei best seller del The New York Times. Il libro ispirò una sequela di imitatori, competitori, detrattori e di nuovi software per decodificare la Bibbia, e fu seguito da un secondo volume a cura dello stesso Drosnin, “Codice Genesi. Conto alla rovescia”, che ha venduto mezzo milione di copie dal 2002 ad oggi.
L’annuncio di un terzo libro di Drosnin arriva in un momento in cui l’interesse per il codice della Bibbia è ancora intenso. Studi sull’Apocalisse come la serie “Gli esclusi” del Reverendo Tim LaHaye e di Jerry Jenkins, hanno contribuito a stimolare l’interesse nei confronti del codice biblico. Allo stesso tempo, opere critiche come “Who Wrote the Bible Code?” (1999) di Randall Ingermanson, non sono riuscite ad imporsi contro quello che alcuni opinionisti definiscono la preoccupazione di trovare schemi che spieghino l’esistenza, tipica degli entusiasti dei codici della Bibbia.
Nel suo libro, Ingermanson combina elementi della teoria delle probabilità e della teoria delle comunicazioni al fine di determinare se i messaggi “nascosti” nella Torah rappresentano qualcosa di più di ciò che ci si può aspettare di ottenere come risultato delle leggi del caso. La sua conclusione è che il codice della Bibbia non esiste.
Ingermanson, che ha un dottorato in fisica dell’università della California a Berkeley, ha osservato che Dio non avrebbe potuto dettare la Torah a Mosè dal momento che molti degli eventi in essa contenuti, inclusa la morte dello stesso Mosè, accaddero dopo che Mosè scese dalla montagna. Ingermason aggiunge che diversi studiosi suggeriscono che la Torah è il risultato dell’intreccio di diversi documenti ed è stata scritta da devoti ebrei nel corso di secoli. In più, continua Ingermanson, vi sono variazioni significative rispetto all’originale in diverse edizioni moderne della Torah: il codice di Leningrado dell’XI secolo, ad esempio, differisce dalla Torah antica “in 41 lettere soltanto nel Deuteronomio”.
Queste argomentazioni non convincono però ricercatori del codice della Bibbia come Joseph Noah, l’autore di “Future Prospects of the World According to the Bible Code” (Prospettive future del mondo secondo il codice della Bibbia). “I miei studi hanno predetto eventi quasi odierni, come la falsa pace tra Israele e la Palestina nel 2004”, afferma Noah. E aggiunge che le incursioni di Issac Newton nel campo della ricerca sulle profezie bibliche, testimoniate dai documenti editi di recente, lo fanno riflettere. “La natura dei suoi metodi è alquanto aliena al codice della Bibbia”, secondo Noah.
Questi testi di Isaac Newton, pubblicati negli ultimi due anni su internet dal Newton Project, dimostrano che lo scienziato si interessò alla teologia tanto quanto alla fisica, se non di più. I metodi di Newton nel decifrare le profezie bibliche sono totalmente diversi da quelli degli entusiasti del codice della Bibbia di oggi. Stephen Snobelen, direttore del Newton Project, afferma: “Newton credeva in Dio e che la Bibbia fosse una rivelazione di Dio”. Ma Newton non credeva che Dio avesse dettato la Torah a Mosè. Infatti, limitava i suoi sforzi nel decifrare le profezie ai Libri di Daniele e specialmente alla Rivelazione a Giovanni, che credeva dettati direttamente da Dio ai due suddetti profeti.
Snobelen spiega che Newton “era convinto che le sacre profezie della Scrittura non fossero altro che ‘storie di eventi futuri’”. Newton credeva che i Libri profetici contenessero in forma allegorica la storia passata, presente e futura della Cristianità, e che il Libro di Daniele contenesse chiavi nascoste per decodificare tale storia.
Newton non cercò di decifrare questi testi per predire il futuro, anche se finì col predire la fine del mondo nel 2060, spiega Snobelen. Newton voleva piuttosto mostrare che Dio è in controllo della Sua creazione dall’inizio alla fine. Nelle sue “Osservazioni”, Newton scrisse che Dio aveva rivelato le profezie del Vecchio Testamento a Daniele “non per gratificare la curiosità degli uomini consentendo loro di prevedere gli eventi”, ma, al contrario, per dar loro “una prova convincente che il mondo è governato dalla provvidenza” una volta che le profezie si fossero realizzate.
Il metodo di Newton non era basato su combinazioni di lettere e numeri, ma seguiva i metodi di Joseph Mede, un membro del Trinity College Anglican, la cui “Clavis Apocalyptica” del 1627 costituì un nuovo e diverso approccio all’interpretazione delle profezie bibliche. Michael Murrin, professore di religione e letteratura alla Divinity School dell’Università di Chicago, spiega che Newton and Mede credevano che “I profeti condividessero un discorso simbolico comune, simile ad un codice che poteva essere decifrato o a una lingua dimenticata che poteva essere recuperata”. Newton riteneva questo linguaggio simile agli antichi geroglifici egiziani. Lo scienziato saccheggiò scritti di 2000 e 3000 anni fa per studiare come i sogni venivano interpretati nell’antichità mentre, allo stesso tempo, analizzava l’intera Bibbia alla ricerca di altri esempi di metafore e tipologie. Gli scritti di Newton portano nuova acqua al mulino degli attuali entusiasti del codice della Bibbia.
“Gli esseri umani sono animali in cerca di schemi”, afferma Michael Shermer, fondatore della rivista “Skeptic”. Newton credeva che le profezie di Dio — la Bibbia — dovessero riflettere esattamente gli schemi della Sua creazione — l’universo. Perciò Newton non era diverso da noi nel suo bisogno di trovare un ordine semplice nelle cose. “La scienza, dal momento che è condotta da esseri umani, è un sistema di pensiero alla ricerca di schemi”, aggiunge. “Il problema dell’individuazione di schemi corretti diventa complicato quando gli schemi sono carichi di significato religioso”.
John Chambers è direttore di New Paradigm Books e ha scritto numerosi articoli sulla vita e le opere di Newton.
Traduzione di Viviana Mazza
http://www.ecn.org/ponte/documenti/integr.php
A proposito di integralismo: gli USA non scherzano mica...
"Passion" di Mel Gibson non è l'unica espressione
della destra cristiana. L'ultimo libro di due predicatori è un best-seller Usa,
la bibbia degli integralisti horror, fantascienza e profezie.
Quattro americani su dieci si definiscono "cristiani rinati" Come il
presidente Bush E non tutti sono moderati. Da un dialogo tra predicatori in tv:
"Dio ci ha tolto la sua protezione e ha lasciato che i nemici colpissero
l'America. L'abbiamo meritato"San Francisco - L'Anticristo si incarna nel
segretario generale delle Nazioni Unite. Crea un governo unico mondiale, con una
sola religione, e stabilisce la sua capitale globale nella biblica Babilonia (Bagdad).
Sono i segni che l'Apocalisse è vicina e infatti il vero Cristo torna in terra:
non il Gesù torturato di Mel Gibson ma un guerriero furioso che scatena la sua
violenza sacra uccidendo e sventrando gli atei, i miscredenti e i seguaci di
altre religioni. «Uomini donne e soldati sembrano esplodere d'un tratto... le
parole del Signore fanno scoppiare il sangue dalle loro vene, la loro carne si
squaglia, gli occhi liquefatti e le lingue disintegrate». È il finale di «Gloriosa
Apparizione», il romanzo-thriller della destra fondamentalista cristiana che
polverizza i record d'incasso in America. La più grande catena di supermercati,
Wal-Mart, ne ha promosso il lancio distribuendo gratis milioni di anticipazioni
del primo capitolo. Solo per far fronte alla richiesta del pubblico nella prima
settimana di vendite, i librai ne hanno prenotato oltre due milioni di copie, più
di quanto abbiano venduto le memorie di Hillary Clinton in sei mesi.Non è John
Grisham il re dei best-seller, né sono le avventure di Harry Potter la serie di
maggior successo. Le loro vendite impallidiscono di fronte a un genere nuovo,
esploso in un crescendo negli ultimi nove anni: la fantascienza-horror cristiana
ispirata dalle profezie bibliche. Una coppia di autori, Tim LaHaye e Jerry B.
Jenkins, domina questa produzione con la serie Left Behind (Abbandonàti). I
primi undici romanzi hanno venduto più di 40 milioni di copie, il dodicesimo è
«Gloriosa Apparizione» che invade le librerie in questi giorni. Questo
fenomeno di società ha preceduto il caso della «Passione di Cristo» di Mel
Gibson, e ne supera l'importanza: per le dimensioni di massa, per la durata, e
per l'estremismo dei messaggi. I sociologi si interrogano sul significato di
questa attrazione popolare. Vi hanno individuato un risorgere di antiche
superstizioni al passaggio del millennio; una lettura apocalittica dell'11
settembre; ma anche un sintomo che lo «scontro di civiltà» non nasce
necessariamente alla periferia dell'impero, perché le guerre di religione hanno
i loro fautori nel cuore della società americana: la serie Left Behind andava a
ruba già prima dell'attacco alle Torri gemelle.Sulla stampa liberal questo
filone narrativo di serie B è criticato per i suoi contenuti intolleranti,
razzisti, antisemiti e per la crudele violenza delle trame. In quelle storie non
c'è scampo per gli ebrei né per gli atei, condannati allo sterminio da un Dio
assetato di sangue nel giorno del giudizio. Molti teologi denunciano una
pericolosa distorsione delle sacre scritture. Il primo della serie Left Behind
si apre con una descrizione drammatica del Rapimento: è il momento nel quale i
«cristiani rinati» saranno improvvisamente trasportati in Paradiso. Con
un'allusione all'aborto, anche un embrione viene prelevato dal ventre materno
per ascendere in cielo. Joseph Hough, presidente dello Union Theological
Seminary di New York, ha condannato l'insistenza ossessiva sulle sofferenze che
saranno inflitte ai non-credenti, e accusa gli autori di stravolgere la
Rivelazione per dipingere un universo manicheo dove c'è spazio solo per Dio e
il demonio. «È la stessa visione - ha detto il teologo - che appartiene ad
alcuni recenti presidenti degli Stati Uniti, secondo cui c'è il mondo del bene
e il mondo del male. I nemici dell'America diventano i nemici di Dio. È molto
pericoloso perché giustifica comportamenti ispirati all'idea che chi non sta
con te rappresenta le forze del male».LaHaye, 77 anni, faceva il pastore
evangelista in California 40 anni fa quando si unì al predicatore Jerry Falwell
e al suo movimento conservatore della Moral Majority. L'idea di trasformare le
profezie bibliche in romanzi popolari, nello stile di thriller futuristici, lo
ha proiettato verso la fama e la ricchezza. Negli Stati Usa del Sud, lungo
quella fascia geografica che viene chiamata la Bible Belt (la «cintura della
Bibbia») 20mila volontari hanno creato dei club di fan dei suoi libri per
promuoverne la lettura collettiva tra parenti e amici.Dietro il fenomeno
letterario c'è una tendenza profonda: la ri-evangelizzazione degli Stati Uniti.
Mentre nella vecchia Europa la pratica religiosa è in declino, l'80% degli
americani afferma di credere in Dio e il 39% si autodefiniscono born-again
Christians cioè cristiani rinati. Il termine riunisce chiese protestanti che
hanno un punto in comune: i fedeli sono convinti di essere rinati al
cristianesimo perché in età adulta hanno «accettato consapevolmente Gesù
Cristo come il loro Signore e il loro personale Salvatore». L'America ha una
lunga tradizione di predicatori evangelici e nella sua storia ha conosciuto già
tre periodi di potente risveglio della religiosità collettiva. L'ascesa dei
cristiani rinati è considerata come il quarto grande risveglio religioso dopo
quelli che avvennero alla fine del periodo coloniale, poi nel 1820, e ancora
agli albori del Novecento. Il sintomo più noto è il seguito popolare di alcuni
tele-evangelisti dalla personalità carismatica, che sfruttano la potenza dei
mass media - attraverso le prediche televisive - per mobilitare milioni di
persone. La semplificazione dei messaggi, il ricorso a tecniche manipolative per
l'indottrinamento delle folle, o infine il fatto che alcuni di questi
predicatori siano stati protagonisti di truffe finanziarie o scandali sessuali:
tutto ciò induce spesso a liquidare il loro successo come una prova
dell'ingenuità americana. La condanna degli intellettuali laici coincide con
l'ostilità delle chiese tradizionali: preoccupate dalla concorrenza degli
evangelizzatori, le gerarchie ecclesiali cattoliche o protestanti sono severe
contro il fanatismo. Però gli evangelici sono riusciti dove il vecchio
establishment clericale è fallito, hanno invertito la tendenza alla
secolarizzazione e all'abbandono della pratica religiosa nella società più
moderna, opulenta e consumista della storia. Al passaggio fra il secondo e il
terzo millennio il nuovo fondamentalismo cristiano è riuscito a contrastare
perfino il dominio della scienza, come dimostrano le campagne per sradicare
l'insegnamento della teoria evoluzionista nelle scuole.Più volte queste chiese
hanno unito i loro sforzi per dar vita a una vera e propria forza politica: nel
1979 nacque la Moral Majority che sostenne Reagan, nel 1989 si formò la
Christian Coalition. Bush padre, repubblicano laico e moderato, perse le
elezioni del 1992 anche perché le truppe religiose del movimento antiabortista
disertarono in massa le urne; suo figlio si è ripromesso di non commettere più
lo stesso errore, e cavalca la radicalizzazione a destra di queste chiese. Lui
stesso ha più volte raccontato di essersi liberato dall'alcolismo a trent'anni
grazie alla «conversione», e molti dei suoi collaboratori (tra cui il ministro
della Giustizia John Ashcroft) sono dei cristiani rinati come lui.L'11 settembre
2001 ha aperto una nuova fase di visibilità di questi movimenti, in nome della
difesa di un'America cristiana contro l'attacco del fondamentalismo musulmano.
Il predicatore Franklin Graham ha definito l'Islam «una religione malvagia».
Il leader della coalizione delle chiese battiste degli Stati del Sud ha bollato
Maometto come «un pedofilo posseduto dal demonio». I più estremisti hanno
visto nella strage delle Twin Towers un presagio apocalittico, il castigo divino
contro un'America degradata dall'immoralità della sinistra, dal permissivismo
ateista degli anni di Clinton. Un paranoico pamphlet dal titolo «Persecution»,
di David Limbaugh, sostiene che in America i cristiani sarebbero secondo lui «messi
al margine della vita pubblica, privati dei diritti civili, discriminati a causa
del loro credo» mentre i film di Hollywood e la scuola pubblica in mano alla
sinistra «incoraggiano la diffusione della promiscuità e di una sessualità
deviante». Il predicatore Jerry Falwell in un dialogo televisivo con l'altro
leader carismatico Pat Robertson, trasmesso dalla rete tv Christian Broadcasting
Network, ha dichiarato: «Dio ci ha tolto la sua protezione e ha lasciato che i
nemici dell'America ci colpissero perché lo abbiamo meritato. L'American Civil
Liberties Union ha grandi responsabilità, così come i giudici che hanno
cacciato Dio dai luoghi pubblici. Gli abortisti sono tra i colpevoli perché Dio
non si lascia insultare. Quando uccidiamo 40 milioni di innocenti nascituri,
facciamo infuriare Dio. I pagani, gli abortisti, le femministe, i gay e le
lesbiche, tutti coloro che hanno cercato di secolarizzare l'America, io li
accuso: quel che è accaduto l'11 settembre è anche colpa vostra».
http://www.comune.pisa.it/casadonna/htm/integra2.htm
Aspettando il rapimento
di Brian Aitkins
Nel fondamentalismo è difficilissimo separare il programma religioso da quello politico. Come tanto cristianesimo americano, esso è sostanzialmente una specie di 'religione civile', in cui le idee del cristianesimo si sposano ai valori tradizionali americani -in particolare in questo caso, con i valori dei "falchi". Così il fondamentalismo ci presenta una visione che è in parte teologia e in parte ideologia.
Al centro di questa visione si trova la Sacra Parola di Dio, la Bibbia. Fu dettata all'uomo da Dio ed esprime la volontà divina in ogni linea, parola e virgola. La Bibbia è essenzialmente un 'grande codice' che contiene regole e norme precisissime per ogni aspetto della vita. Nella pratica, tuttavia, il fondamentalismo mostra anche venerazione per le leggi della società civile e per le virtù americane tradizionali, come, ad esempio, lavoro, onestà e sobrietà (nel bere, eccetera). In questo modo il gran codice per i fondamentalisti include sia la bibbia sia la legge dello stato. Il messaggio del fondamentalismo è chiaro: se la gente vuole rimanere sicura e pura in un mondo di cambiamenti rapidi e di tentazioni continue, essa deve obbedire scrupolosamente al grande codice.
Il dio fondamentalista è un dio di potere e di giudizio. Egli ama e benedice solo coloro che lo obbediscono ciecamente. Questa teologia di potere è strettamente legata a un'ideologia di potere. Dio ha intrecciato potere e autorità nel tessuto della società. I politici sono incaricati da Dio del governo della società, i mariti sono chiamati a comandare le mogli, i padri i figli, e i capi i loro dipendenti. Per il fondamentalista discutere una qualsiais autorità equivale a mettere in discussione Dio e il suo sistema di potere. La concezione fondamentalista del potere vuole mantenere un ordine sociale che ha dato al maschio adulto un enorme diritto di controllo su donne e bambini.
Il fondamentalismo vede la storia umana come un campo di battaglia. Come Dio lotta con Satana e le sue legioni, così i virtuosi in questo mondo devono ingaggiare battaglia con le forze demoniache. Per il fondamentalismo la forma attuale del diabolico è 'l'umanesimo laico', che il teorico fondamentalista Tim LaHaye descrive come un miscuglio di ateismo, di amoralità, di evoluzionismo e di socialismo globale. Per LaHaye l'umanesimo laico è una religione che ha contaminato ogni aspetto della vita americana. Molti dei tentativi della Nuova Destra per censurare la pornografia, difendere la famiglia nucleare tradizionale, e far insegnare nelle scuole la dottrina 'creazionista' derivano dall'ossessione fondamentalista di dover combatter le forze sinistre incarnate nell'umanesimo laico.
I fondamentalisti danno grande importanza anche a una visione 'pre-millenarista' della storia, divulgata da Hal Lindsey nel suo libro "Il defunto grande pianeta terra" (ha venduto più di 15 milioni di copie). Secondo questa concezione, il ritorno di Gesù è imminente. Ci saranno poi sette anni di grandi tribolazioni (inclusa una probabile guerra nucleare), cui seguiranno mille anni di regno di Cristo. Dio metterà allora fine alla storia umana e Satana sarà sconfitto. Prima della Tribolazione, tuttavia, ci sarà il Rapimento, cioè Gesù porterà i suoi fedeli in cielo risparmiando loro la terribile sofferenza scatenata dalla Tribolazione. Dio allora sterminerà i suoi nemici, inclusi gli avversari degli Stati Uniti. Per Tim LaHaye questa sarà un'immensa soddisfazione. "Davvero aspetto con gioia l'arrivo di Cristo -egli dice--, perché allora tutte quelle nazioni atee impareranno una volta per tutte che che Dio c'è e detiene il comando".
Da New International magazine.
Trad. V. Del Re, 2002
Brian Aitkins è professore di Religious Studies alla Laurentian University in Sudbury, Ontario.
http://magazine.enel.it/emporion/rubriche_dett.asp?iddoc=1142724&DataEmporion=08/12/2004
Usa
Telepredicatori/1: proselitismo via cavo
di
Paola Liberace
Chi sono i telepredicatori americani? In che modo questo fenomeno, squisitamente statunitense, è nato e ha potuto perdurare per più di sessant’anni? Da tanto si ripete, infatti, l’annuale congresso della loro associazione, la National religious broadcasting, che nel prossimo febbraio si riunirà nuovamente, stavolta a Anaheim in California. Per saperne di più su questi singolari personaggi pubblici, bisogna distinguere tre piani, intrecciati nella loro vicenda: quello religioso, relativo al quadro dottrinale e teologico in cui il fenomeno è sorto; quello politico, dato dalle frequenti intersezioni tra la predicazione televisiva e il potere, anche finanziario; ed infine quello più propriamente mediatico, che rappresenta un aspetto necessario, ma non sufficiente per la comprensione del fenomeno. I “televangelists” sono infatti una delle componenti di un movimento più vasto, declinato attraverso svariate modalità espressive: tra esse, la televisione rappresenta un mezzo potente di comunicazione, che tuttavia, come vedremo, non esaurisce le caratteristiche e le possibilità del movimento.
1 - La religione
L’estrazione religiosa dei telepredicatori è quasi uniformemente evangelica: non per ragioni teologiche o teoretiche, ma prettamente storiche. Anche se la nascita dei primi veri fenomeni di “televangelismo” è databile agli anni Settanta, la presenza religiosa sul piccolo schermo americano è precedente, e risale almeno negli anni Venti. Sin da allora, le comunità religiose statunitensi si erano segnalate per l’avanguardistico interesse verso i mezzi di comunicazione di massa: una consistente parte delle stazioni radio disponibili era di natura religiosa. Quando la Federal communications commission, sorta con il communication Act del 1934, subordinò la concessione delle frequenze libere alla trasmissione di programmi di pubblico interesse (che escludevano l’intrattenimento e includevano, tra l’altro, la religione), i “network” commerciali, pur di ottenere le frequenze, si risolsero a prevedere spazi domenicali gratuiti per le chiese e congregazioni principali, rendendo di fatto superflue le emittenti religiose, peraltro poco redditizie. I protestanti del National council of churches, insieme ai cattolici e agli ebrei, trovarono così posto gratuitamente nella programmazione. Le correnti religiose minori – come i cristiani battisti o i pentecostali, troppo ristrette per ambire alla “pubblica utilità” – dovettero invece acquistare spazi per apparire in radio, e in seguito in televisione. Il conto economico sarebbe tornato grazie alla raccolta delle offerte dei “telefedeli”, che le altre confessioni invece disdegnavano.
Un modello di business che risultò infine vincente: negli anni Settanta, la Fcc allargò le strette maglie della “regulation” nelle comunicazioni, e la definizione del concetto di “pubblico interesse” fu sostanzialmente demandata alla decisione delle singole emittenti. Queste non trovarono più motivo di ospitare le trasmissioni religiose, che furono ben presto soppiantate dai telepredicatori evangelici – paganti, e quindi più appetibili per i “network”, ma anche più liberi di gestire i propri spazi. D’altro canto, le chiese principali - riunite dal 1980 nella riuniti nella Ibc (Interfaith broadcasting commission) – difficilmente si sarebbero lasciate indurre ad acquistare spazi per andare in onda, da ripagare con il “fund raising”. A differenza delle concorrenti “minoritarie”, inoltre, le trasmissioni prodotte dalla Ibc trascuravano la funzione “conativa”: più che insistere sulla conversione dei telespettatori, o predicare la possibilità di ottenere grazie e benefici con la preghiera (e le offerte), avevano finalità divulgative, e miravano a trasmettere nozioni teologiche. Soltanto l’ “Eternal world television network”, fondato dalla suora cattolica Madre Angelica nel 1981, avrebbe continuato negli anni successivi ad affiancare le trasmissioni e le reti dei “televangelisti”, espandendosi su cavo e satellite, e sostenendosi incredibilmente solo con concessioni e donazioni volontarie dei suoi sostenitori.
Tra le correnti che si erano dimostrate più dinamiche nella gestione del mezzo televisivo spiccava il cosiddetto “fondamentalismo”, di orientamento conservatore, nato negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento, che si richiamava al rispetto di cinque “fundamentals” del cristianesimo. Tra gli appartenenti al movimento, emergono in quest’epoca figure come quella di Jerry Falwell, battista del Sud, che con la trasmissione “Old time gospel hour” raggiunse subito milioni di telespettatori, e quella di Pat Robertson, seguace della teologia pentecostale, volto televisivo del programma “The 700 Club”. Ma in un punto almeno la predicazione di Falwell e di Robertson si discostava dalla dottrina fondamentalista, essenzialmente disinteressata delle “cose del mondo”, e quindi estranea all’azione nel mondo stesso, soprattutto tramite il coinvolgimento politico.
http://magazine.enel.it/emporion/rubriche_dett.asp?iddoc=1179580&DataEmporion=26/01/2005
Usa
Telepredicatori/2: tra politica e business
di Paola
Liberace
L’identità dei telepredicatori americani è intrecciata con la storia degli Stati Uniti. Dal punto di vista religioso (cfr. la prima parte di questo articolo), si tratta di un ramo della Chiesa cristiana evangelica, che si è fatto strada con abilità negli spazi televisivi americani. Ma la storia dei “televangelists” va presa in considerazione almeno da altri due punti di vista, quello politico e quello più schiettamente televisivo: indispensabili per inquadrare come, negli ultimi vent’anni, la loro vicenda abbia conosciuto insieme l’apice del successo e il rischio del declino.
Scorrendo i nomi dei “televangelists” più in voga tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, si incontrano due personaggi ancora oggi noti al pubblico televisivo e agli osservatori politici: Jerry Falwell e Pat Robertson, ambedue provenienti dal movimento religioso fondamentalista – che si era dimostrato particolarmente dinamico nell’utilizzo delle possibilità espressive della TV. Oltre ad essere i più longevi, Falwell e Robertson condividono l’origine, le posizioni, e soprattutto il coinvolgimento in politica, più stretto e duraturo di quello stabilito dai loro colleghi. Falwell fu, nel corso degli anni Ottanta, un significativo sostenitore del partito repubblicano e della presidenza di Reagan, attraverso la sua organizzazione ”Moral majority”, fondata nel 1979. L’associazione era ispirata a principi cristiani conservatori: la difesa della famiglia contro le forze disgregatrici – abortisti, femministe, omosessuali – e il controllo sui “mass media” e sulla scuola, troppo secolarizzati. In nome della riscossa della fede cristiana contro l’ateismo, Falwell appoggiò il programma reaganiano, sia sul fronte interno che su quello estero: contemporaneamente il suo movimento crebbe in modo consistente, sia per quanto riguarda il bilancio economico che il numero di collaboratori.
Dopo il secondo mandato di Reagan, l’organizzazione di Falwell, che contava milioni di iscritti, fu progressivamente messa in crisi, chiamata a rispondere del suo orientamento “temporale”. La Moral Majority si sciolse nel 1989, e a raccoglierne l’eredità fu la “Christian Coalition”, fondata da Robertson. La Coalition era un’associazione più esplicitamente lobbistica, destinata a influenzare i votanti e le azioni dei membri del Congresso su questioni di politica interna ed estera. La nuova associazione ereditava alcuni dei principali impegni della Moral Majority: tra questi, la significativa alleanza tra la causa israeliana e l’evangelismo cristiano. Il legame, nato negli anni Settanta, era radicato nella teologia dispensazionista di fine Ottocento, che giustificava il sostegno allo Stato israeliano con motivazioni addotte dall’interpretazione biblica. L’appoggio al Likud dei cosiddetti “cristiani sionisti” sarebbe poi diventato un’importante variabile della politica americana (fino alle vicende dei nostri giorni).
Il movimento era in bilico dal punto di vista politico: ma la sua fase discendente era già iniziata. Il consenso riscosso dai telepredicatori era stato minato dalla connessione tra potere e denaro, in seno alla quale furono realizzati ricavi copiosi. Grazie all’attività di “fund raising”, alcuni “televangelists” si erano trasformati infatti in imprenditori e avevano fondato propri “network” televisivi, interamente dedicati alle trasmissioni religiose – come il “Christian Broadcasting Network” di Robertson, che trasmette tuttora in 180 paesi del mondo, o il “Liberty Channel” di Falwell. Il pubblico televisivo imparò a riconoscere personaggi come Jim e Tammy Bakker, fondatori della rete Ptl, o Jimmy Swaggart, membro della Moral Majority, o ancora Oral Roberts, che fondò addirittura un’università con il suo nome. Ma la serie di scandali che travolse Bakker e Swaggart, nella seconda metà degli anni Ottanta, mise fine a un’era di eccessi: il risvolto pruriginoso del clamore (sollevato da relazioni extraconiugali ed illecite) lasciò ben presto il posto agli aspetti finanziari ed economici, con gli accertamenti e le rivelazioni di illeciti e frodi consistenti. L’impero dei Bakker cadde, altri vacillarono, e le perplessità che l’opinione pubblica aveva manifestato nei confronti dello stile di vita dei “televangelists”si trasformavano in durevoli e risentite critiche. Le donazioni degli spettatori rallentarono e, conseguentemente, diminuì l’acquisto di spazi televisivi: con l’audience in picchiata, le emittenti – preoccupate della propria immagine – divennero meno disponibili ad ospitare le trasmissioni religiose.
Stretti tra l’amministrazione di Bush padre e la successiva vittoria dei democratici, il crollo della credibilità religiosa e sociale e le difficoltà del “business”, i telepredicatori attraversano negli anni Novanta un decennio silente: gli articoli degli osservatori di quel periodo li danno praticamente per spacciati, gravati oltretutto dall’accusa della sconfitta alle elezioni del 1996. A partire da questi anni si sviluppa la reazione del movimento, impegnato in una profonda trasformazione su più fronti, compreso quello televisivo.
http://magazine.enel.it/emporion/rubriche_dett.asp?iddoc=1216078&DataEmporion=23/02/2005
Telepredicatori/3:
Fede e valori, eredità degli evangelisti in Tv
di Paola Liberace
Apocalypse Now
Dopo il crollo delle Twin Towers un’ondata di religiosità eccitata ha scosso le coscienze
Daniele Pellegrini
Il Time del 19 agosto 2002 riporta che, tra i romanzi più venduti in
questi mesi in America, assieme a Tom Clancy e Stephen King, si trova la
serie sulla Fine dei Tempi scritta da Tim F. LaHaye e Jerry B. Jenkins.
Per milioni di persone, questi due autori nel 1995 hanno iniziato a
svelare i segreti dell’Apocalisse nel volume Left Behind: A Novel of the
Earth’s Last Days, (Gli esclusi: Un romanzo sugli ultimi giorni della
terra) . Solo la metà dei milioni di lettori di questo libro sono
evangelici. A questo primo volume ne sono seguiti altri nove, sempre della
serie Left Behind.
Il Time riporta: «Un sondaggio promosso da Time/Cnn mostra che più di un
terzo degli americani affermano che adesso fanno più attenzione a come
gli eventi si collegano alla fine del mondo e hanno parlato di che cosa la
Bibbia dice a riguardo. Il 59% afferma di credere che gli eventi riportati
nell’Apocalisse si realizzeranno e quasi un quarto pensa che la Bibbia
abbia predetto l’attacco dell’11 settembre. Parte dell’interesse è
alimentato dalla fede, parte dalla paura, parte dall’immaginazione, e
tutt’e tre sono magistralmente soddisfatte nella serie Left Behind. La
serie offre ai lettori una descrizione viva, violenta e dettagliatissima
di ciò che succederà a coloro che saranno lasciati sulla terra intenti a
combattere l’Anticristo dopo che Gesù rapirà o eleverà i fedeli in
cielo. All’inizio del primo libro, su un Boeing 747 diretto da Londra a
Chicago, gli accompagnatori di volo si ritrovano con metà dei sedili
vuoti, eccetto per i vestiti e le fedi nuziali e le capsule dentali dei
credenti che improvvisamente sono stati trasportati in cielo. Sulla terra,
macchine che si scontrano, mariti che si svegliano e che accanto a loro
sul letto trovano solamente una camicia da notte… Anche i bambini dai 12
anni in giù sono scomparsi tutti. I restanti nove libri raccontano le
tribolazioni sofferte da coloro che sono stati lasciati e la loro lotta
per essere salvati… La serie Left Behind ha venduto circa 32 milioni di
copie – 50 milioni, se si contano le versioni grafiche e quelle per i
bambini. I libri sono stati tradotti in più di 30 lingue. Le vendite,
dopo l’11 settembre, sono balzate del 60% e il nono libro, pubblicato in
ottobre, è stato il romanzo più venduto nel 2001 negli Stati Uniti.
[…]
Ora è in vendita il decimo libro, The Remnant (Il rimanente). Un
romanzo mozzafiato da 2,75 milioni di copie e il suo impatto può farsi
sentire ben oltre i club di lettori e le classi bibliche».
Per milioni di lettori questa serie rappresenta addirittura un’agenda
politica. Gli eventi che riguardano Israele non rappresentano per loro
solo episodi di guerra, ma sono collegati col ritorno di Cristo sulla
terra. Per questo motivo, alcuni dirigenti cristiani sostengono Israele e
intercedono presso la Casa Bianca come se dalle sorti d’Israele
dipendesse la loro stessa salvezza. Questo fa cambiare molto la
prospettiva, perché tali idee religiose non li inducono a impegnarsi per
migliorare le condizioni di vita di tutti, ma li spingono a perseguire un
proprio obiettivo politico e religioso.
Continua il Time: «Intercessors for America (Intercessori per
l’America) da trent’anni aiuta le persone a essere politicamente
coinvolte attraverso avvisi, e-mail e catene di preghiera via telefono.
L’11 giugno l’avviso di preghiera era: “Signore, suscita dei leader
nel governo israelita, negli Stati Uniti (e nel mondo intero) che non
cerchino di ‘dividere il territorio’, e che riconoscano il ruolo
eccezionale di Gerusalemme nei piani di Dio per la fine dei tempi”».
A parer mio, una preghiera poco responsabile perché ogni rifiuto di
tentare il compromesso, di considerare il rientro di Israele dai territori
occupati tende di certo a complicare e non a favorire il processo di pace.
Ma questo ad alcuni non importa, anzi la guerra rischia di diventare
paradossalmente auspicabile, perché ciò che conta è che il Signore
ritorni e ritorni prima. Infatti, come predice John Hagee, pastore di una
chiesa di 17.000 membri, Cornerstone Church a San Antonio, in Texas: «Se
quest’ondata di terrorismo continua senza che tra breve si firmi un
solido trattato di pace, la scintilla della guerra provocherà una terza
guerra mondiale. E questa sarà la fine dei tempi. Sarà la fine del mondo
come noi lo conosciamo». Secondo una certa visione profetica - condivisa
da una buona parte del mondo evangelicale - saranno gli ebrei a dover
avere il controllo di Israele per far sì che Gesù ritorni. La moschea di
Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri dell’islam, dovrà lasciare
spazio alla costruzione di un nuovo tempio (non senza spargimento di vite
umane, ovviamente!). Nell’ultima battaglia, sempre secondo la stessa «profezia»,
due terzi degli ebrei moriranno e il restante o accetterà Gesù come il
vero Messia o sarà dannato.
Mi domando, a questo punto, quale ruolo avranno i cristiani, quali
posizioni prenderanno i credenti in Gesù alla fine dei tempi. Si
adopereranno per creare delle situazioni di pace o perché la fine del
mondo avvenga prima? Combatteranno perché la libertà individuale di
coscienza e di religione di tutti sia garantita o saranno loro stessi gli
oppositori e i giudici delle coscienze altrui?
Noi, come cristiani e avventisti, dobbiamo vegliare affinché visioni
grottesche, imprudenti e antibibliche circa la venuta di Gesù e i tempi
della fine non mettano radice indisturbate. Le verità profetiche non sono
lì per soddisfare le nostre curiosità da Novella 2000, ma affinché la
nostra predicazione sia vera, opportuna e al passo con i tempi.
Il fatto che ben il 59% degli americani (abitanti della nazione - tra
l’altro democratica - più potente al mondo) crede che gli eventi
riportati nell’Apocalisse si realizzeranno non mi rincuora affatto,
anzi… Se la visione profetica che traggono dalla Bibbia è questa, come
potrei esserne entusiasta? Noi dovremmo combattere i radicalismi fondati
su una lettura scorretta e superficiale della Bibbia. Essi sono i più
pericolosi perché attribuiscono a Dio le posizioni annunciate
dall’uomo. E, di fronte alla volontà di Dio, chi può e come si può
proporre una cosa diversa?
Non dimentichiamo che qualsiasi teologia o visione profetica che si
opponga al rispetto del prossimo, alla bontà e alla giustizia non è
buona teologia e va riformulata. Essa non porta niente di buono.
Chi prega per Bush
PRESIDENZIALI USA Luna park ispirati alla Passione di Cristo. Furbi
predicatori che gestiscono chiese colossali e donazioni miliardarie. Negli
Stati Uniti uno dei protagonisti della campagna elettorale è Dio. Che
secondo i fondamentalisti cristiani muove il mondo per mano dell'attuale
presidente
di Michael Streck
Analisi
Le trappole dei sionisti cristiani
di Barbara Spinelli
6 aprile 2003
Ritratto di John Hagee, leader evangelico pro-Israele Quando nel 1981 Israele inviò aerei da guerra in Iraq per bombardare un
reattore nucleare, il televangelista texano John Hagee spedì lettere a 150
predicatori cristiani per esortarli a dare il proprio appoggio allo stato
ebraico. Ricevette una sola risposta affermativa. Quando poi si spinse ancora
oltre pensando di organizzare una manifestazione a favore di Israele nel teatro
di San Antonio, ricevette una minaccia di morte al telefono e qualcuno sparò
contro i finestrini della sua auto parcheggiata nel vialetto davanti a casa. Un
paio di settimane fa, mentre le forze armate israeliane colpivano il Libano e
aumentavano i timori per un conflitto più esteso, Hagee ha presieduto a quello
che lui stesso ha definito un “miracolo di Dio”: la riunione di 3.500
cristiani evangelici nella sala conferenze di un hotel di Washington per
acclamare Israele e la sua attuale campagna militare. Parlando da un palco
decorato da un’enorme bandiera israeliana, Hagee ha scatenato entusiastici
applausi e grida di “amen”, ringraziando Israele per compiere l’opera di
Dio in una “guerra tra il bene e il male”. Gli appelli rivolti a Israele per
un uso moderato della forza violano la “politica estera delineata da Dio”
per gli ebrei, ha proclamato Hagee, citando un versetto dell’Antico Testamento
che promette di “benedire coloro che ti benediscono” e maledire “coloro
che ti malediscono”. La manifestazione era sponsorizzata dai Christians United
for Israel, un’organizzazione nazionale fondata quest’anno dal
sessantaseienne predicatore texano. Quest’organizzazione esercita pressioni
sui politici di Washington, raccoglie sostegni a favore di Israele e ha come
obiettivo l’educazione dei cristiani su ciò che viene definito
l’“imperativo biblico”, ossia l’appoggio allo stato ebraico. Hagee è
una delle principali figure del cosiddetto movimento cristianosionista. Questa
filosofia politica di stampo evangelico si basa su profezie bibliche e sulla
credenza che i conflitti di Israele siano il preludio dell’Armageddon. I suoi
seguaci appoggiano con estrema decisione il sostegno dato a Israele
dall’Amministrazione Bush nell’attuale conflitto contro Hezbollah in Libano.
Il presidente George W. Bush ha inviato un messaggio nel quale ha elogiato Hagee
e i suoi seguaci per il loro contributo nel “diffondere la speranza
nell’amore di Dio e nel dono universale della libertà”. Anche il primo
ministro israeliano ha inviato un messaggio di ringraziamento. Alla riunione
hanno partecipato l’ambasciatore israeliano, il suo ex capo militare e un
folto numero di importanti politici americani, per lo più repubblicani. Sebbene
Bush sia chiaramente vicino agli evangelici, non ne ha mai abbracciato
l’agenda politica o la retorica. Ma le loro opinioni sono generalmente in
accordo con gli obiettivi dei suoi strateghi per la sicurezza nazionale, che
arrivano a conclusioni analoghe usando una logica diversa. Questi strateghi
hanno già da parecchio tempo puntato l’indice contro quella che hanno
definito la “falsa stabilità” di una regione comandata in gran parte da
tiranni, e in nome della quale si è tollerata la presenza di organizzazioni
terroristiche che hanno come scopo primario la distruzione di Israele. Anche
l’influente scuola “neoconservatrice”, cui appartengono numerosi
consiglieri di politica estera, ha appoggiato questa linea, sostenendo che gli
Stati Uniti devono assumere un atteggiamento più deciso per stabilire la
democrazia in medio oriente. Proprio quando in tutta la regione i gruppi
islamisti stanno prendendo il posto dei nazionalisti laici nella funzione di
principale veicolo della rivolta, Hagee e altri predicatori evangelici simili a
lui iniettano un ulteriore fervore religioso nella visione e nella politica
americana relativa al medio oriente. Riconoscono, e talvolta sembrano persino
condividere, l’idea di un conflitto globale tra islam e occidente
giudaico-cristiano, esattamente come fanno molti estremisti musulmani. “Questa
è una guerra religiosa che l’islam non può – e non deve – vincere”, ha
scritto Hagee in un suo recente libro (“Jerusalem Countdown”), dedicato a
quello che lui stesso ritiene essere un ormai imminente conflitto nucleare con
l’Iran. “La fine del mondo si sta rapidamente avvicinando… Rallegratevi e
siate contenti, perché il meglio deve ancora venire”. Il libro, pubblicato a
gennaio, ha già venduto 700 mila copie, secondo i dati resi noti dalla casa
editrice religiosa Strang Communications, che ha sede in Florida. Il sionismo
cristiano esiste già da parecchi anni, ma sta ottenendo maggiore rilevanza ora
che può contare sul fascino commerciale di Hagee e altri imprenditori della
religione. Hagee ha utilizzato enormi risorse per raccogliere sostegni in favore
di Israele. A San Antonio dirige una mega-chiesa (con 19 mila membri), è a capo
di una compagnia televisiva e possiede notevoli agganci con i più importanti
esponenti del Partito repubblicano. Secondo uno degli organizzatori, l’ultima
manifestazione a Washington è costata mezzo milione di dollari. Daystar, una
rete radiofonica cristiana, ha trasmesso l’evento in diretta. Il giorno dopo,
Hagee ha riunito evangelici rappresentanti di tutti i 50 stati dell’Unione e
ha organizzato un blitz al Campidoglio. Armati di fogli con una serie di appunti
scritti dallo stesso Hagee e dal suo staff, hanno pungolato i senatori e i
membri del Congresso con argomentazioni a favore di Israele e contro i suoi
nemici, in particolare l’Iran. Gli evangelici cristiani, che sono diventati
per la prima volta una forza politica concreta durante la presidenza Reagan
negli anni Ottanta, ora sono circa 50 milioni e rappresentano una delle
principali basi elettorali del presidente Bush. Noti soprattutto per le loro
iniziative contro l’aborto, il matrimonio omosessuale e altre questioni di
politica interna, hanno anche mostrato un particolare interesse per la politica
estera, soprattutto dopo l’11 settembre. “Lasciate che Israele faccia quel
che deve fare”, ha detto Hagee ai suoi sostenitori la scorsa settimana. I
nemici di Israele, ha detto il membro del Congresso Eliot Angel, uno dei pochi
democratici che hanno partecipato all’evento, “compiono l’opera di
Satana”. Questa miscela di realpolitik e religione – sostengono numerosi
funzionari americani – ha prodotto una forza estremamente potente. I
sostenitori evangelici di Israele “c’erano già prima, ma non apparivano
sugli schermi dei radar”, dice Dennis Ross, inviato in medio oriente durante
la presidenza di Bush senior e in quella di Bill Clinton. “Ora sono una parte
importante del panorama politico”. L’Amministrazione Bush, più di qualsiasi
altra che l’ha preceduta, ha stabilito contatti formali e regolari con i
leader evangelici americani. La Casa Bianca sostiene di non essere influenzata
da nessun gruppo in particolare. “Il presidente prende le proprie decisioni
sulle politiche da adottare per il nostro paese soltanto sulla base di ciò che
è giusto per i nostri cittadini – dice Dana Perino, vicesegretario
dell’ufficio stampa – Gli Stati Uniti sono stati un alleato di Israele fin
dalla sua nascita, e il presidente Bush ha lavorato per rafforzare questa
alleanza”. Nel corso degli anni il principale strumento per le iniziative
filoisraeliane di Hagee è stata la Cornerstone Church di San Antonio, nella
quale entrò come pastore nel 1975, quando si chiamava ancora Church of Castle
Hill ed era una moribonda parrocchia con poche dozzine di fedeli e pesanti
debiti. Aveva lasciato la sua precedente chiesa in quel medesimo anno, dopo un
complicato divorzio al quale fece subito seguito un nuovo matrimonio con una
giovane fedele. Attratta dalla sua miscela di tuonante oratoria e umorismo
popolare, la congregazione è sbocciata con grande rigoglio. Figlio di un
predicatore puritano, Hagee ha visitato per la prima volta Israele nel 1978. Lui
stesso dichiara di esservi andato “come turista e di essere tornato come
sionista”. Nel corso di questa visita, Hagee è stato al muro del pianto di
Gerusalemme, a proposito del quale dice di non aver mai provato una “vicinanza
a Dio così intensa in nessun altro luogo della terra”. Proprio in quel
momento, ricorda ancora Hagee, “il Signore mi ha ordinato di fare tutto quanto
potevo per unire insieme cristiani ed ebrei”. Tornato in Texas, Hagee si
immerse per “tre anni in un profondo studio per scoprire le radici ebraiche
del cristianesimo”. Questo coincise con una forte intensificazione dei
contatti tra gli evangelici americani e il governo israeliano, allora guidato da
Menachem Begin, un devoto studioso della Bibbia e un tenace difensore del
diritto di Israele al possesso dei territori conquistati nel 1967. Begin si
impegnò a fondo per coltivare l’amicizia degli evangelici americani, con i
quali condivideva la convinzione nel fatto che la fondazione di Israele nel 1948
e le successive battaglie combattute dal nuovo stato fossero la realizzazione
della profezia biblica. Hagee dice di essersi incontrato con Begin per tre
volte. Quando Begin ordinò alle forze aeree israeliane di bombardare il
reattore nucleare di Osirak, fatto costruire da Saddam Hussein, Hagee rimase
inorridito dalle diffuse critiche che furono rivolte a Israele. Dopo aver letto
su un giornale di San Antonio un articolo nel quale si definiva l’attacco
israeliano come un atto di “diplomazia dei cannoni”, Hagee decise di
organizzare un raduno a favore di Israele. La comunità cristiana locale
all’inizio mostrò ben poco entusiasmo per quest’iniziativa e la comunità
ebraica ancora meno. “C’era molto scetticismo”, ricorda Aryeh Scheinberg,
un rabbino ortodosso che prese parte agli incontri tra i leader della comunità
ebraica per decidere come rispondere all’invito di Hagee. “Tutti volevano
sapere questo: ‘Che cosa vuole veramente?’. Allora io dissi: ‘Diamogli una
possibilità e corriamo il rischio’”. Il raduno fu così organizzato e vi
presero parte sia i cristiani sia gli ebrei. Quando Scheinberg salì sul palco
per recitare una preghiera conclusiva, la sicurezza disse a Hagee che era
arrivata la minaccia di una bomba. Hagee, un uomo molto robusto che era entrato
al college grazie a una borsa di studio per il football, racconta di avere
chiesto a Dio di far pregare il rabbino “non come Mosè ma come un
presbiteriano in ritardo per il pranzo”. La minaccia era fasulla. Da allora il
raduno si è tenuto ogni anno, anche se alcuni leader ebrei si sono rifiutati di
partecipare e di stringere qualsiasi genere di alleanza con Hagee. “Molte
delle sue idee sono detestabili”, sostiene Barry Block, un autorevole rabbino
riformista di San Antonio, il quale accusa Hagee di demonizzare i musulmani e di
promuovere un programma politico divisivo e di destra che erode la barriera tra
chiesa e stato. Quando parla davanti a un pubblico di ebrei, Hagee generalmente
evita di menzionare l’Armageddon. Ma i suoi libri – che portano titoli come
“L’inizio della fine” o “Da Daniele al giorno del giudizio” – sono
colmi di morte e distruzione. “Il campo di battaglia sarà la nazione di
Israele”, ha scritto nel suo ultimo libro (“Conto alla rovescia per
Gerusalemme”), nel quale descrive “un mare di sangue umano sgorgante dalle
vene di coloro che hanno seguito Satana”. Alcuni evangelici accusano Hagee di
ignorare gli arabi cristiani. Donald Wagner, della North Park University, un
college cristiano evangelico di Chicago, visitò Israele nello stesso periodo di
Hagee e giunse alla conclusione opposta: “Ero filoisraeliano fino a quando non
andai in Israele”, dichiara Wagner, ora alla guida di un gruppo di ricerca che
mette in discussione la teologia dei sionisti cristiani. Ancora poco noto al di
fuori del Texas al momento della sua adesione al sionismo, Hagee decise di
ricorrere alla televisione per promuovere la causa di Gesù, di Israele e di se
stesso. Per raggiungere questo obiettivo il suo strumento principale fu la
Global Evangelism Television Inc., un’organizzazione non profit. Fondata nel
1978, la Getv si affidava per la programmazione a operatori locali via cavo.
Negli anni Ottanta iniziò a trasmettere programmi di propria produzione con
Hagee come protagonista su reti cristiane nazionali. Oggi i sermoni e i
programmi di Hagee sono trasmessi da 120 stazioni e raggiungono oltre 90 milioni
di case. A metà degli anni Ottanta il suo gregge aveva ormai superato le
possibilità di accoglienza della sua chiesa nel centro di San Antonio. Così,
nel 1987, la Cornerstone Church si è trasferita su un terreno di 35 ettari alla
periferia della città, con una sala che può ospitare cinquemila persone e
nuovi studio radiotelevisivi. L’aumento della sua popolarità è andato di
pari passo con l’aumento delle controversie da lui suscitate. E’ inciampato
da solo invitando a parlare a Cornerstone l’ex consigliere della Casa Bianca,
Oliver North, reo confesso, e il televangelista Jimmy Swaggart, caduto in
disgrazia. Ha anche avuto una diatriba con il servizio postale americano a
proposito di rate postali sulle lettere spedite dalla chiesa contenenti
pubblicità dei suoi libri e dei suoi video. (A sua detta, avrebbe fatto causa e
ottenuto un risarcimento di 40 mila dollari). Hagee ha anche mandato su tutte le
furie i leader neri. Per aiutare gli studenti in cerca di strani lavori, The
Cluster, il bollettino della sua chiesa, ha pubblicato una pubblicità per una
vendita di “schiavi”, nella quale si diceva: “La schiavitù sta tornando a
Cornerstone. Organizzatevi per venire e tornerete a casa con uno schiavo”.
Hagee ha poi chiesto scusa, ma in un’intervista radiofonica ha protestato
contro le pressioni a essere politically correct e ha scherzato sul fatto che
forse il suo cane dovrebbe essere chiamato un “canide americano”. Le
polemiche non hanno frenato la costante crescita della sua congregazione, che ha
una composizione multirazziale. Le sue “notti per onorare Israele” sono
diventate sempre più grandiose, e si è conquistato la fama di eccezionale
procacciatore di fondi per la causa filoisraeliana. Lui stesso dichiara di aver
raccolto finora oltre 12 milioni di dollari. Ormai sempre più in vista, il
predicatore texano ha attirato l’attenzione e inizialmente anche suscitato
l’ira di Jerry Falwell, il decano della destra cristiana e anche lui
entusiasta sostenitore di Israele. Nel 1994, il National Liberty Journal, un
mensile conservatore diretto da Jerry Falwell, ha definito Hagee un
“eretico” perché aveva sostenuto la teoria del doppio patto, ossia che gli
ebrei e i cristiani hanno contratto con Dio due diversi patti, che permettono a
entrambi di entrare in Paradiso. Secondo la tradizionale concezione cristiana,
invece, gli ebrei e tutti gli altri non cristiani devono convertirsi, altrimenti
finiranno nello schieramento sbagliato in occasione della battaglia dell’Armageddon.
Poco dopo la pubblicazione di questo articolo, Falwell ha organizzato un
incontro con Hagee a un raduno cristiano a Memphis. Hagee, racconta Falwell, gli
ha assicurato di non credere nel “doppio patto”. Ora Falwell fa parte del
comitato di direzione dei Christians United for Israel. Hagee, citando un verso
del Nuovo Testamento, dichiara che “un resto del popolo ebraico… gode già
ora del favore di Dio”, ma non dice quali ebrei entreranno in Paradiso senza
bisogno di conversione, limitandosi ad aggiungere che soltanto Dio lo sa. Si
sbarazza della questione del doppio patto definendola come “un argomento per
iniziare una discussione da bar”. La vittoria di Bush alle elezioni del 2000 e
l’assunzione del controllo di entrambe le Camere del Congresso da parte del
Partito repubblicano hanno portato gli evangelici cristiani molto vicino alle
stanze del potere. Quando Bush era ancora governatore del Texas, Hagee lo ha
incontrato parecchie volte e ha appoggiato con decisione la sua corsa verso la
Casa Bianca. Hagee, tuttavia, era in rapporti ancora più stretti con un altro
potente texano, il membro del Congresso Tom DeLay. Poco dopo essere diventato il
leader della maggioranza nella Camera dei rappresentanti, DeLay ha pronunciato
il discorso di apertura alla riunione pro Israele organizzata da Hagee nel 2002
a San Antonio. DeLay, ora coinvolto in uno scandalo di corruzione, ha parlato
anche alla recente riunione a Washington. Nel 2003 il San Antonio Express- News
ha indagato sulle dichiarazioni dei redditi di Hagee. Nell’articolo pubblicato
su questo giornale si riconosceva che non si era riscontrata alcuna illegalità,
ma si riferiva che Hagee nel 2001 aveva ricevuto più di 1.250.000 dollari per
la sua chiesa e le sue trasmissioni televisive. Hagee dice che la maggior parte
dei suoi guadagni provengono dalla vendita dei suoi 21 libri, e non dalle
donazioni dei fedeli. Aggiunge che anche quest’anno guadagnerà grosso modo lo
stesso se le vendite dei suoi libri rimarranno stabili. Poiché le sue finanze
erano esposte sotto i riflettori, Hagee ha deciso di riorganizzare le sue
proprietà in modo da non essere costretto a fare dichiarazioni dei redditi
pubbliche. Nel settembre 2004, la Getv è stata riregistrata come chiesa sotto
il nome di Grace Church of San Antonio. Le chiese, a differenza delle compagnie
televisive religiose, sono esentate dall’obbligo di presentare dettagliate
dichiarazioni al fisco. Nelle ultime settimane, con una nuova riorganizzazione
si sono trasferite quasi tutte le finanze alla Cornerstone Church. I rendiconti
finanziari della chiesa non sono disponibili al pubblico. Hagee ha detto che i
suoi avvocati gli hanno consigliato questa soluzione per “maggiore
chiarezza”. Il presidente Bush non ha proseguito i tentativi di Clinton per
ottenere un definitivo accordo di pace nel conflitto israelo-palestinese;
tuttavia, sotto la spinta dell’Inghilterra e di altri paesi, ha dato il
proprio sostegno a un piano graduale cui è stato dato il nome di Road map for
Peace. Nel marzo 2003 Hagee e altri leader evangelici hanno spedito una lettera
al presidente Bush nella quale applaudivano l’invasione dell’Iraq ma
criticavano il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese, e affermavano
che sarebbe stato “moralmente sbagliato” se gli Stati Uniti si fossero
mostrati “imparziali” tra Israele e “l’infrastruttura governativa
palestinese infestata da terroristi”. Lo scorso autunno Hagee ha organizzato
la sua annuale “notte in onore di Israele” in Israele stesso, celebrando
l’evento nell’hangar di una base aerea israeliana. Ha poi pronunciato un
discorso al Parlamento israeliano e ha portato i suoi seguaci americani a
visitare la collinetta di Megiddo, dove è convinto che si combatterà la
battaglia dell’Armageddon. Hagee sta anche avviando nuovi progetti per i
Christians United for Israel, nella speranza di unire un vasto numero di piccoli
gruppi cristiani filoisraeliani in un’unica rete nazionale. Si è messo in
contatto con Jerry Falwell, che gli ha immediatamente dato il proprio appoggio.
Come direttore esecutivo della nuova organizzazione ha assunto David Brog, un
avvocato che ha lavorato sia in Israele sia al Campidoglio e un lontano cugino
dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Lo scorso autunno, quando questi
progetti sono diventati realtà, l’American Israel Public Affairs Committee
(la lobby filoisraeliana) ha organizzato un’unità “esterna” per
collaborare con i cristiani. A capo di quest’unità è stato posto un
cittadino di San Antonio che aveva precendentemente fatto parte della sinagoga
di Scheinberg, il rabbino ortodosso da sempre grande sostenitore di Hagee. I
Christians United for Israel hanno tenuto il loro primo incontro nel febbraio
scorso a San Antonio e si sono subito messi a organizzare la riunione che si è
svolta la scorsa settimana a Washington. Per raccogliere sostegni e fugare ogni
sospetto sui suoi motivi, Hagee ha viaggiato in tutto il paese incontrandosi con
i leader cristiani ed ebrei. Alcuni ebrei temono che i sionisti cristiani
vogliano convertire gli ebrei al cristianesimo, cosa che Hagee ha sempre negato.
L’attuale esplosione di violenza, sostiene Hagee, dimostra che Israele non
deve rinunciare alla terra in cambio della pace e che cristiani ed ebrei si
trovano sulla medesima sponda. “Se Dio si oppone alla cessione della terra, se
questa soluzione non ha mai funzionato, bisogna trovarne un’altra – ha
tuonato Hagee la scorsa settimana – Non cedete la terra. Appartiene a voi.
E’ l’eredità che Dio vi ha lasciato”. http://tamles.net/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=2141
Il baccano sulla Lobby israeliana
Dibattito in corso sulla stampa americana riguardante l'esistenza di una
Lobby di potere israeliana all'interno del sistema USA.
Alexander Cockburn
24 maggio 2006
Un dibattito, talvolta comico, sta ribollendo sulla stampa americana delle
ultime settimane, concentrato sulla questione se esiste una Lobby israeliana
e, se così e', su quanto potente sia. Il defunto Steve Smith, cognato di Teddy Kennedy e, per molti decenni,
figura di un certo rilievo nel Partito Democratico, amava raccontare la storia
di come un gruppo di quattro uomini d'affari ebrei misero insieme due milioni
di dollari in contanti e li diedero a Harry Truman, quando era in disperato
bisogno di danaro, nel mezzo della sua campagna elettorale del 1948. Truman
ando' avanti per diventare presidente e per esprimere la sua gratitudine ai
suoi sostenitori sionisti. Da quei giorni, per molto tempo, il Partito Democratico e' stato ospitale
nei confronti dei ricchi Sionisti, dai quali e' stato anche sovvenzionato. Nel
2002, per esempio, Haim Saban, l'Israelo-americano che finanzia il Centro
Saban al Brooking Institute ed e' un gran sottoscrittore dell'AIPAC, ha dato
12,3 milioni di dollari al Partito Democratico. Nel 2001, la rivista "Mother
Jones" ha elencato, sul suo sito web, i 400 principali sovvenzionatori
delle elezioni nazionali del 2000. Sette dei primi dieci erano Ebrei, cosi'
come lo erano 12 tra i primi 20, e 125 dei primi 250. Dato cio', tutti i
candidati avveduti hanno fatto, in modo sorprendente, ogni sforzo per
soddisfare le loro richieste. Ci sono state discussioni famose, come tra il
Presidente Jimmy Carter e Menachem Begin, e famose vendette, come quando la
Lobby distrusse le carriere politiche del Rappresentante Paul Findley e del
Senatore Charles Percy, perche' si riteneva fossero anti-israeliani. Niente di questa storia e' particolarmente discutibile, c'e' stata
un'abbondanza di relazioni ben documentate sulle attivita' della Lobby
israeliana nel corso degli anni - dagli studi di Alfred Lilienthal del 1978
"La Comunita' Sionista", al libro dell'ex Repubblicano Paul Findley
(1985) "Osano parlare a voce alta di relazioni pericolose: la storia
segreta delle relazioni nascoste Usa-Israele", scritto da mio cognato e
mia cognata, Andrew & Leslie Cockburn e pubblicato nel 1991. Tre anni fa, il qui presente scrittore e Jeffrey St. Clair pubblicarono una
raccolta di 18 saggi, intitolati "La politica dell'antisemitismo",
di cui non meno di quattro erano discussioni sarcastiche sulla lobby
israeliana. Jeffrey St. Clair descriveva come la Lobby aveva messo a tacere
con successo ogni tumulto pubblico, dopo che aerei israeliani attaccarono una
nave USA nel Mediterraneo nel 1967, uccidendo molti marinai statunitensi.
Kathy e Bill Christison, ex analisti della CIA, hanno riesaminato la questione
della doppia lealta', con particolare riferimento al cosiddetto
"Neo-Consigliere", che informa alternativamente un primo ministro
israeliano ed un presidente americano. Jeffrey Blankfort ha offerto una
dettagliata cronologia storica delle occasioni nelle quali la Lobby ha reso
vani i piani dei presidenti americani, tra cui Carter, Reagan, Ford e Bush
Senior. Nel nostro libro, ha contribuito, piu' vivacemente di tutti, con un saggio
selvaggiamente divertente dal titolo "Il nostro Congresso di Vichy",
un aiutante di campo del Congresso, che ha scritto sotto pseudonimo con il
nome di George Sutherland. Eccone alcuni stralci: "Come espressioni di puro e semplice servilismo strisciante nei
confronti di una potenza straniera, le dichiarazioni di Laval e Petain
impallidiscono in confronto alla devozione retorica con la quale certi membri
del Congresso hanno inondato l'Israele di Ariel Sharon. Le esecuzioni degli
ordini a disposizione dell'AIPAC [Il Comitato di Affari Pubblici
Israelo-americano, un'eminente organizzazione dell'intera lobby israeliana]
sono diventate caratteristiche standard nella vita di un funzionario eletto a
Washington. Gli stilizzati panegirici, pronunciati al meeting annuale dell'AIPAC,
hanno tutti il valore probatorio degli auguri sovietici di compleanno di
Dniepropetrovsk a Stalin, in quanto il contenuto effettivo e' irrilevante;
cio' che e' cruciale e' che il politico in questione sia visto inginocchiarsi
davanti al Comitato dell'AIPAC. Infatti, per rendere le cose più semplici, i
discorsi vengono scritti, a volte, da un dipendente dell'AIPAC, con modifiche
estetiche inserite nei testi da un membro dello staff personale del Senatore o
Membro del Congresso. Ci sono, naturalmente, innumerevoli lobby a Washington, dall'ambiente alle
telecomunicazioni alla chiroterapia; perche' l'AIPAC e' diversa? Anno dopo anno, il potere della lobby di influenzare il Congresso su
qualsiasi questione rilevante per Israele diventa inesorabilmente piu' forte.
La strategia di Israele di utilizzare la sua influenza sul sistema politico
americano per trasformare l'apparato USA di sicurezza nazionale nel proprio
personale cane da attacco - o Golem - ha alienato gli Stati Uniti dalla
maggior parte del Terzo Mondo, ha peggiorato i legami degli USA con l'Europa,
tra insinuazioni rancorose di anti-semitismo, e fanno degli Stati Uniti un
odiato attaccabrighe. Ed escludendo tutte le linee diplomatiche di cedimento -
come fece Sharon, quando, pubblicamente, rese il Presidente Bush, leader del
mondo libero, simile ad uno stupido impotente - paradossalmente, Israele forza
gli Stati Uniti ad avvicinarglisi di piu', perche' non esiste altra
alternativa pensabile per i politici americani che quella di continuare ad
investire capitali politici in Israele". Quindi, non si puo' certo affermare, che qui non si sia parlato affatto
della Lobby israeliana, finche' due rispettabili professori John J.
Mearsheimer and Stephen M.Walt (il primo dall'Universita' di Chicago ed il
secondo da Harvard), hanno offerto la loro analisi a marzo di quest'anno. Il
loro documento "La Lobby israeliana e la Politica Estera Americana",
pubblicato in forma piu' estesa dalla Kennedy School di Harvard (che lo aveva
disconosciuto fino a quel momento) e, dopo che era stato rifiutato dall'Atlantic
Monthly (che, all'inizio, l'aveva commissionato), e' stato pubblicato in forma
piu' breve dalla London Review of Books. Il significato di questo saggio, infatti, si basa soprattutto sulla
tempestivita' (che vale 3 anni di agitazione pubblica sul ruolo dei
neoconsulenti e di Israele nell'attacco all'Iraq) e sulla provenienza degli
autori, da due delle principali istituzioni accademiche degli Stati Uniti.
Nessuno di loro ha un'infarinatura di radicalismo. Dopo che il saggio e' stato pubblicato in forma ridotta sul "London
Review of Books", c'e' stata una breve tregua, interrotta dalle grida del
Sionista piu' maniaco d'America, il Professor Alan Dershowitz di Harward, che
ha fatto il grande favore, a Mearsheimer e Walt, di introdurre a forza il loro
saggio tra i titoli di testa. Dershowitz ha trattato la questione con le sue
solite esplosioni di invettiva isterica, rivestendo il saggio con il fascino
spaventoso di quel famoso opuscolo antisemita, falsificazione della polizia
zarista, "Il Protocollo degli Anziani di Sion". Il Saggio di
Mearsheimer - Walt era in stile nazista, strillava Dershowitz, un classico
caso di venditore di complotti, nel quale un piccolo gruppo di Sionisti venne
accusato di dirigere la Nave dell'Impero sugli scogli. Il documento di Mearsheimer - Walt, infatti, e' estremamente noioso. La
versione lunga ammonta a ben 81 pagine, delle quali non meno di 40 sono di
note. Mi sono messo li' a leggerlo con impaziente aspettativa, ma mi sono
trovato subito, fiduciosamente, a non vedere l'ora della fine. Non c'e' nulla
nel saggio che qualsiasi studioso della materia, discretamente di vasta
cultura, non conoscesse gia' da molto tempo, anche se il saggio ha comunque il
merito di affermare piuttosto blandamente alcune verita' sgradevoli, che sono
ancora in un qualche modo considerate troppo pericolose da esporre
pubblicamente nei rispettabili circoli statunitensi. Per esempio, in merito all'argomento richiamato con l'affermazione
"l'America e' l'unico alleato democratico nel Medio Oriente",
Mearsheimer e Walt hanno questo da dire: Il fatto che Israele sia una democrazia alleata, circondata da dittature
ostili, non puo' spiegare il livello attuale di assistenza: ci sono molte
democrazie in giro per il mondo, ma nessuna riceve lo stesso munifico
sostegno. Gli Stati Uniti, in passato, hanno rovesciato governi democratici e
sostenuto dittatori, quando si riteneva che questo potesse favorire i suoi
interessi, oggi ha buoni rapporti con un certo numero di dittature. Alcuni
aspetti della democrazia israeliana non sono in sintonia con i valori
essenziali americani. Diversamente dagli Stati Uniti, dove si ritiene che le
persone godano di uguali diritti a prescindere da razza, religione o etnia,
Israele e' stato fondato esplicitamente come stato ebraico e la cittadinanza
si basa sul principio di consanguineita' . Dato cio', non sorprende che i suoi
1,3 milioni di arabi vengano trattati come cittadini di second'ordine, o che
una commissione di governo israeliana, istituita di recente, abbia riscontrato
che Israele si comporta in modo "noncurante e discriminatorio" nei
loro confronti. Il suo status democratico e' indebolito anche dal suo rifiuto
di concedere ai palestinesi uno stato autosufficiente e indipendente o pieni
diritti politici. Dopo quelle di Dershowitz, sono pervenute altre esplosioni di volgarita',
come quella da parte di Eliot Cohen sul Washington Post. Questi attacchi
ripetevano in sostanza il tema fondamentale di Dershowitz: non esiste nulla di
simile ad una lobby israeliana e coloro che asseriscono la sua esistenza sono
per definizione antisemiti. Questo metodo d'attacco ha almeno il vantaggio di essere comico: (a)
perche' esiste ovviamente una Lobby, come e' stato osservato sopra, (b)
perche' Mearsheimer e Walt non sono piu' antisemiti dell'altro 99,9 per cento
di coloro che riconoscono l'esistenza della Lobby e ne criticano il ruolo. In parte come reazione a Dershowitz e Cohen, il Washington Post e il New
York Times hanno pubblicato alcuni pezzi che fanno notare, con raffinatezza,
che la Lobby israeliana ha esercitato, invece, un effetto raggelante sulla
discussione razionale della politica estera USA. La tendenza si sta
leggermente invertendo. Nel frattempo, soprattutto a sinistra, c'e' stato un dibattito
completamente diverso, sul peso attuale della Lobby. In questo caso, il piu'
noto degli argomentatori e' Noam Chomsky, che ha reiterato una posizione, che
ha mantenuto per molti anni, riguardante in generale il fatto che la politica
estera statunitense si e' sempre conformata al proprio interesse nazionale e
che il potere della Lobby e' assai sovrastimato. Il dibattito e' stato ricapitolato in modo piuttosto divertente dallo
scrittore israeliano Uri Avnery, un ex membro della Knesset: "Penso che entrambe le parti abbiano ragione (e spero di avere ragione
anch'io). Le conclusioni dei due professori sono giuste fino all'ultimo
dettaglio. Ciascun Senatore e Membro del Congresso sa che criticare il governo
israeliano e' un suicidio politico. Se il governo israeliano volesse per
domani una legge che annullasse i Dieci Comandamenti, 95 Senatori USA (almeno)
firmerebbero immediatamente il disegno di legge". "La questione, quindi, non e' se i due professori abbiano ragione
nelle loro conclusioni. La questione e': che conclusioni si possono trarre da
queste. Prendiamo in considerazione il caso Iraq. Qual e' il cane? Qual e' la
coda? Ma nel caso in cui succeda qualcosa di eccezionale, come ad esempio lo
scandalo di spionaggio Jonathan Pollard o la vendita di un aereo spia
israeliano alla Cina, e si apra un buco tra gli interessi delle due parti,
l'America e' abbastanza capace di dare un bello schiaffo ad Israele". Continuera' il dibattito risvegliato dal saggio di Mearsheimer e Walt?
Penso di si', anche se solo perche', nell'era di George Bush, l'influenza
della Lobby israeliana e dei Sionisti Cristiani e' diventata cosi'
grossolanamente manifesta." E come conclude Avnery, in modo molto piu' colorito di quello dei due
professori: "Le relazioni israelo-americane sono davvero uniche. Sembra non
abbiano precedenti nella storia. E' come se il re Erode avesse dato ordini a
Cesare Augusto e nominato i membri del Senato romano." Devo dire che non sono d'accordo al 100 per cento con Noam Chomsky su
questo punto. La Lobby ha veramente un'influenza molto pesante. Chiedete a
Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan e Bush Senior. Nel suo eccellente
libro, "La soluzione a Stato-Unico", Virginia Tilley costruisce una
tesi persuasiva, in merito al fatto che la strategia e le tattiche USA in Iraq
abbiano piu' a che fare con cio' che Israele vuole, piuttosto che con
qualsiasi egoistico piano "realista" USA. J.K. Galbraith e le Biforcazioni della Strada. Il mio viaggio in Vermont ebbe luogo a meta' anni '70, quando era ancora
possibile, sebbene a malapena, immaginare che ci potessero essere ancora
opzioni radicali realizzabili, accessibili proprio lì dietro l'angolo. Da Saigon, il 29 aprile 1975, poco prima di mezzanotte, il Capo della base
CIA Tom Polgar aveva appena mandato il suo ultimo fiducioso comunicato al
quartier generale Langley, dicendo: "Ci metteremo circa venti minuti per distruggere l'equipaggiamento. E'
stato un lungo conflitto e abbiamo perso. Questa esperienza, unica nella
storia degli Stati Uniti, non segnala necessariamente la fine degli Stati
Uniti come potenza mondiale. La gravita' della sconfitta e le circostanze di
questa, comunque, sembrerebbero richiedere una revisione delle politiche delle
misere mezze misure, che hanno caratterizzato molta della nostra
partecipazione qui, nonostante il coinvolgimento di potenziale umano e di
risorse che sono state di certo generose. Coloro che non imparano dalla storia
sono costretti a ripeterla. Speriamo di non avere un'altra esperienza come
quella del Vietnam e che abbiamo imparato la nostra lezione." Ci fu un discorso riguardante un "dividendo di pace". Gli spiriti
ottimisti scrissero di uno spostamento nelle priorita' budgetarie dal
complesso industriale militare a quello sociale, con danaro versato in alloggi
a basso reddito e in mezzi pubblici di trasporto di massa. A questo punto, in
seguito alle rivelazioni del Watergate sui fondi neri amministrati da 500
societa' di capitali, il settore societario si trovo' allo steso basso livello
di considerazione pubblica della CIA. Il settore dell'energia ed anche la
Federal Reserve sembravano maturi per offerte serie per il controllo pubblico. L'utilita' di parlare con Galbraith era che la sua stessa carriera
conferiva una prospettiva ammonitiva rispetto a tali speranze. Nessun
rispettabile economista agrario (cosi' come era stato Galbraith) durante la
Depressione avrebbe nient'altro che aspettative radicali, come quella di
ostacolare il rapace impulso societario. Furono uomini come Henry Wallace,
della zona agricola, che misero in evidenza il fatto che il New Deal avesse
effettivamente un qualche profilo di sinistra. Ma dal 1938 il New Deal aveva esaurito l'energia, la ripresa deluse e cio'
che effettivamente tiro' fuori dai guai l'America fu il profilarsi e quindi il
realizzarsi della Seconda Guerra Mondiale. Galbraith, ancora trentenne,
divenne amministratore delegato con la supervisione del controllo dei prezzi
per l'ufficio dell'Amministrazione dei Prezzi. Risalendo fino dal documento tedesco del 1914, la pianificazione di guerra
era stata soprattutto la spina dorsale pragmatica del programma socialista ed
era facile immaginare che una particolareggiata supervisione dell'economia
post Pearl Harbor potesse fiorire in piani economici a larga scala conseguenti
alla guerra. Intanto, la realta' era che i costi extra del dieci per cento
stavano facendo guadagnare sui contratti di guerra e dietro l'angolo c'era il
contrattacco societario degli anni postbellici che distrusse l'Atto Wagner con
Taft Hartley. In testa stavano le visioni accademiche delle "elites plurali"
sul benessere degli anni cinquanta, o il "potere di compensazione"
resistenza tra business e lavoro esposto da Galbraith, gia' contraddetto
dall'accettazione postbellica del AFL-CIO, del suo ruolo come partner junior
d'affari alla mangiatoia di un boom postbellico puntellato dall'economia
permanente di guerra, annunciato da Harry Truman. Questa era il "timore
di guerra" del 1948, padre di tutti quei timori di successive gonfiature
di budget, come quella del "deficit dei missili" di JFK, o il primo
moto popolare dei neo-consiglieri introdotto da Paul Nitze alla fine degli
anni '70, che mise fine alla visione post-Vietnam di un bonus di pace. Ai tempi in cui ero ad Oxford nel 1960, le persone avevano sui loro banchi
il trattato del 1958 di Galbraith, "La Societa' del Benessere",
accanto alle opere di altri tali critici morali del consumismo capitalista,
quali Leavis, Hoggart e Williams. Come schernivamo la pinna caudale tracciata
per prima nel Chrysler studio da Cliff Voss nel 1954, come emblema del
"guardare avanti" dell'azienda lanciato nel 1956. I consumatori avevano ragione. Il lavoro non avrebbe mai fatto alcun
acquisto sui vertici di comando dell'economia ne' alcuna supervisione
putativa, da parte del Congresso, dell'allocazione del credito e
dell'investimento sociale, cosi' essi, piuttosto, compravano buffe auto
barocche a pagamenti rateali, come disposto, con preoccupazione, decenni prima
da Alfred Sloan. Anche se, come il suo eroe Veblen, la sua stramberia poteva diventare
fastidiosa, Galbraith aveva la virtu' dell'irriverenza, benche' entro i
vincoli soffocanti delle buone maniere. Amava turbare la rispettabile opinione
sull'economia, applaudendo, per esempio, gli effetti stimolanti
dell'inflazione endemica del Brasile. All'interno della tradizione keynesiana
- me lo ricordo parlare rabbiosamente, con astio indecoroso, di Marx - era
bravo - come in uno dei suoi libri migliori, "Il Grande Crac: 1929"
- nel mettere in evidenza che il cosiddetto sistema di libera impresa, non
aveva mai funzionato molto bene, allo stesso modo come aveva stabilito, con la
valutazione postbellica del bombardamento, che saturare la Germania con alto
esplosivo non inflisse mai un'ammaccatura nello sforzo bellico della Germania. Ma il sistema americano di libera impresa, non scoraggiato dalla critica
dei cittadini, ando' avanti piu' profondamente nell'errore, prendendo sempre
il bivio sbagliato. Messa di fronte ad una critica razionale empirica
dell'efficacia del bombardamento, l'America offriva in risposta il Comando
Aereo Strategico (SAC) di Curt Lemay ed il vanto trionfale di LeMay a JFK
all'epoca della crisi dei missili di Cuba e, cioe', che il SAC poteva
"ridurre l'Unione Sovietica a fumanti, irradiate rovine in sole tre
ore". Nei primi anni sessanta, arrivo' la prima identificazione ufficiale, da
parte di una task force riunita da Bobby Kennedy, di "tasche di poverta'"
che rattristavano il paesaggio americano. A maggio del 1964, Galbraith stava
scrivendo il discorso lancio di LBJ per la Grande Societa'. Il costo era una
spietata escalation della guerra in Vietnam. Dal 1961 al 1963, Galbraith
presto' servizio come ambasciatore USA a New Delhi. Con Nehru andava bene e
consigliava il governo indiano sulla politica economica. Ma in India, un bivio
decisivo era gia' stato oltrepassato. La CIA aveva dato segretamente dei fondi
al Partito del Congresso per contrastare la rivoluzione comunista a Kerala,
comincio' nel 1957 incarnando molti degli ideali sociali ed economici di
Galbraith. La persona che ha rivelato l'esistenza di quel finanziamento segreto, nelle
sue memorie - "Un Posto Pericoloso" - fu ambasciatore in India, dopo
Galbraith, Daniel Patrick Moynihan. Alla fine degli anni '50 Galbraith
presento' la sua critica dello squallore pubblico del capitalismo e alla fine
degli anni '60 arrivo' la risposta di Moynihan: i neri si sono soltanto
assunti la loro responsabilita'. Perseverando in una "negligenza
benigna". Quella fu un grande bivio, dal quale l'America non e' mai
tornata indietro. Almeno Galbraith, dai suoi novant'anni, ha potuto guardarsi indietro al
tempo, in cui un riformatore poteva non soltanto rappresentare una visione
sociale, ma identificare provvisoriamente gli enti in cui quella visione
poteva essere messa in pratica. Da quanto ho letto nel recente numero speciale
del "Nation", in merito alla riforma dell'assetto dell'economica
mondiale, con contributi intelligenti di Stiglitz, d'Arista, del figlio di
Galbraith James ed altri, la questione dell'ente non e' mai stata sollevata,
nemmeno una volta, in tutti i saggi, ne' il Partito Democratico vi ha mai
alluso. Se ci sara' un bivio sulla strada in avanti, la questione dell'ente
sara' meglio che sia in agenda. Galbraith sicuramente comprese questo,
nonostante lui sottovalutasse elegantemente proprio quanto bruscamente il
capitalismo potrebbe giocare per vincere. Note:
La lobby dell’Armageddon Il presidente e altri leader repubblicani si sono
schierati alle spalle di un crescente movimento cristiano-sionista per
il quale la figura di un anitcristo europeo si impone con preminenza
nello scenario della Fine del mondo. Perciò dovrebbero essere
costretti a spiegare a tutti noi per quale motivo corteggiano quella
parte di elettorato convinto che i nostri alleati siano
l’incarnazione del male. Potrebbe essere perché il requisito
essenziale per l’Armageddon che tanto ansiosamente vanno predicendo
(cioé che gli Stati Uniti si scontrino con l’Iran) si sposa tanto
elegantemente con i programmi bellici dei neoconservatori? In tutto questo la figura centrale è quella del
Pastore John Hagee, un popolare tele-evangelista a capo dei 18 mila
adepti della Chiesa della Pietra Angolare a San Antonio, nel Texas.
Dopo aver profettizzato per anni la fine del mondo, Hagee quest’anno
ha rilanciato con forza la sua retorica pubblicando il suo libro, Jerusalem
Countdown, in cui sostiene che lo scontro con l’Iran è un
prerequisito per l’Armageddon e la Seconda venuta di Cristo. In
questo bestseller ritorna più volte sul fatto che gli Stati Uniti
devono unirsi a Israele in un attacco militare preventivo contro
l’Iran per realizzare il progetto di Dio per Israele e
l’Occidente. Poco dopo la pubblicazione del libro ha lanciato i
“Cristiani uniti per Israele” (Cufi) che, in qualità di versione
cristiana del potente Comitato per gli affari pubblici degli
americani-israeliani, ha dichiarato che provocherà un «terremoto
politico». Al banchetto d’esordio del Cufi all’Hilton di
Washington, a cui hanno preso parte oltre tremilacinquecento membri,
il sostegno repubblicano all’impegno di Hagee e ai suoi tamburi di
guerra contro l’Iran ha avuto un ruolo di primo piano. Il membro del
Comitato nazionale repubblicano Ken Mehlman, ha dichiarato ai presenti
che «nessun regime ha un ruolo più importante dell’Iran nella
jihad globale». Solo due giorni prima, Newt Gingrich e John McCain
si erano fatti il giro di tutti i talkshow della domenica per ribadire
lo stesso tipo di messaggio, spingendo Benny Elon, un membro della
Knesset di Israele, a commentare sul Jerusalem Post che le
loro dichiarazioni traggono origine dalle posizioni di Hagee. Anche
Rick Santorum e Sam Brownback sono intervenuti al convegno, e Bush ha
mandato parole di solidarietà. I Repubblicani, e perfino alcuni
democratici, intervengono agli eventi del Cufi per «dimostrare
solidarietà a Israele». Inoltre, mentre l’opinione pubblica e i
media sono concentrati sullo scontro con gli hezbollah, Hagee continua
a mirare all’Iran. Mentre infatti i combattimenti lungo il confine
israelo-libanese attirano ulteriormente l’attenzione dei media di
regime sulle attività del Cufi, i sostenitori di Hagee sanno che i
leader repubblicani sono sempre disponibili. Il rabbino Daniel Lapin,
uno dei principali alleati ebrei della destra evangelica (e amico di
Jack Abramoff), ha affermato che «sì, senza il benché minimo dubbio»
Hagee esercita la propria influenza alla Casa Bianca. L’annuale
“Notte in onore di Israele” di Hagee, tenutasi presso la sua
chiesa, ha attirato i più importanti esponenti repubblicani, incluso
Tom DeLay, che era stato l’oratore principale nel 2002. Mentre gli addetti ai lavori, a Washington, si
chiedono cosa significhi il fatto che i repubblicani come Mehlman e
aspiranti alla presidenza come Gingrich e McCain indichino l’Iran
come l’elemento chiave nello scontro fra civiltà, Hagee ha già
passato dei mesi a mobilitare le sue truppe d’assalto a sostegno di
una nuova guerra. Mentre diplomatici, esperti e sedicenti tali,
dibattono su quanti anni ci vorranno all’Iran per sviluppare
un’arma nucleare efficace, Hagee dice che il mullah dispone già dei
mezzi per distruggere l’America e Israele. E anche se Bush sostiene
che delle opzioni diplomatiche sono ancora sul tappeto, Hagee l’ha
già liquidata come diplomazia delle chiacchiere e ha indottrinato i
suoi seguaci in vista di un conflitto. L’apparato direttivo della Cufi include il
reverendo Jerry Falwell, l’ex candidato repubblicano alla presidenza
e attivista della destra religiosa Gary Bauer e George Morrison,
predicatore della Cappella della Fede nella Bibbia a capo di 8 mila
attivisti ad Arvada, in Colorado; e inoltre Rod Parsley, presidente
del consiglio dei Mantenitori di Promesse, il tele-evagelista
dell’Ohio che sta rapidamente diventando un pezzo da novanta della
Destra cristiana e che ha aderito con la carica di direttore
regionale. Per il nuovo progetto di Hagee, avere influenza a
Washington è probabilmente meno importante dell’influenza che può
esercitare sul proprio pubblico. Con l’impatto dei suoi seguaci è
in grado di mettersi al servizio dei falchi dell’amministrazione
Bush "incendiando" la base a sostegno dell’intervento
militare contro l’Iran. Oltre 700 mila persone hanno comprato il suo
libro, Jerusalem Countdown e innumerevoli altri lo hanno
sentito promuoverlo in programmi radio e tv “cristiani”. Quella
che ha sentito il suo pubblico sui media cristiani, come nei programmi
radiofonici di Sean Hannity e Bill O’Reilly è una campagna
pubblicitaria drammatica, da Giorno del giudizio. Le pagine di Jerusalem
Countdown forniscono un particolare mix di profezie bibliche,
presunte informazioni privilegiate da ufficiali israeliani e lezioni
di fisica riassunte e pasticciate. «Ho scritto questo libro nell’Aprile 2005 e
quando la gente lo legge pensa che l’abbia scritto ieri sera, dopo
aver visto il telegiornale Fox News», dice l’autore senza
la minima traccia di ironia, «Tanto è vicino e va oltre alla realtà
attuale». Hagee parla allo stesso tempo a due distinte audience
quando descrive il potenziale nucleare iraniano: a quella che teme un
attacco terroristico dall’Iran e a quella che crede
nell’apocalisse biblica. Per fare impressione sui paurosi, imita i
discorsi di Bush sulla capacità dell’Iraq di attaccare gli Stati
Uniti con le armi di distruzione di massa, gli avvertimenti di
Condoleezza Rice a proposito dei funghi atomici, e le menzogne di Dick
Cheney sull’alleanza fra Al Qaeda e Saddam Hussein. Paragonando
Ahmadinejad a Hitler, Hagee sostiene che lo sviluppo da parte
dell’Iran di armi nucleari deve essere fermato per proteggere
l’America e Israele da un attacco nucleare. Trasformando in
ossessione i legittimi timori per un attacco terroristico e rievocando
l’11 settembre, delinea il quadro vivido di un presunto piano di
attacco di matrice iraniana, secondo cui sette bombe nucleari,
nascoste in certe valigette, dovrebbero esplodere simultaneamente in
sette città americane; oppure che prevederebbe l’uso di
un’apparecchiatura a impulsi elettromagnetici capace di provocare «una
Hiroshima americana». Quando poi si rivolge a un uditorio sensibile alle
profezie delle Scritture, Hagee non vede l’ora di iniziare a
combattere. Sostiene che colpendo l’Iran si spingeranno le nazioni
arabe a unirsi sotto la protezione della Russia, come dicono i versi
38 e 39 di Ezechiele, giungendo a «un Inferno che divamperà in tutto
il Medio Oriente, precipitando il mondo intero nell’Armageddon».
Nei discorsi di Hagee Israele non ha altra scelta se non colpire gli
impianti nucleari iraniani, con o senza l’aiuto degli Stati Uniti.
L’attacco indurrebbe la Russia (che vuole il petrolio del Golfo
Persico) a mettersi alla guida del mondo arabo contro Israele. A
questo punto, Dio spazzerebbe via i cinque sesti dell’armata guidata
dalla Russia, mentre il mondo resterebbe a guardare «sconvolto e
atterrito» dice lui; o conferendo all’amministrazione Bush una
qualche qualità divina, oppure all’Ira di Dio una certa bushità. Ma Hagee non si ferma lì: aggiunge che Ezechiele
ha predetto che il fuoco colpirà «i popoli che vivono in sicurezza
lungo le coste». Da questa frase deduce che il Giudizio colpirà
tutti quelli che hanno preso parte alla coalizione guidata dalla
Russia che ha invaso Israele, e manda un severo monito agli Stati
Uniti perché intervengano: «potrebbe succedere che l’America, che
si rifiuta di intervenire per difendere Israele dall’invasone dei
russi, vedesse una guerra nucleare devastare entrambe le proprie
coste?», lui dice di sì, citando la Genesi 12:3, in cui Dio dice a
Israele: «benedirò chi vi benedice e maledirò chi vi maledice». Il demoniaco leader mondiale verrà quindi
affrontato da un falso profeta, identificato da Hagee nella Cina, ad
Armageddon, il monte Megiddo in Israele. Mentre questi si prepareranno
per la battaglia finale, Gesù ritornerà in groppa a un cavallo
bianco e getterà i due malvagi (e presumibilmente tutti i noncredenti)
in un “lago di zolfo infuocato”, segnando così l’inizio del suo
regno di mille anni. Hagee non ha paura di una guerra atomica, ma
piuttosto dell’ira di Dio perché stiamo a guardare mentre l’Iran
dà esecuzione al suo complotto per distruggere Israele. Un conflitto
nucleare fra America e Iran, che secondo lui è stato profetizzato nel
Libro di Geremia, non porterà alla fine del mondo ma piuttosto alla
ricreazione da parte di Dio del Giardino dell’Eden. Ma, in ultima analisi, a Hagee il destino di
Israele o degli ebrei interessano meno del programma della destra
teocratica: quando Gesù tornerà per il suo regno di mille anni, dice
al suo pubblico televisivo, «i giusti governeranno le nazioni della
Terra, al ritorno di Gesù; e lui non chiederà alla Aclu se
si può pregare, non chiederà alla Chiesa se si possono consacrare
vescovi e preti pedofili, non chiederà se si possono portare i dieci
Comandamenti nei parlamenti degli Stati. Non sarà a favore
dell’aborto, ma governerà un mondo secondo la parola di Dio che
dice che il mondo non finirà mai. Diventerà un giardino dell’Eden,
e Cristo ne sarà a capo». Sarah Posner (da: www.alternet.org
- traduzione IS in Sardegna) http://www.disinformazione.it/sacraalleanza.htm La
sacra alleanza del King David Neocons,
sionisti cristiani e likudnik riuniti a Gerusalemme per ridisegnare il
Medioriente. «Israele
è il ground zero della cruciale battaglia per la sopravvivenza della nostra
civiltà». È con questi toni solenni che si è aperto domenica scorsa il
primo Jerusalem summit, evento di fondazione di un nuovo think
tank internazionale che si propone di
«creare nuovi paradigmi per la questione di Israele e dello stato palestinese».
Riunita per tre giorni a Gerusalemme, la manifestazione ha visto la
partecipazione dei principali leader dell'estrema destra israeliana, di
importanti esponenti della cupola neo-conservatrice e di noti ideologi del
movimento sionista cristiano. «Una nuova allenza di gente di molte fedi e
nazioni devote a Israele», come annunciava il comunicato stampa approntato
per l'occasione dagli organizzatori. Tra le persone riunite a questa kermesse
spiccavano, da parte israeliana, vari esponenti del partito dell'Unione
nazionale, come il ministro dei trasporti Avigdor Lieberman e quello del
turismo Benny Elon, oltre ai likudnik più estremisti, come l'ex premier e
attuale ministro delle finanze Benyamin Netanyahu e il ministro della
sicurezza interna Uzi Landau. Da parte americana sono invece convenuti alcuni
tra i più noti guru della galassia neo-cons:
Richard Perle, membro e già presidente dell'influente Defence policy board
del Pentagono; Daniel Pipes, esperto di islamofobia nominato da Bush nel
consiglio di amministrazione dello Us Institute for peace; Elliot Abrams, del
Consiglio di sicurezza nazionale, già noto per aver partecipato all'Irangate
e aver organizzato gli squadroni della morte in Salvador e Guatemala durante
l'amministrazione Reagan. La
mafia russa si getta nella mischia http://www.disinformazione.it/guerrasiria.htm Il
Congresso approva: sanzioni alla Siria La
Camera dei rappresentanti Usa vota a schiacciante maggioranza il Syria
Accountability Act, che prevede diverse misure di rappresaglia contro Damasco
per il suo «appoggio al terrorismo». Dura reazione del presidente Bashar: «Gli
Stati uniti sono governati da un gruppo di fanatici guerrafondai» Con
un voto quasi unanime (398 sì contro 4 no), la Camera dei rappresentanti
degli Stati uniti ha dato ieri il via libera al Syria
Accountability Act,
un progetto di legge che prevede diversi livelli di sanzioni economiche contro
Damasco, «se continua ad appoggiare gruppi terroristici, non ritira le
proprie truppe dal Libano e non dimostra la sua estraneità ai programmi di
sviluppo di armi chimiche e batteriologiche». Approvato la settimana scorsa
dalla Commissione esteri, il provvedimento passerà nelle prossime settimane
al Senato, dove gode di un forte sostegno bipartisan,
e verrà infine portato al presidente Bush, che ha già fatto intendere che
apporrà la sua firma. La Siria ha reagito con durezza all'iniziativa
statunitense: il presidente Bashar el-Assad, dal vertice dell'Organizzazione
della conferenza islamica (Oci) in Malaysia, ha accusato Washington di avere
«fanatici guerrafondai al governo». Secondo Bashar, gli attentati dell'11
settembre 2001 «hanno dato l'occasione e il pretesto a un gruppo di
malintenzionati per attaccare i valori umani e creare un nemico orribile
quanto illusorio, che chiamano islam». In
particolare negli Stati uniti sembra cementarsi l'alleanza tra, da una parte,
le lobby filo-israeliane legate Jewish Institute for National Security Affairs
(JINSA) e all'American Enterprise Institute (AEI), e dall'altra i sionisti
cristiani, fra cui spicca il leader della maggioranza repubblicana alla Camera
dei rappresentanti Tom Delay. Quest'ultimo, che a più riprese ha espresso il
suo appoggio incondizionato non solo alle politiche dello stato ebraico ma
anche al presunto diritto teologico di Israele di occupare la totalità della
Palestina, ha definito la votazione di ieri «cruciale per il prosieguo della
guerra al terrorismo». di:Wayne Madsen* Avendo appena passato il mezzo secolo di vita, non ricordo
un tempo in cui gli americani fossero più apprensivi e frustrati di adesso.
Certo, c’è stato il Watergate. Ma grazie al sistema di controlli e
compensazioni, che allora funzionava, il sistema politico americano ha
corretto se stesso, e non si è rovesciato, come prevedevano alcuni
uccellacci del malaugurio. Dopo le dimissioni di Richard Nixon, il nuovo
presidente, Gerald Ford, disse che l’incubo nazionale americano era
finito. Contrariamente al 1974, l’incubo del 2004, rappresentato
dall’amministrazione di George W. Bush, non mostra segni di voler cessare.
E per quella ragione, una maggioranza di americani con quozienti
intellettivi che dimostrano un certo grado di istruzione stanno diventando
sempre più irrequieti. Nessuno sa come e quando questo bollore tra gli
americani finirà per straripare, ma le conseguenze potrebbero sconvolgere
gli esperti di politica sponsorizzati dalla pubblicità, gli editori dei
giornali istituzionali e gli addetti ai sondaggi pagati a peso d’oro. Dai corridoi del Pentagono e del dipartimento di Stato,
dagli uffici dei giuristi costituzionalisti agli insider politici, e ai
centri d’analisi della Cia e della Agenzia d’intelligence della Difesa,
la gente non ne può più degli ideologi (i neo-conservatori, i dominionisti
evangelici, i sionisti cristiani, i cattolici reazionari, i sostenitori
dell’espansionismo israeliano, i distruttivisti creativi, i seguaci del
reverendo Moon, i fondamentalisti apocalittici, i puri e semplici fascisti e
altri stravaganti) che hanno fatto il nido e si sono riprodotti nei tre
poteri del nostro governo federale. La ragione è semplice: tutti coloro che da anni sparano a
zero sulla capacità delle lobbies di influire sulla politica estera e
interna del nostro paese hanno ragione a dire che è una questione di soldi.
Il fatto che Kerry faccia parte di quella rete di "interessi
particolari" degli straricchi e della politica fa sì che molti suoi
elettori potenziali dicano che voteranno contro Bush ma non necessariamente
per Kerry. La riluttanza di Kerry a screditare o persino a parlare del
circolo universitario maschile "Skull and Bones" (teschio e ossa,
NdT) di Yale, cripto-massonico e sciovinista (di cui è membro) non fa che
aumentare l’apprensione di molti americani. Ma Bush suscita ancora una
bile rabbiosa in tutto il paese. La recente notizia che tenga una delle
pistole preferite di Saddam Hussein in una stanza vicino all’Ufficio ovale
non dovrebbe sorprendere. Bush ama mostrare la pistola ai suoi ospiti. Dopo
tutto, i membri di Skull and Bones si circondano di oggetti saccheggiati dai
campi di battaglia e dalle tombe. Nella loro sede di Yale, chiamata
affettuosamente "la Tomba", i Bonesmen sono circondati
dell’argenteria di Hitler, dei bottini di guerra nazisti (inclusi oggetti
con svastiche), del teschio del capo apache Geronimo (si dice rubato dalla
tomba a Fort Sill, Oklahoma, dal nonno di George Dubya, il senatore Prescott
Bush del Connecticut, anche lui un Bonesman), e dei teschi di Pancho Villa,
del presidente Martin van Buren (cosa mai avrà fatto per fare incazzare i
Bush?) e del leader abolizionista John Brown. Possiamo capire perché George W. Bush ami il culto della
morte di questa associazione morbosa e raccapricciante di mocciosi ricchi;
ma non c’è ragione perché Kerry onori gli impegni idioti presi con
questi amanti del macabro quando è stato iniziato alla loro
associazione.Tra i cultori della morte di Yale, gli evangelisti e gli
apocalittici, i neo-conservatori sostenitori dell’egemonia globale
americana, e chi ha un quoziente intellettivo inferiore a quello di George
W. Bush (91), il resto di noi (la buona nuova è che siamo ancora una
maggioranza), inclusi alcuni militari con una o più stelle sull’uniforme,
sta diventando sempre più irritato, al punto che qualcosa prima o poi si
romperà. Ecco alcune frasi celebri pronunciate recentemente da generali a
due e tre stelle e da colonnelli: "Ho giurato fedeltà alla
Costituzione, non a Bush, né a Cheney, né a Rumsfeld"; "Se il
Pentagono venisse assalito dal nemico e avessi un solo proiettile in canna,
lo userei contro Stephen Cambone" (il sottosegretario alla Difesa per
l’intelligence); "peccato che abbiano mancato Wolfowitz"
(facendo riferimento al bombardamento dell’hotel Al Rashid in Baghdad
nell’ottobre 2003, dove alloggiava Wolfowitz)- E da un colonnello della
Guardia nazionale: "I governatori sono pronti a ribellarsi se altre
guardie verranno spedite in Iraq". Se Bush, Cheney e Rove
interferiranno con il processo elettorale, rimandando le elezioni del 2
novembre a causa di una non meglio specificata minaccia
"terroristica" o con un altro pretesto, molti alti ufficiali
militari sono pronti a tener fede al giuramento alla Costituzione e a
proteggere il nostro paese dal nemico "interno". Ciò include
anche il presidente e il suo staff, che vogliono rovesciare il processo
costituzionale per i loro scopi scellerati. Un mio vecchio collega, un famoso avvocato
costituzionalista, mi ha detto che sarebbe pronto ad appoggiare i militari
se dovessero intraprendere una tale iniziativa senza precedenti contro il
potere esecutivo fori controllo. Un esperto analista politico di Washington,
molto conosciuto presso il pubblico televisivo, ha fatto eco ai sentimenti
dell’avvocato - ha chiesto persino che Bush, Cheney e i loro scagnozzi
vengano deferiti alla corte marziale dopo essere stati deposti. Sì,
l’indignazione è ormai una febbre a livelli intollerabili. In vita mia
non ho mai visto nulla del genere. Eppure, è totalmente comprensibile. Ogni
giorno che il regime di Bush fa indignare noi e il mondo intero, si allarga
l’abisso tra le masse che hanno ancora sale in zucca e i gli ideologi e
gli esperti di immagine che circondano quell’essere patetico alla Casa
bianca. Al Gore (l’uomo che avrebbe dovuto essere presidente) ne ha
sicuramente abbastanza. Gliele ha cantate tutte nel corso di un discorso
pronunciato recentemente nella città di New York. I piagnucolosi esponenti
della destra che appoggiano Bush hanno gridato allo scandalo. Per chi pensa
che Kerry ci vada troppo leggero con Bush, le parole di Gore sono state un
tonico salutare. Attraverso tutto lo spettro politico, la gente vuole che la
loro costituzione venga protetta, e se i militari si faranno avanti,
riceveranno un ampio supporto.Basta con questo regime di fascisti e di
cristiani suicidi. Se la junta di Bush e i suoi sostenitori vogliono portare
la battaglia per strada, troveranno i patriottici costituzionalisti
americani pronti a riceverli. Abbiamo dalla nostra parte la maggior parte
degli ufficiali militari, e i veri veterani militari che, sotto Bush, hanno
visto ridurre i loro benefici (non quel rottame di associazione che ogni
fine settimana arriva a Washington sulle Harleys e sostiene di avere un
qualche diritto divino di parlare in nome dei veterani, anche se l’idiota-in-capo
fa fare ai suoi membri una visita guidata alla Casa bianca, in cambio del
loro inutile insignificante supporto politico). Alcuni membri del Consiglio governativo iracheno, che si è
appena disciolto, come le forze armate americane, sono in aperta rivolta
contro i neo-conservatori. Tony Blair e John Howard, il primo ministro
australiano, sono ormai alle corde, politicamente parlando. Il primo
ministro neo-fascista italiano, Silvio Berlusconi, è ogni giorno più
immerso nei guai politici e legali. I neo-conservatori, gli impettiti
egemonisti di Bush, e i loro alleati religiosi che credono nella "fine
del mondo", devono essere espulsi dal corpo politico americano. Hanno
fatto di più per distruggere il tessuto costituzionale di questo paese, di
quanto non avessero i gruppi cospirazionisti nel passato recente, incluso il
Partito comunista, gli Weathermen[1], i Freemen[2] o il Ku Klux Klan.
Nessuno di loro è mai riuscito a ottenere il controllo della Casa bianca e
del Pentagono. Lasciamo che John Kerry inizi il processo di ripulire
l’America da questa spazzatura, dimettendosi e denunciando gli Skull and
Bones. Che venga approvata una legge federale per imporre loro di riportare
i resti umani alle loro tombe e i bottini di guerra ai loro proprietari (nel
caso dell’argenteria di Hitler, sarebbe il governo americano). L’idiota-in-capo
dovrebbe restituire la pistola di Saddam al nuovo governo iracheno.Se i
nostri leader militari decideranno di onorare il loro giuramento alla
costituzione, chi di noi normalmente inorridirebbe davanti a uno scenario
come quello di Sette giorni a maggio,[3] dovrebbe appoggiare la loro
azione. Se i generali in pensione Anthony Zinni e Joseph Hoar sono un
esempio, i nostri leader militari apprezzano di più il nostro stile di vita
e le nostre tradizioni degli occupanti "scelti" dell’esecutivo.
I nostri leader militari potrebbero essere l’unico potere rimasto nel
paese in grado di sfidare coloro che cercano di distruggere gli Stati Uniti,
se non il mondo intero. Note [1] Attivi dal 1969 al 1976, gli Weathermen, noti anche come
la Weather Underground Organization, erano una "organizzazione
rivoluzionaria di uomini e donne comunisti", con sede negli Usa,
formata da membri della Students for a Democratic Society (SDS), fuoriusciti
dall’organizzazione stessa. Il gruppo mirava a rovesciare il governo degli
Stati Uniti e il capitalismo, e allo scopo mise in atto una campagna di
attentati dinamitardi, irruzioni nelle prigioni, e rivolte urbane. [Per
maggiori informazioni, si veda http://en.wikipedia.org/wiki/Weathermen][N.d.T.]. leggi
anche l’articolo "Weathermen: Gli americani che dichiararono guerra
al loro Paese" [2] I Freemen erano un gruppo dello stato del Montana
perseguiti e arrestati per aver stampato la propria valuta, entrando in
competizione diretta con la Federal Reserve Bank, la banca centrale
statunitense. [Per maggiori informazioni, si veda:http://www.lewrockwell.com/orig/tucker2.html
]. [N.d.T.] [3] Un film girato nel 1963, e ambientato negli Stati Uniti,
in un ipotetico 1980, quando vengono sventati i piani golpisti di un
generale. Regia di John Frankenheimer, con Burt Lancaster, Kirk Douglas, Ava
Gardner e Frederic March. N da: http://www.zmag.org/Italy/ Documento originale Neo-Cons on the Brink * Wayne Madsen è un giornalista e opinionista investigativo
che vive a Washington, D.C. Durante l’amministrazione Reagan faceva parte
della National Security Agency (Nsa). Ha scritto l’introduzione di Forbidden
Truth ed è coautore, con John Stanton, di America’s Nightmare: The
Presidency of George Bush II. Il titolo del suo ultimo libro, di
prossima pubblicazione, è Jaded Tasks: Big Oil, Black Ops, and Brass
Plates. Madsen può essere contattato all’indirizzo: WMadsen777@aol.com. Titolo originale: The Godly Must Be Crazy – Traduzione
per Eddyburg di Fabrizio Bottini http://www.filosofia.it/pagine/argomenti/america_versus_america/Lind.htm
Micromega/Filosofia.it di Michael Lind Una decina d’anni fa inventai un gioco insieme a un
mio collega che, come me, un tempo aveva lavorato per Irving Kristol. Lo
chiamammo bingo neoconservatore. L’idea era di disporre in diverse
combinazioni i cliché dei discorsi neoconservatori sulle cartelle del bingo:
«L’unica superpotenza mondiale»; «La nuova classe»; «La minaccia cinese»;
«L’Europa decadente»; «Contro l’Onu»; «La adversary culture (1)»; «La
rivoluzione democratica globale»; «Abbasso gli appeasement!»; «Risoluti
come Churchill». Nello spazio libero al centro della cartella avremmo messo
la scritta «Il popolo palestinese non esiste» (che oggi sarebbe «No allo
Stato palestinese» oppure «Tutti i palestinesi sono terroristi»). Il
giocatore, mentre leggeva un saggio o un libro scritto da un neoconservatore,
avrebbe spuntato gli slogan sulla cartella del bingo man mano che li
ritrovava. (traduzione e note di Silvia
Pareschi) note:
dal Wall Street Journal
PREDICATORI DI BUSH (E SHARON) PER CONVERTIRE L'IRAQ
50.000 bibbie e centinaia di «missionari» dell'estrema destra USA pro-
israeliana con gli «aiuti umanitari» inviati a Baghdad
Stefano Chiarini - 3/5/03 - Il manifesto
trasformare l'Iraq nel loro «laboratorio». Altro che liberazione. C'è
chi si appresta per pochi spiccioli ad impadronirsi non solo del
petrolio ma anche delle vite e delle anime dei cittadini iracheni. A
tale proposito la Casa bianca ha reso noto di non avere alcuna
intenzione di «interferire» nell'opera di proselitismo delle
organizzazioni «caritatevoli» evangeliche che hanno iniziato ad
operare in Iraq, La «International Bible Society» ha già inviato a
Baghdad con i suoi missionari presenti in varie organizzazioni di
assistenza come «lavoratori associati con una chiesa cristiana» oltre
10.000 bibbie e altre 50.000 copie saranno pronte entro metà maggio.
Da parte sua l'«International Mission Board» ha già inviato i Iraq
generi di prima necessità con su scritto sulle scatole brani delle
sacre scritture. Da alcuni giorni sono poi scesi in campo anche i
grossi calibri dell'estrema destra religiosa cristiano-sionista come
la «Southern Baptist Convention», la più grossa organizzazione
protestante con 16 milioni di fedeli, e la «Samaritan Purse» del
reverendo Franklin Graham, il predicatore evangelico noto per aver
organizzato preghiere collettive per l'inaugurazione della presidenza
di George Bush Jr , anch'egli cristiano evangelico convertitosi in
età adulta per seguire la sua missione. Franklin Graham passò agli
onori della cronaca per una intervista televisiva all'indomani
dell'attentato alle torri gemelle nella quale definiva l'Islam come
una religione «malvagia» e il profeta Maometto come un «terrorista
pedofilo». Le sue milizie sono pronte ora a portare agli
iracheni «aiuti fisici e spirituali», «siamo lì per cercare di amarli
e di salvarli e lo faremo in nome di Gesù Cristo», «in costante
contatto - come ha sostenuto lui stesso - con le autorità Usa». Del
resto sempre secondo Graham «il Corano insegna la violenza, non la
pace», e quindi solo convertendo il paese al cristianesimo si potrà
arrivare a quel bene prezioso. Le notizie dell'arrivo in Iraq dei
nuovi crociati evangelici anti-musulmani ha suscitato non solo le
proteste delle associazioni degli arabi americani ma anche quelle
della Lega Internazionale Musulmana, con sede a Riyadh. Questa, per
bocca del suo segretario generale Abdullah bin Abdulmohsen al-Turki,
ha invitato gli iracheni ad evitare di cadere nella trappola di
coloro che vogliono portare avanti il progetto di uno «scontro tra
civiltà» e di stare attenti alle «faide etniche o religiose». Scontro
di civilità che è proprio l'obiettivo di questi settori che si
apprestano a gestire il nuovo Iraq. Franklin Graham è infatti il
figlio del predicatore Billy Graham che quindici anni fa convinse il
playboy George Bush junior ad abbandonare la bottiglia per il
crocifisso. Inoltre Franklin Graham è uno dei più noti esponenti con
Ralph Reed, Jerry Falwell, Pat Robertson, Gary Bauer di quella
tendenza che unisce le posizioni dell'ultradestra repubblicana con un
deciso sostegno alla politica di Sharon.
Il padre fondatore di tale pericolossissimo mix è stato senza dubbio
Jerry Falwell, della «moral majority» che una volta ricevette come
regalo un aereo dall'allora premier israeliano Menachem Begin, e Pat
Robertson della «Christian coalition» che finanzia, tra l'altro,
la «Christian Embassy» a Gerusalemme nota per sostenere le
organizzazioni dei coloni ebraici più fanatici. E non è certo un caso
che il nuovo programma in arabo via satellite per l'Iraq venga
prodotto nello studio della «Grace Digital Media» un
network «strumento nelle mani di Dio» noto per aver prodotto nel 2002
un documentario dall'illuminante titolo «Il destino di Israele e il
ruolo degli Stati uniti». Tra predicatori folli, petrolieri rapaci e
coloni israeliani il futuro dell'Iraq potrebbe essere ancor più nero
di quello che molti pensano. E così l'inevitabile reazione, di fronte
a tanta barbarie.
http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_16493.html
Tanto per cominciare, e' un comitato di azione politica che esercita
espressamente pressioni politiche nell'interesse di una potenza straniera; il
fatto che sia esente dall'Atto di Registrazione dei Rappresentanti Stranieri
e' ancora un'altra misteriosa "eccezione israeliana". In secondo
luogo, non e' proprio la quantita' di denaro che da', ma e' la punizione
politica che puo' esigere. Dalla meta' degli anni '80, nessun membro del
Congresso aveva mai neanche cercato di accollarsi direttamente la lobby. Cosi'
come un membro dello staff del Senato ha riferito allo scrivente, cio' che
tiene in riga i politici e' la "raggelante paura" dello sfavore
dell'AIPAC.
La lezione dell'affare Iraq e' che la relazione israelo-americana e' piu'
forte, quando sembra che gli interessi americani e gli interessi israeliani
siano un tutt'uno (a prescindere che questo sia veramente il caso, a lungo
termine). Gli Stati Uniti usano Israele per dominare il Medio Oriente, Israele
usa gli Stati Uniti per dominare la Palestina".
Galbraith mori' il 29 aprile, alla tarda eta' di 97 anni. Una volta, andai su
per il Vermont per intervistarlo nella sua fattoria. Era buio e guidai in modo
incerto lungo una strada sterrata e su per una corsia d'accesso al garage.
Bussai alla porta e chiesi urlando: "E' questa la casa del Professor
Galbraith?", "No" rispose una voce scocciata dall'interno.
"Questa e' la casa del Professor Hook" Sidney Hook, il prototipo di
neo-consulente, viveva dall'altra parte della collina, rispetto al
progressista Keynesiano, Galbraith. Non certo per l'ultima volta, riflettevo
come in America sia facile, spesso senza accorgersene, prendere una direzione
e finire a 180 gradi da dove pensavi di essere diretto.
Sarah Posner
In
un mondo ideale, un reporter alla conferenza stampa settimanale con
George Bush e Tony Blair avrebbe chiesto a Bush, al cospetto del suo
principale alleato europeo, se crede che l’Unione Europea sia
l’Anticristo. Anche se sembra il tipo di delirio alla Pat Robertson
che fa scappare tutti verso l’uscita più vicina, è una domanda a
cui Bush dovrebbe essere costretto a rispondere.
Anche se i repubblicani non lo ammetteranno mai (sostengono che il
loro appoggio ai cristani-sionisti come Hagee è basato sul loro
personale orientamento a favore di Israele) è chiaro che sanno che
per vincere hanno bisogno dei voti di questo elettorato. Come Karl
Rove ha fatto la corte nel 2004 ai conservatori evangelici facendo
leva sulla loro omofobia, la retorica della campagna repubblicana del
2006 e il 2008 dimostra di strizzare l’occhio a degli elettori che
per mesi hanno sentito spingere, in chiesa, per una guerra contro
l’Iran.
Hagee
brandisce «un megafono molto grande» che raggiunge le orecchie di «un
gran numero di diversi gruppi», ha dicharato il rabbino James Rudin,
del Comitato per gli ebrei americani, che ha studiato la destra
cristiana per trent’anni. Con la Cufi il predicatore ha allargato
esponenzialmente la portata dei questo megafono oltre i limiti del suo
pubblico televisivo. Grazie al viral marketing messo in piedi
da centinaia di leader evangelici che hanno aderito alla sua nuova
organizzazione, la sua propaganda guerrafondaia si è diffusa già da
mesi per tutte le megachiese d’America. Hagee chiama i predicatori
«i generali spirituali dell’America», un paragone appropriato,
visto quanto sta facendo affidamento su questi per radunare le loro
truppe a sostegno dei suoi discorsi.
Per colmare il vuoto di potere lasciato dalla decimazione di Dio
dell’esercito russo, l’Anticristo (che comanda l’Unione Europea)
“istituirà per tutto il mondo un governo unico, una moneta unica e
un’unica religione” per tre anni e mezzo (Hagee aggiunge che «basta
trovarsi a essere un osservatore casuale dell’attualità per vedere
che tutte e tre queste cose stanno succedendo realmente».
Stefano
Liberti - «Il Manifesto» 19 ottobre 2003
L'islam, il nuovo totalitarismo
A
consultare il sito web messo in piedi per l'evento (www.jerusalemsummit.org ),
si scoprono i princìpi fondanti di questa nuova «alleanza di intellettuali,
leader pubblici e religiosi»: la convinzione che tutta la terra tra il mar
Mediterraneo e il Giordano appartenga al popolo ebraico; la ricerca di
soluzioni «creative» per gli arabi palestinesi che vivono a Gaza e in Giudea
e Samaria (Cisgiordania); l'identificazione dell'islam con il nuovo
totalitarismo. È partendo da questi significativi punti fermi che gli
avventori hanno potuto ascoltare compiaciuti la «road map» alternativa del
ministro Elon, che prevede la sconfitta totale dei palestinesi e la loro
deportazione verso la Giordania. Hanno poi potuto applaudire Perle - insignito
per l'occasione di un'onorificenza creata ad hoc - quando ha detto senza usare
mezzi termini che «gli Stati uniti dovrebbero ora attaccare la Siria».
Al
di là dei nomi conosciuti dell'establishment dell'estremismo sionista
predominante negli attuali governi israeliano e statunitense, vi erano anche
altre figure meno note, la cui partecipazione è significativa perché segna
l'allargarsi del fronte favorevole al ridisegno del Medioriente in funzione
della Grande Israele. Prima di tutto, tra gli organizzatori del summit spicca
la Michael Cherney foundation, creata dall'omonimo uomo d'affari di origine
russa per assistere le vittime degli attentati suicidi e le loro famiglie.
Arricchitosi dal nulla dopo il crollo dell'Unione sovietica, Cherney è stato
accusato di complotto contro lo stato in Bulgaria e si è rifugiato in
Israele, dove è considerato da alcuni il «padrino dei padrini della mafia
russa».
Oltre al soccorso delle vittime, la fondazione da lui creata è impegnata
attivamente nel convertire la chiesa ortodossa russa - tradizionalmente
antisemita - al sionismo militante, in funzione di un presunto nemico comune:
l'islam.
Sulla sua stessa lunghezza d'onda appaiono le varie organizzazioni sioniste
cristiane che hanno preso parte al summit di Gerusalemme: la Religious
zionists of America e l'International christian embassy, solo per citare le più
celebri.
Uniti
dall'obiettivo della Grande Israele, i vari personaggi che si muovono nei
meandri di questo nuovo think
tank ultra-sionista appaiono animati
da motivazioni diverse, che la dichiarazione di princìpi del summit non manca
di mettere in luce: «per alcuni che sono religiosi, l'ultima e immutabile
ragione (per l'affermazione della Grande Israele, ndr)
è che Dio ha promesso questa terra al popolo ebraico. Ma questo principio è
valido anche dalla prospettiva della storia e del diritto internazionale (sic)».
Strettamente
riservata alle star dell'estremismo sionista, la riunione è stata organizzata
con cura, fino ai minimi dettagli. Gli incontri si sono tenuti al King David
hotel, lo stesso dove nel 1946 le bande paramilitari Irgun e Stern hanno
compiuto un attentato dinamitardo contro i britannici, uccidendo 92 persone.
Un luogo altamente simbolico: da lì, secondo Olon e suoi accoliti, è
cominciata l'inarrestabile ascesa di Israele. Che, per l'appunto, si concluderà
solo con il controllo totale dello stato ebraico sui territori biblici di
Giudea e Samaria.
Di Stefano
Liberti – Il Manifesto 17 ottobre 2003
Riferendosi
in modo più diretto al provvedimento approvato dalla Camera, il giovane Assad
ha detto che «le sanzioni di Washington e l'invasione culturale Usa violano
la sovranità di altri paesi». Il suo capo di stato maggiore, generale Hasan
Turkmani, ha messo poi in stato di massima allerta le truppe «per respingere
ogni aggressione del governo Sharon».
L'offensiva diplomatica contro Damasco sembra in
effetti un'azione decisa in modo congiunto a Washington e Tel Aviv: la
proposta di legge languiva indiscussa al Congresso dall'aprile 2002, a causa
dell'opposizione della Casa bianca a intraprendere qualsiasi forma di
pressione contro la Siria. Improvvisamente, il 7 ottobre scorso, l'iter
parlamentare si è sbloccato e ha imboccato un binario rapido. La data è
sintomatica, dal momento che ha seguito di appena due giorni quello che era
stato percepito inizialmente come un gesto inconsulto di Sharon: il
bombardamento di un campo profughi in territorio siriano (dove l'aviazione di
Tel Aviv non colpiva dal 1973).
Il
raid israeliano e l'approvazione del Syria Act appaiono
invece strettamente correlati tra loro e sembrano far parte di una strategia
concertata tra i settori più bellicosi del Likud, oggi al potere in
Israele, e parte dell'establishment americano, che da tempo fa pressioni sulla
Siria.
Le
pressioni sulla Siria e il suo accerchiamento militare sembrano quindi far
parte di una strategia ben precisa. A tale proposito, appare istruttivo
rileggere un memorandum di azione redatto nel 1996 da alcuni membri influenti
dell'attuale Amministrazione Usa per il premier israeliano Benyamin Netanyahu.
L'obiettivo espresso a chiare lettere dal documento era la cancellazione del
concetto di «pace in cambio di terra» emerso dagli accordi di Oslo e la
conseguente affermazione della Grande Israele. Il percorso per arrivare a tale
risultato doveva essere strutturato in quattro fasi: distruggere
l'Autorità nazionale palestinese; convincere gli Stati uniti a rovesciare
Saddam Hussein; fare guerra alla Siria; e «democratizzare»
il mondo arabo attraverso una combinazione di intimidazioni e azioni
militari dirette. I primi due steps sono stati portati a compimento.
Ora sembra scattata la fase tre.
Neocon sull’orlo del baratro
L’inquietudine crescente in America ormai attraversa i confini di partiti
politici, età, razza, gruppi etnici, affiliazione religiosa e scaglioni di
reddito. Per quelli di noi che si rendono conto che il futuro dell’America
è in bilico, ogni giorno porta con sé nuove ragioni di indignazione. John
Kerry dovrebbe raccogliere un supporto turbinoso da chi è disgustato e
arrabbiato da ogni dichiarazione di quell’analfabeta che occupa la Casa
bianca. Ma Kerry riceve solo un tiepido sostegno, anche dai democratici più
convinti.
E non dovrebbe sorprendere che nove membri di una famiglia di sangue blu del
New England, i Cheney, che si sono arricchiti commerciando seta cinese,
erano membri di Skull and Bones. Un ramo di quella famiglia si è recato in
Nebraska con uno dei suoi rampolli, Richard Brice Cheney, trasferendosi
infine nel Wyoming da dove ha lanciato il ritorno al potere politico della
famiglia Cheney. Se Kerry volesse rassicurarci che la sua amministrazione
sarà radicalmente diversa dalla junta Bush-Cheney, dovrebbe dare
immediatamente le dimissioni da Skull and Bones, denunciare il loro sordido
programma e i loro rituali, ed esigere che i resti umani rubati dalle tombe
tornino dov’erano sepolti.
Gore ha detto che Bush, come Faust, ha venduto l’anima al diavolo in
cambio del dominio globale. Non sappiamo se Gore, uomo di Harvard, abbia
studiato la Skull and Bones di Yale, ma questo paragone è sicuramente
efficace. Gore ha entusiasmato il pubblico chiedendo le dimissioni di tutta
l’équipe di Bush addetta alla sicurezza nazionale e alla difesa, cioè
tutta la baracca di neo-conservatori e incompetenti: Rumsfeld, Wolfowitz,
Douglas Feith, Cambone e Condoleeza Rice. Come direbbe Howard Dean, "yo-hoo!"
Se i militari dovranno purgare l’esecutivo dai pazzi scatenati e da les
démagogues très dangereux, troveranno il supporto di Gore, che non si
sa come è finito su una lista di "passeggeri con bagagli
pericolosi" all’aeroporto nazionale Reagan quando stava per prendere
un aereo per il Wisconsin. Anche i candidati presidenziali del Green Party e
del Libertarian Party sono finiti su elenchi simili di passeggeri sospetti,
in quello che è diventato un sistema di controllo sul traffico interno di
stile sovietico.
I neo-conservatori sembrano aver capito che sono in fase di riflusso. Il
loro arcangelo, Richard Perle, di recente si è lamentato perché una banda
di ex funzionari dei servizi segreti ha contribuito a far cadere in
disgrazia il suo amico, il faccendiere iracheno Ahmed Chalabi, pubblicando
storie diffamanti su di lui. Hey Richard, sono colpevole! Ma non ci
fermeremo a Chalabi. Funzionari dei servizi segreti, in servizio e in
pensione, e tutti coloro che vogliono che la politica estera americana
ritrovi un po’ di saggezza, non si fermeranno fino a quando non vedremo te
e i tuoi amici doppiogiochisti Michael Ledeen, Elliott Abrams, Manucher
Ghorbanifar e gli altri veterani dello scandalo Iran-Contra, denunciati per
fare il doppio gioco tra gli israeliani e gli iraniani, cercando di
strappare a entrambi tutto il possibile. Dan Senor, il portavoce
dell’Autorità provvisoria della coalizione, non ha solo lavorato per il
criminale Carlyle Group; una volta che fa i bagagli e torna negli Stati
Uniti, lo si dovrebbe condannare e continuare a monitorare il fatto che
abbia relazioni con una società che cerca di accelerare il trasferimento di
tecnologia israeliana nella difesa e nella sicurezza nazionale statunitense.
La frustrazione degli americani è paragonabile a quella del popolo
iracheno, britannico, haitiano, italiano, australiano, e di altre nazioni
che sono finite sotto il controllo dei leccapiedi di Bush. Le recenti
elezioni che hanno cacciato via gli alleati di Bush in Spagna, Corea del Sud
e India dovrebbero essere un forte avvertimento per i neo-conservatori.
Presto toccherà anche a voi.
Traduzione di melippa.
http://www.eddyburg.it/article/articleview/2072/1/28/?PrintableVersion=enabledI religiosi devono essere impazziti
I punti di vista della destra cristiana stanno disorientando i
politici, e minacciando l’ambiente
Molti degli scritti sul mondo d’oggi sembrano pervasi da una certa
sensibilità apocalittica. Parecchi libri sui pericoli ambientali, che si
tratti dello strato di ozono, del riscaldamento globale, dell’inquinamento
dell’aria e dell’acqua, dell’esplosione demografica, appaiono immersi
in un crogiolo apocalittico. (Paul Boyer, storico)
Quand’ebbe aperto il sesto sigillo, ecco seguì un gran terremoto, e il
sole diventò nero come tela di sacco, la luna diventò come sangue, e le
stelle del cielo caddero sulla terra come il fico butta i suoi frutti
invernali scosso dal vento; il cielo si ritirò come un papiro arrotolato, e
ogni montagna e isola furono smosse dai loro posti.(Apocalisse 6:12-14)
Aborto. Matrimoni omosessuali. Ricerca sulle cellule staminali
I legislatori USA sostenuti dalla destra cristiana votano contro queste
questioni con quasi per fetta uniformità. La cosa probabilmente non vi
sorprende, ma questo forse si: quegli stessi legislatori sono egualmente
compatti e decisi nell’opporsi alla tutela ambientale.
Quarantacinque senatori e 186 deputati nel 2003 si sono guadagnati
un’approvazione dall’80% al 100% da parte dei tre principali gruppi di
pressione della destra cristiana: Christian Coalition, Eagle Forum, e Family
Resource Council. Molti di questi stessi rappresentanti politici l’anno
scorso hanno avuto punteggi fallimentari (meno del 10% in media) dalla
League of Conservation Voters.
Sono statistiche sorprendenti, a prima vista. Opporsi all’aborto o alla
ricerca sulle cellule staminali è coerente con le convinzioni della destra
religiosa, che la vita cominci al momento della concezione. Opporsi al
matrimonio fra gay è coerente con l’affermazione che le attività
omosessuali siano proibite dalla Bibbia. Entrambe queste convinzioni sono
punti fermi piuttosto noti del dibattito politico contemporaneo. Ma, una
giustificazione sulla base delle sacre scritture all’antiambientalismo:
quand’è l’ultima volta che avete sentito un politico conservatore
parlarne?
Probabilmente è stato nel 1981, quando il primo ministro degli affari
interni della presidenza Reagan, James Watt, affermò davanti al Congresso
che proteggere la natura non era importante, alla luce dell’imminente
ritorno di Gesù Cristo. “Dio ci ha dato queste cose da usare. Quando
cadrà l’ultimo albero, Cristo tornerà”, affermò Watt nella
testimonianza pubblica che gli costò le dimissioni.
I politici cristiani fondamentalisti di oggi sono politicamente più saggi
del ministro degli interni di Reagan; non li sorprenderete a spiegare
decisioni di politica pubblica con convinzioni religiose private. Ma le loro
parole e azioni fanno pensare che molti di loro condividano i pensieri di
Watt. Come lui, molti fondamentalisti cristiani sentono che preoccuparsi per
il futuro del pianeta sia irrilevante, visto che non c’è futuro.
Essi credono che stiamo vivendo la Fine dei Tempi, quando il figlio di Dio
tornerà, i giusti entreranno in paradiso, e i peccatori saranno condannati
al fuoco eterno. Per cui possono anche ritenere, insieme ad altri milioni di
fondamentalisti cristiani, che la distruzione dell’ambiente sia non solo
da non temere, ma da auspicare - o addirittura da accelerare – in quanto
segno dell’Apocalisse prossima.
Non stiamo parlando di una manciata di politici marginali, convinti o
sostenitori di questo credo. I 231 legislatori (tutti Repubblicani, tranne
cinque) che hanno avuto una media di approvazione dell’80% o più da parte
delle principali organizzazioni della destra religiosa, costituiscono più
del 40% del Congresso USA (l’unico Democratico con un’approvazione del
100% da parte della Christian Coalition è il senatore Zell Miller della
Georgia, che all’inizio dell’anno ha citato il Libro di Amos in
dibattito parlamentare: “Verrà il giorno, dice il Signore Iddio, che
manderò la fame sulla terra. Non fame di pane, o sete d’acqua, ma di
usire la parola del Signore!”). Questi politici includono alcune dei
personaggi più potenti nel governo USA, e protagonisti delle decisioni
chiave: il leader della maggioranza in Senato Bill Frist (Tennessee), e
ancora al Senato Mitch McConnell (Kentucky), Rick Santorum (Pennsylvania),
Jon Kyl (Arizona), lo House Speaker Dennis Hastert (Illinois), il
capogruppo alla Camera Roy Blunt (Missouri), il ministro della Giustizia
John Ashcroft, ed è possibile anche il Presidente Bush. (all’inzio di
questo mese, la storia di copertina del New York Times Magazine a
firma di Ron Suskind, descriveva come il governo Bush basato sulla fede
abbia portato, tra l’altro, alla disastrosa “crociata” in Medio
Oriente e abbia preparato il terreno a “una battaglia fra modernisti e
fondamentalisti, pragmatici e veri credenti, ragione e religione”).
E i politici citati sono solo la più potente e visibile punta
dell’iceberg. Un sondaggio Time/CNN del 2000 ha rilevato che il 59%
degli americani ritiene che le profezie contenute nel libro
dell’Apocalisse si debbano realizzare. Circa un quarto crede che la Bibbia
abbia previsto l’attacco dell’11 settembre.
Che piaccia o meno, la fede nell’Apocalisse è una forza potente nella
moderna politica americana. Nelle elezioni del 200 la destra cristiana ha
spostato almeno 15 milioni di voti, ovvero circa il 30% di quelli che hanno
portato Bush alla presidenza. E non c’è dubbio che i cristiani
arciconservatori rosultaranno cruciali nelle prossime elezioni: lo stratega
politico del Grand Old Party, Karl Rove, spera di mobilitare al voto
venti milioni di elettori fondamentalisti, per aiutare Bush a confermarsi in
carica il 2 novembre, e per mantenere la maggioranza repubblicana al
Congresso, afferma Joan Bokaer, direttore di Theocracy Watch, un
programma di ricerca del Center for Religion, Ethics, and Social Policy,
alla Cornell University.
Visto il suo potere di blocco elettorale, la destra cristiana ha
l’ascolto, se non l’anima, della maggior parte della leadership
nazionale. Alcuni di questi leaders, credono personalmente nella Fine
dei Tempi. Altri no. Sia come sia, i loro voti sono ampiamente condizionati
da una base elettorale che accetta la Bibbia come verità letterale e
aspetta seriamente l’avvento dell’Apocalisse. E questo, da parte sua, è
una brutta notizia per chi spera di proteggere la Terra, non di
distruggerla.
C’era una volta la Fine dei Tempi
Sin dall’alba del Cristianesino, gruppi di credenti hanno esplorato le
sacre scritture alla ricerca di segni della Fine dei Tempi e del Secondo
Avvento. Oggi, la maggior parte dei circa 50 milioni di cristiani
fondamentalisti di destra degli Stati Uniti, crede in qualche tipo di
teologia da Fine dei Tempi.
Questi 50 milioni di credenti sono il substrato ai circa 100 milioni di
evangelici degli USA, che non sono in alcun modo uniformemente di destra e
antiambientalisti. In realtà la collocazione politica degli evangelici,
sull’ambiente e altri problemi, cambia di parecchio; lo Evangelical
Environmental Network, per esempio, ha unito la propria interpretazione
biblica con una buona dose di scienza ambientalista, per giustificare e
promuovere la cura del pianeta. Ma l’impatto politico e culturale
dell’estrema destra cristiana è difficile da non considerare enorme.
È anche difficile capirlo, se non si coglie il complesso sistema di
credenze che ci sta sotto e lo guida. Anche se esistono molte e divergenti
teologie e sette che si ispirano alla Fine dei Tempi, le più politicamente
influenti sono dispensazionalisti e ricostruzionisti.
Sintonizzatevi su qualunque delle 2000 stazioni radio cristiane d’America,
o delle 250 televisioni, e probabilmente subirete una grossa dose di dispensazionalismo,
una dottrina Fine dei Tempi inventata nel XIX secolo dal teologo
anglo-irlandese John Nelson Darby. I dispensazionalisti sposano
un’interpretazione “letterale” della Bibbia, che offre una cronologia
dettagliata dell’imminente fine del mondo (molti importanti teologi
contestano questa letteralità, sostenendo che Darby abbia frainteso e
distorto i passaggi biblici). I credenti legano questa cronologia agli
eventi correnti – quattro uragani che colpiscono la Florida, i matrimoni
gay a San Francisco, gli attacchi dell’11 settembre – come prova del
fatto che il mondo sta precipitando fuori controllo, e che noi siamo quanto
lo scrittore dispensazionalista Hal Lindsey chiama “la generazione
terminale”. Le crisi sociali e ambientali dei nostri tempi, affermano i dispensazionalisti,
sono miracoli legati alla Rapture, quando i cristiani rinati, vivi e
morti, saranno portati in cielo.
”Su tutta la terra le tombe esploderanno, e i loro occupanti si
innalzeranno verso il cielo”, predica il pastore dispensazionalista
John Hagee, della Cornerstone Church di San Antonio, Texas. Dopo la Rapture,
i non credenti lasciati indietro subiranno sette anni di indicibili
sofferenze, chiamate la Great Tribulation, che culminerà con
l’ascesa dell’Anticristo e con la battaglia finale di Armageddon fra Dio
e Satana. Dopo aver vinto quella battaglia, Cristo manderà tutti i non
credenti nelle profondità infuocate dell’inferno, rifarà verde il
pianeta, e regnerà in pace sulla terra coi Suoi seguaci per mille anni.
I dispensazionalisti non saturano il mercato di interpretazione della
Fine dei Tempi. I ricostruzionisti (noti anche come dominionisti),
una setta più piccola ma politicamente influente, collocano la chiave del
ritorno di Dio non nelle profezie bibliche, ma nell’attivismo politico.
Credono che Cristo farà il suo Secondo Avvento solo quando il mondo abbia
preparato un posto per Lui, e che il primo passo per preparare l’arrivo si
quello di cristianizzare l’America.
Una politica cristiana ha compe principale intento quello di conquistare la
nazione: uomini, famiglie, istituzioni, burocrazie, tribunali, governi, per
il Regno di Cristo”, scrive il ricostruzionista George Grant. Il
dominio cristiano sarà raggiunto ponendo fine alla separazione fra chiesa e
stato. Sostituendo alla democrazia USA una teocrazia dominata dalla legge
del Vecchio Testamento, tagliando tutti i programmi sociali pubblici, e
rivolgendo questo impegno invece alle Chiese cristiane. I ricostruzionisti
vogliono anche abolire tutte le agenzie pubbliche di regolazione, come la
EPA (Environment Protection Agency), perché rappresentano una deviazione
dallo scopo di cristianizzare l’America, e conseguentemente il resto del
mondo. “La conquista del mondo. Questo è quanto Cristo ci ha chiesto di
realizzare” continua Grant. “Dobbiamo vincere il mondo col potere del
Vangelo. E non dobbiamo accontentarci di niente di meno”. Solo quando
quella conquista sarà compiuta, il Signore potrà tornare.
State tranquilli e felici!
Non ci si può aspettare che persone sotto l’influenza di profezie tanto
potenti si preoccupino per l’ambiente. Perché badare al pianeta se la
siccità le alluvioni e le pestilenze portate dal collasso ecologico sono
segni dell’Apocalisse anticipata dalla Bibbia? Perché preoccuparsi del
cambiamento climatico globale se tu e i tuoi cari sarete portati in cielo
con la Rapture? Perché impegnarsi a convertire dal petrolio al
solare, se lo stesso Dio che ha fatto il miracolo dei pani e dei pesci può
tirar su qualche milione di barili di greggio con una Parola?
Molti credenti della Fine dei Temi ritengono che fino al ritorno di Cristo
in qualche modo Dio provvederà. In America's Providential History,
un diffuso libro di testo per le scuole superiori di ispirazione ricostruzionista,
gli autori Mark Beliles e Stephen McDowell ci raccontano che: “Il
materialista, il socialista, ha una mentalità da risorse limitate, e vede
il mondo come una torta ... che deve essere tagliata a pezzi in modo che
ciascuno possa averne una fetta”. Invece “il Cristiano sa che il
potenziale del Signore è illimitato, e che non c’è scarsità di risorse
nella Terra di Dio. La risorse aspettano solo di essere attinte”. In un
altro passaggio, gli scrittori spiegano: “Molti materialisti vedono il
mondo sovrappopolato, ma il Cristiano sa che Dio ha fatto la terra grande a
sufficienza e con abbondanza di risorse per ospitare tutte le genti”.
Lo spreco delle risorse naturali e la sovrappopolazione, dunque, non
preoccupano i fedeli della Fine dei Tempi, né lo fanno altre catastrofi
ecologiche, viste dai dispensazionalisti come presagi della Great
Tribulation. Lo spunto per questo punto di vista viene da un passaggio
di undici parole, in Matteo 24:7: “[Ci] saranno fame, e pestilenze, e
terremoti in diversi luoghi”. Altri fedeli individuano tracce di
catastrofe ecologica nei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse - Guerra, Fame,
Pestilenza, Morte – e citano un verso che nomina l’alto prezzo del
grano, dell’orzo, dell’olio, come anticipazione della mancanza di cibo e
combustibili fossili. Durante la Fine dei Tempi, ai quattro cavalieri sarà
“dato potere su un quarto della terra per uccidere con la spada, la fame,
le pestilenze, le bestie selvagge della terra”. Alcuni credenti
sottolineano che Apocalisse 8:8-11 prevede che una grande montagna cadrà
nel mare, causando grande distruzione, seguita da una stella splendente
caduta dal cielo. Questa stella è chiamata Assenzio, che a detta dei
dispensazionalisti si può liberamente tradurre in ucraino con la
parola Chernobyl.
Una gran quantità di predicatori, film, siti web di ispirazione Fine dei
Tempi salutano i cataclismi ambientali come Buone Notizie: annunci del Nuovo
Avvento. Il lavoro non-fiction di Hal Lindsey del 1970, The Late
Great Planet Earth, è un classico del genere; la sua versione
cinematografica bombarda gli spettatori con abbondanti dosi di esplosioni
nucleari, nubi inquinanti, alluvioni devastanti, api assassine. Nello stesso
modo, l’autore dispensazionalista Tim LaHaye nei sui romanzi Left
Behind – che in un certo periodo hanno venduto 1,5 di milioni di copie
al mese – mescola i disastri ecologici in un racconto d’azione ispirato
da profezie.
Su sito RaptureReady.com, il “Rapture Index” elenca tutte le
ultime notizie correlate alla profezia biblica. Fra in principali indicatori
di Apocalisse, ci sono la disponibilità di petrolio e relativo prezzo, la
fame, la siccità, le pestilenze, il cattivo tempo, le inondazioni, il
clima. Il responsabile di RaptureReady Todd Strandberg scrive a
spiegare perché i cambiamenti climatici sono inclusi nella lista:
“Credevo non ci fosse davvero bisogno che i Cristiani tenessero sotto
osservazione i cambiamenti legati all’effetto serra. Se ci volevano un
paio di centinaia d’anni perché le cose si facessero serie, pensavo che
la vicinanza della Fine dei Tempi avrebbe oscurato questo problema. Con una
velocità del cambiamento climatico ora tanto rapida, il riscaldamento
globale sarà un fattore centrale nelle calamità della Tribulation”.
Un altro indice di profezie indica elementi di tipo naturale (siccità in in
Etiopia, fame in Sud Africa, inondazioni in Russia, incendi in Arizona,
ondate di caldo in India, lo scioglimento della calotta antartica) come
prova dell’avvicinarsi del giorno del giudizio, sottolineando come
“Quando queste cose cominceranno ad accadere, rialzatevi, sollevate il
capo, perché la vostra redenzione è vicina” (Luca 21:28).
Secondo una mappa sul sito Fine dei Tempi ApocalypseSoon.org, siamo
“all’inizio dei dolori” (Matteo 24:3-8) che segna la Great
Tribulation. Il sito offre un link a un articolo della BBC News
sulle malattie infettive e a una cronaca degli eventi climatici estremi sul
sito del giornalista Ross Gelbspan, vincitore del Pulitzer, come prova di
questo “inizio dei dolori”. Ad ogni modo, aggiunge una secca
raccomandazione riguardo a questi links esterni: “Non vogliamo in alcun
modo approvare o consigliare questi siti. Sono stati scelti semplicemente
perché documentano letteralmente cosa prevede la Parola di Dio per
la Fine dei Giorni”.
Datemi un martello
Per capire in che modo la visione del mondo della destra cristiana sta
formando e alimentando l’antiambientalismo parlamentare, prendiamo il caso
di due influenti legislatori cristiani rinati: il leader della maggioranza
in Senato Tom DeLay (Texas) e il presidente della commissione Ambiente e
Lavori Pubblici del Senato James Inhofe (Oklahoma).
DeLay, che ha considerevole potere nel definire l’agenda parlamentare, ha
auspicato un “muover[si] in avanti con una visione del mondo biblica”
della politica USA, come riferisce Peter Perl sul Washington Post
Magazine. DeLay vuole convertire l’America in una nazione “Centrata
su Dio”, il cui governo promuova la preghiera, l’adorazione,
l’insegnamento dei valori cristiani.
Inhofe, il più esplicito critico dell’ambientalismo in Senato, è
incrollabile anche nella sua volontà di ricostruire l’America come stato
cristiano. Parlando all’incontro della Christian Coalition, Road to
Victory, appena prima della grande vittoria del Grand Old Party
alle elezioni intermedie del 2002, ha promesso ai credenti: “Quando
vinceremo alla rivoluzione di novembre, starete facendo l’opera del
Signore, ed Egli vi benedirà per questo!”.
Né DeLay né Inhofe includono la tutela dell’ambiente nella “opera del
Signore”. Entrambi hanno tuonato contro l’EPA, chiamandola “la Gestapo”.
DeLay ha combattuto per cancellare le leggi Clean Air e Endangered Species.
L’anno scorso, Inhofe ha invitato un folto gruppo di studiosi scettici
riguardo ai mutamenti climatici indotti dai combustibili fossili a
testimoniare di fronte al Senato, con culmine nella su definizione del
riscaldamento globale: “la più enorme bufala perpetrata ai danni del
popolo americano”.
DeLay ha affermato seccamente che intende spezzare la visione del mondo
“socialista” degli “umanisti materialisti” che, sostiene,
controllano il sistema politico USA, i media, le scuole pubbliche e le
università. Ha definito l’elezione presidenziale del 2000
un’apocalittica “battaglia per le anime”, una lotta mortale contro le
forze del liberalismo, del femminismo, dell’ambientalismo, che stanno
corrompendo l’America. I sogni utopici di questi movimenti sono maledetti,
sostiene il leader della maggioranza, perché essi non scaturiscono
da Dio.
”DeLay è motivato più che altro dal potere” afferma Jan Reid, coautore
insieme a Lou Dubose di The Hammer, un’appena pubblicata biografia
di DeLay. “Ma crede anche nel potere del prossimo Avvento [di Gesù
Cristo], e ci costruisce la sua visione del mondo e del governo”. Questo
può spiegare perché gli arredi dell’ufficio di DeLay in Campidoglio
comprendano una copia in marmo dei Dieci Comandamenti, e un manifesto sul
muro che recita: “Questo Potrebbe Essere Il Giorno” (il Giorno
del Giudizio).
DeLay è anche per sua asserzione membro dei Sionisti Cristiani, una
fazione di credenti Fine dei Tempi che conta 20 milioni di americani. I Sionisti
Cristiani credono che la creazione nel 1948 dello Stato di Israele abbia
segnato il primo evento in quello che lo scrittore Hal Lindsey chiama “il
conto alla rovescia di Armageddon” e sono impegnati ad accelerare
quell’orologio, avvicinando il ritorno di Cristo.
Nel 2002, DeLay ha visitato la Cornerstone Church del pastore John Hagee.
Hagee dava nella sua predica un chiaro messaggio, tanto semplice quanto
orribile: “La guerra tra America e Iraq è la porta dell’Apocalisse!”
diceva, spingendo i suoi fedeli a sostenere la guerra, per avvicinare il
Secondo Avvento. Una volta terminato il sermone di Hagee, DeLay si alzò a
sostenere l’appello. “Signore e Signori” disse “quella che è stata
pronunciata qui è la Verità di Dio”.
Con queste parole – diffuse da 225 televisioni e stazioni radio cristiane
- DeLay si è collocato decisamente nel campo della Fine dei Tempi, una
fazione desiderosa di imporre l’Apocalisse al resto del mondo. In parte,
DeLay può anche abbracciare Hagee e altri come lui in un tentativo
calcolato di ottenere i voti dei fondamenalisti: ma va ricordato che è
cresciuto come Southern Baptist, dentro un’interpretazione
strettamente letterale della Bibbia e dei dogmi. Il suo biografo Dubose dice
che il leader della maggioranza probabilmente non coglie le complessità
teologiche di dispensazionalisti e ricostruzionisti, ma
“sono convinto che [ci] creda”. Per quanto riguarda DeLay, mi ha detto
Dubose, “Se lo dice John Hagee, allora è vero”.
Senatori Cristiani avanzano
James Inhofe potrebbe essere il peggiore incubo di un ambientalista. Il
senatore dell’Oklahoma prende decisioni politiche di capitale importanza
basandosi su pesanti influenze di impresa e teologiche, simil-scientifiche,
probabilmente su una visione del mondo apocalittica: ed è presidente della
Commissione Ambiente e Lavori Pubblici del Senato.
I legami della commissione coi finanziatori dal mondo dell’impresa sono
più facili da ricostruire, e più infami, di quanto non siano quelli con il
fondamentalismo religioso, ed è vero che non si può mai dire troppo
sull’influenza del denaro. Dal 1999 al 2004, Inhofe ha ricevuto più di
588.000 dollari dall’industria dei combustibili fossili, dei servizi
elettrici, dell’estrazione, e da altri interessi legati alle risorse
naturali, secondo i calcoli del Center for Responsive Politics. Otto degli
altri nove membri repubblicani della commissione di Inhofe hanno ricevuto
una media di 408.000 dollari a testa dal settore energia e risorse naturali
nello stesso periodo.Per contro, gli otto democratici della commissione e
l’unico indipendente, si sono accontentati di una media di soli 132.000
dollari a testa dagli stessi settori dal 1999.
Ma l’influenza della teologia, anche se meno trattata, non è meno
significativa. Anche Inhofe, come DeLay, è un Sionista Cristiano. Anche se
il senatore non ha espresso esplicitamente il suo punto di vista religioso
nella commissione ambiente, l’ha fatto parlando di altre questioni. In un
discorso al Senato sulla politica estera, Inhofe ha sostenuto che gli USA
dovrebbero allearsi incondizionatamente a Israele “perché l’ha detto
Dio”. Citando la Bibbia come il divino verbo di Dio, Inhofe ha citato la
Genesi 13:14-17 – “tutta la regione che tuvedi, io la darò a te, ed
alla tua discendenza, in eterno” – a giustificazione dell’occupazione
in permanenza da parte di Israele della West Bank, e per le crescenti
aggressioni contro i Palestinesi.
Inhofe sostiene anche apertamente il dispensazionalista Pat Robertson,
che spaccia qualunque tornado, uragano, epidemia, attentato suicida, come
segni del ritorno di Dio, che ha accusato sia Jimmy Carter che George Bush
Senior di essere seguaci di Lucifero, e che non fa segreto degli sforzi
della sua Christian Coalition per controllare il Partito Repubblicano,
secondo gli studi di Theocracy Watch.
Da buon fondamentalista, Inhofe si è guadagnato un tondo 100% di
valutazione da parte dei principali tre gruppi di pressione della destra
cristiana, e un corrispondente 5% dalla League of Conservation Voters (più
una serie di zeri dal 1997 al 2002). Allo stesso modo, otto degli altri nove
repubblicani della commissione Ambiente e Lavori Pubblici si sono guadagnati
una media del 94% di approvazione nel 2003 dalla destra cristiana, e un
misero 4% dagli ambientalisti. L’unica eccezione conferma la regola: il
moderato Lincoln Chafee lo scorso anno si è guadagnato il 79% dalla LCV e
solo il 41% dalla destra religiosa.
Come presidente di commissione, Inhofe ha sottilmente preferito le sacre
scritture alla scienza. Le fonti del suo discorso al Senato del 2003 contro
la scienza e il cambiamento climatico globale, ad esempio, rivelano i suoi
due mandanti: il discorso può essere fatto risalire ai think tanks
dell’industria dei combustibili fossili e della finanza petrolchimica, ma
anche alla pseudo-scienza dei siti web cristiani. Nella sua invettiva di due
ore, Inhofe dismissed global warming by comparing it to a 1970s scientific
scare that suggested the planet was cooling -- a hypothesis, he fails to
note, held by only a minority of climatologists at the time. Inhofe's
apparent source on global cooling was the Acton Institute for the Study of
Religion and Liberty, a Christian-right and free-market economics think tank.
In an editorial on that site called "Global Warming or Globaloney? The
Forgotten Case for Global Cooling," we hear echoes of Inhofe's
position. The article calls climate change "a shrewdly planned campaign
to inflict a lot of socialistic restriction on our cherished freedoms.
Environmentalism, in short, is the last refuge of socialism." Inhofe's
views can be heard in the words of dispensationalist Jerry Falwell as well,
who said on CNN, "It was global cooling 30 years ago ... and it's
global warming now. ... The fact is there is no global warming."
Inhofe's views are also closely tied to the Interfaith Council for
Environmental Stewardship, a radical-right Christian organization founded by
radio evangelist James Dobson, dispensationalist Rev. D. James Kennedy of
Coral Ridge Ministries, Jerry Falwell, and Robert Sirico, a Catholic priest
who has been editing Vatican texts to align the Catholic Church's historical
teachings with his free-market philosophy, according to E Magazine.
The ICES environmental view is shaped by the Book of Genesis: "Be
fruitful and multiply; fill the earth and subdue it. Have dominion over the
fish of the seas, the birds of the air, and all the living things that move
on this earth." The group says this passage proves that "man"
is superior to nature and gives the go-ahead to unchecked population growth
and unrestrained resource use. Such beliefs fly in the face of ecology,
which shows humankind to be an equal and interdependent participant in the
natural web.
Inhofe's staff defends his backward scientific positions, no matter how at
odds they are with mainstream scientists. "How do you define 'mainstream'?"
asked a miffed staffer. "Scientists who accept the so-called consensus
about global warming? Galileo was not mainstream." But Inhofe is no
Galileo. In fact, his use of lawsuits to try to suppress the peer-reviewed
science of the National Assessment on Climate Change -- which predicts major
extinctions and threats to coastal regions -- arguably puts him on the side
of Galileo's oppressors, the perpetrators of the Christian Inquisition, writes
Chris Mooney in The American Prospect.
"I trust God with my legislative goals and the issues that are
important to my constituents," Inhofe has told Pentecostal Evangel
magazine. "I don't believe there is a single issue we deal with in
government that hasn't been dealt with in the Scriptures." But Inhofe
stayed silent in that interview as to which passages he applies to the
environment, and he remained so when I asked him if End-Time beliefs
influence his leadership of the most powerful environmental committee in the
country.
E la Mucca balzò fino alla Luna
I tentativi di accelerare la Fine dei Tempi sono diventati tanto
strampalati, che un gruppo di allevatori ultra-cristiani del Texas di
recente ha aiutato degli ebrei fondamentalisti di Israele a selezionare
esemplari puri di vacca rossa, un tipo geneticamente raro, che è quello
specifico da sacrificare per realizzare una profezia apocalittica contenuta
nel biblico Libro dei Numeri (l’animale sarà pronto per il sacrificio
entro il 2005, secondo la National Review).
Deve essere difficile per gli ambientalisti, molti dei quali si rompono la
testa con l’informazione scientifica, immaginare che qualcuno possa
credere che un vitello color ruggine possa provocare la fine del mondo, o
che qualcuno possa ricostruire una storia della Fine dei Tempi (e
figuriamoci una politica nazionale) a partire dalle simbologie poetiche del
libro dell’Apocalisse. Ma nell’America di oggi ci sono milioni di
persone del genere: compresi 231 legislatori che, o credono alle dottrine dispensazionaliste
o ricostruzioniste, oppure per calcolo politico sono ben felici di
allinearsi a quelli che ci credono.
È preoccupante, perché il credo in questione è antitetico all’ambientalismo.
Tanto per cominciare, qualunque scienza ambientale che contraddica
l’interpretazione delle sacre scritture della cultura Fine dei Tempi,
diventa automaticamente sospetta. Questo spiega il disprezzo per
l’approccio scientifico all’ambiente così diffuso fra i legislatori
cristiani fondamentalisti: negare il riscaldamento globale, la distruzione
dello strato di ozono, l’avvelenamento causato da arsenico o mercurio di
produzione industriale.
Più importante, le credenze Fine dei Tempi rendono questi problemi del
tutto ininfluenti. La fede nell’imminente ritorno di Cristo causa nei
fedeli un interesse esclusivo per i risultati politico-teologici di breve
termine, non per le soluzioni di lungo periodo. Sfortunatamente, quasi tutte
le questioni ambientali, dalla conservazione delle specie in pericolo al
contenimento del cambio climatico, richiedono fiducia e impegno per un mondo
che continua. E sinora, nessun tipo di prova scientifica si è rivelato in
grado di scuotere i credenti dalla propria fede, o di portarli verso la
causa della salvezza ambientale.
”È come se metà di questa nazione volesse guidare la nave dello stato
con la bussola: una bussola che funziona attraverso la scienza, la
razionalità, il buon senso empirico” ha punzecchiato l’attore Bill
Maher al Larry King Live. “E l’altra metà voglia farlo uccidendo
un pollo e leggendo le viscere, come facevano ai tempi del vecchio Impero
Romano”.
Chi dubita degli effettivi pericoli di questo tipo di politica basata sulla
fede, deve solo ricordarsi i dirottatori dell’11 settembre, che
devotamente credevano ci fossero settantadue vergini dagli occhi neri ad
aspettarli, come ricompensa, in paradiso.
Nel passato, non era ritenuto politicamente corretto far domande
approfondite sulle convinzioni religiose intime di un legislatore. Ma nel
momento in cui queste convinzioni giocano un ruolo cruciale nel formare le
politiche pubbliche, diventa necessario che il pubblico le conosca e le
capisca. Può apparire sorprendente, ma la grande domanda che non è stata
posta, e che deve invece essere fatta, ai 231 parlamentari USA sostenuti
dalla destra cristiana, e allo stesso Presidente Bush, non riguarda le
cosucce sulle pressioni religiose ai candidati nel recente dibattito
presidenziale. Riguarda invece pesanti e specifiche questioni sui
particolari, di questa fede: credete che ci troviamo alla Fine dei Tempi? Le
politiche governative che sostenete, si basano sulla vostra fede
nell’imminente Secondo Avvento di Cristo? Non è esagerato affermare che
il destino del nostro pianeta dipende dal nostro porre tali domande, e dalla
nostra capacità di ridefinire le nostre strategie ambientali alla luce
delle risposte.
Molti anni fa, un mio amico mi presentò i suoi “nonni religiosi” che,
ogni volta veniva loro domandato qualcosa sul futuro, proclamavano “sta
arrivando l’Armageddon!”. E ci credevano. Cristo poteva tornare da un
giorno all’altro, e di conseguenza loro non si preoccupavano di
ridipingere o rifare il tetto alla casa. A cosa sarebbe servito? Anno dopo
anno, sono tornato in quel posto a guardare gli strati di vernice pelarsi,
le tavole di legno scoperte invecchiare, davanzali e tetto marcire. Alla
fine la casa cadde in rovina e fu necessario abbatterla, lasciando per
strada i nonni del mio amico.
In qualche modo, le loro previsioni si sono dimostrate esatte. Ma questa
umile apocalisse, una casa che crolla su se stessa, non era opera di Dio, ma
dell’uomo. È una parabola dedicata ai 231 parlamentari sostenuti dalla
destra religiosa del 108° Congresso. Le loro convinzioni sostenute
istituzionalmente possono portare all’auto-inveramento della peggiore e
più distruttiva profezia mai annunciata di tutti i tempi.
Nota: qui il link al testo originale su Grist
Magazine; qui invece i numerosissimi,vari e vivaci commenti sulla
medesima rivista, il 22
gennaio, che questo acuto e provocatorio articolo ha suscitato fra
credenti e non. Anche un articolo proposto da Eddyburg
tempo fa, proponeva gli stessi temi (f.b.).
America versus America
Una tragedia degli
errori (Neocon e vecchie menzogne)
Non abbiamo mai stampato le cartelle del nostro bingo neoconservatore. Ma il
manifesto neoconservatore di David Frum e Richard Perle, An End to Evil (2)
che non è tanto una discussione coerente quanto una collezione di argomenti a
favore, può servire allo stesso scopo. Le Nazioni Unite «hanno screditato e
tradito» il sogno della pace mondiale. La minaccia cinese: «Quando
finalmente la Corea si riunificherà, le democrazie mondiali acquisiranno più
forza nei confronti di una Cina aggressiva e antidemocratica, nel caso in cui
la Cina dovesse evolversi in tal senso». Nel libro ci sono anche i fautori
dell’appeasement alla Neville Chamberlain e il tema dell’Europa decadente:
«Agli americani, [i dubbi dell’Europa sull’invasione dell’Iraq] sono
sembrati una forma di appeasement. Ma sarebbe un grave errore attribuire l’appeasement
europeo alla codardia, o perlomeno soltanto a quello». Ci sono gli
inevitabili riferimenti a Churchill – un capitolo si intitola «End of the
Beginning» [«La fine dell’inizio»] – e poi c’è questo: «Non
smetteremo mai di sperare nel sostegno del mondo civile. Ma se non lo avremo,
cosa che potrebbe accadere, allora dovremo dire, come il valoroso e solitario
soldato inglese di una famosa vignetta di David Low del 1940: “Benissimo,
farò da solo”».
Paradossalmente, Perle e Frum pubblicarono quel manifesto dell’ambiziosa
strategia neoconservatrice proprio nel momento in cui molti dei loro colleghi
scrivevano che il neoconservatorismo non esiste, e che i neocon non hanno
alcuna influenza sulla politica estera americana. Fino all’estate del 2003,
i neoconservatori sostennero orgogliosamente la loro causa contro gli
avversari di sinistra e le correnti di destra (realisti, paleoconservatori e
libertarians) che nutrivano dubbi sulla decisione di invadere l’Iraq.
Quell’estate, tuttavia, l’invasione dell’Iraq – progettata dieci anni
prima e portata avanti per lo più da eminenti esperti di politica estera
neoconservatori, come Paul Wolfowitz e Douglas Feith del Pentagono di Bush –
andò malissimo. Mentre scrivo, la seconda, inutile guerra in Iraq ha già
mietuto più vittime fra i soldati statunitensi di qualunque altra impresa
militare americana dai tempi del Vietnam, per non parlare delle migliaia di
iracheni rimasti uccisi o mutilati (il Pentagono di Bush non si prende la
briga di contare le vittime irachene). Mentre l’entità della sconfitta
diventava sempre più evidente, i neoconservatori cominciarono improvvisamente
a riconoscere la propria inesistenza. Da quando Stalin ordinò al Partito
comunista americano di entrare in clandestinità, non era più successo che
una corrente politica americana fingesse di scomparire pubblicamente in questo
modo.
David Brooks ha recentemente affermato sul New York Times che solo i «mentecatti»
possono credere che organizzazioni neoconservatrici come il Project for the
New American Century (Pnac) influenzino in qualche modo la politica
dell’amministrazione Bush, perché il Pnac «ha uno staff di cinque persone
e pubblica relazioni sulla politica estera». Ma il Pnac non divulga le idee
del proprio staff, di segretarie e stagisti, ma quelle di potenti membri
dell’amministrazione come Paul Wolfowitz, Dick Cheney e Donald Rumsfeld,
proprio come il Committee on the Present Danger diffondeva le idee di Paul
Nitze e Gene Rostow, che in qualità di funzionari governativi dovevano usare
una certa cautela nell’esprimere le loro opinioni in pubblico.
«A dire il vero», proseguiva Brooks, «i cosiddetti neocon [...] frequentano
cerchie molto diverse e non hanno molti contatti gli uni con gli altri». A
dire il vero – parafrasando Brooks – tra i firmatari delle lettere del
Pnac vi sono Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Perle e Robert Kagan. Il presidente
del Pnac è William Kristol, che è anche direttore del Weekly Standard –
giornale su cui scrive Brooks – e figlio di Irving Kristol, che a sua volta
è il fondatore di The Public Interest, l’ex editore di The National
Interest, l’autore di un libro intitolato Neoconservatism: The Autobiography
of an Idea, e il marito della storica neoconservatrice Gertrude Himmelfarb,
madre di William. Norman Podhoretz, l’ex direttore di Commentary, è il
padre di John Podhoretz, redattore e columnist neoconservatore che ha lavorato
per il Washington Times del reverendo Moon e per il New York Post di Rupert
Murdoch, il quale possiede anche il Weekly Standard e Fox Television. Norman
è il suocero di Elliott Abrams, ex protagonista dello scandalo Iran-Contra,
ex capo del neoconservatore Ethics and Public Policy Center e direttore degli
Affari del Vicino Oriente al Consiglio di sicurezza nazionale. La suocera di
Elliott e moglie di Norman, Midge Decter, che come molti anziani neocon è una
veterana del vecchio Committee on the Present Danger, ha recentemente ricevuto
una medaglia National Humanities dopo aver pubblicato un’ossequiosa
biografia di Rumsfeld, i cui numero due e numero tre al Pentagono,
rispettivamente Wolfowitz e Feith, sono anch’essi veterani del Committee on
the Present Danger nonché del Team B, il gruppo consultivo di intelligence
che sopravvalutò grossolanamente la potenza militare sovietica negli anni
Settanta e Ottanta. Perle, membro (ed ex presidente) del Defense Policy Board
del Pentagono, fa parte dell’American Enterprise Institute e del consiglio
d’amministrazione della Hollinger International, un gruppo editoriale di
destra (che comprende giornali come il Jerusalem Post e il Daily Telegraph)
controllato da Conrad Black, il presidente del comitato editoriale di The
National Interest, che Black in parte sovvenziona tramite il Nixon Center. Nel
1996, Perle e Feith – entrambi alleati del Pnac – collaborarono alla
stesura di una relazione intitolata A Clean Break: A New Strategy for Securing
the Realm [Un taglio netto: una nuova strategia per rafforzare il dominio],
per conto del primo ministro della destra israeliana Benjamin Netanyahu.
Perle, Feith e gli altri autori americani e israeliani della relazione
invitavano Israele ad abbandonare gli Accordi di Oslo e a ristabilire la legge
marziale nei territori palestinesi molto prima dell’inizio della seconda
intifada. La scrittura a quattro mani è una pratica comune fra i neocon:
Brooks e Kristol, Kristol e Kagan, Frum e Perle.
Questi sono i personaggi che, secondo David Brooks, «non hanno molti contatti
gli uni con gli altri».
Secondo Brooks, «A sentire la descrizione di questa gente [i presunti teorici
della cospirazione], il Pnac è una specie di Commissione trilaterale yiddish,
il punto di collegamento dei lunghi tentacoli dei neocon». Brooks scrive che
«con sta per “conservatore” e neo sta per “ebreo”». Con questa
osservazione maligna, Brooks si unisce a Jonah Goldberg, Joshua Muravchik,
Joel Mowbray, Robert J. Lieber e altri scrittori neoconservatori
nell’accusare tutti quelli che criticano il governo Likud israeliano e i
suoi sostenitori neocon di usare la parola «neoconservatore» come sinonimo
di «ebreo». Tra coloro che nell’ultimo anno si sono sentiti rivolgere
questo genere di calunnia da parte dei neocon vi sono Chris Matthews, William
Pfaff, Eric Alterman, Joshua Micah Marshall, il generale Anthony Zinni e il
sottoscritto. Quando io, che discendo in parte da immigrati ebrei, denunciai
le teorie cospiratorie antisemitiche di Pat Robertson nel 1995, Norman
Podhoretz condannò me, e non Robertson, sostenendo che, pur essendo
obiettivamente antisemita, Robertson poteva essere perdonato per il suo
sostegno cristiano-sionista allo Stato di Israele, secondo un’analogia con
la norma rabbinica del batel beshishim, che regola il grado di impurità
accettabile nel pane kosher. Il libello più odioso di questa campagna odiosa
venne scritto da Mowbray: «La settimana scorsa, parlando della guerra in Iraq
sul Washington Post, l’ex generale Anthony Zinni ha scelto la strada
intrapresa da tanti antisemiti: ha incolpato gli ebrei. [...] Tecnicamente,
l’ex capo del comando centrale delle forze Usa in Medio Oriente non ha detto
“ebrei”. Ha usato invece un termine attualmente molto in voga tra gli
antisemiti: “neoconservatori”». In An End to Evil, Perle e Frum –
spontaneamente, si può solo presumere, visto che i neocon «non hanno molti
contatti gli uni con gli altri» – recitano la nuova linea del partito: «Soprattutto,
il mito neoconservatore fornisce agli europei e ai liberal un utile eufemismo
per esprimere la loro ostilità nei confronti di Israele».
È vero, purtroppo, che alcuni giornalisti tendono a usare il termine «neoconservatore»
per riferirsi soltanto ai neoconservatori ebrei, pratica che li costringe a
inventare categorie come «conservatore nazionalista» o «conservatore
occidentale» per Rumsfeld e Cheney. Ma il neoconservatorismo è
un’ideologia, come il paleoconservatorismo e il libertarismo, e Rumsfeld,
Dick e Lynne Cheney sono neocon a pieno titolo, distinti dai paleocon e dai
libertarians, anche se non sono ebrei e non sono mai stati liberal o di
sinistra. Inoltre, cosa ancora più importante, i neocon ebrei non parlano per
la maggioranza degli ebrei americani. Secondo l’Annual Survey of American
Jewish Opinion, pubblicato nel 2003 dall’American Jewish Committee, il 54
per cento degli ebrei americani interpellati era contrario alla guerra in
Iraq, mentre solo il 43 per cento si dichiarava favorevole, e gli ebrei
americani disapprovavano i metodi adottati da Bush nella campagna contro il
terrorismo con un margine di 54-41.
Il neoconservatorismo – termine coniato da Michael Harrington – nacque
negli anni Settanta come movimento di liberal e socialdemocratici
antisovietici nella tradizione di Truman, Kennedy, Johnson, Humphrey e Henry («Scoop»)
Jackson, molti dei quali preferivano chiamarsi «paleoliberal». Il movimento,
pur comprendendo anche un’ala pro Israele, aveva come obiettivi principali
il confronto con il blocco sovietico all’estero e la difesa del liberalismo
del New Deal e dell’integrazionismo liberal contro i rivali di sinistra in
patria. Con la fine della guerra fredda e la supremazia del Democratic
Leadership Council, molti «paleoliberal» si spostarono verso il centro
democratico. Daniel Patrick Moynihan, di cui un tempo si parlava come di un
possibile candidato presidenziale neoconservatore, si staccò dal movimento
negli anni Ottanta a causa del crescente disprezzo nei confronti del diritto
internazionale e della sopravvalutazione della minaccia sovietica. I neocon di
oggi sono quel che resta dell’originale e più ampia coalizione
neoconservatrice.
Nondimeno, le origini di sinistra della loro ideologia sono ancora evidenti.
Il fatto che quasi tutti i neocon più giovani non siano mai stati di sinistra
è irrilevante: sono comunque gli eredi intellettuali (e, nel caso di William
Kristol e John Podhoretz, gli eredi in senso letterale) di uomini che un tempo
lo sono stati. L’idea che gli Stati Uniti e altre società simili siano
dominate da una «nuova classe» decadente e post-borghese è stata sviluppata
da pensatori di tradizione trotzkista come James Burnham e Max Schachtman, che
influenzarono la precedente generazione di neoconservatori. Il concetto di «rivoluzione
democratica globale» ha origine in quello di rivoluzione permanente sostenuto
dalla Quarta internazionale trotzkista. La forma di determinismo economico
secondo cui la democrazia liberale è un epifenomeno del capitalismo, promossa
da neoconservatori come Michael Novak, non è altro che una variante del
marxismo nella quale gli imprenditori vengono sostituiti ai proletari come
soggetti eroici della storia.
Il movimento neoconservatore riprende non solo l’ideologia, ma anche la
struttura organizzativa della sinistra liberal. Il Pnac è modellato sul
Committee on the Present Danger, che a sua volta era modellato sul Congress
for Cultural Freedom, un network del centro-sinistra anticomunista,
sovvenzionato dalla Cia, che tra gli anni Quaranta e Sessanta cercava di
opporsi ai gruppi del fronte culturale internazionale stalinista. Molti dei
primi neocon sono veterani del Ccf, compreso Irving Kristol, che insieme a
Stephen Spender dirigeva Encounter, la rivista del movimento finanziata dalla
Cia. I modelli socialdemocratici europei ispirarono il National Endowment for
Democracy, organizzazione che rappresenta la quintessenza del
neoconservatorismo.
Insieme ad altre tradizioni emerse dalla sinistra antistalinista, il
neoconservatorismo ha attratto molti intellettuali e attivisti ebrei, ma non
per questo lo si può definire un movimento ebraico. Come altre scuole della
sinistra, il neoconservatorismo ha reclutato i propri seguaci in diversi «vivai»,
compresi i cattolici liberal (William Bennett e Michael Novak cominciarono
nella sinistra cattolica), i populisti, i socialisti e i liberal del New Deal
del Sud e del Sud-Ovest (il gruppo da cui siamo usciti io, Jeane Kirkpatrick e
James Woolsey). All’interno del movimento neoconservatore c’erano, allora
come oggi, pochissimi mandarini wasp del Nord-Est, per la stessa ragione per
cui ce n’erano pochi anche nella vecchia sinistra americana, che tendeva a
rispecchiare la coalizione di outsider etnici e regionali tipica del New Deal.
Con l’eccezione della strategia mediorientale – argomento su cui tornerò
in seguito – non c’è nulla di particolarmente «ebraico» nelle opinioni
dei neocon sulla politica estera. Anche se l’esempio di Israele ha indotto i
neoconservatori americani ad accogliere tattiche come la guerra preventiva e
gli «omicidi mirati», la strategia globale dei neocon odierni si basa
innanzitutto sul retaggio dell’anti-comunismo della guerra fredda.
L’ostilità neoconservatrice nei confronti dell’Onu, troppo spesso
spiegata esclusivamente con la condanna di Israele da parte delle Nazioni
Unite, è un residuo degli anni Settanta e Ottanta, quando l’Assemblea
generale era dominata da un’alleanza antiamericana formata dai paesi del
blocco sovietico e dalle autocrazie del Terzo Mondo. L’idea che gli Stati
Uniti stiano «combattendo la quarta guerra mondiale» – sostenuta da Elliot
Cohen, James Woolsey e Norman Podhoretz – è un riflesso da veterani della
guerra fredda in pensione, così come lo sono i paralleli fra islam militante
e totalitarismo secolare e il tentativo di vedere la Cina o la Russia
post-comunista come minacce paragonabili all’Unione Sovietica o alla
Germania nazista.
Il pensiero neoconservatore è stato influenzato non solo dalla storia della
guerra fredda americana, ma anche dall’esperienza britannica del XX secolo.
Ciò non è strano come potrebbe sembrare. La Gran Bretagna è stata la
maggiore potenza mondiale fino a poche generazioni fa; molti neocon sono
emigrati in età adulta dal Commonwealth britannico, come Charles Krauthammer
e David Frum, ex sudditi canadesi di Sua Maestà; e molti pensatori
neoconservatori imitano Lionel Trilling (che Irving Kristol ha citato, insieme
a Leo Strauss, come una delle principali fonti del suo pensiero) nel rifarsi
alla cultura britannica per spiegare la società americana. Secondo i neocon,
la Gran Bretagna, prima società industriale moderna, raggiunse il successo
grazie a una combinazione di spietatezza imperiale, capitalismo borghese (e
non manageriale) e virtù vittoriana. La forza britannica, tuttavia, venne
tragicamente indebolita dall’interno dagli elitisti post-borghesi di
Bloomsbury, che sfidarono i valori vittoriani proprio mentre l’etica del
lavoro veniva erosa dal welfare State, e di conseguenza la Gran Bretagna si
ritrovò moralmente e materialmente impreparata a combattere il totalitarismo
fascista. L’uomo più importante del XX secolo, a giudicare dalla frequenza
con cui viene citato dai neocon, non fu Franklin Roosevelt, bensì Winston
Churchill, il fautore dei valori vittoriani.
Secondo l’ideologia neoconservatrice, gli Stati Uniti stanno ripetendo
l’esperienza vissuta dalla Gran Bretagna tre quarti di secolo fa. Osama bin
Laden (oppure Saddam, la leadership cinese, Yasser Arafat) è il nuovo Hitler.
Bush è il nuovo Churchill, come Reagan prima di lui. I repubblicani moderati
e i realisti conservatori, così come i democratici liberal, sono i nuovi
Neville Chamberlain. I fondamentalisti protestanti appartenenti alla classe
operaia del Sud rurale e suburbano sono equiparati ai protestanti dissenzienti
borghesi dell’Inghilterra vittoriana. L’università americana è la nuova
Bloomsbury, piena di liberal decadenti e di pensatori di sinistra che
abbattono il morale dei giovani americani, che secondo molti neoconservatori
dovrebbero essere arruolati e mandati a combattere una serie di guerre
all’estero per promuovere la democrazia. Quattro anni fa, Donald Kagan e
Frederick Kagan (rispettivamente padre e fratello di Robert Kagan)
pubblicarono un libro intitolato While America Sleeps, in cui confrontavano
gli Stati Uniti con la Gran Betagna della fine degli anni Trenta. I neocon
credono che l’America sia l’Inghilterra di Churchill e Chamberlain, e che
stiamo ancora vivendo nel 1939.
Qualcosa di simile a ciò che Vivian De Sola Pinto scrisse su Kipling in
Crisis in English Poetry (1968) si potrebbe dire oggi di un ammiratore di
Kipling come Max Boot e della maggior parte dei neoconservatori imperialisti
odierni: «Non c’era alcun problema irlandese o sudafricano, ma solo ribelli
e traditori; non c’era alcun problema estetico, ma solo fannulloni e
mascalzoni come il figlio di Sir Anthony Gloster, che studiò allo “Harrer
an’ Trinity College” e “si rimbecillì con libri e quadri”, e
Tomlinson, che aveva commesso peccati esclusivamente letterari; non c’era
alcun problema di guerra e pace, solo sciocchi liberali e pacifisti
sentimentali o disonesti. Il mondo aveva bisogno soltanto di maggior
disciplina, obbedienza e lealtà, e soprattutto del paternalistico impero
britannico, con i suoi amministratori disinteressati ed efficienti e il suo
eccellente esercito forgiato da perfetti sottufficiali».
Nonostante le sue eccentricità, come la nostalgia poco americana per
l’imperialismo britannico, il neoconservatorismo, come paleoconservatori e
libertarians non si stancano mai di ripetere, è un movimento che condivide
alcuni valori della sinistra centrista. Quando Richard Perle esige maggiori
diritti per le donne dei paesi musulmani, quando David Brooks si pronuncia a
favore dei matrimoni gay, e quando il Weekly Standard denuncia il razzismo dei
neoconfederati, non c’è motivo di mettere in dubbio la loro sincerità. E
non si può nemmeno dire che Irving Kristol sia in malafede quando dice che il
welfare State non tramonterà mai. L’elitarismo straussiano non è
incompatibile con le credenziali di sinistra dei neocon. Molti movimenti
liberal e democratici hanno nutrito dubbi sulla capacità della maggioranza di
autogovernarsi, e hanno riposto le loro speranze in qualche sorta di élite
illuminata – l’aristocrazia naturale di Jefferson, i tecnocrati dei
progressisti americani, l’intellighenzia d’avanguardia dei
marxisti-leninisti. Anche l’imperialismo era compatibile con un certo
messianismo liberal. Fino al sorgere dei movimenti di liberazione nazionale
del Terzo Mondo, alcuni dei più fedeli sostenitori dell’impero erano
liberal, come i fabiani inglesi e i progressisti americani. Perfino Marx era
disposto ad ammettere che paesi sottosviluppati come l’India potessero
trarre beneficio dalla tutela imperiale.
L’influenza del marxismo è particolarmente evidente nel concetto
neoconservatore di patriottismo. Sul Weekly Standard del 25 agosto 2003,
Kristol pubblicò un saggio intitolato The Neoconservative Persuasion
(evidentemente Kristol, «il padrino del neoconservatorismo», non era stato
informato della nuova linea del partito che nega l’esistenza del
neoconservatorismo). Fra quelle che Kristol chiama «le seguenti “tesi”
(come direbbe un marxista)» c’è l’affermazione che «le grandi nazioni
che hanno un’identità di tipo ideologico, come l’Unione Sovietica di ieri
e gli Stati Uniti di oggi, hanno inevitabilmente interessi ideologici in
aggiunta a preoccupazioni più materiali. Escludendo eventi straordinari, gli
Stati Uniti si sentiranno sempre obbligati a difendere, se possibile, una
nazione democratica attaccata da forze non democratiche, esterne o interne».
Perciò gli Stati Uniti dovrebbero «difendere Israele oggi. [...] Non sono
necessari complicati calcoli geopolitici di interesse nazionale»
(un’affermazione piuttosto strana da parte dell’ex editore di una rivista
intitolata The National Interest, della quale io stesso sono stato
caporedattore dal 1991 al 1994). Mettiamo da parte per ora la questione di
Israele, e chiediamoci quanti americani pensino al loro paese come a una
versione dell’Urss con un’ideologia ufficiale basata sulla democrazia
liberale invece che sul marxismo-leninismo: probabilmente pochissimi, e
altrettanto si può dire di coloro che pensano alla politica estera americana
in termini di «“tesi” (come direbbe un marxista)».
Pochi anni prima, sul Wall Street Journal, il figlio di Irving, William
Kristol, fu coautore insieme a David Brooks di un analogo appello per un «conservatorismo
della grandezza nazionale», in cui il patriottismo americano veniva svuotato
di ogni contenuto a eccezione delle crociate militari a sostegno della
democrazia all’estero. William Kristol e Max Boot adottano la «parola
proibita» – impero – mentre Frum e Perle la rinnegano. Ma se la nazione
assume valore solo come ospite o portatrice di un’ideologia potenzialmente
universale, che deve essere diffusa all’estero con la forza delle armi e il
rovesciamento dei governi, allora la distinzione fra «grandezza nazionale» e
«imperialismo» scompare – nel caso del neoconservatorismo americano così
come nei casi paragonabili del comunismo sovietico e del liberalismo
napoleonico. Questo tipo di messianismo secolare battagliero non ha
assolutamente nulla a che vedere con il patriottismo e il nazionalismo
convenzionali, neppure nelle loro forme liberal. Molti americani hanno
considerato la nostra nazione come un modello per le altre democrazie
liberali, ma quasi nessuno la considera una mera piattaforma per una «rivoluzione
democratica globale» che deve essere promossa invadendo altre nazioni e
armando insurrezioni in paesi stranieri dove «non sono necessari calcoli di
interesse nazionale».
La remota influenza della Quarta internazionale trotzkista è evidente, anche
se i neocon saccheggiano la storia americana per fornire al loro movimento un
passato utilizzabile. Max Boot si definisce un «wilsoniano di ferro», ma
nella sua celebrazione dell’imperialismo alla Kipling è difficile vedere
qualcosa di Wilson, che considerava il diritto internazionale e le
organizzazioni internazionali come l’alternativa a una temuta
militarizzazione della società americana, e che sosteneva incondizionatamente
lo stesso tipo di autodeterminazione nazionale che viene oggi rivendicato dai
palestinesi. William Kristol e David Brooks evocano il nome di Theodore
Roosevelt. Ma a differenza del progressismo imperialista di T.R., che
sosteneva la conservazione e le riforme a favore dei lavoratori, il lato
domestico del «conservatorismo della grandezza nazionale» di Brooks e
Kristol è inconsistente, riducendosi per lo più alla proposta che gli Stati
Uniti costruiscano più monumenti ai caduti di guerra, forse in previsione dei
soldati che verranno uccisi nelle future guerre per promuovere la democrazia.
Come Paul Berman, il maître-penseur dei falchi liberal, molti neocon cercano
di reclutare Lincoln nella loro causa. Ma Lincoln si oppose alla guerra contro
il Messico e rifiutò l’idea che gli Stati Uniti avessero il diritto di
diffondere la democrazia con la forza. Nel 1859 Lincoln ridicolizzò l’idea
della «Young America», che era «una grande amica dell’umanità; e la sua
brama di terra non è egoistica, ma è semplicemente l’impulso a espandere
la superficie della libertà. È assai impaziente di combattere per la
liberazione di nazioni e colonie asservite, a patto che siano provviste di
terra e che non gradiscano affatto la sua intromissione».
La nuova definizione del patriottismo americano come fanatismo per
un’ideologia messianica e battagliera è compatibile con una mancanza di
rispetto per le effettive istituzioni americane, che, se provenisse da
politici di sinistra o liberal, verrebbe denunciata come antiamericana dagli
arbitri neoconservatori del patriottismo americano, come Frum, un canadese che
si è preoccupato di diventare cittadino americano solo dopo aver lavorato
nella Casa Bianca di Bush. La maggior parte dei professionisti di carriera
nelle agenzie di sicurezza nazionale – l’esercito, la comunità
dell’intelligence e il servizio diplomatico – si oppongono all’ambiziosa
strategia di Bush e dei suoi collaboratori neocon. È logico, dunque, che
Perle e Frum vogliano sostituire i funzionari ereditati dalle precedenti
amministrazioni con altri fedeli al presidente. Ecco cosa scrivono sulla
comunità dell’intelligence: «Forse è giunto il momento di riunire tutti
questi combattenti segreti in un’unica struttura paramilitare che in ultima
analisi risponda al segretario alla Difesa» – e naturalmente al
vicesegretario alla Difesa Wolfowitz e al sottosegretario alla Difesa Feith.
Se le agenzie di intelligence fossero già subordinate ai civili del
Pentagono, Wolfowitz e Feith non avrebbero dovuto aggirare la Cia e il
Dipartimento di Stato creando una nuova agenzia, l’Office of Special Plans,
che ha distorto i dati affinché suffragassero la linea politica dei neocon.
Mentre i nuovi funzionari neoconservatori del Pentagono riportano all’ordine
la comunità dell’intelligence, altri colonizzeranno il servizio
diplomatico. Perle e Frum, due ex funzionari di nomina politica, scrivono: «La
prossima mossa sarà quella di aumentare drasticamente il numero di nomine
politiche nel Dipartimento di Stato e ampliare il loro ruolo».
Il livellamento ideologico si estenderà all’esercito Usa. I neocon, che per
la maggior parte non sono mai stati sotto le armi, nascondono a stento il loro
disprezzo per i soldati americani; Frum e Perle scrivono della «mano morta
della tradizione militare». (Il tenente generale William Boykin, che come
molti dei sostenitori americani di Ariel Sharon è un fondamentalista
cristiano, viene considerato accettabile, ed è stato introdotto
nell’ufficio del segretario alla Difesa per lavorare accanto ai civili
Rumsfeld, Wolfowitz e Feith). I militari di carriera, che spesso rappresentano
un ostacolo per i piani ambiziosi dei neoconservatori, devono essere
trasformati, secondo Perle e Frum, in uno strumento per le guerre preventive:
«Avremo bisogno di stanare un campo di terroristi in qualche remoto villaggio
dell’Indonesia? O di fare un’incursione in Siria per recuperare o
eliminare armi di distruzione di massa custodite per conto di Saddam Hussein?
O di assestare un colpo decisivo a un impianto nordcoreano in procinto di
produrre armi nucleari per un gruppo terrorista?». Azioni giustificate,
abbiamo motivo di temere, sulla base di dati falsificati dai nuovi funzionari
neoconservatori della comunità d’intelligence americana.
Le nuove forze armate americane avranno molto da fare, se tutto andrà secondo
i piani di Perle e Frum. Nel corso di An End to Evil, i due autori chiedono
che vengano deposti i governi di Iran e Siria, che l’Arabia Saudita venga
trattata come una nazione nemica, che la Corea del Nord venga stretta
d’assedio – oh, e non dimentichiamo, la Francia è un avversario, insieme
«al suo pesce pilota, il Belgio». Abbasso il Belgio, pesce pilota della
Francia! è la nuova appendice alla litania del neoconservatorismo.
Se dobbiamo credere a Frum e Perle, gli Usa dovranno compiere parecchie
invasioni e appoggiare parecchie rivoluzioni per portare la democrazia ai
paesi che ne sono privi: «Nel luglio 2003, Kofi Annan affermò che la
democrazia non può essere imposta con la forza. Ma davvero?». Annan è uno
storico migliore di quanto non lo siano Perle e Frum. Il passato non si può
negare: la maggior parte delle transizioni democratiche verificatesi negli
ultimi due secoli non hanno avuto nulla a che fare con l’intervento o la
pressione militare di un paese straniero, mentre la maggior parte degli
interventi militari Usa all’estero non si sono lasciati alle spalle una
democrazia, bensì una dittatura. I due casi che i neocon citano
continuamente, la Germania e il Giappone, sono tra i pochi in cui la
democrazia è stata restaurata (e non creata dal nulla) come risultato
dell’invasione americana. Il blocco sovietico si è democratizzato
dall’interno negli anni Novanta, anche se gli Stati Uniti non hanno
bombardato Mosca, non hanno imposto un governatore militare ai polacchi e non
hanno rinchiuso ex funzionari comunisti ungheresi in un campo di prigionia
senza nessun capo d’accusa. In America Latina, il Messico è diventato una
democrazia multipartitica invece di una dittatura a partito unico senza che i
marines americani si facessero fotografare nel palazzo presidenziale di Città
del Messico, e i soldati americani non hanno dovuto uccidere decine di
migliaia di argentini, cileni e brasiliani perché la democrazia attecchisse
in quei paesi.
È auspicabile che in Iraq i soldati americani si lascino alle spalle una
democrazia funzionante, invece delle autocrazie e cleptocrazie disfunzionali
che furono lo strascico delle occupazioni militari americane nelle Filippine,
a Cuba, in Nicaragua, ad Haiti e in Messico. Ma è probabile che, se e quando
la democrazia liberale arriverà nel mondo musulmano in generale e in quello
arabo in particolare, la transizione graduale e in gran parte pacifica
ricorderà quelle dell’Europa sovietica e dell’America Latina, e non sarà
il risultato dell’azione militare o dell’intimidazione americana. I neocon
– e i falchi umanitari di sinistra – non hanno semplicemente capito quale
sia il modo migliore per diffondere la democrazia.
La strategia globale dei neocon non è di tipo etnico, quindi, bensì
ideologico: una crociata in nome della democrazia. Ma i neoconservatori che
sostengono l’illiberale partito Likud israeliano, e gli alleati americani
del Likud, i sionisti cristiani protestanti della destra religiosa del Sud,
contraddicono i loro stessi principî.
L’ideologia neoconservatrice, in teoria, è più compatibile con il
post-sionismo israeliano che con le forme di nazionalismo etnico dei sionisti
laburisti e dei sionisti revisionisti. I neocon condannano l’idea «paleoconservatrice»
secondo cui la cittadinanza americana deve essere fondata sulla razza (caucasica)
o sulla religione (cristiana), e tuttavia difendono gli statisti e i pensatori
israeliani fautori di un nazionalismo «di sangue e suolo» ancora più
illiberale del «buchananismo» (3) condannato dai neocon nel contesto
americano.
Sulle pagine del Weekly Standard, David Brooks ha sorprendentemente sostenuto
che gli Stati Uniti, una democrazia liberale lockiana, devono difendere
Israele, un’altra democrazia liberale lockiana, contro l’illiberale
nazionalismo palestinese. L’idea che l’identità israeliana non abbia
nulla a che vedere con il nazionalismo «di sangue e suolo» potrebbe
rincuorare i post-sionisti fautori di Israele come «Stato di tutti i suoi
cittadini» (per non parlare del milione di cittadini israeliani palestinesi),
ma sarà una novità per i sionisti laburisti, così come per il Likud, il
National Religious Party e lo Shas nella coalizione di governo di Sharon.
Douglas Feith, a differenza di Brooks, non mente sulla natura del nazionalismo
israeliano. In un discorso pronunciato a Gerusalemme nel 1997, intitolato
Riflessioni su liberalismo, democrazia e sionismo, Feith, che all’epoca non
era ancora diventato il terzo funzionario più potente del Pentagono, condannò
«quegli israeliani» che «sostengono che Israele, come l’America, non
dovrebbe essere uno Stato etnico – uno Stato ebraico – ma uno “Stato dei
suoi cittadini”». Feith sosteneva che «nel mondo c’è posto per le
nazioni fondate su basi non etniche come per quelle fondate su basi etniche».
La teoria di Feith, a differenza di quella di Brooks, permette ai neocon pro
Likud di predicare un universalismo postetnico per gli Stati Uniti e un
nazionalismo «di sangue e suolo» per Israele. Mentre risolve un problema per
il movimento neoconservatore, Feith ne crea altri, legittimando una politica
identitaria che i neocon disdegnano: come si può, infatti, giustificare il
nazionalismo ebraico etnorazziale e israelocentrico mentre si condanna l’afrocentrismo
o la sinistra idea neonazista di una diaspora «ariano-germanica» o «nordica»
negli Stati Uniti? Peggio ancora, la teoria di Feith sembra avallare la falsa
convinzione degli antisemiti secondo cui gli ebrei sarebbero essenzialmente
degli stranieri nelle nazioni in cui sono nati o risiedono. In effetti,
secondo l’ideologia jabotinskiana (4) condivisa da Sharon, Netanyahu e molti
(non tutti) dei loro alleati neocon, nel mondo esistono solo due tipi di
ebrei: gli israeliani e i potenziali israeliani. Molti, se non la maggior
parte, degli ebrei americani hanno rifiutato questa concezione illiberale per
generazioni.
Una contraddizione che si collega a tutto questo è l’alleanza sempre più
stretta fra i neocon e i maggiori sostenitori del Likud nell’elettorato
americano, gli ayatollah protestanti della Bible Belt, che hanno indotto
Irving Kristol, William Kristol e Norman Podhoretz ad aprire le loro riviste
alle invettive della destra religiosa contro il diritto all’aborto, i
diritti dei gay, il controllo delle armi da fuoco e – la mia preferita –
«il darwinismo». Questa apertura al fondamentalismo cristiano degli Stati
del Sud – il contrario di tutto ciò che sosteneva un tempo il
neoconservatorismo inteso come «paleoliberalismo» – portò al mio distacco
e a quello di molti altri ex neoconservatori. Credevamo di far parte di un
movimento liberal antitotalitario, e non di una coalizione di likudnik
americani e battisti creazionisti «born again», formata per sostenere la
colonizzazione della «Samaria» e della «Giudea» da parte di coloni ebrei
di destra.
Il neoconservatorismo – e cioè il paleoliberalismo dei falchi – è stato
dirottato dai sostenitori del Likud appartenenti all’elite americana, sia
ebrei sia non ebrei, e dai loro alleati cristiani, molto prima che i neocon,
forse solo temporaneamente, dirottassero la politica estera americana durante
la presidenza del secondo Bush. Posso testimoniare che esistono
neoconservatori, anche ebrei, che non condividono questo amore per il Likud,
ma se lo ammettessero pubblicamente, la loro carriera nel movimento sarebbe
finita.
L’alterazione di un movimento ideologico a causa dei pregiudizi etnici,
religiosi o regionali dei suoi leader non è un fatto raro. Non c’era nulla
di intrinsecamente cattolico e neppure cristiano, per esempio, nel «movement
conservatism» di William F. Buckley Jr, che attrasse molti protestanti, ebrei
e laicisti. Ciononostante, la cerchia di Buckley era formata principalmente da
cattolici, fra cui il cognato di Buckley, Brent Bozell, un seguace americano
del carlismo spagnolo (i carlisti erano la risposta cattolica ai likudnik
americani). Proprio come oggi criticare il Likud nuocerebbe alla carriera di
un neoconservatore ebreo o non ebreo che non vede perché Israele non dovrebbe
essere uno «Stato di tutti i suoi cittadini» come gli Stati Uniti, così
negli anni Cinquanta e Sessanta non era una buona idea criticare la Spagna del
generale Franco se si era un conservatore della National Review.
Un ex neoconservatore come me non fu sorpreso dal cinismo con cui
l’amministrazione Bush mentì al Congresso e al popolo americano, per
giustificare un’invasione dell’Iraq pianificata da Wolfowitz e da molti
suoi alleati del Pnac diversi anni prima dell’11 settembre 2001. In
un’antologia intitolata The Fettered Presidency, pubblicata dall’American
Enterprise Institute nel 1989, Irving Kristol scriveva: «Se si presenterà
davanti al popolo avvolto nella bandiera americana e farà in modo che il
Congresso si avvolga nella bandiera bianca della resa, il presidente vincerà.
[...] Il popolo americano non aveva mai sentito parlare di Grenada. Non ne
aveva motivo. Il pretesto che utilizzammo per l’intervento militare – il
rischio che correvano gli studenti di medicina statunitensi a Grenada – era
fittizio, ma la reazione degli americani fu assolutamente favorevole. Non
avevano idea di cosa stesse accadendo, ma sostennero il presidente. E lo
sosterranno sempre».
Ma si dà troppa importanza alle menzogne dei neocon. L’influenza degli
insegnamenti di Leo Strauss sulla necessità per i «filosofi» di nascondere
la verità alle masse può essere esagerata. La sicurezza dei neocon di essere
nel giusto potrebbe bastare, dal loro punto di vista, a giustificare
l’inganno dell’opinione pubblica su questioni come l’inesistente
minaccia irachena agli Stati Uniti. I neocon, dopotutto, stanno combattendo la
quarta guerra mondiale contro… be’, contro chiunque capiti: quest’anno
una Russia rinata, l’anno prossimo la Cina, e l’anno dopo una vaga
minaccia «islamica» che in qualche modo comprende baathisti antislamici e
palestinesi laici insieme a Osama bin Laden. I neocon vedono se stessi come
figure churchilliane, una minoranza eroica che, mentre combatte contro un
generico «totalitarismo» di cui l’islam radicale rappresenta la
manifestazione più recente, viene ostacolata dai vili sostenitori dell’appeasement
all’interno dell’establishment e dai rappresentanti di una decadente «adversary
culture» nella «nuova classe» dell’accademia e dei mass media. Molti fra
i principali neocon, non ne dubito, volevano sinceramente credere che ci
fossero armi di distruzione di massa in Iraq, che le masse irachene avrebbero
accolto Ahmad Chalabi come il loro de Gaulle, e che un effetto domino
democratico avrebbe portato al potere i laici pro Israele e pro America in
Medio Oriente. Ora che i fatti li hanno smentiti, a un costo enorme in termini
di vite americane e irachene, i neocon sono disorientati. Invece di ammettere
l’errore e assumersi la responsabilità del loro catastrofico fallimento,
cercano disperatamente di evitare il biasimo.
Purtroppo per loro, un’ideologia politica può fallire nel mondo reale solo
un certo numero di volte prima di risultare del tutto screditata. Da almeno
vent’anni, i neocon hanno torto su ogni questione di politica estera. Quando
l’Unione Sovietica era in procinto di crollare, i falchi del Team B e del
Committee on the Present Danger sostenevano che fosse in procinto di dominare
il mondo. Negli anni Novanta sopravvalutarono la potenza e la minaccia della
Cina, mettendo di nuovo l’ideologia davanti all’analisi oculata dei
militari di carriera e degli esperti dell’intelligence. I neocon erano così
ossessionati da Saddam Hussein e Yasser Arafat che trascurarono la crescente
minaccia di al-Qaida. Dopo l’11 settembre promossero le inutili panacee
della guerra preventiva e della difesa missilistica come soluzione ai problemi
dei dirottatori e degli attentatori suicidi.
Dissero che Saddam aveva armi di distruzione di massa. Non era vero. Dissero
che era alleato di Osama bin Laden. Non era vero. Predissero che dopo la
guerra non ci sarebbe stata alcuna insurrezione in Iraq. Si sbagliavano.
Dissero che in Medio Oriente e nel mondo ci sarebbe stata un’ondata di
proamericanismo se gli Stati Uniti avessero agito coraggiosamente e
unilateralmente. Invece c’è stata un’ondata di antiamericanismo a livello
regionale e globale.
David Brooks e i suoi colleghi della stampa neoconservatrice hanno in parte
ragione. Non esiste alcuna rete di cervelli cospiratori, solo una rete di
cospiratori pasticcioni. Come risultato del loro dilettantismo e della loro
incompetenza, i neocon si sono umiliati da soli. Se adesso dichiarano di non
essere mai esistiti, be’, non si può certo biasimarli, no?
(1) «Adversary culture» è una definizione coniata da L. Trilling in Beyond
Culture (1965) (ed. it. Al di là della cultura, a cura di G. Fink, Firenze
1980), per indicare la tendenza degli intellettuali di sinistra americani a
criticare con esasperata ostilità il proprio paese.
(2) Ed. it. Estirpare il male. Come vincere la guerra contro il terrore,
Lindau, 2004.