miti e realtà
La "questione palestinese" viene in genere affrontata sui mass media in modo sistematicamente distorto, sia per quanto riguarda il peso della violenza in atto, valutata con due pesi e due misure (per "fare notizia", i morti palestinesi devono essere decine in un giorno, mentre ogni vittima israeliana viene segnalata con grande rilievo), sia e soprattutto ricostruendo in modo fantasioso e mistificante l 'origine del conflitto.
Partiamo da quest'ultimo aspetto, che non è marginale. Ad esempio, c'è un
diffuso luogo comune che afferma che gli ebrei sono tornati nella loro terra
di origine dopo secoli di esilio forzato.
Si tratta di una mistificazione basata su una interpretazione unilaterale
della storia di quella terra.
In essa, più o meno nello stesso periodo (1200 a.c.), arrivarono da Creta i
palestinesi (philistim) e gli ebrei guidati da Mosè provenienti dall'Egitto.
In quella terra vivevano già altri popoli, che continuarono a coesistere
anche nell'unico periodo in cui ci fu il regno ebraico di David e Salomone
(durato solo dal 998 a.c. al 926 a.c.).
Su parte del territorio, per qualche decennio prima di David, c'era stato il
regno di Saul. Dopo la morte di Salomone i suoi figli costituirono due regni
separati - rivali e vassalli l'uno dell'Egitto, l'altro dei sovrani
mesopotamici - che sono esistiti ancora fino al 721 a.c. (Israele) e al 586
a.c. (Giuda).
Non erano tuttavia Stati dei soli ebrei: la stessa Bibbia rivela che Saul,
David e Salomone erano figli di donne non ebree ed erano sposati con donne di
altre religioni. A parte la divertente considerazione sul fatto che dal punto
di vista dei rabbini di oggi non sarebbero stati considerati ebrei (conta la
madre, non il padre), e che almeno Salomone non era neppure troppo in regola
dal punto di vista religioso, visto che sacrificava agli dei delle sue molte
mogli, il dato conferma che in quella piccola terra la popolazione era assai
variegata.
Anche quando, dopo vari secoli, per un breve periodo (140-63 a.c.), c'è stato
un altro piccolo regno ebraico, quello dei Maccabei, sotto l'influenza romana,
gli ebrei osservanti erano piuttosto pochi, per la permanenza di popoli con
altre religioni e perché molti nel corso dei secoli avevano lasciato la
religione originaria, sicché ci furono perfino circoncisioni forzate per
riportarli alla condizione di ebrei.
In ogni caso, sui 7.000 anni in cui ci sono tracce di insediamenti umani in
quella terra, gli ebrei hanno dominato politicamente solo per pochi secoli,
senza essere mai i soli occupanti del territorio.
Ma la Palestina non può essere definita la terra di origine degli attuali
ebrei israeliani per parecchie altre ragioni. Nell'antichità c'era un popolo
ebraico in una terra abbastanza delimitata, con una religione che non faceva
proselitismo e che era esclusiva di quel popolo e di quella terra.
Nella parte più antica della Bibbia risulta che gli ebrei dovevano venerare
Jahvé e non gli dei di altri popoli, di cui non si negava tuttavia
l'esistenza.
Nell'Antico Testamento gli ebrei risultano agricoltori, pastori, guerrieri,
non commercianti. Più o meno questa è la composizione degli ebrei in
Palestina, e tale risulta da altre fonti nel I secolo a.c. in gran parte delle
zone in cui sono emigrati (Egitto Libia, Italia) o in cui erano stati
inizialmente deportati, come la Mesopotamia (attuale Iraq), ma in cui erano
rimasti anche dopo avere ottenuto di poter tornare. Le deportazioni, compresa
quella successiva alla distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel 70 d.c.,
riguardavano comunque solo lo strato alto della popolazione, e in Palestina
era rimasta una cospicua comunità ebraica.
Tuttavia, nei secoli immediatamente successivi - in coincidenza con il
diffondersi del cristianesimo e la sua trasformazione in religione di Stato
che perseguita le altre religioni - avviene un processo che trasforma gli
ebrei in quello che Abram Le'on ha chiamato un "popolo-classe"
specializzato nel commercio.
Da un lato, la maggioranza degli ebrei dediti all'agricoltura nel Nord Africa
e nella stessa Palestina si convertono più o meno spontaneamente al
cristianesimo e, dopo la conquista araba, all'islamismo; dall'altro,
commercianti non ebrei (ad esempio i siriani e i fenici) si convertono
all'ebraismo.
La ragione principale è che questa religione consentiva di eludere il
precetto, tratto dal Deuteronomio e fatto proprio per molti secoli dal
cristianesimo e poi dall'Islam: "non presterai ad usura al fratello tuo
ma solo allo straniero", precetto che di fatto condannava non solo
l'usura ma ogni forma di commercio.
E dopo il crollo dell'impero romano e poi ancor più dopo la divisione del
bacino mediterraneo in due aree ostili in seguito all'espansione dell'islam,
lo scarso commercio che vi rimaneva diventava sempre più rischioso, per cui
chi investiva in esso doveva ottenere una ricompensa per il rischio, che le
due grandi religioni dominanti vietavano e definivano "usura".
Il commercio, anche se ridotto a pochi generi di lusso (stoffe pregiate,
metalli lavorati, gioie, spezie), era in realtà indispensabile e quindi
veniva consentito agli ebrei e ai convertiti all'ebraismo (divenuto ormai una
religione non più legata a un territorio), che erano praticamente gli unici
"stranieri" esistenti, sia nel mondo cristiano sia in quello
islamico, e che svolgevano una funzione di ponte grazie alla conoscenza delle
lingue e al fatto di non essere legati al potere dei paesi rivali.
Altre conversioni all'ebraismo in ambiente cristiano erano invece dovute a
fattori religiosi.
Il cristianesimo nel Medioevo era diventato di fatto sempre meno monoteista,
per l'esasperato culto dei santi, delle loro immagini e reliquie; questo
spinse diversi uomini di chiesa, nell' Europa occidentale e poi nella Russia
ortodossa, verso l' ebraismo, aderendovi o accogliendone alcuni elementi.
È il caso della cosiddetta "eresia giudaizzante" della Russia del
Quattrocento, che determinerà in quel paese persecuzioni e divieti rigorosi
al proselitismo ebraico.
Ci sono state anche conversioni in massa di interi popoli come i Chazari o una
parte degli arabi yemeniti, in seguito alla scelta dell'ebraismo da parte dei
sovrani locali (dovuta probabilmente alla necessità di resistere alla
pressione degli adiacenti imperi cristiani o islamici).
Anche l'origine dei falasha' etiopici, che pretendono di essere discendenti
della regina di Saba, che aveva visitato Salomone a Gerusalemme, può essere
ricondotta a un fenomeno analogo.
L'insieme di questi fattori ha provocato una forte trasformazione delle comunità ebraiche nel mondo; grazie alle conversioni e alle assimilazioni, esse si sono molto differenziate tra loro, fino al caso limite degli ebrei etiopici, i falasha', di pelle nera, di quelli indiani e cinesi, che hanno i tratti somatici degli altri abitanti della regione e in genere parlano la lingua locale, pur mantenendo l'ebraico antico per il culto e due grandi lingue franche, l'yiddish nell'Europa centro orientale, e il ladino, derivato dallo spagnolo del XV secolo tra i sefarditi, che costituiscono lo strato superiore delle comunità ebraiche nell'impero ottomano (erano gli ebrei cacciati dalle persecuzioni cristiane che seguirono la reconquista alla fine del XV secolo).
La prima lingua, una derivazione del tedesco medievale, trascritta in
caratteri ebraici e naturalmente con molti vocaboli ebraici e anche parecchi
termini di origine turca (frutto dell'assimilazione dei Chazari), rivelava il
processo di fusione delle piccole arretrate comunità locali di quelle che
sono oggi la Polonia e la Russia con gli ebrei più colti cacciati dalla
Germania al tempo delle Crociate che, dovunque passavano - dalla valle del
Reno a Praga alla stessa "Terra Santa" - lasciarono una traccia
sanguinosa di feroci persecuzioni antiebraiche.
è bene ricordare questo dato per sfatare la leggenda dell' intolleranza
dell'Islam: nel mondo islamico ebrei e cristiani, i "popoli del
Libro", godevano di certi diritti, compreso quello di amministrare al
proprio interno la giustizia, anche se erano esentati dal servizio militare.
L' intolleranza è invece tipica del mondo cristiano, soprattutto quando vi
compaiono mercanti locali che aggirano i vecchi divieti religiosi e non
vogliono concorrenza (in Italia sono le Repubbliche marinare le prime a
cacciare gli ebrei, anche se più tardi Venezia ne ammetterà un certo numero
per assicurare le sue relazioni con l'Oriente ottomano, da cui è stata
cacciata militarmente).
Lo stesso Dante, che pure deve tanto alla cultura araba, colloca Maometto a
capofitto nel più profondo dell'Inferno, mentre l'Islam considera Gesù come
un profeta, un precursore, e ha in molte zone una vera venerazione per Maria
(ad esempio a Efeso, nell'attuale Turchia).
Questa ricostruzione sommaria permette di dire che, se esisteva
nell'antichità un popolo ebraico, quello descritto dall'Antico Testamento,
esso è praticamente sparito nel corso dei secoli successivi, mentre la
religione ebraica ha assorbito per ragioni diverse molti strati di altra
origine dediti al commercio.
La pretesa dei sionisti di "ritornare nella loro terra ereditata dai
padri" è dunque basata su un mito infondato.
La maggior parte di essi non discende affatto da quei "padri".
Paradossalmente, è molto probabile - viceversa - che una parte degli attuali
palestinesi siano discendenti proprio degli ebrei convertiti all'islam nel
corso dei secoli.
I mass media influenzati dai sionisti tendono a creare un' identificazione
totale tra "ebraismo" e "sionismo".
Vedremo che essa è storicamente infondata, per molte ragioni, e che ancora
oggi molti ebrei si oppongono al sionismo, il quale e ' semplicemente una
proposta politica specifica, rimasta tra l'altro minoritaria perfino in gran
parte delle comunità ebraiche europee fino a quando l'avvento del nazismo
l'ha resa più credibile e trasformata in una specie di zattera di
salvataggio.
Vediamo su quali argomenti si basa questa identificazione.
Gli ebrei - si dice - per secoli hanno pregato e hanno ripetuto:
"l'anno prossimo a Gerusalemme".
è vero, ma in realtà la maggior parte di essi, se si spostavano dal paese in
cui vivevano, raramente cercavano Gerusalemme.
In genere, si trattava dell'auspicio di un "ritorno" (che per molti
- abbiamo visto - non lo era affatto) in una terra mitica "di latte e
miele", in un regno di pace e di giustizia, che sarebbe stato realizzato
dal messia delle profezie: un sogno millenaristico, che trovò in varie epoche
profeti e "falsi messia" che tentarono di realizzarlo, su un terreno
puramente religioso; ma non era un concreto progetto politico.
Il sionismo, senza alcun fondamento, si presenta come il coronamento di quel
sogno.
Nel corso dei secoli, per ragioni diverse, alcuni uomini politici hanno
proposto l'immigrazione degli ebrei in Palestina, sempre senza successo.
Alla metà del secolo XVI vi aveva provato Josè Nassi, un ebreo portoghese
sfuggito alle persecuzioni e alle conversioni forzate rifugiandosi alla corte
di Istambul, e diventato duca di Naxos e signore di Tiberiade; ma gli ebrei a
cui offriva rifugio preferivano andare a Istambul, Smirne, Salonicco,
Alessandria, non nella misera Tiberiade o in una Gerusalemme in cui la comunità
ebraica era ridotta a poche centinaia di pii rabbini, che facevano discussioni
interminabili, ed erano giunti lì soprattutto perché volevano essere sepolti
in quella terra.
Anche Napoleone, quando dall'Egitto giunse in Palestina, fece un appello agli
ebrei europei perché vi si recassero: anticipava così il progetto sionista,
sperando di costituire una base d'appoggio per la penetrazione francese; ma
rimase inascoltato, e vedremo perché.
Come, dove e perché nasce il sionismo? Il sionismo nasce negli ultimi
decenni del XIX secolo nelle grandi comunità ebraiche annesse all'impero
russo dopo la spartizione della Polonia.
La funzione tradizionale (e scomoda) di mercanti e intermediari tra
proprietari terrieri e contadini si era esaurita con l'abolizione della servitù
della gleba e l' introduzione accelerata del capitalismo.
Il sionismo nasce come risposta alle persecuzioni e ai massacri (i pogrom)
organizzati dalla polizia zarista, che considera gli ebrei in blocco
rivoluzionari e al tempo stesso li addita ai sottoproletari incolti come
sfruttatori e nemici.
In realtà, rivoluzionari sono diventati alcuni giovani, che hanno rotto con
il loro ambiente, la famiglia, la religione, diventando gli "ebrei non
ebrei", come Marx, Rosa Luxemburg, Trotskij.
Il sionismo inizia come progetto culturale e diventa poi politico quando
l'antisemitismo promosso da settori reazionari del potere si estende dalla
Russia alla Germania, all'Austria e perfino alla Francia con il famoso
processo Dreyfus.
Il fondatore del "sionismo politico", Theodor Herzl, propone di
cercare una "terra senza un popolo" in cui costruire uno Stato
ebraico e in cui rifugiarsi per sfuggire alle persecuzioni.
Pensa dapprima all'Uganda, all'Argentina o all'Uruguay, ma alla fine il
progetto si trasforma e viene motivato con il "ritorno" in
Palestina, la "Terra d'Israele" promessa da Dio al suo popolo.
Come gli altri paesi prescelti, non si tratta di "una terra senza un
popolo"; ma questo non conta, anzi.
Herzl offre il suo progetto a diversi sovrani (dall' imperatore di Germania
allo zar, allo stesso Vittorio Emanuele III), ma alla fine trova un punto di
intesa con la Gran Bretagna: "saremo un baluardo dell'Europa contro la
barbarie asiatica, dichiara, cioè contro i popoli coloniali.
Herzl inoltre chiede appoggio per il proprio progetto, specialmente ai
ministri antisemiti dello zar, come Witte e von Plehve, mettendo in evidenza
che loro avrebbero il vantaggio di liberarsi degli odiati ebrei, aiutandoli a
farsi una patria ben lontano.
è evidente che il sionismo non era un movimento di liberazione, ma era anzi
strettamente collegato al progetto coloniale che si affermava in tutta
l'Europa negli ultimi decenni del secolo XIX e alla vigilia della Grande
Guerra.
Herzl discusse il suo progetto col grande razzista britannico Cecil Rhodes, di
cui fu amico ed estimatore, e il suo successore Weizman lo concretizzò,
smettendo di cercare aiuto indistintamente presso tutti i sovrani, compreso il
sultano di Costantinopoli, e puntando decisamente su una stretta alleanza con
l'imperialismo britannico.
Un luogo comune diffusissimo è che il conflitto sarebbe diventato
insanabile perché "i palestinesi hanno rifiutato una ragionevole
spartizione proposta dall'ONU nel 1947".
Si tratta di una tesi che non si regge, basata su falsi e forzature.
Esaminiamoli.
Fino al 1967 i palestinesi non avevano avuto una rappresentanza autonoma,
ed erano oppressi sia da Israele, sia dai regimi arabi, che ne assumevano per
esigenze interne una poco efficace difesa, prevalentemente verbale.
Formalmente l'OLP (Organizzazione di Liberazione della Palestina) era stata
costituita nel 1964, ma era un organismo burocratico - creato soprattutto
dall'Egitto - alla cui testa era stato collocato Ahmed al-Shuqeiri, un
personaggio senza credibilità, che non esitava a riprendere vecchi argomenti
della propaganda antisemita fascista.
è proprio dopo la penosa sconfitta dei paesi arabi nella guerra del 1967 che
emerge al Fatah, guidata già allora da Yasser Arafat.
Il suo nucleo centrale si era formato al Cairo nel 1957, sotto l'impressione
della sconfitta militare egiziana (il successo iniziale di Israele era stato
però fermato dalla resistenza delle masse egiziane, e dall' intervento
politico dell'URSS e degli Stati Uniti).
Peserà anche molto l'esempio della lotta armata algerina, iniziata subito
dopo la sconfitta francese a Dien Bien Phu nel Vietnam.
Al Fatah conquista un grande prestigio con qualche azione di guerriglia fin
dal 1965 (in particolare il sabotaggio degli impianti israeliani per la
deviazione delle acque del Giordano), e poi nel 1968 con la battaglia di
Karameh, che ferma una colonna israeliana entrata in Giordania, e rappresenta
l'unica azione militare vittoriosa realizzata dagli arabi in quella fase.
Conquistata la direzione dell'OLP, Arafat cerca di coinvolgere altre
organizzazioni, come il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina di
George Habbash (FPLP o più brevemente FP) e il Fronte Democratico Popolare di
Liberazione della Palestina di Nayef Hawatmeh (FDPLP o FD), entrambi laici e
di tendenza più o meno marxista.
Il rapporto sarà sempre difficile, con frequenti rotture e nuove convergenze;
le divergenze sono sulle tattiche di lotta, ma anche sulla necessità di
sottrarre i palestinesi alla tutela dei regimi reazionari arabi.
L'OLP si trasforma presto in un grosso apparato statale senza uno Stato, e ha
quindi sempre più bisogno di contributi da parte dei paesi della Lega Araba,
soprattutto dell'Egitto, dell'Iraq e dell' Arabia Saudita.
In questo contesto i contributi dei palestinesi della diaspora, alcuni dei
quali hanno raggiunto posizioni di rilievo soprattutto nei paesi del Golfo,
diventano determinanti non solo per la sopravvivenza dell'apparato, ma anche
per l'accettazione da parte dell'OLP delle pressioni dei paesi arabi"
Così, per non irritare i regimi che finanziano il costoso apparato, la
maggioranza dell'OLP guidata da Arafat teorizza la "non ingerenza"
negli affari interni dei paesi arabi che, oltre ad essere in stridente
contraddizione con le diffuse aspirazioni all'unità araba, è praticamente
impossibile, soprattutto in Giordania, dove i palestinesi sono la maggioranza
della popolazione e influenzano inoltre i settori giordani più avanzati,
mentre il re Hussein (nipote di quell'Abdallah che era stato scelto dagli
inglesi) si appoggia solo sulle armatissime tribù beduine, come lui fatte
venire dal cuore dell'Arabia saudita.
Il risultato è che i palestinesi vengono ugualmente coinvolti nei conflitti
interni, risolti da Hussein facendo bombardare i quartieri poveri di Amman nel
settembre 1970 (la risposta palestinese, tardiva ed esasperata, sarà l'
ondata di terrorismo in tutti i paesi che hanno protetto Hussein, e prenderà
il nome di "settembre nero").
La stessa situazione si riproporrà nel fragile Libano, dominato da uno strato
reazionario e filoimperialista, che ha chiesto aiuto alla flotta e ai
paracadutisti degli Stati Uniti nel 1958 (quando una sollevazione popolare
aveva spazzato via il sovrano filo britannico dell'Iraq, e la rivoluzione
araba sembrava dilagare ovunque).
Israele prepara pazientemente una rete di notabili al suo servizio e, nel
1978, in concomitanza con le trattative di pace con l 'Egitto, creerà un
sedicente "Libano Libero", affidato alle feroci milizie del maggiore
Haddad, un disertore libanese armato e stipendiato dal governo di Tel Aviv.
La zona occupata da Haddad e dagli israeliani arriva al fiume Litani, ricco di
acque che vengono dirottate verso la parte settentrionale di Israele, che è
al contrario piuttosto arida.
La propaganda sionista e reazionaria ripete che Arafat è un terrorista e un
estremista.
è semplicemente assurdo: all' inizio della sua attività politica, Arafat ha
scelto la lotta armata perché non aveva altra scelta, e perché aveva di
fronte a sè l'esempio di come i sionisti si erano impossessati della sua
terra, con la lotta armata e un terrorismo spietato verso le truppe di
occupazione britanniche, i palestinesi, e anche tra le stesse formazioni
sioniste concorrenti.
Ma ha scelto poi la strada della trattativa, della ricerca di un'intesa anche
attraverso un compromesso, al punto di provocare lacerazioni tra gli stessi
palestinesi.
Arafat può essere definito "un terrorista" come lo è stato Nelson
Mandela nei ventisette anni detenzione, fino al giorno in cui la classe
dominante bianca ha dovuto tirarlo fuori dalla prigione e chiedergli di tenere
a bada le masse africane (rimaste prive del potere economico, proprio grazie
alla buona disponibilità di Mandela e degli altri dirigenti neri dell'ANC
all'accordo e alla coesistenza basata sullo status quo).
Per questo gli israeliani, che lo attaccano sui mass media istericamente,
hanno evitato di ucciderlo, pur avendo i mezzi per farlo, come hanno fatto con
tanti suoi collaboratori.
Lo hanno fatto nel 1983 con Issam Sartawi (che era per giunta un uomo che
cercava l'intesa con le componenti più ragionevoli della società
israeliana), nel 1988 con Abu Jihad, e con moltissimi altri, anche in questa
fase; ma hanno evitato di ucciderlo sapendo che, morto Arafat, anche le masse
palestinesi più moderate esploderebbero in una rivolta esasperata e
distruttiva.
Arafat è responsabile dell'integralismo islamico? In un certo senso sì,
ma non in quello riproposto sistematicamente dai mass media.
L'integralismo islamico si è sviluppato nella società palestinese, che era
la più laica di tutto il mondo arabo, come reazione alle sconfitte subite per
effetto della linea troppo conciliante dell'OLP controllata da Arafat, che
aveva rinunciato molto presto alla lotta armata, ricercando una soluzione
diplomatica e illudendosi che questa si potesse ottenere solo grazie alle
pressioni dei regimi arabi filoimperialisti (Egitto, Arabia Saudita e la
stessa Iraq prima della Guerra del Golfo, che la trasformò in "nemico
assoluto").
è sintomatico che, quando si è sviluppato, l'integralismo islamico ha potuto
realizzare un'alleanza con il FP e il FD, le due organizzazioni di sinistra,
laiche e con leader che, oltre ad essere marxisti, sono anche di origine
cristiana.
La sua crescita era legata alla necessità di continuare la resistenza, che
Arafat manteneva a parole ma di fatto bloccava per non urtare i suoi
protettori legati agli Stati Uniti.
D'altra parte, i sionisti non hanno il diritto di parlare dell'integralismo
islamico, per molte ragioni.
Oggi, per loro, l'integralismo è un grosso problema, che non sanno come
affrontare e con cui è difficile una trattativa, ma per anni lo hanno
incoraggiato - soprattutto nella striscia di Gaza - per dare fastidi all'OLP,
il cui laicismo e non confessionalismo creava problemi a Israele, Stato
confessionale e integralista.
Nella direzione dell'OLP ci sono infatti musulmani, cristiani, marxisti, anche
ebrei come Ilan Halevy.
Per la stessa ragione, gli israeliani hanno puntato da sempre alla
decomposizione del Libano che - sia pure in una forma un po' macchinosa,
escogitata dalla Francia quando aveva creato questo paese staccandolo dalla
Siria dopo la prima guerra mondiale, con un mandato della Società delle
Nazioni (ma in realtà in base alla spartizione del Medio Oriente con la Gran
Bretagna sancita dagli accordi Sykes-Picot) - aveva una Costituzione che
assicurava la collaborazione tra cristiani maroniti e ortodossi, musulmani
sciiti e sunniti, drusi, ecc.
Per Israele, l'uno e l'altro caso facevano scandalo e potevano dare un
"cattivo esempio" alle minoranze non ebraiche prive di diritti.
Abbiamo definito Israele "Stato confessionale e integralista".
Va detto che una risoluzione dell'assemblea generale dell'ONU del 10 novembre
1975, basandosi sulla legislazione e la pratica dei governi sionisti, sugli
stretti rapporti con il Sudafrica dell'Apartheid e sulle analogie tra i due
sistemi di dominazione, ha definito il sionismo "una forma di razzismo e
di discriminazione razziale".
Naturalmente questa è una delle tante risoluzioni dell'ONU rimaste senza
conseguenze.
Non era mai stato seriamente imposto a Israele di attenersi alla spartizione
decisa con la risoluzione n. 181 del 1947, ingiusta ma che le assegnava
"solo" il 54 % della Palestina, mentre se ne era presa l'80% fino al
1967 e poi tutta, più alcuni pezzi di territorio strappati al Libano e alla
Siria.
Mai si è tentato di tradurre in pratica la risoluzione n. 242 del 22 novembre
1967, che chiedeva il ritiro dai Territori Occupati, ecc.
Privo di conseguenze pratiche anche l'invito ad Arafat a parlare all'assemblea
generale dell'ONU il 13 novembre 1974: l'effetto psicologico fu grande, perché
Arafat aprì il suo discorso dicendo: "porto in una mano un ramo d'ulivo,
e nell'altra il mio fucile di combattente. Non fate che il ramo d' ulivo cada
dalla mia mano".
Egli presentò inoltre il progetto dell'OLP di "uno Stato democratico in
cui cristiani, ebrei e mussulmani vivano in giustizia, uguaglianza e fraternità",
un progetto che, pur riducendo il problema etnico a quello religioso, aveva
una notevole forza morale, ma senza risultati concreti, nonostante di fatto
Arafat avesse fatto cadere dalla sua mano non l'ulivo ma il fucile.
A quel risultato si era arrivati dopo la guerra arabo-israeliana dell'ottobre
1973, l'unica effettivamente scatenata per iniziativa dei paesi arabi, che
colsero di sorpresa Israele, mettendola in difficoltà (fu salvata soltanto da
un massiccio aiuto degli Stati Uniti).
Anche l' avvio di una riduzione della produzione di petrolio aveva messo in
difficoltà i paesi capitalistici, soprattutto perché coincideva con una
recessione economica di notevole portata.
Ma quella guerra, che fu definita "di regolamentazione", venne usata
dall'Egitto per preparare una pace separata.
Il successivo viaggio di Sadat a Gerusalemme nel novembre 1977, e poi gli
accordi di Camp David del settembre 1978, furono salutati come un passo verso
una soluzione generale del problema del popolo palestinese, che fu invece
abbandonato dall'Egitto, mentre Israele, garantito sul fianco Sud, poteva
cominciare la penetrazione e poi il tentativo di conquista del Libano per
cacciare anche da quel paese i palestinesi.
Alcune voci, dalla sinistra marxista palestinese, avevano denunciato quella
manovra, ma senza successo.
I regimi arabi avevano dato all'OLP un premio di consolazione, riconoscendola
nel vertice di Algeri del 27 novembre 1973 "unica rappresentante del
popolo palestinese", con una formulazione più che discutibile, perché
in realtà molte organizzazioni rimanevano al di fuori dell'OLP e i criteri di
formazione del gruppo dirigente erano sempre meno democratici, basati sulla
cooptazione senza nessuna elezione dei rappresentanti dei gruppi che
accettavano la linea di Arafat.
Paradossalmente l'OLP veniva riconosciuta "unica rappresentante"
proprio quando non lo era più.
Anche la Siria, che pure criticava duramente l'opportunismo egiziano, già
delineatosi subito dopo la guerra del 1973, approfittò della situazione per
impossessarsi nell'aprile 1976 del Libano, dove rimane tuttora.
La Siria tra l'altro puntellò le forze della destra falangista (armate e
istruite da Israele), che stavano soccombendo nella guerra civile, di fronte a
una coalizione tra palestinesi e progressisti libanesi.
In quella fase i falangisti furono lasciati liberi di assediare per 52 giorni
il campo profughi di Tel al-Zaatar, dove massacrarono sotto gli occhi della
Croce rossa internazionale 6.000 palestinesi, tra cui moltissimi bambini,
donne, vecchi inermi.
Lo stesso Sharon ammise poi la partecipazione di ufficiali israeliani a quell
'eccidio.
Ma la Siria fu complice della strage.
La tragedia si compirà nel 1982, con l'invasione israeliana e il nuovo feroce
massacro compiuto dalle milizie falangiste al servizio e sotto la diretta e
personale protezione di Sharon (ma con l'avallo dell'intero governo Begin) nei
campi di Sabra e Chatila.
Durante l'invasione del Libano le milizie palestinesi, a differenza
dell'esercito regolare libanese, infliggono forti perdite agli israeliani, ma
l' abbandono del campo da parte di Arafat innesca una guerra civile tra i
palestinesi.
Contro Arafat si schierano sia le formazioni filo siriane, sia una parte di al
Fatah.
Inoltre, una volta scacciati anche dal Libano, come nel 1970 dalla Giordania,
i palestinesi non hanno più un territorio da cui possano colpire lo Stato di
Israele con vere e proprie azioni militari.
Sono per giunta sempre vessati dai regimi arabi, che li ospitano, ma che
spesso costituiscono per i loro fini piccoli gruppi in polemica con l'OLP (in
primo luogo la Siria, ma anche la Libia).
Non possono quindi più decidere se scegliere di far cadere il ramo d'ulivo o
il fucile.
Rimane solo la possibilità di azione diplomatica, ma non hanno più i mezzi
per imporla.
Continueranno, sospinti dall'URSS - a cui si sono allineati totalmente anche i
due gruppi marxisti - a chiedere vanamente una conferenza internazionale.
Sotto la pressione della direzione sovietica, FP e FD accettano di rientrare a
pieno titolo nell'OLP, nel CNP di Algeri dell'aprile 1987, lasciando carta
bianca ad Arafat che, pure, aveva tentato un assurdo accordo con re Hussein
(il boia di Amman) e che subito dopo riprende i contatti con l'Egitto, il
quale ha riconosciuto Israele, senza una discussione preliminare in seno al
massimo organismo dell'OLP.
Una scelta che mette in difficoltà sia il FP e il FD, sia il PCP (il piccolo
Partito comunista palestinese), che era stato accolto nel CNP per far piacere
a Mosca, sia pure con una rappresentanza di appena la metà di quella
assegnata a una frazione integralista islamica.
Negli anni tra il 1982 e il 1987 la soluzione della questione palestinese
appare in ogni caso sempre più lontana.
Molti commentatori parlano apertamente di "armenizzazione",
alludendo alle vicende del popolo armeno al quale, dopo i massacri operati
dalla Turchia durante e dopo la prima guerra mondiale, non è rimasta altra
risorsa se non quella di sporadici ricorsi ad attentati alle sedi diplomatiche
turche in molti paesi, senza che nessuno se ne preoccupi troppo.
Ma nel dicembre 1987 esplode improvvisamente l'Intifada, la grande rivolta
degli abitanti dei Territori occupati (letteralmente il termine vuol dire:
"scuotersi di dosso" o "sollevazione"), innescata da una
provocazione di un colono sionista che ha investito e ucciso con un autocarro
quattro lavoratori palestinesi del campo profughi di Jabaliya.
Coglie di sorpresa gli israeliani, ma anche i dirigenti dell'OLP.
è guidata da una rappresentanza locale che non risponde direttamente all'OLP,
anche se non le si contrappone.
L'Intifada attacca l'esercito di occupazione con pietre e disobbedienza di
massa, il boicottaggio di prodotti israeliani, il rifiuto di pagare le tasse,
molti scioperi (tra cui uno commerciale protratto per ben due mesi).
Ad alimentarla è una nuova generazione, in gran parte nata dopo l'occupazione
del 1967, che rifiuta l' attendismo di Arafat e organizza la popolazione in
forma democratica, con un ruolo inedito e di grande rilievo delle donne.
Le più giovani partecipano agli attacchi con le pietre, o deridono e
insultano i soldati; le altre organizzano orti, forni e altre attività che
assicurano la sussistenza della popolazione, assediata dalle truppe nei
villaggi, senza rifornimenti e senza potersi spostare (per lunghi periodi
anche i lavoratori pendolari non possono più raggiungere i posti di lavoro in
Israele).
L'Intifada era stata preparata sia da un gran numero di iniziative spontanee
(tra l'aprile 1986 e il maggio 1987 si erano registrati ben 3.150 incidenti
nei Territori, che andavano dal lancio di sassi contro i blocchi stradali
dell' esercito ad attacchi con esplosivi o armi da fuoco), sia sul terreno
politico, con una serie di interventi che criticavano il carattere disperato
(per la netta sproporzione dell'armamento delle due parti) di molte azioni
violente spontanee e proponevano la rinuncia alle armi, cioè una specie di
"non violenza tattica" che mettesse a nudo la brutalità degli
occupanti e aprisse contraddizioni all' interno della popolazione e degli
stessi militari israeliani, togliendo ad essi la giustificazione di combattere
per salvarsi da un nuovo "olocausto".
Effettivamente molti soldati, dopo avere ubbidito agli ordini di sparare o
spezzare le braccia ai giovanissimi che lanciavano pietre, dovettero ricorrere
a cure psichiatriche, mentre una minoranza rifiutò di partecipare alle azioni
nei Territori, pur accettando di prestare servizio all'interno di Israele,
come altri nel 1982 avevano rifiutato di combattere nel Libano, preferendo il
carcere alla partecipazione a una guerra non difensiva.
L'Intifada si è protratta per molti anni, almeno fino alla Guerra del
Golfo, con varia intensità e moltissime vittime: nei primi tre anni sono
morti 900 palestinesi, assassinati dai militari occupanti o dagli armatissimi
coloni oltranzisti.
Il 25% dei caduti era sotto i 16 anni; sull' altro fronte, nello stesso
periodo, si registrano una sessantina di morti tra militari e civili
israeliani (tra cui 16 occupanti dell'autobus Tel Aviv-Gerusalemme, fatto
precipitare in una scarpata da un palestinese di Gaza, che ha inaugurato la
serie degli attentati suicidi nel luglio 1989).
Molte delle vittime israeliane sono cadute sotto i colpi della cosiddetta
"Intifada dei coltelli", consistente in gesti disperati di giovani
palestinesi che - soprattutto nell'ultima fase di frustrazione per la mancanza
di risultati visibili - si impossessavano di un coltello in una macelleria e
colpivano a caso i presenti, per vendicare amici o parenti uccisi.
Inoltre, sono state eseguite sommarie condanne a morte nei confronti di circa
350 palestinesi collaborazionisti, o sospettati di esserlo.
Molte decine di migliaia di palestinesi sono stati arrestati e detenuti senza
processo; oltre 1.400 case sono state demolite, per rappresaglia contro la
partecipazione di un abitante a una sassaiola; 85.000 alberi - in gran parte
ulivi - sono stati sradicati.
Ma i risultati ci sono stati. Israele è stata gravemente screditata e
costretta a non partecipare alla Guerra del Golfo, per non provocare reazioni
troppo forti tra la popolazione dei paesi arabi, i cui governi hanno
partecipato alla squallida impresa in cambio della cancellazione del debito o
di concessioni di aiuti di vario genere.
Da quella guerra lo Stato di Israele è uscito indebolito. Il suo punto di
forza, già dal progetto iniziale di Herzl, era presentarsi come
"baluardo" dei paesi imperialisti in quell'area, contro la
rivoluzione araba.
Ma da chi avrebbe dovuto salvare l'Occidente, dopo che tutti i paesi arabi
hanno partecipato alla crociata contro l'Iraq?
Rimaneva certo una lobby israeliana negli USA - composta anche da non ebrei e
perfino da convinti antisemiti - molto importante nelle scadenze elettorali di
quel paese, ma il suo peso politico era comunque ridimensionato.
è questo che ha consentito agli Stati Uniti di esercitare una pressione sui
governi israeliani, imponendo l'apertura della trattativa culminata nei
cosiddetti accordi di Oslo, che non hanno portato a una vera pace ma hanno
obbligato Israele a fare alcune concessioni (accettate dall'OLP, ma
inaccettabili per il popolo palestinese e, al tempo stesso, sgradite agli
oltranzisti israeliani, che hanno lavorato per dilazionarne l'attuazione).
Scheda Gli "accordi di pace" da Madrid a Camp David Negli ultimi
dieci anni gli Stati Uniti, insieme ai paesi imperialisti europei, hanno più
volte cercato di far giungere a un accordo Israele e i palestinesi.
Alla fine della guerra del Golfo (nell'ottobre del 1991), sotto gli auspici
degli Usa e dell'Unione Sovietica, ancora per poco guidata da Gorbaciov, si
apre a Madrid con grande clamore coreografico una conferenza di pace.
Il tentativo è quello di spingere i palestinesi a firmare comunque un
accordo, anche molto insoddisfacente, vista la debolezza della leadership di
Arafat.
Ma questa conferenza, pur avendo il titolo ambizioso di "pace in cambio
di territori", nasce già morta a causa dell'accettazione del diktat
israeliano di non ammettere la presenza di una delegazione palestinese. Arafat
ne resta escluso. Abdel Shafi e Hanna Ashrawi vengono inseriti nella
delegazione giordana.
Mentre a Madrid si consumava il fallimento della conferenza ufficiale, le
trattative segrete tra Arafat e Peres spianavano la strada agli accordi. Le
sessioni segrete di colloqui si svolsero ad Oslo e in poco meno di due anni
portarono alla stretta di mano fra Rabin, diventato capo del governo
israeliano nel 1992, Peres e Arafat, sul prato della Casa Bianca il 13
settembre del 1993. Gli accordi cosiddetti di Oslo, però, creeranno più
problemi di quanti non ne volessero risolvere.
Nella "Dichiarazione di principi" sull'autogoverno palestinese tutti
i veri nodi (colonie, liberazione dei detenuti politici palestinesi, gestione
delle risorse d'acqua, confini del futuro Stato palestinese) vengono rinviati
a colloqui "definitivi", di cui non viene mai indicata la data.
Nel 1994 due nuove sessioni di accordi (Parigi e Il Cairo), tentano di
trovare dei modi di applicazione della dichiarazione di principi del 1993.
Sempre nello stesso anno, la Giordania firma il primo accordo economico
"ufficiale" con Israele, dopo decenni di accordi sottobanco. In
questo contesto di sostanziale fallimento, riemerge ancora più rafforzata
l'ala islamica del movimento palestinese - Jihad e Hamas - grazie al fatto che
Arafat accetta il ruolo assegnatogli da Israele: quello del "poliziotto
di Gaza" Sono gli anni delle grandi retate fatte dalla polizia
palestinese contro chiunque si opponeva agli accordi, con l'alibi della lotta
all'integralismo islamico.
Nonostante tutto ciò, nel settembre 1995 Rabin e Arafat firmano a
Washington dei nuovi accordi (Oslo II) che concedono ad Arafat e all'ANP
(Autorità Nazionale Palestinese) l'amministrazione su una parte minima della
Cisgiordania.
Accordi particolari nel 1997 riguardano la città di Hebron, dove oltre 20.000
palestinesi sono ostaggi di 400 coloni oltranzisti.
Questi accordi dividono in tre zone la città, trasformando la zona antica
(palestinese) nei fatti in un ghetto. Ancora nel 1998(accordi di Wye River) il
ridispiegamento, non ritiro, dell'esercito israeliano dalle zone A, sotto
controllo palestinese, viene rinviato continuamente.
Ad Arafat viene chiesto di accrescere la repressione, in cambio di un 1% della
Cisgiordania. Nel 1999 (un anno prima dello scoppio della rivolta) i nuovi
accordi di Sharm el Sheik "ridefiniscono" il calendario di Wye River,
giungendo alla conclusione che il ridispiegamento dovrà avvenire non oltre il
13 settembre 2000.
Questa data, come le altre stabilite, non sarà rispettata, provocando
frustrazioni e la fine dell'entusiasmo che aveva salutato le prime notizie
delle intese raggiunte a Oslo.
La Guerra del Golfo ed i suoi effetti. (Scheda)
La guerra del Golfo ha comunque peggiorato ancor più la condizione dei palestinesi.
Non è vero che Arafat avrebbe sostenuto il suo vecchio protettore, Saddam Hussein (che era stato utilizzato d'altra parte fino a pochi anni prima dagli Stati Uniti e dai regimi reazionari del Golfo contro la rivoluzione iraniana, e a cui era stato perdonato il massacro di curdi e sciiti); tuttavia, ha effettivamente cercato, non meno dell'URSS, un'impossibile mediazione per evitare il conflitto.
In realtà, sono stati i palestinesi dei Territori occupati e quelli dei campi, frustrati dal mancato sbocco positivo dell'Intifada, a esultare per i modesti e imprecisi missili iracheni che passavano sulle loro teste, e a pagare per questo un prezzo altissimo.
Ancora più pesanti le ripercussioni sui palestinesi che lavoravano - spesso con incarichi qualificati e ben retribuiti - nei paesi del Golfo, che sono stati quasi tutti licenziati ed espulsi, facendo così mancare le loro importanti rimesse ai familiari e alla stessa OLP.Il terrorismo (Scheda)
Dopo la guerra del Golfo l'Intifada conosce molte difficoltà e un sostanziale declino; aumenta il peso dell' integralismo islamico, ma è anche frequente il ritorno a gesti disperati di terrorismo individuale, tra cui gli attentati suicidi. è questo contesto che va tenuto presente per capire e non demonizzare il terrorismo che dilaga nei momenti di sconfitta e di frustrazione.
Il primo elemento che va tenuto presente è che il terrorismo palestinese è frutto quasi sempre della disperazione, mentre si trova di fronte un terrorismo di Stato che, ad esempio, pratica sistematicamente massicce rappresaglie su familiari o concittadini sicuramente innocenti come ritorsione al gesto di una singola persona.
Il fatto che si usino cannoni, aerei ed elicotteri o missili invece di un candelotto di dinamite non toglie certo responsabilità, anzi le aggrava.
Lo Stato di Israele ha più volte abbattuto o dirottato aerei in tempo di pace, ha perfino attaccato nel 1967 la nave spia statunitense Liberty, fingendo di credere che fosse egiziana, provocando 34 morti e 75 feriti e danneggiandola gravemente per impedire che controllasse i suoi movimenti.
L'alleanza non era evidentemente ancora consolidata, ma già era tale che gli Stati Uniti finsero di credere alle scuse dell'aviazione israeliana; solo quest'anno si è ammesso che in realtà erano consapevoli, e preferirono tacere.
Fin dal 1948 Israele ha praticato la distruzione di interi villaggi, uccidendo una parte della popolazione e mettendo in fuga con il terrore i sopravvissuti e gli abitanti dei villaggi vicini.
Il 9 aprile toccò a Deir Yassin, con un bilancio di circa 250 morti.
Altre distruzioni "per rappresaglia" vi furono nel 1953, a Qibya (60 morti, per reazione alla morte di tre israeliani, uccisi non si sa da chi), mentre 500 civili furono assassinati a freddo durante la conquista di Gaza nel 1956, 200 a Khan Yunis e altrettanti a Rafa, e 49 contadini furono sterminati mentre tornavano dal lavoro ignari del coprifuoco imposto da Israele a Kfar Qasim.
Queste operazioni furono compiute direttamente da militari israeliani.
Alcuni di essi furono sospesi dal servizio quando scoppiò lo scandalo sulla stampa di Tel Aviv, ma furono successivamente richiamati e continuarono la propria carriera avanzando normalmente nei gradi.
Più noti i massacri che nel Libano furono delegati ai mercenari falangisti. In varie occasioni furono dirottati aerei, o anche abbattuti, nella convinzione di trovarvi dirigenti palestinesi (come Habbash nel 1973), o generali egiziani ritenuti particolarmente capaci. In vari periodi vi furono assassinii di dirigenti palestinesi con pacchi bomba o perfino telefonini bomba, o con commandos che colpirono a Beirut o a Tunisi (dove un bombardamento del Quartier generale palestinese provocò decine di morti civili).
Il terrorismo del Mossad (il servizio segreto israeliano) ha poi colpito con particolare accanimento gli esponenti palestinesi più impegnati nel dialogo con i pacifisti dello Stato di Israele, a partire da Said Hammami, rappresentante dell'OLP a Londra, assassinato il 4 gennaio 1978.
Un altro diplomatico mederato, 'Izz al-Din Kalak, fu ucciso a Parigi il 3 agosto dello stesso anno, e il 10 aprile 1983 fu eliminato in Portogallo Issam Sartawi, erede di Hammami e principale sostenitore del dialogo con i pacifisti israeliani.
Al suo posto Arafat nominò Ilan Halewy, un ebreo di origine yemenita che dopo avere militato nel Matzpen, l'organizzazione della sinistra rivoluzionaria di tendenza trotskista, aveva deciso di lasciare Israele e mettersi a disposizione dell'OLP.
Quattro dirigenti palestinesi, d'altra parte, sono stati assassinati anche in Italia: tra essi, già nel 1972, il rappresentante dell'OLP a Roma Wael Zwaiter, che aveva stabilito importanti rapporti con molti ebrei italiani. Gli altri tre, tutti uccisi in una Roma in cui il Mossad scorrazzava indisturbato, erano Majed Abu Sharar, responsabile del dipartimento dell'informazione dell'OLP (9 ottobre 1981), Kamal Hussein, vice-responsabile dell'OLP in Italia e Nazih Maitar, giornalista (17 giugno 1982, nei primi giorni della guerra del Libano).
Meno noto, ma emerso da testimonianze di protagonisti sulla stessa stampa israeliana, è il fatto che il terrorismo del Mossad colpì anche ebrei, per esempio a Bagdad, per indurli a emigrare in Israele.
Un altro episodio sconcertante aveva provocato una grave crisi politica in Israele ("l'affare Lavon", dal nome del ministro che risultò il mandante), quando alcuni ebrei egiziani furono scoperti nel 1954 mentre mettevano ordigni esplosivi in centri culturali britannici e statunitensi al Cairo e ad Alessandria, per addossarne la responsabilità al governo locale e preparare psicologicamente l'opinione pubblica occidentale all' intervento, che poi vi fu nell'ottobre-novembre 1956.
Sulla grande stampa italiana e mondiale questo non sarebbe terrorismo: esiste solo quello palestinese! In realtà, è proprio l'esempio del feroce ma efficace terrorismo con cui i sionisti hanno conquistato il loro Stato, e poi lo hanno consolidato, che ha spinto chi è esasperato da tante sconfitte e da tanti lutti a cercare questa strada.
Il terrorismo palestinese di oggi è tuttavia condannato dalla direzione dell'OLP e forse da una parte notevole della stessa popolazione, che ne subisce le conseguenze, con i bombardamenti, le distruzioni di case, ecc.
Ed è tanto più assurdo - oltre che immorale e giustamente paragonato ai metodi dei nazisti - il metodo della rappresaglia sulla popolazione civile sicuramente innocente, dal momento che è evidentemente inefficace come deterrente.
Chi, spinto dalla disperazione e dalla rabbia per le ingiustizie subite, è pronto ad allacciarsi una cintura di esplosivo alla vita per morire insieme ai propri nemici (come fece Sansone con tutti i filistei) non può certo essere fermato dall'esempio delle rappresaglie che hanno seguito gli attentati precedenti ed è anzi esasperato da queste e sospinto ancor più decisamente su questa strada, che innesca una spirale tragica. È scandaloso che dopo ogni attentato suicida di un integralista palestinese la cosiddetta "opinione pubblica" occidentale condanni chi lo ha compiuto e non chi lo ha provocato, o almeno li metta sullo stesso piano (come fa buona parte della stessa sinistra italiana), dimenticando che la responsabilità degli israeliani è senza dubbio collettiva e ben maggiore di quella di chi reagisce individualmente ai bombardamenti e agli altri atti di rappresaglia dell'esercito, compiuti su una popolazione che spesso non ha nulla a che vedere con l'integralismo e soprattutto con il singolo "kamikaze" che si è fatto saltare in aria in un locale pubblico o ha fatto precipitare l'autobus su cui viaggiava in un burrone.La seconda Intifada (Scheda)
Il 28 settembre 2000 Ariel Sharon, all'epoca leader dell' opposizione al governo del socialdemocratico Ehud Barak, entra, circondato dalle telecamere di tutto il mondo e da un cordone di sicurezza imponente, nella Spianata delle Moschee.
L'operazione, mediatica più che politica, di Sharon ha l'obiettivo - primario in quel momento - di sottolineare il fallimento di Barak, che nel luglio non è riuscito ad imporre ad Arafat la resa incondizionata.
La reazione palestinese è scontata, la repressione anche.
Ma molte volte durante i sette anni di tregua di Oslo si sono avuti dei momenti di tensione.
Nessuno, dentro e fuori i territori occupati, si aspettava che da quella scintilla venisse fuori una rivolta che, per molti aspetti, risulta essere più imponente ed importante della prima Intifada del 1987, anche se per altri aspetti più debole politicamente.
L'aspetto di debolezza di questa rivolta sta nella mancanza di un programma reale e concreto. La reazione israeliana alla rivolta è stata bestiale: i morti dall'ottobre 2000 ad oggi sono oltre 700, i feriti non si contano più, gli alberi sradicati dalle ruspe sono quasi centomila, le case abbattute sono molte centinaia, il blocco totale dei territori ha prodotto una disoccupazione che supera il 70% a Gaza e si avvicina al 50% in Cisgiordania.
Dopo la prima fase di entusiasmo e mobilitazioni massicce, il bilancio della repressione porta a una nuova crescita degli attentati suicidi da parte di militanti integralisti islamici, che irrigidisce la politica del governo israeliano e rende più lontana una soluzione politica anche parziale.
Gli accordi precedenti sono stracciati da violazioni del pur limitato territorio assegnato all'Autorità palestinese, invaso da carri armati, mitragliato e bombardato da elicotteri da combattimento.
Una "nuova" forma di repressione è l'eliminazione con attacchi ad hoc di militanti e dirigenti palestinesi. Codificata "ufficialmente" da Sharon, divenuto capo del governo il 6 febbraio 2001, è stata una caratteristica che ha contraddistinto anche il governo Barak.
Tabhet Tabet, noto medico di Nablus e dirigente della rivolta in quella città, e il direttore della televisione palestinese, assassinato in pieno giorno in un ristorante di Gaza City, sono solo due dei quasi venti dirigenti assassinati in questi mesi. L' obiettivo che il governo di Sharon, ma prima ancora quello di Barak, hanno perseguito con l'attuazione di questi metodi terroristici è la decapitazione dell'organizzazione che in questi mesi si sono data i palestinesi.
Gli integralisti islamici, nei primi mesi cruciali della rivolta, sono rimasti di fatto ai margini.
Non a caso nei primi quattro mesi i morti israeliani sono stati solo 50, contro 400 palestinesi. è solo nella fase successiva che le perdite israeliane sono cresciute, per la ripresa degli attentati suicidi. Chi voleva spacciare la rivolta come un colpo di coda del "nuovo nemico islamico" è rimasto deluso.
Sicuramente, d' altronde, le migliaia di giovani che in questi mesi hanno affrontato l'esercito israeliano a mani nude o poco più sono gli stessi che negli anni della delusione e frustrazione seguita ad Oslo riempivano le moschee e rispondevano agli appelli degli Imam.
La rivolta del 2000 ha dimostrato che l'ascesa di consenso - sociale prima che politico - registrata dall'integralismo è legata alla mancanza di una sponda politica.
In questo senso i Tanzim (una organizzazione nata nel 1995 all'interno di al Fatah), hanno nei primi mesi ridato espressione politica e organizzativa a ciò che covava sotto le ceneri e che solo gli illusi pensavano potesse spegnersi con l'acqua di nuovi accordi al ribasso.
Successivamente l'autorganizzazione si e ' estesa anche alle altre forze politiche, islamici compresi, con la creazione dei Comitati popolari presenti capillarmente nelle città e nei villaggi.
Ogni qualvolta Arafat ha tentato in questi undici mesi di accettare accordi che, come di norma, prevedevano da parte palestinese impegni sulla "sicurezza" (ossia repressione) e da parte di Israele dichiarazioni di buone intenzioni (nessun impegno sullo smantellamento delle colonie, nessun impegno sui confini, ecc.), le organizzazioni di base hanno semplicemente ignorato le sue indicazioni.
Le ritorsioni terroristiche ad atti individuali, per quanto devastanti, hanno innescato una spirale che non è semplicemente di "vendette reciproche".
In questo senso l'occupazione della Orient House e la chiusura di una decina tra uffici e sedi umanitarie a Gerusalemme Est, insieme al tentativo di assassinare con un missile Mustafa Barghuti, principale leader dell'Intifada e possibile successore di Arafat, dimostra il fatto che Sharon e Peres (sulle cui "posizioni alternative" abbiamo seri dubbi) puntano ancora una volta sulla debolezza politica di Arafat.
L'entrata dei carri armati a Jenin e l'accerchiamento di Betlemme dimostrano che la volontà politica del governo israeliano è quella di mettere nel modo più brutale la parola fine non solo a questa rivolta, ma alla "questione" palestinese.
Peres (incantando ancora una volta parte della sinistra europea) si è affrettato a dire che non c'è in programma la "rioccupazione" dei Territori (ma li hanno mai abbandonati?). è chiaro che il dilagare dei carri armati e dell'esercito a Gaza e in Cisgiordania comporterebbe un coinvolgimento ben superiore degli stessi soldati israeliani, che finora si sono "limitati" a bombardamenti indiscriminati di civili e ad "assassinii mirati" di singoli militanti palestinesi, ma anche di bambini sopra e sotto i dodici anni.Il ruolo dell'opposizione israeliana (Scheda)
Dell'opposizione interna a Israele si parla poco e spesso a sproposito, ma esiste. Solo che in alcuni momenti è stata isolata dall'opportunismo dei laburisti, che in molti periodi, come quello attuale, non hanno esitato a collaborare a governi di coalizione che hanno compiuto crimini gravissimi (d'altra parte era stato lo stesso Rabin, che dopo la sua uccisione da parte di un estremista di destra fu esaltato in tutto il mondo come uomo di pace, a impartire l'ordine di spezzare le ossa delle braccia ai ragazzi palestinesi che tiravano pietre).
Ad esempio, all'inizio della guerra del Libano Peace Now, il famosissimo movimento pacifista egemonizzato dai laburisti, teorizzò che non bisognava fare manifestazioni per non indebolire lo sforzo bellico, così le prime proteste raccolsero poche centinaia di militanti della vera sinistra antagonista, che venivano represse non solo dalla polizia ma dagli stessi concittadini, che li accusavano di essere traditori e "servi di Arafat".
Tuttavia, quando i caduti israeliani in quella guerra cominciarono ad essere tanti (circa 600, molti di più che in tutti gli attentati palestinesi dei quindici anni precedenti), le manifestazioni crebbero e coinvolsero anche i moderati, che alla fine portarono in piazza duecentomila persone.
(Per capire l' ambiguità e le contraddizioni dei laburisti, e dei minori partiti di sinistra, è utile pensare ai DS di fronte a Genova: quando sono stati premuti da una sinistra antagonista che incideva sulla loro base hanno finito per aderire alle manifestazioni, salvo immediati pentimenti e conseguenti lacerazioni).
Ma la coraggiosa sinistra antagonista israeliana, che ha cercato sempre il dialogo con i palestinesi a partire dalla solidarietà con le vittime di soprusi, a cui ha assicurato ad esempio la difesa legale, è poco conosciuta nel mondo, mentre ogni blanda e ambigua dichiarazione laburista viene amplificata dall'Internazionale socialista (quindi in Italia dal PCI-DS, e a volte, per forza di inerzia, anche da una parte del PRC) e da tutti i mass media.
Bisogna quindi assolutamente sostenere i militanti israeliani che si oppongono da sempre alla politica criminale (e in prospettiva suicida) dei loro governi, e prima di tutto farli conoscere. Sono loro che potranno garantire, un giorno, la pacifica convivenza tra israeliani e palestinesi.
Abbiamo più volte ricordato come le poche prese di posizione corrette
dell'ONU non sono state applicate.
Ciò si deve in primo luogo al peso schiacciante degli Stati Uniti attraverso
il Consiglio di Sicurezza in cui hanno diritto di veto, ma anche alla
subordinazione di tantissimi governi di paesi ex coloniali all'imperialismo.
Per questo non ci sono state che blande proteste quando all'inizio della
guerra del Libano i carri armati israeliani hanno spazzato via le forze di
interposizione delle Nazioni Unite, o quando nell'aprile 1996 l'aviazione
sionista ha attaccato una caserma dell'ONU, uccidendovi oltre 100 civili
libanesi che vi si erano rifugiati.
Non può quindi essere una soluzione quella di richiedere un maggiore
intervento dell'organismo internazionale: per renderla possibile e utile
bisogna creare nel mondo un movimento di solidarietà con il popolo
palestinese ben più forte e cosciente di quello oggi esistente.
A questo, per quanto ci riguarda, abbiamo cercato di contribuire anche con
questo intervento.