la
rivista del manifesto numero
28
maggio 2002
Dossier Palestina
LA DESTRA ISRAELIANA
Paolo Di Motoli
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Per
comprendere le idee che ispirano il Likud, maggiore partito di destra in
Israele, bisogna analizzare le divisioni sorte in seno al movimento sionista
negli anni del Mandato inglese. Nel settembre 1922 il governo britannico divise
in due la Palestina, creando dal niente una nuova entità territoriale ad Est
del fiume Giordano, la Transgiordania. La neo-costituita Società delle Nazioni
il 24 luglio 1922 ratificò, di fatto, la nuova mappa geopolitica del Vicino
Oriente, approvando l’istituzione Mandataria. Francia e Gran Bretagna
avrebbero amministrato i territori assegnati dal Mandato, dovendo favorirne
l’autogoverno per il futuro.
Alcuni esponenti del movimento sionista rimasero profondamente delusi. La
Palestina ‘storica’ rimaneva, secondo alcuni di loro, quella precedente la
divisione ‘artificialmente’ operata da Churchill e corrispondente oggi ad un
territorio che comprenderebbe Israele, Cisgiordania occupata e regno di
Giordania.
La politica dell’esecutivo sionista dell’epoca, guidata dal liberale Chaim
Weizmann, moderato e pragmatico, era volta ad ottenere dai britannici la
costituzione del «focolare ebraico», come promesso dalla Dichiarazione Balfour
del 1917. I metodi per arrivare a questo obiettivo erano la pressione
diplomatica e la colonizzazione della Palestina, operata con «piccoli passi».
L’ascesa di Jabotinsky In contrasto radicale con il moderatismo di Weizmann e
dell’esecutivo sionista un giovane ucraino di Odessa, di nome Vladimir Zeev
Jabotinsky, fondò a Parigi nel 1925 un movimento politico denominato Unione dei
sionisti revisionisti. Il manifesto del partito parlava di «revisione» della
politica sionista dell’epoca, per un ritorno alla vera matrice herzliana del
sionismo. La revisione quindi intendeva ritornare allo spirito del fondatore
stesso del sionismo, Theodor Herzl, il cui spirito, secondo Jabotinsky, era
tradito da Weizmann.
Quello che la maggioranza dei sionisti dell’epoca si ostinava a non
rivendicare era la costituzione di uno Stato ebraico, proprio come prescritto
dal famoso libro di Herzl, Der Judenstaat. Le ragioni della mancata richiesta di
uno Stato ebraico, che avverrà ufficialmente solo nel 1942, erano probabilmente
tattiche. I sionisti non intendevano mettere in difficoltà i britannici e
inasprire i rapporti con gli arabi di Palestina, già protagonisti di
aggressioni violente ai danni della comunità ebraica palestinese.
I capisaldi del pensiero del giovane letterato e giornalista Jabotinsky erano
sostanzialmente quattro: a. la costituzione di una maggioranza ebraica in
Palestina, necessaria a garantire uno Stato ebraico su ambedue le rive del fiume
Giordano; b. il primato dell’idea nazionale su qualsiasi altro principio, con
il rigetto delle divisioni di classe operate dai socialisti; c. il primato della
politica sul metodo pratico inventato da Weizmann, che voleva comprare la
Palestina «dunam per dunam». Primato della politica significava ottenere dagli
inglesi un «regime di colonizzazione» tale da permettere di costituire sulla
Palestina storica lo Stato di Israele; d. la necessità per gli ebrei di
provvedere autonomamente alla loro autodifesa con la costituzione di legioni
militari ebraiche.
Nazionalismo risorgimentale e nazionalismo organicista Il pensiero di Jabotinsky
era un intreccio di nazionalismo risorgimentale, ispirato dal razionalismo della
Rivoluzione francese, e nazionalismo organicista, che vedeva la nazione come un
organismo vivente, un fine morale presente in ogni individuo centrato sulla
razza. Il laboratorio della nazione in fieri era il movimento giovanile Betar,
che educava i giovani ebrei al rispetto della tradizione, alla disciplina,
all’ordine, con una totale abnegazione verso l’ideale nazionale. Il Betar,
fondato a Riga da giovani simpatizzanti di Jabotinsky nel 1923, era la metafora
della nazione ebraica: e l’adesione ad esso era puramente volontaristica. Il
Betar doveva essere secondo il leader ucraino come una macchina dotata di
movimenti sincronizzati, un’orchestra con i suoi molteplici elementi, o la
scacchiera, dove ogni pedina svolgeva il proprio compito in armonia con le
altre.
Nel pensiero nazionalista jabotinskiano convivevano due aspetti classici del
nazionalismo, uno ‘scandaloso’, basato sul determinismo razziale tipico del
nazionalismo organicista del Novecento, e l’altro di tipo volontaristico,
affine a quello mazziniano. Questo pensiero oscillante ha spesso contribuito ad
un dibattito storiografico sulla sua figura, che di volta in volta ne ha messo
in luce gli aspetti liberali o autoritari ed estremi, avvicinandolo al fascismo.
Il partito dei sionisti revisionisti è stato protagonista in Palestina di
durissimi scontri con il filone maggioritario del sionismo, ispirato ad un
socialismo nazionale e volontaristico. Gli scioperi del potente sindacato
Histadruth venivano boicottati dagli uomini di Jabotinsky, che sostituivano gli
scioperanti provocando violente reazioni.
Il rifiuto della lotta di classe e il primato della nazione portarono Jabotinsky
a postulare uno Stato di Israele, in cui i conflitti sociali fossero regolati
dallo Stato tramite un Arbitrato nazionale. Lo Stato di Jabotinsky era ‘liberale’,
poiché rispettava entro certi limiti la proprietà privata; ma era anche
corporativo, con una Camera delle professioni, che si affiancasse al Parlamento
politico, separando così la sfera economica da quella politica.
Questa concezione dello Stato, insieme alla partecipazione di giovani
simpatizzanti di Jabotinsky alla scuola marittima di Civitavecchia nell’Italia
di Mussolini, indussero esponenti del sionismo socialista a vedere in lui un
leader di tipo fascista. Il pessimismo antropologico e il realismo politico, di
cui era dotato, resero le sue analisi sulla situazione palestinese molto più
lucide di quelle di molti esponenti del sionismo laburista e spirituale.
Jabotinsky aveva visto con chiarezza il nazionalismo arabo.
Vi erano due diritti contrapposti in Palestina e l’unica soluzione per il
leader revisionista non era nemmeno troppo implicita: la guerra. Era inutile lo
scambio culturale, il rapporto reciproco con l’altra etnia, lo studio
dell’arabo nel circoscritto contesto palestinese. Gli arabi non si sarebbero
mai accontentati di diventare una minoranza o di dividere la terra, che
consideravano di loro proprietà, con un popolo diverso.
La sue giovanili infatuazioni per il nazionalismo ucraino, ferocemente
anticomunista e antisemita, e per quello polacco di Pilsudsky, lo resero odioso
agli esponenti dell’ebraismo progressista. Jabotinsky non apprezzò mai le
accuse di fascismo che Ben Gurion e altri militanti sionisti di sinistra gli
mossero, preferendo definirsi un liberale rispettoso della democrazia e dei
valori borghesi del XIX secolo.
L’abbandono nel 1931 del Congresso sionista per il rigetto di una mozione che
definiva lo scopo del sionismo come la costituzione di uno stato di Israele
sulle due rive del Giordano, creò una spaccatura che avrebbe pesato a lungo nei
rapporti tra la sinistra sionista e la destra rappresentata dai revisionisti.
Jabotinsky ebbe l’idea di fondare nel 1935 una Nuova organizzazione sionista
in concorrenza con quella storica, ormai guidata dal partito di ispirazione
socialista Mapai di Ben Gurion.
Le istituzioni dunque raddoppiarono, con la costituzione di due eserciti
clandestini, l’Irgun di Jabotinsky e l’Haganà egemonizzata dai socialisti,
e di due sindacati, l’Histadruth per i socialisti e l’Histadruth nazionale
per i revisionisti.
Per quanto riguarda l’attività militare bisogna segnalare gli atti di
violenza terroristica sui civili arabi operati dall’Irgun, che inasprirono
ancora di più i rapporti con la maggioranza dei sionisti guidata ormai
saldamente dal futuro primo ministro di Israele Ben Gurion.
Il filo-fascismo delle minoranze massimaliste Le ali estreme del sionismo
revisionista erano intrise di nichilismo rivoluzionario, ispirato dal terrorismo
russo di Volontà del popolo, nato dalla spaccatura del Partito socialista
rivoluzionario di Russia, che organizzò l’uccisione dello zar Alessandro II.
Questi sionisti massimalisti organizzarono una scissione dall’Irgun, dando
origine nel 1940 al Gruppo Stern o Lehi, acronimo di Loamei Herut Israel
(Combattenti per la libertà di Israele).
Il Lehi era un movimento militare, intriso di idee rivoluzionarie antiborghesi e
di simpatie fasciste. Il capo del movimento, Avraham Stern, propugnava alleanze
‘pericolose’. In nome della guerra contro gli inglesi per liberare la
Palestina dal dominio coloniale, il piccolo ma agguerrito movimento tentò
addirittura una improbabile alleanza con i nazisti. Il ‘contatto’ venne
preso per il Lehi da Naftali Lubentchik, che nel 1941 ebbe un colloquio con due
uomini del Terzo Reich, Rudolf Rozer e Otto Von Hentig, responsabile del
dipartimento per l’Oriente del ministero per gli Affari esteri. Venne stilato
anche un documento, che esponeva la «comunità di interessi tra il movimento e
le potenze totalitarie europee per la creazione di un nuovo ordine europeo», e
che annunciava «la fondazione di uno Stato storico ebraico su una base
nazionale e totalitaria, legato con un trattato al Reich tedesco», volto a
rafforzare la posizione della Germania nel Vicino Oriente. Le trattative con i
nazisti si interruppero quando gli alleati catturarono, nel giugno del 1941,
Lubentchik nell’ufficio dei servizi segreti a Damasco. La morte di Stern,
ucciso dalla polizia britannica nel febbraio del 1942, segnò il tramonto della
fase ‘messianica’ del movimento, che avrebbe elaborato in seguito una linea
politica influenzata dal mito dell’Unione Sovietica, vincitrice della guerra e
potenza anticoloniale e antiborghese.
Ma il gruppo Lehi viene ricordato anche per l’assassinio di lord Moyne,
ministro residente britannico al Cairo, avvenuto il 6 novembre del 1944, e per
quello del conte Folke von Bernadotte, mediatore delle Nazioni Unite in
Palestina, ‘colpevole’, secondo il Lehi, di aver proposto una spartizione
della Palestina sfavorevole agli ebrei. Il gruppo di comando era in questi anni
nelle mani di una specie di triumvirato composto da Yitzak Yzernitzky, detto
Shamir, Israel Sheib e Yellin Mor, poi diventato pacifista.
La morte di Vladimir Zeev Jabotinsky nel 1940 liberò in qualche modo tutti gli
istinti più militaristici dei suoi uomini. Si inaugurava l’epoca del Sionismo
militare, rivolto contro gli inglesi e i nemici arabi. Il ceto politico dei
sionisti revisionisti venne in qualche modo scavalcato da quello militare,
proveniente dall’Irgun, il cui comandate fu Menahem Begin dal 1944, e dal Lehi.
La Polonia fu il grande serbatoio di militanti per l’Irgun e per i
revisionisti in generale, forse perché l’ebraismo proveniente da quelle zone
era stato maggiormente vessato. Si sbaglierebbe però nel proiettare su tutto il
sionismo le infatuazioni del revisionismo jabotinskiano – o peggio del
radicalismo del gruppetto militare del Lehi –, data la natura essenzialmente
socialista della maggioranza dei consessi sionisti.
Il migliore risultato elettorale ottenuto dalla Destra sionista furono i 52
deputati su 254 del 17° Congresso sionista del luglio 1931. Dopo quella data i
risultati peggiorarono anche a causa di scissioni, nate da contrasti relativi
alla costituzione della Nuova organizzazione sionista voluta da Jabotinsky.
Begin fonda Herut il maggiore partito della destra israeliana L’eredità
politica del revisionismo di Jabotinsky venne raccolta dopo la fondazione dello
Stato di Israele da Menahem Begin, il vecchio comandante dell’Irgun, che
nell’ottobre del 1948 fondò il partito Herut (in ebraico «libertà»).
In Herut erano confluite tutte le anime del revisionismo, comprese le più
radicali. Tra i protagonisti del massimalismo bisogna segnalare i due ucraini
Abba Ahimeir e il poeta Uri Zvi Greenberg, che dopo la prima guerra mondiale
erano stati i creatori di un piccolo gruppo massimalista, chiamato Birionim
(briganti), di orientamento chiaramente fascista, in cui militò anche Ben Zion
Netanyahu, padre del futuro primo ministro. Ahimeir stesso era un grande
ammiratore di Mussolini e nel 1928 aveva pubblicato sul giornale «Doar Hayom»
le Cronache di un fascista.
Tutte queste infatuazioni gettano una luce inquietante sull’ala destra del
sionismo, ma vanno lette e inserite nello spirito del tempo, in cui i fascismi
avevano esercitato una considerevole influenza.
Herut aveva notevoli svantaggi rispetto ai laburisti. Questi, infatti, avevano
diretto e dirigevano ancora tutte le principali istituzioni sioniste, come
l’Agenzia ebraica, che si occupava degli immigrati ebrei nel nuovo paese; il
sindacato Histadruth, che, nonostante la scissione, raccoglieva l’85% dei
lavoratori ebrei di Israele; e Tsahal, l’esercito in cui erano confluiti l’Haganà,
che era il principale gruppo egemonizzato dalla sinistra, l’Irgun di Begin e
il Lehi di Shamir.
Il 25 gennaio del 1949 si tennero le elezioni e la percentuale di voti ottenuta
da Herut fu dell’11,5%. Il risultato deluse molto le aspettative di Begin, che
pensava di contare su un elettorato molto più consistente. I voti presi
consentirono al partito di ottenere solo 14 dei 120 seggi della Knesset, il
parlamento israeliano. Il Mapai di Ben Gurion prese 46 seggi, la sinistra
radicale del Mapam espressione dei Kibbutzim 19, il blocco dei Sionisti
religiosi 16.
Il maggiore partito di governo della sinistra era all’epoca il Mapai di Ben
Gurion, diventato primo ministro. Le accuse di Begin al suo avversario erano
quelle di aver instaurato un regime di partito unico, che egemonizzava tutte le
istituzioni e la società. La formula dei governi di sinistra che governarono
Israele, inventata da Ben Gurion, era : «Senza Maki (il Partito comunista
israeliano) e senza Herut». Il disprezzo tra i due leader era tale che Ben
Gurion si rifiutava di chiamare per nome il fondatore di Herut rivolgendosi
sempre «al vicino del deputato Bader».
Herut era un blocco nazionalista e liberale, che chiedeva la nazionalizzazione
delle industrie di base, un sistema di sicurezza sociale non legato al sindacato
socialista Histadrut e una tassazione progressiva, che garantisse però la
libertà di impresa. Nei suoi programmi si notavano riferimenti alla tradizione
religiosa e l’attenzione al rispetto dello Shabbath, in aperto contrasto con
il laicismo di Jabotinsky. Herut si dichiarava contemporaneamente anticomunista
e antifascista. L’intento di Begin era quello di rappresentare l’elettorato
delle classi medie non legate agli ideali del socialismo sionista, sicuramente
più numeroso dei 50.000 che avevano votato per Herut.
In Parlamento Begin accuserà il governo di essersi piegato servilmente agli
inglesi e ai giordani, firmando accordi che riconoscevano la sovranità araba su
una parte della patria ebraica. Questa visione territoriale dello Stato di
Israele era figlia della vecchia idea jabotinskiana di Stato ebraico. Esisteva
una clausola dello statuto di Herut, che continuava a vedere Israele come uno
Stato, che avrebbe dovuto estendersi su «ambedue le rive del Giordano».
In questo periodo Begin scrisse la sua versione della ribellione ebraica contro
gli inglesi degli anni ‘40, dal titolo La rivolta. Il libro era in sostanza
una glorificazione dell’operato dell’Irgun, di cui veniva evidenziato il
carattere di esercito di liberazione nazionale, in contrasto con l’immagine di
gruppo terrorista fornita dai media internazionali, dagli inglesi e dalla
sinistra israeliana. Visitò anche piccoli gruppi che avevano sostenuto i
Sionisti revisionisti in Europa, negli Stati Uniti e in America latina, dove
ebbe un curioso incontro con Juan Perón.
Le elezioni del 1951 segnarono una netta flessione elettorale per il partito di
Begin, che prese il 6,6% dei voti. La protesta e lo scontento per il regime di
austerità imposto dalla difficile situazione economica venne intercettato dai
Sionisti generali, di orientamento liberale, che erano il partito di Weizmann,
vecchio presidente dell’Organizzazione sionistica e primo presidente dello
Stato di Israele. I Sionisti generali avevano preso 20 seggi, contro i 7 delle
elezioni precedenti, diventando il primo partito della destra e superando
largamente Herut.
Migliaia di profughi ebrei, provenienti dai poco accoglienti paesi arabi e
dall’Europa, vennero accolti negli anni ‘50 in Israele. I campi di raccolta
erano poveri e tutto veniva razionato. Ben Gurion pensò che fosse venuto il
momento di ottenere riparazioni dalla Repubblica federale tedesca del
cancelliere Adenauer. Il dibattito in Parlamento e nel paese fu a dir poco
infuocato e l’opposizione alle riparazioni, con cui non si poteva ripagare il
sangue ebraico era trasversale. Gli oppositori erano il Mapam e alcuni esponenti
del Mapai ma il partito più intransigente fu proprio Herut. Begin dichiarò
alla Knesset: «Non c’è un tedesco che non abbia ucciso uno dei nostri padri!
Ogni tedesco è un nazista! […] Adenauer è un assassino!». Mentre gli
scontri imperversavano fuori del Parlamento, Begin dichiarò che la sinistra
voleva far tornare tutti nei campi di concentramento e per la sua virulenza
venne sospeso dall’aula. I voti favorevoli alla trattativa sulle «riparazioni
di guerra» tedesche furono 61 contro 50.
Le riparazioni, così violentemente osteggiate da Herut, consentirono allo Stato
di Israele di dotarsi di infrastrutture fondamentali per la sua crescita futura.
Herut rimase isolato dalla politica israeliana e Begin utilizzò questo periodo
per scrivere le memorie della sua prigionia nelle carceri di Stalin, intitolate
Notti bianche. Il leader di Herut, inoltre, fece nuovi viaggi non solo in Europa
e in America, ma anche in Africa, dove incontrò il primo ministro sudafricano
Daniel Malal, che pure si era rifiutato di aiutare i rifugiati ebrei durante la
Shoà.
Le elezioni del 26 luglio 1955 segnarono un miglioramento elettorale del partito
di Begin, che passò da 8 seggi a 15, recuperando i voti persi a favore dei
Sionisti generali, che videro la loro rappresentanza ridotta a 13 seggi.
La lotta di questi anni per rappresentare gli ebrei sefarditi provenienti dal
Marocco, che venivano fatti entrare in Israele in maniera selettiva, non
sembrava dare i frutti sperati. Herut voleva aiutare i sefarditi ad entrare in
massa in Israele, senza distinzione di età e sesso. Questi ebrei provenienti da
Libia, Tunisia, Marocco e Algeria, assiepati in miseri campi di passaggio, in
attesa di una sistemazione definitiva, rappresentavano l’83% dei nuovi entrati
in Israele. I sefarditi, considerati da molti cittadini di serie B, in contrasto
con la leadership rappresentata dagli ashkenaziti europei, erano vero e proprio
materiale ‘infiammabile’, che gli esperti del governo vicini a Ben Gurion
temevano potesse essere strumentalizzato dai comunisti o da Herut.
Le elezioni del 3 novembre 1959 segnarono un nuovo miglioramento elettorale,
portando Herut a 17 seggi e consolidando l’immagine di primo partito
dell’opposizione.
Begin si diede da fare per migliorare la propria immagine, evitando plateali
comizi dai balconi e campagne elettorali condotte a bordo di Cadillac, seguite
da cortei di biciclette, che davano un’immagine forse un po’ sudamericana e
populista della sua persona. Le elezioni anticipate del 1961 confermarono a
Herut i 17 seggi che, paragonati ai 59 ottenuti dal blocco delle sinistre,
rimanevano esigui.
Senza cambiamenti significativi la destra non avrebbe mai governato Israele; per
ovviare a questa difficoltà elettorale del suo partito, Begin aveva iniziato
difficili trattative con i Sionisti generali per la presentazione di liste
comuni già nel 1955. L’obiettivo era quello di unire la destra radicale e
quella moderata in una coalizione, dove Herut avrebbe ceduto la politica estera
e la difesa agli esponenti moderati della coalizione. Le concezioni economiche e
sociali dei due partiti erano vicine. Gli interessi dei piccoli artigiani, dei
commercianti e delle classi medie erano difesi sia dai Sionisti generali sia da
Herut e comune era stata l’opposizione all’indicizzazione dei prezzi e dei
salari voluta dalla sinistra.
Il problema di Herut restava quello dei confini di Israele e, per venire
incontro alla moderazione dei Sionisti generali sulla questione, Begin modificò
nel 1955 la piattaforma geopolitica del partito. L’unità di Eretz Israel
sulle due rive del Giordano era diventata un principio e non più un obiettivo
da raggiungere. Questo era il massimo delle concessioni che Begin era disposto a
fare ai suoi interlocutori liberali.
Il primo ministro laburista Levi Eshkol accolse, infine, la richiesta di Herut
di accogliere in Israele le spoglie di Jabotinsky. Ben Gurion, infatti, aveva
sempre rifiutato il simbolico gesto di riconciliazione nei confronti del
fondatore del revisionismo.
Nell’aprile del 1965 ci fu l’importante svolta politica. I Sionisti
generali, diventati nel frattempo Partito liberale, si allearono con Herut dando
origine alla coalizione denominata Gahal. Gli elementi più moderati dei
liberali diedero vita a una scissione, rifiutando l’alleanza con il poco
presentabile partito di Begin. I deputati del Gahal – dopo le elezioni del
novembre 1965 – erano 26, meno dei 36 ottenuti dalle due formazioni separate
nel 1961. La via era ormai aperta per la ‘nuova destra israeliana’. I
liberali contribuirono a stemperare la tradizionale rabbia antisindacale dei
seguaci di Begin, placando così l’ostilità dell’Histadrut. L’aumentare
della tensione, che sfociò nella Guerra dei Sei giorni, favorì l’entrata di
Begin e di un esponente liberale in un governo di unità nazionale con la
sinistra, come ministri senza portafoglio. Begin stesso durante la crisi che
precedette la guerra propose la conquista delle alture del Golan e della Città
vecchia di Gerusalemme. Le elezioni del 1969 confermarono i 26 seggi per un
partito, che con rigore ideologico vedeva i territori conquistati come terra
liberata facente parte di Eretz Israel.
Nasce il Likud Su iniziativa del generale Ariel Sharon, che tentò invano di
farsi nominare capo di Stato maggiore, venne inaugurato per le elezioni del 1973
il nuovo polo di destra: il Likud, che comprendeva i liberali, in cui era
entrato Sharon, Herut, seguaci di Ben Gurion decisi a spostarsi a destra, un
gruppo di intellettuali che aveva dato vita al Movimento per il grande Israele,
e altri dissidenti della destra decisi ad entrare nella coalizione. Il risultato
delle elezioni portò al Likud 39 seggi contro i 51 del blocco laburista. La
febbre nazionalista aveva ormai coinvolto anche la sinistra, che nelle sue
frange più centriste coltivava disegni di aperta colonizzazione dei territori
occupati con la guerra del 1967. La guerra dello Yom Kippur stava per esplodere.
Il 1977 è l’anno della svolta per la politica israeliana. Il Likud guidato da
Menahem Begin, diventato «un patriota amante della pace», vince le elezioni di
maggio e il vecchio comandante dell’Irgun diventa primo ministro. Il voto
degli ebrei sefarditi elegge il polacco Begin come legittimo rappresentante del
settore di società ebraica più discriminato e più povero. Il paradosso è
dato dal fatto che il partito di Begin è in maggioranza composto da polacchi,
molto distanti per tradizioni e cultura dai fratelli provenienti dai paesi
arabi. I seggi guadagnati dagli uomini di Begin sono 43 contro i 32 della
sinistra. Il Likud venne votato dal 33,4% degli israeliani. Altri due seggi per
lo schieramento di destra vennero dal nuovo partito di Ariel Sharon, Shlomzion:
il generale, infatti, aveva rotto con il Partito liberale creandosi una sorta di
partito personale. La campagna elettorale del Likud venne impostata sulla
riconosciuta onestà di Begin, in contrapposizione alla corruzione della
sinistra al governo da 29 anni. Artefice della campagna lo stratega Ezer
Weizmann, futuro presidente di Israele, responsabile della propaganda per la
destra. L’immagine di moderazione era stata favorita dal silenzio sul progetto
di costituzione del Grande Israele, principio mai abbandonato da Begin e dai
suoi uomini. Il partito di centro Dash, che aveva impostato una campagna sulle
riforme istituzionali, guadagnò 15 seggi sottraendoli alla sinistra, che ne
perse ben 19.
Il discorso di investitura di Begin parlava di svolta per Israele, paragonabile
a quella che ci fu quando Jabotinsky chiese la proclamazione dello Stato ebraico
come obiettivo del sionismo. Due giorni dopo Begin inaugurava la sinagoga di
Kaddoum, costruita in un campo militare in Cisgiordania dai coloni del Gush
emunim (Blocco della fede). Il ministero degli Affari esteri venne affidato a
Moshe Dayan, per segnare una sorta di continuità con il potere del passato,
mentre al generale Sharon venne affidato il ministero dell’Agricoltura. I
territori occupati per volontà di Begin sarebbero stati chiamati da quel
momento «territori liberati» o Giudea e Samaria, il nome biblico della
Cisgiordania. Iniziava così la grande colonizzazione ‘ideologica’ dei
territori occupati nel 1967, principale problema per ogni trattativa di pace con
gli arabi. La mentalità del primo ministro, la cui elezione era per il «Time»
un chiaro esempio di come «il terrorismo paga e Arafat ne sarà incoraggiato»,
era quella della vittima. La vittima agisce sempre per difendersi e mai per
opprimere. Il timore di un secondo Olocausto, perpetrato ai danni degli ebrei
dal ‘nuovo Hitler’ Arafat, guiderà ossessivamente la condotta politica del
vecchio capo dell’Irgun.
Tra i risultati positivi del governo Begin si segnala la pace con l’Egitto e
il ritiro totale dal Sinai occupato, che si contrapponeva ad un parallelo
non-dialogo con i palestinesi e l’Olp. La colonizzazione e l’influenza dei
partiti religiosi sul governo crebbe a dismisura. Tra il 1977 e il 1981, su
impulso del ministro Sharon, vennero impiantate 64 nuove colonie agricole in
Cisgiordania.
I risultati economici furono disastrosi, con l’incremento spaventoso
dell’inflazione e l’abbassamento delle tasse «senza copertura», che peserà
notevolmente sul bilancio dello Stato. La città di Gerusalemme venne proclamata
da una sorta di legge costituzionale «Capitale eterna» dello Stato ebraico,
mentre le alture del Golan prese ai siriani vennero annesse al territorio
israeliano con il via libera alla colonizzazione intensa.
Alle elezioni del giugno 1981 Begin venne rieletto e il Likud prese 48 seggi
contro i 47 dei laburisti. Begin venne proclamato dai sefarditi «re di Israele»,
e il suo seguito nei quartieri popolari era enorme, tanto che i candidati
laburisti – espressione del potere ashkenazita – vennero presi a sassate.
L’esiguo vantaggio sui laburisti rendeva necessario per il Likud l’appoggio
di Tehiya, partito ultranazionalista guidato da Geulla Cohen, una fanatica
sostenitrice della colonizzazione. Iniziava la guerra al Libano e l’inflazione
superava il 400%! Begin lasciò il governo in seguito ai drammatici avvenimenti
libanesi e alle imponenti manifestazioni pacifiste. La strada per la destra era
ormai aperta, sarebbero seguiti negli anni governi di unità nazionale guidati a
turno dalla sinistra e dal Likud, con il ritorno sulla scena di un personaggio
oscuro e contestato come Shamir. A lui sarebbe succeduto ‘l’americano’
Benyamin (Bibi) Netanyahu, il modernizzatore del Likud.
Il voto degli immigrati russi degli anni ‘90 premierà il dinamismo liberista
di Netanyahu, modificando ancora una volta il serbatoio elettorale della destra
israeliana. Il governo del Likud del 1996-1999 si segnalerà per l’ondata di
privatizzazioni, volte a realizzare una ‘rivoluzione thatcheriana’ in
Israele, scatenando le resistenze del sindacato e dei lavoratori del settore
pubblico, che portarono circa 700.000 persone al memorabile sciopero del 28
settembre 1997.
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di «La destra sionista.Biografia di V.Z. Jabotinsky», insegna Storia dei
movimenti e dei partiti politici presso la facoltà di Lingue dell’Università
di Torino.