FISICA/MENTE

 

ISRAELE/PALESTINA:

CONTINUA L'AGGRESSIONE

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(Raccolta di articoli sugli ultimi fatti)

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PERCHE' CI ODIANO

Roberto Renzetti

E' il titolo di un bellissimo libro di Paolo Barnard, appena uscito nella collana BUR della RCS. E' utile leggere il sottotitolo per capire di cosa si tratta: "Se vogliamo sconfiggere il terrorismo dobbiamo smettere di essere terroristi. E fermare Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna, Russia. Le prove, le storie, i documenti". Della cosa Barnard si era già occupato anche in una trasmissione RAI (Report).

Prendo spunto da questo libro per mettere insieme alcune considerazioni che mi sono venute riflettendo sul "Terrorismo" e sul "Diritto all'esistenza".

Sembrerebbe semplice dare una definizione univoca di terrorismo ma la cosa è più complessa di quanto il senso comune potrebbe suggerire. Noi diremmo che il terrorismo è tutto ciò che spaventa i cittadini perché colpisce nel mucchio, senza alcuno scrupolo. Si, e poi ? Di queste definizioni il diritto internazionale non sa che farsene. Il diritto, per sua natura, tenta di descrivere azioni che vengono fatte da qualcuno contro qualcun altro, mettendo in ballo le entità civili e militari. Ma, se si entra in queste argomentazioni ci si rende conto che non vi sono definizioni internazionali su cui tutti convergano. Se ad esempio si definiscono terrorismo azioni militari contro civili, allora non sono terrorismo gli attacchi ai soldati israeliani da parte di palestinesi e Hezbollah, mentre l’aggressione israeliana a Gaza e al Libano, che ha fatto vittime civili, è terrorismo. E' quindi evidente che Israele (con USA e GB) non definisce così il terrorismo. Sembrerebbe che, per Israele, terrorismo è tutto ciò che si muove contro lo Stato d'Israele che non provenga da truppe regolari di un dato Stato (se ad esempio Israele fa la guerra con l'Egitto, gli egiziani sono combattenti e non terroristi). Conseguentemente ogni palestinese che rifiuta l'occupazione è un terrorista (o parteggia per) per sola e semplice definizione in quanto la Palestina non è uno Stato (e non lo è per volontà di Israele medesima) e non ha quindi truppe regolari. Potrebbe la Palestina diventare uno Stato ? Si, dice Israele, ma deve accettare l'esistenza d'Israele medesima. Si dà il caso che Israele esiste e la Palestina no. E si dà il caso che Israele, anche sul piano del diritto internazionale, occupi (con ogni arbitrarietà ed abuso) i territori palestinesi e non si è mai visto nella storia dell'umanità che l'oppresso riconosca l'oppressore come entità deputata ad esserlo. Così, in un loop logico, le vittime della situazione sono i terroristi, mentre gli aguzzini, gli occupanti, gli assassini, sono le colombe che non vogliono altro che pace. L'autorità discende ad Israele direttamente da Dio se questo Paese riesce ad imporre al mondo dei media che i suoi militari sono stati "rapiti" e non "fatti prigionieri" da Hamas o da Hezbollah e che le sue operazioni di razzia di politici e parlamentari palestinesi sono dei semplici "arresti". In ogni caso Israele (come del resto gli USA, la GB, la Russia) non sfugge alla definizione di terrorismo della convenzione del 10/01/2000, fra gli Stati membri dell'Unione europea, per reprimere il finanziamento del "terrorismo" medesimo. E' considerato come terroristico ogni atto destinato a uccidere o ferire un civile, o qualsiasi altra persona che non partecipa direttamente alle ostilità in una situazione di conflitto armato, quando questo atto mira a intimidire una popolazione o costringere un governo... a eseguire una qualsiasi azione (ma su le varie definizioni di terrorismo pubblico un articolo di Antonio Venier dell'Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa).

E ci troviamo nel rovesciamento logico di cui dicevo per un fatto fondamentale: l'informazione, ad ogni livello, descrive il mondo gradito ai padroni di turno che sono, nell'ordine: USA, GB, Israele, Russia (della quale non mi occupo anche se patria di un terrorismo feroce, solo perché è fuori dalle odierne vicende mediorientali).

Fino a qualche mese fa tendevo a fare lo struzzo: lasciamo perdere torti e ragioni dl passato. Seguiamo quella che sembrava la volontà palestinese di chiudere in qualche modo (orrendo ma obbligato) la vicenda di "due popoli e due Stati" attraverso la Road Map.

Le vicende di questi ultimi due mesi mi hanno definitivamente convinto che il passato non si può dimenticare perché è maestro del modo di operare di Israele dalla sua nascita. 

Ho letto un libro ormai introvabile e la sola recensione di un altro che, pur essendo stato pubblicato nel 2004, è sparito insieme alla sua casa editrice. Il primo è un vecchissimo libro (La terra promessa, Mondadori 1966) di uno che partecipava alla "lotta clandestina per Israele", Munya M. Mardor, di uno cioè che ci racconta della sua partecipazione a gruppi che oggi sono definibili senza dubbio alcuno terroristici (attacchi di civili contro militari inglesi; attacchi di civili contro civili palestinesi, stragi, distruzione di villaggi, ...), al fine di costruire lo Stato di Israele. Vi è una illuminante prefazione (una lettera all'autore) dell'allora primo ministro d'Israele, Ben Gurion, in cui si ricordano i bei tempi del "terrorismo". Dice Ben Gurion:

"Episodi di quel passato vicino eppure stranamente lontano, sono tornati a risplendere di una luce rara. Da ogni pagina del libro risaltano le magnifiche imprese dell'Haganah, delle officine clandestine di armi, del Rekhesh, i cui membri hanno rischiato la vita per assicurare un minimo di armi per difesa dello Yishuv; delle organizzazioni responsabili della cosiddetta immigrazione clandestina e, dopo la Guerra Mondiale, della fuga in massa degli ebrei dall'Europa; di coloro che organizzarono la Resistenza ebraica in Palestina, nel periodo post-bellico; insomma, di tutti coloro che con il loro coraggio e la loro tenacia, aprirono la via a quel quasi-miracolo: la restaurazione della nostra indipendenza sovrana".

Bello, eh ? Quanta retorica su atti di puro e brutale terrorismo ! O no ? Se si, allora quella è retorica che oggi appartiene al popolo della Palestina, se no allora parliamo pure di terorismo palestinese con l'avvertenza che vi è il terrorismo disperato di chi non ha altro e vi è quello organizzato in F16, elicotteri, bombe a grappolo, DU, omicidi mirati, rapimenti di parlamentari e ministri, ... Solo i pennivendoli mondiali potranno sostenere che vi è il terrorismo palestinese contro il quale, per la sua esistenza (sic!), lotta Israele.

Vi è poi l'altro libro: SERGE THION (a cura di), "SUL TERRORISMO ISRAELIANO" Graphos, Genova 2004. Come ho detto è introvabile. Ho solo la presentazione di tal Enrico Galoppini per il trimestrale “Eurasia”, Rivista di Studi geopolitici, 1/2005, pp. 219-228 (www.eurasia-rivista.org ). In questo, per quel poco che ho sbirciato, vi è il ricordo di molti ebrei dei gloriosi periodi terroristici che hanno portato alla nascita di Israele. Gli autori dei saggi sono quasi tutti ebrei, una volta tanto non immigrati in Israele, ma emigrati da Israele. Da distaccare la presenza di Livia Rokach, figlia del ministro degli interni del governo Ben Gurion, Israel Rokach che poté disporre di ampi stralci dei diari di Moshe Sharett (già Primo Ministro e Ministro degli Esteri dello Stato ebraico negli anni 40 e 50, e considerato un «moderato»). Questi diari sono rappresentano una completa rivoluzione nel giudizio su quanto è accaduto in molti anni in Palestina. Emerge che non sono gli arabi ad «assediare» Israele, a voler «buttare a mare gli ebrei», ma è Israele a provocare incessantemente i suoi vicini. In pratica, il vessillo della «sicurezza» viene continuamente agitato per raccogliere simpatie internazionali e tenere in scacco la regione. A tal fine, la popolazione israeliana viene allevata nella paura e nell’angoscia, e proprio per questo i governi israeliani si sono macchiati di crimini anche ai danni dei cittadini che avrebbero dovuto difendere. Di qui le ben note e sanguinose «rappresaglie» e le sistematiche violazioni del diritto internazionale dell’esercito israeliano, espressione di una società militarizzata in cui i militari che fanno carriera politica sono la regola. La lettura dei diari di Sharett evidenzia anche che Israele non ha (e non può avere, imbeccato com’è dal suo sponsor statunitense!) alcuna intenzione di vivere in pace coi suoi vicini, spingendoli, al contrario, in conflitti che è certo di vincere. La guerra con l’Egitto del ’56 era difatti meditata sin dal ‘53, l’occupazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania dagli anni Cinquanta (ma l’ostacolo principale era la residua presenza britannica in Giordania) e già Ben Gurion desiderava un Libano balcanizzato. Stando a quel che annotava Sharett, a proposito delle provocazioni contro l'Egitto di Nasser, in data 26 maggio 1955: “Le azioni di rappresaglia, che non potremmo eseguire se fossimo legati da un patto di sicurezza, sono la nostra linfa vitale […]. Con esse possiamo mantenere un alto livello di tensione fra la nostra popolazione e nell’esercito. [Israele] si deve inventare pericoli e, per farlo, deve adottare il metodo della provocazione e ritorsione […]”. Se si aggiunge che gli Stati Uniti, mentre procedevano ad eliminare Mossadeq in Iran e Arbenz in Guatemala, pensavano di usare Israele per rovesciare l’uomo forte del Cairo, e che nel frattempo agenti israeliani trescavano con elementi sudanesi, si capisce perché l’Egitto si sarebbe rivolto di lì a poco all’Unione Sovietica. Insomma la chiave di quanto ipotizzavo da anni è ora in documenti (diari di Primi Ministri di Israele): da sempre si continua ad agitare cinicamente la questione della sicurezza di Israele (minacciata, diceva la propaganda, nella sua stessa esistenza per i suoi scopi espansionistici). Intanto innumerevoli provocazioni erano messe in atto dal potere israeliano allo scopo di trascinare i Paesi arabi in conflitti, di cui sapevano in anticipo che gli israeliani sarebbero usciti vincitori, per avere il pretesto di occupare sempre più territorio palestinese. Fu una scelta dei governi di Israele, scrive la Rokach, "l'uso della violenza aperta e su vasta scala, il terrorismo e la vendetta dovettero essere glorificati come la nuova morale. Le vite di molti israeliani dovevano essere sacrificate per creare le provocazioni che giustificassero le rappresaglie. Una propaganda martellante e quotidiana, controllata dai censori della democrazia israelita e soggetta a censura militare alimentava la popolazione israeliana con immagini della mostruosità del nemico. Ben Gurion, esasperato da un periodo di calma sui confini, giunse a dire che avrebbe pagato un milione di sterline a uno Stato arabo, perché ci faccia guerra. E se non è sufficiente per convincere gli ultimi benpensanti, allora non c'è speranza. 

Il fatto è che Israele gioca con una forza immensa in mezzo a popolazioni primitive. Ha il sostegno degli USA e della GB in armi, tecnologie avanzatissime e credito (enorme ed a perdere). Dispone di almeno 200 testate nucleari e di missili in grado di colpire qualunque obiettivo (e questo alla faccia della Non Proliferazione Nucleare reclamata giustamente ma solo per Corea ed Iran). E in che modo Israele porta avanti le supposte trattative con la Palestina ? Con la boria del più forte che impone e non tratta. Che dà in pasto all'opinione pubblica la sua bontà che di volta in volta è rifiutata dai cattivi palestinesi. Che, di volta in volta intasca sempre di più e costringe i palestinesi in un territorio ristrettissimo, privo di acqua, con alberi e case abbattuti ... un popolo di pezzenti che, piano piano, debbono scomparire (o naturalmente o aiutati ...). Il conflitto israelo-palestinese ci ha mostrato un'esasperante altalena di mediazioni tanto promettenti quanto finora sostanzialmente inutili, di cui ricordo le principali: il primo processo di pace avviatesi a Madrid il 30 Ottobre 1991, la Dichiarazione di Principi del 13 Settembre 1993 (detti anche Accordi di Oslo), gli Accordi ad Interini del 28 Settembre 1995, il Memorandum di Wye River del 23 Ottobre 1998, quello di Sharm El Sheik del 4 Settembre 1999, poi ancora il Summit di Camp David del 25 Luglio 2000, le proposte di Clinton (Clinton Ideas) del Dicembre 2000 e i negoziati di Taba del 27 Gennaio 2001; infine la Road Map proposta dal presidente George W. Bush il 24 Giugno 2002 e gli Accordi di Ginevra del 31 ottobre 2003. Non è mai successo nulla di serio e, sempre, la colpa è stata di ... credo lo abbiate capito. 

Ogni volta qualche dettaglio faceva si che tutto andava a monte ed Israele ammazzava un poco di palestinesi e si fregava maggior fetta di territori. E la cosa non era casuale ma studiata nei dettagli e quindi premeditata. Barnard propone ciò che accadde a partire dal 2000:

"Va ricordato al lettore che il rigurgito della violenza per mano palestinese a partire dall'autunno del 2000, come per esempio la ripresa degli attacchi suicidi dei gruppi integralisti e l'escalation delle aggressioni contro i coloni ebraici nella Cisgiordania, oltre alla cosiddetta «indisponibilità» alla pace dei vertici palestinesi furono indicati da Israele nella primavera del 2002 come la ragione per il lancio della più severa e violenta offensiva militare nei Territori Occupati dal 1967 a oggi, quando le truppe di Tel Aviv rioccuparono a tutti gli effetti intere città palestinesi ponendole sotto assedio con un livello di distruzione delle aree abitate senza precedenti, e causando un alto numero di morti e di feriti non solo fra i miliziani arabi ma soprattutto fra i civili, in violazione della Convenzione di Ginevra e di gran parte della legalità internazionale (si vedano le denunce di Amnesty International, della Croce Rossa Internazionale e di Human Rights Watch, fra gli altri). Ma alcuni documenti riservati rivelano che in realtà quelle offensive militari israeliane miranti all'annientamento dell'entità autonoma Palestinese erano state studiate a tavolino e discusse assai prima dell'intensificazione della violenza araba dall'autunno del 2000 in poi. Esse furono messe nero su bianco già nel 1996 in un piano strategico che porta il nome di Fields of Thorns (campi spinati), dove è possibile rintracciare tutti gli elementi fondamentali per comprendere le azioni militari di Israele negli anni successivi, fino alla loro incontrollata esplosione nella primavera del 2002 (le prime rivelazioni sul piano Fields of Thorns furono rivelate da Amir Oren sul quotidiano israeliano «Ha'aretz» il 23 novembre 2001).
L'idea di una rottura violenta e illegale della trattativa di pace con i palestinesi rimarrà segretamente una costante nei vertici del governo di Tel Aviv attraverso differenti amministrazioni, mentre alle opinioni pubbliche veniva offerta tutt'altra immagine. Infatti Fields of Thorns fu preso come base per un secondo piano formulato il 15 ottobre del 2000 su richiesta dell'allora premier israeliano laburista Ehud Barak (quello della «straordinaria offerta di pace» di Camp David, un gigantesco imbroglio) e dove si leggeva che «Arafat è una grave minaccia per la sicurezza dello Stato e il danno che deriverebbe dalla sua sparizione è inferiore a quello che causa la sua esistenza», in una chiara (quanto ambigua nell'indicare i metodi) esortazione alla necessità di eliminare il leader palestinese. Anche in questo caso, si noti bene, la discussione israeliana di una soluzione violenta delle trattative di pace con l'ANP avveniva prima della ripresa degli attacchi terroristici palestinesi, che infatti vedono la loro prima recrudescenza manifestarsi il 2 novembre del 2000, a più di due anni di distanza dall'ultimo episodio del 29 ottobre 1998.18
Dopo Barak, Sharon. Nel febbraio del 2001 il laburista perde le elezioni, e sale al potere Ariel Sharon del partito di destra Likud. Pochi mesi dopo è il giornalista Alex Fishman sul grande quotidiano israeliano «Yediot Aharonot» a rivelare che anche il nuovo premier aveva già da tempo preparato un piano per cancellare dalla storia Arafat e la sua Autorità Palestinese: nome in codice Dagan, dal generale che l'aveva preparato e consegnato a Sharon ben prima della sua ascesa al potere. Meir Dagan era infatti consigliere per la sicurezza nazionale del Likud in campagna elettorale.
Il 12 luglio successivo, la prestigiosa e ben informata rivista di affari strategici «Jane's Intelligence» pubblica il suo Foreign Report che contiene dettagli scottanti di come Sharon avrebbe raffinato ulteriormente il suo piano per un attacco totale volto a distruggere la ANP, cacciare Arafat e assassinare o arrestare i suoi soldati. Il nome di questa operazione presentata al capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano Shaul Mofaz è assai esplicito: La distruzione dall'Autorità Palestinese e il disarmo di tutte le forze armate (palestinesi). Infine, nel gennaio 2002  ... [la cosa continua sul libro di Paolo Barnard]".

Insomma, la cosa è chiarissima e solo qualche anima buona come Grossman (la perdita del cui figlio mi rattrista allo stesso modo di un miserabile libanese ancora sotto le macerie) non se ne rende conto dando credibilità ad un potere criminale almeno dalla sua nascita. Ed alcuni tra i più lucidi se ne sono accorti da tempo, almeno dal tempo di Sharon e la passeggiata sulla spianata delle moschee. Scriveva, sul Jerusalem Weekly Kol Ha'lr, l'ebreo israeliano Baruch Kimmerling, eminente sociologo della Hebrew University:

"Io accuso il primo ministro Ariel Sharon di aver creato un processo che non solo intensificherà il reciproco spargimento di sangue, ma che potrà istigare una guerra regionale e una parziale o completa pulizia etnica degli arabi nella Terra d'Israele ... E accuso me stesso di aver saputo tutto questo ma di aver protestato troppo poco e di essere stato zitto troppo spesso".

A questo si aggiunge la lucida analisi dell'ebreo israeliano, partigiano nella guerra del 1948 che ha creato lo Stato d'Israele e sfuggito all'Olocausto, Akiva Orr:

"Vuole capire perché ci odiano? È talmente semplice! Mi chiedo di che cosa ci meravigliamo! C'è un popolo arabo che dopo 1400 anni di convivenza con altre minoranze religiose, fra cui anche gli ebrei, si vede arrivare dall'Europa altri ebrei, i sionisti, che con  l'aiuto della maggiori potenze del mondo si prendono quasi tutta la loro terra scacciandoli. Poi ne occupano altre larghe fette dove per decenni li sottoporranno a ogni sorta dì barbaro misfatto. E dopo averli così trattati neppure li riconoscono come entità politica. Ricordo come fosse oggi il giorno in cui Golda Meir [premier israeliano 1969-1974, nda] disse che non esisteva il popolo palestinese, che sì, magari erano degli arabi sparsi qua e là, ma non erano un popolo. La maggioranza dei sionisti le credettero, ma alcuni di noi sapevano che erano sciocchezze di una donna che dalla sua residenza di Milwaukee in America era piombata qua senza neppure sapere che per decenni i palestinesi avevano lottato per la propria indipendenza contro i turchi prima, e contro gli inglesi poi. E che quando lei era arrivata in Palestina, gli arabi erano già stati scandalosamente feriti dai britannici che dopo avergli promesso un'ampia sovranità in cambio dell'aiuto per sconfiggere l'impero ottomano li avevano traditi consegnando la loro terra a noi, cosa che fra l'altro è una delle ragioni per cui Lawrence d'Arabia lasciò l'esercito di sua Maestà disgustato. Da lì sono cominciati i guai, ma cosa vi aspettate? Chi avrebbe reagito differentemente? Noi israeliani abbiamo un grande problema: non conosciamo la nostra storia. Siamo convinti che l'odio arabo generi il conflitto; ma è vero il contrario, è il conflitto che genera l'odio. E il conflitto siamo noi. [L'inizio dell'umiliazione araba in Palestina è dell'estate del 1948 quando i vittoriosi soldati d'Israele avanzavano da un villaggio palestinese all'altro in rapida successione] di norma circondandoli in modo da chiuderne tre lati su quattro per lasciare una sola via di fuga agli abitanti, i quali, se non fuggivano spontaneamente poiché già terrorizzati dai racconti delle efferatezze dei gruppi terroristici ebraici più noti allora, come lo Stern o l'irgun Tzeva'i Leumi, ne venivano espulsi. A chi chiedeva [a Ben Gurion che comandava personalmente le operazioni] cosa fare dei civili palestinesi circondati nei loro villaggi, Ben Gurion rispondeva con un singolo gesto della mano... assai eloquente ...". (*)

Ed dopo questo trattamento di gran riguardo si applicava alla lettera ciò che aveva teorizzato il fondatore del Sionismo, Theodor Herzl: "Tenteremo di sospingere la popolazione in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra... Sia il processo di espropriazione che l'espulsione dei poveri devono essere condotti con discrezione e con attenzione".

E tutto questo è ammesso con elegante oblio senza battere ciglio dalla gran parte dei Paesi occidentali. Nessuno che si preoccupi di dire pubblicamente cose che sa. Il lavoro è affidato ai talponi che frugano incessantemente nel mondo underground ed ai circuiti semiclandestini di stampa ed intenet.

Ma da dove proviene la sicumera di Israele ? Perché può fare ciò che vuole ? Perché è all'interno del sistema di potere degli USA e della GB (si pensi solo che ogni volta che la totalità dei Paesi del mondo pronunciava una condanna contro la politica di Israele, intervenivano gli USA per porre veti che ormai si contano a centinaia). Ed in realtà l'origine di tutti i guai e mali del nostro tempo è da ricercare innanzitutto nella politica coloniale della GB e quindi nel tentativo di imposizione dell'Impero USA. Vediamo qualche scampolo.

Inizio da un fatto che Barnard definisce estetico: il modo con cui fu tracciata dalla potenza coloniale britannica la frontiera tra Iraq e Arabia. La cosa fu realizzata tra il 1918 ed il 1919 da Gertrude Bell, archeologa e amministratrice delle colonie di Sua Maestà Britannica. Quella frontiera tra due Stati prima mai esistiti ella la tracciò di persona. Cavalcando fra le dune trascinava un bastone che lasciava un solco nella sabbia, mentre correvano dietro al cavallo dei giovani del luogo che piantavano pali di legno ad intervalli regolari lungo quella traccia. Chiaro ? Si intuisce come la potenza britannica, creata dai pirati dei Caraibi, abbia inteso il senso del diritto e dell'autodeterminazione dei popoli ? di come il colonialismo abbia portato solo civiltà ?

Gli USA sono il Paese che più ha alimentato ed alimenta il terrorismo. Ha iniziato con le invenzioni di attacchi a proprio danno (magistralmente autorealizzate o fatte accadere senza far nulla per fermarle) come Alamo, il Maine, ... fino a Pearl Harbor e all'11 settembre. Ha continuato addestrando, armando squadroni della morte operanti in tutto il mondo. Lo ha fatto nei Paesi Centro e Sudamericani, in Africa, Asia ed Europa (compresa l'Italia di Portella della Ginestra e di Piazza Fontana, restando noi in attesa di sapere cose più precise su Moro e Strage di Bologna). Le cose sono scritte in documenti ormai svergognatamente desecretati e pubblicati integri da Paolo Barnard. Vi sono dentro cose da fare accapponare la pelle, stragi con inaudite torture di interi villaggi, di interi Paesi, bombe, addestramenti di truppe assassine, uso della tortura, ... A lato di questo gli USA operavano in sedi di diritto internazionale per evitare di incappare in qualche condanna per crimini contro l'umanità. Dice Barnard:

"Prima di divenire ministro della Giustizia Alberto Gonzales era consigliere alla Casa Bianca per George W. Bush, e in quella veste egli per primo suggerì al presidente di condurre l'America fuori dalla Convenzione di Ginevra per timore che la condotta statunitense nella Guerra al Terrorismo potesse portare alla condanna a morte di Bush medesimo da parte di un ordinario tribunale americano, per crimini contro l'umanità.
Non è uno scherzo. Nel 1996 infatti, il parlamento di Washington aveva votato in legge il War Crimes Act (18 U.S.C. 2441), dove si stabiliva che la violazione della Convenzione di Ginevra è un crimine federale, con particolare riferimento alle «uccisioni, torture o trattamenti inumani ai prigionieri». La pena capitale era prevista se le violazioni avevano portato alla morte di esseri umani. Gonzales, pienamente consapevole della barbarie inflitta ai civili afghani dagli indiscriminati bombardamenti della Coalizione (e che toccherà di lì a poco anche agli iracheni), aggravati dall'uso di bombe a grappolo (quelle che per anni continuano a uccidere i bambini), e ben informato sulle torture a Guantanamo (replicate poi ad Abu Ghraib in Iraq), aveva messo per iscritto tale suggerimento in un memoriale del 25 gennaio 2002. Si unì al coro anche l'allora ministro della Giustizia Ashcroft, che sostenne che l'abbandono dell'adesione americana alla Convenzione di Ginevra desse le «maggiori garanzie che i funzionari militari, dell'Intelligence, o di polizia» statunitensi non venissero perseguiti in virtù del War Crimes Act.
Suggerimenti di grande pertinenza visto che secondo un rapporto della prestigiosa National Lawyers Guild Convention dell'ottobre 2003, il presidente Bush e altri funzionari di governo erano da considerarsi direttamente responsabili per le guerre illegali in Afghanistan e in Iraq con le decine di migliaia di vittime innocenti da esse provocate e dichiarate in violazione della Costituzione americana, della Carta delle Nazioni Unite, dei Principi di Norimberga e di altri trattati internazionali. Gonzales in particolare dimostrò un notevole talento all'autotutela, visto che un memoriale del 19 marzo 2004 prodotto dal Dipartimento di Giustizia per cui lui lavorava avrebbe autorizzato la CIA a trasferire i prigionieri di guerra iracheni in Paesi dove la tortura è sistematica, per esservi interrogati, in flagrante violazione proprio della Convenzione di Ginevra e del War Crimes Act. Da lì a poco, nel maggio del 2004, il quotidiano «Wall Street Journal» avrebbe rivelato il contenuto del rapporto del Comitato Internazionale dette Croce Rossa dell'ottobre 2003 che fece esplodere lo scandalo delle torture americane nel carcere di Abu Ghraib.

La lista delle violazioni dei codici di condotta in guerra (gran parte della Convenzione di Ginevra) da parte delle truppe della Coalizione operante in Iraq è lunghissima e l'ha fatta Human Rights Watch:

"- Una guerra di aggressione contraria alla legalità internazionale e specificamente in violazione della Convenzione di Ginevra e della Carta delle Nazioni Unite.
- Torture di prigionieri di guerra.
- Uccisioni ingiustificate di civili.
- Decine di migliaia di vittime accertate fra i non combattenti.
- Uso indiscriminato contro la popolazione civile di armi ad alto potenziale distruttivo e persino illegali.
- Devastazione delle infrastutture civili essenziali del Paese".


Leggiamo ora questo brano di un documento fondamentale della storia recente dell'umanità:


«I seguenti atti, o uno qualsiasi di loro, sono crimini che ricadono sotto la nostra giurisdizione e per i quali la responsabilità sarà individuale:
«Crimini contro la pace, come la pianificazione, preparazione, e lancio di una guerra di aggressione o in violazione dei trattati internazionali...
«Crimini di Guerra, come le violazioni delle leggi di condotta di guerra. Tali violazioni includono, fra gli altri, l'uccisione o il maltrattamento dei prigionieri di guerra... l'uccisione dei civili della popolazione nei Territori Occupati... la devastazione dì città, cittadine e villaggi...
«I leader, gli organizzatori, gli istigatori e i loro compiici che hanno partecipato alla formulazione dell'esecuzione di un Piano Comune per commettere uno dei crimini sopraccitati sono responsabili per tutti gli atti commessi da chiunque nell'esecuzione di quel piano» (Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, 8 agosto 1945). 

Proprio così! Oggi gli USA andrebbero abbondantemente sotto un processo di Norimberga.

Ma vi è altro da aggiungere e riguarda la definizione di Paese terrorista. Qualunque sia la definizione di terrorismo, gli USA sono alla testa del terrorismo mondiale. Ed è chiaro che questo Paese usa il termine Lotta al terrorismo riferendolo a qualunque suo oppositore, fregandosene bellamente delle sue azioni su tutti gli scenari mondiali. Dice il prestigioso accademico americano Edward Herman:

"Ciò che gli Stati dominanti del XX secolo proprio non riescono a mandare giù è di aver perduto il monopolio del terrore, e questo vale in particolare per gli Stati Uniti, per la Gran Bretagna, per la Russia ma anche per la Francia e per la Germania, e di essere stati affiancati da questi terroristi alla spicciolata, come i gruppi di comunisti combattenti, di palestinesi e infine degli islamici radicali. Tuttavia quegli Stati rimangono i veri e incontrastati maestri del terrorismo, sia per sistematicità che per numero di vittime innocenti ... Ciò che dico era ed è davanti agli occhi di tutti, ma tacciono i media e soprattutto gli intellettuali... ".

Da quanto detto si passa facilmente all'ultima questione che intendo delineare, quella della definizione di Stato Canaglia. Anche qui, in poche parole riporto quanto affermato da Paolo Barnard:

"Rogue State, «Stato Canaglia», una definizione che gli ideologi neoconservatori americani appiccicano spesso e volentieri ai Paesi che non rigano dritto secondo il loro intendimento di cosa significhi rigare dritto nelle relazioni internazionali. Fu escogitata dall'ex segretario di Stato Colin Powell quando era Chairman del Joint Chiefs of Staff dall'89 al '93, e credo che si debba serenamente ammettere che in alcuni casi non hanno del tutto torto. In effetti, se si considerano talune condotte, si fatica parecchio a definire Corea del Nord, Iran, Siria o Sudan in termini più miti. C'è un problema tuttavia, e non è solo che per altre nazioni ugualmente canaglie ma amiche degli Stati Uniti non v'è traccia di condanna nell'arsenale retorico dei Neocons di Washington; il problema è, nelle parole dell'ex alto funzionario della CIA David Mac Michael, che «gli Stati Uniti stessi sono a tutti gli effetti uno Stato Canaglia».
Quanto ho già esposto colloca a tutti gli effetti l'America fra gli Stati che hanno ospitato e protetto terroristi, al pari di Siria o Iran, e che come questi li hanno anche armati, addestrati e finanziati".

Quindi, fuori di ogni legittimo dubbio, gli USA sono un Paese Terrorista che ha l'impudenza di lanciare la "lotta al terrorismo". A questo monumento di terrorismo risponde l'apprendista Bin Laden (certamente riprovevole, per carità!, ma solo un neofita che tenta di rispondere con il poco che ha alla superpotenza USA che sta facendo stragi nelle sue terre seguendo quelle della GB). Il primo messaggio di Bin Laden fa riferimento ai circa 500 mila bambini morti in Iraq a seguito del criminale embargo voluto da USA e GB. Quei poveri e piccoli morti, molti di più di quelli di Hiroshima e Nagasaki, erano indispensabili ? Risponde (1996) Madeleine Allbright, allora ambasciatrice USA all'ONU: "Penso che questa sia una scelta molto dura, ma il prezzo, pensiamo che il prezzo ne valga la pena".

So che è banale ma lo devo dire. Come reagiremmo noi italiani se, a seguito di una qualche azione di Pakistan o Iran o ..., morissero 500 mila nostri bambini ? E se questo si sommasse a molto altro che regolarmente ci viene inflitto con certezza di impunità dagli stessi attori ? Faremmo una guerra contro ? E se non avessimo un esercito in grado di farla questa guerra ? Soffermatevi un attimo a pensare e poi pensate al perché Osama Bin Lden è visto come un'unica speranza di riscatto da quelle parti e riesce ad arruolare ...

Il terrorismo siamo noi occidentali. Abbiamo creato una infinità di episodi che hanno minato l'intero mondo e lo hanno reso instabile come è oggi. Sottomesso alle più feroci regole del liberismo e del WTO a beneficio di pochi e contro l'intera umanità.

Queste cose scorreranno come acqua fresca sulle inutili teste di persone che conosciamo ma potrebbero diventare elemento per approfondire la propria conoscenza e coscienza. Se si vuole capire mettendo insieme ciò che magari sappiamo ma in modo scoordinato e confuso, si legga il bel libro di Paolo Barnard.

Roberto Renzetti

(*) Ogni tanto sento ripetere che il Gran Muftì di Gerusalemme era simpatizzante ed alleato di Hitler! Ma perché le grandi intelligenze che fanno capo ad Israele devono mortificare se stesse in questo sciocco modo ? O perché devono credere che noi non si sia in grado di capire ? A quell'epoca l'unico Paese che combatteva l'odioso occupante britannico era la Germania. Ciò spiega tutto ed anche il perché la gran parte del mondo sotto il dominio inglese era filonazista. Per far capire basta invece pensare a Paesi coloniali italiani, come Libia ed Etiopia, ad esempio. Qui si preferiva simpatizzare per la Gran Bretagna. E non ci si stupisca è così ed è sempre stato così.


Israele e Territori Occupati
http://www.amnesty.it/pressroom/ra2006/israele.html?page=ra2006 

Stato di Israele Rapporto annuale 2006 

Capo di Stato: Moshe Katzav
Capo del governo: Ariel Sharon
Pena di morte: abolizionista per i reati ordinari
Statuto di Roma della Corte penale internazionale: firmato, tuttavia senza intenzione di ratifica
Convenzione delle Nazioni Unite sulle donne: ratificata con riserve
Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle donne: non firmato

Israele ha ritirato truppe e coloni dalla Striscia di Gaza e ha smantellato quattro piccoli insediamenti nel nord della Cisgiordania. Ciononostante ha continuato a costruire ed espandere gli insediamenti illegali e le infrastrutture a essi collegate, inclusa la recinzione/muro di 600 km, sulle terre palestinesi nella Cisgiordania occupata. I blocchi militari e le restrizioni imposte da Israele ai movimenti dei palestinesi all’interno dei Territori Occupati hanno continuato a causare alti tassi di disoccupazione e di povertà tra la popolazione palestinese. Sono diminuite di molto le violenze tra israeliani e palestinesi, sebbene non siano cessati gli attacchi da entrambe le parti. Le Forze armate israeliane hanno ucciso circa 190 palestinesi, tra cui all’incirca 50 bambini, e 50 israeliani, compresi sei bambini, sono stati uccisi da gruppi armati palestinesi. Le forze israeliane hanno compiuto attacchi illegali e sono ricorse abitualmente a un uso eccessivo della forza contro dimostranti pacifici che protestavano contro la distruzione di terre agricole palestinesi e contro la costruzione della recinzione/muro da parte dell’esercito israeliano. Coloni israeliani hanno spesso attaccato agricoltori palestinesi, distrutto frutteti e impedito a contadini di coltivare le loro terre. Soldati israeliani e coloni responsabili di uccisioni illegali e altri abusi verso i palestinesi e le loro proprietà hanno in genere goduto dell’impunità. Migliaia di palestinesi sono stati arrestati dalla forze armate israeliane nei Territori Occupati con l’accusa di reati contro la sicurezza. Obiettori di coscienza israeliani hanno continuato a essere incarcerati a causa del loro rifiuto a essere arruolati nell’esercito.

Contesto

In seguito ai negoziati intercorsi all’inizio dell’anno tra l’Autorità Palestinese (AP), i mediatori egiziani e i maggiori gruppi armati palestinesi, questo ultimi hanno dichiarato una tahadiyeh (calma) senza limite, un impegno a non intraprendere attacchi contro Israele. Similmente l’esercito israeliano ha annunciato che si sarebbe astenuto dall’attaccare obiettivi palestinesi. Nonostante ciò, entrambe le parti hanno compiuto nuovi attacchi, affermando che questi erano in risposta ad attacchi perpetrati dall’altra parte. Tuttavia, durante l’anno si è registrata una forte riduzione delle incursioni e delle uccisioni da entrambe le parti.

Il trasferimento delle truppe e dei coloni israeliani dalla Striscia di Gaza e da quattro piccoli insediamenti nel nord della Cisgiordania secondo le disposizioni del “piano di disimpegno” del Primo ministro Sharon, ha nettamente diviso il partito Likud al governo. A novembre il Primo ministro Sharon si è dimesso dal Likud e ha formato un nuovo partito, portando così a elezioni anticipate, fissate per marzo 2006.

Le forze israeliane e i gruppi armati palestinesi hanno compiuto attacchi assimilabili a crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

Uccisioni e attacchi da parte dell’esercito israeliano

L’esercito israeliano ha ucciso nei Territori Occupati circa 190 palestinesi, compresi all’incirca 50 bambini. Molti sono stati uccisi illegalmente, in sparatorie deliberate e irresponsabili, bombardamenti e attacchi aerei in zone residenziali densamente popolate. Alcuni sono stati uccisi in esecuzioni extragiudiziali e altri sono morti durante scontri armati con i soldati israeliani. Centinaia di altri sono rimasti feriti.

*Il 4 gennaio, sette minorenni di un’età compresa tra i 10 e i 17 anni sono stati uccisi e cinque altri gravemente feriti in un attacco aereo mentre raccoglievano fragole nella cittadina di Beit Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza. Tra gli uccisi vi erano sei membri della famiglia Ghaben: Rajah, Jaber, Mahmoud, Bassam, Hani e Mohammed, e Jibril al-Kaseeh.

*Il 27 ottobre, Karam Mohammed Abu Naji di 14 anni, Salah Said Abu Naji di 15 anni e Rami Riyad Assaf di 17 sono stati uccisi quando l’esercito israeliano ha lanciato un attacco aereo contro un’automobile che viaggiava vicino al campo profughi di Jabaliya nella Striscia di Gaza. Insieme ai tre minorenni che erano nelle vicinanze, sono stati uccisi tutti i quattro occupanti dell’auto. Altri 19 passanti, tra cui sette minorenni sono rimasti feriti. Si ritiene che l’obiettivo designato fossero due membri di un gruppo armato palestinese.

*Il 3 novembre, il dodicenne Ahmed al-Khatib è stato gravemente ferito da un soldato israeliano durante un’incursione nel campo profughi di Jenin ed è deceduto tre giorni dopo. L’esercito ha in seguito dichiarato che il ragazzo stava giocando con una pistola giocattolo e i soldati lo avevano creduto un militante.

Uccisioni e attacchi da parte di gruppi armati palestinesi

Gruppi armati palestinesi hanno ucciso 41 civili israeliani, compresi sei minorenni, in attentati suicidi, sparatorie e lanci di mortaio in Israele e nei Territori Occupati. La maggior parte degli attacchi sono stati eseguiti dalle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, una frangia di Fatah, e dalla Jihad islamica. Nove soldati israeliani sono stati anch’essi uccisi da gruppi armati palestinesi, per la maggior parte nei Territori Occupati.

*Il 12 luglio Rachel Ben Abu e Nofar Horowitz, entrambe di 16 anni, Julia Voloshin di 31 anni, Anya Lifshitz, di 50 anni e il caporale Moshe Maor di 21 anni sono stati uccisi in un attentato suicida compiuto dalla Jihad islamica in un centro commerciale a Hasharon, vicino Natania.

*Il 16 ottobre, militanti palestinesi hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco Oz Ben-Meir, di 15 anni, Matat Rosenfeld-Adler, di 21 anni e Kineret Mandel, di 23 anni, al valico di Gush Etzion in Cisgiordania. Nell’attacco sono rimasti feriti anche un quattordicenne, un altro civile e un soldato. Le uccisioni sono state rivendicate dalle Brigate dei Martiri di al-Aqsa.

Attacchi da parte di coloni israeliani nei Territori Occupati

Coloni israeliani in Cisgiordania hanno attaccato ripetutamente palestinesi e le loro proprietà. Hanno distrutto raccolti, tagliato e bruciato ulivi, contaminato le riserve d’acqua e impedito ai contadini di coltivare la loro terra, con l’intento di costringerli a trasferirsi. Questi attacchi sono aumentati durante i mesi di ottobre e novembre, dedicati al raccolto delle olive.

*A marzo e aprile i coloni israeliani hanno irrorato di sostanze chimiche tossiche i campi circostanti i villaggi palestinesi posti a sud delle colline di Hebron e nelle vicinanze di Salfit. Le sostanze chimiche sono state sparse in zone utilizzate dai contadini palestinesi per il pascolo delle greggi, privandoli così dei loro mezzi di sussistenza. I contadini sono stati costretti a porre il bestiame in quarantena e a non utilizzare il latte, il formaggio e la carne durante la stagione produttiva.

*Il 16 ottobre circa 75 acri di uliveti vicino Salem, nella Cisgiordania del nord, appartenenti agli abitanti di un villaggio palestinese, sono stati incendiati da alcuni coloni israeliani. Molta della terra dei contadini era stata in precedenza separata dal villaggio da una strada riservata ai coloni che conduce al vicino insediamento di Elon Moreh. Per anni i coloni israeliani di Elon Moreh avevano impedito ai palestinesi di accedere alle loro terre, minacciando di attaccarli.

Coloni israeliani hanno anche attaccato pacifisti e difensori dei diritti umani internazionali e israeliani che cercavano di documentare i loro attacchi ai danni dei palestinesi.

*Il 26 settembre, coloni provenienti dall’insediamento di Havat Ma’on hanno aggredito pacifisti israeliani e una troupe cinematografica. Ra’anan Alexanderovitch è stato duramente picchiato e ferito da un colono armato con un fucile d’assalto M16 e alcune apparecchiature della troupe sono state rubate dagli aggressori.

Soldati e poliziotti israeliani sono talvolta intervenuti per fermare gli attacchi dei coloni verso i palestinesi, spesso quando erano presenti pacifisti israeliani o internazionali. Tuttavia, nella maggior parte dei casi non sono intervenuti e spesso hanno risposto agli attacchi dei coloni imponendo ulteriori restrizioni alla popolazione palestinese locale, come richiesto dai coloni.

Amministrazione della giustizia e impunità

L’esercito israeliano ha detenuto centinaia di palestinesi. Molti sono stati in seguito rilasciati senza accuse, ma centinaia sono stati accusati di reati relativi alla sicurezza. I processi istruiti da tribunali militari spesso non hanno soddisfatto gli standard internazionali di equità processuale, mentre le denunce di tortura e maltrattamenti ai danni dei detenuti non sono state adeguatamente indagate. Durante l’anno circa un migliaio di palestinesi sono stati detenuti senza accusa né processo. Ai detenuti palestinesi sono state strettamente limitate le visite dei familiari e in molti casi vietate in quanto ai parenti era negato il permesso d’ingresso in Israele, dove migliaia di palestinesi si trovavano incarcerati.

A luglio Israele ha approvato una legge discriminatoria che nega alle vittime palestinesi un risarcimento per gli abusi inflitti dalle forze israeliane

Soldati, poliziotti e coloni israeliani che hanno commesso uccisioni illegali, maltrattamenti e altri attacchi contro palestinesi e le loro proprietà hanno in genere goduto dell’impunità. Le indagini sono state rare, così come i processi dei responsabili che nella maggior parte dei casi non hanno portato a condanne. Al contrario, Israele ha impiegato ogni mezzo, non esclusi gli assassinii, le punizioni collettive e altre misure che violano il diritto internazionale, contro i palestinesi che hanno compiuto attacchi contro israeliani o che erano sospettati di essere coinvolti direttamente o indirettamente in tali attacchi. I palestinesi ritenuti colpevoli per l’omicidio di israeliani sono stati solitamente condannati all’ergastolo dalle corti militari israeliane, mentre nei casi eccezionali in cui gli israeliani sono stati ritenuti colpevoli di omicidio o di abusi verso i palestinesi, hanno ricevuto condanne miti.

*Ad agosto il soldato israeliano Taysir Hayb è stato condannato a 8 anni di carcere per l’omicidio del pacifista britannico Tom Hurndall, avvenuto nella Striscia di Gaza nel 2003. È stato riconosciuto colpevole di omicidio colposo, non volontario, di aver ostacolato la giustizia, fornito informazioni false e di condotta disdicevole.

*A novembre un comandante di compagnia dell’esercito israeliano è stato assolto da tutte le accuse in relazione all’uccisione della tredicenne Iman al-Hams. La ragazzina era stata colpita a morte dai soldati israeliani nell’ottobre 2004 a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, mentre camminava nelle vicinanze di una torre militare fortificata, posta di fronte alla sua scuola. Secondo una registrazione dell’esercito dell’accaduto, il comandante aveva stabilito che: «ogni cosa mobile, ogni cosa che si sposta nella zona, anche se è un bambino di 3 anni, deve essere uccisa». Né il comandante né nessuno degli altri soldati è stato accusato dell’omicidio della ragazzina, poiché la corte ha accettato la tesi secondo la quale il comandante non aveva violato i regolamenti sull’uso delle armi da fuoco. La corte aveva posto la propria attenzione sul fatto che il comandante potesse aver agito più o meno impropriamente quando aveva sparato ripetutamente alla ragazzina mentre giaceva a terra ferita o morta.

*A settembre, Yehoshua Elitzur, un colono israeliano, è stato ritenuto colpevole per l’omicidio di Sayel Jabara, un palestinese di 46 anni, avvenuto nelle vicinanze del villaggio di Salem, in Cisgiordania, nel settembre 2004. Nonostante Yehoshua Elitzur fosse armato con un fucile d’assalto M16 e avesse sparato e ucciso un uomo disarmato, la corte ha sostenuto che non vi erano prove che egli intendesse uccidere Sayel Jabara. La corte ha ritenuto colpevole Yehoshua Elitzur per omicidio colposo, non volontario. Egli è rimasto in libertà poiché rilasciato su cauzione il giorno successivo al suo arresto e non è comparso di fronte alla corte per il verdetto.

Reclusione di obiettori di coscienza

Diversi israeliani che si erano rifiutati di arruolarsi nell’esercito in quanto contrari all’occupazione israeliana dei Territori Occupati e di prestare servizio sul posto sono stati incarcerati fino a quattro mesi. Si tratta di prigionieri di coscienza.

Espansione degli insediamenti e costruzione della recinzione/muro

Mentre l’attenzione della comunità internazionale si concentrava sul “piano di disimpegno” da Gaza, Israele ha continuato a espandere gli insediamenti illegali e ha incrementato la costruzione della recinzione/muro di 600 km attraverso la Cisgiordania, anche nella zona interna e circostante Gerusalemme Est. La costruzione si è aggiunta ai blocchi militari e alle altre forti restrizioni imposte dall’esercito israeliano agli spostamenti della popolazione palestinese all’interno dei Territori Occupati, comprese le disposizioni che in misura sempre maggiore hanno separato Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania.

Israele ha confiscato e distrutto ampi appezzamenti di terreni palestinesi per costruire strade riservate ai coloni israeliani, posti di blocco militari e la recinzione/muro attraverso la Cisgiordania. I palestinesi sono stati sempre più confinati in zone con divieto d’accesso ed è stata loro negata la libertà di movimento tra le città e i villaggi all’interno dei Territori Occupati. Molti palestinesi sono stati tagliati fuori dai loro campi coltivati, e ad altri è stato impedito di accedere al luogo di lavoro, alle strutture scolastiche e sanitarie e ad altri servizi.

Funzionari del governo israeliano hanno ripetutamente reiterato la loro determinazione a ingrandire la maggior parte degli insediamenti in Cisgiordania, dove vivono circa 450.000 coloni israeliani, e a costruirne di nuovi, soprattutto a Gerusalemme Est e nei suoi dintorni. Il governo israeliano non ha preso alcun provvedimento per far fonte all’impegno di smantellare gli avamposti degli insediamenti eretti dal 2001 in Cisgiordania. A marzo l’ex Procuratore di Stato Talia Sasson ha pubblicato un rapporto, commissionato dal governo, che sottolineava come gli insediamenti illegali continuavano a essere costruiti e ampliati dalle autorità, contrariamente alla promessa fatta dal governo di smantellarli.

Restrizioni alla libertà di movimento e violazioni dei diritti economici e sociali

Le restrizioni alla libertà di movimento delle persone e delle merci hanno continuato a essere la causa principale degli alti tassi di disoccupazione e di povertà nei Territori Occupati, dove circa la metà della popolazione palestinese vive al di sotto della soglia di povertà ed è costretta a dipendere dagli aiuti. Le restrizioni hanno ostacolato l’accesso dei palestinesi a ospedali, a scuole e posti di lavoro. I casi di malnutrizione e altri problemi di salute sono il risultato delle condizioni di estrema povertà.

Salvo poche eccezioni, i palestinesi non hanno avuto il permesso di spostarsi tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza e hanno dovuto ottenere un permesso speciale dall’esercito israeliano per spostarsi da una città all’altra all’interno della Cisgiordania. Ai palestinesi è stato fatto divieto o è stato limitato di spostarsi sulle strade principali della Cisgiordania, utilizzate liberamente dai coloni israeliani che vivono negli insediamenti illegali. Tali restrizioni sono state accresciute in rappresaglia agli attacchi di gruppi armati palestinesi e durante le vacanze ebraiche.

Restrizioni sempre maggiori sono state anche imposte dall’esercito israeliano agli spostamenti dei pacifisti israeliani e internazionali, per impedire la loro partecipazione alle dimostrazioni pacifiche e alle altre attività di solidarietà verso i contadini palestinesi in Cisgiordania.

Durante e dopo il ritiro dalla Striscia di Gaza, Israele ha chiuso il confine tra Gaza e l’Egitto, l’unico punto di ingresso e uscita per i palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza. Alla fine di novembre è stata permessa la riapertura del confine sotto la supervisione di una forza dell’Unione Europea. Israele ha mantenuto il controllo dello spazio aereo e marittimo della Striscia di Gaza e del passaggio delle merci in entrata e in uscita dalla Striscia di Gaza.

Distruzione di case e proprietà

Seppur in misura minore rispetto agli anni precedenti, la distruzione delle case e dei terreni di palestinesi da parte delle forze israeliane è continuata. Ampi appezzamenti di terreni agricoli sono stati confiscati e distrutti e migliaia di alberi sono stati sradicati, per fare posto alla recinzione/muro e alle strade riservate ai coloni che attraversano la Cisgiordania. Coloni israeliani hanno anche distrutto terreni coltivati palestinesi per poter aprire nuove strade che collegano gli insediamenti costruiti di recente. Nonostante tali avamposti fossero contrari alla politica del governo, raramente l’esercito è intervenuto per impedire queste azioni.

Decine di case palestinesi sono state demolite in Cisgiordania dall’esercito e dalle forze di sicurezza israeliani, anche nella zona interna e circostante Gerusalemme Est, con il pretesto che erano state erette senza permesso di costruzione. Le autorità israeliane hanno negato ai palestinesi il permesso di costruire sui terreni di loro proprietà in ampie zone della Cisgiordania, e allo stesso tempo hanno continuato ad approvare la costruzione e l’espansione di insediamenti israeliani illegali su terreni palestinesi

*Il 5 aprile l’esercito israeliano ha distrutto la casa della famiglia Zaatreh a ‘Azariya, alla periferia di Gerusalemme Est, per fare posto alla recinzione/muro che è stata costruita sulle rovine della casa. La demolizione ha lasciato senza tetto i circa 29 componenti della famiglia, compresi 16 minorenni. Nonostante il terreno fosse di proprietà della famiglia, i suoi componenti non erano riusciti a ottenere un permesso di costruzione e pertanto la casa è stata demolita.

*Durante la settimana iniziata il 4 luglio l’esercito israeliano ha demolito circa 35 strutture/baracche in pietra e metallo nel villaggio di Tana, vicino Nablus, nel nord della Cisgiordania. Quattordici delle strutture erano le case dei contadini e le altre erano utilizzate per la conservazione del foraggio e come rifugio per pecore e capre che costituiscono la principale fonte di sussistenza del villaggio. È stata demolita anche una scuola che era stata costruita nel 2001 e che fino ad allora era stata utilizzata dai bambini del villaggio, assieme a due riserve d’acqua anch’esse distrutte. Per demolire la maggior parte dei fabbricati, l’esercito ha approfittato dell’assenza degli abitanti del villaggio, che vivono da semi nomadi e trascorrono i mesi più caldi dell’anno, luglio e agosto, nella vicina Beit Furik. La giustificazione fornita per la distruzione è stata che le strutture erano state costruite senza permesso.

Violenza e discriminazione contro le donne

Il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne ha esaminato il rapporto di Israele a luglio. Il Comitato ha espresso preoccupazione per le leggi che regolano lo status personale, che si fondano sulla religione e sulla legge del 2003 che vieta la riunificazione familiare agli israeliani che sposano un palestinese dei Territori Occupati. Il Comitato ha chiesto al governo israeliano di intensificare gli sforzi per combattere la tratta di donne e ragazze; di intraprendere le misure necessarie a migliorare lo status delle donne arabo-israeliane, in particolare per quanto riguarda istruzione e salute, e di eliminare la discriminazione verso le donne beduine; e di far rispettare l’età minima per il matrimonio.

Rapporti e missioni di AI

Israel: Briefing to the Committee on the Elimination of Discrimination Against Women (AI Index: MDE 15/037/2005)

Israel and the Occupied Territories: Conflict, occupation and patriarchy – Women carry the burden (AI Index: MDE 15/016/2005)

Delegazioni di AI si sono recate in Israele e i Territori Occupati a marzo e ad aprile.


il manifesto 30 marzo 2006
http://www.ilmanifesto.it

USA-ISRAELE
La verità di Carter
JOSEPH HALEVI


In questo mese sono apparsi due articoli di fondamentale importanza riguardo alla questione palestinese. Il primo è di Jimmy Carter, che quando era presidente degli Usa formulò gli accordi del 1977 in base ai quali Israele dovette smantellare gli insediamenti nel Sinai e la penisola ritornò sotto la sovranità dell'Egitto. Nell'articolo pubblicato in TomPaine.com del 9 marzo e riprodotto su http://www. commondreams.org/views06/0309-32.htm, Carter afferma che da oltre un quarto di secolo la politica di Israele è in conflitto con le posizioni della comunità internazionale, comprese quelle ufficialmente assunte dagli Usa. Ed aggiunge «l'occupazione israeliana della Palestina ha bloccato il raggiungimento di un accordo globale di pace, indipendentemente dal fatto che i palestinesi abbiano formalmente un governo, uno capeggiato da Yasser Arafat o da Mahmoud Abbas, oppure con Abbas come presidente e con Hamas in controllo del Parlamento e del gabinetto». L'ex presidente osserva poi che Tel Aviv intende destabilizzare il nuovo governo palestinese. Nota invece che Hamas è piuttosto interessata a consolidare il proprio successo politico e a garantire l'ordine e la stabilità, tesi sostenuta anche da molti analisti israeliani. Si arriva quindi al pezzo forte dell'intervento di Carter: «L'ostacolo più prominente alla pace è la colonizzazione della Palestina da parte di Israele». Semplice, diretto e vero, cosa di cui la sinistra italiana si è completamente scordata. Carter ricorda come al suo arrivo alla presidenza Usa in Cisgiordania e a Gaza vi fossero solo alcune centinaia di coloni che sono poi cresciuti fino a 225 mila, soprattutto sotto il governo di Ehud Barak. Per Carter la migliore offerta fatta ai palestinesi, quella di ritirare il 20% dei coloni e di lasciare i restanti 180mila sul 5% del territorio palestinese, era fuorviante. Infatti considerando il sistema di strade, di zone adibite all'espansione dei restanti insediamenti, l'intero territorio palestinese sarebbe stato frammentato in zone non collegate e spesso irraggiungibili. La colonizzazione isrealiana della Palestina è pertanto l'ostacolo principale alla pace e di questo erano consapevoli anche alcuni esperti legali isrealiani. Sull'Independent dell'11 marzo, il corrispondente da Gerusalemme, Donald Macintyre, scrive di un libro appena pubblicato dello storico Gershom Gorenberg, «The Accidental Empire: Israel and the Birth of the Settlements, 1967-1977» (New York: Times Books, 2006), in cui si ri-rivela che dopo la guerra del 1967 il consigliere legale del ministero degli esteri di Tel Aviv, aveva inviato un rapporto, classificato come segretissimo, sull'illegalità di eventuali insediemnti ebraici nei territori appena occupati. Il consigliere era Theodor Meron che, dopo aver lasciato Israele, divenne, fino allo scorso anno, il presidente del Tribunale Internazionale per i crimini nell'ex Jugoslavia. Nella relazione che egli stilò per l'allora primo ministro israeliano, Levi Eshkol, si affermava che gli insidiamenti avrebbero «contravvenuto esplicitamente alle disposizioni della Quarta Convenzione di Ginevra».


www.lumsanews.it/LumsaNews/Portals/_Lumsanews/ RassegnaStampa/rassegna%2030%20marzo%202006.pdf 

Senza alibi


ZVI SCHULDINER


Nonostante l'apatia provocata da un sistema democratico in crisi, le elezioni in Israele hanno procurato piccole, impreviste e perfino positive sorprese. Insieme ad un «nuovo» intervento di Bush sulla scena mediorientale. L'estrema destra è stata relativamente indebolita, nonostante il rafforzamento di un partito razzista stile Le Pen. Lo pseudo partito Kadima, fondato da Ariel Sharon e ora guidato da Ehud Olmert, andava sicuro verso una vittoria annunciata così schiacciante da avere spinto molti a restare a casa, provocando dubbi in altri. Tanto che non si è verificata: forse c'è questo alla base del discorso di vittoria del candidato premier, martedì sera. Fino a martedì, Kadima continuava a sostenere la fatidica linea unilaterale avviata da Sharon, che così pochi dentro e fuori Israele hanno compreso. Siamo arrivati alle elezioni con gran parte dei deputati convinti della parola d'ordine «non c'è un partner», senza capire che il problema è che non c'è un partner nell'élite politica israeliana. Avigdor Lieberman, l'ex capo gabinetto del premier Binyamin Netaniahu, è andato al voto con una piattaforma razzista, che accetta perfino di rinunciare a parte dell'attuale territorio israeliano allo scopo di «ripulire » Israele dal maggior numero possibile dei suoi abitanti arabo-israeliani. Il suo partito ha ottenuto 12 deputati (sul totale di 120): meno di quello che sperava, anche se diventa il maggior partito della destra. Il Likud, dopo 29 anni di predominio, si è frantumato: prende solo 11 seggi, con un Netaniahu immagine solenne del fallimento; l' ultra-destra religiosa ha solo 9 seggi. Il relativo fallimento della destra radicale, contraria al ritiro unilaterale anche se serve a perpetuare l'annessione dei territori palestinesi, rende ancora più chiaro il messaggio della popolazione israeliana, che sembra più pragmatica dei suoi dirigenti e manda a dire che vuole vedersi fuori dai territori occupati. Per questo nel suo discorso di vittoria Olmert non ha parlato di ritiro unilaterale ma ha aperto la porta a negoziati con Abu Mazen, il presidente dell'Anp. Le sue parole vanno viste nella loro complessità: da un lato il futuro governo israeliano, senza il timore di una forte opposizione di destra, potrebbe moderare le sue posizioni e fare passi verso il dialogo con i palestinesi grazie all' «alibi Abu Mazen». D'altro lato però le dichiarazioni di Olmert vanno prese con molta cautela: la disponibilità a parlare con Abu Mazen deve tradursi in passi concreti. Altrimenti la carta dei «negoziati con il presidente palestinese », mentre Israele e Bush boicottano il governo di Hamas, diverrebbe una strategia per isolare e strangolare il governo palestinese, per farlo cadere e portare a nuove elezioni nei territori palestinesi. Tattica assai pericolosa se anche la direzione di Fatah la dovesse adottare o stimolare - non pochi dei dirigenti palestinesi, che hanno perso le delizie del potere, sono disposti a tutto pur di tornare al paradiso perduto. Quando Kadima ha ottenuto solo 28 seggi è stato chiaro ai suoi dirigenti che formare una coalizione sarà meno facile del previsto. Amir Peretz ha portato il Partito laburista a una situazione di forza in cui domina la questione socio-economica. In un paese retto da un'ideologia thatcheriana, dove vigono tutti i dogmi della «chiesa del libero mercato», Peretz ha di nuovo legittimato, dopo anni, la possibilità di discutere alcune questioni fondamentali: ora esce dalle elezioni dicendo che si può costruire un partito social-democratico forte in grado di determinare l'agenda politica dei prossimi anni, e che il suo partito non entrerà nella coalizione senza solide garanzie circa la politica socio-economica. Alla sua voce si unisce quella del partito dei pensionati, la sorpresa di queste elezioni. Nessuno, davvero nessuno gli attribuiva neppure il 2% necessario a entrare in parlamento. Invece è stato un voto di protesta per molti giovani, stufi delle bugie dei politici. Il risultato sono sette deputati con un numero uno controverso, Rafi Eytan, già dirigente dei servizi segreti, defenestrato per l'arresto dell'agente Pollard negli Stati uniti più di 20 anni fa. Complicato? Sì. Il pessimismo porta a vedere tutti gli elementi di una nuova esplosione del conflitto appena si intensificherà la repressione nei territori occupati. L'ottimismo permette di interpretare questi risultati elettorali come segnale della stanchezza degli israeliani che, similmente ai palestinesi, vogliono interrompere una lunga catena di sangue e dolore.


 

Noi soldati israeliani a Hebron, così violiamo i diritti dei palestinesi

Alberto Stabile

La Repubblica - il Venerdì, 18 giugno 2004

«Avevo un amico al quale piaceva sparare gas lacrimogeni. Senza alcun motivo, quando vedeva un gruppo di ragazzi che stavano sulla strada a chiacchierare, gli sparava contro un candelotto. Gli piaceva vederli scappare e tossire e piangere... Ma io non voglio che tu scappi via davanti a quello che ho fatto». La voce che racconta è quella di un giovane soldato della Brigata Nahal, una delle unità storiche dell'esercito israeliano, che fino a pochi mesi fa prestava il suo servizio militare ad Hebron, la città dei Patriarchi cara alle tre religioni monoteiste, diventata negli anni il simbolo di un conflitto apparentemente irredimibile tra palestinesi e israeliani, almeno fino a quando perdurerà l'occupazione.
Quella voce, assieme ad altre decine di voci, anonime e non, rappresenta, per così dire, la colonna sonora di una mostra fotografica che ha costretto gli israeliani a fermarsi e a riflettere, al di là delle alchimie della politica, sulla loro presenza nei Territori occupati, ora è trentasette anni, dopo la Guerra dei sei giorni.
Le duecento foto esposte nei saloni della Scuola superiore di fotografia geografica di Tel Aviv, insieme alle decine di testimonianze registrate, tutte provenienti da giovani militari del Nahal, svelano, fin dal titolo dato alla mostra, Rompiamo il silenzio, un aspetto finora soltanto intuito, ma non abbastanza indagato, dell'occupazione: l'inevitabile corruzione che la pratica di dominare un altro popolo comporta nell'animo degli occupanti.
Esattamente come aveva intuito il grande pensatore Yeshayahu Leibowitz, all'indomani della Guerra dei sei giorni, quando aveva ammonito il governo israeliano a restituire immediatamente i territori agli arabi, perché non esiste «un'occupazione illuminata», come pretendeva Moshè Dayan. ma qualsiasi forma d'occupazione finisce con il ritorcersi contro l'occupante.
Lasciamo che a parlare di quanto possa risultare sconvolgente l'esperienza di Hebron sia uno dei protagonisti: un ufficiale della riserva identificato soltanto con il nome, Noam.
«Sono stato in tutti i territori occupati ed Hebron è il posto più folle, più paradossale, meno logico, fra tutti quelli in cui mi sono ritrovato durante il servizio di leva. Perché a Hebron, appena arrivi e ti mettono in pattuglia. s'avvicina un bambino ebreo con una tazza di caffè che ripete quello che gli suggerisce sua madre: "Grazie per essere qui a difenderci, soldato", e tu ti senti davvero bene. Il giorno dopo, vedi lo stesso bambino assieme a una decina di suoi amici che lancia pietre e picchia con un bastone una vecchia palestinese, uscita di casa durante il coprifuoco, per comprare qualcosa da mangiare. Ti volti indietro e vedi un gruppo di giovani più grandi e di adulti che li guardano e ridono, e allora cominci a non capire più dove ti trovi. In un primo momento, corri e tenti di "separare le forze", ma nessuno ti ha mai addestrato a confrontarti con un gruppo di bambini di undici anni che picchiano una vecchia. Non è il tuo compito. Questi bambini non sono neanche punibili secondo il codice penale. Allora torni alla tua postazione per riposare un po' in attesa del prossimo turno. Ma subito ti chiamano per intervenire alla casbah, che è piena di negozi distrutti e di graffiti sui muri, opera dei settlers, dove un arabo ha lanciato una molotov contro gli ebrei... La questione non è quello che succede a Hebron, ma ciò che succede a noi. E cioè che, a poco a poco, diventi indifferente».
Le foto mostrano scene di ordinaria Ingiustizia. Il giovane palestinese ammanettato e bendato con la sua stessa kefia. Il lungo corteo di macchine ferme a un posto di blocco dove i soldati tardano ad arrivare. Un gruppo di bambini palestinesi sotto lo sguardo di un soldato israeliano: qui l'immagine non è violenta di per sé, i bambini giocano indisturbati, il militare ha il fucile in spalla, ma quei bambini stanno facendo un gioco che si gioca soltanto qui. Giocano al «posto di blocco», dove alcuni, nella parte dei palestinesi, devono stare con le mani appoggiate a un muro e le gambe divaricate mentre altri, nella parte degli israeliani, stanno perquisendo in quel momento uno di loro.
Gli episodi più gravi vengono ricostruiti soltanto dalle voci. Un soldato racconta che spesso granate assordanti venivano lanciate contro bambini palestinesi soltanto per rompere la monotonia. Un altro ricorda come usavano le case vuote per «esercitare la mira». «Ogni volta che si sentiva sparare un singolo colpo noi ricevevamo l'ordine via radio: "Aprire il fuoco! Aprire il fuoco!" E in risposta sceglievamo un obiettivo a caso e lo centravamo. Era come giocare un videogame sul computer e distruggere gli obiettivi con il joystick...».
«Un giorno stavo uscendo dalla mensa quando arrivò un ambulanza con i corpi di due terroristi uccisi e ho visto tre persone tenere quei corpi in piedi per farsi fotografare».
Nulla s'impara più rapidamente che ad abusare della propria autorità. «Ero con il vicecomandante e notai come la sua faccia s'illuminò d'un colpo quando scorgemmo un corteo nuziale che s'era mosso durante il coprifuoco. Fu come se stessimo per assaggiare un dolce prelibato. I palestinesi, coi loro vestiti buoni, uscirono dalla macchina. C'era la sposa, lo sposo, il padre. Vedevi la paura nelle loro facce. Cominciarono a discutere con il vicecomandante della compagnia. Lui non volle lasciarli passare. Disse loro di tornarsene a casa. Confiscò le chiavi della macchina. La sposa piangeva. Il padre dello sposo implorava. Posso ancora vedere come il vicecomandante li guardava. Non li vedeva come esseri umani».
Molti parlano senza pudore della vertigine di cui ci si lascia prendere in questo quotidiano esercizio di dominio. «Un giorno, quando realizzai che stavo godendo di questo senso di potere, mi sono vergognato di me stesso. È terribile. È una droga che ti rende schiavo».
«È una situazione folle» spiega Noam «una situazione in cui nessun ragazzo di 18-19 anni può rimanere sano di mente. La forza che hai in mano quando sei a un posto di blocco, dove se muovi un dito verso destra cento persone corrono a destra e, se piove e non ti va di esporti, basta un cenno e i palestinesi capiscono che devono fare marcia indietro e tornarsene a casa, questa forza che diamo in mano a ragazzi di 19 anni, li ubriaca e li fa impazzire».
Sugli abusi che la mostra ha avuto il coraggio di denunciare l'Esercito ha aperto un'inchiesta. definendoli «eccezionali». Ma si sa che quello di Hebron non è un caso isolato. come dimostra la storia di tre guardie di frontiera arrestate e messe sotto processo per le umiliazioni inflitte a due giovani arabi che non avevano fatto niente di male. Bloccati senza permesso di entrare in territorio israeliano, i due erano stati portati in un boschetto dove erano stati costretti a mangiare rifiuti, a leccare le armi dei militari, a subire minacce e percosse.
La denuncia sarebbe probabilmente sparita nei meandri della burocrazia militare se da qualche tempo non si avvertisse nell'opinione pubblica come un senso di saturazione, una ribellione morale per lo meno contro certi aspetti paradossali, se non gratuiti, dell'occupazione. Gli israeliani non vogliono vedere il loro esercito trasformarsi da arma di difesa in strumento d'oppressione. L'aveva capito Yitzhak Rabin, ed era stato questo uno dei motivi che l'aveva spinto verso gli accordi di Oslo. Forse l'ha capito anche Sharon.


Ho colpito un arabo in faccia

Gideon Levy

Haaretz, dicembre 2003

Più prendevo confidenza con la situazione più io, come gli altri, arrivavamo alla conclusione che noi eravamo coloro che comandavano, che noi eravamo quelli forti e man mano che sentivamo il nostro potere ognuno di noi cominciava a forzare sempre più i limiti. E non appena il servizio al checkpoint diventava routine, tutti i tipi di comportamenti deviati diventavano normali. Si cominciava con la ‘collezione di souvenir’, confiscando tappetini da preghiera e poi sigarette e da quel punto non ci si fermava più. Diveniva un comportamento abituale.
Il sergente Liran Ron Furer non potrà mai più vivere come prima. È perseguitato dalle immagini dei suoi tre anni di servizio militare a Gaza e il pensiero che questa sia una sindrome che colpisce chiunque sia di stanza ai checkpoint, non gli dà tregua. Verso la fine dei suoi studi di disegno all’Accademia d’Arte e Design di Bezalel, ha deciso di abbandonare tutto e dedicare tutto il suo tempo al libro che voleva scrivere. Le principali case editrici che ha contattato hanno rifiutato la pubblicazione. L’editore che alla fine ha accettato (Gevanim) ha asserito che la catena di librerie, Steimatsky, ha rifiutato di distribuirlo. Ma Furer è determinato a portare il suo libro all’attenzione pubblica. "Si possono adottare le posizioni politiche più dure, ma nessun genitore permetterebbe a suo figlio di diventare un ladro, un criminale o una persona violenta”, afferma Furer. “Il problema è che la cosa non si presenta mai in questo modo. Il ragazzo stesso non si ritrarrebbe in questo modo alla sua famiglia al momento del ritorno dai territori occupati. Al contrario, verrà ricevuto come un eroe, come qualcuno che stia facendo un lavoro importante nel suo essere un soldato. Nessuno può restare indifferente al fatto che ci siano tante famiglie nelle quali, in un certo senso, ci sono state già due generazioni di criminali. Il padre passò attraverso tutto ciò e ora il figlio ci sta passando e nessuno ne parla attorno al tavolo da pranzo”.
Furer è certo che quello che è successo a lui non è per nulla un caso isolato. Lui era una persona sensibile, un creativo, diplomato alla Thelma Yellin, scuola delle arti, che si è trovato a diventare un animale al checkpoint, un sadico violento che picchiava i palestinesi perché non gli mostravano la cortesia dovuta, che sparava loro alle gomme delle auto solo perché gli occupanti tenevano il volume della radio troppo alto, che ha abusato di un ragazzino ritardato legandolo sul pavimento della Jeep, solo perché doveva scaricare la sua rabbia su qualcosa.
La “Sindrome del Checkpoint” (questo è anche il titolo del suo libro) gradualmente trasforma ogni soldato in un animale, senza alcun riguardo per i valori che aveva portato da casa. Nessuno può sfuggire da questo marchio. In posti dove praticamente ogni cosa è permessa e la violenza è percepita come un normale comportamento, ogni soldato mette alla prova i propri limiti riguardo agli impulsi violenti sulle sue vittime: i palestinesi.
Il suo non è un libro facile da leggere. Scritto in una prosa secca e feroce, nel grezzo e volgare linguaggio dei soldati, ha ricostruito le scene degli anni nei quali era di istanza a Gaza (1996-1999), anni che, si deve tenere a mente, erano relativamente calmi. Descrive come lui e i suoi compagni costrinsero alcuni palestinesi a cantare “Elinor” – “era davvero qualcosa alla quale assistere vedere questi arabi cantare una canzone di Zohar Argov, come in un film”; le emozioni che i palestinesi gli suscitavano: “qualche volta questi arabi davvero mi provocavano disgusto, specialmente quelli che provavano ad adularci, quelli che arrivavano al checkpoint con un sorriso stampato sulla faccia”; le reazioni che suscitavano “se davvero ci annoiavamo, trovavamo il modo per bloccarli al checkpoint per delle ore. Perdevano un intero giorno di lavoro ma solo così potevano imparare come comportarsi”.
Furer ha descritto come ordinavano ai bambini di pulire i checkpoint prima che arrivasse l’ispezione, come un soldato di nome Shahar inventò un gioco: “controllava la carta di identità di qualcuno e invece di ridargliela la lanciava in aria. L’arabo in questione era così costretto a uscire dall’auto e chinarsi per raccogliere il suo documento e lui lo calciava... Facendo questo gioco poteva passarci tutto il tempo”; come umiliarono un nano che arrivava al checkpoint ogni giorno: “lo obbligavamo a farsi una foto sopra a un cavallo, poi lo colpivamo e deridevamo per una buona mezz’ora e lo lasciavamo andare solo quando altre automobili arrivavano al checkpoint. Il poveretto, davvero non se lo meritava”; come si fecero una foto ricordo con arabi legati, sanguinanti, che loro avevano picchiato; come Shahar pisciò sulla testa di un arabo perché l’uomo aveva avuto il coraggio di sorridere al soldato; come Dado costrinse un arabo a camminare a quattro zampe abbaiando come un cane; e come rubavano i tappetini da preghiera e le sigarette – “Miro voleva che gli dessero le sigarette, agli arabi che non volevano dargliele Miro rompeva la mano e Boaz gli faceva a pezzi le gomme”. Confessione a freddo
La più raggelante tra tutte le confessioni dell’autore:
“Corsi verso di loro e colpii un arabo dritto sulla faccia. Non avevo mai colpito nessuno in quel modo. Collassò sulla strada. Gli ufficiali dissero che dovevamo perquisirlo per trovare i suoi documenti. Gli portammo le mani dietro alla schiena e lo legai con le manette di plastica. Poi lo bendammo così che non potesse vedere quando si sarebbe trovato nella Jeep. Lo trascinai via dalla strada. Il sangue colava dalle sue labbra, lungo il mento. Lo trascinai nel retro della Jeep e lo caricai, le sue ginocchia batterono contro la barra e cadde all’interno. Ci sedemmo anche noi nel retro, passando sul suo corpo... Il nostro arabo era sdraiato quasi immobile, piangendo solo sommessamente. Il suo viso era giusto sul mio giubbotto antiproiettile e stava sanguinando tanto da fare una sorta di pozza di sangue e saliva, il ché mi fece arrabbiare e mi disgustò, così lo tirai per i capelli e lo colpii duramente alla schiena. Questo lo fece accasciare al suolo per un po’, poi riprese a piangere. Concludemmo che dovesse essere un po’ ritardato o pazzo”.
“Il comandante della compagnia ci informò per radio che dovevamo portarlo alla base. ‘Bel lavoro, tigri’ disse ironicamente. Tutti gli altri soldati stavano aspettando di vedere cos’avevamo preso. Quando arrivammo con la Jeep, loro ci acclamarono e applaudirono. Mettemmo l’arabo vicino alla guardiola. Non smetteva di piangere e qualcuno che capiva l’arabo disse che si lamentava che le sue mani erano ferite dalle manette. Uno dei soldati gli si avvicinò e lo prese a calci nello stomaco. L’arabo si piegò in due con una specie di grugnito, tutti noi ridemmo. Era buffo... lo calciai davvero forte nel culo e cadde esattamente come mi sarei aspettato. Mi gridarono tutti che dovevo essere completamente pazzo e risero... mi sentii felice. Il nostro arabo era solo un ragazzo mentalmente ritardato di 16 anni”.
Nell’attico di Tel Aviv di sua sorella, dove vive ora, Furer, che ha 26 anni, passa per essere un giovane uomo intelligente e premuroso. È cresciuto a Givatayim, dopo che i suoi genitori vi immigrarono dall’Unione Sovietica nel 1970. Prima dell’assassinio di Yitshak Rabin, sua madre era un’attivista di destra, ma lui riferisce che il clima familiare non era politicizzato. Voleva far parte di un’unita di combattimento dell’esercito, e si impiegò in due unità di élite della fanteria. Svolse tutto il periodo di servizio nell’esercito nella striscia di Gaza.
Dopo l’esercito, ha viaggiato in India, come molti altri. “Ora che ero libero, le folli energie di Goa e dei Chackra aprirono la mia mente... rividi quella Gaza puzzolente e mi rividi prima che mi faceste il lavaggio del cervello con le vostre armi e le vostre marce, mi avete ridotto in uno straccio, incapace di pensare”, scrisse da Goa. Ma fu solo dopo, mentre stava studiando a Bezalel, che le sue esperienze nell’esercito davvero cominciarono ad affliggerlo. "Cominciai a realizzare che qui veniva offerto un modello immodificabile”, disse. “Fu la stessa cosa durante la prima intifada, nel periodo nel quale ero in servizio, nonostante fosse un momento tranquillo, e nella seconda intifada. È diventata una realtà immutabile. Cominciai a sentirmi realmente a disagio col fatto che una questione così scomoda era così difficilmente riferita al grande pubblico. Le persone ascoltavano le vittime e i politici, ma non quella voce che dice: feci questo, facemmo cose sbagliate, crimini... questa voce non viene ascoltata. La ragione per la quale non gli si presta ascolto è una combinazione di repressione – esattamente come io stesso la repressi e ignorai - e di profondo senso di colpa”.
"Non appena uscite dall’esercito, i politici e i media intorno a voi non sono pronti ad ascoltarvi. Ricordo che fui sorpreso che nessun soldato avesse ancora reso pubblico tutto ciò. È qualcosa che deve sparire nel dibattito sulla legittimità degli insediamenti nei territori, sull’occupazione (che si sia pro o contro) e nulla connesso a queste abitudini relative al mantenimento dell’occupazione appare sui media”.
Non un caso unico
Furer sta cercando di dimostrare che la sua non è una sindrome isolata, un caso personale. Per questo ha cancellato molti dettagli personali dal manoscritto originale, così da sottolineare la natura generale di quanto descrive. “Durante il mio servizio militare, credevo di essere atipico perché avevo un background artistico e creativo. Ero considerato un soldato moderato, ciò nonostante mi sentivo nella stessa trappola nella quale si sentono rinchiusi molti soldati. Una trappola che ti fa sentire in balia della possibilità di agire nel modo più impulsivo e animale, senza paure di punizioni e senza controllo. All’inizio questa cosa non è spontanea, ma con il tempo diventa più naturale stando al checkpoint. Le persone gradualmente testano quali siano i limiti del loro comportamento nei confronti dei palestinesi. Diventa gradualmente sempre più spietato.
“Più prendevo confidenza con la situazione più io, come gli altri, arrivavamo alla conclusione che noi eravamo coloro che comandavano, che noi eravamo quelli forti e quando sentivamo il nostro potere ognuno di noi cominciava a forzare sempre più i limiti, chi più chi meno. Non appena il servizio al checkpoint diventava routine, tutti i tipi di comportamenti deviati diventavano normali. Si cominciava con la ‘collezione di souvenir’, confiscando tappetini da preghiera e poi sigarette e da quel punto non ci si fermava più. Diveniva un comportamento abituale.
“Poi veniva il gioco di potere. Ci arrivava il messaggio dall’alto che noi fungevamo da deterrenti per gli arabi. Anche la violenza fisica diventava quindi abituale. Ci sentivamo liberi di punire qualunque palestinese che non seguisse l’ ‘opportuno codice di comportamento’ al checkpoint. Chiunque pensassimo non fosse abbastanza gentile o che provasse a fare il furbo veniva severamente punito. Era violenza deliberata per i più volgari pretesti.
“Durante il mio servizio militare, non ci fu un singolo avvenimento che ci fece capire o che facesse sì che i nostri comandanti si sentissero tenuti a intervenire. Nessuno ci parlò mai di cosa fosse permesso e cosa no. Era tutto, semplicemente, routine. Retrospettivamente la più grande fonte di sensi di colpa per me non fu mentre ero al checkpoint, ma quando entrai nel Gush Katif, quando prendemmo il ragazzo ritardato. Dimostrai i comportamenti più estremi. Fu una possibilità per me catturarne uno – la cosa più vicina a prendere un terrorista, una possibilità di far sfiatare tutte le tensioni accumulate e gli impulsi, per tutti noi. Una sferzata alla comprensione di ciò che davvero volevamo. Venivamo usati per dare schiaffi, per ammanettare, per pigliare a calci, per picchiare e lì c’era una situazione nella quale eravamo giustificati a fare tutto ciò. Anche l’ufficiale che era con noi fu molto violento. Picchiammo così forte quel ragazzo e non appena arrivammo sul posto ricordo che sentivo una fortissima sensazione di orgoglio per essere riuscito a trattare qualcuno così duramente. Dissero “che pazzo che sei, che matto”, che era fondamentalmente come dire “quanto sei forte”.
“Al checkpoint i giovani hanno la possibilità di essere padroni e di usare la forza e la violenza in modo legittimo... e questo è un impulso primitivo oltre che un punto di vista politico o un principio che ti porti da casa. Quando alla violenza è data legittimità, e viene anche premiata, la tendenza è di portarla il più oltre possibile. Per quanto cattivi, rudi, pazzi si possa essere – e noi pensavamo a tutto ciò in senso positivo. A volte anche la situazione: essere in un posto desolato, lontano da casa, lontano da qualunque controllo, rende tutto giustificato... La linea del proibito non è mai stata tracciata con precisione. Nessuno fu mai punito e loro ci lasciarono semplicemente continuare.
“Oggi ho idea che anche gli ufficiali più importanti, il comandante di brigata, il comandante di battaglione, siano consci del potere che i soldati hanno in questa situazione e di cosa possano fare. Come può un comandante non essere informato quando lui stesso è il più duro e pazzo tra tutti, in una zona di relativa calma? La foto degli effetti a lungo termine dei comportamenti violenti è qualcosa di cui si può giusto diventare consci quando si è lontani dal checkpoint.
“Oggi mi è chiaro che quel ragazzo il cui padre fu umiliato in quel modo senza ragione crescerà odiando chiunque rappresenti coloro che fecero ciò a suo padre. Ora ho definitivamente capito i motivi. Noi siamo crudeli, abbiamo il potere. Sono sicuro che la loro risposta sia influenzata da elementi che ora fanno parte della loro società – mancanza di valore per la vita umana e la facilità di sacrificare la vita- ma il desiderio fondamentale di resistere, l’odio, la paura, sento che sono completamente legittimati e giustificati, anche se è un rischio dirlo.
“È impossibile trovarsi in uno stato emozionale di questo tipo e tornare a casa e non sentirtelo dentro. Sono stato insensibile nei confronti della mia ragazza in quel periodo, ero un animale anche quando me ne andavo di là. Tutto ciò resta con te ben dopo la fine dell’orario di servizio. Vidi i risultati della sindrome in India, qualcosa che succede nel Terzo Mondo, tra le persone di pelle scura che ti riportano al peggio “del brutto israeliano”. O il modo nel quale ci si trova a reagire a un sorriso: quando i palestinesi mi sorridevano al checkpoint mi si alzava la tensione e diventava diffidenza, come fosse un’insolenza. Quando qualcuno mi sorrideva in India, immediatamente mi mettevo sulla difensiva.
“Ero un soldato medio” dice. “Ero il burlone del gruppo. Ora vedo che diventai spesso poi colui che portava le situazioni alla violenza. Fui spesso il primo a dare schiaffi, a uscirmene con ogni tipo di idee, come bucare le gomme. Suona strano ora ma davvero ammiravamo chiunque picchiasse un ragazzo che supponevamo si volesse avvicinare. L’ufficiale che ammiravamo di più era colui che sparava a ogni occasione. Ho tirato fuori tutto, mi resta solo un enorme senso di colpa... un mio amico nell’esercito ha letto il libro e ha detto che ho ragione, che abbiamo fatto cose cattive, ma che eravamo ragazzi. E che è un peccato che io la prenda così male”.

Fonte: tradotto e pubblicato on line da Nuovi Mondi Media


Gli intellettuali sono con Olmert
Poche voci dentro lo stato ebraico osano condannare le operazioni in Libano. Solo il poeta Yitzhak Laor denuncia il bagno di sangue
Mi. Gio.

il manifesto 20 luglio 2006


Gerusalemme
Israele ha il suo primo refusenik dell'offensiva in Libano ma il mondo della cultura, scrittori e poeti - che pure godono di fama (all'estero) di «progressisti e pacifisti» - rimangono sostanzialmente in silenzio di fronte alle decine di libanesi, quasi tutti civili innocenti, che quotidianamente vengono massacrati nei bombardamenti dell'aviazione e della marina militare israeliana. Lo scrittore e poeta Yitzhak Laor è una delle rare voci che, in modo esplicito, senza se e senza ma, condannano il bagno di sangue in Libano. Esponente di punta della sinistra radicale, Laor punta l'indice proprio contro gli intellettuali israeliani, colpevoli, sostiene, di «tacere di fronte all'assassinio quotidiano di decine di libanesi». Secondo lo scrittore il difetto di molti uomini di pensiero israeliani consiste «nell'evitare in qualsiasi modo di criticare o contestare l'operato delle forze armate. È un blocco mentale che non riescono a superare. Così rimangono zitti o riescono a trovare delle giustificazioni anche di fronte alle cataste di morti». Laor è impegnato a raccogliere firme per una petizione che chiede la fine immediata dell'offensiva militare in Libano. «Ma - ammette - non sarà facile trovare persone pronte a sottoscriverla alla luce del consenso massiccio di cui gode la linea di Olmert e (del ministro della difesa) Peretz».
A.B. Yehoshua, lo scrittore israeliano più famoso in Italia, è riuscito ancora una volta a distinguersi per le sue affermazioni cariche di pacifismo artificiale ma che in realtà avallano l'uso della forza. Qualche giorno fa Yehoshua, che in passato si è vantato di aver «suggerito» se non addirittura convinto Ariel Sharon a costruire il muro per separare gli israeliani dai palestinesi (ma ciò non ha intaccato la fama di «sincero pacifista» di cui gode nel nostro Paese) si è schierato apertamente con Olmert ma aveva aggiunto di dissentire dalle dichiarazioni bellicose di alcuni esponenti governativi israeliani che con i bombardamenti intendono punire tutto il Libano e "riportarlo indietro di 20 anni». Aveva inoltre esortato il primo ministro ad avviare il dialogo con il premier libanese Siniora. «L'importante è parlare e non tanto inviare aerei da combattimento», aveva spiegato. Ieri invece ha rotto gli indugi, esprimendo il suo vero pensiero. In un articolo per la Stampa, Yehoshua ha detto «la guerra di Israele contro Hezbollah è giusta da un punto di vista morale», ma soprattutto ha aggiunto considerazioni che definire incredibili è poco. «Noi israeliani...non ci immischiamo nelle sue faccende interne (del Libano), ne rispettiamo la sovranità e vogliamo mantenere con il suo governo rapporti di buon vicinato». Israele non si immischia nelle faccende interne libanesi? Ma pure i ragazzini sanno che il Libano è un terreno di eccezionale importanza per il faccia a faccia tra Siria e Israele. Israele rispetta la sovranità del Libano? E allora che è accaduto nel 1978 quando Tel Aviv ha creato una fascia di sicurezza nelle regioni meridionali del Paese dei Cedri, o nel 1982 con l'invasione e l'assedio di Beirut o in questi ultimi anni, dopo il ritiro nel 2000, quando l'aviazione militare israeliana ha ripetutamente violato lo spazio aereo libanese (come registrato dall'Onu)?
Dalemiano è invece un altro noto scrittore, Meir Shalev. «Abbiamo senza dubbio il diritto di difenderci ma non riesco a trovare alcuna giustificazione all' uccisione di un numero così elevato di civili libanesi». «All'inizio - ha spiegato - mi aspettavo attacchi contro le postazioni di Hezbollah, contro le strutture militari della guerriglia, poi la nostra aviazione ha cominciato a colpire l'aeroporto di Beirut, ponti, strade, infrastrutture civili con un bilancio di vittime civili inaccettabile. Distruggere Beirut non garantirà la nostra sicurezza».


l'Unità 24 luglio 2006

Israele: giù dieci palazzi per ogni missile su Haifa


beirut israele libano AP 220
Dieci palazzi di Beirut abbattuti per ogni missile lanciato su Haifa. È la rappresaglia ordinata dallo Stato maggiore israeliano contro i quartieri meridionali della capitale libanese, roccaforte di Hezbollah. A riferirlo alla radio militare un´ufficiale dell´aviazione che racconta come a dare l´ordine sia stato lo stesso capo di Stato Maggiore: «Il generale Dan Halutz ha ordinato di distruggere dieci immobili di più piani nei sobborghi meridionali in risposta a ciascun lancio di missili su Haifa».

La notizia, inizialmente passata quasi inosservata, provoca la protesta dell´Associazione per i diritti civili in Israele. In una lettera al ministro della difesa Amir Peretz, gli attivisti israeliani chiedono chiarimenti sull´ordine che avrebbe impartito Halutz: «la vendetta non può giustificare azioni militari – si legge nella lettera - una politica sistematica volta a terrorizzare la popolazione civile è vietata dal diritto internazionale e in casi estremi rischia di essere qualificata come un crimine di guerra».

La smentita e i precedenti
Dopo qualche ora il portavoce militare smentisce «in maniera categorica» che il capo di stato maggiore abbia mai emesso l'ordine di abbattere edifici nel rione sciita Dahya di Beirut come ritorsione. «Si tratta di una notizia totalmente infondata» spiega alla televisione commerciale israeliana Canale 10, che aveva espresso perplessità sull´operazione.

Fatto sta che il generale Halutz era finito altre volte sui giornali per le proteste di attivisti e militanti della sinistra israeliana. In particolare nell'agosto dle 2002, quando il generale era ancora vicecapo di stato maggiore, fece sensazione una sua intervista al quotidiano Haaretz in cui sembrava minimizzare la uccisione di 14 civili palestinesi in un raid a Gaza ( l´intervista è ancora on line, vedi l'allegato). Tanto che al momento della sua nomina al comando delle forze armate di tel Aviv gruppi umanitari ricorsero in appello alla Corte Suprema di Gerusalemme. Ovviamente senza esito.

Pacifici: «comunque sono solo palazzi»
Comunque sia c'è, anche in Italia, chi non si meraviglia troppo di una punizione collettiva che evoca «le tecniche naziste». «Sono felice della smentita ma parliamo di palazzi e non di persone - è infatti la dichiarazione di Riccardo Pacifici, esponente della destra e portavoce della Comunità ebraica di Roma - chi vuole mettersi in salvo può farlo perché‚ l' aviazione israeliana avverte prima di bombardare».

Pubblicato il 24.07.06


Il Manifesto, 4 agosto 2006

Allarme a Rafah per le schegge letali


Gaza: nuove incursioni israeliane, nuovo allarme sulle armi usate. E nuovi refuseniks, questa volta dalle colonie


Annalena Di Giovanni


A Gaza si muore di nuovo - senza sapere di cosa.
I missili israeliani sono tornati a colpire nella notte fra mercoledì e giovedì: carri armati e forze aeree si sono stavolta diretti verso il sud della Striscia, intorno a Rafah. Sono rimasti uccisi sul colpo 9 palestinesi, fra i quali 7 miliziani ed un bimbo di 10 anni; i feriti ammontano a 23 - gravi due fratellini di sei e quattro anni - ed il bilancio delle vittime sembra destinato a salire nel giro di qualche ora. Tutti, immancabilemente, raggiunti dalle micidiali schegge israeliane (o dalle non- schegge, si direbbe dopo le testimonianze raccolte nei giorni scorsi dal manifesto): ormai l'IDF non sembra più considerare l'uso di armi leggere e procede sganciando direttamente missili sul territorio palestinese. Ancora unanime lo sgomento per le strane munizioni adoperate da Tsahal, che provocherebbero ferite mai viste ed interrogativi destinati a restare senza risposta - almeno finchè l'assedio totale e la mancanza di energia elettrica a Gaza non permetteranno qualche analisi su campioni di tessuti colpiti dagli effetti delle schegge israeliane. Di qualunque cosa si tratti, gli ordigni colpirebbero i corpi a volte tagliandoli minutamente senza lasciare tracce di schegge (laser?), altre coagulando il sangue ed i liquidi del corpo e sfigurando i volti (fosforo bianco?), altre provocando una rapida necrosi dei tessuti che si estende al resto del corpo e ne provoca la morte nonostante la tempestiva amputazione degli arti colpiti (agenti chimico-biologici?), altre ancora con ustioni di quarto grado profonde e diffuse . Ieri dall' ospedale di Gaza ci confermavano essere già 4 le amputazioni seguite, ma che comunque i pazienti restavano in pericolo di vita. Da Rafah ci hanno poi raccontato di fiamme sprigionate in seguito all' esplosione dei missili, che si attaccano ai corpi riattizzandosi inesorabilmente ogni volta che si tenta di spengerle. Se verificate - ed al manifesto, come pure a Rainews24, cominciano a pervenire le prime immagini dagli obitori di Gaza: un primo indizio visivo di quelle che potrebbero davvero essere armi del tutto nuove in mano all'esercito israeliano -, queste testimonianze confuterebbero l'ipotesi del fosforo bianco in alcuni casi, fermo restando che altri fenomeni riportati dai palestinesi non sembrano comunque rientrare nella casistica del fosforo, come ad esempio le migliaia di finissimi tagli riportati da alcuni corpi, o il rapido decesso dei tessuti.
Nel frattempo arriverebbero dagli insediamenti dei Territori i nuovi probabili refuseniks: i coloni sono infatti furiosi con Olmert, che mercoledì ipotizzava un nuovo ritiro parziale dalla Cisgiordania alla luce degli sviluppi bellici libanesi. La risposta non si è fatta attendere: i coloni non parteciperanno alla guerra in Libano se combatterla dovesse avallare nuovi accordi internazionali e nuove evacuazioni dai loro insediamenti. Ed erano già dieci, ieri, a promettere la renitenza.


Il Manifesto del 04/08/2006

 

Violenza illegittima e armi chimiche


Hrw denuncia Tsahal per le vittime civili. La stampa libanese: nuove conferme e indagini sull'uso di veleni


Emanuele Giordana


Human Rights Watch non ha dubbi. Secondo l'organizzazione di tutela dei diritti umani la scusa di Israele, secondo cui Hezbollah si fa scudo dei civili, non tiene. E la campagna libanese si va trasformando in una guerra indiscriminata senza che ci si preoccupi se a pagare sono civili inermi.
Col dossier presentato ieri da Hrw un'altra denuncia arriva dalle pagine del quotidiano L'Orient-Le Jour, voce autorevole della stampa libanese. Secondo medici locali le evidenze sui corpi di alcune vittime farebbero pensare a un uso da parte di Tsahal di armi chimiche.
Il rapporto di Hrw, 50 pagine documentate da testimonianze oculari, sostiene che le forze armate israeliane hanno «sistematicamente mancato di distinguere tra combattenti e civili» in almeno una ventina di casi nei quali questi errori non «possono essere liquidati come meri incidenti» e nemmeno come «pratiche di Hezbollah» per indurre in errore il nemico. Il dossier (raggiungibile al sito www.hrw.org) dimostra che «la denuncia secondo cui i combattenti si sarebbero nascosti tra i civili non spiega, né tantomeno giustifica, l'indiscriminata condotta di guerra israeliana». Non un solo caso si giustifica. Al contrario sono numerose le prove di attacchi su obiettivi «dubbi». Un caso fra i tanti quello che riguarda un raid del 13 luglio per colpire un religioso (supposto, dice il dossier) simpatizzante della guerriglia. Anche se si fosse trattato di un target legittimo, scrive Hrw, legittimo non era ucciderne la moglie, i dieci figli e la domestica srilankese. Hrw ricorda che solo i civili che prendono parte alle ostilità perdono la loro immunità in caso di attacco. Né, aggiunge il dossier, l'avviso di un attacco imminente consente di considerare un target chi è rimasto. Hrw, che cita la violazione del diritto internazionale, si appella a Israele ma anche agli Usa e all'Onu. E chiede a Kofi Annan l'istituzione di una Commissione di inchiesta internazionale. Nel dossier ricorda anche di aver condannato azioni simili da parte di Hezbollah.
Il capitolo sulle armi chimiche è invece stato aperto da un'inchiesta di Suzanne Baaklini di L'Orient-Le Jour, quotidiano nato negli anni '70 e vicino ai cristiani libanesi, secondo il quale i rumor sull'uso di armi chimiche da parte di Israele avrebbero ricevuto nuove conferme dalle osservazioni di alcuni medici che hanno esaminato i corpi di diverse vittime. Il presidente dell'ordine dei medici, in attesa delle analisi di laboratorio, spiega che alcune «caratteristiche molto particolari» hanno attratto l'attenzione. Mario Aoun ha detto ad esempio alla giornalista che i corpi di otto vittime presentavano un colorito molto forte non era dovuto a ustioni. Capelli, muscoli e abiti erano intatti e non presentavano ferite da arma da fuoco, né tracce d'emorragia o segni di problemi respiratori. I medici hanno chiesto l'autorizzazione al ministero della Sanità per condurre analisi approfondite presso l'equipe che sta già studiando la possibilità dell'utilizzo israeliano di bombe al fosforo.
*Lettera22


www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/ 05-Agosto-2006/art17.html 

«Apriamo un'inchiesta»


Gian Antonio Danieli


L'articolo di Dinucci «Prove di guerra high-tech»(Manifesto 1 agosto 2006) solleva un problema di enorme importanza ed attualità. Mi ha colpito in particolare il riferimento a feriti da schegge nei quali si manifesta una rapidissima necrosi dei tessuti, che si estende anche dopo l'amputazione degli arti colpiti. Il ricordo va agli esperimenti condotti sotto il comando del colonnello giapponese Ishi in Manciuria nel corso della seconda guerra mondiale: prigionieri di guerra statunitensi, britannici, australiani e neozelandesi vennero esposti all'esplosione di piccoli ordigni contaminati con batteri patogeni per mettere a punto proiettili che producessero veloce sviluppo della cancrena in ferite non-letali, in modo da uccidere comunque la persona colpita. Le ricerche sulle armi biologiche sono continuate nel dopoguerra ed hanno avuto ulteriore sviluppo negli ultimi decenni. I progressi della ricerca biologica hanno portato sulla scena le BDBS (Biologically Derived Bioactive Substances), ossia sostanze derivate del metabolismo di specifici organismi (come ad esempio le tossine), con effetto letale o incapacitante su altri organismi, e le ADBMS (Artificially Designed Biological-Mimicking Substances), ovvero prodotti di sintesi simili a quelli naturali, in grado di colpire in modo «biologico» il bersaglio. Sia le BDBS che le ADBMS, pur avendo effetti biologici, sono assimilabili ad armi chimiche e rientrano quindi in una categoria già bandita dalla legge internazionale. Non risulta che armi di questo tipo siano state ancora usate in un conflitto, mentre è molto probabile (ed in qualche caso e' anche stato documentato) che siano state usate per assassini mirati. E' quindi estremamente importante che i dati raccolti dai medici negli ospedali libanesi vengano sottoposti ad attenta analisi da una commissione di specialisti per fare al più presto chiarezza sul possibile uso «sperimentale» di nuovi armamenti nel conflitto in corso. Per questo, il coinvolgimento di medici e biologi, di ONG che operano sul teatro dei combattimenti e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità mi sembra urgentissimo. Il Manifesto può farsi promotore dell' iniziativa?


Professore di Biologia,
Università di Padova


 

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=58373 

Human Right Watch: 

Israele smetta di usare le cluster bomb contro i civili


Cluster bomb, bombe a grappolo, bomb-bomblets: in qualsiasi modo le si voglia chiamare, le armi a grappolo contengono centinaia di submunizioni (le bomblets appunto) ideati per spargersi quando vengono rilasciati. L´effetto: frammenti di proiettili che penetrano il corpo, mutilando o provocando letali emorragie interne provocando la morte di circa il 30% delle vittime.



Queste armi, contro le quali sono state fatte numerose campagne per vietarne l´uso, vengono usate da Israele nell´offensiva contro il Libano. La denuncia arriva dal Human Rights Watch che in particolare accusa Tel Aviv di avere usato granate cluster contro un villaggio libanese la settimana scorsa durante il suo attacco contro Hezbollah. Gli attivisti per i diritti umani hanno comunicato di aver scattato delle foto di granate cluster presenti tra i rifornimenti dell'esercito dell'artiglieria israeliana sul confine tra lo stato ebraico e il Libano e che un attacco con granate cluster ha ucciso mercoledì scorso una persona, ferendo almeno 12 civili (fra cui sette bambini) nel villaggio di Blida. «Le cluster sono armi inaffidabili e inaccurate che sono inaccettabili quando vengono usate contro civili - ha sottolineato il direttore di Human Rights Watch Kenneth Roth in una nota - Non dovrebbero mai venire usate in aree popolate».



Da parte loro le autorità militari israeliane non smentiscono la notizia. Anzi. In un comunicato hanno sottolineato che che l'uso di proiettili di questo tipo «è conforme al diritto internazionale» e che le forze armate dello stato ebraico impiegano questo tipo di armi «nel rispetto degli standard internazionali».


Pubblicato il 25.07.06


http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=58475 

 

Armi dall'Europa verso Israele e Libano, Amnesty chiede l'embargo


Stop ai trasferimenti di armi destinate a Israele ed Hezbollah. L´appello al rispetto dell´embargo è stato fatto dall´organizzazione per i diritti umani Amnesty International dopo le polemiche scoppiate in Gran Bretagna per l'utilizzo di un aeroporto come punto di transito di armamenti partiti dagli Stati Uniti con destinazione Israele. «I governi che forniscono armi a Israele e a Hezbollah alimentano la capacità di questi ultimi di commettere crimini di guerra come prendere di mira i civili e le infrastrutture e lanciare attacchi indiscriminati e sproporzionati - ha spiegato Irene Khan, segretario generale di Amnesty - Tutti i governi dovrebbero imporre un embargo alle armi destinate a entrambe le parti e rifiutarsi di concedere l'uso dei propri territori per il trasferimento di armamenti e forniture militari».



Nei giorni scorsi due aerei da carico che trasportavano 28 missili a guida laser Gbu28 progettati per la distruzione di bunker sotterranei e destinati a Israele hanno fatto scalo nell'aeroporto nell'aeroporto di Prestwich, vicino Glasgow (in Scozia) per fare rifornimento e lasciar riposare l'equipaggio. Il ministro degli Esteri britannico Margaret Beckett ha parlato della questione con il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice nel corso della Conferenza internazionale di Roma sul Medio Oriente e ha dichiarato che Londra presenterà una protesta formale se le notizie riportate dalla stampa britannica verranno confermate dell'inchiesta in corso.



Anche in Italia ci sono state delle proteste per il presunto transito di quello stesso tipo di bombe all'interno della base militare Usa di Camp Darby vicino a Pisa. «Vogliamo che l' esecutivo si rifiuti di mettere a disposizione qualsiasi struttura militare e civile per il trasporto delle armi americane dalla basi presenti sul nostro territorio verso i luoghi di conflitto – hanno chiesto i pacifisti durant euna manifestazione davanti alla base - e chiediamo la messa in discussione dell' accordo militare Italia-Israele firmato da Berlusconi che istituzionalizza la cooperazione tra i ministeri della difesa e le forze armate di Italia e Israele prevedendo anche esportazione, importazione e transito di materiale militare».



Uno degli otto ordini del giorno presentati in Senato dai "dissidenti" durante la discussione sul rifinanziamento delle missioni militari italiane all´estero riguardava anche la richiesta di un «organismo di monitoraggio sul transito di materiale bellico su territorio nazionale» proprio in riferimento alle voci sullo stoccaggio a Camp Darby delle superbombe 'bunker buster'.

Armi proibite, la denuncia di Hrw sulle cluster bomb

Pubblicato il 28.07.06


20 Luglio 2006
Ha'retz

Operazione Pace per l'IDF
Guardate cosa un governo novellino è in grado di combinare in così poco tempo.

Gideon Levy

Dietro le operazioni a Gaza ed in Libano c'è la stessa sciocca idea di esercitare pressioni sulla popolazione per avere un cambiamento gradito ad Israele nella linea politica. Nella storia del conflitto arabo-israeliano, quel concetto ci ha solo portato da un disastro all'altro.


 

In ogni quartiere ce n'è uno, un bullo che fa la voce grossa non dovrebbe essere spinto all'ira. Viene insultato? Tirerà fuori un coltello. Prende uno sputo in faccia? Eccolo tirare fuori la pistola. Lo prendono a schiaffi? Replica con un mitra. Non che il bullo abbia tutti i torti -- qualcuno lo ha effettivamente danneggiato. Ma la reazione, che reazione! Il vero apprezzamento dovrebbe andare ai forti che non fanno immediato uso della loro superiorità. Purtroppo, le Forze di Difesa d'Israele assomigliano ancora al bullo del quartiere. Un soldato è stato sequestrato a Gaza? Tutta Gaza pagherà il conto. Otto soldati sono stati uccisi e due sequestrati in Libano? Tutto il Libano pagherà il conto. Israele parla uno ed un solo linguaggio, il linguaggio della forza.

La guerra che IDF ha dichiarato ora contro il Libano e prima contro Gaza, non sarà mai considerata un'altra "guerra senza scelta". Lasciamo i dibattiti agli storici. Questa è inequivocabilmente una guerra scelta. IDF ha assorbito due colpi dolorosi, particolarmente umilianti, e sulla loro scia sono entrati in guerra, il cui scopo riguarda solo l'orgoglio ferito, che da parte nostra si chiama "ristabilimento della capacità di deterrenza". Né in Libano né certamente a Gaza, qualcuno può formulare i veri obiettivi della guerra, dunque nessuno sa di sicuro cosa sarà considerato una vittoria o un'acquisizione. Siamo in Guerra con il Libano? Con Hezbollah? Nessuno lo sa di sicuro. Se l'obiettivo è rimuovere Hezbollah dalla frontiera, c'è da chiedersi se negli ultimi due anni abbiamo fatto abbastanza a livello diplomatico. E qual'è il nesso tra la distruzione di mezzo Libano e quell'obiettivo? Tutti sono d'accordo che "qualcosa andava fatto". Tutti sono d'accordo che uno stato sovrano non può rimanere in silenzio quando il suo territorio è attaccato, sebbene agli occhi d'Israele la sovranità libanese è sempre stato qualcosa da calpestare, ma perché quel non-silenzio dovrebbe essere espresso solo da un immediato attacco totale?

A Gaza un soldato nell'esercito di uno stato che frequentemente sequestra civili dalle loro case e li rinchiude per anni senza un processo -- ma solo noi abbiamo diritto di fare queste cose. E solo a noi è permesso bombardare popolosi centri abitati. Il doloroso passo intrapreso a Gaza, che includeva il lancio di una bomba da una tonnellata su un condominio, o l'uccisione di un'intera famiglia di sette bambini nel buio del Libano, l'uccisione di dozzine di residenti, il bombardamento di un aeroporto, il taglio alla corrente elettrica e all'acqua potabile per centinaia di migliaia di persone per mesi sono stati una risposta priva di ogni giustificazione, legittimità e proporzione. Che obiettivo si aveva in mente? Il rilascio del soldato? La cessazione dei lanci di razzi Qassam? La deterrenza è stata ristabilita? Niente di questo è accaduto. Solo un presunto onore perduto è stato ristabilito, e immediatamente il prossimo vento cattivo si è mostrato, questa volta dal nord.

Due altri soldati sono stati sequestrati ed è stato subito chiaro che la deterrenza non era stata ristabilita, mentre gli insuccessi di IDF si ripetono. Come si possono cancellare quei brucianti insuccessi? Sulla pelle di popolazioni innocenti. In Libano la situazione è ancora più complicata. Non c'è occupazione israeliana e nessuna giustificazione per provocare Israele. Se gli Hezbollah sono così preoccupati per i loro fratelli palestinesi, avrebbero dovuto fare prima qualcosa per centinaia di migliaia di rifugiati che vivono nei campi profughi in Libano in condizione così cattive come quelle sotto l'occupazione israeliana, prima di sequestrare soldati in nome loro.

Ma il fatto che Hezboallah sia una cinica organizzazione che sfrutta la miseria dei Palestinesi per i propri scopi giustifica quella reazione sproporzionata? Il concetto che abbiamo completamente dimenticato è la proporzionalità. Mentre non abbiamo nessuna fretta per andare al tavolo dei negoziati, siamo impazienti di andare sul campo di battaglia ed uccidere senza ritardi, senza prendersi alcuna pausa per pensare. Questo approfondisce i sospetti che abbiamo bisogno di una guerra ogni tanto, con terrificante ripetizione, anche se dopo ci ritroviamo esattamente nella stessa posizione di prima.

La guerra che abbiamo dichiarato al Libano ci ha già imposto un duro prezzo, come del resto al Libano. Qualcuno si è fermato per tempo a pensare se ne valesse la pena?

Ognuno sa come questa guerra ha inizio, ma chi sa come finisce? Pesanti perdite israeliane? Una guerra con la Siria? Una guerra generale? Ne vale la pena? Guardate cosa un governo novellino è in grado di combinare in così poco tempo.

Dietro le operazioni a Gaza ed in Libano c'è la stessa sciocca idea di esercitare pressioni sulla popolazione per avere un cambiamento gradito ad Israele nella linea politica. Nella storia del conflitto arabo-israeliano, quel concetto ci ha solo portato da un disastro all'altro. Noi "ripulimmo" il sud del Libano dai palestinesi nel 1982, e cosa ottenemmo? Hezbollahstan invece di Fatahland. Hamas non cadrà perché Gaza è al buio, e neanche perché abbiamo bombardato il Ministero degli Esteri Palestinesi questo fine settimana -- un'altra mossa priva di senso; Hezbollah non sarà schiacciato perché l'aeroporto internazionale di Beirut è stato messo in disarmo.

Israele una volta ancora non sta distinguendo tra una guerra giustificata contro Hezbollah e una guerra ingiusta e dissennata contro la nazione americana. Ciò che nasconde i veri scopi di questa guerra è stato strappato via da questo ministro della difesa, che dice quello che pensa: "Nasrallah le sta prendendo talmente brutte che non dimenticherà mai il nome di Amir Peretz," si è vantato, da vero bullo. Adesso almeno sappiamo che Israele ha fatto una guerra perché il nome di Amir Peretz non sia mai dimenticato. E' una guerra per la perpetuazione del nome di Peretz e la messa in sordina degli insuccessi di Dan Haluz. E al diavolo i costi.


http://www.zmag.org/Italy/seal-testpoterefallito.htm 

3 Luglio 2006
Middle East Online

Olmert e Peretz hanno fallito il test del potere

Patrick Seal

Per quale ragione Olmert e Amir Peretz, il suo sfortunato ministro della difesa, hanno intrapreso questa strada che non porta a nulla? Alcuni osservatori hanno suggerito che forse vogliono dimostrare che sono altrettanto capaci di uccidere gli arabi dei loro predecessori perché, diversamente dai precedenti capi israeliani, non hanno alcuna esperienza militare significativa. Ma questa è solo una parte della storia.

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Patrick Seale osserva come la reazione eccessiva dell’esercito israeliano a Gaza (e la tiepida risposta dell’occidente) provochi altra rabbia nel mondo arabo, una continua violenza e una maggiore sofferenza degli innocenti.

Con l’impiego di una forza sproporzionata contro Gaza, Israele ha dimostrato ancora una volta il suo disprezzo per la legge internazionale e la sua crudele indifferenza alla sofferenza umana. Il cieco supporto americano può dare ad Israele l’immunità a breve termine, ma a lungo termine le conseguenze di questo comportamento irresponsabile non possono che essere infauste.

L’odio degli arabi e dei musulmani per lo stato di Israele – e per il suo alleato americano – sarà inevitabilmente alimentato ancora di più, con tutte le implicazioni che questo comporta per la sicurezza degli israeliani e degli americani in qualunque parte del mondo. Ci saranno sempre palestinesi e altri che cercano vendetta, in una forma o nell’altra, compreso il ricorso al terrorismo.

Le pressioni politiche su Israele per mettere fine all’occupazione dei territori palestinesi continueranno a crescere, persino da parte degli europei che non hanno spina dorsale. Allarmate dall’inerzia degli americani, Francia e Inghilterra stanno già lavorando silenziosamente ad un progetto per definire i loro parametri per la soluzione del conflitto. Non approveranno le annessioni unilaterali che ha in mente il primo ministro israeliano Ehud Olmert.

Andando all’estero il capo di stato maggiore di Israele, Dan Halutz, potrebbe scoprire di essere stato inserito nella lista dei generali israeliani ricercati per crimini di guerra.

Cosa ancora più importante, perché più insidiosa e meno facilmente quantificabile, è che la sfrenata violenza di Israele, come quella di cui il mondo è stato testimone negli ultimi mesi – l’assedio spietato di una popolazione prigioniera, il bombardamento e l’uccisione di civili innocenti, le punizioni collettive, il boicottaggio di un governo eletto democraticamente – sta dissipando il “capitale morale” dell’Olocausto su cui Israele ha vissuto per tanto tempo, conducendo inevitabilmente non solo all’antisionismo ma anche ad un violento antisemitismo.

Due crimini di Israele, in particolare, lo qualificano come stato terrorista – la distruzione avvenuta la scorsa settimana della centrale elettrica di Gaza del valore di 150 milioni di dollari, che ha privato 750.000 palestinesi dell’elettricità nel caldo cocente ed il rapimento nella West Bank di 64 membri del gruppo politico di Hamas, compresi otto ministri del governo e 22 membri della legislatura palestinese.

Riferendosi al governo Hamas eletto democraticamente, Benjamin Ben-Eliezer ha dichiarato “Nessuno gode dell’immunità. Questo non è un governo. E’ un’organizzazione assassina”. Questo giudizio si attaglierebbe meglio allo stesso governo di Israele.

Per quale ragione Olmert e Amir Peretz, il suo sfortunato ministro della difesa, hanno intrapreso questa strada che non porta a nulla? Alcuni osservatori hanno suggerito che forse vogliono dimostrare che sono altrettanto capaci di uccidere gli arabi dei loro predecessori perché, diversamente dai precedenti capi israeliani, non hanno alcuna esperienza militare significativa. Ma questa è solo una parte della storia.

Sembrerebbero esserci due chiari motivi per il furore distruttivo di Israele a Gaza (che include non solo le attuali operazione di terra, mare e cielo, ma anche il pesante bombardamento e gli attacchi aerei delle ultime settimane.) Nessuno dei due motivi ha molto a che vedere con il giovane caporale franco-israeliano Gilad Shalit, catturato qualche giorno fa durante un’audace operazione di confine da parte dei guerriglieri palestinesi contro una postazione militare israeliana, in cui due soldati israeliani sono stati uccisi e molti veicoli corazzati danneggiati.

I rapitori di Shalit hanno offerto di scambiarlo con 400 bambini e 200 donne – dei circa 9.000 palestinesi – detenuti nelle prigioni israeliane, ma Olmert ha rifiutato qualsiasi negoziato di questo tipo.

Una prima ragione dell’assalto israeliano è militare. Israele desidera disperatamente metter fine ai razzi Qassam fatti in casa e lanciati dal nord di Gaza sulla città israeliana di Sdero, che si trova a un chilometro dalla striscia di Gaza nel nord-est del deserto del Negev. Sderot è la città di Peretz.

Questi razzi fino ad ora non hanno ucciso nessuno ma sono molto fastidiosi. L’amministrazione della città protesta contro l’incapacità dello stato di garantire una protezione adeguata. In risposta ai razzi, i bombardamenti e gli attacchi aerei israeliani hanno ucciso negli ultimi mesi circa 50 palestinesi, compresi parecchi bambini, e ferito più di 200 persone.

Ma al di là dei razzi stessi c’è il più grande problema che consiste nel potere deterrente di Israele. Niente rende Israele più furioso di una qualsiasi falla in questo potere. Vuole la libertà di colpire i propri vicini, mentre nega ad essi il potere di replicare. La deterrenza reciproca viene esclusa con grida di indignazione. La sicurezza di Israele è sacrosanta, anche – e specificamente – al costo dell’insicurezza di chiunque altro. La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno ripetuto, come al solito, il loro mantra “Israele ha il diritto di difendersi.” Il corollario implicito è che nessun altro abbia lo stesso diritto.

Il secondo motivo di Israele nel colpire Gaza è di ordine politico. Sta cercando di distruggere il governo Hamas con ogni mezzo – compresa la liquidazione fisica – perché sa che i termini di Hamas per una risoluzione sarebbero più rigidi di quelli che forse potrebbe accettare.

Detesta il recente accordo fra Hamas e Fatah che implicitamente riconosce Israele, perché rischia di produrre un partner palestinese pronto a negoziare la creazione di uno stato palestinese entro i confini del 1967. Israele non ha alcuna intenzione di rientrare entro quei confini. Non è un caso se il suo ultimo attacco è seguito immediatamente all’accordo palestinese.

Israele farà qualunque cosa per evitare un negoziato. Per questo infligge deliberatamente sofferenze disumane ai palestinesi per radicalizzare il conflitto e allontanare i moderati dalla scena.

I Moderati e coloro che sono disposti a trattare sono i veri nemici di Israele.


1 agosto 2006
ZNet

Cosa può ottenere Israele?
Israele non può fare a meno dei Palestinesi.

Immanuel Wallerstein

Ottenere un accordo di pace stabile sarà estremamente difficile. Ma i pilastri dell’attuale strategia israeliana – la propria forza militare e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti – costituiscono una canna assai sottile su cui poggiare. E negli anni successivi all’Iraq, gli Stati Uniti potrebbero ben abbandonare Israele, allo stesso modo della Francia negli anni ’60.


 

Lo stato di Israele fu fondato nel 1948. Da allora, c’è stata continua violenza fra ebrei e arabi in Israele, e fra Israele e i suoi vicini. A volte la violenza era di basso livello e perfino latente. E ogni tanto la violenza si aggravava fino alla guerra aperta, come adesso. Ogni volta che la violenza scoppiava su vasta scala, c’era stato un dibattito immediato su cosa l’aveva avviata, come se questo contasse. Ora stiamo nel mezzo della guerra fra Israele e Palestina a Gaza e fra Israele e Libano. E il mondo è impegnato nella sua solita futile discussione su come ridurre lo stato di guerra aperta a una violenza di basso livello.

Ogni governo israeliano ha voluto creare una situazione in cui i suoi vicini e il mondo riconoscessero l’esistenza di Israele come stato, e la violenza fra gruppi e fra stati cessasse. Israele non è mai stato in grado di ottenere questo risultato. Quando il livello della violenza è relativamente basso, il pubblico israeliano è diviso sulle strategie da perseguire. Ma quando cresce fino a una guerra, gli israeliani ebrei e l’ebraismo mondiale tendono a raccogliersi intorno al governo.

In realtà, la strategia fondamentale di Israele dopo il 1948 è stata di fare affidamento su due cose nel perseguire i suoi obiettivi: un forte apparato militare, e un forte appoggio esterno occidentale. Finora questa strategia ha funzionato solo in un senso: Israele ancora sopravvive. Il problema è quanto a lungo ancora questa strategia continuerà effettivamente a funzionare.

La fonte dell’appoggio esterno si è modificata con il tempo. Dimentichiamo completamente che nel 1948 l’appoggio militare cruciale per Israele venne dall’Unione Sovietica e dai suoi satelliti dell’Europa orientale. Quando l’Unione Sovietica si tirò indietro, fu la Francia che venne a occupare questo ruolo. La Francia era impegnata in una rivoluzione in Algeria, e vedeva Israele come un elemento chiave nello sconfiggere il movimento di liberazione nazionale algerino. Ma quando l’Algeria divenne indipendente nel 1962, la Francia abbandonò Israele perché allora cercava di mantenere dei legami con un’Algeria divenuta indipendente.

È solo da quel momento che gli Stati Uniti passarono al loro attuale appoggio totale di Israele. Un elemento importantissimo in questo rovesciamento fu la vittoria militare israeliana nella guerra dei sei giorni nel 1967. In questa guerra Israele conquistò tutti i territori del vecchio mandato britannico di Palestina, e altri ancora; provò la sua capacità di essere una forte presenza militare nella regione; trasformò l’atteggiamento dell’ebraismo mondiale da uno in cui solo il 50% approvava davvero la creazione di Israele a uno in cui aveva l’appoggio della sua grande maggioranza, per la quale Israele adesso era diventato una fonte di orgoglio. Questo è il momento in cui l’Olocausto divenne una delle maggiori giustificazioni ideologiche per Israele e le sue politiche.

Dopo il 1967 i governi israeliani non hanno mai ritenuto di dover negoziare qualcosa con i palestinesi o con il mondo arabo. Hanno offerto accordi unilaterali, ma sempre alle condizioni di Israele. Israele non avrebbe negoziato con Nasser. Poi non avrebbe negoziato con Arafat. E ora non negozierà con i cosiddetti terroristi. Ha fatto invece affidamento su successive dimostrazioni di forza militari.

Israele adesso è impegnato nel medesimo errore catastrofico, dal proprio punto di vista, dell’invasione dell’Iraq di George Bush. Bush pensava che una dimostrazione di forza militare avrebbe stabilito indiscutibilmente la presenza degli USA in Iraq e intimidito il resto del mondo. Ora ha scoperto che la resistenza irachena era militarmente molto più formidabile di quanto previsto, che gli alleati politici degli USA in Iraq erano molto meno affidabili di quanto supponeva sarebbero stati, e che l’appoggio del pubblico americano alla guerra era molto più fragile di quanto si aspettasse. Gli Stati Uniti sono destinati a un ritiro umiliante dall’Iraq.

L’attuale campagna militare di Israele è un parallelo diretto dell’invasione di Bush. I generali israeliani stanno già notando che l’apparato militare di Hezbollah è molto più formidabile di quanto previsto, che gli alleati degli USA nella regione stanno già prendendo ampiamente le distanze dagli Stati Uniti e da Israele (si osservi l’appoggio al Libano del governo iracheno, e ora del governo saudita), e presto scopriranno che l’appoggio del pubblico israeliano è più fragile di quanto si aspettavano. Già il governo israeliano è riluttante a inviare truppe di terra in Libano, in larga misura per quella che pensa sarà la reazione del proprio popolo in Israele. Israele è destinata a un umiliante accordo di tregua.

Ciò di cui il governo israeliano non si rende conto è che né Hamas né Hezbollah hanno bisogno di Israele. È Israele che ha bisogno di loro, e ha bisogno di loro disperatamente. Se Israele non vuole diventare uno stato crociato che alla fine viene cancellato, sono solo Hamas e Hezbollah che possono garantire la sopravvivenza di Israele. È solo quando Israele sarà in grado di accettarli, come i portavoce del nazionalismo palestinese e arabo, che Israele potrà vivere in pace.

Ottenere un accordo di pace stabile sarà estremamente difficile. Ma i pilastri dell’attuale strategia israeliana – la propria forza militare e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti – costituiscono una canna assai sottile su cui poggiare. E negli anni successivi all’Iraq, gli Stati Uniti potrebbero ben abbandonare Israele, allo stesso modo della Francia negli anni ’60.

L’unica garanzia reale di Israele sarà quella dei palestinesi. E per ottenere tale garanzia, Israele dovrà ripensare fondamentalmente la sua strategia di sopravvivenza.


26 Luglio 2006
Zmag.org

Bombardamento atomico sull'Iraq?
Chi beneficia della guerra israelo-libanese?

Jorge Hirsch

L'ironia è che i crimini di Israele stanno per essere ridicolizzati al confronto con il crimine contro l'umanità che avrà luogo se gli USA fanno uso di armi nucleari contro l'Iran.


 

Membri della fede ebraica ed altri correttamente sottolineano che gli Ebrei sono spesso accusati per i peccati degli altri. Potrebbe risultare per una volta in più che hanno ragione, considerevolmente. L'attuale conflitto potrebbe conoscere una tale escalation che gli USA useranno armi atomiche contro l'Iran, in quello che sarà il primo uso di armi nucleari in guerra da Nagasaki. E il mondo darà la colpa agli Ebrei.

L'immensamente sproporzionata reazione di Israele alle azioni di Hezbollah, è in evidente violazione delle Convenzioni di Ginevra, e merita la più ferma condanna. E' specialmente importante che oggi gli Ebrei prendano le distanze dalle immorali politiche del governo di Israele e l'appoggio degli USA ad esse. Fortunatamente, qualcuno lo sta facendo, sfortunatamente molti altri no. "Migliaia di Ebrei americani hanno riempito le strade" di New York ed altrove negli Stati Uniti in appoggio alle azioni di Israele, dice il Jerusalem Post. Le due Camere del Congresso USA hanno approvato un risoluzione solidamente bipartisan a sostegno delle azioni di Israele in Libano, per "consolidare nel lungo periodo il voto ebraico" secondo il Washington Post.

L'ironia è che i crimini di Israele stanno per essere ridicolizzati al confronto con il crimine contro l'umanità che avrà luogo se gli USA fanno uso di armi nucleari contro l'Iran. Israele, per la sua reazione sproporzionata e per l'accusa all'Iran (senza prove) di essere dietro alle azioni Hezbollah, sarà visto in un ruolo chiave se l'escalation del conflitto inghiottirà Iran a Stati Uniti. Tuttavia la motivazione per quelli che vogliono che questo accada non è assicurare l'egemonia di Israele in Medio Oriente, ma assicurare l'egemonia USA nel mondo.

Gli interessi di Israele.

Non c'è bisogno di dire che Israele beneficerebbe dalla distruzione di Hezbollah. Tuttavia è difficile vedere come l'indiscriminato attacco contro il Libano che sta avendo luogo non otterrà altro che rafforzare il già considerevole appoggio verso gli Hezbollah in Libano ed altrove nel mondo arabo. Shmuel Rosner sostiene in un commento per Ha'aretz che Israele è il "letale messaggero dell'America", usato per promuovere il "programma democratico" di Bush. Certamente è evidente che le attuali azioni di Israele sono irrazionali ed autodistruttive. A meno che il loro scopo reale non sia attirare la Siria e l'Iran nel conflitto seguendo le istruzioni di Washington. Come minimo è chiaro che Israele non farebbe questo in assenza di una garanzia dagli Stati Uniti che questi interverrebbero in caso di allargamento del conflitto, che in ogni caso Bush ha già pubblicamente annunciato.

Se l'Iran entra nel conflitto e spara un solo missile contro Israele, gli USA interverranno e distruggeranno le infrastrutture militari iraniane con bombardamenti aerei. Come è stato suggerito da Seymour Hersh ed altri, ciò comporterà probabilmente l'uso di armi nucleari USA "bunker buster".

E' stato previsto che se gli USA o Israele attaccano l'Iran, l'Iran sguinzaglierà Hezbollah porterà devastanti attacchi all'interno del territorio israeliano. "Hezbollah è anche considerato uno strumento per legarci le mani sulla minaccia del programma nucleare iraniano," dice un dirigente israeliano. Bene, siamo alla prova generale, e vediamo che a dispetto di tutta l'esagerazione, Hezbollah è una tigre di carta. Luce verde per l'attacco all'Iran.

Ciò che è davvero insolito circa l'incendio che sta divampando nel Medio Oriente è lo sbarramento di stridenti accuse contro l'Iran, dall'amministrazione Bush, da politici appartenenti a tutti gli schieramenti, e dai principali media che accusano uniformemente l'Iran (senza presentare prove) di essere dietro alle azioni Hezbollah. Questo non è mai accaduto prima, quando c'era la guerra in Libano ed Hezbollah era coinvolto. Perché ora sta accadendo?

Un argomento è che Ahmadinejad ha fatto animose affermazioni contro Israele. Comunque, questa è la posizione dell'Iran fin dal 1979.

L'altro argomento che l'Iran sta cercando di "deviare l'attenzione" dalla questione del nucleare. Questo sfida la logica più elementare. Se l'Iran era veramente intento ad acquisire armi nucleari e distruggere Israele, cercherebbe di tenere le cose più calme possibili fino a che mette le mani sulla bomba atomica, tra diversi anni.

La verità è che, sia che si attribuiscano all'Iran buone o cattive intenzioni, l'Iran non sta ricavando niente dall'attuale confusione in Libano. Altrettanto vale per la Siria. Pertanto la retorica USA ed Israeliana suggerisce un deliberato tentativo di attirare la Siria e l'Iran nel conflitto.

Gli interessi USA.

Un attacco USA all'Iran è stato da anni previsto dagli analisti, La politica USA relativamente all'Iran è chiaramente diretta al confronto militare piuttosto che alla ricerca di un accordo. Ci sono molte ragioni perché gli USA attacchino l'Iran, compreso il controllo delle risorse energetiche, la soppressione di una potenza regionale contraria agli interessi USA e Israeliani, eccetera. Comunque, io ho sostenuto per mesi che la ragione chiave la ricerca dello scontro da parte degli USA, e che l'Iran "forzerà" gli Stati Uniti a superare la soglia nucleare e usare armi nucleari a basso potenziale contro istallazioni iraniane. E questo è visto come essenziale per la promozione degli obiettivi geopolitici americani.

Gli Stati Uniti non hanno usato le armi nucleari perché erano costretti a farlo. Lo fecero per dimostrare al mondo di essere in possesso di una nuova arma che riassumeva il potenziale distruttivo di migliaia di missioni di bombardamento in un solo colpo. Per dire al resto del mondo "state attenti".

Da allora hanno speso 5 mila miliardi di dollari per sviluppare l'arsenale nucleare, ma le armi nucleari sono diventate "non usabili" dopo 60 anni di mancato uso. L'America ha acquisito un primato nucleare ma esso è inutile, finché non mostra che le armi nucleari possono ancora essere usate.

Tutto è stato già preparato. Gli Stati Uniti sono probabilmente venuti in possesso di "intelligence" classificata riguardo le strutture nascoste di guerra chimica e biologica sotterranee iraniane. Bombe atomiche basso potenziale B61-11 Bunker Buster devono essere rese disponibili, nel caso che "sviluppi militari di sorpresa" portino ad una "necessità militare". Una volta che l'Iran è stato avviluppato nel conflitto e tira un singolo missile contro Israele e forze USA nella regione, l'amministrazione americana sosterrà che il prossimo missile potrebbe trasportare testate chimiche o biologiche e causare enormi vittime tra Americani, Israeliani e Iracheni. Una Bunker Buster a basso potenziale verrà spacciata come il modo più "umano" di evitare ulteriori perdite di vite umane.

Cosa può accadere?

Nel 1941, gli Stati Uniti dettero il via ad un grande sforzo militare per creare armi nucleari, culminato nel Trinity test e nel successivo bombardamento di Hiroschima e Nagasaky nel 1945. Questo piano era avvolto nel segreto ed ogni scrupolo etico fu posto da parte. Quando ebbe successo, si disse che molte vite americane e giapponesi erano state salvate dall'aver costretto il Giappone alla resa con la potenza nucleare.

Ogni speculazione che nel periodo 1941-1945 gli Stati Uniti avevano destinato 100.000 persone per creare un'arma segreta un milione di volte più potente di ogni altra arma nucleare sarebbe stata derisa come la suprema "teoria del complotto".

Allo stesso modo, molte prove indicano che un deliberato progetto, nella massima segretezza, viene sviluppato oggi per culminare nel bombardamento nucleare dell'Iran, per "salvare vite". Molte persone hanno diretta conoscenza di parti del piano, come Seymour Hersh ha rivelato, solo pochi conoscono il piano nella sua interezza. Le Bunker Buster a basso potenziale saranno usate, senza essere testate ma altrettanto affidabili della non testata "Little Boy" che rase al suolo Hiroshima. Gli Americani accetteranno l'argomento della "necessità militare" perché esso sarà vero: le truppe americane in Iraq saranno un facile bersaglio per i missili iraniani, con o senza le testate di distruzione di massa.

Dopo che gli USA avranno usato ancora armi nucleari, avranno ristabilito l'usabilità del loro arsenale militare contro paesi non-nucleari. Sarà possibile fare guerre "a risparmio", salvare molte vite americane in guerre future. "Sostenete le truppe" è una di quelle cose su cui gli Americani, non importa come la pensino, sono sempre tutti d'accordo.

Non bisognerebbe permetterlo. Il presidente ha l'autorità esclusiva di ordinare l'uso di armi nucleari contro l'Iran. Noi sappiamo da precedenti azioni di questa amministrazione cosa Bush, Cheney e Rumsfeld sono capaci di fare. Ci sono stati cambiamenti radicali nelle politiche USA sulle armi nucleari e nella dottrina della guerra preventiva e l'annuncio di Bush che l'opzione nucleare è sul tavolo. In reazione, dovrebbe esserci una grande protesta proveniente dal basso per restringere l'autorità assoluta del Presidente di ordinare l'uso di armi nucleari contro l'Iran. Da parte dell'opinione pubblica, delle organizzazioni "antinucleari", delle organizzazioni scientifiche,politiche e professionali. Per spingere il Congresso ad entrare in azione finché c'è tempo. Senza un'"opzione nucleare", gli USA saranno più interessati a negoziare che a cercare lo scontro con l'Iran.

Nell'interesse di chi?

A breve termine, Israele certamente beneficerà della distruzione della capacità militare iraniana. Ma Israele non si godrà la pace, perché il bombardamento nucleare dell'Iran creerà enorme animosità contro Israele nel mondo Arabo ed altrove. Nella misura in cui il mondo accetterà la favola USA che l'arma nucleare contro l'Iran era richiesta da "necessità militari" e non era premeditata, Israele (e gli Ebrei nel mondo) sopporteranno un peso della critica maggiore di quanto meritino per aver contribuito a far "precipitare" gli eventi.

Gli USA ricaveranno enormi guadagni. Facendo flettere i loro muscoli nucleari, stabiliranno una assoluta egemonia nel Medi Oriente, nell'Asia Centrale ed oltre, e gradualmente faranno pressioni sulla Cina e sulla Russia per il loro disarmo nucleare e la loro sottomissione totale.

Alla fine avremo perso tutti. Perché il genio nucleare, richiamato fuori dalla sua bottiglia nella guerra contro l'Iran, non vi farà mai più ritorno. E proprio come gli USA poterono sviluppare armi nucleari in soli 4 anni con una tecnologia completamente nuova 60 anni fa, molti altri paesi e gruppi saranno molto motivati a farlo nei prossimi anni.

Pensate all'attuale sproporzionata reazione di Israele applicata in un conflitto dove i contendenti hanno un'arma nucleare. Una rappresaglia 10 a 1, partendo da 600 vittime, spazzerebbe via l'intera popolazione mondiale in soli otto facili passi. Chi avrà voglia di fermare l'escalation? Il paese che ha perso 60 milioni di cittadini all'ultimo colpo? Quello che ne ha perso 600.000? 6 milioni?

Mentre l'olocausto nucleare ha luogo, qualcuno ricorderà il conflitto del Libano e la successiva guerra contro l'Iran e biasimerà gli Ebrei per questo. Altri biasimeranno più propriamente gli Americani, per aver permesso al loro Esecutivo di cancellare un tabù vecchio di 60 anni contro l'uso di armi nucleari, prima in teoria e poi in pratica, nonostante che avesse la più potente forza militare convenzionale del mondo. Altri naturalmente biasimeranno l'"estremismo islamico".

E infine il biasimo appassirà, quando un vecchio esperimento di tre miliardi di anni, la vita sul pianeta, finirà.


http://www.zmag.org/Italy/haaretz-governoimpazzito.htm

30 Giugno 2006
Haaretz

Il governo israeliano sta impazzendo
L'arresto di politici come pedina di scambio è l'atto di una gang.

Haaretz


 

 


Israele ha già rapito persone in Libano per usarle come pedine di scambio nelle trattative con i rapitori di soldati israeliani. Ora sta facendo lo stesso con i politici di Hamas. Come il primo ministro ha dichiarato in un incontro a porte chiuse: "Vogliono il rilascio dei prigionieri? Bene, rilasceremo questi prigionieri a cambio di Shalit". Con "questi prigionieri" si riferiva ai funzionari eletti di Hamas. [...] Ma questo non è semplicemente un ragionamento difettoso; l'arresto di persone per usarle come pedine di scambio è l'atto di una gang, non di uno stato.



http://www.zmag.org/Italy/haaretz-governoimpazzito.htm 

30 Giugno 2006
Haaretz

Il governo israeliano sta impazzendo
L'arresto di politici come pedina di scambio è l'atto di una gang.

Haaretz

Israele ha già rapito persone in Libano per usarle come pedine di scambio nelle trattative con i rapitori di soldati israeliani. Ora sta facendo lo stesso con i politici di Hamas. Come il primo ministro ha dichiarato in un incontro a porte chiuse: "Vogliono il rilascio dei prigionieri? Bene, rilasceremo questi prigionieri a cambio di Shalit". Con "questi prigionieri" si riferiva ai funzionari eletti di Hamas. [...] Ma questo non è semplicemente un ragionamento difettoso; l'arresto di persone per usarle come pedine di scambio è l'atto di una gang, non di uno stato.

Bombardare ponti che possono essere aggirati in macchina o a piedi; mettere sotto controllo un aeroporto che è da anni in rovine; distruggere una centrale elettrica facendo piombare grandi porzioni della Striscia di Gaza nell'oscurità; distribuire volantini che instillano nella popolazione la preoccupazione per il proprio futuro; passare minacciosamente in volo sul palazzo di Bashar Assad; ed arrestare i funzionari eletti di Hamas: il governo desidera convincerci che tutte queste azioni siano state condotte solo per ottenere il rilascio del soldato Gilat Shalit.

Ma quanto maggiore è la creatività del governo nell'inventarsi nuove tattiche, tanto più essa sempre riflettere la perdita di direzione invece di una concezione politica generale basata sulla ragione e sul senso comune. Infatti il governo israeliano desidera esercitare una pressione sempre maggiore sia sulla leadership politica di Hamas che sulla popolazione palestinese, allo scopo di indurla a fare pressione sulla propria leadership per il rilascio. Allo stesso tempo il governo sostiene che la Siria - o per lo meno Khaled Meshal, che vive in Siria - controlla la situazione. Se è così, che senso ha esercitare pressione sulla autorità locali palestinesi, che non sapevano dell'attacco pianificato e che, dopo averne appreso, hanno chiesto ai rapitori di avere buona cura del loro prigioniero e di restituirlo?

La tattica di fare pressioni sui civili è stata messa in pratica prima, e più di una volta. I Libanesi, per esempio, conoscono bene la tattica israeliana di distruggere le centrali energetiche e le infrastrutture. Interi villaggi nel sud del Libano sono stati terrorizzati, mentre migliaia di persone fuggivano da Beirut. Ma quello che accade in questi casi estremi è che le divisioni locali svaporano e si forma una leadership forte e unitaria.

Alla fine Israele fu costretto sia al negoziato con gli Hezbollah che al ritiro dal Libano. Ora il governo sembra rispolverare il suo campionario di tattiche libanesi, come se non avesse appreso nulla da quella esperienza. Si può assumere che i risultati saranno simili anche questa volta.

Israele ha già rapito persone in Libano per usarle come pedine di scambio nelle trattative con i rapitori di soldati israeliani. Ora sta facendo lo stesso con i politici di Hamas. Come il primo ministro ha dichiarato in un incontro a porte chiuse: "Vogliono il rilascio dei prigionieri? Bene, rilasceremo questi prigionieri a cambio di Shalit". Con "questi prigionieri" si riferiva ai funzionari eletti di Hamas.

Il primo ministro è campione di un movimento i cui capi una volta erano in esilio, ma solo per tornare poi con le teste alte ed in una posizione di maggior forza di quando erano stati deportati. Ma crede che con i Palestinesi le cose funzionino diversamente.

Olmert, da persona che sa che tutti gli attivisti di Hamas deportati da Yitzhak Rabin hanno fatto ritorno alle posizioni di leadership e di comando, dovrebbe sapere che arrestare i capi non fa altro che rafforzare loro e i loro sostenitori. Ma questo non è semplicemente un ragionamento difettoso; l'arresto di persone per usarle come pedine di scambio è l'atto di una gang, non di uno stato.

Il governo è stato preso troppo rapidamente in una spirale fatta di prestigio misto a fatica. Deve recuperare subito i propri sensi, smetterla con le minacce messe in atto sinora, liberare i politici di Hamas ed aprire delle trattative. La questione è un soldato che deve essere riportato a casa, non la trasformazione del volto del Medio Oriente.


http://www.zmag.org/Italy/herman-puliziaetnicaistintomorale.htm 

 

Marzo 2006
Z Magazine
Vol. 19, n. 3

Pulizia etnica e istinto morale
Come l’Occidente e la stampa libera hanno potuto accettare la pulizia etnica di Israele.

Edward S. Herman

Come l’Occidente e la stampa libera hanno potuto accettare, approvare e sottoscrivere la pulizia etnica e il razzismo istituzionalizzato di Israele, in violazione di tutti i pretesi valori illuministici e con un’ipocrisia che fa inorridire.


 

Uno dei più dubbi stereotipi degli intellettuali, editorialisti e sapientoni che sostengono l’interventismo umanitario è che i diritti umani, nei recenti decenni, sono diventati per gli Stati Uniti e le altre potenze della NATO molto più importanti di un tempo ed esercitano una grande influenza nella loro politica estera. David Rieff scrive che i diritti umani “sono diventati non un principio retorico soltanto ma un principio operativo nelle principali capitali occidentali”, e il suo virtuoso compagno d’armi Michael Ignatieff sostiene che i nostri accresciuti (superiori) «istinti morali» hanno rafforzato “la pretesa di intervento quando il massacro e la deportazione diventano politica di stato”.[1] Questa prospettiva è stata costruita in buona parte sulla base dell’esperienza – e della sua scorretta interpretazione – degli sviluppi durante lo smantellamento della Yugoslavia negli anni ’90 durante i quali la linea propagandistica è stata che la Nato era entrata in ritardo e con riluttanza nel conflitto per fermare la pulizia etnica e il genocidio perpetrato dai serbi, ma alla fine aveva avuto successo. L’intervento aveva le sue radici, secondo il pretesto addotto, nell’umanesimo di Blair-Clinton-Kohl-Schroeder, ed era sostenuto anzi quasi imposto a questi dirigenti da giornalisti e protagonisti dei diritti umani.

C’erano molti fatti che non quadravano con queste spiegazioni e analisi della recente storia dei Balcani, uno tra i più importanti, era che l’intervento Nato non era avvenuto in ritardo – era avvenuto invece piuttosto presto ed era stata la causa principale della pulizia etnica successiva, infatti l’intervento Nato aveva incoraggiato la divisione della Yugoslavia ma aveva lasciato senza protezione ampie minoranze nelle repubbliche appena proclamate per cui il conflitto etnico ne era risultato inevitabile; inoltre aveva sabotato accordi di pace tra i nuovi stati negli anni 1992-1994 ed aveva fatto sperare alle minoranze non-serbe un aiuto militare della Nato per giungere a soluzioni definitive, aiuti che poi alla fine esse ottennero. Le potenze della Nato giunsero a sostenere attivamente o passivamente le pulizie etniche più radicali delle guerre balcaniche,  e cioè quella avvenuta nella regione della Krajina in Croazia e quella nel Kosovo occupato dalla Nato a partire da giugno del 1999, a danno dei serbi.[2] Altri problemi non si accordavano con la spiegazione che l’intervento Nato avesse fondamenti ed effetti umanitari, ma è altrettanto importante capire la selettività in questo centro di interessi e le radici politiche di questa selettività. Gli interventisti umanitari, per esempio, se ne stettero quasi completamente in silenzio durante i massacri e le deportazioni compiuti in Timor Est dall’Indonesia negli anni ‘90, lo stesso avvenne per i massacri e per il rogo dei villaggi curdi da parte della Turchia, per le uccisioni e l’enorme esodo di rifugiati in Colombia, e infine per il Congo dove massacri su larga scala furono realizzati in buona parte da invasori provenienti dal Ruanda e Uganda. Per qualche ragione l’«istinto morale» dei politici umanitari non si occupò di questi casi, in cui gli assassini erano alleati di questi politici ed ottennero armi, aiuti militari e formazione da parte loro. Altrettanto interessante è il fatto che l’istinto morale degli intellettuali e giornalisti interventisti umanitari non riuscì a non tenere in conto (vincere) l’attenzione interessata dei loro dirigenti politici ma invece lavorò in parallelo con quelle inclinazioni. Questo aiutò i loro dirigenti politici a colpire con violenza ancora maggiore (inseguire) i cattivi (malvagi) che avevano preso di mira, in parte stornando l’attenzione dai cattivi da sostenere e dai danni che essi stavano infliggendo alle loro (implicitamente indegne) vittime.

Il caso straordinario di Israele

L’esempio più interessante e forse il più importante di «istinto morale» abortito è quello che riguarda Israele, dove lo Stato è stato impegnato, per decenni, in una sistematica politica di spoliazione e pulizia etnica dei palestinesi nella Cisgiordania e Gerusalemme Est, non solo senza una risposta significativa da parte del Mondo Libero, ma anzi con inflessibile sostegno degli Stati Uniti e sprizzi (scatti) di approvazione e sostegno dei suoi alleati democratici. L’abilità (capacità) dei dirigenti politici occidentali, dei Media e degli intellettuali umanitari di infiammarsi contro cattivi da perseguitare come Arafat, Chavez o Milosevich, mentre  trattavano con gentilezza personaggi come Begin, Netanyahu e Sharon, considerati statisti meritevoli di aiuti militari, diplomatici ed economici, costituisce un piccolo miracolo di auto-inganno, di sfacciato uso di due pesi e due misure e di turpitudine morale.

Ciò che fa di tutto questo un miracolo è che le premesse così come pure le realizzazioni dello stato israeliano saltano in faccia all’intera gamma dei valori illuministici che si presuppone diano alla base della civiltà occidentale.

Prima di tutto si tratta di uno stato razzista per la sua ideologia e le sue leggi. Si proclama ufficialmente uno stato ebraico, il 90% della terra del paese è riservata ai soli ebrei, i palestinesi sono stati esclusi dalla possibilità di affittare o comprare terre possedute dallo Stato e occupate nel 1948 e successivamente, e gli ebrei che vengono da fuori hanno il diritto di immigrare (in Israele) e diventare cittadini  con privilegi superiori a quegli dei nativi non-ebrei. Questo genere di ideologia e legge era considerato inaccettabile quando a praticarlo era lo Stato di apartheid del Sud Africa, sebbene è interessante sapere che Reagan era «impegnato costruttivamente» con quello Stato, Margaret Thatcher lo trovava del tutto accettabile e le «operazioni anti-terroristiche» del Sud Africa venivano integrate in quelle del Mondo Libero.[3] Il trattamento degli ebrei in Germania da parte dei Nazisti, anche prima dell’organizzazione dei campi della morte, veniva ed è ancora considerato oltraggioso; il maltrattamento della popolazione ebraica in Unione Sovietica portò addirittura a una legislazione punitiva da parte degli USA (la legge Jackson-Vanik, ancora in vigore). Ma le leggi israeliane analoghe a quelle di Nurenberg e la costruzione di uno Stato fondato sulla discriminazione razziale è accettato dall’Occidente erede dell’Illuminismo. Il «popolo eletto» sostituisce la «razza dominatrice» e ciò non solo viene accettato ma Israele è addirittura considerato una democrazia modello e una «luce tra le nazioni del mondo» (Anthony Lewis). Per implicazione, anche la creazione da parte di Israele di un gruppo di esseri umani che sono cittadini di seconda classe per legge (o di una classe ancora più in basso nei territori occupati), legalmente e politicamente degli «untermenschen», diventa accettabile. Questo è un unico sistema di «razzismo privilegiato».

In secondo luogo, allo Stato israeliano è stato concesso di ignorare numerose Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza  e la Quarta Convenzione di Ginevra riguardanti l’occupazione della Cisgiordania, così pure la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sul suo muro dell’apartheid il quale deruba i palestinesi di una buona quantità della loro terra e acqua, demolisce migliaia di loro case, abbatte molte migliaia di loro ulivi, distrugge le loro infrastrutture e crea, in tutta la Cisgiordania occupata, una moderna rete di strade per soli ebrei mentre impone seri ostacoli al movimento dei palestinesi nei territori occupati.[4] Questa pulizia etnica sistematica è stata realizzata da un esercito estremamente ben addestrato e ben equipaggiato che opera contro una popolazione indigena praticamente disarmata, per fare spazio a coloni ebrei e in violazione della legalità internazionale riguardo al comportamento che una potenza occupante è tenuta a rispettare. Questo è un sistema unico di «pulizia etnica privilegiata», «violazione privilegiata della legalità» e «eccezioni privilegiate alle decisioni del Consiglio di Sicurezza e della Corte Internazionale».

In terzo luogo, Israele ha attraversato periodicamente i suoi confini per far la guerra ai suoi vicini – l’Egitto, la Siria, e il Libano – ha effettuato bombardamenti supplementari o atti di terrorismo contro questi tre paesi e inoltre anche contro la Tunisia, per molti armi ha mantenuto un esercito terrorista per procura in Libano mentre conduceva numerosi raid terroristici in quei paesi (in quel paese) con la sua politica del pugno di ferro, infliggendo pesanti perdite civili.[5] Mentre si dichiarava che l’invasione del Libano del 1982 avveniva in risposta di attacchi terroristici, in realtà essa avvenne senza che ci fossero attacchi terroristici (malgrado un certo numero di deliberate provocazioni israeliane) e la paura di dover negoziare con i palestinesi piuttosto che continuare con la pulizia etnica nei loro riguardi.[6] Naturalmente non ci furono punizioni o sanzioni contro Israele per queste azioni, dal momento che Israele beneficia del «privilegio del diritto all’aggressione, al terrorismo di Stato, e sponsorizzazione del terrorismo», che non è unico ma deriva dallo status del paese come alleato degli Stati Uniti e stato cliente.

In quarto luogo, dato il diritto concesso a Israele di effettuare la pulizia etnica dei palestinesi, di terrorizzarli in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e la legalità internazionale, ne consegue che le sue vittime non hanno diritto a resistere. Possono essere cacciate dalla loro terra, le loro case possono essere demolite, gli ulivi sradicati, e la gente uccisa dall’IDF [Israeli Defense Force, esercito israeliano, ndt] o dalla violenza dei coloni, ma la resistenza armata da parte loro è inaccettabile «terrorismo», da deplorare profondamente. Circa un migliaio di palestinesi furono uccisi dagli israeliani durante la prima fase non violenta di resistenza nella prima Intifada (1987-1992), ma la loro resistenza passiva non ha avuto effetti sull’occupazione illegale, la comunità internazionale non fece nulla per alleviare le loro disgrazie, e Israele  aveva il tacito accordo con gli Stati Uniti che esso sarebbe stato sostenuto nella violenta risposta all’Intifada fino a quando la resistenza non fosse stata sconfitta. Il rapporto di palestinesi assassinati in quegli anni rispetto agli israeliani era di 25 a 1 o addirittura più alto, ma dato il diritto di terrorizzare concesso a Israele, erano ancora i palestinesi che venivano definiti terroristi.

In quinto luogo, gli israeliani, essendo stato loro concesso il diritto di non rispettare la Legalità Internazionale, di terrorizzare i palestinesi e di effettuare la pulizia etnica contro di loro, si sono sentiti liberi di eleggere alla testa del governo un uomo responsabile di una serie di attacchi terroristici contro i civili e, a Sabra e Chatila, di un massacro di un numero di civili palestinesi stimato tra 800 e 3000. Ironicamente, il tribunale dell’Aia sulla Yugoslavia ha sostenuto che l’intenzione di commettere genocidio può essere dedotta da una singola azione tesa ad uccidere tutte le persone di un determinato gruppo in una piccola regione, anche se quell’azione non fa parte di un piano generale di sterminio dell’intera etnia ovunque essa si trovi, e lo ha fatto citando la loro precedente decisione e inoltre una risoluzione dell’Assemblea dell’ONU del 1982 che definiva il massacro di 800 / 3000 palestinesi a Sabra e Chatila «un atto di genocidio».[7] Ma, naturalmente, quel tipo di sentenza del Tribunale fu applicata soltanto per colpire i Serbi – non solo non fu applicata dall’Occidente nei confronti di Sharon, ma nemmeno ebbe l’effetto di impedirgli di diventare un onorato capo di governo.

In sesto luogo, fu fatto in modo che quelle offensive parole («un atto di genocidio», ndt) non si potessero applicare alle azioni degli israeliani, proprio in virtù del diritto loro concesso di terrorizzare ed effettuare la pulizia etnica. Furono invece applicate con grande sfogo di indignazione alle operazione serbe in Kosovo, che altro non erano se non manifestazioni di una guerra civile (aizzata da fuori) e non lo furono nel caso israeliano in cui quello Stato è impegnato a rimuovere e sostituire la popolazione indigena con un diverso gruppo etnico. Non solo Israele è stato esentato dall’uso di quelle parole perfettamente adatte al suo caso, ma ha anche ottenuto il beneficio del privilegio di poter usare a suo vantaggio le parole «sicurezza» e «violenza». I palestinesi possono essere di gran lunga meno al sicuro degli israeliani e sottoposti ad un livello di violenza molto più alto e durevole, ma ancora una volta sono i palestinesi che devono ridurre il ricorso alla violenza e il problema è sempre come fare per rendere Israele ancora più sicuro. La sicurezza palestinese non viene presa in considerazione in Occidente, perché il fatto che siano delle vittime non interessa nessuno e perché la loro insicurezza è il risultato del loro rifiuto di accettare la pulizia etnica e della loro volontà di resistenza. Essi sono «vittime indegne», a causa di una profonda parzialità politica a loro sfavore.

Il processo di pulizia etnica, che comporta terrorismo all’ingrosso, ed è la causa che ha provocato in risposta un terrorismo al dettaglio da parte di palestinesi, viene in realtà presentato (insieme al muro) non come un programma deliberato per «redimere la terra» per il popolo eletto ma come una necessaria «risposta legittima di  Israele al terrorismo».[8] E così i primi e principali terroristi se la passano liscia!

In settimo luogo, Israele è l’unico stato mediorientale che ha accumulato uno stock di armi nucleari, e in questo è stato aiutato non solo dagli Stati Uniti ma anche dalla Francia e dalla Norvegia.[9] Questo è avvenuto malgrado i 39 anni di pulizia etnica, le continue e insuperate violazioni delle richieste del Consiglio di Sicurezza e della Legalità internazionale, e le periodiche invasioni dei paesi confinanti. Questo privilegio di aver diritto ad armi nucleari accompagnato dall’esenzione dal rispetto della legislazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e del Trattato di Non-Proliferazione (TNP) deriva dagli altri privilegi di cui sopra e in ultima analisi dalla protezione e copertura della potenza statunitense.

In ottavo luogo, il Mondo Libero è rimasto inorridito all’idea che l’Iran possa mettersi in condizione di acquisire armi nucleari in un prossimo futuro. L’Iran, naturalmente, è stato minacciato di «cambiamento di regime», di bombardamenti ed altri attacchi sia dagli Stati Uniti, sia da Israele, ma il comportamento dell’Iran si contrappone al regime di privilegio secondo il quale solo Israele (e la superpotenza che lo finanzia) hanno un problema di sicurezza e il diritto all’autodifesa; gli altri, come i palestinesi della Cisgiordania, devono accettare una posizione di inferiorità, forte insicurezza, la pulizia etnica e muri e  politiche di apartheid. Altri ancora, come l’Iran, devono vedersela con le minacce di attacchi e sanzioni per essersi impegnati in azioni legali e forse per cercare di dotarsi di mezzi nucleari di autodifesa, senza l’aiuto del Mondo Libero che segue attivamente una politica di appeasement nei confronti degli Stati Uniti e del suo cliente mediorientale. E così Israele non solo ha un privilegio nucleare, è riuscito anche a fare in modo che il Mondo Libero lo aiuti a monopolizzare quel privilegio nel Medio Oriente, il che, naturalmente, gli dà ancora più ampia libertà di continuare la pulizia etnica.

In nono luogo, Il Mondo Libero è stato sconvolto dalla vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 26 gennaio 2006. Si ritiene diffusamente che questo può disturbare il «processo di pace» e George Bush non è pronto a negoziare con un gruppo che usa la «violenza»! La violenza, tuttavia, è la specialità di Bush e degli Stati Uniti, con tre importanti aggressioni negli ultimi sette anni e un programma apertamente annunciato di dominio basato sulla superiorità militare; in quanto alle operazioni di Israele in Palestina, esse sono violente ben al di là di qualsiasi cosa siano riusciti a fare in risposta i palestinesi, sebbene secondo la ridicola partigianeria  dell’Occidente l’«attentato suicida» è orripilante mentre le «uccisioni mirate non lo sono, (se invece i palestinesi avessero la capacità di uccidere in modo mirato i dirigenti israeliani chi dubita che anche questo non sarebbe orripilante?) Ma così come la parola «terrorismo» non si può applicare alle azioni degli Stati Uniti e del suo cliente israeliano, allo stesso modo non può essere fatto per l’offensiva parola «violenza». Questi Stati si limitano a fare «ritorsioni» e usano la violenza in modo riluttante per «autodifesa» e sempre con le migliori intenzioni al servizio della loro «sicurezza» e dei loro fini umanitari  - e l’Occidente si beve tutto questo.

Hamas ha visto crescere la sua popolarità perché Fatah e i suoi dirigenti non son riusciti a fermare il processo di pulizia etnica e si sono dimostrati incapaci di fermare la progressiva miseria dei palestinesi, con Israele che non ha dovuto far altro che calpestare i dirigenti di Fatah e far fallire completamente il periodo in cui sono stati in carica. Hamas in verità ricevette dei fondi da Israele anni fa, il quale perseguiva l’obiettivo di dividere i palestinesi e indebolire il partito laico di Fatah. Israele riuscì in questo, ma ora che un gruppo islamico ha preso il potere lo stato ebraico e il suo protettore troveranno un’altra ragione per evitare di giungere a qualsiasi accordo finale negoziato con i palestinesi, che hanno votato per un partito che non rifugge dalla violenza come hanno fatto Sharon e Bush! Hamas si rifiuta anche di disarmarsi e insiste sul diritto di difendere il suo popolo contro una occupazione finalizzata ad una spietata pulizia etnica, ma in Occidente questo è irragionevole dal momento che solo una parte ha il diritto di armarsi, di auto-difendersi e di preoccuparsi per la propria «sicurezza». Non c’è diritto alla resistenza in questo caso di avvizziti istinti morali.

Il «processo di pace» è il supremo sviluppo dell’assurdo Orwelliano; io così lo definii qualche anno fa, in un dizionarietto del Doublespeak: E’ processo di pace “qualsiasi cosa il governo americano si trovi a fare o sostenere in una regione di conflitto in un determinato momento. Non è necessario che si concluda con la cessazione del conflitto o che si sviluppi, nel breve o lungo periodo, in durature operazioni di pacificazione.” Così il «processo di pace» in Palestina, accettato fermamente o sostenuto attivamente dal governo americano, è stato caratterizzato dall’intensificarsi della pulizia etnica, la distruzione dell’infrastruttura palestinese, lo stanziarsi di circa 450 000 coloni ebraici in Cisgiordania, la costruzione di un muro di apartheid e l’impossessarsi da parte di Israele di gran parte di Gerusalemme Est – in altre parole: l’imposizione per mezzo di terrorismo di stato di «fatti sul terreno» sufficienti a rendere impensabile qualsiasi tipo di efficiente Stato palestinese. Ma per gli organi di propaganda del Mondo Libero, vi è stato un «processo di pace» significativo in marcia, un processo che l’elezioni vinte da Hamas potrebbero interrompere![10]

Come possiamo spiegare l’abominio di questa ipocrisia?

Tutto questo è successo perché la dirigenza israeliana ha voluto conquistare un lebensraum per il popolo eletto, gli indigeni palestinesi si sono opposti e si è dovuto cacciarli, gli israeliani sono stati in grado di fare ciò grazie al decisivo aiuto militare e diplomatico degli Stati Uniti. Questo processo si è alimentato da sé. Cioè, ogni eventuale resistenza violenta dei palestinesi, insieme alla relativa debolezza e vulnerabilità del popolo palestinese, ha esacerbato la base razzista del progetto di pulizia etnica, facendo crescere la sua crudeltà nel corso degli anni, sostenuta dalla scelta recente da parte degli israeliani di un grande criminale di guerra alla testa del governo. Il sostegno e la protezione americana di questo progetto sono stati decisivi, dal momento che hanno impedito qualsiasi efficace risposta internazionale ad una politica che viola i principi basilari della morale e della legge, che qualora fosse condotta da uno stato preso di mira porterebbe a bombardamenti e processi per crimini di guerra.[11]

Il ruolo degli Stati Uniti, e la neutralizzazione di qualsiasi «istinto morale» negli stessi Stati Uniti, deriva in parte da considerazioni geopolitiche e dal ruolo di Israele come agente per procura, che fa rispettare gli interessi americani, e in parte dall’abilità della lobby pro-israeliana e del suo elettorato di base e dai sostenitori della destra cristiana di intimorire i Media e la politica affinché sostengano tacitamente o apertamente il progetto di pulizia etnica. Le tattiche della lobby includono lo sfruttamento del senso di colpa, in riferimento all’Olocausto, l’equazione che ogni critica alla pulizia etnica israeliana equivale ad «antisemitismo» insieme a intimidazioni dirette e tentativi di soffocare critiche e dibattito[12] - sforzi che si intensificano quando il processo di pulizia etnica aumenta in malvagità.

Questi sforzi sono stati favoriti dai fatti dell’11 settembre e dalla «guerra contro il terrore», che hanno contribuito a demonizzare gli arabi e a rendere la politica di Israele parte di quella cosiddetta guerra.  La lobby e i suoi rappresentanti nell’amministrazione Bush sono stati gli entusiasti sostenitori dell’aggressione contro l’Iraq ed ora lottano con forza per ottenere una guerra contro l’Iran – in realtà la lobby è l’unico settore della società americana che chiede a gran voce un confronto armato con l’Iran ed è già da tempo impegnata in una grande campagna per convincere Bush e il Congresso affinché gli Stati Uniti prendano l’iniziativa. La guerra contro l’Iraq ha fornito un’eccellente copertura ad Israele per l’intensificazione della pulizia etnica in Palestina, e un’altra guerra, malgrado i seri rischi che comporta, potrebbe aiutare a compiere un’ulteriore balzo nella pulizia etnica è forse anche il «trasferimento» di una popolazione che pone una «minaccia demografica».

Il modo di comportarsi della «comunità internazionale» di fronte al progetto di pulizia etnica è stato vergognoso. Favorevolissimo ad una guerra e al processo dei cosiddetti cattivi nella ex-Yugoslavia, dove gli Stati Uniti si erano accontentati di opporsi, selettivamente, alla pulizia etnica,  l’Unione Europea, Kofi Annan, la maggior parte delle ONG, e gli Stati arabi, si sono comportati da vigliacchi quando si trattava di sanzionare Israele; il loro «istinto morale» è stato paralizzato dall’attaccamento che gli Stati Uniti hanno per Israele, dalla forza di Israele e della sua diaspora, dallo sfruttamento del senso di colpa per l’Olocausto e, nell’UE, dal pregiudizio razzista sopravvissuto al suo passato coloniale ed esacerbato dalle ondate di propaganda che mettevano al primo posto gli «attentati suicidi» e all’ultimo le uccisioni mirate, la massiccia, illegale e brutale oppressione dei palestinesi, il furto della loro terra.

La negazione dell’Olocausto è riprovevole, ma nell’attuale contesto politico è confinata ad elementi marginali e non ha un impatto reale, eccetto che fornisce forse un diversivo per coloro che sono impegnati nella «negazione della pulizia etnica», la quale, per quanto riguarda Israele, è un’operazione reale e diffusa tra le elite occidentali ed ha serie conseguenze.

Conclusioni

La Palestina è un’area di crisi di suprema importanza, dove un popolo praticamente indifeso è stato oppresso, umiliato, ridotto in miseria e sottoposto ad un processo di dislocazione in favore di coloni protetti da una mastodontica macchina militare, protetta e rifornita, volta a volta, dagli Stati Uniti, con il tacito consenso, se non di più, del resto del Mondo Libero. La grossa preoccupazione per il Mondo Libero ora è la seguente: vorrà Hamas starsene buona e accettare la pulizia etnica (ancora attivamente in opera) ed un eventuale status di bantustan, nella migliore delle ipotesi? o metterà in pratica la sua minaccia di resistere e si darà al «terrorismo»?  Il potere e il razzismo hanno neutralizzato in Occidente l’«istinto morale» nei confronti di questo caso molto importante.

La Palestina è effettivamente un caso molto importante; in parte perché diversi milioni di palestinesi vengono ridotti alla miseria in un tragico sistema di violenza a cui gli Stati Uniti e la comunità internazionale potrebbero porre un termine molto facilmente con un semplice «basta!» rivolto a Israele, ponendo fine agli aiuti e minacciando eventuali sanzioni. Ma nel Mondo Libero le cause del problema non sono considerate l’occupazione e la pulizia etnica, piuttosto invece la resistenza ai soprusi. Questa prospettiva è stupida e immorale; è in realtà una giustificazione del sostegno razzista e politicamente opportunista che l’Occidente dà al progetto di pulizia etnica.

La situazione in Palestina è molto importante anche perché centinaia di milioni di arabi e oltre un miliardo di persone di fede islamica, e miliardi altre persone, interpretano il trattamento che l’Occidente riserva ai palestinesi come il riflesso di un atteggiamento razzista e colonialista verso gli arabi, i musulmani e più in generale i popoli del Terzo Mondo. E’ un magnifico congegno che produce terrorismo anti-occidentale, ma anche, cosa più importante, un congegno che produce profonda rabbia, odio e sfiducia verso l’Occidente e la sua causa. E’ un cancro che fa presagire disgrazie per il futuro della condizione umana.

 


[1] David Rieff, A New Age of Liberal Imperialism?, World Policy Journal, estate 1999, Ignatieff è citato da Rieff. (<<)

 

[2] Vedi Susan Woodward, Balkan Tragedy, Brookings, 1995; Diana Johnstone, Fools’ Crusade, Pluto and Monthly Review, 1999; David Owen, Balkan Odyssey, Harcourt Brace, 1995; Leonard J Cohen, Serpent in the Bosom: The Rise and Fall of Slobodan Milosevic,Westview, 2001. (<<)

 

[3] L’integrazione dei servizi segreti occidentali e degli «esperti», inclusi quelli del Sud Africa dell’apartheid, è descritta nel libro di Edward Herman e di Gerry O’Sullivan The Terrorism Industry, Pantheon, 1990. (<<)

 

[4] Per una buona illustrazione di questo processo di spoliazione, brutalizzazione e immiserimento vedi Noam Chomsky, The Fateful Triangle, South End, 1999, cap. 8; Kathleen Christison, The Wound of Dispossession, Ocean Tree Book, 2003; Norman Finkelstein, Beyond Chutzpah, University of California, 2005, Part 2; Michel Warschawsky, Toward an Open Tomb, Monthly Review, 2004, Jeff Halper, Despair: Israel’s Ultimate Weapon, Center for Policy Analysis on Palestine, 28 marzo 2001, ( http://www.thejerusalemfund.org/carryover/pubs/20010328ib.html ); e Jeff Halper, The 94 Percent Solution: A Matrix of Control, Middle East Report, ( http://www.merip.org/mer/mer216/216_halper.html ), autunno 2000. (<<)

 

[5] Noam Chomsky, Pirates &Emperors, Claremont Research, 1986, Cap. 2; Noam Chomsky, The Fateful Triangle, South End, 1999, cap. 9. (<<)

 

[6] Yehoshua Porath, un esperto israeliano del movimento nazionale palestinese, ha scritto in Ha’aretz il 25 giugno del 1982 “Mi sembra che la decisione del governo [di invadere il Libano] ... è la conseguenza proprio del fatto che il cessate il fuoco è stato rispettato [dai palestinesi]”. Per maggiori dettagli, vedi Noam Chomsky, The Fateful Triangle, South End, 1999, p. 198-209. (<<)

 

[7] Nel giudizio richiesto dal Pubblico Accusatore Radislav Krstich del 2 agosto 2001 (IT-98-33-T),  ( http://www.un.org/icty/krstic/TrialC1/judgement/index.htm ), Sezione G, «Genocidio» (http://www.un.org/icty/krstic/TrialC1/judgement/krs-tj010802e-3.htmIIIG ), approx. pars. 589-595, ed anche nota 1306, il Tribunale si richiamò a una “Risoluzione del 1982 dell’Assemblea Generale dell’ONU che l’assassinio di almeno 800 palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila quell’anno fu «un atto di genocidio».” La Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU era denominata «La situazione in Medio Oriente» (A/RES/37/123), Sezione D, 16 dicembre 1982 ( http://www.un.org.documents/ga/res/37/a37r123.htm ). (<<)

 

[8] Citazione di Gerald Steinberg, studioso della politica israeliana, in Chris Mc Greal, Worlds Apart, Guardian, 6 febbraio 2006 ( http://www.guardian.co.uk/israel/Story/0,,1703245,00.html ). Un recente articolo di Ha’aretz basato su un rapporto dei gruppi per i diritti umani B’tselem e Bimkom afferma e dimostra che “la principale considerazione per il tracciato di numerosi segmenti del muro è solo l’espansione degli insediamenti” ( http://www.haaretz.com/hasen/spages/685938.html ) (<<)

 

[9] In realtà anche dalla Gran Bretagna. Recentemente anche la Germania ha contribuito ad armare ancora più pericolosamente Israele, fornendogli sottomarini capaci di portare missili con testate nucleari (ndt). (<<)

 

[10] Vedi Washington’s Peace Process,  in Chomsky, The Fateful Triangle, capitolo 10. (<<)

 

[11]   Slobodan Milosevic fu incriminato dal Tribunale sulla Yugoslavia, il 22 maggio 1999, per responsabilità di dirigente, per la morte di 344 albanesi kosovari, quasi tutti uccisi in seguito all’inizio di una guerra di bombardamenti da parte della NATO il 24 marzo 1999; Sharon, invece, fu considerato, persino da una commissione israeliana, responsabile del massacro di Sabra e Chatila, nel quale furono massacrati più del doppio di palestinesi, per la maggior parte donne, bambini ed anziani. Ma come abbiamo già notato in questo articolo, Sharon è soggetto a sistemi diversi di giudizio e trattamento. (<<)

 

[12] Vedi Johan Wallach Scott, Middle East Studies Under Siege, The Link, gennaio-marzo 2006. (<<)  


http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=543 

La realtà di questi barbari attentati

Robert Fisk

The Independent

8 Luglio 2005

 

 

"Se bombarderete le nostre città", ha detto Osama bin Laden in uno dei suoi ultimi videomessaggi, "noi bombarderemo le vostre". Eccovi accontentati, come si sul dire. Era perfettamente chiaro che la Gran Bretagna sarebbe stata un bersaglio sin da quando Tony Blair decise di partecipare alla "guerra contro il terrore" di George Bush ed alla sua invasione dell'Iraq. Siamo stati avvertiti. Il vertice del G8 era stato ovviamente scelto, con ampio anticipo, come il Giorno dell'Attacco.

E non serve a niente che Blair ieri ci abbia detto che "loro non riusciranno mai a distruggere quello che ci è caro". "Loro" non stanno cercando di distruggere quello che ci è caro. Loro stanno cercando di far sì che l'opinione pubblica costringa Blair a ritirarsi dall'Iraq, dalla sua alleanza con gli Stati Uniti, e dalla sua adesione alla strategia di Bush in Medio Oriente. Gli Spagnoli hanno pagato il prezzo del loro sostegno a Bush - ed il conseguente ritiro della Spagna dall'Iraq ha provato che le bombe di Madrid hanno raggiunto l'obiettivo - mentre gli Australiani sono stati colpiti a Bali.

È facile per Tony Blair qualificare gli attentati di ieri come "barbari" - certo che lo sono - ma cos'erano allora le vittime civili dell'invasione anglo-americana dell'Iraq nel 2003, i bambini dilaniati dalle mine antiuomo, gli innumerevoli innocenti iracheni abbattuti ai posti di blocco militari americani? Quando essi muoiono, è un "danno collaterale"; quando "noi" moriamo, è "barbaro terrorismo".

Se noi stiamo combattendo l'insurrezione in Iraq, cosa ci fa credere che l'insurrezione non possa giungere fino a noi? Una cosa è certa: se Tony Blair crede veramente che "combattendo il terrorismo" in Iraq si possa proteggere in maniera più efficiente la Gran Bretagna - bisogna combatterli nel loro paese piuttosto che lasciarli venire qui, come ha affermato ripetutamente Bush - questo argomento non è più valido.

Sincronizzare lo scoppio di queste bombe con il vertice del G8, quando il mondo era concentrato sulla Gran Bretagna, non è stato un colpo di genio. Non c'era bisogno di avere un dottorato per essere in grado di scegliere l'occasione di una nuova stretta di mano tra Bush e Blair per bloccare una capitale con gli esplosivi e massacrare più di 30 dei suoi cittadini. Il vertice del G8 è stato annunciato così in anticipo da dare, agli attentatori, tutto il tempo di cui avevano bisogno per prepararsi.

Una strategia coordinata di attacchi, come quella che abbiamo visto ieri, ha richiesto mesi di preparativi - per individuare case sicure, preparare gli esplosivi, identificare gli obiettivi, scegliere gli attentatori, l'ora, il minuto, per pianificare le comunicazioni (i telefoni cellulari sono rintracciabili e dunque costituiscono facili prove). La coordinazione e la pianificazione sofisticata - nonché la consueta toltale indifferenza nei confronti delle vite degli innocenti - sono caratteristiche di al-Qa'ida.

E adesso cerchiamo di riflettere sul fatto che ieri, il giorno dell'apertura del G8, un giorno così critico, un giorno così sanguinoso, ha rappresentato il fallimento totale dei nostri servizi di sicurezza - formato dagli stessi "esperti" dei servizi segreti che pretendevano ci fossero armi di distruzione di massa in Iraq quando invece non ce n'erano, ma che non sono riusciti a scoprire un complotto di mesi per uccidere i londinesi.

Treni, aeroplani, autobus, automobili, metropolitane. I mezzi di trasporto appaiono come i punti forti dell'oscuro talento di al-Qa'ida. Nessuno può ispezionare tre milioni di pendolari ogni giorno. Nessuno può fermare ogni turista. Alcuni pensavano che l'Eurostar avrebbe potuto esser un bersaglio di al-Qa'ida - siamo sicuri che loro hanno studiato questa possibilità - ma perchè cercare un obiettivo prestigioso quando qualsiasi bus o vagone della metropolitana sono lì a disposizione?

E poi ci sono i musulmani della Gran Bretagna, che da tempo temevano questo momento. Adesso ogni mussulmano diventa il "solito sospetto", l'uomo o la donna dagli occhi scuri, l'uomo con la barba, la donna velata, la ragazza che dice di aver subito discriminazioni razziali.

Mi ricordo, mentre attraversavo l'atlantico l'11 settembre 2001 - il mio volo invertì la rotta all'altezza dell'Irlanda, quando gli Stati Uniti chiusero il loro spazio aereo - che il commissario di bordo ed io facemmo un giro dell'abitacolo per vedere se potevamo identificare qualche passeggero sospetto. Ne trovai almeno una dozzina, che erano, ovviamente, uomini del tutto innocenti che avevano occhi marroni o lunghe barbe, o che mi avevano guardato "con ostilità". E fu così che, in pochi secondi, Osama bin Laden trasformò il simpatico, liberale, amichevole Robert in un razzista anti-arabo.

E questo è uno degli obiettivi degli attentati di ieri: dividere gli inglesi mussulmani da quelli non mussulmani, con il fine di incoraggiare proprio quel tipo di razzismo che fa così indignare Tony Blair.

Ma qui sta il problema. Continuare ad affermare che i nemici della Gran Bretagna vogliono distruggere "tutto quello che ci è caro" incoraggia il razzismo; ciò con cui ci stiamo confrontando ora è un attacco specifico, diretto, concentrato su Londra e che è il risultato della "guerra al terrore" in cui Lord Blair ci ha incastrati.

Traduzione di Giulia Sandri


da: www.rebelion.org  -23-06-2005
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=16867 
23/06/2005

L’ex capo della squadra d’ispettori ONU incaricata di indagare sulle armi di distruzione di massa in Iraq, sostiene che Bush sta utilizzando dei gruppi terroristici persiani per portare attentati in Iran, oltre ad allestire basi militari per attaccare quel paese dall’Azerbaiján

La guerra USA contro l'Iran è già cominciata


Scott Ritter
Al-Jazeera



Gli statunitensi cominciano solo ora a scoprire la spiacevole realtà delle menzogne che il presidente George Bush ha propinato loro non solo sulle armi di distruzione di massa in Iraq, quella che è stata la scusa per l’invasione del marzo 2003 e l’occupazione militare, ma scoprono anche la verità sullo stesso percorso che ha portato alla guerra.
Il 16 ottobre 2002, il presidente Bush al popolo statunitense dichiarò: “..non ho ordinato l’uso della forza. Spero che l’uso della forza non sia necessario."
Ora sappiamo che quella dichiarazione fu una bugia, sappiamo che il presidente alla fine dell’agosto 2002 aveva, in realtà, già approvato l’ordine d’esecuzione autorizzando le forze armate a cominciare le operazioni militari attive nell’Iraq, e che quell’ordine ebbe come preludio le operazioni aeree del settembre del 2002, quando l’USAAF, con l’appoggio della RAF britannica, cominciò l’escalation dei suoi bombardamenti nella cosiddetta “no fly”, la zona interdetta all’aviazione in Iraq.

Queste operazioni avevano l’obiettivo di indebolire le capacità di difesa aerea, comando e controllo dell’Iraq. Preparavano anche la strada per l’intervento di unità di Operazioni Speciali, che realizzarono azioni di ricognizione strategica, e in seguito azioni dirette contro obiettivi specifici in Iraq. Tutto questo ben prima dell’inizio ufficiale delle ostilità, il 19 marzo 2003,
perché il presidente Bush aveva firmato un’autorizzazione segreta fin dalla primavera 2002, che autorizzava la CIA e le Forze Speciali a collocare unità clandestine all’interno dell’Iraq col proposito di eliminare Saddam Hussein.

La guerra all’Iraq era dunque già cominciata agli inizi dell’estate del 2002, se non prima.
Infatti, la violazione dello spazio aereo di una nazione sovrana è già di per sé un atto di guerra. Ma la guerra con l‘Iran è già andata molto più lontano dalla fase della ricognizione strategica.
La linea cronologica degli eventi ha ramificazioni che vanno ben oltre le rivalità della politica del passato. C’è un curriculum di precedenti da parte dell'amministrazione Bush di cui si deve tenere conto, considerando gli attuali eventi rispetto alle relazioni USA - Iran. Così come accadde per l’Iraq prima del marzo 2003, l'amministrazione Bush ora parla del suo desiderio di risoluzione “pacifica” del problema iraniano.

Ma i fatti parlano di un’altra agenda, quella della guerra e dell’eliminazione con l’uso della forza del regime teocratico che attualmente ha le redini del potere a Teheran.
Come nel caso dell’Iraq, il presidente sta preparando la strada per il condizionamento del pubblico statunitense con una campagna mediatica ossequiante una politica di cambiamento di regime in Iran, vincolando il regime degli ulemas con un “asse del male”, che comprenderebbe l’appena “liberato” Iraq e la Corea del Nord, e parlando della necessità assoluta di estendere la “democrazia” al popolo iraniano.

La “liberazione” e l’estensione della “democrazia” si sono trasformate in due termini di codice non troppo sottili che significano militarismo e guerra, nella cabala neoconservatrice che formula ed esegue la politica estera statunitense.
Solo per l’intensità della retorica circa la pretesa “liberazione e democrazia”, gli statunitensi dovrebbero aver già capito che l’Iran è il prossimo obiettivo della politica illegale di cambiamento di regime che è voluto dall’amministrazione Bush.
Ma gli statunitensi, e così gran parte del resto del mondo, continuano ad essere mantenuti in un falso senso di compiacenza per il fatto che non sono ancora cominciate le operazioni militari convenzionali tra Stati Uniti ed Iran. Per ciò, molti insistono nella falsa speranza che un’estensione dell’attuale pazzia in Iraq possa essere posticipata o paralizzata nel caso dell’Iran. Ma è un sogno pazzesco.

La realtà è che la guerra USA contro l’Iran è già cominciata. Mentre scriviamo queste righe si eseguono voli statunitensi su territorio iraniano utilizzando aeroplani teleguidati ed altre tecnologie più avanzate. La violazione dello spazio aereo di una nazione sovrana è di per sé un atto di guerra. Ma la guerra contro l’Iran è già andata molto oltre la fase della ricognizione.
Il presidente Bush ha approfittato degli ampi poteri che gli furono concessi dopo l’11 di settembre 2001, per lanciare una guerra globale contro il terrore e per iniziare varie operazioni offensive clandestine in Iran.

Le più visibili di queste azioni sono quelle della CIA, intraprese recentemente dai Muyahidín il-Khalq, o MEK, un gruppo oppositore iraniano che prima era diretto dai servizi segreti di Saddam Hussein, ma che ora lavora esclusivamente per CIA. È un’amara ironia che la CIA stia utilizzando un gruppo che è classificato come organizzazione terroristica, un gruppo allenato nell’arte dell’assassinio con esplosivi dalle stesse unità d’intelligence del regime di Saddam Hussein, quelle che stanno ammazzando soldati statunitensi in Iraq, per realizzare attentati in Iran del tipo che l’amministrazione Bush condanna quotidianamente in Iraq.

Forse il detto che “il combattente per la libertà di uno è il terrorista dell’altro” ha finito con l’essere adottato dalla Casa Bianca, mettendo in evidenza l’estrema ipocrisia di tutte le nozioni soggiacenti che governano l’attuale cosiddetta “guerra globale contro il terrore”.
Ma la campagna della CIA di attentati terroristi dei MEK in Iran non costituisce l’unica azione in corso contro l’Iran.

Nel nord, nel vicino Azerbaiján, i militari USA preparano una base di operazioni per una massiccia presenza militare che precederà un’importante campagna terrestre al fine di catturare Teheran.
L’interesse del segretario della difesa, Donald Rumsfeld, per l’Azerbaiján potrà essere sfuggito all’attenzione dai media occidentali con i paraocchi, ma la Russia e le nazioni del Caucaso comprendono troppo bene che le carte sono state già state ripartite rispetto al ruolo dell’Azerbaiján nella prossima guerra contro l’Iran.
I vincoli etnici tra gli azeri del nord dell’Iran e dell’Azerbaiján furono sfruttati per molto tempo dall’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, e questo veicolo per la manipolazione interna è stato sfruttato anche dagli agenti paramilitari della CIA e dalle le unità di Operazioni Speciali USA, che si allenano insieme a forze azerbaijane per formare unità speciali capaci di operare dentro l’Iran, col proposito di realizzare azioni dirette, e mobilitare l’opposizione locale contro gli ulemas a Teheran.

Ma questo è solo uno degli usi che hanno pianificato per l’Azerbaiján. Aeroplani militari USA operando da basi avanzate in Azerbaiján dovranno partire da una distanza molto più breve per attaccare gli obiettivi in ed attorno a Teheran. In realtà, una volta incominciate le ostilità militari,
il potere aereo USA grazie a tale posizione strategica potrà mantenere una presenza di quasi 24 ore al giorno sullo spazio aereo di Teheran.
Gli Stati Uniti non dovranno considerare l’impiego di piani del tempo della Guerra Fredda che prevedevano la mobilitazione contro Teheran dalle città del Golfo Pesco di Chah Bahar e Bandar Abbas. Unità della Marina potranno prendere quelle località per proteggere il vitale Stretto da Hormuz, ma è stata eliminata la necessità di avanzare dall’interno.
Ora esiste una rotta molto più breve a Teheran: la strada costiera che va dal Mar Caspio allo Azerbaiján, e da qui a Teheran.

Le agende militari USA hanno già iniziato i giochi di guerra che prevedono lo spiegamento di forze nello Azerbaiján. La pianificazione logistica è anticipata rispetto al dislocamento fisico di basi di potere aereo e terrestre USA in Azerbaiján.
Visto che il grosso dell’appoggio logistico e della capacità di comando e controllo necessari per realizzare una guerra contro l’Iran è stato già dispiegato nella regione grazie alla massiccia presenza in Iraq, il tempo di preparazione per una guerra contro l’Iran sarà considerevolmente ridotto in paragone coi programmi accelerati che si videro rispetto all’Iraq nel 2002-2003.
Gli USA e le nazioni occidentali continuano ossessionate dall’attuale tragedia e disastro che è l’Iraq. Finalmente si comincia a vedere un dibattito necessario negli Stati Uniti e altrove circa la guerra contro Iraq e la fallita occupazione. Questo fatto dovrebbe rappresentare un cambiamento positivo. Ma se sono tutti occupati a guardare verso il passato, molti non intravederanno il crimine che sta per essere ripetuto dall’amministrazione Bush in Iran - una guerra illegale di aggressione, basata su premesse false, realizzata con poca considerazione per il popolo dell'Iran e quello degli Stati Uniti.

La maggioranza degli statunitensi, insieme alla parte dominante dei media nordamericani, se ne stanno lì, di fronte a palesi segnali di guerra ad aspettare un qualche tipo di dichiarazione formale di ostilità, un momento mediatico come quello del 19 marzo di 2003.
Ora sappiamo che la guerra era cominciata molto prima. Allo stesso modo, la storia mostrerà che la guerra USA contro l’Iran non inizierà con una dichiarazione formale simile da parte dell’amministrazione Bush, ma che era già stata preparata nel giugno del 2005, quando la CIA aveva iniziato il suo programma di attentati terroristi dei MEK in Iran.

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Scott Ritter è il capo degli ispettori dell’ONU in Iraq, 1991-1998, ed autore di “l’Iraq Confidential: The Untold Story of America's Intelligence Conspiracy," che sarà pubblicato da I B Tauris nell’ottobre 2005.
Le opinioni espresse sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale
o sono girate da Al-Jazeera.
http://english.aljazeera.net/NR/exeres/7896BBD4-28AB-48BA-A949 -


traduzione dallo spagnolo di FR


http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=23108&PHPSESSID=e4f8d785de5e15cc9b18ca38b13eb674

SE NON È GENOCIDIO...


 di DOM ARMAND VEILLEUX



LA DURA CONDANNA DI UN RELIGIOSO BELGA CONTRO LA POLITICA DI ISRAELE E L’IMMORALITÀ DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE.

DOM ARMAND VEILLEUX, ABATE DELL’ABBAZIA CISTERCENSE DI SCOURMONT, IN BELGIO, È L’AUTORE DI QUESTO ARTICOLO, APPARSO SUL SITO WEB DELLA RETE CATTOLICA, CON BASE IN CANADA, “CULTURE ET FOI”. TITOLO ORIGINALE: “L’IMMORALITÉ DE LA COMMUNAUTÉ INTERNATIONALE”


L’assenza quasi totale di reazione della comunità internazionale davanti ai metodi crudeli e barbari cui sta facendo ricorso in questi giorni lo Stato d’Israele contro il popolo palestinese è un esempio flagrante dell’assenza sempre più totale di rispetto per i valori morali o, più semplicemente, dell’assenza di moralità in seno alla comunità internazionale.
I Paesi dell’Europa e dell’America del Nord si fregiano della democrazia e hanno iniziato a farne dono al resto del mondo, in particolare alla parte del pianeta ricca di petrolio, salvo imporre questo regalo con la voce delle armi, a prezzo di distruzioni massicce delle infrastrutture materiali, senza contare le enormi perdite in termini di vite umane.
A partire dal momento in cui l’economia neoliberista si è imposta come valore fondamentale dei Paesi che si credono sviluppati, dove tutti gli altri valori sono stati infine a questo sottomessi, praticamente ogni valore morale è scomparso dalle relazioni fra gli uomini e soprattutto fra i popoli.
Abbiamo assistito, nel corso degli ultimi anni, a tutta una serie di movimenti democratici “teleguidati” secondo un metodo messo a punto dalla Cia e promossi da tutta una serie di organizzazioni che le servono da copertura o che sono stati creati per fare il suo lavoro, in particolare The National Endowment for Democracy e le relative numerose filiali, come anche l’Open Society del miliardario George Soros.
Gli Stati Uniti hanno montato, nel 2000, una massiccia operazione sul piano diplomatico a mezzo stampa, un’armata di pollsters (sondaggisti ‘a servizio’, ndr) e decine di milioni di dollari per rovesciare Slobodan Milosevic in Serbia. Poiché nessuno piange la sua fine, si è dimenticato che il fine non giustifica i mezzi e si sono chiusi gli occhi sul fatto che l’intervento massiccio di una potenza straniera nella manipolazione di un processo elettorale costituiva un pericoloso precedente.
Lo stesso procedimento consente qualche anno dopo di rovesciare Edouard Shevardnadze in Georgia e di sostiuirlo con Mikhail Saakashvili, che non ha affatto la statura politica di uno Shevardnadze ma che ha la qualità di essere più filo-occidentale. Uno sforzo analogo impiegato dieci mesi più tardi per rovesciare Kustunica in Bielorussia è fallito. Anche in Ucraina sono stati impiegati tutti i milioni necessari e l'artiglieria pesante per fare in modo che Yuscenko fosse il vincitore malgrado Kuchma avesse preso più voti. Le campagne di protesta sono state organizzate appena qualche ora dopo l'inizio della votazione e i pollsters occidentali davano l'11% in più a Yuscenko ben prima che si chiudessero i seggi.
Lo stesso metodo ha sprofondato Haiti in un marasma ancora più tragico di quello che il Paese aveva conosciuto da generazioni ma è fallito in Venezuela, dove gli esperti americani hanno totalmente trascurato il sostegno della popolazione venezuelana che, nella sua stragrande maggioranza, continua ad essere riconoscente ad Hugo Chávez per averla liberata della lunga teoria di governi corrotti che avevano gettato il popolo nella miseria malgrado la manna del petrolio.
La lista di queste elezioni "democratiche" teleguidate dall'esterno non smette d'allungarsi, senza dimenticare, certamente, l'ultima elezione in Libano.
Quando la nazione palestinese, con una votazione svoltasi secondo tutte le regole della democrazia e sotto gli occhi di osservatori stranieri che ne hanno certificato la correttezza, elegge per sé un governo che non piace ai regimi di Tel Aviv e di Washington, la comunità internazionale rifiuta di riconoscere l'autorità di questo governo liberamente eletto. Non solo rifiuta di riconoscerlo, ma sottomette tutta la popolazione palestinese a sofferenze ancora più grandi di quelle che subisce da più di mezzo secolo. Concretamente, si tagliano tutti i sussidi (resi necessari da tempo a causa della distruzione sistematica dell'economia palestinese) e nessuno sembra trovare anormale che Israele rifiuti di versare al governo palestinese le tasse riscosse a suo nome e versate dai contribuenti palestinesi: cosa che, secondo il diritto civile, costituisce un furto puro e semplice.
Prima di riconoscere il governo di Hamas, la comunità internazionale vorrebbe che questo rinunciasse alla violenza. Bei sentimenti, senza dubbio! Ma si conosce un altro caso nella storia in cui si è creduto opportuno domandare ad un popolo occupato militarmente e attaccato militarmente praticamente tutti i giorni di rinunciare a difendersi? Certo, si può chiedere ai palestinesi di non attaccare i civili in Israele, ma perché nessuno osa chiedere anche ad Israele di cessare i suoi assassinii sistematici in Palestina, che sacrificano ogni volta un numero di civili più grande dei “sospetti” che intende far fuori con missili lanciati dall’alto in strade stipate di civili? D’altronde non c’è nessuno nella comunità internazionale che abbia il coraggio e il senso morale di ricordare ai governi che guidano Israele e Washington che la tradizione dei Paesi civili vuole che si arrestino e si giudichino le persone “sospettate” di crimini piuttosto che assassinarle prima di dimostrare il loro crimine. Evidentemente è impossibile a chiunque biasimare i dirigenti dello Stato di Israele, quali che siano, anche per il crimine più evidente contro il diritto internazionale, senza farsi trattare da antisemita; e, siccome nessuno desidera sentirsi affibbiare questo aggettivo, questo ricatto continua ad essere efficace anno dopo anno.
Come si può rimproverare ai dirigenti palestinesi di non controllare i gruppi estremisti che agiscono sul loro territorio o in Israele quando da decenni si fa di tutto per rendere il territorio palestinese assolutamente ingovernabile con attacchi e controlli militari incessanti, con la neutralizzazione delle vie di comunicazione fra le diverse parti del territorio, e con la distruzione massiccia e ripetuta di tutte le infrastrutture? Come si poteva rimproverare ad Arafat di non controllare la violenza in Palestina quando lo si teneva prigioniero nel suo rifugio mezzo distrutto e senza comunicazioni con l’esterno?
Si chieda pure ad Hamas di riconoscere lo Stato d’Israele; ma si domandi anche allo Stato d’Israele di smettere di impedire, come fa da più di mezzo secolo, la costituzione di uno Stato palestinese. Gli si chieda soprattutto di cessare la sua attività frenetica degli ultimi anni – la costruzione del muro della vergogna, in particolare – finalizzata a rendere praticamente impossibile in avvenire la realizzazione di uno Stato palestinese.
È normale che si reagisca al rapimento di un giovane soldato ebreo, ma è per stanchezza o per abitudine che nessuno fa niente di fronte al sequestro frequente di centinaia di palestinesi - fra i quali numerosi bambini - che imputridiscono nelle carceri di Israele? La reazione di estrema violenza al rapimento del giovane soldato da parte del governo dello Stato di Israele, che ha punito collettivamente la popolazione di Gaza privandola di elettricità ed acqua potabile e distruggendo gravemente le infrastrutture (ponti in particolare) sopravvissute ad attacchi precedenti, costituisce, in termini di diritto internazionale, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. L’arresto della quasi totalità dei membri del governo palestinese – da poco eletto democraticamente – è un gesto di follia arrogante reso possibile solo dalla convinzione dello Stato d’Israele di possedere agli occhi della comunità internazionale una completa immunità che lo autorizza a tutto, anche a ciò che viene considerato ‘terrorismo’ e ‘crimine contro l’umanità’ quando è fatto da altri.
Sono anche deluso dal fatto di vedere che le autorità della Chiesa cattolica, che hanno versato tanto inchiostro per difendersi da quelle che percepivano come accuse nell’immaginazione fertile di Dan Brown, l’autore del Codice da Vinci, ne hanno trovato ben poco per reagire al presente dramma. Gli inviti a riprendere i negoziati, genericamente indirizzati “a tutte le parti”, suonano vuoti come gli appelli a “contenersi” rivolti da George Bush a Israele.
Non mi faccio avvocato di alcuna violenza. Condanno e respingo tutte le violenze che divorano il Medio Oriente e che riguardano i popoli di Israele e della Palestina. Ma l’immoralità dei “due pesi, due misure” della comunità internazionale mi scandalizza e mi addolora. Continuo a rifiutare la parola “terrorismo”, il cui uso attuale è macchiato da una tremenda ipocrisia. Perché l’esplosione delle bombe umane in Israele sarebbe atto di terrorismo, e il lancio di bombe inumane sulla Palestina dall'alto no? Perché gli attacchi contro i soldati della sedicente “coalizione” in Afghanistan o in Iraq sarebbero terrorismo e la sorte inumana e illegale riservata alle vittime del carcere abietto di Guantánamo no?
In un precedente articolo ho utilizzato l’espressione “genocidio palestinese” che ha suscitato la sorpresa, lo scandalo e la collera di certuni. Conosco le definizioni – peraltro molto ampie e imprecise – di “genocidio” date da diversi documenti delle Nazioni Unite. Ma resta il fatto che la parola genocidio vuol dire etimologicamente l’atto o il tentativo di provocare la morte di una nazione (génos). Se il fatto di impedire sistematicamente, per più di mezzo secolo, ad un popolo di costituirsi in nazione e di avere un proprio Paese, il fatto di mantenere questo popolo – privato della maggior parte del suo territorio – in campi di rifugiati, dove regna una povertà abietta, e di sottometterlo ad umiliazioni costanti e sistematiche, a un’occupazione civile e militare e ad ogni sorta di abuso non può chiamarsi “genocidio”, che i linguisti mi inventino un neologismo, perché non esiste nessun’altra parola di nessuna lingua moderna per descrivere una tale situazione.



http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Agosto-2006/art22.html 

Fortunatamente abbiamo perso


Generali incompetenti, il più inetto comandante in capo della storia, obiettivi nebulosi, avversari preparati: la disfatta dell'esercito è la prova che non esistono soluzioni militari Un esercito schierato per anni contro ragazzini che lanciano pietre, decade. Questa guerra lo conferma


Uri Avnery


Allora, che è successo all'esercito israeliano? La domanda viene ormai posta non soltanto nel mondo, ma nella stessa israele. C'è chiaramente un abisso fra le arroganti millanterie dell'esercito, in mezzo alle quali intere generazioni di israeliani sono cresciute, ed il quadro che si presenta con questa guerra.
Prima che l'intero coro di generali pronunci le sue prevedibili recriminazioni di venir accoltellati alle spalle («E' l'esercito che ci ha legato le mani! I politici non ci hanno permesso di vincere! E' tutta colpa del governo!») vale la pena di esaminare questa guerra da un punto di vista militare. I fatti parlano da soli.
Al 33mo giorno di guerra, domenica, il Partito di Dio era ancora in piedi e combattivo. E già questo è di per se incredibile: una piccola organizzazione di guerriglieri, di poche migliaia di combattenti, che tiene testa ad uno dei più potenti eserciti del mondo pronto a «polverizzarla» e che non si spezza nenache dopo un mese. E' dal 1948 che gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania vengono ripetutamente battuti in guerre assai più brevi. Se in un match di boxe un peso-piuma lotta contro un peso massimo e al dodicesimo round è ancora in piedi, la vittoria è sua, qualunque sia punteggio finale.
Alla luce dei risultati, le capacità tattico-strategiche di Hezbollah sono state decisamente migliori delle nostre che finora sono state primitive, grezze e brutali. Hezbollah si era chiaramente preparato bene per questa guerra, mentre gli ufficiali israeliani si erano preparati per qualcosa di diverso. Per quanto riguarda i singoli combattenti, quelli di Hezbollah non sono certo inferiori ai nostri soldati, in coraggio né iniziativa.
Le principali colpe ricadono tutte sul generale Dan Halutz. Parlo di colpe, attenzione, non di responsabilità. Halutz è la prova vivente che non bastano un ego gonfiato ed un atteggiamento da bruto per creare un competente comandante in capo. Semmai, è vero l'opposto. Halutz si è guadagnato la fama (o la notorietà) quando gli chiesero cosa si provi a sganciare una bomba da una tonnellata sopra un quartiere civile e la sua risposta fu: «Un lieve sbalzo delle ali». Dopodichè aggiunse che sì, la notte ci dorme sopra molto bene. Era la stessa intervista nella quale definì me ed i miei compagni «traditori che andrebbero processati».
Allora oggi, ancora una volta, alla luce dei risultati appare quanto Dan Halutz sia il peggior comandante mai comparso negli annali dell'esercito israeliano, un ufficiale di completa incompetenza. Ultimamente ha anche cambiato la sua divisa blu dell'Aviazione in una tuta verde dell'esercito terrestre. Troppo tardi: Halutz ha cominciato questa guerra con la spacconeria di un ufficiale di aviazione, uno che credeva si potesse distruggere Hezbollah con i bombardamenti aerei, semmai supportati dall'artiglieria navale e terrestre. Credeva che distruggendo città, quartieri, strade e porti del Libano i libanesi si sarebbero ribellati e avrebbero imposto al proprio governo di disarmare Hezbollah.
Per una settimana ha ucciso e devastato finchè non è apparso lampante a tutti che con tali metodi si otteneva soltanto il contrario, che Hezbollah ne usciva rafforzato, mentre gli oppositori del Partito di Dio ne uscivano indeboliti sia in Libano che nel resto del mondo arabo, che Israele rischiava di distruggere il sostegno mondiale di cui gode.
A questo punto, Halutz non ha saputo più che fare. Per tre settimane ha continuato a mandare soldati in Libano per missioni insensate e senza speranza, senza guadagnarne niente. Neanche nelle battaglie combattute nei villaggi sul confine ci sono state vittorie significative. Quando, dopo quattro settimane, gli è stato chiesto di inoltrare al governo un qualche piano di guerra, ne ha proposto uno di una trivialità da non credere. Se il nemico fosse stato un esercito regolare, il piano sarebbe stato soltanto sbagliato: limitarsi a spingere più lontano il nemico non costituisce esattamente una grande strategia. Figuriamoci poi quando dall'altra parte c'è una guerriglia: è semplicemente stupido. Porta alla morte di numerosi soldati per nessun risultato pratico. Dopodichè ha provato ad ottenere una vittoria di consolazione, occupando spazi vuoti più lontano possibile dal confine, dopo che già l'Onu aveva chiesto di interrompere le ostilità (in quasi tutte le precedenti guerre israeliane è capitato che tale richiamo venisse inizialmente ignorato nel tentativo di acchiappare in extremis più terra possibile). Aldilà di questo confine, Hezbollah è rimasto più o meno intatto nei suoi bunker.
Comunque, il comandante generale Dan Halutz non agisce nel vuoto. Benchè goda di un gran potere, è soltanto l'apice della piramide. Questa guerra stende un'ombra oscura su tutto lo strato superiore del nostro esercito.
Più di una volta ho ripetuto che un esercito che abbia continuato ad agire per anni da forza di polizia coloniale contro la popolazione palestinese («terroristi», anche le donne e i bambini), passando il tempo ad inseguire ragazzini che lanciano pietre, non può conservarsi pienamente efficiente. Questa guerra lo conferma.
Anche i servizi segreti sono stati corrotti dalla lunga occupazione nei territori palestinesi. Si sono abituati a poter contare sulle migliaia di collaborazionisti e spie arruolati in 39 anni di torture, tangenti e estorsioni (tossicomani in cerca di droga, disperati che chiedevano un permesso per visitare la madre moribonda, ingordi che volevano la loro fetta e così via). Chiaramente non c'è stato verso di trovarsi dei collaborazionisti da Hezbollah, e senza collaborazionisti i servizi sono ormai come ciechi.
E' chiaro poi che l'intelligence, e più in generale l'esercito, non era preparato all'efficienza delle armi anticarro di Hezbollah. Incredibile a dirsi, ma stando alle cifre ufficiali sono stati colpiti più venti carri armati. Il carro Merkava è l'orgoglio del nostro esercito. Il suo creatore, il generale Israel Tal, non soltanto volle costruire il più avanzato dei tank al mondo, ma vole fornire alle proprie truppe la maggior protezione possibile. Adesso si scopre che bastano arsenali degli ultimi anni '80, facilmente reperibili e in gran quantità, a far fuori i nostri Merkava e uccidere i soldati al loro interno.
Finita questa guerra, il comandante in capo delle forze armate va rimosso ed il corpo degli ufficiali superiori va rivisto. Ma per questo occorre avere un ministro della difesa, non una marionetta del comandante in capo.
Come gente di pace, noi siamo molto interessati a un cambio di guardia all'interno dell'esercito. Prima di tutto per il suo enorme impatto nella politica visto che, come abbiamo visto, dei comandanti irresponsabili possono facilmente portare il governo ad avventure pericolose. Secondo, anche se dovessimo raggiungere la pace avremo bisogno di un esercito efficiente - almeno sinchè il lupo non giacerà presso l'agnello, come disse il profeta Isaia (e non come vorrebbe la versione israeliana: "Non c'è problema, basta metterci un agnello nuovo ogni volta").
La principale lezione di questa guerra, aldilà di qualsiasi analisi politica, rimane nelle cinque parole che abbiamo usato come primo slogan all'inizio di essa: «Non ci sono soluzioni militari!» Neanche un esercito efficiente può sconfiggere una organizzazione di guerriglieri, perché la guerriglia è un fenomeno politico. Anzi forse è vero il contrario: più forte l'esercito, più moderni gli arsenali, minori sono le possibilità di vincere il confronto. Il nosto è un conflitto politico, al nord come al centro e come al sud, e può essere risolto soltanto per vie politiche. L'esercito è il peggior strumento che si possa proporre per questo.
La guerra ci ha dimostrato che Hezbollah è un avversario forte e che qualunque soluzione politica per il nord dovrà includerlo. E poiché anche la Siria è un alleato forte, dovremo includere anch'essa. Ed anche per loro deve valere la pena di raggiungere un accordo, altrimenti non durerà. Il prezzo è la restituzione delle Alture del Golan. Quel che vale per il nord vale per il sud. L'esercito non sconfiggerà mai i palestinesi, poiché una simile vittoria è del tutto impensabile. Se vogliamo il bene dell'esercito, dobbiamo tirarlo via dal pantano. E se questo verrà compreso dalle coscienze degli israeliani, qualcosa di buono da questa guerra ne sarà venuto.
(trad. annalena di giovanni)


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/15-Agosto-2006/art2.html

Un primo passo
Rossana Rossanda


Credo che fossimo in molti, ieri mattina alle sette davanti al televisore: il cessate il fuoco nel sud del Libano ci sarebbe stato? Israele bombardava fino a un quarto d'ora prima. Soprattutto non è avvezza a stare alle delibere dell'Onu. Tre giorni fa il governo di Ehud Olmert aveva scagliato l'offensiva piu forte, facendo penetrare Tsahal per venticinque chilometri all'interno del territorio libanese. Invece alle sette sono cominciate a scorrere le prime immagini dei soldati tornati ragazzi che si abbracciavano, le armi non più puntate, le due parti facendo allegramente segni di vittoria - in realtà liberate per un momento dal dover uccidere e temere di essere uccisi...
Per il momento la guerra è ferma. Forse è finita. La risoluzione 1701 ha delle ambiguità, interdicendo soltanto operazioni «offensive» e qualcuno potrebbe ricominciare a sparare asserendo di difendersi. Israele ha dichiarato di iniziare il ritiro ma non sgombera tutto il territorio finché non vi saranno presenti le forze regolari libanesi e quelle di interposizione dell'Onu. E un conto è che gli Hezbollah accettino la risoluzione e il governo del Libano li confermi come forza poltica, un altro che vengano disarmati.
Ma qui la parola passa alla politica. Per la prima volta nella sua esistenza Tsahal non ha vinto - la guerra del 1967 era durata sei giorni, questa andava avanti da un mese di fronte a una resistenza che, manifestamente sottovalutata, non ha ceduto. Anzi, più di un opinionista osserva che la risoluzione delle Nazioni unite avrebbe offerto al governo Olmert, dopo avergli consentito due giorni in più di mano libera, una onorevole via d'uscita. Sta di fatto che Tsahal è stato fermato, ed è crollato un mito disastroso - che Israele potesse sempre imporre le sue soluzioni militari alle impasse politiche che crea e alimenta.
Non è più così. Da ieri hanno cominciato a bruciare le polemiche del leader del Likud, Netanyahu, contro il premier Olmert, il ministro della difesa Peretz e la ministra degli esteri Livni, che sarebbero stati troppo deboli. Ma i fatti sono fatti. Un indebolimento di Israele rispetto all'immagine di sé è innegabile, l'adesione all'inizio plebiscitaria alla guerra era stata infranta da qualche giorno dall'appello dei tre intelletuali, Yehoshua, Oz e Grossmann (che sabato, alla fine, ha perso al fronte il figlio ventenne) e il ripensamento di Peace Now. Anche a Washington da qualche giorno ribollono le acque. L'intera politica americana in Medio Oriente, dopo l'invasione dell'Afghanistan e specie dell'Iraq, viene in discussione. Unilateralismo e guerra preventiva - i due principi condivisi con i governi isrealiani - sono in scacco.
È il riscatto dell'Onu? Sembra eccessivo dirlo. Ma ha ragione Massimo D'Alema a osservare nell'intervista a Repubblica che, separandosi da quei due fatali assiomi, l'Onu può riavere un ruolo e per la prima volta l'Europa ha manifestato qualche intenzione di prenderselo. Anche partecipando maggioritariamente a una forza di interposizione, unico corpo militare ammissibile, che impedisca ulteriori degenerazioni in un mondo acerbamente conflittuale.
Non sono condivisibili le parole, altre volte ragionevoli, di Giulio Andreotti: pensiamoci, perché è una missione pericolosa. Certo che lo è. E forse più delle missioni codiste alle imprese di Bush finora consentite. Ma quelle avallavano, anche se ex post, un'aggressione, questa deve fermare un conflitto. Anche la sinistra radicale dovrebbe ammetterlo.
Se la tregua terrà, molto sarà da ricostruire. E non solo nel martoriato Libano. Finché resta aperta la spina del conflitto israelo-palestinese, che la Map Road è insufficiente a risolvere, il Medio Oriente sarà sempre sull'orlo del precipizio. La sanguinosa avventura libanese faccia riflettere.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/15-Agosto-2006/art24.html

«In Israele è in atto una controriforma»:

 parla l'intellettuale israeliano Michael Warschawski


La pace ha perso. Vi spiego perché


Sembra di assistere a un capovolgimento di valori: il campo laico si abbandona al fanatismo, quello religioso fa di tutto per non pronunciare discorsi confessionali Israele è una villa nel cuore della jungla, ha detto anni fa Ehud Barak. Si può mai intrattenere rapporti con la jungla? Questa è la guida della politica israeliana
Geraldina Colotti
Raggiungiamo a Gerusalemme l'analista politico Michel Warschawski, 57 anni, uno dei maggiori esponenti della sinistra radicale israeliana.


Lei è stato fra i primi israeliani a rifiutarsi di prestare servizio militare fuori dai confini e per questo, durante la guerra in Libano dell'82 è stato più volte in carcere. Qual è la sua analisi oggi?


Non si può comprendere questa guerra d'aggressione contro il Libano, né l'accanimento contro i palestinesi, in particolare a Gaza, fuori dal contesto della guerra permanente e preventiva intentata dai neoconservatori di Washington a livello mondiale e fatta propria da Tel Aviv. L'obiettivo è quello di imporre l'egemonia nordamericana nella regione a scapito di regimi come Siria e Iran e organizzazioni politiche di massa come Hamas e Hezbollah, identificate come terroristiche. Ma questa guerra è stata anche un laboratorio, in termini di strategia, tattica, e sperimentazioni di armi che Israele ha ricevuto in questi anni da Washington: anche armi sconosciute, come abbiamo appreso, tra l'altro, anche dal manifesto.


Nell'82, in Israele ci fu un forte movimento di opposizione alla guerra. Qual è invece la situazione oggi?


Anche oggi il movimento contro la guerra è attivo, ma purtroppo è minoritario, non riesce a esercitare egemonia. Al massimo mobilita 5-6.000 persone. Al suo interno, ci sono forze di sinistra o di estrema sinistra. La maggioranza ha meno di 25 anni. Sono quelli che si sono mobilitati nel corso di questi ultimi anni contro l'occupazione, che non hanno creduto alla propaganda secondo cui il processo di pace sarebbe fallito per colpa del «terrorismo palestinese», che hanno compreso la strategia di neocolonizzazione messa in atto dal governo. Sono quelli che si sono opposti alla costruzione del muro, alla repressione nei territori occupati, e che oggi costituiscono la colonna vertebrale del movimento antiguerra. Ma fra questi giovani e la mia generazione, quella dei militanti che si sono opposti alla guerra in Libano nell'82, c'è un buco generazionale. Il movimento contro la guerra, che era riuscito a farsi sentire davvero nell'82 e anche nell'88, durante la prima intifada, in gran parte oggi sostiene ufficialmente la politica del governo: sostiene quella che percepisce come una guerra di autodifesa. Il discorso secondo cui c'è una minaccia del terrorismo islamico che incombe sulla democrazia, è ormai maggioritario, ha distrutto quella grande opposizione alla guerra, la sua efficacia e la sua capacità di produrre egemonia in Israele. Oggi la maggioranza della società vede nell'esercito l'ultima difesa contro un nuovo giudeicidio. Alcune delle unità combattenti più prestigiose assomigliano ormai agli squadroni della morte, specializzati come sono nelle cosiddette uccisioni mirate, ma la domanda per entrare a farne parte è altissima.


Perché la società israeliana ha voltato le spalle alla pace? Le rivolgo una domanda che ricorre nei suoi ultimi libri: Sulla frontiera, edito da Città aperta; Israele-palestina, edito da Sapere 2000; A precipizio, Bollati Boringhieri...


Da anni è in corso in Israele una massiccia campagna per convincere la società che la pace è un'illusione e che occorre tornare al cosiddetto spirito del '48. Una vera controriforma su tutti i piani (culturale, ideologica, giuridica e istituzionale), che, dopo l'11 settembre, ha incontrato e inglobato la teoria dello scontro di civiltà e la retorica della guerra al terrorismo. Alle ragioni geostrategiche di controllo del territorio e di annessione continua dell'intera Palestina storica, si è aggiunto un altro elemento: a partire dell'11 settembre, anche la stragrande maggioranza della sinistra moderata, quello che per voi è il centrosinistra, pensa che ci sia una civiltà minacciata dai barbari e che occorra difendersi. Si crede l'avamposto della civilizzazione nel cuore del mondo arabo, l'ultimo baluardo in seno alla barbarie: questo è il discorso che è passato.


E non riscontra un atteggiamento speculare anche in certi settori dell'islamismo radicale?


Non sono d'accordo. Ascolto con molta attenzione Nasrallah e, come altri commentatori in Israele, constato che i suoi discorsi sono pacati e di grande responsabilità: tutto il contrario dell'Occidente che si pretende baluardo di civiltà e che invece trasuda retorica fondamentalista. Sembra di assistere a un capovolgimento di valori: il campo laico che si abbandona al fanatismo, e quello religioso che, anche se parte da una diversa concezione, fa di tutto per non pronunciare discorsi confessionali.


Nei suoi libri lei parla di disumanizzazione dei palestinesi e degli arabi da parte di Israele. Cosa intende?


Con l'11 settembre c'è stata una svolta. Fino ad allora, i palestinesi venivano percepiti come nemici con cui si aveva una divergenza profonda, soprattutto per via della violenza, ma si dava per possibile che la questione potesse essere affrontata, che si dovesse arrivare a una qualche trattativa concreta. Aver assunto il discorso dei neoconservatori americani, ha spinto Israele a un cambiamento qualitativo: da nemici che erano, i palestinesi si sono trasformati in minaccia. E una minaccia non è più identificabile in un contenzioso concreto e in un nemico concreto, incombe e basta e ci si deve difendere. «Israele è una villa nel cuore della giungla», ha detto qualche anno fa Ehud Barak. Si può mai intrattenere rapporti con la giungla? Questo discorso domina e guida la politica israeliana e la gran parte dell'opinione pubblica.


Scomparsa l'Unione sovietica, si ha bisogno di un altro Impero del male?


E' evidente che con la scomparsa del nemico globale che minacciava il cosiddetto mondo libero, e cioè l'Urss, e con l'azzeramento del processo di pace con i palestinesi, si è dovuto rimpiazzare il vuoto con una minaccia apocalittica. Non a caso, riferendosi ad Al Qaeda si parla di nebulosa: un mostro immateriale. Una guerra, quindi, che non si può mai vincere perché il nemico è un fantasma che non può essere identificato. Solo che la guerra è reale e fa disastri concreti. Anzi, innesca un meccanismo difficilmente controllabile, capace di creare da sé la minaccia ancora prima che si presenti. In Israele, questo meccanismo si innerva su un inconscio collettivo marcato da un genocidio che è ancora recente, perché sono passati appena 60 anni, e che rapidamente traduce ogni problema politico concreto in minaccia esistenziale. Non è infatti razionale credere che qualche razzo di Hezbollah possa preoccupare davvero una grande potenza militare come Israele, al massimo può portare a un certo livello di destabilizzazione, ma certo non minaccia l'esistenza del popolo ebreo come ha sostenuto il primo ministro israeliano. Però, la propaganda porta a leggere il presente e la storia come un immenso pogrom che continua da millenni e per cui non ci si può mai fermare: una dinamica di guerra infinita. Siamo sull'orlo del baratro e ne stiamo avendo un assaggio.


Il suo libro «A precipizio, La crisi della società israeliana», è dedicato a due comunisti tedeschi, trasferitisi in Israele per fuggire al nazismo. Due militanti anticolonialisti. Perché ha fallito quella generazione di comunisti in Israele?


Micha e Trude hanno trovato rifugio in Palestina un po' loro malgrado, pensavano di tornare indietro dopo la liberazione dal nazifascismo, ma poi sono rimasti. Da loro, impermeabili a ogni forma di tribalismo, ho appreso che l'internazionalismo e l'impegno comunista sono maniere di essere cittadini del mondo. Erano migliaia i comunisti che, prima del '48, si sono scontrati con una realtà coloniale che gli ha lasciato poco spazio: non erano aggrappati all'identità ebraica, ma non erano arabi. E gli arabi, anzi, li identificavano col campo avverso. E' la logica perversa dei conflitti nazionali. Ti ritrovi tuo malgrado nei quartieri bombardati dagli arabi, o viceversa: ci vuole una grande convinzione per prendersi le bombe e dire: io sono altro da questo.


Lei pensa in questo modo, ma continua a vivere a Gerusalemme. Perché?


Ogni cedimento sarebbe una tragedia per i nostri figli. La politica di guerra dei dirigenti israeliani porta alla catastrofe, e chiude le porte alla possibilità di una coesistenza nazionale con i palestinesi. Ci fanno odiare dagli arabi perché, pur vivendo in una regione araba, Israele rigetta il mondo arabo. Bisogna essere pazzi per credere che possiamo imporre la nostra esistenza in questa regione e contro il mondo arabo.


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